Quante volte ti sei sentita forestiera!

Non era forse tu affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Ogni volta che mi sono reso conto di questa tua fame e l’ho soddisfatta, ho nutrito Gesù in te e in noi. Questa fame del cuore, così profonda e innata, spesso passa inosservata nella frenesia della vita di tutti i giorni. Ma quando abbiamo la fortuna di riconoscerla, non lasciamo scappare l’opportunità di diventare strumenti di Dio per amare.

Non era forse assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non sia buttata al vento. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che ci avvicina alla sua fonte. Un amore che ci apre a Dio. Solo così possiamo spegnere la nostra sete. Per questo riconosco in Luisa uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto e sono sicuro che sia lo stesso per lei.

Quante volte ti sei sentita forestiera. Incompresa. Quasi come se parlassi una lingua straniera. Quante volte ti ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho ascoltato le stesse storie, le stesse lamentele. La mia tentazione è sempre quella di interromperti o fingere di ascoltarti. Ma tu hai bisogno di dirle quelle cose, di essere ascoltata e compresa. Hai bisogno di condividere e trovare compassione e sostegno. Devi sapere che almeno io desidero ascoltarti.

Quando l’ho rivestita? Questa domanda non ha una risposta semplice. Ho rivestito la tua bellezza con la mia meraviglia, più di qualche volta spero. Attraverso il mio sguardo, ho cercato di restituirti la tua unicità e la tua femminilità. Uno sguardo che non si affievolisce con il passare degli anni, ma anzi si rafforza. Uno sguardo carico di desiderio e di gratitudine. Ti ho rivestita con il mio sguardo.

Eri malata e carcerata. Nessuno è privo di sofferenza e fragilità. Tutti noi portiamo con noi pesi e difficoltà che talvolta rendono complicato aprirsi agli altri. Le ferite, le esperienze passate, i pregiudizi e anche il peccato che fa parte della nostra esistenza rischiano di ostacolare la possibilità di vivere un amore autentico. Solo una relazione libera, in cui la persona amata ci sostiene anziché giudicarci per i nostri errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a liberarci dalle prigioni in cui noi stessi ci siamo imprigionati. Siamo tutti bisognosi di comprensione e di un amore sincero che ci aiuti a superare le nostre difficoltà.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio. Prendiamo coscienza della profonda connessione esistente tra un matrimonio felice e la spiritualità. Quando ci impegniamo a vivere la nostra relazione nel rispetto, nell’amore e nella fedeltà, stiamo onorando non solo il nostro partner, ma anche Dio.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Quella tomba che non c’è e la potenza del perdono cristiano

Novembre è il mese dedicato al ricordo e alla preghiera dei defunti: i campisanti si riempiono di fiori, candele e persone che, sfidando il freddo dell’autunno che rapidamente porterà all’inverno, si ritrovano al cospetto di lapidi in grado di far ricordare chi siamo e da dove veniamo; c’è una categoria, però, alla quale tutto questo è, troppe volte, reso impossibile: i genitori di bambini non nati.

In Italia, infatti, purtroppo ancora non esiste una legge nazionale in merito al seppellimento di queste creature; ci sono delle norme regionali che dovrebbero disciplinare la materia ma sono poco conosciute e, soprattutto, poco applicate. Ecco allora che, nella quasi totalità dei casi, le coppie devono affrontare un dramma nel dramma: oltre ad aver perso un figlio si ritrovano senza possibilità di un luogo fisico in cui poterlo visitare, piangere o pregare.

Parlo per esperienza diretta perché mio marito ed io abbiamo attraversato il dramma dell’aborto spontaneo nel 2012; allora non sapevano tutto quello che in seguito abbiamo appreso dolore dopo dolore, conoscenza dopo conoscenza, aiuto dopo aiuto, vivendo sulla nostra pelle e nel nostro cuore ogni sfaccettatura di questa problematica aperta e particolarmente dolorosa, specchio di quanto accade alla maggior parte delle coppie: o si è in già qualche modo informati su quello che è a tutti gli effetti un diritto, anche se quasi sconosciuto, o si rischia di essere risucchiati in questo vortice di mancanza di notizie, empatia e sensibilità. Il risultato è che ci si trova non solo ad affrontare una morte improvvisa e dolorosissima – quella del frutto del proprio amore e dono di Dio – ma non di non vedersi restituire neanche quel corpicino che, per piccolo o piccolissimo che sia, non solo è tuo figlio ma è un figlio di Dio e, come tale, merita tutta la dignità possibile, al pari di qualsiasi altro essere umano.

Avere la certezza di un posto nel quale riposa un parente o un amico defunto, infatti, non è solo una pratica di pietà – sociale e cristiana – ma un’esigenza insita nella nostra stessa natura umana nonché una delle tappe fondamentali per l’elaborazione del lutto. In quest’ottica ben capiamo che negare il seppellimento dei bambini non nati si configura non solo come una mancanza civile ma come una vera e propria cattiveria inflitta con una superficialità che lascia davvero sgomenti e soli davanti ad un gigantesco punto interrogativo.

Umanamente tutto ciò è avvilente perché va a scontrarsi contro ogni logica ed ogni buon senso, rischiando di aprire ulteriori lacerazioni nei cuori di quelle persone che si vedono privati di tutto nel giro di poche ore o pochi giorni: vita e corpo del figlio. Risulta, dunque, comprensibile perché questo “lutto invisibile” – così come l’ho definito nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” – sia così duro da accettare ed affrontare e perché possano essere soltanto la forza della fede e della preghiera a permettere di offrire una sofferenza così acuta a Dio, nella certezza di Bene maggiore.

È solo l’insegnamento di Gesù, inoltre, che ci rende capaci di compiere un passo umanamente impossibile ma fondamentale nel percorso di guarigione interiore e di superamento del lutto prenatale: il perdono. Quanta forza si sprigiona quando riusciamo ad essere indulgenti con chi ci ha fatto del male! Che azione di Grazia avvolge noi e i nostri ex-nemici quando siamo in grado di dire: “Sì, mi hai fatto soffrire ma desidero essere indulgente con te a modello di Nostro Signore, che dalla croce ha perdonato i suoi uccisori”. Pur non essendo scontato è stato bellissimo, per me, offrire il perdono a chi non mi aveva proposto il seppellimento della creaturina, sicuramente non per cattiveria ma per una specie di “abitudine”, sulla scia del pensiero dominante che si allinea al meccanismo del “si è sempre fatto in certo modo, perché fare un’eccezione proprio per te e proprio adesso?”.

La tomba che non c’è, da evidenza allucinante e straziante, si trasforma nel mezzo più evidente che la via del perdono cristiano – pur non essendo né automatica né immediata – è possibile non se ci si crede i più forti e i più bravi ma se si mette tutto nelle mani di Gesù: perdonare è difficile quanto straordinario, impegnativo quanto liberatorio, costa fatica ma ci avvolge con un senso di amore e liberazione che possono venire solo dal Cielo.

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Non ho bisogno di trovare un’altra donna per essere felice.

Quando si fanno delle scelte controcorrente e incomprensibili per la maggior parte delle persone, ecco che arrivano subito i commenti: “Sei bigotto, del Medioevo, integralista, fissato, pensi solo ai preti e alla chiesa”, oppure c’è chi cerca di convincerti o psico-analizzarti, pensando così di aiutarti. Mi sono chiesto tante volte se avessero ragione, è sempre bene porsi delle domande, ma puntualmente mi sono risposto che la strada che ho scelto è quella giusta e la più grande conferma è la pace interiore e la felicità che provo.

E’ opinione comune che una persona sola non possa vivere serena e felice, ma che sia necessario un compagno o una compagna di vita, per aiutarsi in vari ambiti e per completarsi anche nell’aspetto sessuale. Questo in parte è vero, perché noi ci portiamo dentro il desiderio di reciprocità e di relazione, ma non possiamo delegare la nostra felicità agli altri, nonostante possano avere un ruolo importante per raggiungerla. Quando si vanno a trovare le suore di clausura, l’idea che ci facciamo è quella di incontrare persone tristi, stanche, depresse e invece le troviamo con il dono della gioia e della pace, perché il centro della nostra vita è la relazione, essenzialmente quella con il Nostro Signore.

Riflettevo in questi giorni che, con lo sguardo del mondo, non dovrei essere felice, perché sono solo, vivo in castità, non vado a divertirmi o a sballarmi nei locali e dedico un certo tempo alla messa quotidiana e alla preghiera. Eppure, nonostante tutto, io provo nel cuore tanta pace e tanta gioia, perché sto bene in salute, respiro l’aria fresca della mattina, ho un lavoro, una casa in cui vivere, due figlie bellissime, tanti amici veri, riesco a condurre una vita dignitosa, mi piace ascoltare la musica, andare a correre, aiutare gli altri e alla fine non mi manca niente: mi sento tanto amato e so che, qualsiasi cosa accada, Dio si prenderà cura di me.

Ovviamente tutti i giorni sono diversi, alcuni più difficili e impegnativi, ci sono momenti di dubbio e stanchezza in cui penso: “Ma chi me lo fa fare?”, ma la mattina dopo mi sveglio con il sorriso, contento, anche se la giornata sarà piena d’impegni e con qualche situazione complicata. Questo non è oggettivamente “normale”, ma è così: ho scelto di fidarmi di Dio e di seguire i suoi insegnamenti e fra i tanti doni ho ricevuto anche la Sua pace e la Sua gioia.

La logica di soffrire su questa terra per essere poi gratificato in Paradiso non è che mi attragga più di tanto, io voglio essere felice oggi, non voglio aspettare un domani e questo può avvenire in qualsiasi luogo e situazione in cui mi trovo, come c’insegnano tante persone del passato. Con l’aiuto di Dio, siamo noi a scegliere se essere felici oppure no: certo, se passo la giornata a fare l’elenco di cosa mi manca, questo non avverrà mai, neanche se avessi tanti soldi, potere e possedimenti; ci sarà sempre, infatti, qualcosa che non ho e che invece ha qualcun altro. Quanti sposi guardano al matrimonio per quello che manca:Se avessi questo, i soldi, se mia moglie fosse così, se il lavoro, se i figli, se la casa…” e così aspettano una condizione favorevole che forse non arriverà mai, rimandando di essere felici.

Se esco e vedo una bella famiglia che va in giro, posso guardarla con tristezza perché vorrei essere al loro posto e mi manca la mia famiglia unita, oppure posso partecipare alla loro bellezza e felicità, augurando loro la benedizione di Dio. E’ necessario abbandonare la logica delle mancanze per passare all’accoglienza di una Presenza che rende tutto il resto soltanto un mezzo, uno strumento e non uno scopo (ce l’ha insegnato anche San Francesco con la sua “perfetta letizia”).

Se davvero i miei giorni fossero tristi, forse avrei davvero fatto meglio a “rifarmi una vita”, come fa la stragrande maggioranza delle persone, ma in realtà io mi vedo più felice di tanti altri che frequento ogni giorno e che convivono con nuove persone. Infatti anche il sesso, per quanto attraente, se vissuto al di fuori di un contesto di donazione totale e di Verità, può regalare momenti molto belli, ma alla fine non ti lascia niente.

Quindi le mie scelte derivano dal fatto di aver sperimentato su di me la grazia di Dio e di aver verificato che i comandamenti sono prima di tutto per il nostro bene, per la nostra felicità e per quella delle persone che abbiamo intorno, a partire dai figli. Aveva proprio ragione Blaise Pascal quando diceva che “Se Dio non c’è ed io ho creduto in lui, ho perso poco. Ma se Dio c’è e voi non avete creduto in lui, avete perso tutto”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Noi genitori cosa possiamo fare?

Vorrei tornare sulla bruttissima vicenda di Giulia e di Filippo. Credo che sia inutile ora indignarsi. Ho letto la solita sfilza di post contro l’assassino. Gridare al mostro ci piace tanto ma non risolve nulla. Filippo è stato preso e ci auguriamo tutti che la giustizia faccia bene il suo corso. Cosa possiamo imparare come genitori da questa storia?

Ci sono due famiglie distrutte, quella della vittima e quella del carnefice. Chissà che cosa passa per la testa dei genitori di Filippo. Si chiederanno dove possono aver sbagliato. Io non me la sento di condannare quei genitori. Spesso educare non è per nulla facile e i nostri figli sono influenzati da tantissimi altri fattori oltre alla famiglia. Siamo sicuri che la colpa sia della nostra cultura ancora patriarcale? Siamo sicuri che l’uomo debba perdere la propria virilità per non diventare una bestia? Credo che l’uomo debba appunto diventare uomo. Cosa non funziona quindi? Cosa possiamo fare noi genitori?

Non accettano il rifiuto. Tanti ragazzi non accettano un rifiuto. Sono cresciuti avendo tutto. Mangiando quando hanno fame, soddisfando gli impulsi sessuali quando ne hanno voglia, avendo quel telefono o quel paio di scarpe. Difficilmente si sudano qualcosa. Difficilmente imparano ad accettare un rifiuto. E noi genitori? Spesso per noi, presi da tanti impegni, è più facile dar loro quello che vogliono senza perderci troppo tempo. Questo poi nelle relazioni non funziona, e quando arrivano i rifiuti e le rotture i ragazzi crollano e si sentono persi. Non sono capaci di affrontare il rifiuto. Questo è drammatico. Anche io quante volte ho sbagliato con i miei figli. Educare costa fatica. Dar loro quello che vogliono è facile e ci da una gratificazione immediata. Ma non facciamo il bene dei nostri figli. È importante insegnare loro il valore del lavoro, la resilienza e la capacità di accettare e superare il rifiuto. Dobbiamo aiutarli a sviluppare una mentalità forte e ad affrontare le sfide che la vita presenta.

Relazioni virtuali. Oggi ci troviamo di fronte a una sfida significativa nella costruzione delle connessioni sociali, poiché gran parte di esse avviene online. Socializziamo principalmente attraverso interazioni virtuali, dove le conseguenze delle azioni violente e aggressive non sono immediatamente visibili per chi le compie. Sappiamo che in questo mondo virtuale i giovani si affidano alla musica, ai social media come Instagram o TikTok e anche a concetti culturali che a volte possono essere molto violenti e degradanti nei confronti delle donne. Sfera Ebbasta, strafamoso tra i millenials, in una sua canzone dice: Solo con le buche, solo con le stupide, ’ste put**** da backstage sono luride. Che simpaticone! Vogliono un ca*** che non ride, sono scorcia-troie. Siete facili, vi finisco subito. Mentre la Dark Polo Gang, gruppo trap italiano, dice in un brano: Metti un guinzaglio alla tua ragazza, ci vede e si comporta come una tro**. Capite cosa ascoltano tanti ragazzi. E poi ci meravigliamo che, se una ragazza dice loro di no o se li lascia, non sappiano fare un passo indietro? Tante volte sì ma altre no purtroppo. Questa situazione ci pone di fronte a una depersonalizzazione e deumanizzazione delle relazioni, dove manca quella risonanza emotiva e in cui gli esseri umani, soprattutto le donne, sono oggettivati e trattati come semplici oggetti. È importante tener conto di tutti questi fattori, poiché possono generare situazioni critiche nelle relazioni interpersonali.

I nostri figli ci guardano. Noi abbiamo tre maschi e una femmina. Parto con lei. Maria, nostra figlia, deve comprendere da me papà come una donna deve essere considerata, curata e rispettata da parte di un uomo. E’ importante certamente come io mi rapporto con lei. E’ importante quanto io riesco a darle tenerezza, la giusta parola, mi accosti a lei con la sensibilità dovuta e tutte queste belle e giuste cose. Ma c’è qualcosa di altrettanto importante che lei osserva e di cui si nutre. Lei guarda come io tratto sua madre, la mia sposa. Lei osserva tutte le volte che ci abbracciamo, tutte le volte che ci baciamo, tutte le volte che  alla sua mamma faccio un complimento, che la ascolto, che la vedo stanca e cerco di fare di più per sollevarla da qualche impegno. Lei guardando me e Luisa si sta costruendo una sua idea precisa di come dovrà essere la persona da amare. Si sta facendo un’idea di cosa significa amare e essere amati. Si sta costruendo una consapevolezza di quanto sia preziosa in quanto donna. Spero e prego affinché l’amore che cerco di mostrarle ogni giorno, insieme all’amore di cui è spettatrice  tra me e Luisa, possa aiutarla a non svendersi a uomini che non hanno nessuna intenzione di amarla, ma solo di usarla. Spero che possa comprendere che nessuno merita il suo dono totale  se non chi mostra di volersi donare a sua volta totalmente a lei nel matrimonio.

Per i miei tre maschi vale quanto scritto per Maria. Per loro però c’è una prospettiva differente. Un uomo è fisicamente più forte di una donna, almeno solitamente, ma questa forza deve essere utilizzata per custodire e aiutare, non per dominare. Il nostro corpo parla. Come ci spiegano bene Tommaso e Giulia nel loro libro Il cielo nel tuo corpo. I gameti maschili, gli spermatozoi, sono simbolo di forza, vitalità e virilità. Quando partono alla volta della cellula uovo sono tantissimi. E’ una corsa sfrenata in una competizione dove vincerà solo uno. Ma quando arrivano all’ovulo è come se si fermassero. Non cercano di ottenere l’accesso all’ovulo con la forza, ma attendono umilmente che sia il gamete femminile a scegliere chi far entrare in lei. C’è una sorta di rispetto. Quando un uomo gestisce la sua forza al servizio della donna e della vita, diventa una creatura meravigliosa in grado di generare vita. L’aggressività controllata e incanalata diventa generatività. Essere uomo significa fare scelte definitive, sacrificarsi per il bene delle persone amate e spostare lo sguardo da sé all’altro. Essere uomo è ciò che Dio vuole da noi. Possiamo pensare a San Giuseppe come esempio di uomo che ha fatto tutte queste cose quando ha protetto e custodito la Santa Famiglia.

E poi, lo dico come ultimo ma andrebbe al primo posto, è incredibilmente importante riconoscersi dentro una storia d’amore. Solo così, se i nostri figli incontreranno il Padre di tutti noi, io avrò davvero fatto la mia parte. Posso commettere mille errori con loro, ma ciò che realmente conta è che abbiano l’opportunità di incontrare l’amore del Padre, che non fa mai errori. Solo in questo modo saranno in grado di avere uno sguardo pieno di rispetto verso se stessi e verso gli altri.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Il senso è nel dono di sé. Anche quando non è corrisposto

Vi condivido oggi la seconda riflessione che abbiamo preparato per la pagina delle Mamme e Mogli per vocazione. Se volete qui trovate la prima.

Siamo re quando sappiamo donarci per primi e sempre.

Settimana scorsa abbiamo introdotto le tre dimensioni battesimali. Oggi cercheremo di approfondire la prima. Siamo re con Gesù. Una dimensione che abbiamo approfondito nel nostro libro Sposi re nell’amore. Cosa significa? L’appartenenza a Cristo ci dona due qualità molto importanti per vivere ed incarnare la regalità di Gesù nel nostro matrimonio: la dignità e la libertà. Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare questi due valori: la nostra dignità e la nostra libertà. Solo così potremo accogliere il dono di Dio di essere re con Cristo.

Cristo re ha una sola legge: la legge dell’amore. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della sua Legge. Il re perdona non perché sia debole e non sia capace di imporsi e di lottare, ma perché il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re quando sono capace di perdonarla senza smettere di avere uno sguardo benedicente su di lei. Sono re quando riesco a non ridurla al suo errore. Perché sono libero da quel male che mi ha fatto. Perché sono degno nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. Questo è un punto fondamentale. La mia regalità non viene da lei e dal suo riconoscimento, ma viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito.

Attenzione! Riscoprire e riconoscere la nostra dignità e la nostra regalità non ci serve per innalzarci sopra gli altri. Non ci serve per sentirci migliori di nostra moglie e di nostro marito. Non ci serve per giudicare, per umiliare, per montare in superbia e sentire di meritare più di quell’uomo o quella donna che ci sta accanto. No! La consapevolezza del nostro valore, della nostra dignità, della nostra regalità ci consente di servire meglio quella persona che abbiamo sposato. Ci consente di liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità! Sembra una bestemmia di questi tempi. Eppure è così! Il re e la regina sono capaci di amare anche quando l’altro non dà o non dà abbastanza.

Vi racconto un aneddoto personale. Ero sposato con Luisa da circa tre anni. Avevamo avuto già Pietro e Tommaso. Erano molto piccoli ed erano nati a pochi mesi l’uno dall’altro. Mi sono sentito oppresso e inadeguato. Ero ancora giovane. Mi sono sposato che avevo 27 anni. Vedevo i miei amici continuare a fare la vita da ragazzi. Uscire la sera, divertirsi, calcetto, discorsi idioti. Insomma le cose che facevo anche io prima. Ho cominciato a sentire la casa e la famiglia come una prigione. Ho cominciato a stare spesso fuori casa, a trovarmi attività che mi impegnassero e a lasciare Luisa spesso da sola. Giocavo a calcio a cinque. Luisa non mi ha mai impedito di farlo. Beh mi sono trovato una seconda squadra per stare di più fuori casa. Quando ero in casa ero freddo e distaccato. Mi comportavo davvero male. Luisa non ha mai smesso di sostenermi. Aveva tutto il diritto di arrabbiarsi con me. Non lo ha fatto. Mi ha sempre fatto appoggiare a lei. Ha capito che in quel momento era lei la più forte dei due, era la regina, io non ero re, e non si è tirata mai indietro. Aveva capito che stavo attraversando il mio deserto. Sapete qual è uno dei gesti d’amore più belli che mi ricordo di aver ricevuto da mia moglie? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. La trattai male, come altre volte durante quel periodo di crisi, su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato, un amore che se ne fregava dell’orgoglio e che se ne fregava di chi aveva ragione o torto. Con quel gesto mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo. Quello è stato un momento di svolta. Da lì, con l’aiuto della mia sposa, sono riuscito ad uscire dal deserto. Lei aveva tutto il diritto di mandarmi a quel paese e di tirarmi la caffettiera in testa. Altro che prepararmi il caffè. Ma l’amore non ragiona così con la giustizia umana. Avrebbe avuto ragione ma non mi avrebbe “salvato”. Sarei rimasto quello di prima. Invece lei ha scelto di amarmi comunque.

E qui arriva l’obiezione la sento. E ma così è andata contro la propria dignità. I nostri ragazzi direbbero che è stata una sottona. A volte è davvero così. In alcune relazioni tossiche si crea una forte dipendenza che non è amore. Dove sta la differenza tra una regina e una sottona? Nella consapevolezza del proprio valore. Se Luisa lo avesse fatto per paura di perdermi o perché incapace di affrontare un conflitto con me sarebbe stata davvero una sottona. Lei lo ha fatto nella sua libertà di figlia amata. Ha deciso di donarsi a me tenendo fede alla sua promessa matrimoniale (nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia) perché così stava rispondendo all’amore di Dio prima che al mio. E’ stata una vera regina e l’amore della regina mostra l’amore di Cristo. Io ho compreso il matrimonio quel giorno perché ho fatto esperienza dell’amore di Dio attraverso di lei.

Ed io? Cosa ho imparato dal matrimonio? Non mi sono sposato per essere servito, ma per servire. Non ci si sposa per essere amati, ma per amare. Capite bene che se non ci si sposa con questa convinzione il matrimonio sarà un sicuro fallimento. La mia sposa non sarà mai all’altezza di riempire in pienezza quel desiderio di amore infinito che ho dentro. Non può farlo. Non posso metterle sulle spalle questo peso che non può portare. Non può una creatura finita, imperfetta e mortale riempire un desiderio di infinito. Anche solo per il fatto che muore. Invece dove posso trovare l’infinito? Lo posso trovare nel farmi servo per amore della mia sposa. Lo posso trovare nel dono. Solo dando tutto posso trovare l’infinito che è Dio. Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Lei non è il mio tutto, ma con lei, attraverso la nostra relazione, posso arrivare al tutto. Più sono riuscito a staccarmi dal bisogno del suo amore e più sono stato capace di amarla.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Bambini mai nati o bambini non nati? Facciamo chiarezza

Della perdita dei figli prima della nascita si parla, ahimè, ancora troppo poco mentre il dibattito sull’aborto volontario è piuttosto acceso, anzi, alcune volte persino infuocato! Sentiamo quindi parlare spesso di “bambini mai nati” ma anche di “bambini non nati”: queste due espressioni sono sinonimo uno dell’altra oppure no?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza; da un punto di vista linguistico vanno bene entrambe, nel senso che tutte e due indicano quelle creature che non vengono messe al mondo ma che muoiono prima della nascita. Da un punto di vista liturgico, invece, c’è una differenza abissale: in lingua italiana la parolina “mai” – tecnicamente un avverbio di tempo – indica qualcosa che non si è verificata né si verificherà nel futuro, portando con sé un significato perentorio e senza alcuna alternativa; chiunque di noi scrivendo, parlando o leggendo quando utilizza – o si imbatte – nel “mai” subito comprende di trovarsi davanti ad una porta chiusa, ad una strada sbarrata. È proprio in questa sfera di significato che l’espressione “bambini mai nati” immediatamente ci porta la mente ed il cuore a qualcosa di negativo e senza margini di speranza: si tratta di bambini che non sono potuti nascere, persi nel vero senso del termine, quasi che si trattasse di stelle cadenti che appunto spariscono poco dopo averci fatto vedere, per pochi istanti, la loro luce.

In un’ottica cristiana, però, tutto questo è molto, troppo limitato e limitante: questi bimbi, sono individui a tutti gli effetti, pur nel grembo, infatti, sono persone in potenza. Hanno un’anima eterna ed immortale donata da Dio, dal quale proviene e al quale ritorna. Il “mai”, quindi, suona stonato perché la vita c’è stata, anche se solo per un passaggio veloce e nascosto nel corpo della madre; come magistralmente ha detto Chiara Corbella Petrillo: Siamo nati e non moriremo mai più.

Il “mai”, insomma, appartiene alla morte e non all’esistenza ed ecco perché è più corretto rivolgersi a loro chiamandoli “bambini non nati”: è vero che non hanno abitato questo mondo ma la loro anima è viva e presente in Cielo. La morte fisica nel pancione è un mistero, oltre che una sofferenza acuta, ma non ha l’ultima parola; anche il macigno posto a sigillo del sepolcro di Gesù, enorme e pesante che sembrava sbarrare ogni speranza, è rotolato via, spalancandoci così le porte della vita eterna.

Lo stesso avviene per quella piccola parolina di tre lettere, il “non”: tecnicamente è una negazione e in effetti ben indica che quei bambini non sono nati a questa vita ma porta con sé anche una potentissima carica di speranza proprio perché va a significare che non siamo al cospetto di un’impossibilità definitiva (il “mai”) ma di uno squarcio sull’eterno che è il centro della cristianesimo cioè la speranza nella salvezza dell’anima. Il “mai” tarpa ogni fiducia e ogni anelito d’immortalità mentre il “non”, da semplice sfumatura linguistica, si carica di una potenzialità immensa, cuore della vita di fede, vissuta nella prospettiva del Cielo. Vi sembra poco? In realtà è tutto, è proprio ciò per cui Gesù ha sofferto ed è morto in croce: darci la Vita, quella vera, eterna e definitiva con Lui.

Impariamo, quindi, a sostituire l’espressione “mai nati” con “bambini non nati” e spiegandone la scelta, non solo linguistica ma anche religiosa, aggiungeremo un tassello importante in quella che chiamo la “cultura prenatale”, di cui parlo nel mio libro dal titolo Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale.

È dalle piccole cose che, con l’aiuto di Dio, scaturiscono quelle grandi, proprio come il granellino di senape di cui ci ha parlato Gesù nella parabola; proviamoci, tutti insieme: cominceremo davvero a fare la differenza!

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Un corpo per amare

Un weekend per tutti i ragazzi e tutte le ragazze dai 18 ai 35 anni. Fidanzati o single non fa differenza. Un itinerario per scoprire la bellezza dell’amore a cui tutti siamo chiamati. Un amore vissuto attraverso il corpo. Si parlerà di castità, intimità, significato sponsale del corpo, differenza tra maschile e femminile. Si parlerà di sessuologia e fisiologia. Si riscoprirà la meraviglia di una sessualità vissuta in pienezza e verità. Il weekend è organizzato dalla nostra associazione (Intercomunione delle famiglie) con la collaborazione di don Gianni Castorani e Cuori Puri.

Per info contattate su whatsapp il numero 3318325412

Nel matrimonio siamo servi inutili

Oggi sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sulla gratuità dell’amore. Gratuità significa liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità. Non capire questo è non capire il sacrificio di Cristo. Cristo che ha fatto della croce il suo trono d’amore.

Perché indossiamo la catenina con la croce? Perché appendiamo al muro di casa nostra il crocifisso e vogliamo guardarlo sentendoci sicuri quando c’è? Perché è così importante che ci sia nei luoghi di sofferenza come gli ospedali? La croce rappresenta un supplizio, uno strumento di dolore e di morte. Cosa ci troviamo di tanto affascinante? La risposta è semplice: Gesù ha dato un nuovo significato a quello strumento di morte. Ha dimostrato come l’amore sia più grande della morte ed ora quella croce non ci provoca sentimenti negativi ma ci fa sentire amati e desiderati dal nostro Dio. Noi quando ci sposiamo promettiamo di amarci così! Se non ne siamo convinti non c’è consapevolezza in quello che stiamo promettendo.

Ecco il Vangelo di oggi (ieri per voi che leggete) mi ha confermato chiaramente in quello che voglio dirvi.

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Siamo servi inutili! Sembra brutto detto così. Non serviamo a nulla quindi? Non è questo che ci vuole dire Gesù. Anzi tutti noi ci impegniamo a fondo nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di fare del nostro meglio. Cerchiamo di dare tutto e spesso riusciamo anche a fare tante cose incastrando come dei veri maghi i tanti impegni della giornata. Non significa che siamo dei buoni a nulla. Il significato di inutile può essere anche quello di senza utile, senza aver bisogno di una contropartita. Può tradursi con servi gratuiti. Ecco l’amore gratuito dell’inizio dell’articolo. L’amore gratuito della croce. L’amore gratuito del matrimonio.

Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi interessa quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non pretendo più. Ora ogni mio pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Senza mettere sulla bilancia ciò che ottengo in cambio. Questo è essere servi inutili. Questo significa amare nella libertà e nella gratuità. E non sono io che sono bravo. Io sono pieno di difetti e ferite come tutti, ogni tanto sbrocco come tutti, ma mi riconosco un merito. Mi sono fidato di Gesù. Questo mi ha permesso di capire come sia più bello un matrimonio così dove metti in gioco tutto.

Coraggio riconoscetevi servi inutili per essere capaci di amare gratuitamente in un amore slegato dall’obbligo della reciprocità.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare

Oggi ritorniamo sul Vangelo di ieri. Daremo sempre una lettura sponsale e ci soffermeremo su un passaggio in particolare della Parola che ieri ci è stata già così ben spezzata da padre Luca.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Perché le vergini sagge si dimostrano così poco misericordiose ed empatiche verso le vergini stolte? In età giovanile mi stavano antipatiche queste donne che pensavano solo a sé stesse. Poi con il tempo sono maturato e ho cercato di comprendere meglio il messaggio che c’è dietro a questo racconto. Naturalmente il Vangelo si riferisce all’amore di Dio, ma ciò si sposa perfettamente con l’amore sponsale.

Noi sposi insieme siamo la sposa di Cristo. Lo siamo come coppia. Quindi, la vergine saggia è quella coppia di sposi che costruisce sulla verità la propria relazione. È quella coppia che costruisce la propria relazione costruendo la relazione con Gesù. È quella coppia che sa attingere alla grazia del sacramento e dove ognuno dei due sposi vuole mettere il bene dell’altro prima del suo. Attenzione: non sono coppie perfette. Queste coppie sbagliano come tutte le altre. I due sposi sanno però perdonarsi e ricominciare, con gratitudine e con volontà, perché sanno di essere amati e perdonati da Dio. Per questo non possono dare il loro olio alle vergini stolte.

Perchè le vergine stolte non saprebbero usarlo. Le coppie che vivono un matrimonio autentico non possono condividere il loro olio con le vergini stolte perché l’amore vero non è qualcosa che si può prendere in prestito o trasferire. Ogni persona deve coltivare la propria relazione con Dio e con il proprio coniuge. È attraverso un impegno personale che otteniamo l’olio necessario per le nostre lampade, dove l’olio rappresenta la fede, le virtù e le qualità che sostengono una relazione amorosa e duratura. L’olio è fatto di volontà. Dobbiamo volerlo. Per questo le coppie che costruiscono la relazione su altro non possono attingere al nostro olio.

Noi, cari sposi, possiamo testimoniare, mostrare come sia bello custodire l’olio per lo Sposo, ma non possiamo sostituirci nella fatica personale che tocca ad ogni coppia. Quante coppie ci sembrano così belle e inarrivabili. Tante coppie di sposi santi che hanno vissuto un amore fecondo e bello. Eppure conosciamo la fatica che c’è dietro o ne vediamo solo i frutti? Anche nel nostro piccolo possiamo fare esperienza dell’incomprensione. Quanti non ci capiscono? Molte volte le nostre scelte non sono comprese. Non è compreso l’amore capace di perdonare sempre, non è compreso chi si dona senza misurare quanto riceve. Non è compreso perché non se ne conosce la bellezza che ne scaturisce. Non è compreso perché non si è capaci di aprire il cuore all’altro e di conseguenza a Dio. Non è compreso perché non si è capaci di capire che la pace e la gioia vengono dal dono di noi stessi e non dal prendere dall’altro. Solo nel dono incontriamo Dio, infinito amore e infinita vita. L’altro non potrà mai darci ciò che ci serve: un amore infinito. Diceva san Giovanni Paolo II che L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare.

Per questo le vergini sagge non possono dare il loro olio. L’olio va acquistato con il nostro impegno quotidiano. Impegno fatto di scelte coerenti con la nostra fede, di amore gratuito, di dono e di volontà. Solo così, cari sposi, non avremo timore di rimanere senza olio e saremo sempre pronti ad accogliere il nostro Sposo tra di noi. Solo facendo esperienza di questo amore potremo comprendere quanto sia più bello di tutto il resto. Ma all’inizio dobbiamo fare la più grande fatica: quella di fidarci di Gesù ed incominciare ad amare seguendo il suo esempio. Dando tutto di noi!

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Un figlio che non c’è: invisibile ma non assente

Della famiglia fanno parte anche i bambini non nati, ossia tutte quelle creaturine che non hanno visto la luce della vita; come membri del focolare domestico vanno non solo ricordati e pregati ma “celebrati” cioè inseriti nel contesto dal quale provengono e nel quale devono trovare spazio, memoria ed affetto.
Dico questo perché ci sono passata: ho avuto un aborto spontaneo nel 2012 alla settima settimana di gravidanza e quel figlio – o figlia, era troppo presto per saperlo – è non solo nel mio cuore ogni giorno ma nella quotidianità della nostra famiglia in modo molto spontaneo, semplice ma autentico. Quel figlio che non c’è, insomma, potrà anche essere invisibile ma non è assente: ha lasciato un segno e ogni giorno ci accompagna dal Cielo perché, come leggiamo nel Vangelo di Matteo: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli (Mt 18, 10).
L’aborto spontaneo rimane indelebile nella storia clinica di una donna tant’è che bisogna sempre parlarne con dottori e ginecologi dopo che è avvenuto, cioè, lascia una traccia medica che va sempre riportata ed è riportata tra gli occorsi sanitari; permane anche – indelebile – nella mente e nel cuore di chi ci è passato e allora perché non dovrebbe lasciare una scia non solo nella rete familiare ma nell’intero reticolato sociale di cui ognuno di noi fa parte?
Tacere che quel figlio c’è stato è un grande torto a tanti livelli: innanzitutto nei confronti della creatura stessa la quale, essendo stata creata a immagine e somiglianza del Creatore, ne porta impresso il più alto e nobile sigillo e, subito dopo, nei confronti dei genitori che l’hanno attesa, desiderata, cercata o ai quali magari è “capitata” ma che in ogni caso l’hanno accolta. Quel bimbo, inoltre, avrà dei parenti: fratelli o sorelle, nonni, zii, cugini, ecc … oltre che amici o conoscenti: non tacciamo della sua vita, per brevissima o breve che sia stata proprio perché “è stata”; pur parlando al passato, solo tenendo quell’esistenza in considerazione saremo in grado di aprirci al futuro, futuro che con il sostegno della fede può nuovamente essere di speranza, fiducia e felicità perché, dopo tutto, è il fine per il quale ciascuno di noi è voluto da Dio.
Etimologicamente, la parola assenza significa mancanza dal luogo nel quale ci si dovrebbe trovare abitualmente; un bambino non nato incarna perfettamente questo concetto sotto due aspetti: sia perché sarebbe dovuto stare nel grembo per tutta la gravidanza ma questo non è avvenuto e secondo perché dovrebbe abitare una casa nella quale manca, non c’è. Ecco perché dobbiamo sforzarci di renderlo presente: non possiamo vederlo con gli occhi umani ma, nella fede, abbiamo la certezza del suo essere spiritualmente con noi sempre, nella nostra casa e nella nostra famiglia perché l’anima supera qualsiasi confine spaziale e si fa prossima – vicina – a coloro che la amano. L’assenza di contatto fisico, insomma, non è un’assenza totale o definitiva ma un limite che si può superare con il Signore.
Il bambino non nato non deve, insomma, lasciare dietro di sì solamente tristezza, amarezza, rabbia o sentimenti negativi; la sua perdita, se offerta a Gesù e Maria e abbandonata alla Loro volontà, può trasformarsi in qualcosa di bello, di grande, di fruttuoso e portare nuova vita, sia in senso fisico che spirituale. Certo, non è facile, ma con la forza ed il coraggio che solo la preghiera possono dare, i miracoli arrivano perché nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 37).
Nessuna gravidanza, precedente o successiva, può in qualche modo riempire il vuoto lasciato da un aborto spontaneo ma quello spazio che si viene ad aprire, nel cuore e nell’anima, sarebbe davvero infelice lasciarlo in balia delle emozioni solamente umane perché rischierebbe di essere colmato poco o male o entrambe le cose; la ferita può guarire solo con il balsamo della fede e l’affidamento in Dio che, essendo bontà infinita, ha sempre un fine di amore più grande e più certo, anche se magari questo fine non riusciamo subito a vederlo o a scorgerlo con la dovuta lucidità o maturità. Fidiamoci del Signore, non rimarremo mai delusi!

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Fabrizia Perrachon

Il matrimonio sacramento nasce dal battesimo

L’associazione Mogli e Mamme per Vocazione ci ha chiesto quattro brevi riflessioni per questo mese di novembre. Condividiamo la prima anche qui sul blog.

In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Aggiungiamo a questo passo del Vangelo alcune righe della catechesi di Papa Francesco di mercoledì 16 maggio 2018. In quell’occasione il Papa ha terminato il suo ciclo di catechesi proprio sul Battesimo. Ecco un passaggio di quella riflessione: Che cosa significhi rivestirsi di Cristo, lo ricorda san Paolo spiegando quali sono le virtù che i battezzati debbono coltivare: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14).

Questo per dire cosa? Che il nostro matrimonio è iniziato lì. Si è una forzatura ma il battesimo è quella realtà da cui tutto trae origine che ci permette poi anche di sposarci in Gesù e di sviluppare i doni battesimali nella relazione matrimoniale. Nel battesimo ci viene donata, come segno concreto, una veste bianca per simboleggiare che siamo rivestiti di Cristo. Il Papa afferma che essere rivestiti di Cristo, essere rinati nella vita dello Spirito Santo non è solo una realtà invisibile ma si può rendere visibile e concretizzare Come? Perfezionando alcune virtù. Virtù quali la tenerezza, la bontà, l’umiltà, la mansuetudine, la magnanimità. Imparando a sopportarsi (nel senso di sostenersi non di tollerarsi) e perdonarsi a vicenda. Non è bellissimo? Ci abbiamo mai pensato al battesimo in questa prospettiva? Certo il sacramento non è una magia. Non è la lampada di Aladino o la fata Smemorina di Cenerentola. Lo Spirito Santo richiede un cuore aperto ad accoglierlo. Serve il nostro impegno quotidiano.

Ed arriviamo al tema di queste quattro riflessioni che ci sono state chieste durante questo mese di novembre. Il matrimonio riprende e si fonda sulla realtà battesimale. Pensate alla bellissima veste di Cristo con cui siamo stati rivestiti. Bianca e immacolata come il vestito della sposa. Anche questo è un segno che il matrimonio riprende quella realtà battesimale che ci ha così ben spiegato il Santo Padre e la perfeziona. Le dà un nuovo fine e un nuovo significato.

Il matrimonio è una consacrazione. Lo dice Humanae Vitae: i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l’adempimento fedele dei propri doveri, per l’attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo. Cosa significa consacrazione? Perché il sacerdote, le suore e i frati sono tutti dei consacrati? Consacrazione deriva dal latino e significa semplicemente rendere sacro. Rendere di Dio. I Sacerdoti e i religiosi in genere si caratterizzano perché hanno scelto di donarsi completamente a Dio. Appartengono a Dio. Anche noi con il matrimonio siamo consacrati. Apparteniamo a Dio insieme. Il nostro amore e la nostra relazione non sono più nostri ma di Dio. Questo cosa significa?

Lo Spirito Santo ci aiuterà a perfezionare quegli stessi doni di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità verso la persona che ci è stata donata. Nella consacrazione matrimoniale lo Spirito Santo ci aiuterà a sopportarci (nel senso di supportarci – sostenerci) e perdonarci. Ci aiuterà ad amarci come Gesù ama. Perché il nostro amore è Suo. L’abbiamo affidato a Lui sposandoci. Questo cosa comporta? Ogni volta che siamo coerenti con la nostra promessa stiamo compiendo un sacrificio a Dio. Stiamo cioè rendendo sacro ciò che facciamo, i nostri gesti, le nostre parole, le nostre scelte diventano strumento di Cristo. Tutte le volte che invece ci comportiamo da egoisti, prepotenti o ci usiamo l’uno con l’altro compiamo un sacrilegio. Ci riprendiamo qualcosa che non è più nostro ma di Dio. Capite che cosa grande che è il matrimonio? Non ci siamo solo noi due sposi ma c’è Dio stesso con noi in tutto e per tutto.

Proseguiamo ora con la nostra riflessione. Gesù è profeta, re e sacerdote. Queste sono le tre dimensioni in cui si sviluppa l’umanità di Cristo e che saranno argomento specifico di tutte le nostre riflessioni. Tutte dimensioni che esprimono l’amore di Cristo. Il battesimo ci rende uno con Cristo come i tralci con la vite. No ricordate questa immagine evangelica? Con il battesimo tutti noi acquisiamo la regalità, il profetismo e il sacerdozio di Cristo. Siamo tutti re, profeti e sacerdoti. Il vostro don ha il sacerdozio ordinato che è una cosa diversa (che deriva però sempre da Cristo) ma tutti noi siamo sacerdoti. Abbiamo il cosiddetto sacerdozio comune.

Siamo anche tutti profeti. Sapete che l’ultimo dei profeti chiamati è stato Giovanni Battista? Sapete perché non ci sono stati più profeti dopo Gesù? Perché con la venuta di Gesù e con il battesimo non serve più una chiamata specifica e personale, siamo tutti profeti. Lo sono io lo sei tu. Lo siamo in virtù del battesimo. Ecco nel matrimonio portiamo il nostro essere re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate. Fino qui sembra il catechismo fatto da bambini. Che noia. Nelle prossime tre riflessioni cercheremo di tirare le somme e di essere concreti. Affronteremo una per una tutte e tre le dimensioni approfondite in chiave sponsale.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Nulla è scontato!

Martedì della scorsa settimana mi sono svegliato all’incirca alla stessa ora e dovevo portare le figlie, una al treno e l’altra a scuola, non prima di essere passati a riportare alcune loro cose nella casa in cui vivono. Come al solito le ho dovute sollecitare, perché si stava facendo tardi, ma alla fine siamo partiti; tuttavia, dopo nemmeno due chilometri ci siamo trovati di fronte a un incidente appena successo, dove un’auto era uscita fuori strada ad una curva, a causa anche dell’asfalto bagnato.

Siamo giunti quando la ragazza che guidava (senza particolari danni evidenti) stava aiutando ad uscire l’altra ragazza dal lunotto posteriore dell’auto: quest’ultima aveva il volto completamente ricoperto di sangue per una evidente ferita alla fronte, oltre a tagli nelle mani. Ho accostato subito l’auto con le doppie frecce accese, ho preso il kit di pronto soccorso che per fortuna tengo sempre in auto e, insieme a un altro ragazzo sopraggiunto, abbiamo cercato di medicare, tamponare e tranquillizzare, nell’attesa dell’arrivo dell’ambulanza (che sarebbe arrivata dopo almeno quindici minuti). Sono quelle situazioni in cui, uno come me che non ha conoscenze mediche, non vorrebbe mai trovarsi, ma ho cercato di fare il possibile.

La ragazza che guidava ha telefonato subito al marito che è arrivato prima dell’ambulanza, l’altra cercava di scrivere al fidanzato, ma non era in grado, poi è stata aiutata ed è riuscita anche lei. Questo evento mi ha fatto molto riflettere, oltre ovviamente al dispiacere per queste due ragazze che spero stiano bene e per le quali ho pregato.

Innanzitutto, ho riflettuto che entrambe le ragazze hanno sentito la necessità di contattare qualcuno che voleva loro bene e che le avrebbe potute aiutare, assistere, consolare. Mi ricordo che anche io, quando mio padre morì nel lontano anno duemila, la prima cosa che feci, nonostante fosse sera tardi, fu telefonare dall’ospedale, alla mia fidanzata (ora moglie), per avere una parola amica, di conforto: quando sei nel dolore e nella sofferenza, solo chi ti ama davvero può capirti (si condividono infatti le gioie e le cose belle, ma anche le sofferenze e quello che ci fa stare male).

Tornando all’evento, in un primo momento, ho pensato che purtroppo io non avrei avuto una dolce metà da chiamare e mi sono un po’ rattristato; successivamente ho riflettuto meglio e mi sono accorto che invece sono tanto fortunato. Infatti, una mattina ti alzi e dai per scontato che la giornata sarà come tutte le altre, poi basta una curva perché tutta la tua vita cambi completamente, anche solo per un certo periodo e affinché le tue aspettative e desideri mutino improvvisamente.

Nulla è scontato nella vita, la salute, la casa, gli amici, le gioie, il lavoro….solo che spesso noi perdiamo tempo ad arrabbiarci per quello che non abbiamo e a trovare colpevoli della nostra infelicità: è un atteggiamento che porta in un vicolo cieco e non cambia le cose.

Se io passo le giornate a incolpare mia moglie del mio malessere, della mia solitudine, della mancanza di tenerezza e del mio vivere in castità, oppure me la prendo con me stesso per gli errori commessi o per non aver capito prima i problemi, quale beneficio ottengo? Nessuno! Il comportamento invece che fa crescere è fare il massimo possibile, cioè quello che riesco in base alle mie qualità e capacità: Dio non mi chiede di fare miracoli, ma di fare solo la mia parte. Ci sono delle cose che dobbiamo fare noi, non possiamo delegare altri o Dio.

Ultimamente poi, forse per le guerre, forse per le calamità naturali anche vicino a me (come la recente alluvione in Toscana), sento che è necessario non perdere tempo a lamentarsi, ma rimboccarsi le maniche e agire, guardando dritto alla meta e affidando la nostra vita a Dio, l’Unico che la può custodire.

Infine ho avuto modo di sperimentare, in diversi anni, quanto sia importante avere amici veri, non quelli che ti scaricano alla prima difficoltà, ma quelli che davvero ti considerano un fratello. Ho imparato tanto ad esempio all’interno della Fraternità Sposi per Sempre su quest’aspetto: quando uno di noi ha avuto un problema o si è ammalato, c’è chi è andato a fargli la spesa e chi si è preoccupato di cucinare o chi semplicemente gli ha fatto compagnia o lo ha accompagnato.

Quindi sono ben consapevole che se avessi bisogno, avrei tanti amici da poter chiamare e sui quali posso contare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Una sacra promessa

Quando parlo di mia moglie mi piace descriverla come la mia sposa. Alcuni mi prendono in giro dicendo che si tratta di un modo vecchio di parlare. Un modo di altri tempi, un modo un po’ bigotto. A me, al contrario, piace moltissimo. Sapete perchè? Perchè sposare deriva dal termine latino spōnsus che è il participio passato di spondēre che significa promettere. Ciò significa che Luisa è la promessa d’amore di Dio per me. Una promessa che investe la mia libertà di accoglierla e la libertà di Luisa di rinnovare il suo amore per me ogni giorno della nostra vita.

Capite la grandezza che c’è dietro tutto questo? Tutta la nostra relazione sponsale è una promessa. E’ la mia promessa per Luisa. La mia promessa che diventa vocazione. Attraverso la mia scelta d’amore, una scelta d’amore irrevocabile, che vale quando mi viene facile onorarla e anche e soprattutto quando mi costa fatica, posso vivere la mia vocazione. Cosa è la vocazione? E’ il nostro personale modo di rispondere all’amore di Cristo per noi. Io mi sento amato e per questo amo. Nella vocazione matrimoniale mi sento amato da Dio e restituisco questo Suo amore donandomi alla mia sposa. Per questo il matrimonio è amore incondizionato. Perchè ciò che importa non dovrebbe essere quello che ricevo dall’altro/a ma il desiderio di donarmi. Facile a dirsi, molto più difficile comprenderlo e vivere questo modo d’amare.

E’ la promessa di Luisa per me. Promessa che diventa manifestazione concreta dell’amore di Gesù. Attraverso la sua promessa posso fare esperienza dell’amore visibile e tenero di Dio per me. Le sue mani diventano quelle di Dio per accarezzarmi, i suoi occhi diventano quelli di Dio per specchiarmi nel suo sguardo e sentirmi bello e amato. Le sue parole diventano sostegno e balsamo nei momenti di scoraggiamento e difficoltà. Tanto più lei sarà capace di farsi strumento di Dio per me e più starà camminando verso la sua santità perchè vivrà pienamente la sua vocazione.

Le nostre promesse diventano alleanza. Le nostre due promesse, quella di Luisa e la mia insieme, diventano immagine dell’alleanza stessa di Dio. Il nostro matrimonio, come quello di tutti gli sposi cristiani, se vissuto fino in fondo, può raccontare al mondo come Dio ci ama. Le nostre promesse diventano epifania dell’amore misericordioso e fedele di Dio per ognuno dei Suoi figli. Ogni coppia di sposi può, nella sua semplicità e ordinarietà, essere una piccola luce per tutti. Nonostante le nostre fragilità che non sono ostacolo, ma diventano occasione per fare esperienza del perdono e della misericordia.

Infine la promessa di Gesù per me e Luisa. La promessa che rende sacra la nostra unione. La più importante di tutte. Durante le nostre nozze non ci sono stati solo i nostri due si bensì tre. Anche Gesù ha pronunciato il suo personale sì promettendo di non abbandonarci mai. Con quella promessa ha posto la Sua tenda nella nostra relazione stessa. Dal giorno delle nozze Gesù abita il nostro noi. Dal giorno delle nozze la nostra relazione non è più nostra ma l’abbiamo donata a Dio che l’ha fatta sua. Il nostro matrimonio è diventato strumento di salvezza per il mondo. Ogni nostro gesto d’amore è un sacrificio elevato a Dio. Diventa sacrificio un abbraccio, una parola buona, cambiare il pannolino, fare la spesa ecc. ecc.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Ha parlato per mezzo dei profeti

Oggi vorrei focalizzare l’attenzione sulla nostra professione di fede che recitiamo ad ogni Messa. Si forse non sempre sotto questa forma ma poco importa. Non so voi ma io non avevo mai fatto caso ad un passaggio del testo. Rivolgendoci alla terza Persona della Trinità proclamiamo: Credo nello Spirito santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio È adorato e glorificato: e ha parlato per mezzo dei profeti.

Fino a domenica scorsa io ripetevo questa frase un po’ a pappagallo senza pensarci troppo. Quando leggevo la parola profeti pensavo subito ai profeti dell’Antico Testamento. Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele e a tutti gli altri. Ecco l’ultima volta ho avuto un pensiero diverso. Ho pensato: ma ora lo Spirito Santo non parla più? La risposta che mi sono dato è che i profeti siamo noi. Noi battezzati siamo chiamati a dare voce allo Spirito Santo. Sapete che l’ultimo dei profeti chiamati è stato Giovanni Battista? Sapete perché non ci sono stati più profeti dopo Gesù? Perché con la venuta di Gesù e con il battesimo non serve più una chiamata specifica e personale, siamo tutti profeti. Lo siamo noi e lo siete voi che leggete. Lo siamo in virtù del battesimo.

Comprendete ora come quella professione di fede ci interpelli direttamente. Non stiamo parlando di persone terze ma di noi! E noi sposi lo siamo in modo del tutto particolare. Vi diamo due spunti veloci sulla nostra profezia

Siamo profeti della vita intima di Dio. Dio è Trinità. La Trinità è una realtà troppo grande, avvicinabile solo con grande approssimazione, ma una cosa è certa: è una comunità di amore e di vita. Ecco l’analogia con la famiglia cristiana. Quando si dice che gli sposi sono icona della Trinità, si intende proprio questa analogia. Osservando una famiglia si vede (si dovrebbe) in filigrana Dio, o meglio, un riflesso di Dio, come una scintilla può essere immagine del Sole. Quindi noi sposi raccontiamo nel modo che abbiamo di amarci, di servirci e di prenderci cura l’uno dell’altra la vita intima di Dio. Così attraverso una carezza, un bacio, una parola di conforto mostriamo l’amore di Dio che si fa tenero. Ordinare la casa, alzarsi a prendere una bottiglia d’acqua in cucina durante la cena, alzarsi dal letto quando il bimbo piange sono gesti di servizio che diventano l’amore che si fa dono e cura. Non rispondere a una provocazione e al contrario comprendere che i modi sgarbati del marito o della moglie nascondono un malessere e rendersi ancora più amorevoli è l’amore che si fa misericordia e accoglienza. In una vita ordinaria possiamo rivelare la grandezza dell’amore di Dio e vivere il nostro rapporto secondo le modalità e le dinamiche della Trinità, trasformando la nostra vita in una epifania di Dio.

La seconda profezia di cui noi sposi siamo portatori è l’amore di Cristo per la sua Chiesa. È una realtà che possiamo comprendere solo in piccola parte, ma è nel progetto di Dio che noi sposi possiamo riprodurre, rendere attuale e visibile ciò che è accaduto sulla croce. Croce dove Gesù ha dato la sua vita, dove si è donato fino a versare il suo sangue e a sacrificare il suo corpo per la sua amata, la sua sposa: la Chiesa. Chiesa che comprende ognuno di noi singolarmente e tutta la comunità. Questa seconda profezia è davvero qualcosa di troppo grande, che ci fa sentire piccoli e ci fa tremare i polsi. Questo tipo di profezia a cui siamo chiamati e abilitati, resi capaci dallo Spirito, davvero si solleva dal piano terra e comincia ad andare verso l’alto, le vette divine dell’amore. Questo amore esigente, probabilmente, ci spaventa, perché sembra chiederci troppo, eppure se ci pensate bene, e magari lo avete sperimentato, è meraviglioso.Pensiamo subito a gesti eroici. Che ci sono. Come quello di Ettore che collabora con noi. Lui è stato lasciato dalla moglie che si è fatta una nuova vita ma continua a restare fedele perché è consapevole che Cristo è fedele ed è lì con lui in quel matrimonio che sembra morto e sepolto. E guardate che vive nella pace. Certo ha momenti di solitudine e sofferenza ma è una persona realizzata che rende fecondo quel matrimonio che sembra un fallimento donandosi ai fratelli e alle sorelle. Pensate tutte le estati va in montagna per fare animazione ai bambini mentre i genitori frequentano dei corsi per sposi. Sembra incredibile come non provi invidia ma desiderio di aiutarli. Oppure Anna che durante una chiacchierata ci disse di continuare a pregare per il marito che l’aveva lasciata e viveva con un’altra donna con cui aveva avuto due bambini. Ci disse queste testuali parole: Faccio fatica a stare una vita senza lui non posso immaginare una eternità senza di lui. Comunque fortunatamente non tutti siamo chiamati a questo. Non servono gesti eroici per vivere questo tipo di amore che dà la vita. Alla sera mi piace guardare mia moglie. Mi piace guardarla, perché è davvero bella nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che mi commuove perché conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Questo è l’amore di Gesù per la sua Chiesa. È come una candela che consumandosi fa luce e calore. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: “Preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. È esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che fatichi a ricordarli tutti.

Ora quando durante la Messa proclamerete la vostra fede ecco spero vi ricordiate anche che siete profeti e che lo Spirito Santo chiede proprio a voi di dare voce a Dio attraverso la vostra vita.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Abbiamo tutto per essere santi. Crediamoci!

Spesso tendiamo a idealizzare i santi e ad attribuir loro una sorta di onnipotenza. Ci sembra più facile considerarli come dei supereroi, dotati di straordinari poteri e capacità che noi non abbiamo. Tuttavia, questa visione può distorcere la realtà e toglierci la responsabilità personale di lavorare per la nostra crescita spirituale. Mettere i santi su un piedistallo può farci sentire al sicuro, come se la santità fosse un traguardo irraggiungibile per noi comuni mortali. Ma se davvero riflettiamo sulla vita dei santi, possiamo notare che molti di loro sono nati e cresciuti in situazioni molto simili alle nostre. Erano persone come noi, con le stesse tentazioni, le stesse debolezze e le stesse difficoltà. Quello che li ha resi santi è stata la loro risposta alle sfide della vita, la loro fede in Dio e il loro impegno nel perseguire la virtù.

Iniziamo con il dire che noi abbiamo tutto ciò che serve per diventare santi. Il battesimo ci ha fatto santi. Sei battezzato? Hai tutto per essere santo. La santità, secondo don Fabio Rosini, è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi. Significa lasciare che Dio operi attraverso di noi, perchè Lui è l’unico e vero santo. La santità è di Dio e noi possiamo parteciparvi. Non per merito nostro, ma per abbandono alla Sua volontà. Siamo tutti destinati alla santità e ne abbiamo tutte le capacità per raggiungerla. Certo, ognuno è chiamato alla santità in modo originale. Esistono santi dotti e santi analfabeti, santi uomini e sante donne, santi bambini e santi anziani, santi re e santi mendicanti, santi consacrati e santi laici. Non dobbiamo copiare nessuno, dobbiamo trovare la nostra personale strada verso la santità. La santità è sempre originale. Preoccupiamoci non tanto quando siamo un po’ strani ma piuttosto quando ci omologhiamo troppo agli altri. Ognuno è chiamato alla santità attraverso la propria storia e la propria vita.

Noi sposi cristiani ci santifichiamo nel matrimonio. Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita, oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo vivendo. Don Oreste Benzi, diceva che dobbiamo sposarci con l’idea di diventare santi. Non si può pensare di esserci “sistemati” una volta per tutte. Il matrimonio presuppone una conversione continua, ogni giorno della nostra vita, il matrimonio presuppone che decidiamo coscientemente di mettere Dio al centro del nostro cuore. Come? Donandoci al nostro amato o alla nostra amata. A volte riusciremo e a volte invece non ce la faremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione, senza cercare di perseguire la nostra santità in questo modo così ordinario e straordinario contemporaneamente, fatto di gesti semplici ma perseveranti nel tempo, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nella nostra vita. La testimonianza di tanti sposi abbandonati che hanno trovato pace e gioia nella fedeltà a Gesù e al sacramento del matrimonio ci mostra che il dono di sé è il vero antidoto per la tristezza e il senso di vuoto nella nostra vita. Quando ci impegniamo ad amare il nostro coniuge con un amore totale e incondizionato, anche se siamo stati feriti o traditi, invochiamo l’azione divina nella nostra relazione e permettiamo a Dio di lavorare in noi e attraverso di noi per compiere la sua volontà. Più invece non riusciremo a donarci e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Se gli sposi cercano soltanto di “sistemarsi” e non vivono la propria vocazione all’amore, resteranno magari insieme per tutta la vita, ma come semplici compagni, che cercano appunto compagnia, che vogliono solo riempire la loro solitudine. Come disse bene Chiara Corbella:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Vuoi amare? Prima impara ad ascoltare

Il Vangelo di ieri è bellissimo e ci offre la bussola per imparare ad amare. Vale per tutti! Ma forse noi sposi siamo coinvolti un po’ di più. Cosa abbiamo ascoltato ieri? Gesù risponde a un dottore della legge che gli domanda quale sia il comandamento più importante e afferma:

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Questo significa, come abbiamo già scritto ieri, che il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare il nostro coniuge. Solo se saremo ricchi dell’amore di Dio saremo capaci di amare il nostro prossimo più prossimo, con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Gesù risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el. Questa preghiera è la professione di fede che ogni credente ebreo ripete tre volte al giorno. Questa preghiera parte da un verbo: Ascolta Israele! Perchè non possiamo conoscere se non ascoltiamo. Dio si racconta a noi attraverso la Sua Parola. Solo poi nascerà in noi il desiderio di conoscerlo ancora meglio e di intessere una vera relazione con Lui. Ma tutto parte dall’ascolto. Io con Luisa non ho avuto il colpo di fulmine. Si mi piaceva ma ciò che me l’ha fatta desiderare ardentemente è stato conoscerla. E più la conoscevo, più l’ascoltavo e più ne ero attratto e più volevo sapere di lei. Credo che con la fede sia la stessa cosa.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di un Dio che ti ama. Un Dio presente in  ogni momento della vita, un Dio pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento, anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla, non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il suo amore misericordioso per noi.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

La dolcezza rivela chi siamo

Parliamo spesso di padre Raimondo Bardelli, il quale per noi è stato come un secondo padre. Gli siamo infinitamente grati per la sua pazienza nel guidarci alla comprensione dell’amore e nel fare chiarezza nei nostri cuori. Ci siamo avvicinati a lui partecipando a numerosi corsi, ognuno dei quali portava inevitabilmente al momento della prova specchio. In questo contesto, padre Raimondo sceglieva accuratamente due immagini da appendere al muro: l’immagine della Madonna di Medjugorje e l’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Queste due immagini rappresentavano per lui l’essenza dell’amore divino e materno, invitandoci a contemplarli e a metterli a confronto con il nostro volto e il nostro sguardo.

Ci diceva che l’amore deve essere visibile. L’amore trasfigura il corpo. L’amore casto. L’amore vissuto nella castità e nella verità trasfigura anche lo sguardo e il volto. Il suo insegnamento era questo. Più saremo capaci di abbandonarci all’amore e di combattere il peccato e più incarneremo la tenerezza e la dolcezza non solo con il nostro agire ma anche con il nostro corpo. Poi ci dava il colpo di grazia. Voi – terminava – esprimete la freddezza dei ghiacciai dell’Adamello (monte situato nei pressi del Gaver dove si svolgevano i corsi). Naturalmente aveva ragione lui. Io con tutta l’immagine di cristiano perfettino che volevo costruirmi nascondevo un cuore egoista e concupiscente e il mio sguardo mi tradiva.

La dolcezza non è innata ma si conquista. È un attributo prezioso che dona al corpo un’aura di fascino e grazia. Essa si irradia attraverso la delicatezza e l’armonia delle sensazioni ed emozioni, arricchendo i gesti di tenerezza. Segno di maturità e libertà interiore, la dolcezza è la manifestazione di una persona che possiede un’autentica sicurezza in se stessa e una profonda capacità di aprirsi all’altro. È un linguaggio non verbale che trasmette un messaggio cristallino: desidero la tua presenza, ti accoglierò. Questo linguaggio silenzioso parla al cuore e alla mente della persona amata.

L’aumento della dolcezza in noi rivela molto di più di una semplice crescita spirituale. È una testimonianza di un impegno personale costante nel percorso verso la consapevolezza spirituale e l’amore incondizionato. La dolcezza del nostro carattere e la capacità di amare gli altri attraverso il nostro cuore, il nostro corpo e la nostra anima sono il risultato di uno sguardo aperto verso chi ci circonda. Nel contrasto, la durezza nel nostro modo di essere può spesso indicare un’anima chiusa e incapace di aprirsi agli altri. Può essere segno di un cuore pesante a causa del peccato o delle ferite non risolte. Questa rigidità può ostacolare il nostro cammino verso una crescita spirituale autentica e un’esperienza profonda della vita.

È solo attraverso un lavoro interiore profondo e onesto che possiamo sviluppare la dolcezza in noi stessi. La dolcezza è un dono prezioso che possiamo coltivare in noi stessi. È un riflesso della nostra apertura verso il divino e della nostra capacità di amare e comprendere gli altri. Quindi, cerchiamo di coltivare la dolcezza nelle nostre relazioni e nella nostra vita di ogni giorno, e guardiamo come questa qualità trasforma noi stessi e il mondo intorno a noi.

La dolcezza può essere un indicatore importante sul vostro matrimonio e sulla vostra relazione. Siete diventati più dolci nel tempo? E vostro marito o vostra moglie? Il nostro sguardo e il nostro viso sono sinceri anche quando noi non lo siamo, rivelano chi siamo e come siamo.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

I social non sono il nostro album fotografico

Sharenting, ossia quell’abitudine dei genitori di postare e condividere sui social foto dei loro figli, più o meno regolarmente. Lo fanno anche gli influencer per fatturare e pubblicizzare prodotti: è stato dimostrato che un figlio aumenta interazioni e like, nonché opportunità lavorative con i brand dedicati ai piccoli. Basti pensare all’esempio più ovvio, i Ferragnez, tramite i quali abbiamo ecografie, parti e momenti quotidiani dei loro due bambini. Altri esempi? Paola Turani (modella e influencer), Sophie Codegoni (influencer e volto noto dei reality), Sofia Crisafulli (giovane mamma popolarissima nella GenZ), Mariano di Vaio (modello, che ha aperto un profilo per ogni figlio) … I bambini esposti hanno, fin dalla gravidanza, un proprio dossier digitale e, manco a dirlo, nessuna tutela dalle piattaforme su cui i genitori sono liberi di creargli addirittura profili privati già zeppi di followers e pronti a fatturare. Persino volti meno famosi hanno ripreso vita grazie ad una gravidanza o al figlioletto catturato da ogni tenera angolazione, a favore dello spettatore social.

Non serve essere cristiani per comprendere quanto sia radicalmente (alla radice!) ingiusto tutto questo. Se il Battesimo talvolta salta perché “sceglierà lui da grande”, come mai sull’esposizione social non può valere lo stesso principio? Perché costruire un grande album fotografico per milioni di followers sconosciuti (basti pensare ai quasi 30 della Ferragni), che possono in qualsiasi momento salvare foto e video sui propri dispositivi? Dal momento che la maggioranza dei social è accessibile dai 14 anni, come inquadrare i profili dei minori creati dai loro genitori? Proprio dai social la pedofilia e la pedopornografia traggono, purtroppo, la maggior parte dei contenuti. La generazione Alpha, i nati dopo il 2012, è la prima totalmente esposta digitalmente e si troverà ad affrontare contenuti che non ha scelto di condividere e che impatteranno su personalità e socialità. Quale immagine avranno di sé stessi e dei propri genitori, questi figli cresciuti sotto la fotocamera del genitore? Quali saranno le loro reazioni a vedere la loro infanzia spiattellata, giorno dopo giorno, sui social media? Quali conseguenze fisiche e psicologiche? Quali sensazioni proveranno a vedere ogni loro attività e capriccio postato su Instagram, seguito da migliaia di commenti?

Gli studi medici e psicologici sono già iniziati e non ci stanno dicendo niente di buono. Ho smesso da tempo di seguire gli influencer. Non voglio essere influenzata da chi esercita una violazione della privacy dei minori così grande. Cosa ancora più grave, nessuna norma a proteggere queste attività che non si limitano a qualche foto ogni tanto ma sono regolari, studiate, strategicamente pianificate. Controllate quanti commenti hanno le foto dei bimbi degli influencer e quanti le altre foto, senza bimbi. Ci vuole davvero poco a rendersi conto che il pericolo siano usati è ben presente e reale. Digital marketing, un mondo a parte (di cui noi vediamo solo la punta dell’iceberg, nei vari feed).

Ampliamo il discorso, parliamo di noi sposi cristiani. In che modo ci poniamo davanti ai social, con i nostri figli (più o meno grandi)? Quanto e come li esponiamo, in foto o video, sui nostri profili? Con quale fine? Penso siano domande che ogni genitore dovrebbe porsi. Noi ce le siamo fatte e abbiamo deciso di non esporre nostra figlia sui social (salvo qualche foto ai parenti, tramite messaggio). In realtà, è stato abbastanza scontato. Anzitutto, non abbiamo il suo consenso, da minorenne è sotto la nostra tutela e non ha consapevolezza di cosa sia internet, di cosa sia un’immagine; una foto postata sui social non è più solo nostra ma può fare giri immensi e incontrollabili (basti pensare alla velocità di uno screenshot). Siamo amanti degli album fotografici (io in particolare sono una grande fan delle foto stampate, rigorosamente opache!), che mostriamo con entusiasmo ad amici e parenti: i social non sono il nostro album fotografico (perché abbiamo deciso così) e non intendiamo mettere in circolazione foto di una bambina che avrà, se vorrà, tutto il tempo per costruirsi un suo profilo in futuro. Paranoia? Buonsenso, per noi.

Ogni famiglia dovrebbe, se necessario, chiedersi come comportarsi di fronte ad un’era digitale che ci ha posto davanti possibilità e pericoli – senza ignorare che questi esistano con un “ma sì, che pesantezza, è una foto, i bambini portano gioia, che male c’è”. Siamo super attenti a cosa mangiamo, vogliamo trasparenza negli ingredienti e nella provenienza dei prodotti, cerchiamo di essere sostenibili negli acquisti e controlliamo di aver messo le mandate alla porta di casa quando usciamo. E poi, senza pensarci, diamo foto su foto in pasto ai social (alzi la mano chi ha letto i Termini e Condizioni di un qualsiasi social media!). In quanto cristiani, seguaci di Cristo, non possiamo restare indifferenti di fronte all’uso, spesso spropositato, dei bambini su queste piattaforme. Il primo strumento è il nostro cervello: chiediamoci, con onestà, cosa ci spinge a pubblicare foto (non censurate) dei nostri figli sui social. La voglia di condividere? La voglia di apparire? La voglia di suscitare invidia? La voglia di far vedere quanto siamo bravi come genitori? Se ti ho punzecchiato un po’, forse da qualche parte ci ho preso… Il secondo strumento che abbiamo è sempre il nostro “Segui”: gli influencer sono ciò che sono grazie ai followers. Se non si condivide lo stile di vita o gli interessi di un certo profilo, inutile seguirlo. Se seguissi Chiara Ferragni mi sentirei complice dello sharenting che, quotidianamente, offre ai suoi followers: non penso farei il bene di Leone e di Vittoria, contribuendo a questa sistematica condivisione della loro infanzia (compresi momenti ripresi da telecamere casalinghe o capricci).

Se voglio stare sui social in modo cristiano, voglio scegliere chi seguire facendomi guidare anche dalla fede. E voglio scegliere per me come starci, sviscerando i motivi che mi portano a fare una scelta piuttosto che un’altra. Perciò, cari sposi, forse sui social più che a “spegnere” il cervello siamo chiamati ad accenderlo: a far sì che la nostra presenza sia bella, evangelica, sicura e affidabile nei contenuti. Che questi ultimi non danneggino nessuno (anche e soprattutto in modo indiretto), specie chi ancora non può difendersi o esprimere preferenze. Il diritto all’oblio esiste per un motivo e tanto spesso sono figli esposti a richiederlo. Siamo responsabili di ciò che postiamo ma, ancor prima, siamo genitori: non prendete, ve ne prego, alla leggera questo mondo virtuale! Contribuiamo a far sì che sia un luogo sicuro per tutti, bambini compresi.

Giada di Ne senti la voce

Un intreccio d’amore

Oggi vorrei parlare di un argomento su cui don Renzo Bonetti ci ha fatto riflettere ultimamente, la differenza tra religione e relazione. È un argomento che credo debba far riflettere tutti, perché dobbiamo davvero chiederci in cosa crediamo e con quale intensità. Non voglio urtare la sensibilità di qualcuno, ma riporto alcune frasi che ho sentito: “Vado alla messa tutte le domeniche, perché altrimenti è peccato”, “Devo recitare quella preghiera per quaranta giorni o fare quella novena, perché hanno detto che, se lo faccio, andrò sicuramente in Paradiso”, “Faccio il digiuno perché l’ha detto la Madonna”.

Ho citato tutte cose buone di cui non voglio assolutamente sminuire l’importanza (e che cerco di fare anch’io), ma noi seguiamo delle pratiche religiose per abitudine o per amore? Perché se le facciamo per abitudine, tradizione o perché se non le facciamo ci manca qualcosa, allora forse hanno perso il loro significato più profondo. Faccio un esempio: fra poco dovremo pensare ai regali di Natale e quello che mi spinge a farli è perché non posso presentarmi a cena dai parenti senza regali e perché è una tradizione, oppure perché amo e scelgo qualcosa di bello anche per chi mi sta un po’ sulle scatole, per comunicargli che comunque è importante per me, è mio fratello, poiché abbiamo lo stesso Padre?

Credo ci sia molta differenza e un diverso valore di fronte a un regalo esternamente identico. Io credo che dobbiamo tornare all’essenziale, al centro della nostra fede, cioè a curare le relazioni, in particolare quella con Dio, altrimenti è una farsa, anche se siamo brave persone e facciamo belle cose.

La nostra vita comincia grazie a una relazione tra un ovulo e uno spermatozoo, la crescita continua nella relazione con la madre, dopo la nascita impariamo a parlare e a camminare grazie alla relazione con i nostri genitori, etc….tutto è legato a una relazione. L’uomo cerca la donna e la donna cerca l’uomo, perché è scritto dentro di noi, ancora prima che nel DNA: siamo una relazione perché nasciamo da una relazione, la Santa Trinità (Padre, Figlio e l’Amore che li lega).

Quando moriremo, non porteremo con noi beni o soldi, ma tutte le relazioni che abbiamo curato e custodito, in particolare con il nostro coniuge: io non mi ricordo i regali che mi ha fatto mia moglie, ma non potrò mai dimenticare quel momento particolare, quella situazione, quelle parole in cui mi è entrata dentro e ha cominciato ad abitare nel mio intimo.

È interessantissimo notare che negli ultimi anni, anche la fisica quantistica ha rivelato cose per noi illogiche, ma che riconducono a quello che ho appena detto: in seguito a esperimenti è stato dimostrato che due particelle, se interagiscono fra se’ per un certo tempo, anche se vengono spostate a migliaia di chilometri, rimangono in qualche modo legate e una variazione su una delle due, viene replicata anche nell’altra. Il principio si chiama Entanglement (intreccio) ed è decisamente poco comprensibile per noi, che siamo abituati a interazioni fra oggetti vicini (principio di località) e che pensiamo che la realtà sia semplicemente fatta da blocchi/atomi che si uniscono (tipo costruzioni Lego).

E’ un fenomeno ancora da approfondire, tuttavia può essere sperimentato (in linea di massima) anche tra le persone che hanno avuto una forte relazione (sia nella gioia, che nel dolore): ad esempio due gemelli o anche fratelli/sorelle riescono a volte a provare le stesse emozioni, anche se si trovano molto lontano, oppure a una mamma si forma il latte nel seno se il figlio piccolo si ammala, nonostante non sia lì vicino; oppure, quando viene a mancare una persona cara a cui eravamo molto legati, non sentiamo a volte un certo legame, anche se non è più insieme a noi? Ecco, ci sono tante cose che ancora non riusciamo a comprendere e anzi, man mano che le scoperte scientifiche progrediscono, è maggiormente evidente la nostra piccolezza e quanto ancora dobbiamo imparare!

Però una cosa è chiara, le relazioni sono importanti, anzi fondamentali e per questo siamo portati a non restare soli, ma a creare “intrecci” con Dio e con gli altri; in particolare gli sposi, uniti in Dio e quindi indivisibili, anche se si separano, non possono cancellare definitivamente dalla loro vita il legame affettivo profondo che li unisce (anche secondo la fisica quantistica), tanto che ognuno dei coniugi può dire: “Io sono noi”.

Purtroppo devo constatare che tante volte Gesù, anziché essere al centro, è il grande escluso, perché si dà la precedenza a immagini, cerimonie, riti e organizzazioni, dimenticandoci che non sono l’obbiettivo, ma solo uno strumento per ricordarci che Gesù è vivo in mezzo a noi!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Gli sposi missionari a casa loro

Ieri la Chiesa ha celebrato la Giornata mondiale missionaria. Ma chi sono i missionari? Sono solo quei sacerdoti o laici che preparano le valigie e partono per qualche luogo lontano? Sono solo quelle persone che vanno ad annunciare il Vangelo a chi ancora non ha incontrato Cristo? Forse un tempo era davvero così. Oggi non lo è più. Tutti i credenti sono chiamati ad essere missionari. Anche noi, anche voi. Essere missionari può accadere ovunque: in famiglia, sul posto di lavoro, tra gli amici, nella comunità locale. Portare il messaggio di Cristo non richiede solo grandi gesti, ma può essere realizzato attraverso piccoli atti di gentilezza, di amore e di compassione. Persino le parole gentili, l’ascolto, il supporto e il perdono possono essere strumenti potentissimi per diffondere la parola di Dio.

Essere missionari significa testimoniare la nostra fede e vivere in modo coerente con i principi evangelici. Ogni credente ha la responsabilità di essere un riflesso dell’amore di Cristo e di essere un faro di speranza nella società. La missione non è riservata a una categoria ristretta di persone, ma è un invito aperto a tutti. Noi sposi siamo chiamati ad essere missionari in un modo del tutto particolare. Ci viene chiesto di far intravedere Cristo attraverso il nostro amore di coppia e familiare. Attraverso la vita di tutti i giorni fatta di lavoro, di figli, di impegni e di tutto quello che è ordinario e comune. Non è il gesto ma l’amore che mettiamo nel gesto che dovrebbe incuriosire le persone che ci stanno accanto.

Noi dovremmo essere portatori di una modalità d’amore che attrae il cuore dell’uomo e della donna dei nostri tempi. Viviamo in un mondo post-cristiano dove l’ateismo è ormai la prima religione e dove le relazioni umane sono caratterizzate dalla precarietà, dalla confusione e dall’individualismo. Nonostante le sfide che ci troviamo ad affrontare, è cruciale che noi, come individui e come coppia, cerchiamo di incarnare un amore fedele e gratuito. In un’epoca in cui l’ottimismo sembra svanire e in cui le persone sono sempre più disilluse riguardo alla possibilità di relazioni che durano nel tempo, dobbiamo trasmettere un messaggio di speranza. Dobbiamo dimostrare che l’amore sincero e appassionato esiste ancora e che può superare le difficoltà che incontriamo lungo il cammino.

E per chi come noi cerca di raccontare l’amore attraverso dei seminari dal vivo, i libri e il blog? Per essere davvero capaci di essere testimoni non basta saper parlare bene, non basta conoscere perfettamente la teologia, il catechismo e la morale cattolica. Non basta! L’ingrediente che non può mancare per essere credibili è vivere l’amore che si vuole raccontare e testimoniare. Luisa ed io non abbiamo una preparazione teologica specifica. Mi succede spesso di chiedere consiglio e dritte a padre Luca quando ho dubbi ed incertezze su alcune tematiche. Io non parlo neanche così bene. Balbetto anche un po’ quando sono agitato. Però quello che passa credo sia la nostra coerenza. La bellezza che raccontiamo non è un’idea astratta ma ne abbiamo fatto esperienza concretamente nel nostro matrimonio.

Insomma si può sintetizzare che per essere missionari e testimoni, in questo nostro mondo dove le relazioni sono sempre più fragili e dove c’è tanta sofferenza, dobbiamo prima di tutto essere degli sposi realizzati, sposi capaci di fare l’amore, di donarsi ed accogliersi, capaci di perdonarsi e di ricominciare con più forza di prima. Degli sposi consapevoli dei propri limiti ma anche della forza dello Spirito Santo.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

L’intimità femminile è un giardino chiuso

Oggi riprendiamo un po’ di Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II. In particolare un versetto tratto dal Cantico dei Cantici che è stato approfondito dal papa polacco. Un versetto che racchiude tanta di quella ricchezza che merita di essere decifrata.

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.

In tre righe c’è un mondo, quello femminile. Giovanni Paolo II ha approfondito questi versetti nell’udienza del 30 maggio 1984. Sottolineo solo alcuni passaggi che mi hanno particolarmente colpito.

Le parole dello sposo, mediante l’appellativo “sorella”, tendono a riprodurre, direi, la storia della femminilità della persona amata, la vedono ancora nel tempo della fanciullezza e abbracciano il suo intero “io”, anima e corpo, con una tenerezza disinteressata. 

La donna ha un profondo bisogno di sentirsi non solo desiderata per il suo corpo, ma anche come persona intera. È un tratto fondamentale che va oltre l’aspetto fisico e richiede un amore disinteressato e autentico. Quando una donna si sente accolta completamente, in tutte le sue sfaccettature, si apre completamente al suo partner. L’amore autentico e profondo richiede un cammino di crescita che entrambi i coniugi devono percorrere insieme. È un impegno costante verso l’empatia, l’ascolto, la comprensione reciproca e la dimostrazione continua di affetto. Nel mio rapporto con Luisa ho imparato che non basta cercarla fisicamente, ma devo anche essere tenero, empatico e attento alle sue esigenze emotive. Ho imparato a dimostrarle il mio amore nel modo che le è più vicino e a farla sentire unica. Questo richiede sforzo e volontà, ma col tempo diventa più naturale e spontaneo. L’amore vero, quello che è dato e ricevuto sinceramente, ci cambia e ci rende migliori. È proprio questo amore autentico che ha permesso a Luisa di sentirsi sempre più amata ed accolta, e soprattutto, di abbandonarsi a me con piena fiducia. Inizialmente, all’inizio del nostro matrimonio, è stato più difficile. Sia per Luisa che per me. Non ero ancora in grado di donarmi completamente e in alcuni momenti potevo sembrarle distante o addirittura la usavo per colmare i miei bisogni affettivi e sessuali. Lei se ne accorgeva e questo la bloccava sempre un po’. Contrariamente a ciò che si sente dire, il matrimonio non è la tomba dell’amore con la sua quotidianità e la sua routine, ma può essere un luogo di crescita, di connessione profonda e di amore incondizionato. Abbiamo imparato a trasformare la stabilità e la consuetudine in una base solida per costruire una vita insieme, con amore e passione, giorno dopo giorno. Solo così ci sarà pieno abbandono reciproco. Quando oltre che amanti ci si potrà sentire anche fratello e sorella, così disarmati da mostrarsi nudi non solo nel corpo ma nell’intera persona perchè esiste comunione ed intimità dei cuori prima ancora che dei corpi.

Le metafore appena lette: “giardino chiuso, fonte sigillata” rivelano la presenza di un’altra visione dello stesso “io” femminile, padrone del proprio mistero. Si può dire che ambedue le metafore esprimono la dignità personale della donna che, in quanto soggetto spirituale si possiede e può decidere non solo della profondità metafisica, ma anche della verità essenziale e dell’autenticità del dono di sé, teso a quell’unione di cui parla il libro della Genesi.

Questo bellissimo passaggio sottolinea la sacralità e l’intimità dell’amore, raffigurandolo come un giardino che può essere aperto e condiviso solo con chi realmente lo merita. Parla della Sulamita, la protagonista del Cantico, che attende pazientemente il suo Salomone, colui che cerca un amore autentico e capace di promettere per sempre. Questo amore non è possessivo, ma piuttosto un totale dono di sé. Un giardino chiuso perchè l’apertura avviene solo dall’interno. Non può essere aperto da chiunque. Si può bussare ma poi solo la donna decide a chi aprire. Un giardino che non è per tutti. E’ solo per il re. Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. La Sulamita sta aspettando il suo Salomone. Aprirà il proprio giardino solo a lui. Lui che è desideroso di un amore autentico. Un amore che costa, impegnativo, ma che sarà un giardino dove il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende Salomone pazzo di gioia.  Non perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore. E’ quello a cui tutti noi siamo chiamati e chi ne fa esperienza può rivivere il Cantico dei Cantici nel proprio matrimonio.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Il matrimonio ha senso solo nella reciprocità. È davvero così? (2 parte)

Riprendiamo da dove ci siamo lasciati ieri. Se non avete letto la prima parte vi lascio il link. L’umiltà ha come prima conseguenza quella di fare chiarezza su noi stessi. Di mettere in evidenza i nostri difetti, le nostre mancanze ma non solo. L’umiltà ci aiuta a comprendere anche i nostri talenti per metterli a disposizione di Dio, di noi stessi e degli altri. L’umiltà vera richiede la comprensione dei doni di DIO. La vera umiltà ce la insegna Gesù stesso. Gesù non si sente piccolo, Gesù sa benissimo di essere figlio di Dio, di essere Dio, eppure decide di farsi piccolo. Gesù non è piccolo ma si fa piccolo per amore. Gesù è colui che sa di essere perfetto come il Padre, di poter con una parola far piegare le ginocchia a qualsiasi potente e re della terra e cosa fa? Si inginocchia Lui a lavare i piedi sudici di quei dodici amici che non sono per nulla perfetti come Lui. Tra loro c’è chi lo tradirà, c’è chi sarà incredulo, c’è chi lo rinnegherà tre volte. Gesù per amore si fa più piccolo di loro per rialzarsi con loro. Si fa piccolo per aiutare loro a diventare grandi.

Solo chi è capace di umiltà, ed è quindi capace di abbassarsi al di sotto del proprio coniuge anche quando questi non si comporta bene, può amare sempre. Solo così si può restare fedeli alla promessa matrimoniale. Solo così saremo capaci di un amore che salva noi, l’altro e il mondo intero. Anche quando sembra non servire a nulla. Abbassarsi per poter considerare l’altro sempre degno di tutto il nostro amore.

L’umiltà ci aiuta a non scoraggiarci per le nostre debolezze ma ci conduce ad abbandonarci completamente tra le braccia del Padre. L’umiltà ci permette di non distruggere nel nostro cuore la persona che abbiamo sposato proprio perchè ci dà una prospettiva di gratuità e non di confronto. L’umiltà ci permette di servire con amore, un amore gratuito e non sempre meritato che suscita gioia in chi è servito e si riverbera nel cuore di chi serve in una continua e reciproca crescita nell’amore. E se l’altro non corrisponde? La gioia arriverà dalla consapevolezza che con quell’amore che costa sto riamando Gesù, la persona che più di tutte ha dimostrato di amarmi.

Questo farsi piccoli cura progressivamente l’orgoglio e la superbia (che sono la morte dell’amore). Luisa porta nel cuore la preghiera-testamento di Santa Bernadette che in un passaggio scrive: Ma per le beffe, per coloro che mi hanno presa per pazza, per coloro che mi hanno presa per bugiarda, per coloro che mi hanno presa per interessata. GRAZIE, MADONNA!

L’umiltà s’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

L’umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

L’umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile. L’amore sponsale è la nostra via per giungere all’abbraccio eterno con Cristo e l’umiltà è condizione essenziale per abbandonarci a Lui. Quindi smettiamola di lamentarci e incominciamo ad amare davvero. Solo così ci faremo santi! Non possiamo essere davvero cristiani se non impariamo l’umiltà.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Il matrimonio ha senso solo nella reciprocità. È davvero così? (1 parte)

Riprendo il mio breve video sul Vangelo domenicale dove ho affermato che rivestirsi di Cristo significa non solo rivestirsi della sua Grazia, ma anche conformarsi al Suo modo di amare che è chiaramente rappresentato dalla croce, dalla Sua passione, dalla Sua morte e dalla resurrezione. Come al solito ho ricevuto nei commenti la solita obiezione: eh ma serve reciprocità! Se l’altro non dimostra amore o peggio tradisce il mio amore io non devo essere obbligata a stare con lui. Io devo essere felice non umiliarmi. L’amore a senso unico non regge. Il concetto è questo più o meno. Ed è quello che tanti pensano. Io stesso, prima di sposarmi e di fare un cammino di conoscenza del matrimonio e di esperienza di un amore autentico poi nel matrimonio attraverso mia moglie, credevo che fosse umiliante ed ingiusto stare con una persona che non corrisponde il tuo amore. Mi sono ricreduto. Quello che scriverò di seguito a tanti non piacerà! Ma ne frego! Questo è il cammino verso la santità che tutti dobbiamo imboccare, io per primo che ancora pecco tanto in umiltà!

Iniziamo con il dire che non serve reciprocità per amare. Serve reciprocità per restare innamorati, per non perdere la passione, per tenere viva accesa la fiamma dell’eros. Non serve la reciprocità per mantenere fede alla mia promessa matrimoniale. Lì serve la nostra libera scelta. L’ho scritto tante volte. Noi promettiamo di restare innamorati? NO. Noi promettiamo di non perdere mai sentimento e attrazione verso l’altro? NO. Noi promettiamo di avere sempre un desiderio incontrollabile l’uno verso l’altra? NO. Non potremmo farlo semplicemente perchè non possiamo controllare del tutto i nostri sentimenti e i nostri desideri. Noi promettiamo di amare sempre. Questo possiamo farlo. Perchè amare è un verbo non una condizione. E’ una scelta.

Solo se sono consapevole che scegliendo di amare quella persona che ho accanto sto amando Dio, o meglio sto ricambiando l’amore di Dio, allora tutto acquista senso. Acquista senso amare mio marito che non mi fa un complimento, che non nota la fatica che faccio a lavorare e a stare dietro ai figli, che sembra interessato più alla Champions che a me. Acquista senso amare quella donna sempre pronta a lamentarsi, che non apprezza il mio impegno, che sembra un ghiacciaio quando la cerco fisicamente. Tutto acquista senso. Anche per chi come Ettore (che scrive su questo blog) decide di rimanere fedele ad una donna che si è fatta una nuova vita con un altro uomo. Ma serve umiltà!

La parola umiliazione ricorre spesso nei commenti che obiettano un rifiuto ad accogliere come modalità d’amore quella cristiana incondizionata e fedele. L’umiliazione ci abbassa nella nostra considerazione personale solo quando manchiamo di umiltà. L’umiltà è caratteristica delle due persone del Vangelo più perfette che ci siano: Gesù (Imparate da me che sono mite e umile di cuore – Mt 11,29) e Maria (ha guardato l’umiltà della sua serva …. Lc 1,28). L’umiltà non è per nulla una condizione di persone misere e miserabili, ma al contrario è di chi è ben consapevole del proprio valore e dei propri talenti. L’umiliazione, in tanti di noi, ha come conseguenza il disprezzo, ci fa sentire disprezzati. Ecco chi è umile, ma è davvero umile, non viene ferito da questo disprezzo. Può sicuramente avere una sofferenza per il comportamento della persona amata, ma non si sentirà toccato nella propria consapevolezza di essere prezioso. Umiltà ci permette di abbassarci innalzandoci. Cosa significa? Lo vederemo domani.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto

Due sposi che celebrano un matrimonio, che celebrano il sacramento del matrimonio, sono convinti che tutto andrà bene. Non si sposerebbero se non fosse così. Quasi tutti i matrimoni ormai sono liberi. È una scelta non più obbligata, non più dettata da motivazioni culturali o conseguente al rispetto di una tradizione. Non più. Chi si sposa lo fa perché vuole farlo. Magari non è pienamente consapevole di cosa significhi, ma vuole farlo. Se poi i due sposi celebrano un sacramento con fede e nella convinzione che Gesù stia davvero partecipando in prima persona, credono di poter davvero sperimentare una relazione meravigliosa e unica attraverso quella scelta definitiva e radicale che stanno compiendo davanti al sacerdote e all’assemblea.

Ed è davvero così, ad una condizione però. Che i due sposi non credano di poter accollare tutto il lavoro a Gesù. Lo Spirito Santo eleva l’amore naturale dei due sposi. Lo Spirito Santo perfeziona e potenzia l’amore dei due sposi. Un amore che però ci deve essere e che deve essere custodito ed aumentato nel lavoro quotidiano. La matematica ci insegna che zero moltiplicato per qualsiasi numero dà sempre zero. Quindi se i due sposi non curano quella relazione giorno per giorno lo Spirito Santo non potrà evitare sofferenze e allontanamenti che possono portare fino a separazioni e divorzi. Tanti matrimoni, anche celebrati sacramentalmente, partiti con tante buone intenzioni e tante speranze nel cuore, poi falliscono miseramente.

Non è questione di fortuna, non è questione di chimica o tantomeno di destino. No, nulla di tutto questo. Noi sposi siamo artefici in prima persona della qualità della nostra relazione. Gesù opera, ma solo insieme a noi. Lui mette tutto il Suo amore che diventa nostro, ma noi dobbiamo mettere il nostro povero, limitato e incoerente amore. Dobbiamo mettere tutto quello che abbiamo e solo dopo Lui può fare il miracolo. Come alle nozze di Cana, dove i servi riempirono le giare di acqua, per permettere a Lui dii trasformare quell’acqua in vino. Il matrimonio è costruito sullo Spirito Santo ma anche sulla nostra fede, sul nostro impegno, sulla nostra volontà, sulla nostra perseveranza. Sulla cura giornaliera e tenera dell’uno verso l’altro Lo spiega benissimo Wilferd A. Peterson nel suo bellissimo componimento.

L’ARTE DEL MATRIMONIO di Wilferd A. Peterson
La felicità nel matrimonio non è qualcosa che semplicemente accade.
Un buon matrimonio deve essere creato.
Nel matrimonio le piccole cose sono le grandi cose.
É non essere mai troppo vecchi per tenersi per mano.
É ricordarsi di dire “Ti amo” almeno una volta al giorno.
É non andare mai a dormire arrabbiati.
É non dare mai l’altro per scontato;
il corteggiamento non dovrebbe finire con la luna di miele,
dovrebbe continuare nel corso degli anni.
É avere un senso reciproco di valori e obiettivi comuni.
È stare insieme di fronte al mondo.
É formare un cerchio d’amore che riunisce tutta la famiglia.
É fare le cose l’uno per l’altro, non nell’atteggiamento del dovere o del sacrificio, ma nello spirito di gioia.
É dire parole di apprezzamento
e dimostrare gratitudine in modi gentili.
Non è cercare la perfezione l’uno nell’altro.
É coltivare la flessibilità, la pazienza, la comprensione e il senso dell’umorismo.
É avere la capacità di perdonare e dimenticare.
É dare l’un l’altro un’atmosfera in cui ognuno può crescere.
É trovare spazio per le cose dello spirito.
È una ricerca comune per il bene e il bello.
É stabilire una relazione in cui l’indipendenza è uguale,
la dipendenza è reciproca e l’obbligo è vicendevole.
Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto
É scoprire cosa il matrimonio può essere, al suo meglio.

Capito cari sposi? Se le cose non funzionano bene tra di voi non smettete di pregare e di affidarvi a Gesù, ma non smettete neanche di rimboccarvi le maniche e fare di tutto per sanare le vostre ferite e per ridurre la distanza tra voi. Ricominciate a volervi bene nei piccoli gesti dii ogni giorno. Solo così Gesù potrà guarire voi e il vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Come resistere alle tentazioni?

Buongiorno, leggendo i vostri articoli mi è nata una richiesta dovuta anche ad una mia necessità personale e spero che sia di spunto per una riflessione più approfondita….
Io mi domandavo come vivere in grazia nel matrimonio, oltre seguire i precetti come andare a messa ecc , con tutte le tentazioni e le provocazioni che ci dà il mondo; per esempio dopo anni di matrimonio, e di conoscenza dell’altro, non è tanto , magari, una persona che ti porta a tradire ma proprio il concetto del tradimento in senso assoluto che ti dà sensazioni particolari e contrastanti . Leggendo qui e lì la scienza ammette che l’uomo essendo un mammifero è normale la poligamia in senso sessuale… davanti a tutto ciò come ci parla Dio, come dobbiamo fare? E la domanda conclusiva , se il sesso a livello cattolico è un fine solo per la procreazione come ci dobbiamo comportare se non ci sentiamo pronti per mettere al mondo un figlio?

Ho deciso di rispondere a questa serie di domande ricevute da un lettore (credo sia un uomo) perché ha espresso esattamente i dubbi di tante persone del nostro tempo. Viviamo immersi in una cultura che non vede più nella fedeltà una virtù importante ma anzi esalta spesso il tradimento e la promiscuità come manifestazione di libertà e di emancipazione. Ora con calma cercherò di rispondere punto per punto.

Dopo anni di matrimonio il tradimento diventa attraente.

Chi ha posto la domanda non dice di essersi innamorato di un’altra donna ma di trovare l’idea del tradimento stimolante, un modo per uscire dalla monotonia di una relazione che dura da diversi anni di matrimonio. Ecco mi sento di proporre due diverse riflessioni su questo punto. Quanti anni ha il lettore? E’ sposato da diversi anni ma usa i social abitualmente. Deve verosibilmente trattarsi di un uomo dai quaranta ai cinquanta. O giù di lì. Esattamente l’età in cui l’uomo entra in un tunnel, in una crisi. Ne ho già parlato. Succede che tutto d’un tratto, non in modo graduale ma improvvisamente, ed è questo che ci fa particolarmente barcollare nelle nostre sicurezze, prendiamo coscienza di stare invecchiando. Ci sono passato anche io che di anni ne ho 49. Non siamo più i ventenni che credevamo di essere. Voi direte bella scoperta. Eppure è un trauma. Questa consapevolezza arriva e ti colpisce. Rischia di affondarti. Non siamo più quelli di prima e il nostro corpo ce lo dice. Abbiamo accanto mogli che non sono più quelle di prima e che ci ricordano come uno specchio che anche noi non siamo più così giovani. Ecco che d’un tratto quella donna ci sta stretta, abbiamo bisogno di sentirci vivi e belli sentendoci attraenti per altre donne. E’ una tipica dinamica maschile. Non dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo però agire da uomini e non da maschi complessati e testosteronici. Mia moglie non mi piace in determinati momenti? E’ lì che sono chiamato a donarmi più di prima. Ad abbracciarla e a mantenere quel contatto fisico che è fondamentale. A volere l’intimità con lei. Certo all’inizio non mi viene spontaneo ma lo faccio perchè lei è l’amore per me ed in lei, attraverso la nostra relazione, posso fare un’esperienza incredibile. Sempre. Con la tenerezza, con il dono e la cura reciproca, è più facile riuscire a scorgere di nuovo la bellezza della mia sposa. Perchè lei è bella, è meravigliosa. Sono io che non riesco sempre a vederla come tale. Il problema non sta in lei ma in me. E’ importante prenderne coscienza per poi non nascondere questo problema ma affrontarlo e superarlo. Ora un’ulteriore riflessione. Desiderare il tradimento può essere un campanello d’allarme che indica che non sto vivendo una sessualità piena ed appagante nel matrimonio. Ne ho parlato già in diversi articoli che potete trovare sul blog. L’intimità se non diventa comunione, ma resta solo uno sfogo a livello fisico, difficilmente alla lunga resterà appagante per entrambi. E’ il problema di tanti matrimoni che nel tempo arrivano al deserto sessuale.

La scienza ammette che l’uomo essendo un mammifero ha una normale inclinazione verso la poligamia in senso sessuale

Questa è una delle obiezioni maggiori. Ne parlano tutti. E’ vero che ci sono molti mammiferi, la maggior parte ma non tutti, che hanno un comportamento sessuale poligamo. E’ vero anche che questi mammiferi hanno dei periodi di “calore” dove il corpo li predispone ad avere rapporti sessuali per fecondare le femmine. Capite bene che tutto il “desiderio” o sarebbe meglio chiamarla pulsione si verifica a livello fisico. Pur ammettendo che noi fisicamente siamo mammiferi e abbiamo una componente fisica ed ormonale che ci genera pulsioni verso diverse donne e altrettanto vero che siamo uomini. Siamo una complessità fatta di anima, cuore e corpo. Abbiamo un desiderio pulsionale che va educato e condotto all’amore. Noi siamo padroni delle nostre pulsioni e non schiavi di esse. Ho parlato anche di questo diverse volte. Noi abbiamo la nostalgia nel cuore di vivere un amore totale, dove ci mettiamo tutto in anima, cuore e corpo. E la relazione monogamica e fedele ne è la più piena realizzazione. Solo se riusciamo a vivere questo tipo di amore siamo appagati autenticamente. E questo vale anche nell’intimità. Io sono attratto da innumerevoli donne fisicamente più giovani di mia moglie ma mia moglie è la più bella per me. Perché? Perché di lei conosco molto (non tutto). Perchè ho vissuto anni in cui ci siamo donati ed accolti, in cui ci siamo amati, aperti, perdonati. Io non vedo più solo il suo corpo ma vedo un corpo trasfigirato da anni di amore quotidiano dato e ricevuto. Per questo lei è la più bella per me.

Se il sesso a livello cattolico è un fine solo per la procreazione come ci dobbiamo comportare se non ci sentiamo pronti per mettere al mondo un figlio?

Questa è un’idea sorpassata e sbagliata. La Chiesa non dice che il sesso ha il solo fine procreativo. La Chiesa dice che il sesso ha bisogno del tutto per essere autentico e il tutto presuppone anche la nosta componente procreativa. Detto in altre parole: per poter vivere nella verità il nostro incontro intimo, e di conseguenza fare esperienza di una vera comunione, il rapporto deve essere aperto alla vita (seme in vagina e senza barriere fisiche o chimiche). La Chiesa ci invita altresì ad una maternità e paternità responsabile. Essere cioè generosi ma senza mettere in pericolo la tenuta psicofisica dei due sposi e dei figli che già ci sono. La soluzione sono i metodi naturali. Il che significa avere rapporti nei periodi infertili, se si crede di non poter avere figli in quel momento per tanti motivi che la coppia ha ponderato e su cui ha fatto discernimento. Solo così in ogni rapporto ci uniremo senza escludere nulla di noi e se non potremo farlo aspetteremo di poterlo fare. Questo è amore: se non ti posso avere tutta/o aspetterò il giorno che potrò averti tutta/o.

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Perdete tempo!

Due giorni fa il Vangelo proponeva il brano della visita di Gesù a due amiche. Marta e Maria sono le sorelle di Lazzaro e sono tra le persone più vicine a Gesù. Due donne molto interessanti perchè mostrano un atteggiamento completamente opposto. Maria si disinteressa di ogni attività in casa e si dedica completamente a Gesù. Marta invece continua ad affaccendarsi senza riuscire ad approffittare della presenza di Gesù e a godere della vicinanza di Cristo.

È vero, ne ho già scritto tante volte. Però è anche vero che, presi da mille cose da fare nella nostra quotidianità, ci dimentichiamo spesso di ciò che è davvero importante. Quindi repetita iuvant dicevano i latini. Oggi vorrei prenderla da una prospettiva diversa che non ho mai specificatamente approfondito qui sul blog.

Quanto siamo Marta e quanto siamo Maria nella nostra relazione? Cosa mettiamo al primo posto? Abbiamo la capacità di comprendere che l’altro è una meraviglia e a volte serve lasciare lì i nostri impegni e serve “perdere tempo” per stare con l’altro, per parlare, per guardarsi, per riconoscersi, per fare l’amore? L’amore è dare ciò costa fatica dare. Amare è dare il tempo che non abbiamo. Anche per fare l’amore! Serve “togliere” tempo ad altro, serve “togliere” tempo ai figli, al lavoro, agli impegni. E dobbiamo comprendere che non siamo cattivi genitori se lo facciamo. In realtà stiamo mantenendo fede alla promessa matrimoniale. Stiamo permettendo al nostro amore di vivere, di alimentarsi, di non seccare, di crescere. Alla fine questo è il nostro impegno più grande ed importante. Tutto il resto può e deve venire dopo. Se non riusciamo a mettere al posto giusto la cura dell’amore verso Dio certo, ma anche verso Dio attraverso l’altro, inutilmente stiamo faticando. Nel Siracide troviamo scritto: C’è chi lavora, fatica e si affanna: eppure resta tanto più indietro.

Questo non significa disprezzare l’impegno, il lavoro e la cura dei figli. Questo significa farlo nel modo giusto. Perchè alla lunga, se non nutriamo il nostro amore “perdendo tempo” tutto diventerà più difficile. La nostra famiglia perderà la sua bellezza ai nostri occhi e diventerà un peso, una serie di impegni da fare per forza. Capite che non è il modo giusto?

Quindi ripeto: dedicate del tempo per attività che sembrano non servire a nulla concretamente. Faccio un esempio personale. Luisa ed io siamo sposati da ventuno anni. Il lunedì mattina ho deciso di accompagnarla al lavoro. Questo per me significa alzarmi prima, mettermi in mezzo al traffico che in quell’ora è intenso, e farmi un bel po’ di coda soprattutto al ritorno. Questo per cosa? Per stare solo con lei in auto all’andata e per stare dieci minuti al bar a fare colazione. Sembrerebbe inutile. Eppure è uno dei nostri segreti per non perderci di vista.

E poi, non dobbiamo dimenticare che l’amore fisico è più di un semplice piacere momentaneo. È un atto di intimità profonda che va oltre il semplice soddisfare i desideri del corpo. È un’esperienza che coinvolge l’anima e il cuore in modo unico. Quindi, invece di affrettarsi e considerarlo come un semplice dovere da svolgere di fretta, dedichiamo del tempo a questa esperienza sacra. Facciamo l’amore come Maria e non come Marta. In quel momento tra noi c’è Gesù, stiamo rinnovando un sacramento. L’amore merita di essere celebrato con attenzione, tenerezza e delicatezza. Non limitiamoci solo al piacere fisico, ma cerchiamo di creare un legame intimo che vada al di là delle apparenze esterne. L’amore autentico richiede contemplazione reciproca, comprensione profonda e parole dolci che nutrano l’anima. Non lasciamo che questo gesto d’amore diventi un’attività di routine da inserire in mezzo a tante altre. Dedichiamo del tempo di qualità a questa esperienza, troviamo momenti di intimità in cui ci sentiamo pienamente presenti e connessi con il nostro partner. Non importa se siamo stanchi o impegnati, cerchiamo di trovare spazio, ripeto di qualità, nella nostra vita per celebrare l’amore con tutta l’attenzione che merita. Altrimenti anche fare l’amore diventerà un peso alla lunga. Invece, se vissuto bene, diventerà sempre più bello e pieno.

Alla fine vi accorgerete che tutto questo “tempo perso” è servito a costruire una casa solida ed accogliente, la casa del vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Riuscire nella vita significa perdere la vita

Oggi voglio tornare sullo spot Esselunga “La pesca” che ha destato polemiche e opinioni contrastanti: innanzitutto secondo me è un piccolo capolavoro, dove il regista ha giocato tutto sugli sguardi, della bambina e dei genitori. Ma lo spot può piacere o non piacere, come tutte le produzioni, non è ciò che m’interessa: quello che invece mi sta a cuore è ribadire che la separazione è una sofferenza per i figli. Non lo dico per sentito dire, ma per esperienza personale e di tanti altri genitori che si trovano nelle mie stesse condizioni.

È inutile che ci sia qualcuno che cerchi di sminuire e dica ad esempio che i figli si abitueranno, capiranno, cresceranno più in fretta etc., mi sembra solo un vano tentativo di giustificarsi e diminuire i sensi di colpa. Come una pianta non può crescere bene senza che le radici siano a contatto con la terra e con l’acqua, così i figli per crescere correttamente dal punto di vista psico fisico hanno bisogno di vivere in una famiglia composta da papà e mamma che si vogliono bene.

Qualcuno penserà: “Meglio per loro che i genitori si separino, piuttosto che vivano in una famiglia dove ci sono continuamente litigi”. Anche qui, cosa vuol dire questo? Non esistono famiglie dove non ci siano discussioni, dove non ci siano decisioni importanti da prendere e difficoltà da superare, è questa la realtà in cui viviamo (anzi, ritengo che se in una famiglia non ci siano discussioni, vuol dire che c’è chi prevale e chi è sottomesso, oppure che ormai ognuno fa la sua vita e non gli importa niente dell’altro). Vogliamo far credere ai figli che il matrimonio è una strada in discesa e che esiste sempre il “vissero felici e contenti”? Se facciamo così, li illudiamo soltanto, ci rimarranno molto male quando si accorgeranno che le cose sono diverse e alla prima difficoltà si tireranno indietro, pensando così di aver sbagliato persona.

Certo, i genitori devono creare un clima sereno in famiglia, non devono volare i piatti in casa, facendosi anche aiutare da esperti, se necessario. “I bambini non dovrebbero intromettersi nelle questioni dei grandi”, hanno commentato e questo è vero, ma anche a 50 anni un figlio desidera che i propri genitori tornino insieme, perché è nato dal loro amore e la sua identità nasce dall’unione di due persone, questo nessuno lo può cancellare (anche se il mondo cerca di farci credere il contrario). Mi ricordo che nella mia adolescenza uno dei miei film preferiti era “Il cowboy con il velo da sposa” (The Parent Trap, 1961), dove due ragazze adolescenti scoprono in un campeggio di essere sorelle gemelle, separate da piccole a causa del divorzio dei genitori, ognuno dei quali aveva scelto una figlia: si organizzano per scambiarsi i ruoli in modo da conoscere l’altro genitore e poi fanno di tutto per farli tornare insieme, addirittura facendo dispetti alla fidanzata del papà, fino a raggiungere il loro obbiettivo. Questa commedia della Disney che è stata molto apprezzata a suo tempo, ha soltanto ribadito una cosa ovvia, il desiderio dei figli di stare con entrambi i genitori e non mi risulta che siano nate delle polemiche, nonostante le protagoniste abbiano utilizzato qualsiasi mezzo per raggiungere il loro scopo. L’aspetto interessante è che queste due ragazze all’inizio non erano tanto gentili o buone, tanto che la scoperta di essere gemelle avviene quando vengono messe insieme in punizione perché si odiavano, mentre subito dopo cambiano completamente, scoprendo che erano state amate e desiderate dagli stessi genitori e quindi legate da un vincolo fortissimo.

La stragrande maggioranza delle separazioni avviene per egoismo, narcisismo, tradimenti e ferite personali, le motivazioni che riguardano violenze sono una piccolissima parte (questo per rispondere a chi tira in ballo questa “giusta” motivazione a dividersi). Solo che qualcuno non vuole che si dica la verità, bisogna tenere alcune cose nascoste per non “disturbare”, risvegliare le coscienze o per far credere che la separazione sia “normale” (Dio quando unisce una coppia di sposi non vorrebbe che si separassero mai, ma questo avviene per il limite umano).

Quando un uomo e una donna decidono di generare una vita collaborando con Dio, dovrebbero dare la vita fino in fondo, mettendo questa creatura, che è la più indifesa, davanti a tutto, fosse anche necessario rinunciare a tante cose: solo che in questo periodo storico l’individualismo è predominante ed è difficile trovare persone che agiscono oltre sé stessi per un bene superiore o comune (“Se non sto bene o non sono felice, perché non posso andarmene e frequentare altre persone?” è una frase molto diffusa, pensando erroneamente che la felicità sia cambiare treno e non tenendo in considerazione le conseguenze della propria scelta in tutte le persone vicine).

Io credo che riuscire nella vita sia essenzialmente perderla, donarla per Dio e per gli altri: che questo avvenga nel sacerdozio, nel matrimonio o in persone single ha poca importanza, quello che conta è ciò che ci muove e ci spinge a fare tutte le nostre scelte.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

L’infinito di Dio in un anello

Oggi risponderò in modo un po’ articolato ad una domanda che ci è arrivata per mail.

Il fidanzamento è sancito con un segno (nella nostra cultura l’anello)? E nel momento in cui ci si fidanza, secondo la visione cristiana, inizia un cammino in preparazione al matrimonio? Ho cercato su internet e ho trovato poche risposte, soprattutto in merito alla prima domanda. Grazie mille, buona giornata!

Cominciamo con il dire che in realtà non è necessario alcun segno esteriore per fidanzarsi. Può essere però utile e spiegherò perchè. Comunque anche la stessa parola fidanzamento sembra ormai anacronistica. Sembra non avere più senso. Ha ancora senso parlare di corteggiamento, di fidanzamento, di anelli? Ha ancora senso che l’uomo innamorato decida di regalare un anello alla sua amata? Oggi, nella nostra società indifferenziata, fluida e incapace di scelte definitive, tutto questo ha ancora un senso? Noi non abbiamo la risposta. Abbiamo però una nostra personale opinione che nasce dall’esperienza diretta e da quella indiretta derivante da tante coppie con cui siamo entrati in contatto in questi anni.

Sì ha ancora senso! Perchè un uomo che regala un anello alla sua donna non è qualcosa di solo culturale e stereotipato. C’è anche una componente naturale. L’esigenza dell’uomo di donarsi e della donna di accogliere quel dono. C’è l’esigenza della donna di sentirsi preziosa agli occhi del proprio uomo. Non so voi, ma la mia sposa è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sè. Non è quello. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Tutt’altro. Spesso, magari inconsciamente, ha colto il significato profondo di quel dono. Ciò che la rende felice e la fa sentire amata non è il valore materiale, ma il messaggio intimo che c’è dietro. Le sto dicendo tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo tu sei la più bella e la più preziosa. Te lo voglio dire attraverso questo dono. Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia proprio questo. Scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Non è così? Pensateci.

Il significato più importante è però un altro: c’è l’esigenza di entrambi i fidanzati di avere un segno che possa ricordare e rendere visibile a tutti l’impegno di fedeltà e di cura reciproca che si sono presi l’uno verso l’altro. No! Non è come nel matrimonio. Nel matrimonio la scelta è irrevocabile mentre nel fidanzamento è ancora tutto in gioco. Il fidanzamento è proprio quel periodo in cui si deve mettersi in discussione profondamente in modo da comprendere se si è fatti per stare insieme tutta la vita. Non è quindi un periodo di superficilità e di svago. Non è il stare insieme per vedere come va. Non è il vivere la sessualità completamente senza prendersi la responsabilità di quel gesto. Deve esserci un progetto di vita e discernere se si possa realizzare insieme. C’è comunque l’impegno di rispettare e amare l’altra persona. Per questo l’anello può essere un oggetto che lo ricorda in ogni momento. Pensate che nel medioevo anche l’uomo indossava l’anello come segno della promessa.

L’anello di fidanzamento è un anticipo di quella che poi sarà la fede nuziale. La fede ha un significato meraviglioso. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettendo l’altro e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Troviamo incisi all’interno la data del matrimonio e il nome dell’altro. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Anche oggi mia moglie Luisa è gelosissima e attaccatissima alla fede nuziale ma è altrettanto affezionata all’anello che le regalai il giorno che le chiesi di stare con me in modo serio e consapevole. E’ vero che tutto è iniziato il giorno del matrimonio ma il fidanzamento è stato un periodo altrettanto importante e fecondo che ci ha preparato alla vita matrimoniale. Per questo lì indossa spesso insieme.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti.

Ieri abbiamo ricordato san Francesco. Vorrei ricordarlo anche io attraverso questo articolo. Inizio citando una frase di papa Francesco, frase rivolta alle famiglie tempo fa: Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Questa frase racconta una dinamica vera e fondamentale. Per spiegarla e spiegarmi prendo spunto da una catechesi su san Francesco di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate, ma va bene anche per noi sposi. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

La sessualità è buona solo nella differenza

Esiste l’amore omosessuale? La prendo da lontano. Esiste l’amore. Questo è certo. E questo amore ci può essere anche tra due persone dello stesso sesso. Anche di questo ne sono convinto. Dove sta allora il problema tra due persone dello stesso sesso che si amano e vogliono mettere su famiglia? Cosa li distingue da una coppia di sposi formata da un uomo e una donna? Perchè alla fine è su questo che dobbiamo ragionare.

L’amore fa parte di noi. Noi nasciamo per essere in relazione e per cercare di vivere queste relazioni con amore. Solo così ci sentiremo persone realizzate. L’amore inizia fin dal seno materno dove mamma e feto entrano immediatamente in relazione. Per avere una vita piena e che ci dona un senso abbiamo bisogno ri riempirla di amore. Quindi due persone omosessuali fanno bene a vivere l’amore tra loro? Si, certamente ma la domanda da porsi è un’altra: quale amore?

Noi siamo caratterizzati da una vita piena di relazioni d’amore. E quando questo non succede entriamo in sofferenza perchè ne abbiamo bisogno. Siamo fatti così. Abbiamo relazioni d’amore con i nostri genitori, con i fratelli e le sorelle, con i figli, con i nonni, con gli zii, con i nipoti e con gli amici. Tutto questo è amore. Ma tutto questo non è amore sponsale. Cosa differenzia l’amore tra due amici da quello tra un uomo e una donna che decidono di mettere su famiglia? La corporeità! Siamo esseri sessuati. La nostra natura è chiara. Abbiamo un corpo che è maschile o femminile. Abbiamo il nostro patrimonio genetico che è maschile e femminile. Ogni cellula del nostro corpo dice che siamo maschi o femmine. Ed è nella differenza complementare che Dio ha posto la fecondità e la forza generativa. Ed è qui che l’amore tra due persone che sono omoaffettive può perdere la sua verità e la sua forza positiva.

L’amore sponsale è caratterizzato dal tutto: tutta l’anima, tutto il cuore e tutto il corpo. Per questo è indissolubile ed escluvivo. Perchè, come ho già scritto, nella differenza tra un uomo e una donna diventa generativo. Una differenza che è sostanziale nel corpo sessuato. Corpo sessuato di un uomo che si incontra con il corpo sessuato di una donna e che, nell’incontro dei gameti maschile e femminile, genera vita. Questo è il progetto di Dio sull’uomo, questo è il motivo per il quale Adam (nella Bibbia indica la creatura umana) è stato plasmato come maschio (Ish) e femmina (Isha). Questa è la nostra natura che è ordinata al progetto di Dio. Per questa l’intimità tra un uomo e una donna che sono uniti indissolubilmente e profondamente in tutto ciò che sono da un sacramento esprimono questa unione attraverso l’amplesso fisico e una sessualità vissuta completamente nell’incontro dei corpi.

Tutto questo non può esserci nell’amore tra due persone dello stesso sesso. Dove voglio arrivare? E’ molto semplice. Io non nego, come fanno alcuni, che tra due persone omoaffettive possa esistere del sentimento e un desiderio di condividere la vita o un tratto di essa. Sono convinto che tante persone che si uniscono civilmente abbiano il sincero desiderio di formare un sodalizio con la persona scelta. Ma questa non è una famiglia, come non lo è quella di due sorelle non sposate che abitano insieme. Il sesso nelle coppie omoaffettive non è mai un gesto sincero di unione, dove sta l’unione nella modalità con cui vivono il sesso? Il sesso diventa una modalità per usare l’altro e non per unirsi ad esso. Per questo quando sento parlare di amore omosessuale dai nostri pastori credo che dovrebbero approfondire la questione. In vista dell’imminente sinodo, credo che i nostri pastori possano esprimere misericordia ed esercitare il loro ruolo paterno non tanto benedicendo le coppie gay ma essendo chiari su cosa l’amore richiede per essere davvero tale. Non esiste l’amore omosessuale o eterosessuale ma esiste l’amore che va però espresso attraverso il corpo nella modalità specifica del tipo di amore. Noi siamo cristiani. Abbiamo fede in un Dio incarnato, che si è fatto uomo. La nostra fede non dovrebbe sminuire il corpo. Il corpo è importante tanto che nell’Eucarestia mangiamo il corpo di Cristo per essere sempre più uniti a Lui. Spesso però i nostri moralisti e teologi se ne dimenticano. Quando pensano all’amore omoaffettivo si riferiscono quasi esclusivamente ad un amore spirituale e disincarnato. Cari pastori il corpo c’è ed è importante quanto lo spirito. Ciò che viviamo attraverso il corpo influenza tutta la persona. Forse dovreste dirlo. E non vale solo per il sesso tra due persone omoaffettive ma anche per i rapporti prematrimoniali ad esempio. E invece il sesto comandamento è il grande dimenticato. Ne sono rimasti nove. Vorrei concludere con le parole di Giorgio Ponte, scrittore cattolico di orientamento omoaffettivo:

Nella mia esperienza di uomo ferito (siamo tutti feriti non solo le persone omoaffettive ndr), io posso testimoniare che tutte le volte che ho potuto vivere una castità piena, sono state anche quelle in cui ero più felice. E badate, non ero felice perché non facevo sesso, ma al contrario: non avevo bisogno di fare sesso perché ero felice. Infatti il sesso che non è unito a una vera esperienza di donazione totale (che solo in Dio può essere tale), di solito serve a coprire varie forme di infelicità e frustrazione, più o meno consapevoli. Perciò per vivere una castità piena, più che preoccuparci di come non fare sesso, dovremmo chiederci cosa stiamo cercando di coprire con il farlo. E ascoltare quel grido del nostro cuore. Per quanto mi riguarda io ero felice perché stavo amando qualcuno libero dal bisogno di possederlo. E quel modo di amare, mi faceva fare un’esperienza vera di Gesù. Solo Cristo, infatti, può insegnare ad amare così. Perché solo Lui, mostra all’uomo, come essere Dio.

Spero di essermi espresso in modo rispettoso della sensibilità di tutti ma ci tenevo ad esprimere il mio parere.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.