Il vino è per la gioia non per l’ubriachezza.

Anche questa domenica il Vangelo ci presenta l’immagine della vigna. La vigna che è il regno di Dio, la vigna che è la nostra relazione sponsale, dove dovrebbe regnare Dio e dove ognuno di noi dovrebbe incontrare Gesù.

Fra Andrea ci offre una prospettiva originale da cui partire per riflettere su di noi e sul nostro matrimonio. La vigna produce l’uva e con l’uva si fa il vino. Il vino non è necessario per vivere, però è importante. Il Vangelo ci dice chde anche ciò che non è necessario ed urgente può essere comunque importante. Il vino non è necessario ma è importante per fare una festa, per avere la gioia, per sperimentare nel nostro matrimonio la bellezza.

A me viene in mente l’eros. L’amore più carnale, erotico, passionale. L’amore che non è solo dovere ma diventa piacere. Il piacere di donarsi e di accogliersi. Il vino però detiene altre due caratteristiche che possono essere associate all’eros: è capace di allietare il nostro cuore, se consumato in modo adeguato e controllato, oppure può appesantirlo con il vizio dell’ubriachezza. Con l’eccesso e con la dipendenza.

Ecco l’Eros, pur essendo una manifestazione buona e bella dell’amore, può renderci come il figlio che non vuole andare a lavorare nella vigna (ma che poi ci va). Perchè magari siamo appesantiti dal vizio. Il vizio non è solo contravvenire ad una regola morale o ad un ordine morale, non è solo vestirsi con stracci. Il vizio è una tentazione che tocca le nostre ferite più nascoste. Il vizio è quel diavoletto che ti dice all’orecchio: tu non sei felice, non hai un posto nel mondo, sei un buono a nulla. Solo io posso renderti felice. Abbandonati a me.

Il vizio, in questo caso sessuale, ma può valere per tanti altri comportamenti negativi, ci insinua che la nostra gioia non è nel donarci nella vigna al nostro sposo o alla nostra sposa, ma è abbandonarci al piacere fine a se stesso. Il piacere diventa così un anestetico e non una componente dell’amore e della comunione.

Può essere il piacere sessuale come può essere anche il lavoro, il successo, addirittura i follower su instagram o facebook. Il vizio va guardato negli occhi e affrontato. Riconosciuto come tale e combattutto. E’ importante fare come il figlio che prima, appesantito, dice di no, di non voler scendere nella vigna. Poi però il Vangelo ci dice che il figlio si pente e torna indietro. Il verbo utilizzato in lingua originale non significa soltanto tornare indietro, ma vuol dire tornare al punto da cui si è partiti. Risalire dove il vizio ebbe origine. Il figlio torna ad essere puro, guarito.

Il matrimonio è questo. E’ la nostra grande occasione di tornare alle origini della nostra capacità di amare. Eliminare non solo il vizio ma anche le ferite che lo hanno generato. Sta a noi, con l’aiuto di Dio, scendere nel profondo della nostra vigna, della nostra relazione e all’interno di essa riscoprirci quell’uomo e quella donna che siamo ma che forse non siamo mai stati in grado di essere.

Antonio e Luisa

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L’affascinante sfida della diversità

Uomo e donna sono uno spettacolo. Davvero Dio ci ha creato come solo Dio avrebbe saputo fare. Siamo meravigliosi non solo in quanto persone, ma forse ancor di più come coppia in una relazione sponsale che davvero è affascinante e misteriosa. Mentre scrivo ho qui accanto Luisa. La guardo e non posso non pensare quanto sia diversa da me, quanto sia proprio all’opposto da me per tante cose, ed è proprio questo che la rende così attraente. Il matrimonio è una sfida, una sfida che ci chiede di entrare sempre più in profondità nella relazione.

Se ci pensate bene il rapporto intimo tra gli sposi è davvero l’incontro tra due persone che sono distanti anni luce l’uno dall’altra. Hanno necessità diverse, stimoli diversi, impulsi diversi. Sono però accumunati dallo stesso desiderio di essere uno. Hanno lo stesso desiderio di comunione, e per realizzarlo è importante che imparino a dialogare. Ad aprirsi l’un l’altra per amarlo/a come l’altro/a desidera. Per conoscerla/o profondamente.

Vi siete mai chiesti perchè nella Bibbia il verbo conoscere viene spesso associato all’atto sessuale? Perchè l’atto coniugale descrive la pienezza della conoscenza. Dio “conosce” come uno sposo e noi dobbiamo “conoscerlo” come una sposa che è totalmente posseduta dallo sposo. Si capisce, allora, che il culmine della conoscenza è l’intimità, dove tutto è comune e dove la prevalenza è quella dell’amore. Ecco noi sposi proprio nell’amplesso siamo così in intimità da vivere una piena comunione. Siamo una carne e un cuore solo. Siamo immagine della Trinità.

Guardate anche solo come siamo fatti. Fisicamente e sessualmente. Gli organi genitali maschili fuoriescono quasi completamente dal corpo. Le donne al contrario possiedono organi genitali che sono quasi completamente all’interno del corpo. Il corpo parla. Il corpo ci dice chi siamo. L’uomo si sente realizzato in una relazione quando riesce ad uscire da se stesso, dal suo egoismo, dal suo individualismo. E in questo suo uscire si scopre pienamente uomo. La donna al contrario desidera accogliere in sè l’uomo per sentirsi amata e realizzata e scoprirsi pienamente donna.

Uomo e donna sono diversissimi anche in ciò che li stimola sessualmente. L’uomo ha fretta. L’uomo non ama i preliminari. Andrebbe subito al sodo. Gli basta guardare e toccare il corpo dell’amata per partire a mille. La donna no. Desidera essere corteggiata anche nel rapporto. Desidera essere al centro delle attenzioni del marito e solo così riesce ad abbandonarsi a lui.

Capite come siamo diversi? Ed è bellissimo così. Già perchè la relazione diventa attenzione per l’altro/a. Diventa cura e rispetto delle rispettive sensibilità. E alla fine diventa comunione del corpo e anche dei cuori.

Il sesso nel matrimonio non è per nulla un gesto che sporca. E’ voluto da Dio perchè eleva la relazione. Permette di assaporare la comunione e la relazione in pienezza facendone esperienza nel corpo e educa il cuore dei due sposi. I due sposi, proprio attraverso l’unione intima, acquisiscono uno sguardo diverso. Sempre più attento all’altro/a prima che a sè.

Come capire se vivete il vostro rapporto con questo atteggiamento? Semplice dopo tanti anni di matrimonio avrete ancora voglia di fare l’amore perchè dell’amore autentico non ci si stanca mai. Dell’egoismo invece ci si stanca presto.

Antonio e Luisa

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Il nostro cuore parla attraverso il corpo

C’è qualcosa di profondamente affascinante nella mistica cristiana. Nella mistica del corpo. Siamo davvero una meraviglia. Il corpo, che per tanti secoli, è stato trattato come un peso, come qualcosa che impedisce una elevazione spirituale, è in realtà ciò che ci permette di dare voce allo spirito. Il corpo permette di dare un volto all’amore. Cosa che non sarebbe possibile senza.

Dio ci ha fatto perfetti proprio perchè siamo sessuati ed abbiamo un corpo. Molti pensano invece che Dio ci ha fatto perfetti nonostante il nostro corpo. Già perchè le passioni, gli istinti, le pulsioni sono spesso associate al peccato e all’egoismo. Che è vero. Non perchè le passioni e le pulsioni siano qulacosa di sbagliato ma perchè quelle pulsioni vanno educate per aprirsi all’altro/a nella verità e non per usarlo. San Giovanni Paolo II in una delle sue famose catechesi sulla Teologia del Corpo ebbe a dire

Il corpo nella sua mascolinità e femminilità, è “dal principio” chiamato a diventare manifestazione dello spirito. Lo diviene anche mediante l’unione coniugale dell’uomo e della donna, quando si uniscono in modo da formare «una sola carne

da Uomo e donna lo creò

Il nostro corpo non è quindi una prigione come sostengono alcune filosofie orientali. Il nostro corpo è invece una porta, un ponte, un trasmettitore. Chiamatelo come volete. Il corpo è quella parte di noi che ci permette di mostrarci nella nostra integrità di persona.

Capite bene che diventa fondamentale nelle relazioni umane. Noi siamo il nostro corpo e possiamo attrtaverso di esso aprirci e mostrarci all’altro/a. Possiamo amarci. C’è una corrente spiritualista all’interno della Chiesa che non ha recepito questa funzione fondamentale del corpo e continua a ritenere che ciò che conta sia l’amore delle anime (intendono quello spirituale ed oblativo). Si vogliono bene, non fanno nulla di male. Per questo alcuni sacerdoti tendono a sottovalutare tante espressioni “d’amore” false del corpo. Rapporti prematrimoniali, rapporti omosessuali, masturbazione e così via diventano espressioni accettate perchè l’importante è che siano spinte dall’amore. Quale amore? Verrebbe da chiedere.

Questo modo di vivere la sessualità falso non può che entrarci dentro e toccare la nostra anima, ferirci profondamente, farci sentire usati e non amati. Quando tocchiamo il corpo di una persona stiamo toccando tutta la persona, non solo un involucro. Tutto ciò che viviamo attraverso il corpo tocca profondamente il nostro cuore. Lo riempie di amore, se quel gesto vissuto attraverso il corpo è vero, lo svuota d’amore se quel gesto è falso.

Un amico sacerdote, quando gli ho accennato della castità, mi ha risposto: la castità non è importante. Ciò che conta è incontrare Cristo. Sono d’accordo che incontrare Cristo sia fondamentale, ma poi, se non abbiamo un cuore puro, uno sguardo puro, un corpo che trasmette l’amore e non l’egoismo, difficilmente resteremo con Gesù. Ci allontaneremo sempre più da Lui e presto non sarà che un lontano ricordo.

Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro/a per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tua/o, siamo una cosa sola, tu sei l’unico/a per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio.

Antonio e Luisa

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Davvero non c’è differenza tra convivenza e matrimonio?

Succede spesso di ascoltare giovani e meno giovani che affermano che sposarsi è solo un contratto e che ciò che conta è solo l’amore. Che il matrimonio è qualcosa di vecchio. Che oggi basta la convivenza. Quando ascolto questo tipo di discorsi mi intristisco. Quelle persone stanno rinunciando a uno dei doni più grandi che Dio vuole fare loro. Certo è possibile grazie al Battesimo e va nutrito con l’Eucarestia, ma ha una dignità e una grandezza forse sconosciute ancora a tanti.

Nella convivenza non c’è amore gratuito e incondizionato. Di che se ne dica, la convivenza è, nel suo significato costitutivo, precaria. Stiamo insieme finchè stiamo bene. Non c’è nessuna promessa solenne. Come faccio a sentirmi davvero amato con questi presupposti? Io non riuscirei. Mi sentirei sempre sotto esame. Non è questo però il punto che voglio analizzare oggi. Superiamo la relazione umana e entriamo nella trascendenza del sacramento del matrimonio.

Cosa ci regala Dio il giorno delle nozze? Quando abbiamo con la volontà proclamato la nostra promessa e l’abbiamo confermata con il corpo nel primo rapporto fisico, lo Spirito Santo scende su di noi e riempie il nostro cuore di doni. Ma quali sono esattamente?

Il primo dono è il legame coniugale cristianoNon siamo più due ma una carne e un cuore soloQuesta unità d’amore rende noi sposi sacramento vivente e perenne. Nel nostro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi ameremo Dio non più individualmente, ma insieme. Saremo mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restiamo due persone con la propria individualità. Prendo le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: “O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà”. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi.  Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. 

Il secondo dono è la Grazia santificante. Cosa è? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione accademica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. 

Il terzo dono è la Grazia sacramentale. E’ una cambiale in bianco che Gesù ci firma. Non è che la promessa di Cristo di aiutarci, attraverso lo Spirito Santo,  a superare qualsiasi dolore, difficoltà, divisione, rancore, stanchezza o qualsiasi altra situazione noi incontriamo nella nostra vita matrimoniale, per perseverare e perfezionare il nostro amore di sposi ed essere sempre più testimoni e profeti del nostro amore.

Allora perchè se abbiamo tutta questa ricchezza sembriamo così poveri e tanti sposi alla fine si separano e falliscono? Perchè la Grazia di Dio non ci salva da noi stessi e dai nostri errori? La Grazia non è una magia. Lo Spirito Santo per poter entrare in noi e cambiare le nostre debolezze e fragilità ha bisogno di noi. Lo Spirito Santo ha bisogno che  noi apriamo il nostro cuore alla Sua azione. Dobbiamo volere che Gesù abiti in noi e nella nostra unione. Il sacramento del matrimonio non ci assicura nulla senza il nostro impegno. Il sacramento del matrimonio è come una fonte di acqua pura che disseta ma se noi abbiamo un bicchiere bucato non riusciremo nè a bere nè a dissetarci. Questo è il nostro cuore, che se reso bucato dal peccato e dal nostro egoismo, non riuscirà a riempirsi di Dio. Diventa così tutto un’illusione e se le cose non vanno ce la prendiamo con Dio che non ci ha preservato dal fallimento.  

Siamo ricchi! Prendiamone coscienza e impegniamoci a fondo per dare frutto a tutta questa Grazia che ci pervade.

Antonio e Luisa

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Non posso buttare un dono tanto grande

Di seguito una testimonianza a mio parere meravigliosa. Meravigliosa anche se colma di sofferenza. Alessandra è una donna che ha deciso di amare davvero. Ha deciso di continuare ad affidarsi a Gesù e al dono del matrimonio che ha ricevuto. Anche se suo marito ha un’altra vita e un’altra donna. Io non so se il suo matrimonio fosse nullo. Sarebbe stato molto difficile appurarlo, visto i tanti anni di matrimonio già alle spalle e la presenza dei figli. La sua resta comunque una scelta di sacrificio e d’amore che non può non essere luce per tutti.

Buongiorno Antonio, ti seguo sempre con piacere e condivido molti dei tuoi post con qualcuno della mia parrocchia. Non so se ti ricordi di me, un giorno ti ho scritto che sentivo fortemente il peso del mio matrimonio fallito e che avrei voluto strapparmi di dosso questo matrimonio. Sai, ho intrapreso la strada per verificare la nullità del mio matrimonio, ho parlato con un sacerdote e con un avvocato, ma nel frattempo, parlavo soprattutto con Dio. Arrivò il giorno in cui l’avvocato mi fece sapere che era tutto pronto per iniziare l’iter di nullità matrimoniale. L’indomani mi disse che avrebbe presentato i documenti al tribunale. Lì, ebbi un ripensamento. Le dissi di aspettare ancora qualche giorno, non ero più sicura.

Ebbene, la domenica successiva, mentre eravamo in parrocchia a fare le prove del coro, fra una messa e l’altra, entrò in chiesa una coppia di sposi. Nella messa successiva avrebbero festeggiato il loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Ci chiesero di cantare per loro. Vuoi sapere cosa è successo? Il sacerdote durante l’omelia parlò loro del “dono” del matrimonio ricevuto dal Signore e che loro di questo dono, insieme a Dio, ne avevano fatto cose grandi.

Ecco, io ho sentito forte dentro di me la parola “dono”. Il Signore mi aveva accontentata donandomi il matrimonio, la famiglia, i figli e tanto altro ancora. Ed io cosa volevo fare? Volevo far finta che mai nulla fosse accaduto? Mi venne in mente un piccolo pensiero parallelo: sarebbe stato come se io avessi fatto un regalo prezioso a mio figlio e lui lo avesse buttato! Io mi sarei dispiaciuta molto!

Ebbene, non ho mai più telefonato all’avvocato, i miei documenti non sono mai stati presentati, mio marito continua a vivere la sua vita, io continuo a pregare il Signore che riempia con il Suo Amore questo vuoto che sento. Parliamoci chiaro, il vuoto c’è, l’amore è necessario per vivere, forse non sono pronta a “sentire” l’Amore del Signore (quell’Amore che tutto avvolge), per fortuna ci sono i miei figli, ma loro andranno via ed io mi farò “grande”.

Chissà se mai sarò “amata” su questa terra, di un amore vero e completo! Ma sai, sono felice di aver preso questa “croce” e avere la consapevolezza che non è poi così pesante, se non in alcuni momenti. So che c’è un motivo per tutto questo perché “tutto concorre al bene di coloro che amano il Signore” (San Paolo – Romani) , ma spero sempre in un miracolo.

Antonio e Luisa

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Chiediamo a Gesù di fare la Sua parte!

Alcuni giorni fa stavo facendo due chiacchiere con un’amica. Quest’amica aveva alcuni problemi con il marito già da un po’ di tempo. Io ero lì, pronto ad ascoltare e a dare i miei consigli. Questa volta però è stata lei a darmi una lezione che mi ha colpito. Mi ha colpito proprio per la verità che ho percepito nelle parole di questa persona.

Certo, se ci sono problemi ci sono anche delle cause da ricercare e risolvere nella relazione. Su questo non c’è dubbio. Però spesso c’è anche un altro aspetto, un’altra dimensione, che tendiamo a dimenticare. Don Fabio Rosini scrive che la psicologia ti può aiutare a trovare il tuo equilibrio ma la felicità e la gioia sono di competenza di altro. Noi diremmo di un altro. Sono frutti dell’incontro con Gesù.

Torniamo a noi. Questa amica non riusciva a provare più quell’attrazione e quella passione che le davano la gioia di amare suo marito. Non si è mai arresa. Ha cercato in tutti i modi di recuperare quanto perso confrontandosi con suo marito e cercando di porre rimedio ad alcuni atteggiamenti e dinamiche di coppia. Ha fatto anche un’altra cosa. Mi ha davvero edificato ascoltarla.

Si è messa davanti al crocifisso, perseverando giorno dopo giorno, e ha “urlato” a Gesù tutta la sua sofferenza. Si è ricordata che Gesù si è fatto carico del suo matrimonio. Ha testualmente detto a Gesù nella preghiera: Tu mi hai messo accanto quest’uomo, tu me lo hai donato nel matrimonio. Ora tocca a te fare qualcosa perchè io possa ritrovare tutta la gioia che ho perso. Io ti prometto di donarmi completamente a te al mio sposo, ma il resto devi farlo tu, io da sola non riesco.

Oggi ho visto il miracolo. Questa persona sembra di nuovo innamorata di suo marito. Hanno ricostruito insieme, si sono impegnati a fondo entrambi, hanno riempito le giare e Gesù ha fatto il resto. Ha trasformato l’acqua nel vino buono. La loro relazione è risorta.

Ricordiamoci di questa grande risorsa che è la preghiera e la grazia del sacramento delle nozze. Gesù non aspetta altro che un nostro cenno per riempire il nostro cuore del Suo amore

Antonio e Luisa

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Il tatuaggio degli sposi

In questi anni vanno sempre più di moda i tatuaggi. Tatuaggi d’appertutto. Tatuaggi anche sul collo o sul viso. E’ diventato davvero qualcosa di popolare. Lo sapete, cari sposi, che anche noi siamo tatuati? Non sul corpo! Alcuni di voi probabilmente lo sono anche sul corpo, ma voglio parlare di un altro tipo di tatuaggio. Uno che abbiamo tutti. Giovani sposi o vecchi sposi. Non fa differenza.

E’ un tatuaggio che è impresso direttamente sul nostro cuore. E’ un tatuaggio che indica un’appartenenza. Ne troviamo traccia nel Cantico dei Cantici. Verso la fine, al capitolo 8:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore

Ct 8, 6

E’ una frase che probabilmente dice molto più di quello che la maggior parte delle persone comprende ad una lettura veloce e non meditata. Invece è importante meditarla bene perchè questo versetto è davvero il cuore di ogni matrimonio cristiano.

Il sigillo è un’immagine molto forte. Nel mondo agricolo antico “sfraghis” (sigillo in greco) era il segno che il padrone faceva sugli animali, per cui quel segno indicava che quegli animali appartenevano ad un proprietario, erano proprietà di un padrone. Il termine è stato poi ripreso in ambito militare. Nel mondo militare antico “sfraghis” era il segno di riconoscimento (divisa, bandiera, stelletta..) intorno al quale si riconoscevano i soldati come appartenenti ad uno stesso esercito. Era il segno di riconoscimento in base a cui i soldati si sentivano uniti nella lotta comune per difendere valori comuni per il bene comune. Dunque era un segno di riconoscimento che comportava unità e solidarietà.

Mettimi come sigillo sul cuore significa ti appartengo. Sono tua/o e tu sei mio/a. Non possiamo essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne. Ricordate San Paolo quando afferma Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me? Qui è la stessa cosa, ma letta in chiave sponsale. Non sono più io che vivo, ma sei tu, amato mio sposo, amata mia sposa, che vivi in me e io vivo in te. Questa è la nostra vocazione. Siamo chiamati a farci così: prossimi all’altro/a e capaci di decentrare le nostre attenzioni tanto da vivere per la gioia e per il bene dell’altro/a. Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio. Tutta la persona è partecipe di questa appartenenza. Nel corpo e nella sua parte più profonda ed interiore. Nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. In tutto ciò che mi caratterizza come persona c’è il tuo sigillo. Metti il mio dentro tutto ciò che tu sei. Questo è l’amore sponsale autentico. Un amore che desidera tutto dell’altro/a e dà tutto all’altro/a. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico perchè solo così può essere meraviglioso e pieno. Un amore esigente, ma proprio per questo vero.

Antonio e Luisa

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Chi è Gesù per noi?

Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.
Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai».
Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?
Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

Matteo 16, 21-27

Qui casca l’asino! Pietro pensa e dice esattamente quello che diremmo tutti noi (dai quasi tutti). Pietro pensa che Gesù, essendo figlio di Dio, sarà sicuramente protetto da ogni male e da ogni dolore. Pietro pensa così di manifestare la sua grande fede in Gesù. Gesù lo stronca immediatamente. Non lo stronca perchè vuole ferirlo ma per metterlo in guardia. Perchè vuole bene a Pietro e sa che dietro quei pensieri si nasconde un grande pericolo. Pietro potrebbe credere di essere lui stesso al riparo da ogni male in quanto discepolo di Gesù, per la sua fede. E succederà proprio così. Lo dimostra il comportamento di Pietro che poco tempo dopo rinnegherà per ben tre volte Gesù.

Pietro siamo noi. Anche noi ci siamo sposati con un’idea che ci frullava nella testa. Con l’idea che la nostra fede e il sacramento del matrimonio ci avrebbero protetto da ogni male. Che il nostro matrimonio ci avrebbe donato sempre gioia e pace. Invece non è così.

Gesù è categorico. Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Gesù non ci promette nulla di tutto questo. Anzi ci ricorda che la croce prima poi arriverà per tutti. Come è inevitabile che sia. Credere che Gesù ci preserverà da ogni male equivale a ridurre la nostra fede a pura scaramanzia. Significa dare alla croce che portiamo al collo lo stesso significato del gobbo e del cornetto rosso che vendono a Napoli.

Invece quella croce che abbiamo al collo significa altro. Significa dono totale. Portare quella croce al collo significa voler amare come Gesù. Gesù che su quella croce è morto e attraverso quella croce ha fatto ad ognuno di noi il dono più grande di tutti. Ha donato se stesso per donare a noi la salvezza. Ecco questo è quello che Gesù sta cercando di far comprendere a Pietro e ad ognuno di noi.

Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

Antonio e Luisa

Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 2 parte

Lc 10,30 Gesù allora rispose e disse: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei ladroni
Veniamo ora all’uomo malcapitato che scende da Gerusalemme a Gerico. Quale senso si trova dentro questa direzione e cosa possiamo trovare in essa come rivelatrice di un’interiorità in balia del dissenno. Il tale si dirige a Gerico, troppo spesso vista semplicemente come la città icona del peccato e dunque di primo impatto potremmo affermare che l’uomo cade in balia dei perdoni a causa del suo peccato. Spesso nella Scrittura lectio facilior-la cosa più facile. non è la via più giusta da imboccare rispetto alla lectio-difficilior-la cosa più difficile.
Partiamo dal nome della città di Gerico che proviene dalla radice yrḥ che significa luna o mese. Non la stessa parola ma un concetto analogo viene usato in Es 12,2 quando viene Dio inizia ad istruire Israele su come avverrà la propria liberazione e come dovranno celebrarla. Altro particolare che possiamo notare, attingendo alla tradizione rabbinica, la radice yrḥ e la radice yrh-indicare-insegnare da cui poi viene la parola Torah, sono molto simili e anche facilmente associabili da un punto di vista fonetico. Al netto di tali dettagli capiamo che Gerico non è la città del peccato ma di una legge che è veramente se stessa perché conduce, accompagna e libera. Quando però abbiamo lo spirito abbattuto è facile equivocare la più bella e santa delle cose, come aver bisogno di amore, e cercarlo nel suo surrogato. Gerico è anche la prima città della conquista, dove una prostituta salvò gli esploratori del popolo e ne favori la presa. Una prostituta salva il popolo, dunque Gerico può apparire il luogo dove puoi essere trattato bene, senza supponenza dove vige il mal comune mezzo gaudio, poiché se siamo tra peccatori almeno nessuno ti giudica, se siamo tutti dei falliti almeno non c’è nessuno che ti tratta come tale. Quest’atteggiamento e di chi ormai non ha più voglia di lottare per difendere la sua dignità, di chi non ha più il coraggio di chiedere perdono, di chi ormai ha deciso di credere agli insulti e quindi fermo di andarsene, dove pensa possa essere peccatore tra peccatori per sentirsi un po’ amato.

Quando la vita di relazione diventa una legge che schiaccia, invece di accompagnare e liberare, chi vive la relazione può cadere nell’errore di credere nel giudizio posto su di lui e vedere nel peccato una via di fuga, una chiusa dietro la quale proteggersi.
33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione[…] 35estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
Questo gesto del Samaritano sembra qualcosa di scontato se guardiamo il suo agire precedente, appare come qualcosa che suona normale per la nostra odierna modernità abituata a pagare l’albergazione, ma se ci caliamo nel contesto di chi scrive e racconta questi versetti sono a dir poco innovativi e gestanti in se stessi la strada e la direzione che il Samaritano traccia per chiunque ha scelto di amare: tutti i personaggi di questa parabola seguono un strada, il Samaritano ne traccia una nuova!

Nella società antica l’accoglienza era qualcosa di sacro, ospitare il forestiero era come dare ospitalità a Dio, tanto che nella scrittura troviamo lo stesso Abramo contrapporsi agli uomini di Sodoma poi che è l’uno accolse l’angelo del Signore cf. Gn 18, mentre gli altri non accolsero il Signore ospite di Lot cf Gn 19: il peccato di Sodoma era anche la mancanza di accoglienza.
Se questa sacralità riempie la realtà dell’accoglienza possiamo immaginare quanto fosse dissacrante pagare per essere ospitati. Un ulteriore conferma sulla situazione di pagamento ci viene dalla parola usata da Luca per indicare l’albergo e cioè pandocheion, il quale si differenziava dal katalumata-alberghi non commerciali.
Tale particolare ci apre ad una realtà intrinseca del cuore misericordioso, egli paga ciò che sarebbe dovuto, rompe gli schemi disinteressandosi se la cultura o il pensiero dominante rilevi il suo gesto come uno scendere a patti con ciò che è inteso come sacrilego. La persona magnanime rischia per cambiare le cose, poiché è bello pensare che la promessa di ritornare per poi estinguere il debito possa aver incontrato un cambiamento nell’albergatore facendolo diventare uomo di accoglienza gratuita.
Spesso nelle nostre scelte generate e generanti misericordia possiamo trovarci davanti alla necessità di dire al “si è sempre fatto cosi” stai sbagliando, o mettersi contro a chi crede ciecamente di essere nel giusto, non ponendosi più il problema del giusto o sbagliato, ma vivendo nella verità di chi ritiene la persona il fine e il sommo bene. Essere misericordiosi in famiglia e nella coppia significa fare scelte incomprensibili, magare da parte della tua famiglia di origine, e porre chi ami sempre al centro del tuo cammino: “ne ebbe compassione” v.33, splachizomai e cioè ne fu toccato fino alle viscere. Ma dopo ciò arriviamo da dove avevamo cominciato: “Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: la “sliding door” un porta scorrevole che si apre piuttosto che chiudersi può cambiare la vita”.
Bhe la vita di chi crede in Gesù di Nazareth non è mai una “sliding door” non un caso che cambia la vita ma una scelta: amare e lasciarsi amare da chi vuole tracciare una via nuova che rende nuove tutte le cose! Cf Ap 21,5

Fra Andrea Valori

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Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 1 parte

Non far decidere ad una “sliding doors” ma a chi “sceglie” facendo nuove tutte le cose!
Non si può dire certo che la nostra vita non sia condizionata dagli eventi, e che questi non la determino in modo così profondo attraverso gli incontri che facciamo. Possiamo incontrare la persona giusta al momento giusto e trovarne giovamento, fare la scelta sbagliata nel momento sbagliato e portarcene dietro il peso per anni. Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: “sliding doors” un porte scorrevoli che si aprono piuttosto che chiudersi cambiando la vita e il corso della propria storia.
Ecco la misericordia non è una “sliding door”, la misericordia è una porta sempre aperta, con qualcuno che ne custodisce la breccia e ha deciso che, nonostante tutto, quel passaggio sicuro tra i confini della nostra debolezza e le frontiere del nostro dolore, non dovrà mai chiudersi.
Lc 10 29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”
E’ bello che vedere che non tutte le domande evangeliche sono domande legittime, domande che purtroppo sono gravide di una falsa giustificazione, ma che sono giustificate dalla difficoltà dell’esperienza del prossimo. Realtà così complessa, quella del prossimo, già testimoniata in modo quasi cinico dalla Scrittura, che nella sua lingua d’origine documenta la parola prossimo con le stesse radicali del termine “male” r’ e inoltre, la parola fratello con le stesse lettere dell’interiezione di dolore “ahime” aḥ. Il prossimo molte volte è il nostro fallimento, un fallimento che ci porta a scendere da Gerusalemme a Gerico, compiendo un tragitto molto più breve di 30 km, curvando il collo con un viso rabbuiato che cerca consolazione dove può trovare solo rapina: la delusione viene rapinata dalla tristezza e la tristezza ti lascia mezzo morto.
Ora la domanda è: chi passerà accanto a te per salvarti, e tu lascerai che qualcuno possa farlo? La sfida che il buon Samaritano, di Colui che è stato chiamato sprezzantemente samaritano, il Signore Gesù, è soccorrere chi è stato colpito dalla persona amata e dare il coraggio della riconciliazione. Uno dei passaggi più liberanti e consacranti nella coppia sta proprio nel lasciarsi risanare da chi ti ha ferito, ricongiungere lo strappo non con un panno grezzo ma tessendo un vestito tutto nuovo: questo è perdonare, questo è chiedere perdono, tutto ciò è lasciarsi perdonare e dire: non voglio farlo più, aiutami! Gesù Samaritano apre gli occhi su una realtà fondamentale: essere capaci di distinguere e capire chi è il proprio nemico. Contestualizzando il brano del vangelo, nel paesaggio che lo racchiude, non è difficile immaginare che l’attenzione piuttosto che rivolgersi ai briganti, è da prestare al luogo dove questi era quasi certo che fossero per tendere l’agguato. Il deserto di Giuda infatti, più volte citato nella scritture e nei salmi, è percorso da un’unica strada che congiunge Gerico e Gerusalemme, e tale via s’infittisce in una coltre di pendii scoscesi e vicoli ciechi dove è ignaro ciò che si possa trovare, oltrepassato il limite delle curve strette che li delimitano. Il Deserto di Giuda è ricco di una fascino contrastante poiché puoi ammirarne la bellezza dalle sommità delle sue alture, così come si ammira un gregge che si muove disomogeneo nella sua spontaneità, ma può risultare spietato quando lo percorri nei suoi sentieri sempre come un gregge che spostandosi calpesta tutto ciò che ha a tiro.

Sal 113,6 Perché voi monti saltellate come arieti e voi colline come agnelli di un gregge?
Una zona di questo deserto, situata sempre tra le due città è chiamata ma’aleh addummim ossia le alture insanguinate. Ciò significate che tutti i personaggi di questa parabola del vangelo sapevano che era rischioso percorrere quella strada, lo fanno per motivi diversi ma una cosa è certa: si stavano spostando da una città ad un’altra affrontando un rischio. Al netto di questo forse dobbiamo cercare di capire non tanto perché i briganti hanno attaccato l’uomo, non tanto perché il levita e il sacerdote non si fermano, o perché quell’uomo volesse passare di li. La cosa interessante su cui interrogarsi è il perché avessero lasciato una città per recarsi altrove. Il vero brigante è chi ti ha fatto prendere una strada pericolosa.
Del levita e del sacerdote conosciamo il percorso ma non la direzione, questo ci concede di cogliere alcuni elementi del loro atteggiamento. Entrambi si stavano muovendo nel loro territorio, tanto che la loro meta non è chiara, tutto era loro, tutto era scontato, erano estremamente sicuri.
L’abbondanza di sicurezza li conduce però lontano dalla loro ragione di vita: stare nel Tempio del Signore.
La città di Gerusalemme e il Tempio, il palazzo del re e la sua rocca forte sono stati sempre accumunati dal descrivere un’unica realtà teologica e cioè il rifugio nella forza e nel baluardo che Dio è cf Sal 46,2—Sal 48,4. Il levita e il sacerdote sembrano aver ormai frainteso la sostanza fondante delle costruzioni simbolo della Città Santa, quindi esse non sono più rifugio per il perseguitato ma diventano lustro aristocratico, vezzo nobiliare, non è più Dio che santifica il Tempio, ma è il Tempio che obbliga Dio a stare lì e perciò tutto orbita verso il Tempio, tutto orbita verso di me. Questo processo è l’antitesi di un cuore misericordioso, poiché espressione di una persona che non è più vera ma costruita. Tale persona all’interno delle relazioni, ha sempre il sorriso stampato sulle labbra e non capisce perché gli altri non ce l’abbiano, questo individuo si presenta come il paradigma di ogni situazione dove ognuno deve comportarsi secondo suoi canoni e capacità, detto personaggio è un instancabile motivatore che non si capacità perché chi è accanto a lui arranchi non sia contento o faccia fatica. Un tale tempra d’umano è simile a chi predica che va tutto bene quando è la sua cecità la causa della sofferenza della coppia, della famiglia o della comunità, è colui che risponde a chi gli dice : “sto male non ce la faccio, le cose non vanno bene” con un “non è vero che stai male, perché io sto bene, va tutto benissimo e poi io sto gestendo al meglio”!
Non è più Dio che santifica il tempio, ma è il Tempio che rende Dio glorioso, non è più la persona che amo la ragione della mia vita, ma è la persona che amo a doversi sentire onorata di far parte della mia vita così perfetta e gratificante, ma così tanto triste da essere straordinariamente sola, invece che lenta faticosa proprio perché piena di amore unico e particolare che non recalcitra nel correre un rischio: sporcarsi le mani con chi è mezzo morto!

(Continua)

Fra Andrea Valori

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L’amore ci fa re e regina

L’amore nasce dalla Signoria, Signoria di Cristo in noi che incontra la nostra volontà. Volontà che si fa dono nell’incontro con un’alterità  diversa da noi, ma a noi complementare.

L’amore fa di noi poveri mendicanti e schiavi, dei Re e delle Regine. L’amore è un Re che non domina ma si fa servo.

L’amore è come un animale che non si lascia addomesticare da noi ma vuole la nostra resa per lasciarsi prendere.

L’amore nasce nel cuore ma cresce e matura nella mente dell’uomo. L’amore non prende forma nella morbidezza di un cuore ma nell’asprezza di una croce.

L’amore è incontro e scontro insieme. L’amore è fiducia in qualcosa che non si comprende ma che sai che ti salverà. L’amore è retrocedere da solo per andare avanti insieme. L’amore è aspettare senza forzare.

L’amore è farsi parte di un tutto. L’amore non esiste se non nella concretezza della carne. L’amore è la tenerezza di un abbraccio ad occhi chiusi perché a parlare sia solo l’incontro dei corpi assaggio dell’abbraccio eterno con Cristo.

L’amore è un albero che va nutrito e curato per dare frutto e non seccare.

L’amore è forte come è più della morte  perché davanti a lui la morte arretra ed è sconfitta.

Grazie perché, attraverso le mie e le tue fragilità, impariamo ad amare ogni giorno della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

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Chi dite che io sia?

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.
E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Matteo 16, 13-20

Oggi farò una riflessione un po’ creativa. Come sapete in questo blog trattiamo il matrimonio e l’amore in tutte le sue componenti. Quindi se Gesù è amore possiamo trasporre quanto avviene tra Gesù e i suoi apostoli in una dimensione un po’ più astratta, ma sempre vera e soprattutto più vicina alla nostra vita e alla nostra relazione.

Gesù chiede agli apostoli cosa hanno sentito in giro sul suo conto. Vuole sapere cosa la gente pensa di lui. Fa quasi gossip. Vuole conoscere le idee più popolari e comuni che girano sul suo conto. Non si può fare le stessa cosa sul matrimonio? Ricordo che nel matrimonio c’è la reale presenza di Cristo. Quindi questo esercizio creativo non è per nulla una forzatura.

Cosa pensa quindi la gente del sacramento del matrimonio? Cosa pensano in particolare i cristiani, coloro che dovrebbero aderire a Gesù e al suo modo di amare? Sul matrimonio c’è un sentire comune che non rappresenta l’essenza dell’amore cristiano. Si promette il per sempre, ma non ci si crede fino in fondo. E’ un per sempre condizionato. Se l’altro/a non tiene fede alla promessa, non cura il rapporto, non ci dà quanto ci aspettiamo, magari ci tradisce, ci si sente liberi di lasciarlo, di separarci, di divorziare. Se non mi rende felice e non si merita il mio amore mi sento liberato/a dalla mia promessa. E’ una questione di giustizia. Ciò è quello che credono molti cristiani.

Invece poi arriva Pietro che riconosce la verità. Riconosce Gesù come il Cristo, come Dio e Salvatore. Ecco è un po’ quello che è richiesto a noi sposi. Riconoscere nel nostro matrimonio la presenza di Gesù che non smette di esserci qualunque sia il comportamento del nostro coniuge. Riconoscere nel modo di amare di Gesù l’unico autentico e pienamente umano. Gesù che, nonostante venga tradito, deriso e ucciso non smette di amare il Suo popolo.

Ecco solo aderendo all’amore di Gesù nel nostro matrimonio. Solo quindi vivendo un amore davvero incondizionato e gratuito possiamo trovare le chiavi per il Regno dei Cieli. Solo imparando ad amare in questo modo il nostro coniuge, anche quando non se lo merita e il nostro amore sembra sprecato ingiustamente, possiamo trovare nella nostra vita quel gancio che ci permetterà di incontrare Gesù anche in questa vita. Non solo il nostro amore profumerà di Dio, saremo addirittura epifania del Suo amore per il mondo. Saremo davvero profeti dell’amore in un mondo che vive nella disillusione e nel cinismo. Saremo pietra d’inciampo e strumento di salvezza.

Antonio e Luisa

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Accogliersi per crescere nell’amore

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Elogio del matrimonio

Queste due righe, che ho letto alcuni giorni fa dal testo Elogio del matrimonio di Christiane Singer, sono state per me illuminanti. Sembrano non dire nulla di particolare, quasi da passare inosservate, ma toccano, invece, il nucleo fondamentale, che porta alla disgregazione di tante famiglie. Quanto ci affanniamo a cercare di cambiare il nostro coniuge? Troppo. Non è perfetto/a. Questo è un dato di fatto. O meglio, non è come io vorrei. Perchè io so come dovrebbe essere. So che certi aspetti del suo carattere non vanno bene, che certi suoi atteggiamenti dovrebbero essere cambiati. Non capisco perchè si ostina a fare certe cose e a non farne altre. Io, invece, io si che saprei fare meglio. Ed ecco che tutto  diventa per noi non solo incomprensibile, ma anche insopportabile. Il tempo ci rende insofferenti e sempre più acidi. Diventiamo sempre più incapaci di accoglierci. Invece è meraviglioso accogliere l’altro/a nei suoi lati migliori, ma anche peggiori. Che non significa accettare tutto passivamente. La correzione fraterna è importante, ancor più nella coppia. Significa non lasciare che i comportamenti sbagliati o snervanti della persona che abbiamo accanto possano dividerci e allontanarci. Luisa è molto di più del suo atteggiamento. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre.

La frase della Singer mi mette con le spalle al muro. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. Mi richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

Io non l’ho compreso subito questo segreto nel mio matrimonio. Luisa invece si. L’ho imparato da lei. Più lei si mostrava accogliente verso di me e verso i miei atteggiamenti sbagliati (pur facendomeli presenti) e più io ero invogliato a migliorarmi e perfezionarmi nella mia relazione con lei.  Non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico.

Gesù stesso ci chiede questo cambio di mentalità quando ci offre la regola d’oro Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei. Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

Antonio e Luisa

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Dieci parole per un matrimonio felice (2 parte)

Di seguito le ultime 5 indicazioni che Marchesini ci offre e che ci servono per completare il decalogo iniziato con l’articolo di ieri (clicca qui)

      6.  Fa’ qualcosa per rendere più piacevole la vostra casa. Il talamo nuziale è il sacer della coppia. Sacer è quel luogo recintato dove nell’antichità precristiana si entrava in relazione con il divino. Non a caso la persona preposta ad essere mediatore e ad offrire sacrifici ed olocausti era il sacerdote. Termine che ancora oggi usiamo. Il talamo è questo recinto sacro della coppia dove si manifesta in modo più visibile e percepibile il noi, la relazione abitata da Dio. Si può estendere questo recinto a tutta la casa. La casa è quindi luogo sacro della famiglia. Non solo della coppia. E’ il luogo dove la famiglia si ritrova attorno alla tavola. Il luogo dove si custodiscono i ricordi belli e brutti. Il luogo dove c’è dialogo e relazione. Luogo di preghiera. Luogo anche di contrasti e di litigi, ma sempre nella certezza di essere amati. Luogo di condivisione e di libertà di mostrarsi per quello che si è senza dover dimostrare nulla. Per questo è importante curare la nostra casa. Significa considerare prezioso tutto ciò che rappresenta, Significa considerare preziosa la nostra famiglia e la nostra relazione.

     7.  Non devi difenderti dal tuo coniuge: è il tuo migliore alleato, non un nemico.  Altro punto delicatissimo. Quante volte abbiamo paura del giudizio del nostro coniuge? Quante volte siamo i primi a giudicare? Il matrimonio deve essere luogo di sostegno e non di condanna. L’altro sbaglia, su questo non c’è dubbio. E’ importante farglielo capire. Anche su questo non c’è dubbio.  Possiamo porci con lo sguardo giudicante e sprezzante di chi, mettendo in evidenza le fragilità e i peccati dell’altro, si vuole in realtà esaltare.  Oppure possiamo avere lo sguardo di Dio, di chi vede oltre l’errore. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce.  Prima di puntare l’indice guardiamo il nostro anulare e la fede che portiamo, segno della nostra promessa e unica via per la nostra santità e quella del nostro coniuge.

  8.   Se vuoi qualcosa devi dirlo, altrimenti non c’è modo per gli altri di saperlo.  Questo punto riguarda in particolar modo le fanciulle. Uomo e donna sono diversi tra loro. Lo sono più di quello che voi possiate pensare. L’uomo, nella maggior parte dei casi, non desidera altro che rendere felice la propria sposa. Spesso non serve neanche molto. Basta la parola giusta, basta anche il silenzio a volte. Deve però sapere il vostro pensiero, le vostre sensazioni e il vostro stato emotivo. Non pretendete che capisca da solo. Non pretendete da lui più di quello che può darvi, resterete insoddisfatte voi e frustrato lui che non capirà nulla. E anche quando non avesse tutta questo desiderio di accontentarvi non potrà dire di non aver capito. Sta a voi essere chiare.

   9. Occuparsi di sè non è egoismo: è un modo per fare agli altri un regalo più bello. Non chiudiamoci in famiglia. Non rinchiudiamoci in famiglia. La famiglia non è una prigione. Se abbiamo interessi che coltiviamo non smettiamo di farlo. Sempre con moderazione e senza sacrificare la nostra relazione sponsale, ma non annulliamoci. E’ importante che comprendiamo questo per noi e per il nostro coniuge. Se io esco di casa per giocare a calcetto con i miei amici e poi torno in famiglia contento, sfogato e rilassato riuscirò ad essere anche un padre e un marito migliori . Se la mia sposa ama andare con le amiche al cinema ogni tanto perchè riesce così a staccare e a rilassarsi ben venga. So che quando tornerà sarà più disponibile e aperta anche nei miei confronti. Sta a noi trovare il giusto equilibrio affinchè il nostro primo pensiero sia per la famiglia, ma che non diventi l’unico pensiero cancellando tutto il resto.

  10. Tra marito/moglie e suocera non mettere il dito.  Spesso esistono tensioni nella coppia causate dal rapporto non sempre indipendente tra il coniuge e la sua famiglia di origine. Quando ci sposiamo dobbiamo  essere ben consapevoli che se il nostro coniuge ad esempio è un mammone, non smetterà di esserlo improvvisamente per grazia divina una volta sposati. Ci stiamo prendendo un grosso rischio. Dobbiamo esserne consapevoli. Se decidiamo di correrlo non possiamo poi pretendere nulla da lui/lei. Se siamo fortunati e riusciamo a mettere centinaia di chilometri tra noi e la sua famiglia non ci sono grossi problemi. Nel caso invece abbiamo i suoceri vicino la scelta più sbagliata che possiamo compiere è ricattare e mettere di fronte ad una scelta (tardiva) il nostro sposo o la nostra sposa. Non possiamo metterci in mezzo cercando di dividerli. Dobbiamo al contrario lasciare piena libertà all’altro/a facendo di tutto per attirarlo/a a noi. Quando si inizia una guerra con la famiglia di origine di solito non ci sono mai vincitori, ma solo morti e feriti.

Antonio e Luisa

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Dieci parole per un matrimonio felice

Roberto Marchesini, noto psicoterapeuta cristiano, voce di Radio Maria e autore di diversi libri, ci offre nel suo saggio E vissero felici e contenti diversi spunti interessanti tra cui il decalogo per un matrimonio felice. Mi è piaciuto molto. Una lista senza velleità di essere scientifica, ma al tempo stesso molto utile per riflettere sul nostro matrimonio e su alcuni accorgimenti che potrebbero migliorare la relazione.  Di seguito riporto i dieci punti aggiungendo un mio breve commento.

  1. Non cercare la tua soddisfazione, ma quella del coniuge. Per questo ti sei sposato. E’ importante avere sempre presente questa verità. Lui/lei non potrà mai renderti completamente felice. Non puoi controllare le sue scelte, il suo comportamento e il suo agire. Ciò che puoi fare e di cui hai il pieno controllo è impegnarti a fondo per renderlo/a felice. Questo hai promesso nel matrimonio. Senza mettere sulla bilancia quanto e cosa ti offre l’altro/a. Il tuo amore deve essere incondizionato. Solo questo ti può far vivere in pienezza il tuo matrimonio che prima di tutto è una vocazione cioè la tua risposta all’amore di Dio che Lui ti ha già dato.
  2. L’amore non è un sentimento, ma una scelta, una decisione, una promessa. Non vale dire non sento più nulla. Non lo/la amo più. L’amore non è sentire. L’amore, come abbiamo visto al primo punto, è volere il bene dell’altro/a. Volerlo e darsi da fare per offrirglielo. Il matrimonio è soggetto, essendo una relazione non a termine e quindi lunga, a sbalzi nei nostri sentimenti, a momenti di sentimenti forti e altri di aridità. Ci saranno momenti in cui non saremo sostenuti dalla passione d’amore. Non importa possiamo e dobbiamo amare comunque.
  3. Il tuo coniuge è diverso da te: ricordatelo. Spesso siamo portati a dare al nostro coniuge quello che piace a noi. Spesso non comprendiamo che parole o atteggiamenti che per noi sono normali e non negativi possano invece dare fastidio al nostro coniuge. Non è lui/lei ad essere esagerato. E’ soltanto diverso/a da noi. Amare significa preoccuparsi della sensibilità dell’altro/a e amarlo/a nel modo che a lui/lei piace. Non serve amare una persona in un modo che non le trasmette amore. E’ nostro impegno di sposi conoscere qual’è il modo migliore per dare il nostro amore.
  4. La differenza tra marito e moglie è una ricchezza, non una disgrazia. Uomo e donna sono diversi. Non lamentiamoci per questo, ma al contrario contempliamo la bellezza dell’altro/a che ci attrae proprio perchè è qualcosa che non ci appartiene, ma che ci appare un mistero meraviglioso. Nel maschile e femminile che si uniscono c’è una ricchezza tale da essere l’immagine terrena più vicina alla famiglia trinitaria di Dio. Ricordiamocelo e ringraziamo Dio per averci donato una creatura tanto diversa da noi e per questo incantevole e affascinante.
  5. Il tuo matrimonio dipende anche da te: stai facendo tutto il possibile? Siamo inclini a notare le mancanze dell’altro/a molto più facilmente rispetto alle nostre. Spesso non serve continuare a lamentarsi per ciò che non fa l’altro. Cosa posso fare io per migliorare la situazione? E non tiratemi fuori che fate già molto più di lui/lei. La relazione sponsale non è luogo per fare i sindacalisti. Ricordate che vincete o perdete insieme.

Con il prossimo articolo i successivi 5 punti.

Antonio e Luisa

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Per tutti ma non per tutti!

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Matteo 15, 21-28

Questo Vangelo ci lascia un po’ straniti. Gesù considera degni del suo interesse solo gli israeliti? Per comprendere l’atteggiamento di Gesù è importante contestualizzare. Nei versetti precedenti del capitolo, Gesù deve constatare per l’ennesima volta il cuore chiuso dei farisei e dei dottori della legge. Gente che dovrebbe essere la più vicina a Dio e che invece basa la propria religiosità su precetti e regole che restano vuote se non riempite con l’amore. Così l’osservare quei precetti non serve loro per avvicinarsi a Dio, ma solo per montare in orgoglio e superbia e per sentirsi migliori degli altri.

La Cananea era invece una straniera, per giunta donna. Una persona che agli occhi degli ebrei non godeva di nessuna considerazione. Eppure Gesù l’ascolta. Certo non subito. Mette alla prova il suo cuore e le sue intenzioni. L’ascolta e ne rimane affascinato. Questa mamma, sofferente per la sofferenza della figlia, si prostra davanti a Lui. L’atteggiamento di chi è consapevole di non essere nessuno e di essere davanti al Signore, anche se quella donna non lo conosceva.

Ecco l’insegnamento di questo Vangelo. Noi sposi crediamo che, in virtù della nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa Lui non potrà fare nulla.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che in modo consapevole o inconsapevole lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. Non lo sapevate? Questa volta, a differenza della prima, le ceste che avanzano non sono 12 ma 7. Sembra un dettaglio, ma cambia tutto. Dodici indica il numero delle Tribù d’Israele mentre 7 indica la completezza. Dalle dodici Tribù di Israele si passa al tutto, a tutti gli uomini della Terra.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è un amore trasfigurato!

Nei nostri articoli abbiamo più volte ricordato come la Chiesa affermi che matrimonio ed Eucarestia hanno molto in comune. Entrambi questi sacramenti producono come frutto la reale presenza di Gesù. In modo permanente e perenne. Fino a quando il pane e il vino non vengono consumati e fino a quando gli sposi sono in vita. C’è però una differenza che ho sempre trovato difficile spiegare. Ho letto pochi giorni fa una riflessione che mi ha davvero illuminato. Una riflessione di padre Mauri. Padre Mauri è uno dei precursori della moderna spiritualità matrimoniale, che poi è stata approfondita e acquisita dalla Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II e la bellissima Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II. Padre Mauri affermò in una sua catechesi:

Il matrimonio è l’incarnazione sacramentale di un Mistero, il mistero delle mistiche nozze di Cristo con la Chiesa, una fede illuminata crede che la celebrazione produce una mistica trasigurazione degli sposi.

Capite la differenza? Gli sposi, in virtù della reale presenza di Gesù in loro, nella loro relazione, vengono trasfigurati. Il pane e il vino, attraverso la transustanziazione, non sono più pane e vino ma mutano sostanzialmente nel sangue e nel corpo di Gesù. Noi sposi no. Io resto Antonio, Luisa resta Luisa, ma il sacramento del matrimonio ci trasfigura. Certo serve l’apertura del nostro cuore.

E’ un concetto incredibile. Io e Luisa abbiamo nel nostro cuore la potenzialità di amare come Dio. Tutti gli sposi del mondo hanno questa grande occasione. Ma come è possibile? Io mi conosco. So i miei limiti. Conosco le mie cadute, i miei peccati, le mie fragilità. Eppure so che posso essere trasfigurato da Dio, per mezzo proprio del sacramento del matrimonio.

Don Renzo Bonetti spiega molto bene questa trasfigurazione. Noi sposi siamo come una piccola goccia d’acqua. Quella è la nostra capacità di amare. Don Renzo dice che questa goccia può anche essere non tanto pura, può essere un po’ sporca. Con il sacramento del matrimonio cosa accade? Questa piccola goccia che siamo noi con il nosro amore diventa parte dell’oceano dell’amore di Dio. Resta una piccola goccia ma acquisisce la forza dirompete dell’oceano intero. Una goccia che diventa bella come l’oceano.

Così nelle nostre miserie quotidiane possiamo essere capaci di mostrare l’amore trasfigurato di Dio. Quante famiglie riescono a sostenere sofferenze e lutti che potrebbero annientare chiunque. E che amore trasfigurato riescono a mostrare quelle che nonostante la sofferenza ne vengono fuori più forti e unite di prima.

Quanti sposi vengono abbandonati dal coniuge. Eppure riescono a non odiarlo e anzi a pregare e offrire la loro sofferenza per la salvezza di chi li ha abbandonati.

Quanti sposi non riescono ad avere dei bambini eppure riescono a rendere il loro matrimonio fecondo donando tutto il loro amore a chi ne ha bisogno in mille modi diversi. Non è forse un amore trasfigurato?

Ecco cari sposi ora guardatevi e ammirate l’uno nell’altra la bellezza di una vita donata e che diventa via di salvezza per voi e per il mondo intero. Cari sposi guardatevi e ammirate la bellezza di Dio nel vostro amore.

Antonio e Luisa

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La Dracma ritrovata (2 parte)

Se vuoi leggere la prima parte clicca qui

Perché tale determinazione?
Ne aveva nove, potevano bastare, magari col tempo ne avrebbe guadagnata un’altra!?
Il libro del Deuteronomio ci apre al significato di questo gesto e di questa determinazione: le dramme da offrire per il sostentamento del Tempio erano due e, quindi, nelle cinque coppie qualcosa sarebbe venuto a mancare. Avrebbe dovuto portare in natura il valore di quella dramma, un peso da sopportare nel viaggio.

La donna, inoltre, sapeva che quella dramma e la ricerca di essa significavano onorare Dio con il Suo stesso modo di amare, poiché Egli aveva scelto quel luogo e quella dramma per amarla, facendosi onorare, facendosi amare da lei! E’ quella moneta la protagonista del brano e la donna lo comprende. La donna è immagine di un amore sponsale e apostolico che annuncia la verità: ognuno di noi è importante, unico e non può essere perso, ognuno di noi può rendere più leggero il cammino quando condivide scambievolmente il suo peso con gli altri. Ognuno di noi è il luogo che Dio ha scelto per essere amato in modo unico e dignitoso, poiché Dio dona la dignità di fare qualcosa per Lui, sempre e nonostante tutto!

Altro richiamo del vangelo è la ulteriore necessità del regno di essere regno di Dio in famiglia. Il monito di Gesù ci fa comprendere la responsabilità di essere e far sentire importanti.

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture.

Mt 10, 7-9

Qui sembra esserci uno di quei tanti apparenti equivoci presenti nel vangelo: la donna che cerca il denaro è elogiata da Gesù, ma poi lo stesso Gesù dice di non portare né oro, né argento. Perché?

Al tempo di Gesù c’era una gerarchia nell’alveo delle monete, a seconda dei materiali con cui queste venivano prodotte. C’era il denaro d’argento, il denaro d’oro che equivaleva a venticinque denari d’argento. La disposizione precisa del Signore su cosa non portare, né oro, né argento, unita al fatto che esistevano monete romane di minor valore, fatte di rame e bronzo, come l’asse e il sesterzio, oltre una moneta di rame ebraica come il lepton, ci fa capire che la direttiva di Gesù è relativa non tanto al non portare soldi o al munirsi di mezzi quanto al portare con sé tutto ciò che ha
meno valore: l’apostolicità magnanime sa partire sempre dal minimo, dall’unità di misura più bassa dell’amore, la delicatezza sottile della benevolenza, lepton significa proprio sottile. Facendo un rapido calcolo secondo le stime dell’epoca il lepton valeva mezzo quadrante, perciò centoventotto lepton erano il valore di una dracma.

Ecco perché quella donna si dà tanto da fare, ecco perché Gesù ne parla come se stesse raccontando se stesso. Egli non vede mai solo una persona, ma la sua intensa complessità fatta di emozioni, desideri, speranze, dolori, gioie, ferite, peccati, perdoni e benedizioni. Gesù non si dà per vinto finché non riesce a toccare gli angoli più remoti del nostro cuore e a farli sentire amati e impone ad ogni apostolo di non lasciarsi attrarre dalla ricchezza dell’apparenza, ma di guardare la complessità sottile del cuore.

Ogni famiglia è Regno di Dio in uscita, quando vede in ciascuno non un singolo ma un insieme di ricchezze, quando anche chi ha perso se stesso sa che sarà cercato e ritrovato, quando si ha il coraggio di andare da chi ha perso tutto, forse anche la dignità del proprio amore, del proprio essere padre o madre, moglie o marito come un bimbo che gli dona un soldo che vale più di ogni cosa, vale un “Grazie …Dio ti benedica” per fargli varcare le soglie delle tenebre ed entrare negli atri della speranza: continuare a cercare e farsi amare con la nobiltà e la maestà dei figli di Dio!

Fra Andrea Valori

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Senza per sempre non c’è matrimonio

Una delle caratteristiche del matrimonio cristiano che più mi affascina ed è, ai miei occhi, la più grande è l’indissolubilità, cioè il-per-sempre. Non che la fedeltà, l’unicità, la fecondità e la socialità siano meno importanti, ma l’indissolubilità è qualcosa che davvero mostra l’amore di Dio.

L’indissolubilità spaventa, sembra una richiesta troppo difficile, sembra una catena che può imprigionare. E’ davvero così? Ci sono solo ombre? Oppure la luce che si sprigiona dalla decisione di amare per sempre è così brillante da dissipare anche le ombre? In altre parole, varrebbe la pena di rinunciare al per-sempre solo perchè potrebbe essere faticoso da confermare giorno dopo giorno? Sono domande importanti. Domande da porsi.

La Chiesa non vuole imprigionarci in dogmi o richieste assurde. La Chiesa ha a cuore il nostro cuore. La Chiesa desidera mostrarci la verità di Cristo. La Chiesa ci offre la possibilità di amarci in pienezza. In pienezza, non tirando al ribasso. Non dobbiamo accontentarci di un amore che non chiede tutto, perchè alla fine dei conti chi ama con il braccino corto, tirandosi indietro, non ama davvero.

Una delle basi dell’amore è la gratuità. Tutti i pedagogisti sono concordi nel dire che i nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati sempre. Perchè sono loro e non perchè si comportano bene, sono bravi a scuola e non fanno guai. Siete d’accordo? Ecco lo stesso vale nel matrimonio. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Ecco perchè quando incontriamo Dio la nostra vita svolta. Gesù ci sa guardare così. Ci ama nonostante conosca le nostre parti peggiori e non se ne vergogna ma ci guarda come le persone più belle del mondo.

L’indissolubilità è proprio questo. Replicare in una relazione umana questo sguardo divino. Sapere che Luisa per me ci sarà sempre qualsiasi cosa io possa fare è davvero qualcosa che riempie il cuore. Paradossalmente sapere che lei ci sarà comunque non mi porta ad approfittarmene, ma il suo amore donato per sempre mi aiuta a tirar fuori il mio meglio e mi dà la forza di combattere e smussare i miei lati meno belli. Giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, sguardo dopo sguardo.

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro/a non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati.

Antonio e Luisa

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La Sua Grazia ci sazia

In quel tempo, quando udì della morte di Giovanni Battista, Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città.
Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare».
Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare».
Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!».
Ed egli disse: «Portatemeli qua».
E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.
Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Matteo 14, 13-21

Il Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e dell’importanza di mettersi alla sequela di Gesù. Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

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Il sesso nel matrimonio è più vero.

Giovanni Paolo II nella sua bellissima teologia del corpo ha evidenziato qualcosa di fondamentale. Non mi viene in mente un passaggio dove lo esprima chiaramente, ma è una dinamica che si percepisce in tante sue riflessioni. Il matrimonio è il sacramento del corpo. Non è però solo questo. E’ il sacramento della redenzione del corpo. C’è una differenza etica, sostanziale. Cercherò di spiegarmi meglio.

San Giovanni Paolo II ci insegna che non possiamo fare esperienza di Dio se il nostro cuore è chiuso. Se il nostro cuore è indurito dall’egoismo, dal peccato, dalla lussuria e da tutti quegli atteggiamenti che fanno dell’altro/a una persona da usare e sottomettere a noi, e non una persona da incontrare in una relazione d’amore.

Il sesso è uno degli ambiti dove più di tutti possono manifestarsi l’egoismo e l’istinto di possedere ed usare l’altro a nostro piacimento. Chi ha il cuore chiuso è ripiegato su di sè, è incapace di donarsi e incontrarsi davvero con l’amato/a. Certo, spesso infiocchetta il tutto di finta tenerezza e romanticismo. Ma è qualcosa di falso. Spesso non è neanche consapevole della falsità del suo amore.

Giovanni Paolo ci dice che il matrimonio può essere un sacramento di redenzione anche in questo ambito. L’eros, incanalato in una relazione oblativa (donativa), come è quella nuziale, diventa vero desiderio di incontro. La vita di tutti i giorni fatta di servizio, di cura reciproca e di gesti carichi di tenerezza e di riguardo, dovrebbe diventare educativa. Con il tempo e con la Grazia di Dio, noi sposi dovremmo riuscire ad uccidere l’egoismo che ci attanaglia il cuore. Piano piano il nostro sguardo dovrebbe decentrarsi dall’io al tu. Dovremmo essere sempre più capaci di “guardare” l’altro/a e desiderare il suo bene prima del nostro. Uso il condizionale perchè sovente non viviamo il nostro matrimonio dando tutto. Una relazione sponsale vissuta davvero fino in fondo non può che cambiarci in meglio e renderci sempre più capaci di donarci.

Tutto questo lo portiamo anche nell’incontro intimo. Saremo sempre più capaci di liberarci dall’egoismo e dalla lussuria e l’amplesso sarà sempre più un vero incontro tra noi sposi, e ci permetterà sempre più di fare esperienza di Dio. Per questo gli sposi che vivono l’amore sponsale in pienezza non si stancano di fare l’amore. Sarà ogni volta più bello perchè loro saranno sempre più capaci di amarsi.

Così, la vita di tutti i giorni fatta di tanti piccoli gesti nutre il desiderio erotico e l’eros vissuto come incontro profondo nutre il desiderio di amare il nostro coniuge nella vita di tutti i giorni. Un circolo che ci permette di perfezionare sempre più il nostro amore e ci avvicina sempre più a Gesù.

Antonio e Luisa

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Piccolo resto.. Non avere paura!

«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

In tempi di CORONAVIRUS mi piace partire da questa parola. La modalità con cui Dio opera nelle vite e nel mondo parte sempre da piccole cose. Questa parola, ad esempio, fa riferimento ad un minuscolo granellino di senapa capace addirittura di sradicare un gelso dalle proprie radici terrene e trapiantarlo nei fondali del mare.

Questo granellino potrebbe essere la nostra fede, semmai credessimo e ci sforzassimo di tendere a ciò. Del resto il Signore non ci sta chiedendo di avere fede come la montagna dell’Everest ma esattamente il contrario, Lui parte sempre dal piccolo, Lui non ci chiede mai ciò che non potremmo dare, Lui vorrebbe solo un piccolo granellino di senapa.

E noi fatichiamo a darglielo perché spesso non sappiamo neppure dove trovarlo. Se anche lo trovassimo forse non sapremmo riconoscerlo. Come questo minuscolo virus che nessuno ancora sa da dove sia partito, come sia partito e soprattutto…..perché è partito? Non bastava tutto ciò di “male” che già abbiamo?

Diverso tempo fa ho ascoltato una persona che, ad un certo punto della sua veneranda età, è stata colpita da una malattia. Avendo avuto la “disgrazia” di incappare nella sottoscritta ho offerto a lei l’unica arma che conosco per sconfiggere il male: GESÙ CRISTO! Questa persona non ha mai voluto fare esperienza di Dio nella sua esistenza, anzi lo ha sempre contrastato, sebbene non lo conosca, come colui da cui prendere le debite distanze. Solo che l’essere umano, nel momento in cui sta per affogare, si rivolgerebbe a chiunque purché possa trovar il minimo respiro e così, in extremis, non avendo risposta alcuna da altri “oracoli” già consultati, mi chiese aiuto sfogando la sua disperazione.

Le dissi ovviamente che avremmo potuto fare tante cose a patto di cominciare una relazione personale col nostro più grande AMICO che non aspettava altro di poter intessere questa “amicizia” e proposi, intanto, una profonda confessione e una preghiera di guarigione sulla malattia in questione. Questo sarebbe stato soltanto l’inizio di un rapporto amicale, così come quando due persone qualsivoglia desiderano conoscersi. Poi doveva iniziare tutto ciò che comporta l’affidarsi.

Chi mi ha già sentito parlare sa, che dico sempre, che Gesù Cristo, appunto come un amico, più lo frequenti e più lo conosci e più lo conosci e più potrà entrare nel tuo cuore e operare in te ciò che di più profondo possa realizzarsi, soprattutto la cosa più importante: LA TUA SALVEZZA, PER SEMPRE!

Dopo la preghiera di guarigione occorreva tutto il resto e soprattutto entrare in amicizia con Gesù, nutrirsi di LUI e confidare che, facendo sempre la sua volontà, potesse comunque iniziare una relazione d’aiuto. Una qualsivoglia preghiera di guarigione e poi niente più è come un atto magico qualunque. Dio non può salvarti senza di te, ci insegna il grande S.AGOSTINO!

Ma la bellezza di Dio è la libertà con cui ci tratta e mai ci obbligherebbe a seguirlo per forza. Così, dopo un po’ di tempo, quando la malattia non è passata, quella persona se l’è presa di più con il Padre Eterno, inquietandosi di non essere stato ancora guarito…. Eppure ciò che ci viene chiesto è semplicemente un granellino di senapa.

Ecco cosa può fare un minuscolissimo prodotto della natura che Dio ha fatto per noi ma spesso ne rimaniamo insensibili e vorremmo che tutto fosse affidato ad altri e basta. Un minuscolo virus è stato capace di annientarci in tutti i sensi, ma un minuscolo granellino di senape avrebbe il potere di agire ed ascoltare ogni singola richiesta e potrebbe regalarci la cosa più importante: LA FEDE!

In nome della paura obbediamo ai comandi, anche per evitare le relative contravvenzioni, ma in nome della fiducia non siamo interessati a seguire l’Uomo di Galilea. Se Dio chiedesse a ciascuno di noi di abbandonare il rapporto con il peccato per liberare tutto il mondo lo faremmo? Eppure in tempo di coronavirus è aumentato, ad esempio l’uso degli strumenti pornografici, i siti, gli adulteri, lo spaccio di sostanze stupefacenti….lo stiamo sentendo da tutti i telegiornali. Tra l’altro i Tg trasmettono ciò che vogliono….pensate a quante altre cose nascoste nelle tenebre che non abbiamo saputo.

Vorrebbero persino cambiare il progetto originario voluto dal CREATORE perché, in realtà, l’odio è per LUI. Ciò che disturba è esattamente il progetto generativo della VITA. Se Dio ha voluto sin dall’inizio che due differentissime persone, l’uomo e la donna, diventassero una sola carne e per suo dono fossero capaci di generare vite su vite….chi sei tu creatura che vuoi tanto tenacemente opporti a questo meraviglioso progetto? Da chi sei ingannato per contrastare l’AMORE ONNIPOTENTE? Perché vuoi sostituire tutto con il tuo “laboratorio”?

Tutti hanno (giustamente) paura di morire di Covid-19. Non tutti però si indignano di tutto l’altro male di cui l’uomo si sta facendo portatore.

Tutti indossano mascherine, spesso anche quando non dovrebbero. Non tutti indossano le armi della fede per convertire il proprio cuore.

Tutti mangiano ( o quasi). Pochi digiunano (per offerta di salvezza).

Tutti rispondono in modo ideologico Pochi danno la loro vita per il bene dell’umanità.

Tutti… Pochi….

E rimarrà quel piccolo resto che, trovando un minuscolo granellino di senapa, lo agguanterà, lo guarderà e urlerà al gelso del peccato del mondo «Spostatiiiii»!

Aumenta la nostra fede Signore Gesù e liberaci dal peccato che ci opprime, ci annienta, opacizza le coscienze e si ripercuote sui più deboli!

Piccolo resto non avere paura, Dio è con te e ti offre il suo prezioso GRANELLINO DI SENAPA!

Cristina.

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Alla mia sposa

Mi hai donato tutto.
La tua tenerezza
per sentire l’amore.
La tua fragilità
per imparare ad essere responsabile.
La tua imperfezione
perché io la possa amare.
La tua inadeguatezza
perché la mia non mi sia troppo pesante.
La tua fortezza
per non sentirmi mai debole.
La tua femminilità
che mi stupisce e mi sorprende sempre.
La tua fecondità
per dare carne e vita al nostro amore.
I tuoi giorni
per dare senso ai miei.
Il tuo sguardo
per allargare il mio orizzonte.
Le tue sofferenze
perché possa consolarle.
Le tue parole
perché possa ascoltarle.
Il tuo perdono
per sentirmi rigenerato.
I tuoi sguardi
per sentirmi desiderato.
Il tuo abbandono
per sentirmi disarmato.
Il tuo corpo,  i tuoi baci e la tua anima
per sentirmi parte di te.
Tutto di te
per fare esperienza di Dio in una sua creatura.

Antonio

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Gesù a Betania: difendere la coscienza dell’amato/a (2 parte)

Cominciamo da come entra Marta nel binomio dialogico Maria-Gesù: “Allora si fece avanti” v.40. L’espressione che racconta l’intervento di Marta è articolata attraverso il verbo epistasa al participio aoristo, il quale indica una priorità dell’azione di Marta sulla scena, in cui si pone come predominante. Questa predominanza assume i toni dell’imponenza, epistasa significa letteralmente imporre.

Marta si impone sulla coscienza di Maria e sul suo intimo dialogo col Signore, autoconsegnandosi una potestà che nessuno, se non Dio stesso, può avere. L’imporsi di Marta sfocia, poi, nel suo rivolgersi a Gesù con un vocativo kyrie o Signore! Marta si rivolge verso Gesù con una certa solennità: Signore[1], ma Chi nella Scrittura chiama e dona una vocazione è Dio e non l’uomo.

Marta si sta mettendo al posto di Dio, quasi decidendo come Gesù, il Signore, debba essere nei confronti di Maria, come Maria debba essere nei confronti di Gesù; cerca di gestire il sacro che c’è tra l’uomo e Dio, inscatolandolo nella paura di non riuscire a far tutto e di non poter controllare la situazione. Spesso nella coppia questo abuso di potere relazionale si materializza nella dinamica del ricatto e ancor peggio nel ricatto psicologico: “Non t’importa nulla-non ti importa nulla di me!”.

Questa espressione succitata è il rimporvero che Marta fa a Gesù, nel greco si usa verbo melo cioè darsi pensiero, legato dall’accadico malaku che significa “prendere una decisione”.

Colei che a Betania era la padrona di casa, decide a posto di colei che cerca un intimità col Signore, Marta pecca di misericordia perché è convinta di sapere qual è la cosa giusta, non capisce che uno dei più grandi atti d’amore è consentire a chi ami di scegliere, fare delle scelte che forse non condividi, ma rimanere un porto sicuro per chi ami, senza condizionamenti da il vangelo ci mette in guardia  “Dille dunque che mi aiuti”.

In Marta emerge un altro condizionamento presente a Betania nel ministero protettivo verso la coscienza: la paura.

 E’ palese la paura di lasciare libertà di scegliere, la quale presuppone la paura di lasciare libertà di sbagliare, ma che è principio di ogni cammino di coscienza[2] anche e soprattutto all’interno della vita del singolo all’interno della coppia. Marta, nella sua paura, non solo vuole avere tutto sotto controllo, ma ha bisogno di decidere su cosa e su come Maria sta facendo. Questo è grave, soprattutto, perché in quel momento l’oggetto in questione non è un pasto da cucinare, ma è il rapporto dialogante tra la coscienza redimente di Cristo e la coscienza bisognosa di amore particolare di Maria. 

L’aggressione-invasione che Marta opera sta nel voler controllare il rapporto tra Gesù e Maria e tutto ciò che ne è intimamente connesso. Questo abuso può avvenire per tutti coloro che esercitano che prima di esercitare un autorevolezza data dall’amore, impostano un autorità data da diritti che non hanno. Spesso il tarlo della coppia è la mancanza di dialogo, la difficoltà di affrontare questioni spinose che riguardano, il rapporto, la sessualità o l’educazione, si crede che l’altro debba aprirsi a tutti i costi e che il non riuscire a manifestare i propri pensieri sia una colpa. Nulla di più sbagliato, poiché l’apertura d’animo e di coscienza dei propri dubbi, difficoltà, rancori e desideri, sono da considerare doni da accogliere con umiltà e non pagamenti da strappare con supponente e arrogante presunzione.

Altra aggressione invasiva che notiamo a Betania è introdotta dall’evangelista, descrivendo le parole di Marta verso il Maestro: “Dille dunque che mi aiuti”.    Marta interviene verso Gesù e Maria proprio mentre i due stanno parlando e cerca di interrompere quell’azione, ordinando a Gesù di dare inizio ad altra. Appare quasi che l’aiuto richiesto sia un pretesto al fine di interrompere quel colloquio tra Maria e Gesù, che è Maestro e Parola allo stesso tempo. Il dialogo a tre si sviluppa attraverso un intervento indiretto da parte di Marta, verso Maria che la sorella però ascolta rimanendo in silenzio immobile.

Potremmo dirci: “Ma perche non l’ha presa da parte chiedendole semplicemente una mano?”. Tale modalità, un po’ grossolana, quando viene usata nelle relazioni intime, crea nella coscienza, il terrore dell’ aut aut “se fai questo vai bene, se non fai questo non vai bene”, facendo leva sul senso di colpa e sullo scrupolo di avere un rapporto con Dio diverso da come l’altro vorrebbe.

Marta non sembra saper aspettare i tempi di Dio, ma nonostante ciò Maria non risponde, né si “sottomette”: si difende, non lasciando entrare la sorella nella sua relazione con il Signore. Il delirio decisionale e controllante di Marta sfocia nel dover decidere con chi la coscienza della sorella debba interfacciarsi, nel controllare di cosa si parli e con chi: “tu non devi parlare con lei, lei non deve parlare con te!” Gesù difende la libertà e la coscienza di Maria, compiendo un atto di misericordia verso Marta impedendole di compiere il più efferato dei crimini: ferire la coscienza.

Ogni sposo e sposa ha insito nella sua vocazione carismatica il dono di poter difendere la coscienza di chi ama a volte proteggendola proprio dalla persona stessa, invischiata purtroppo nel facile inganno di credere di non saper amare abbastanza e sentire per questo il senso di colpa che puo essere lenito da un semplice sguardo che ti ascolta.


[1] Cf. M. Crimella, Con me in Paradiso, p. 41.

[2] Cf. Amoris Letitia 305.

Fra Andrea

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Sposi: attenti alla zizzania!

In quel tempo, Gesù espose alla folla una parola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.
Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania.

In questa domenica, la liturgia ci offre la parabola della zizzania. Domenica scorsa ci ha offerto quella del seminatore. Come a dare continuità al messaggio che possiamo trarre. In questa parabola il terreno è di quelli buoni. Il seme anche. Eppure c’è anche in questo caso qualcosa che guasta il nostro raccolto. I frutti della nostra relazione, del nostro matrimonio.

Questa parabola può insegnarci tanto. Noi che ci siamo sposati con l’idea che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto. Con l’idea che quella cerimonia tanto bella fosse l’inizio di una favola. Invece poi c’è la vita di tutti i giorni. Ci sono i problemi, le litigate, l’insofferenza ai difetti dell’altro/a, il dialogo che diventa difficile. Potrei proseguire all’infinito. Ogni coppia sa cosa rende difficile la propria relazione.

Penserete quindi che quella è la zizzania. No quella non è la zizzania. Quella è la vita. Quella è la relazione tra due persone imperfette e piene di difetti come siamo tutti noi sposi. La zizzania è la tentazione di fissare lo sguardo su quei problemi. La zizzania è pensare di aver sbagliato a sposare quella persona perchè non è perfetta, non è come noi credavamo fosse o non è diventata come noi avremmo voluto.

La zizzania è lasciare che i problemi soffochino la bellezza della nostra relazione. E’ non riuscire più a vedere i pregi dell’altro/a, a dare per scontato ciò che di buono lui/lei fa per noi. Questa è la zizzania che può infestare e magari uccidere la nostra relazione.

Cari sposi non lasciate che questa tentazione prenda il sopravvento. Cominciate a spostare lo sguardo dal problema alla bellezza. Rendete grazie a Dio e all’altro/a per quanto di buono l’altro/a fa, per i suoi gesti di tenerezza e di servizio, per il tempo che ci dedica.

Il problema si può risolvere, ma si deve prima di tutto depotenziare. Non renderlo più il re della nostra relazione. Spostarlo dal centro dei nostri pensieri. Solo così partendo dalla bellezza che c’è nella nostra relazione, (qualcosa di buono c’è sicuramente), potremo trovare la forza per cambiare qualcosa di noi e magari, con il nostro amore, far nascere nell’amato/a il desiderio di cambiare a sua volta qualcosa di sé. Sempre per amore. Perché nessuna nostra sfuriata potrà convincerlo/a a cambiare. Solo amandolo/a per quello che è potremmo instillare in lui/lei la volontà di ricambiare l’amore gratuito ricevuto.

Quindi forza sposi guardate il terreno del vostro matrimonio con occhi diversi. C’è la zizzania, è vero, ma c’è anche tanto frutto.

Antonio e Luisa

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L’intimità ha bisogno del suo tempo

Ci sono tanti libri e tanti esperti che ci raccontano come uomo e donna siano diversi. Sono diversi non solo nel corpo. Sono diversi nella psiche, nella sensibilità, nel modo di vivere anche la sessualità. Lo dice la scienza. Con il tempo e con questa attività di blogger improvvisati (che però sta diventando un secondo lavoro) abbiamo raccolto le confidenze di tante persone. Uomini e donne che hanno trovato in noi qualcuno a cui confidare problemi e preoccupazioni. Questo articolo è una risposta molto sintetica e generale ad un problema che abbiamo riscontrato essere comune a tanti.

Ci siamo accorti che spesso in ambito sessuale tanti problemi nascono proprio dalla diversità uomo-donna. Uomo e donna hanno difficoltà a comprendere come l’altro/a viva la sessualità. Soprattutto come ami viverla in modo diverso da lui/lei. Anche nei tempi. E non si tratta di un dettaglio. La donna ama i preliminari, ama sentirsi al centro delle attenzioni del proprio uomo. Ama essere accarezzata, baciata, toccata. Ama sentire parole dolci e cariche di desiderio nei suoi confronti. La donna ama il tempo dei preliminari.

L’uomo no. L’uomo ha spesso fretta. L’uomo durante il rapporto vuole andare subito al sodo. Per l’uomo spesso esistono due sole parti del corpo della donna che sono interessanti, anzi tre: sedere, genitali e seno. Per molti uomini durante il sesso non esiste altro. L’uomo spesso desidera la cosiddetta sveltina: pochi minuti e poco impegno.

Capite bene che così non va. La donna ha bisogno di altro. Ha bisogno di tempo che le faccia accrescere il desiderio e che le permetta di abbandonarsi al marito. Capite ora come nasce l’insoddisfazione sessuale? Certo è una delle molteplici cause. Importante però. Il tutto è spesso aggravato dalla mancanza di dialogo su questi temi. Per l’uomo se lei non dice nulla va tutto bene. Invece lei si sente sempre più lontana dal marito. Si sente usata. Si sente incompresa. Non si sente appagata da una sessualità di questo tipo.

Cosa fare allora? Se c’è un problema parlatene. E poi donne, abbiate il coraggio di dire a vostro marito cosa vi piace e cosa non vi piace. Voi mariti abbiate la sensibilità di comprendere come la donna abbia bisogno di essere amata e messa al centro anche durante il rapporto sessuale. Cercate di vivere dei preliminari lunghi. cercate di goderne e di abbandonarvi anche voi alla tenerezza. Non c’è bisogno di correre. Il sesso è bello quando è vissuto fino in fondo e per farlo serve il giusto tempo e anche il giusto impegno. Che cosa volete voi? Unirvi a vostra moglie o scaricarvi su di lei? E’ un po’ brutale detto così, ma rende l’idea.

Se sarete capaci di mettere l’altro/a al centro tutto sarà più bello. Tu donna sarai capace di apprezzare la fatica che l’uomo farà per non essere troppo precipitoso, per darti il tempo di cui hai bisogno, e tu uomo non correrai e cercherai di preparare al meglio la tua sposa godendo di tutto il suo corpo e non solo di tre parti di esso. Quello che entrambi ne avrete in cambio sarà una intesa meravigliosa che vi permetterà di sperimentare un piacere completo dato non solo dalle sensazioni del piacere fisico ma anche dal dono che siete stati capaci di farvi vicendevolmente.

Antonio e Luisa

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Perchè è così difficile fare l’amore?

Quando il sesso va bene, conta il dieci per cento in una relazione.

Quando va male, rappresenta il novanta per cento della relazione.

(Michael Broohs)

Perché per tante persone è così difficile fare l’amore? Perchè è così difficile abbandonarsi ad un gesto che dovrebbe essere la più grande e bella espressione concreta del loro amore? I corpi nell’intimità fisica diventano manifestazione di un’unità che i due sposi dovrebbero sentire nei loro cuori.

Ci sono tanti motivi. Escluse cause fisiologiche e ormonali mi soffermo su una dinamica fondamentale da cui la coppia non può non essere condizionata. Nell’intimità ti porti tutto. Non è questione solo di corpo, solo di gioco e di divertimento. Il corpo diventa davvero modalità per manifestare tutta la persona nella sua complessità e tutta la relazione sponsale.

Nell’intimità ti porti tutto e costa fatica portarsi tutto, se questo tutto è pesante. Costa fatica abbandonarsi. Costa fatica alla donna senz’altro che, anche per come è fatta fisicamente, è quella che più deve accogliere, ma è difficile anche per l’uomo che fa fatica ad essere tenero quando ci sono tensioni e problemi. Nell’intimità ti porti le piccole e grandi tensioni che nascono dalla convivenza, ti porti le famiglie di origine quando queste si intromettono troppo, ti porti le parole sbagliate, ti porte le indifferenze e le incomprensioni. Ti porti tutti gli errori che nella coppia si fanno.

Come fare allora? Si pensa spesso che il sesso possa allegerire la coppia. Questo può funzionare (in apparenza) all’inizio, ma poi quando passano gli anni, arrivano i figli, aumentano le responabilità e i piccoli e grandi rancori non perdonati si stratificano uno sull’altro, il sesso non basta più. Non solo non basta ma sparisce. Costa troppa fatica e non c’è desiderio. Allora si smette di farlo facendo finta che non sia così importante. Invece è importante si.

L’errore sta proprio a partire dal sesso. Bisogna invece partire dalla relazione. Ritrovarsi, riguardarsi, dialogare. Soprattutto perdonarsi, ma perdonarsi davvero. Solo così si potrà alleggerire la relazione e di conseguenza rendere più semplice l’incontro dei cuori e dei corpi. La medicina è’ semplice da trovare, ma difficile da mettere in pratica. Dare acqua e sole alla pianta del nostro amore. Dare l’acqua della tenerezza, anche se non viene spontaneo farlo. Senza guardare quello che fa o non fa l’altro/a. Decidersi e farlo. Senza desistere o scoraggiarsi. E poi lasciarsi curare dai raggi del sole del perdono. Perdonarsi, farlo tutte le sere, anche per le piccole cose, magari nel calore di un abbraccio.

Così il peso del rancore e delle tensioni pian piano si alleggerirà. Ora non vi resta che alleggerire il peso delle giornate piene di lavoro e di impegni familiari. Altrimenti arriverete a sera che sarete distrutti e non avrete voglia di fare nulla se non di dormire. Trovate tempo di qualità. Trovate significa che va trovato a discapito di altro. Prendetevi un giorno di ferie e dedicatelo a voi. Non è un giorno buttato. Non potrebbe essere tempo speso meglio.

Antonio e Luisa

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