Ester: perché proprio io?

«Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che, se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno senza essere stato chiamato, una sola è la legge: deve essere messo a morte» (Est 4,11).

In questo modulo torna protagonista Ester. Tratteremo di paura e passività. Una persona adulta è capace di non fuggire le proprie responsabilità. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Arriva un momento nella vita di Ester nel quale non è più possibile restare spettatrice. Fino a questo punto molte cose le sono semplicemente accadute. È rimasta orfana, è stata cresciuta da Mardocheo, è stata condotta nel palazzo del re, è stata scelta come regina. Ha saputo adattarsi, attendere, osservare. Ma adesso qualcosa cambia. Aman ha ottenuto il decreto contro il popolo ebraico e Mardocheo chiede a Ester di intervenire. Per la prima volta la domanda non è più: Che cosa mi sta succedendo?, ma: Che cosa decido di fare? Ed Ester ha paura. La sua risposta a Mardocheo è comprensibile: non può semplicemente entrare dal re. Ester è sposa del re ma presentarsi senza essere convocata significa rischiare la morte. Inoltre sono trenta giorni che il re non la chiama. In altre parole Ester dice: “Capisco il problema, ma che cosa posso farci io?”.

È una domanda che conosciamo bene. Perché proprio io? Perché devo essere io a fare il primo passo? Perché devo essere sempre io a cercare il dialogo? Perché devo essere io a cambiare? Perché devo perdonare ancora? Perché devo affrontare questo problema, quando sarebbe molto più semplice aspettare che sia l’altro a muoversi? Nella vita di coppia questa tentazione è frequentissima. Vediamo perfettamente ciò che non funziona, ma aspettiamo che sia l’altro a sistemarlo. “Se lui fosse più affettuoso, io sarei diversa.” “Se lei smettesse di criticarmi, riuscirei ad aprirmi.” “Quando lui cambierà, allora cambierò anch’io.” “Finché lei continua a comportarsi così, non posso fare nulla.”

Può essere tutto vero. L’altro può realmente avere responsabilità importanti. Il problema nasce quando utilizziamo la responsabilità dell’altro per evitare di guardare la nostra. L’Analisi Transazionale ci offre una chiave interessante attraverso il concetto di passività. Essere passivi non significa necessariamente stare immobili sul divano senza fare nulla. Possiamo essere molto attivi e tuttavia evitare il vero problema. Possiamo lamentarci continuamente. Possiamo arrabbiarci. Possiamo parlare per ore con amici e parenti. Possiamo analizzare perfettamente tutti gli errori del coniuge. Possiamo persino pregare perché Dio lo cambi. E nello stesso tempo non fare l’unica cosa che dipende davvero da noi. È una forma di evitamento della responsabilità. Non significa attribuirsi colpe che non abbiamo. Responsabilità e colpa non sono la stessa cosa. Essere responsabili significa riconoscere quale parte della situazione dipende dalla nostra libertà.

Ester non ha creato il decreto di Aman. Non è responsabile dell’odio di Aman. Non ha scelto il pericolo nel quale si trova il suo popolo. Eppure c’è qualcosa che soltanto lei può fare. Questo è il punto. Nella coppia spesso sprechiamo moltissima energia cercando di cambiare ciò che non dipende da noi e pochissima energia nel cambiare ciò che dipende da noi. Non posso obbligare mia moglie ad ascoltarmi, ma posso imparare a parlarle senza aggredirla. Non posso costringere mio marito a essere più tenero, ma posso dirgli chiaramente quanto quella tenerezza sia importante per me. Non posso cambiare la storia familiare del mio coniuge, ma posso decidere di non usare le sue ferite contro di lui. Non posso obbligare l’altro a perdonarmi, ma posso assumermi sinceramente la responsabilità del male che ho fatto. Non posso garantire il risultato. Posso però scegliere la mia parte.

Mardocheo scuote Ester proprio su questo punto. Le fa comprendere che essere diventata regina non significa essere stata messa in un luogo protetto dal quale osservare la sofferenza degli altri. Quel posto comporta una responsabilità. È molto interessante anche per il matrimonio cristiano. A volte pensiamo alla vocazione soprattutto come a qualcosa che Dio ci dona per renderci felici. Ed è vero: il matrimonio è un grande dono. Ma ogni dono porta con sé anche una responsabilità. Se Dio mi ha affidato questa donna, questo uomo, questi figli, questa storia, allora dentro questa realtà esiste anche una domanda rivolta a me. Non soltanto: “Che cosa sto ricevendo?”. Ma anche: “Che cosa mi è affidato?

La tentazione di tirarsi indietro diventa particolarmente forte quando agire comporta un rischio. Ester rischia moltissimo. Anche noi, nelle relazioni, rischiamo. Dire “ho sbagliato” significa rischiare di sentirci vulnerabili. Chiedere perdono significa rinunciare alle nostre difese. Dire “ho bisogno di te” significa esporsi alla possibilità di un rifiuto. Affrontare una crisi significa rinunciare all’illusione che tutto si aggiusterà da solo. Chiedere aiuto significa riconoscere che forse non ce la facciamo con le sole nostre forze. È molto più rassicurante aspettare. Ma alcuni problemi non scompaiono aspettando. Anzi, spesso crescono. Ci sono coppie che rimandano per anni una conversazione necessaria. Non parlano dell’intimità che non funziona, della distanza che sta crescendo, del rapporto con le famiglie d’origine, delle difficoltà economiche, di una ferita mai davvero perdonata. “Non è il momento.” “Ne parleremo più avanti.” “Adesso abbiamo troppi problemi.” Poi passano i mesi e gli anni. L’evitamento offre una pace immediata, ma spesso prepara un conflitto futuro molto più grande.

C’è poi un’altra forma sottile di passività: convincersi di non poter fare nulla. “Ormai siamo fatti così.” “Lui non cambierà mai.” “Lei è sempre stata così.” “Il nostro matrimonio è questo.” Sono frasi pericolose perché trasformano una difficoltà in una sentenza. Nello stato dell’Io Adulto possiamo invece domandarci: qual è la realtà? Quali possibilità esistono? Quale piccolo passo è concretamente nelle mie mani? Non dobbiamo sempre risolvere tutto. A volte la responsabilità comincia da un gesto piccolissimo. Fare una telefonata. Chiedere un confronto. Spegnere il telefono e sedersi accanto all’altro. Dire finalmente una verità che stiamo evitando. Chiedere aiuto a qualcuno competente. Pregare insieme dopo mesi che non lo facciamo. Pronunciare per primi: “Possiamo ricominciare?”.

Ester non è ancora la donna coraggiosa che vedremo poco dopo. In questo momento ha paura e cerca una via d’uscita. Ed è proprio questo a renderla così vicina a noi. Il coraggio biblico non consiste nel non avere paura. Consiste nel non lasciare alla paura l’ultima parola. Anche nella coppia arriva prima o poi un momento in cui dobbiamo smettere di domandarci chi dovrebbe cominciare e iniziare a chiederci: “Che cosa posso fare io?” Non “che cosa dovrebbe fare lui”. Non “che cosa dovrebbe capire lei”. Io. La nostra parte può essere piccola, ma è l’unica sulla quale abbiamo veramente potere.

Forse è proprio qui che una coppia ricomincia a vivere: quando almeno uno dei due smette di aspettare che l’altro cambi per primo. Amare significa anche assumersi il rischio del primo passo. E forse, davanti a tante situazioni della nostra vita, Dio continua a rivolgerci silenziosamente la stessa domanda che attraversa la storia di Ester: Chi sa se non sei qui proprio per questo?

Per dialogare insieme

  1. C’è qualche problema della nostra coppia che stiamo rimandando da troppo tempo?
  2. In quali situazioni tendo a pensare: “Deve cambiare prima lui” oppure “Deve cominciare prima lei”?
  3. Quale responsabilità attribuisco continuamente a te senza guardare sufficientemente la mia?
  4. C’è qualcosa che so di dover fare, ma che continuo a evitare per paura delle conseguenze?
  5. Quando abbiamo un problema, tendo ad affrontarlo, a lamentarmi, ad arrabbiarmi oppure a far finta che non esista?
  6. Qual è un piccolo passo concreto che dipende da me e che potrebbe fare bene alla nostra relazione?

Prendete un problema reale della vostra coppia. Evitate per qualche minuto di parlare di ciò che dovrebbe fare l’altro. Ognuno provi invece a completare questa frase: “Rispetto a questa situazione, ciò che dipende da me è…”. Non promettete grandi cambiamenti. Scegliete un gesto concreto e possibile da vivere nei prossimi giorni.

Per pregare

Signore Gesù, quante volte davanti alle difficoltà della nostra vita ci domandiamo: “Perché proprio io?”. Vorremmo che fosse l’altro a cominciare. Vorremmo che cambiasse prima lui, che comprendesse prima lei, che qualcuno risolvesse al nostro posto ciò che ci fa paura affrontare. Donaci la libertà di guardare la nostra parte. Liberaci dalla tentazione di usare gli errori dell’altro come giustificazione per le nostre chiusure. Aiutaci a distinguere ciò che non dipende da noi da ciò che invece Tu affidi alla nostra responsabilità. Quando abbiamo paura di parlare, donaci parole sincere. Quando abbiamo paura di chiedere perdono, rendici umili. Quando siamo stanchi di essere i primi a fare un passo, ricordaci che anche Tu ci hai amati per primo. Quando pensiamo che nulla possa cambiare, restituiscici uno sguardo capace di vedere possibilità nuove. Non permettere che la paura diventi immobilità e che l’attesa diventi una scusa per non amare. Come Ester, aiutaci a comprendere che forse siamo arrivati proprio qui, dentro questa storia, dentro questo matrimonio, dentro questa difficoltà, per rispondere a una chiamata che nessun altro può vivere al posto nostro. Mostraci oggi non tutta la strada, ma il prossimo passo. E donaci il coraggio di compierlo. Amen.

Antonio e Luisa

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