Ester: la paura non è il contrario del coraggio

«Dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò» (Est 4,16).

Il coraggio non è non avere paura, ma scegliere di amare e agire anche mentre si trema. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Ester ha compreso che il momento della scelta è arrivato. Fino a poco prima aveva cercato di sottrarsi alla responsabilità. Aveva ricordato a Mardocheo che nessuno poteva presentarsi davanti al re senza essere stato chiamato: chi avesse infranto quella legge avrebbe rischiato la morte. La sua paura, quindi, non era immaginaria e neppure esagerata. Ester non temeva semplicemente di fare una brutta figura, di ricevere un rifiuto o di essere criticata. Temeva davvero per la propria vita. Eppure, dopo aver ascoltato le parole di Mardocheo, decide di agire.

Questo passaggio è fondamentale: Ester non smette improvvisamente di avere paura. Il testo biblico non ci racconta una trasformazione miracolosa grazie alla quale ogni timore scompare dal suo cuore. Ester sa perfettamente ciò che rischia. Conosce il carattere imprevedibile del re, conosce le regole della corte e sa che da trenta giorni non viene chiamata alla sua presenza. Nonostante tutto, pronuncia parole che rivelano una libertà nuova: «Se dovrò perire, perirò». Non è la rassegnazione di chi non attribuisce più valore alla propria vita. È la determinazione di chi ha scoperto qualcosa per cui vale la pena rischiare.

Spesso immaginiamo il coraggio come assenza di paura. Pensiamo che le persone coraggiose siano quelle che non tremano, non dubitano e non avvertono il desiderio di fuggire. In realtà il coraggio autentico nasce proprio quando riconosciamo la paura e scegliamo di non lasciarle l’ultima parola. Può agire con coraggio soltanto chi ha qualcosa da temere. Se non esiste alcun rischio, non serve coraggio. Ester è coraggiosa non perché sia diventata improvvisamente invulnerabile, ma perché decide di attraversare la propria vulnerabilità.

Anche nella vita di coppia esistono momenti nei quali siamo chiamati ad agire mentre stiamo ancora tremando. Può accadere quando dobbiamo iniziare un dialogo rimandato da troppo tempo, confessare una fragilità, chiedere perdono, riconoscere un errore o affrontare una ferita che abbiamo cercato di nascondere. Può accadere quando dobbiamo chiedere aiuto perché ci rendiamo conto che, da soli, non riusciamo più a uscire da una dinamica distruttiva. In quei momenti la paura ci suggerisce di aspettare ancora, di non disturbare un equilibrio già precario o di fingere che il problema non esista.

Possiamo avere paura della reazione del coniuge: «E se non mi capisse?», «E se si arrabbiasse?», «E se ciò che gli dirò cambiasse per sempre il modo in cui mi guarda?». Possiamo avere paura di scoprire qualcosa che preferiremmo non sapere. A volte temiamo persino la possibilità che il dialogo ci costringa a cambiare. Finché attribuiamo tutta la responsabilità all’altro, infatti, possiamo continuare a considerarci vittime innocenti. Guardare con verità ciò che sta accadendo significa accettare che anche noi abbiamo una parte di responsabilità e che qualcosa dipende dalle nostre scelte.

Ester ci insegna che non dobbiamo aspettare di non avere più paura prima di agire. Se aspettiamo di sentirci completamente sicuri, rischiamo di non muoverci mai. Alcune decisioni importanti non sono accompagnate da una certezza emotiva. Possiamo sapere che una scelta è giusta e, nello stesso tempo, sentire il cuore agitato. Possiamo fidarci di Dio e continuare ad avere domande. Possiamo amare il nostro coniuge e temere la sua risposta. La fede non anestetizza le emozioni, ma ci permette di attraversarle senza diventarne prigionieri.

Nell’Analisi Transazionale possiamo leggere la scelta di Ester come espressione di un Adulto integrato. Lo stato dell’Io Adulto osserva la realtà, raccoglie le informazioni e valuta le possibilità disponibili. Non nega il pericolo, ma neppure lo ingigantisce lasciandosi dominare da antichi timori. L’Adulto integrato, però, non è freddo e puramente razionale. Accoglie anche le risorse positive del Genitore e del Bambino: dal Genitore trae valori, responsabilità e capacità di proteggere; dal Bambino trae sensibilità, intuizione, creatività e desiderio di vivere.

Ester non agisce impulsivamente. Il suo Bambino sente la paura, il suo Genitore riconosce il dovere verso il popolo, il suo Adulto considera concretamente il rischio e prepara l’azione. Nessuna di queste parti viene eliminata. Vengono integrate in una scelta consapevole. Ester non si getta davanti al re per dimostrare di essere forte. Raduna il popolo, chiede il digiuno, coinvolge le ancelle e si prepara. Il suo coraggio non è incoscienza: è responsabilità sostenuta dalla comunione e affidata a Dio.

Nella coppia l’Adulto integrato ci permette di non vergognarci della paura e, nello stesso tempo, di non usarla come giustificazione per evitare ogni passo difficile. Possiamo dire: «Ho paura di affrontare questo argomento, ma credo che parlarne sia necessario per noi». Oppure: «Temo che tu possa giudicarmi, ma voglio permetterti di conoscermi davvero». Queste parole non nascondono la fragilità. La trasformano in un ponte verso l’altro.

Il contrario del coraggio, dunque, non è la paura. È la fuga sistematica da ciò che siamo chiamati ad affrontare. È permettere alla paura di decidere sempre al nostro posto. Quando evitiamo continuamente un problema, forse otteniamo una tranquillità momentanea, ma lasciamo che quel problema cresca nel silenzio. Ciò che oggi richiederebbe un dialogo sincero, domani potrebbe diventare distanza, rancore o indifferenza.

Talvolta, però, confondiamo il coraggio con l’aggressività. Entriamo nella relazione come in una battaglia, convinti che essere coraggiosi significhi dire tutto ciò che pensiamo senza preoccuparci di come lo diciamo. Ester, invece, non irrompe nella sala del re accusando tutti. Si prepara, sceglie il momento e si presenta con umiltà. Il coraggio dell’amore non umilia e non schiaccia. Cerca la verità, ma custodisce anche la relazione.

C’è poi un altro elemento importante: Ester non affronta tutto da sola. Chiede a Mardocheo di radunare i Giudei perché digiunino per lei. Anche lei e le sue ancelle faranno lo stesso. Il suo atto personale nasce dentro una comunità che la sostiene. Questo ricorda agli sposi che chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Ci sono passaggi nei quali la coppia ha bisogno della preghiera degli amici, dell’accompagnamento di un sacerdote, di un percorso o dell’aiuto di un professionista. Il coraggio consiste anche nel riconoscere che non possiamo bastare sempre a noi stessi.

«Se dovrò perire, perirò» significa, per Ester, accettare che amare comporta un rischio. Ogni amore autentico ci espone. Non possiamo donarci senza diventare vulnerabili, né costruire una comunione vera continuando a proteggerci da ogni possibile ferita. Possiamo controllare le nostre parole e le nostre scelte, ma non la risposta dell’altro. Possiamo offrire sincerità, ascolto e perdono, ma non possiamo obbligare il coniuge a ricambiare nello stesso modo e nello stesso momento.

Il coraggio coniugale è scegliere il bene della relazione senza pretendere garanzie immediate. È fare il primo passo anche quando crediamo che dovrebbe farlo l’altro. È ricominciare a pregare insieme dopo mesi di distanza. È cercare la mano del coniuge anche se temiamo che resti immobile. Non significa tollerare violenza, umiliazione o abuso, situazioni nelle quali è necessario proteggersi e chiedere aiuto. Significa non lasciare che la paura delle ferite ordinarie dell’amore ci impedisca di costruire intimità e verità.

La stessa dinamica la ritroviamo, in modo ancora più luminoso, in Maria nel momento dell’Annunciazione. Quando l’angelo le comunica che diventerà madre del Figlio di Dio, Maria non riceve una richiesta priva di conseguenze. È promessa sposa di Giuseppe e sa bene che una gravidanza avvenuta prima della loro convivenza potrebbe essere interpretata dagli altri come il risultato di un adulterio. Agli occhi della gente potrebbe apparire come una donna infedele, colpevole di aver tradito l’uomo al quale è stata promessa. Secondo la Legge, un’accusa simile poteva esporla non soltanto alla vergogna pubblica e al ripudio, ma persino alla condanna e alla lapidazione. Maria non può neppure sapere come reagirà Giuseppe, se crederà alle sue parole o se deciderà di denunciarla. Il rischio che accoglie è quindi concreto: potrebbe perdere il promesso sposo, la reputazione, l’appoggio della comunità e persino la vita.

Eppure Maria risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Come Ester, anche Maria accoglie una chiamata che la conduce oltre le proprie sicurezze. Ester dice: «Se dovrò perire, perirò»; Maria dice: «Avvenga per me secondo la tua parola». Sono due risposte diverse, ma abitate dalla stessa disponibilità a fidarsi. Nessuna delle due possiede la garanzia che tutto sarà compreso dagli altri. Nessuna può controllare ciò che accadrà dopo il proprio sì. Entrambe scelgono di consegnare a Dio la propria vita, la propria immagine e il proprio futuro.

Maria non è coraggiosa perché ignora il pericolo. La sua domanda all’angelo — «Come avverrà questo?» — mostra che non rinuncia alla propria intelligenza e non accoglie passivamente ciò che le viene annunciato. Cerca di comprendere, ascolta la risposta e poi decide liberamente. Anche in lei possiamo riconoscere l’azione di un Adulto integrato: Maria valuta la realtà, esprime la propria domanda, accoglie ciò che non può ancora comprendere pienamente e permette alla fiducia di orientare la sua scelta. Il suo “sì” non è incoscienza, ma libertà; non è sottomissione dettata dalla paura, ma affidamento consapevole.

Questo parallelismo parla profondamente anche agli sposi. Ogni autentico “sì” contiene una parte di futuro che non possiamo controllare. Lo abbiamo sperimentato il giorno del matrimonio, quando abbiamo promesso fedeltà senza sapere quali prove, cambiamenti e ferite avremmo incontrato. Continuiamo a sperimentarlo ogni volta che scegliamo di amare senza avere la certezza di essere compresi o ricambiati immediatamente. Come Ester e Maria, siamo chiamati ad accogliere la realtà, a considerare con responsabilità le conseguenze e poi a fidarci. Il coraggio cristiano non consiste nel sapere già come andrà a finire, ma nel credere che Dio resterà con noi anche dentro ciò che ancora non possiamo prevedere.

Ester trema, ma entra. Maria non sa come Giuseppe e la sua gente accoglieranno quella gravidanza, ma pronuncia il suo “sì”. Nessuna delle due conosce ancora l’esito della propria scelta, eppure entrambe decidono di non restare nascoste e di non sottrarsi alla chiamata. Anche noi non dobbiamo attendere di sentirci invincibili. Dio non ci chiede di presentarci davanti alla vita senza emozioni, ma di consegnargli ciò che proviamo e di compiere il passo possibile. Il coraggio dell’amore comincia spesso così: con una voce incerta, un cuore impaurito e una decisione pronunciata ugualmente.

Per dialogare insieme

  1. Quale paura mi impedisce maggiormente di mostrarmi per ciò che sono davanti a te?
  2. C’è un dialogo importante che stiamo rimandando perché temiamo le conseguenze?
  3. Quando provo paura tendo a fuggire, chiudermi, attaccare oppure cercare di controllarti?
  4. Riesco a comunicarti le mie paure senza trasformarle in accuse?
  5. In quale occasione ti ho visto agire con coraggio, pur sapendo che avevi paura?
  6. Quale passo concreto possiamo compiere insieme senza aspettare di sentirci completamente sicuri?

Scegliete una paura che riguarda la vostra relazione e provate a nominarla senza giudicarvi. Ognuno completi questa frase: «Ho paura che…, ma desidero…». Ascoltatevi senza interrompere e senza cercare subito una soluzione. Alla fine decidete un piccolo passo possibile da compiere durante la settimana e affidatelo insieme al Signore.

Per pregare

Signore Gesù, Tu conosci le nostre paure, anche quelle che non riusciamo a confessare. Sai quante volte ci nascondiamo, rimandiamo un dialogo o evitiamo una scelta perché temiamo di soffrire. Insegnaci a non vergognarci della nostra fragilità e a non permettere che sia la paura a decidere per noi. Donaci un cuore capace di ascoltare le emozioni senza esserne dominato, una mente lucida per riconoscere la realtà e una volontà orientata al bene. Integra in noi la tenerezza, la responsabilità e la libertà, perché possiamo scegliere non in modo impulsivo, ma con la maturità di un amore consapevole. Quando abbiamo paura di parlarci, aiutaci a trovare parole sincere. Quando temiamo il rifiuto, ricordaci che amare significa anche esporsi. Quando pensiamo di non farcela, donaci l’umiltà di chiedere aiuto e di lasciarci sostenere dalla preghiera della comunità. Come Ester, rendici capaci di entrare nei luoghi dai quali vorremmo fuggire. Come Maria, donaci la libertà di pronunciare il nostro “sì” anche quando non conosciamo tutte le conseguenze. Fa’ che possiamo agire anche tremando, confidando non nella nostra forza, ma nella tua presenza. Donaci il coraggio di fare il primo passo, di chiedere perdono, di dire la verità e di scegliere ancora una volta il bene della nostra comunione. Custodisci il nostro matrimonio e rendilo un luogo nel quale la paura può essere accolta, condivisa e trasformata. Insegnaci che non dobbiamo essere invulnerabili per amarci davvero: dobbiamo soltanto lasciarci prendere per mano da Te e continuare a camminare insieme. Amen.

Antonio e Luisa

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