La vie di Chagall. Nel mondo ma non del mondo.

Quest’opera di Chagall è difficile da comprendere. E’ difficile in apparenza almeno, per chi la accosta con uno sguardo superficiale. Fermatevi qualche minuto in sua contemplazione e potrete comprendere qualche cosa in più. Io metterei un sottotitolo a quest’opera: Nel mondo ma non del mondo.

Guardate bene. Gli sposi hanno i piedi ben radicati in città. Una metropoli. Si tratta di Parigi. E’ ben riconoscibile la Tour Eiffel. Ma ci torneremo. Volgete lo sguardo all’estrema destra del quadro. C’è un’altra coppia. Sono gli stessi sposi che stanno osservando dall’esterno la loro relazione. La donna, che ci arriva sempre prima, tiene le braccia cinte alle spalle dell’uomo. Come a volerlo trattenere. Trattenere con le sue armi, con dolcezza e accoglienza. L’uomo si lascia vincere. Lei gli sta sussurrando: ammira quello che siamo. Lui ha una tavolozza in mano. Come ad evidenziare che, rapito da quella bellezza che sta contemplando, troverà il desiderio di costruire e perfezionare ancora con più decisione il suo matrimonio e la santità della sua relazione. L’uomo ha bisogno della donna per entrare in questa ottica. Almeno questo è quello che ci dice Chagall. Cosa stanno contemplando? La loro è una relazione radicata nella società, nella loro città. Hanno i piedi ben piantati a terra. Non sono spiritualisti fuori dal mondo. Per questo rischiano di essere confusi, illusi, distolti dalla autentica verità e dall’autentico amore. Mille luci, mille voci, mille promesse, che invitano ad un piacere immediato. Quante coppie saltano perchè uno dei due non è capace di perseverare e si lascia corrompere da tutto ciò che il mondo offre. Senza capire che tutto ciò che del mondo gli serve per essere davvero felice e santo è in quella relazione che sta abbandonando. Questi sposi non fanno questo errore. Hanno i piedi radicati nella città, ma le loro figure si innalzano verso il cielo. In alto c’è il sole. Il sole che è Dio. Il Dio cristiano in questo caso. C’è infatti il pesce. Pesce che è un tipico simbolo paleocristiano usato per indicare il Cristo. Quello rappresentato nell’opera, non è un Dio statico. Non è un Dio che sta nel cielo immobile. Si muove, come in un vortice per attirarci a lui. La forza dell’amore, della misericordia, della verità, della Parola. La forza di un Dio che non si stanca mai di cercarci e di chiamarci a lui. All’estrema sinistra c’è invece una macchia scura. Gli sposi sono al centro tra il sole e la macchia scura. La macchia scura indica il male. Indica la tenebra. L’incapacità di farsi dono e di credere nella bellezza di un amore autentico. Indica il fallimento, la divisione. L’eterna lotta tra il bene e il male. Gli sposi non ci cascano. I loro visi sono voltati verso il sole. Non guardano però il sole direttamente. Sarebbe troppo accecante. Ma attraverso la luce di quel sole si guardano l’un l’altro. Sono così vicini ed uniti che formano una sola figura. Figura che mantiene la distinzione tra l’uomo e la donna ma che assume un contorno dato dall’unione dei due. Una coppia così è feconda. Fecondità ben rappresentata dal bambino che sta esattamente al centro dei due, seppur mantenuto solo dalla madre. Un ultimo dettaglio importantissimo. I due sono sotto un baldacchino. Significa che sono protetti dalla Grazia di Dio. La coppia di sposi che si affida al Signore non ha nulla da temere. Nessuna situazione della vita potrà dividerli. Il baldacchino racchiude come in un piccolo recinto i due sposi. Quello è il sacer. Nessuno può entrare. Quello è terreno sacro. E’ quel noi della coppia che benedetto da Dio nel sacramento del matrimonio non appartiene più al mondo. Diventa divino. Diventa proprietà di Dio. Diventa casa di Dio. Rompere quel sacer significa rubare a Dio. Ricordiamolo bene.

Antonio e Luisa

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