Cercate Dio e troverete la vita. Cercate Dio e troverete la felicità!

Ho trovato questa bellissima lettera del vescovo di Salerno per il Natale. Volevo condividerla con tutti voi.

Quando viaggio, mi piace fermarmi e guardare dall’alto i meravigliosi panorami della diocesi che il Signore mi ha affidato.  Ci sono delle zone dalle quali si può vedere lo spettacolo della natura e anche le opere che, nei secoli, l’uomo ha costruito per rendere più vivibile e bello il nostro territorio. E’ quello che dovrebbe fare il Vescovo: l’etimologia della parola, episkopos, significa proprio “colui che guarda dall’alto”. Quando è buio, si vedono le luci che illuminano le strade e l’interno delle case. Mi piace immaginare le famiglie che si ritrovano dopo una giornata di studio e di lavoro. Quali sentimenti, quali emozioni si condividono? Qual è l’atmosfera che si respira in casa? Energia, delusione, felicità, preoccupazione, condivisione, indifferenza? Se i sentimenti si potessero vedere, la diocesi si illuminerebbe di tanti colori.  C’è la soddisfazione per un figlio che ha superato un esame e si avvicina alla laurea. Che bel traguardo avere un figlio laureato! Ma questa gioia è accompagnata dalla preoccupazione: troverà lavoro? Ci sono le case in cui ciascuno trascorre la serata scorrendo lo schermo del proprio telefonino mentre il bimbo si è impossessato del tablet, come fa sempre. C’è la sposa che, invece di dormire, veglia e guarda il marito immerso nel sonno, chiedendosi se la ama ancora, visto che ormai lo sente distante, preso ogni giorno di più da se stesso e lontano da quelle attenzioni che aveva per lei qualche tempo prima. Una foto da sposi, con i volti raggianti, è sul comò, a pochi passi da loro. C’è la giovane coppia di sposi che ha iniziato da pochi giorni la vita nuziale. Si divertono  a preparare insieme la cena. Nel salone hanno solo la tv e un vecchio divano. Vicino alla parete ci sono gli scatoloni dei regali ricevuti: li svuoteranno in futuro, quando avranno i mobili. Ma il loro amore riempie tutto di bellezza e di speranza. C’è il marito che ha nascosto la lettera di preavviso di licenziamento perché non ha il coraggio di mostrarla. Prima ha taciuto per non rovinare il fine settimana: ieri la figlia compiva 15 anni, oggi il figlio più piccolo è così felice… Forse domani dirà la verità e sarà un brutto momento per tutti. C’è un neonato che piange, come fanno tutti i neonati. I genitori sono esausti, ma la gioia di occuparsi di lui, condividendo veglie e fatica, aiutandosi l’un l’altra, è una soddisfazione profonda che ripaga ogni difficoltà.  Se la gioia e il dolore hanno sempre accompagnato la vita familiare, dovrebbero essere proprio gli affetti a rendere meno pesanti le immancabili sofferenze e preoccupazioni. La coppia nasce per affrontare la vita insieme, scambiandosi amore, sostenendosi nelle fatiche. Ma a volte queste sono così pesanti che – anche in due, anche con tanto amore – non si riescono a sopportare. Papa Francesco – proprio in questi tempi in cui si dice che la famiglia è in crisi – ci parla di amore familiare e di felicità. “Amoris Laetitia” (la gioia dell’amore) è il titolo dell’esortazione apostolica che ci ha donato, dopo due lunghi lavori sinodali sulla famiglia. Nel testo, il Papa non nega le difficoltà che affronta oggi la famiglia, ma invita a guardare  avanti con fiducia: «(…) Malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa. Come risposta a questa aspirazione l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia.» (Amoris Laetitia, 1) Allora ci chiediamo: noi cristiani come possiamo contribuire a rendere più belle le relazioni familiari e più lieta la vita degli sposi? Come questi possono continuare o tornare a sperare nel futuro, a desiderare il concepimento di nuove vite? Come svegliarsi ogni mattina con il desiderio di riempire la giornata con qualcosa di interessante da costruire? Il Natale si avvicina e tutti contempleremo l’incarnazione del Signore. Incarnazione vuol  dire che Dio ha condiviso ciò che siamo e ciò che viviamo. Sensazioni, sentimenti, bisogni, tutto è bello perché Dio lo ha vissuto. La vita familiare è fatta di concretezza: tre pasti da preparare ogni giorno, letti da rifare, regali da scartare, pannolini da cambiare, feste di compleanno, vaccinazioni, cambi di stagione, film da vedere insieme, incontri con i docenti, assicurazione della macchina. È necessario e bello che la famiglia si dedichi alla cura di se stessa. E’ il compito principale di tutti e due gli sposi. Viene prima di ogni altra cosa e non può essere sostituito da altre attività pur significative, come il volontariato o l’apostolato in parrocchia. Avere cura della propria sposa o del proprio sposo, avere a cuore i sogni dell’altro, ricordare quanto si è promesso, è un percorso da vivere insieme. L’espressione “Sono stanco/a di essere solo/a  nel tirare la carretta” indica un modo di vivere la famiglia generoso ma sbagliato: si deve portare il peso in due. Ogni coppia deve evitare che gli anni passino senza impegnarsi nell’ascolto e nella comprensione dell’altro. E’ compito della Chiesa spiegare bene cos’è il matrimonio, cosa implica, come cambierà la vita una volta sposati. Dobbiamo essere sempre più preparati e aggiornati su questo tema, perché capire bene il matrimonio è importante per la sua riuscita, per la felicità. Non c’è una ricetta unica per tenere unite le coppie. Ci sono consigli, iniziative utili, percorsi efficaci di accompagnamento, che anche in diocesi sono attivi, ma la prima risorsa è la Grazia del sacramento. Nessuna coppia sposata nel Signore può dire, nelle difficoltà di relazione o nelle questioni educative: “Dio mio, Dio mio perché mi hai  abbandonato!” (Mc 15,34) Ogni coppia nasce in un modo diverso. È dolce ricordare come ci si è conosciuti e innamorati. Ma quella che può sembrare una scelta umana è un disegno di Dio. Ogni coppia è un’idea, un progetto del Creatore per la felicità dei partner. Dio ha voluto le coppie e Dio le conduce per mano custodendole per sempre. Sono convinto che «chi vive intensamente la gioia di sposarsi non pensa a qualcosa di passeggero», perché «nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo.» (AL, 123) Gesù conosceva le difficoltà della coppia. Sapeva che può essere difficile rimanere fedeli ad una persona per tutta la vita. A motivo di questo, la legge di Mosè prevedeva il ripudio, il divorzio, che poteva decidere solo il marito. Gesù ristabilisce l’indissolubilità del matrimonio, ma non abbandona la coppia: la fortifica con la sua Grazia, quella Grazia che viene donata ogni volta che si celebra questo sacramento. In ogni celebrazione del matrimonio c’è tanto da guardare: location, vestiti, fiori. Tuttavia, la vera potenza del matrimonio è il fiume di Grazia che avvolge gli sposi e li accompagna per tutta la vita. La Grazia è l’amore di Gesù che fortifica quello degli sposi. «Molti – scrive il Papa – stimano la forza della grazia che sperimentano nella Riconciliazione sacramentale e nell’Eucaristia, che permette loro di sostenere le sfide del matrimonio e della famiglia.» (AL, 38) Cari sposi cristiani, siete forti! Avete la forza  per vivere sempre insieme, per educare bene i vostri figli, per essere felici e rendere felice chi vi sta accanto. Siete un tutt’uno con la Chiesa, che si fa vostra appassionata compagna di viaggio. A volte anche noi credenti – afferma Papa Francesco – “abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario.” (AL, 36) La perfezione non esiste, siamo tutti in  cammino, fragili, con una dose di egoismo e di incapacità, di buona volontà e impegno. Sappiamo che non esistono le famiglie perfette proposte dalla pubblicità; chi si crede perfetto, in qualunque condizione sia – sposato, consacrato, vescovo – tende a giudicare con durezza la fragilità e il percorso di vita altrui. Fare così è davvero sbagliato! Tante coppie della nostra diocesi vivono insieme, si amano profondamente, alcune hanno anche messo al mondo dei figli, ma non sono sposate. Quando due persone si amano è bello, perché ogni atto d’amore vero ci fa sentire Dio più vicino. Io invito queste coppie a venire in Chiesa, ad incontrare i sacerdoti, a mostrarci la bellezza del loro amore e, chissà, un giorno, come molti stanno già facendo, a ricevere il sacramento del  matrimonio. Il Papa invita i credenti a guardare le coppie che si trovano in “situazione imperfetta” davanti al Magistero della Chiesa, così come le guarderebbe Gesù. “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni.” (AL, 79) C’è sempre una strada da percorrere per salvare ogni matrimonio. Si può ricucire il tessuto strappato, si può aggiustare ciò che si è rotto; ci sono specialisti che lo sanno fare bene, ma è compito di tutti noi favorire le unioni, portare unità, invitare al perdono, incoraggiare al sostegno. Lo chiedo soprattutto a chi ha alle spalle un’unione solida e a chi ha nel cuore un desiderio di amore e unità. Quanti nonni possono lavorare per l’unità delle giovani coppie e non – invece  – collaborare alla loro distruzione! Non lasciamo morire le nostre famiglie! Ogni anno nei giorni di festa di Natale pensiamo – e facciamo bene a farlo – a come addobbare gli ambienti e a cosa mettere da mangiare sulla tavola. Fermiamoci a pensare: cosa possiamo fare per rendere più unite le nostre famiglie? Come possiamo aiutarle, anche concretamente, a seconda delle nostre piccole o grandi possibilità? Proviamo a fare una lista scritta di piccole belle azioni: sarà un “menù” di felicità da diffondere, in cui più “portate” ci saranno, più bella sarà la festa. «L’indebolimento della fede e della pratica religiosa in alcune società ha effetti sulle famiglie e le lascia più sole con le loro  difficoltà. (…) Una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni. C’è anche una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica che spesso finisce per schiacciare le famiglie. […] Spesso le famiglie si sentono abbandonate per il disinteresse e la poca attenzione da parte delle istituzioni.» (AL, 43) Cari amici, è appena terminato il Giubileo della Misericordia. Continuiamo tutti a vivere la carità di cui abbiamo tanto parlato e che abbiamo cercato di attuare! Manteniamo e incrementiamo l’attenzione e l’aiuto concreto verso l’altro. Il Signore ammira chi dà, anche se è poco ma è tutto ciò che ha. Aiutiamo le famiglie, gli sposi, chi si occupa di un  familiare disabile, ammalato, molto anziano, chi educa i figli in questa società difficile, chi lotta per avere da mangiare. Tutti possiamo e dobbiamo fare la nostra parte, magari con poche risorse ma con tanta umanità. All’inizio della lettera parlavo dello sguardo del vostro Vescovo. Ora vorrei che sentiate su di voi ciò che conta davvero: lo sguardo di Gesù. Egli vi guarda con amore, vede nella vostra casa, ama la vostra gioia, ama ciò che siete e ha nelle sue mani la vita di tutti, soprattutto quella di chi è più fragile. Seguite i pastori verso la grotta della Natività, cercate Dio e troverete la vita. Cercate Dio e troverete la felicità!

Luigi Moretti Arcivescovo.

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