Sono imperfetto e so di esserlo. Ferita che diventa feritoia per la Grazia.

I social sono ingannevoli. E’ facile trasmettere un’immagine di se stessi che non corrisponde a verità. E’ facile passare per un uomo che non esiste.   Cerco di non farlo, ma a volte il messaggio passa comunque. Per questo cerco di scrivere anche pensieri non filtrati. Attraverso quei pensieri si manifesta la parte di me più immatura e più tamarra. Rivendico il diritto di mostrarmi per quello che sono. Un uomo in cammino che sbaglia, che esprime pensieri non sempre cristianamente perfetti. Un uomo che si arrabbia, e che a volte è anche intollerante e facilmente irritabile e irritante. Ho le mie contraddizioni come tutti. Mia moglie, la persona che mi conosce più di tutti, può confermarlo.   Spesso starmi accanto non è stato facile per lei. Il matrimonio è bellissimo per questo. Pensateci bene. E’ commovente.  Una donna, che io vedo meravigliosa (ma vale anche l’inverso), ha deciso in libertà di donarsi completamente a me. Si è data totalmente. Si è data tutta e, cosa ancora più sconvolgente, ha accolto tutto di me, anche quella parte di cui mi vergogno e con cui fatico a convivere. Ha deciso di abbracciarmi nelle mie doti e nel mio positivo, ma ha deciso di fare suoi anche i miei difetti, le mie tenebre e le mie contraddizioni. Si è presa tutto. Ai nostri giorni c’è una grande povertà. Ci si spoglia, ci si mostra nudi e  si fa sesso con persone che neanche si conoscono bene, molte giovani (e anche meno giovani) persone hanno perso completamente il pudore e  si svendono allegramente. Questo porta però a una grande miseria. Porta all’incapacità di mostrare la propria anima. Di mostrarsi per quello che sono senza maschere e filtri. Incapacità dovuta alle tante ferite che fanno sanguinare il loro cuore e  alla loro paura di trovarsi indifese e vulnerabili. Troppe volte mostrare il fianco le ha portate a soffrire e a sentirsi profondamente deluse.  Il matrimonio quando vissuto autenticamente  libera da tutto questo.Nella mia sposa ho la certezza di trovare lo sguardo di Cristo. Di chi non giudica, ma che al contrario compatisce e perdona. Una persona che vuole sostenermi e che vede oltre qualsiasi errore io possa aver fatto. Vede in potenza chi posso diventare con l’amore dato e ricevuto. Così la ferita diventa feritoia. Il balsamo del perdono ricevuto penetra nella ferita che brucia  e arriva dritto al cuore. Diventa energia positiva che mi dà forza, determinazione e desiderio di rispondere a quel perdono con l’impegno di cambiare. Questo è possibile quando Gesù abita la relazione.    Gesù abita la nostra vita, abita nella nostra famiglia e ci guarda con tenerezza. Tenerezza di chi ha capito che queste sue creature, così desiderose di amare di farsi amare, non sono capaci di farlo, e si sentono spesso inadatte ad essere immagine di quell’amore per cui sono state consacrate con il matrimonio. Ma Gesù non ci vuole perfetti, sa che peccheremo ancora, e che non saremo mai degni del suo Amore e del suo sacrificio. Gesù non vuole questo, Gesù vuole che ci riconosciamo piccoli e deboli. Solo allora lo cercheremo per affidargli la nostra vita  e riconosceremo nel nostro sposo o sposa una persona anch’essa  imperfetta , limitata e fragile. Solo allora potremo avere uno sguardo di comprensione e perdono l’uno verso l’altra.

Solo allora Gesù potrà entrare  in noi, e potrà trasformare con la Sua Grazia quel nostro amore imperfetto  in qualcosa di radicale e stupendo, che faremo fatica a credere venga da noi perché non è nostro ma è lo Spirito che  ci dona l’uno all’altra.

Antonio e Luisa

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Una foto triste ma bellissima

Tanti giornali e siti di informazione hanno ripreso una foto diventata virale. Una foto all’apparenza soltanto molto triste. Una foto colma di solitudine e sofferenza. Un signore anziano, ripreso di spalle, siede sul bordo di un parapetto. Davanti a lui l’infinito del mare. Con il braccio destro sembra voler abbracciare una cornice. Nella cornice è contenuta la fotografia della moglie. Non guarda il mare. E’ chino su se stesso. Come a volersi concentrare solo sui suoi pensieri. La moglie è morta. Probabilmente era loro abitudine andare al mare insieme. Ora che non c’è più lui è ancora lì, ma non se la sente di rivedere quei luoghi, quei panorami e quel mare che apre al’infinito da solo senza di lei che dava valore, colore e bellezza ad ogni cosa. Ora non è più capace di vedere il bello da solo. Piange. Anche quell’odore salmastro del mare gli ricorda lei. E’ chinato su di sè perchè lei è parte di lui, lei è dentro di lui. In lui è ancora viva. La può trovare nel suo cuore. La ritrova in mille ricordi, in mille gesti, in mille sguardi, in mille abbracci. La ritrova nei loro momenti di gioia e di dolore. La ritrova, ma non riesce più a toccarla. E questo è straziante. Non riesce più a sentirla. Lei c’è, ma non c’è. Il matrimonio è il sacramento del corpo, della concretezza. Non basta la presenza nel cuore. Serve la concretezza della carne. Servono gli sguardi, la compagnia, la presenza, gli abbracci, le parole e anche i litigi. Ha il cuore a pezzi e sente il bisogno di qualcosa di concreto che possa esprimere ciò che è vivo e presente nel suo cuore. Così si porta la fotografia. Quest’uomo sembra aver perso tutto. Per il mondo è così. Per noi cristiani non è così. Abbiamo la grazia di una prospettiva eterna. Questa immagine così triste attira e  affascina ogni persona. Accanto al sentimento di tristezza  provoca una sensazione di bellezza non ben definita.  Noi sappiamo dare ragione a tutto questo. Quest’uomo ha realizzato ciò che noi tutti abbiamo nel cuore. Un desiderio costitutivo di ciò che siamo, ma che spesso, disillusi, riteniamo impossibile. L’amore eterno. Una relazione unica, indissolubile, totale che vada oltre la morte. Non so nulla di lui. Non so se sia credente o meno. Non importa. E’ riuscito a realizzare la sua vocazione all’amore. E’ stato capace di amare una donna così tanto da farne parte di sè. Padre Bardelli diceva sempre a noi sposi: Il vostro matrimonio sarà santo e realizzato quando arriverete a dire non sono più io che vivo ma lei/lui che vive in me. Questo signore c’è riuscito. Nel suo immenso dolore c’è la vittoria di chi ha dato compimento all’unico e solo senso della vita: amare Dio con tutto il cuore, con tutto lo spirito e tutta la mente. Non che la moglie fosse Dio, ma nel matrimonio si impara ad amare l’altro come Dio desidera essere amato. Ci prepara ad accogliere l’amore e l’abbraccio eterno di Gesù per ognuno di noi.  Dico ogni tanto a mia moglie che spero di morire prima di lei. Non voglio fare l’esperienza di questo dolore, ma mi rendo conto che amare davvero significa mettere in conto anche questa sofferenza. Non so se toccherà a me o alla mia sposa, ma una cosa è certa l’amore che ci siamo donati non andrà perso e il nostro sarà solo un arrivederci. Ci ritroveremo nella gioia eterna e condivideremo l’amore infinito e perfetto di Cristo. Almeno spero che ci sia un posticino anche per noi.

Antonio e Luisa.

Tommaso il gemello: toccare e credere

Oggi, 3 luglio, si legge il Vangelo di Giovanni, al capitolo 20, dove si parla di Tommaso, chiamato Didimo.

Mi sono soffermata a lungo su questa parola perché, per il resto, cioè il toccare e il credere, ormai tutti sappiamo cosa voglia dire in merito alla fede personale.

Invece, mi chiedo perché ogni volta che si parla di Tommaso, viene sottolineato che egli sia un gemello.

GV 11,16 dice : “Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli..Andiamo anche noi a morire con lui”

GV 14,5 : “Gli disse Tommaso, Signore non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?

Tommaso il discepolo gemello…..ma di chi?

Scendiamo nella vita, perché viviamo quel concreto quotidiano che ci mette in movimento di anima e Spirito verso l’esperienza di salvezza.

Oggi Gesù dice al Gemello Tommaso che può toccarlo, che può stendere la sua mano ma lo fa esattamente otto giorni dopo la prima apparizione. Cioè, Gesù, si rende presente laddove sente il desiderio di essere incontrato, anche se all’occasione propizia si manca all’appuntamento. Arriva dopo e giunge in pienezza perché il numero otto vuol significare proprio questo, è il giorno senza tramonto, il massimo! Possiamo dire la nostra Domenica?

Ebbene sì, Gesù si mette in mezzo, al centro della vita della Chiesa.

Tommaso, nei racconti è un discepolo un po’ incerto, è debole e fragile, del resto non meno degli altri. Nei due passi del Vangelo da un lato ha il coraggio di “andare a morire con Gesù”, dall’altro però gli chiederà “Signore dove vai?” Cioè quale strada dobbiamo percorrere?

Tutti sappiamo che Gesù gli risponderà “Io sono la via, la verità e la vita…”(GV 14,6)

Sembra strano che con piglio e fermezza voglia affiancare Gesù alla resurrezione di Lazzaro, situazione rischiosa e poi, successivamente, benché abbia visto, vacilli nel percorrere una via.

Certo, non credo sia stato facilissimo comprendere la risposta di Gesù. Noi stessi non capiamo, pur non avendo visto, che Lui è la Via, la Verità e la Vita. Magari fosse, non avremmo problemi di fede!!

Benedetta debolezza!

Come non pensare alla vita di una coppia di sposi?

Quante volte, nella debolezza umana reciproca ci sentiamo immersi nel dubbio di Tommaso.

Da un lato vorremmo morire per l’altro ma quando l’altro ci scopre la ferita latente o è lui stesso a ferirci non riusciamo più a trovare la via, la verità e la vita. Diventiamo increduli, scoraggiati e sfiduciati.

Spesso non vogliamo neppure toccare né le piaghe né tanto meno il costato.

La coppia non si confronta più ma si scontra spesso e si diventa divisi, un doppio, in negativo, appunto un atteggiamento da gemelli: uguali nell’offendersi, nel far valere le proprie ragioni, nel voler vincere secondo le umane forze.

Ma Tommaso è gemello perché somiglia a qualcuno.

È un po’ come il significato della parola Santo, cioè il somigliante, anzi, il somigliantissimo.

Di fatto l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Così piano piano, nel toccare e nel riconoscere quel Gesù “poiché mi hai veduto hai creduto”, nel sentirsi accolto, incoraggiato, amato e rafforzato per se stesso si finisce per voler essere come chi ci ama in questo modo e Tommaso è gemello innanzitutto di Gesù.

Ecco come dobbiamo intendere la parola gemello: somiglianti a Gesù!

Se tendiamo a questo, anche nel nostro matrimonio, da gemelli di Cristo noi potremo dire:

Perdonalo, perché non sa quello che fa(Lc 23,34)

Amala, come Cristo ama la Chiesa e ha dato la sua vita per lei(Ef 5,25)

E tanto altro possiamo aggiungere ad imitazione di Cristo e a somiglianza di Cristo perché ciascuno possa essere gemello di Gesù che è l’unica Via, l’unica Verità e tutta la Vita!

Possiamo decidere liberamente a chi vogliamo somigliare sapendo che siamo unici e irripetibili.

Signore fa che possa essere io il Didimo, io il tuo gemello perché, imitando te, essendo come te, tutto sarà possibile e più vedrò e più crederò e a gran voce potrò dire:

Beata me che, senza avere visto, tuttavia ho creduto!

Cristina Righi

Sei bellissimo. Devi solo scoprirlo.

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Un Vangelo che non può lasciare indifferenti. Tocca il messaggio più profondo della nostra fede. Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Matteo. Gesù vede oltre. Matteo era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo. Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo guarda dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama. Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può è deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Siate amabili. Seconda parte. (32 articolo)

Abbiamo scritto nel precedente articolo quanto sia importante rendersi amabile per l’altro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro. La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividerne la gioia, oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro? Guardate che non sono cose di poco conto. Se siamo capaci di essere amabili saremo anche belli per l’altro, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate dall’altro e affascinanti per l’altro. In caso contrario cosa saremo? Antipatici. Persone con cui si fa fatica a stare. Come vogliamo costruire la nostra relazione? Vogliamo fondarla sulla gioia o sulla difficoltà? Vogliamo essere amabili o antipatici l’uno all’altro? L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità è amore verità tra cuore e corpo. L’amabilità è divenire ciò che si è, divenire persone capaci di amare. Significa dar corpo al progetto che Dio ha sulla persona umana. L’amabilità è perfezionamento e impegno nell’arte di amare. E’ mettere a buon frutto i talenti che Dio ci ha affidato. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma nel contempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sè. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio perchè continuiamo a metterli in atto? E’ nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono perchè continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita perchè continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi  capaci di correggersi per amore. Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Seconda riflessione. E’ importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare l’uno di ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Ogni coppia trovi la sua attività preferita.. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di  scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altro.

Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza perchè Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera comune, dove esercitandoci a pregare insieme cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altro. E’ bello pregare con te. E’ bello vivere insieme questo momento di spiritualità.

Termino con due passaggi di Gaudium et Spes che ci fanno capire a cosa siamo chiamati e come l’amabilità sia decisiva e fondamentale in una relazione sponsale autenticamente cristiana ed umana:

E così l’uomo e la donna, che per l’alleanza coniugale « non sono più due, ma una sola carne » (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone e delle attività, sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono.

(…) Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale.

Siate amabili l’uno all’altra e tutto sarà più bello.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore  Sono malata d’amore Siate amabili

Papa Francesco al Forum. La santità che perdona tutto.

Un’altra cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza: saper aspettare. Aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi – crisi forti, crisi brutte – dove forse arrivano anche tempi di infedeltà. Quando non si può risolvere il problema in quel momento, ci vuole quella pazienza dell’amore che aspetta, che aspetta. Tante donne – perché questo è più della donna che dell’uomo, ma anche l’uomo a volte lo fa – tante donne nel silenzio hanno aspettato guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. E questa è santità. La santità che perdona tutto, perché ama. Pazienza. Molta pazienza, l’uno dell’altro. Se uno è nervoso e grida, non rispondere con un altro grido… Stare zitti, lasciar passare la tempesta, e poi, al momento opportuno, parlarne.

Voglio soffermarmi su una frase in particolare:  La santità che perdona tutto, perché ama. Perdonare tutto? Quanti di voi sono d’accordo con questa frase? Immagino pochi. Queste parole di Papa Francesco non  si accordano molto bene al sentire comune dei nostri tempi. Il sacrificio, il perdono e la pazienza non sono più di moda. Il matrimonio cristiano non è più compreso nel suo significato profondo. Non è più accolto come vocazione, come sacramento di salvezza. Il matrimonio è concepito solo come relazione che conduce al benessere personale. Quando non c’è più benessere non ha più senso stare insieme. Questo è il pensiero di tutti o quasi. Il Papa dice altro. Ci chiede di comportarci da perdenti e, concedetemi il termine, da sfigati.  Si, perchè chi perdona un tradimento e si volta dall’altra parte è un perdente. E’ un debole che si lascia ferire e maltrattare dal coniuge forte. Gesù ribalta la prospettiva. Il debole è chi tradisce. Chi perdona è forte. Perchè l’amore è forte come la morte. Gesù è salito su quella croce e si è fatto uccidere come agnello al macello. Gesù ha perdonato chi lo ha tradito. Ha perdonato chi ha ricevuto tutto il suo amore e lo ha ripagato con sputi ed ingiurie. Allora se non crediamo che sia giusto perdonare il coniuge che ci  tradisce dobbiamo avere il coraggio di dire che Gesù è un povero sfigato. Invece no. Sappiamo che non è così. Gesù è Dio. Perdonare è da Dio ed è opera di Dio. E’ una pazzia lo so. Padre Botta dice con un’espressione molto chiara: Gesù o è un pazzo o è Dio. Essere cristiani è una pazzia per il nostro mondo senza Dio. Sempre padre Botta spiega benissimo cosa significa sposarsi e il suo discorso si riallaccia benissimo alle parole del Papa. Matrimonio è santità quando:

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Santità è amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Significa perdonare sempre. Significa che se lui/lei si allontana devo amarlo/la ancora di più per riattirarlo a me con la forza della verità e dell’amore.

Antonio e Luisa

La favola dei tre porcellini e il Vangelo di Matteo.

Mentre noi non abbiamo fatto nulla per lasciare le radici cristiane alla base della Costituzione Italiana è curioso altresì scorgere come, quasi tutto, nella nostra vita, trovi ispirazione nella sacra scrittura.

Persino le favole sono ispirate dalla parola di Dio e una di queste, a mio avviso, è la favola dei tre porcellini a tutti perfettamente nota.

(MT 7,24-27) Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

La fiaba è di origine europea, non si conosce esattamente l’autore (forse inglese) e parla di tre porcellini che vennero mandati dalla madre, nel mondo, a costruirsi una casa, ovvero a farsi una vita!

Soltanto uno dei tre personaggi fu talmente “saggio” da costruire una casa di mattoni e riuscì a difendersi dal lupo facendolo morire nella pentola d’acqua bollente.

Esattamente aderente al Vangelo di Matteo:la casa non cadde perché fondata sopra la roccia!

Cosa ha a che fare tutto questo nelle nostre vite, soprattutto in quelle matrimoniali?

Tutto parte da una casa che appartiene addirittura alla casa di noi stessi.

Noi siamo una dimora e quando l’uomo incontra la sua anima gemella trattasi di un’altra dimora ove andare ad abitare. Noi siamo personalmente la casa l’uno dell’altra.

Questo ha fondamento in un’altra importantissima parola della scrittura che è:

(Gen 2,22-24) Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: 

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta». 

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Due perfetti estranei, che non erano neppure parenti, improvvisamente, sposandosi, diventano una sola cosa, una sola carne, cioè i parenti più intimi, i più stretti.

Da questo si costruisce la casa che sarà il luogo del rifugio, della protezione, della vita condivisa e di un mondo interno sconosciuto a chi ne rimane fuori.

La casa è anche il luogo ove si tolgono le maschere indossate all’esterno e, seppure tra familiari si dovrebbe essere trasparenti, spesso accade che si mantengano personali segreti.

Spesso si diventa addirittura estranei dentro la propria casa. Un coniuge rinchiuso in una stanza, separato dall’altro. I figli nel loro mondo di crescita adolescenziale si arrotolano a gomitolo nelle loro camerette. E tu, vorresti dialogare e trovi un muro e tu, vorresti gioire e trovi la tristezza.

Come hai costruito questa casa?

Sei il porcellino della paglia? Oppure quello della legna?

Ricordati che il soffio del lupo cercherà di non mancare ed è proprio questo ciò da cui devi difenderti per tenere salda la tua casa, la tua vita.

Non basta esistere, occorre edificare bene l’esistenza.

Forse devo guarire le ferite della mia vita; forse devo fare un cammino di perdono; forse devo sentirmi bisognoso di aiuto.

Come posso diventare coniuge se non riesco ad abbandonare i legami con la famiglia d’origine?

Come posso diventare una sola carne se le mie schiavitù sono rimaste così “appese” da non permettere che viva una relazione vera ma una egoistica soddisfazione?. Pensa a quante volte sei caduto nell’uso della pornografia quando invece eri chiamato a donarti totalmente alla tua sposa( e viceversa ovvio). Diventare una sola carne è abitare nella casa dell’altro, reciprocamente, non soddisfare un egoistico bisogno che attiene alla fase adolescenziale di una sessualità immatura.Tu non sei chiamato ad amare te stesso ma l’alterità.

Ecco dove la casa non è costruita sulla roccia.

È su questa fragilità della vita e occorre pensare bene a come gettare le fondamenta affinchè tutto non crolli!

Non basterà neppure una casa di mattoni perché, il lupo, cioè il nemico del progetto del tuo Santo matrimonio, tenterà di entrare in tutti i modi per divorarti e soffierà, soffierà fortissimo. Infatti, il porcellino saggio, ha saputo difendere ciò che era suo. Sapeva quale poteva essere il pericolo e ha sconfitto il nemico con la difesa giusta.

Sai qual è la tua unica difesa uomo e donna che non puoi cavartela solo con le forze umane?

È Colui che hai messo al centro del tuo progetto, è Cristo, vera Roccia della tua casa.

Non crollerai se saprai difenderti, usando le armi che il tuo battesimo ti ha consegnato:

La Paternità di Dio

I sacramenti

La preghiera

La tua volontà

Ricorda che i porcellini erano tre ma uno solo ha scampato il pericolo e la vita non è una favola ma un Santo combattimento dove il male lo vince soltanto l’Unico Vero Bene!

Cristina Epicoco Righi

Perle ai porci e matrimonio.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.

Gesù, in questo Vangelo, è molto duro. Sembra aver perso la proverbiale mitezza e misericordia verso le persone. In realtà non è così. Gesù sta mettendo in guardia. Paragona le persone che vivono nel peccato e non intendono accogliere la legge di Dio a dei maiali. Non è un’offesa gratuita. C’è un significato profondo. Il maiale  ha certe caratteristiche che richiamano l’egoismo, il comportamento lascivo, la caparbietà e la crudeltà. Uno dei motivi per i quali la carne di maiale è bandita tra gli ebrei deriva da un motivo che in apparenza sembra alquanto bizzarro: non sono ruminanti. Strano vero. Seguite il discorso. Non ruminano, ma al contrario sono voraci e inghiottono tutto ciò che trovano. Questo simboleggia chi non riflette ed è schiavo delle sue pulsioni, dei suoi desideri, emozioni,sensazioni e passioni. Chi non riesce a contenersi e trattenersi. Chi è iracondo e chi  si lascia condurre, si abbuffa di ogni cosa per provare piacere senza pensare alle conseguenze. Schiavi della gola, del sesso e delle emozioni, anche le più dannose. Mangiare il maiale per il popolo ebraico significava alimentare queste passioni malefiche che ci rendono incapaci di controllare il nostro corpo e le nostre azioni, come animali per l’appunto. Chi vive da maiale, ci dice Gesù, non riesce ad apprezzare la perla preziosa. Perla preziosa che richiede sacrificio e costanza, fede e pazienza. La perla preziosa non dà immediato piacere. Può costare a volte sofferenza e pena. Infatti il Vangelo del giorno prosegue:

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti. 
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 
quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” 

A volte alcuni uomini e alcune donne sono chiamati al martirio. Hanno sposato una persona che vive come un maiale (non voglio essere offensivo, anche io lo ero in parte), schiavo delle pulsioni e della carne. Persone incapaci ed immature. Persone che, oggettivamente, fanno del male a loro stesse e alla persona che hanno sposato.   In questi casi non serve mostrare la perla preziosa, la Parola. Non verrebbe apprezzata e, al contrario, alimenterebbe la rabbia e il risentimento. Saremmo calpestati e sbranati. Non capita questo a tante persone fedeli che vengono ripetutamente tradite e umiliate dal coniuge?

Gesù ci chiede di amare. Sempre e comunque. In un modo semplice, ma difficilissimo: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Gesù non ci chiede di non fare il male. Ci chiede di fare il bene e non pone condizioni. Vostro marito vi tradisce? Siate ancora più accoglienti. Vostra moglie è fredda e distaccata? Siate teneri e gentili. Vostro marito è prepotente? Siate umili. Fermi nell’affermare la verità, senza mai scendere a compromessi che vadano contro la volontà di Dio, ma persone sempre aperte e accoglienti verso l’altro. Pronte a perdonare e a cancellare il male subito. Rispondere con un sorriso e con una carezza. Mi rendo conto che è qualcosa di molto difficile, a volte umanamente impossibile. Ricordiamo che siamo sposi in Cristo. Ricordiamo che la croce non la portiamo da soli e chiediamo la grazia di vivere la Grazia  (cit. Chiara Corbella).

La porta è stretta, è una via scomoda, e a volte la salita è impervia, ma chi persevera raggiungerà altezze sconosciute a tanti. La posta in gioco non è solo il matrimonio, ma la vita eterna.

Antonio e Luisa

 

Papa Francesco al Forum. Chi di voi ha avuto più pazienza? (2 articolo)

Poi, un’altra cosa che domando ai coniugi, che fanno cinquanta o sessant’anni: “Chi di voi ha avuto più pazienza?” È matematico, la risposta è: “Tutt’e due”. E’ bello! Questo indica una vita insieme, una vita a due. Quella pazienza di sopportarsi a vicenda.

Sono tutti temi che ho già affrontato. E’ bello constatare come io sia in piena sintonia con il Papa. Quelli che lui cita come punti importanti li ho presi più volte anche io come spunto per una riflessione utile alla coppia.

Per capire cosa il Papa intenda per pazienza possiamo attingere al bellissimo quarto capitolo di Amoris Laetitia. Al punto 93 scrive:

 Segue la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”.

Il Papa pone l’atteggiamento di benevolenza in stretta attinenza con la pazienza. L’amore è paziente. La pazienza sembra quasi qualcosa di passivo, da sopportare, invece il Papa non si limita ad affermare che l’amore accetta, sopporta e perdona in modo passivo, ma prende l’iniziativa e guarda oltre l’errore di quel momento, per sconfiggere il male e trasformarlo in bene. La benevolenza ci aiuta a non identificare il nostro coniuge con il suo comportamento o con il suo gesto. La benevolenza ci aiuta a continuare a guardarlo con gli occhi di Dio, che non si arrende mai e continua a considerare ogni persona come centro del suo amore. Anzi, Dio è straordinario. Dio ama ancora di più proprio quelle persone che lo rinnegano e si comportano indegnamente verso di lui e verso i fratelli. Li ama di più per riattirarli a sè, esattamente come un magnete. Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio sa quanto è potente e quanto ti “cattura”. Così dobbiamo fare noi. Non possiamo obbligare nessuno ad amarci, neanche chi ha promesso solennemente di farlo, ma possiamo amarlo nonostante tutto, amarlo più di prima. Questa è la modalità di Gesù e questa deve diventare la nostra modalità nel sacramento del matrimonio. Ecco che quelle persone che nella coppia riusciranno a mettere in pratica questa modalità di pazienza, potranno arrivare a sessant’anni di matrimonio amandosi ancora di più. Avranno vissuto momenti di pura grazia, di misericordia immeritata e di perdono. Avranno sperimentato l’amore gratuito dell’altro. Un amore che unisce tantissimo e riempie di gratitudine il cuore. Sono diventate persone migliori. Questa è la pazienza cara al Papa.

Antonio e Luisa

Il nemico lo abbiamo in casa

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. »

Credo che con queste parole Gesù non ci lasci via d’uscita. Questo Vangelo è difficile ed indigesto. I nemici non sono sempre lontani da noi, Spesso li abbiamo in casa. Nella coppia non si va sempre d’accordo. Ci sono momenti difficili. Ci sono litigi, incomprensioni, freddezze, musi, silenzi carichi di tensione. Si può arrivare al tradimento e a ferire profondamente l’altro/a. Quando l’altro/a ci fa del male, volontariamente o anche solo per superficialità, diventa un nemico nel nostro cuore. Con il tempo si rischia davvero di saltare. Non ci sono spesso grandi battaglie come causa di separazioni e divorzi. Ci sono piccole imboscate, piccole contese. Piccole incomprensioni che con il tempo uccidono sempre di più. A volte si smette anche di litigare. L’altro/a diventa indifferente e invisibile. Lo cancelliamo dal nostro cuore tanto è nemico. Don Antonello Iapicca ha scritto qualcosa che mi ha colpito molto. E’ vero quello che dice. Scrive:

 Certo, hai provato ad amarlo, ma in realtà cercavi di raggiungere l’obiettivo del demonio, cioè conquistare e possedere l’altro, perché la felicità che cercavi era diventare come il dio che ti aveva dipinto lui. Un dio che fa ciò che vuole, riverito, compreso, adorato. E quando i tuoi limiti si sono scontrati con la differenza e i peccati dell’altro hai sperimentato la morte, ti sei impaurito chiudendoti in un cerchio nel quale vorresti difenderti, ma che invece ti avvolge come una prigione. L’obiettivo che ti aveva fissato il demonio era falso; inducendoti a ribellarti e a farti nemico di Dio ha trasformato ogni persona in un tuo nemico. E li hai uccisi per riprenderti la vita che ti hanno tolto, anche stamattina, giudicando tua moglie per esempio.

Questo è il mondo. Questo è il modo dei pagani di vivere l’amore. Pagani che magari si sono anche sposati in chiesa. Una cerimonia non ci rende cristiani. Questo è l’inganno in cui tanti credono e cadono. Cosa differenzia un matrimonio sacramento vissuto alla luce di Cristo da qualsiasi altra unione? Il cristiano sa che il peccato può essere trasformato in amore. Il peccato che allontana, che divide, che crea distanze, ferite e tradimenti può essere un modo privilegiato di vivere l’amore. Possiamo, grazie a Dio e allo Spirito Santo effuso in noi, vivere un amore gratuito e incondizionato. Quell’amore che travolge tutto e può davvero frantumare le resistenze dell’altro. Mi spiego meglio. Io non sono stato un marito facile per la mia sposa. Avevo tanti pregiudizi, tante ferite e peccati che mi avvelenavano il cuore. Non mi comportavo sempre bene con lei, non ero spesso amorevole, ma scontroso e acido. Alla fine ha vinto lei. Mi ha fatto sentire profondamente amato tutte le volte che mi ha mostrato un sorriso, mi ha donato una carezza, mi ha sempre accolto anche nei momenti in cui non meritavo nulla. Questo mi ha cambiato. Mi ha aiutato a capire che lei era nella verità e che in quel momento io stavo sbagliando. Noi sposi cristiani siamo chiamati a questo. Io amo Luisa e lei ama me. Ci siamo scelti per quello che siamo. Ci siamo scelti con tutte le nostre debolezze, le nostre incoerenze e i nostri spigoli. L’amore sponsale va oltre tutto questo. Ogni volta che riusciamo ad amarci profondamente è un’esperienza meravigliosa di unità e di fraternità. Ogni volta che non riusciamo è bellissimo comunque, perchè sperimentiamo la grandezza del perdono e dell’amore incondizionato dell’altro. Ci sentiamo amati per ciò che siamo e non solo per quello che facciamo e che diamo. Credo che questa sia la differenza grande tra un matrimonio autentico e qualsiasi altra unione. Nel matrimonio si acquisisce il modo di amare di Dio. Per Grazia e per dono, non per merito. Il matrimonio diventa una piccola e imperfetta Trinità. Piccola e imperfetta, ma pur sempre una scintilla che mostra il fuoco dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

Papa Francesco al Forum. Guardarsi negli occhi. (1 articolo)

Papa Francesco il 16 giugno  ha ricevuto in udienza una delegazione del Forum delle Famiglie. Ne è nato uno scambio molto bello e soprattutto interessante. Papa Francesco, provocato dalla passione del presidente del Forum Gigi De Palo, riposto il discorso formale che aveva pronto, ha risposto a braccio, guidato da quanto lo Spirito gli suggeriva. La risposta del Papa è una meraviglia da leggere e rileggere. Sento il desiderio di rileggerla con voi, approfondendo i punti più significativi.

Lui (Gigi De Palo ndr)  ha usato un’espressione: “guardarsi negli occhi”. L’uomo e la donna, il marito e la sposa, si guardano negli occhi. Racconto un aneddoto. A me piace salutare nelle udienze le coppie che fanno il cinquantesimo, il venticinquesimo…; anche quando vengono a Messa a Santa Marta. Una volta, c’era una coppia che faceva il sessantesimo. Ma erano giovani, perché si erano sposati a diciotto anni, come a quei tempi. A quei tempi si sposavano giovani. Oggi, perché si sposi un figlio… povere mamme! Ma la ricetta è chiara: non stirare più le camicie, e così si sposerà presto, o no? Mi trovo davanti questa coppia, e mi guardavano… Ho detto: “Sessant’anni! Ma ancora avete lo stesso amore?”. E loro, che mi guardavano, si sono guardati fra loro, poi sono tornati a guardarmi, e io ho visto che avevano gli occhi bagnati. E tutti e due mi hanno detto: “Siamo innamorati”. Non lo dimentico mai. “Dopo sessant’anni siamo innamorati”. Il calore della famiglia che cresce, l’amore che non è un amore di romanzo. È un vero amore. Essere innamorati tutta la vita, con tanti problemi che ci sono… Ma essere innamorati.

Papa Francesco si commuove pensando all’amore sponsale, quello autentico. Un amore che non cessa. Un amore che con il tempo cresce. L’amore non può essere un concetto fermo e statico. L’amore se non cresce muore. E’ come una pianta che va curata e nutrita giorno dopo giorno. L’amore si nutre di tenerezza. L’amore ha bisogno della tenerezza per non morire nel cuore degli sposi. Tenerezza che si concretizza nei gesti del corpo, nella cura e nelle attenzioni. Tenerezza che è anche sguardo. Il papa si sofferma sullo sguardo. Dimostra di essere attento a ciò che è davvero importante. Sa leggere bene il linguaggio non verbale degli sposi. Da come due sposi si guardano si può capire molto. Tanti sposi non si guardano più. La loro vita prosegue su binari paralleli e non si guardano più. Che tristezza. Due sposi che non si guardano più stanno gettando la loro bellezza e la loro ricchezza.

Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”:

Due sposi, due fidanzati, prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Suor Vinerba nel proseguo mette in evidenza la differenza tra i verbi guardare e vedere. Non hanno lo stesso significato. Perdersi di vista non è qualcosa che accade in pochi giorni. Perdersi di vista, non vedersi più è qualcosa che accade nei mesi, negli anni. Un matrimonio che diventa arido e vuoto. Vedere significa percepire con lo sguardo. Lei o lui sono così dati per scontati che non si vedono più. La Vinerba dice che non ci si accorge più della presenza, ma della assenza, tanto fanno parte della nostra vita ordinaria. Sono qualcuno a cui non dedichiamo tempo e attenzioni. Questo con il tempo porta a un passo successivo ovvio e scontato. Non ti vedo più e quindi non ti guardo più. Guardare inteso come cercare e fissare con lo sguardo. Un atto di volontà. Non ti guardo perchè sei così scontato/a che non mi interessi più. Il nostro rapporto è troppo impegnativo, non ne vale la pena. Meglio dedicarsi ad altro. Qualcosa di interessante, che mi sappia prendere e coinvolgere. Tu non mi prendi più. Si un tempo mi facevi battere il cuore, ma ora non è rimasto nulla, se non impegni e rotture di scatole e le tue lamentele che mi danno i nervi.  Ma quanto rompi. Meglio stare fuori. Quante famiglie si distruggono dopo anni di matrimonio perchè non sanno e non vogliono più guardarsi. Quante coppie buttano via una vita per cercare quelle emozioni che possono ritrovare tranquillamente tra di loro, iniziando un  percorso di guarigione che porta a guardarsi ancora.  Che bello rientrare a casa la sera e cercare il suo sguardo, e quando lo trovi sentirti pazzamente innamorato ed amato da quella donna che con un solo sguardo sa scaldarti e rigenerarti.

Antonio e Luisa

 

L’amore da seme diventa albero.

In quel tempo, Gesù diceva alla folla: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra;
dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.
Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga.
Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?
Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra;
ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».
Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere.
Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

Il regno di Dio è l’amore. Dove c’è amore autentico lì regna Dio. Noi siamo quel seme. Siamo creati ad immagine di Dio. L’amore ci costituisce. Amare è ciò che desideriamo e che dona senso ad ogni cosa, alla nostra vita. Il matrimonio è quella terra fertile che accoglie ciò che siamo e ci permette di crescere e diventare grandi.

Anche noi, quando ci siamo sposati, sentivamo di essere piccoli, come un seme di senape. Quella promessa mi sembrava invece così difficile e troppo esigente. Desideravo un amore così bello come quello sposale che fosse per sempre e senza condizioni. Non credevo, però,  di esserne capace. Era troppo per me. Ero un piccolo seme di senape, uno dei semi più piccoli. Mi sentivo piccolo, inadeguato, impreparato per promettere davanti al Signore un amore così radicale e grande. Sapevo benissimo però, che non ero solo, che la mia piccolezza, fragilità, limitatezza erano nelle mani di Dio. Solo quello mi ha dato forza. Sapevo che, affidandomi a Lui e non scoraggiandomi, Lui mi avrebbe reso capace e adeguato. Ed ecco che ho visto il mio amore, la  capacità di donarmi alla mia sposa e di accoglierla in me, diventare qualcosa di sempre più bello e vivo. Ho visto il mio amore crescere e diventare forte e saldo come l’albero di senape. Senza spiegarmi come fosse possibile tanta bellezza. Ogni tanto mi sorprendo e resto senza parole. Io, così fragile e pieno di difetti e peccati, sono stato capace fino ad ora di formare una famiglia dove ci si vuole bene e i bambini sono sereni? Si, e per me,come questo sia possibile,  resta un mistero. Non è merito mio. C’è la mano di quel Dio che ha preso molto seriamente la nostra promessa è l’ha resa sua. Ci ha chiesto solo di dare quel poco che avevamo da offrire, di fidarci di lui e di non mollare mai nelle difficoltà. Il resto lo ha fatto lui. Sono sicuro che se  mai dovessi montare in superbia e credessi di poter fare a meno di Lui e della sua Grazia, credessi di essere io quello bravo e che mi basto, so già che cadrei pesantemente e dolorosamente. Detto tra noi è già capitato. Siamo come l’albero di senape, forte e rigoglioso, ma abbiamo bisogno del nutrimento per non seccare. Quel nutrimento è la Grazia di Dio. Non dimentichiamolo mai.

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. Sono malata d’amore. (30 articolo)

Sostenetemi con focacce d’uva passa,
rinfrancatemi con pomi,
perché io sono malata d’amore.
[6]La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.
[7]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle o per le cerve dei campi:
non destate, non scuotete dal sonno l’amata,
finché essa non lo voglia.

Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento, mi azzardo a dire, di estasi. Sono, probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sè, un momento di stordimento. Non capisce più chi è. Chiede di aver qualcosa da mangiare perchè si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e mele. Due immagini che rimandano all’amore stesso. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbandonano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore di lui. In questo abbraccio silenzioso, senza aggiungere altro, possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve dei campi: non destate, non scuotete dal sonno l’amata, finché essa non lo voglia. Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gazzelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare a quello erotico. Per tutte la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiuro, non svegliatela. Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta e sensibile scaturita dal nostro amore che si è fatto carne. Queste 9 righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che di più bello possono sperimentare due sposi nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di assimilare quel piacere appena vissuto. Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti che vuole significare un’unità appena sperimentata che sta riempiendo il cuore di gioia, di bellezza, di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno? La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che è un qualcosa voluto da Dio per noi, il modo che Dio ha scelto affinchè noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croceUn’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore

Uno sguardo è adulterio?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;
ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.

Brutta bestia l’adulterio. Quando pensiamo a questa parola, immaginiamo subito il tradimento carnale, avere rapporti sessuali con altre persone che non siano nostra moglie o nostro marito. Ed è vero, ma è una spiegazione molto superficiale e limitata, la punta dell’iceberg. L’adulterio è molto di più e comincia molto prima di arrivare a tanto. L’adulterio è una falsificazione. Adulterare  significa esattamente variare in modo illecito. Che sia uno sguardo, un pensiero o un atto vero e proprio. Con il matrimonio il nostro cuore appartiene alla nostra sposa, perché noi lo abbiamo liberamente donato a lei. L’adulterio è cacciarla fuori e riprenderci qualcosa che non ci appartiene più, con l’adulterio torniamo noi al centro del nostro cuore. L’adulterio non è sostituire la nostra sposa con un’altra donna, ma rimettere noi al centro, perché l’altra donna non diventa altro che un oggetto per soddisfarci. Basta uno sguardo a una donna incontrata per strada, magari poco vestita, per farne un oggetto delle nostre fantasie. Una donna poco vestita non è mai, e ripeto mai (non fatevi illusioni), ammirata per la sua bellezza, ma vista sempre come oggetto. Non lo dico perché sono maschilista, ma semplicemente perché l’uomo è fatto così, vista e fantasia sono due chiavi fondamentali della sessualità maschile a differenza di quella femminile, che è basata più sull’affettività e tenerezza. Senza contare poi che la pornografia è diffusissima tra ragazzi e anche tra uomini adulti, e questo non fa altro che accentuare la mentalità che oggettivizza la donna e la trasforma non più in persona ma in corpo se non addirittura in parti di un corpo.

Esiste poi l’adulterio del cuore, ancora più sottile e pericoloso. Sì, perché avviene tra i coniugi stessi. Tutte le volte che ci si accosta alla propria moglie per soddisfare una propria voglia e un proprio istinto, trattandola come oggetto di piacere, stiamo commettendo adulterio, perché non ci stiamo unendo a nostra moglie, ma a un pezzo di carne, a un oggetto al nostro servizio. State sicuri che le donne non sono stupide, lo capiscono benissimo e questo porta sempre sofferenza e divisione tra i coniugi.

Non commettere adulterio non è semplicemente non fare qualcosa, ma al contrario è darsi da fare. Significa purificare il proprio sguardo, il proprio cuore e la propria mente e imparare il dominio di sé, che è indispensabile per potersi donare ad una persona. Se non ci apparteniamo e siamo schiavi di passioni e impulsi, come possiamo donare qualcosa di cui non abbiamo il controllo? Stiamo mentendo a noi stessi e alla nostra sposa (nostro sposo).

Antonio e Luisa

Dare compimento alla Legge.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.
In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Questo Vangelo credo possa insegnarci tanto. Perchè Gesù dice che non è venuto ad abolire la legge? Non vuole cambiare nulla della legge, ma al contrario vuole portarla a compimento. Gesù non solo non vuole. Gesù non può cambiare nulla della legge. La legge non è altro che un libretto d’istruzioni che Dio ci ha donato. Un libretto per svelare in profondità quelle che sono le esigenze del nostro cuore. La legge ci rende pienamente umani. E’ Gesù è pienamente uomo. Per questo non può cambiare nulla. Rispettare la legge significa vivere pienamente da uomini. Gesù è venuto a perfezionare la Legge, a portarla compimento. Non è venuto a cancellare il Decalogo, che resta completamente valido, ma a renderlo concretamente vivo nel cuore dell’uomo. E’ venuto a trasformare semplici norme da rispettare,  in apertura e conversione del cuore. Non ha senso seguire i comandamenti, se non come volontà di amare di più e più perfettamente Dio e i fratelli.  Come sappiamo i primi tre comandamenti descrivono il rapporto verticale, con Dio. Dal quarto al decimo si spostano su un piano orizzontale, sul rapporto tra uomini, con il prossimo. I comandamenti sono tutti importanti e non rispettarne uno indica un’ipocrisia di fondo, una incapacità di amare in pienezza.Uccidere, rubare, dire falsa testimonianza sono tutti comportamenti universalmente condannati. Non è un vero uomo chi commette certi gesti e certi delitti. C’è un comandamento che sembra, invece, passato di moda: il sesto.

Il sesto comandamento è spesso sottovalutato e ritenuto meno importante di altri. Come se la sessualità disordinata non fosse un peccato grave, non fosse una mancanza grave di rispetto verso l’altro e verso noi stessi. Non fosse una mancanza di amore.  Sento tanti sacerdoti condannare l’omicidio, le guerre, i furti, la truffa, le estorsioni e tutte queste manifestazioni del male. Giustissimo, ma non vedo altrettanta veemenza contro l’adulterio, i rapporti prematrimoniali, la masturbazione,  la contraccezione e i rapporti omosessuali. Il sesto comandamento è cancellato di fatto. Non se ne parla quasi. Anche in confessionale tanti sacerdoti tendono a sminuire e considerare meno importanti questi peccati, quasi fossero la normalità e nulla di veramente grave. Un sacerdote, a cui voglio bene, ebbe a dire un giorno quando sollevai il discorso: Se questi fossero peccati gravi l’inferno sarebbe pieno, sei troppo rigido oppure un’altra volta sui rapporti prematrimoniali: I fidanzati che si vogliono bene si fanno le coccole.

Non la penso così. Penso, al contrario, che questo decadimento sul sesto comandamento abbia ripercussioni negative su tutti gli altri. Il sesto comandamento, non a caso, è posto tra il quinto e il settimo. Chi commette atti impuri uccide qualcosa dell’altro o ruba qualcosa che non gli appartiene, per egoismo e per interesse personale, non certo per amore. L’adultero non uccide forse il coniuge? Non dà una coltellata nella schiena a chi gli ha dedicato parte della vita? Non uccide forse la persona a cui aveva invece promesso amore, rispetto e cura.  Ne conosco tante che sono morte e che ora stanno faticosamente cercando di rinascere grazie a Cristo, ma il loro dolore e la loro sofferenza è ancora un grido che si alza al cielo.

Nei rapporti prematrimoniali non si ruba qualcosa di cui ancora non si ha diritto? Si prende il dono totale del corpo dell’amato/a senza essersi impegnato definitivamente e  totalmente nel matrimonio. Si usa l’altro/a. Si ruba qualcosa che non era per noi, ma per il marito o la moglie che ancora deve venire. E lo si fa solo per il piacere personale trattando l’altro/a come oggetto. Anche se sinceramente si crede di amare l’altro in quel modo. Spesso, però, la sincerità non equivale alla verità.

Nella masturbazione non si ruba forse un piacere destinato a far parte di un piacere ancora più grande e profondo scaturente dall’unione dei corpi degli sposi, dove il piacere sessuale si fonde con un piacere che coinvolge anche spirito e psiche? Il piacere sessuale è un dono di Dio riservato all’unione intima degli sposi. Rubarlo, in un gesto carico di egoismo e di ripiegamento, non fa che renderci ancora più egoisti e chiusi, incapaci di un vero incontro con l’altro/a.

Se crolla il sesto comandamento crolla tutto. La nostra società ipersessualizzata ne è la conferma. Sesso libero e facile, senza troppi pensieri, ma che rende le persone sempre meno capaci di scelte definitive e di fedeltà.  Bisogna recuperare la capacità di rendere giustizia alla verità e saper testimoniare che la sessualità è qualcosa di meraviglioso, ma che va vissuta in un contesto di amore autentico, nel dono totale del matrimonio tra un uomo e una donna. Al di fuori della sponsalità è un gesto falso che esprime la nostra incapacità di amare e il nostro egoismo che usa per interesse. Non è dono, ma violenza, sempre, anche quando si tinge di un sentimento d’amore che non può però essere autentico. Questa è una mentalità che poi si manifesterà in ogni ambito relazionale: lavorativo, affettivo, familiare etc. Rispettare il sesto comandamento significa educarsi al rispetto e alla valorizzazione dell’altro/a. Significa essere responsabile delle proprie promesse e delle proprie azioni.  Non è figlio di un dio minore, ma vera esigenza che Dio ci chiede per amare veramente come Lui ama e come Gesù ci ha mostrato nella Sua vita terrena.

Antonio e Luisa

Luce del mondo.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.”

Noi siamo questo!! Noi sposi possiamo essere luce del mondo! Noi sposi possiamo essere sale della terra! Non ci credete. Vero? Noi luce del mondo. No, noi è già tanto che tiriamo sera. Nelle nostre case si litiga, si è nervosi e stanchi, non si riesce a fare tutto quello che si dovrebbe. Come facciamo ad essere luce del mondo? Lo siete proprio perchè siete così. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Guardare con invidia a quello che manca senza saper apprezzare i propri punti di forza. Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete luce. Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo. Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete luce. Voi che avete avuto tanti figli e che invidiate magari la casa sempre in ordine di chi non ne ha. Siete luce. Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che voi che restate fedeli alla promessa siete una luce abbagliante in questo mondo di tenebra. Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio.

Vi lascio con un corto che ogni tanto ripropongo. Si tratta del Circo della farfalla.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia dai Mirko e Sandra (i nostri cari coordinatori dell’Intercomunione) . E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): Più ardua è la battaglia  più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Antonio e Luisa

Il sesso non è sempre buono caro Ermal

Rientro oggi e leggo di dichiarazioni da parte del ministro #fontana che in nome del suo essere cristiano dichiara invisibili le unioni arcobaleno. Ma davvero credete che al buon Dio interessi come raggiungete l’orgasmo? Non gli interessa nemmeno di cosa vi rende felici, ma che siate felici. E allora Siate persone felici, di questo c’è bisogno. Di persone felici. A qualsiasi costo.

Ermal Meta ha detto la sua sulle parole del neo ministro Fontana. Fontana si riferiva alle famiglie arcobaleno. La riflessione che desidero, invece, proporre è più ampia. Non si limita ai rapporti omosessuali, ma tocca tutto l’ambito sessuale e dell’amore sensibile umano. Siamo fatti di anima e corpo. Anima e corpo come due dimensioni della stessa umanità. Anima e corpo che non sono distinte e separate, come tutta la filosofia greca vuole farci credere. Anima e corpo che sono così legate tra loro da essere indistinguibili. Siamo spiriti incarnati. L’anima luogo dove nasce l’amore, la volontà, l’intelligenza, la fede. L’anima come sorgente dei nostri desideri e della nostra profonda relazione con Dio. Il corpo, invece, dove l’amore prende concretezza. Dove prende vita e si manifesta. Non si può amare senza un corpo. Lo sguardo, la carezza, la dolcezza, la tenerezza, l’abbraccio e tutte le manifestazioni sensibili dell’amore avvengono attraverso il corpo. Provate a chiudere gli occhi, a mettervi di spalle al vostro amato (o amata) senza toccarvi e senza parlare, cercate ora di far percepire all’altro/a tutto l’amore che avete per lui/lei. Non ci siete riusciti vero? E’ normale. Non avete potuto usare il vostro corpo. L’amore senza corpo resta lettera morta. Gesù ha amato attraverso il corpo. Ha abbracciato, pianto, accarezzato, guardato amorevolmente con il corpo. Il corpo è tanto importante per lui da avercelo donato nel pane e nel vino eucaristico. Caro Ermal cos’è l’amore? Non quello che, probabilmente, pensi tu dell’amore, ma quello autentico, quello ecologico e biblico.

L’amore ecologico è un donarsi e un accogliersi tra due persone, che determina un’unione profonda coinvolgente la totalità del loro essere: Io personale, cuore e corpo.

L’amore è questo. L’amore per essere tale deve essere rapportato alla verità della relazione. Esiste l’amore tra una mamma e il suo bimbo. Esiste l’amore tra due fratelli. Esiste l’amore tra fidanzati. Esiste l’amore tra un uomo e una donna uniti dal sacramento del matrimonio. Ogni tipo di amore ha le sue manifestazioni per essere nella verità. Il bacio tra marito e moglie non può essere lo stesso che si scambiano madre e figlio. Fa ribrezzo pensare ad una madre che bacia appassionatamente il proprio bambino. Nessuno può considerare amore quel gesto. E’ un gesto malato. Perchè l’amore è vero solo se si esprime armoniosamente con il corpo. Attraverso il corpo dobbiamo saper esprimere la verità e in verità l’amore che il nostro cuore sta vivendo. Arriviamo al punto. Scusate la lungaggine, ma erano premesse necessarie. C’è una sola relazione che richiede un amore esclusivo, totale, fecondo e per sempre. Questa relazione è il matrimonio tra un uomo e una donna. C’è solo un gesto corporeo che rappresenta questo tipo di amore: l’amplesso fisico. L’amplesso fisico è un gesto autentico, dove c’è armonia tra cuore e corpo, solo nella relazione matrimoniale. Il corpo dell’uomo e il corpo della donna, non a caso, sono creati sessuati, diversi e complementari perchè l’unione dei corpi, l’amplesso appunto, possa manifestare e rendere visibile ai due l’unione dei cuori. Possa, anche, nell’incontro intimo, essere generativo di amore, di unità e, alcune volte, di un bambino. Solo in questo caso si tratta di un gesto che è capace di esprimere amore. Per questo esiste un luogo sacro dove marito e moglie possono riprodurre il noi che li costituisce: la vagina della donna. L’uomo è l’unico essere vivente che vive l’amplesso viso a viso. Non è un caso. E’ una caratteristica che ci rende profondamente uomini, creature fatte a immagine e somiglianza di Dio. Durante l’amplesso i due sposi si possono guardare e baciare. Possono vivere un’unione perfetta. Possono incontrare il cuore dell’altro/a, attraverso lo sguardo che penetra gli occhi dell’amato/a. Possono scambiarsi il soffio vitale, l’alito di vita, attraverso il bacio. Infine possono essere uno nel corpo attraverso la penetrazione del pene in vagina. Questo è un autentico gesto d’amore, che esprime la profondità dei cuori dei due. Nessun altro gesto che procuri un orgasmo può essere considerato un gesto d’amore. Non lo può essere la masturbazione, non lo può essere il sesso orale e non lo può essere il sesso anale. Tutti gesti che non permettono una vera unità e fecondità, quindi gesti falsi. L’orgasmo, caro Ermal Meta, può essere il culmine di un piacere sensibile di una realtà meravigliosa d’amore presente nel profondo dei due, ma può essere anche il frutto malato di una bugia. Può essere frutto di un egoismo che vuole usare l’altro/a Per questo ti dico che Gesù in realtà è molto interessato a come raggiungiamo l’orgasmo. Perchè ci vuole bene e desidera che ci incamminiamo verso l’amore e la verità. Finisci il tuo commento scrivendo: E allora Siate persone felici, di questo c’è bisogno. Di persone felici. A qualsiasi costo. Per essere persone felici serve armonia e verità tra anima e corpo. Solo vivendo un amore ecologico questo è possibile. Per questo tanti cercano invano e vivono male. Cercano nel modo sbagliato. Cercano la felicità in un orgasmo quando in realtà questo li sta solo allontanando dalla verità e dalla pienezza di una vita autentica.

Antonio e Luisa

Ha scelto sempre Lui prima di me. Per fortuna!

Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano».
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».
Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!
Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

Questo Vangelo mi ha sempre lasciato un po’ perplesso. Perchè Gesù dice questo?

C’è una verità di fondo che mi è risultata chiara solo dopo il mio matrimonio. Non c’è amore autentico se non in chi ama secondo Dio. Che ne sia consapevole o meno. Che sia cristiano o meno. La verità dell’amore l’abbiamo scritta in noi perchè ci costituisce come persone. Siamo fatti per amare così. Gesù supera i legami umani. Va oltre e afferma che io riconosco davvero mio padre, mia madre, i miei fratelli e, adesso, anche la mia sposa e i miei figli, se li amo nella verità. Non basta il legame di sangue o coniugale. Non basta, se non mi relaziono a loro con il rispetto, l’amore, l’accoglienza, la pazienza, la misericordia e la verità che Dio ci insegna attraverso la Parola e la sua legge. Se non metto Dio prima di ogni altra cosa. Ho compreso tutto questo grazie a Luisa.  La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Mi avrebbe lasciato senza pensarci se l’avessi messa davanti ad una scelta tra me e Lui. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè, in definitiva, non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei ha sempre messo la volontà di Cristo davanti alla mia e questo mi ha salvato. Mi ha costretto a pormi delle domande. Mi ha costretto a comprendere che la bellezza di quella ragazza andava oltre l’aspetto fisico, ma era trasfigurata dal suo tenace abbandono a Gesù, che era davvero Signore e Salvatore per lei. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era mai stato capace di fare. Lei nella sua fragilità e debolezza di donna ferita, ma forte come solo chi  fonda la vita sulla roccia di Cristo, mi ha penetrato con la spada e mi ha aperto la ferita del cuore liberandolo da tutto il pus del peccato che lo ammorbava. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

Grazie alla mia sposa che non ha mai amato me più di Gesù.

Un consiglio che mi sento di dare a tutti. So per certo da medici e psicologi amici che sono sempre più le spose (ma anche gli sposi) che si lamentano delle richieste dei coniugi. Sesso anale, pornografia, scambio di coppie, sex toys e tante altre depravazioni. Abbiate il coraggio di dire no a queste cose. Per il bene vostro e del vostro coniuge. La sessualità autentica è dono, incontro d’amore, dove l’abbraccio intimo è già cosa che più bella non si può sperimentare. Tutto il resto è solo frutto dell’egoismo e della concupiscenza. Tutto il resto serve solo a rendere la persona da amare una cosa da usare, un pezzo di carne.

Antonio e Luisa

Sangue e acqua. Vita e Spirito Santo.

Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui.
Venuti però da Gesù e vedendo che era gia morto, non gli spezzarono le gambe,
ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.
E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

Oggi ricorre la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. La liturgia ci presenta quindi questo passo del Vangelo. Sangue e acqua. Vita e Spirito Santo. Noi gli abbiamo saputo dare solo aceto. Vino avariato.  Amore avariato. Egoismo e chiusura. Sulla croce Gesù ha compiuto un nuovo miracolo. Un nuovo miracolo di Cana. Anche sulla croce si stava celebrando un matrimonio. Si stava celebrando l’alleanza nuziale tra Dio e l’uomo. Questa volta non ha fatto riempire le giare di acqua. Non c’era neanche quella. Non c’era neanche il nostro poco amore umano. C’era l’aceto. L’acqua non è cattiva come l’aceto. In questo caso non c’è un amore da perfezionare come a Cana. C’è un amore guastato da salvare. Lì, su quella croce, Gesù si prende il nostro matrimonio malato. Prende le nostre miserie, le nostre ripicche, i nostri litigi, il nostro egoismo, i nostri piccoli e grandi tradimenti, le nostre urla e i nostri giudizi spietati. Prende tutto e ci salva. Beve il nostro aceto. Lo fa suo.  A quelle coppie che hanno la determinazione, la volontà o, anche solo, la capacità di riconoscersi bisognose e di non bastarsi, restituisce sangue e acqua. Dal suo Sacratissimo Cuore scaturisce sangue e acqua. Scaturisce il sangue. Sangue che è vita. La vera vita. Scaturisce la capacità di rialzarsi e di rimettersi in cammino. Scaturisce la volontà e l’impegno di crescere come persone e come sposi. Scaturisce la voglia di cambiare quella relazione e di cambiare noi stessi. Gesù sa che non basta il sangue e ci dona anche l’acqua.  L’acqua che è segno dello Spirito Santo. Ci dona il suo sostegno e la sua forza. Ci dona il suo amore perchè diventi il nostro amore. Ci dona la capacita di perdonarci, di guardarci con gli occhi di Dio, di avere misericordia l’uno per le miserie dell’altro. In Lui  tutto cambia. Affidando tutto a Gesù non diminuiranno probabilmente i problemi. Lui in croce ci è andato. Cambierà, però,  la nostra relazione. Non sarà più aceto avariato, ma vita, amore e Spirito. Misericordia e accoglienza. Sarà finalmente un matrimonio pieno e felice anche nelle difficoltà.

Importante sottolineare come in entrambe le situazioni, a Cana e sotto la croce,  fosse presente Maria. Maria nostra madre, Maria che intercede per ognuno di noi e per il nostro matrimonio. Affidiamo a lei la nostra relazione, sicuri che lei ci condurrà alla pienezza di suo figlio, che lei sarà una madre che custodirà la nostra vita e il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

La mia moneta chi raffigura?

In quel tempo, i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani mandarono a Gesù alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso.
E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. E’ lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda».
Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare».
Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui.

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa, ma la mia relazione la tengo stretta. Appartiene a me. So io cosa devo fare e, soprattutto, come si deve comportare la mia sposa. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Il matrimonio sarà a mia immagine oppure, semplicemente, non sarà più, lo scioglierò.  Quindi ogni situazione sarà valutata, pesata, giudicata in base ai miei parametri e al mio egocentrismo.  Il mio matrimonio sarà valutato in base a quello che mi darà. Certamente capite bene che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. L’impegno che una famiglia e una relazione comportano supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono.  Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno.

Antonio e Luisa

Rinunciare per avere la sola cosa che conta.

In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».

Questo brano del Vangelo che ci presentava la liturgia di lunedì è pazzesco. E’ pazzesco per quanto vada a toccare le debolezze umane. Mi sono sentito interpellato tantissimo. Il mio matrimonio è partito così. Con un desiderio molto forte, e con la volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità se non pensare a loro stessi. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Antonio e Luisa

Un amore che cresce

Il matrimonio per noi è più bello ora, dopo 16 anni che abbiamo detto il nostro si. Non sono tanti, lo sappiamo, ma sono già abbastanza per poter confrontare l’amore che ci unisce oggi e quello che ci univa all’inizio del nostro matrimonio. Quando si comincia una relazione come quella matrimoniale, così importante e impegnativa, non si è mai sicuri fino in fondo. Basiamo la nostra sicurezza sulla conoscenza dell’altro/a che non è mai sufficiente e sulla speranza che saremo capaci, con l’aiuto di Dio, di vivere un amore e un matrimonio belli. Abbiamo la speranza che non falliremo. Partiamo con tanti buoni propositi, tanto entusiasmo e tanta buona volontà. Ciò che ci lega è l’amore che dobbiamo ancora vivere e che abbiamo sperimentato in modo imperfetto nel fidanzamento. Dopo più di dieci anni di matrimonio ciò che ci lega  è qualcosa di molto più solido. E’ il bene che abbiamo sperimentato nell’altro e per l’altro, è il perdono che ci siamo regalati vicendevolmente, è il desiderio dell’unione dei corpi che abbiamo avvertito sempre più come necessità dettata da due cuori che già sono uniti e non dalla passione della carne. Sono gli abbracci, le carezze, i momenti difficili, gli errori, le parole e i silenzi. E’ la certezza sempre più forte che l’altro c’è sempre e che non ci abbandona. E’ la meraviglia di scoprire di essere amato di più quando meno te lo meriti. Sono le sorprese, i momenti speciali. Sono anche le delusioni ma che aprono sempre a nuove opportunità. Sono le attese, gli sguardi. E’ la meraviglia di incontrarsi. E’ lo stupore di ritrovarsi. Sono tanti piccoli momenti che hanno contribuito a dare contenuto e consistenza a quell’amore speranzoso dell’inizio. Padre Raimondo Bardelli ci ricordava sempre come l’amore fosse abitare nell’altro/a. Non sono più io che vivo ma tu che vivi in me. E’ proprio così. Il matrimonio è proprio questo. Giorno dopo giorno il tuo cuore è sempre più pieno dell’altro. Un cuore e un’anima sola. Come la trinità. Uniti e distinti. Ecco perchè gli sposi possono divenire profezia dell’amore di Dio. Ma per farlo bisogna entrare sempre più in questa realtà di vita.

Non ci devono essere segreti

Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere  e, tenuta per sé una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: «Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono.

Questo passo non è tra le letture di questi giorni. Mi piace però rifletterci sopra. Perchè nasconde un significato molto profondo ed utile ad ogni comunità. In particolare cercherò di approfondire cosa significhi per la coppia, e per me in particolare. Io sono Anania. Vendo il mio campo. Cosa significa? Mi metto in gioco completamente nel matrimonio. Dono tutto me stesso. Non devono esserci segreti. Non deve esserci una parte di me che non sono disposto ad aprire alla mia sposa. Attenzione! Non è facile. Non lo nego. Siamo spesso portati ad essere gelosi di noi stessi. Altre volte ci vergogniamo. Altre volte siamo chiusi e bloccati da ferite e da sofferenze passate non ancora sanate. Non esiste la bacchetta magica in questi casi. Serve tanto abbandono alla Grazia. Ma non basta. Serve anche tanto impegno e tanta volontà da parte nostra. Serve convinzione e determinazione.  Serve anche che l’altro/a sia capace di accoglierci e di non giudicarci mai. L’altro deve essere come il samaritano che raccoglie per strada il moribondo e, senza chiedere nulla, senza porsi questioni sul perchè fosse lì, e perchè fosse conciato in quel modo, se ne prende carico e fa di tutto per farlo guarire. Non lo guarisce lui, ma lo porta all’oste. Lo porta a Cristo. Questa premessa per dire cosa?  Che tenere segreti, luoghi oscuri nella mente e nel cuore, distrugge la relazione. Anania alla fine muore. Anania muore perchè non ha dato tutto. Si è tenuto qualcosa solo per lui. Racconto un fatto personale. Anche io avevo luoghi oscuri. Durante il fidanzamento e qualche volta, purtroppo, anche dopo il matrimonio, ho fruito di immagini e video pornografici. Di nascosto, come un ladro. Era un mio peccato grande che rischiava di allontanarmi dalla mia sposa. Lo avrebbe probabilmente fatto nel tempo. Avrebbe creato un muro tra me e lei. Non avremmo mai potuto costruire una relazione piena e felice. Me ne sono liberato. Certo con la Grazia di Dio. Non sarebbe mai bastata, però, senza la mia volontà. Dio ci libera se noi vogliamo essere liberati. Ho distrutto questa barriera tra me e la mia sposa parlando in modo trasparente e sincero con lei. Non mi ha giudicato. Ho letto, però, in lei, nei suoi occhi, la sofferenza che le stavo arrecando. Si sentiva tradita. Come non ti basto io? Hai bisogno di cercare donne virtuali per appagare il tuo desiderio? Quella sofferenza mi ha fatto male. Il desiderio profondo di non provocarle più un simile dolore mi ha dato la forza. Volerle bene mi ha aiutato a gettare questa immondizia che mi riempiva il cuore. Se avessi fatto come Anania non so in quale situazione mi troverei adesso. Di una cosa sono sicuro! Non avrei la gioia nel cuore che invece ho. Non avrei un matrimonio così bello. Per avere tutto si deve dare tutto. Non per perdere qualcosa, ma al contrario per viverlo appieno.

Termino con le parole di Papa Francesco che potete leggere in Amoris Laetitia al punto 115. Parole che confermano e fortificano quanto ho scritto fin’ora:

…..(L’amore) rende possibili la sincerità e la trasparenza, perché quando uno sa che gli altri confidano in lui e ne apprezzano la bontà di fondo, allora si mostra com’è, senza occultamenti. Uno che sa che sospettano sempre di lui, che lo giudicano senza compassione, che non lo amano in modo incondizionato, preferirà mantenere i suoi segreti, nascondere le sue cadute e debolezze, fingersi quello che non è. Viceversa, una famiglia in cui regna una solida e affettuosa fiducia, e dove si torna sempre ad avere fiducia nonostante tutto, permette che emerga la vera identità dei suoi membri e fa sì che spontaneamente si rifiuti l’inganno, la falsità e la menzogna.

Antonio e Luisa

La menzogna dell’alternativa

Oggi tanti quotidiani ricordano l’approvazione quarant’anni fa della legge 194. Una delle poche leggi che tutti conoscono. Quel 194 è divenuto simbolo di una vittoria di civiltà. Attraverso quella legge, finalmente, le donne sono state libere di uccidere il proprio bambino in tutta sicurezza. Non voglio entrare in polemiche sterili. Se avete letto i miei articoli passati saprete già che io credo nella vita e nella vita fin dal concepimento. Voglio soltanto aiutarvi a riflettere proponendo due diverse testimonianze. Una che ho raccolto direttamente e una che prendo dal bellissimo libro che racconta la vicenda di Chiara Corbella Siamo nati e non moriremo mai più.

Ce l’ho ancora impresso nella memoria. Quel viso mi è rimasto dentro. Era l’autunno di circa due anni fa. Suor Lella ci telefona. Suor Lella è una sorella della fraternità Tenda di Dio della diocesi di Brescia. Suor Lella si occupa di farsi prossima alle fragilità e alle periferie esistenziale come le ha ben definite Papa Francesco.  Quindi frequenta tossicodipendenti, carcerati e altre situazioni estreme. Ci telefona perchè una giovane donna albanese, che seguiva da alcuni anni, si era trasferita in un paese vicino casa nostra. Questa giovane donna aveva già due bimbe ed era in attesa della terza. Aveva un marito che entrava ed usciva dal carcere. Voleva abortire perchè credeva di non farcela. Aveva l’aborto già fissato per il giorno dopo. Naturalmente la legge 194 è applicata in modo molto incompleto e parziale. Lo stato e le sue agenzie locali non fanno mancare assistenza quando si decide di uccidere il bambino, ma lasciano le donne praticamente sole quando decidono di tenere quella piccola vita in grembo. Sono i cristiani che si fanno carico di questi problemi. Andiamo a parlare con lei e dopo poco prende fiducia e si apre. Ci racconta di aver già abortito in passato. Ci racconta che ha due bimbe bellissime, ma non riesce a non pensare a quel bambino che non ha voluto. Si chiede come sarebbe ora, se lo immagina a scuola e piange, piange amaramente. Per questo non vuole ripetere l’errore. Cerchiamo di consolarla e di farle capire che ci sono strutture che la potrebbero aiutare e seguire. La mettiamo in contatto con delle suore che possono accoglierla e con il CAV più vicino per poter avere un aiuto concreto. E’ sollevata, felice. Andiamo a casa. Rimaniamo d’accordo che ci sentiremo l’indomani per accompagnarla al CAV. L’indomani la chiamo, non risponde. Solo verso sera vengo a sapere che il marito è venuto a prenderla, l’ha caricata in macchina e l’ha condotta ad abortire. Quando ho parlato con lei ho avvertito completa apatia, era assente, distrutta. Una vita distrutta che non so come e quando si riprenderà.

Arriviamo ora alla seconda storia. Chiara Corbella è una giovane sposa. Ha poco più di 20 anni e resta incinta. Durante l’ecografia di routine scopre che la figlia, che sta crescendo in lei, non è compatibile con la vita. Ha una malformazione molto grave. E’ destinata a morire. Non potrà vivere che pochi minuti. Chiara decide di tenerla. Non ha dubbi. Non pensa ci sia un’alternativa. Padre Vito, padre spirituale di Chiara ed Enrico, dà un nome a questa presunta alternativa: la menzogna dell’alternativa. La nostra società ci ha educato a credere che una donna possa liberamente scegliere se tenere un bimbo o abortire. La legge 194 ha ridotto tutto a un problema di sicurezza medica. Non è così. Quel bambino c’è . Statisticamente non sono le ragazze giovani ad abortire, come siamo portati a credere. La donna che abortisce maggiormente è la donna matura, in una relazione stabile che uccide il terzo figlio. Quel bambino c’è, dicevo. Credere di poter cancellare questa realtà con l’aborto è una menzogna che distrugge tante donne. Padre Vito scrive:

Questa menzogna ti fa credere che uccidendo tuo figlio sarai felice. Ma non è vero, quel figlio esiste, esisterà sempre e se ti comprerai la casa con i soldi che hai risparmiato del fatto che hai ammazzato tuo figlio, quella casa puzzerà di sangue, non esiste quella casa, è maledetta quella casa.

Non esiste una scelta possibile. Non esiste nessun diritto alla scelta. C’è la cosa giusta da fare. Non si dovrebbe caricare sulle spalle della donna questo peso insostenibile. Non è un diritto poter scegliere di uccidire il proprio bambino, ma può essere solo l’inizio della fine. In quel momento non muore solo il bambino, ma si rompe anche qualcosa nel cuore della mamma. La madre si condanna a un dolore che si porterà dentro tutta la vita.

Chiara Corbella smaschera questa menzogna dicendo una frase semplice, ma lapidaria. La dice dopo la nascita della figlia Maria. Maria vissuta solo mezz’ora. Chiara dice:

Se avessi abortito, non penso che avrei ricordato quel giorno come giorno di festa. Invece ricordo la gioia di quel giorno quando è nata

Chiara ha detto tutto. La legge 194 ci consente di scegliere. Sia chiaro, però, che esiste una scelta giusta e una sbagliata.

Antonio e Luisa

 

La nostra torre di Babele

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Alla Santa Messa di sabato sera c’era questa lettura. Chi non la conosce? La Torre di Babele è stata una delle prime storie della Bibbia che ho imparato. Ero ancora un bambino di pochi anni. Eppure, quella che sembra una storiella per bambini, racchiude un significato così profondo e nascosto, che solo ora inizio a capire qualcosa. Dice molto anche al mio matrimonio e alla mia relazione. Attraverso questo racconto Dio ci vuole insegnare che non possiamo conquistarci il cielo. Non possiamo raggiungere Dio con le nostre forze. L’amore non è qualcosa che possiamo costruire con i mattoni che ci facciamo da soli. L’amore è un dono che viene da Dio e che noi possiamo solo accogliere. Perchè dico questo? Perchè spesso nel nostro matrimonio ci costruiamo la nostra torre di Babele. Ciò che ci spinge verso l’alto è l’amore più umano, l’amore erotico. Dove per amore erotico intendo tutte le manifestazioni sensibili dell’amore. Sensazioni, emozioni, passione e innamoramento. Spesso siamo convinti che basti questo amore per raggiungere il cielo e sperimentare la pienezza. Non basta! Arrivano momenti difficili, o anche semplicemente periodi di aridità dove i mattoni della passione e del desiderio si dissolvono come sabbia al vento. L’amore ascendente, l’eros, non basta. L’amore dell’uomo che cerca di arrivare a Dio non basta. Serve l’amore discendente. Serve l’agape. Non è l’uomo che è salito al cielo, ma è Dio che è sceso sulla terra, nell’incarnazione di Cristo. Ed è così che quella croce di Cristo diventa forza ed esempio di ogni amore. Ed è così che l’uomo per incontrare e sperimentare davvero l’amore non deve elevarsi, ma al contrario inginocchiarsi e in quell’abbandono tenace e fiducioso trovare la forza per non disperdere la relazione, per non uccidere il matrimonio. L’eros senza agape è solo un fuoco di paglia. Chi basa tutto sull’eros, sulle sensazioni e le emozioni è destinato a finire come i costruttori della torre, è destinato al fallimento. E’ destinato alla divisione e all’incomprensione.

Antonio e Luisa

La pentecoste coniugale.

Oggi parteciperemo alla veglia di Pentecoste. Domani la Chiesa festeggia questo grandissimo dono di Dio.  Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apostoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti, come a ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità. Lo Spirito Santo scende e ci trova rinchiusi, impauriti, pieni di domande, nella tenebra. Abbiamo paura, aprire le finestre significa mostrarci e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio? A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare. Anche quest’anno la Pentecoste arriva  al momento giusto. Sono in un periodo di grande stress e fatica. Troppe cose. Ogni imprevisto rischia di scompaginare tutto. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente. La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono, e come fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai. Con Lui, con il suo sostegno potremo arrivare alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a. Termino con una strofa di un canto del rinnovamento che secondo me esprime benissimo la Pentecoste:

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

Antonio e Luisa

 

Il nardo segno del nostro matrimonio.

C’è un dono che ci è stato fatto alcuni anni fa da Andrea e Lorena, due persone a cui vogliamo bene e che condividono con noi il cammino dell’Intercomunione. Un dono che conserviamo come tra i più preziosi ricevuti. Stavamo partecipando ad una settimana di spiritualità. Il tema era il Cantico dei Cantici. Ad un certo punto hanno proposto un gesto. Hanno chiamato padre Francesco, il sacerdote che ci accompagnava spiritualmente durante il corso, e gli hanno dato una boccetta di olio di nardo proveniente da Gerusalemme. Padre Francesco ci ha chiesto di metterci in fila, per coppie, due a due. Quando è toccato a noi ci siamo avvicinati a padre Francesco che ci ha unto i polsi con quel profumo. Ci ha congedato con una frase che mi è rimasta dentro: Questo profumo vi ricordi come vi dovete amare. Sia segno del vostro amore senza risparmio dell’uno verso l’altra.

E’ un dono che ci ha fatto comprendere ancora di più a cosa siamo chiamati. All’impegno che ci siamo presi di vivere questo tipo di amore. Costa impegno, non è sempre spontaneo. Ma quale ricchezza ci dona in cambio! Sentirmi amato in questo modo dalla mia sposa mi riempie di gratitudine e di gioia.

Da quel giorno abbiamo sempre in casa una boccetta di olio di nardo. La vendono in tutti i negozi di articoli religiosi. Costa molto poco. Non è nardo puro, ma una piccola percentuale di nardo diluito in olio d’oliva. L’abbiamo sempre con noi. Ogni tanto la prendiamo e lo usiamo per ungerci a vicenda. Ungendo la sua fronte la benedico disegnando una croce. Lei lo fa su di me. Attraverso quel gesto stiamo rinnovando la nostra volontà di amarci sempre, senza riserve. Con il segno della croce affidiamo la nostra povertà a Cristo affinchè ci renda capaci di quella promessa. E’ un gesto che ci unisce tantissimo. Un gesto che ci fa percepire la ricchezza della nostra unione, che è molto più grande della somma delle nostre miserie. Un gesto che ci accompagna sempre. Ogni momento è un momento in cui si può amare il nostro sposo (la nostra sposa). Nella vita ordinaria di tutti i giorni, in una telefonata, sparecchiando la tavola, alzandosi a prendere l’acqua, ascoltando i suoi problemi, non lamentandosi per quello che non ha saputo fare, in un abbraccio, in una carezza, in un bacio, in uno sguardo. Tutta la nostra giornata deve profumare di nardo. Poi è bellissimo ungersi la fronte con il nardo anche prima dell’unione intima tra di noi. Segno del desiderio di donarsi totalmente all’altro/a e non di ricercare il piacere fine a se stesso. Credetemi! Sperimentare questo modo di amarsi rende tutto più bello e, soprattutto, tutto più vero ed autentico.

Antonio e Luisa

 

Molte cose ho ancora da dirvi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

Quello che Gesù dice ai discepoli in questo passo del Vangelo, che ci viene offerto dalla liturgia odierna, ci riguarda tantissimo. Noi sposi siamo così. Ogni tanto ci penso. Quanta consapevolezza avevo il giorno delle mie nozze? Molto poca. Il matrimonio non può lasciarti uguale. Quando sento frasi del tipo Ti amo come il giorno in cui ti ho sposato/a, non posso che pensare che non sia possibile. Nel matrimonio sacramento non c’è lo stallo. Si sale o si scende. Si cresce o ci si indebolisce. Si perfeziona o si distrugge. Non si può restare gli stessi. Io, e lo dico con convinzione e certezza, amo molto di più la mia sposa oggi, dopo quasi 16 anni di vita insieme. Capitemi bene! Non è un crescere costante. Non è una retta che non ha mai cambi di direzione. Nel matrimonio si cade, si litiga, ci si allontana. Ci sono momenti difficili e di crisi. Guai a negarlo e a pensare che la famiglia perfetta va sempre d’accordo. La famiglia così è solo negli spot in tv, non nella vita reale. C’è qualcosa, però, che accade. Quando si cade e si riesce a vivere l’amore misericordioso anche in quei momenti di flessione, la caduta diventa una spinta. Una spinta per risalire più in alto di prima. Vivere il perdono, l’amore gratuito e incondizionato nei momenti difficili accresce l’amore e non lo distrugge. Questa è la differenza tra una coppia che regge e una che crolla. Nella prima si va oltre le miserie dell’altro e si ama sempre e comunque. Nell’altra, invece, la famiglia diventa luogo delle rivendicazioni, dei rancori che crescono, del rinfacciare e del non sapersi perdonare. Non servono grandi fratture per scoppiare. Bastano tante piccole scosse non affrontate nel modo giusto. Ed è così che lo Spirito Santo si manifesta e ci mostra la grandezza della nostra unione e relazione. In questi anni, in diversi corsi e ritiri, ci è capitato diverse volte di rinnovare le nostre promesse davanti al sacerdote. Ogni volta è più bella di quella precedente. Perchè c’è più amore e più consapevolezza. C’è una storia di esperienze di perdono e di accoglienza reciproca. Ci sono gesti che ci siamo donati impressi a fuoco nel cuore. Tutto questo mi permette oggi di comprendere l’importanza del mio si. Mentre il giorno delle nozze ero spaventato dalla promessa del per sempre oggi ne sono affascinato perchè ho visto pian piano svelarsi il disegno di Dio e la presenza dello Spirito Santo nel nostro amore sponsale. Ogni mattina ringrazio Dio per ciò che ha fatto nella nostra vita. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quante cose ci hai detto in questi anni di matrimonio insieme.

Antonio e Luisa

La fede si trasmette per contagio

Trasmettere la fede non vuol dire “dare informazioni”, ma “fondare un cuore”, “nella fede in Gesù Cristo”. Ben lontano da apprendere meccanicamente un libretto o alcune nozioni, essere un cristiano vuol dire essere “fecondo nella trasmissione della fede”, così come la Chiesa, che “è madre” e partorisce “figli nella fede”.

Questa breve riflessione, tratta da Avvenire, riprende l’omelia di alcuni giorni fa di Papa Francesco a Santa Marta.

Quanto c’è da imparare! Papa Francesco in poche righe ci dona un grande insegnamento. Gesù non si trasmette con i libri di catechismo. Non si trasmette con le belle parole di sacerdoti e operatori pastorali. Non si trasmette in chiesa o all’oratorio. Si! Momenti belli e importanti. Però non bastano. La fede si può trasmettere solo per contagio ai nostri figli, non per indottrinamento. Parlare di Gesù non serve a niente se quel parlare non è accompagnato da uno stile di vita, da un atteggiamento vissuto alla luce della sua presenza. I nostri figli hanno un cuore aperto all’incontro con Gesù. Un cuore, non la testa. Ci arrivano con il desiderio non con una teoria astratta. Dio è padre e madre. L’ha detto Giovanni Paolo I. Mostriamo questo volto di Dio ai nostri figli. Questo non significa non sbagliare mai con loro. Significa accoglierli e accompagnarli. Significa accoglierli sempre. Amarli sempre e comunque. Anche quando sbagliano. Soprattutto quando sbagliano. Solo sentendosi amati così, per quello che sono e non per quello che fanno di buono si sentiranno veramente amati. Facendogli comprendere l’errore, ma senza mai identificarli con l’errore. Loro sono e valgono molto di più di come si comportano e di ciò che fanno, sempre. Poi, hanno bisogno di respirare l’amore vicendevole dei genitori. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si abbracciano e che si scambiano tenerezze. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si prendono cura l’uno dell’altra e che si perdonano sempre. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si inginocchiano davanti a Gesù. Papà e mamma che sanno di non potere nulla senza la forza che viene dallo Spirito Santo. Lo sanno e la chiedono. Papà e mamma che sanno chiedersi scusa e sanno perdonarsi perchè si sono sentiti accolti e perdonati da Dio. Papà che quando sbaglia con loro è capace umilmente di riconoscersi imperfetto. Capace anche di insegnare che c’è un Padre che invece non sbaglia mai e che è capace, a differenza sua, di amarli in modo perfetto e infinito. Solo così le parole di un libro di catechismo non saranno nozioni vuote, ma saranno la spiegazione di ciò che si vive e si respira in famiglia. Coppie: non nascondete mai le vostre coccole ai figli. Baciatevi, abbracciatevi davanti a loro. Papà dite quanto la mamma è bella e importante per voi. Mamme fate altrettanto. Anche questo è trasmettere la fede. Dio è amore. Solo mostrando la bellezza di amarsi in modo gratuito e autentico potremo avvicinare i nostri figli a Gesù. Guardando noi avranno desiderio di conoscere la sorgente del nostro amore e della nostra gioia.

Antonio e Luisa