Prima di agire, fermati

«Va’, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, non mangiate e non bevete per tre giorni, notte e giorno. Anch’io con le mie ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge. Se dovrò perire, perirò» (Est 4,16).

Prima di agire, fermati: il discernimento non elimina la prova, ma ti rende libero di affrontarla senza lasciare che paura, rabbia e ferite decidano al posto tuo. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester ha ormai compreso ciò che deve fare. Le parole di Mardocheo l’hanno raggiunta nel profondo: forse è diventata regina proprio per un tempo come questo. La vita del suo popolo è minacciata e lei non può più restare nascosta nel palazzo. Dovrà presentarsi al re senza essere stata convocata, sapendo che questo gesto potrebbe costarle la vita. La decisione è presa, ma Ester non agisce immediatamente. Non si lascia trascinare dall’agitazione, dalla paura o dall’urgenza. Prima di entrare dal re, chiede a Mardocheo di radunare tutti i Giudei presenti a Susa e di digiunare per lei per tre giorni e tre notti. Anche lei e le sue ancelle faranno lo stesso.

Questa sosta non è una fuga dalla responsabilità. Ester non sta cercando un pretesto per rimandare. Al contrario, proprio perché ha deciso di agire, sente il bisogno di preparare il proprio cuore. Non vuole affrontare il re soltanto con le proprie forze, reagendo sotto la pressione degli eventi. Desidera entrare in quella situazione con una libertà interiore che in quel momento ancora non possiede pienamente. Il digiuno crea uno spazio. Interrompe il ritmo abituale, ridimensiona i bisogni immediati e ci ricorda che non siamo onnipotenti. Ester è regina, ma sa di non poter salvare da sola il proprio popolo. Ha una posizione privilegiata, ma non può controllare la reazione del re. Può scegliere di presentarsi davanti a lui, ma non può stabilire in anticipo quale sarà l’esito.

Fermarsi significa accettare di non avere tutto sotto controllo. Nella vita di coppia, invece, spesso reagiamo proprio perché non sopportiamo questa sensazione d’impotenza. Quando ci sentiamo feriti, ignorati o minacciati, avvertiamo il bisogno di fare subito qualcosa. Vogliamo chiarire immediatamente, ottenere una risposta, costringere l’altro a riconoscere il proprio errore. Temiamo che, se non interveniamo subito, perderemo il controllo della situazione. Così pronunciamo parole che non avremmo voluto dire. Inviamo messaggi scritti nella rabbia. Trasformiamo una domanda in un interrogatorio. Pretendiamo di risolvere in pochi minuti questioni che si sono formate nel corso degli anni. Oppure reagiamo chiudendoci, allontanandoci e punendo l’altro con il silenzio.

Fermarsi non significa ignorare il problema. Significa evitare che sia la parte più ferita di noi a decidere come affrontarlo. L’Analisi Transazionale ci aiuta a riconoscere che non sempre rispondiamo alla situazione presente per ciò che essa realmente è. A volte una parola del coniuge riattiva esperienze molto più antiche. Un ritardo può essere vissuto come un abbandono; una critica come la conferma di non valere; una richiesta come un tentativo di controllo. Il nostro Bambino ferito prova paura, rabbia o vergogna e cerca immediatamente di difendersi. Oppure prende il comando il nostro Genitore Critico, che giudica, accusa e stabilisce chi ha ragione e chi ha torto.

In questi momenti la reazione è rapida, automatica e spesso sproporzionata. Non stiamo più incontrando soltanto nostro marito o nostra moglie: stiamo rispondendo anche alle voci, alle paure e alle ferite della nostra storia. Uscire dalla reattività significa permettere allo stato dell’Io Adulto di tornare presente. L’Adulto non cancella le emozioni e non ci chiede di diventare freddi. Le ascolta, ma non consegna loro il governo delle nostre azioni. Si domanda: «Che cosa sta accadendo davvero?», «Quali fatti conosco e quali sto immaginando?», «Che cosa provo?», «Quale ferita si è riaperta?», «Che cosa desidero ottenere da questa conversazione?». Tra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio. Il discernimento abita proprio quello spazio.

Ester avrebbe potuto precipitarsi dal re dominata dal panico. Avrebbe potuto accusarlo, implorarlo in modo confuso o rivelare impulsivamente tutto ciò che sapeva. Invece digiuna. Non perché il tempo non sia importante, ma perché ciò che deve compiere è troppo importante per essere affidato all’impulso. Anche nella coppia ci sono momenti nei quali abbiamo bisogno di dire: «Questa cosa è importante e desidero affrontarla, ma ora sono troppo agitato. Fermiamoci e riprendiamola quando saremo capaci di ascoltarci». Questa frase non deve diventare un modo per evitare il confronto. La pausa deve avere un tempo e un ritorno: «Ne riparliamo questa sera», oppure: «Prendiamoci un’ora e poi torniamo qui».

Il silenzio del discernimento è diverso dal silenzio punitivo. Il silenzio punitivo allontana e lascia l’altro nell’incertezza; quello del discernimento prepara un incontro. Il primo vuole far soffrire, il secondo vuole impedire che la sofferenza produca altra sofferenza.

Per noi cristiani fermarsi significa anche fare spazio a Dio. Può voler dire pregare, sostare davanti al tabernacolo, aprire la Scrittura, chiedere consiglio a una persona saggia o rinunciare per un tempo a ciò che crea rumore dentro di noi. Non sempre riceveremo una risposta immediata, ma potremo ritrovare la giusta disposizione del cuore. Il discernimento non serve a trovare una soluzione che non costi nulla. Dopo tre giorni di digiuno, Ester non scopre una strada priva di pericoli. Dovrà comunque entrare dal re e rischiare la vita. La preghiera non elimina la prova, ma la rende capace di attraversarla senza essere dominata dalla paura.

Anche noi qualche volta preghiamo sperando che Dio cambi subito il coniuge, risolva il problema o ci eviti una conversazione difficile. Il Signore, invece, può usare quella sosta per cambiare prima di tutto il nostro sguardo. Forse ci farà comprendere che dobbiamo chiedere perdono. Forse ci mostrerà che dietro la rabbia dell’altro si nasconde una sofferenza. Forse ci darà il coraggio di stabilire un limite necessario o di dire una verità che abbiamo taciuto troppo a lungo.

Il digiuno di Ester non è soltanto individuale. La regina domanda che tutto il popolo digiuni con lei. Sa di avere bisogno del sostegno degli altri. Anche una coppia non dovrebbe affrontare sempre da sola le prove più grandi. Esistono momenti nei quali è necessario chiedere la preghiera di una comunità, il sostegno di una guida spirituale o l’aiuto competente di un professionista. Chiedere aiuto non significa ammettere il fallimento del matrimonio, ma riconoscere che la comunione ha bisogno di essere custodita.

Prima di agire, dunque, fermiamoci. Non per paura, non per rimandare all’infinito e neppure per sottrarci alle nostre responsabilità. Fermiamoci per distinguere la realtà dalle nostre interpretazioni, il bisogno autentico dalla pretesa, la verità dall’accusa, la voce di Dio dal frastuono delle nostre ferite. Ester entra nel digiuno impaurita e ne esce decisa: «Se dovrò perire, perirò». Non controlla più l’esito, ma ha scelto come vivere ciò che l’attende. Questa è la libertà che nasce dal discernimento: non la certezza che tutto andrà come desideriamo, ma la pace di compiere con amore ciò che abbiamo riconosciuto come vero.

Per dialogare insieme

  1. In quali situazioni tendo a reagire immediatamente senza ascoltare davvero ciò che sta accadendo?
  2. Quando mi sento ferito, reagisco attaccando, accusando, chiudendomi oppure fuggendo?
  3. Quali parole o comportamenti del coniuge riattivano più facilmente le ferite della mia storia?
  4. So chiedere una pausa senza usarla per evitare il confronto o punire l’altro?
  5. Nelle decisioni importanti sappiamo pregare e discernere insieme oppure ciascuno cerca di imporre la propria soluzione?
  6. C’è una situazione della nostra coppia per la quale dovremmo chiedere aiuto, consiglio o preghiera?

Scegliete una questione che tende a provocare reazioni impulsive. Ognuno descriva ciò che accade dentro di sé usando queste quattro espressioni: «Il fatto è…», «Io provo…», «La mia paura è…», «Avrei bisogno di…». Ascoltatevi senza interrompervi e concordate un piccolo gesto di pausa da utilizzare nelle prossime discussioni: una parola condivisa, dieci minuti di silenzio, una breve preghiera o un momento preciso nel quale riprendere il dialogo.

Per pregare

Signore Gesù, insegnaci a fermarci prima che la paura, la rabbia o l’orgoglio decidano al posto nostro. Donaci uno spazio interiore nel quale poter ascoltare la Tua voce e riconoscere ciò che sta realmente accadendo dentro di noi. Quando le ferite del passato si riaccendono, aiutaci a non confonderle con il presente. Quando ci sentiamo minacciati, liberaci dal bisogno di accusare, controllare o punire. Quando vorremmo risolvere tutto immediatamente, ricordaci che l’amore sa anche attendere il momento giusto. Donaci un cuore capace di digiuno: libero dalla pretesa di avere sempre ragione, dal bisogno di vincere e dal desiderio di cambiare l’altro. Fa’ che le nostre pause non diventino muri, ma spazi nei quali preparare un incontro più vero. Come Ester, rendici consapevoli della nostra fragilità e, nello stesso tempo, capaci di assumerci le nostre responsabilità. Insegnaci a chiedere aiuto e ad affidarci alla preghiera di chi cammina accanto a noi. Non Ti chiediamo una vita senza decisioni difficili, ma la sapienza per discernerle; non una relazione senza conflitti, ma un amore che non si lasci governare dalla reattività. Donaci la libertà di fare ciò che è vero e buono, affidando a Te ciò che non possiamo controllare. Fa’ che, dopo esserci fermati davanti a Te, possiamo tornare l’uno davanti all’altra con parole più limpide, uno sguardo più misericordioso e un cuore disposto a scegliere nuovamente l’amore. Amen.

Antonio e Luisa

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