Famiglia vuol dire speranza! 

Famiglia è sinonimo di speranza, è sinonimo di vita nascente, è bellezza, è testimonianza del volto di amore concreto del Padre, è amore vivente, è esperienza di futuro, è investimento coraggioso sul quale ci giochiamo tutto noi stessi. Sì perché “dove nasce un bambino, nasce la speranza”, diceva la voce di un presepe molto bello che abbiamo visitato nel tempo di Natale in una parrocchia vicino a casa. Dove nasce un bambino, nasce il futuro, nasce la vita, germoglia l’infinito. Che bello! 

Viaggiando in questi fine settimana fuori dalla nostra parrocchia ci siamo accorti di quale ruolo grande abbiamo come famiglie, di quale progetto grande ci aspetta dal giorno del nostro matrimonio. Un mistero grande tutto da scoprire, missione che la famiglia è chiamata a vivere, che trova il suo fulcro nell’amore che deve crescere e moltiplicarsi. La famiglia deve scoprirsi fabbrica di amore sempre in produzione. 

Dove c’è una famiglia, c’è un amore che può generare vita, sia essa di carne o spirituale. E al giorno d’oggi abbiamo terribilmente bisogno di questo ruolo che hanno due sposi: di chi ci dona la vita che nasce, e di chi ci fa nascere nella vita all’amore. 

Forse non ce ne rendiamo conto, abituati a stare nel nostro mondo fatto di altre famiglie, fatto di asili dove ci sono altri figli, di scuole dove ci sono altri ragazzi, fatto di amicizie, di posti affollati, di code, di parcheggi pieni e centri commerciali sempre più grandi, rischiamo di perdere la visione della nostra unicità, bellezza, importanza. Rischiamo di vivere come uno fra tanti. Ascoltiamo i dati istat relativi alle nascite e ai matrimoni come qualcosa che non ci riguarda, perché attorno a noi c’è ancora vita e amore che nasce. 

Viviamo la nostra vita di famiglie nella nebbia della collettività, dove crediamo di non essere visti. Viviamo la nostra vita di famiglia nel quartiere ristretto delle solite relazioni familiari, lavorative, parrocchiali, hobbistiche o sportive, pensando che quanto succede poco più in là non sia per me. 

Spingiamo più in là il nostro sguardo, fermiamoci pochi secondi, usciamo da quel circolo scolastico o parrocchiale, spingiamo via la nebbia che ci nasconde in mezzo a tanti. La famiglia, ogni famiglia, la tua famiglia, la mia è unica ed indispensabile, benedetta, ed ha un ruolo grande, gigante nel mondo: quello di portare speranza, quello di generare vita, quello di rendere visibile l’amore! L’amore di Gesù.

Facciamo un esempio: prendiamo una piazza, tante persone, dei giovani, delle famiglie, dei bambini, degli anziani, e delle forze dell’ordine in divisa. Questi ultimi potrebbero sembrare ai nostri occhi gli unici che nella folla si distinguono, che hanno un ruolo nella piazza: garantire la sicurezza. Non sono i soli! Una famiglia in quella piazza ha una divisa speciale: quella dell’amore, e dobbiamo mostrarlo! Non facendo gesti gloriosi, non indossando costumi da super eroi, ma curando il nostro stesso amore di sposi, il nostro essere genitori. Vivendo nell’amore, amandoci, amando i nostri figli e amando il prossimo. Chi ci osserva nella vita quotidiana non può vedere solo come nella folla in piazza, una persona, una mamma, una moglie, un’amica qualunque e lo stesso per il.. genitore 2 ma deve riuscire a vedere il nostro amore, devo vedere il nostro essere Cristiani, e ancor più, facilitati nei gesti che ci è dato di compiere, vedere nella coppia di sposi, una famiglia che testimonia il volto d’amore di Gesù, semplicemente vivendo. 

Dobbiamo imparare ad amarci di più, ad amare di più, a scoprire la grazia ricevuta il giorno delle nozze, il Mistero Grande del matrimonio, la nostra missione di sposi, per poter essere segno concreto di amore che attrae, che dona bellezza, che dona speranza, che dona vita. Che bello poter scegliere il vestito della famiglia vivendo l’amore! 

Vedere una coppia è vedere l’amore! Vedere una coppia è vedere il volto di Dio amore. Vedere una coppia che passeggia mano nella mano, che si aiuta, che si stringe in un abbraccio, è vedere l’amore! Essere una famiglia per mostrare e raccontarci non solo le difficoltà, le notti in bianco, le fatiche, ma la bellezza di avere un figlio, dei piccoli nuovi passi che compie, della sua crescita, delle sue scelte, è vedere la vita e l’amore! Vedere una famiglia con dei figli è vedere il futuro, la vita, è vedere una start up bellissima che profuma d’infinito! Un figlio è il titolo azionario più ad alto rischio ma allo stesso tempo con più certezza, sicurezza di futuro. Chiedetelo ad un nonno se non investirebbe sul suo nipote che ancora non sa neanche parlare. 

È difficile quello che diciamo? È presuntuoso forse?  Qualcuno potrebbe dirci che spesso litiga con il marito, con la moglie. Che non siete una così brava coppia cristiana e neanche una famiglia DOC o una famiglia sempre felice. Qualcuno che non ha i mezzi e modi, le conoscenze, le capacità. È vero! Avete ragione! Ma sappiate che anche noi ci sentiamo poveri, ultimi, peccatori, vediamo il nostro matrimonio a volte in bilico, ci sentiamo genitori non all’altezza e spesso incapaci. Le fatiche tue sono anche le nostre e di tante altre famiglie. Non è un certificato di qualità che ti rende famiglia, ma la disponibilità ad amare e lasciarsi amare. È la voglia di mettersi in cammino come i Magi e di ascoltare come i pastori, due figure che di famiglia non ne sapevano quasi nulla, ma che sono stati tra i primi ad andare, adorare, ringraziare e testimoniare l’amore! 

Là dove è grande il peccato più grande è la grazia! (Rm 5,20 – 1 Tm 1,12 -14)

Quando sono debole è allora che sono forte perché Tu sei la mia forza. (2 Cor 12,10)

Il nostro Signore è il re dei deboli, degli ultimi, dei peccatori. Non dimenticarlo.

Concludiamo con un ultimo pensiero, perché oggi ci siamo fatti prendere la mano e ti abbiamo rubato già troppo tempo di lettura. 

I Cristiani in Medio Oriente hanno trovato nella “stella” un’immagine della vocazione cristiana. I Cristiani stessi, e ancora più le famiglie devono essere un simbolo come la stella, che conduce tutti i popoli verso Cristo. I Magi, come ha affermato Benedetto XVI, erano: “uomini dal cuore inquieto. Uomini in attesa, che non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale. Erano ricercatori di Dio”. Questa sana inquietudine nasce dal desiderio. Ecco il loro segreto interiore: saper desiderare. 

Allora buona ricerca, lasciate che il vostro cuore sia inquieto di cercare la stella, fatevi poi trasformare per essere voi bellezza che attrae e volto d’amore! Famiglia sorgente di vita e speranza! 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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La crisi è un’occasione. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Proseguiamo oggi con la lettura meditata della Lettera che papa Francesco ha donato alle famiglie cristiane. Vi lascio di seguito i link agli articoli precedenti.

Siamo giunti al quinto articolo. Davvero questa lettera offre innumerevoli spunti ed è di una ricchezza straordinaria. Riprende alcuni concetti che il Papa ha affermato già altre volte, come fosse un piccolo compedio di Amoris Laetitia. Si è proprio una sintesi di Amoris Laetitia. Veniamo ora alle parole del Santo Padre.

Alla luce di questi riferimenti biblici, vorrei cogliere l’occasione per riflettere su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia. Per esempio, è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia. Certamente ciò richiede uno speciale esercizio di pazienza; non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare. Non lasciatevi vincere dalla stanchezza; la forza dell’amore vi renda capaci di guardare più agli altri – al coniuge, ai figli – che alla propria fatica. Vi ricordo quello che ho scritto in Amoris laetitia (cfr nn. 90-119) riprendendo l’inno paolino alla carità (cfr 1 Cor 13,1-13). Chiedete questo dono con insistenza alla Santa Famiglia; rileggete l’elogio della carità perché sia essa a ispirare le vostre decisioni e le vostre azioni (cfr Rm 8,15; Gal 4,6).

Il Papa evidenzia come la pandemia sia davvero un tempo di crisi certamente, ma una crisi che può aprire ad un’occasione. Le crisi possono DISTRUGGERE qualcosa che era già logoro ed indebolito, possono dare il colpo di grazia oppure possono essere occasione per mettere mano al problema. La crisi toglie gli alibi, non si può più fare finta che tutto vada bene. La pandemia per tante coppie è stata proprio questo. Ci si è ritrovati di più in casa, si è condiviso molto più tempo insieme e lì le magagne sono uscite. E’ un bene che siano uscite. La pandemia è stata per tanti come una folata di vento che sollevato il tappeto dove avevano accumulato e nascosto tutto lo sporco della relazione. Ed ecco che i difetti dell’altro sono diventati insostenibili, la mancanza di dialogo pesante, i litigi più frequenti. Oppure ci si è ignorati che forse è anche peggio. Purtroppo le statistiche ci dicono che tante coppie sono saltate. Era invece il momento di rilanciare. Come? Non aspettate che sia l’altro ad amarvi. Amate per primi! A suscitare una carezza é quasi sempre un’altra carezza; e più le carezze si moltiplicano più la tenerezza si accende come un fuoco che scalda e orienta la persona al di sopra di sé, verso l’Alto (Don Carlo Rocchetta)  Una riflessione che mi ha colpito subito e che ho fatto mia, pensando alla mia relazione. Quanto è vera! Spesso noi, io almeno si, tendiamo a focalizzarci su quello che l’altro fa o dovrebbe fare, sul suo comportamento. Invece forse non dovremmo sprecare energie a giudicare l’altro/a. Non serve e spesso ci porta a vedere solo i difetti. Dovremmo invece scegliere di amare sempre e comunque. Allora, forse, qualcosa nell’altro/a davvero cambia. Io penso a tutte le carezze che la mia sposa mi ha riservato anche quando non me le meritavo. Mi ha sempre amato con lo stile di Gesù, cioè sempre e per prima. Ecco, se ho cambiato qualcosa nel mio atteggiamento nei suoi confronti non è stato per i rimbrotti o per le litigate, ma per quelle carezze incondizionate e a volte immeritate. Da lì è nato in me un sentimento di gratitudine verso di lei, un desiderio di restituire quanto lei mi stava dando. Un amore così bello proprio perchè riesce ad andare oltre le mie miserie e mancanze. Un amore che mi fa alzare gli occhi al Cielo perchè ha il sapore dell’amore del Padre, un amore senza condizioni capace di accogliere tutto di me anche le parti meno belle.

Non vergognatevi di inginocchiarvi insieme davanti a Gesù nell’Eucaristia per trovare momenti di pace e uno sguardo reciproco fatto di tenerezza e di bontà. O di prendere la mano dell’altro, quando è un po’ arrabbiato, per strappargli un sorriso complice. Magari recitare insieme una breve preghiera, ad alta voce, la sera prima di addormentarsi, con Gesù presente tra voi.

Il Papa tocca un altro punto decisivo. Quanto è importante pregare insieme! L preghiera è qualcosa di molto personale ed intimo. Ci chiede di metterci a nudo e farlo insieme unisce moltissimo la coppia. Direi con una intensità paragonabile al rapporto fisico. L’amplesso ci unisce attraverso il corpo, la preghiera ci unisce nello spirito. Ad unirsi non è mai però solo il corpo o solo lo spirito ma tutta la persona. Per questo fare l’amore è una forma molto potente di preghiera. Dovremmo abituarci a pregare insieme. La preghiera di coppia non è purtroppo molto frequente tra gli sposi. Quando c’è spesso si limita al rosario. Che è già tantissima roba, sia chiaro. Sarebbe bello però andare oltre. Adesso sto parlando anche a me stesso. Anche io lo faccio raramente. Sarebbe bello mettersi davanti a Gesù. Nella camera matrimoniale. Lì dove c’è il talamo consacrato. Luogo sacro, immagine visibile del tabernacolo. Ricordate che Dio è presente nella relazione sponsale in modo simile all’Eucarestia. Mettersi lì, come foste davanti al Santissimo, perchè lo siete davvero, e aprire il cuore l’uno all’altra. Non state più parlando alla vostra sposa, al vostro sposo, ma a Gesù attraverso la vostra sposa e il vostro sposo. Chiedete perdono per i vostri peccati, raccontate le vostre difficoltà, i vostri limiti. Raccontate anche le cose belle, ringraziate Dio per il dono dell’altro/a e di tutte i doni che ogni giorno vi offre. Raccontate tutto e ascoltate tutto dall’altro. Quando vi racconterà di avervi ferito con il suo comportamento, il suo parlare, le sue azioni e le sue omissioni, chiedete a Dio di avere la forza di perdonare. Aprite il cuore e abbracciatevi. Come il padre misericordioso ha perdonato il figlio, così voi abbracciatevi e accoglietevi con tutte le fragilità che avete. 

Antonio e Luisa

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Perchè gli sposi sono due ma anche uno?

Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.

Oggi mi fermo su questo versetto tratto dalla Lettera di San Paolo agli Efesini. Perchè è così importante? Dice tantissimo a noi sposi. Certo vale per tutti. E’ certamente una frase rivolta alla Chiesa tutta. Noi sposi siamo però piccola chiesa domestica e possiamo leggere queste parole in modo particolare, come rivolte al nostro personale stato di vita. Siamo sposi cristiani. Siamo persone unite da un vincolo sacramentale. Non è qualcosa di legalistico ma qualcosa di sostanziale. Non siamo più quelli di prima. Le nostre vite, i nostri cuori e anche i nostri corpi sono legati indissolubilmente non da un contratto ma dal fuoco dello Spirito Santo. Come scriveva sapientemente san Giovanni Paolo II nella sua opera teatrale La bottega dell’orefice:

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Un solo corpo, un solo spirito. E’ davvero così! In Cristo siamo uno. Che non significa che Antonio non esiste più e diventa un qualcosa di diverso. Io resto Antonio con tutte la mia unicità. Luisa però diventa parte di me nel senso che la mia vita assume una nuova direzione. Riprendendo le parole di San Paolo, Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me , noi sposi dovremmo arrivare a dire Non sono più io che vivo ma è il mio sposo, la mia sposa, che vive in me. Perchè la nostra vocazione è questa. Tanto più saremo capaci di far posto in noi alla presenza e al bene dell’altro/a e tanto più faremo posto a Gesù. Gesù desidera essere amato da noi attraverso la persona che abbiamo sposato.

Un solo corpo, un solo spirito. Non significa che Luisa sia mia. Che il suo corpo sia mio. Quante volte sentiamo di amori tossici dove uno dei due crede di aver diritto esclusivo ad avere tutto da parte dell’altro/a. Tanto da arrivare a volte a commettere violenza in nome di un presunto diritto acquisito. Il matrimonio non è questo. Non esiste nessun diritto. Esiste una promessa. La promessa di farci dell’altro/a. Tutto cambia! Io non ho nessun diritto su Luisa e non posso pretendere nulla. Non sarebbe più amore. Posso soltanto accogliere un dono. Posso accogliere Luisa che nella libertà si consegna a me, ed io a lei. Quando accade questa reciproca donazione è qualcosa di meraviglioso. Un amore vissuto nella libertà dei figli di Dio.

Un solo corpo, un solo spirito. Qui entra in gioco la sessualità matrimoniale. Noi siamo spiriti incarnati. San Paolo è molto chiaro. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità.

Dovremmo essere capaci di riflettere su queste verità, sulla grandezza della nostra unione e contemplare la nostra bellezza di sposi, Una relazione che, se vissuta nella dinamica pasquale del dono radicale e vicendevole, profuma di paradiso.

Antonio e Luisa

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Una barca nella tempesta. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Eccoci al quarto appuntamento con la lettura e l’analisi della lettere che Papa Francesco ha rivolto alle famiglie poco tempo fa. Per chi volesse leggere o rileggere le precedenti riflessioni lascio di seguito i link.

Proseguiamo ora con la lettura della lettera. C’è un altro passaggio molto importante nel quale il papa evidenzia la forza del sacramento, sacramento in cui è presente Cristo stesso. Per farlo usa un’immagine evangelica molto significativa.

La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile – ma sicura per la realtà del sacramento – in un mare talvolta agitato. Quante volte, come gli apostoli, avreste voglia di dire, o meglio, di gridare: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Non dimentichiamo che, mediante il Sacramento del matrimonio, Gesù è presente su questa barca. Egli si preoccupa per voi, rimane con voi in ogni momento, nel dondolio della barca agitata dalle acque. In un altro passo del Vangelo, in mezzo alle difficoltà, i discepoli vedono che Gesù si avvicina nel mezzo della tempesta e lo accolgono sulla barca; così anche voi, quando la tempesta infuria, lasciate salire Gesù sulla barca, perché quando «salì sulla barca con loro […] il vento cessò» (Mc 6,51). È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva.

Solo abbandonandovi nelle mani del Signore potrete affrontare ciò che sembra impossibile. La via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza che sperimentate davanti a tante situazioni che vi circondano, ma nello stesso tempo di avere la certezza che in questo modo la forza di Cristo si manifesta nella vostra debolezza (cfr 2 Cor 12,9). È stato proprio in mezzo a una tempesta che gli apostoli sono giunti a riconoscere la regalità e la divinità di Gesù e hanno imparato a confidare in Lui.

In questo passaggio il papa evidenzia due aspetti costitutivi di ogni matrimonio in Gesù: la forza e la fragilità. Il connubbio tra forza e fragilità. La forza di Cristo che può salvarci da ogni situazione e la fragilità di noi sposi che spesso non ci sentiamo in grado di portare in salvo la nostra famiglia. Il Papa paragona ogni matrimonio ad una barca che deve affrontare le tempeste della vita. Tempeste che a volte ci fanno davvero temere di non farcela. Tempeste che sembrano essere più forti di ciò che possiamo dare o che possiamo fare. Ci siamo sentiti un po’ tutti, credo, come gli apostoli citati dal Santo Padre. Almeno una volta nella vita penso sia capitato a tutti di sentirsi deboli e inadeguati di fronte a un problema o una situazione difficile. Come fare? Il Papa ci offre alcuni suggerimenti che mi sento di condividere. Luisa ed io possiamo offrire la nostra personale testimonianza per confermare quanto suggerisce Papa Francesco.

Sono convinto che tanti matrimoni falliscono, e ne falliscono davvero tanti, non perché quegli sposi siano stati peggiori di noi. Tanti matrimonio si rompono anche se i due sposi all’inizio ci credevano. Sono convinto che tanti sposi che poi falliscono siano partiti meglio di noi, più attrezzati e pronti di noi.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Troppo illusi che nulla avrebbe potuto scalfire la loro felicità. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte di ogni giorno, quelle facili e quelle più importanti, saranno sempre più orfane di Dio, anche se quella coppia magari va a Messa la domenica. Tanti non si sposano per paura del per sempre e molti che si sposano credono di poter ottenere quel per sempre senza l’aiuto di Gesù. Entrambi questi atteggiamenti non sono buoni. Perchè poi arriva la crisi e  tanti crollano, perché non sono capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli. Noi non abbiamo corso questo rischio. Non perchè non abbiamo avuto crisi. Anzi la prima davvero profonda è avvenuta dopo solo due anni di matrimonio. Ciò che ci ha salvato è che siamo stati sempre consapevoli della nostra povertà. Ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Io non ero stato capace di portare in salvo la mia vita quando ero da solo, sempre inadeguato in tante situazioni, figuriamoci se mi sentivo capace di custodire una famiglia. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli, una famiglia che ha avuto i suoi momenti difficili, di aridità, di incomprensione. Noi però non abbiamo mai fatto affidamento solo sulle nostre forze, eravamo consapevoli che avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e la tempesta si è sedata. Ci siamo ritrovati più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Antonio e Luisa

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C’è bisogno di una nuova creatività. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Eccoci al terzo appuntamento con la bellissima lettera che papa Francesco ha dedicato agli sposi in questo anno di approfondimento di Amoris Laetitia. In questa riflessione andrò ad esaminare le parti della lettera in cui il Papa si rivolge agli sposi come evangelizzatori. Il Papa sembra affidare una vera e propria missione agli sposi, ai due insieme, che non sono più laici singoli ma sono una realtà diversa da tutte le altre. Sono sposi cristiani. Ecco le parole di papa Francesco:

Pertanto, vi esorto, cari sposi, a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare. Perché «la corresponsabilità nei confronti della missione chiama […] gli sposi e i ministri ordinati, specialmente i vescovi, a cooperare in maniera feconda nella cura e nella custodia delle Chiese domestiche». Ricordatevi che la famiglia è la «cellula fondamentale della società» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della «cultura dell’incontro» (Enc. Fratelli tutti, 216). È per questo che alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità. C’è bisogno di una nuova creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio.

Leggendo queste parole mi sovviene un concetto espresso molto bene da don Renzo Bonetti. Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Don Renzo insiste in particolare su una sua convinzione, essendo in questo, a mio avviso, profeta: insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Lo stesso concetto che ha espresso il Papa nella lettera. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani.

Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia, un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello.

Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Antonio e Luisa

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Immersi in un Amore che ci trasforma di continuo

Una volta, celebrando un Battesimo, mi trovavo dinanzi, genitori a parte, un’assemblea ricca di canizie. Siccome non era durante la Messa parrocchiale, mi sono permesso un po’ più di dialogo e battute nell’omelia. Confidavo che loro, la “vecchia guardia” cattolica, fosse alquanto ferrata sulle basi del catechismo. Per cui pensai: “vado sul sicuro, questi sanno ancora il catechismo di S. Pio X a memoria”. Allora esordii con una domanda facile facile: “che significa la parola «Battesimo»?” Seguirono attimi di panico nell’assemblea e tanti occhi abbassati… così che, dentro di me ho pensato: “cominciamo bene…”.

Il Battesimo significa “immersione”. Noi entriamo, ci tuffiamo, siamo resi parte della vita divina della Trinità in modo perpetuo e indistruttibile.

Ma che significa concretamente per noi questa verità teologica? Che Dio Padre ci guarda come figli adottivi e ha per noi la stessa frase che ha rivolto a Gesù, come vediamo nel Vangelo di oggi: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”.

Cosa provoca in voi questa frase? Vi scalda il cuore, vi infervora o vi rende malinconici e nostalgici per non averlo ancora sperimentato?

Da quando siamo battezzati, siamo Trinitari! Il nostro cognome è cambiato, siamo legati a Dio in modo unico e indissolubile. E il Signore continuamente ci guarda con quell’amore di predilezione. Sta a noi aprire il cuore e la mente a questo Suo sguardo e lasciarci amare.

La grazia battesimale è una continua fonte di rigenerazione! Lo Spirito Santo incessantemente sta rinnovando la “faccia della terra” (cfr. Sal 103, 30) e quindi anche i nostri cuori e le nostre vite. La consapevolezza del Battesimo ci mantiene certi che il Signore mi salva e mi guida ogni giorno, senza sosta, pur sempre rispettando la mia libertà.

Guarda cosa dice Papa Francesco a questo riguardo: “Unendosi al popolo che chiede a Giovanni il Battesimo di conversione, Gesù ne condivide anche il desiderio profondo di rinnovamento interiore. E lo Spirito Santo che discende sopra di Lui «in forma corporea, come una colomba» (v. 22) è il segno che con Gesù inizia un mondo nuovo, una “nuova creazione” di cui fanno parte tutti coloro che accolgono Cristo nella loro vita” (Francesco, Angelus domenica 13 gennaio 2021).

Siamo continuamente ricreati dal Suo Amore per noi. Ne siamo consapevoli? Perché questa è una meraviglia che ci libera da ogni remora di rimorso, di recriminazione degli errori del passato, ci svincola dai sensi di colpa e dalle paure. È una vera rinascita dall’Alto il Battesimo.

Ora, per voi sposi, il Battesimo è la grande forza con cui potete fare vostro lo sguardo di Dio su di voi. Ma la bellezza del matrimonio sta anche nel fatto che ognuno di voi coniugi è chiamato a dire all’altro: “Tu sei un figlio amato” e ad incarnare quel volto benevolo del Padre.

Cioè, la vostra prima missione è generare, con la grazia di Dio, “la presenza di Dio nel coniuge… far abitare Dio nel cuore del coniuge e dell’amore con lui” (Carlo Rocchetta, Senza sposi non c’è Chiesa, pag. 272).

Nel matrimonio, la grazia del battesimo si realizza e si concretizza in un modo del tutto speciale e particolare. È una strada senza fine, non importa a che punto siete, l’importante è voler iniziare e proseguire passo dopo passo, senza sosta. Lo Sposo, Gesù, vi conceda questo ideale ardente nei vostri cuori!

ANTONIO E LUISA

In questa domenica si fa memoria del Battesimo di Gesù e si conclude così il tempo liturgico del Natale. Io e Luisa vorremmo farvi un dono. Vi condividiamo alcune righe del nostro nuovo libro Sposi profeti dell’amore dove analizziamo l’importanza del Battesimo per noi sposi.

Sappiamo che Gesù è re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro Battesimo. Nel Matrimonio portiamo il nostro essere re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro Battesimo. Il Matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati distruggano la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi. Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Marco 10, 45)

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti quando viviamo la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando, attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie, generiamo una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano da lui. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, bellezza, senso, fedeltà e amore, siamo capaci di essere una goccia d’acqua che disseta e rigenera. Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. (Giovanni 14, 8-9)

Infine, siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono all’altro. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro Matrimonio nell’amplesso fisico. Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». (Matteo 26, 26)

La nostra unione è generata dal Battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro Battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio, perché il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il Battesimo e il Matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

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Gli sposi come magi in cammino

Come consuetudine verso l’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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La mirra: quel dono che pochi sposi accolgono

Oggi è un altro giorno di festa per la Chiesa. Si festeggia l’Epifania di nostro Signore. Dio si manifesta al mondo. Si manifesta attraverso la visita di tre magi che arrivano da lontano. Come sappiamo bene i tre portano altrettanti diversi doni al Dio bambino. Portano oro, incenso e mirra. Come ho già scritto in un altro articolo pubblicato tempo fa. i tre doni dei magi non sono casuali, hanno un significato simbolico molto preciso. Rappresentano in sintesi le tre dimensioni di Cristo. L’oro ci dice che Gesù è re. L’incenso simboleggia il sacerdozio di Cristo e la mirra rimanda alla Sua morte quindi al Suo profetismo. Gesù che è re, profeta e sacerdote. Si, i magi trovano solo un bambino ma che è già tutto questo. Lo è nella promessa di una vita ancora solo all’inizio e lo è già nella Sua divinità che si intreccia con l’umanità di un uomo come noi.

Oggi vorrei fare un discorso un po’ diverso. Vorrei dare un significato nuovo ai tre doni dei magi per poterli inserire nella nostra relazione sponsale. Cosa possono dire l’oro, l’incenso e la mirra a noi sposi di oggi? Certo ci rimandano al nostro essere sacerdoti, re e profeti. Ci dicono anche qualcosa di più immediato e comprensibile. Nel nostro matrimonio è importante che ci siano tutti e tre questi doni con il loro significato.

L’oro lo vogliono tutti. Non serve essere cristiani per desiderare l’oro. Tutti coloro che iniziano una relazione affettiva, non per forza matrimoniale, lo fanno per l’oro. L’oro sono le emozioni, i sentimenti e ciò che prendiamo dalla relazione. Il sentirci al centro dell’amore e delle attenzioni dell’altro. L’oro è quello che luccica e che ci attira in una relazione. Sono i momenti speciali. È il sostegno che riceviamo. Insomma è tutto ciò che ci viene facile accogliere dell’altro. Prendere l’oro non costa nessuna fatica anzi è ciò che desideriamo di più.

Poi c’è la mirra. Questo dono non è invece così desiderato e benvoluto. La mirra rimanda alla morte. La mirra è una resina che veniva utilizzata per imbalsamare le salme o per curare le ferite. La mirra non mi chiede soltanto di accogliere e di prendere tutto il bene che l’altro mi può e mi vuole dare, accogliere il suo oro. La mirra mi chiede di accogliere tutta persona che ho sposato. Mi chiede di accoglierla nei suoi pregi e nei suoi limiti, quando è amabile e quando lo è meno. Quando è facile accoglierla e quando non lo è. Insomma la mirra mi chiede di morire a me stesso per mettere l’altro al centro. Tante piccole morti giornaliere. Tante piccole scelte che uccidono il mio egoismo e il mio orgoglio. Scelte libere e non dovute a qualche paura o dipendenza affettiva. Scelte operate per amore e non per paura. La mirra infatti aveva anche un altro utilizzo. Veniva usata per curare le ferite. Ha in sè il significato simbolico anche della cura, del medicamento, della carità. Questo perchè quando amiamo in questo modo l’altro lo stiamo un po’ curando nelle sue ferite più profonde, quelle dell’anima e dello spirito. Stiamo curando lui o lei e stiamo curando anche noi stessi. Perchè chi ama così è vicino a Gesù.

Infine c’è l’incenso. L’incenso l’ho messo per ultimo non a caso. L’incenso è il profumo di Dio. È il profumo sacro che fin dall’oriente antico veniva bruciato per effondere il suo profumo durante le celebrazioni più importanti. Questo dono nel nostro matrimonio significa esattamente questo. Quando siamo capaci di accettare nella nostra relazione non solo l’oro ma anche la mirra, allora il nostro matrimonio profuma di incenso. Il nostro matrimonio effonde nel mondo il profumo di Dio. Diventa una realtà terrena che profuma di eterno. Non sono solo belle parole ma è ciò a cui noi sposi siamo chiamati ogni giorno.

Non è sicuramente facile. La nostra umanità ferita ci porta spesso a commettere errori, a scontrarci, a sentirci lontani l’uno dall’altra. È importante però perseverare perchè il senso della nostra vita non viene da quanto l’altro può darci e quanto l’altro ci può rendere felici. Il senso viene dalla consapevolezza di aver dato tutto per amore. Quando si comprende questo la nostra vita svolta e acquista un sapore diverso, acquista tutta la ricchezza dei doni dei magi e il nostro matrimonio diventa un’epifania di Dio.

Antonio e Luisa

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Perchè non glielo dici tu?

La prima lettura di sabato scorso, il primo giorno del 2022, ci offre una interpretazione particolarmente interessante. Ammetto che anche a me era sfuggita. E’ stato il sacerdote che l’ha evidenziata durante l’omelia.

Il Signore si rivolse a Mosè dicendo:
“Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.

Mosè avrebbe potuto obiettare a quella richiesta. A cosa serviva quel compito a lui assegnato? Non poteva Dio rivolgersi direttamente ad Aronne e agli altri israeliti?

Fallo  direttamente tu che sei Dio! A cosa ti servo io? Sei immensamente più grande e potente di me. Ti daranno più ascolto. –  avremmo fatto questo pensiero nei panni di Mosè.

Invece Dio è sorprendente. Vuole arrivare alle persone attraverso altre persone. Ha bisogno che qualcuno dia la sua voce, le sue mani, i suoi piedi, il suo impegno, la sua testimonianza per arrivare ad ognuno di noi.

C’è bisogno di qualcuno che ascolti la sua Parola attraverso il Vangelo e tutta la scrittura, che la faccia propria e che la metta in pratica. La metta in pratica in gesti e atteggiamenti concreti.

Nel matrimonio questo è particolarmente evidente. Siamo noi Mosè l’uno per l’altra. Siamo noi che dobbiamo dare voce e corpo a Dio per l’altro/a. Siamo noi che attraverso il nutrimento che viene dalla Parola quotidiana (dovremmo leggere sempre la Parola del giorno), la preghiera e i sacramenti dovremmo essere capaci di manifestare attraverso la nostra mediazione l’amore di Dio per l’altro/a, la benedizione di Dio per l’altro/a. Le nostre carezze sono le carezze di Dio, il nostro perdono è il perdono di Dio, i nostri abbracci sono gli abbracci di Dio, il nostro sostenere e benedire (dire bene) è fatto da Dio attraverso di noi.

Questo è bellissimo. E’ bellissimo per noi che viviamo entrambi una vita di fede, almeno ci proviamo. E’ bellissimo anche per quella sposa o quello sposo che non ha la grazia di condividere il cammino di fede con il coniuge. Questa persona può, attraverso questo modo di amare il coniuge, far giungere anche all’altro/a che è lontano il calore dell’amore di Cristo e chissà, con il tempo e la perseveranza, ricondurlo a Lui.

Antonio e Luisa

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E l’Amore in voi sposi divenne visibile e venne ad abitare in mezzo a noi

Care coppie,

pensando a voi, vi immagino frastornate dal cenone e festa di fine anno, oppure stanche per gli spostamenti per andare a trovare i familiari o per aver ospitato voi i parenti, appesantite per aver osato un po’ di più a tavola. Ma soprattutto scommetto che siete pensierose per il nuovo anno: che accadrà in questo 2022? Sarà un anno migliore o peggiore del precedente?

Non sappiamo oggi quello che accadrà fino al prossimo San Silvestro. Quel che è sicuro è che il Signore è con noi. Il Vangelo di oggi è lo stesso della Messa del giorno di Natale, e la Chiesa vuole ricordarcelo: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Penso che ci interessi capire come Gesù resti in mezzo a noi: come si fa carne Gesù oggi nel 2022? Cioè, come si rende presente?

Di certo è nell’Eucarestia, la Sua Presenza costante e reale, fino alla fine dei tempi. Ma lo è anche in voi sposi. Voi coppie siete lo scrigno che contiene la Presenza abituale dell’amore di Dio.

Esprime meglio la presenza di Dio una coppia che la facciata delle vostre parrocchie. Se togliessimo il Santissimo dalle vostre chiese, rimarrebbero edifici più o meno belli, in base alla perizia e bravura degli architetti e decoratori. Invece la Presenza di Dio in voi coppie è stabile, non si può togliere, è permanente. La si può coprire di spazzatura (il peccato) o la si può ignorare (distrazioni varie), ma non cancellare. È un po’ come la brace sotto la cenere, basta il soffio dello Spirito e subito la fiamma riprende vita e vigore. L’augurio per voi, carissimi sposi, per il 2022 è di sperimentare personalmente questa frase di Papa Francesco: “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani” (Amoris Laetitia 315). Possiate vedere e toccare con le vostre mani Gesù vivo e risorto che ha voluto prendere dimora proprio a casa vostra.

ANTONIO E LUISA

Ogni tanto dovremmo ricordarci che Gesù non è solo in chiesa nel tabernacolo. Andate dalla vostra sposa, dal vostro sposo e abbracciatevi. All’interno di quell’abbraccio c’è il noi degli sposi. Quello è luogo sacro, abitato da Gesù vivo e reale, in modo molto simile all’Eucarestia. Questo è un mistero grande. E’ un mistero talmente grande che non ci pensiamo mai. Eppure è proprio così. All’interno del nostro abbraccio c’è Gesù. Il nostro sacerdozio è custodire quella presenza nel dono vicendevole e tenero. Se non capiamo questo e se non facciamo questo, rendiamo vana ogni Messa, ogni preghiera, ogni pellegrinaggio, ogni novena e rosario. Lo scopo della nostra vita non è partecipare a dei riti. Quante volte Gesù ha ripreso i farisei perchè vivevano una fede esteriore. Lo scopo della nostra vita non è altro che custodire e mostrare al mondo quella presenza che è nella nostra relazione. Non serve essere perfetti per questo. Ce lo racconta la Bibbia dove Dio non ha mai scelto di servirsi dei più forti, dei più famosi e dei più importanti. Dio si è sempre servito dei più semplici perchè attraverso di loro si potesse scorgere Lui. Meravigliosa missione la nostra.

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Testimoni dell’amore. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Riprendiamo la meravigliosa Lettera agli Sposi di Papa Francesco. Se volete leggere il primo articolo dedicato cliccate qui.

In un altro passaggio molto interessante Papa Francesco affronta il tema educativo. I genitori come primi educatori dei figli.

Cari sposi, sappiate che i vostri figli – e specialmente i più giovani – vi osservano con attenzione e cercano in voi la testimonianza di un amore forte e affidabile. «Quanto è importante, per i giovani, vedere con i propri occhi l’amore di Cristo vivo e presente nell’amore degli sposi, che testimoniano con la loro vita concreta che l’amore per sempre è possibile!»

Papa Francesco ci mette con le spalle al muro. I nostri figli hanno bisogno di testimoni. Non hanno bisogno di predicatori che dicono loro ciò che è giusto o sbagliato. Certo noi genitori siamo chiamati a dare delle regole e ad aiutare i nostri figli a comprendere ciò che è bene e ciò che è male. Questo però non basta. Dobbiamo essere, almeno cercare di essere, testimoni credibili di ciò che proponiamo loro. Il Papa ci indica anche la strada. E’ importante dare testimonianza di un amore forte ed affidabile. Non riguarda solo l’amore che rivolgiamo ai nostri figli. Riguarda, prima di ogni altra cosa, l’amore che i nostri figli hanno bisogno di vedere tra di noi. I nostri figli sono frutto del nostro amore di sposi e per loro non c’è nulla di più bello e forte che essere consapevoli che sono frutto di qualcosa di bellissimo che è proprio l’unione di papà e mamma. Non significa che non ci vedranno mai in crisi o in momenti di difficoltà e di sconforto. Significa che vedranno papà e mamma capaci di perdonarsi sempre, capaci di un bacio e di un abbraccio, capaci di aiutarsi ed ascoltarsi. Capaci di volersi bene, nonostante i limiti che hanno e in ogni situazione della vita. Capaci non perchè sono perfetti e non sbagliano mai, ma capaci perchè sanno chiedere scusa e ricominciare. L’amore che vedranno tra il papà e la mamma sarà il primo esempio che custodiranno nel cuore e che influenzerà poi il loro modo di approcciarsi all’amore e alle relazioni affettive.

La paternità e la maternità vi chiamano a essere generativi per dare ai vostri figli la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno. Questa scoperta può dare ai vostri figli la fede e la capacità di confidare in Dio.

Per noi genitori cristiani la Messa dovrebbe essere un momento fondamentale. E’ quel momento in cui riconsegniamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine della loro vita non siamo noi, che la loro felicità non dipende soltanto da quanto sapremo dargli, dalla formazione scolastica, dalle attività sportive, culturali o musicali. Tutte belle cose che possono servire a fruttificare i loro talenti umani e spirituali, ma che non possono bastare. E’ necessario che comprendano che tutto ciò che fanno può acquistare il giusto valore e il giusto senso se letto alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro il desiderio di incontrare l’amore di Dio potremo dire di essere riusciti a dare ai nostri figli gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutino perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata, ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda ad un orizzonte eterno e a un amore infinito. Credo che con le sue parole il Papa volesse esprimere proprio questo desiderio che ogni genitore cristiano dovrebbe custodire nel cuore.

Con il prossimo articolo proseguiremo insieme nella lettura di quanto il Papa ha voluto consegnarci attraverso la sua lettera. Nel frattempo spero che anche questa breve riflessione possa esservi utile.

Antonio e Luisa

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Matrimonio da preparare e vivere con le tre F!

Un matrimonio fin dal suo inizio va preparato. Non negli addobbi e nei servizi offerti in quel giorno, ma serve prepararlo dal dì dentro, dal cuore! E in questa preparazione ci vuole l’impegno di entrambi, la libera volontà di entrambi ad andare in quella direzione, nonostante le proprie differenze caratteriali, capacità, carismi e tempi che non sono uguali. Entrambi, lui e lei, devono camminare nella stessa direzione. Un matrimonio fin dal suo inizio deve dirsi Felice, Fecondo, Fedele.. ed è il frutto dell’impegno generoso, della ricerca, della preparazione che ambedue gli sposi devono metterci. Nulla può essere lasciato in balìa della superficialità, dell’improvvisazione. Da una scelta matrimoniale dipende tutta la vita di una persona, dipende tutta la tua vita, e la sua! 

La vocazione matrimoniale non si improvvisa, ma come per le altre vocazioni ci si prepara! Come un calciatore si allena tutti i giorni e con fatica per riuscire, così per svolgere un lavoro si studia tanti anni e si apprende il mestiere prima di svolgerlo, così un giovane che pensa al Sacerdozio non viene ordinato subito dopo la sua scelta, ma entra in seminario, si prepara. Così è per il matrimonio! Un matrimonio è da allenare, è da preparare, è da rinnovare continuamente.. per non fallire nel futuro, devi prepararti ora!! 

Devi cercare la bellezza del matrimonio, il significato della grazia sacramentale, il Mistero Grande dell’amore sponsale! Nessuno diventa calciatore se non guarda mai una partita di calcio, non puoi imparare a cucinare se non conosci gli ingredienti. Dove attingi per alimentare il tuo matrimonio? A chi guardi? Cosa leggi? Con chi parli? Un tempo c’erano i genitori o i nonni testimoni dell’amore fedele. Oggi a chi guardi? 

Sposarsi in Chiesa significa accettare l’impegno di continuare senza sosta a ricercare l’unione fra noi due. L’unione matrimoniale va continuamente, incessantemente riedificata e costruita. Lasciando sempre spazio alla creatività dell’amore. Sposarsi è firmare un contratto con l’amore senza scadenza, dove se ti impegni continuerai a giocare, ad essere in prima linea, perché l’amore non sfiorisce ma matura e dona frutto! 

Essendo stati battezzati in Cristo, e ancor più in forza della grazia che ci vien data con il sacramento delle nozze, si è chiamati a diventare partecipi e testimoni viventi dell’amore di Dio, verso gli altri, verso le altre coppie che cercano “coppie guida” a cui guardare, a cui ispirarsi. Un compito enorme che ci vien dato ma che mettiamo in atto, non per forza compiendo grandi opere in parrocchia, ma nel nostro semplice vivere l’amore sponsale di tutti i giorni, nel luogo dove dimori. Vivi il tuo matrimonio, la tua famiglia scoprendo, ricercando, allenando e vivendo l’amore sponsale. 

Quali possono essere gli esercizi per un buon allenamento pre-matrimoniale? 

Ritorniamo oggi su 3 ingredienti: FELICITA’, FECONDITA’, FEDELTA’

FELICITA’: L’uomo vive per essere felice. Ricerca la felicità costantemente, e in qualsiasi modo. Di solito si cerca la felicità, o forse meglio dire benessere, in quelle cose o relazioni che ti soddisfano subito, e che in qualche misura ti fanno godere in quell’istante. Ma poi come un fiammifero, fanno presto a consumarsi, lasciandoti l’amaro in bocca. La vera felicità si conquista passo dopo passo, imparando ad amare e lasciarsi amare. A dire bene dell’altro, accogliendo tutto di lui/lei anche le parti più deboli o diverse dalle tue. Essere Felici vuol dire lasciare libero l’altro di saperti amare come può, con quello che ha e scoprire che c’è un Bene per te, che non trovi nelle cose di questo mondo ma risiede nel cuore di Dio. Essere felici è riconoscere che chi hai accanto non te lo sei trovato da te, ma ti è stato donato. E come tutti i donatori che si rispettino, con quel pacco regalo, ti sta dicendo tutto il Suo Amore per te. Ti vuole felice! Perché ti AMA! 

FECONDITA’: Una relazione felice è in sé feconda, perché porta vita, unisce un ragazzo e una ragazza, con le proprie sfere sociali che vivono, i primi amici, le proprie famiglie, i propri interessi, allargando quello che era lo sguardo di uno, a due persone. Una relazione è feconda perché i due non vivono chiusi in sé stessi, ma restano aperti agli altri, perché l’uno è spinta e trampolino per l’altro. In una relazione feconda, l’altro è colui che cercando il mio bene, mi aiuta a crescere come persona, a crescere nell’amore e a vedere la bellezza che abita attorno a noi.  

Il matrimonio è anch’esso, in sè fecondo fin dal suo inizio. Perché non è un atto privato, ma che coinvolge la comunità. È fecondo perché porta quella gioia, quella felicità fin dall’annuncio sponsale, è fecondo perché dona vita, è annuncio di vita bella, piena: “ci sposiamo” = la vita ha vinto, l’amore ha vinto. È bellezza che contagia! È emozione che raggiunge. Il matrimonio è fecondo perché unisce due famiglie, quella dello sposo con quella della sposa. È fecondo perché lasciando tuo padre e tua madre, diventi una nuova pianta che non sta più nel vaso di famiglia. È come quando separi un germoglio dal vaso iniziale. 

È fecondo dal giorno dopo le nozze, perché i due sposi si son promessi un amore eterno che non finirà, un amore che guarda alla vita! Non è un amore con scadenza, come la vita dei figli non ha scadenza, non facciamo un figlio per 10 o 20 anni, così come non ci amiamo per soli 10 anni, o finché c’è amore. Ma in eterno ci amiamo, ci promettiamo davanti alla Chiesa e alla comunità di amarci per sempre, così come in eterno doniamo la vita. E se due sposi non possono aver figli? (Ci torniamo in un altro articolo! Qui spendiamo solo un esempio) Un matrimonio è fecondo in ugual misura! La fecondità non è la quantità di figli! Ma l’amore che si genera. Facciamo un esempio orto-botanico. Ci son piante che fanno fiori, e altre frutti, piante che devi trapiantare, dividere, perché crescono e germogliano. Ma ci son piante che non fanno fiori, non fanno frutti, son difficilissime da separare o far germogliare eppure fanno ciò che è più importante, vitale e  fecondo per me, per te: danno ossigeno! Cos’è più vitale? Un fiore o l’ossigeno? Un Pino non fiorisce ma è l’albero che rende fecondo il Natale! Anche voi siete fecondi! 

FEDELTA’: Una relazione è fedele non solo quando non si compie il tradimento più grande e concreto! Ma la fedeltà riguarda ogni piccolo gesto quotidiano con cui dici no a tua moglie, dici no a tuo marito per guardare ad altro! Una relazione è infedele, quando il lavoro ruba lo spazio dell’amore con la tua sposa, o quando gli hobby rubano lo spazio dell’amore con il tuo sposo. Ciò che toglie vita a voi due, è un piccolo atto di infedeltà! Prendiamo questa volta come esempio, una suora di clausura che ha sposato il Signore, e sua fedeltà è la preghiera quotidiana, più volte al giorno. Se dovesse venire a mancare ad uno di questi appuntamenti, perché magari viene trattenuta in cucina e non prega più il vespro, peccherà di infedeltà. 

La fedeltà è un cammino che necessità di regole, ben precise, ferree, senza scappatoie. Appuntamenti a cui non dobbiamo mancare come le Liturgia delle ore per un religioso. Regole che non vogliono essere paletti per non fare il male, ma che ci richiamano ripetutamente al bene, all’amore fedele. Momenti di fedeltà che ci insegnano ad attendere l’amato, e ci preparano ad un incontro bello.

La fedeltà è un cammino che bisogna iniziare a vivere fin dal tempo del fidanzamento, allenando lo sguardo all’amato. E’ infedeltà guardare le altre donne, mogli, spose con desiderio. L’occhio è la nostra porta di ingresso, se pecchiamo con gli occhi, avremo già peccato con il cuore! Grande è un peccato di cuore tanto quanto o forse più di un peccato carnale! La fedeltà è da preparare, non si può arrivare impreparati al giorno delle nozze. Il fidanzamento è un esercitarsi a vedere la tua futura sposa, a donargli tempo, occhi, gesti, attenzioni, desideri.

Da sposi, deve perdurare questo esercizio, questa attenzione, senza lasciare che altri idoli rubino del posto nel cuore. Quando per non amare lui/lei, crei impegni, situazioni, scuse che tolgono gesti d’amore per lui, vivi l’infedeltà. In questa infedeltà possono rientrare i figli, quando tolgono tutto lo spazio fra mamma e papà o la famiglia di origine che rimane presenza pesante fra i due sposi. Il primo amore degli sposi resta il coniuge!

Buona preparazione, buon allenamento al matrimonio! 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Amore che dura nel tempo!

Fin dal tempo del fidanzamento creiamo e viviamo il “noi di coppia”. Dopo un tempo di conoscenza, di reciproco scambio di informazioni iniziali, inizia la bellezza del vivere in coppia che si genera dal fare insieme: il fare noi, andare noi, provare noi, organizzare noi, si sogna anche il noi di domani, si progetta il noi, ci si proietta ad un futuro che magari non si tocca ancora. E così succede quando si va a vivere insieme, quando si sceglie la casa per noi, la cucina per noi, i mobili per noi, il conto in comune per noi.

Poi spesso quando non c’è più da fare per noi, perché si è già fatto molto, o dopo un periodo di tempo medio lungo in cui tutto è stato vissuto per noi, c’è il rischio di tornare all’io. Di non leggere più la bellezza in quel noi, di trovare in ogni minimo avvenimento della vita una scusa o un problema che mina quel noi di coppia. Piano piano il noi perde bellezza, per lasciare spazio agli hobby e ai piaceri personali, agli interessi che coltivo “io” e non più “noi”. Come se l’altro non ci soddisfacesse più, come se l’altro avesse tradito le nostre attese.

Questo succede perché per nostra natura cerchiamo qualcuno che ci renda felici, siamo sempre alla ricerca della felicità; ma spesso tendiamo a trasformare questo sano e duraturo desiderio in un qualcosa di istantaneo, che dura il tempo che ci soddisfa e poi basta. Quando questo desiderio di felicità lo troviamo in una persona, ci aggrappiamo a lei e quando non ci piace più la gettiamo via, come fosse un utensile Ikea, come fossimo bambini insoddisfatti e stanchi dei propri giocattoli. Come se la felicità fosse un fiammifero che quando non brucia più va gettato.

L’amore è un’altra cosa. La felicità è un’altra cosa.

L’amore maturo in ogni ambito della vita non è mai usa e getta. L’amore è quanto tu ti apri e fai spazio all’altro, è quanto tu ti doni all’altro, è quanto tu ti mostri per quel che sei a quell’altro che costituisce il noi. L’amore non nasce da quanto si riceve, da ciò che mi restituisce. Dalla felicità che l’altro mi dona, dal fuoco o dalla luce che mi offre il fiammifero. Quello è un amore immaturo che è destinato a finire!

È l’amore del bambino che prende il latte dalla mamma, la mamma è tutto per lui! Fonte di felicità, di cibo, di sicurezza di amore. Chi non vorrebbe avere una fidanzata o una moglie, che dona amore quanto una mamma per il suo bambino. Chi non vorrebbe essere quel neonato? Il bambino nella sua natura prende ma non dona. Non scambia. È un amore unidirezionale che ci dona piacere, ma è un piacere sterile.

Amore non è sinonimo di prendere.

Amore è cercare di far star bene l’altro senza aspettarsi nulla in cambio! Amore è donarsi all’altro in veri gesti di carità-amore senza pretendere la propria felicità, senza stare con l’altro perché mi rende felice. Solo così ci si trova ad un livello di gioia infinita più alto, più grande! È l’amore maturo di chi scambia, di chi si lascia amare da gesti gratuiti e ama a sua volta con gesti gratuiti. Un amore che bisogna continuamente ricercare! Perché dopo alcuni anni di vita insieme, di matrimonio, il rischio è quello di sedersi, di perdere quel noi di coppia che ci appiccicava, di ricercare ognuno i suoi spazi, di ricercare dei nuovi piaceri, perché quella minestra che fa mia moglie non è più buona come i primi anni. È in quel momento che dobbiamo ricordarci che la minestra non è la tetta del neonato: prendere se mi fa star bene, prendere senza amare, ma (la minestra) era buona perché io compivo dei gesti d’amore gratuito che rendevano buono anche quel poco che lei mi donava, fosse stato anche un pezzo di pane e un bicchiere di vino, .. perché era l’amore a dare gusto!

I nonni mi hanno insegnato questa frase: “de nuel l’è tuccscoss bell”, che significa che da novelli sposi, o fidanzati, quando la relazione è nuova tutto è bello! All’inizio portarla a mangiare un semplice gelato è volare 3 metri sopra il cielo, dopo se non la porti in vacanza ai Caraibi non voli? ..

Ciò che era bello era che quel gelato lo andavi a mangiare con lei, facendo spazio al noi, rinunciando a un poco di tempo per te. Ora il lavoro, gli hobby, gli impegni dei bimbi o la routine di coppia ti fa rinunciare a quel noi. Ricerchi la gioia, ricerchi l’amore non donando ma prendendolo.

Sia l’avvicinarsi al Natale un rincorrersi di attenzioni di amore gratuito, di gesti fatti per l’altro senza che lei o lui domandi, senza metterli a conta, sulla lista delle cose fatte per lei/per lui, senza aspettarci nulla in cambio, ma come fossimo operatori di carità non stipendiati. La carità che è l’amore come lo scrive San Paolo, ci porterà, ci preparerà ad un Natale diverso! Nascita di amore nuovo! Rinascita di un amore innamorato come da novelli sposi!

Inno alla carità Prima corinzi 13, 4-8; 11  

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. …Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.

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Fate elemosina tra voi?

Pochi giorni fa si è celebrata la giornata mondiale dei poveri ad Assisi. Per l’occasione anche papa Francesco, sempre attento a questa tematica, si è recato ad Assisi. Mi vorrei soffermare su un passaggio del suo discorso pronunciato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli. Un discorso non rivolto certamente agli sposi, ma che si può leggere anche in chiave sponsale. Il papa ha affermato:

Dicevo che siamo venuti per incontrarci: questa è la prima cosa, cioè andare uno verso l’altro con il cuore aperto e la mano tesa. Sappiamo che ognuno di noi ha bisogno dell’altro, e che anche la debolezza, se vissuta insieme, può diventare una forza che migliora il mondo.

Questa riflessione del Papa mi piace moltissimo. Non esiste solo la povertà materiale. Esistono tantissime povertà anche spirituali, umane e caratteriali. Quante volte il nostro coniuge è povero nel suo modo di relazionarsi con noi. Quante volte sbaglia. Quante volte cerca di succhiare la nostra ricchezza per riempire i suoi vuoti. Esattamente come siamo poveri noi. Allora cosa fare? Nelle parole del Papa c’è un insegnamento grandissimo.

Spesso noi, quando incrociamo un povero, facciamo dell’elemosina. L’elemosina sia chiaro è una cosa buona e giusta. Nasconde però un’insidia. Chi fa l’elemosina mantiene una certa distanza da chi la riceve. Chi fa l’elemosina si pone in una posizione di superiorità rispetto a chi la riceve. Chi riceve l’elemosina può sentirsi umiliato da come la riceve. A volte si fa l’elemosina per sentirsi a posto con la coscienza e per avere una gratificazione personale più che per aiutare l’altro che viene percepito come qualcuno inopportuno, perchè ci mette di fronte ad una situazione che ci provoca qualche imbarazzo. Pensate ai vari poveri che incontrate lungo la strada. Almeno io, lo ammetto, non sempre sono felice di incontrarli e non sempre sono ben disposto. A volte faccio fatica a sopportare la loro insistenza.

Questo atteggiamento non è cristiano. Fare l’elemosina in questo modo può essere di aiuto a chi è nel bisogno ma non fa bene spiritualmente a chi la fa. Il Papa chiede un cambio di prospettiva. Ci chiede d passare dal fare un’elemosina al condividere la nostra ricchezza con l’altro. E qui arriviamo a noi cari sposi. In una coppia solitamente c’è uno dei due più avanti nel cammino di fede, più perseverante, più forte spiritualmente. Questo può creare pericolosi squilibri nella relazione. La fragilità dell’altro può essere sopportata come un’elemosina piuttosto che essere accolta come un’occasione per condividere ciò che noi siamo e che possiamo dare per sostenere.

Se verrà accolta come un’elemosina il nostro perdono e la nostra accoglienza sapranno di falso. Ci sentiremo superiori di fronte alla debolezza dell’altro e ci sentiremo bravi a differenza dell’altro. Ci porremo di fronte alla sua debolezza come una persona che la tollera. Che quindi tollera l’altro. Le parole saranno fredde, scostanti e di rimbrotto. L’altro si sentirà umiliato e non accolto. Nonostante a parole staremo perdonando, il nostro sguardo dirà altro.

Se verrà invece accolta come una condivisione cambierà tutto. La sua debolezza diventerà nostro impegno. La sua difficoltà troverà posto nel nostro cuore. L’altro si sentirà forte della nostra forza. Rinvigorito dal nostro perdono e curato dal nostro sguardo. Non ci sarà umiliazione, ma desiderio di restituire quell’amore gratuito appena ricevuto. Desiderio di essere riconoscente verso il perdono immeritato ricevuto.

Sappiate accogliere quindi le vostre povertà reciproche come ha affermato il Papa e come ci ha insegnato madre Teresa:

Signore, quando ho fame,
dammi qualcuno
che ha bisogno di cibo;
quando ho sete,
mandami qualcuno
che ha bisogno di una bevanda;
quando ho freddo,
mandami qualcuno da scaldare;
quando ho un dispiacere,
offrimi qualcuno da consolare;
quando la mia croce diventa pesante,
fammi condividere la croce di un altro;
quando sono povero,
guidami da qualcuno nel bisogno;
quando non ho tempo,
dammi qualcuno
che io possa aiutare per qualche momento;
quando sono umiliato,
fa che io abbia qualcuno da lodare;
quando sono scoraggiato,
mandami qualcuno da incoraggiare;
quando ho bisogno
della compressione degli altri,
dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
quando ho bisogno che ci si occupi di me,
mandami qualcuno di cui occuparmi;
quando penso solo a me stesso,
attira la mia attenzione su un’altra persona.

Antonio e Luisa

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Gesù non è uno sposo geloso

Ho parlato diverse volte della preghiera nel matrimonio. Il rapporto con nostra moglie o nostro marito ci può dire tanto proprio su cosa sia la preghiera. Il matrimonio rischia  spesso di diventare il sacramento del fare. Preoccupazioni, impegni, pensieri, lavoro, figli. La quotidianità rischia di allontanarti da te stesso/a e dalla tua relazione sponsale. Rischia davvero di non esserci tempo per fermarsi e per contemplare l’amore. Quanto spesso ci comportiamo come Marta non trovando mai il tempo di fermarci come Maria.  Certamente, come ho già avuto modo di scrivere in altre riflessioni, nel matrimonio ogni gesto fatto per amore diventa gesto sacro e preghiera. Ogni gesto di servizio è preghiera quando fatto per amore. C’è un però. Non basta fare.

Il matrimonio è prima di ogni altra cosa una relazione d’amore. Relazione che ha bisogno di rinnovarsi ogni giorno per non morire. Rinnovarlo, naturalmente, con il linguaggio degli sposi. Nelle promesse matrimoniali promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della nostra vita, non semplicemente tutta la vita. Non è una differenza da poco. Tutti i giorni implica proprio il rinnovare, giorno dopo giorno, la nostra promessa. Rinnovarla e renderla di nuovo presente e attuale. Non basta dirlo una volta sola. Non basta per non dare il nostro matrimonio per scontato. Qualcosa che vale sempre meno fino a buttarlo e buttarci via. Invece è importante ogni giorno dire di nuovo quel sì lo voglio. Dire di nuovo ti amo all’altro/a. Dirlo con la parola ma non solo. Dirlo con una carezza, con un bacio, con un pensiero. Dirlo con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Così si tiene vivo il matrimonio. Così si mantiene fede alla promessa matrimoniale.

Questa riflessione mi permette di collegarmi direttamente alla preghiera. Spesso non ce ne curiamo abbastanza. Non c’è tempo, non c’è voglia, ci sono tante cose da fare. Invece è importante riuscire a trovare almeno un po’ di tempo da dedicare a Gesù. Da soli, in coppia o in famiglia, ma bisogna trovarlo. Gesù è il nostro Sposo, anche per noi che siamo sposi cristiani, non solo per i consacrati. E’ importante trovare il tempo per rinnovare il nostro sì al suo amore. Non basta dirlo una volta per sempre. E’ importante tenere viva la relazione e nutrito il nostro rapporto con il Signore. La preghiera è esattamente questo. Dire a Gesù, anche oggi, ti voglio bene e voglio stare con te. Esattamente la stessa dinamica che avviene tra marito e moglie.

La cosa bella sapete qual è? Gesù non è uno sposo geloso. Nutrire il nostro rapporto con Lui ci aiuta a vivere meglio anche quello tra di noi. Nutrire il rapporto tra di noi ci aiuta a desiderare di incontrare Gesù. Questo è il matrimonio cristiano. E’ meraviglioso. Ricordiamoci sempre di rinnovare il nostro sì, rinnovarlo all’altro/a e rinnovarlo a Gesù! Ne va della nostra gioia, della nostra pace e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Preghiera, quel tempo che non ho 

Quando è stata l’ultima volta che hai pregato insieme a tuo marito? A tua moglie? 

Quando è stata l’ultima volta che hai pregato insieme alla tua famiglia? Ai tuoi figli? 

Tante coppie denunciano la difficoltà di pregare insieme. Spesso è una forma di pudore che si manifesta all’interno della vita coniugale, nonostante il fatto che i due siano abituati alla preghiera, ma.. individuale. Non ci viene di dire al nostro compagno: “preghiamo insieme?” E se lo si dice e lo si fa, spesso si recitano due preghiere in cinque minuti che magari non danno gusto. Se una cosa non dona gusto, non è bella. Come fai allora a dire “wow che bello! Grazie! Preghiamo anche domani!” 

Come dargli gusto allora? 

Come mantenere l’impegno-gioia di pregare insieme? 

La preghiera dev’essere un appuntamento per vivere un tempo di pace, di grazia, di ristoro, di affidamento, di lode, di benedizione e coraggio. 

La preghiera scaturisce dalla fiducia in Dio e non è un’azione passiva ma attiva, perché capace di trasformare le situazioni di ogni giorno, rinnovandone il significato. 

La preghiera rinfranca la nostra Fede. 

Anche noi, Anna e Ste, abbiamo fatto fatica e ancora oggi fatichiamo ad avere un appuntamento costante, giornaliero di preghiera. Se calcoliamo che col coniuge si passano sotto lo stesso tetto (smartworking a parte..) meno di 12 ore di cui tra le 6 e le 8-9 a dormire e nelle altre 3 c’è magari un pasto, e tutte le cinquanta, cento cose che devi fare in casa, o che ti piace fare in casa o fuori : dal tempo di gioco coi figli, al lavare i piatti, al cane da portar fuori, a quel film che non ti vuoi perdere, al calcio in televisione che oramai è h24, al corso di nuoto, all’ora di yoga.. etc .

Il risultato che si ottiene è che la difficoltà del non pregare insieme, risiede in quel “non avere tempo”. Come non darvi ragione! 

Eppure: cristiani sì, ma senza tempo-preghiera a Dio. È un po’ come dirsi studenti e non andare a scuola. 

Il tempo per la preghiera si deve sempre trovare! 

Il tempo è di Dio e a Lui va restituito, non come privazione di qualcosa ma come riscoperta della priorità dei valori che ridanno qualità alla vita, per intessere rapporti di umanità nuova perché rinnovata in Cristo. 

È sulla base di questo che si può scegliere che “stile di vita” avere, è sulla base di questo che la televisione, l’uso dei social network, gli hobby e tanto altro non diventeranno prioritari o addirittura essenziali alla nostra vita. 

Ricordi quando da fidanzato il tempo per “andare a morosa” (come si dice dalle nostre parti..) lo trovavi? Eppure lavoravi anche allora, forse avevi anche più hobby, certo non avevi le responsabilità e i compiti casalinghi che gravano sui genitori, eppure il tempo c’era. Correvi da lei, da lui anche per poco tempo la sera, o gli donavi il tempo di un telefonata, di una videochiamata che era bella, dava gusto. Ti salutavi dandoti un nuovo appuntamento: “E allora vediamoci anche domani”.

Quel tempo per l’amato, si trovava ed era bello. Perché non si può trovare quel tempo con l’Amore? 

Mancanza di gusto? 

Mancanza di innamoramento con Dio? 

Non abbiamo ricette precise da darvi, per pregare insieme, ognuno da innamorato deve trovare il modo di “andare a morosa” con Dio. 

Chi pregando prima dei pasti con tutta la famiglia. 

Chi con un Pater, Ave, Gloria. 

Chi fermandosi davanti ad una candela, dialogando e pregando con il coniuge. 

Chi recitando un rosario, chi solo una decina. (Siamo nel mese di ottobre.. approfittane.. -vedi articolo di padre Luca Frontali, link in fondo al nostro).

Chi seguendo la liturgia delle ore che la Chiesa ci dona, pregando magari il vespro o la compieta insieme. 

Come vedete tanti sono i modi di pregare, l’importante è trovare quel gusto che ti fa dire: “che bello! Grazie! E allora vediamoci ancora domani”.

L’importante è riscoprire quell’innamoramento con l’Amore che non può mancare nella nostra vita di coppia. 

L’importante è dare tempo alla nostra giornata, perché la mondanità e le leggi del mondo non schiaccino il nostro amore per Dio! 

Noi non siamo del mondo, ma siamo di Dio! 

Pensa se lavoro, hobby, impegni ti avessero fatto perdere la ragazza/o tanto anni fa, ora tua moglie/marito.. cosa avresti fatto? 

Non perdere oggi il tempo per Dio Amore, guardalo come un fidanzato/a, datti una regola di vita, una regola giornaliera, scandendo il tempo e mettendo ordine nelle cose che fai e che possiedi. (tempo televisione, tempo cellulare, tempo hobby). 

Sprechiamo un sacco di tempo, togliendolo a chi ci dona il tempo e la vita! 

La famiglia che prega resta unità. (Papa Francesco) Vorremo tendere una mano, tenderci una mano anche a noi stessi, che spesso non troviamo il tempo con Dio. E lo facciamo così, proponendovi di trovarci da questo lunedì sera 10/10 su Instagram per recitare insieme alle 21.30 il Rosario Mariano, domani martedì 11/10 alle 21.30 la preghiera della sera della Chiesa la compieta, mercoledì 12/10 la coroncina della famiglia, giovedì 13/10 il il Rosario della famiglia, venerdì 14/10 il vespro. Un modo per farci assaporare alcuni dei modi per pregare e “morosare” l’Amore. Lasciando che ognuno cerchi il modo più gustoso e bello per pregare con il proprio sposo/a, famiglia, stando con Lui.

Vi aspettiamo! Stay in Prayer!

Link articolo padre Luca https://matrimoniocristiano.org/2021/10/02/ottobre-mese-del-rosario-ottima-preghiera-di-coppia/


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La prima notte di nozze raccontata da Tobia e Sara

Il libro di Tobia è un testo dell’Antico Testamento. Un testo breve dove vengono narrate le vicessitudini di Tobia e Sara due giovani che dopo una serie di problemi e di ostacoli riescono a sposarsi. Oggi in particolare vorrei soffermarmi sulla loro prima notte. La narrazione di quanto avviene è ricca di significato e di simboli che vanno letti, compresi e rielaborati perchè dicono tanto del matrimonio e di quanto sia importante il rapporto fisico.

Sappiamo che Sara era già stata data ad altri sette mariti. Tutti morti la prima notte. Farà la stessa fine anche l’intrepido e impavido Tobia? Tobia ha però un asso nella manica. Tobia durante il cammino che lo ha condotto da Sara è stato accompagnato dall’Arcangelo Raffaele, il quale ha consigliato al ragazzo alcuni gesti da compiere prima di giacere con la sposa.

Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso.  L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì nelle regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. (Tb 8, 2-3)

Una simbologia meravigliosa. Il testo ci mette di fronte ad un vero e proprio esorcismo. Un esorcismo che nasce dall’amore coniugale. Dio guarisce attraverso l’amore. Per noi cristiani c’è un significato ancora più chiaro. Il sacramento del matrimonio ci libera dal male e ci permette di amarci da Dio, di amarci come Dio. Non a caso Tobia brucia cuore e fegato. Il cuore e il fegato rappresentano due componenti costitutive di ogni persona, in ebraico néfèsh. Il cuore è il luogo della volontà, del voler il bene o il male, mentre il fegato è l’organo delle sensazioni più istintive e basiche come possono essere la passione, le emozioni e l’impulso sessuale. Offrendo queste nostre due realtà, volontà e passioni, a Gesù, attraverso la nostra promessa matrimoniale, accade il miracolo. Il male viene cacciato dalla nostra casa e viene allontanato da noi. Solo con la nostra volontà non potremmo però impedire al male di tornare. Per questo serve un sacramento. E’ Dio, in questo caso attravero l’Arcangelo Raffaele (che significa appunto Dio guarisce), incatena in ceppi il diavolo impedendo così che possa tornare a distruggere la nostra unione. Non significa che non commeteremo più errori. Impossibile. Significa che se ci metteremo tutto il nostro impegno e cercheremo di governare le nostre emozioni e i nostri istinti senza farci trascinare da essi, Dio ci darà la forza per superare ogni prova e per restare insieme tutta la vita. E tutto questo passa dalla prima notte di nozze. Passa cioè dal dono totale che ci facciamo vicendevolmente. In anima e corpo. Passa attraverso il rapporto sessuale che sigilla la promessa matrimoniale.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! (Tb 8, 4)

Due sole parole ma che aprono un mondo. Sorella! Perchè Tobia chiama la propria sposa sorella? Perchè noi tutti possiamo chiamare la nostra sposa sorella o il nostro sposo fratello? Noi spesso crediamo che i rapporti più importanti siano quelli di sangue. Il rapporto con i genitori e appunto con i fratelli. La Bibbia ci dice che non è così. Il rapporto più importante è quello che nasce da una promessa che diventa alleanza. Da una promessa che diventa sacramento e vita. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola (Matteo 19). Vale per gli sposi in modo evidente, ma vale anche per tutti i fratelli e sorelle nella fede. Quante volte ci sentiamo più vicini con il cuore a persone che non hanno nessuna parentela con noi rispetto ai nostri familiari che non ci capiscono e con i quali non riusciamo ad aprire il nostro cuore e la nostra fede? Cari sposi ogni tanto chiamatevi amato fratello o amata sorella per ricordarvi che quella persona viene prima di vostro padre e di vostra madre. Ricordarvelo non perchè i vostri genitori non meritino altrettanto amore e considerazione, ma perchè esistono delle priorità. E’ importante mettere ordine per amare non più o meno uno o l’altro ma nel modo giusto.

Infiine la parola alzati. Nella versione greca è utilizzato il termine anastethi che è lo stesso verbo usato nel Vangelo per indicare la resurrezione di Gesù. Capite la grandezza del momento? Tobia sta conducendo la propria sposa ad una resurrezione, ad una nuova vita. Non è Tobia naturalmente ad avere il potere di innescare questo cambiamento incredibile nella vita dell’amata. E’ l’amore che Tobia e Sara si sono promessi e che stanno per sperimentare nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Prima di abbandonarsi all’amore corporeo i due infatti elevano una bellissima preghiera a Dio che ora non ho tempo di riprendere, ma che ho già affrontato in un precedente articolo.

Bellissimo questo passo biblico. Attraverso la storia d Tobia e Sara, due giovani normali, Dio ci introduce nella grandezza del matrimonio e nella sacralità dell’incontro intimo degli sposi. Sacralità che letta poi alla luce del Vangelo diventa sacramento e fonte di Grazia e di salvezza per i due sposi e per il mondo intero.

Antonio e Luisa

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Stare con il tuo sposo, stare con Gesù!

Con il passaggio delle reliquie di Carlo Acutis in parrocchia abbiamo avuto modo di conoscere di più la sua vita, il suo vissuto.

Sono tante le cose che ci hanno colpito, ma una più di tutte ha suscitato in noi stupore e bellezza: il suo stare con Gesù, il suo stare davanti all’Eucarestia come solo un ragazzino adolescente sa fare.

Quella sera anche noi siamo stati in adorazione con Carlo davanti al Santissimo. Come ogni volta, è stato un momento di intimità speciale. Nel rientrare a casa quella sera però, ci siamo accorti di quanto ci mancano momenti in cui assaporare quella relazione con Gesù, di quanta bellezza ci sia in quello stare di fronte a Lui. È stato e dev’essere un po’ come quando accogli in casa un amico che non vedi da tempo, uno stare che ridona gusto. È come quello stare con tuo marito una sera voi due, che da quando vivi insieme e hai dei figli è un tempo che ti sfugge e che non hai più tanto spesso. Quello stare che ti spinge a dire: “Che bello! Vediamoci ancora domani”. Un po’ come è successo a Pietro, Giacomo e Giovanni quando sul monte con Gesù, non vogliono più scendere. (Mc 9,2-8). È troppo bello stare lì, è troppo bello stare con le persone che ami.

E tu con Gesù, Riesci a percepire questa bellezza ? Riesci ad assaporare questo tuo stare con Lui?

Quanto manca spesso la relazione a “tu per tu”con Lui, una relazione profonda da amico, intima, da sposo. Quanto ci manca quel tempo di intimità per dialogare con Lui. Carlo, -raccontava l’allora cappellano dell’ospedale di Monza – parlava a Gesù delle sue giornate, come fa un ragazzino con il suo papà. In modo semplice e naturale. Che bellezza! È in questo tipo di relazione che rimane il gusto buono dell’intimità con Lui. Saper stare con Gesù e parlargli in semplicità del nostro ordinario. Carlo non ha fatto altro che dialogare con Gesù nel modo in cui era capace in quel momento della sua vita. Quanto ci insegnano i più piccoli. Ci insegnano la semplicità, la genuità dello stare con chi si ama. Spesso cadiamo nelle logiche complesse dell’età adulta, crediamo di non aver niente da dirGli o al contrario cominciamo a fare discorsoni manco fossimo Aristotele e lo bombardiamo di domande e richieste infinite. Che bello invece inginocchiarsi di fronte ad un papà, di fronte ad una mamma, di fronte al proprio sposo, alla propria sposa, e parlargli semplicemente condividendo e comunicando l’amore ordinario che viviamo.

Stare davanti all’Eucarestia è bellezza per il cuore. È parlare del nostro vivere l’amore giornaliero con Lui, Amore Totale!

Ma Come fare a stare con Lui per così tanto tempo, magari ogni giorno?

Il lavoro, la casa, gli impegni, la cura verso il nostro sposo, la famiglia, i figli, dove incastro Gesù nel mio vivere? Nella società di oggi dove tutto corre veloce, e sembra di essere sempre saturi di tanto e di troppo, è difficile. Verrebbe da scriverlo in agenda “STARE CON GESU’”, per fissare con Lui un appuntamento; ovviamente se troviamo spazio, sennò sarà per un’altra volta. Quanto sarebbe invece bello e genuino non scrivere nulla in agenda, e tenerci uno spazio libero, bianco per lasciare che nel riposo trovi spazio l’Amore.

Da sposi, non è sempre facile però trovare questi momenti silenziosi e fermare il tempo. Ma forse il bello sta proprio qui: non possiamo non guardare al nostro vivere l’amore per il nostro sposo, per la nostra famiglia e non accorgerci che in ogni cosa che facciamo, in ogni attività o gesto di cura, lasciamo un’impronta indelebile d’amore. Anche quando ci sembra di compiere il gesto più piccolo e insignificante, stiamo invece mostrando Gesù sposo, Gesù che si fa padre, madre, misericordioso, Gesù che si prende cura, che ci accompagna, che fa festa per noi…

La relazione con Gesù la coltivo, la vivo ogni giorno celebrando i gesti d’amore che la mia vocazione mi chiama a vivere. Così tutto diventa sicuramente più bello e ha un senso!

Ci sono momenti però che tutto questo sembra non bastare.. . E qui veniamo forse al passo in più, all’andare oltre questi primi spunti, al centro del nostro articolo… e Carlo ci ha aiutati a riscoprire ancora una volta qual’è la relazione intima che salva.

Non fermiamoci a un gesto d’amore. Pretendiamo di più ancora.

Il nostro stare con la persona che si ama ci insegna che amare è anche quello stare a contatto, quel baciarsi, toccarsi, abbracciarsi che se è fondamentale in un amore sponsale, dev’essere fondamentale anche nel rapporto con Gesù. Questo rapporto è il centro di tutte le vocazioni.

A volte non basta vivere dei gesti d’amore quale preparare tutti i giorni il pranzo per il marito, o portare la moglie fuori a cena, o regalarle dei fiori, gesti bellissimi dove c’è amore, dove incontri l’Amore. Ma tuo marito, alla sera, lo vuoi anche abbracciare, toccare, salutare con un bacio. È un contatto che ti fa stare bene, che traduce in concretezza l’Amore sponsale. D’altronde qual’è il gesto più alto di Amore per gli sposi? Non risiede forse nel rapporto intimo, sessuale?

Lo stesso è con Gesù, puoi vivere tanti gesti d’amore ma lo vorrai poi Abbracciare, Accogliere, sentire la sua carne viva su di te, stare in intimità con Lui?

Ecco l’adorazione Eucaristica, ecco la sua presenza fisica, ecco quel contatto di cui ci nutriamo e di cui dobbiamo aver bisogno. Un contatto fisico, un contatto visivo, una presenza che ci invade.

Per riassumere, un po’ come per il mio sposo, del quale ho bisogno di perdermi fa le sue braccia e nutrirmi di quel contatto fisico che mi dona pace, mi rassicura, mi fa sentire protetta, accolta, desiderata, così anche con Gesù, ho bisogno di tornare a quel contatto e perdermi in un suo abbraccio. Perdermi in un incontro come la Comunione Eucaristica, come l’adorazione, che è esplosione di Luce, percezione di santità.

Quando ti comunichi a volte sembra di non avere le parole. Voglio parlargli e lo faccio a mio modo, ma mi rendo conto che quelle parole non bastano, e allora resto lì, semplicemente lì, davanti a Lui ad assaporare la sua presenza di cui in quel momento i miei sensi si nutrono.

Che cosa rende così speciale quel rapporto intimo con Gesù?

Concludiamo con un ultimo spunto:

Gesù è Unione sempre!

Stare davanti a Gesù eucarestia ti restituisce una viva percezione di quanto Lui non ti lasci mai solo. E lo faccia mettendoti in intima unione anche con le persone che oggi non sono presenti fisicamente accanto a te. Ti accorgi così di come Lui sia il collante, sia Unione e in quel momento li rende presenti accanto a me, accanto a te, come in un abbraccio. Rende presenti i nostri figli saliti al cielo, la mamma, i nonni Santi Angeli custodi, e gli stessi cari Santi che pur non avendo conosciuto di persona sono entrati a far parte delle nostre amicizie del Cielo, proprio come Carlo Acutis, che è venuto come un amico e ci ha portato questi nuovi spunti di bellezza.

Per altre info su come stare davanti all’Eucarestia, chiedete a lui, maestro a 15 anni di Adorazione! Che bellezza!

Dagli spunti-appunti di Anna

Anna e Ste

Cercatori di bellezza


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Siamo uomini: oltre il testosterone c’è di più.

Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto.Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza.Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo: ‘Sono diventato una signorina’

Achille Lauro

Ho letto per caso, scorrendo sui social, questa affermazione di uno dei cantanti del momento. Achille Lauro ripete il mantra del pensiero che ultimamante va per la maggiore, almeno in occidente: maschio è brutto mentre femmina è bello. Maschio è un concetto patriarcale e sorpassato. Uno stereotipo tossico. L’uomo per essere davvero amico della donna e accettabile socialmente deve smettere di essere maschio e fare proprie tutte quelle prerogative più femminili. Ha davvero ragione il buon e furbo Achille Lauro? (si furbo perchè io maliziosamente ho la convinzione che stia sapientemente cavalcando l’onda)

Ha ragione su alcune premesse. Spesso il maschio ha uno sguardo verso la donna poco rispettoso della persona. Uno sguardo oggettivante. Ne fa cioè sovente un oggetto da usare. D’altronde è qualcosa che c’è da sempre. San Giovanni Paolo II lo classifica come frutto velenoso del peccato originale commentando il versetto Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.

La soluzione è quindi quella di trasformarci in un surrogato femminile come propone l’artista? Certamente no. La risposta corretta va in direzione completamente opposta. La soluzione è trasformarci si, ma da maschio ad uomo. Essere pienamente uomo, per noi cristiani di sesso maschile, significa fare nostri gli atteggiamenti e il modo di relazionarsi di Cristo. Cristo che è vero Dio ma non per questo meno uomo. Uomo pienamente maschio.

Cosa significa concretamente? Significa che dobbiamo crescere ed educarci a diventare ciò per cui siamo stati creati. Lo abbiamo scritto dentro. Il nostro corpo parla. Prendiamo qualcosa che abbiamo solo noi. Qualcosa che nel micromondo del nostro corpo può raccontare tanto di come siamo fatti. Mi riferisco agli spermatozoi. Ho trovato una spiegazione meravigliosa nel libro di Tommaso e Giulia Il cielo nel tuo corpo. Gli spermatozoi sono immagine di grande forza e vitalità. Sono immagine di virilità. Appena lanciati alla carica non si fermano, sono in competizione l’uno con l’altro. E’ una vera guerra. Vincerà solo uno. Devono affrontare, oltretutto, un viaggio breve ma pieno di insidie (la vagina è un ambiente acido per non parlare del sistema immunitario della donna). Alcuni ce la fanno, arrivano alla meta, lì dove c’è l’ovulo femminile ad attenderli. Cosa fanno? Attaccano come gli indiani a Little Big Horne? No, succede qualcosa di inaspettato. Tutta la loro aggressività si spegne. Inizia qualcosa di diverso. Inizia un dialogo d’amore (rende bene l’idea) tra uomo e donna. Tra gamete femminile e gameti maschili. Gli spermatozoi non cercano di ottenere con la forza l’accesso nella cellula uovo, ma attendono con umile pazienza che sia la donna a scegliere chi far entrare in lei.

Quando l’uomo è capace di gestire la sua forza al servizio della donna e della vita ecco il miracolo, ecco che comincia ad essere ciò che è. Una creatura meravigliosa capace di dare la vita esattamente come può fare lo spermatozoo. Ecco che la sua aggressività tanto disprezzata dalla nostra società prende una nuova forma e una funzione profondamente buona e positiva. L’aggressività controllata e incanalata diventa generatività.

Quindi non vergogniamoci perchè siamo uomini. Essere uomo non solo piace alla nostre donne ma è ciò che Dio vuole da noi. Un uomo è capace di scelte definitive, un uomo non si risparmia per il bene delle persone che ama, un uomo è una persona di cui ci si può fidare, un uomo è capace di spostare lo sguardo da sè all’altro. Un uomo è capace di sacrificio e trae la sua gioia dalla gioia che riesce a donare a chi ha vicino. Se il paragone con Gesù ci pare troppo pensiamo a San Giuseppe e di quanto sia stato tutte queste cose quando ha portato in salvo e custodito la Santa Famiglia.

Ha ragione quindi Achille Lauro quando mette in evidenza le contraddizioni del maschio. Ciò che non funziona non è però il troppo testosterone, come dice lui, ma l’immaturità di tanti maschi che non crescono e non diventano uomini. Come crisalidi che non mutano in farfalle. Il matrimonio in questo percorso è uno dei passaggi fondamentali. Almeno per me lo è stato. Luisa mi ha sposato che ero molto maschio e poco uomo. Con il tempo, con gli errori, con l’amore, con il sostegno reciproco e con la Grazia del sacramento giorno dopo giorno sono cresciuto e se oggi sono una persona migliore, un po’ meno maschio e un po’ più uomo è proprio grazie alla palestra che è e che è stata il nostro matrimonio. Papa Francesco esprime questa dinamica di perfezionamento reciproco molto bene:

Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità, come uomo e come donna. E questo si fa tra voi. Questo si chiama crescere insieme. Questo non viene dall’aria! Il Signore lo benedice, ma viene dalla vostre mani, dai vostri atteggiamenti, dal modo di vivere, dal modo di amarvi. 

Antonio

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Il peccato è accontentarsi

Oggi vorremmo rispondere pubblicamente ad una mail. L’argomento è già stato affrontato da parte nostra in altri articoli. Lo abbiamo affrontato anche nei nostri libri eppure è sempre uno dei più attuali e richiesti. Vi condividiamo uno stralcio della mail ricevuta.

Volevo porvi una domanda ed avevo paura che scrivendo sulla pagina fosse pubblico. Io e mio marito siamo sposati da un anno e abbiamo una bellissima bambina di tre mesi appena compiuti, abbiamo vissuto il nostro cammino da fidanzati in maniera pura e ci siamo sforzati di vivere la castità; con la nascita della nostra bimba sono cambiate tantissime cose e ultimamente io sono entrata un po’ in crisi per alcuni aspetti che coinvolgono la sfera sessuale.. È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Ho paura di vivere in peccato perenne ma allo stesso tempo non sono pronta per una nuova gravidanza.. Spero di essere stata chiara e che possiate consigliarmi, grazie infinite per tutto vi auguro una santa giornata.

Vorremmo focalizzarci su alcuni punti. Non per dare una ricetta ma semplicemente un consiglio. Una prospettiva diversa in modo da permettere a voi di discernere meglio. La decisione resta vostra e solo vostra. Nessuno può dirvi cosa fare e come farlo.

È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Quando abbiamo letto questa domanda abbiamo percepito che forse c’è un’idea sbagliata di fondo. E’ lecito non è il termine esatto. Sembra davvero che si pensi a Dio come ad un giudice, ad un tiranno che impone la propria legge e le proprie regole che noi, se desideriamo essere dei buoni sudditi, dobbiamo rispettare senza capirne il motivo. Comprendete che così è frustrante. Infatti non appena il controllo sociale della Chiesa è venuto meno sono crollate anche le persone che decidono di restare caste prima e dopo il matrimonio. Non ne comprendono il motivo. Fare l’amore è così bello. Perchè non posso usare un preservativo per evitare una gravidanza che in coscienza sento non essere giusta per tanti motivi?

Capite che così non funziona! Gesù è re della nostra vita ma è un re diverso. Un re che non impone ma che ci ama profondamente tanto da farsi come noi. Quindi quel è lecito va trasformato in: Cosa vuoi dalla tua vita? Vuoi accontentarti o vuoi la pienezza che io ti ho promesso con il sacramento del matrimonio? Io ci sono. Fidati di me.

Cambia tutto così. Non è più una questione legalistica ma diventa qualcosa di più profondo che ci tocca e ci cambia dentro. Quindi non rispondiamo semplicemente che il preservativo è un anticoncezionale e come tale il suo utilizzo è peccato. Non siamo sacerdoti e non è nostro compito quello di giudicare queste scelte da un punto di vista dottrinale. Rispondiamo da coppia. Rispondiamo con la nostra esperienza di coppia. L’anticoncezionale non permette di accogliere in pienezza l’altro. E’ un mezzo che esclude in modo artificioso la fertilità maschile o femminile. Non c’è dono e accoglienza totale. Senza dono totale l’amplesso perde non solo la sua apertura alla vita ma, almeno in parte, anche la sua forza unitiva, con la conseguenza di inquinare quel gesto d’amore tanto bello con l’egoismo e la ricerca del piacere personale. Ci sentiamo però di mettere in guardia. Attenzione: l’uso degli anticoncezionali alla lunga impoverisce non solo l’intimità ma anche la relazione. Lo possiamo dire per esperienza diretta. Per un periodo ne abbiamo fatto uso.

Ho paura di vivere in peccato perenne ma allo stesso tempo non sono pronta per una nuova gravidanza. Leggendo quindi tra le righe hai paura. La paura più grande non è quella di vivere in peccato ma quella di restare nuovmente incinta. Qui il nostro consiglio è molto più concreto. Cerca di comprendere da dove nasce la tua paura. Hai consapevolezza del tuo corpo, di come funziona, del ciclo? Conosci i metodi naturali? Sei sposata da poco e magari non ne hai avuto il tempo. Uno dei consigli che ci è stato dato e che noi, a nostra volta diamo, è quello di conoscere i metodi naturali durante il fidanzamento. Non è mai troppo tardi comunque. Certo ora c’è una gravidanza finita da poco, l’allattamento poi lo svezzamento ed è tutto più difficile però non smettete di puntare al massimo. Magari adesso non ve la sentite di abbandonarvi completamente ai metodi naturali e decidete di proseguire con il preservativo ma non precludetevi questa scelta per il futuro. Vi assicuriamo che non è la stessa cosa. Vivere il rapporto sessuale castamente ha tutta un’altra ricchezza e anche tutto un altro piacere che nasce proprio dalla profonda unione.

Speriamo di avervi dato una prospettiva un po’ diversa. Vi salutiamo con affetto e vi auguriamo di vivere anche nella carne un matrimonio pieno, bello e autentico.

Antonio e Luisa

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Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse

E’ da poco uscito il nuovo libro di Marco Scarmagnani Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse. Ne approfittiamo per incontrare Marco per fargli alcune domande su questo nuovo suo lavoro.

Ciao Marco, per cominciare raccontaci qualcosa di te. Chi sei? Di cosa ti occupi?

Grazie Antonio. Sono Marco Scarmagnani. Sono veronese e mi occupo di coppia. Sono consulente di coppia da una ventina di anni. Oltre a fare il consulente in studio, scrivo. Sono sposato da venticinque anni e mia moglie mi aiuta a ricordare che devo occuparmi anche della mia coppia. C’è un collegamento tra quanto faccio professionalmente e quella che è la mia vita.

Hai scritto un nuovo libro per aiutare le coppie nel difficile compito di costruire un matrimonio e una famiglia duraturi e magari anche felici. Quanto di questo libro è frutto dei tuoi studi e quanto invece è frutto della tua esperienza? In altre parole: quanto è importante la tua esperienza, ormai ventennale, per comprendere alcune dinamiche comuni a tutte le coppie?

Questo libro, dei quattro che ho scritto finora, è quello meno riflettuto teoricamente. E’ tutto frutto di esperienza. Mi sono messo proprio a pensare quali fossero i motivi che portano le coppie a rivolgersi a me. Poi, certamente, gli studi servono per sistematizzare e mettere ordine, ma è tutto frutto di esperienza.

Questo libro è naturalmente rivolto a quelle coppie che credono di avere un problema e desiderano ricercare una soluzione, o almeno iniziare un percorso. Ma è rivolto solo a loro oppure possono trovarlo utile tutte le coppie?

Nella mia idea tutte le coppie sono in crisi. Tutte le coppie hanno piccoli o grandi problemi. E’ sbagliato considerare la coppia in crisi solo quando viene messa in discussione la tenuta stessa del matrimonio. La crisi è quel lavorio continuo che necessitano due persone che sono sostanzialmente differenti per riequilibrare la relazione. Le crisi ci sono sempre perchè c’è sempre da trovare un allineamento, un’alleanza. Questo lavoro può essere un percorso semplice che si svolge nella quotidianità della vita oppure più complesso e in questo caso si passa attraverso conflitti, musi lunghi e litigate. Oppure, nei casi più difficili, può servire anche un trattamento specifico. La crisi in senso lato c’è sempre perchè non è possibile che una coppia sia statica ma muta continuamente. Ed è giusto così. Se conosci una coppia che resta sempre uguale fammelo sapere perchè va studiata.

Se tu dovessi scegliere una causa di sofferenza e divisione tra tutte quelle che hai indicato come la più comune quale sceglieresti?

Prima di rispondere ho dovuto pensarci un attimo. Quella che ti direi, che è un po’ originale, è la sopravvalutazione del dialogo. Uno dei capitoli si intitola Dialogate di meno e comunicate di più. Spesso nella coppia il dialogo diventa un mero scambio cognitivo. Si cerca di mettersi d’accordo tecnicamente. La relazione matrimoniale è una relazione soprattutto affettiva ed esistenziale. Noi abbiamo bisogno davvero di essere colti in profondità dall’altro. Abbiamo bisogno di sentirci capiti. Abbiamo bisogno almeno di metterci davanti l’un l’altro a mente aperta. A cuore aperto. Abbiamo bisogno di essere ascoltati e non tanto di avere ragione. Dobbiamo cercare di arrivare ad un dialogo che vada un po’ più in profondità. Con lo sguardo, guardandoci negli occhi, toccandoci, una carezza. Ragazzi! Anche io vivo in coppia e so benissimo che non sempre è così, ma avere una direzione verso cui andare ci può aiutare. Ci saranno discussioni sterili o dialoghi dove crediamo di sapere già cosa l’altro vuole dirci. Però ricordiamoci che siamo di fronte al nostro coniuge che è sacro per noi. Quindi ascoltiamolo con apertura di cuore, di mente e di spirito.

Parliamo ora di sessualità. Come sai è il tema che più trattiamo nel nostro blog e nei nostri libri, quindi ci interessa in modo particolare. Perché secondo te è un problema? Perché si sottovaluta spesso questo ambito come se non fosse molto importante? Soprattutto in una società erotizzata come la nostra.

Diciamo che ci sono due linee di tendenza. La prima è che a volte c’è un tacito accordo tra i coniugi di non affrontare l’argomento sesso. E’ un argomento scottante ed è facile che si creino delle forti incomprensioni e disagi. Ciò significa a volte anche astenersi. Capisco che in prima battuta la coppia che si astiene dai rapporti lo fa per evitare problemi. Quante discussioni sulla frequenza, sulla modalità, su come dovrebbe essere ecc. ecc. Si cerca quindi di evitare. Capisci però che è un problema. E’ come quando hai una malattia e non la curi. Perchè allontanarsi sessualmente comporta un allontanarsi anche fisico ed emotivo. Smettere di fare l’amore comporta smettere anche altre attenzioni, come può essere il bacetto la mattina prima di uscire, oppure toccarsi quando si passa vicini. Questa tendenza va invertita e non è difficilissimo. E’ più difficile pensarci che farlo. Basta entrare nell’ottica di darsi uno spazio. Se non ci sono altri problemi il riavvicinamento avviene perchè i nostri corpi hanno bisogno di stare vicini. La seconda riflessione mi porta a prendere atto che c’è una ipervalutazione della sessualità nella nostra società. Ciò può indurre ad avere determinate aspettative. Che tutto sia perfetto. Che tutto sia scoppientante, fuochi d’artificio. Come ci viene presentato dai media e dalla pubblicità. Giustamente fanno il loro interesse: mostrano il mondo come se fosse tutto Disneyland. Ci sono aspettative che rischiano di crollare quando ti trovi ad avere a che fare con una persona reale, in una vita reale, con lavoro-famiglia-figli. C’è un eccessivo peso attribuito sul come dovrebbe essere. Da qui una serie di frustrazioni: non funziona, non è andata bene, non è come mi aspettavo. Questo modo di pensare appartiene più ad un’olimpiade. La sessualità non è solo prestazione. Sulla sessualità siamo modellati ad usare un linguaggio di performance che non fa bene perchè scoraggia.

Spesso c’è un grande fraintendimento. Si crede che l’amore e i gesti dell’amore debbano essere spontanei e non dobbiamo imporci di fare qualcosa che non sentiamo. Altrimenti sarebbe un gesto falso. Tu lo spieghi molto bene. Ora senza dire troppo di quanto hai scritto nel libro regalaci uno spunto su questo argomento.

Faccio quello che mi sento, come massima espressione di libertà, è uno dei grandi inganni del nostro tempo. Può avere all’inizio un significato buono, ma poi questo concetto stressato diventa paradossale. E’ un paradosso perchè noi non facciamo tutto quello che ci pare. Se una persona mi sta antipatica non vado a dirglielo o se mi viene voglia di dare un pugno non lo faccio. Grazie a Dio non faccio tutto quello che voglio. Metto in atto una serie di filtri e di controlli. Questo in negativo. Vale anche in positivo. Metto in atto delle azioni perchè so che sono giuste e sono coerenti con la vita che ho scelto. Mi capita, in studio, di dare delle piccole indicazioni di inversione di rotta ad una coppia. Spesso mi sento rispondere: eh ma se non me la sento? Ok non sentirsela, non ti verrà sempre spontaneo, ma certo che un complimento, una parola dolce, un gesto non fanno male a nessuno. Credo che su questo ci si debba comportare un po’ da adulti. La metafora che più mi viene è con il lavoro. Io sono appassionato del mio lavoro, non significa che lavoro sempre spontaneamente. Anche nel lavoro io mi sforzo e mi impegno. Anche nel lavoro capita la mattina che non ho voglia di alzarmi. Mi alzo comunque e faccio un sorriso ai miei clienti. Ciò non significa che io sia falso, ma proprio il fatto di riuscire a farlo sempre determina la mia qualità professionale. Se io voglio laurearmi non è che posso studiare solo quando ne ho voglia. Non so perchè per questi ambiti siamo tutti d’accordo che sia così mentre per quanto riguarda l’amore no. Per l’amore è la stessa cosa: tu hai fatto una scelta. Se vuoi mantenere questa scelta devi mettere in atto delle azioni sia quando sono spontanee (grazie a Dio quando lo sono), ma le fai anche quando ti costano fatica. Ricordiamolo sempre, su questa cosa mi arrabbio anche un po’, che fare il bene fa sempre bene, anche a chi lo fa. Essere gentili addolcisce l’animo, fa bene anche alla circolazione. Anche quando non me la sento, se io faccio una cosa buona, facendolo non perchè mi sento uno sfigato ma perchè ho scelto un cammino e cerco di essere coerente, questo mi farà sicuramente bene.

Concludo l’intervista chiedendoti cosa credi che questo libro abbia di diverso rispetto ai tanti che già esistono. Perché dovremmo comprarlo e leggerlo?

Intanto è corto! E’ fatto a step quindi un lettore può leggere anche saltando argomenti e pagine. E’ poi semplice e pratico. Credo che, anzi sono sicuro, che nella sua semplicità, nel suo dare indicazioni concrete, tutto è comunque riportato ad un disegno coerente e complessivo di ciò che è la relazione di coppia. Relazione fatta di passione, intimità, impegno, per sempre, dedizione.

Grazie Marco per il bel dialogo e non mi resta che consigliare la lettura di questo libro che credo possa aiutare a capirsi maggiormente tutte le coppie.

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La compagnia del cigno: temi grandi risposte piccole

Eccomi di nuovo a commentare la serie televisiva “La Compagnia del Cigno”. Perchè perdere tanto tempo ad analizzare una fiction TV? Me l’avete chiesto in tanti. Semplicemente perchè i nostri ragazzi si nutrono di queste cose e le serie TV sono, in certo senso, lo specchio della nostra società. Possiamo davvero comprendere tanto. Nel primo articolo mi ero soffermata sulla morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68 e avevo accennato al fatto che i rapporti fuori del matrimonio sono all’origine dell’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Tutto questo si vede nella Compagnia del Cigno, la cui mentalità è quella fluida che nasce proprio dal ’68. Fluidità che doveva garantire libertà e invece porta solo precarietà. Cominciamo dall’aborto.

Nella prima stagione, il maestro Luca Marioni e sua moglie Irene sono in crisi a causa della morte della figlia, a seguito di un incidente. Dopo un periodo di separazione, tornano insieme e lei resta incinta. In un primo momento Irene decide di abortire, perché ha troppa paura, non riesce a credere di nuovo alla felicità. Luca reagisce molto male (anzi molto bene, dimostrando di essere un vero uomo): prima l’accusa di ignorare il fatto che lui è il padre; poi le intima di andarsene da casa, se non cambierà idea. Irene non cambia idea e va a stare da un’amica.

Il colloquio tra lei e il ginecologo è un capolavoro di politicamente corretto. Lui vorrebbe parlarle, ma lei si irrigidisce subito, teme di avere davanti un obiettore con scrupoli di coscienza e afferma che abortire è un suo diritto, che esiste una legge dello stato italiano. Lui la rassicura: non è un obiettore, l’aborto è garantito per legge, lui ha praticato tante “interruzioni di gravidanza” proprio per garantire questo diritto (sic!) Ciononostante, vuole essere sicuro che lei faccia la scelta giusta per lei (non per il bambino!). Sapendo che lei ha perso una figlia e temendo che lei voglia abortire per paura, le dice che non si rinuncia a un figlio per paura (ma, io mi chiedo, chi abortisce, non lo fa sempre per paura?). Irene gli conferma che, se facesse nascere suo figlio, avrebbe paura di tutto e non sarebbe una buona madre. Lui le chiede scusa e lei, offesa, lo accusa di avere approfittato della sua solitudine e fragilità per farle la morale (una critica agli operatori dei centri di aiuto alla vita?). Quella sera Luca, sconvolto, tenta ancora di fermare la moglie: “Da fidanzati mi avevi promesso che non mi avresti mai fatto soffrire e ti avevo creduto: un coglione, un vero coglione!”. Finalmente, Irene decide di non abortire, ma da Luca vuole rassicurazioni che tutto andrà bene. Lui saggiamente le dice che non può, che bisogna rischiare, che lui vuole questo bambino, ma si rende conto che la decisione spetta anche a lei.

Nella seconda stagione, Matteo e Sofia per una volta non usano il profilattico e lei resta incinta. Segue una riunione di famiglie, quella di Matteo e quella di Sofia, durante la quale la madre di lei chiede ai due giovani di pensarci bene, prima di scegliere di tenere il bambino (sic!). Già, il problema della scelta, della decisione della donna, che continuamente ritorna in queste due vicende. Ho pensato subito alle parole della serva di Dio Chiara Corbella Petrillo a proposito dell’aborto (che le avevano prospettato dal momento che la sua bambina non sarebbe sopravvissuta fuori dall’utero materno): Alla base della decisione di abortire c’è una menzogna tanto forte ed efficace quanto più nascosta ed inespressa. La menzogna dell’alternativa. Se aspetto un figlio, sono sua madre, non posso più scegliere, sono sua madre anche se una legge dello stato mi permette di ucciderlo. Posso solo scegliere di essere madre di un figlio vivo o di un figlio morto, ma sarò sua madre per sempre.

Altro argomento trattato in modo politicamente corretto è la separazione dei genitori. Robbo e la sorellina ne sono le vittime. La loro madre piange tanto, perché i suoi figli soffrono e Robbo ingenuamente le chiede come mai non si possa tornare alla vita di prima. Lei risponde che non è più possibile, perché ormai è irreversibilmente innamorata di un altro uomo. Love is love! In seguito, si scopre che il primo a tradire era stato il padre. Come reagiscono i due ragazzini? Con filosofia: abbiamo scoperto che anche i nostri genitori commettono errori, che non sono perfetti. Questa saggia reazione non mi sembra realistica, piuttosto mi sembra quella che qualunque genitore separato si auspicherebbe da parte dei figli.

Per essere politicamente corretta, la serie televisiva non poteva tralasciare omosessualità, transessualità e bisessualità, nonché l’omofobia. Ne scriverò in un altro articolo.

Luisa

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Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:
e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

Antonio e Luisa

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Ri-conoscersi una meraviglia

Oggi vorremmo tornare sulle parole che il Papa ha rivolto ai fedeli durante l’Angelus di domenica scorsa. I Versetti del Vangelo erano quelli di Mc 6,1-6. Gesù non veniva riconosciuto dagli abitanti del suo stesso paese. Il Vangelo non cita il nome della località in cui si trova Gesù a predicare ma è ovvio che si tratti di Nazareth. All’epoca un villaggio di poche centinaia di abitanti dove tutti si conoscevano, pensavano di conoscersi. Prendendo spunto da questo episodio evangelico il Papa afferma:

Soffermiamoci sull’atteggiamento dei compaesani di Gesù. Potremmo dire che essi conoscono Gesù, ma non lo riconoscono. C’è differenza tra conoscere e riconoscere. In effetti, questa differenza ci fa capire che possiamo conoscere varie cose di una persona, farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona. È un rischio che corriamo tutti: pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto! “Ma questo non è il ragazzo che abbiamo visto crescere, il figlio del falegname e di Maria? Ma da dove gli vengono, queste cose?”. La sfiducia. In realtà, non si sono mai accorti di chi è veramente Gesù. Si fermano all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù.

Noi abbiamo trovato la riflessione di Papa Francesco bellissima e soprattutto molto interessante per noi sposi. In particolare la diversità che il pontefice evidenzia tra il significato di conoscere e quello di riconoscere. Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Voi cosa fate? Credete ormai di conoscervi oppure cercate di riconoscervi ogni giorno? Pensateci: ne va del vostro matrimonio e della vostra gioia.

Antonio e Luisa

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E’ bello sposarsi ma ancor più bello è vivere sponsalmente con Gesù

Ci succede spesso di ricevere messaggi o di confrontarci con alcune persone single. Magari persone che hanno già un’età matura. Quando queste persone ci aprono il cuore e mettono a nudo le loro emozioni, spesso traspare tanta sofferenza, scoraggiamento e senso di abbandono. Perchè Dio mi tratta come una mezza persona? Perchè non posso avere anche io la gioia e l’esperienza di una relazione affettiva profonda come il matrimonio? Perchè Dio ce l’ha con me? Queste sono più o meno i messaggi che ci vengono lanciati.

E’ vero, noi non possiamo comprendere fino in fondo la sofferenza di questi fratelli e sorelle. Noi per loro siamo i fortunati. Meglio dire i “graziati”, in un contesto cristiano come il nostro. Abbiamo cioè avuto la grazia di trovarci e di sceglierci.

Ci sentiamo però di fare alcune considerazioni che sono valide per ogni persona, qualunque sia il suo stato di vita. Valgono per noi sposati, ma valgono anche per i sacerdoti e religiosi, per i single, per i vedovi, per i separati, per coloro che hanno un orientamento omosessuale ecc. ecc.

La nostra vita diventa piena quando scorre nella SPONSALITA’. Siamo tutte creature aperte alla sponsalità e possiamo viverla qualsiasi sia la nostra condiizione. Sponsalità con Gesù. Cosa significa? Significa sentirci amati da Dio. Certamente amati come da un Padre. Non basta però. Amati anche come uno sposo ama la sua sposa. C’è una differenza grandissima tra il sentirsi soltanto figli (che è già tantissimo) di un Padre tenero e misericordioso e il sentirsi un noi con Gesù. Significa fare esperienza di intimità con Dio. La stessa intimità che c’è nella Trinità. Un amore ancora più bello e completo. Un amore dove noi, non solo siamo gli amati, ma rispondiamo all’amore dello Sposo su un piano di parità, come la Sulamita del Cantico dei Cantici. Gesù arde di desiderio per ognuno di noi. Aspetta trepidante la nostra risposta al Suo amore. Vivere la nostra sponsalità può essere davvero liberante. Significa fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in due: è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo.

Comprendete come tutta la nostra vita sia abitata dalla sponsalità con Dio? Ciò che ci può rendere felici non è quindi trovare una persona con cui condividere vita e letto. No! Chi ripone tutte le proprie aspettative solo su questo aspetto affettivo-relazionale poi, spesso, resta deluso. Perchè l’altro non sarà mai in grado di riempire il nostro cuore fino in fondo e di dare soddisfazione al nostro desiderio di infinito. Ci si sposa per donare il nostro amore e non per pretendere che l’altro si faccia carico della nostra povertà.

Tu che sei sposo o sposa. Leggi il tuo amore alla luce della sponsalità con Gesù e il tuo matrimonio sarà libero. Sarai libero di amare l’altro senza aspettarti nulla in cambio ma solo con il desiderio di rispondere all’amore di Gesù. Sarai libero di amare l’altro per quello che è e non per quello che fa e che ti dà. Un amore misericordioso e incondizionato. Sarai così capace di liberare l’altro dal compito impossibile di donarti una gioia piena ed infinità e di dare senso alla tua vita. Solo Dio può dartii questo. Il matriimonio non salva e può essere un inferno quando si carica di tutte le aspettative di felicità e di senso. La gioia più grande viene proprio dalla consapevolezza di star dando tutto, senza riserve, non da quello che riceviamo. Io Antonio ci ho messo anni per capirlo e ho rischiato davvero di rovinare tutto con Luisa.

Tu che sei single. Apri il cuore. Decentra le tue attenzioni da ciò che ti manca a ciò che sei. Trasforma il tuo desiderio di essere amato in dono di te. Ogni gesto che tu fai può essere sponsale. Ogni volta che ti accorgi del bisogno del fratello, ogni volta che sei pronto ad ascoltare e consolare. Ogni volta che ci sei con la tua presenza. Non sentirti una mezza persona. Se sei capace di donarti agli altri e di avere sempre uno sguardo amorevole, sei già una persona piena, sei una persona già pienamente realizzata. Cambia tutto! Chi è capace di vivere in questo modo non ha bisogno di un’altra persona per avere la pace del cuore. Chi non si piange addosso ma apre il cuore all’amore dello Sposo si riveste dell’abito nuziale ed è una persona con grande fascino per chi lo incontra. Luisa ha passato anni a sentirsi meno degli altri e poco desiderabile. Poi, quando si è aperta a Dio, è cambiato tutto. Io ho visto la sua bellezza perchè lei per prima la vedeva.

Tu che sei sacerdote o religioso. Gesù ti chiede di mostrare al mondo la tua sponsalità con Lui. La sponsalità con Gesù ti permette di farti pane spezzato con ogni fratello e con ogni sorella tu incontri lungo la strada. Probabilmente hai nel cuore quel passo del Vangelo che dice: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Riesci a vedere in ogni persona, anche la più povera e la più misera l’immagine dello Sposo che tanto ti ama e tanto ti ha amato. Non hai bisogno di una donna o di un uomo accanto perchè Gesù ti basta.

Tu che sei persona con orientamento omosessuale. Vivere la sponsalità con Gesù ti permette di sentirti profondamente amato dallo Sposo. Ti fa sentire una persona capace di amare e di essere amata. Una persona capace di vivere quel desiderio d’amore che fa parte dell’umanità di ogni persona nel modo giusto. In modo che ogni tuo gesto sia per il bene dell’altro e non per usarlo. In modo che il corpo diventi mezzo per trasmettere amore e non per vivere una sessualtà che nulla ha a che vedere con la verità del dono d sé. Sei capace di castità e per questo di un amore e un’amicizia più veri e più grandi.

Tu che sei uno sposo abbandonato e fedele. Per il mondo sei un matto. Perchè restare fedeli ad una persona che ha fatto altre scelte e che magari vive una nuova relazione e una nuova vita? Non sei matto. Hai solo compreso come il tuo matrimonio sia prima di ogni altra cosa una risposta all’amore fedele di Dio. Gesù ha promesso con te il giorno delle nozze ed è ancora lì che come te crede in quella promessa e questo ti dona la pace della sposa che ama il proprio sposo. Incomprensibile, se non con gli occhi della fede. Ma ci sei tu che ci mostri come il matrimonio sia qualcosa che supera le nostre dinamiche umane e terrene. Un amore che profuma di autenticità proprio perchè capace di andare oltre il tradimento e il rifiuto dell’altro.

Ciò che cambia la vita non è il matrimonio e non è vivere relazioni affettive e sessuali, ma prima di ogni altra cosa è scoprire la nostra sponsalità con Gesù. Solo così saremo padroni del nostro corpo e saremo rivestiti di una ricchezza che non è di questo mondo e che non ci fa essere mendicanti d’amore. Siamo già rivestiti dell’abito nuziale, qualsiasi sia la nostra storia e il nostro stato personale di vita.

Antonio e Luisa

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Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si, perché Gesù desidera essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. E’ importante ringraziarlo, rendere grazie per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se poi non restano lettera morta, se poi lo cerchiamo qui, vicino a noi, sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è qui, in modo molto concreto e reale. Quando ci svegliamo è qui accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è qui che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per Lui e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nei fratelli e nelle sorelle. Per questo ci ha posto al nostro fianco un prossimo che più prossimo di così non si può: nostro marito o nostra moglie. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi, permetteteci questa piccola libertà, la preghiera del Padre nostro potrebbe essere riscritta in chiave sponsale in questo modo:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Bello recitarla insieme, guardandosi e poi terminare con un tenero abbraccio. A proposito: oggi avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Ricordate che solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

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Campo di marte. Un’opera che parla agli sposi

Ho iniziato a leggere un altro libro. Non so quanti ne ho cominciati ma sono fatto così. Leggo e poi inizio a riflettere a mettere insieme i pezzi di un puzzle composto dalle provocazioni del libro lette alla luce della Parola e della mia vita. Questo è un libro particolare. E’ scritto da due sposi che guidano esercizi spirituali per altri sposi. Non li conoscevo ma il loro modo di proporre lo spunto per una riflessione di coppia e personale è molto interessante ed originale.

Forti delle loro competenze artistiche partono da un’opera d’arte, di solito molto conosciuta.  Il libro mi ha attratto in particolare per la descrizione che fa delle opere di Chagal, un artista che ha un modo molto intrigante (un mix di onirico e mistico) di trasmettere il suo mondo interiore e spirituale. Oggi desidero proporre un quadro famosissimo del pittore franco-russo. Si tratta di Campo di Marte.

Cosa ci dice questo quadro? A perte la bellezza dell’opera e dei colori, che possono piacere o meno, non è di facile lettura. Proviamo, seguendo il libro, a capire qualcosa di più e vedremo come a noi profani si possa incredibilmente schiudere un mondo di simboli  e significati. Quali sono le immagini principali che saltano all’occhio? Sicuramente le due figure umane, il sole, dei fiori, una città e un uccello scuro.

La coppia, perchè di un uomo e una donna si tratta, è posta al centro dell’opera, al di sopra della città e sotto il sole. Le case indicano il quotidiano, la vita ordinaria fatta di impegni e cose da fare. I due sono dentro tutto questo, ne fanno parte, ma sono posti in posizione rialzata rispetto al paesaggio, come a dire che non ne sono schiacciati, ma riescono ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio. Riescono a distinguerlo e distinguersi da esso. Non si identificano con l’ordinario. L’ordinario investe ciò che fanno e non ciò che sono. Hanno una visione privilegiata e non limitante.  Il loro sguardo non ha i confini del momento o di quella sistuazione particolare, di quella sofferenza o di quel guaio, ma è capace di fare memoria del passato e di avere fiducia nel futuro.

Concentriamoci ora sulla coppia in primo piano. E’ unita ma è anche diversa, la diversità completa e arricchisce. Uomo e donna si completano. I volti sono come avvolti da un’unica carezza, ma distinti nel colore; ognuno dei due porta le sue caratteristiche e il suo modo d’essere. Nell’iconografia russa, da cui il pittore culturalmente proviene, Il bianco della donna indica la purezza mentre il verde dell’uomo la vita. Curioso come i due guardino un orizzonte diverso ma siano capaci, nonostante questo, di mantenere l’unità.

In alto c’è il sole che simboleggia Dio. Gli uomini pur essendo distinti da esso, sono protesi verso il corpo celeste. L’uccello nero rappresenta chi è capace di vigilare nella notte perchè il buio non lo sorprenda e lo vinca. Così è la coppia rappresentata. Quest’uomo e questa donna, che sanno tenersi al di sopra delle loro cose per sentirsi più vicini a Dio (il sole), alla presenza di Dio. Solo se sapremo, come loro, innalzarci potremo odorare il profumo dei fiori e ammirare il loro colore.  Solo chi è capace di non farsi schiacciare dall’ordinario e chi sa tenere lo sguardo a Dio può sentire il profumo e la bellezza della sua esistenza, può meravigliarsi della bellezza di essere l’uno accanto all’altra in una figura plurale.

La preghiera e la spiritualità, realtà che sembrano ormai superate e inutili, sono in realtà quel superfluo che riempie di significato il necessario e l’urgente.

Avete compreso ora come da una semplice, seppur meravigliosa, opera d’arte, possiamo davvero iniziare una riflessione sulla nostra vita. Un modo per cominciare a contemplare ciò che siamo e cosa significa essere sposi in Cristo.

Antonio e Luisa

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Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Oggi proseguo con il tema che ho introdotto con l’articolo di ieri. Credo sia importante completare il discorso con questa ulteriore riflessione che avevo già proposto circa un anno fa in occasione dell’Ascensione di Gesù.

L’Ascensione ci dice non solo che siamo fatti per l’eternità. Non solo che siamo fatti per la vita eterna. Siamo fatti per essere uomini nella vita eterna. Non è la stessa cosa. E’ molto di più. Tutto ciò che siamo resterà. Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Potremo ritrovare l’umanità delle persone che abbiamo amato. Fermo restando il mistero del libero arbitrio e della dannazione, potremo incontrare di nuovo i nostri figli, i nostri genitori, tutte le persone a cui abbiamo voluto bene, e anche nostro marito o nostra moglie. Certo sarà diverso, sarà come ora non possiamo neanche immaginare, ma io ritroverò Luisa, la mia sposa.

Sarà ancora lei, Luisa, e nulla sarà cancellato in Cielo dell’amore che ci siamo donati su questa terra. Non ci sarà più matrimonio. Non serve. Il matrimonio è un sacramento che permette di amare Dio con la mediazione di una persona diversa e complementare in una relazione fedele, indissolubile, feconda ed esclusiva. Non servirà, perchè ameremo Dio direttamente, ma resterà tutto il resto.

Luisa sarà sempre Luisa, la mia migliore amica, la mia confidende, la persona che più di tutte ha abitato il mio cuore. La persona che più di tutte ho conosciuto, che più di tutte mi ha perdonato e che io ho perdonato. La persona con cui sono diventato Antonio, che mi ha aiutato a sviluppare tutta la mia umanità. Colei che ha saputo vedere la mia bellezza come nessun altro, che ha accolto tutto di me anche le parti più fragili e meno belle. Insomma sarà meraviglioso condividere con lei l’amore di Dio. Sarà per me gioia la sua gioia, che sarà piena tra le braccia dello Sposo.

Mi viene in mente l’affermazione di un’amica, che ho già più volte citato. Lei, abbandonata dal marito, continua a pregare per lui e a volergli bene. Alla mia domanda diretta sul perchè lo facesse, lei rispose: E’ dolorosa una vita senza di lui, non immagino una eternità senza di lui. Ecco è proprio così. L’ Ascensione ci dice che è così. Non credo sia solo una mia convinzione. Credo che si possa intuire da tanti piccoli indizi. L’Ascensione è uno dei più importanti e carichi di speranza. San Tommaso afferma nella sua Somma teologica:

Se parliamo della beatitudine perfetta, che ci attende nella patria, allora non si richiede necessariamente per la beatitudine la compagnia degli amici, poiché l’uomo ha in Dio la pienezza della sua perfezione. Tuttavia la compagnia degli amici dà completezza alla beatitudine.

San Tommaso D’aquino

Credo che San Tommaso sia riuscito a spiegare qualcosa di importante. Non avremo bisogno di nessuno per amare Dio e sentirci amati in pienezza, neanche di nostra moglie o nostro marito. Dio è la perfezione e la pienezza senza bisogno di altro , ma la presenza della mia sposa, sapere che anche lei è felice tra le braccia di Dio, sarà per me motivo di una gioia ancora più grande. L’amore è tutto, ma condividere l’amore è ancora di più.

Quindi la vita eterna resta in definitiva un mistero. Non sappiamo praticamente nulla di come sarà e non abbiamo neanche le capacità di poterla comprendere ma una cosa è certa: resterà tutto l’amore. Non solo: sarà perfezionato e potenziato dalla luce di Cristo

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 3 – Il mio amato è mio e io sono sua.

Ma Gesù, nella sua riflessione sul matrimonio, ci rimanda a un’altra pagina del Libro della Genesi, il capitolo 2, dove appare un mirabile ritratto della coppia con dettagli luminosi. Ne scegliamo solo due. Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca «un aiuto che gli corrisponda» (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. E’ l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).

Amoris Laetitia punto 12

Approfondiamo proprio il capitolo due di Genesi. Dio, attraverso quei versetti, ci sta dicendo che la stessa relazione con Lui, o qualsiasi altra cosa su questa terra, non possono colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. In questa vita l’uomo ha bisogno di un aiuto. La Bibbia traduce così. Il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. E’ l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il Suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Non solo Dio pensa a un aiuto, ma questo aiuto deve essergli simile. Il termine ebraico indica qualcosa di molto più complesso. Indica una creatura che gli sia opposta, che sta davanti all’uomo e lo guarda, faccia a faccia. Non solo, qualcuno che racconta di lui. Un aiuto con cui entrare in relazione, in dialogo. Che sappia mettere in luce l’alterità, la reciprocità e la complementarietà.

Ogni persona è l’altro. Genesi ci dice come siamo fatti. Siamo esseri relazionali. Senza relazione moriamo. Questi versetti ci stanno dicendo che siamo fatti per essere amore e l’amore è possibile solo nella relazione. Siamo ad immagine di Dio e anche Dio è relazione nella Trinità. Nel matrimonio viviamo in profondità e in pienezza questo desiderio di incontrare un altro che sia complementare e diverso. Un tu che ci sia diverso.

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha fatto uguali, della stessa pasta, ma differenti e complementari. Perchè proprio dalla nostra complementarietà potesse nascere una comunione profonda che diventa alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. Comunione che si manifesta nell’essere una sola carne e nel generare nuova vita che è fatta della nostra unione. I figli hanno il DNA di entrambi i genitori.

Una precisazione importante. La Bibbia nella parte conclusiva afferma: i due saranno una sola carne. Ci dice che questa profonda unità nella diversità, l’essere una sola cosa non è un processo che avviene subito, ma è qualcosa che può avvenire in un percorso di crescita e di progressione. E’ un compito meraviglioso da realizzare nel tempo. E’ un po’ la finalità del matrimonio. Una relazione tra un uomo e una donna uniti da Dio che durante tutta una vita insieme imparano ad entrare in una relazione che investe tutte le loro persone in mente, volontà, anima e corpo per farle diventare sempre più una carne sola, una persona sola. Anche per l’unione fisica degli sposi segue questa dinamica. Spesso sento dire che con il tempo ci si stanca di fare l’amore sempre con la stessa persona. Tutte scemenze. Per chi nel matrimonio fa esperienza di questa sempre maggiore comunione fare l’amore diventa sempre diverso e sempre più bello perchè quel gesto esprime nel corpo una comunione sempre più profonda dei cuori.

Spostiamoci ora sull’ultima parte del punto di Amoris Laetitia. In Genesi troviamo scritto che Dio disse alla donna dopo la caduta: Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà. Questo passo esprime benissimo il dramma della caduta. La perdita dell’ordine naturale che impedisce all’uomo di essere capace di amare e di donarsi senza egoismo, senza voler possedere, mettendo la sua sposa prima di sè. Naturalmente vale anche il discorso inverso della donna verso l’uomo. L’egoismo travestito di amore. Il dominio travestito di amore. 

Nel matrimonio possiamo invertire questo atteggiamento. Possiamo convertirlo. Cambiare direzione. Ed è proprio il Cantico che ci dice che è così. Nel Cantico accade qualcosa di stupefacente. Si riprende esattamente lo stesso sostantivo di Genesi, come a voler evidenziare la stretta connessione tra i due passi, ma si cambia completamente prospettiva. C’è una guarigione. C’è un ritorno alle origini. C’è la capacità di sconfiggere il peccato originale. Il peccato originale che è morte. Vedremo più avanti, sempre nel Cantico, come l’Amore sia forte come la morte. Ecco! Qui accade esattamente questo. L’amore sconfigge la morte del peccato originale. Troviamo infatti scritto: il suo desiderio è verso di me. Questa volta è lui a desiderarla e non a dominarla e lei è felice perchè vuole essere tutta del suo amato. Capite che differenza. In Genesi al desiderio si risponde con il dominio. Tu ti offri e io ti prendo e ti faccio mia. Nel Cantico cambia tutto. Tu ti offri e io ti accolgo in me e ti faccio dono di ciò che sono, di tutto ciò che sono. Che bello! Noi possiamo essere questo, possiamo recuperare questo nel nostro matrimonio e renderlo davvero un luogo dove è bello stare. Possiamo grazie a Colui che con il suo amore ha sconfitto la morte. Possiamo grazie a Gesù recuperare l’ordine delle origini attraverso il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 1 – Un documento frutto di un cammino.

Questo è il primo articolo di una serie che Luisa ed io abbiamo deciso di pubblicare su Amoris Laetitia. Scelta suffragata da uno specifico sondaggio che abbiamo proposto attraverso i nostri canali social e che ci è sembrato confermare un interesse di fondo verso questo documento. Un documento conosciuto solo per alcuni aspetti problematici e divisivi, ma non nella sua parte più interessante per noi sposi: la relazione. E’ un documento così poco conosciuto che Papa Francesco ha ritenuto necessario indire un anno intero di studio sulle riflessioni raccolte in questa esortazione. Anche noi, senza pretese di avere particolari competenze se non la semplicità della coppia che cerca di far tesoro dei consigli che il Papa propone, cercheremo di portare il nostro piccolo contributo.

Prima di addentrarci negli argomenti e nei vari punti dell’Amoris Laetitia, è importante comprendere come il papa è arrivato a scriverla. Oggi intendiamo raccontare come nasce e cosa è Amoris Laetitia. Amoris Laetitia è tecnicamente una esortazione apostolica post sinodale. Significa che Amoris Laetitia nasce al termine di un sinodo sulla famiglia. Anzi dopo due sinodi sulla famiglia.

E’ fondamentale quindi, per capirci qualcosa, fare una cronostoria delle tappe che hanno portato alla pubblicazione del documento il 19 marzo del 2016. Tutto inizia nel 2013 quando il papa spiazza un po’ tutti indicendo un sinodo sulla famiglia. La famiglia è sempre stato un tema difficile e nella nostra Chiesa contemporanea lo è ancor di più. Perchè allora il papa ha scelto un tema tanto divisivo e difficile? Il papa ha sicuramente notato un disallineamento tra il magistero e il sentire di tanti cristiani. E’ innegabile, e sotto gli occhi di tutti, che l’insegnamento della Chiesa non passa più. Le persone si sposano sempre di meno e hanno una vita sessuale totalmente distante dalla morale cattolica. Esiste uno scisma di fatto tra quanto la Chiesa propone e quanto la gente poi vive effettivamente nelle proprie relazioni affettive. Anche tra i cristiani praticanti.

Il Papa ha compreso che non serve più calare dall’alto una morale e delle regole che la maggior parte delle persone non riesce più a comprendere. Serve una nuova evangelizzazione che da un lato riesca a far sentire accolta ogni persona e dall’altro riesca a far comprendere come la proposta cristiana sia la più bella e la più piena. Senza nascondere tutta la fatica di una relazione profonda e radicale come quella matrimoniale. Parlare di peccato non convince più quasi nessuno ed è una modalità che non funziona più. Ciò che può attrarre l’uomo del nostro tempo è la bellezza di una scelta rispetto ad un’altra. E’ importante parlare alla nostalgia che ogni persona ha nel cuore di sperimentare un amore autentico e non invece far leva sull’obbligo di rispettare scelte morali e regole incomprensibili. Una scelta fatta non per paura ma perchè è la più affascinante. Esattamente come per la fede. Scegliamo Gesù non perchè abbiamo paura dell’inferno ma perchè Gesù è il migliore di tutti ed è bellissimo stare con Lui.

Attenzione. Nessuno mette in dubbio che esista una verità e una morale. Nessuno mette in dubbio il matrimonio indissolubile e fedele tra un uomo e una donna. Il papa semplicemente prende atto di una situazione. Si rende conto che una dottrina non più accolta e sentita parte concreta della vita delle persone diventa qualcosa di lontano e di astratto che serve a poco. Insomma c’è un problema e il papa ha deciso di affrontarlo.

E’ stata proprio questa preoccupazione che ha motivato il Papa. Non esiste quindi una volontà di modificare la dottrina e il magistero, ma esiste il desiderio di avvicinare le persone e di rendere l’insegnamento della Chiesa qualcosa che l’uomo di oggi può accogliere e sentire parte della propria vita, qualsiasi sia il suo stato: single, sposato, vedovo, separato e anche risposato. Non significa dire che tutto vada bene, ma significa dire ad ogni persona che Dio continua ad amarla e che ognuno di noi può intraprendere un cammino di perfezionamento e di avvicinamento a Gesù, qualsiasi sia il suo stato di vita.

Sono stati quindi indetti due sinodi. Uno nel 2014, sotto la forma di sinodo straordinario dal tema Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, e uno nel 2015, sotto la forma ordinaria dal tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

Al termine di questi due sinodi il papa ha recipito le conclusioni dei padri sinodali, giunte al termine di una discussione libera e franca, e le ha fatte proprie sintezzandole ed ordinandole in un documento riassuntivo, che è proprio l’esortazione apostolica Amoris Laetitia.

In sintesi che documento è? E’ un insieme molto corposo di numeri ordinati e suddivisi per grandi temi, dove il papa affronta il matrimonio e più in generale la morale cristiana inerente la sessualità e le relazioni. L’esortazione si suddivide in capitoli, i quali affrontano argomenti diversi e non obbligatoriamente legati tra loro. Ogni capitolo è come un piccolo libro indipendente. Nei prossimi articoli cercheremo di approfondire quei numeri e quei capitoli che secondo noi sono particolarmente belli, interessanti e significativi.

Antonio e Luisa

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