Una sacra promessa

Quando parlo di mia moglie mi piace descriverla come la mia sposa. Alcuni mi prendono in giro dicendo che si tratta di un modo vecchio di parlare. Un modo di altri tempi, un modo un po’ bigotto. A me, al contrario, piace moltissimo. Sapete perchè? Perchè sposare deriva dal termine latino spōnsus che è il participio passato di spondēre che significa promettere. Ciò significa che Luisa è la promessa d’amore di Dio per me. Una promessa che investe la mia libertà di accoglierla e la libertà di Luisa di rinnovare il suo amore per me ogni giorno della nostra vita.

Capite la grandezza che c’è dietro tutto questo? Tutta la nostra relazione sponsale è una promessa. E’ la mia promessa per Luisa. La mia promessa che diventa vocazione. Attraverso la mia scelta d’amore, una scelta d’amore irrevocabile, che vale quando mi viene facile onorarla e anche e soprattutto quando mi costa fatica, posso vivere la mia vocazione. Cosa è la vocazione? E’ il nostro personale modo di rispondere all’amore di Cristo per noi. Io mi sento amato e per questo amo. Nella vocazione matrimoniale mi sento amato da Dio e restituisco questo Suo amore donandomi alla mia sposa. Per questo il matrimonio è amore incondizionato. Perchè ciò che importa non dovrebbe essere quello che ricevo dall’altro/a ma il desiderio di donarmi. Facile a dirsi, molto più difficile comprenderlo e vivere questo modo d’amare.

E’ la promessa di Luisa per me. Promessa che diventa manifestazione concreta dell’amore di Gesù. Attraverso la sua promessa posso fare esperienza dell’amore visibile e tenero di Dio per me. Le sue mani diventano quelle di Dio per accarezzarmi, i suoi occhi diventano quelli di Dio per specchiarmi nel suo sguardo e sentirmi bello e amato. Le sue parole diventano sostegno e balsamo nei momenti di scoraggiamento e difficoltà. Tanto più lei sarà capace di farsi strumento di Dio per me e più starà camminando verso la sua santità perchè vivrà pienamente la sua vocazione.

Le nostre promesse diventano alleanza. Le nostre due promesse, quella di Luisa e la mia insieme, diventano immagine dell’alleanza stessa di Dio. Il nostro matrimonio, come quello di tutti gli sposi cristiani, se vissuto fino in fondo, può raccontare al mondo come Dio ci ama. Le nostre promesse diventano epifania dell’amore misericordioso e fedele di Dio per ognuno dei Suoi figli. Ogni coppia di sposi può, nella sua semplicità e ordinarietà, essere una piccola luce per tutti. Nonostante le nostre fragilità che non sono ostacolo, ma diventano occasione per fare esperienza del perdono e della misericordia.

Infine la promessa di Gesù per me e Luisa. La promessa che rende sacra la nostra unione. La più importante di tutte. Durante le nostre nozze non ci sono stati solo i nostri due si bensì tre. Anche Gesù ha pronunciato il suo personale sì promettendo di non abbandonarci mai. Con quella promessa ha posto la Sua tenda nella nostra relazione stessa. Dal giorno delle nozze Gesù abita il nostro noi. Dal giorno delle nozze la nostra relazione non è più nostra ma l’abbiamo donata a Dio che l’ha fatta sua. Il nostro matrimonio è diventato strumento di salvezza per il mondo. Ogni nostro gesto d’amore è un sacrificio elevato a Dio. Diventa sacrificio un abbraccio, una parola buona, cambiare il pannolino, fare la spesa ecc. ecc.

Antonio e Luisa

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Ha parlato per mezzo dei profeti

Oggi vorrei focalizzare l’attenzione sulla nostra professione di fede che recitiamo ad ogni Messa. Si forse non sempre sotto questa forma ma poco importa. Non so voi ma io non avevo mai fatto caso ad un passaggio del testo. Rivolgendoci alla terza Persona della Trinità proclamiamo: Credo nello Spirito santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio È adorato e glorificato: e ha parlato per mezzo dei profeti.

Fino a domenica scorsa io ripetevo questa frase un po’ a pappagallo senza pensarci troppo. Quando leggevo la parola profeti pensavo subito ai profeti dell’Antico Testamento. Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele e a tutti gli altri. Ecco l’ultima volta ho avuto un pensiero diverso. Ho pensato: ma ora lo Spirito Santo non parla più? La risposta che mi sono dato è che i profeti siamo noi. Noi battezzati siamo chiamati a dare voce allo Spirito Santo. Sapete che l’ultimo dei profeti chiamati è stato Giovanni Battista? Sapete perché non ci sono stati più profeti dopo Gesù? Perché con la venuta di Gesù e con il battesimo non serve più una chiamata specifica e personale, siamo tutti profeti. Lo siamo noi e lo siete voi che leggete. Lo siamo in virtù del battesimo.

Comprendete ora come quella professione di fede ci interpelli direttamente. Non stiamo parlando di persone terze ma di noi! E noi sposi lo siamo in modo del tutto particolare. Vi diamo due spunti veloci sulla nostra profezia

Siamo profeti della vita intima di Dio. Dio è Trinità. La Trinità è una realtà troppo grande, avvicinabile solo con grande approssimazione, ma una cosa è certa: è una comunità di amore e di vita. Ecco l’analogia con la famiglia cristiana. Quando si dice che gli sposi sono icona della Trinità, si intende proprio questa analogia. Osservando una famiglia si vede (si dovrebbe) in filigrana Dio, o meglio, un riflesso di Dio, come una scintilla può essere immagine del Sole. Quindi noi sposi raccontiamo nel modo che abbiamo di amarci, di servirci e di prenderci cura l’uno dell’altra la vita intima di Dio. Così attraverso una carezza, un bacio, una parola di conforto mostriamo l’amore di Dio che si fa tenero. Ordinare la casa, alzarsi a prendere una bottiglia d’acqua in cucina durante la cena, alzarsi dal letto quando il bimbo piange sono gesti di servizio che diventano l’amore che si fa dono e cura. Non rispondere a una provocazione e al contrario comprendere che i modi sgarbati del marito o della moglie nascondono un malessere e rendersi ancora più amorevoli è l’amore che si fa misericordia e accoglienza. In una vita ordinaria possiamo rivelare la grandezza dell’amore di Dio e vivere il nostro rapporto secondo le modalità e le dinamiche della Trinità, trasformando la nostra vita in una epifania di Dio.

La seconda profezia di cui noi sposi siamo portatori è l’amore di Cristo per la sua Chiesa. È una realtà che possiamo comprendere solo in piccola parte, ma è nel progetto di Dio che noi sposi possiamo riprodurre, rendere attuale e visibile ciò che è accaduto sulla croce. Croce dove Gesù ha dato la sua vita, dove si è donato fino a versare il suo sangue e a sacrificare il suo corpo per la sua amata, la sua sposa: la Chiesa. Chiesa che comprende ognuno di noi singolarmente e tutta la comunità. Questa seconda profezia è davvero qualcosa di troppo grande, che ci fa sentire piccoli e ci fa tremare i polsi. Questo tipo di profezia a cui siamo chiamati e abilitati, resi capaci dallo Spirito, davvero si solleva dal piano terra e comincia ad andare verso l’alto, le vette divine dell’amore. Questo amore esigente, probabilmente, ci spaventa, perché sembra chiederci troppo, eppure se ci pensate bene, e magari lo avete sperimentato, è meraviglioso.Pensiamo subito a gesti eroici. Che ci sono. Come quello di Ettore che collabora con noi. Lui è stato lasciato dalla moglie che si è fatta una nuova vita ma continua a restare fedele perché è consapevole che Cristo è fedele ed è lì con lui in quel matrimonio che sembra morto e sepolto. E guardate che vive nella pace. Certo ha momenti di solitudine e sofferenza ma è una persona realizzata che rende fecondo quel matrimonio che sembra un fallimento donandosi ai fratelli e alle sorelle. Pensate tutte le estati va in montagna per fare animazione ai bambini mentre i genitori frequentano dei corsi per sposi. Sembra incredibile come non provi invidia ma desiderio di aiutarli. Oppure Anna che durante una chiacchierata ci disse di continuare a pregare per il marito che l’aveva lasciata e viveva con un’altra donna con cui aveva avuto due bambini. Ci disse queste testuali parole: Faccio fatica a stare una vita senza lui non posso immaginare una eternità senza di lui. Comunque fortunatamente non tutti siamo chiamati a questo. Non servono gesti eroici per vivere questo tipo di amore che dà la vita. Alla sera mi piace guardare mia moglie. Mi piace guardarla, perché è davvero bella nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che mi commuove perché conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Questo è l’amore di Gesù per la sua Chiesa. È come una candela che consumandosi fa luce e calore. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: “Preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. È esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che fatichi a ricordarli tutti.

Ora quando durante la Messa proclamerete la vostra fede ecco spero vi ricordiate anche che siete profeti e che lo Spirito Santo chiede proprio a voi di dare voce a Dio attraverso la vostra vita.

Antonio e Luisa

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Abbiamo tutto per essere santi. Crediamoci!

Spesso tendiamo a idealizzare i santi e ad attribuir loro una sorta di onnipotenza. Ci sembra più facile considerarli come dei supereroi, dotati di straordinari poteri e capacità che noi non abbiamo. Tuttavia, questa visione può distorcere la realtà e toglierci la responsabilità personale di lavorare per la nostra crescita spirituale. Mettere i santi su un piedistallo può farci sentire al sicuro, come se la santità fosse un traguardo irraggiungibile per noi comuni mortali. Ma se davvero riflettiamo sulla vita dei santi, possiamo notare che molti di loro sono nati e cresciuti in situazioni molto simili alle nostre. Erano persone come noi, con le stesse tentazioni, le stesse debolezze e le stesse difficoltà. Quello che li ha resi santi è stata la loro risposta alle sfide della vita, la loro fede in Dio e il loro impegno nel perseguire la virtù.

Iniziamo con il dire che noi abbiamo tutto ciò che serve per diventare santi. Il battesimo ci ha fatto santi. Sei battezzato? Hai tutto per essere santo. La santità, secondo don Fabio Rosini, è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi. Significa lasciare che Dio operi attraverso di noi, perchè Lui è l’unico e vero santo. La santità è di Dio e noi possiamo parteciparvi. Non per merito nostro, ma per abbandono alla Sua volontà. Siamo tutti destinati alla santità e ne abbiamo tutte le capacità per raggiungerla. Certo, ognuno è chiamato alla santità in modo originale. Esistono santi dotti e santi analfabeti, santi uomini e sante donne, santi bambini e santi anziani, santi re e santi mendicanti, santi consacrati e santi laici. Non dobbiamo copiare nessuno, dobbiamo trovare la nostra personale strada verso la santità. La santità è sempre originale. Preoccupiamoci non tanto quando siamo un po’ strani ma piuttosto quando ci omologhiamo troppo agli altri. Ognuno è chiamato alla santità attraverso la propria storia e la propria vita.

Noi sposi cristiani ci santifichiamo nel matrimonio. Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita, oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo vivendo. Don Oreste Benzi, diceva che dobbiamo sposarci con l’idea di diventare santi. Non si può pensare di esserci “sistemati” una volta per tutte. Il matrimonio presuppone una conversione continua, ogni giorno della nostra vita, il matrimonio presuppone che decidiamo coscientemente di mettere Dio al centro del nostro cuore. Come? Donandoci al nostro amato o alla nostra amata. A volte riusciremo e a volte invece non ce la faremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione, senza cercare di perseguire la nostra santità in questo modo così ordinario e straordinario contemporaneamente, fatto di gesti semplici ma perseveranti nel tempo, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nella nostra vita. La testimonianza di tanti sposi abbandonati che hanno trovato pace e gioia nella fedeltà a Gesù e al sacramento del matrimonio ci mostra che il dono di sé è il vero antidoto per la tristezza e il senso di vuoto nella nostra vita. Quando ci impegniamo ad amare il nostro coniuge con un amore totale e incondizionato, anche se siamo stati feriti o traditi, invochiamo l’azione divina nella nostra relazione e permettiamo a Dio di lavorare in noi e attraverso di noi per compiere la sua volontà. Più invece non riusciremo a donarci e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Se gli sposi cercano soltanto di “sistemarsi” e non vivono la propria vocazione all’amore, resteranno magari insieme per tutta la vita, ma come semplici compagni, che cercano appunto compagnia, che vogliono solo riempire la loro solitudine. Come disse bene Chiara Corbella:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

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Vuoi amare? Prima impara ad ascoltare

Il Vangelo di ieri è bellissimo e ci offre la bussola per imparare ad amare. Vale per tutti! Ma forse noi sposi siamo coinvolti un po’ di più. Cosa abbiamo ascoltato ieri? Gesù risponde a un dottore della legge che gli domanda quale sia il comandamento più importante e afferma:

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Questo significa, come abbiamo già scritto ieri, che il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare il nostro coniuge. Solo se saremo ricchi dell’amore di Dio saremo capaci di amare il nostro prossimo più prossimo, con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Gesù risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el. Questa preghiera è la professione di fede che ogni credente ebreo ripete tre volte al giorno. Questa preghiera parte da un verbo: Ascolta Israele! Perchè non possiamo conoscere se non ascoltiamo. Dio si racconta a noi attraverso la Sua Parola. Solo poi nascerà in noi il desiderio di conoscerlo ancora meglio e di intessere una vera relazione con Lui. Ma tutto parte dall’ascolto. Io con Luisa non ho avuto il colpo di fulmine. Si mi piaceva ma ciò che me l’ha fatta desiderare ardentemente è stato conoscerla. E più la conoscevo, più l’ascoltavo e più ne ero attratto e più volevo sapere di lei. Credo che con la fede sia la stessa cosa.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di un Dio che ti ama. Un Dio presente in  ogni momento della vita, un Dio pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento, anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla, non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il suo amore misericordioso per noi.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa

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La dolcezza rivela chi siamo

Parliamo spesso di padre Raimondo Bardelli, il quale per noi è stato come un secondo padre. Gli siamo infinitamente grati per la sua pazienza nel guidarci alla comprensione dell’amore e nel fare chiarezza nei nostri cuori. Ci siamo avvicinati a lui partecipando a numerosi corsi, ognuno dei quali portava inevitabilmente al momento della prova specchio. In questo contesto, padre Raimondo sceglieva accuratamente due immagini da appendere al muro: l’immagine della Madonna di Medjugorje e l’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Queste due immagini rappresentavano per lui l’essenza dell’amore divino e materno, invitandoci a contemplarli e a metterli a confronto con il nostro volto e il nostro sguardo.

Ci diceva che l’amore deve essere visibile. L’amore trasfigura il corpo. L’amore casto. L’amore vissuto nella castità e nella verità trasfigura anche lo sguardo e il volto. Il suo insegnamento era questo. Più saremo capaci di abbandonarci all’amore e di combattere il peccato e più incarneremo la tenerezza e la dolcezza non solo con il nostro agire ma anche con il nostro corpo. Poi ci dava il colpo di grazia. Voi – terminava – esprimete la freddezza dei ghiacciai dell’Adamello (monte situato nei pressi del Gaver dove si svolgevano i corsi). Naturalmente aveva ragione lui. Io con tutta l’immagine di cristiano perfettino che volevo costruirmi nascondevo un cuore egoista e concupiscente e il mio sguardo mi tradiva.

La dolcezza non è innata ma si conquista. È un attributo prezioso che dona al corpo un’aura di fascino e grazia. Essa si irradia attraverso la delicatezza e l’armonia delle sensazioni ed emozioni, arricchendo i gesti di tenerezza. Segno di maturità e libertà interiore, la dolcezza è la manifestazione di una persona che possiede un’autentica sicurezza in se stessa e una profonda capacità di aprirsi all’altro. È un linguaggio non verbale che trasmette un messaggio cristallino: desidero la tua presenza, ti accoglierò. Questo linguaggio silenzioso parla al cuore e alla mente della persona amata.

L’aumento della dolcezza in noi rivela molto di più di una semplice crescita spirituale. È una testimonianza di un impegno personale costante nel percorso verso la consapevolezza spirituale e l’amore incondizionato. La dolcezza del nostro carattere e la capacità di amare gli altri attraverso il nostro cuore, il nostro corpo e la nostra anima sono il risultato di uno sguardo aperto verso chi ci circonda. Nel contrasto, la durezza nel nostro modo di essere può spesso indicare un’anima chiusa e incapace di aprirsi agli altri. Può essere segno di un cuore pesante a causa del peccato o delle ferite non risolte. Questa rigidità può ostacolare il nostro cammino verso una crescita spirituale autentica e un’esperienza profonda della vita.

È solo attraverso un lavoro interiore profondo e onesto che possiamo sviluppare la dolcezza in noi stessi. La dolcezza è un dono prezioso che possiamo coltivare in noi stessi. È un riflesso della nostra apertura verso il divino e della nostra capacità di amare e comprendere gli altri. Quindi, cerchiamo di coltivare la dolcezza nelle nostre relazioni e nella nostra vita di ogni giorno, e guardiamo come questa qualità trasforma noi stessi e il mondo intorno a noi.

La dolcezza può essere un indicatore importante sul vostro matrimonio e sulla vostra relazione. Siete diventati più dolci nel tempo? E vostro marito o vostra moglie? Il nostro sguardo e il nostro viso sono sinceri anche quando noi non lo siamo, rivelano chi siamo e come siamo.

Antonio e Luisa

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I social non sono il nostro album fotografico

Sharenting, ossia quell’abitudine dei genitori di postare e condividere sui social foto dei loro figli, più o meno regolarmente. Lo fanno anche gli influencer per fatturare e pubblicizzare prodotti: è stato dimostrato che un figlio aumenta interazioni e like, nonché opportunità lavorative con i brand dedicati ai piccoli. Basti pensare all’esempio più ovvio, i Ferragnez, tramite i quali abbiamo ecografie, parti e momenti quotidiani dei loro due bambini. Altri esempi? Paola Turani (modella e influencer), Sophie Codegoni (influencer e volto noto dei reality), Sofia Crisafulli (giovane mamma popolarissima nella GenZ), Mariano di Vaio (modello, che ha aperto un profilo per ogni figlio) … I bambini esposti hanno, fin dalla gravidanza, un proprio dossier digitale e, manco a dirlo, nessuna tutela dalle piattaforme su cui i genitori sono liberi di creargli addirittura profili privati già zeppi di followers e pronti a fatturare. Persino volti meno famosi hanno ripreso vita grazie ad una gravidanza o al figlioletto catturato da ogni tenera angolazione, a favore dello spettatore social.

Non serve essere cristiani per comprendere quanto sia radicalmente (alla radice!) ingiusto tutto questo. Se il Battesimo talvolta salta perché “sceglierà lui da grande”, come mai sull’esposizione social non può valere lo stesso principio? Perché costruire un grande album fotografico per milioni di followers sconosciuti (basti pensare ai quasi 30 della Ferragni), che possono in qualsiasi momento salvare foto e video sui propri dispositivi? Dal momento che la maggioranza dei social è accessibile dai 14 anni, come inquadrare i profili dei minori creati dai loro genitori? Proprio dai social la pedofilia e la pedopornografia traggono, purtroppo, la maggior parte dei contenuti. La generazione Alpha, i nati dopo il 2012, è la prima totalmente esposta digitalmente e si troverà ad affrontare contenuti che non ha scelto di condividere e che impatteranno su personalità e socialità. Quale immagine avranno di sé stessi e dei propri genitori, questi figli cresciuti sotto la fotocamera del genitore? Quali saranno le loro reazioni a vedere la loro infanzia spiattellata, giorno dopo giorno, sui social media? Quali conseguenze fisiche e psicologiche? Quali sensazioni proveranno a vedere ogni loro attività e capriccio postato su Instagram, seguito da migliaia di commenti?

Gli studi medici e psicologici sono già iniziati e non ci stanno dicendo niente di buono. Ho smesso da tempo di seguire gli influencer. Non voglio essere influenzata da chi esercita una violazione della privacy dei minori così grande. Cosa ancora più grave, nessuna norma a proteggere queste attività che non si limitano a qualche foto ogni tanto ma sono regolari, studiate, strategicamente pianificate. Controllate quanti commenti hanno le foto dei bimbi degli influencer e quanti le altre foto, senza bimbi. Ci vuole davvero poco a rendersi conto che il pericolo siano usati è ben presente e reale. Digital marketing, un mondo a parte (di cui noi vediamo solo la punta dell’iceberg, nei vari feed).

Ampliamo il discorso, parliamo di noi sposi cristiani. In che modo ci poniamo davanti ai social, con i nostri figli (più o meno grandi)? Quanto e come li esponiamo, in foto o video, sui nostri profili? Con quale fine? Penso siano domande che ogni genitore dovrebbe porsi. Noi ce le siamo fatte e abbiamo deciso di non esporre nostra figlia sui social (salvo qualche foto ai parenti, tramite messaggio). In realtà, è stato abbastanza scontato. Anzitutto, non abbiamo il suo consenso, da minorenne è sotto la nostra tutela e non ha consapevolezza di cosa sia internet, di cosa sia un’immagine; una foto postata sui social non è più solo nostra ma può fare giri immensi e incontrollabili (basti pensare alla velocità di uno screenshot). Siamo amanti degli album fotografici (io in particolare sono una grande fan delle foto stampate, rigorosamente opache!), che mostriamo con entusiasmo ad amici e parenti: i social non sono il nostro album fotografico (perché abbiamo deciso così) e non intendiamo mettere in circolazione foto di una bambina che avrà, se vorrà, tutto il tempo per costruirsi un suo profilo in futuro. Paranoia? Buonsenso, per noi.

Ogni famiglia dovrebbe, se necessario, chiedersi come comportarsi di fronte ad un’era digitale che ci ha posto davanti possibilità e pericoli – senza ignorare che questi esistano con un “ma sì, che pesantezza, è una foto, i bambini portano gioia, che male c’è”. Siamo super attenti a cosa mangiamo, vogliamo trasparenza negli ingredienti e nella provenienza dei prodotti, cerchiamo di essere sostenibili negli acquisti e controlliamo di aver messo le mandate alla porta di casa quando usciamo. E poi, senza pensarci, diamo foto su foto in pasto ai social (alzi la mano chi ha letto i Termini e Condizioni di un qualsiasi social media!). In quanto cristiani, seguaci di Cristo, non possiamo restare indifferenti di fronte all’uso, spesso spropositato, dei bambini su queste piattaforme. Il primo strumento è il nostro cervello: chiediamoci, con onestà, cosa ci spinge a pubblicare foto (non censurate) dei nostri figli sui social. La voglia di condividere? La voglia di apparire? La voglia di suscitare invidia? La voglia di far vedere quanto siamo bravi come genitori? Se ti ho punzecchiato un po’, forse da qualche parte ci ho preso… Il secondo strumento che abbiamo è sempre il nostro “Segui”: gli influencer sono ciò che sono grazie ai followers. Se non si condivide lo stile di vita o gli interessi di un certo profilo, inutile seguirlo. Se seguissi Chiara Ferragni mi sentirei complice dello sharenting che, quotidianamente, offre ai suoi followers: non penso farei il bene di Leone e di Vittoria, contribuendo a questa sistematica condivisione della loro infanzia (compresi momenti ripresi da telecamere casalinghe o capricci).

Se voglio stare sui social in modo cristiano, voglio scegliere chi seguire facendomi guidare anche dalla fede. E voglio scegliere per me come starci, sviscerando i motivi che mi portano a fare una scelta piuttosto che un’altra. Perciò, cari sposi, forse sui social più che a “spegnere” il cervello siamo chiamati ad accenderlo: a far sì che la nostra presenza sia bella, evangelica, sicura e affidabile nei contenuti. Che questi ultimi non danneggino nessuno (anche e soprattutto in modo indiretto), specie chi ancora non può difendersi o esprimere preferenze. Il diritto all’oblio esiste per un motivo e tanto spesso sono figli esposti a richiederlo. Siamo responsabili di ciò che postiamo ma, ancor prima, siamo genitori: non prendete, ve ne prego, alla leggera questo mondo virtuale! Contribuiamo a far sì che sia un luogo sicuro per tutti, bambini compresi.

Giada di Ne senti la voce

Un intreccio d’amore

Oggi vorrei parlare di un argomento su cui don Renzo Bonetti ci ha fatto riflettere ultimamente, la differenza tra religione e relazione. È un argomento che credo debba far riflettere tutti, perché dobbiamo davvero chiederci in cosa crediamo e con quale intensità. Non voglio urtare la sensibilità di qualcuno, ma riporto alcune frasi che ho sentito: “Vado alla messa tutte le domeniche, perché altrimenti è peccato”, “Devo recitare quella preghiera per quaranta giorni o fare quella novena, perché hanno detto che, se lo faccio, andrò sicuramente in Paradiso”, “Faccio il digiuno perché l’ha detto la Madonna”.

Ho citato tutte cose buone di cui non voglio assolutamente sminuire l’importanza (e che cerco di fare anch’io), ma noi seguiamo delle pratiche religiose per abitudine o per amore? Perché se le facciamo per abitudine, tradizione o perché se non le facciamo ci manca qualcosa, allora forse hanno perso il loro significato più profondo. Faccio un esempio: fra poco dovremo pensare ai regali di Natale e quello che mi spinge a farli è perché non posso presentarmi a cena dai parenti senza regali e perché è una tradizione, oppure perché amo e scelgo qualcosa di bello anche per chi mi sta un po’ sulle scatole, per comunicargli che comunque è importante per me, è mio fratello, poiché abbiamo lo stesso Padre?

Credo ci sia molta differenza e un diverso valore di fronte a un regalo esternamente identico. Io credo che dobbiamo tornare all’essenziale, al centro della nostra fede, cioè a curare le relazioni, in particolare quella con Dio, altrimenti è una farsa, anche se siamo brave persone e facciamo belle cose.

La nostra vita comincia grazie a una relazione tra un ovulo e uno spermatozoo, la crescita continua nella relazione con la madre, dopo la nascita impariamo a parlare e a camminare grazie alla relazione con i nostri genitori, etc….tutto è legato a una relazione. L’uomo cerca la donna e la donna cerca l’uomo, perché è scritto dentro di noi, ancora prima che nel DNA: siamo una relazione perché nasciamo da una relazione, la Santa Trinità (Padre, Figlio e l’Amore che li lega).

Quando moriremo, non porteremo con noi beni o soldi, ma tutte le relazioni che abbiamo curato e custodito, in particolare con il nostro coniuge: io non mi ricordo i regali che mi ha fatto mia moglie, ma non potrò mai dimenticare quel momento particolare, quella situazione, quelle parole in cui mi è entrata dentro e ha cominciato ad abitare nel mio intimo.

È interessantissimo notare che negli ultimi anni, anche la fisica quantistica ha rivelato cose per noi illogiche, ma che riconducono a quello che ho appena detto: in seguito a esperimenti è stato dimostrato che due particelle, se interagiscono fra se’ per un certo tempo, anche se vengono spostate a migliaia di chilometri, rimangono in qualche modo legate e una variazione su una delle due, viene replicata anche nell’altra. Il principio si chiama Entanglement (intreccio) ed è decisamente poco comprensibile per noi, che siamo abituati a interazioni fra oggetti vicini (principio di località) e che pensiamo che la realtà sia semplicemente fatta da blocchi/atomi che si uniscono (tipo costruzioni Lego).

E’ un fenomeno ancora da approfondire, tuttavia può essere sperimentato (in linea di massima) anche tra le persone che hanno avuto una forte relazione (sia nella gioia, che nel dolore): ad esempio due gemelli o anche fratelli/sorelle riescono a volte a provare le stesse emozioni, anche se si trovano molto lontano, oppure a una mamma si forma il latte nel seno se il figlio piccolo si ammala, nonostante non sia lì vicino; oppure, quando viene a mancare una persona cara a cui eravamo molto legati, non sentiamo a volte un certo legame, anche se non è più insieme a noi? Ecco, ci sono tante cose che ancora non riusciamo a comprendere e anzi, man mano che le scoperte scientifiche progrediscono, è maggiormente evidente la nostra piccolezza e quanto ancora dobbiamo imparare!

Però una cosa è chiara, le relazioni sono importanti, anzi fondamentali e per questo siamo portati a non restare soli, ma a creare “intrecci” con Dio e con gli altri; in particolare gli sposi, uniti in Dio e quindi indivisibili, anche se si separano, non possono cancellare definitivamente dalla loro vita il legame affettivo profondo che li unisce (anche secondo la fisica quantistica), tanto che ognuno dei coniugi può dire: “Io sono noi”.

Purtroppo devo constatare che tante volte Gesù, anziché essere al centro, è il grande escluso, perché si dà la precedenza a immagini, cerimonie, riti e organizzazioni, dimenticandoci che non sono l’obbiettivo, ma solo uno strumento per ricordarci che Gesù è vivo in mezzo a noi!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Gli sposi missionari a casa loro

Ieri la Chiesa ha celebrato la Giornata mondiale missionaria. Ma chi sono i missionari? Sono solo quei sacerdoti o laici che preparano le valigie e partono per qualche luogo lontano? Sono solo quelle persone che vanno ad annunciare il Vangelo a chi ancora non ha incontrato Cristo? Forse un tempo era davvero così. Oggi non lo è più. Tutti i credenti sono chiamati ad essere missionari. Anche noi, anche voi. Essere missionari può accadere ovunque: in famiglia, sul posto di lavoro, tra gli amici, nella comunità locale. Portare il messaggio di Cristo non richiede solo grandi gesti, ma può essere realizzato attraverso piccoli atti di gentilezza, di amore e di compassione. Persino le parole gentili, l’ascolto, il supporto e il perdono possono essere strumenti potentissimi per diffondere la parola di Dio.

Essere missionari significa testimoniare la nostra fede e vivere in modo coerente con i principi evangelici. Ogni credente ha la responsabilità di essere un riflesso dell’amore di Cristo e di essere un faro di speranza nella società. La missione non è riservata a una categoria ristretta di persone, ma è un invito aperto a tutti. Noi sposi siamo chiamati ad essere missionari in un modo del tutto particolare. Ci viene chiesto di far intravedere Cristo attraverso il nostro amore di coppia e familiare. Attraverso la vita di tutti i giorni fatta di lavoro, di figli, di impegni e di tutto quello che è ordinario e comune. Non è il gesto ma l’amore che mettiamo nel gesto che dovrebbe incuriosire le persone che ci stanno accanto.

Noi dovremmo essere portatori di una modalità d’amore che attrae il cuore dell’uomo e della donna dei nostri tempi. Viviamo in un mondo post-cristiano dove l’ateismo è ormai la prima religione e dove le relazioni umane sono caratterizzate dalla precarietà, dalla confusione e dall’individualismo. Nonostante le sfide che ci troviamo ad affrontare, è cruciale che noi, come individui e come coppia, cerchiamo di incarnare un amore fedele e gratuito. In un’epoca in cui l’ottimismo sembra svanire e in cui le persone sono sempre più disilluse riguardo alla possibilità di relazioni che durano nel tempo, dobbiamo trasmettere un messaggio di speranza. Dobbiamo dimostrare che l’amore sincero e appassionato esiste ancora e che può superare le difficoltà che incontriamo lungo il cammino.

E per chi come noi cerca di raccontare l’amore attraverso dei seminari dal vivo, i libri e il blog? Per essere davvero capaci di essere testimoni non basta saper parlare bene, non basta conoscere perfettamente la teologia, il catechismo e la morale cattolica. Non basta! L’ingrediente che non può mancare per essere credibili è vivere l’amore che si vuole raccontare e testimoniare. Luisa ed io non abbiamo una preparazione teologica specifica. Mi succede spesso di chiedere consiglio e dritte a padre Luca quando ho dubbi ed incertezze su alcune tematiche. Io non parlo neanche così bene. Balbetto anche un po’ quando sono agitato. Però quello che passa credo sia la nostra coerenza. La bellezza che raccontiamo non è un’idea astratta ma ne abbiamo fatto esperienza concretamente nel nostro matrimonio.

Insomma si può sintetizzare che per essere missionari e testimoni, in questo nostro mondo dove le relazioni sono sempre più fragili e dove c’è tanta sofferenza, dobbiamo prima di tutto essere degli sposi realizzati, sposi capaci di fare l’amore, di donarsi ed accogliersi, capaci di perdonarsi e di ricominciare con più forza di prima. Degli sposi consapevoli dei propri limiti ma anche della forza dello Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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L’intimità femminile è un giardino chiuso

Oggi riprendiamo un po’ di Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II. In particolare un versetto tratto dal Cantico dei Cantici che è stato approfondito dal papa polacco. Un versetto che racchiude tanta di quella ricchezza che merita di essere decifrata.

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.

In tre righe c’è un mondo, quello femminile. Giovanni Paolo II ha approfondito questi versetti nell’udienza del 30 maggio 1984. Sottolineo solo alcuni passaggi che mi hanno particolarmente colpito.

Le parole dello sposo, mediante l’appellativo “sorella”, tendono a riprodurre, direi, la storia della femminilità della persona amata, la vedono ancora nel tempo della fanciullezza e abbracciano il suo intero “io”, anima e corpo, con una tenerezza disinteressata. 

La donna ha un profondo bisogno di sentirsi non solo desiderata per il suo corpo, ma anche come persona intera. È un tratto fondamentale che va oltre l’aspetto fisico e richiede un amore disinteressato e autentico. Quando una donna si sente accolta completamente, in tutte le sue sfaccettature, si apre completamente al suo partner. L’amore autentico e profondo richiede un cammino di crescita che entrambi i coniugi devono percorrere insieme. È un impegno costante verso l’empatia, l’ascolto, la comprensione reciproca e la dimostrazione continua di affetto. Nel mio rapporto con Luisa ho imparato che non basta cercarla fisicamente, ma devo anche essere tenero, empatico e attento alle sue esigenze emotive. Ho imparato a dimostrarle il mio amore nel modo che le è più vicino e a farla sentire unica. Questo richiede sforzo e volontà, ma col tempo diventa più naturale e spontaneo. L’amore vero, quello che è dato e ricevuto sinceramente, ci cambia e ci rende migliori. È proprio questo amore autentico che ha permesso a Luisa di sentirsi sempre più amata ed accolta, e soprattutto, di abbandonarsi a me con piena fiducia. Inizialmente, all’inizio del nostro matrimonio, è stato più difficile. Sia per Luisa che per me. Non ero ancora in grado di donarmi completamente e in alcuni momenti potevo sembrarle distante o addirittura la usavo per colmare i miei bisogni affettivi e sessuali. Lei se ne accorgeva e questo la bloccava sempre un po’. Contrariamente a ciò che si sente dire, il matrimonio non è la tomba dell’amore con la sua quotidianità e la sua routine, ma può essere un luogo di crescita, di connessione profonda e di amore incondizionato. Abbiamo imparato a trasformare la stabilità e la consuetudine in una base solida per costruire una vita insieme, con amore e passione, giorno dopo giorno. Solo così ci sarà pieno abbandono reciproco. Quando oltre che amanti ci si potrà sentire anche fratello e sorella, così disarmati da mostrarsi nudi non solo nel corpo ma nell’intera persona perchè esiste comunione ed intimità dei cuori prima ancora che dei corpi.

Le metafore appena lette: “giardino chiuso, fonte sigillata” rivelano la presenza di un’altra visione dello stesso “io” femminile, padrone del proprio mistero. Si può dire che ambedue le metafore esprimono la dignità personale della donna che, in quanto soggetto spirituale si possiede e può decidere non solo della profondità metafisica, ma anche della verità essenziale e dell’autenticità del dono di sé, teso a quell’unione di cui parla il libro della Genesi.

Questo bellissimo passaggio sottolinea la sacralità e l’intimità dell’amore, raffigurandolo come un giardino che può essere aperto e condiviso solo con chi realmente lo merita. Parla della Sulamita, la protagonista del Cantico, che attende pazientemente il suo Salomone, colui che cerca un amore autentico e capace di promettere per sempre. Questo amore non è possessivo, ma piuttosto un totale dono di sé. Un giardino chiuso perchè l’apertura avviene solo dall’interno. Non può essere aperto da chiunque. Si può bussare ma poi solo la donna decide a chi aprire. Un giardino che non è per tutti. E’ solo per il re. Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. La Sulamita sta aspettando il suo Salomone. Aprirà il proprio giardino solo a lui. Lui che è desideroso di un amore autentico. Un amore che costa, impegnativo, ma che sarà un giardino dove il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende Salomone pazzo di gioia.  Non perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore. E’ quello a cui tutti noi siamo chiamati e chi ne fa esperienza può rivivere il Cantico dei Cantici nel proprio matrimonio.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio ha senso solo nella reciprocità. È davvero così? (2 parte)

Riprendiamo da dove ci siamo lasciati ieri. Se non avete letto la prima parte vi lascio il link. L’umiltà ha come prima conseguenza quella di fare chiarezza su noi stessi. Di mettere in evidenza i nostri difetti, le nostre mancanze ma non solo. L’umiltà ci aiuta a comprendere anche i nostri talenti per metterli a disposizione di Dio, di noi stessi e degli altri. L’umiltà vera richiede la comprensione dei doni di DIO. La vera umiltà ce la insegna Gesù stesso. Gesù non si sente piccolo, Gesù sa benissimo di essere figlio di Dio, di essere Dio, eppure decide di farsi piccolo. Gesù non è piccolo ma si fa piccolo per amore. Gesù è colui che sa di essere perfetto come il Padre, di poter con una parola far piegare le ginocchia a qualsiasi potente e re della terra e cosa fa? Si inginocchia Lui a lavare i piedi sudici di quei dodici amici che non sono per nulla perfetti come Lui. Tra loro c’è chi lo tradirà, c’è chi sarà incredulo, c’è chi lo rinnegherà tre volte. Gesù per amore si fa più piccolo di loro per rialzarsi con loro. Si fa piccolo per aiutare loro a diventare grandi.

Solo chi è capace di umiltà, ed è quindi capace di abbassarsi al di sotto del proprio coniuge anche quando questi non si comporta bene, può amare sempre. Solo così si può restare fedeli alla promessa matrimoniale. Solo così saremo capaci di un amore che salva noi, l’altro e il mondo intero. Anche quando sembra non servire a nulla. Abbassarsi per poter considerare l’altro sempre degno di tutto il nostro amore.

L’umiltà ci aiuta a non scoraggiarci per le nostre debolezze ma ci conduce ad abbandonarci completamente tra le braccia del Padre. L’umiltà ci permette di non distruggere nel nostro cuore la persona che abbiamo sposato proprio perchè ci dà una prospettiva di gratuità e non di confronto. L’umiltà ci permette di servire con amore, un amore gratuito e non sempre meritato che suscita gioia in chi è servito e si riverbera nel cuore di chi serve in una continua e reciproca crescita nell’amore. E se l’altro non corrisponde? La gioia arriverà dalla consapevolezza che con quell’amore che costa sto riamando Gesù, la persona che più di tutte ha dimostrato di amarmi.

Questo farsi piccoli cura progressivamente l’orgoglio e la superbia (che sono la morte dell’amore). Luisa porta nel cuore la preghiera-testamento di Santa Bernadette che in un passaggio scrive: Ma per le beffe, per coloro che mi hanno presa per pazza, per coloro che mi hanno presa per bugiarda, per coloro che mi hanno presa per interessata. GRAZIE, MADONNA!

L’umiltà s’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

L’umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

L’umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile. L’amore sponsale è la nostra via per giungere all’abbraccio eterno con Cristo e l’umiltà è condizione essenziale per abbandonarci a Lui. Quindi smettiamola di lamentarci e incominciamo ad amare davvero. Solo così ci faremo santi! Non possiamo essere davvero cristiani se non impariamo l’umiltà.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio ha senso solo nella reciprocità. È davvero così? (1 parte)

Riprendo il mio breve video sul Vangelo domenicale dove ho affermato che rivestirsi di Cristo significa non solo rivestirsi della sua Grazia, ma anche conformarsi al Suo modo di amare che è chiaramente rappresentato dalla croce, dalla Sua passione, dalla Sua morte e dalla resurrezione. Come al solito ho ricevuto nei commenti la solita obiezione: eh ma serve reciprocità! Se l’altro non dimostra amore o peggio tradisce il mio amore io non devo essere obbligata a stare con lui. Io devo essere felice non umiliarmi. L’amore a senso unico non regge. Il concetto è questo più o meno. Ed è quello che tanti pensano. Io stesso, prima di sposarmi e di fare un cammino di conoscenza del matrimonio e di esperienza di un amore autentico poi nel matrimonio attraverso mia moglie, credevo che fosse umiliante ed ingiusto stare con una persona che non corrisponde il tuo amore. Mi sono ricreduto. Quello che scriverò di seguito a tanti non piacerà! Ma ne frego! Questo è il cammino verso la santità che tutti dobbiamo imboccare, io per primo che ancora pecco tanto in umiltà!

Iniziamo con il dire che non serve reciprocità per amare. Serve reciprocità per restare innamorati, per non perdere la passione, per tenere viva accesa la fiamma dell’eros. Non serve la reciprocità per mantenere fede alla mia promessa matrimoniale. Lì serve la nostra libera scelta. L’ho scritto tante volte. Noi promettiamo di restare innamorati? NO. Noi promettiamo di non perdere mai sentimento e attrazione verso l’altro? NO. Noi promettiamo di avere sempre un desiderio incontrollabile l’uno verso l’altra? NO. Non potremmo farlo semplicemente perchè non possiamo controllare del tutto i nostri sentimenti e i nostri desideri. Noi promettiamo di amare sempre. Questo possiamo farlo. Perchè amare è un verbo non una condizione. E’ una scelta.

Solo se sono consapevole che scegliendo di amare quella persona che ho accanto sto amando Dio, o meglio sto ricambiando l’amore di Dio, allora tutto acquista senso. Acquista senso amare mio marito che non mi fa un complimento, che non nota la fatica che faccio a lavorare e a stare dietro ai figli, che sembra interessato più alla Champions che a me. Acquista senso amare quella donna sempre pronta a lamentarsi, che non apprezza il mio impegno, che sembra un ghiacciaio quando la cerco fisicamente. Tutto acquista senso. Anche per chi come Ettore (che scrive su questo blog) decide di rimanere fedele ad una donna che si è fatta una nuova vita con un altro uomo. Ma serve umiltà!

La parola umiliazione ricorre spesso nei commenti che obiettano un rifiuto ad accogliere come modalità d’amore quella cristiana incondizionata e fedele. L’umiliazione ci abbassa nella nostra considerazione personale solo quando manchiamo di umiltà. L’umiltà è caratteristica delle due persone del Vangelo più perfette che ci siano: Gesù (Imparate da me che sono mite e umile di cuore – Mt 11,29) e Maria (ha guardato l’umiltà della sua serva …. Lc 1,28). L’umiltà non è per nulla una condizione di persone misere e miserabili, ma al contrario è di chi è ben consapevole del proprio valore e dei propri talenti. L’umiliazione, in tanti di noi, ha come conseguenza il disprezzo, ci fa sentire disprezzati. Ecco chi è umile, ma è davvero umile, non viene ferito da questo disprezzo. Può sicuramente avere una sofferenza per il comportamento della persona amata, ma non si sentirà toccato nella propria consapevolezza di essere prezioso. Umiltà ci permette di abbassarci innalzandoci. Cosa significa? Lo vederemo domani.

Antonio e Luisa

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Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto

Due sposi che celebrano un matrimonio, che celebrano il sacramento del matrimonio, sono convinti che tutto andrà bene. Non si sposerebbero se non fosse così. Quasi tutti i matrimoni ormai sono liberi. È una scelta non più obbligata, non più dettata da motivazioni culturali o conseguente al rispetto di una tradizione. Non più. Chi si sposa lo fa perché vuole farlo. Magari non è pienamente consapevole di cosa significhi, ma vuole farlo. Se poi i due sposi celebrano un sacramento con fede e nella convinzione che Gesù stia davvero partecipando in prima persona, credono di poter davvero sperimentare una relazione meravigliosa e unica attraverso quella scelta definitiva e radicale che stanno compiendo davanti al sacerdote e all’assemblea.

Ed è davvero così, ad una condizione però. Che i due sposi non credano di poter accollare tutto il lavoro a Gesù. Lo Spirito Santo eleva l’amore naturale dei due sposi. Lo Spirito Santo perfeziona e potenzia l’amore dei due sposi. Un amore che però ci deve essere e che deve essere custodito ed aumentato nel lavoro quotidiano. La matematica ci insegna che zero moltiplicato per qualsiasi numero dà sempre zero. Quindi se i due sposi non curano quella relazione giorno per giorno lo Spirito Santo non potrà evitare sofferenze e allontanamenti che possono portare fino a separazioni e divorzi. Tanti matrimoni, anche celebrati sacramentalmente, partiti con tante buone intenzioni e tante speranze nel cuore, poi falliscono miseramente.

Non è questione di fortuna, non è questione di chimica o tantomeno di destino. No, nulla di tutto questo. Noi sposi siamo artefici in prima persona della qualità della nostra relazione. Gesù opera, ma solo insieme a noi. Lui mette tutto il Suo amore che diventa nostro, ma noi dobbiamo mettere il nostro povero, limitato e incoerente amore. Dobbiamo mettere tutto quello che abbiamo e solo dopo Lui può fare il miracolo. Come alle nozze di Cana, dove i servi riempirono le giare di acqua, per permettere a Lui dii trasformare quell’acqua in vino. Il matrimonio è costruito sullo Spirito Santo ma anche sulla nostra fede, sul nostro impegno, sulla nostra volontà, sulla nostra perseveranza. Sulla cura giornaliera e tenera dell’uno verso l’altro Lo spiega benissimo Wilferd A. Peterson nel suo bellissimo componimento.

L’ARTE DEL MATRIMONIO di Wilferd A. Peterson
La felicità nel matrimonio non è qualcosa che semplicemente accade.
Un buon matrimonio deve essere creato.
Nel matrimonio le piccole cose sono le grandi cose.
É non essere mai troppo vecchi per tenersi per mano.
É ricordarsi di dire “Ti amo” almeno una volta al giorno.
É non andare mai a dormire arrabbiati.
É non dare mai l’altro per scontato;
il corteggiamento non dovrebbe finire con la luna di miele,
dovrebbe continuare nel corso degli anni.
É avere un senso reciproco di valori e obiettivi comuni.
È stare insieme di fronte al mondo.
É formare un cerchio d’amore che riunisce tutta la famiglia.
É fare le cose l’uno per l’altro, non nell’atteggiamento del dovere o del sacrificio, ma nello spirito di gioia.
É dire parole di apprezzamento
e dimostrare gratitudine in modi gentili.
Non è cercare la perfezione l’uno nell’altro.
É coltivare la flessibilità, la pazienza, la comprensione e il senso dell’umorismo.
É avere la capacità di perdonare e dimenticare.
É dare l’un l’altro un’atmosfera in cui ognuno può crescere.
É trovare spazio per le cose dello spirito.
È una ricerca comune per il bene e il bello.
É stabilire una relazione in cui l’indipendenza è uguale,
la dipendenza è reciproca e l’obbligo è vicendevole.
Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto
É scoprire cosa il matrimonio può essere, al suo meglio.

Capito cari sposi? Se le cose non funzionano bene tra di voi non smettete di pregare e di affidarvi a Gesù, ma non smettete neanche di rimboccarvi le maniche e fare di tutto per sanare le vostre ferite e per ridurre la distanza tra voi. Ricominciate a volervi bene nei piccoli gesti dii ogni giorno. Solo così Gesù potrà guarire voi e il vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Come resistere alle tentazioni?

Buongiorno, leggendo i vostri articoli mi è nata una richiesta dovuta anche ad una mia necessità personale e spero che sia di spunto per una riflessione più approfondita….
Io mi domandavo come vivere in grazia nel matrimonio, oltre seguire i precetti come andare a messa ecc , con tutte le tentazioni e le provocazioni che ci dà il mondo; per esempio dopo anni di matrimonio, e di conoscenza dell’altro, non è tanto , magari, una persona che ti porta a tradire ma proprio il concetto del tradimento in senso assoluto che ti dà sensazioni particolari e contrastanti . Leggendo qui e lì la scienza ammette che l’uomo essendo un mammifero è normale la poligamia in senso sessuale… davanti a tutto ciò come ci parla Dio, come dobbiamo fare? E la domanda conclusiva , se il sesso a livello cattolico è un fine solo per la procreazione come ci dobbiamo comportare se non ci sentiamo pronti per mettere al mondo un figlio?

Ho deciso di rispondere a questa serie di domande ricevute da un lettore (credo sia un uomo) perché ha espresso esattamente i dubbi di tante persone del nostro tempo. Viviamo immersi in una cultura che non vede più nella fedeltà una virtù importante ma anzi esalta spesso il tradimento e la promiscuità come manifestazione di libertà e di emancipazione. Ora con calma cercherò di rispondere punto per punto.

Dopo anni di matrimonio il tradimento diventa attraente.

Chi ha posto la domanda non dice di essersi innamorato di un’altra donna ma di trovare l’idea del tradimento stimolante, un modo per uscire dalla monotonia di una relazione che dura da diversi anni di matrimonio. Ecco mi sento di proporre due diverse riflessioni su questo punto. Quanti anni ha il lettore? E’ sposato da diversi anni ma usa i social abitualmente. Deve verosibilmente trattarsi di un uomo dai quaranta ai cinquanta. O giù di lì. Esattamente l’età in cui l’uomo entra in un tunnel, in una crisi. Ne ho già parlato. Succede che tutto d’un tratto, non in modo graduale ma improvvisamente, ed è questo che ci fa particolarmente barcollare nelle nostre sicurezze, prendiamo coscienza di stare invecchiando. Ci sono passato anche io che di anni ne ho 49. Non siamo più i ventenni che credevamo di essere. Voi direte bella scoperta. Eppure è un trauma. Questa consapevolezza arriva e ti colpisce. Rischia di affondarti. Non siamo più quelli di prima e il nostro corpo ce lo dice. Abbiamo accanto mogli che non sono più quelle di prima e che ci ricordano come uno specchio che anche noi non siamo più così giovani. Ecco che d’un tratto quella donna ci sta stretta, abbiamo bisogno di sentirci vivi e belli sentendoci attraenti per altre donne. E’ una tipica dinamica maschile. Non dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo però agire da uomini e non da maschi complessati e testosteronici. Mia moglie non mi piace in determinati momenti? E’ lì che sono chiamato a donarmi più di prima. Ad abbracciarla e a mantenere quel contatto fisico che è fondamentale. A volere l’intimità con lei. Certo all’inizio non mi viene spontaneo ma lo faccio perchè lei è l’amore per me ed in lei, attraverso la nostra relazione, posso fare un’esperienza incredibile. Sempre. Con la tenerezza, con il dono e la cura reciproca, è più facile riuscire a scorgere di nuovo la bellezza della mia sposa. Perchè lei è bella, è meravigliosa. Sono io che non riesco sempre a vederla come tale. Il problema non sta in lei ma in me. E’ importante prenderne coscienza per poi non nascondere questo problema ma affrontarlo e superarlo. Ora un’ulteriore riflessione. Desiderare il tradimento può essere un campanello d’allarme che indica che non sto vivendo una sessualità piena ed appagante nel matrimonio. Ne ho parlato già in diversi articoli che potete trovare sul blog. L’intimità se non diventa comunione, ma resta solo uno sfogo a livello fisico, difficilmente alla lunga resterà appagante per entrambi. E’ il problema di tanti matrimoni che nel tempo arrivano al deserto sessuale.

La scienza ammette che l’uomo essendo un mammifero ha una normale inclinazione verso la poligamia in senso sessuale

Questa è una delle obiezioni maggiori. Ne parlano tutti. E’ vero che ci sono molti mammiferi, la maggior parte ma non tutti, che hanno un comportamento sessuale poligamo. E’ vero anche che questi mammiferi hanno dei periodi di “calore” dove il corpo li predispone ad avere rapporti sessuali per fecondare le femmine. Capite bene che tutto il “desiderio” o sarebbe meglio chiamarla pulsione si verifica a livello fisico. Pur ammettendo che noi fisicamente siamo mammiferi e abbiamo una componente fisica ed ormonale che ci genera pulsioni verso diverse donne e altrettanto vero che siamo uomini. Siamo una complessità fatta di anima, cuore e corpo. Abbiamo un desiderio pulsionale che va educato e condotto all’amore. Noi siamo padroni delle nostre pulsioni e non schiavi di esse. Ho parlato anche di questo diverse volte. Noi abbiamo la nostalgia nel cuore di vivere un amore totale, dove ci mettiamo tutto in anima, cuore e corpo. E la relazione monogamica e fedele ne è la più piena realizzazione. Solo se riusciamo a vivere questo tipo di amore siamo appagati autenticamente. E questo vale anche nell’intimità. Io sono attratto da innumerevoli donne fisicamente più giovani di mia moglie ma mia moglie è la più bella per me. Perché? Perché di lei conosco molto (non tutto). Perchè ho vissuto anni in cui ci siamo donati ed accolti, in cui ci siamo amati, aperti, perdonati. Io non vedo più solo il suo corpo ma vedo un corpo trasfigirato da anni di amore quotidiano dato e ricevuto. Per questo lei è la più bella per me.

Se il sesso a livello cattolico è un fine solo per la procreazione come ci dobbiamo comportare se non ci sentiamo pronti per mettere al mondo un figlio?

Questa è un’idea sorpassata e sbagliata. La Chiesa non dice che il sesso ha il solo fine procreativo. La Chiesa dice che il sesso ha bisogno del tutto per essere autentico e il tutto presuppone anche la nosta componente procreativa. Detto in altre parole: per poter vivere nella verità il nostro incontro intimo, e di conseguenza fare esperienza di una vera comunione, il rapporto deve essere aperto alla vita (seme in vagina e senza barriere fisiche o chimiche). La Chiesa ci invita altresì ad una maternità e paternità responsabile. Essere cioè generosi ma senza mettere in pericolo la tenuta psicofisica dei due sposi e dei figli che già ci sono. La soluzione sono i metodi naturali. Il che significa avere rapporti nei periodi infertili, se si crede di non poter avere figli in quel momento per tanti motivi che la coppia ha ponderato e su cui ha fatto discernimento. Solo così in ogni rapporto ci uniremo senza escludere nulla di noi e se non potremo farlo aspetteremo di poterlo fare. Questo è amore: se non ti posso avere tutta/o aspetterò il giorno che potrò averti tutta/o.

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Perdete tempo!

Due giorni fa il Vangelo proponeva il brano della visita di Gesù a due amiche. Marta e Maria sono le sorelle di Lazzaro e sono tra le persone più vicine a Gesù. Due donne molto interessanti perchè mostrano un atteggiamento completamente opposto. Maria si disinteressa di ogni attività in casa e si dedica completamente a Gesù. Marta invece continua ad affaccendarsi senza riuscire ad approffittare della presenza di Gesù e a godere della vicinanza di Cristo.

È vero, ne ho già scritto tante volte. Però è anche vero che, presi da mille cose da fare nella nostra quotidianità, ci dimentichiamo spesso di ciò che è davvero importante. Quindi repetita iuvant dicevano i latini. Oggi vorrei prenderla da una prospettiva diversa che non ho mai specificatamente approfondito qui sul blog.

Quanto siamo Marta e quanto siamo Maria nella nostra relazione? Cosa mettiamo al primo posto? Abbiamo la capacità di comprendere che l’altro è una meraviglia e a volte serve lasciare lì i nostri impegni e serve “perdere tempo” per stare con l’altro, per parlare, per guardarsi, per riconoscersi, per fare l’amore? L’amore è dare ciò costa fatica dare. Amare è dare il tempo che non abbiamo. Anche per fare l’amore! Serve “togliere” tempo ad altro, serve “togliere” tempo ai figli, al lavoro, agli impegni. E dobbiamo comprendere che non siamo cattivi genitori se lo facciamo. In realtà stiamo mantenendo fede alla promessa matrimoniale. Stiamo permettendo al nostro amore di vivere, di alimentarsi, di non seccare, di crescere. Alla fine questo è il nostro impegno più grande ed importante. Tutto il resto può e deve venire dopo. Se non riusciamo a mettere al posto giusto la cura dell’amore verso Dio certo, ma anche verso Dio attraverso l’altro, inutilmente stiamo faticando. Nel Siracide troviamo scritto: C’è chi lavora, fatica e si affanna: eppure resta tanto più indietro.

Questo non significa disprezzare l’impegno, il lavoro e la cura dei figli. Questo significa farlo nel modo giusto. Perchè alla lunga, se non nutriamo il nostro amore “perdendo tempo” tutto diventerà più difficile. La nostra famiglia perderà la sua bellezza ai nostri occhi e diventerà un peso, una serie di impegni da fare per forza. Capite che non è il modo giusto?

Quindi ripeto: dedicate del tempo per attività che sembrano non servire a nulla concretamente. Faccio un esempio personale. Luisa ed io siamo sposati da ventuno anni. Il lunedì mattina ho deciso di accompagnarla al lavoro. Questo per me significa alzarmi prima, mettermi in mezzo al traffico che in quell’ora è intenso, e farmi un bel po’ di coda soprattutto al ritorno. Questo per cosa? Per stare solo con lei in auto all’andata e per stare dieci minuti al bar a fare colazione. Sembrerebbe inutile. Eppure è uno dei nostri segreti per non perderci di vista.

E poi, non dobbiamo dimenticare che l’amore fisico è più di un semplice piacere momentaneo. È un atto di intimità profonda che va oltre il semplice soddisfare i desideri del corpo. È un’esperienza che coinvolge l’anima e il cuore in modo unico. Quindi, invece di affrettarsi e considerarlo come un semplice dovere da svolgere di fretta, dedichiamo del tempo a questa esperienza sacra. Facciamo l’amore come Maria e non come Marta. In quel momento tra noi c’è Gesù, stiamo rinnovando un sacramento. L’amore merita di essere celebrato con attenzione, tenerezza e delicatezza. Non limitiamoci solo al piacere fisico, ma cerchiamo di creare un legame intimo che vada al di là delle apparenze esterne. L’amore autentico richiede contemplazione reciproca, comprensione profonda e parole dolci che nutrano l’anima. Non lasciamo che questo gesto d’amore diventi un’attività di routine da inserire in mezzo a tante altre. Dedichiamo del tempo di qualità a questa esperienza, troviamo momenti di intimità in cui ci sentiamo pienamente presenti e connessi con il nostro partner. Non importa se siamo stanchi o impegnati, cerchiamo di trovare spazio, ripeto di qualità, nella nostra vita per celebrare l’amore con tutta l’attenzione che merita. Altrimenti anche fare l’amore diventerà un peso alla lunga. Invece, se vissuto bene, diventerà sempre più bello e pieno.

Alla fine vi accorgerete che tutto questo “tempo perso” è servito a costruire una casa solida ed accogliente, la casa del vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Riuscire nella vita significa perdere la vita

Oggi voglio tornare sullo spot Esselunga “La pesca” che ha destato polemiche e opinioni contrastanti: innanzitutto secondo me è un piccolo capolavoro, dove il regista ha giocato tutto sugli sguardi, della bambina e dei genitori. Ma lo spot può piacere o non piacere, come tutte le produzioni, non è ciò che m’interessa: quello che invece mi sta a cuore è ribadire che la separazione è una sofferenza per i figli. Non lo dico per sentito dire, ma per esperienza personale e di tanti altri genitori che si trovano nelle mie stesse condizioni.

È inutile che ci sia qualcuno che cerchi di sminuire e dica ad esempio che i figli si abitueranno, capiranno, cresceranno più in fretta etc., mi sembra solo un vano tentativo di giustificarsi e diminuire i sensi di colpa. Come una pianta non può crescere bene senza che le radici siano a contatto con la terra e con l’acqua, così i figli per crescere correttamente dal punto di vista psico fisico hanno bisogno di vivere in una famiglia composta da papà e mamma che si vogliono bene.

Qualcuno penserà: “Meglio per loro che i genitori si separino, piuttosto che vivano in una famiglia dove ci sono continuamente litigi”. Anche qui, cosa vuol dire questo? Non esistono famiglie dove non ci siano discussioni, dove non ci siano decisioni importanti da prendere e difficoltà da superare, è questa la realtà in cui viviamo (anzi, ritengo che se in una famiglia non ci siano discussioni, vuol dire che c’è chi prevale e chi è sottomesso, oppure che ormai ognuno fa la sua vita e non gli importa niente dell’altro). Vogliamo far credere ai figli che il matrimonio è una strada in discesa e che esiste sempre il “vissero felici e contenti”? Se facciamo così, li illudiamo soltanto, ci rimarranno molto male quando si accorgeranno che le cose sono diverse e alla prima difficoltà si tireranno indietro, pensando così di aver sbagliato persona.

Certo, i genitori devono creare un clima sereno in famiglia, non devono volare i piatti in casa, facendosi anche aiutare da esperti, se necessario. “I bambini non dovrebbero intromettersi nelle questioni dei grandi”, hanno commentato e questo è vero, ma anche a 50 anni un figlio desidera che i propri genitori tornino insieme, perché è nato dal loro amore e la sua identità nasce dall’unione di due persone, questo nessuno lo può cancellare (anche se il mondo cerca di farci credere il contrario). Mi ricordo che nella mia adolescenza uno dei miei film preferiti era “Il cowboy con il velo da sposa” (The Parent Trap, 1961), dove due ragazze adolescenti scoprono in un campeggio di essere sorelle gemelle, separate da piccole a causa del divorzio dei genitori, ognuno dei quali aveva scelto una figlia: si organizzano per scambiarsi i ruoli in modo da conoscere l’altro genitore e poi fanno di tutto per farli tornare insieme, addirittura facendo dispetti alla fidanzata del papà, fino a raggiungere il loro obbiettivo. Questa commedia della Disney che è stata molto apprezzata a suo tempo, ha soltanto ribadito una cosa ovvia, il desiderio dei figli di stare con entrambi i genitori e non mi risulta che siano nate delle polemiche, nonostante le protagoniste abbiano utilizzato qualsiasi mezzo per raggiungere il loro scopo. L’aspetto interessante è che queste due ragazze all’inizio non erano tanto gentili o buone, tanto che la scoperta di essere gemelle avviene quando vengono messe insieme in punizione perché si odiavano, mentre subito dopo cambiano completamente, scoprendo che erano state amate e desiderate dagli stessi genitori e quindi legate da un vincolo fortissimo.

La stragrande maggioranza delle separazioni avviene per egoismo, narcisismo, tradimenti e ferite personali, le motivazioni che riguardano violenze sono una piccolissima parte (questo per rispondere a chi tira in ballo questa “giusta” motivazione a dividersi). Solo che qualcuno non vuole che si dica la verità, bisogna tenere alcune cose nascoste per non “disturbare”, risvegliare le coscienze o per far credere che la separazione sia “normale” (Dio quando unisce una coppia di sposi non vorrebbe che si separassero mai, ma questo avviene per il limite umano).

Quando un uomo e una donna decidono di generare una vita collaborando con Dio, dovrebbero dare la vita fino in fondo, mettendo questa creatura, che è la più indifesa, davanti a tutto, fosse anche necessario rinunciare a tante cose: solo che in questo periodo storico l’individualismo è predominante ed è difficile trovare persone che agiscono oltre sé stessi per un bene superiore o comune (“Se non sto bene o non sono felice, perché non posso andarmene e frequentare altre persone?” è una frase molto diffusa, pensando erroneamente che la felicità sia cambiare treno e non tenendo in considerazione le conseguenze della propria scelta in tutte le persone vicine).

Io credo che riuscire nella vita sia essenzialmente perderla, donarla per Dio e per gli altri: che questo avvenga nel sacerdozio, nel matrimonio o in persone single ha poca importanza, quello che conta è ciò che ci muove e ci spinge a fare tutte le nostre scelte.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

L’infinito di Dio in un anello

Oggi risponderò in modo un po’ articolato ad una domanda che ci è arrivata per mail.

Il fidanzamento è sancito con un segno (nella nostra cultura l’anello)? E nel momento in cui ci si fidanza, secondo la visione cristiana, inizia un cammino in preparazione al matrimonio? Ho cercato su internet e ho trovato poche risposte, soprattutto in merito alla prima domanda. Grazie mille, buona giornata!

Cominciamo con il dire che in realtà non è necessario alcun segno esteriore per fidanzarsi. Può essere però utile e spiegherò perchè. Comunque anche la stessa parola fidanzamento sembra ormai anacronistica. Sembra non avere più senso. Ha ancora senso parlare di corteggiamento, di fidanzamento, di anelli? Ha ancora senso che l’uomo innamorato decida di regalare un anello alla sua amata? Oggi, nella nostra società indifferenziata, fluida e incapace di scelte definitive, tutto questo ha ancora un senso? Noi non abbiamo la risposta. Abbiamo però una nostra personale opinione che nasce dall’esperienza diretta e da quella indiretta derivante da tante coppie con cui siamo entrati in contatto in questi anni.

Sì ha ancora senso! Perchè un uomo che regala un anello alla sua donna non è qualcosa di solo culturale e stereotipato. C’è anche una componente naturale. L’esigenza dell’uomo di donarsi e della donna di accogliere quel dono. C’è l’esigenza della donna di sentirsi preziosa agli occhi del proprio uomo. Non so voi, ma la mia sposa è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sè. Non è quello. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Tutt’altro. Spesso, magari inconsciamente, ha colto il significato profondo di quel dono. Ciò che la rende felice e la fa sentire amata non è il valore materiale, ma il messaggio intimo che c’è dietro. Le sto dicendo tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo tu sei la più bella e la più preziosa. Te lo voglio dire attraverso questo dono. Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia proprio questo. Scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Non è così? Pensateci.

Il significato più importante è però un altro: c’è l’esigenza di entrambi i fidanzati di avere un segno che possa ricordare e rendere visibile a tutti l’impegno di fedeltà e di cura reciproca che si sono presi l’uno verso l’altro. No! Non è come nel matrimonio. Nel matrimonio la scelta è irrevocabile mentre nel fidanzamento è ancora tutto in gioco. Il fidanzamento è proprio quel periodo in cui si deve mettersi in discussione profondamente in modo da comprendere se si è fatti per stare insieme tutta la vita. Non è quindi un periodo di superficilità e di svago. Non è il stare insieme per vedere come va. Non è il vivere la sessualità completamente senza prendersi la responsabilità di quel gesto. Deve esserci un progetto di vita e discernere se si possa realizzare insieme. C’è comunque l’impegno di rispettare e amare l’altra persona. Per questo l’anello può essere un oggetto che lo ricorda in ogni momento. Pensate che nel medioevo anche l’uomo indossava l’anello come segno della promessa.

L’anello di fidanzamento è un anticipo di quella che poi sarà la fede nuziale. La fede ha un significato meraviglioso. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettendo l’altro e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Troviamo incisi all’interno la data del matrimonio e il nome dell’altro. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Anche oggi mia moglie Luisa è gelosissima e attaccatissima alla fede nuziale ma è altrettanto affezionata all’anello che le regalai il giorno che le chiesi di stare con me in modo serio e consapevole. E’ vero che tutto è iniziato il giorno del matrimonio ma il fidanzamento è stato un periodo altrettanto importante e fecondo che ci ha preparato alla vita matrimoniale. Per questo lì indossa spesso insieme.

Antonio e Luisa

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Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti.

Ieri abbiamo ricordato san Francesco. Vorrei ricordarlo anche io attraverso questo articolo. Inizio citando una frase di papa Francesco, frase rivolta alle famiglie tempo fa: Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Questa frase racconta una dinamica vera e fondamentale. Per spiegarla e spiegarmi prendo spunto da una catechesi su san Francesco di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate, ma va bene anche per noi sposi. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Antonio e Luisa

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La sessualità è buona solo nella differenza

Esiste l’amore omosessuale? La prendo da lontano. Esiste l’amore. Questo è certo. E questo amore ci può essere anche tra due persone dello stesso sesso. Anche di questo ne sono convinto. Dove sta allora il problema tra due persone dello stesso sesso che si amano e vogliono mettere su famiglia? Cosa li distingue da una coppia di sposi formata da un uomo e una donna? Perchè alla fine è su questo che dobbiamo ragionare.

L’amore fa parte di noi. Noi nasciamo per essere in relazione e per cercare di vivere queste relazioni con amore. Solo così ci sentiremo persone realizzate. L’amore inizia fin dal seno materno dove mamma e feto entrano immediatamente in relazione. Per avere una vita piena e che ci dona un senso abbiamo bisogno ri riempirla di amore. Quindi due persone omosessuali fanno bene a vivere l’amore tra loro? Si, certamente ma la domanda da porsi è un’altra: quale amore?

Noi siamo caratterizzati da una vita piena di relazioni d’amore. E quando questo non succede entriamo in sofferenza perchè ne abbiamo bisogno. Siamo fatti così. Abbiamo relazioni d’amore con i nostri genitori, con i fratelli e le sorelle, con i figli, con i nonni, con gli zii, con i nipoti e con gli amici. Tutto questo è amore. Ma tutto questo non è amore sponsale. Cosa differenzia l’amore tra due amici da quello tra un uomo e una donna che decidono di mettere su famiglia? La corporeità! Siamo esseri sessuati. La nostra natura è chiara. Abbiamo un corpo che è maschile o femminile. Abbiamo il nostro patrimonio genetico che è maschile e femminile. Ogni cellula del nostro corpo dice che siamo maschi o femmine. Ed è nella differenza complementare che Dio ha posto la fecondità e la forza generativa. Ed è qui che l’amore tra due persone che sono omoaffettive può perdere la sua verità e la sua forza positiva.

L’amore sponsale è caratterizzato dal tutto: tutta l’anima, tutto il cuore e tutto il corpo. Per questo è indissolubile ed escluvivo. Perchè, come ho già scritto, nella differenza tra un uomo e una donna diventa generativo. Una differenza che è sostanziale nel corpo sessuato. Corpo sessuato di un uomo che si incontra con il corpo sessuato di una donna e che, nell’incontro dei gameti maschile e femminile, genera vita. Questo è il progetto di Dio sull’uomo, questo è il motivo per il quale Adam (nella Bibbia indica la creatura umana) è stato plasmato come maschio (Ish) e femmina (Isha). Questa è la nostra natura che è ordinata al progetto di Dio. Per questa l’intimità tra un uomo e una donna che sono uniti indissolubilmente e profondamente in tutto ciò che sono da un sacramento esprimono questa unione attraverso l’amplesso fisico e una sessualità vissuta completamente nell’incontro dei corpi.

Tutto questo non può esserci nell’amore tra due persone dello stesso sesso. Dove voglio arrivare? E’ molto semplice. Io non nego, come fanno alcuni, che tra due persone omoaffettive possa esistere del sentimento e un desiderio di condividere la vita o un tratto di essa. Sono convinto che tante persone che si uniscono civilmente abbiano il sincero desiderio di formare un sodalizio con la persona scelta. Ma questa non è una famiglia, come non lo è quella di due sorelle non sposate che abitano insieme. Il sesso nelle coppie omoaffettive non è mai un gesto sincero di unione, dove sta l’unione nella modalità con cui vivono il sesso? Il sesso diventa una modalità per usare l’altro e non per unirsi ad esso. Per questo quando sento parlare di amore omosessuale dai nostri pastori credo che dovrebbero approfondire la questione. In vista dell’imminente sinodo, credo che i nostri pastori possano esprimere misericordia ed esercitare il loro ruolo paterno non tanto benedicendo le coppie gay ma essendo chiari su cosa l’amore richiede per essere davvero tale. Non esiste l’amore omosessuale o eterosessuale ma esiste l’amore che va però espresso attraverso il corpo nella modalità specifica del tipo di amore. Noi siamo cristiani. Abbiamo fede in un Dio incarnato, che si è fatto uomo. La nostra fede non dovrebbe sminuire il corpo. Il corpo è importante tanto che nell’Eucarestia mangiamo il corpo di Cristo per essere sempre più uniti a Lui. Spesso però i nostri moralisti e teologi se ne dimenticano. Quando pensano all’amore omoaffettivo si riferiscono quasi esclusivamente ad un amore spirituale e disincarnato. Cari pastori il corpo c’è ed è importante quanto lo spirito. Ciò che viviamo attraverso il corpo influenza tutta la persona. Forse dovreste dirlo. E non vale solo per il sesso tra due persone omoaffettive ma anche per i rapporti prematrimoniali ad esempio. E invece il sesto comandamento è il grande dimenticato. Ne sono rimasti nove. Vorrei concludere con le parole di Giorgio Ponte, scrittore cattolico di orientamento omoaffettivo:

Nella mia esperienza di uomo ferito (siamo tutti feriti non solo le persone omoaffettive ndr), io posso testimoniare che tutte le volte che ho potuto vivere una castità piena, sono state anche quelle in cui ero più felice. E badate, non ero felice perché non facevo sesso, ma al contrario: non avevo bisogno di fare sesso perché ero felice. Infatti il sesso che non è unito a una vera esperienza di donazione totale (che solo in Dio può essere tale), di solito serve a coprire varie forme di infelicità e frustrazione, più o meno consapevoli. Perciò per vivere una castità piena, più che preoccuparci di come non fare sesso, dovremmo chiederci cosa stiamo cercando di coprire con il farlo. E ascoltare quel grido del nostro cuore. Per quanto mi riguarda io ero felice perché stavo amando qualcuno libero dal bisogno di possederlo. E quel modo di amare, mi faceva fare un’esperienza vera di Gesù. Solo Cristo, infatti, può insegnare ad amare così. Perché solo Lui, mostra all’uomo, come essere Dio.

Spero di essermi espresso in modo rispettoso della sensibilità di tutti ma ci tenevo ad esprimere il mio parere.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è la vigna del Padre

Ieri, padre Luca ha posto l’attenzione sul comportamento del padre. Un padre paziente che sa aspettare. Una modalità che dovremmo assumere come nostra anche noi sposi nei confronti dell’uno dell’altro. Oggi, invece, vorrei tornare sul diverso comportamento dei due figli. Ricordate il Vangelo? Un padre chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna. I due si comportano in modo diametralmente opposto. Il primo dice subito di sì, ma poi non va, mentre il secondo dice inizialmente di no, ma poi decide di obbedire al padre.

Naturalmente il secondo figlio alla fine mostra più amore verso il Padre. Questa premessa per dire cosa? Che spesso noi nel nostro matrimonio siamo come il primo figlio. Ci rechiamo in chiesa, invitiamo amici e parenti, e poi promettiamo solennemente tante cose. E come se il Padre ci chiedesse di andare a lavorare nella Sua vigna. Già perchè con il matrimonio il nostro amore non è più solo nostro ma ne facciamo dono a Dio e Lui in cambio, attraverso lo Spirito Santo, ci rende capaci di amare come ama Lui. Il nostro amore diventa la Sua vigna.

Quindi, come il primo figlio, tanti sposi promettono solennemente di andare a lavorare nella vigna e poi non lo fanno. Poi tornano a casa e vivono il matrimonio come se fosse cosa loro dove Dio non ha posto. Vivono secondo il mondo e non secondo Dio. Vivono una relazione fatta di egoismo, recriminazioni, confronti. Dove si bilancia continuamente quanto si da e quanto si riceve. Dove c’è poca empatia e non si cerca di accogliere l’altro anche nelle sue fragilità. In una relazione che non ha spazio per la morale cristiana sull’amore, ciò che prevale sono spesso l’autodeterminazione e l’uso dell’altro come oggetto di gratificazione personale. L’uso della pornografia e dei contraccettivi può essere un segno di questa mancanza di amore e rispetto per l’altro. L’intimità fisica diventa un modo per soddisfare i propri desideri egoistici, anziché essere un’esperienza di unione e di dono sincero reciproco.

Capite bene che relazioni costruite così, anche se sigillate dal sacramento del matrimonio, restano comunque povere, non c’è grazia. Non perché lo Spirito Santo non sia stato effuso (è vero anche che tanti matrimoni siano nulli quindi senza effusione di Spirito Santo ma questo è un altro discorso), ma perché il cuore non riesce ad aprirsi per accoglierlo. Pertanto, è essenziale riconoscere l’importanza di aprire il cuore al Signore, permettendo al Suo amore di fluire attraverso di noi nelle nostre relazioni. Solo così potremo godere dei frutti di un matrimonio ricco di grazia e benedizione. Poi non lamentiamoci se il matrimonio non funziona. Dio vorrebbe darci tutto il Suo amore e il Suo Spirito. Non basta però dire di volerlo, è altrettanto importante aprire il cuore con le nostre scelte e con il lavoro quotidiano nella vigna del Padre.

Antonio e Luisa

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Temete la monotonia? Crescete nell’amore

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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Non si merita il mio perdono

Approfitto di uno dei commenti che mi è arrivato, in seguito al mio articolo di quindici giorni fa sul perdono per scrivere quello di oggi. Mi hanno scritto: “Dopo quello che ha fatto, non si merita il mio perdono”.

Viviamo in una società dove molto (o tutto, tralasciando preferenze/conoscenze) ruota intorno ai nostri meriti e siamo stati anche educati in questo senso: sei bravo e ricevi una ricompensa, sei capace e ricevi una promozione. Anche con i nostri figli facciamo lo stesso: “Se vai bene a scuola, ti faccio uscire o ti compro il cellulare nuovo”, “Se fai questo, andiamo a comprare le scarpe nuove”. Poiché ne siamo immersi, è difficile uscire da questa logica, anche dove non dovrebbe entrarci e cioè nel nostro rapporto con Dio.

Mi accorgo a volte di ragionare così: “Vedi Dio come sono bravo, vado alla messa la mattina, dico le preghiere, vivo in castità, cerco di aiutare gli altri, certamente mi merito tante cose, dalla salute, alla tranquillità economica, pochi problemi qui in terra e poi un giorno la vita eterna….insomma, cosa aspetti a esaudire i miei desideri?”, come se Dio fosse il genio della lampada. Questo discorso è molto lontano dalla fede vera, è un seguire un modo di pensare umano e non “alla Dio”: Dio ci ama indipendentemente dai nostri meriti e dalla nostra condotta, ci ama a prescindere da quello che facciamo, ha cominciato ad amarci prima della creazione delle stelle (è difficile immaginarlo e soprattutto accettarlo, con tutte le miserie che vediamo in noi!).

Faccio un esempio che può far capire meglio: quando mi sono innamorato di mia moglie, non l’ho fatto perché aveva studiato, aveva fatto diverse cose, aveva un titolo scolastico, ma sono stato attratto semplicemente perché era lei, per il suo essere, per la bellezza e la complementarietà che ho visto in lei (essenzialmente ho percepito un dono di Dio, tutto il resto passava in secondo piano, anche l’aspetto fisico, nonostante fosse stata, ovviamente, una ragazza carina).

E questo l’aveva capito molto bene Antoine de Saint-Exupéry che scrive nel Piccolo Principe: “Un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”.

Quindi non si tratta di fare qualcosa per essere amati, di raggiungere dei risultati o degli obiettivi (logica del dare e avere), è esattamente il contrario: dall’amore che Dio ha per me, nasce una risposta di ringraziamento, gratitudine e amore che mi spinge a fare, pregare, comportarmi bene, esercitarmi nel perdono e tutto il resto (dovrebbe funzionare così anche nel matrimonio, tra moglie e marito). Altrimenti l’amore diventa una competizione, anche con noi stessi che ci sentiamo a posto solo quando abbiamo raggiunto ciò che ritenevamo giusto o sufficiente. Con le figlie cerco di trasmettere questo messaggio, anche se è molto complicato in questa fase adolescenziale e quando si comportano male dico loro che sono dispiaciuto, ma anche che continuo a voler loro bene e che so che, se vogliono, possono fare meglio.

Tornando al commento iniziale, non è necessario che una persona si ravveda per avere il nostro perdono, e anche se non se lo merita bisogna perdonare (come Dio mi perdona sempre e non dovrebbe farlo, razionalmente). Infatti perdonare non è un atto d’intelligenza, un ragionamento che mi dice che è giusto comportarsi così, ma è un atto di fede. Non significa cancellare dalla memoria quello che è successo, ma lasciarlo da una parte e consegnarlo a Dio, alla sua giustizia e misericordia. Solo Dio conosce il cuore degli uomini e la loro storia, la misericordia di Dio la gestisce soltanto Lui. Non esiste amicizia, famiglia o fraternità senza perdono, un perdono però di qualità e per questo è così importante imparare a donarlo.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il divorzio nello sguardo di una bambina

Si lo so, lo avete già visto molte volte. Già tanti altri ne hanno parlato sui social e in TV. Tutti hanno voluto commentare e dare la propria opinione anche quando non richiesta. Ecco tra questi ci sono anche io. Proverò a dare il mio punto di vista che spero possa essere interessante e che possa dare una prospettiva in più. Ah non l’ho ancora scritto. Mi riferisco naturalmente alla sorprendente pubblicità di Esselunga.

Il pregio della storia raccontata nel cortometraggio sta proprio nel aver spostato lo sguardo dai due adulti alla bambina. La protagonista è la bambina con tutto il suo carico di sofferenza che si percepisce forte e chiara. I due genitori non fanno mancare attenzioni ed amore alla piccola ma ciò non basta. Anche qui il regista è stato bravissimo a trasmettere il concetto. Ho già scritto anni fa un articolo che si sposa benissimo con il messaggio dello spot.

E’ stato pubblicato uno studio americano. Si tratta di uno studio importante e significativo del Centers for Disease and Control Prevention, un ufficio statunitense che si occupa di prevenzione e malattie a livello federale. Ne è scaturito un quadro chiaro riguardo un aspetto in particolare. I bambini figli di divorziati hanno maggior possibilità di contrarre patologie più o meno gravi. Vengono equiparati, in questa categoria di maggior pericolo, a chi ha subito abusi fisici, emotivi o sessuali, chi ha vissuto la violenza domestica, a chi ha avuto un familiare che ha tentato il suicidio, che è tossicodipendente o che è incarcerato. Isomma, questo studio ha evidenziato quello che già sapevamo: il divorzio è un trauma molto grave paragonabile ai peggiori disastri che un figlio possa affrontare.

Perchè il divorzio è così devastante? Perchè i nostri figli sono nati dal noi. I nostri figli sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi il giorno del matrimonio. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè fino a quando sono stati piccoli hanno consumato il filmino del nostro matrimonio a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restavano affascinati. Vedevano gioia e amore. Vedevano i loro genitori che si volevano e si vogliono bene. Vedevano qualcosa di meraviglioso. E pensavano. Pensavano, e pensano tutt’ora, che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web: Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Complimenti al regista che ha messo in evidenza tutto questo senza tante parole ma con lo sguardo ed il gesto di una bambina ferita.

Antonio e Luisa

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Qual è il confine tra amare senza conto e accettare che l’altro ci sfrutti?

Ieri c’è stato un commento sotto la riflessione di padre Luca suscitata dal Vangelo domenicale. Ricordate si parlava di misericordia e di misura. Anzi in realtà di negazione di misura perchè l’amore cristiano è senza misura, chiede semplicemente tutto! E qui è arrivata la domanda, anche comprensibile, di una lettrice:

Qual è il confine tra amare senza conto e accettare che l’altro sfrutti ( si, sfrutti ) per la sua pigrizia, il tuo amore?

Proverò a rispondere io, senza la pretesa di aver capito tutto ma con la convinzione che quella sia la strada. Qual è il confine? Il confine non è fuori ma dentro. Il confine non è quello che l’altro fa o non fa. Il confine non dipende dall’altro. Ci sono situazioni simili in cui una persona si sente sfruttata ed un’altra no. Io posso amare senza sentirmi sfruttato sempre. Da cosa dipende allora? Dipende da me. Dipende da quanto la scelta di amare sempre e comunque sia libera e consapevole e non sia piuttosto una scelta subita per paura di perdere la persona che abbiamo accanto o che subiamo per non infrangere una indissolubilità che non capiamo e che viviamo come una condanna.

Per questo il confine è dentro di noi. E’ importante avere una parte di noi dove l’altro non può entrare e non può intaccare quella certezza di essere persone belle e amate. Dove custodiamo la nostra relazione con Cristo. Mi rendo conto che quello che sto scrivendo possa risultare indigesto ma è la sostanza dell’amore cristiano. Ci sono innumerevoli esempi di santi che, seppur non sempre ricambiati nel loro amore, non si sono mai sentiti sminuiti nel loro dono totale, anzi si sono sentiti ancora più in intima unione con Cristo. Mi viene l’esempio di santa Rita che prima di entrare in convento venne data sposa ad un uomo che non la trattò di certo con tenerezza ed amore. Eppure lei con il suo dono quotidiano mai ricambiato riuscì a convertire il marito prima che questo fosse ucciso. Non voglio dire che dobbiamo sopportare situazioni di violenza psicofisica. La separazione in quei casi può essere la soluzione migliore ma senza mai smettere di volere il bene dell’altro.

Io stesso nel mio piccolo devo la mia conversione all’amore incondizionato di Luisa. L’ho raccontato tante volte. I primi anni di matrimonio ho fatto fatica. Mi sentivo incastrato con una moglie e già due figli e non avevo ancora trent’anni. Ho cominciato a trattare con freddezza Luisa. A volte l’ho trattata male. Stavo spesso fuori casa perchè in casa mi sentivo in gabbia. Ecco lei non si è chiesta quanto dovesse ancora sopportarmi. Non ha mai smesso di trattarmi come il marito migliore del mondo e lì ho capito, lì è nata la mia conversione perchè nell’amore di Luisa ho fatto esperienza di quello di Cristo.

Ecco lei non si è mai sentita sfruttata perchè era lei che era libera. Non aveva bisogno della mia conferma per sentirsi bella e degna come solo una figlia di Re sa di essere. Era libera di amare nonostante io le stessi dando davvero poco.

Spero di essermi spiegato. Il limite non dipende quindi dall’altro ma dipende da quanto noi siamo liberi. Libertà che ci può dare solo Dio.

Antonio e Luisa

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Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te

Ieri ho letto un articolo di cronaca su Fanpage. Vi lascio il link. La storia dolorosa di una giovane promessa del calcio inglese. Un giovane uomo morto a seguito di una brutta malattia. Storia che purtroppo è abbastanza comune. Mi ha colpito particolarmente lo struggente messaggio della fidanzata. Nell’articolo potete leggerlo tutto. Io mi soffermo su una frase perché mi permette di mettere in evidenza una caratteristica dell’amore. La giovane fidanzata scrive: Lasciarti andare sarà sempre la cosa più difficile che dovrò mai fare. Buonanotte tesoro, ci vediamo lassù un giorno, ci riuniremo di nuovo tesoro mio e finiremo la storia perché non è ancora finita. Pochi giorni prima della morte il giovane calciatore aveva chiesto alla sua Daisy di sposarlo come a voler dare un respiro eterno a quell’amore che si sarebbe altrimenti spento con la sua vita. Un gesto che significa tanto.

Mi ricorda tanto un epitaffio trovato durante uno scavo archelogico. Un uomo greco del II secolo a.c. lo dedica alla moglie Panthia. Tra le altre cose il greco scrive: Ho seppellito qui anche il corpo di mio padre, l’immortale Filadelfo, e anch’io giacerò qui quando sarò morto. Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te.

Compredete dove voglio arrivare? Due storie lontane nel tempo, due storie nate e vissute in culture che non hanno nulla in comune, due mondi distanti ma lo stesso desiderio del per sempre. Quando una persona ama desidera che quell’amore duri per sempre. Non riesce a mettere limiti temporali o di altro genere all’amore. L’amore è tutto e per sempre o non è davvero amore. Questo è il significato dell’indissolubilità. Questo è il motivo per cui Gesù attraverso la Chiesa ci chiede l’indissolubilità quando decidiamo di sposarci e di rendere santo e sacro il nostro amore. Perchè è un’esigenza dell’amore stesso. Perché una esigenza del cuore dell’uomo. Sarebbe credibile una promessa che recita più o meno così: Prometto di amarti ed onorarti fino a quando non sarà stanco di farlo o troverò chi è meglio di te. Non so voi ma io non mi sentirei amato ma usato.

Oggi le relazioni nascono e muoiono in modo frenetico. Sono fragili e fluide. Il per sempre fa paura e si rifugge. Ma questo significa accontentarsi. Mettere condizioni e confini all’amore significa ridurre l’infinito e chiuderlo nelle nostre povertà e nei nostri limiti. Il nostro cuore anela al per sempre. Anela ad un amore che non finisce. Quella ragazza probabilmente troverà un altro uomo con cui costruirà una sua famiglia. E’ ancora molto giovane. Ciò però non cambia la verità del messaggio. Noi desideriamo il per sempre perchè lì ci sentiamo davvero amati e comprendiamo cosa sia l’amore. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

L’indissolubilità non è quindi una pazza e sadica richiesta della Chiesa che ci vuole incastrati. La Chiesa ci sta dicendo che l’amore per essere tale ci chiede tutto e il tutto contempla proprio tutto anche il nostro futuro.

Antonio e Luisa

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Contemplare per espandere Amore

Ed eccoci arrivati alla quinta lettera della parola CONTEMPLARE, la vocale E, che ci rimanda al verbo ESPANDERE. La parola espandere deriva dal latino ĕxpandĕre, composta da ĕx cioè ‘fuori’ e pandĕre cioè ‘stendere, allargare, diffondere’.

Come ci suggerisce san Paolo nella sua seconda lettera ai Corinzi, ogni cristiano è il buon profumo dell’amore di Cristo, ed in modo particolare noi sposi siamo chiamati ad espanderlo ovunque poiché, per grazia, siamo stati investiti da questa missione. Spetta ad ogni coppia creare la fragranza che lo Spirito le suggerisce: noi lo facciamo mediante la contemplazione della Parola di Dio, che è piena di profumo. Ce lo ricorda il Cantico dei Cantici “aroma che si spande è il tuo nome” (Ct 1,3), ma vogliamo soffermarci su quel versetto del Vangelo di Giovanni che forse potrebbe sembrare un’informazione inutile o scontata “…e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3).

La fragranza del profumo di puro nardo che Maria utilizzò per ungere i piedi di Gesù, quando con Lazzaro e Marta lo accolse nella sua casa, potrebbe essere quella che si respira dentro la nostra piccola chiesa domestica. È il profumo dei piccoli gesti d’amore: non si trattiene ma si espande fin dentro il cuore dello sposo/della sposa, dei figli, rimanendo sempre presente ed enunciando l’alfabeto della bellezza dell’amore divino, più espressivo di qualsiasi parola. È in tal modo che la vita sponsale diviene odorosa, con mille emanazioni, trasuda di Cristo e, come per il profumo, ne basta qualche goccia per riempire la tutta casa.

Ma a che cosa serve una casa piena di profumo? Cosa ce ne facciamo? Che cosa cambia nella storia del mondo un vaso di profumo? il profumo non è il pane, non è l’abito, non è necessario per vivere, ma è gioia, è un dono gratuito. È un di più, come il vino di Cana, il ‘di più indispensabile; il superfluo necessario alla qualità della vita! Il profumo è una dichiarazione d’amore.” (Ermes Ronchi)

Cari sposi è proprio vero che il profumo è una dichiarazione d’amore ma come riuscire a percepirlo anche nei momenti di crisi di una coppia? A tal proposito vi suggeriamo un bellissimo film, che s’intitola appunto “Il dolce profumo dell’amore”, in cui il protagonista, un panettiere, per risollevare le sorti di un’isola, andata in crisi a causa del calo dei flussi turistici, crede nella potenza dell’amore. Infatti è il suo innamoramento per una ballerina che rende il suo pane eccezionale, molto apprezzato non solo dagli abitanti dell’isola, ma anche dai turisti che iniziano ad aumentare proprio grazia al suo pane. In ogni momento di crisi siamo chiamati a ritornare alla fonte dell’Amore di Dio, per alimentare quel bisogno che da sempre abita il cuore dell’uomo: amare ed essere amati.

Vi lasciamo inoltre un altro spunto di riflessione perché crediamo che anche ogni coppia ferita, se accompagnata, può tramutarsi in un “diffusore costante dell’Essenza sposale”. L’incenso, che solitamente viene fatto bruciare durante la preghiera sia comunitaria che personale come simbolo della lode che sale a Dio, è la resina naturale di una pianta che trasuda appunto resine aromatiche. All’interno del suo tronco corrono molti canali resiniferi dai quali stilla, lungo le incisioni praticate dall’uomo in estate e in inverno, il succo bianco e lattiginoso che, allo stato solido, costituisce l’incenso. Quello più pregiato è composto dall’aggregazione di più lacrime. Consegniamo dunque le nostre incisioni, ferite personali e di coppia, a Dio che le guarirà affinché emanino il Suo profumo e, contemporaneamente, affiniamo il nostro olfatto spirituale che secondo il Talmud è l’unico senso da cui l’anima trae piacere, mentre tutti gli altri sensi danno piacere al corpo.

Infatti, secondo i midrashim, l’olfatto fu l’unico senso a non essere stato coinvolto direttamente nel peccato dell’albero della conoscenza. Nel libro della Genesi si dice che Eva “vide che il frutto era buono”, e che Adamo “ascoltò la voce della donna”, e ovviamente, entrambi lo toccarono e se ne cibarono. Ma l’olfatto non ebbe un ruolo diretto in tutto ciò e, grazie a questo fatto, il senso dell’odorato è il più spirituale di tutti i sensi e porta a scoprire il profumo della presenza dello Sposo.

Ad ogni coppia auguriamo di vivere la vocazione matrimoniale “impregnati” del Profumo del Maestro affinché esso si espanda e penetri anche fino all’angolo più nascosto dell’anima di ogni fratello e sorella che incontriamo.

ESERCIZIO PER ESPANDERE AMORE

Poiché l’incontro con Cristo coinvolge tutti i sensi dell’uomo, che devono però essere trasfigurati dallo Spirito santo, ordinati dalla fede e allenati dalla preghiera, proviamo a far ritornare al nostro olfatto due profumi:

– il primo, quel profumo del nostro sposo\a che più ci ha portato gioia (ad esempio il profumo del primo appuntamento, del dopobarba, della cena preparata per accoglierlo dopo una giornata di lavoro, dei fiori ricevuti dal lui\lei, ecc…)

– il secondo, quel profumo che invece ci rimanda a un momento triste che abbiamo vissuto come coppia (ad esempio l’odore che associamo ad un litigio, alla solitudine, ad una malattia)

Fatto ciò, poniamoci davanti alla Parola di Dio che sta nell’angolo di preghiera della nostra casa e, in silenzio, con dell’olio di nardo facciamo un segno di croce sul naso del nostro coniuge affinché le fragranze dei momenti tristi siano trasfigurate in respiri di vita.

Successivamente, accendendo due bastoncini d’incenso diciamo insieme

«Come profumo d’incenso salga a te questa nostra preghiera» (Sal 141,2):

PREGHIERA DI COPPIA

O Cristo, nostro Sposo e Maestro, aiutaci

a non guardare come Giuda il prezzo del nardo, ma a contemplare l’amore di Maria; a non guardare come Giuda il mancato guadagno, ma a gustare il profumo che riempie la nostra casa; a non guardare al costo dell’unguento, ma ad imparare la generosità dell’amore sponsale e dell’amicizia fraterna. A noi hai consegnato un vaso di nardo, 300 grammi di amore: questa vocazione, affinché giorno per giorno, ora per ora, goccia per goccia, come il profumo più caro, imparassimo a versarlo per qualcuno: il coniuge, un figlio, un amico, un povero, la comunità, la Chiesa. Ma prima di tutto lo abbiamo versato su di Te, per sentire il profumo del «più bello dei figli dell’uomo». Ed ora, bruciando l’incenso del nostro amore vogliamo inondare il Tuo cuore della nostra letizia e insieme, tu in noi e noi in te, invaderemo il mondo dell’Essenza sponsale che inspiriamo.

Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Perchè mi arrabbio così tanto? Colpa delle mie ferite

Oggi vi parlo di una grande conquista che sono riuscito ad ottenere solo pochi giorni fa. Dopo 48 anni di età, 21 anni di matrimonio e 4 figli ormai cresciuti. Per dire che non è mai troppo tardi.

Erano i primi giorni di scuola. Quando riesco accompagno io Francesco e Maria perchè il loro istituto è vicino al mio posto di lavoro. Quel giorno Francesco, come accade sovente, aveva perso tempo ed eravamo usciti con una decina di minuti di ritardo. Nella mia città, come penso nella maggior parte delle altre, perdere anche solo dieci minuti può significare restare imbottigliati nel traffico.

Quando mi trovo in questa situazione, e come ho scritto succede spesso, mi arrabbio tantissimo. Perdo il controllo e mi succede di urlare a mio figlio. Sento proprio una forte rabbia e mostro la parte più aggressiva. Francesco ha paura di me quando succede questo e io ogni volta capisco di sbagliare ma ci ricasco.

Detto che lui deve imparare a rispettare gli orari, voglio concentrarmi sulla mia reazione. L’ultima volta che è successo mi sono fermato a riflettere. Mi sono reso conto che la mia reazione in queste occasioni non è proporzionata. Me la prendo troppo. Ho sempre dato la colpa allo stress, all’essere sempre di corsa, ai tanti impegni e preoccupazioni. Ma non è solo quello. Finalmente ho capito. Scoprire che nella sua mancanza di rispetto per gli orari leggo una mancanza di amore è stato un vero e proprio momento di epifania. Mi sono reso conto che, in questa situazione, riemergono le ferite non risolte e i traumi del mio passato. Le nostre esperienze passate possono influenzare profondamente il modo in cui percepiamo le situazioni e reagiamo ad esse. Ed è esattamente ciò che sta accadendo tra me e mio figlio. Capite come le nostre ferite ci influenzano e ci conducono ad atteggiamenti sbagliati? Mi spiego meglio.

E’ una ferita che mi porto dalla mia famiglia di origine, dalla mia infanzia. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre servito in tutto, ma dove sono mancate le parole di incoraggiamento e la tenerezza. Solo rimproveri quando non facevo le cose bene. E così ho imparato a leggere ciò mi accade. Mi do da fare in mille modi per i miei figli, ma non mi viene riconosciuto. Anzi il mio aiuto viene in un certo senso disprezzato da Francesco che non è riconoscente e se ne frega facendo anche tardi.

Questo è ciò che le mie ferite mi fanno pensare e sentire. Ma non è così. Semplicemente Francesco è un tiratardi, è ancora immaturo su tanti aspetti. Finalmente ho capito che quella di Francesco non è una mancanza di amore. Meglio tardi che mai.

Basta poco per disinnescare delle dinamiche malate, basta poco per interrompere quella catena di sbagli che tutti i genitori commenttono. Da oggi sono certo saprò dare il giusto peso alle mancanze di mio figlio. Ho voluto aprire il cuore perchè tutti noi abbiamo delle ferite da disinnescare. Ci sono e ci saranno sempre ma inizieremo una guarigione quando riusciremo a dare loro un nome e non gli permetteremo di guidare le nostre scelte. Non si tratta di giudicare noi stessi come genitori, ma di lavorare su di noi per diventare genitori migliori. Questo processo può richiedere tempo e fatica, ma avrà un impatto significativo sul benessere e sulle relazioni all’interno della famiglia e sulla crescita umana dei nostri figli.

Antonio e Luisa

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Il perdono è questione anche di memoria

Oggi vorrei offrire un’ulteriore motivazione per avere misericordia l’uno verso l’altro. Ieri padre Luca ci ha aiutato a capire che sia il perdono che l’amore sono possibili quando noi per primi ci riconosciamo amati e perdonati da Dio. E basta anche solo questo ma c’è dell’altro.

Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita matrimoniale il perdono dell’altro? Quante volte abbiamo ricevuto amore gratuito? Quante volte lui/lei si è donato nel servizio amorevole di ogni giorno? Quante volte ha sopportato i nostri atteggiamenti che non sempre sono stati  amabili e simpatici? Quante volte lui/lei c’era quando avevamo bisogno di una carezza, di una parola o semplicemente di una presenza? Quante volte ci ha ascoltato e sopportato il peso di una difficoltà o di una sofferenza con noi? Facciamo memoria di tutta questa ricchezza che ci è stata donata dall’altro in modo gratuito e per nulla scontato. Facciamo memoria del suo amore fedele. Facciamo memoria di tutto questo per ringraziare. Facciamone memoria per stupirci ancora. Facciamone memoria per quei giorni in cui la persona che abbiamo accanto non sarà così amorevole e così amabile. Facciamone memoria  e troviamo in Gesù e in quella memoria riconoscente la forza per restituire nel presente ciò che abbiamo ricevuto nel passato. Così sarà più facile perdonarci e ci troveremo senza difficoltà l’uno nelle braccia dell’altra in un amore che non può aver paura delle nostre fragilità perchè proprio in quelle fragilità si è perfezionato e rafforzato.

Per spiegare questa verità ho inventato una piccola storia che ho pubblicato nel libro Sposi profeti dell’amore.

Due giovani decisero di sposarsi. Si volevano bene e avevano il forte desiderio di formare una famiglia. Il giorno del matrimonio il sacerdote, che era loro amico e aveva visto il loro amore nascere e crescere negli anni, volle dare loro un consiglio: Cari ragazzi oggi è un giorno di festa e di Grazia. Vi sentite ricchi e grati per il dono che vi siete fatti l’uno all’altra davanti a Dio. Ricordate che ci saranno però periodi di carestia. Dovete fare come Giuseppe il figlio di Giacobbe. Ricordate la sua storia? Quello che fu venduto dai fratelli e finì in Egitto. Ecco, lui consigliò al faraone di far riempire i granai durante gli anni di abbondanza e per questo gli egiziani non soffrirono la fame durante gli anni di carestia. I due giovani si guardarono perplessi senza capire. Il sacerdote cercò di spiegarsi meglio: Il grano che dovete mettere da parte è l’amore che vi date, tutti i gesti di servizio, la tenerezza, la cura, l’ascolto, il sostegno, la complicità, l’abbandono. Insomma, tutto il bene che vi fate. Quando siete particolarmente grati per qualcosa che avete ricevuto dall’altro scrivetelo su un biglietto e mettetelo nel granaio, da parte. Vi tornerà utile. I due sposi non capirono a cosa potesse servire ma decisero di farlo perché dopotutto era una bella cosa. Passarono i mesi e gli anni. Erano arrivati i figli, la quotidianità piena di impegni, la fatica, lo stress. Si erano un po’ persi di vista. Una sera il marito, tornato più stanco e nervoso del solito, tratto particolarmente male la sua sposa, con freddezza e irritazione. Lei si offese, si sentì ferita, e andò in camera. Era lì presa da mille pensieri negativi quando vide la scatola dove conservava i bigliettini con tutti i gesti d’amore ricevuti dal suo amato. D’un tratto capì quello che aveva voluto dire il sacerdote il giorno delle nozze. Iniziò a leggere tutto quel bene che aveva ricevuto e improvvisamente l’offesa ricevuta le sembrò ben poca cosa. Riuscì a darle il giusto peso. Si alzò e andò ad abbracciare il suo sposo.

La nostra storia è un tesoro da non sprecare, l’amore che ci siamo dati in tutti questi anni di matrimonio. Ci saranno periodi di siccità e di povertà anche tra di noi, ma avremo i granai pieni di piccoli gesti messi da parte in tanti anni. Custodiamoli nel cuore e ricordiamoci di attingere ad essi quando ci sentiremo poveri e lontani.

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La sessualità: un grande dono nel fango

Davanti agli occhi di tanti una pubblicità di una nota marca di abbigliamento: una giovane donna sdraiata a terra, che cerca apparentemente di difendersi dalle richieste sessuali di un giovane maschio, mentre i suoi amici stanno a guardare soddisfatti. Come queste tante altre proposte pubblicitarie, che per fini  puramente commerciali sottolineano l’urgenza del bisogno sessuale, in particolare quello dei maschi, da soddisfare ad ogni costo per raggiungere la felicità insieme a nuovi prodotti di consumo. Per non parlare del mercato pornografico che oggi entra nelle nostre case inavvertitamente attraverso internet. Un’indagine mette in luce come oggi un bambino di 8 anni ha già assistito (senza cercarla) almeno a una scena porno. Sembra quasi impossibile sottrarsi ad un bombardamento continuo, martellante, ossessivo di messaggi implicitamente o esplicitamente sessuali, messaggi che banalizzano la sessualità umana, generano dipendenze e disincanto

 Poi accadono avvenimenti, come i recenti terribili episodi di stupro a carico di ragazzine adolescenti in gran parte ad opera di minorenni (vedi Palermo, Caivano, Trieste, ecc.). Tutta la società sbigottita ( purtroppo solo per alcuni giorni) reagisce alla ricerca delle responsabilità, dimenticando quanto giustamente sottolinea il filosofo Salvatore Natoli: quando c’è una iperstimolazione dei bisogni sessuali, è più difficile riuscire a controllarli e, quando non esiste la possibilità più o meno immediata della soddisfazione, “può accadere – e di fatto accade – che qualcuno si appropri con la forza di ciò che non è disponibile.”

Dobbiamo riconoscere, con onestà, che pur vivendo in un mondo dove si parla con molta più disinvoltura di sesso, siamo  tutti abbastanza impreparati su questo tema cosi affascinante e misterioso. Senza inutili scoraggiamenti, senza dire “ormai e troppo tardi”, tutti possiamo fare qualcosa per formarci e formare e cosi contribuire,  impegnandoci quotidianamente con coraggio e determinazione, ad arginare dal nostro piccolo angolo di mondo, la violenza sessuale, la mancanza di rispetto per le donne, l’ignoranza diffusa dei più elementari principi etici.

Dobbiamo prendere sempre più consapevolezza  che tutti i bisogni del nostro corpo vanno riconosciuti, valorizzati  ma anche  educati. In particolare la pulsione sessuale che contiene in sé una naturale spinta al dono di sé ma anche una forte spinta egocentrica.  Essa è come un fiume in piena che, se non ha degli argini ben definiti,  straripa e si disperde, abbattendo tutto ciò che trova sul suo cammino. Ovviamente se uno nella vita non è educato alla gestione di tutti i suoi bisogni (dalla fame, sete ecc…) non sarà possibile una gestione isolata solo dei suoi bisogni sessuali. Una educatore deve essere sempre capace anche di porre, con dolcezza ma decisione, dei limiti, di dire dei no, per fare indirettamente anche  un’opera di educazione alla sessualità e alla affettività

 In questo discorso i primi protagonisti sono i genitori ma stretti in una forte alleanza con tutti gli educatori presenti nel loro territorio. Nessuno può più dire: siamo impotenti. Si tratta dei nostri figli e delle nostre figlie, dei nostri bambini e bambine, dei nostri giovani travolti da un mondo che ha rubato loro la semplicità, l’allegria, l’innocenza. Oggi più di prima, i genitori devono avere il coraggio di parlare presto, con chiarezza e semplicità di argomenti una volta tabù: differenze sessuali, rapporti sessuali, fecondazione, orientamento sessuale, transgender, ecc. fin dalla scuola primaria, utilizzando  via via le parole più adatte. Ne abbiamo parlato ampiamente in un nostro piccolo libro edito da città nuova Educare all’amore e alla sessualità a cui vi rimandiamo per approfondire. Intanto iniziamo con un no deciso alla  banalizzazione della sessualità, al modo sbagliato con cui ci si approccia ad essa, a quelle modalità che fanno venir fuori solo il suo lato istintivo e non fanno leva sul buono, sul vero, sul bello nascosto in ognuno di noi, anche in chi aggredisce e violenta.

Diceva recentemente p. Francesco ai gesuiti in Portogallo: “Io non ho paura della società sessualizzata, no; mi fa paura come ci rapportiamo con essa, questo sì. Ho paura dei criteri mondani. Preferisco usare il termine «mondani», piuttosto che «sessualizzati», perché il termine abbraccia tutto”.

L’educazione alla sessualità e all’affettività deve partire da un’educazione al rispetto per se stessi e per gli altri,  per arrivare a scoprire la bellezza del maschile e del femminile, creata proprio per raggiungere la pienezza dell’unità, conservando le reciproche differenze.

Ci sembra fondamentale anche aiutare i giovani a crescere nell’autostima, a diventare persone autonome, a non avere continuo bisogno di appoggiarsi agli altri per non cadere. I fatti di cronaca appena citati evidenziano che spesso questi  episodi avvengono in branco; ognuno trova coraggio nell’altro e insieme si fanno cose che da soli non si penserebbe mai di fare. Soprattutto nell’adolescenza la ricerca di un gruppo di amici è un’esigenza vitale. Forse l’antico oratorio non è più di moda ma Don Bosco aveva avuto un’intuizione geniale, oggi  occorre inventarsi qualcosa di nuovo per favorire la grande strada dell’amicizia, tentando e ritentando senza scoraggiarsi, ma fare di tutto perché i nostri giovani siano inseriti in gruppi sani,  ben affiatati e finalizzati a mete non solo consumistiche.

Tra le  ultime cose preziose che Chiara Lubich ci ha lasciato, ci sono degli appunti del 2005, lapidari, che rivelano il suo genio pedagogico e indicano 4 piste indispensabili per ogni  educatore. Ci sono rimasti nel cuore e dicono, se ricordiamo bene, pressappoco cosi: è necessario con i giovani il dialogo, la vita insieme, i rapporti personali perché ogni ragazzo è unico, un ascolto carico di amore.

Ci rendiamo però conto che, soprattutto nella cultura odierna, per fare un bambino l’opera dei genitori non è sufficiente; ci vuole un “villaggio”, ma quando il villaggio è ammalato, allora i guai diventano seri. Occorre con urgenza che anche lo Stato e le varie istituzioni facciano la loro parte per non abbandonare i genitori,  da soli, di fronte al loro importante e logorante compito educativo.

Pensando a Caivano, certo il disagio sociale, la creazione di un ghetto isolato e abbandonato a se stesso, ha peggiorato il quadro. Tuttavia, pur senza voler sottovalutare assolutamente il disagio sociale, ci sembra che il discorso sia più vasto; i ragazzini coinvolti a Trieste non sembra che avessero problemi sociali gravi alle spalle.

Ci troviamo di fronte a una società liquida, che non è più in grado di orientarsi su niente e di trovare le motivazioni dei suoi comportamenti, con una scuola spesso ancora nozionistica, poco attenta ad una reale formazione integrale della persona, dove le ore dedicate alla formazione civica e morale sono pochissime e le ore importanti dedicate all’educazione sessuale diventano, in qualche caso, una serie di nozioni per evitare gravidanze indesiderate o malattie infettive. Ricostruiamo dunque questo villaggio un po’ fragile, valorizziamo tutto il buono che ancora c’è, lavoriamo in rete ma non arrestiamoci mai, anche se a volte gli ostacoli sembreranno insormontabili.

Maria e Raimondo Scotto

Per perdonare? Dobbiamo sentirci perdonati

Oggi continuo l’articolo sul tradimento di quindici giorni fa, oggi provo a balbettare qualcosa in poche righe sul perdono, è un argomento vastissimo e complesso. È davvero difficile perdonare, inutile girarci intorno, specialmente quando veniamo profondamente feriti, come nel caso appunto di un tradimento. Inoltre è un processo che richiede tanto tempo e in alcuni casi credo che non si possa dire di aver completamente perdonato una volta per tutte: infatti molti separati devono continuamente relazionarsi e parlare con il coniuge per la gestione dei figli e c’è sempre il rischio che il risentimento venga a galla, anche solo nei pensieri. Certamente la frequentazione con chi ti ha fatto del male non facilita le cose, ma può essere anche una verifica del livello in cui ci troviamo.

Il perdono, come dice la parola, è un “dono per qualcuno”, ma per chi? A meno che non ci venga richiesto in seguito a un pentimento, agli altri spesso non interessa proprio niente se li perdoniamo oppure no, vedi caso specifico in cui il coniuge inizia una relazione stabile con un’altra persona. Infatti sembra un controsenso, ma perdonare è come un boomerang, i primi che ricevono i benefici siamo noi: quando vivo nel rancore, nel risentimento, non sto bene, non sono in pace e non sono libero, è come avere una catena che mi limita i movimenti. Quando invece scelgo di perdonare mi sento sollevato, e non è che quello che è successo scompare (le ferite della passione di Gesù rimangono), ma viene tutto affidato a Lui, è un peso che consegno e non grava più sulle mie spalle. È un processo che richiede tempo, mi fanno ridere quei giornalisti che, dopo un fatto tragico, vanno dai parenti più stretti, come ad esempio i genitori e chiedono “Lei perdona?”; non sanno minimamente cosa stanno dicendo e quanto può essere intenso un dolore. Non si parla di giorni o settimane, ma almeno di mesi o anni per elaborare e perdonare di cuore. Per perdonare di cuore intendo farlo davvero fino in fondo e non fare finta di niente o più frequentemente perdonare, ma tenere pronte munizioni da scagliare alla prima occasione possibile. Ad esempio, ho un amico che è stato tradito dalla moglie: poi lei si è pentita e sono tornati insieme, ma a distanza di qualche anno lui si è voluto separare, perché non riusciva più ad andare avanti in quelle condizioni, non è stato in grado di perdonare di cuore.

Voglio sottolineare che per un separato, perdonare non significa che deve necessariamente tornare insieme se l’altro/a si pente e lo desidera: è certamente auspicabile, ma ci sono oggettivamente situazioni in cui non è possibile, specialmente se non c’è una fede che accomuna e un desiderio di camminare insieme. Aggiungo che dare il perdono di cuore non vuol dire mettersi in una posizione d’inferiorità e autorizzare l’altro a fare quello che vuole nei nostri confronti, trattarci male o umiliarci, sono due cose molto diverse: la nostra dignità non deve assolutamente permettere agli altri di continuare a ferirci e quindi vanno messe in atto tutte quelle azioni necessarie affinché ciò non accada.

Perdonare è molto difficile, non a caso nel Padre Nostro ci impegniamo a perdonare, ovviamente con il Suo aiuto, ma subito prima chiediamo di essere noi perdonati per primi: ecco, qui credo che sia il centro della nostra capacità di perdonare.

È vero che oggettivamente un tradimento è un peccato molto grave e che ognuno si assume la responsabilità delle proprie azioni sulla terra e in cielo, ma chi durante la giornata non fa dei piccoli tradimenti verso gli altri e verso Dio? In famiglia, al lavoro, con gli amici siamo sempre impeccabili, disponibili, altruisti, amabili e parliamo con amore? Io assolutamente no! Il sentirsi sempre debitori (anche solo per ogni nostro respiro, che non è scontato e su cui non abbiamo il controllo) e sentirsi perdonati ogni volta che pecchiamo sono la partenza per perdonare gli altri. Chi si sente “a posto”, chi pensa che “non fa nulla di male” e chi crede di avere la coscienza pulita, difficilmente riuscirà a perdonare. Inoltre tante volte non riusciamo prima di tutto a perdonare noi stessi, ci facciamo prendere dai sensi di colpa, oppure riteniamo che valiamo poco e non ci “meritiamo” il perdono. Ecco, alla fine tutto si riconduce al rapporto con noi stessi e a quello che abbiamo con Dio: diventano il pozzo da cui attingiamo per perdonare gli altri.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Correzione? È vera solo con amore.

Oggi vorrei riprendere l’argomento del Vangelo di ieri. Come sapete Luisa ed io non scriviamo che poche righe lasciando un commento più articolato al caro padre Luca che ci offre sempre spunti molto interessanti.

Ieri ho già anticipato qualcosa della mia riflessione ma credo vada approfondita perchè è una parte del matrimonio che spesso non viene compresa e interpretata male. Mi permetto di proporre alcuni punti di riflessione.

La correzione fraterna è fruttuosa solo dentro una relazione d’amore. Quanti litigi online, quante parole al vento. Quante offese. Spesso mi succede di assistere a persone che cercano di correggere i fratelli sui social. Ecco non fatelo. Non serve a nulla! Serve solo a malumori e scontri. Avrete anche le migliori intenzioni ma la vostra correzione non è accolta come tale ma come un giudizio freddo e spietato. E come tale sarà trattato con risposte piccate e spesso maleducate. Io ci sono caduto diverse volte. Adesso ho imparato. Difficilmente commento post di sconosciuti con i quali non mi trovo d’accordo. Una correzione è accolta come tale solo quando ci è donata (perchè di dono si tratta) da chi ci conosce e ha dimostrato di volerci bene. Solo così il nostro cuore sarà recettivo e aperto all’ascolto.

La correzione non può dimenticare la misericordia. Come ho scritto ieri, la correzione necessità dello sguardo di Cristo. Siamo capaci di essere quello sguardo di Cristo sull’altro? Lo sguardo che ha toccato Matteo, l’adultera. la Maddalena, Zaccheo e tanti altri. Persone che non si sono sentite rimproverare aspramente, nonostante lo meritassero, ma sono rimaste folgorate da chi le guardava con occhi pieni di amore e di desiderio.

Ma cosa significa esattamente questo? Significa che quando correggiamo o rimproveriamo nostro marito o nostra moglie, non dobbiamo farlo solo per esprimere la nostra frustrazione o per far sentire l’altro in colpa, ma dobbiamo farlo con uno sguardo di amore e misericordia. Dobbiamo cercare di comprendere le sfide, le debolezze e le difficoltà dell’altro, in modo da poter offrire una correzione che sia costruttiva e che favorisca la crescita e il cambiamento positivo.

Quando rimproveriamo l’altro con uno sguardo di misericordia, stiamo comunicando all’altro che ci preoccupiamo per lui, che crediamo nel suo potenziale e che vogliamo aiutarlo a migliorare. Questo tipo di approccio crea un terreno fertile per il perdono, la riconciliazione e il rafforzamento dei rapporti. D’altra parte, se rimproveriamo l’amato/a con uno sguardo severo e giudicante, è probabile che la persona si senta attaccata, respinta o addirittura ferita. Questo può danneggiare la fiducia e il legame tra le persone coinvolte e rendere difficile qualsiasi possibilità di crescita e cambiamento.

Quindi, la prossima volta che ti trovi nella situazione di dover correggere il tuo sposo o la tua sposa, prova a metterti nei suoi panni. Cerca di vedere le cose dalla sua prospettiva e chiediti come puoi aiutarlo nel modo migliore possibile. Lascia che lo sguardo di Cristo guidi le tue parole e le tue azioni, in modo che possa scaturire un effetto positivo e trasformativo nell’altro.

Rimproverare può servire a sfogare una frustrazione, ma poi nulla cambia. Solo lo sguardo di Cristo può salvare la persona che amiamo e noi possiamo essere quegli occhi prestati a Gesù che rendono reale e concreto quello sguardo. La correzione non è solo una questione di parole, ma anche una questione di cuore. Dobbiamo essere pronti a metterci in discussione, ad ammettere i nostri errori e ad essere disposti a crescere insieme. Solo allora possiamo veramente aiutare la persona che abbiamo sposato a diventare la migliore versione di sè stessa.

Il bene è bene e il male è male. Spesso succede che per evitare discussioni e tensioni uno dei due sposi evita di mettere in discussione il comportamento sbagliato dell’altro. Anzi a volte, per il quieto vivere, decide di assecondare quei comportamenti. Voglio essere molto chiaro e diretto. Mi riferisco all’intimità. Tuttavia, è importante essere molto chiari e diretti quando si tratta di questioni intime. Ad esempio, può succedere che degli uomini, cresciuti con l’educazione distorta della pornografia, desiderino mettere in pratica ciò che hanno imparato con la propria sposa. Questo può tradursi in richieste di sesso orale completo e, non di rado, di sesso anale. La donna non è felice di assecondare ma a volte si presta sentendosi poi non amata e in colpa per quanto fatto. Ricordate che il male resta male e diventa come un veleno che piano piano entra nella relazione. Quindi il mio consiglio è di non assecondare queste richieste. L’intimità è meravigliosa quando crea comunione. Questo modo di viverla fa solo sentire usate.

L’amore non è permaloso. Amore è saper accogliere anche le parole di sofferenza e lamentazione. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei (o lui) non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso. Finchè ci sarà tra di noi la libertà di essere onesti, di non dover fingere che tutto vada bene comunque, non dovremo preoccuparci, tutto starà procedendo alla grande.

Antonio e Luisa

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