Perdete tempo!

Due giorni fa il Vangelo proponeva il brano della visita di Gesù a due amiche. Marta e Maria sono le sorelle di Lazzaro e sono tra le persone più vicine a Gesù. Due donne molto interessanti perchè mostrano un atteggiamento completamente opposto. Maria si disinteressa di ogni attività in casa e si dedica completamente a Gesù. Marta invece continua ad affaccendarsi senza riuscire ad approffittare della presenza di Gesù e a godere della vicinanza di Cristo.

È vero, ne ho già scritto tante volte. Però è anche vero che, presi da mille cose da fare nella nostra quotidianità, ci dimentichiamo spesso di ciò che è davvero importante. Quindi repetita iuvant dicevano i latini. Oggi vorrei prenderla da una prospettiva diversa che non ho mai specificatamente approfondito qui sul blog.

Quanto siamo Marta e quanto siamo Maria nella nostra relazione? Cosa mettiamo al primo posto? Abbiamo la capacità di comprendere che l’altro è una meraviglia e a volte serve lasciare lì i nostri impegni e serve “perdere tempo” per stare con l’altro, per parlare, per guardarsi, per riconoscersi, per fare l’amore? L’amore è dare ciò costa fatica dare. Amare è dare il tempo che non abbiamo. Anche per fare l’amore! Serve “togliere” tempo ad altro, serve “togliere” tempo ai figli, al lavoro, agli impegni. E dobbiamo comprendere che non siamo cattivi genitori se lo facciamo. In realtà stiamo mantenendo fede alla promessa matrimoniale. Stiamo permettendo al nostro amore di vivere, di alimentarsi, di non seccare, di crescere. Alla fine questo è il nostro impegno più grande ed importante. Tutto il resto può e deve venire dopo. Se non riusciamo a mettere al posto giusto la cura dell’amore verso Dio certo, ma anche verso Dio attraverso l’altro, inutilmente stiamo faticando. Nel Siracide troviamo scritto: C’è chi lavora, fatica e si affanna: eppure resta tanto più indietro.

Questo non significa disprezzare l’impegno, il lavoro e la cura dei figli. Questo significa farlo nel modo giusto. Perchè alla lunga, se non nutriamo il nostro amore “perdendo tempo” tutto diventerà più difficile. La nostra famiglia perderà la sua bellezza ai nostri occhi e diventerà un peso, una serie di impegni da fare per forza. Capite che non è il modo giusto?

Quindi ripeto: dedicate del tempo per attività che sembrano non servire a nulla concretamente. Faccio un esempio personale. Luisa ed io siamo sposati da ventuno anni. Il lunedì mattina ho deciso di accompagnarla al lavoro. Questo per me significa alzarmi prima, mettermi in mezzo al traffico che in quell’ora è intenso, e farmi un bel po’ di coda soprattutto al ritorno. Questo per cosa? Per stare solo con lei in auto all’andata e per stare dieci minuti al bar a fare colazione. Sembrerebbe inutile. Eppure è uno dei nostri segreti per non perderci di vista.

E poi, non dobbiamo dimenticare che l’amore fisico è più di un semplice piacere momentaneo. È un atto di intimità profonda che va oltre il semplice soddisfare i desideri del corpo. È un’esperienza che coinvolge l’anima e il cuore in modo unico. Quindi, invece di affrettarsi e considerarlo come un semplice dovere da svolgere di fretta, dedichiamo del tempo a questa esperienza sacra. Facciamo l’amore come Maria e non come Marta. In quel momento tra noi c’è Gesù, stiamo rinnovando un sacramento. L’amore merita di essere celebrato con attenzione, tenerezza e delicatezza. Non limitiamoci solo al piacere fisico, ma cerchiamo di creare un legame intimo che vada al di là delle apparenze esterne. L’amore autentico richiede contemplazione reciproca, comprensione profonda e parole dolci che nutrano l’anima. Non lasciamo che questo gesto d’amore diventi un’attività di routine da inserire in mezzo a tante altre. Dedichiamo del tempo di qualità a questa esperienza, troviamo momenti di intimità in cui ci sentiamo pienamente presenti e connessi con il nostro partner. Non importa se siamo stanchi o impegnati, cerchiamo di trovare spazio, ripeto di qualità, nella nostra vita per celebrare l’amore con tutta l’attenzione che merita. Altrimenti anche fare l’amore diventerà un peso alla lunga. Invece, se vissuto bene, diventerà sempre più bello e pieno.

Alla fine vi accorgerete che tutto questo “tempo perso” è servito a costruire una casa solida ed accogliente, la casa del vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Riuscire nella vita significa perdere la vita

Oggi voglio tornare sullo spot Esselunga “La pesca” che ha destato polemiche e opinioni contrastanti: innanzitutto secondo me è un piccolo capolavoro, dove il regista ha giocato tutto sugli sguardi, della bambina e dei genitori. Ma lo spot può piacere o non piacere, come tutte le produzioni, non è ciò che m’interessa: quello che invece mi sta a cuore è ribadire che la separazione è una sofferenza per i figli. Non lo dico per sentito dire, ma per esperienza personale e di tanti altri genitori che si trovano nelle mie stesse condizioni.

È inutile che ci sia qualcuno che cerchi di sminuire e dica ad esempio che i figli si abitueranno, capiranno, cresceranno più in fretta etc., mi sembra solo un vano tentativo di giustificarsi e diminuire i sensi di colpa. Come una pianta non può crescere bene senza che le radici siano a contatto con la terra e con l’acqua, così i figli per crescere correttamente dal punto di vista psico fisico hanno bisogno di vivere in una famiglia composta da papà e mamma che si vogliono bene.

Qualcuno penserà: “Meglio per loro che i genitori si separino, piuttosto che vivano in una famiglia dove ci sono continuamente litigi”. Anche qui, cosa vuol dire questo? Non esistono famiglie dove non ci siano discussioni, dove non ci siano decisioni importanti da prendere e difficoltà da superare, è questa la realtà in cui viviamo (anzi, ritengo che se in una famiglia non ci siano discussioni, vuol dire che c’è chi prevale e chi è sottomesso, oppure che ormai ognuno fa la sua vita e non gli importa niente dell’altro). Vogliamo far credere ai figli che il matrimonio è una strada in discesa e che esiste sempre il “vissero felici e contenti”? Se facciamo così, li illudiamo soltanto, ci rimarranno molto male quando si accorgeranno che le cose sono diverse e alla prima difficoltà si tireranno indietro, pensando così di aver sbagliato persona.

Certo, i genitori devono creare un clima sereno in famiglia, non devono volare i piatti in casa, facendosi anche aiutare da esperti, se necessario. “I bambini non dovrebbero intromettersi nelle questioni dei grandi”, hanno commentato e questo è vero, ma anche a 50 anni un figlio desidera che i propri genitori tornino insieme, perché è nato dal loro amore e la sua identità nasce dall’unione di due persone, questo nessuno lo può cancellare (anche se il mondo cerca di farci credere il contrario). Mi ricordo che nella mia adolescenza uno dei miei film preferiti era “Il cowboy con il velo da sposa” (The Parent Trap, 1961), dove due ragazze adolescenti scoprono in un campeggio di essere sorelle gemelle, separate da piccole a causa del divorzio dei genitori, ognuno dei quali aveva scelto una figlia: si organizzano per scambiarsi i ruoli in modo da conoscere l’altro genitore e poi fanno di tutto per farli tornare insieme, addirittura facendo dispetti alla fidanzata del papà, fino a raggiungere il loro obbiettivo. Questa commedia della Disney che è stata molto apprezzata a suo tempo, ha soltanto ribadito una cosa ovvia, il desiderio dei figli di stare con entrambi i genitori e non mi risulta che siano nate delle polemiche, nonostante le protagoniste abbiano utilizzato qualsiasi mezzo per raggiungere il loro scopo. L’aspetto interessante è che queste due ragazze all’inizio non erano tanto gentili o buone, tanto che la scoperta di essere gemelle avviene quando vengono messe insieme in punizione perché si odiavano, mentre subito dopo cambiano completamente, scoprendo che erano state amate e desiderate dagli stessi genitori e quindi legate da un vincolo fortissimo.

La stragrande maggioranza delle separazioni avviene per egoismo, narcisismo, tradimenti e ferite personali, le motivazioni che riguardano violenze sono una piccolissima parte (questo per rispondere a chi tira in ballo questa “giusta” motivazione a dividersi). Solo che qualcuno non vuole che si dica la verità, bisogna tenere alcune cose nascoste per non “disturbare”, risvegliare le coscienze o per far credere che la separazione sia “normale” (Dio quando unisce una coppia di sposi non vorrebbe che si separassero mai, ma questo avviene per il limite umano).

Quando un uomo e una donna decidono di generare una vita collaborando con Dio, dovrebbero dare la vita fino in fondo, mettendo questa creatura, che è la più indifesa, davanti a tutto, fosse anche necessario rinunciare a tante cose: solo che in questo periodo storico l’individualismo è predominante ed è difficile trovare persone che agiscono oltre sé stessi per un bene superiore o comune (“Se non sto bene o non sono felice, perché non posso andarmene e frequentare altre persone?” è una frase molto diffusa, pensando erroneamente che la felicità sia cambiare treno e non tenendo in considerazione le conseguenze della propria scelta in tutte le persone vicine).

Io credo che riuscire nella vita sia essenzialmente perderla, donarla per Dio e per gli altri: che questo avvenga nel sacerdozio, nel matrimonio o in persone single ha poca importanza, quello che conta è ciò che ci muove e ci spinge a fare tutte le nostre scelte.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Giona nella balena…

Dal libro del profeta Giona (Gio 1,1 – 2,1.11) In quei giorni, fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore. Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. […] Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia». […] Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. […] Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia.

Sono in molti ad aver imparato al Grest la simpatica canzonetta che racconta di Giona nella balena, ma forse non tutti sanno com’è andata la storia. Negli spezzoni del brano sopra citato -letto nella Messa di ieri- si narra la vicenda di come Giona si imbarchi per Tarsis al fine di sfuggire alla missione affidatagli dal Signore. Dopo qualche peripezia, Giona si ritrova sulla spiaggia e riceve per la seconda volta il comando del Signore di andare a Nìnive.

Aldilà della disquisizione sulla balena, quello che ci interessa è che il Signore voglia salvare gli abitanti di Nìnive perché stanno rischiando grosso, costi quel che costi; è disposto a tutto pur di salvare il salvabile, scatena addirittura una tempesta per bloccare la fuga di Giona, si inventa di farlo inghiottire da una “balena-grosso pesce” per riportarlo a riva… insomma quando il Signore si mette in testa un progetto niente e nessuno lo può fermare e non desiste dal Suo intento perché il Suo intento è salvezza. Ora, ci si presentano tre riflessioni:

  • la malvagità degli uomini scatena il progetto di salvezza del Signore prima ancora dei Suoi castighi
  • la nostra resistenza -come Giona- al comando del Signore ovvero la ribellione alla propria vocazione
  • la meravigliosa notizia che il Signore le escogita tutte pur di raggiungerci con la Sua salvezza.

Sono tre argomenti che meriterebbero approfondimenti dedicati e ci porterebbero molto lontano ma per necessità di sintesi cercheremo di focalizzare ognuno in un aspetto.

  1. La malvagità degli uomini -la nostra malvagità- non cade nel vuoto, non è inascoltata dal Cielo, non è che Dio si giri dall’altra parte e faccia finta di niente, i nostri peccati feriscono il Suo Cuore Sacratissimo; troppi sposi cristiani si lasciano sedurre dalle sirene della lussuria pensando di agire nel nascondimento, illudendosi che Dio non li veda e che poi si azzeri tutto come quando arrivi in cassa e ti fanno lo sconto del 50%.
  2. Molte coppie di sposi si ribellano alla propria vocazione su tematiche come quella del sacrificio di se stesso, la rinuncia alle proprie vedute in vista del bene maggiore che è il “noi”, non vogliono fare la fatica di cambiare il proprio ego affinché l’altro sia amato, non si vogliono rendere amabili per l’altro e pretendono che lei/lui li ami, li accetti, li perdoni così come sono: ruvidi, acidi, spinosi, scontrosi, burberi, sgarbati e scortesi.
  3. Tanti sposi rinunciano -peggio ancora se snobbano- troppe volte alle molteplici occasioni di Grazia che il Signore elargisce loro -ostinato com’è nel Suo progetto di salvezza- pensando che le occasioni di salvezza siano infinite… ci penserò un’altra volta… si atteggiano come con la famosa “dieta del Lunedì” che non comincia mai. Anche noi sposi siamo a volte come Nìnive, ed ogni coppia ha il proprio Giona che viene ad annunciare la salvezza del Signore: non dobbiamo commettere il gravissimo errore di non ascoltarlo, di non cogliere l’occasione propizia per convertirci, il Signore cercherà di salvarci ad ogni costo ma ogni Grazia è come un treno che passa, quando è perso non torna più indietro.

Cari sposi, il Signore ci ha costituiti Suo sacramento vivente affinché siamo l’uno per l’altra strumento della Sua Grazia. Riprendiamo con coraggio il cammino del matrimonio sapendo che il Signore si fida di noi per amare l’altro al posto suo.

Giorgio e Valentina.

È la fantasia che trasforma i pianeti in sassi.

Eccoci qui a condividere con voi tutti che seguite quotidianamente il blog un grande passo che abbiamo compiuto grazie a voi. Il dieci Ottobre uscirà nelle librerie e negli store online, il nostro libro Montagna, maestra di vita. Spiritualità per coppie in cerca di figli, con la prefazione di don Rocco Malatacca ed edito da Tau Editrice.

L’ uscita di questo libro è un passo compiuto con la spinta di Carlo Acutis. Perchè come abbiamo già scritto in molti articoli pubblicati da questo blog, ogni nostro passo e ogni nostra scelta sono stati presi sostando in preghiera nella Chiesa Nuova ad Assisi e dinanzi alla reliquia del cuore di Carlo nel duomo di San Rufino.

E dono più bello non poteva esserci che presentare il libro proprio nei giorni della sua festa. È un libro particolare, frutto di un cammino umano e spirituale. Pensate: la prefazione è stata scritta per le vie di Santiago. Un segno chiaro del percorso spirituale del libro. Cosa troverete all’ interno? Una strada da percorrere, un pozzo da scavare, vi do un indizio; preparate il vostro zaino con il kit del pellegrino: vangelo, matita e rosario.

Non mi dilungo volutamente oltre perché avremo modo sicuramente di incontrarci per l’Italia dal vivo.

Nell’ attesa vi aspettiamo sul nostro profilo Instagram e nel nostro programma radiofonico in onda su Radio Maria ogni primo lunedì del mese alle 12:30 e infine per chi abita a Roma ci trova presso la parrocchia del San Giuseppe al Trionfale. A presto Simona e Andrea.

ANTONIO E LUISA

Non parliamo del libro perché non abbiamo ancora avuto il privilegio di leggerlo, ma vi parleremo degli autori. Sì, perché anche se il libro riporta in copertina il nome di Simona come autrice, è un lavoro che nasce dal matrimonio e dalla relazione con Andrea. Simona è incredibile. Difficilmente nella mia vita ho incontrato persone tanto positive, pronte a mettersi in gioco e senza paura di affrontare il futuro. Una donna sempre di corsa, ma senza mai perdere il sorriso. Un vulcano di iniziative e di idee. Insomma, sembra una persona che non sia mai stata ferita dalla vita. Eppure ha dovuto affrontare, come molti di voi sanno, uno dei dolori più grandi per una donna: l’impossibilità di portare a termine una gravidanza. È dovuta passare in mezzo a quel mare di dolore, di domande, di confusione, di incomprensione, eppure non si è persa. Ne è uscita forte e capace di non piangersi addosso, perché capace di far fruttare i talenti che ha e non rimpiangere ciò che le manca. Credo che possa essere un esempio positivo per tante spose e sposi che vivono questo dramma o anche altri. Noi siamo una meraviglia e anche se ci manca qualcosa, Dio è pronto a far fruttare i talenti che ha celato in noi. Ecco, Simona l’ha capito e nel libro credo lo racconti. La sua testimonianza può essere un punto di riferimento per tanti che non vedono luce e futuro.

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זֵיתִ֑ים סָ֝בִ֗יב לְשֻׁלְחָנֶֽךָ

Cari sposi, corro il serio rischio che nessuno legga la riflessione di oggi con un titolo del genere. Eppure altro non è che il versetto 3 del salmo 128 che alla lettera dice: “Tua moglie sarà nella tua casa come una fertile vigna”. Un’immagine, infatti, attraversa da lato a lato della liturgia della Parola odierna ed è proprio la vigna. Essa è il simbolo del popolo di Israele ed ha pertanto una significazione nuziale fortissima (lo dice Isaia 5,7 e poi soprattutto il Cantico 4,16). Come del resto anche le nozze di Cana hanno nel vino la figura più potente per esprimere l’amore derivante dal matrimonio.

Quindi cari mariti, ora non leggete questa liturgia pensando che il Signore stia facendo la ramanzina solo a vostra moglie così da sghignazzarle alle spalle! Piuttosto siete voi coppia la Sposa di Gesù e quindi semmai la paternale va applicata ad entrambi. Anzitutto, al centro dell’attenzione vi è la parabola dei vignaioli omicidi. Essi sono dei comuni operai in questa grande vigna, un fatto che accade ancora oggi, tanto che proprio in questi giorni si sta realizzando la vendemmia.

Come mai queste persone arrivano a supporre che, tolto di mezzo l’erede, tutti quei terreni sarebbero automaticamente passati a loro? Quale affittuario può mai pensare una cosa del genere? Può esistere una legge che avvalli un simile pensiero? È un ragionamento grottesco che però nasconde un preciso significato. Così si esprimeva al riguardo il card. Giacomo Biffi: “Ma chi è quel padre che sapendo di avere in casa dei briganti arrischia il suo unico figlio? E infatti i vignaioli decidono di uccidere anche lui, in modo da ereditare il patrimonio del padrone (chissà in quale codice sta scritto che l’eredità passa agli assassini dell’unico erede!)”.

L’unica spiegazione plausibile è che tali operai avevano smarrito il senso del loro essere in quel ruolo, il motivo ultimo del loro lavoro: essere a servizio di qualcuno e non di sé stessi, essere strumenti per un altro e non il fine ultimo. Ha ragione don Fabio Rosini quando dice: “E noi? Spesso siamo dominati dalla distrazione: siamo schizofrenici, multitasking, facciamo tante cose insieme. C’è una tendenza avida a prendere tutto…”. Finiamo così per avere nei confronti della Vigna – leggasi coppia – non l’amore di Cristo ma un atteggiamento possessivo. E qui ricordiamoci, come diceva San Francesco – celebrato poc’anzi -, che il contrario dell’amore non è l’odio né la vendetta né l’indifferenza bensì il possesso.

Peccato per questi operai! Non sono voluti entrati nella logica del padrone che di suo intendeva renderli partecipi del suo piano di amore. Difatti, quel padrone sognava di trovare tanti collaboratori così da aumentare a dismisura la produzione di vino, che come già sapete è il simbolo dell’amore, e diffondere la gioia in chi lo riceve.

Vivere da vignaioli omicidi significa spendere anni di vita nuziale ricercando solo il proprio comodo, i propri progetti, o anche solo la propria comodità. E l’esito magari non è la separazione o il divorzio (se vi va bene) ma anche solo una relazione apprezzabile di facciata che però sottende grigiore e insoddisfazione.

Per cui il Signore, a voi sposi come ai vignaioli, inizia a chiedere frutti: è il vostro amore fecondo? Cioè genera attorno a voi coesione, fede, benevolenza, carità? Un bel metro per “misurare” la fecondità di coppia è prendere i nove frutti dello Spirito Santo (Gal 5, 5) e vedere se noi come coppia generiamo queste virtù in noi per primi e attorno a noi.

Pensate a quella miriadi di santi sacerdoti e alla scia di fecondità spirituale avuta in tante persone! Bene, anche voi coppie siete chiamate a una simile fruttuosità. A questo fa riferimento Papa Francesco quado dice, in Amoris Laetitia: “La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” (184). È questa la vigna che sogna in voi il Signore!

Dicevo prima che tutte le letture possono sembrare un grande rimprovero, di quelli che ti lasciano stecchito e mogio per giorni, però alla fine Gesù conclude la parabola con un infuso di speranza. Mentre il giudizio che gli anziani ebbero riguardo agli operai infedeli è stato molto duro, specchio dei nostri soliti e ristretti parametri e che riflette esattamente quanto accade tra sposi quando ci si relaziona con un atteggiamento possessivo, Gesù non ci fa rimanere con l’amaro in bocca.

Gesù non pensa ed agisce così nemmeno davanti a casi disperati. Noi scarteremmo una coppia chiusa, egoista, superficiale, mondana. Invece Lui è disposto a prenderla, pulirla, levigarla, intagliarla, lisciarla, scalpellarla pur di imbellirla e trasformarla in una preziosità. Gesù non vuole scartare nulla e nessuno ma solo cambiare il nostro cuore in uno simile al Suo.

Cari sposi, così vede ciascuno di voi coppie, anche se all’interno si aggira un qualche modus vivendi da vignaiolo egoista. Sentiamoci tutti una vigna amata e lasciamoci fare dal divino Agricoltore.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha già scritto tante belle cose. Mi sento di aggiungere solo una piccola testimonianza. Tutte le volte che nel matrimonio ho fatto di testa mia con Luisa ho combinato sempre disastri. Quando invece mi sono fidato di Gesù e degli insegnamenti della Chiesa, pur non sempre capendoli fino in fondo, ho sperimentato gioia e pienezza. Il nostro matrimonio è vigna del Signore. Siamo felici di lasciare a Lui la Signoria della nostra relazione.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /13

Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per le gote, gli disse singhiozzando: – Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi ?

Questo passaggio del settimo capitolo viene così commentato dal compianto cardinale G. Biffi:

Geppetto (ovvero il Padre) ha subito il cuore toccato dalla commozione al vedere lo stato miserando della sua creatura: creatura ribelle, ma sua; capricciosa e ostinata, ma opera delle sue mani; lontana e diversa, ma frutto di un pensiero d’amore.

Questo atteggiamento di Geppetto rivela una caratteristica della misericordia di Dio: la tenerezza. Questo attributo è uno tra i tanti dimenticati nella relazione sponsale; se però continuiamo a ripetere che la relazione sponsale richiama l’amore trinitario e deve esserne una -seppur pallida- icona, allora la tenerezza entra a gran titolo tra le peculiarità all’interno dell’amore coniugale.Questo è talmente caratterizzante che chi si lascia permeare dalla tenerezza -divina- diventa inevitabilmente tenero anche al di fuori della relazione sponsale, diventa un modus operandi anche come genitore e/o come educatore.

Ma per capirla un po’ meglio dobbiamo analizzare il comportamento del nostro falegname; egli, appena visto Pinocchio in quella situazione, non infierisce sul burattino con invettive e filippiche di sorta, ma comincia a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine piangendo per la situazione in cui si è ridotto il figliolo, solo dopo chiederà a Pinocchio di prendere coscienza di ciò che è successo. A noi è successo di litigare proprio poche ore prima che nascesse la nostra quarta figlia, ma ciò che ci ha rappacificato e fatto ravvedere è stata la tenerezza di una bimba che scalpitava per uscire, un messaggio chiaro ed esplicito di come si prendono più mosche con un vasettino di miele che con un barile di aceto.

Il Padre si comporta proprio così quando noi ci allontaniamo da Lui, dapprima fa sentire il suo delicato ma risoluto toc-toc alla porta del nostro cuore, poi ci coccola con mille baci e moine sì da indurci al pentimento, perché la Sua tenerezza è più forte della desolazione e della schiavitù del peccato, la Sua tenerezza scioglie i cuori più induriti meglio di mille confezioni di Viakal. Cari sposi, se vogliamo che il nostro matrimonio torni ad avere il sapore del Cielo dobbiamo imitare Geppetto.

Quante volte invece ci scagliamo contro l’altro ancora prima che si accorga di aver sbagliato? Le nostre braccia, il nostro volto, le nostre lacrime, le nostre mani, le nostre labbra devono essere permeate della tenerezza di Cristo affinché il nostro amato coniuge sia attirato come le mosche dal vasettino del miele della nostra tenerezza, della nostra compassione; i nostri baci, le nostre moine, le nostre mille carezze riescono così a riaccendere nel suo cuore la nostalgia per un amore incondizionato, un amore che ci raggiunge anche quando abbiamo sbagliato.

La tenerezza è in grado di ridare fiducia e speranza ad un cuore ferito, incoraggia ad uscire dalla propria miseria e fa trovare la forza per cambiare, per ricominciare. La tenerezza ci fa sentire amati non per ciò che riusciamo a fare, ma per ciò che possiamo diventare.

Coraggio sposi e genitori, lo stesso comportamento va attuato con i figli ma con gestualità e parole proprie. Nessuno si senta escluso dalla nostra tenerezza, ma per averne bisogna che ci rechiamo continuamente alla fonte.

Giorgio e Valentina.

L’infinito di Dio in un anello

Oggi risponderò in modo un po’ articolato ad una domanda che ci è arrivata per mail.

Il fidanzamento è sancito con un segno (nella nostra cultura l’anello)? E nel momento in cui ci si fidanza, secondo la visione cristiana, inizia un cammino in preparazione al matrimonio? Ho cercato su internet e ho trovato poche risposte, soprattutto in merito alla prima domanda. Grazie mille, buona giornata!

Cominciamo con il dire che in realtà non è necessario alcun segno esteriore per fidanzarsi. Può essere però utile e spiegherò perchè. Comunque anche la stessa parola fidanzamento sembra ormai anacronistica. Sembra non avere più senso. Ha ancora senso parlare di corteggiamento, di fidanzamento, di anelli? Ha ancora senso che l’uomo innamorato decida di regalare un anello alla sua amata? Oggi, nella nostra società indifferenziata, fluida e incapace di scelte definitive, tutto questo ha ancora un senso? Noi non abbiamo la risposta. Abbiamo però una nostra personale opinione che nasce dall’esperienza diretta e da quella indiretta derivante da tante coppie con cui siamo entrati in contatto in questi anni.

Sì ha ancora senso! Perchè un uomo che regala un anello alla sua donna non è qualcosa di solo culturale e stereotipato. C’è anche una componente naturale. L’esigenza dell’uomo di donarsi e della donna di accogliere quel dono. C’è l’esigenza della donna di sentirsi preziosa agli occhi del proprio uomo. Non so voi, ma la mia sposa è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sè. Non è quello. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Tutt’altro. Spesso, magari inconsciamente, ha colto il significato profondo di quel dono. Ciò che la rende felice e la fa sentire amata non è il valore materiale, ma il messaggio intimo che c’è dietro. Le sto dicendo tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo tu sei la più bella e la più preziosa. Te lo voglio dire attraverso questo dono. Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia proprio questo. Scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Non è così? Pensateci.

Il significato più importante è però un altro: c’è l’esigenza di entrambi i fidanzati di avere un segno che possa ricordare e rendere visibile a tutti l’impegno di fedeltà e di cura reciproca che si sono presi l’uno verso l’altro. No! Non è come nel matrimonio. Nel matrimonio la scelta è irrevocabile mentre nel fidanzamento è ancora tutto in gioco. Il fidanzamento è proprio quel periodo in cui si deve mettersi in discussione profondamente in modo da comprendere se si è fatti per stare insieme tutta la vita. Non è quindi un periodo di superficilità e di svago. Non è il stare insieme per vedere come va. Non è il vivere la sessualità completamente senza prendersi la responsabilità di quel gesto. Deve esserci un progetto di vita e discernere se si possa realizzare insieme. C’è comunque l’impegno di rispettare e amare l’altra persona. Per questo l’anello può essere un oggetto che lo ricorda in ogni momento. Pensate che nel medioevo anche l’uomo indossava l’anello come segno della promessa.

L’anello di fidanzamento è un anticipo di quella che poi sarà la fede nuziale. La fede ha un significato meraviglioso. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettendo l’altro e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Troviamo incisi all’interno la data del matrimonio e il nome dell’altro. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Anche oggi mia moglie Luisa è gelosissima e attaccatissima alla fede nuziale ma è altrettanto affezionata all’anello che le regalai il giorno che le chiesi di stare con me in modo serio e consapevole. E’ vero che tutto è iniziato il giorno del matrimonio ma il fidanzamento è stato un periodo altrettanto importante e fecondo che ci ha preparato alla vita matrimoniale. Per questo lì indossa spesso insieme.

Antonio e Luisa

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Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti.

Ieri abbiamo ricordato san Francesco. Vorrei ricordarlo anche io attraverso questo articolo. Inizio citando una frase di papa Francesco, frase rivolta alle famiglie tempo fa: Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Questa frase racconta una dinamica vera e fondamentale. Per spiegarla e spiegarmi prendo spunto da una catechesi su san Francesco di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate, ma va bene anche per noi sposi. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Antonio e Luisa

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La sessualità è buona solo nella differenza

Esiste l’amore omosessuale? La prendo da lontano. Esiste l’amore. Questo è certo. E questo amore ci può essere anche tra due persone dello stesso sesso. Anche di questo ne sono convinto. Dove sta allora il problema tra due persone dello stesso sesso che si amano e vogliono mettere su famiglia? Cosa li distingue da una coppia di sposi formata da un uomo e una donna? Perchè alla fine è su questo che dobbiamo ragionare.

L’amore fa parte di noi. Noi nasciamo per essere in relazione e per cercare di vivere queste relazioni con amore. Solo così ci sentiremo persone realizzate. L’amore inizia fin dal seno materno dove mamma e feto entrano immediatamente in relazione. Per avere una vita piena e che ci dona un senso abbiamo bisogno ri riempirla di amore. Quindi due persone omosessuali fanno bene a vivere l’amore tra loro? Si, certamente ma la domanda da porsi è un’altra: quale amore?

Noi siamo caratterizzati da una vita piena di relazioni d’amore. E quando questo non succede entriamo in sofferenza perchè ne abbiamo bisogno. Siamo fatti così. Abbiamo relazioni d’amore con i nostri genitori, con i fratelli e le sorelle, con i figli, con i nonni, con gli zii, con i nipoti e con gli amici. Tutto questo è amore. Ma tutto questo non è amore sponsale. Cosa differenzia l’amore tra due amici da quello tra un uomo e una donna che decidono di mettere su famiglia? La corporeità! Siamo esseri sessuati. La nostra natura è chiara. Abbiamo un corpo che è maschile o femminile. Abbiamo il nostro patrimonio genetico che è maschile e femminile. Ogni cellula del nostro corpo dice che siamo maschi o femmine. Ed è nella differenza complementare che Dio ha posto la fecondità e la forza generativa. Ed è qui che l’amore tra due persone che sono omoaffettive può perdere la sua verità e la sua forza positiva.

L’amore sponsale è caratterizzato dal tutto: tutta l’anima, tutto il cuore e tutto il corpo. Per questo è indissolubile ed escluvivo. Perchè, come ho già scritto, nella differenza tra un uomo e una donna diventa generativo. Una differenza che è sostanziale nel corpo sessuato. Corpo sessuato di un uomo che si incontra con il corpo sessuato di una donna e che, nell’incontro dei gameti maschile e femminile, genera vita. Questo è il progetto di Dio sull’uomo, questo è il motivo per il quale Adam (nella Bibbia indica la creatura umana) è stato plasmato come maschio (Ish) e femmina (Isha). Questa è la nostra natura che è ordinata al progetto di Dio. Per questa l’intimità tra un uomo e una donna che sono uniti indissolubilmente e profondamente in tutto ciò che sono da un sacramento esprimono questa unione attraverso l’amplesso fisico e una sessualità vissuta completamente nell’incontro dei corpi.

Tutto questo non può esserci nell’amore tra due persone dello stesso sesso. Dove voglio arrivare? E’ molto semplice. Io non nego, come fanno alcuni, che tra due persone omoaffettive possa esistere del sentimento e un desiderio di condividere la vita o un tratto di essa. Sono convinto che tante persone che si uniscono civilmente abbiano il sincero desiderio di formare un sodalizio con la persona scelta. Ma questa non è una famiglia, come non lo è quella di due sorelle non sposate che abitano insieme. Il sesso nelle coppie omoaffettive non è mai un gesto sincero di unione, dove sta l’unione nella modalità con cui vivono il sesso? Il sesso diventa una modalità per usare l’altro e non per unirsi ad esso. Per questo quando sento parlare di amore omosessuale dai nostri pastori credo che dovrebbero approfondire la questione. In vista dell’imminente sinodo, credo che i nostri pastori possano esprimere misericordia ed esercitare il loro ruolo paterno non tanto benedicendo le coppie gay ma essendo chiari su cosa l’amore richiede per essere davvero tale. Non esiste l’amore omosessuale o eterosessuale ma esiste l’amore che va però espresso attraverso il corpo nella modalità specifica del tipo di amore. Noi siamo cristiani. Abbiamo fede in un Dio incarnato, che si è fatto uomo. La nostra fede non dovrebbe sminuire il corpo. Il corpo è importante tanto che nell’Eucarestia mangiamo il corpo di Cristo per essere sempre più uniti a Lui. Spesso però i nostri moralisti e teologi se ne dimenticano. Quando pensano all’amore omoaffettivo si riferiscono quasi esclusivamente ad un amore spirituale e disincarnato. Cari pastori il corpo c’è ed è importante quanto lo spirito. Ciò che viviamo attraverso il corpo influenza tutta la persona. Forse dovreste dirlo. E non vale solo per il sesso tra due persone omoaffettive ma anche per i rapporti prematrimoniali ad esempio. E invece il sesto comandamento è il grande dimenticato. Ne sono rimasti nove. Vorrei concludere con le parole di Giorgio Ponte, scrittore cattolico di orientamento omoaffettivo:

Nella mia esperienza di uomo ferito (siamo tutti feriti non solo le persone omoaffettive ndr), io posso testimoniare che tutte le volte che ho potuto vivere una castità piena, sono state anche quelle in cui ero più felice. E badate, non ero felice perché non facevo sesso, ma al contrario: non avevo bisogno di fare sesso perché ero felice. Infatti il sesso che non è unito a una vera esperienza di donazione totale (che solo in Dio può essere tale), di solito serve a coprire varie forme di infelicità e frustrazione, più o meno consapevoli. Perciò per vivere una castità piena, più che preoccuparci di come non fare sesso, dovremmo chiederci cosa stiamo cercando di coprire con il farlo. E ascoltare quel grido del nostro cuore. Per quanto mi riguarda io ero felice perché stavo amando qualcuno libero dal bisogno di possederlo. E quel modo di amare, mi faceva fare un’esperienza vera di Gesù. Solo Cristo, infatti, può insegnare ad amare così. Perché solo Lui, mostra all’uomo, come essere Dio.

Spero di essermi espresso in modo rispettoso della sensibilità di tutti ma ci tenevo ad esprimere il mio parere.

Antonio e Luisa

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Abbiamo una missione.

Dal libro del profeta Zaccarìa (Zc 8,20-23) Così dice il Signore degli eserciti: Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: “Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti. Anch’io voglio venire”. Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a cercare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore. Così dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”.

Siamo introdotti nel mese di Ottobre con feste importanti: il primo di Ottobre è Santa Teresa di Gesù Bambino (dottore della Chiesa), ieri era la festa degli Angeli Custodi e domani sarà la festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Sono feste che ci ricordano come la santità sia di casa nella Chiesa e nessun santo si sente straniero in essa nonostante provenga da popolazioni differenti rispetto ad un altro; il nostro compatriota San Francesco non ha girato il mondo eppure è conosciuto in ognidove e Santa Teresina è la patrona dei missionari nonostante non fosse una viaggiatrice ed abbia vissuto i suoi ultimi 8 anni della sua breve ma intensa vita nel carmelo di Lisieux.

Possiamo quindi intuire perché il mese di Ottobre sia considerato un “mese missionario”. Ma qual è la caratteristica di un missionario? Ce ne sono tante, ma ce n’è una, la prima, che è quella che sta a fondamento e dà l’impulso a tutte le altre: il desiderio che tutti gli uomini si salvino, soprattutto quelli che ancora non conoscono il Signore. La caratteristica principale della missionarietà è quindi l’evangelizzazione, ovvero la salvezza delle anime, portare in Paradiso quante più anime possibili.

Il brano oggi proposto ci proietta in un futuro ove anche popoli stranieri verranno a supplicare il Signore a Gerusalemme, ovvero la salvezza del Signore Gesù è offerta a tutti gli uomini, ma affinché questo sia possibile è necessaria la collaborazione umana a questo progetto di Dio, l’evangelizzazione risulta quindi la prima e più importante opera della Chiesa.

E lo si evince anche dal passaggio finale: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”. ; questi stranieri non si muovono per fare una gita oppure si trovano per caso a Gerusalemme, ma si muovono perché hanno udito, cioè è giunta a loro una parola di salvezza, e quindi vogliono andare con entusiasmo incontro alla salvezza. Se nessuno avesse parlato, loro non si sarebbero mossi per andare a supplicare il Signore. Questo è il passaggio chiave sul quale dobbiamo fare una seria riflessione.

Chi ci vede, chi ci frequenta, chi ci sente parlare si accorge che siamo (sposi) cristiani o no? Se non ne hanno nemmeno il dubbio dobbiamo farci un serio esame di coscienza. Peggio ancora se avviene tra le mura domestiche. I nostri figli, i nostri parenti, il nostro coniuge ci riconoscono come cristiani, essi sono oggetto della nostra evangelizzazione? Se così non è significa che non desideriamo che altri si salvino e lasciamo che alla loro salvezza ci pensi qualcun altro, oppure li lasciamo in balìa del mondo o di chissaché. Se il nostro motto è “vivi e lascia vivere” probabilmente ci disinteressiamo anche della salvezza nostra, ed invece dovrebbe essere la nostra prima occupazione, il nostro unico lavoro della vita.

Certamente non dobbiamo assillare gli altri così da ottenere l’effetto contrario, ma la salvezza nostra e quindi quella di chi ci vive accanto non può lasciarci indifferenti; a volte basta un gesto, uno sguardo intenso, una battuta di poche parole, a volte è meglio tacere e pregare poi per quell’anima, non c’è una regola fissa ma se il nostro obiettivo è la salvezza dell’anima lo Spirito Santo ci suggerirà volta per volta parole e gesti opportuni.

Riceviamo molte richieste di aiuto da parte di spose/sposi che lamentano una scarsa partecipazione del coniuge alla vita di fede. Non esiste un manuale da seguire alla lettera per risolvere questi casi, ma c’è la ricetta sempre attuale e sempre nuova della missionarietà ovvero dell’evangelizzazione. Il primo passo è, per così dire, evangelizzare noi stessi, per poi riuscire a mostrare con la vita, più propriamente nella carne del matrimonio, che la salvezza è possibile, che la salvezza del Signore ci raggiunge se noi glielo permettiamo. E non esistono limiti di sorta, poiché il Signore si è immolato per salvare tutto il genere umano; la salvezza portata dal Signore Gesù non toglie nulla alla nostra umanità, al contrario, ci fa più virili o più muliebri.

Le spose diventano più affascinanti con la loro femminilità nuova di “salvate dalla Grazia” e così sono sempre più attraenti ed accoglienti verso il marito sì da attirarlo a sé e quindi a Dio. Gli sposi diventano più affidabili, risoluti, teneri, pacati e miti, così da infondere sicurezza nella propria moglie che si vede confermata nella sua bellezza e nella sua unicità.

Sta a noi sposi e spose trovare poi il modo di comunicare al nostro coniuge che la nostra accoglienza, il nostro amore verso di lui/lei è così vero, bello ed affascinante perché riflette solo una piccola scintilla dell’amore di Cristo e desideriamo per lui/lei il Paradiso. Coraggio sposi, chiediamo aiuto ai nostri Santi Angeli custodi, a Santa Teresina e a San Francesco per assolvere al meglio il compito di essere strumento sensibile ed efficace della Grazia di Cristo.

Giorgio e Valentina.

Il nostro matrimonio è la vigna del Padre

Ieri, padre Luca ha posto l’attenzione sul comportamento del padre. Un padre paziente che sa aspettare. Una modalità che dovremmo assumere come nostra anche noi sposi nei confronti dell’uno dell’altro. Oggi, invece, vorrei tornare sul diverso comportamento dei due figli. Ricordate il Vangelo? Un padre chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna. I due si comportano in modo diametralmente opposto. Il primo dice subito di sì, ma poi non va, mentre il secondo dice inizialmente di no, ma poi decide di obbedire al padre.

Naturalmente il secondo figlio alla fine mostra più amore verso il Padre. Questa premessa per dire cosa? Che spesso noi nel nostro matrimonio siamo come il primo figlio. Ci rechiamo in chiesa, invitiamo amici e parenti, e poi promettiamo solennemente tante cose. E come se il Padre ci chiedesse di andare a lavorare nella Sua vigna. Già perchè con il matrimonio il nostro amore non è più solo nostro ma ne facciamo dono a Dio e Lui in cambio, attraverso lo Spirito Santo, ci rende capaci di amare come ama Lui. Il nostro amore diventa la Sua vigna.

Quindi, come il primo figlio, tanti sposi promettono solennemente di andare a lavorare nella vigna e poi non lo fanno. Poi tornano a casa e vivono il matrimonio come se fosse cosa loro dove Dio non ha posto. Vivono secondo il mondo e non secondo Dio. Vivono una relazione fatta di egoismo, recriminazioni, confronti. Dove si bilancia continuamente quanto si da e quanto si riceve. Dove c’è poca empatia e non si cerca di accogliere l’altro anche nelle sue fragilità. In una relazione che non ha spazio per la morale cristiana sull’amore, ciò che prevale sono spesso l’autodeterminazione e l’uso dell’altro come oggetto di gratificazione personale. L’uso della pornografia e dei contraccettivi può essere un segno di questa mancanza di amore e rispetto per l’altro. L’intimità fisica diventa un modo per soddisfare i propri desideri egoistici, anziché essere un’esperienza di unione e di dono sincero reciproco.

Capite bene che relazioni costruite così, anche se sigillate dal sacramento del matrimonio, restano comunque povere, non c’è grazia. Non perché lo Spirito Santo non sia stato effuso (è vero anche che tanti matrimoni siano nulli quindi senza effusione di Spirito Santo ma questo è un altro discorso), ma perché il cuore non riesce ad aprirsi per accoglierlo. Pertanto, è essenziale riconoscere l’importanza di aprire il cuore al Signore, permettendo al Suo amore di fluire attraverso di noi nelle nostre relazioni. Solo così potremo godere dei frutti di un matrimonio ricco di grazia e benedizione. Poi non lamentiamoci se il matrimonio non funziona. Dio vorrebbe darci tutto il Suo amore e il Suo Spirito. Non basta però dire di volerlo, è altrettanto importante aprire il cuore con le nostre scelte e con il lavoro quotidiano nella vigna del Padre.

Antonio e Luisa

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Aspetto i tuoi “sì”

Nel Vangelo di oggi, chi fa la migliore figura è il primo fratello, non perché ha detto «no» a suo padre, ma perché, dopo il «no» si è convertito al «sì», si è pentito. Dio è paziente con ognuno di noi: non si stanca, non desiste dopo il nostro «no»; ci lascia liberi anche di allontanarci da Lui e di sbagliare. Pensare alla pazienza di Dio è meraviglioso! Come il Signore ci aspetta sempre; sempre accanto a noi per aiutarci, ma rispetta la nostra libertà. E attende trepidante il nostro «sì», per accoglierci nuovamente tra le sue braccia paterne e colmarci della sua misericordia senza limiti. La fede in Dio chiede di rinnovare ogni giorno la scelta del bene rispetto al male, la scelta della verità rispetto alla menzogna, la scelta dell’amore del prossimo rispetto all’egoismo. Chi si converte a questa scelta, dopo aver sperimentato il peccato, troverà i primi posti nel Regno dei cieli, dove c’è più gioia per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti (cfr. Lc 15,7) (Papa Francesco, Angelus 27 settembre 2020).

Questa diversità di atteggiamenti davanti a Dio è un fedele riflesso di quanto avviene ordinariamente nella coppia stessa. Si sa, spessissimo dovete fare i conti con marce diverse in tante cose e situazioni condivise, anche nella fede. Uno avanti e uno dietro, uno perspicace e intuitivo e l’altro riflessivo e lento, uno si butta in tutto e l’altro non prende iniziative… diversità di modi di concepire l’educazione dei figli, il modo di trattare le rispettive famiglie, di divertirsi, di porsi davanti all’intimità, di usare i soldi, gusti diversi, preferenze e inclinazioni, e così via. Si sa, “l’uomo viene da Marte e la donna da Venere”. E così ci possono essere vari “sì” a parole che diventano dei “no” di fatto, e viceversa, rendendo molto complessa la vita a due nel tempo.

Ciò che risalta però qui non è tanto la diversità – un dato ovvio e scontato – quanto come si pone Dio stesso dinanzi ad essa: usando la pazienza. Infatti, Dio ci aspetta, è paziente, è uno che sta a bussare alla nostra porta e aspetta che Gli apriamo, ma intanto Lui continua imperterrito. E così Lui vorrebbe tanto che la Sua Pazienza fosse anche la vostra. Che duro saper attendere quando l’altro dice “no”! Verrebbe voglia di mandare tutto a quel paese e ripagare con la stessa moneta.

Eppure, pazienza divina è pure “contenuta” nel vostro amore! Ecco la bella notizia: la magnanimità e generosità di Dio è stata comunicata ed effusa anche a voi. Anzi, il vostro amore, la vostra storia, la vostra relazione è stata “assunta” da quella di Cristo per tutta la Chiesa (cfr. Gaudium et spes 48 dice proprio così: “L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”). E quanti “no” Cristo Sposo si è sentito dire dalla Sposa Chiesa ma questo non Gli ha fatto cambiare idea!

Cari sposi, vi invito a considerare questa verità stupefacente e non arrendervi se entra la fatica o lo scoraggiamento per le barriere dei “no” che si possono essere innalzate tra voi. Facendo leva sulla forza divina che è in voi, mantenetevi aperti a quanto il Signore già sta operando nei vostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Quando amiamo qualcuno nonostante le difficoltà o le delusioni, dimostriamo una forma di amore autentico e libero. Questa è la modalità di Gesù, che ci ha amato fino alla croce, nonostante i nostri errori e peccati. Dobbiamo cercare di seguire il suo esempio e di amare gli altri con la stessa misura. In conclusione, nel matrimonio e nelle relazioni in generale, non possiamo obbligare gli altri ad amarci, ma possiamo scegliere di amarli nonostante tutto. Questo richiede impegno, sacrificio e amore incondizionato. Il sacramento del matrimonio ci chiama a vivere in questa modalità di amore, aprendo il nostro cuore e accettando l’altro nella sua interezza.

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Sì all’amore

Cari sposi, anche oggi vorrei rivolgere la vostra attenzione a una coppia che sta camminando spedita verso la gloria degli altari. Si tratta dei coniugi Sergio e Domenica Bernardini vissuti nel secolo scorso ma la cui vita è ancora una potente ispirazione per chi vuol vivere a fondo la vocazione matrimoniale.

Le loro vite promanano non pochi spunti di riflessione ed evidenziano che dal sacramento nuziale sgorga una scuola di fede e di sequela di Cristo (cfr. Familiaris Consortio 51).

Per prima cosa entrambi si domandarono, ciascuno con i suoi tempi e modi, se il Signore li voleva sposi o dediti unicamente a Lui. Sergio rimase vedovo dalla prima unione e venne sollecitato dal parroco ad entrare in seminario ma dopo un attento discernimento trovò nel matrimonio la sua strada. Ebbero una fede concreta e semplice, fatta di lavoro assiduo e di aiuto ai più poveri. Pur se non appartenenti a uno status sociale elevato, si aprirono alla vita confidando nella Provvidenza ed ebbero in dono dieci figli.

Tante braccia, a quei tempi, facevano comodo in casa, eppure Sergio e Domenica rimasero aperti ai disegni di Dio sui propri figli prima dei propri e così otto si consacrarono al Signore nella vita religiosa (cinque figlie entrarono nella Pia Società di S. Paolo e una tra le Ancelle Francescane del Buon Pastore; due figli diventarono sacerdoti cappuccini, uno dei quali, Giuseppe, fu Vescovo di Smirne in Turchia).

Colpisce l’atteggiamento cristiano davanti alla sofferenza ed alle tribolazioni. Sergio in pochi anni perse i genitori, la prima moglie con i figli e il fratello; affrontò la durezza della vita di migrante e le ristrettezze economiche ma senza mai perdere la fede. Ugualmente Domenica, la quale incontrò Sergio dopo il lutto del fidanzato con cui pensava di costruire una famiglia. Vivendo in un contesto politico avverso alla fede, quello del dopoguerra in Emilia, Sergio rischiò addirittura la vita per mano dei comunisti che erano a conoscenza della sua fede e del suo impegno sociale. E così, nella semplicità di una vita fatta di tanto lavoro e di rapporti autentici fuori e dentro al famiglia, i coniugi Bernardini non tardarono nel diventare un faro per tanti che da loro cercavano conforto, aiuto materiale e consiglio.

Chi volesse approfondire la loro vita trova in questo piccolo libro un ottimo approfondimento e spingo vivamente a chiedere la loro intercessione, in particolar modo per le necessità che riguardano il matrimonio e la famiglia.

Padre Luca Frontali

Temete la monotonia? Crescete nell’amore

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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Non si merita il mio perdono

Approfitto di uno dei commenti che mi è arrivato, in seguito al mio articolo di quindici giorni fa sul perdono per scrivere quello di oggi. Mi hanno scritto: “Dopo quello che ha fatto, non si merita il mio perdono”.

Viviamo in una società dove molto (o tutto, tralasciando preferenze/conoscenze) ruota intorno ai nostri meriti e siamo stati anche educati in questo senso: sei bravo e ricevi una ricompensa, sei capace e ricevi una promozione. Anche con i nostri figli facciamo lo stesso: “Se vai bene a scuola, ti faccio uscire o ti compro il cellulare nuovo”, “Se fai questo, andiamo a comprare le scarpe nuove”. Poiché ne siamo immersi, è difficile uscire da questa logica, anche dove non dovrebbe entrarci e cioè nel nostro rapporto con Dio.

Mi accorgo a volte di ragionare così: “Vedi Dio come sono bravo, vado alla messa la mattina, dico le preghiere, vivo in castità, cerco di aiutare gli altri, certamente mi merito tante cose, dalla salute, alla tranquillità economica, pochi problemi qui in terra e poi un giorno la vita eterna….insomma, cosa aspetti a esaudire i miei desideri?”, come se Dio fosse il genio della lampada. Questo discorso è molto lontano dalla fede vera, è un seguire un modo di pensare umano e non “alla Dio”: Dio ci ama indipendentemente dai nostri meriti e dalla nostra condotta, ci ama a prescindere da quello che facciamo, ha cominciato ad amarci prima della creazione delle stelle (è difficile immaginarlo e soprattutto accettarlo, con tutte le miserie che vediamo in noi!).

Faccio un esempio che può far capire meglio: quando mi sono innamorato di mia moglie, non l’ho fatto perché aveva studiato, aveva fatto diverse cose, aveva un titolo scolastico, ma sono stato attratto semplicemente perché era lei, per il suo essere, per la bellezza e la complementarietà che ho visto in lei (essenzialmente ho percepito un dono di Dio, tutto il resto passava in secondo piano, anche l’aspetto fisico, nonostante fosse stata, ovviamente, una ragazza carina).

E questo l’aveva capito molto bene Antoine de Saint-Exupéry che scrive nel Piccolo Principe: “Un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”.

Quindi non si tratta di fare qualcosa per essere amati, di raggiungere dei risultati o degli obiettivi (logica del dare e avere), è esattamente il contrario: dall’amore che Dio ha per me, nasce una risposta di ringraziamento, gratitudine e amore che mi spinge a fare, pregare, comportarmi bene, esercitarmi nel perdono e tutto il resto (dovrebbe funzionare così anche nel matrimonio, tra moglie e marito). Altrimenti l’amore diventa una competizione, anche con noi stessi che ci sentiamo a posto solo quando abbiamo raggiunto ciò che ritenevamo giusto o sufficiente. Con le figlie cerco di trasmettere questo messaggio, anche se è molto complicato in questa fase adolescenziale e quando si comportano male dico loro che sono dispiaciuto, ma anche che continuo a voler loro bene e che so che, se vogliono, possono fare meglio.

Tornando al commento iniziale, non è necessario che una persona si ravveda per avere il nostro perdono, e anche se non se lo merita bisogna perdonare (come Dio mi perdona sempre e non dovrebbe farlo, razionalmente). Infatti perdonare non è un atto d’intelligenza, un ragionamento che mi dice che è giusto comportarsi così, ma è un atto di fede. Non significa cancellare dalla memoria quello che è successo, ma lasciarlo da una parte e consegnarlo a Dio, alla sua giustizia e misericordia. Solo Dio conosce il cuore degli uomini e la loro storia, la misericordia di Dio la gestisce soltanto Lui. Non esiste amicizia, famiglia o fraternità senza perdono, un perdono però di qualità e per questo è così importante imparare a donarlo.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il divorzio nello sguardo di una bambina

Si lo so, lo avete già visto molte volte. Già tanti altri ne hanno parlato sui social e in TV. Tutti hanno voluto commentare e dare la propria opinione anche quando non richiesta. Ecco tra questi ci sono anche io. Proverò a dare il mio punto di vista che spero possa essere interessante e che possa dare una prospettiva in più. Ah non l’ho ancora scritto. Mi riferisco naturalmente alla sorprendente pubblicità di Esselunga.

Il pregio della storia raccontata nel cortometraggio sta proprio nel aver spostato lo sguardo dai due adulti alla bambina. La protagonista è la bambina con tutto il suo carico di sofferenza che si percepisce forte e chiara. I due genitori non fanno mancare attenzioni ed amore alla piccola ma ciò non basta. Anche qui il regista è stato bravissimo a trasmettere il concetto. Ho già scritto anni fa un articolo che si sposa benissimo con il messaggio dello spot.

E’ stato pubblicato uno studio americano. Si tratta di uno studio importante e significativo del Centers for Disease and Control Prevention, un ufficio statunitense che si occupa di prevenzione e malattie a livello federale. Ne è scaturito un quadro chiaro riguardo un aspetto in particolare. I bambini figli di divorziati hanno maggior possibilità di contrarre patologie più o meno gravi. Vengono equiparati, in questa categoria di maggior pericolo, a chi ha subito abusi fisici, emotivi o sessuali, chi ha vissuto la violenza domestica, a chi ha avuto un familiare che ha tentato il suicidio, che è tossicodipendente o che è incarcerato. Isomma, questo studio ha evidenziato quello che già sapevamo: il divorzio è un trauma molto grave paragonabile ai peggiori disastri che un figlio possa affrontare.

Perchè il divorzio è così devastante? Perchè i nostri figli sono nati dal noi. I nostri figli sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi il giorno del matrimonio. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè fino a quando sono stati piccoli hanno consumato il filmino del nostro matrimonio a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restavano affascinati. Vedevano gioia e amore. Vedevano i loro genitori che si volevano e si vogliono bene. Vedevano qualcosa di meraviglioso. E pensavano. Pensavano, e pensano tutt’ora, che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web: Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Complimenti al regista che ha messo in evidenza tutto questo senza tante parole ma con lo sguardo ed il gesto di una bambina ferita.

Antonio e Luisa

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Ricostruire il tempio

Dal libro di Esdra (Esd 1,1-6) Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, e costruisca il tempio del Signore, Dio d’Israele: egli è il Dio che è a Gerusalemme. E a ogni superstite da tutti i luoghi dove aveva dimorato come straniero, gli abitanti del luogo forniranno argento e oro, beni e bestiame, con offerte spontanee per il tempio di Dio che è a Gerusalemme”». Allora si levarono i capi di casato di Giuda e di Beniamino e i sacerdoti e i leviti. A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme. Tutti i loro vicini li sostennero con oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamente.

Il brano che ci viene proposto nella Liturgia ci ricorda che Dio suscita i cuori di chi vuole Lui per portare a compimento i Suoi insindacabili piani. Basta analizzare un poco la storia della Chiesa per accorgersi che tanti santi hanno incontrato all’inizio del proprio cammino grandi prove e/o sofferenze, situazioni che chiameremmo sfortunate sul piano orizzontale, ma lo Spirito Santo sa scrivere dritto sulle nostre righe storte.

Anche questo brano ci conferma che da una situazione problematica, da un nemico il Signore riesce a trarre un bene maggiore per il popolo di Israele, infatti proprio dal conquistatore di Israele, re Ciro di Persia, arriva l’ordine di costruire il tempio di Gerusalemme. E, come se non bastasse, gli abitanti del luogo -probabilmente non israeliti- hanno dovuto aiutare la costruzione con beni e oggetti di varia natura. Il Signore sa essere anche un burlone, perché dapprima sembra lasciar agire il nemico a briglia sciolte, per poi intervenire sul più bello, quando nessuno se l’aspetta, con le vie che non sono mai le nostre misere vie.

Cari sposi, il vostro matrimonio sembra arrivato al capolinea? Forse il Signore ha preparato anche il vostro “Ciro re di Persia” per farvi tornare a Lui. Non tutto è perduto, ricordate che il Signore fa nuove tutte le cose, e le rigenera dal di dentro, le trasforma in una realtà tutta nuova. Certamente non avviene come per magia, bisogna che anche noi ci mettiamo del nostro, è necessario che doniamo ” oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamenteper costruire il nuovo tempio di Gerusalemme che è il nostro matrimonio.

La ricostruzione del nostro tempio non è solo opera nostra -anche se necessaria- infatti: A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme; questo è di grande conforto perché nella ricostruzione non dobbiamo fare affidamento solo sulle nostre misere forze -le stesse che magari ci hanno portato sull’orlo del bàratro- ma abbiamo lo Spirito Santo che lavora dentro di noi se glielo permettiamo, ma poi ci sono i fratelli nella fede che, a vario titolo e a vari livelli, possono lavorare con noi per costruire non un’opera umana, ma il tempio del Signore che è ogni matrimonio.

Coraggio quindi care coppie, non dobbiamo temere di chiedere aiuto, dobbiamo temere piuttosto di non avere abbastanza umiltà per riconoscerne il bisogno. Nessuna coppia ce la farà mai se conta solo sulle proprie forze, i mariti possono aiutarsi ed incoraggiarsi tra loro, le mogli possono ascoltarsi e comprendersi tra di loro, i sacerdoti possono far passare la Grazia dalle loro mani consacrate, inoltre per problemi specifici ci sono cattolici seri e preparati che con la loro professionalità sapranno essere d’aiuto.

Il popolo di Isarele non ha lesinato nell’usare oggetti preziosi, oro, argento, bestiame, ecc… ovvero non hanno badato a spese per ricostruire il tempio, ma non per la gloria di loro stessi, ma per dare gloria all’Onnipotente. Similmente dobbiamo fare noi non per dar vanto di noi stessi ma per dare gloria a Dio che ci ha uniti nel sacro vincolo, sprecheremmo un tale dono solo per superbia, per orgoglio?

Giorgio e Valentina

Qual è il confine tra amare senza conto e accettare che l’altro ci sfrutti?

Ieri c’è stato un commento sotto la riflessione di padre Luca suscitata dal Vangelo domenicale. Ricordate si parlava di misericordia e di misura. Anzi in realtà di negazione di misura perchè l’amore cristiano è senza misura, chiede semplicemente tutto! E qui è arrivata la domanda, anche comprensibile, di una lettrice:

Qual è il confine tra amare senza conto e accettare che l’altro sfrutti ( si, sfrutti ) per la sua pigrizia, il tuo amore?

Proverò a rispondere io, senza la pretesa di aver capito tutto ma con la convinzione che quella sia la strada. Qual è il confine? Il confine non è fuori ma dentro. Il confine non è quello che l’altro fa o non fa. Il confine non dipende dall’altro. Ci sono situazioni simili in cui una persona si sente sfruttata ed un’altra no. Io posso amare senza sentirmi sfruttato sempre. Da cosa dipende allora? Dipende da me. Dipende da quanto la scelta di amare sempre e comunque sia libera e consapevole e non sia piuttosto una scelta subita per paura di perdere la persona che abbiamo accanto o che subiamo per non infrangere una indissolubilità che non capiamo e che viviamo come una condanna.

Per questo il confine è dentro di noi. E’ importante avere una parte di noi dove l’altro non può entrare e non può intaccare quella certezza di essere persone belle e amate. Dove custodiamo la nostra relazione con Cristo. Mi rendo conto che quello che sto scrivendo possa risultare indigesto ma è la sostanza dell’amore cristiano. Ci sono innumerevoli esempi di santi che, seppur non sempre ricambiati nel loro amore, non si sono mai sentiti sminuiti nel loro dono totale, anzi si sono sentiti ancora più in intima unione con Cristo. Mi viene l’esempio di santa Rita che prima di entrare in convento venne data sposa ad un uomo che non la trattò di certo con tenerezza ed amore. Eppure lei con il suo dono quotidiano mai ricambiato riuscì a convertire il marito prima che questo fosse ucciso. Non voglio dire che dobbiamo sopportare situazioni di violenza psicofisica. La separazione in quei casi può essere la soluzione migliore ma senza mai smettere di volere il bene dell’altro.

Io stesso nel mio piccolo devo la mia conversione all’amore incondizionato di Luisa. L’ho raccontato tante volte. I primi anni di matrimonio ho fatto fatica. Mi sentivo incastrato con una moglie e già due figli e non avevo ancora trent’anni. Ho cominciato a trattare con freddezza Luisa. A volte l’ho trattata male. Stavo spesso fuori casa perchè in casa mi sentivo in gabbia. Ecco lei non si è chiesta quanto dovesse ancora sopportarmi. Non ha mai smesso di trattarmi come il marito migliore del mondo e lì ho capito, lì è nata la mia conversione perchè nell’amore di Luisa ho fatto esperienza di quello di Cristo.

Ecco lei non si è mai sentita sfruttata perchè era lei che era libera. Non aveva bisogno della mia conferma per sentirsi bella e degna come solo una figlia di Re sa di essere. Era libera di amare nonostante io le stessi dando davvero poco.

Spero di essermi spiegato. Il limite non dipende quindi dall’altro ma dipende da quanto noi siamo liberi. Libertà che ci può dare solo Dio.

Antonio e Luisa

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Rimandato in matematica

Cari sposi,

Gesù non conosce né finanza né economia. Nella parabola degli operai della vigna, il padrone paga lo stesso stipendio a chi lavora al mattino e a chi inizia a lavorare il pomeriggio. Ha fatto male i conti? Ha commesso un errore? No, lo fa di proposito, perché Gesù non ci ama rispetto ai nostri meriti o per i nostri meriti, il suo amore è gratuito e supera infinitamente i nostri meriti. Gesù ha i «difetti» perché ama. L’amore autentico non ragiona, non calcola, non misura, non innalza barriere, non pone condizioni, non costruisce frontiere e non ricorda offese”. Così affermava il Card. Nguyen Van Thuan nel gli esercizi spirituali predicati alla Curia Romana nel 2000, in presenza di San Giovanni Paolo II.

E in effetti un pochino di mancanza di leggi di mercato ci sta nella parabola odierna, a cui si potrebbe osservare che i dipendenti non hanno letto tutti termini e condizioni del contratto, un po’ come capita a noi quando clicchiamo di acconsentire ma poi non leggiamo decine di pagine di possibili conseguenze. Se confrontiamo il Vangelo in sintonia con le altre letture allora capiamo una cosa: Gesù viene a insegnaci un altro modo di amare. Se è vero che le “sue vie sovrastano le nostre vie” allora iniziamo a comprendere meglio il senso di questa strana “bontà” del padrone della vigna.

Nel fondo Gesù vuole dirci che, quando si ama, le misure non contano, i calcoli non servono, il “do ut des” non funziona più. Come scriveva il giovane teologo Joseph Ratzinger nel 1968, il cristianesimo e Cristo stesso si possono riassumere con la legge della “sovrabbondanza” (Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 1969, pp. 210-211), cioè un Dio che ama fino a perdere tutto di sé per amore.

Guardiamo alla moltiplicazione dei pani e pesci, non solo tutte quelle migliaia di persone ebbero cibo più che sufficiente ma ne avanzò pure! Oppure il segno nelle nozze di Cana consistette in quasi una tonnellata di vino di ottima qualità o la pesca miracolosa che quasi fece affondare le barche di Pietro… ma che bello pensare che Gesù mi sta amando così ogni giorno! E quanto ho ancora io da imparare!

Tra sposi Gesù anela che ci sia questo amore e non lo ve dice da moralista, cioè uno che scaglia ordini e imposizioni dall’alto ma in quanto è Lui che nel fondo anima e guida questo stesso amore. Il Risorto, grazie al sacramento nuziale, cammina con voi, discretamente ma veramente, e ogni giorno vi concede la grazia di donarvi un amore così.

Solo i santi hanno penetrato questo modo di amare che non è più umano ma discende dall’Alto. Santa Teresina di Lisieux vergava così una sua preghiera: “Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, poiché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Ogni nostra giustizia è imperfetta ai tuoi occhi. Voglio dunque rivestirmi della tua propria Giustizia e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Te stesso”. Cari sposi, possiate anche voi donarvi giornalmente il vostro nulla, la vostra finitezza affinché sia Cristo a rendervi ricchi e sovrabbondanti del Suo amore.

ANTONIO E LUISA

Chi è più fortunato? Chi va a lavorare dalla prima ora oppure chi si “gode” la vita e all’ultima ora arriva da Gesù? No perchè sentendo certi amici sembra che lo scapolone che cambia una donna a settimana sia in relatà più ganzo, più furbo. Ma siamo davvero sicuri che sia così? Cosa dice il padrone della vigna agli ultimi che raccoglie? Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Chi sono i fortunati allora? Loro che hanno vissuto una vita senza prospettiva o piuttosto chi lavora nella vigna fin dal mattino? La gioia non viene dai piaceri del mondo ma dallo sguardo di Gesù su di noi e dalla consapevolezza di star costruendo qualcosa di bello nella nostra vita. Dalla capacità di amare, accogliendo sempre più e sempre meglio quella persona che Dio ci ha messo accanto.

Il matrimonio secondo Pinocchio /12

L’inizio del settimo capitolo comincia con la solita satira del Collodi:

Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s’era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento.

Abbiamo già meditato di quanto la risposta del Geppetto assomigli – per non dire che è uguale – a quel: “Io sono – Sono io” più volte presente nella Bibbia, perciò continuiamo tenendo il povero falegname come figura del Padre mentre Pinocchio rimane la nostra controfigura.

Iniziamo con una buona notizia: Pinocchio sente bussare alla porta, ma va oltre poiché nonostante stia ancora sbadigliando domanda “Chi è?“. Molte coppie -ahimé- si accontentano di ciò che dà loro il mondo ed inevitabilmente prima o poi si accorgono del tranello in cui sono cascate – stavano dormendo e russando come Pinocchio – ma quando il Signore bussa alla loro porta, non si scomodano nemmeno per domandare “Chi è ?“. Il buon Dio ha modi e tempi inaspettati e personalizzati per far sentire la propria voce al cuore di ognuno di noi: per alcuni può essere l’invito a partecipare ad un seminario/ritiro al quale si sono liberati proprio gli ultimi posti per l’improvvisa disdetta di qualcun altro, per altri può essere l’occasione di un pellegrinaggio, per altri ancora può essere la predica di un bravo sacerdote ad un funerale o ad un matrimonio, per molti può essere l’aiuto di un vicino di casa, insomma… al Padre non manca la fantasia per bussare. Non è importante la modalità, ma è necessaria almeno la nostra domanda “Chi è?” anche se in realtà scopriamo essere una risposta ad un richiamo.

E non sembra neanche così importante riuscire ad afferrare quella maniglia, basta la volontà di aprirla; infatti il nostro Pinocchio schizza giù dalla sedia dimentico della mancanza dei propri piedi, talmente è tanta l’intenzione di aprire quella porta. Ma Geppetto non si lascerà fermare da nulla poiché legge nel cuore di Pinocchio la voglia di aprire:

[…] – Aprimi! – intanto gridava Geppetto dalla strada. – Babbo mio, non posso, – rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra.[…] Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un’altra monelleria del burattino, pensò bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entrò in casa dalla finestra.

Molti sposi non sanno come rispondere a quel richiamo, a quel bussare… non preoccupiamoci troppo di questo poiché il Padre ci conosce nel profondo, se noi non sappiamo come meglio rispondere ai suoi inviti Lui non ha la pretesa che la nostra risposta sia da manuale, basta l’intenzione forte e decisa, serve quell’entusiasmo di schizzare giù dallo sgabello per correre verso la maniglia. Potremmo essere deficienti dei piedi come Pinocchio, allora ci penserà Lui a passare dalla finestra perché avrà avuto il nostro consenso ad entrare.

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per quel “Chi è?“, non lasciamoci ingannare dalle molte voci che sentiamo fuori dalla nostra porta, solo una è la voce del Padre, con la Sua mano tenera ma decisa che bussa con delicatezza al nostro cuore. Forse non abbiamo le parole giuste, non sappiamo cosa fare perché quel “babbo” lo abbiamo lasciato fuori dalla nostra vita per troppo tempo… non importa; se ci accorgiamo di non avere più nemmeno i piedi per camminare – bruciati nel fuoco del mondo – allora è il momento di tirare l’orecchio, è tempo di svegliarci dal sonno e schizzare giù dallo sgabello – ma si dorme comodi sullo sgabello? – non lasciamoci immobilizzare dalla paura di aprire, Lui non ha paura di entrare nel nostro cuore, nella nostra vita, nel nostro matrimonio… vuole trasformarlo in una casa dove regna l’amore, anzi l’Amore.

Giorgio e Valentina.

Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te

Ieri ho letto un articolo di cronaca su Fanpage. Vi lascio il link. La storia dolorosa di una giovane promessa del calcio inglese. Un giovane uomo morto a seguito di una brutta malattia. Storia che purtroppo è abbastanza comune. Mi ha colpito particolarmente lo struggente messaggio della fidanzata. Nell’articolo potete leggerlo tutto. Io mi soffermo su una frase perché mi permette di mettere in evidenza una caratteristica dell’amore. La giovane fidanzata scrive: Lasciarti andare sarà sempre la cosa più difficile che dovrò mai fare. Buonanotte tesoro, ci vediamo lassù un giorno, ci riuniremo di nuovo tesoro mio e finiremo la storia perché non è ancora finita. Pochi giorni prima della morte il giovane calciatore aveva chiesto alla sua Daisy di sposarlo come a voler dare un respiro eterno a quell’amore che si sarebbe altrimenti spento con la sua vita. Un gesto che significa tanto.

Mi ricorda tanto un epitaffio trovato durante uno scavo archelogico. Un uomo greco del II secolo a.c. lo dedica alla moglie Panthia. Tra le altre cose il greco scrive: Ho seppellito qui anche il corpo di mio padre, l’immortale Filadelfo, e anch’io giacerò qui quando sarò morto. Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te.

Compredete dove voglio arrivare? Due storie lontane nel tempo, due storie nate e vissute in culture che non hanno nulla in comune, due mondi distanti ma lo stesso desiderio del per sempre. Quando una persona ama desidera che quell’amore duri per sempre. Non riesce a mettere limiti temporali o di altro genere all’amore. L’amore è tutto e per sempre o non è davvero amore. Questo è il significato dell’indissolubilità. Questo è il motivo per cui Gesù attraverso la Chiesa ci chiede l’indissolubilità quando decidiamo di sposarci e di rendere santo e sacro il nostro amore. Perchè è un’esigenza dell’amore stesso. Perché una esigenza del cuore dell’uomo. Sarebbe credibile una promessa che recita più o meno così: Prometto di amarti ed onorarti fino a quando non sarà stanco di farlo o troverò chi è meglio di te. Non so voi ma io non mi sentirei amato ma usato.

Oggi le relazioni nascono e muoiono in modo frenetico. Sono fragili e fluide. Il per sempre fa paura e si rifugge. Ma questo significa accontentarsi. Mettere condizioni e confini all’amore significa ridurre l’infinito e chiuderlo nelle nostre povertà e nei nostri limiti. Il nostro cuore anela al per sempre. Anela ad un amore che non finisce. Quella ragazza probabilmente troverà un altro uomo con cui costruirà una sua famiglia. E’ ancora molto giovane. Ciò però non cambia la verità del messaggio. Noi desideriamo il per sempre perchè lì ci sentiamo davvero amati e comprendiamo cosa sia l’amore. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

L’indissolubilità non è quindi una pazza e sadica richiesta della Chiesa che ci vuole incastrati. La Chiesa ci sta dicendo che l’amore per essere tale ci chiede tutto e il tutto contempla proprio tutto anche il nostro futuro.

Antonio e Luisa

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Contemplare per espandere Amore

Ed eccoci arrivati alla quinta lettera della parola CONTEMPLARE, la vocale E, che ci rimanda al verbo ESPANDERE. La parola espandere deriva dal latino ĕxpandĕre, composta da ĕx cioè ‘fuori’ e pandĕre cioè ‘stendere, allargare, diffondere’.

Come ci suggerisce san Paolo nella sua seconda lettera ai Corinzi, ogni cristiano è il buon profumo dell’amore di Cristo, ed in modo particolare noi sposi siamo chiamati ad espanderlo ovunque poiché, per grazia, siamo stati investiti da questa missione. Spetta ad ogni coppia creare la fragranza che lo Spirito le suggerisce: noi lo facciamo mediante la contemplazione della Parola di Dio, che è piena di profumo. Ce lo ricorda il Cantico dei Cantici “aroma che si spande è il tuo nome” (Ct 1,3), ma vogliamo soffermarci su quel versetto del Vangelo di Giovanni che forse potrebbe sembrare un’informazione inutile o scontata “…e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3).

La fragranza del profumo di puro nardo che Maria utilizzò per ungere i piedi di Gesù, quando con Lazzaro e Marta lo accolse nella sua casa, potrebbe essere quella che si respira dentro la nostra piccola chiesa domestica. È il profumo dei piccoli gesti d’amore: non si trattiene ma si espande fin dentro il cuore dello sposo/della sposa, dei figli, rimanendo sempre presente ed enunciando l’alfabeto della bellezza dell’amore divino, più espressivo di qualsiasi parola. È in tal modo che la vita sponsale diviene odorosa, con mille emanazioni, trasuda di Cristo e, come per il profumo, ne basta qualche goccia per riempire la tutta casa.

Ma a che cosa serve una casa piena di profumo? Cosa ce ne facciamo? Che cosa cambia nella storia del mondo un vaso di profumo? il profumo non è il pane, non è l’abito, non è necessario per vivere, ma è gioia, è un dono gratuito. È un di più, come il vino di Cana, il ‘di più indispensabile; il superfluo necessario alla qualità della vita! Il profumo è una dichiarazione d’amore.” (Ermes Ronchi)

Cari sposi è proprio vero che il profumo è una dichiarazione d’amore ma come riuscire a percepirlo anche nei momenti di crisi di una coppia? A tal proposito vi suggeriamo un bellissimo film, che s’intitola appunto “Il dolce profumo dell’amore”, in cui il protagonista, un panettiere, per risollevare le sorti di un’isola, andata in crisi a causa del calo dei flussi turistici, crede nella potenza dell’amore. Infatti è il suo innamoramento per una ballerina che rende il suo pane eccezionale, molto apprezzato non solo dagli abitanti dell’isola, ma anche dai turisti che iniziano ad aumentare proprio grazia al suo pane. In ogni momento di crisi siamo chiamati a ritornare alla fonte dell’Amore di Dio, per alimentare quel bisogno che da sempre abita il cuore dell’uomo: amare ed essere amati.

Vi lasciamo inoltre un altro spunto di riflessione perché crediamo che anche ogni coppia ferita, se accompagnata, può tramutarsi in un “diffusore costante dell’Essenza sposale”. L’incenso, che solitamente viene fatto bruciare durante la preghiera sia comunitaria che personale come simbolo della lode che sale a Dio, è la resina naturale di una pianta che trasuda appunto resine aromatiche. All’interno del suo tronco corrono molti canali resiniferi dai quali stilla, lungo le incisioni praticate dall’uomo in estate e in inverno, il succo bianco e lattiginoso che, allo stato solido, costituisce l’incenso. Quello più pregiato è composto dall’aggregazione di più lacrime. Consegniamo dunque le nostre incisioni, ferite personali e di coppia, a Dio che le guarirà affinché emanino il Suo profumo e, contemporaneamente, affiniamo il nostro olfatto spirituale che secondo il Talmud è l’unico senso da cui l’anima trae piacere, mentre tutti gli altri sensi danno piacere al corpo.

Infatti, secondo i midrashim, l’olfatto fu l’unico senso a non essere stato coinvolto direttamente nel peccato dell’albero della conoscenza. Nel libro della Genesi si dice che Eva “vide che il frutto era buono”, e che Adamo “ascoltò la voce della donna”, e ovviamente, entrambi lo toccarono e se ne cibarono. Ma l’olfatto non ebbe un ruolo diretto in tutto ciò e, grazie a questo fatto, il senso dell’odorato è il più spirituale di tutti i sensi e porta a scoprire il profumo della presenza dello Sposo.

Ad ogni coppia auguriamo di vivere la vocazione matrimoniale “impregnati” del Profumo del Maestro affinché esso si espanda e penetri anche fino all’angolo più nascosto dell’anima di ogni fratello e sorella che incontriamo.

ESERCIZIO PER ESPANDERE AMORE

Poiché l’incontro con Cristo coinvolge tutti i sensi dell’uomo, che devono però essere trasfigurati dallo Spirito santo, ordinati dalla fede e allenati dalla preghiera, proviamo a far ritornare al nostro olfatto due profumi:

– il primo, quel profumo del nostro sposo\a che più ci ha portato gioia (ad esempio il profumo del primo appuntamento, del dopobarba, della cena preparata per accoglierlo dopo una giornata di lavoro, dei fiori ricevuti dal lui\lei, ecc…)

– il secondo, quel profumo che invece ci rimanda a un momento triste che abbiamo vissuto come coppia (ad esempio l’odore che associamo ad un litigio, alla solitudine, ad una malattia)

Fatto ciò, poniamoci davanti alla Parola di Dio che sta nell’angolo di preghiera della nostra casa e, in silenzio, con dell’olio di nardo facciamo un segno di croce sul naso del nostro coniuge affinché le fragranze dei momenti tristi siano trasfigurate in respiri di vita.

Successivamente, accendendo due bastoncini d’incenso diciamo insieme

«Come profumo d’incenso salga a te questa nostra preghiera» (Sal 141,2):

PREGHIERA DI COPPIA

O Cristo, nostro Sposo e Maestro, aiutaci

a non guardare come Giuda il prezzo del nardo, ma a contemplare l’amore di Maria; a non guardare come Giuda il mancato guadagno, ma a gustare il profumo che riempie la nostra casa; a non guardare al costo dell’unguento, ma ad imparare la generosità dell’amore sponsale e dell’amicizia fraterna. A noi hai consegnato un vaso di nardo, 300 grammi di amore: questa vocazione, affinché giorno per giorno, ora per ora, goccia per goccia, come il profumo più caro, imparassimo a versarlo per qualcuno: il coniuge, un figlio, un amico, un povero, la comunità, la Chiesa. Ma prima di tutto lo abbiamo versato su di Te, per sentire il profumo del «più bello dei figli dell’uomo». Ed ora, bruciando l’incenso del nostro amore vogliamo inondare il Tuo cuore della nostra letizia e insieme, tu in noi e noi in te, invaderemo il mondo dell’Essenza sponsale che inspiriamo.

Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Perchè mi arrabbio così tanto? Colpa delle mie ferite

Oggi vi parlo di una grande conquista che sono riuscito ad ottenere solo pochi giorni fa. Dopo 48 anni di età, 21 anni di matrimonio e 4 figli ormai cresciuti. Per dire che non è mai troppo tardi.

Erano i primi giorni di scuola. Quando riesco accompagno io Francesco e Maria perchè il loro istituto è vicino al mio posto di lavoro. Quel giorno Francesco, come accade sovente, aveva perso tempo ed eravamo usciti con una decina di minuti di ritardo. Nella mia città, come penso nella maggior parte delle altre, perdere anche solo dieci minuti può significare restare imbottigliati nel traffico.

Quando mi trovo in questa situazione, e come ho scritto succede spesso, mi arrabbio tantissimo. Perdo il controllo e mi succede di urlare a mio figlio. Sento proprio una forte rabbia e mostro la parte più aggressiva. Francesco ha paura di me quando succede questo e io ogni volta capisco di sbagliare ma ci ricasco.

Detto che lui deve imparare a rispettare gli orari, voglio concentrarmi sulla mia reazione. L’ultima volta che è successo mi sono fermato a riflettere. Mi sono reso conto che la mia reazione in queste occasioni non è proporzionata. Me la prendo troppo. Ho sempre dato la colpa allo stress, all’essere sempre di corsa, ai tanti impegni e preoccupazioni. Ma non è solo quello. Finalmente ho capito. Scoprire che nella sua mancanza di rispetto per gli orari leggo una mancanza di amore è stato un vero e proprio momento di epifania. Mi sono reso conto che, in questa situazione, riemergono le ferite non risolte e i traumi del mio passato. Le nostre esperienze passate possono influenzare profondamente il modo in cui percepiamo le situazioni e reagiamo ad esse. Ed è esattamente ciò che sta accadendo tra me e mio figlio. Capite come le nostre ferite ci influenzano e ci conducono ad atteggiamenti sbagliati? Mi spiego meglio.

E’ una ferita che mi porto dalla mia famiglia di origine, dalla mia infanzia. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre servito in tutto, ma dove sono mancate le parole di incoraggiamento e la tenerezza. Solo rimproveri quando non facevo le cose bene. E così ho imparato a leggere ciò mi accade. Mi do da fare in mille modi per i miei figli, ma non mi viene riconosciuto. Anzi il mio aiuto viene in un certo senso disprezzato da Francesco che non è riconoscente e se ne frega facendo anche tardi.

Questo è ciò che le mie ferite mi fanno pensare e sentire. Ma non è così. Semplicemente Francesco è un tiratardi, è ancora immaturo su tanti aspetti. Finalmente ho capito che quella di Francesco non è una mancanza di amore. Meglio tardi che mai.

Basta poco per disinnescare delle dinamiche malate, basta poco per interrompere quella catena di sbagli che tutti i genitori commenttono. Da oggi sono certo saprò dare il giusto peso alle mancanze di mio figlio. Ho voluto aprire il cuore perchè tutti noi abbiamo delle ferite da disinnescare. Ci sono e ci saranno sempre ma inizieremo una guarigione quando riusciremo a dare loro un nome e non gli permetteremo di guidare le nostre scelte. Non si tratta di giudicare noi stessi come genitori, ma di lavorare su di noi per diventare genitori migliori. Questo processo può richiedere tempo e fatica, ma avrà un impatto significativo sul benessere e sulle relazioni all’interno della famiglia e sulla crescita umana dei nostri figli.

Antonio e Luisa

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L’autorità. Onore e onere.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1Tm 2,1-8) Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche.

In questi giorni la Liturgia propone la lettera a Timòteo, la quale è ricca di suggerimenti ed esortazioni sia per i pastori che per noi pecorelle; in questo brano vogliamo cogliere l’esortazione a pregare per coloro che stanno al potere. E’ interessante notare come la Parola di Dio non rigetti mai l’autorità umana, ma la sproni ad esercitarla nella Verità. Questo accade perché ogni autorità trova il suo principio ed il suo fine nella autorità del Padre, per questo l’autorità umana non viene rigettata né sminuita, ma le viene chiesto di essere conforme alla volontà di Dio.

Un re, un monarca, un capo di Stato è chiamato a governare bene, con rettitudine di intenti, deve verificare che le leggi siano moralmente buone e non disumanizzanti, ed è chiamato a promulgare leggi giuste e non inique, che rispettino una legge che sta più in alto rispetto alle leggi del suo Stato: la Legge di Dio Padre che è una legge che non ha tempo; se agisce così allora usa bene dell’autorità ricevuta ed il Signore lo arma con tutte le Grazie necessarie per portare a termine il proprio compito in mezzo al suo popolo.

Se, al contrario, un capo di Stato promulga leggi inique ed ingiuste, disumanizzanti e contrarie alla Legge di Dio, allora egli sta abusando del potere conferitogli; e questo vale per ogni autorità: il genitore per i propri figliuoli, il nonno per i propri nipoti, l’insegnante a scuola per i propri studenti, il capo-reparto per i colleghi, il dirigente aziendale per i propri sottoposti, il datore di lavoro per i propri dipendenti, ecc… ogni autorità trova il suo principio in Dio e quindi a Lui dev’essere sottomessa.

Qualora l’autorità dovesse imporre un comando immorale ed iniquo, le persone sottoposte non sono tenute ad osservarlo, anzi, sono tenute a disobbedire a tale comando per non offendere Dio:

(Atti 5,29) Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Tutto ciò finora richiamato è un aspetto insito nel quarto Comandamento: onora il padre e la madre. Sul versante educativo quindi vale esattamente per noi genitori ciò che vale per i capi di Stato. Nella storia della Chiesa ci sono stati casi di giovani santi che hanno disubbidito ad un comando iniquo del padre o della madre, l’esempio più eclatante e famoso è sicuramente quello di San Francesco d’Assisi.

Cari sposi, l’articolo di oggi non vuole essere una lezione di teologia morale o simile, ma vuole ricordarci che ogni dono di Dio porta con sé un’onere, se siamo genitori abbiamo una grave responsabilità nei confronti dell’educazione alla fede dei nostri figli, non possiamo disinteressarcene ed esimerci da questo compito relegandolo ad altri per comodità.

Anche gli sposi che non hanno figli naturali hanno un’autorità che va esercitata nel servizio alla santità l’uno dell’altra in primis, ma poi essa si estende nei vari servizi alla Chiesa che insieme decidono di vivere: per esempio verso i figli adottivi o in affidamento, verso i bambini del catechismo, verso i fidanzati dei percorsi pre-matrimoniali, verso gli ammalati che accudiscono, verso i poveri che aiutano, verso i ragazzi che frequentano l’oratorio ove essi operano come educatori.

Il Signore non è geloso né spilorcio nel donare tutti gli aiuti e le Grazie necessarie per esercitare al meglio l’autorità concessa, perciò non dobbiamo preoccuparci dell’aiuto divino poichè è meglio cercare innanzitutto il Regno di Dio, del resto il Signore stesso provvede ai suoi figli così come nutre gli uccelli del cielo.

Coraggio sposi, dobbiamo far di tutto per favorire l’incontro dei nostri figli/ragazzi con Cristo, se incontreranno Lui avremo regalato loro il dono più prezioso.

Giorgio e Valentina.

Il perdono è questione anche di memoria

Oggi vorrei offrire un’ulteriore motivazione per avere misericordia l’uno verso l’altro. Ieri padre Luca ci ha aiutato a capire che sia il perdono che l’amore sono possibili quando noi per primi ci riconosciamo amati e perdonati da Dio. E basta anche solo questo ma c’è dell’altro.

Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita matrimoniale il perdono dell’altro? Quante volte abbiamo ricevuto amore gratuito? Quante volte lui/lei si è donato nel servizio amorevole di ogni giorno? Quante volte ha sopportato i nostri atteggiamenti che non sempre sono stati  amabili e simpatici? Quante volte lui/lei c’era quando avevamo bisogno di una carezza, di una parola o semplicemente di una presenza? Quante volte ci ha ascoltato e sopportato il peso di una difficoltà o di una sofferenza con noi? Facciamo memoria di tutta questa ricchezza che ci è stata donata dall’altro in modo gratuito e per nulla scontato. Facciamo memoria del suo amore fedele. Facciamo memoria di tutto questo per ringraziare. Facciamone memoria per stupirci ancora. Facciamone memoria per quei giorni in cui la persona che abbiamo accanto non sarà così amorevole e così amabile. Facciamone memoria  e troviamo in Gesù e in quella memoria riconoscente la forza per restituire nel presente ciò che abbiamo ricevuto nel passato. Così sarà più facile perdonarci e ci troveremo senza difficoltà l’uno nelle braccia dell’altra in un amore che non può aver paura delle nostre fragilità perchè proprio in quelle fragilità si è perfezionato e rafforzato.

Per spiegare questa verità ho inventato una piccola storia che ho pubblicato nel libro Sposi profeti dell’amore.

Due giovani decisero di sposarsi. Si volevano bene e avevano il forte desiderio di formare una famiglia. Il giorno del matrimonio il sacerdote, che era loro amico e aveva visto il loro amore nascere e crescere negli anni, volle dare loro un consiglio: Cari ragazzi oggi è un giorno di festa e di Grazia. Vi sentite ricchi e grati per il dono che vi siete fatti l’uno all’altra davanti a Dio. Ricordate che ci saranno però periodi di carestia. Dovete fare come Giuseppe il figlio di Giacobbe. Ricordate la sua storia? Quello che fu venduto dai fratelli e finì in Egitto. Ecco, lui consigliò al faraone di far riempire i granai durante gli anni di abbondanza e per questo gli egiziani non soffrirono la fame durante gli anni di carestia. I due giovani si guardarono perplessi senza capire. Il sacerdote cercò di spiegarsi meglio: Il grano che dovete mettere da parte è l’amore che vi date, tutti i gesti di servizio, la tenerezza, la cura, l’ascolto, il sostegno, la complicità, l’abbandono. Insomma, tutto il bene che vi fate. Quando siete particolarmente grati per qualcosa che avete ricevuto dall’altro scrivetelo su un biglietto e mettetelo nel granaio, da parte. Vi tornerà utile. I due sposi non capirono a cosa potesse servire ma decisero di farlo perché dopotutto era una bella cosa. Passarono i mesi e gli anni. Erano arrivati i figli, la quotidianità piena di impegni, la fatica, lo stress. Si erano un po’ persi di vista. Una sera il marito, tornato più stanco e nervoso del solito, tratto particolarmente male la sua sposa, con freddezza e irritazione. Lei si offese, si sentì ferita, e andò in camera. Era lì presa da mille pensieri negativi quando vide la scatola dove conservava i bigliettini con tutti i gesti d’amore ricevuti dal suo amato. D’un tratto capì quello che aveva voluto dire il sacerdote il giorno delle nozze. Iniziò a leggere tutto quel bene che aveva ricevuto e improvvisamente l’offesa ricevuta le sembrò ben poca cosa. Riuscì a darle il giusto peso. Si alzò e andò ad abbracciare il suo sposo.

La nostra storia è un tesoro da non sprecare, l’amore che ci siamo dati in tutti questi anni di matrimonio. Ci saranno periodi di siccità e di povertà anche tra di noi, ma avremo i granai pieni di piccoli gesti messi da parte in tanti anni. Custodiamoli nel cuore e ricordiamoci di attingere ad essi quando ci sentiremo poveri e lontani.

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Si può amare così?

Cari sposi, non è una coincidenza ma una “Dio-incidenza” che scriva queste brevi righe nel bel mezzo del week-end di Retrouvaille.

Questo mi riporta a quando è iniziato per me questo cammino con gli sposi, l’input iniziale provocato proprio dal rimanere sbalordito dinanzi a una testimonianza ascoltata in quel ritiro. La coppia stava condividendo la fase della decadenza della relazione, in cui ci furono più episodi di tradimento e di violenza domestica. Ricordo assi bene il mio stupore commosso nel constatare che, nonostante la durezza e drammaticità del racconto, comunque loro due fossero proprio lì a raccontarlo e da allora mi sono chiesto sempre: “ma si può amare così?” Cioè, può una coppia perdonare così tanto, sopportare tutto quel dolore, arrivare a un tale abbassamento? Non è a rischio la dignità personale?

È esattamente quello che Gesù vuole trasmettere a Pietro con la parabola dei due servitori indebitati. Se traducessimo in Euro i due valori menzionati da Gesù avremmo da un lato i 10.000 talenti che corrisponderebbero circa a 6 miliardi del primo contro i circa 1800 € del secondo!

Ma perché tale sproporzione? Cosa vuole comunicarci Gesù? Che i peccati che commettiamo offendono anzitutto Lui, il Suo Cuore, la sua Bontà infinita. Finché non tocchiamo con mano il senso tremendo del peccato, non ci convertiremo mai: in noi “l’Amore non è amato!”, come gridava san Francesco in lacrime.

Santa Teresa D’Avila partì proprio da qui, è lei stessa a raccontarcelo: “Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più” (Il libro della mia vita).

Capiamo così perché Gesù ci preavvisa che ci vorrà addirittura la Persona divina dello Spirito Santo a convincerci del peccato, cioè a donarci il giusto sguardo su di esso, affinché poi possiamo ad aprirci alla Sua Misericordia. Senza questo convincimento interiore, tutti faremmo la fine del secondo servo, il quale sta a simboleggiare la cecità e chiusura del cuore che dimostriamo nel valutare e soppesare le mancanze altrui piuttosto che piangere e commuoverci per le nostre.

Per voi sposi è fondamentale questo passaggio! Di per sé il matrimonio è un campo di conflitti quotidiani. Ferite piccole o grandi possono essere all’ordine del giorno e se non si vive con la consapevolezza di essere stati redenti da Gesù, di essere stati perdonati sulla Croce una volta per tutte, il rischio di vittimizzarsi e di scaricare sul coniuge tutte le nostre frustrazioni e fastidi è sempre dietro l’angolo.

Concludo con una bella testimonianza di una moglie che nel suo percorso di guarigione di coppia ha incarnato bene l’insegnamento odierno di Gesù: “In un momento ben preciso ho percepito di avere un gran bisogno del perdono, prima di tutto del perdono di mio marito ma anche del perdono di Gesù, che si­curamente tanto avevo fatto soffrire. E quando mio marito mi ha confidato i suoi tradimenti occasionali ho potuto perdonarlo, in quanto ero ormai consapevole che anch’io avevo la responsabilità di non averlo ama­to abbastanza” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, pag. 139).

Quindi, care coppie, potete dirlo con coraggio: sì, si può amare così, come Gesù, perdonando 70 volte sette. Il dono è già nel vostro cuore e lo Spirito vi accompagna senza sosta per aiutarvi a raggiungere la mèta.

ANTONIO E LUISA

Non posso che cofermare le parole di padre Luca. Noi spesso non siamo capaci di rialzare il nostro coniuge. Quando lui/lei sbaglia, quando ci ferisce, quando tradisce il nostro amore noi non siamo capaci di rialzarlo. Facciamo come il servo malvagio. Paga ciò che devi. Non mi interessa ascoltarti, non mi interessa capire, non mi interessa starti vicino. Quante volte davanti all’errore dell’altro lo uccidiamo dentro di noi, non gli permettiamo di rialzarsi, non lo aiutiamo a rialzarsi, ma lo schiacciamo al suolo con la nostra durezza e con la nostra chiusura.

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“Uccisero anche i bambini”

Cari sposi,

            è proprio dell’altro giorno, domenica 10 settembre, una beatificazione senza precedenti nella storia della Chiesa: un’intera famiglia polacca, composta dai genitori e i loro 7 figli, ha raggiunto il penultimo gradino verso la gloria degli altari, per essere stati trucidati tutti assieme il 24 marzo 1944 da soldati nazisti. Erano stati considerati “colpevoli” di aver dato alloggio a due famiglie ebree, i Goldman e i Szall, nella soffitta di casa loro, nel tentativo di preservarli dai campi di sterminio.

È appena uscita la loro storia nel libro “Uccisero anche i bambini”, frutto di un’accurata inchiesta giornalistica compiuta dalla vaticanista dell’Ansa Manuela Tulli insieme con Pawel Rytel-Adrianik, responsabile della sezione polacca di Vatican News e di Radio Vaticana. Vi invito a leggerlo per cogliere tanti dettagli di questa meravigliosa storia di amore, culminata direttamente in Cielo.

Alla celebrazione, avvenuta proprio a Markowa, il loro villaggio natale, non era presente Papa Francesco bensì il Prefetto della Congregazione vaticana delle Cause dei Santi, il Card. Marcello Semeraro. Vorrei estrapolare due passaggi particolarmente significativi della sua omelia:

I nuovi Beati ci insegnano, prima di tutto, ad accogliere la Parola di Dio e sforzarci ogni giorno per compiere la sua volontà. Gli Ulma la ascoltavano come famiglia nella liturgia domenicale e poi prolungavano la sua meditazione a casa, come si evince dalla Bibbia da loro letta e sottolineata”. Questo per dire che non erano persone particolarmente dotte o colte ma vivevano una spiritualità semplice, cordiale, concreta e ordinaria. Ci insegnano ancora una volta che gli Sposi hanno tutti i mezzi per vivere santamente il loro amore reciproco non andando altrove ma vivendo la quotidianità.

Inoltre: “dall’ascolto della Parola del Signore fu plasmato, di giorno in giorno, il loro coraggioso programma di vita. In essi ha operato perfettamente la grazia santificante del Battesimo, dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, fra i quali emerge in maniera evidente la bellezza e la grandezza del sacramento del Matrimonio. Vissero dunque una santità non soltanto coniugale, ma compiutamente familiare”. Ed ecco i vostri grandi aiuti: i sacramenti e la Parola, con cui Gesù si rende presente nella vostra vita a prescindere dall’esserne degni.

Due ultimi dettagli molto belli sono che la loro memoria liturgica è stata fissata nientemeno che il 7 luglio, anniversario del loro matrimonio. Un segno che indica come la Chiesa riconosce nella grazia nuziale il punto di forza per la loro santità.

E in secondo luogo, sorprende particolarmente vedere incluso nei beati anche il più piccolo dei sette figli, senza nome perché morto quando ancora era nel grembo di mamma Wiktoria. La quale, proprio a causa del trauma delle uccisioni a cui assistette, ebbe spontaneamente le doglie al punto che il piccolino nacque solo parzialmente. Notate bene che è il primo feto ad essere dichiarato beato, un’ulteriore conferma della sacralità della vita, anche quella ancora non nata.

Cari sposi, abbiamo una nuova storia straordinaria e al contempo semplice, commovente per l’amore che promana. Un segno indelebile e senza inversioni di marcia che la Chiesa crede in voi, crede nella santità coniugale e familiare. E abbiamo degli amici in Cielo che intercederanno certamente per tutti quegli sposi che vogliono seguire Gesù nella concretezza della propria vita.

Padre Luca Frontali

Cercate un libro per riflettere coi ragazzi sulla sessualità? Ve ne presentiamo uno…

Amore, sesso, verginità. Le risposte (e le domande) che cerchi è un libro che ho scritto e pubblicato per l’editrice Punto famiglia. L’ho pensato soprattutto per gli adolescenti e il mio sogno è che entri nelle scuole (non solo nelle parrocchie, come già succede), perché i fatti di cronaca recenti (penso a Palermo e Caivano, ma non sono certo de casi isolati) ci mettono davanti ad un’emergenza educativa che non può aspettare.

La scuola ha il potere e il dovere di raggiungere i nostri ragazzi più smarriti. Ho concepito questo testo come un percorso a tappe su varie tematiche legate all’affettività e alla sessualità umana. L’impostazione è laica (sebbene alla base ci sia un’antropologia cristiana), proprio perché possa essere adottato anche come strumento di lavoro nelle scuole superiori (o già dalla terza media). Ecco solo alcune delle numerose tematiche che trovate all’interno:

Cosa c’è di diverso tra la sessualità umana e la sessualità nel mondo animale?

Perché abbiamo un corpo sessuato?

Come si origina la vita? Quando avviene il concepimento?

Che cos’è concretamente l’aborto?

Quando una relazione può essere definita “d’amore” e quando invece dell’amore ha solo la parvenza?

Che cosa significa essere vergini e perdere la verginità?

Cosa rende una relazione rispettosa e solida?

Quando è il momento giusto per fare l’amore?

Perché la pornografia fa male?

La peculiarità del testo è che porta i ragazzi a interrogarsi in prima persona. Le riflessioni e le testimonianze proposte sono seguite, infatti, da domande, cui i lettori devono rispondere, riempiendo degli spazi bianchi lasciati appositamente. Quando studiavo al liceo, mi colpiva l’arte della maieutica utilizzata da Socrate: egli era certo che la verità si trovasse già nel cuore umano e sentiva il compito di tirarla fuori, non tanto di inculcarla. Il testo è concepito un po’ nello stesso modo. Sebbene io non abbia la saggezza e l’arguzia di Socrate, credo che il bene sia già presente nell’animo dei ragazzi: compito dell’adulto, dell’educatore, è aiutarlo a scoprirlo. Il libro vuol essere un aiuto in questo senso.

L’educatore, però, deve esserci e non può essere Internet. Una volta intervistai una psicoterapeuta, che mi disse: “Tanti ragazzini ricevono le loro primissime informazioni sul sesso dai coetanei, dai compagni più grandi o da Internet, perché in famiglia non se ne parla. Questo non va bene: il ragazzo in formazione deve avere un adulto di riferimento che prenda l’iniziativa, che vinca l’imbarazzo, che non mostri il sesso come un tabù. Tutto ciò che si vive come un tabù, alla fine, si vive male… Incoraggio i genitori a parlarne, ad ascoltare le domande dei figli! L’adulto deve fare il primo passo, così la figlia o il figlio capisce che non è nulla di scandaloso… è una sfera che fa parte della vita umana!

C’è, purtroppo, la tendenza a non parlare di sesso in famiglia. Ne ebbi la conferma anche da una docente di teologia morale, che durante un corso affermò: “Sono andata a parlare di sessualità e teoria del gender ai seminaristi. Prima di iniziare, ho chiesto loro: ‘Quanti di voi hanno ricevuto un’educazione sessuale in famiglia?’ Erano circa quaranta persone. Hanno alzato la mano in tre…

Non possiamo permettere che l’educazione sessuale ricevuta dai ragazzi sia limitata ai contenuti che trovano su Internet, anche perchè purtroppo sulle reti spesso ciò che trovano è la pornografia. Di recente mi è capitato sottomano un report intitolato “Adolescenti e Pornografia”, dal quale emerge un quadro a dir poco agghiacciante. I dati riguardavano l’America, ma, purtroppo, interpellano anche noi europei.

Da un campione di 1300 ragazzi tra i 13 e i 17 anni, è emerso che ben il 73% degli intervistati (75% dei ragazzi e 70% delle ragazze) usufruisce della pornografia online. L’età media in cui hanno iniziato è di 12 anni, ma vi è anche chi è entrato in quel mondo prima. Molti di loro navigano su questi siti negli orari scolastici. Di coloro che hanno risposto “Sì” alla domanda “Hai guardato pornografia nella scorsa settimana?”, l’80% ha dichiarato di aver assistito a qualcosa che somigliava ad uno stupro, a soffocamento o di aver comunque visto scene in cui qualcuno soffriva durante il rapporto sessuale.

Il fondatore e CEO di “Common Sense Media James Steyer”, nella sua introduzione a questo rapporto, che in lingua originale ha il titolo di “Teens and Pornoography”, ha affermato che i risultati dovrebbero allarmare genitori e educatori, poiché si tratta ormai di un problema di salute pubblica. Altre ricerche parallele, mostrano infatti come il consumo giovanile di pornografia sia associato a: aumento dell’aggressività sessuale, ansia e depressione, problemi di relazione interpersonale, comportamenti sessuali pericolosi.

Non possiamo stare con le mani in mano, mentre i giovani si rovinano il futuro con questa immondizia. Hanno il diritto ad essere educati alla tenerezza, non al possesso e alla violenza. Sesso, amore, corpo, mente, anima: c’è un universo dietro ognuna di queste parole. Eppure, quando si parla di sessualità spesso si pensa che sia sufficiente proporre la contraccezione o i metodi per evitare malattie.

No, non basta distribuire dei condom. Cari ragazzi, meritate un accompagnamento degno di questo nome. Perdonateci se non sempre noi siamo capaci di starvi vicino; se non siamo all’altezza delle domande più grandi e profonde che portate nel cuore. Scusateci, davvero. È che, forse, a volte, noi adulti siamo più smarriti di voi.

Cecilia Galatolo

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La sessualità: un grande dono nel fango

Davanti agli occhi di tanti una pubblicità di una nota marca di abbigliamento: una giovane donna sdraiata a terra, che cerca apparentemente di difendersi dalle richieste sessuali di un giovane maschio, mentre i suoi amici stanno a guardare soddisfatti. Come queste tante altre proposte pubblicitarie, che per fini  puramente commerciali sottolineano l’urgenza del bisogno sessuale, in particolare quello dei maschi, da soddisfare ad ogni costo per raggiungere la felicità insieme a nuovi prodotti di consumo. Per non parlare del mercato pornografico che oggi entra nelle nostre case inavvertitamente attraverso internet. Un’indagine mette in luce come oggi un bambino di 8 anni ha già assistito (senza cercarla) almeno a una scena porno. Sembra quasi impossibile sottrarsi ad un bombardamento continuo, martellante, ossessivo di messaggi implicitamente o esplicitamente sessuali, messaggi che banalizzano la sessualità umana, generano dipendenze e disincanto

 Poi accadono avvenimenti, come i recenti terribili episodi di stupro a carico di ragazzine adolescenti in gran parte ad opera di minorenni (vedi Palermo, Caivano, Trieste, ecc.). Tutta la società sbigottita ( purtroppo solo per alcuni giorni) reagisce alla ricerca delle responsabilità, dimenticando quanto giustamente sottolinea il filosofo Salvatore Natoli: quando c’è una iperstimolazione dei bisogni sessuali, è più difficile riuscire a controllarli e, quando non esiste la possibilità più o meno immediata della soddisfazione, “può accadere – e di fatto accade – che qualcuno si appropri con la forza di ciò che non è disponibile.”

Dobbiamo riconoscere, con onestà, che pur vivendo in un mondo dove si parla con molta più disinvoltura di sesso, siamo  tutti abbastanza impreparati su questo tema cosi affascinante e misterioso. Senza inutili scoraggiamenti, senza dire “ormai e troppo tardi”, tutti possiamo fare qualcosa per formarci e formare e cosi contribuire,  impegnandoci quotidianamente con coraggio e determinazione, ad arginare dal nostro piccolo angolo di mondo, la violenza sessuale, la mancanza di rispetto per le donne, l’ignoranza diffusa dei più elementari principi etici.

Dobbiamo prendere sempre più consapevolezza  che tutti i bisogni del nostro corpo vanno riconosciuti, valorizzati  ma anche  educati. In particolare la pulsione sessuale che contiene in sé una naturale spinta al dono di sé ma anche una forte spinta egocentrica.  Essa è come un fiume in piena che, se non ha degli argini ben definiti,  straripa e si disperde, abbattendo tutto ciò che trova sul suo cammino. Ovviamente se uno nella vita non è educato alla gestione di tutti i suoi bisogni (dalla fame, sete ecc…) non sarà possibile una gestione isolata solo dei suoi bisogni sessuali. Una educatore deve essere sempre capace anche di porre, con dolcezza ma decisione, dei limiti, di dire dei no, per fare indirettamente anche  un’opera di educazione alla sessualità e alla affettività

 In questo discorso i primi protagonisti sono i genitori ma stretti in una forte alleanza con tutti gli educatori presenti nel loro territorio. Nessuno può più dire: siamo impotenti. Si tratta dei nostri figli e delle nostre figlie, dei nostri bambini e bambine, dei nostri giovani travolti da un mondo che ha rubato loro la semplicità, l’allegria, l’innocenza. Oggi più di prima, i genitori devono avere il coraggio di parlare presto, con chiarezza e semplicità di argomenti una volta tabù: differenze sessuali, rapporti sessuali, fecondazione, orientamento sessuale, transgender, ecc. fin dalla scuola primaria, utilizzando  via via le parole più adatte. Ne abbiamo parlato ampiamente in un nostro piccolo libro edito da città nuova Educare all’amore e alla sessualità a cui vi rimandiamo per approfondire. Intanto iniziamo con un no deciso alla  banalizzazione della sessualità, al modo sbagliato con cui ci si approccia ad essa, a quelle modalità che fanno venir fuori solo il suo lato istintivo e non fanno leva sul buono, sul vero, sul bello nascosto in ognuno di noi, anche in chi aggredisce e violenta.

Diceva recentemente p. Francesco ai gesuiti in Portogallo: “Io non ho paura della società sessualizzata, no; mi fa paura come ci rapportiamo con essa, questo sì. Ho paura dei criteri mondani. Preferisco usare il termine «mondani», piuttosto che «sessualizzati», perché il termine abbraccia tutto”.

L’educazione alla sessualità e all’affettività deve partire da un’educazione al rispetto per se stessi e per gli altri,  per arrivare a scoprire la bellezza del maschile e del femminile, creata proprio per raggiungere la pienezza dell’unità, conservando le reciproche differenze.

Ci sembra fondamentale anche aiutare i giovani a crescere nell’autostima, a diventare persone autonome, a non avere continuo bisogno di appoggiarsi agli altri per non cadere. I fatti di cronaca appena citati evidenziano che spesso questi  episodi avvengono in branco; ognuno trova coraggio nell’altro e insieme si fanno cose che da soli non si penserebbe mai di fare. Soprattutto nell’adolescenza la ricerca di un gruppo di amici è un’esigenza vitale. Forse l’antico oratorio non è più di moda ma Don Bosco aveva avuto un’intuizione geniale, oggi  occorre inventarsi qualcosa di nuovo per favorire la grande strada dell’amicizia, tentando e ritentando senza scoraggiarsi, ma fare di tutto perché i nostri giovani siano inseriti in gruppi sani,  ben affiatati e finalizzati a mete non solo consumistiche.

Tra le  ultime cose preziose che Chiara Lubich ci ha lasciato, ci sono degli appunti del 2005, lapidari, che rivelano il suo genio pedagogico e indicano 4 piste indispensabili per ogni  educatore. Ci sono rimasti nel cuore e dicono, se ricordiamo bene, pressappoco cosi: è necessario con i giovani il dialogo, la vita insieme, i rapporti personali perché ogni ragazzo è unico, un ascolto carico di amore.

Ci rendiamo però conto che, soprattutto nella cultura odierna, per fare un bambino l’opera dei genitori non è sufficiente; ci vuole un “villaggio”, ma quando il villaggio è ammalato, allora i guai diventano seri. Occorre con urgenza che anche lo Stato e le varie istituzioni facciano la loro parte per non abbandonare i genitori,  da soli, di fronte al loro importante e logorante compito educativo.

Pensando a Caivano, certo il disagio sociale, la creazione di un ghetto isolato e abbandonato a se stesso, ha peggiorato il quadro. Tuttavia, pur senza voler sottovalutare assolutamente il disagio sociale, ci sembra che il discorso sia più vasto; i ragazzini coinvolti a Trieste non sembra che avessero problemi sociali gravi alle spalle.

Ci troviamo di fronte a una società liquida, che non è più in grado di orientarsi su niente e di trovare le motivazioni dei suoi comportamenti, con una scuola spesso ancora nozionistica, poco attenta ad una reale formazione integrale della persona, dove le ore dedicate alla formazione civica e morale sono pochissime e le ore importanti dedicate all’educazione sessuale diventano, in qualche caso, una serie di nozioni per evitare gravidanze indesiderate o malattie infettive. Ricostruiamo dunque questo villaggio un po’ fragile, valorizziamo tutto il buono che ancora c’è, lavoriamo in rete ma non arrestiamoci mai, anche se a volte gli ostacoli sembreranno insormontabili.

Maria e Raimondo Scotto

Per perdonare? Dobbiamo sentirci perdonati

Oggi continuo l’articolo sul tradimento di quindici giorni fa, oggi provo a balbettare qualcosa in poche righe sul perdono, è un argomento vastissimo e complesso. È davvero difficile perdonare, inutile girarci intorno, specialmente quando veniamo profondamente feriti, come nel caso appunto di un tradimento. Inoltre è un processo che richiede tanto tempo e in alcuni casi credo che non si possa dire di aver completamente perdonato una volta per tutte: infatti molti separati devono continuamente relazionarsi e parlare con il coniuge per la gestione dei figli e c’è sempre il rischio che il risentimento venga a galla, anche solo nei pensieri. Certamente la frequentazione con chi ti ha fatto del male non facilita le cose, ma può essere anche una verifica del livello in cui ci troviamo.

Il perdono, come dice la parola, è un “dono per qualcuno”, ma per chi? A meno che non ci venga richiesto in seguito a un pentimento, agli altri spesso non interessa proprio niente se li perdoniamo oppure no, vedi caso specifico in cui il coniuge inizia una relazione stabile con un’altra persona. Infatti sembra un controsenso, ma perdonare è come un boomerang, i primi che ricevono i benefici siamo noi: quando vivo nel rancore, nel risentimento, non sto bene, non sono in pace e non sono libero, è come avere una catena che mi limita i movimenti. Quando invece scelgo di perdonare mi sento sollevato, e non è che quello che è successo scompare (le ferite della passione di Gesù rimangono), ma viene tutto affidato a Lui, è un peso che consegno e non grava più sulle mie spalle. È un processo che richiede tempo, mi fanno ridere quei giornalisti che, dopo un fatto tragico, vanno dai parenti più stretti, come ad esempio i genitori e chiedono “Lei perdona?”; non sanno minimamente cosa stanno dicendo e quanto può essere intenso un dolore. Non si parla di giorni o settimane, ma almeno di mesi o anni per elaborare e perdonare di cuore. Per perdonare di cuore intendo farlo davvero fino in fondo e non fare finta di niente o più frequentemente perdonare, ma tenere pronte munizioni da scagliare alla prima occasione possibile. Ad esempio, ho un amico che è stato tradito dalla moglie: poi lei si è pentita e sono tornati insieme, ma a distanza di qualche anno lui si è voluto separare, perché non riusciva più ad andare avanti in quelle condizioni, non è stato in grado di perdonare di cuore.

Voglio sottolineare che per un separato, perdonare non significa che deve necessariamente tornare insieme se l’altro/a si pente e lo desidera: è certamente auspicabile, ma ci sono oggettivamente situazioni in cui non è possibile, specialmente se non c’è una fede che accomuna e un desiderio di camminare insieme. Aggiungo che dare il perdono di cuore non vuol dire mettersi in una posizione d’inferiorità e autorizzare l’altro a fare quello che vuole nei nostri confronti, trattarci male o umiliarci, sono due cose molto diverse: la nostra dignità non deve assolutamente permettere agli altri di continuare a ferirci e quindi vanno messe in atto tutte quelle azioni necessarie affinché ciò non accada.

Perdonare è molto difficile, non a caso nel Padre Nostro ci impegniamo a perdonare, ovviamente con il Suo aiuto, ma subito prima chiediamo di essere noi perdonati per primi: ecco, qui credo che sia il centro della nostra capacità di perdonare.

È vero che oggettivamente un tradimento è un peccato molto grave e che ognuno si assume la responsabilità delle proprie azioni sulla terra e in cielo, ma chi durante la giornata non fa dei piccoli tradimenti verso gli altri e verso Dio? In famiglia, al lavoro, con gli amici siamo sempre impeccabili, disponibili, altruisti, amabili e parliamo con amore? Io assolutamente no! Il sentirsi sempre debitori (anche solo per ogni nostro respiro, che non è scontato e su cui non abbiamo il controllo) e sentirsi perdonati ogni volta che pecchiamo sono la partenza per perdonare gli altri. Chi si sente “a posto”, chi pensa che “non fa nulla di male” e chi crede di avere la coscienza pulita, difficilmente riuscirà a perdonare. Inoltre tante volte non riusciamo prima di tutto a perdonare noi stessi, ci facciamo prendere dai sensi di colpa, oppure riteniamo che valiamo poco e non ci “meritiamo” il perdono. Ecco, alla fine tutto si riconduce al rapporto con noi stessi e a quello che abbiamo con Dio: diventano il pozzo da cui attingiamo per perdonare gli altri.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)