Genitori e figli, come archi e frecce di Dio

“I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
esse abitano la casa del domani,
che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farvi simili a voi:
la vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi siate gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.”                            
(Il profeta, K. Gibran)

arco

Ecco, noi genitori siamo gli archi, in particolare i due flettenti, quelle parti semi-elastiche che imprimono la forza e la velocità alla freccia: solo insieme, come in un abbraccio, la corda del nostro amore potrà far scoccare la freccia dei nostri figli. Ma abbiamo un arciere d’eccezione, direi l’Arciere per eccellenza, il nostro buon Padre. Lui è super allenato, è l’Amore e la Vita, ed è proprio attraverso di noi che decide di centrare di nuovo il bersaglio, un altro cuore, un’altra creatura pronta a dare e ricevere amore.

Nel “costruirci” come archi ha pensato davvero a tutto, ci ha creati “elastici” per piegarci ma non spezzarci, per assecondare il Vento dello Spirito, per sopportare lo sforzo e la tregua, l’allenamento e la gara, ma ha fatto in modo che fossimo in due, per superare gli egoismi e per avere la capacità di unirci e generare nuova forza vitale. Ma per scoccare quella freccia nel migliore dei modi non bisogna solo “stare insieme”, occorre essere uniti da una corda speciale, di un materiale altrettanto elastico, che nulla sottrae e tutto aggiunge: è l’Amore. L’Amore è il complice per eccezione della vita, il segreto per ottenere un buon risultato e posizionarsi bene in classifica!

E poi le frecce. I figli sono frecce vive, scoccate da Dio attraverso di noi, ma che hanno un anima unica. Conserveranno parte della forza e della velocità che abbiamo dato loro, ma compiranno la loro personale traiettoria per raggiungere il bersaglio. Noi, in qualche modo, tra errori e tentativi ben e mal riusciti, cerchiamo quotidianamente di segnarla quella traiettoria, possiamo accompagnarli con tutto l’amore che possiamo, ma guai a prenderli in ostaggio! Ci rendiamo colpevoli di un grave reato, sottrarremmo loro la libertà, di fare bene ed anche di sbagliare.

Come dice il filosofo libanese Khalil Gibran, la vita ha sete di vita, così come l’amore ha sete e si nutre d’amore: sembra essere questo il vero segreto. Semplice? Non proprio! Non devo dire “Ama!”, devo amare. Non posso dire “Vivi!”, devo lasciar vivere. Non sono gli imperativi che ci rendono più o meno genitori, perché Dio, il Padre per eccellenza, non è affatto un imperatore che detta leggi, ma è il Creatore, Colui che crea dal nulla e noi genitori diventiamo cre-attivi insieme a Lui!

Genitori: noi, generati per sempre

Essere genitori è uno stato che non si abbandona. Dovrebbero scriverlo tra i segni particolari della carta d’identità. Non puoi esserlo oggi e domani no, non puoi esserlo a casa e poi dimenticare di esserlo in vacanza. Non riescono a cancellarlo nemmeno gli innumerevoli impegni dell’agenda. Una volta che tuo figlio ti ha generato, lo sarai per sempre. E non è un rapporto di dipendenza ma di trascendenza. Un figlio va oltre il pensabile e il possibile. Prima di lui hai un’idea di amore, alle volte nebulosa e confusa; dopo di lui, l’amore è davanti a te, senza ombra di dubbio. Cominciamo a vivere di quell’amore, lo proteggiamo, lo coccoliamo, lo sorprendiamo e ci sorprende senza che noi stiamo lì a chiederglielo: un figlio è la sorpresa di Dio per la coppia! Dopo il suo arrivo ci si ferma tante volte a chiedersi “Ma come abbiamo fatto prima?”. Alle volte l’esperienza della genitorialità è così travolgente che si fatica a ricordare com’era la vita prima. È come se la sua nascita ci abbia battezzato genitori e invasi di una nuova luce di vita.

Di momenti duri e difficili ce ne sono, così come nelle più avvincenti storie d’amore. Non saremmo umani, non saremmo genitori. Quando vediamo il suo sguardo spento, anche solo per un semplice raffreddore, la nostra giornata non è più la stessa. Il nostro pensiero e la nostra preoccupazione è lì. Accanto a lui. In silenzio sul divano. Ed anche se non lo ammettiamo, credo che tutti i genitori, hanno pensato almeno una volta al distacco. “Se succede proprio a noi? Come potrei mai separarmi da lui? Come potrei continuare a vivere?”. A questa domanda non c’è risposta, ma solo fede. Prima era un’idea remota, oggi fa parte della quotidianità, semplicemente perché è dettata dall’amore senza limiti. Nessuno ha un manuale di istruzioni, ma Dio che è il Padre per eccellenza sa cosa vuol dire, sa comprendere quel vuoto e sa anche come riempirlo.

La naturale obiezione potrebbe essere: “Parli così, perché non è capitato a te!”. È vero, per fortuna i nostri bellissimi fiori sono con noi. Ma è capitato ai miei genitori e sono stata lì a guardarli. A soffrire, in maniera diversa, con loro e per loro. Ma solo ora che sono mamma ho capito cosa voglia dire davvero. Mi spaventa e mi fa paura. Tanta. Ma, allo stesso tempo, in loro è sopraggiunta la Pace, la fede, quella vera, fiorita dal dolore più forte che può esistere: perdere un figlio. Ed è da lì che sono ripartita. Il mio nuovo punto di partenza.

Proprio oggi la Chiesa ricorda la Beata Maria Mancini, madre di otto figli, tutti in cielo. Un’esperienza straziante, quasi ai confini dell’umana sopportazione che, però, le ha aperto il cuore al servizio di Dio. Perché Dio non può essere un padre della mancanza ma della presenza. Essere genitori vuol dire anche essere presenti nella mancanza.beach-1867271_1920

Io e te, i veri amanti della vita

Io e te siamo noi, marito e moglie. Io e te siamo più di noi, siamo l’amore che riceviamo e doniamo. Io e te siamo amanti e non solo amati. Participi presenti che vivono l’oggi nella dimensione dell’eternità.  Io e te siamo mamma e papà, generatori di vita.

Detto così sembra un teorema o, nella peggiore delle ipotesi, un vero e proprio assioma indimostrabile. Qualcuno potrà obiettare che la materia in oggetto parla di un ideale ma non della realtà. Che questo è l’amore delle favole, la vita sull’isola che non c’è. Che, in fondo, sono parole da libro o da articolo di blog, che durano una giornata, si leggono in pochi secondi e così velocemente vanno via per lasciar spazio ai minuti che stiamo vivendo.

Dovremmo provare a fermarci un attimo, a smettere di affannarci e a cominciare a respirare e, così, ossigenarci. Come quando decidiamo di smettere di correre e goderci il panorama. E ci accorgiamo che è davvero mozzafiato! Come abbiamo fatto a non vederlo prima? Ce lo domandiamo, la risposta la conosciamo. Ma dobbiamo essere sinceri: quell’errore lo ricommettiamo anche il giorno dopo e quello dopo ancora.

La domanda è: PERCHE’? Tentiamo una risposta. Forse perché l’amore è più di noi? Così grande, così imprevedibile da farci paura? Oppure a spaventarci è la dimensione dell’eternità? Ne facciamo una questione matematica? Quanto do e quanto ricevo? E allora, partiamo dal principio: esistiamo perché siamo amati. L’amore fa così parte di noi che anche se ci sembra ogni volta una novità, siamo profondamente innamorati dell’amore. È come una calamita che tira e attira a sé, che cerca e ricerca e che crea un vero e proprio campo magnetico: la nostra famiglia!

È quasi impossibile sfuggirgli e se scappi ti ritrova. Giochi a nascondino? Ti scova! Siamo amati prima di essere amanti. Proprio noi, Proprio io, proprio tu. Insieme facciamo l’amore al quadrato. Non è incredibile? E la amiamo così tanto questa vita da diventare generatori di vita e di vite, d’amore e di amori.

Alla scoperta dell’Am(ore)erica

Era il 12 ottobre del 1492 quando l’ammiraglio genovese, Cristoforo Colombo, approdò in quello che noi chiamiamo “Nuovo Continente”. Le cronache ci descrivono un uomo coraggioso, caparbio e amante del mare che sfidò le opinioni comuni e così riscrisse la mappa del mondo e della storia. Ma cosa c’entra Colombo con noi? Sono passati tanti anni da quel giorno, per la precisione 526,  ed ormai è storia.

Sì, è storia ma è anche il nostro oggi. Non siamo un po’ navigatori anche noi? Alcuni viaggiano su yacht nuovissimi, altri su barche di seconda mano, altri ancora con motori che rischiano di far arenare e, in ultimo, c’è chi possiede la sua piccola barchetta a remi. Ed ognuno ha una sua personalissima velocità. Non è forse la nostra vita? E’ paragonabile all’oceano, immenso ma finito, ai suoi giorni di calma ed a quelli di tempesta, ai venti favorevoli e a quelli contrari. Ma quali sono i nostri approdi? Con quale cura scegliamo le nostre mete? E come disegniamo la rotta? Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è fermato a domandarsi “Ed ora cosa faccio? Dove vado?” ed essendo incredibilmente degli esseri unici ed inimitabili, ciascuno ha preso la sua direzione. Per molti quel viaggio si è trasformato nell’approdo nella terra dell’altro. Il vero “nuovo continente” da scoprire con rispetto e sensibilità, non da depredare e dal quale portare via solo ciò che ci può far comodo. Amare è una sfida contro il tempo, gli spazi e contro l’io che decide di accogliere presso di sé un “indigeno”. La loro fusione darà origine ad una nuova famiglia, mai esistita prima e che mai esisterà dopo.

È la terra dell’amore, quella che se coltivata bene, può produrre frutti preziosi. Per giungere in questo continente occorre tracciare la propria rotta personale, decidere se circumnavigare o meno qualcosa, scegliere se andare controcorrente o seguire gli altri navigatori. Solo così, ognuno di noi, ridisegnerà la mappa di questo mondo. Saremo, probabilmente, una goccia piccolissima in questo oceano a perdita d’occhio, ma anche l’oceano, in fondo, si sente piccolo rispetto al Cielo!

Alziamo le croci da terra. Insieme.

E’ appena trascorsa la Festa dell’Esaltazione della Croce. Fermarsi ad una lettura superficiale non permette di scoprire la bellezza del significato di questa festa e, così, riscoprirne il valore nella nostra vita. La prima domanda che ci si pone è “Perché si deve esaltare la croce?”. Infatti l’obbiezione più comune che viene avanzata è proprio quella di un certo sadismo nel voler sottolineare e festeggiare il dolore, il sacrificio umano. Ciò avviene, però, a causa di un primo grande fraintendimento, il vero significato del verbo esaltare (dal latino ex-altus) che, letteralmente, significa “estollere da terra”, alzare da terra.

Fermiamoci a riflettere. La croce, per sua natura, è fissata nel terreno, è fortemente ancorata per poterne sopportare il peso e reggerlo. La croce è legata alla terra, alla vita. La croce è vita. Se soffri è perché sei vivo, se ogni giorno compi sacrifici è solo e soltanto perché sei vivo. E la vita è un dono, un regalo, un pacchetto all inclusive. Ed allora cosa ci deve insegnare questa festa? Un aspetto per molti versi difficilissimo e davvero complicato da mettere in pratica. Ci invita a sollevare da terra le nostre croci, a conferire loro dignità.

È un atto di coraggio e di fiducia, perché sollevare una croce non è certo una passeggiata, non la innalzi per sbaglio, è un atto di volontà del cuore. E spesso è così pesante che da soli non ci si riesce e, inevitabilmente chiedi all’altro, marito, moglie, padre, madre, figlio, sorella o fratello, amico di farlo insieme. Di sol-levare insieme e avvicinare quella croce al Cielo. Ed ecco che proprio quella croce molto più facile da maledire che benedire, ti ha condotto in silenzio al Cielo. Con Gesù, la croce da legno morto e inchiodato si è trasformata in albero che ha sì radici a terra, ma rami e foglie che vanno verso l’alto. È l’albero della vita. Di quella nuova e rinnovata.

Perché si festeggia il 14 settembre? Il Disegno di Dio ha voluto che nel 320, in questo giorno, fosse proprio una donna, Elena, proclamata poi santa, madre dell’imperatore Costantino, a ritrovare la vera Croce di Gesù.

Maria, la Mamma Regina che regala se stessa

La regalità di Maria è una vera e propria sfida che entra nella storia. Proprio oggi ricorre la solennità di “Maria Regina” ed allora fermiamoci solo qualche minuto. Fermiamoci come uomini, come donne, come coppia o come genitori, perché semplicemente guardando la sua vita, sedendoci su una panchina di pietra dell’antico villaggio di Nazareth, possiamo scrutarLa. Così come siamo noi stesse, come lo è una moglie e una madre, Maria è una donna ancora giovane, affaccendata in casa tra mille cose da fare, l’acqua da riempire al pozzo e la raccolta delle olive che si avvicina. A contraddistinguerla l’obbedienza. Ecco, prima di tutto è regina obbediente. Ma come può una regina obbedire se ragionevolmente deve dominare e governare? È qui la vera svolta. È proprio l’essere serva che la innalza a Regina. Non schiava ma serva. È il servizio anonimo e quotidiano fatto con spirito di amore e sacrificio che fa innamorare Dio di Lei. È un esempio così vivido che rappresenta un invito ad imitarla.

Regina di fiducia e pazienza. Quanto fiducia ha avuto Maria? Immensa. Prima nella sua famiglia, poi in Dio, in Giuseppe, in suo figlio Gesù, nei suoi amici e in tutti noi. Ha riposto se stessa in tutti questi cuori, non tenendosi nulla per lei. E qui dovremmo fermarci un attimo a riflettere sul serio: quanto ci fidiamo? Quanto ci doniamo? Quanto abbiamo compreso di essere un dono che Dio ha promesso agli altri? La consapevolezza di ciò apparentemente ci svuota ma nella realtà ci dà forma e sostanza. Ci rende reali e vivi. E poi la pazienza. È molto più facile perderla che farne scorta. Molte volte ci imponiamo di essere pazienti, soprattutto agli occhi degli altri, ma poi non è così. La pazienza è frutto dell’amore e del cuore e non delle parole. Solo se parte da lì è vera.

Maria è regina della famiglia, non quella della pubblicità, quella non esiste, ma della nostra famiglia. Imperfetta e incasinata ma in ascolto. Pensiamoci solo per un attimo: a casa è quasi sempre la mamma che ascolta tutti, che per amore è disposta a stare lì seduta a terra ad ascoltare il riassunto della puntata dei cartoni vista in tv, seduta sul letto ad asciugare le lacrime per una delusione, ad aspettare il ritorno del marito e papà per farsi raccontare la giornata e con una carezza ed un buon piatto far tornare il sorriso.

Maria è Mamma ed è proprio lei che ci chiama figli. Maria è la Regina che ci ha regalato se stessa, così come fa ogni mamma per i suoi figli.

 

 

La bellezza della quotidianità

Tutto va sempre, o quasi, nello stesso modo. Solita colazione, solito buongiorno, problemi da risolvere e scelte da compiere. A tratti questo “solito” rischia di trasformarsi in banale e scontato. E qui compiamo uno dei più grandi errori: la tranquillità non si acquista con gli sconti e nemmeno a prezzo pieno. La tranquillità si conquista giorno per giorno ed in questa tela tessuta piano piano, così silenziosamente e, all’apparenza, anonimamente, si cela la più grande Bellezza che possiamo desiderare.

“Cercare e trovare Dio in tutte le cose”

A darci questa bellissima lezione di vita è proprio oggi Sant’Ignazio di Loyola.       Perché pensiamo che la felicità e il bello siano sempre altrove, lontano da noi, da andare a cercare e forse inseguire? Perché spesso avvertiamo un senso di insoddisfazione per una briciola che non abbiamo e non proviamo felicità per tutta la pagnotta che portiamo in tavola? Ci sentiamo mancanti, abbiamo bisogno di qualcosa che ci riempia. Ma e lì. Anzi, è qui. Sempre. Nelle persone, nei luoghi e nelle azioni di ogni giorno. Qui per noi.

Imparare a riconoscerlo

Ed allora piovono interrogativi a cascata. Come faccio a riconoscerlo? Se passa dalla mia vita e non me ne accorgo spreco un’occasione. Dio è nel quotidiano, nei minuti e nei secondi dell’intera giornata e l’occasione è la nostra intera esistenza. Come può non essere bella la quotidianità se c’è Dio accanto a me. Ed allora come faccio a non sorridere davanti al solito caffè del mattino, come non posso stringere ancora più forte il mio compagno di vita per il primo abbraccio se ho la consapevolezza nel cuore che c’è Dio tra noi. Come posso non incantarmi davanti alla tenerezza del risveglio di mio figlio, come posso arrendermi davanti alle difficoltà se anche in quel momento Dio è con me?

La famiglia è per Lui un’oasi, un luogo di ristoro del corpo e dell’anima, uno dei suoi più grandi capolavori! Il tocco e l’abbraccio di Dio all’umanità. La bellezza è proprio qui e ora.

 

Genitori sull’altalena della vita

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. (Mt. 11,28)

Interrogativi, una moltitudine di cose da sbrigare, problemi da risolvere, incombenze quotidiane, bisogni famigliari: un genitore si confronta con tutto questo, ed anche molto di più, ogni giorno. Ed ogni sera avverte su di sè stanchezza, un senso di affaticamento e di voglia di pace e tranquillità, di un porto sicuro in cui attraccare per la notte, lontano da venti e tempeste, per ripartire il mattino successivo. Ma spesso questa stanchezza si trasforma in sconforto. Perché?

È una questione di fiducia e coraggio.

Un genitore è coraggioso. Certo che lo è! Ogni giorno compie la sua missione e sa che quella missione non vale solo per se stesso ma per tutta la famiglia. E quella missione gli è stata affidata non da uno chiunque, ma dal Padre, conferendone ufficiale mandato, in egual misura, a noi e al nostro compagno di vita. Vissuto così, il ritorno a casa diventa il ritorno alla base, il momento nel quale ci si siede un attimo, si beve un sorso d’acqua, e si assapora la soddisfazione di essere di nuovo insieme. A fare la differenza è la nostra predisposizione d’animo, il modo nel quale ci sediamo sull’altalena della vita: la stanchezza deve trasformarsi in soddisfazione e non in sconforto.

Ma qual è il segreto?

Come nostro figlio, una volta seduto sull’altalena, ci chiede di essere spinto per “volare sempre più in alto”, anche noi genitori abbiamo bisogno di essere spinti, e dobbiamo affidarci a Lui, perché è proprio il Padre che soffiando su di noi ci permetterà di andare più in alto, dove la stanchezza diventa solo un ricordo e la felicità del cuore realtà indescrivibile. Spesso ricerchiamo ristoro in momenti, luoghi o cose che si rivelano effimere o, peggio ancora, illusorie. Pensiamo che proprio in quel posto idilliaco, visto in tv, ritroveremo noi stessi, ma il più delle volte torniamo delusi. Il vero ristoro e il vero tesoro è già dentro di noi, zero chilometri e zero spese, solo tanto Amore!