I wanna Know what love is….

Un piccolo spaccato di vita familiare, a cui ho dato il titolo di una canzone del 1983 auto confessando una certa età, inizia così: è martedì dopo Pasqua, sono le nove, stiamo per andare a Cattolica all’incontro nazionale dell’Intercomunione delle famiglie, quindi sono in ferie, Valeria è fuori per commissioni e la casa è a posto. Cioè magicamente si verificano tutte le condizioni necessarie per godermi un’oretta abbondante di divano / tablet / wifi. Quasi tutte le condizioni… La figlia grande urla dalla camera «Babbooooo, mi insegni a suonare la chitarraaaaa?» al che il figlio un microsecondo dopo ribatte «ee la insegni anche a meeeee?» faccio un’espressione tipo Ollio con la torta in faccia, sospiro guardando con tristezza il divano e dico «Ochèiiii, prendetele e portatele di quaaaaa», la figlia piccola viene silenziosa, i due chitarrodotati imbracciano gli strumenti (miei) e cominciano a far vibrare questa mattina festiva ma, no, non sono proprio “good vibrations” anzi, cominciano a litigare perché la chitarra elettrica non amplificata si sente poco, inoltre si susseguono a raffica le richieste di attenzione: lui è mancino e insiste per suonare al contrario, lei vuole che le mostri come si fa il “LA triste” (nuovo nome del LA minore), lui vuole che gli insegni “TA – TTA – TAAAAAN, TA – TTA – TATTAAAN” (il rif di Smoke on the water) e altre rumorose amenità. In tutto questo delirio la figlia piccola, che normalmente pianterebbe un casino micidiale perché lei è rimasta senza chitarra, prende un foglio e dice «Ora scrivo una canzone e poi te ci metti la musica», avrei già dovuto ringraziare il cielo lì per lì per aver scampato il confitto, ma il bello sarebbe venuto dopo. Mentre continuo a passare da una chitarra all’altra, vedendo svanire pian piano l’immagine di beatitudine divanesca, la piccola arriva sorridendo con il suo foglietto in mano, mi dice «Ora dovresti provare a metterci la musica così poi la canti a mamma», così prendo una chitarra, il foglietto e senza pensarci troppo butto giù qualche accordo (anche il LA triste, ormai era nell’aria) e canto quello che c’era sul foglio. Silenzio. Tutti mi ascoltavano meravigliati (anch’io francamente) era BELLISSIMA! Era sì il testo di un’ottenne, ma conteneva una dolcezza e un sentimento tanto autentici che avrei potuto cantarla a Valeria senza la minima traccia di umorismo, intendendo davvero ciò che dicevano quelle parole. Era una vera canzone d’amore. Avrei dovuto già dovuto ringraziare il Signore lì per lì, ma ci è voluto qualche giorno per capire cos’era davvero successo: la piccola non aveva solo chiesto di fare una cosa carina tra babbo e mamma aiutandomi con una fortunata ispirazione, lei mi aveva fatto una richiesta molto più profonda ed elevatissima, mi aveva chiesto di mettere in pratica un compito fondamentale degli sposi: essere esempio visibile, tangibile, concreto dell’amore di Dio. Lei aveva dato ascolto al suo piccolo cuore già assetato di amore, del grande amore, quello che abbiamo tutti nel nostro cuore di bambino; aveva tradotto in parole quello che pensava giusto che uno sposo dicesse alla sua sposa amatissima e mi aveva in pratica chiesto « Voglio sapere cos’è l’amore e voglio che tu me lo mostri». Non ho ancora cantato a Valeria, ora che ho un buon testo e so quanto è importante voglio trovare il momento giusto, dovrà esserci anche la piccola, così potrò dirle: «Vieni a vedere, è così che lo sposo può cantare alla sua amatissima sposa quella bella canzone che fa così…

Ranieri Gracci

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