L’alfabeto degli sposi. P come preghiera.

La preghiera è fondamentale nella coppia. Si potrebbe affrontare il discorso da diverse angolazioni e sotto diversi punti di vista. Voglio soffermarmi su due concetti secondo me determinanti e spesso sottovalutati. Un primo accenno è dovuto a cosa sia realmente la preghiera della coppia. Attraverso il vincolo coniugale cristiano, dono matrimoniale dello Spirito Santo, Dio ci ha unito anche nell’amarlo. Nel matrimonio Dio ci chiede di essere amato con la mediazione di un’altra persona, attraverso un’altra persona. La preghiera è essenzialmente un dialogo d’amore tra noi e Dio. Un dialogo senza barriere e sincero. Può essere un modo per esprimere gioia, preoccupazione, paura, dolore e anche rabbia. Personalmente mi riesce difficile pregare il rosario, le novene e tutte quelle preghiere dove si recita una formula. Preferisco il dialogo con Dio, l’ascolto, l’adorazione. In quei momenti sento forte la consapevolezza, il desiderio di Dio, che mi chiede di essere amato nella mia sposa. Lui è lì davanti a me, ma è come se mi ricordasse che quello è un momento di Grazia, che non basta, se poi non lo cerco nella mia quotidianità, nella mia sposa.  Così ogni mio gesto di servizio e di amore rivolto alla mia sposa diventa preghiera, diventa direttamente rivolto a Gesù. Nella mia sposa sto amando Cristo. Questo vale per ogni gesto rivolto ad ogni fratello, ma nel matrimonio è ancora più importante. Diventa risposta alla vocazione personale, diventa gesto sacro, diventa profezia dell’amore di Cristo stesso. Amando Luisa sto rispondendo alla mia consacrazione.

Ricordo un passaggio meraviglioso, tratto dal libro Siamo nati e non moriremo più, dove viene raccontata la bellissima storia di Chiara ed Enrico. Storia bellissima nella sofferenza di una giovane mamma che muore di cancro. Solo Cristo permette di vivere in questo modo, questa follia dell’amore. Chiara scopre come tutto sia preghiera nel matrimonio quando è dettato dal desiderio di amare il suo sposo

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Cosa possiamo concludere?

La nostra preghiera contemplativa è autentica e sincera solo quando è accompagnata da una preghiera più operativa, che può apparire meno nobile, ma non lo è. La preghiera che dalla mente prende carne e si trasforma in azione e volontà. Questo non significa che la preghiera contemplativa vada eliminata, che bastano le opere. Al contrario: la preghiera contemplativa assume significato e si arricchisce delle opere. Le opere, invece, si nutrono della nostra preghiera. Madre Teresa, a questo proposito,  disse al Card. Comastri:

Ricordati che Gesù per la preghiera sacrificava anche la carità. Senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri

Le nostre offerte sono gradite a Dio nella misura in cui lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Sarebbe troppo facile e soprattutto sterile. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui e non vuole dividerci con la televisione o lo smartphone tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci ha messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

In Giovanni troviamo scritto:

come può amare Dio, che non vede, chi non ama suo fratello, che vede?

Spesso la fede può trasformarsi in parole, riti e formule che, se non trovano un fondamento nella vita concreta di relazione, diventano gesti vuoti.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

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L’alfabeto degli sposi. O come offerenti.

Nell’antichità, molto prima del cristianesimo, i nostri padri avevano comunque nel cuore il desiderio di Dio, e la necessità di mettersi in contatto con lui e cercavano un modo di trovarlo e adorarlo.

Salirono su un monte, perché Dio è nei cieli e il monte è il luogo che più si avvicina a Lui, delimitarono  una zona di terreno con paletti  e quella zona divenne sacra.

Sacra perché tutto quello che vi entrava diventava sacro, di proprietà di Dio. Venivano portati all’interno animali da sacrificare e frutti della terra da donare.

Questa zona sacra era chiamata Sacer. La persona che poteva entrare in questa zona e mediare con Dio, portare le istanze della popolazione e accogliere le risposte di Dio era il sacerdote.

Anche noi sposi, essendo consacrati nel  matrimonio e unti nel battesimo, siamo sacerdoti della nostra unione e della nostra famiglia. Anche noi abbiamo il nostro Sacer. Il nostro Sacer è il talamo nuziale dove sacrifichiamo a Dio noi stessi, donandoci totalmente al nostro sposo e alla nostra sposa. L’atto coniugale diventa così gesto sacerdotale, offerta d’amore e totale elevata a Dio, partecipiamo al sacrificio di Cristo. Il talamo nuziale è per gli sposi quello che per il sacerdote ordinato è l’altare. Sull’altare il sacerdote rinnova il sacrificio di Cristo, stessa cosa avviene tra gli sposi durante l’amplesso fisico.

Vivere bene e nella verità il rapporto fisico non è solo un atto d’amore verso il proprio coniuge, ma è un atto d’amore, un sacrificio verso Dio che ci ha consacrato per essere amore per noi e per il mondo.

Non solo; l’atto fisico, se vissuto in modo autentico, nella verità del gesto, ha due valenze. E’ nutrimento per la nostra relazione e il nostro cuore, incrementando il nostro amore naturale e l’apertura alla Grazia. E’ immagine di ciò che vogliamo vivere: dono reciproco e totale l’uno per l’altra, in ogni situazione della vita, non solo nel talamo nuziale. E’ impegno e rassicurazione vicendevole. Ci vogliamo essere sempre e comunque, l’uno per l’altra. Donarci senza risparmio e senza condizione. Vi rendete conto della bellezza di tutto questo?

Antonio e Luisa.

L’alfabeto degli sposi. M come morire.

Brutta questa. Cosa c’entra la morte con il matrimonio che è amore e vita? C’entra tantissimo. Solo morendo a me stesso posso aprirmi al matrimonio in modo pieno ed autentico. Cosa significa? Ci sono tre distinte morti che devo riuscire a portare a termine.

Devo uccidere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera L. (seconda parte)

Dopo l’atto penitenziale e la proclamazione della Parola mi piace approfondire la recita del Credo. Il Credo sono le verità della nostra fede. Il Credo spesso si riduce nel recitare a memoria una formula fatta di parole che ripetiamo senza metterci nè cuore nè testa. Quelle parole andrebbero invece decantate nel cuore dopo averle ascoltate con la testa, la nostra ragione e il nostro pensiero. Così il Credo diventa qualcosa di bello. Quanti si sono fermati a riflettere un po’ su questo simbolo. Perchè lo chiamo simbolo? Ho trovato una risposta molto interessante su un libretto che ho acquistato dalle Paoline per curiosità. Si intitola “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”. Gli autori affermano che il Credo è un simbolo perchè mette assieme la chiamata di Dio, il suo amore per noi, e la risposta della Chiesa, il nostro amore per Lui. Simbolo deriva infatti dal greco “symballein” che significa far aderire due elementi diversi, in questo caso la misericordia di Dio con la fede della sua Chiesa.

Anche gli sposi nella loro liturgia d’amore hanno bisogno di dirsi il loro credo. Hanno bisogno di accogliere e donare la vicendevole dichiarazione d’amore. Gli sposi per questo non usano le parole. Meglio dire non usano solo le parole. E’ bellissimo sentirsi dire ti amo dal proprio sposo o sposa. E’ bellissimo se le parole sono sostenute dalle azioni. Quel ti amo, quel credo che gli sposi si dicono nella loro liturgia d’amore sa di autentico e di  vero solo se sostenuto e sostanziato dalla corte continua. La corte continua è il Credo degli sposi. Ogni tenerezza, servizio, parola di incoraggiamento, gesto di cura, consolazione, sguardo che rafforza, regalo, momento speciale e ogni altra azione, ogni altro gesto e ogni altra parola che mettono l’altro/a al centro, che decentrano su di lei/su di lui il nostro sguardo è un modo per riempire di verità e di pienezza la nostra liturgia sacra, la nostra intimità e riattualizzazione del sacramento.

Diceva il nostro padre spirituale che l’amplesso fisico può essere il più alto gesto d’amore sensibile come il più squallido modo di usare una persona. L’amplesso fisico svuotato del suo significato diventa pura ricerca di piacere. La lussuria è questo. E’ prendere questo gesto bellissimo che dovrebbe permetterci di essere pienamente umani e capaci di donarci e di accoglierci nella verità, e distruggerlo. Distruggerlo cosificando l’altro/a, trasformandolo/a in un oggetto che ci serve per soddisfare le nostre pulsioni e fantasie.

Solo ora dopo che abbiamo preparato il cuore ad accogliere il sacrificio di Cristo possiamo celebrare la liturgia eucaristica. Solo dopo aver ammesso le nostre fragilità e peccati con l’atto penitenziale, solo dopo aver ascoltato la Parola che ci ha introdotto nell’intimità con Gesù e solo dopo aver fatto memoria della nostra fede e dell’amore che ci lega con Dio attraverso il Credo, solo dopo tutto questo possiamo pensare di accogliere Gesù nel cuore e di capire qualcosa di quel sacrificio che viene rinnovato sull’altare.

Per questo la Messa può aiutarci a capire il nostro sacramento del matrimonio che ha una sua liturgia ed ha bisogno anch’esso di essere preparato e accolto nel cuore.

Noi sposi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo. Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante.

La nostra liturgia sacra è meravigliosa. Deve essere però preparata bene. Ci serve l’atto penitenziale per riconoscere l’altro come un dono grande, riconoscere le nostre fragilità per poter accogliere le sue, riconoscerci piccoli per poterlo/a amare. Serve poi la liturgia della Parola. Gli sposi devono parlare costantemente, in ogni momento possibile, il linguaggio dell’amore fatto di carezze, parole, gesti, azioni che nutrono il rapporto e preparano il cuore all’unione dei corpi, aumentando sempre più il desiderio di essere uno e di rispondere con tutto se stessi a quell’amore così grande ricevuto dall’altro/a. Infine serve il Credo per fare memoria di tutti quei momenti che ci hanno riempito il cuore di tenerezza e di cura l’uno per l’altro/a. Dirsi un ti amo che si vive nella vita di tutti i giorni concretizzato in uno sguardo sempre decentrato verso lui/lei. Solo così l’amplesso fisico può essere davvero il culmine, il punto più alto di una liturgia sacra e non un misero piacere di pochi secondi che non lascia nulla, se non un desiderio profondo non soddisfatto che non ci può dare pace e gioia.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera I (seconda parte)

Imperfezione. La consapevolezza della nostra imperfezione non è un limite, ma un’occasione. Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche  la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a , semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione.

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate  la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera I.

Con la lettera I farò una sola riflessione, ma che tocca due parole tra loro complementari. Intimità e interezza. Cercherò di spiegare come al contrario del sentire comune l’intimità fisica sia molto più ricca e bella dopo anni di matrimonio spesi in una relazione fedele e autentica rispetto a ciò che si può sperimentare all’inizio di una relazione o peggio ancora in incontri occasionali.

Per uno sposo non c’è nulla di più bello e meraviglioso della sua sposa. Non parlo di mistica, ma di ciccia, di carne. Parlo naturalmente di ciò che posso vedere e toccare. Di ciò che è tangibile. Non c’è nulla che mi riempia maggiormente lo sguardo del corpo della mia sposa, trasfigurato dall’amore che ci unisce e che traspare dal suo sguardo. Un corpo di una bellezza che solo io posso percepire in modo così profondo e pieno. Gli anni passano, la bellezza dovrebbe sfiorire, ed è così, oggettivamente è così. I capelli iniziano a imbiancarsi, le rughette sul viso si vedono, cinque gravidanze hanno lasciato qualche segno sul corpo. Eppure è sempre più bella. Non me lo spiego, ma è così. La mia sposa mi appare ogni giorno più bella. Una meravigliosa amalgama di femminilità, dolcezza, tenerezza e accoglienza. Padre Raimondo ce l’aveva detto: Ricordate ragazzi che esistono due tipi di bellezza, quella oggettiva che vedono tutti e quella soggettiva che è solo vostra e dipenderà da come vi siete amati, da come avete perfezionato il vostro rapporto e dalla tenerezza e cura che vi siete riservati l’uno per l’altra.

Non ci credevo fino in fondo, ma mi sono fidato. Ora posso dire che è proprio così. Sono quindici anni che siamo sposati e ogni volta che torno a casa dopo una giornata fuori e  trovo Luisa, vivo sempre la stessa sensazione di meraviglia. Quella bellezza soggettiva che riempie i miei occhi è fatta di tante cose, è fatta di ricordi, di fedeltà, di attenzioni, di perdono, di momenti speciali, di carezze, di abbracci, di baci, di amplessi, di momenti difficili, di gioia, di unità, di pianti, di dialogo, di ascolto, di unione e intimità. Quando guardo la mia sposa vedo tutto questo in lei, una bellezza trasfigurata dall’amore fedele ed esclusivo di tanti anni di matrimonio e di vita comune.

Per spiegarmi meglio mi faccio aiutare dal Cantico dei Cantici, poema profondissimo della Bibbia dove si canta l’amore concreto, erotico degli sposi.

8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’uomo che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria amata regina e desiderata. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo d’amore oltre la semplice fisicità della donna che, pur bella che sia, non può riempire gli occhi dell’uomo a cui non basta la concretezza del corpo. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza che ricomprenda anche lo spirito e il cuore. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico, perchè ripresi da una nota canzone, usata spesso anche durante le celebrazioni del rito nuziale. Questi versetti indicano tutta la bellezza e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata che non si riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso, la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo di donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione che abbiamo voluto dare, potrebbe vedere in questo amore così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella propria sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi.

Per concludere e rafforzare questa mia riflessione vi racconto un fatto vero, documentato. Accaduto non molti anni fa. Esattamente nel 2011 in Australia. All’epoca aveva suscitato grande clamore.

Turia Pitt, ex modella e sportiva australiana, oggi simbolo ed esempio per tutte le donne del mondo. Tre anni fa l’ex modella è incappata in un vasto incendio nei boschi del Sudafrica, perdendo quasi la vita. Le conseguenze sul suo corpo sono state devastanti e rimarranno tali per tutto il resto della sua esistenza: ustioni gravi che l’hanno ricoperta per il 65%, 100 interventi chirurgici e 800 giorni in ospedale.

Con il passare del tempo, Turia ha saputo rialzarsi, riprendersi e addirittura diventare una motivatrice per tante donne. Nel frattempo ha lasciato le passerelle e lo sport, facendo della sua esperienza un punto da cui ripartire e un esempio per aiutare gli altri. Gli ostacoli e il cambiamento fisico non hanno compromesso nemmeno la storia d’amore con Michael Hoskin. Un uomo che si è dimostrato forte e nello stesso tempo dall’animo profondo.

Michael, intervistato qualche giorno fa dalla CNN, ha raccontato di avere recentemente lasciato il suo lavoro per stare accanto la compagna. “È come se avessi sposato la sua anima, lei è l’unica donna che continua a realizzare i miei sogni“, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente televisiva statunitense. Parole che hanno commosso tutti i presenti e che sono la prova di come un legame possa andare al di là dell’esteriorità.

Il viso di Turia è sfigurato dalle fiamme, ma non è sfigurato il suo amore e quello di Michael che bruciano di un fuoco che non consuma e non riduce in cenere ma che brilla più che mai. Questa è la bellezza soggettiva di cui tanto ho cercato di parlare. Bellezza che tutti possiamo sperimentare e vivere a condizione di dare tutto in una relazione fedele e per sempre.

Antonio e Luisa

Tutta la famiglia è preghiera.

Invitati a parlare di preghiera di coppia, con mio marito, abbiamo scandagliato le radici del cuore, insieme allo Spirito Santo, e ci siamo resi conto che non avremmo mai e poi lasciato la ricetta della giusta o della bella preghiera ma che avremmo approfondito altri significati.

Il nostro desiderio era, semmai, di lasciare che gli altri leggessero in noi qualcosa di “pregabile” o meglio, lasciare il profumo di Cristo e il modo di arrivare alla Sua amicizia.

Tutta la famiglia è preghiera. Dio, pregando, ha creato la coppia.

Occorre imparare a LEGGERE LA FAMIGLIA, perché la sua storia è scritta nel progetto di Dio per l’uomo. Potremmo azzardare dicendo che è proprio Dio che vuole “metter su” famiglia con noi.

Lo vuole fare sempre, a partire dal tempo del fidanzamento, passando per il viaggio del matrimonio fino alle nozze della vita eterna. Lo vuole fare con tutti, iniziando dagli “alberi” da cui proveniamo, quelli genealogici!

Per questo abbiamo ricevuto degli imperativi necessari dal nostro Creatore:

L’uomo ABBANDONERÀ il padre la madre

Si UNIRÀ al suo coniuge

I due SARANNO una sola carne

CRESCERANNO

SI MOLTIPLICHERANNO

Anche Gesù nasce in una famiglia e tutta la scrittura è un linguaggio nuziale, ovviamente non solo il Cantico ma tutta la Bibbia parla di un matrimonio continuo.

Cosa occorre però per entrare nella preghiera del cuore di due innamorati che hanno deciso di amarsi diventando coppia?

Se pregare è incontrare l’altro è necessaria la CHIAVE per aprire il cuore altrui e se ci vuole una chiave significa che ci sono delle PORTE da dover aprire.

GV 10,9 “Io sono la porta. Chi entrerà attraverso me sarà salvo”.

Le porte che possiamo individuare sono essenzialmente 4:

-LA PORTA DELLA CHIESA

-LA PORTA DELLA CASA

-LA PORTA DELLA STANZA NUZIALE

-LA PORTA SANTA

🚪 La porta della chiesa è quella che ci permette la realizzazione del verbo dell’ABBANDONARE perché, col matrimonio avviene il passaggio dalla condizione di figlio a quella di sposo.

I genitori nel consegnare l’uno all’altra fanno un passo indietro e vanno a sedersi addirittura alle spalle dei testimoni. Ciò significa che la famiglia diventa di origine e gli Sposi sono la nuova famiglia.

🚪 La porta della casa è il luogo ove tutto comincia e che consente la realizzazione del verbo dell’UNIRE.

Ecco la chiesa Domestica, ecco dove ogni atto diviene liturgico ed ecco dove si condivideranno le dinamiche maschile e femminile con tutte le implicazioni caratteriali che susciteranno conflitti e rappacificazioni nella prospettiva della crescita e soprattutto della costruzione del famigerato NOI.

Qui bando alle maschere che, vuoi o non vuoi, saremo costretti a togliere.

🚪 La porta della stanza nuziale che realizza il verbo dell’ESSERE UNA SOLA COSA e del MOLTIPLICARE.

Qui si attua la vera intimità. L’unione coniugale. I due che sono Uno. L’apertura alla vita.

Qui si celebra il sacramento perché l’atto più liturgico sarà proprio laddove l’uomo e la donna sapranno donarsi totalmente fino a ricreare quell’essere divino creato ad immagine e somiglianza di Lui. Al centro di due coniugi c’è Cristo che si incarna nell’icona della famiglia in forma trinitaria.

🚪 La porta Santa è la meta. Nella chiesa Universale essa viene aperta ogni 25 anni ma, per una coppia, è la porta della Santità. Al momento del passaggio l’essere umano è da solo ad attraversare la sua porta ma, poi nella Gerusalemme Celeste tutto si ricongiungerà e sarà li il vero successo di un buon matrimonio. Santi insieme!

E allora…..perché pregare? Cosa è la preghiera? Perché c’è difficoltà nel pregare?

La preghiera è un TU. E se è così, TU chi sei veramente? Conosco il mio tu? Il bello è che non conosco neppure il mio io.

Dunque la preghiera è avere un TU con cui condividere la vita. Un TU per eccellenza. Un TU che c’è sempre, che mi segue e mi precede.

Un TU da farmi amico, da conoscere bene, da essergli fratello. Un TU che entra in dialogo con me.

Per arrivare al TU occorre aprire quelle porte e per poterlo fare ho bisogno delle CHIAVI ad esse relative.

Matteo 16:19 Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli».

Le chiavi sono fondamentali per aprire il cuore al perdono e alla salvezza.

Ma quali possono essere queste chiavi?

🔑 EUCARISTIA QUOTIDIANA

Conosco se frequento. Gesù Cristo è quel TU che deve diventarmi amico e fratello. Lui è il vero passe-partout di ogni porta. Il badge Universale!

A Lui chiedo ciò che vedo nel mio cuore: guarigione dai malanni dello spirito, preghiera per il coniuge in quanto sacramentalmente uniti, preghiera per ciò che mi viene suggerito.

Più lo frequento e più lo conosco il mio Gesù! Ovviamente ad esso collegato è ilSACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE, chiave essenziale per incontrare Gesù e questo lo diamo per già acquisito. Confessione ed Eucaristia vanno di pari passo.

🔑 TALAMO NUZIALE

Questa è la chiave che apre la porta della stanza degli sposi. Qui il fondamento è la preghiera perché nell’atto coniugale, quando i due divengono una sola carne, essi celebrano il sacramento per cui sono ordinati. Al centro vi è Gesù che li trasforma in quell’essere divino creato ad immagine e somiglianza del Padre Creatore. Qui essi sconfiggono Asmodeo, il demone che impedisce l’unione coniugale come accade nel libro di Tobia al capitolo 8 versetti 2-9.

Qui si compie ciò che per dono di Dio moltiplica e accresce attraverso il misterioso e straordinario dono della vita. Questa chiave è l’espressione dell’unità profonda e dell’intesa preghiera interiore.

🔑 PAROLA DI DIO

La Parola compie ciò che dice. Non è come il nostro modo di aprir bocca, è totalmente diverso ed efficace il parlare di Dio. Dio ci rivolge la parola per primo perché Lui entra in dialogo con noi e conduce la nostra storia chiedendo di collaborare. Che bello avere sempre presente la parola di Dio. Leggere, ascoltare, compiere.

🔑 PADRE SPIRITUALE

Un terzo che abbia saggio discernimento è fondamentale per se stessi e per la coppia.

Mai da soli ma con chi ti fa da specchio e ti accende le due spie del bene e del male affinché tu scelga responsabilmente ma consapevolmente ciò che conta per la tua anima.

E allora perché pregare?

Per imparare a parlare con Dio nella storia personale e familiare nel quotidiano dell’esistenza.

Il mondo è il convento della coppia e in questo due cose sono essenziali:

FERMATI e TROVA IL TEMPO, ricordando che Dio prima ha santificato il tempo e poi ha santificato lo spazio, quella tenda e quell’abitare in mezzo a noi.

Fermati e trova il tempo affinché il tempo non trovi più te quando sarai tu stesso a cercarlo!

AMEN

Cristina Epicoco Righi

L’alfabeto degli sposi. La lettera H.

Trovare una parola con la lettera H non è stato facile. Ancora più arduo trovare una parola che avesse un significato profondo e fosse luce per noi sposi. Ho trovato Habitus.

Habitus, nella lingua latina, può indicare il modo di vestirsi e abbigliarsi. E’ molto più di questo. Indica un modo di essere, indica il carattere, l’atteggiamento, lo spirito e la disposizione d’animo.

Qualcosa di molto più profondo ed importante di un semplice abito da indossare, ma l’abito che rappresenta ciò che siamo e che vogliamo essere.

Arriviamo così alla riflessione che questo termine latino mi ha provocato. In realtà è una riflessione di alcuni mesi fa e già pubblicata, ma è perfetta per entrare nella realtà sponsale che voglio approfondire con questa parola chiave.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito per la sposa, molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo,erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna(e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te.

Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto). Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarra un tesoro da custodire e proteggere. Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e in quell’uno potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera G.

Con questa lettera le parole guida della nostra relazione sono tantissime. Il mio matrimonio può essere taggato con gioia, gratuità, gratitudine e, naturalmente, Grazia. Con questo articolo approfondirò le prime tre parole. Per farlo ho deciso di condividere una riflessione di alcuni mesi fa della bravissima Cristina Righi.

C’è più gioia nel dare o nel ricevere?

Non a caso questa domanda è a trabocchetto perché, la prima risposta che daremmo, forse, è che la nostra gioia si esprime nel dare.

Si, è vero, molti di noi sono generosissimi e donano largamente ma, sotto sotto, in fondo in fondo, non perfettamente animati da una totale gratuità.

Paradossalmente però, la difficoltà maggiore, la prova non tanto chi dona (seppur desideroso di essere ringraziato sempre e comunque) ma chi riceve, nel senso che è difficile ricevere gratuitamente senza sentirsi in debito.

Insomma, l’essere umano come la fa la sbaglia.

Eh si perché, a causa del famigerato peccato originale, che ha reso ognuno  suscettibile di tanti sentimenti, per  noi uomini e noi donne, qualunque gesto compiamo, ricade sotto la legge della carne che, se non totalmente abbinata a quella dello Spirito, ci farà sentire sempre debitori o creditori.

C’è un luogo privilegiato dove tutto questo è risolvibile o meglio, dove esiste un’opportunità perché il dare e il ricevere acquisisca il sapore della gratuità.

Questo luogo è il sacramento del matrimonio.

Quale miglior palestra se non quella di due coniugi che, per scelta si uniscono per diventare Uno e dove non esisterà più il tutto mio, il tutto tuo, il nascondimento, la pretesa di essere, la pretesa del fare, la forma piuttosto della sostanza e tanto altro?

Esatto, perché, nel matrimonio, gratuitamente do  e gratuitamente ricevo.

Non ho bisogno di facciata quando dono qualcosa di mio al coniuge perché da lui non mi aspetto altro che renderlo felice. Ovviamente il suo grazie mi riempirà ancor di più ma l’intento primordiale sarà solo ed esclusivamente quello di  dare felicità e gioia all’altro senza pretendere nulla in cambio.

Ahimè se così non fosse!!

Vorrebbe dire che un bip bip rosso si sta accendendo per allarmare la mia non corretta relazione sponsale.

Semmai dovessi agire aspettando che l’altro faccia o dica in base a ciò che ho fatto e detto io qualcosa non funzionerà come dovrebbe e, in men che non si dica, arriverà la crisi.

A cosa serve allora mettere al centro Cristo il giorno in cui, innamorati e cotti, ci siamo detti il nostro si?

Serve a ricordare la logica del dono, del dare e del ricevere.

Il matrimonio, in quanto sacramento, non dimenticherà mai la presenza costante e quotidiana di colui, Gesù Cristo, il quale unico è stato capace di donarsi, dando la vita, non tanto per i suoi amici ma soprattutto e addirittura per i suoi nemici. Che grande aiuto è per noi questo!

Lui ha donato e basta perché fossimo salvi….ti pare poco?

Ecco dove poter attingere ed allenarsi per imparare la gioia nel dare:

 

IL SIGNORE AMA CHI DONA CON GIOIA (2 Cor 9,7)

 

Fratello e sorella che doni con gioia non sai quanto riceverai in cambio senza desiderare il contraccambio. L’altro, che avrà saggiato la bellezza di ogni tuo gesto d’amore si sentirà in dovere di ripagarti con altrettanta gioia e tu, sorella mia, non dirai mai più «lui non fa questo, lui non fa quello» perché lo avrai così riempito dei doni da te elargiti che non accamperà più obiezioni a renderti felice. E lo troverai a fare ciò di cui potrai sorprenderti.

Sai però  perché ti viene da obiettare? Perché, forse,  tu per prima, non doni con gioia!

Coraggio, fai questa prova, anche laddove sei ferito, tradito, deluso, abbattuto…

Dona con gioia, indipendentemente da cosa troverai, perché un giorno, il Cristo che hai chiamato al centro della tua esistenza, l’ha fatto Lui  per primo e ha dovuto persino dire:

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. (Lc 23, 34-35)

 Questo lo ha detto mentre donava tutto se stesso, ma tu ed io abbiamo Lui per fare esattamente la stessa cosa.

L’alfabeto degli sposi. La lettera F (seconda parte).

Come anticipato nel precedente articolo, la seconda parola chiave è fedeltà. Ma quale significato ha questa parola per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera C (2 parte)

La seconda parola chiave che reputo importante più di altre è castità. Cosa significa castità? Meglio, cosa significa castità nel matrimonio? Questa parola, probabilmente con responsabilità anche di uomini di chiesa, è associata al divieto, alla frustrazione del desiderio e del piacere. E’ proprio così?

Per cercare di comprendere meglio questa parola ho deciso di avvalermi del Cantico dei Cantici. Il Cantico è il libro della Bibbia che racconta l’amore erotico, l’amore sensibile e carnale, ma non per questo impuro ed egoista. Tutt’altro un amore autentico e casto.

[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

LA SPOSA

[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

LO SPOSO

[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.

 

Siamo nel terzo canto, e il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente il momento dell’incontro con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che si sono scambiati e comunicati attraverso lo sguardo, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’abbraccio dell’amplesso.

E’ bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, giardino chiuso perchè sarà aperto solo da chi ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con l’amore e la promessa del per sempre. Solo in quel momento lo sposo otterrà la chiave per accedere al giardino, un giardino dove potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico Quel giardino è chiuso e solo lo sposo, il Re, ha potuto accedervi e questo lo rende pazzo di una gioia incontenibile. Non è perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione d’amore.

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro. Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come Re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza! Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma amare la propria sposa.

Concludendo, cosa ci insegnano gli sposi del Cantico? Come realizzare un amore tanto bello e casto nella vita concreta matrimoniale? Gli sposi vivono pienamente e concretamente la castità quando s’impegnano con tutto loro stessi nella crescita del loro amore, realizzando in modo sempre più perfetto la riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), estendendone i frutti alla seduzione continua (corte continua tra gli sposi).

Gli sposati vivono quindi la castità nell’esercizio amoroso delle varie manifestazioni fisiche, compreso il rapporto sessuale. La loro castità non consiste, come molti cristiani pensano, nell’astenersi dal rapporto sessuale. Questa è la castità dei non sposati.

L’astinenza dall’intimità fisica può essere praticata dagli sposi come una rinuncia temporanea per purificare il proprio cuore e crescere nell’amore di Dio, favorendo così in loro una pratica più perfetta della castità. Questa astinenza, infatti, essendo  una particolare preghiera del corpo, loda il Signore ed ottiene dallo Spirito una maggiore disponibilità ad ottenere e vivere gli aiuti divini legati al sacramento del matrimonio.

Occorre però sempre ricordare quanto S. Paolo dice, nel nome del Signore, agli sposi: “Astenetevi tra voi di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perchè satana non vi tenti nei momenti di passione.

L’astinenza è cara al Signore quando gli sposi, pur desiderando ardentemente il rapporto sessuale, vi rinunciano per crescere nella comunione con Lui.. E’ invece semplice pigrizia quando vi rinunciano per una normale stanchezza.

Gli sposi comprendono pienamente e praticamente questa differenza solo scoprendo e vivendo  il valore sacramentale dell’unione fisica. Tante coppie si sentono sempre stressate e quindi rinunciano al rapporto fisico e quelle poche volte che lo fanno  lo vivono con un amore fiacco, perchè non ne hanno assimilato il valore umano e spirituale per la vita di coppia.

Gli sposi se vogliono tendere alla santità, devono, con l’aiuto dello Spirito, recuperare tutta la bellezza del rapporto fisico vissuto come riattualizzazione rinnovazione del sacramento del matrimonio.

Solo così diventeranno evangelizzatori di un sesso sano, ecologico e sacralizzato.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. Lettera B

Partendo dalla seconda lettera del’alfabeto e riflettendo sul mistero nuziale e l’amore degli sposi mi sono venute in mente due parole: benedire e bacio.

Benedire: gesto sacramentale.

La benedizione nella realtà sponsale ha due significati entrambi importanti. Il primo è legato al significato etimologico del termine. Benedire come parlare bene del mio coniuge. Non è qualcosa di secondario. Non è qualcosa di secondario se quello che pronunciamo ha una consistenza nel profondo dei nostri sentimenti e del nostro cuore. Parlare bene significa esprimere un atteggiamento interiore che è portato a non portare rancore e rabbia verso il nostro sposo o la nostra sposa. Significa trarre forza dal sacramento e dalla promessa per amare per primo e non a condizione che l’altro sia a sua volta amabile. In questo caso il benedire diventa una sfida contro la mentalità comune, contro il nostro egoismo e contro anche il nostro senso di giustizia. Come giustamente dice Enrico Petrillo, marito di Chiara Corbella, l’amore non è giusto perchè ti chiede di dare tutto. E’ però liberante nel vero senso della parola, ci libera da tutto ciò che noi abbiamo costruito, ma che ci imprigiona,  per lasciare che sia Dio a costruire attraverso di noi.

La benedizione è anche un sacramentale. La benedizione  non è un sacramento, ma un sacramentale. Ciò significa che non ha un potere immediato, ma dipende dalla grazia e  dalla devozione dei soggetti che ne usano. La benedizione è solitamente materia per sacerdoti. Non esclusivamente dei sacerdoti. Ricordo che noi siamo consacrati e siamo ministri del matrimonio in virtù del sacerdozio di Cristo. Possediamo il sacerdozio comune, tutti i battezzati lo posseggono. Questo ci abilita a benedire il nostro coniuge e i nostri figli. Noi lo facciamo tutti i giorni. ci affidiamo vicendevolmente a Gesù disegnando una croce sulla fronte del coniuge e dei figli. Che bello benedire la mia sposa. In quel momento Gesù, che è presente nella nostra unione in modo misterioso, ma vivo e reale, in modo simile alla presenza nell’Eucarestia, in quel momento sta benedendo la mia sposa attraverso di me. Meraviglioso.

Bacio: incontro di anime

Il bacio degli sposi è qualcosa di diverso da tutti gli altri. C’è un simbolismo bellissimo. Gli sposi con questo gesto mostrano di desiderare l’unione delle proprie anime, vogliono scambiarsi lo Spirito, entrare nell’altro e farne parte. Lo Spirito non è rappresentato anche nella Bibbia dal soffio di Dio nella bocca dell’uomo? Dio ci ha donato l’anima attraverso un bacio d’amore. Questo gli sposi, consapevolmente o inconsapevolmente, vogliono fare. Vogliono donare tutto se stessi al/la proprio/a amato/a e il bacio diventa espressione del dono dell’anima. Ricordo quando alcuni anni fa visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani e vedemmo un dipinto molto bello. Rappresentava gli sposi in piedi nell’atto di unirsi nell’amplesso e contestualmente nell’atto di baciarsi. Quel dipinto rappresenta l’unione intima degli sposi in anima e corpo. In quel momento gli sposi sono un’anima e un corpo solo e non desiderano altro che rimanere in quell’abbraccio che li rende uno e li avvicina a Dio.

La nostra società ci sorprende anche in questo. Il bacio dei fidanzati, che ancora non sono uniti in un solo cuore, spesso esprime questo desiderio di unione profonda; mentre quello degli sposi, che sono quell’unione, perde di forza e passione e spesso si riduce a uno sfiorarsi le labbra. Gli sposi che non si baciano, così come quelli che non si uniscono intimamente, hanno perso il senso della propria unione e, quando non si separano, restano legati, non dalla forza dell’essere uno nell’altro e dal desiderio forte di vivere questo, ma da un’abitudine che li riduce a persone che si accompagnano fino alla morte.

Antonio e Luisa

 

Vi doniamo il nostro tesoro.

Carissimi, con grande gioia vi invio questa opera. Un’opera molto semplice, ma che racchiude un tesoro grande. Racchiude la bellezza, la bellezza di una relazione piena, di un matrimonio vissuto alla luce di Dio, ma non nell’etereo e nell’astratto. Il matrimonio è il sacramento della carne. L’amore presente nel cuore di ogni uomo e di ogni donna perfezionato e trasfigurato dallo Spirito Santo effuso in esso necessita della carne, del corpo per essere espresso, mostrato, trasmesso e percepito. Attraverso il corpo e tutte le sue doti di tenerezza e dolcezza possiamo fare esperienza dell’amore di Dio.

Questo libro nasce da lontano, nasce dall’impegno e dall’apostolato di un frate cappuccino. Padre Raimondo Bardelli, missionario emiliano, ha speso la sua vita al servizio di Dio tra l’Africa e la Turchia. In questi anni di cura e accompagnamento di giovani di culture molto diverse ha sentito una chiamata forte a prendersi cura dell’educazione affettiva dei ragazzi e dei giovani sposi. Ha visto come una gran parte di loro andasse incontro a sofferenze e solitudini perché incapaci e impreparati a vivere l’amore. Ha iniziato a studiare alacremente. Non solo documenti della Chiesa, ma anche psicologia e sessuologia. Si è circondato di alcuni ragazzi professionalmente preparati tra cui Luisa, quella che chiamava la sua ginecologa, che ora è tra coloro che coordinano la nostra associazione e che ha contribuito a questo libro. Ha chiesto conferma delle sue deduzioni a università importanti. Ne è nato un percorso di ricostruzione affettiva che ha “salvato” tantissimi giovani tra cui mia moglie e me. Ora Padre Raimondo ci segue dal cielo. E’ salito al padre circa 10 anni fa. I suoi ragazzi, ora sposi maturi, non hanno lasciato morire il suo progetto, sempre più necessario ed attuale. I corsi proseguono tutte le estati in una località montana in provincia di Brescia: al Gaver presso il Villaggio Paolo VI. Naturalmente li consiglio a tutti. Il libro può essere un approccio ad una realtà bellissima, ma solo con il corso si può entrare profondamente in quello che il libro può solo accennare.  Il corso è stanziale, ha la durata di sei giorni e permette con una spesa molto modesta di entrare in profondità della nostra natura umana godendo anche della bellezza di un panorama alpino incontaminato.

Dall’apostolato di padre Raimondo è nata anche un’associazione. L’intercomunione delle famiglie nasce per fare rete. Nasce per sostenersi a vicenda nella crescita spirituale di coppia e nel portare avanti il progetto di Dio sulla nostra famiglia. Esistono diversi gruppi locali aperti a tutte le famiglie. Potete trovare informazioni sui gruppi locali e sui corsi al Gaver consultando il  sito della nostra associazione www.intercomunione.it .

Infine vi chiedo la gentilezza di mostrare il libro al vostro sacerdote. Se fosse interessato agli argomenti trattati sarei felice di mandargli una copia gratuita e nel caso volesse anche a organizzare momenti formativi presentati da una famiglia della nostra associazione. Non chiediamo nulla se non il rimborso delle spese sostenute per la trasferta.

Vi ringrazio ancora di cuore e vi auguro di poter concretizzare quanto scritto nel testo. Il matrimonio è meraviglioso nonostante tutte le fatiche e gli imprevisti che possiamo incontrare. E’ meraviglioso perché siamo nati per amare ed essere amati e il matrimonio è la nostra risposta a questo desiderio profondo del cuore, è la nostra vocazione.

Per acquistare il libro a 8 euro (compreso di spedizione) potete inviare un messaggio whatapp al 3388575865 oppure scaricarlo direttamente da Amazon gratuitamente

Antonio e Luisa

Comunione a tutti?

Oggi voglio tornare su una infinita polemica che è in atto all’interno della Chiesa.  Tra i guelfi della misericordia e i ghibellini della verità. Tra i media che esultavano per il trionfo dell’amore e chi negava che ci fosse qualsivoglia cambiamento rispetto alla tradizione e agli interventi pastorali. Nessuna delle due “fazioni” ha colto le intenzioni del Papa, espressione di un cuore aperto allo Spirito. Spirito che ha soffiato forte sui due concili che lo stesso Papa ha voluto per la famiglia. La Chiesa sotto la tempesta mediatica e la lotta intestina è andata avanti, nel silenzio, senza clamore. Ogni diocesi, credo cercando una certa unità di indirizzo, ha elaborato o sta elaborando delle linee guida. Questo è il periodo storico della misericordia, dell’ospedale da campo dove curare e rimettere in piedi  la moltitudine di persone ferite a morte dalla vita e dalle relazioni malate. Questo il Papa lo sa bene. In Amoris Laetitia è chiaro.

Perchè riprendo questo discorso dopo che sono passati anni dall’uscita di Amoris Laetitia e ne ho già ampiamente parlato tempo fa? Ho avuto modo di leggere le linee guida della mia diocesi di Bergamo. Sono rimasto illuminato e piacevolmente colpito. Ecco cosa voleva indicare il Papa. Il vescovo di Bergamo e i suoi collaboratori hanno svolto un lavoro mirabile. Niente comunione a tutti. Si alla comunione in alcuni casi.

Ecco sinteticamente i punti che devono essere presi in considerazione nel discernimento personale e l’accompagnamento pastorale secondo quanto elaborato dal mio vescovo:

  1. stabilità ed irreversibilità dell’attuale unione;
  2. serietà, moralità, responsabilità nel vivere l’attuale relazione di coppia e genitoriale;
  3. richiesta di perdono e riparazione di eventuali danni causati nella rottura del matrimonio precedente e superamento di ostilità, aggressività, rancori;
  4. fattiva disponibilità e collaborazione per un’eventuale verifica e processo di nullità del precedente matrimonio, attraverso un’adeguata consulenza;
  5. ripercussioni e conseguenze nella propria comunità cristiana relative sia alla rottura del precedente matrimonio sia all’avvio della nuova unione;
  6. buon cammino spirituale, comprensivo di una valutazione del significato dei rapporti coniugali, nella consapevolezza della complessità della propria situazione e nella prospettiva della permanente conversione e maturazione della vita di coppia.

Dopo queste indicazioni mi sento di poter rassicurare tutte le persone che hanno subito un abbandono e vedono il loro coniuge “felice” con un’altra persona. Quelle persone che non solo devono sopportare la solitudine, il tradimento e la sofferenza lacerante della loro situazione, ma che si sentivano anche tradite e abbandonate dalla Chiesa. Il Papa non ha gettato la spugna. Riconosce sempre l’indissolubilità del matrimonio e l’ingiustizia della loro condizione. Il vescovo di Bergamo è chiaro. Poche persone sono in grado di rispettare le condizioni previste dall’accompagnamento. Di sicuro non le accetterà chi con grande egoismo ha generato tanta sofferenza senza mai pentirsi. Se mai qualcuno di questi otterrà l’autorizzazione non sarà per il tradimento della Chiesa, ma per la malafede o il colpevole buonismo  di qualche sacerdote o vescovo.

Antonio e Luisa

Gesù ti offriamo quel poco che abbiamo

Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: «Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada».
E i discepoli gli dissero: «Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?».
Ma Gesù domandò: «Quanti pani avete?». Risposero: «Sette, e pochi pesciolini».
Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra,
Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene.

Il Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e dell’importanza di mettersi alla sequela di Gesù.

Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

I pericoli vanno compresi.

Quali sono i rischi da cui due sposi devono guardarsi per evitare che la loro relazione sia causa di sofferenza, solitudine, incomprensione e divisione?

Secondo don Carlo Rocchetta sono essenzialmente tre. Cercherò di scrivere una breve riflessione per ognuna di esse.

Una breve puntualizzazione. Don Carlo non cita tra le cause la mancanza di preghiera e dei sacramenti per una semplice ragione, almeno secondo me. La preghiera e i sacramenti, come già più volte scritto, non sono magie di Dio. La preghiera e i sacramenti ci aiutano ad entrare in relazione con Gesù, ad aprire il cuore e nel caso dei sacramenti anche a riempirlo dello Spirito Santo effuso. Non è una magia, ma una trasfigurazione delle nostre doti del cuore e del corpo. Una realtà invisibile che trova espressione e una reale utilità e concretezza solo se vissuta e accolta nel cuore e attraverso il corpo.

  1. Non c’è più tenerezza tra gli sposi.
  2. quando il fare prende il sopravvento sull’essere.
  3. quando i coniugi non si sentono amati l’uno dall’altro.

Nelle nostre preghiere di ogni giorno dobbiamo chiedere proprio questo. Non solo dobbiamo impegnarci giorno dopo giorno per viverle con tutta la nostra umanità, con il nostro cuore e il nostro corpo. Dobbiamo dare tutto. Solo così lo Spirito Santo potrà fare la differenza nella nostra relazione.

Non c’è più tenerezza tra gli sposi.

La tenerezza non è un optional. Non serve nascondersi dietro scuse. Tutti possono parlare questo linguaggio se si impegnano, se si educano e se lo chiedono a Dio. La tenerezza è il linguaggio d’amore degli sposi. Senza tenerezza gli sposi si parlano, ma non dialogano. I cuori degli sposi diventano sconosciuti e pian piano tutto muore. Quella che doveva essere gioia ed epifania dell’amore trinitario si trasforma in un freddo rapporto tra persone che hanno interessi comuni che possono essere la casa, i figli, ma nulla più. Si perde la capacità di parlare per raccontarsi e per aprire il cuore. Si finisce per parlare solo di ordinarietà, di cibo di impegni e di tutte queste cose importanti, ma che rimandano ad una relazione superficiale che non scalda e non unisce. Manca di intimità e di unità.

Chiediamo a Dio di darci la capacità di parlare questo linguaggio per non perdere mai il fondamentale desiderio di donarci e accoglierci a vicenda.

Quando il fare prende il sopravvento sull’essere.

Tutti noi facciamo tanto. Lavoro, impegni, figli, spesa, casa. Non c’è tempo. Servirebbero giorni di 30 ore. Siamo una generazione multitasking più per necessità che per scelta. Questo non è di per sè un pericolo. Lo diventa però quando non si è più capaci di comprendere perchè facciamo così tanto. Abbiamo investito tutto sul nostro matrimonio e probabilmente se facciamo così tanto è proprio per viverlo al meglio, in pienezza. Col tempo il fare può soffocare però la relazione. Marta uccide Maria. Non c’è più tempo. Chiediamo a Dio la capacità di rinunciare a qualcosa per il nostro matrimonio. Rinunciare a quel lavoro, a quell’opportunità in più, ad avere una casa perfetta per nutrire la relazione. Aiutaci ad essere liberi per poterci amare. Non serve avere la bella casa, un conto a cinque zeri in banca e poi avere fallito una delle poche cose che ci porteremo oltre la morte: la nostra risposta alla vocazione all’amore.

Quando i coniugi non si sentono amati l’uno dall’altro.  

Questo pericolo è legato ai primi due. Ne è forse una sintesi.

Quante volte ci incrociamo con la nostra sposa o il nostro sposo ma non ci incontriamo. Quante volte facciamo altro invece di ascoltare e dialogare col nostro coniuge. E’ vero abbiamo tutti tante cose da fare e a cui pensare. Abbiamo il lavoro, la famiglia, i bambini e tutto il resto. Il mondo in cui viviamo è terribile da questo punto di vista. Non riusciamo a fermarci. E anche quando siamo a casa siamo distolti dall’attenzione dell’uno verso l’altra. Trovare un momento in cui parlare diventa davvero complicato e spesso, lo dico con sincerità, non ne abbiamo neanche voglia.

Consideriamo quel poco tempo libero nostro, un tesoro da non dividere con nessuno. Questo è molto triste. Dialogare con il nostro sposo/a non dovrebbe mai essere considerato tempo perso, ma al contrario è una grande occasione per amarlo, per far crescere e maturare quell’intimità, quella complicità, quel voler bene che sono ciò che dà sapore al rapporto. Ascoltare la propria moglie o il proprio marito mentre si apre, esprime le proprie paure, gioie, difficoltà, sofferenze, gratitudine e mostrare interesse, compassione (patire con) condivisione è grande. Sono quei momenti che saldano un rapporto più che mai e riempiono il cuore.  E invece noi magari passiamo ore sui social a parlare con persone che neanche si conoscono bene e trascuriamo nostra moglie e nostro marito. Chiediamo a Dio la capacità di non far mai sentire solo e non amato il nostro coniuge. Esserci quando ha bisogno di una parola, di una carezza o semplicemente una presenza attenta.

Antonio e Luisa

Segno visibile del sogno invisibile di Dio.

Cosa è il matrimonio cristiano? Qual’è la definizione che può raccontarlo meglio, sintetizzarlo meglio. E’ una relazione d’amore, è una promessa, un patto, un’alleanza. E’ una vita in comune. E’ un rito, è un istituto sociale. E’ la nascita di una famiglia.

Si, il matrimonio sacramento è tutto questo, ma non è solo questo. Tutte queste possibili definizioni sono incomplete e non rendono l’idea della grandezza del matrimonio. Anche altre modalità possono essere questo. Un matrimonio civile o una convivenza possono avere alcune o tutte queste caratteristiche.

La definizione che maggiormente identifica il sacramento del matrimonio, e che lo differenzia da tante altre modalità di vivere una relazione d’amore, l’ho ascoltata oggi da un sacerdote:

Il matrimonio è un sacramento perchè è il segno visibile del sogno invisibile di Dio.

Dio ha scelto l’amore di due sposi, la loro promessa, il loro legame indissolubile e fedele, per mostrare al mondo come lui ama e come vuole che noi ci amiamo.

Non a caso in tutta la Bibbia la relazione tra Dio e gli uomini è raccontata come una relazione nuziale. Ciò che può esprimere nel modo più autentico l’alleanza tra Dio e gli uomini è l’alleanza matrimoniale. Alleanza che sappiamo essere l’amore misericordioso e fedele di Dio per ognuno di noi.

Ciò che, quindi, può esprimere maggiormente la relazione tra Dio e gli uomini è l’amore degli sposi.

Con il matrimonio perfezioniamo e rinnoviamo la nostra capacità di essere profeti, capacità donataci da Cristo nel Battesimo. La perfezioniamo e la finalizziamo alla nostra consacrazione sponsale. Siamo profeti dell’amore. Siamo profeti dell’amore di Dio.

Certo lo siamo solo in potenza, sta a noi aprirci alla Grazia, accogliere i doni dello Spirito Santo e diventare ciò che siamo.

Non a caso San Giovanni Paolo II in Familiaris Consorzio “urla” : Famiglia diventa ciò che sei!

Sta a noi crederci e cercare di non essere semplicemente due persone che stanno bene insieme, ma impegnarci sempre di più per diventare ciò che siamo: profeti dell’amore di Dio. Luce e speranza per il mondo.

Antonio e Luisa

 

Siamo pronti?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome.
Questo vi darà occasione di render testimonianza.
Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;
io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;
sarete odiati da tutti per causa del mio nome.
Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.
Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime».

Questo Vangelo mi mette tanta paura. Non sono sicuro di essere pronto. Stiamo costruendo una società dove il desiderio diventa legge e dove la percezione individuale diventa reato. Un mondo dove lo stato entra pesantemente nella vita delle famiglie. Uno stato che vuole educare e omologare la testa dei nostri ragazzi. Esperti di affettività, sessualità, bullismo, cyberbullismo, educazione civica e alimentazione. Questo per citare quelli di cui ho avuto esperienza diretta nelle scuole frequentate dai miei figli. Tutte ottime iniziative all’apparenza. C’è però un grosso limite a tutto questo. Lo stato diventa educatore dei nostri figli e noi lo lasciamo fare perchè ci fa comodo così. Meno impegno per noi. Sarà per il lavoro, il poco tempo che possiamo spendere con i nostri ragazzi, le famiglie distrutte e tante altre motivazioni personali e sociali. Resta il fatto che la famiglia non è più il primo attore nella crescita morale e umana delle nuove generazioni. Prendiamo ad esempio l’educazione sessuale. In Inghilterra, dove è inserita da tempo come proposta curriculare, c’è un peggioramento netto nelle gravidanze di adolescenti. Vengono fornite informazioni di profilassi igienica, ma manca una vera sostanza. Manca l’esempio di papà e mamma che mostrano come in un rapporto fedele e casto si possa essere felici e vivere un amore che riempie e dona autenticità alla vita e che sanno rendere conto ai figli di questa bellezza.

Ho apprezzato molto, invece, una serie di incontri organizzati dal consultorio diocesano della mia città, dove la formazione era rivolta ai genitori. Così ha senso. Preparare i genitori perchè possano svolgere al meglio il loro compito, con competenza e preparazione. Vi lascio in fondo la trascrizione degli incontri. Molto interessanti.

Dobbiamo essere pronti a scontrarci con questa società quando i suoi insegnamenti contrastano con i nostri valori. Educazione su  orientamento, genere, religione, rispetto, libertà e tutte le altre componenti della profondità morale e costitutiva della persona umana spettano principalmente a noi genitori. Non dimentichiamolo. Dobbiamo essere pronti alla resistenza e alla disobbedienza se necessario. Io lo sono? Non ne sono sicuro, ma chiedo a Dio continuamente la forza di poter portare a termine il compito educativo che lui stesso mi ha assegnato facendomi genitore.

Termino con le parole di Papa Francesco durante l’udienza del 20 maggio 2015:

Intellettuali “critici” di ogni genere hanno zittito i genitori in mille modi, per difendere le giovani generazioni dai danni – veri o presunti – dell’educazione familiare. La famiglia è stata accusata, tra l’altro, di autoritarismo, di favoritismo, di conformismo, di repressione affettiva che genera conflitti.

Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto; e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca. I sintomi sono molti. Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti. A volte ci sono tensioni e sfiducia reciproca; e le conseguenze naturalmente ricadono sui figli. D’altro canto, si sono moltiplicati i cosiddetti “esperti”, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli “esperti” sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: “Tu non puoi correggere il figlio”. Tendono ad affidarli sempre più agli “esperti”, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo!

Meditiamo e ricordiamoci che non solo abbiamo diritto ad educare i nostri figli, ma ne siamo anche responsabili davanti a Dio.

Cliccate qui per scaricare il materiale degli incontri svolti al consultorio.

Antonio e Luisa

 

La crisi una bussola per l’orientamento.

Pregando, apro così, inavvertitamente, l’Amoris Laetitia che tenevo tra le mani e, guarda caso mi trovo davanti il n. 234 che dice:

234. Per affrontare una crisi bisogna essere presenti. È difficile, perché a volte le persone si isolano per non mostrare quello che sentono, si fanno da parte in un silenzio meschino e ingannatore. In questi momenti occorre creare spazi per comunicare da cuore a cuore. Il problema è che diventa più difficile comunicare così in un momento di crisi se non si è mai imparato a farlo. È una vera arte che si impara in tempi di calma, per metterla in pratica nei tempi duri. Bisogna aiutare a scoprire le cause più nascoste nei cuori dei coniugi, e ad affrontarle come un parto che passerà e lascerà un nuovo tesoro. Ma le risposte alle consultazioni realizzate rilevano che in situazioni difficili o critiche la maggioranza non ricorre all’accompagnamento pastorale, perché non lo sente comprensivo, vicino, realistico, incarnato. Per questo, cerchiamo ora di accostarci alle crisi matrimoniali con uno sguardo che non ignori il loro carico di dolore e di angoscia

Incredibile, proprio questo che è il campo, o meglio, la missione che il Signore mi ha affidato?

Ho letto con attenzione e trovo una verità profonda in queste parole, le medesime da noi sempre sostenute sin dal momento in cui venimmo “utilizzati” da Dio Padre ad occuparci delle famiglie.

Una crisi (dal greco κρίσις, decisione) è un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oppure una situazione sociale instabile e pericolosa(diz.)

Questa parola può spaventare molto ed essere il motivo fondante per prendere “decisioni”sbagliate. Però, come vediamo, il significato di crisi è proprio decisione.

Cosa decidere quando in modo traumatico o stressante accade qualcosa che devasta ogni capacità ed ogni lucidità ?

Come e con chi prendere questa decisione?

Se ci addentriamo ad esempio nel TEMA CONIUGALE dovremmo addirittura essere felici dinanzi ad una “crisi” perché, ciò vuol dire che, in ordine a qualcosa che potrebbe andare meglio (senza addirittura saperlo) noi siamo chiamati a fare un salto di qualità assai migliorativo.

Eh già, ma se invece fosse peggiorativo?

Qui entra in gioco un altro aspetto importantissimo che accade in tutte le nostre vite e cioè il fatto che a noi manca sempre qualcosa.

La crisi normalmente presuppone una mancanza:

  • Mancanza di attenzioni.
  • Mancanza di dialogo.
  • Mancanza di lavoro.
  • Mancanza di parole buone.
  • Mancanza di gesti affettuosi.
  • Mancanza dell’unione coniugale.
  • Mancanza di tempo per l’altro.

MANCANZA DI AMORE

La mancanza generalmente non è mai riempita da una presenza ma piuttosto da un’altra mancanza perché nelle relazioni umane se tu non mi dai qualche cosa e addirittura non hai nessuna intenzione di darmela, io, deluso, ti ripagherò con la stessa moneta perché umanamente funziona così. Quando tra me e mio marito aleggiava la freddezza, più lui era scarso, cioè mancante di affettuosità nei miei confronti più io mi ergevo a paladina del mio orgoglio e mi distaccavo anche io, raffreddandomi a mia volta.

Certo se accanto ad un ghiacciolo ci fosse un calorifero allora si che la mancanza troverebbe la sua presenza: il ghiacciolo si scioglierebbe e si avvolgerebbe di tanto calore!

Noi abbiamo impiegato un po’ di anni per capire come colmare le mancanze e diventare una pienezza e, per fare questo è stata necessaria la CRISI, che ci ha condotto a prendere una DECISIONE. Una decisione nostra, non soltanto mia o sua.

Spesso la vera mancanza, quella che ciascuno dovrebbe sentire e fare di tutto per conquistare è la MANCANZA DI DIO. Sapete perché? Perché nel preciso momento in cui tale mancanza si avverte si riceve la presenza. GRATIS per giunta!

Dio, nostro Padre, non aspetta altro che questo e cioè che ogni suo figlio possa avvertire la nostalgia del suo Papà, il desiderio di “avere” ciò che gli manca perché per tanto tempo non lo ha mai cercato, davvero. La crisi nasce dentro. Nasce quando siamo in mezzo al bosco, in piena notte e non abbiamo alcuna bussola per ritrovare la strada. Molti addirittura non sanno trovare i punti cardinali neppure con la bussola in mano…..figuriamoci senza!

Certo, abbiamo detto che la crisi ci invita a fare una scelta ma…..quale scelta?

Se ti manca qualcosa e lo stai cercando nel tuo simile, caro fratello o sorella sappi una cosa: una creatura fatta di carne, come te, non sarà mai capace da sola di riempire le tue mancanze, e lo stesso vale per te. Io e te non ci basteremmo mai. Dunque, se pensi di risolvere la crisi scegliendo una persona piuttosto che un’altra, alle prime mancanze dovrai cominciare a fare il giro del mondo e diventerai il cercatore folle, forse più adatto a scrivere il tuo romanzo d’amore incompiuto.

E allora cosa fare davanti alla crisi?

Occorre scegliere, ma farlo bene!

Cerca prima Dio e Lui penserà a rendervi capaci di “colmarvi”!

Solo cosi risceglierai la persona TUTTA, a partire da quelle mancanze, perché la tua guarigione comincia dall’incontro col TU ma la tua salvezza dipende dal rapporto con LUI, l’unico che può darti tutto ciò che ti occorre per uscire dal tuo egoismo e dare alle mancanze dell’altro la giusta pienezza.

Chi ti credi di essere? O meglio: pensi di non avere bisogno anche tu di essere riempito dell’AMORE VERO, PIENO E GIUSTO?

Se stai vivendo una crisi non andartene in giro ad infilarti nei matrimoni altrui ma lascia che qualcuno possa aiutarti a creare spazi e sostenere te e chi ti sta accanto a comunicare «da cuore a cuore» in ogni tuo dolore e in ogni vostra angoscia.

Cristina Epicoco Righi

Morire per essere vivi.

Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà.

Nel Vangelo di oggi Gesù lancia questa provocazione. Una frase che a pelle risulta parecchio indigesta. Devo perdere la mia vita per salvarmi. Cosa mi vuole dire Gesù?

A me personalmente dice tanto. Perdere la mia vita, non la intendo come la mia vita terrena. Certo c’è anche la morte, ma per giungere pronto alla morte devo perdere tante altre vite.

Devo perdere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Ho ancora tanto lavoro da fare, ma la vita che ci offre Gesù è meravigliosa perchè offre già su questa terra una pienezza e una prospettiva di eternità che nessun altro può offrire. Solo Dio può.

Antonio e Luisa

 

Siamo creati per l’incorruttibilità.

Stamattina meditando le letture del giorno mi ha colpito in particolare la prima tratta dal Libro della Sapienza.

Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà.

Si parla della morte fisica, ma voglio dare una lettura sponsale a questa Parola. Non penso sia forzata. E’ un’interpretazione suscitata da tutto l’insegnamento della Chiesa e per questo credo sia corretta.

Cos’è il matrimonio? Il matrimonio è sacramento di Dio. Attraverso il matrimonio Gesù compie la sua opera di redenzione nella nostra vita. Attraverso il matrimonio Dio ci salva. Spesso sentiamo parlare delle origini. Le origini dove nell’Eden Adamo ed Eva vivevano una relazione perfetta, vivevano in modo perfetto l’amore. Il matrimonio è esattamente questo. Nel matrimonio Dio, Gesù, entra nella nostra relazione e la redime, attraverso i suoi doni e la Sua Santa presenza ci rende capaci di amare come era nelle origini. Dopo il peccato originale il Signore disse ad Eva: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». Sembra che il Signore punisca i nostri progenitori, ma il senso è un altro. Dio lo dice dispiaciuto. Accetta la loro scelta conoscendo le sofferenze a cui andranno incontro. Significa che l’uomo e la donna, disobbedendo a Dio, hanno perso la capacità di amare in pienezza. Il peccato è entrato nella loro relazione. Egoismo, lussuria, possesso sono tutti macigni che appesantiscono il loro è il nostro cuore. Il matrimonio sacramento lava tutto questo. Ciò non significa che il matrimonio sia una magia, che tutto andrà bene e che Gesù farà tutto. Gesù chiede la nostra collaborazione. La Grazia di Dio ci garantisce, questa è una certezza, che qualsiasi difficoltà, dolore, sofferenza potremo incontrare nella nostra vita, se avremo vissuto la nostra unione alla presenza di Gesù, con lo stile di Gesù, con tutto il nostro impegno, la nostra tenerezza, la misericordia e con tutta la volontà di farci dono, se avremo fatto tutto questo, la Grazia di Dio ci darà tutto ciò che ci serve per superare ogni difficoltà, anche quelle che apparentemente sembrano impossibili da affrontare. Nel matrimonio Gesù ci salva, rinnova la nostra relazione e redime il nostro amore. E sarà davvero possibile come nel Cantico dei Cantici poter dire: ” Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me”, perchè il peccato è sconfitto, la morte non è la fine e anche se noi non siamo perfetti e sbagliamo più e più volte, saremo sempre capaci di rialzarci per amarci, desiderarci e donarci sempre di più, perchè l’errore non sarà più causa di divisione, ma avrà la dolcezza della misericordia e il balsamo del perdono.

Antonio e Luisa

L’amore non è permaloso

Quanto è importante parlare in una coppia? Penso sia determinante. Può fare la differenza.  Penso che una delle caratteristiche migliori del nostro matrimonio e della nostra relazione sia proprio la cura del dialogo. Ci sono sofferenze e incomprensioni che nascono proprio dalla mancanza o carenza di dialogo.  Io desidero sinceramente il bene per la mia sposa. Desidero con tutto il cuore che i miei gesti, le mie parole e le mie azioni siano per il suo bene e non le procurino dispiacere o sofferenza. Lei mi deve però aiutare.  Da solo non riesco sempre. Io non sono nella sua testa. Ho una sensibilità diversa. Ciò che per lei è importante potrebbe non esserlo per me. Certo, anni di matrimonio insegnano a capire e conoscere l’altro/a, ma non è mai abbastanza. Fortunatamente ci siamo sempre parlati con franchezza e senza sconti. Ci siamo sempre detto tutto. Lei non ha mai preteso che io capissi da solo i miei errori e le mie mancanze nei suoi confronti. Oddio qualche volta si, ma col tempo siamo migliorati anche in questo. Penso sia anche questo un atto di carità. Un gesto d’amore.  Un atto che deve essere da me ricambiato. Come? Accettando che non sono perfetto e che posso anche sbagliare. Difficile accettare le critiche. Siamo tutti più o meno permalosi. La mia prima reazione era quella di difendermi e contrattaccare. Trovare una giustificazione e magari un alibi in un suo comportamento o reazione. L’amore non è questo. L’amore è saper accogliere anche le parole di sofferenza e lamentazione. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso. Finchè ci sarà tra di noi la libertà di essere onesti, di non dover fingere che tutto vada bene comunque, non dovremo preoccuparci, tutto starà procedendo alla grande.

Antonio e Luisa

Una vita piena è rischiosa.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Questo Vangelo, appena letto, mi ha provocato subito un pensiero, un proposito da attuare e vivere nella mia quotidianità.  Quand’è che sto davvero amando la mia sposa? Quando sono amorevole, attento, presente con lei sapendo che lei me ne sarà grata e io avrò una gratificazione immediata oppure quando lei non mi ringrazierà, ma forse sarà anche fredda e distante?

Naturale che è bello scambiarsi attenzioni e tenerezza quando entrambi ne siamo capaci e pronti. Non basta! Per un matrimonio che funziona serve imparare ed educarsi a riservare un trattamento di riguardo anche quando la mia sposa è povera. Povera di amore, di desiderio di incontrarmi e di capacità di farsi dono. Quando la mia sposa è zoppa. Quando è stanca e ha bisogno di rifiatare. Incapace di sostenere la relazione e ha bisogno di aggrapparsi a me per poter camminare e procedere nel cammino. Quando la mia sposa è cieca. Non riesce più a vedere ciò che è giusto e ciò che è male. Magari mi provoca anche sofferenza e solitudine.

Difficilissimo da realizzare. Cristo ci chiede questo. L’amore di Cristo non è fatto di cuori e bacetti, ma di croce e di sacrificio. Non significa che siamo dei masochisti e desideriamo la sofferenza. Tutt’altro. Semplicemente l’amore sponsale per essere autentico e pieno ci chiede di dare tutto e sempre, senza condizioni. Questo significa dover mettere in conto anche la croce. Tanti non sono disposti a una scelta tanto radicale e per questo non sperimenteranno mai l’amore pieno, terranno sempre una riserva, una barriera con il coniuge.  Cristo non solo ci ha mostrato come amare, ma ci ha donato tutti gli strumenti naturali e soprannaturali per essere fedeli all’amore e al nostro matrimonio. Lascia però a noi l’ultima parola. Se aderire o tirarci indietro. Aderire ci apre a una vita piena, ma è rischioso, potremmo essere traditi e feriti. Tirarsi indietro è però anche peggio,  è segno di una vita vissuta con il freno tirato, con la paura di amare e di mettersi in gioco, una vita non vissuta pienamente.

Antonio e Luisa.

Due mani per una melodia

Mio figlio sta studiando da alcuni anni pianoforte. Non ne capisco nulla, chiedo scusa se scriverò inesattezze. Seguire il percorso di Pietro mi ha permesso di entrare, anche se solo superficialmente, nelle dinamiche che lo studio di questo strumento comporta. Sarò fissato perchè anche qui ho visto attinenze con il matrimonio. Ci ho visto tanto della coppia e della relazione che caratterizza il matrimonio cristiano. Innanzitutto il pianoforte si suona con due mani. Due mani controllate ognuna da un emisfero del cervello diverso. Emisferi che sono molto distanti e diversi tra loro per caratteristiche e funzioni. Diversi e complementari come lo sono l’uomo e la donna. Due mani che non sono dipendenti l’una dall’altra. C’è il rischio che una mano si adegui al ritmo dell’altra. Non che suoni la sua parte col suo tempo, ma che si conformi all’altra. Che ne diventi una copia, un doppione. Così però andiamo a stravolgere la melodia. Quello che suoniamo non è più lo spartito che ci ha preparato il compositore. Il compositore della nostra vita che è Dio. Dio che ha un progetto per la nostra coppia e ci lascia liberi di seguirlo e di suonare una melodia che sarà balsamo per la nostra anima e quella delle persone che ci ascoltano oppure suonarne un’altra che non sarà mai bella come quella che Dio ha scritto per noi. Così la coppia diventa tanto forte e capace di relazionarsi quanto più gli sposi saranno capaci di non dipendere l’uno dall’altra. Due mani, due pentagrammi diversi, due chiavi diverse, per un’unica e bellissima melodia. Una mano sola potrebbe produrre una musica molto meno ricca e meno piena. Solo dalle note di entrambe le mani viene la pienezza e la bellezza della composizione originale, quella del Maestro. Così è la coppia. Ognuno ha la sua identità, la sua mascolinità o femminilità, la sua storia, il suo ritmo.  La bellezza viene dal mettere tutto questo al servizio di un’esistenza comune. Dove non esiste solo il mio tempo da seguire, ma si deve accordare con il tempo dell’altro per non stravolgere il risultato d’insieme. Così devo tendere l’orecchio, prestare attenzione e volgere lo sguardo ad un’alterità diversa e complementare. Tutto ciò è possibile perchè la nostra vita ha un faro. Un punto di riferimento imprescindibile. La Parola, i sacramenti e l’intimità con Gesù. Nel pianoforte c’è il Do centrale che permette una volta individuato di riconoscere tutti gli altri tasti e note. Ecco, Gesù è il nostro Do centrale, attraverso di Lui tutta la melodia che vogliamo e dobbiamo suonare acquista significato e senso. La nostra vita e il nostro matrimonio può diventare melodia meravigliosa e affascinare per la bellezza. Può essere mezzo per arrivare al Maestro, per arrivare a Gesù.

Antonio e Luisa

Il Papa vuole curare l’idropisia del cuore.

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Questo Vangelo è una provocazione troppo bella per non accoglierla. Ho subito pensato a Papa Francesco. Papa Francesco tanto attaccato e poco compreso da tante persone. Ammetto che ho fatto fatica anche io. Non comprendevo dove volesse arrivare. Poi mi sono informato, ho ascoltato diverse opinioni, alcune a  favore altre contrarie. Ho combattuto contro me stesso. Le mie convinzioni e pregiudizi. Ho raggiunto una nuova consapevolezza. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Certo ci sono tante spinte, soprattutto interne alla curia romana, che premono e pressano. Il Papa non cede. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Amoris Laetitia, perchè è sul matrimonio che mi sono concentrato, è un documento meraviglioso. Approfondisce e prosegue la via di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II. Il matrimonio non ne esce ridimensionato. Tutt’altro. Vi assicuro che ho letto il libro del card. Kasper sul matrimonio.  Il Papa non ha preso quasi nulla di quel libro (fortunatamente) che effettivamente riduceva di molto il significato sacramentale delle nozze cristiane. Kasper, indicato come il vero vincitore del Sinodo. Non è vero. Porto solo un esempio della grandezza di Amoris Laetitia. Papa Francesco finora è il primo e unico pontefice che ha scritto nero su bianco, su un documento ufficiale, una verità fino ad ora solo ipotizzata. Un documento che è la sintesi di due sinodi. Ha scritto che il rapporto fisico degli sposi è parte integrante del sacramento. Dopo sessant’anni dal Concilio ci siamo arrivati. Neanche san Giovanni Paolo II l’aveva detto così chiaramente. L’aveva fatto intendere, ma non detto o scritto. Il rapporto fisico non è solo qualcosa di necessario per rendere valido ed efficace il matrimonio, ma è parte di un sacramento. Vi rendete conte della dignità e importanza riconosciuta a questo gesto, spesso tollerato e sottovalutato?

Tornando al Vangelo ho voluto fare una verifica. Che malattia sia l’idropisia. Ecco cosa ho trovato:

L’idropisia consiste nell’accumulo di liquidi nei tessuti interni. Non è una vera e propria malattia, ma un sintomo che accompagna altri problemi di salute, come le malattie dell’apparato circolatorio e dell’apparato digerente o difficoltà nel funzionamento dei reni.

Le parole nel Vangelo non sono mai scritte a caso. C’è solo il necessario, niente di superfluo. Riportare il nome della malattia curata da Gesù è quindi importante. E’ troppo significativo. L’acqua segno dell’amore, della vita e della Grazia che resta all’interno e non riesce ad uscire, a liberarsi, a scaturire dalla persona. Il desiderio di amore che resta inespresso per incapacità di aprirci all’altro/a, ma solo di usarlo. Questo provoca problemi soprattutto ad alcuni organi tra cui i reni. Reni che filtrano il sangue e lo purificano. Gesù guarisce dall’incapacità di amare. Gesù guarisce da chi non riesce a purificare le proprie relazioni, il proprio sguardo, la propria propensione che lo porta all’incontro, al dono e all’accoglienza dell’altro. Lo fa di sabato. Andando apparentemente contro la dottrina, la legge.

Papa Francesco opera così. Va da quelle coppie e quelle persone che soffrono di idropisia. Che non sono capaci di amare e di donarsi. Che hanno matrimoni feriti, sofferenza alle spalle. Gente incapace di amare e per questo infelice e alla ricerca della pienezza. Persone che si stanno uccidendo nello spirito. Le periferie esistenziali. Le povertà del nostro opulento mondo occidentale. E si abbassa. Sembra dimenticare la legge. Non è così. Il Papa conosce la legge e la ama. Comprende però che quello non è il momento di proporla, perchè bisogna rispettare la persona che non è in grado di accoglierla in quel momento. Bisogna prima guarire il cuore. Allora l’accompagna con l’obiettivo di prepararla, educarla amorevolmente ad accogliere il progetto di Dio su di lei. Accogliere la Verità e la vita piena. Il Papa ha ragione. C’è un unico grande pericolo. Servono sacerdoti santi. Sacerdoti che mettano in pratica questa modalità suggerita dal Papa e che non diventino semplici dispensatori di sacramenti a chiunque li chieda.

Proprio in questi giorni sono arrivate le parole del Card. Muller che mi confermano nella mia nuova consapevolezza.

Una analisi accurata mostra che il Papa in Amoris laetitia non ha proposto nessuna dottrina da credere in modo vincolante che stia in contraddizione aperta o implicita alla chiara dottrina della Sacra Scrittura e ai dogmi definiti dalla Chiesa sui sacramenti del matrimonio, della penitenza e della eucarestia.Viene confermata, al contrario, la dottrina della fede sulla indissolubilità interna ed esterna del matrimonio sacramentale rispetto a tutte le altre forme che lo «contraddicono radicalmente» (AL 292) e tale dottrina viene messa a fondamento delle questioni che riguardano l’atteggiamento pastorale da tenere con persone in relazioni simili a quella matrimoniale. Cliccate qui per leggere tutto l’articolo

Il Papa ha bisogno del sostegno della Chiesa, di tutti noi.

Antonio e Luisa

La preghiera mezzo e non fine.

Visto il polverone suscitato dall’articolo di ieri sul servizio come preghiera, oggi voglio riequilibrare la mia posizione. Sono contento che l’articolo abbia incontrato interesse, sostegno, critiche e tante risposte. Significa che è qualcosa su cui non ci sono idee chiare, quindi parlarne è sempre edificante e costruttivo. Mi spiacerebbe però, passasse l’idea che sottovaluto la preghiera, la mia relazione con Gesù. Non è affatto così. Non vorrei passasse l’idea che è più importante essere Marta e non Maria. E’ una conclusione completamente avulsa dalle mie intenzioni. Cerco di spiegarmi meglio. La preghiera è importantissima nella mia vita. Gesù è il faro della mia vita, colui che dà senso a tutto. Finchè non lo incontrai ero un ragazzo disperato. Un giovane uomo che aveva una casa, un lavoro e degli amici, ma che non aveva un motivo per stare al mondo. Poi l’ho incontrato e il calore del suo amore così bello mi ha conquistato. E’ stato ancor più meraviglioso perché amava me, che non pensavo di essere amabile. Da quel momento non l’ho lasciato più. Pregare non è mai stato facile per me. Non sono un mistico, ma ho sempre mantenuto una relazione con lui attraverso la Messa, la preghiera e i sacramenti, e ne ho gustati i frutti. Pian piano ho iniziato un percorso di risalita e di guarigione. Poi è arrivata Luisa. Gesù mi ha donato Luisa come il suo regalo più grande dopo l’incontro con Lui. Ho sentito forte la consapevolezza che mi era stata affidata: –Questa è Luisa, mia figlia prediletta. Voglio affidarla a te perchè tu possa essere le mie mani, il mio sguardo, le mie carezze, la mia voce per lei. Perchè tu possa farla sentire amata da me. Questo è la tua missione se deciderai di sposarla, di unirti per la vita con lei-.

Dal momento che è diventata mia moglie Gesù è venuto ad abitare nella nostra relazione e la mia missione è iniziata. Ho capito il mio posto nel mondo: aiutare la mia sposa a diventare santa, a prepararsi all’incontro con lui. Da quel momento tutto ciò che faccio, lo leggo alla luce della mia missione. Sbaglio tanto e tante volte chiedo perdono, ma ciò che devo fare l’ho ben chiaro nella mia mente. Ed è così che la preghiera diventa mezzo per attingere forza e sostegno. La preghiera è necessaria per compiere la mia missione, ma non è la mia missione. Ecco perchè se devo scegliere se recarmi a pregare o restare a casa perchè c’è bisogno di me scelgo di restare. Trovo altri modi per relazionarmi con Gesù o rimando l’incontro. Sono certo che se andassi a pregare sentirei dentro di me la voce di Dio che mi domanderebbe: “Cosa ci fai qui?” Io sono a casa tua che aspetto di essere amato in colei che ti ho donato. Fai ciò che devi e poi torna che ti riempirò di me”. Questo per dire che a volte la Messa, la preghiera e le nostre attività in parrocchia sono scuse. Scuse per non ammettere che non si è capaci di vivere quell’amore a cui siamo chiamati in famiglia. Tutte queste belle attività diventano modo per cercare quella gratificazione e quella pienezza che non troviamo in casa. E’ una fuga nello spiritualismo quando la nostra vita è fatta di carne, di relazione e di un noi.  Così diventa solo ipocrisia e non è preghiera gradita a Dio. Se la preghiera diventa giustificazione per le mie mancanze, la mia incapacità di comprendere i bisogni, le necessità e i desideri della mia sposa, sto tradendo la mia missione. Mi viene in mente la parabola del buon samaritano. Uno di quelli che non si fermò ad aiutare era un sacerdote. Non si fermò perchè stava andando al Tempio a pregare. La sua sarà stata una preghiera gradita a Dio? Rispondete voi.

Detto questo voglio aggiungere una sola cosa. Cerchiamo di vivere la preghiera di coppia. Siamo diventati un noi consacrato a Dio, Dio ci vede come un sol cuore e una sola carne. E’ bellissimo per noi pregare Dio insieme, come coppia. La preghiera personale è importante,ma non basta. Non esiste più solo un mio rapporto personale con Cristo ma ne esiste un altro, forse ancora più importante e bello, che è quello di coppia. Non c’è nulla di più bello che lodare il Signore insieme e ringraziarlo per le meraviglie che ha compiuto in noi e con noi.  Purtroppo conosco tante coppie che non la praticano. Per pudore, vergogna o perchè uno dei due non è credente. Si perde tanto. Pregare insieme lega tantissimo e aiuta ad essere sempre più uno con l’altro/a e con Dio. Il mio rapporto con Dio non è più cosa mia, ma riguarda anche la mia sposa e condividerlo con lei è meraviglioso. Significa poter condividere il dono più grande che io abbia ricevuto.

Antonio e Luisa

Una relazione che appassisce

Se mi guardo indietro e analizzo la mia relazione c’è “un ingrediente” che ha fatto la differenza. Qualcosa che spesso si tende a sottovalutare. Soprattutto nelle nostra vita piena di stress, pensieri, impegni e occupazioni. Facciamo tanto, forse troppo, ma dimentichiamo l’essenziale. Noi, perchè lavoriamo, generiamo figli, li educhiamo, mandiamo avanti una famiglia? Cosa ci spinge? Non può essere solo un qualcosa che facciamo trascinati dalla nostra vita e dalle scelte che abbiamo fatto. Deve esserci un’origine. Qualcosa che dà senso a tutto. Sappiamo che tutto ciò che ci spinge è l’amore. Solo l’amore dona sostanza al nostro fare, che altrimenti sarebbe, nei casi migliori, solo uno schiacciante senso del dovere. Noi cristiani diamo anche un nome all’amore. Per noi l’amore è Dio stesso che si è fatto uomo, presente nella storia in Gesù Cristo. Noi ci diamo da fare per rispondere ad un amore grande, gratuito, incondizionato e che ci precede sempre. Sappiamo anche un’altra verità. La nostra vocazione ci chiede di rispondere a quel meraviglioso amore non direttamente a Colui che ce l’ha donato, ma attraverso la mediazione di un’altra creatura. Attraverso il nostro sposo e la nostra sposa.  Tutto questo discorso per arrivare a una conclusione conclusione. Qual’è? Che dopo pochi o molti anni di matrimonio, dopo uno o tanti figli, dopo una relazione che si è evoluta nel tempo e modificata per tanti motivi, non siamo più capaci di tornare alle origini. Facciamo tanto, ma non riusciamo più a comprenderne il motivo. Ci troviamo in un treno in corsa che non siamo capaci di fermare, dove però ci troviamo male e vorremmo scappare appena possibile. Evadere da quella famiglia che ci toglie tutto. Siamo imprigionati in una vita spesa per la famiglia, ma dove quella stessa famiglia ci risulta ogni giorno più estranea. Un peso. Non ci si guarda più. Si litiga per sciocchezze. Non si è più capaci di gesti di tenerezza o semplicemente di sguardi. Si è sempre pronti a rinfacciare quello che facciamo e che non fa l’altro. Per non parlare del rapporto fisico che è la prima vittima della nostra incapacità a trovarci.

Tranquilli non è una malattia incurabile. Soprattutto esiste un vaccino che permette di evitare di contrarla. Una medicina che va presa almeno mensilmente. Se possibile anche più spesso. Non serve nessuna ricetta medica.

Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro.

Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

Tornare alle origini è il solo modo per evitare che la nostra relazione muoia come una pianta senza acqua.

Antonio e Luisa

Mettersi nei suoi panni!

Spesso, negli articoli pubblicati in questo blog, ho scritto di quanto sia importante riuscire a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a comprendere le difficoltà e le motivazioni che portano ad un determinato comportamento o atteggiamento. Mi sono accorto che non basta. Anzi può anche consolidare un giudizio negativo sull’altro. Perchè questo esercizio, che dovrebbe essere di pura misericordia, spesso cela il nostro egoismo e il nostro egocentrismo. Sembra un controsenso, ma è così. A volte mettersi nei panni dell’altro ci serve per poterci confermare nella certezza che noi non avremmo fatto in quel modo o non avremmo tenuto quell’atteggiamento. Mettersi nei panni dell’altro per innalzare di nuovo se stessi. Vedete quale ipocrisia si può nascondere dietro un’apparenza di bene e di amore. La capacità autentica di comprendere l’altro è definita empatia. L’empatia è una dote importantissima per creare rapporti solidi e duraturi. L’empatia cresce con la conoscenza reciproca, con gli anni di matrimonio. Non si finisce mai di imparare. E’ sempre in agguato quella brutta bestia che è il nostro egoismo. Lo dico come autocritica. Giusto stamattina mi è capitato di comportarmi esattamente così con la mia sposa. La chiamo per sapere se il tecnico dell’impianto di riscaldamento avesse fatto tutto secondo quanto disposto e mi sono accorto che lei aveva fatto confusione. Mi sono sentito davvero arrabbiato con lei. Già abbiamo tante cose da fare, impegni imprevisti ed previsti, e per una sua mancanza ne abbiamo aggiunti altri. Ho pensato come io, invece, avrei risolto tutto in breve tempo e senza problemi. L’ho ripresa con malcelato fastidio e  ho messo giù frettolosamente la cornetta sbuffando. Mi sono davvero messo nei suoi panni? Certamente no. Ho valutato la situazione con le mie conoscenze, le mie esperienze pregresse. Non con le sue. Lei ci ha messo tutto l’impegno e io non l’ho preso in considerazione. Le ho già chiesto scusa. E’ una piccola cosa, ma è indicativo di come sia facile ferire le persone, soprattutto le più care. Certo capita anche il contrario. Quando cerco di sollevarla da alcune incombenze domestiche spesso non apprezza il mio impegno, ma evidenzia come avrei potuto lavorare in modo diverso e migliore.  Quando però c’è intimità, dialogo. sensibilità verso l’altro e ci si vuole bene queste sono solo occasioni per perdonarsi, accogliersi e ricominciare più uniti di prima.

Antonio e Luisa

Fragile ma forte perchè Dio è con te!

Il mondo è potente ma ogni creatura è fragile e mi riferisco soprattutto a coloro che non se ne accorgono, a quelli che credono di essere tosti, autoritari, decisionisti.

Possiamo usare l’immagine del vento forte, anzi, dell’uragano che, quando sta per arrivare genera un’allerta così urgente da costringere tutti ad allontanarsi dalle proprie case per scongiurare il pericolo alla propria vita.

Ecco, se il giorno prima di un uragano, di un terremoto o di un qualsiasi evento distruttivo forse ci sentivamo “chissà chi”, in quei momenti di impotenza emerge tutta la nostra debolezza, la fragilità di cui siamo impastati.

 

Chi è dunque la persona fragile?

Fragile è colui che in un matrimonio si stanca e decide di preferire la fuga. Si, la fuga si preferisce, perché, se non sono capace di amare per sempre, non sono capace di amare neppure per un giorno. Quanto sono povero quando, stanco di una moglie o di un marito impegnativo non ce la faccio e me ne vado, magari dietro alla menzogna che mi fa dire : «NON TI AMO PIÙ». Abbiamo detto e ripetuto tante volte che amare è decisione, volontà attiva. Quel non ti amo più è legato al ricordo dell’innamoramento che invece è necessariamente una fase breve e limitata.

Magari me ne torno dalla mamma, la quale, per quel recondito desiderio della perduta chioccia, riprende il proprio figlio (in genere il maschio) non aiutando il “bambino” a crescere. Quando ti sposi hai lasciato tuo padre e tua madre per diventare UNA SOLA COSA col tuo coniuge. Non si torna alla casa natale, non è buono regredire ma….. devi progredire.

Sono povero e fragile perché quando mi sposai non dissi….“Accolgo te e ti amerò fino a un certo punto della mia sopportazione” ma pronunciai “accolgo te e, con la grazia di Cristo, prometto di….”. Siccome sono tanto povero e fragile, non ci riuscirò da solo, ma caspita, mi sono impegnato col Meglio del Meglio per poterci riuscire e invece? Mi sono fatto rubare la vera libertà da colui che mi incatena alla divisione, alla fuga, all’abbandono di ciò per cui ero chiamato e cioè il mio coniuge e i figli che tanto desideravo e che tanto facilmente lascio in balia della mia immaturità.

Questa è una persona fragile. Paradossalmente non lo è chi rimane. Certo, chi subisce ne riceve una ferita immensa, ma lo stato peggiore è chi prende a braccetto il divisore, l’accusatore, lo scoraggiatore di una storia che, seppur difficile, non va abbandonata ma lottata. Il fragile non ce l’ha fatta ma tu che resti puoi combattere.

L’altro o l’altra arriverà persino a toglierti il fiato e a farti desiderare di scappare. Ogni essere umano chiede amore e l’amore va risposto. Scapperai da una moglie o un marito soffocante e troverai, dopo quella momentanea passione inebriante, la tua fragilità spostata altrove: un’altra casa, un’altra camera, un altro letto. Una sola cosa rimarrà comunque ….la tua fragilità!!

E quante volte scapperai dalla dimora di te stesso?

Dice l’AMORIS LAETITIA al n.239:

«È comprensibile che nelle famiglie ci siano molte difficoltà quando qualcuno dei suoi membri non ha maturato il suo modo di relazionarsi, perché non ha guarito ferite di qualche fase della sua vita. La propria infanzia e la propria adolescenza vissute male sono terreno fertile per crisi personali che finiscono per danneggiare il matrimonio. Se tutti fossero persone maturate normalmente, le crisi sarebbero meno frequenti e meno dolorose. Ma il fatto è che a volte le persone hanno bisogno di realizzare a quarant’anni una maturazione arretrata che avrebbero dovuto raggiungere alla fine dell’adolescenza. A volte si ama con un amore egocentrico proprio del bambino, fissato in una fase in cui la realtà si distorce e si vive il capriccio che tutto debba girare intorno al proprio io. È un amore insaziabile, che grida e piange quando non ottiene quello che desidera. Altre volte si ama con un amore fissato ad una fase adolescenziale, segnato dal contrasto, dalla critica acida, dall’abitudine di incolpare gli altri, dalla logica del sentimento e della fantasia, dove gli altri devono riempire i nostri vuoti o sostenere i nostri capricci»

Quando mi trovo a sostenere colui che è “rimasto” davanti al “fuggitivo” della storia coniugale c’è solo una via che ci consente di ottenere una vittoria: COMPRENDERE LA FRAGILITÀ DELL’ALTRO.

Ricordati che solo Uno è FORTE : GESÙ CRISTO.

Potrai girare mille stordimenti ma il medicinale più efficace è la Cristoterapia: assumilo tutti i giorni.

È Gratuito, non ha controindicazioni nuoce solo al nemico.

Nessuno è d’acciaio ma:

«GRANDE» è quel coniuge che resta.

Combatti tu, che sei rimasto solo perché, senza di te, l’altro, chi potrà salvarlo?

Non aspettarti il quando ma punta solo sul quanto.

Quanto sei disposto ad amare per sempre?

Tu, quel giorno, lo hai promesso con la grazia di Cristo.

Non sei solo, sei fragile anche tu ma sei forte perché hai Dio con te.

Perciò mi compiaccio nelle mie infermità … quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12, 9-10).

Cristina Epicoco Righi

Il mio matrimonio raffigura Cesare o Dio?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.
Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno.
Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi provoca. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. L’impegno che una famiglia e una relazione comportano supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione su di lui/lei. Non siamo noi peggio degli altri. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno.

Antonio e Luisa