La nostra torre di Babele

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Alla Santa Messa di sabato sera c’era questa lettura. Chi non la conosce? La Torre di Babele è stata una delle prime storie della Bibbia che ho imparato. Ero ancora un bambino di pochi anni. Eppure, quella che sembra una storiella per bambini, racchiude un significato così profondo e nascosto, che solo ora inizio a capire qualcosa. Dice molto anche al mio matrimonio e alla mia relazione. Attraverso questo racconto Dio ci vuole insegnare che non possiamo conquistarci il cielo. Non possiamo raggiungere Dio con le nostre forze. L’amore non è qualcosa che possiamo costruire con i mattoni che ci facciamo da soli. L’amore è un dono che viene da Dio e che noi possiamo solo accogliere. Perchè dico questo? Perchè spesso nel nostro matrimonio ci costruiamo la nostra torre di Babele. Ciò che ci spinge verso l’alto è l’amore più umano, l’amore erotico. Dove per amore erotico intendo tutte le manifestazioni sensibili dell’amore. Sensazioni, emozioni, passione e innamoramento. Spesso siamo convinti che basti questo amore per raggiungere il cielo e sperimentare la pienezza. Non basta! Arrivano momenti difficili, o anche semplicemente periodi di aridità dove i mattoni della passione e del desiderio si dissolvono come sabbia al vento. L’amore ascendente, l’eros, non basta. L’amore dell’uomo che cerca di arrivare a Dio non basta. Serve l’amore discendente. Serve l’agape. Non è l’uomo che è salito al cielo, ma è Dio che è sceso sulla terra, nell’incarnazione di Cristo. Ed è così che quella croce di Cristo diventa forza ed esempio di ogni amore. Ed è così che l’uomo per incontrare e sperimentare davvero l’amore non deve elevarsi, ma al contrario inginocchiarsi e in quell’abbandono tenace e fiducioso trovare la forza per non disperdere la relazione, per non uccidere il matrimonio. L’eros senza agape è solo un fuoco di paglia. Chi basa tutto sull’eros, sulle sensazioni e le emozioni è destinato a finire come i costruttori della torre, è destinato al fallimento. E’ destinato alla divisione e all’incomprensione.

Antonio e Luisa

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La pentecoste coniugale.

Oggi parteciperemo alla veglia di Pentecoste. Domani la Chiesa festeggia questo grandissimo dono di Dio.  Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apostoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti, come a ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità. Lo Spirito Santo scende e ci trova rinchiusi, impauriti, pieni di domande, nella tenebra. Abbiamo paura, aprire le finestre significa mostrarci e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio? A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare. Anche quest’anno la Pentecoste arriva  al momento giusto. Sono in un periodo di grande stress e fatica. Troppe cose. Ogni imprevisto rischia di scompaginare tutto. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente. La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono, e come fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai. Con Lui, con il suo sostegno potremo arrivare alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a. Termino con una strofa di un canto del rinnovamento che secondo me esprime benissimo la Pentecoste:

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

Antonio e Luisa

 

Il nardo segno del nostro matrimonio.

C’è un dono che ci è stato fatto alcuni anni fa da Andrea e Lorena, due persone a cui vogliamo bene e che condividono con noi il cammino dell’Intercomunione. Un dono che conserviamo come tra i più preziosi ricevuti. Stavamo partecipando ad una settimana di spiritualità. Il tema era il Cantico dei Cantici. Ad un certo punto hanno proposto un gesto. Hanno chiamato padre Francesco, il sacerdote che ci accompagnava spiritualmente durante il corso, e gli hanno dato una boccetta di olio di nardo proveniente da Gerusalemme. Padre Francesco ci ha chiesto di metterci in fila, per coppie, due a due. Quando è toccato a noi ci siamo avvicinati a padre Francesco che ci ha unto i polsi con quel profumo. Ci ha congedato con una frase che mi è rimasta dentro: Questo profumo vi ricordi come vi dovete amare. Sia segno del vostro amore senza risparmio dell’uno verso l’altra.

E’ un dono che ci ha fatto comprendere ancora di più a cosa siamo chiamati. All’impegno che ci siamo presi di vivere questo tipo di amore. Costa impegno, non è sempre spontaneo. Ma quale ricchezza ci dona in cambio! Sentirmi amato in questo modo dalla mia sposa mi riempie di gratitudine e di gioia.

Da quel giorno abbiamo sempre in casa una boccetta di olio di nardo. La vendono in tutti i negozi di articoli religiosi. Costa molto poco. Non è nardo puro, ma una piccola percentuale di nardo diluito in olio d’oliva. L’abbiamo sempre con noi. Ogni tanto la prendiamo e lo usiamo per ungerci a vicenda. Ungendo la sua fronte la benedico disegnando una croce. Lei lo fa su di me. Attraverso quel gesto stiamo rinnovando la nostra volontà di amarci sempre, senza riserve. Con il segno della croce affidiamo la nostra povertà a Cristo affinchè ci renda capaci di quella promessa. E’ un gesto che ci unisce tantissimo. Un gesto che ci fa percepire la ricchezza della nostra unione, che è molto più grande della somma delle nostre miserie. Un gesto che ci accompagna sempre. Ogni momento è un momento in cui si può amare il nostro sposo (la nostra sposa). Nella vita ordinaria di tutti i giorni, in una telefonata, sparecchiando la tavola, alzandosi a prendere l’acqua, ascoltando i suoi problemi, non lamentandosi per quello che non ha saputo fare, in un abbraccio, in una carezza, in un bacio, in uno sguardo. Tutta la nostra giornata deve profumare di nardo. Poi è bellissimo ungersi la fronte con il nardo anche prima dell’unione intima tra di noi. Segno del desiderio di donarsi totalmente all’altro/a e non di ricercare il piacere fine a se stesso. Credetemi! Sperimentare questo modo di amarsi rende tutto più bello e, soprattutto, tutto più vero ed autentico.

Antonio e Luisa

 

Molte cose ho ancora da dirvi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

Quello che Gesù dice ai discepoli in questo passo del Vangelo, che ci viene offerto dalla liturgia odierna, ci riguarda tantissimo. Noi sposi siamo così. Ogni tanto ci penso. Quanta consapevolezza avevo il giorno delle mie nozze? Molto poca. Il matrimonio non può lasciarti uguale. Quando sento frasi del tipo Ti amo come il giorno in cui ti ho sposato/a, non posso che pensare che non sia possibile. Nel matrimonio sacramento non c’è lo stallo. Si sale o si scende. Si cresce o ci si indebolisce. Si perfeziona o si distrugge. Non si può restare gli stessi. Io, e lo dico con convinzione e certezza, amo molto di più la mia sposa oggi, dopo quasi 16 anni di vita insieme. Capitemi bene! Non è un crescere costante. Non è una retta che non ha mai cambi di direzione. Nel matrimonio si cade, si litiga, ci si allontana. Ci sono momenti difficili e di crisi. Guai a negarlo e a pensare che la famiglia perfetta va sempre d’accordo. La famiglia così è solo negli spot in tv, non nella vita reale. C’è qualcosa, però, che accade. Quando si cade e si riesce a vivere l’amore misericordioso anche in quei momenti di flessione, la caduta diventa una spinta. Una spinta per risalire più in alto di prima. Vivere il perdono, l’amore gratuito e incondizionato nei momenti difficili accresce l’amore e non lo distrugge. Questa è la differenza tra una coppia che regge e una che crolla. Nella prima si va oltre le miserie dell’altro e si ama sempre e comunque. Nell’altra, invece, la famiglia diventa luogo delle rivendicazioni, dei rancori che crescono, del rinfacciare e del non sapersi perdonare. Non servono grandi fratture per scoppiare. Bastano tante piccole scosse non affrontate nel modo giusto. Ed è così che lo Spirito Santo si manifesta e ci mostra la grandezza della nostra unione e relazione. In questi anni, in diversi corsi e ritiri, ci è capitato diverse volte di rinnovare le nostre promesse davanti al sacerdote. Ogni volta è più bella di quella precedente. Perchè c’è più amore e più consapevolezza. C’è una storia di esperienze di perdono e di accoglienza reciproca. Ci sono gesti che ci siamo donati impressi a fuoco nel cuore. Tutto questo mi permette oggi di comprendere l’importanza del mio si. Mentre il giorno delle nozze ero spaventato dalla promessa del per sempre oggi ne sono affascinato perchè ho visto pian piano svelarsi il disegno di Dio e la presenza dello Spirito Santo nel nostro amore sponsale. Ogni mattina ringrazio Dio per ciò che ha fatto nella nostra vita. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quante cose ci hai detto in questi anni di matrimonio insieme.

Antonio e Luisa

La fede si trasmette per contagio

Trasmettere la fede non vuol dire “dare informazioni”, ma “fondare un cuore”, “nella fede in Gesù Cristo”. Ben lontano da apprendere meccanicamente un libretto o alcune nozioni, essere un cristiano vuol dire essere “fecondo nella trasmissione della fede”, così come la Chiesa, che “è madre” e partorisce “figli nella fede”.

Questa breve riflessione, tratta da Avvenire, riprende l’omelia di alcuni giorni fa di Papa Francesco a Santa Marta.

Quanto c’è da imparare! Papa Francesco in poche righe ci dona un grande insegnamento. Gesù non si trasmette con i libri di catechismo. Non si trasmette con le belle parole di sacerdoti e operatori pastorali. Non si trasmette in chiesa o all’oratorio. Si! Momenti belli e importanti. Però non bastano. La fede si può trasmettere solo per contagio ai nostri figli, non per indottrinamento. Parlare di Gesù non serve a niente se quel parlare non è accompagnato da uno stile di vita, da un atteggiamento vissuto alla luce della sua presenza. I nostri figli hanno un cuore aperto all’incontro con Gesù. Un cuore, non la testa. Ci arrivano con il desiderio non con una teoria astratta. Dio è padre e madre. L’ha detto Giovanni Paolo I. Mostriamo questo volto di Dio ai nostri figli. Questo non significa non sbagliare mai con loro. Significa accoglierli e accompagnarli. Significa accoglierli sempre. Amarli sempre e comunque. Anche quando sbagliano. Soprattutto quando sbagliano. Solo sentendosi amati così, per quello che sono e non per quello che fanno di buono si sentiranno veramente amati. Facendogli comprendere l’errore, ma senza mai identificarli con l’errore. Loro sono e valgono molto di più di come si comportano e di ciò che fanno, sempre. Poi, hanno bisogno di respirare l’amore vicendevole dei genitori. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si abbracciano e che si scambiano tenerezze. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si prendono cura l’uno dell’altra e che si perdonano sempre. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si inginocchiano davanti a Gesù. Papà e mamma che sanno di non potere nulla senza la forza che viene dallo Spirito Santo. Lo sanno e la chiedono. Papà e mamma che sanno chiedersi scusa e sanno perdonarsi perchè si sono sentiti accolti e perdonati da Dio. Papà che quando sbaglia con loro è capace umilmente di riconoscersi imperfetto. Capace anche di insegnare che c’è un Padre che invece non sbaglia mai e che è capace, a differenza sua, di amarli in modo perfetto e infinito. Solo così le parole di un libro di catechismo non saranno nozioni vuote, ma saranno la spiegazione di ciò che si vive e si respira in famiglia. Coppie: non nascondete mai le vostre coccole ai figli. Baciatevi, abbracciatevi davanti a loro. Papà dite quanto la mamma è bella e importante per voi. Mamme fate altrettanto. Anche questo è trasmettere la fede. Dio è amore. Solo mostrando la bellezza di amarsi in modo gratuito e autentico potremo avvicinare i nostri figli a Gesù. Guardando noi avranno desiderio di conoscere la sorgente del nostro amore e della nostra gioia.

Antonio e Luisa

Rimanete nel mio amore

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri».

Sul Vangelo di questa domenica si potrebbe scrivere un libro. E’ un sunto del messaggio evangelico. E’ la buona novella.

Vediamo punto per punto.

Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 

Per amare bisogna aver sperimentato l’amore. Gesù stesso non fa lo spaccone. Non si mette sul trono e non dice amatevi come io vi amo. Dice altro. Io vi amo in questo modo perchè io stesso sono stato amato dal Padre. L’amore non è qualcosa che ci diamo da soli. Saremo capaci di amare in profondità la nostra sposa o il nostro sposo solo quando  per primi avremo sperimentato un amore gratuito, incondizionato e senza fine. Quante persone dicono di amarsi e in realtà si stanno solo usando? Si stanno usando per colmare quel bisogno che hanno nel cuore? Per tante persone l’amore è prendere. Ti amo perchè mi fai stare bene. Non è questo il primo pensiero di tanti sposi? Poi facilmente tutto crolla, perchè l’altra persona non potrà mai soddisfare i nostri bisogni fino in fondo. Chi ha sperimentato l’amore gratuito di Dio sa abbeverarsi alla sorgente. E allora tutto cambia. La nostra attenzione non sarà più centrata su quanto l’altro ci fa stare bene, ma su quanto noi possiamo fare per far star bene l’altro. Vi rendete conto che tutto cambia? La prospettiva cambia. L’atteggiamento cambia. Vi assicuro che avviene un miracolo. Più io mi impegno a rendermi bello e accogliente per la mia sposa e più sarò gratificato dalla sua gioia. Questo amore che nasce nella relazione con Gesù, che esonda nella relazione con il tuo sposo o la tua sposa e che ritorna nell’argine del tuo cuore arricchito e perfezionato dal dono gratuito che sei stato capace di fare. Questo è l’amore che Gesù ci insegna. Questo è l’amore che Gesù ha portato nel mondo e nella storia con la sua vita. Un amore che più dai e quasi prechi per l’altro e più ti riempie. Un amore che più vuoi trattenere gelosamente e più perdi come se fosse in un secchio bucato.

Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». 

Gesù è molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.”  Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella sua vita. Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso, e rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza. Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola e un libretto delle istruzioni per non sprecare la vita e comprendere come rispondere a quell’Amore. E’ più facile dire non uccidere o amerai il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo? Lo stesso gioco si può provare a pensare per tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè,  ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione all’amore autentico non serve a nulla, se non a sentirsi migliore di altri e giustificato e quindi superbo e sprezzante verso gli altri. Sepolcri imbiancati ed ipocriti. Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma quindi è salva ma lo è anche il contenuto, la sostanza, il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno fantasie da realizzare usando l’altro/a e non desiderio di essere uno con l’altro. Questi sono tutti adulteri del cuore.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 

Mettendo insieme i primi due punti che abbiamo affrontato possiamo comprendere questo passaggio.

Amare come Cristo significa dare tutto di noi. Dare tutta la nostra vita. Il matrimonio è questo. Solo il matrimonio esprime in pienezza questo. Io ho dato tutto alla mia sposa. La mia vita è sua e la sua è mia. Non come qualcosa da possedere, ma come un dono gratuito da accogliere con gratitudine e meraviglia ogni giorno della nostra vita insieme.

Qui mi fermo perchè ci sarebbe tanto da dire anche sul proseguo del Vangelo, ma non voglio dilungarmi

Antonio e Luisa

 

 

Nel mondo ma non del mondo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me.
Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Per tanti cristiani è così. Sono odiati, perseguitati e uccisi in nome di quel Gesù che è Signore della loro e della nostra vita. Anche noi, qui in Italia, siamo odiati. Anche in famiglia! Anche con gli amici! Il significato di quell’odiare può prendere mille sfaccettature. A seconda del contesto e delle traduzioni. In questo caso odiare sta per amare meno. Cosa voglio dire? Io, l’incomprensione, la commiserazione, a volte la rabbia di parenti e amici l’ho sperimentata sulla mia pelle. Essere cristiani e cercare di vivere in modo radicale l’abbandono a Gesù nella totalità del suo messaggio significa diventare dei marziani. In famiglia non capiscono le tue scelte e il tuo stile di vita. Ricordo benissimo quando abbiamo comunicato il concepimento dei nostri figli. Pietro, il primo, è stato accolto con gioia e festa da tutti. Tutti si sono complimentati con noi. Sposi novelli e in un anno già genitori. Il secondo, Tommaso, è stato concepito pochi mesi dopo la nascita di Pietro. In famiglia l’hanno presa, tutto sommato, bene. Due figli è ancora nella norma. Qualcuno ci ha tenuto a rilevare come questo secondo bimbo poteva aspettare un po’ di più ad arrivare. E via con i consigli. Quali metodi usate? Fai prendere la pillola a Luisa. Metti comunque il preservativo! Come? Usate i metodi naturali? Siete pazzi! Non funzionano. Vi dovremo regalare un pulmino. Poi, esattamente 15 mesi dopo Tommaso, concepiamo Maria. Apriti cielo! Siete pazzi! Come farete ora? Dovrete cambiare casa e auto! Ci avete pensato? Siete senza cervello. Non avete pensato alle conseguenze! Prendetevi un cane piuttosto!

Ne abbiamo sentite di ogni. Abbiamo incassato e portato a casa. Sicuri che la nostra scelta di vita fosse incomprensibile a tanti, ma fosse ciò che Dio voleva da noi. Tutti erano sinceramente preoccupati per noi. Poi arriva Francesco. Una tragedia, Un lutto. Musi lunghi tra tanti parenti. Ci guardavano come quelli che si erano scavati la fossa.

Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Chi sceglie Gesù non è più del mondo. Fa scelte diverse. Scelte spesso incomprensibili e sbagliate anche per chi ci sta più vicino.

In un altro passo del Vangelo è scritto:

Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera;

Quanto è vero! Non a caso abbiamo avuto bisogno di unirci ad altre famiglie che potessero capire le nostre scelte e la nostra vita. L’intercomunione delle famiglie nasce per questo. Cristo divide. Almeno all’inizio. Dare testimonianza è questo. Dire, attraverso la vita, qualcosa che il mondo non dice. Significa essere incompresi e biasimati. Significa però mostrare al mondo qualcosa di bello. Ora nessuno critica più la nostra scelta. Hanno visto la gioia di una famiglia aperta alla vita e siamo spesso ammirati. Non siamo meglio degli altri. Semplicemente abbiamo scelto il meglio. Non abbiamo scelto il mondo con le sue scelte povere e ipocrite, ma abbiamo scelto Cristo.

Antonio e Luisa

 

Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi.

In quel tempo, Gesù disse a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere.
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre».
Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio.
Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.»

Il Vangelo di ieri ci riporta al nocciolo del matrimonio sacramento. Gesù ci dice, tra le altre, due verità:

  • Chi ha visto me ha visto il Padre.
  • anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.

Noi sposi siamo interpellati in modo particolare. Uno dei doni del matrimonio è l’azione consacratoria della Spirito Santo. Attraverso questo dono noi siamo abilitati ad amarci come Dio. Diventiamo profeti dell’amore di Dio. Siamo abilitati ad essere presenza e immagine dell’amore di Dio nel mondo. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa di Dio. Con tutti i nostri limiti creaturali. Voi ci credete? Credete in questa verità che ci insegna la nostra Chiesa? Oppure pensate che sia una bella favola?

Certo vi guardate e cosa vedete? Due persone piene di difetti, di fragilità, e anche di peccati. Le nostre case non sono sempre un paradiso. Eppure abbiamo questo in germe, in potenza. Dio ci ha dato tutto per essere profeti del suo amore, nonostante tutti i nostri limiti. San Giovanni Paolo II, consapevole della grandezza che si nasconde in noi sposi, scriveva, anzi urlava in Familiaris Consortio: Famiglia, diventa ciò che sei!

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, integra questa affermazione. Non toglie nulla, ma aggiunge un passaggio fondamentale:

Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio

Qui, il Papa attuale fa una puntualizzazione importantissima: nonostante la Grazia, non si può gettare sopra i due sposi, che sono  fragili e limitati,  questo grandissimo e difficilissimo compito. Il Papa afferma che gli sposi iniziano, con la celebrazione del matrimonio, un cammino che li porterà sempre a una maggiore integrazione e apertura ai doni di Dio, alla Grazia. Ciò significa che la Grazia di Dio è in grado di riempire interamente  il nostro cuore, ma tutto dipende da quanto esso  è aperto all’azione divina e quanto è grande. Più si cresce nella capacità di amare e più la Grazia sarà abbondante e visibile in noi. Per rendere chiaro questo concetto Padre Raimondo Bardelli faceva un esempio. Ricordate le pellicole fotografiche di qualche anno fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate, ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro/a, alla vita e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso. Pensiamo  ai tanti sposi santi che la Chiesa ci ha donato e sarà evidente la trasformazione da negativo a immagine verace di Dio. Pensiamo a Santa Gianna, i coniugi Quattrocchi o a Chiara ed Enrico Petrillo e tutto sarà evidente. Guardiamo il nostro sposo e la nostra sposa con questo sguardo, e cerchiamo di sviluppare sempre più il nostro matrimonio e la nostra vita insieme alla luce di tutto questo.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Bellissima tra le donne. (24 puntata)

Se non lo sai tu, bellissima tra le donne,
segui le orme del gregge
e pascola le tue caprette
presso gli accampamenti dei pastori.

Se non lo sai tu, bellissima tra le donne

Risponde il coro. Mi soffermo subito su quel bellissima. Si può tradurre anche con incantevole. Un superlativo che vuole evidenziare come la Sulamita sia bella in tutta l’interezza della sua persona. Perchè chi ama in modo autentico è una persona bella. E’ bella perchè esprime in pienezza l’umanità che la costituisce. Esprime tutte le potenzialità del suo essere donna o del suo essere uomo, della sua femminilità o della sua virilità. Il coro, proprio per questo, vede la Sulamita bellissima, incantevole. E’ l’amore che dal suo profondo si irradia sul suo corpo.

segui le orme del gregge
e pascola le tue caprette
presso gli accampamenti dei pastori.

Questo intervento del coro non è posto a caso. Come vedremo anche in altre parti del Cantico ha un suo significato importante. Rappresenta la società. Rappresenta tutto l’insieme delle persone che sono e vivono vicino alla coppia del Cantico. Non sono soli. Sono oggetto di ammirazione per chi li vede. Sono contemplati e ammirati. Tutti esprimono il desiderio che questa storia d’amore vada a buon fine. Tutto il contesto sociale aiuta gli amanti a prendere sempre più coscienza e consapevolezza di ciò che sono e che sono chiamati ad essere. Anche noi siamo così. Quando notiamo due persone care che si cercano e si mostrano interesse siamo come tentati di favorire quell’incontro e quel germe di relazione. Quante storie sono nate grazie all’intervento e all’aiuto di amici. Quando non c’è malizia e i rapporti si basano su relazioni vere e autentiche la società non è nemica della coppia, ma al contrario desidera che quelle persone possano esprimere tutta la bellezza e l’amore che fanno intuire di poter generare. Pensiamo invece quanto male possono farci amici e parenti che non vivono un rapporto libero e autentico con noi . Quanti genitori si intromettono nelle relazioni dei figli perchè gelosi dell’amore che sta nascendo con un’altra persona. Quanti amici invidiosi rovinano fidanzamenti e famiglie. Attenzione a chi ci sta attorno. Ricordiamo che una volta sposati nostro marito e nostra moglie vengono prima di tutti gli altri. Prima anche di certe mamme che faticano a mollare la presa.

Antonio e Luisa

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Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegio L’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppia Materialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmine Armonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi  Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.  Bruna sono ma bella  Perchè io non sia come una vagabonda

Accoglierla è anche incassare.

Oggi ho messo in pratica quello di cui tanto parlo in questo blog. Luisa si è alzata di pessimo umore. Sono giorni che, poveretta, è costretta a svegliarsi prestissimo per correggere i compiti e preparare le lezioni. Durante il giorno ha quattro figli da seguire e non riesce. Stamattina probabilmente si è svegliata con tutto il peso di queste giornate addosso. Una casa poco curata e tante attività da approntare. Io collaboro, ma anche in due si fa fatica. Fatto sta che non le andava bene niente. Era nervosa. Non potevo mettere un po’ di musica che veniva ad abbassarla a livelli minimi e impercettibili. Perchè? Perchè la musica che mettevo faceva schifo. Poi questo non andava bene, quello andava fatto meglio. Insomma per lei era tutto un disastro. Anni fa avrei dato fuori. L’avrei mandata a quel paese. Oggi, grazie proprio al nostro matrimonio, non ho avuto questo impulso. Il matrimonio ti cambia e ti educa. L’ho detto tante volte. Ma perchè, proprio come oggi, l’ho sperimentato in tante occasioni. Ho, invece, visto tutta la sua fragilità. Ho avvertito il suo momento di scoraggiamento. Momento in cui si sentiva inadeguata e impreparata a svolgere tutto nel modo migliore, o almeno accettabile. Si sentiva schiacciata sotto il peso del dover fare tante, troppe cose. Non mi sono arrabbiato. Ho compreso che in quel momento non serviva nessun discorso. Silenziosamente ho incassato tutte le critiche e ho cercato di fare quanto più potevo per sollevarla da qualche peso. Senza dire nulla. Nulla se non qualche battuta, giusto per alleggerire l’atmosfera. A mezzogiorno il miracolo. E’ tornata quella di sempre. Ci siamo abbracciati. Un abbraccio che è valso più di tante parole. Basta davvero poco per far sentire amata la propria sposa. Accoglierla sempre, anche quando non è amabile, anche quando è nervosa e all’apparenza chiusa. E’ proprio in quei momenti, quando non ti sta dando nulla, che desidera essere amata e accolta. Così si sentirà desiderata e voluta non per quello che dà o che fa, ma per la persona che è, con tutte le sue fragilità, debolezze, spigoli e anche difetti e atteggiamenti non sempre belli e buoni.

Antonio e Luisa

Alfie. Come combatte una famiglia cristiana.

Oggi non riesco a scrivere un articolo sulla bellezza del matrimonio. Anzi si. Ma in modo diverso. Oggi ho il cuore e la testa per Alfie. Come si può? Sembra un brutto incubo. Purtroppo sono sveglio, è tutto vero. Alfie un bimbo di circa due anni. Un bimbo malato. Il papà Thomas stesso, in una recentissima intervista a famiglia cristiana, racconta in breve la storia di questo piccolo sofferente:

Quando è stato ricoverato, il 14 dicembre 2016, Alfie aveva sette mesi ed era un bambino sanissimo», spiega. «Aveva soltanto un’infezione e soffriva di crisi epilettiche, ma i medici non l’hanno curato. Il giorno successivo il nostro arrivo i medici l’hanno sedato in modo troppo pesante e Alfie non si è più ripreso. I suoi polmoni sono crollati ed è entrato in coma. Il 31 dicembre, due settimane dopo il primo ricovero, i medici ci chiedevano già il permesso di staccare la spina del respiratore e di non rianimarlo più, ma io e sua mamma ci siamo opposti. Questo non è un modo giusto o dignitoso di trattare un bambino. Alfie è stato ignorato e non si sa ancora di che malattia soffra

Alfie non è terminale. E’ attaccato ad un respiratore e monitorato. Ha danni cerebrali Certo è malato. Non si sa di cosa. Non è un vegetale. Papà Thomas dice al riguardo:

Credo in Alfie. Sente il solletico, i pizzicotti, il freddo e il caldo. Ascolta le nostre parole. Apre gli occhi. Sbadiglia. Tossisce. Inghiotte. Succhia il pollice e si stira. Sputa. E’ consapevole.

Allora perchè ucciderlo? Perchè costa dei soldi mantenerlo. Tanti soldi. L’ospedale non vuole spenderli e ha chiesto di staccare tutto e quindi, di conseguenza, di ucciderlo. Tanto è una persona inutile, come ha esplicitamente scritto e detto il giudice britannico che si occupa del suo caso.  L’aberrante società dello scarto. Tanto condannata da Papa Francesco.

La situazione sarebbe passata sotto silenzio se i genitori avessero acconsentito a questa barbarie. Non l’hanno fatto. Si sono opposti con tutte le forze. Questo ha mandato in tilt il sistema. Creando questo scandalo che è sotto gli occhi di tutti. Comunque andrà a  finire l’Inghilterra e la cultura della morte che rappresenta ne usciranno con le ossa rotte.

Non dico altro sul caso, visto che ci sono tante persone più preparate ed esperte di me. Voglio scrivere un’altra riflessione. Prettamente cristiana. I genitori di Alfie stanno mantenendo fede al loro ministero. Loro, attraverso il battesimo e il matrimonio, sono dei chiamati e dei mandati. Gesù li rende co-creatori. Attraverso di loro, Dio ha creato una nuova persona, una nuova vita. Non solo. Ha affidato  loro Alfie, affinché lo proteggessero, lo educassero, lo preparassero, lo sostenessero durante la sua vita. Per poi riconsegnarlo a Lui. Questo è il nostro compito di genitori e sposi cristiani. Non possiamo lasciarcelo scippare da uno stato che malsopporta la famiglia, questa istituzione sociale e naturale che si frappone tra lui e gli individui. Uno stato buono dovrebbe difendere la famiglia, e invece, sempre più spesso nel nostro occidente, cerca di smantellarla.

Alcuni mesi fa un giornalista del corriere, riflettendo sulla questione vaccini,  scriveva in sostanza che i bambini devono capire che la volontà dello stato viene prima di quella dei genitori. Mi spaventa questa cosa. Mi spaventa e mi ricorda i miei studi, mi ricorda la Hitlerjugend, mi ricorda i balilla. La famiglia dà fastidio a chi governa. L’ha sempre dato. Mi ricordo Sparta, nel momento di massima forza,  che prendeva i bambini alla famiglia e li portava in caserma fin dalla tenera età. Fino ad arrivare alla Hitlerjugend nazista, ai balilla fascisti o ai pionieri comunisti. Ci hanno sempre provato. Chi si è opposto sono stati sempre i cristiani. E allora fermiamoci a guardare ed ammirare questo papà e questa mamma che stanno lottando come leoni. Sanno di non avere la forza di uno stato. Sanno anche, però, che stanno esercitando una missione, missione che è stata loro affidata da Dio stesso attraverso il sacramento del matrimonio. Sanno che Dio è con loro. Finisco con le bellissime parole che Papa Francesco ha lasciato a Thomas durante la sua visita in Vaticano:

Papa Francesco mi ha detto che ho il coraggio e la forza di Dio e faccio bene a condurre la mia battaglia, perché soltanto Dio decide della vita e della morte. Ha anche detto che avrebbe fatto qualunque cosa gli fosse possibile per far arrivare Alfie in Italia e ha chiesto all’ospedale “Bambino Gesù” di far arrivare mio figlio in Italia. Per questo motivo la direttrice dell’ospedale Mariella Enoc vuole venire all’”Alder Hey

Preghiamo per questa famiglia perchè ci rappresenta tutti. Sta lottando per tutti noi. Sta mostrando al mondo la grandezza di una famiglia che si affida al Dio della vita. Nessuna sofferenza o ingiustizia di questo mondo potrà mai distruggerla, ma al contrario, la renderà più grande e bella che mai.

Antonio e Luisa

La resurrezione fa paura.

In quel tempo, di ritorno da Emmaus, i due discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma.
Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?
Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;
egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».
Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse:
«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno
e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.
Di questo voi siete testimoni.

Il Vangelo di oggi mi provoca alcune considerazioni. La resurrezione fa paura. La resurrezione fa paura perché va contro ogni logica del mondo. Abitiamo un mondo disilluso, dove non esiste la pienezza, ma esistono le briciole. Prendi quelle finchè puoi. Questo vale in tutto, ma ancor maggiormente nelle relazioni affettive. Prendi quello che ti capita, ma non ti illudere. Durerà poco, sicuramente non per sempre. Non vedete quanta miseria nelle nostre famiglie. Litigi, separazioni, ripicche, tensioni e tanto altro. Come facciamo a credere alla resurrezione? Come facciamo a credere che lì, proprio in quella relazione così imperfetta, posso trovare Cristo e la pienezza. Quanti lo pensano?

Invece il Vangelo di oggi ci dice che la resurrezione c’è ed è possibile anche per ognuno di noi. E’ possibile per le nostre famiglie. Mettere Cristo al centro è il segreto. Possiamo perdonarci e ricominciare giorno dopo giorno. Quando abbiamo incontrato Gesù nella nostra vita, quando abbiamo fatto esperienza della sua misericordia e del suo amore, nulla è impossibile. Qualsiasi cosa possa accadere tra noi sposi non potrà mai spezzare la nostra unione. Io ho poche certezze. Una di queste è che quando Luisa ed io ci siamo scambiati la promessa, Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi. Fa parte della squadra. E ci chiede una cosa. Ci chiede di restituire l’amore che lui ci ha dato, attraverso il nostro coniuge. Vuole essere riamato nel nostro coniuge. Così quando io devo perdonare, devo ingoiare bocconi amari, devo guarire ferite e sofferenze che la persona che ho sposato mi ha provocato, devo guardare il crocefisso e dire: ti sto restituendo qualcosa del tuo grande dono. Da qui parte la resurrezione. Per noi è stato così. Tanto mi è stato perdonato quando non meritavo nulla da parte della mia sposa. La gratuità del suo perdono è stata devastante. Ha distrutto tutte le mie difese e mi ha aperto alla bellezza. Il suo dono mi ha aperto al desiderio di farmi io stesso dono per lei. La nostra è una piccola testimonianza. Questa è la resurrezione. Esistono tante storie di resurrezioni, tante coppie che si sono fatte strumento di Grazia. Coppie che erano segnate dalla divisione e dalla sofferenza. Coppie che sono state capaci di rialzarsi, di cambiare e di aprirsi a Dio. Coppie che sono diventate luce. Le persone che le guardano restano ammirate. Come è possibile? Non sembrano più quelli di qualche tempo fa? Cosa è successo? Coppie che escono dalla logica del mondo per dire che la separazione non è che un’illusione e un inganno. Dio ci chiede di ricostruire la sua casa. Esattamente come disse a San Francesco quasi mille anni fa. La sua casa che noi sappiamo essere il nostro matrimonio. Non dobbiamo aver paura, lui ci darà tutto per riuscire a farlo. Quando poi la resurrezione sarà compiuta, attraverso la nostra gioia, si potrà vedere, come in filigrana, la sua presenza. La coppia sarà immagine di Dio. La coppia, proprio perchè fragile ed imperfetta, mostrerà la grandezza di Dio. Perchè si vedrà da dove  partita. Si vedrà la differenza tra la povertà dell’inizio e l’abbondanza che avrà raggiunto, con tanta fatica. Quando sento dire che è questione solo di fortuna, quando due sposi restano insieme, mi viene da sorridere. Non è fortuna, ma lavoro di volontà e abbandono a Cristo. Non c’è altro.

Antonio e Luisa

Memoria corta per il male e lunga per il bene.

Come molti di voi sanno, venerdì siamo stati ospiti a Tv2000 per testimoniare il perdono nella coppia. Ho citato anche San Paolo e Amoris Laetitia. Vi riporto l’articolo da cui ho preso spunto per prepararmi alla trasmissione. E’ un articolo che avevo scritto alcuni mesi fa.

San Paolo nel suo famosissimo Inno alla carità, presente nella prima lettera ai Corinzi, scrive tra le alte cose che l’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco, nel capitolo quarto di Amoris Letitia, afferma in proposito:

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Un profumo che ti entra dentro. (20 articolo)

Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza,
aroma che si spande è il tuo nome:
per questo le ragazze di te si innamorano.

Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza. Dal vino passiamo ai profumi. Dal gusto all’odorato. Vedete i sensi come entrano in gioco? Tutto il corpo è coinvolto perchè questo è un amore che chiede tutto e che dà tutto. L’immagine del profumo è molto significativa. Un’immagine che ricorrerà molto spesso in questo testo. Il profumo sicuramente richiama anche una concretezza, delle essenze con cui si sono cosparsi, ma c’è anche un altro significato più simbolico e molto più profondo. Il profumo ti avvolge, ma non lo vedi. Il profumo ti penetra, ti inebria e ti si appiccica addosso. Il profumo, tra i vari elementi che troviamo in natura, ha questa caratteristica: è etereo, non lo vedo, ma è anche materia in quanto emanazione di qualcosa di concreto che può essere un liquido, una pianta o altro ancora. Quando io sento il profumo di un fiore, anche se il fiore non lo vedo, sta comunque entrando in me. C’è quindi questo connubio tra l’invisibile e il visibile che è molto interessante. Connubio tra spirito e corpo. Perchè così è l’amore. Non lo vediamo eppure lo avvertiamo, lo sentiamo, ne facciamo esperienza. Qui la sulamita sta cantando dell’amore del suo uomo. La tua presenza mi inebria come un profumo. Mi sei entrato dentro con il tuo amore, e questo è meraviglioso. Il tuo amore ‘mi penetra dentro, mi avvolge tutta, è qualcosa che mi rimane addosso. Non solo: mi parla di te. Aroma che si spande è il tuo nome. Qui non c’è nessuna parafrasi da fare. E’ già chiarissimo. Aroma che si espande con te. Il nome identifica la persona. Tu, mio Salomone, sei un profumo per me. Per questo le ragazze di te si innamorano. La sulamita mostra quasi un orgoglio. Sei così bello che non possono che innamorarsi tutte di te. Sei il più bello di tutti. Non sappiamo se sia vero oppure no. Per lei, però, è così. Lui è il più bello di tutti. Qui mi rivolgo alle spose, poi ce ne sarà anche per gli uomini. Capite qual’è lo sguardo che dovete cercare di costruire, recuperare, custodire e perfezionare? Lui è tanto bello e tanto amabile che è impossibile che le altre non si innamorino di lui. Dovete avere questo sguardo per vostro marito. Siate chiamate a questo nei confronti di vostro marito.  Dovete entrare in questo sguardo, questa sensibilità, in questo percorso, che vi possa far comprendere come la gioia che vi può dare il vostro sposo nessun altro ve la può dare. Nonostante i suoi difetti, le sue fragilità, il fatto che sia burbero o chissà cos’altro. Come quell’uomo non c’è nessun altro.

Antonio e Luisa

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Compatire e congioire. Verbi sponsali.

Nel matrimonio cristiano, quando è vissuto nell’autenticità del dono e nella verità del sacramento, accade qualcosa di meraviglioso. E’ un qualcosa che si ottiene a caro prezzo, con un costante impegno, con l’abbandono a Dio, con la consapevolezza che ci saranno cadute e momenti di scoraggiamento, ma anche, con la certezza di poter contare sulla misericordia e sul perdono di Dio e della persona amata. Accade che piano piano, giorno dopo giorno, riesci a vedere il tuo coniuge e la tua relazione con gli occhi di Dio. La Chiesa e il Papa non insistono forse col dire che la relazione sponsale è immagine di quella trinitaria? Ecco questa ne è la prova e una manifestazione concreta di una verità trascendente. Cosa significa guardare il coniuge con un nuovo sguardo, lo sguardo di Dio? Nella mia esperienza significa essenzialmente due cose. Significa com-patire e con-gioire. Codividere gioie e pene. Significa sentire le gioie, i successi, le gratificazioni, i momenti importanti che l’amato/a vive e percepisce in lui/lei, come qualcosa che ci appartiene e che sentiamo un po’ anche nostro, perchè il nostro sposo e la nostra sposa abitano il nostro cuore. Significa anche piangere e condividere la sofferenza per le cadute, gli errori, gli insuccessi, i fallimenti e la sofferenza del nostro coniuge. A volte dobbiamo farci cireneo. Dobbiamo reggere con lui/lei la croce. Consorte, nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi, citava una vecchia formula del rito matrimoniale. Nell’amicizia le gioie si moltiplicano e i dolori si dividono e come dice il Papa, l’amore sponsale è una forma di amicizia particolare e più profonda e completa delle altre. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Siamo naturalmente portati a giudicare tutto e tutti, ma non al modo di Dio. Giudichiamo con superbia, super, di chi si mette sopra. Che fa di sè il centro e si sente in diritto di condannare chi si comporta e fa qualcosa di diverso da quello che ritiene giusto. Dio non fa così, Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede  ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto.

A volte non è semplice tutto questo. A volte costa fatica e non si vede subito un risultato positivo. Non dobbiamo però abbatterci. Noi abbiamo una grande possibilità. Possiamo con la nostra presenza aiutare la persona amata: possiamo accogliere le sue pene  per alleggerirla, possiamo ascoltarla e consigliarla per dipanare dubbi, possiamo abbracciarla per donare calore quando sente il freddo della vita, possiamo inginocchiarci sulle sue cadute per rialzarci insieme, possiamo dirle quanto sia bella quando perde sicurezza in se stessa. Noi sposi siamo mezzo privilegiato di Dio. Dio attraverso di noi ama, abbraccia, sostiene, perdona l’altro/a. Attraverso tutto questo possiamo arrivare insieme all’abbraccio eterno con Gesù

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. I protagonisti del Cantico siamo noi. (18 articolo)

Chi sono i due protagonisti del canto d’amore. Non hanno un nome specifico, non sono identificati. Restano un po’ anonimi, Questo cosa suggerisce? Che in quell’uomo e quella donna possono rispecchiarsi tutti gli sposi. La coppia del Cantico è un esempio e una immagine per tutte le coppie del mondo. In altre letterature famose possiamo trovare la vicenda di Romeo e Giulietta, di Paolo e Francesca, di Orfeo ed Euridice, Dante e Beatrice, Tristano ed Isotta e così via. Quella raccontata è la loro storia. Nel cantico è diverso. Nel Cantico non si racconta la loro storia, ma la nostra storia. Siamo noi i protagonosti. Ognuno di noi si può identificare. Gli unici appellativi utilizzati nel testo non sono identificativi dei due protagonisti, ma hanno un forte richiamo simbolico. Lui Salomone, lei la sulamita. Poi, nel proseguo, vedremo il perchè di questi nomi. Posso subito anticipare la radice comune dei due nomi: la parola ebraica shalom, pace. I due protagonisti sono l’uomo e la donna della pace. In una dinamica relazionale, susseguente alla caduta e al peccato originale, dove c’è distanza e incomprensione tra uomo e donna, qui è diverso. Lui è l’uomo della pace per lei e viceversa lei è la donna della pace per lui. Si torna alle origini. All’armonia delle origini.

Altra considerazione importantissima e per nulla scontata: i due amanti sono posti sullo stesso piano di dignità. Un testo poetico di 500 anni prima di Cristo, dove c’era assoluta subordinazione della donna verso l’uomo, tratta la donna come pari dell’uomo. Un particolare spesso inosservato. Viene proposta una donna attiva, che ha desideri e volontà indipendenti e con pari dignità dell’uomo, in una società che invece era patriarcale, maschilista e con la donna sottomessa. Probabilmente questo è stato uno dei motivi che ha provocato tante opposizioni all’introduzione di questo testo nel canone sacro. La sulamita appariva troppo spregiudicata, tanto da essere vista quasi come una poco di buono per l’epoca.

Un’ultima riflessione prima di iniziare con il Prologo del Cantico. C’è un’altra storia della Bibbia dove ci sono un uomo e una donna non identificati. Noi li chiamiamo Adamo ed Eva, ma il testo di genesi li identifica come Ish e Isha. Anche in questo caso non sono nomi propri, ma hanno una forte valenza simbolica. Siamo sempre noi Ish e Isha.

Salomone e la sulamita sono Ish e Isha e sono Antonio e Luisa. Molti potrebbero pensare che l’amore narrato nel Cantico sia meraviglioso, ma non per loro. Sono pienamente d’accordo che per tanti, troppi sposi è così. Il matrimonio è spesso fatica, divisione, rottura e sofferenza.

Sentite questo commento ebraico alla genesi:

Quando Adamo peccò, la shekinah, la dimora di Dio, salì al primo cielo, allontanandosi dalla terra e dagli uomini. Quando peccò Caino, salì al secondo cielo. Con la generazione di Enoch, salì al terzo; con quella del diluvio, al quarto; con quella di Babele al quinto; con quella di Sodoma, al sesto; con la schiavitù di Egitto, al settimo, l’ultimo e il più lontano dagli uomini. Ma il giorno in cui il Cantico dei cantici fu donato ad Israele, la shekinah ritornò sulla terra.

Cosa significa questa bellissima riflessione?

Possiamo riportare Dio nella nostra casa o, meglio, possiamo tornare ad abitare la dimora di Dio, amando come Dio ci ha insegnato sapientemente nel Cantico in modo carnale e passionale, ma puro, senza sguardo di possesso e concupiscenza che rovina tutto e avvizzisce l’amore che stava germogliando tra gli sposi amanti. Il peccato rovina tutto, fa sì che l’essere nudi davanti al nostro amato o alla nostra amata diventi fastidioso e odioso perchè ci sentiamo vulnerabili e trasparenti, non possiamo nasconderci e il nostro egoismo è evidente a tutti. Abbiamo lasciato Ish e Isha rivestiti e coperti,dopo la caduta,  perchè sospettosi l’uno dell’altra. Ritroviamo Salomone e la sulamita che pian piano si svestono, assaporando la gioia e l’intimità attraverso la loro nudità, che non è più un pericolo e una vergogna, ma segno di una ritrovata armonia e verità.

Gesù ci ha redento, ha sconfitto il peccato e la morte con la sua morte e resurrezione e nel sacramento del matrimonio attraverso la Sua Grazia possiamo  liberarci delle catene del peccato e amare con lo stile di Gesù, che non tiene nulla per sé, ma si mette totalmente a nudo per noi donando tutto di Lui a noi che siamo la Chiesa e quindi la Sua sposa. Se riusciremo ad amarci come gli amanti del Cantico dei cantici, la nudità non sarà più motivo di disagio ma sarà via di donazione e relazione vera e piena. Dio potrà scendere nella nostra casa dalle altezze del cielo, dove era finito a causa del nostro peccato, e potremo finalmente vivere nella  pace e nell’amore di Dio.

Con il prossimo articolo, vi prometto, partiamo con il testo, e in particolare con il Prologo.

Antonio e Luisa

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Sposi sacerdoti. Un libro da comprendere in profondità. (17 articolo)

Qualche considerazione generale sul testo. Mi rendo conto che la sto tirando un po’ per le lunghe, ma se non si comprende tutto ciò che c’è dietro questo bellissimo libro, se non si viene introdotti alle motivazioni, alla sua storia, alla sua lettura, non si può comprendere tutta la bellezza e la pienezza del messaggio che si cela dietro delle belle e poetiche parole. Si resta al solo significato letterale, che seppur è molto bello, non permette di entrare nella meraviglia della profondità dell’amore umano autentico come Dio lo ha pensato e voluto per ognuno di noi. Vi chiedo quindi di avere pazienza e di entrare poco per volta, preparandovi all’incontro con la meraviglia dell’amore che si svelerà giorno dopo giorno, canto dopo canto. Dio non ci offre la miseria a cui siamo abituati. Attraverso questo testo potremo assaporare qualcosa di grande, qualcosa che ci provocherà una sana nostalgia e la voglia di  recuperare e vivere l’amore cantato nel testo, perchè è ciò che più desideriamo.

L’amore è difficile da raccontare e spiegare. Come facciamo noi, uomini del nostro tempo, a raccontare l’amore? Come facciamo a raccontare un’esperienza e una realtà invisibile come l’amore? Come facciamo a renderla visibile? Semplice, la associamo agli elementi della natura. A ciò che di più bello e meraviglioso possiamo vedere, toccare, gustare in natura. Sei la mia stella, sei come il mare, sei un tramonto e così via. Pensate alle canzoni d’amore, sono piene di questi accostamenti.  Non sono solo romanticherie sdolcinate. C’è dietro qualcosa di più profondo. C’è la necessità di voler esprimere la grandezza ci ciò che stiamo vivendo, e solo paragonandolo a ciò che di più bello ci circonda possiamo rendere parzialmente l’idea di ciò che abbiamo nel cuore.

L’uomo e la donna del Cantico non sono diversi da noi, sono di un altro tempo e di un’altra cultura, ma il modo di raccontare l’amore è lo stesso. I canti sono colmi di rimandi alla natura, ai prati, ai fiori, ai frutti, agli odori, ai colori e agli animali. Tutte esperienza concrete che i due sposi hanno vissuto e che possono quindi comprendere.

Attraverso questi paragoni riescono a rendere visibile tutto il loro mondo interiore fatto di emozioni, sentimenti, passione e di amore.

Tutti i sensi sono coinvolti. C’è il tatto, l’olfatto, la vista, l’udito e anche il gusto. L’amore è un’ esperienza così completa e totalizzante che tutti i sensi devono essere coinvolti e descritti per rendere l’idea di ciò che si sta sperimentando. C’è il forte messaggio che la corporeità è tempio santo. Attraverso la corporeità, e tutti i sensi che abbiamo per percepirla e viverla, Dio ci vuole donare la pienezza, la gioia e la bellezza dell’amore. Questo testo ci aiuta e ci prepara a vedere il nostro sposo o la nostra sposa nella bellezza del suo corpo. Tempio dello Spirito Santo e luogo santo della manifestazione stessa di Dio dirà San Paolo. Il mondo del Cantico sembra quasi un mondo incantato, ci si sente quasi come in un sogno. Ognuno di noi assaporerà le parole del Cantico in modo diverso, perchè diversi siamo noi e diverse le esperienze che abbiamo fatto. Un’atmosfera serena, trasparente, primaverile, calda, intensa, suadente, passionale e a volte anche drammatica. Ci sono momenti e passaggi anche drammatici,  perchè l’amore del Cantico non è un amore finto, ma un amore concreto. La vita concreta è fatta anche di passaggi oscuri. Vedremo che il Cantico segue un andamento sinuoso, di alti e bassi. Alti caratterizzati dalla presenza dell’amato e bassi dalla sua assenza, del suo ritrovamento e pienezza fino alla fine. Fasi che si ripresentano più volte, con le stesse immagini che ripropongono più volte. Giorgio Mazzanti nel suo libro Amore infinito, infinita variazione dà un’immagine molto bella e significativa. Questo perdersi e ritrovarsi non è piatto, non è circolare, ma ha un andamento a spirale, ci si ritrova sempre un po’ più in alto. Il Cantico non è una narrazione cronologica di fatti, non è una storia lineare di questo tipo. Il Cantico è un ripetersi di immagini che suscitano delle emozioni e delle riflessioni nel nostro profondo che di volta in volta vengono rinnovate e che ci danno nuovi ed ulteriori spunti per approfondire e capire meglio. Questa dinamica si sposa benissimo con il soggetto del libro che è l’amore. L’amore non si può mai possedere e comprendere fino in fondo. L’amore è infinito come infinito è Dio. Possiamo comprenderlo, però, sempre meglio, andare sempre più in profondità. Paolo in Efesini dice  l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza. L’amore di Dio va al di là di ogni altezza, ampiezza e profondità. Voi potreste obiettare che noi vogliamo descrivere l’amore umano e non quello di Dio. E’ vero che in questo testo viene cantato l’amore umano, ma anche in virtù degli altri livelli di lettura che abbiamo accennato in precedenza, possiamo vedere come in filigrana ci sia l’amore di Dio in sè e per la sua Chiesa. Quello cantato in questo libro è l’amore umano con una forte valenza, però, anche mistica. Abbeverandoci di questi versi e di queste parole, non solo nutriamo la nostra capacità naturale di amarci in modo vicendevole, ma nutriamo la nostra anima in quella che è la sua chiamata alla nuzialità con Cristo. Questo libro ci aiuta ad innamorarci di più e meglio della persona che abbiamo sposato e, nel contempo, anche di Gesù che è nostro sposo mistico.

Capite ora perchè questo libro si chiama Cantico dei Cantico, il libro santissimo posto al centro della scrittura? E’ un libro meraviglioso. Un libro da leggere e meditare. Un libro troppo spesso sottovalutato, trattato con sufficienza e incompetenza. Una storiella d’amore carina, ma che a tanti non dice nulla.

Antonio e Luisa

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Sposi sacerdoti. L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia. (16 articolo)

Dopo la premessa dell’articolo precedente, tenendo presente la storia e il significato di questo libro che attraverso la storia d’amore di due giovani sposi vuole raccontare la storia della relazione tra Dio e gli uomini, possiamo ora affrontare il tema del libro. Nel Cantico dei Cantici viene cantato l’amore. L’amore umano. E’ un libro che narra un’esperienza d’amore, concreta, tra un uomo e una donna. Un amore di tipo sponsale. Tutto il contesto lo fa credere. Non è solo un amore oblativo, di dono. Non è un amore platonico. E’ un amore prevalentemente carnale.  E’ un amore completo, totale. Un amore passionale con risvolti erotici, per nulla velati, ma molto espliciti. Dove, seppur in modo poetico e mai volgare, non viene tralasciato nulla del corpo dell’amato e dell’amata. Non viene tralasciato nulla di sensazioni, emozioni, sapori, odori e colori. Una bellezza che piano piano si svela, proporzionalmente allo svelarsi e all’accogliersi vicendevole dei due sposi,  in un crescendo di esperienza sempre più concreta ed intima dell’uno con l’altra. Cosa possiamo comprendere immediatamente da questa introduzione al testo. Per vivere questo amore cantato nel Cantico dobbiamo purificare il nostro sguardo. Dobbiamo essere capaci di eliminare una certa malizia che spesso si nasconde dietro certe idee di amore erotico. Dobbiamo eliminare anche un falso pudore che spesso nasconde la nostra chiusura all’altro e incapacità di farci dono. L’amore erotico tra due sposi non è nulla di vergognoso o di sporco. Certo possiamo sporcarlo noi con il nostro egoismo. L’amore erotico che Dio ha pensato per noi è qualcosa che apre alla meraviglia dell’amore che diventa esperienza concreta vissuta nel corpo. Lo sguardo di Dio sulla sessualità umana, da sempre, è uno sguardo buono e positivo. L’espressione che troviamo nella Genesi al cap. 1 E’ Dio vide che era cosa molto buona è posta proprio al termine della creazione dove aveva appena formato uomo e donna. Due creature sessuate, diverse e complementari, che, nell’unione intima, diventano una sola carne e diventano fecondi. Due creature fatte a somiglianza di Dio e che nella loro relazione sponsale riproducono la relazione d’amore di Dio Trinità in se stesso. Detto in altre parole Dio ci ha voluto sessuati perchè nell’unione intima e completa di due sposi si potesse scorgere, in maniera diversa e limitata, ma concreta, la relazione perfetta delle persone della Trinità. Il corpo, che non solo ci appartiene ma ci costituisce come persone insieme all’anima, diventa strumento per esprimere in modo chiaro e netto quell’amore che abbiamo nel profondo di noi. Il corpo rende visibile ciò che non è visibile. Una realtà non solo lecita, ma santissima. Santissima come lo è il Cantico.  Il Cantico parla di questo amore. Un libro da leggere con lo stupore di chi si addentra nella profondità del pensiero di Dio. Un libro che apre alle meraviglia di un’esperienza che noi sposi possiamo e dobbiamo vivere nella concretezza della nostra relazione e della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

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Sposi sacerdoti. L’amore sponsale segno di quello divino. (15 articolo)

Prima di leggere e meditare i canti di questo testo è necessaria una breve introduzione. Cosa è il Cantico dei Cantici? Di cosa tratta? Perchè è stato inserito nella Bibbia? Il Cantico dei Cantici è uno dei libri sacri della Bibbia. Dirò di più. E’ collocato nel cuore della Bibbia. Se ci fate caso è collocato fisicamente al centro. E’ uno dei libri più brevi di tutta la Sacra Scrittura eppure, quale che sia la versione che voi usate, il Cantico è sempre posto al centro della Bibbia. E’ un libro entrato nel canone sacro, prima per gli ebrei e poi anche per noi cristiani, non senza divisioni, discussioni e polemiche. E’ un testo che scotta, che parla dell’amore umano, anzi tratta dell’amore erotico umano. Alcuni passaggi potrebbero sembrare imbarazzanti e spregiudicati. Molti si sono chiesti cosa c’entra un testo del genere con la Sacra Scrittura. Lo Spirito Santo le cose le fa bene e alla fine ha trovato il modo affinchè fosse inserito nel canone sacro. Non c’è un autore conosciuto ed unico per il Cantico. E’ una raccolta di canti d’amore. Canti conosciuti e usati nell’Israele di molti secoli fa, durante le celebrazioni delle feste nuziali. Feste che duravano parecchi giorni. Canti antichi e tramandati quindi. Canti della tradizione, ma non sacri fino ad un certo punto, quando durante il concilio ebraico di Javne alla fine del I secolo d.c., un rabbino molto autorevole del tempo, Rabbi Akiva, ruppe gli indugi e spinse con convinzione per l’introduzione di questi canti all’interno dei testi sacri. Per convincere i presenti disse: Il mondo intero non vale quanto il giorno in cui il Cantico fu dato ad Israele, poichè tutti gli scritti sono santi, ma il Cantico è santissimo.

Rabbi Akiva aveva intuito la grandezza di questo testo. Non solo poteva entrare a pieno titolo nei libri sacri, ma ne aveva più motivo degli altri. Aveva intuito la grandezza di questo dono che Dio aveva fatto al suo popolo,  e, attraverso Israele, all’umanità intera. Il Cantico è stato composto presumibilmente verso il quinto secolo avanti Cristo e ci sono voluti circa 600 anni per farlo entrare nel novero dei libri sacri. E’ considerato santissimo perchè il popolo d’Israele attraverso persone come Rabbi Akiva ha letto nel Cantico dei Cantici, e precisamente nello sposo e nella sposa, la figura di Dio e del popolo d’Israele stesso. Un canto che narra la storia d’amore tra Dio che insegue la sua sposa e la sposa che ricambia fino all’incontro finale con l’arrivo del Messia. Nel cristianesimo resta questa lettura, ma lo sposo non è più Yahweh ma Gesù e la sposa è la sua Chiesa. Non sono letture sbagliate. Sono letture legittime profonde e autentiche. Ciò non toglie che anche la lettura che cercherò di proporre è altrettanto legittima e autentica. Non sono io a dirlo, ma tanti e autorevoli esegeti cristiani. Certamente su piani diversi. Su livelli diversi. Noi siamo sposi e dobbiamo cercare di incarnare nella nostra vita tutti quei significati che il Cantico può avere nella sua lettura teologica e mistica. Le letture più profonde di questo testo non lo rendono astratto e meno adatto agli sposi, ma al contrario, lo arricchiscono della dimensione profetica a cui gli sposi sono chiamati. Attraverso la vita di noi sposi quei versetti possono prendere vita e rendere concreta l’immagine dell’amore di Dio e la vicenda d’amore tra i protagonisti. Procederemo quindi nei prossimi articoli alla lettura più semplice e diretta, quella che vede la relazione d’amore tra uno sposo e una sposa. Relazione meravigliosa che apre alla pienezza dell’amore e consente di recuperare l’autenticità e la purezza delle origini.

Antonio e Luisa

 

 

Il matrimonio ha la forma della resurrezione!

l matrimonio ha la forma della resurrezione!La croce e il dolore sono solo un momento di passaggio che serve a farci diventare veri uomini e vere donne. La forma della resurrezione non vuol dire che i problemi si risolvono come vogliamo noi, e nei tempi da noi stabiliti.

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Ma la morte e il dolore non hanno l’ultima parola nelle nostre vite e nelle nostre relazioni, se siamo disposti ad aprire spazi nel nostro cuore in cui fare agire la presenza di Dio. Non si tratta di discorsi astratti e teorici, ma dell’autentico desiderio ostinato e tenace di trovare una strada anche dove tutto sembra chiuso. Perché nulla è impossibile a Dio!!!

Il matrimonio ha la forma della resurrezione se veramente siete disposti a provarle tutte, e a non arrendervi finché non trovate la giusta via per far circolare amore, gioia, intimità e confidenza.

Ma come fare se l’altro non è disponibile a collaborare, se l’altro si rifiuta, si chiude, si allontana. Come fare se c’è un tradimento, o problemi più grossi?!

Non vi arrendete all’AMORE. Prima di tutto verso voi stessi. Il matrimonio ha la forma della resurrezione se ti vuoi bene e ti porti rispetto, se custodisci con la preghiera, le parole e i gesti uno spazio sacro dentro di te dove neanche il peccato e il male dell’altro può entrare, perché quello è il territorio di Dio.

Non vi arrendente all’AMORE. Il nutrimento di affetto e di amore che rivolgete a voi stessi se è autentico porta pace e serenità, la Perfetta Letizia di San Francesco d’Assisi, a cui neanche le bastonate e gli insulti potevano togliere la gioia del Signore. Quando vi volete veramente bene è più semplice per voi ritrovare il vostro centro, il senso della vostra identità, chi siete e mettere un confine fra voi e il male esterno. Occorre un’opera di separazione psichica in qui ognuno si riprende ciò che è proprio e da all’altro ciò che è dell’altro. Così il tradimento di tuo marito parla di lui e delle sue fragilità, non parla di quanto vali come donna. Così la durezza di tua moglie parla dei suoi limiti e non del tuo spessore e della tua virilità di uomo. Spesso ci facciamo invadere dalle fragilità dell’altro, dai suoi sbagli e contaminiamo quello spazio sacro dentro di noi che appartiene solo a noi e Dio.

Il dolore della croce non ha più potere su di voi se siete disposti ad entrarci per imparare qualcosa. Non si tratta di obbligo, di sfogo e repressione. Tutto ciò ha a che fare con la docilità di aprirsi all’amore. Non sposarti se non sei disposto a farti Amare da Dio. Per portare avanti un matrimonio non ci vuole stoicismo e predisposizione al massacro, ma voglia incontenibile di amore, gioia e felicità.

Tante volte ascolto storie di particolare sofferenza, in cui non c’era molta coscienza del sacramento, o in cui l’immaturità affettiva di storie ferite, non ha permesso di entrare con responsabilità e consapevolezza nel matrimonio. Ma in qualunque storia, in qualunque fatto della nostra vita io credo che Dio si incarna e benedice. E se siamo disposti a Cercare Lui che la Via, la Verità, e la Vita è sempre possibile trovare un senso a ciò che sta capitando.

Il mio matrimonio ha avuto la forma della croce per otto lunghissimi anni. In quel marasma di dolore, solitudine e tristezza sono rimasta perché in ogni crisi, nella rabbia più furiosa, sentivo una voce partire dal di dentro che mi diceva che mio marito era l’uomo della mia vita. Quello stronzo insensibile era la persona che io amavo nonostante tutto. Il mio amore era per lui, anche se la mia rabbia mi portava a respingerlo. Infine non era pensabile per me togliere un padre ai miei figli, perché se come marito lasciava a desiderare Roberto è sempre stato un padre meraviglioso. Infine sono una persona molto ostinata, in certi casi così testarda da risultare insopportabile, così per me arrendermi non è previsto. Il mio matrimonio ha avuto la forma della croce, ma in tutti quei lunghi 8 anni mi ripetevo che tutto non poteva esaurirsi nella misera sopportazione! Io volevo tutto il pacchetto! La promessa della gioia e della felicità che Dio mi ha fatto! Che non ha niente a che vedere con l’assenza di problemi o prove, ma che riguarda la possibilità per me di sentirmi unita a mio marito. Una squadra unita per la Buona Battaglia. Il mio matrimonio ha avuto la forma della resurrezione non quando mio marito è cambiato, ma quando io ho deciso di riprendere in mano la mia vita, la mia relazione con me stessa e con Dio. Quando ho cominciato a custodire quello spazio sacro dentro di me in cui neanche mio marito può entrare. Ecco che allora è giunto il tempo della Giustizia per il mio matrimonio e ho assistito a cambiamenti che sanno di miracoli. Ma la vera resurrezione per me è stata la mia libertà interiore di accettare mio marito così com’era (che non significa avallare le sue immaturità o i suoi comportamenti dannosi per noi), potendolo volere bene mentre lo spronavo ad affrontare quei cambiamenti necessari per noi. Tutto questo non si fa da soli. Dobbiamo imparare a chiedere aiuto. A Dio nella preghiera e nei sacramenti e alle persone intorno a noi, fratelli, amici, sacerdoti, suore, psicoterapeuta se necessario.

Il matrimonio ha la forma della resurrezione. Non so in che tempi e in che modi nella tua storia. Ma tu non mollare mai nel ricercare la VITA nel tuo matrimonio.

Claudia viola e Roberto Reis

Pagina Web http://amatiperamare.it/blog

Trapiantati con il suo cuore.

Questo blog è molto specifico. Affronta temi riguardanti il matrimonio. Il matrimonio cristiano, quindi vissuto alla luce dell’incontro con Cristo e fondato sulla Grazia scaturente dal sacramento. Oggi è Pasqua. Come si inserisce la Pasqua del Signore nella nostra relazione di sposi? Partiamo dal significato di questa festa. Come sappiamo la Pasqua cristiana nasce all’interno della cultura ebraica. La Pasqua, si festeggiava già tra gli ebrei. Festa che significa passaggio e che fa memoria della liberazione degli ebrei dall’Egitto. Liberazione dalla schiavitù. Schiavitù che può essere letta in tanti modi. Ognuno ha le proprie schiavitù. Schiavitù che legano e che appesantiscono e non permettono di amare in pienezza. Dio per liberare il popolo d’Israele, come ultima piaga, la più terribile, mandò l’angelo della morte che si prese tutti i primogeniti, uomini ed animali. Solo quelle famiglie che avessero cosparso la trave della porta con un po’ di sangue di un capretto immolato, che poi avrebbero mangiato, sarebbero state risparmiate. Gesù nella nuova alleanza rende tutto nuovo. E’ lui l’agnello che salva, l’agnello immolato. E’ suo il sangue che fa si che la morte passi oltre. E’ sua la carne che viene mangiata, come lui stesso dice nell’ultima cena. La Pasqua della nuova alleanza ha lo stesso significato di quella precedente. Attraverso la morte e la resurrezione di Gesù noi possiamo passare dalla schiavitù alla libertà. La Pasqua ogni anno ci ricorda che, grazie a quel sacrificio, avvenuto circa 2000 anni fa, siamo stati liberati.

Don Antonello Iapicca ha usato un paragone che mi è piaciuto molto. Rende molto l’idea di ciò che voglio dire. In quella morte e resurrezione Gesù ci ha donato il suo cuore. Da quel momento, grazie allo Spirito Santo che opera, siamo capaci di amare con il cuore Gesù. Siamo stati trapiantati con il suo cuore. Ognuno di noi, sposi in Cristo, se lo vuole, se lo crede e se si abbandona, può essere capace di rendere la sua relazione luogo della presenza di Cristo, luogo dell’amore di Cristo, luogo del perdono di Cristo. Vale per tutti. Vale per me e Luisa, che dopotutto non abbiamo grandi sofferenze e problemi da superare, ma vale, a maggior ragione, per quelle coppie che vivono situazioni di abbandono e di sofferenza grande. In quei casi il cuore umano non può sopportare, ma noi sposi in Cristo non abbiamo più un cuore umano, abbiamo il cuore di Cristo stesso e tutto diventa possibile in colui che può tutto. Tutto è diventato possibile da quel giorno di circa 2000 anni fa dove un Dio è morto miseramente per noi, è morto come l’ultimo degli uomini per rendere noi capaci di amare come il più grande di tutti: Dio stesso.

Vale per tutti. Molti non credono che questa verità sia possibile anche per loro. Che il Signore è morto e risorto per rendere il loro matrimonio meraviglioso. A questo proposito Mons. Caffarra raccontava una storiella:

Un contadino aveva vissuto tutta la sua vita in una grande miseria. Un giorno arrivò la fortuna: ereditò un ingente patrimonio. Per prima cosa, parte per la città dove passa l’intera giornata. Aveva comperato un bellissimo vestito e scarpe di gran lusso. Alla sera, stanco si addormenta sul marciapiede. Un’automobile quasi lo investiva. L’autista scende infuriato e grida: “almeno togli le gambe dalla strada”. Il contadino, svegliato in quel modo, si guardò le gambe e disse calmo: “passa pure, queste non possono essere le mie gambe: sono vestite troppo bene”.
Ascoltando quanto abbiamo detto durante questa catechesi qualcuno potrebbe pensare: “non sta parlando di me, del mio matrimonio; il mio è molto più povero, molto meno grande”.
E come quel contadino permetterà che si continui a parlarne male, perché tanto il matrimonio-sacramento di cui parla la Chiesa non può essere il proprio matrimonio: è troppo bello.
La tentazione più sottile in cui possiamo cadere è di pensare che il Signore non ci abbia amati fino in fondo, non abbia preparato per noi — come dice il Profeta — un banchetto di tante vivande e vini prelibati, ma solo un tozzo di pane duro ed un po’ d’acqua. No: il Signore ha donato agli sposi la partecipazione al suo stesso amore.

Anche il vostro matrimonio è una meraviglia del Signore, non rassegnatevi alla miseria.

 

Antonio e Luisa

Inginocchiarsi sulle miserie dell’altro

Questo è un periodo di Grazia. So che la vita di ogni giorno, frenetica e pressante, rischia di rendere impossibile una vera preparazione alla Pasqua. In questi ultimi tre giorni, almeno in questi ultimi tre giorni ho voluto fortemente ritagliarmi dei momenti per Gesù. Stamattina alle sei sono andato in chiesa. Eravamo io e don Mattia, un giovane prete della mia parrocchia. Un silenzio bellissimo. Una sensazione strana. La percezione dell’assenza di Cristo, nel momento in cui si ricorda la sua passione, la notte più difficile per lui. Nello stesso tempo ho percepito forte il suo amore. Ha dato tutto per me, affinchè io potessi essere redento e salvato, e con me la mia relazione e il mio matrimonio. Ieri sera abbiamo celebrato la Messa in Coena Domini. Il Vangelo proclamato è stato di Giovanni, l’episodio della lavanda dei piedi.  Non so se ci avete mai pensato. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente. Cosa ci vuole dire Giovanni? L’amore di Dio è presente nella chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello,  sui suoi peccati, sulle sue miserie, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi.  Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita. Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio.   Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro/a attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico. Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo,  in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere,  possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

E’ colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò.

In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». 
I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 
Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 
Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?». 
Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 
Rispose allora Gesù: «E’ colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 
E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». 
Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; 
alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 
Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte. 

Ho deciso di riprendere il Vangelo di martedì scorso, martedì della settimana santa. Il mio parroco durante la breve omelia ha proposto degli spunti di riflessione molto interessanti. Spunti che io ho ripreso, elaborato, e fatti miei in chiave sponsale. Non dimentichiamo che, per noi sposi, Gesù è principalmente nella nostra relazione. E’ lì che ci giochiamo tutto.

In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, si commosse. Gesù si commuove. Si commuove perchè a tradirlo non è uno sconosciuto, non è un fariseo, o uno di quelli che da tempo desiderano la sua morte. Lo tradisce uno dei dodici. Uno di quelli che negli ultimi anni hanno condiviso tutto con lui. Hanno visto le opere, hanno ascoltato le sue parole, hanno mangiato con lui, lo hanno visto nella gioia, nella preghiera, nella difficoltà. Uno di quelli che lui ha amato di più e a cui ha trasmesso più amore. Non è bastato.  Gesù soffre per l’incapacità di Giuda di corrispondere il suo amore. Gesù vorrebbe attirarlo a sè con tutte le sue forze, ma un Dio onnipotente deve arrendersi di fronte al libero arbitrio di ogni persona. Questo è uno dei più grandi misteri di Dio. Onnipotente, ma impotente di fronte alla volontà umana di scegliere il male e l’errore. Quanti sposi e quante spose rivivono questa terribile sensazione di essere impotenti. Persone che hanno dato tutto per la persona che hanno sposato e ricevono in cambio il tradimento. Persone che hanno commesso errori, ma chi non ne commette.  In loro c’è lo stesso Cristo di questo Vangelo che rivive lo stesso momento di passione.

Gesù come risponde a Giuda? E’ meraviglioso. Non lo indica, ma compie un gesto: Rispose allora Gesù: «E’ colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 

Un gesto simbolico molto importante. Intingere il boccone e porgerlo era tipico del capo famiglia. Il cibo posto al centro e tutti che si gettavano su di esso. Il meno svelto rischiava di rimanere senza. Ecco Gesù, compiendo un gesto di estrema tenerezza e cura, porge il boccone a Giuda. Gesto che vuole comunicare al discepolo il grande amore per lui: tu sei un prediletto.

Gesù è maestro per noi sposi. Ci insegna come reagire a un tradimento. Piccolo o grande che sia. Tu mi hai fatto del male, mi hai trattato male, mi hai ferito con le tue parole ed io rispondo con l’amore, ti amo ancora di più. Sei il mio prediletto, la mia prediletta, sei al centro dei miei pensieri, del mio servizio e delle mie cure.

Riuscire ad acquistare questa modalità di amare il proprio coniuge cambia il rapporto, permette alla coppia di fare un enorme salto di qualità. Posso testimoniarlo.

Ultimo pensiero è rivolto ad un altro passaggio della Parola. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte. 

La nostra cura, tenerezza, amore e servizio può non bastare. L’altro/a può comunque decidere di tradirci, di uccidere la nostra relazione. Satana non entra in noi se noi non apriamo il nostro cuore a lui, attraverso il nostro egoismo e la nostra volontà cattiva e sbagliata. Gesù ci avverte:  Ed era notte. Chi non sceglie Gesù, ma Satana, entra nella notte della vita. Chi sceglie il tradimento, il peccato e l’errore si abbandona alle tenebre, lontano dalla luce di Cristo.

Antonio e Luisa

 

Maria ha capito tutto!

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.
E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali.
Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento.

Il Vangelo di oggi ci riporta quanto successo a casa di Lazzaro. Ritroviamo Marta e Maria. Guarda caso i ruoli non sono cambiati. Marta a lavorare e Maria ad adorare. Vi ricordate l’altro episodio con Marta che brontola perchè Maria perde tempo con Gesù senza lavorare? Ecco qui si ripropone la stessa dinamica. Marta che sgobba e Maria che apparentemente perde tempo. L’attenzione si focalizza ancora una volta su Maria. Maria che non serve i commensali, come invece fa Marta, ma si occupa di Gesù, lo adora, lo ama teneramente, gli cosparge i piedi con olio di puro nardo e dolcemente li asciuga con i suoi capelli. Cosa ci insegna questo Vangelo a noi sposi? Insegna qualcosa di determinante per la nostra vita insieme. La cosa più importante non è fare, ma rispondere alla chiamata, rispondere a Gesù che ci ha amato per primo. Solo comprendendo, guardando, accogliendo, riamando e adorando Cristo, il nostro fare non sarà più un obbligo e un peso insostenibile, ma una risposta d’amore. Esiste una priorità. Adorare viene prima di fare. Ora un ulteriore e logico passaggio. Va bene, ma come faccio ad adorare Gesù nel mio matrimonio? Semplicissimo (ma non facile): amando Luisa, la mia sposa. Perchè non è facile? Maria mi insegna un’altra cosa importante. Per amare Cristo non c’è misura. Devo dare tutto, senza risparmiarmi.

Maria, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto.Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così.

Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Ci sprechiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitiamo tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che ci unisce?

Io mi sento molto provocato da questo Vangelo. Ho ancora tanta strada davanti.

Ancora troppo mi risparmio. Troppe volte aspetto una ricompensa o una gratitudine per ciò che faccio. Troppe volte mi sento non apprezzato abbastanza. Troppe volte faccio il minimo. Troppe volte mi risparmio e non do tutto, perchè non credo sia così importante. Troppe volte aspetto che sia Luisa a darsi da fare, quando invece potrei anticiparla. Troppe volte non sono capace di amarla fino in fondo.

Maria mi richiama alla verità dell’amore. Perchè quando ami fino in fondo, come fa lei, poi il profumo del nardo, il profumo dell’amore, si propaga a tutte le persone vicine. Attraverso il mio amore sponsale, il mio amore incondizionato e senza misura posso realmente riempire ciò che mi circonda del profumo dell’amore, del profumo di Dio. Ricordiamo che noi sposi siamo immagine dell’amore di Dio, ma solo quando ci abbandoniamo all’autentico amore sponsale e Maria ci mostra come si fa. Maria concretizza in un gesto ciò che deve essere la nostra vita matrimoniale.

Mi fermo qui. Ci sarebbe da dire tanto su questo Vangelo, sul perchè lavi proprio i piedi e sia importante evidenziarlo. Sarà per il prossimo articolo.

Antonio e Luisa

Marta e Maria nella coppia

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». MaGesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Luca 10, 38-42

Questa pagina del Vangelo mi ha sempre colpito, soprattutto immaginandomi Maria seduta ai piedi di Gesù, completamente assorbita dall’ascoltare Nostro Signore.

In questi giorni ho riflettuto calando le due figure delle sorelle nella coppia, mi spiego meglio: molto spesso i coniugi sono molto indaffarati a gestire i figli, la casa, tutte occupazioni legittime, ma il problema nasce quando tutto ciò prende il sopravvento, quando diventa pre-occupazione. Ci viene molto facile essere la Marta della situazione. Purtroppo ci sono situazioni in cui si fa fatica a lasciare il comando della barca a Gesù, penso ad esempio alle famiglie in cui si vive una situazione di disabilità, ma tante altre piccolezze meno degne della nostra attenzione ci assorbono e perdiamo di vista “la parte migliore”, trascuriamo quello che Cristina Epicoco chiama il primo figlio della coppia, cioè il “noi”. Anche i discorsi tra coniugi diventano un elenco o un riepilogo delle cose da sbrigare, non lasciando spazio ad un dialogo vero e costruttivo.

Mi piacerebbe chiedere a Gesù di bussarmi sulla spalla ogni tanto e dirmi: “Marco Marco tu ti preoccupi e agiti per molte cose…”, così mi distoglierei dalle occupazioni quotidiane, non mi porterei il lavoro a casa, che a volte occupa la mia mente, distoglierei la mia attenzione dallo smartphone che sembra diventato indispensabile anche quando sono in casa e sarei più attento, disponibile e amabile per mia moglie e i miei figli.

Sposi sacerdoti. Dio è nella coppia. (10 articolo).

Come si può quindi definire il nostro sacerdozio? Cosa significa essere sacerdoti e sposi?Significa che dobbiamo perfezionare sempre più l’unione coniugale che ci lega l’uno all’altra . Significa  custodire la nostra relazione, perfezionare la nostra relazione e di renderla sempre più autentica e perfetta. Significa custodire la comunione d’amore tra noi e i nostri figli quale chiesa domestica. Se non custodiamo la nostra comunità domestica, mettendola al centro delle nostre preoccupazioni, e perdiamo tempo e ci affanniamo in altro, stiamo sbagliando strada. Fatica vana. Badate bene: non significa che non è importante ciò che facciamo al di fuori della coppia e della famiglia. Anzi è importantissimo. E’ però determinante che la sorgente dell’amore, che poi può essere luce per i figli e per la comunità in cui viviamo ed abitiamo, sia nella coppia. La sorgente è Cristo che va ricercato nell’amore sponsale. Amore generato nel noi che diventa tenda di Dio. Il noi abitato dalla presenza reale di Cristo. Il noi che è sacramento perenne. Solo così si può essere nella verità e nel dono autentico. Ricordo padre Raimondo come era duro con certi atteggiamenti sbagliati di alcuni cristiani che frequentavano la sua comunità. Persone che si adoperavano in mille modi nella parrocchia o nel movimento di appartenenza, ma incapaci di amare la propria sposa o il proprio sposo. Gente che cercava gratificazione e soddisfazione al di fuori della coppia perchè incapace di trovarle nella coppia. Non si può trovare Dio fuori se non lo si trova prima all’interno dell’unione sponsale. Trascurare la famiglia per dedicarsi ai gruppi di preghiera o a qualsiasi altra attività di culto significa non esercitare il nostro sacerdozio, ma esercitare quello del prete o della suora. Non è il nostro sacerdozio quello.

Ogni tanto dovremmo ricordarci che Gesù non è solo in chiesa nel tabernacolo. Andate dalla vostra sposa, dal vostro sposo e abbracciatevi. All’interno di quell’abbraccio c’è il noi degli sposi. Quello è luogo sacro, abitato da Gesù vivo e reale, in modo molto simile all’Eucarestia. Questo è un mistero grande. E’ un mistero talmente grande che non ci pensiamo mai. Eppure è proprio così. All’interno del nostro abbraccio c’è Gesù. Il nostro sacerdozio è custodire quella presenza nel dono e servizio vicendevole e tenero. Se non capiamo questo e se non facciamo questo rendiamo vana ogni Messa, ogni preghiera, ogni pellegrinaggio, ogni novena e rosario.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Una meraviglia da ritrovare. ( 6 articolo)

Dopo queste prime riflessioni potremmo azzardare una definizione sul nostro ruolo sacerdotale di sposi: siamo sacerdoti dell’amore. Cerchiamo quindi di rischiararci le idee su cosa significhi amore e amare nella realtà cristiana. Sappiamo che questa parola è abusata e inflazionata e può acquisire significati molto soggettivi e diversi tra di loro. Per un cristiano non può essere così. Abbiamo visto come il gesto più alto di amore di Gesù, gesto sacerdotale, sia stato il suo dono totale sulla croce. Dono accolto dalla sua Chiesa, da ognuno di noi. L’amore è quindi: Un donarsi ed accogliersi reciproco di due persone, che determina un’unione profonda coinvolgente la totalità del loro essere, cioè cuore anima e corpo, in modo diverso secondo la finalità del dono. Capite bene che un amore di amicizia è diverso da quello tra fidanzati, tra genitori e figli, tra sposi e così via. Sono diversi i gesti, le modalità e l’intensità. Questo è il significato oggettivo e naturale della parola amore. Una riproduzione creata in ombra a quella divina. Tutte le diverse relazioni d’amore che possiamo intrecciare con altre persone mirano a rispondere al desiderio di socialità. Solo l’amore sponsale (nel quale inserisco anche la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata) risponde al desiderio di sessualità. Desiderio che richiede un’unione totale, fedele, feconda e indissolubile con una persona complementare e diversa da noi. Dio ci ha donato un libro dove ci insegna ad essere sacerdoti, si fa maestro dell’amore sponsale. E’ il Cantico dei Cantici. Ecco perchè questo libro della Bibbia sarà la base delle nostre riflessioni una volta terminata questa lunga introduzione. Dobbiamo farci provocare e interrogare dal testo. Noi siamo a livello di quanto descritto? Viviamo quel tipo di amore naturale, anche erotico e carnale, che è la base dell’amore soprannaturale e la Grazia del nostro sacramento? Non dobbiamo avere la presunzione di essere troppo spirituali. Spesso fare voli pindarici, scappare nella spiritualità, nella preghiera e nella trascendenza nasconde una incapacità di farsi dono nel corpo. Non si può costruire una casa dal tetto. Bisogna partire dalle fondamenta e poi si potrà arrivare anche al tetto. Se l’amore naturale è il concetto che ho espresso sopra, cosa sarà l’amore dei figli di Dio? L’amore dei battezzati e dei consacrati nel matrimonio? E’ l’amore naturale perfezionato, aumentato, plasmato dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo. Capite bene che se non abbiamo consolidato, compreso e vissuto l’amore naturale non esiste la base per l’azione dello Spirito Santo nella nostra unione sponsale. Dio ci rende capaci di amare come Lui si ama nella Trinità. Sposi icona della Trinità. Certo non siamo che una pallida immagine finita e imperfetta. Assumiamo però lo stile di Dio. Se, però, ci impegniamo e  ci abbandoniamo a Dio. Capite bene che noi, come genere umano, siamo stati creati per amare così. Siamo creati ad immagine di Dio. Il peccato originale ha distrutto questa armonia creata che da soli non possiamo recuperare, ma che con la Grazia del sacramento, possiamo rivivere nella nostra relazione sponsale. Il Cantico dei Cantici esprime pienamente l’amore delle origini, di cui noi abbiamo nostalgia e che possiamo conquistare con il matrimonio. Il Cantico dei Cantici, secondo alcuni esegeti, è la prosecuzione della Genesi. Ricordiamo che Adamo esclama: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Non sappiamo la risposta di Eva. La possiamo però trovare nel Cantico dei Cantici dove ritroviamo quella meraviglia e quello stupore di Adamo. Meraviglia e stupore recuperati.

Adesso stiamo davvero entrando in concetti meno astratti e più concreti. Stiamo entrando nella bellezza del nostro essere sposi che si esprime in un modo di amare, in atteggiamenti e gesti, che diventano non solo gesti d’amore, ma gesti sacerdotali.

Antonio e Luisa

Per Grazia siamo salvi!

Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati,
da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati.
Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù,
per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio;
né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.
Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.

Ero morto è vero. Non ero capace di amare. Ci provavo. Ero debole, il mio egoismo mi dominava. Ero innamorato di Luisa. Cosa significa? Ero innamorato di ciò che mi provocava, del fatto che mi facesse stare bene, delle emozioni e delle sensazioni che mi provocava. Ero innamorato del suo essere donna e di quanto fosse diversa da me. Ero innamorato del suo modo di pensare e del suo atteggiamento così diverso dal mio. Ero innamorato per le carezze, i momenti di dialogo e di condivisione. Ero innamorato dei momenti speciali. Non c’è nulla di male in questo. Anzi credo che sia storia comune a tanti giovani innamorati. C’è però un grande pericolo in tutto questo. Il centro ero io. Ero completamente centrato su di me. Lei era funzionale alla mia felicità prima che io alla sua. La stavo usando in un certo senso.

Il matrimonio non è questo. Questo atteggiamento può andar bene per qualche tempo finchè tutto fila. Finchè non si trova qualcun’altro/a che ci piace di più e che ci provoca sensazioni ed emozioni più forti. Con questo atteggiamento e mentalità ci abituiamo a prendere prima che a dare. E se diamo è solo per poi poter incassare. Siamo completamente fuori dall’amore autentico. Viviamo immersi in un tenerume finto fatto di gesti e parole frutto di quel sentimentalismo e spontaneismo tipico di chi sa solo prendere e confonde l’egoismo con l’amore.

Mi sono sposato immerso in tutto questo. Avevo iniziato si un cammino di purificazione, ma ne ero ancora influenzato.

Il matrimonio dona forza, dona lo Spirito Santo che plasma le persone degli sposi. Il matrimonio chiede il per sempre perchè diventi una sicurezza e non una catena. Il matrimonio, se compreso e vissuto in modo pieno, non permette la fuga. Chiede una continua educazione. Ci chiede continuamente di impegnarci, ma impegnarci davvero. Completamente. Ci chiede volontà, tempo, cura, umiltà, capacità di accogliersi e di donarsi. Ci chiede di aspettarci e perdonarci. A volte sembra davvero difficile farlo. Ma non è nelle nostre capacità che dobbiamo fondare la nostra fiducia, ma sui doni che Dio ci ha gratuitamente dato nel matrimonio. Un corredo di Grazia, forza e perseveranza che ci rendono super. Tutto gratis perchè c’è chi ha pagato per noi. Gesù Cristo è morto in croce per noi. Dalla ferita del suo costato sono usciti acqua e sangue. Spirito Santo e vita che riempiono il nostro matrimonio e ci rendono capaci di amarci in modo autentico. Ora sono ancora innamorato della mia sposa, più di prima, ma ciò che davvero conta è che sto imparando ad amarla.

Antonio e Luisa

Siamo cambiavalute?

Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco.
Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi…

Oggi voglio soffermarmi su questo passaggio tratto dal Vangelo proclamato domenica. Cosa ci può dire a noi sposi questo Vangelo? Noi, nel nostro matrimonio, desideriamo rispondere all’amore di Dio o siamo dei cambiavalute?

Tutta la prospettiva cambia. Non si scappa! Essere cambiavalute significa dare un prezzo alla nostra fede. Quanti lo fanno?

Vado a Messa però tu Dio mi devi dare quel lavoro, prego però tu Dio mi devi alleggerire da questo peso. Dio ti voglio bene finchè mi servi. Finchè fai quello che io voglio. Finchè, come un amuleto, mi preservi da dolore, dalla malattia e dalla sofferenza. Questa è la mentalità che abita la nostra vita. Un dio sottomesso alla nostra volontà. Un dio di cui ci serviamo per disinnescare le paure della nostra fragile esistenza.

Non funziona così. Chi davvero ha incontrato Cristo ha un altro tipo di atteggiamento. Ha una fede autentica. Chi ha incontrato Cristo si abbandona alla Sua volontà, perchè è sicuro di essere amato. Affronta la prova, non nel risentimento verso Dio, ma nell’abbandono e nell’offerta. La sofferenza resta, Gesù non è sceso dalla croce. ma ha tutto un altro significato e valore.

Quando scrivo questi pensieri ho una stretta al cuore. Le accetto con la testa, ma c’è il mio cuore che continua a dirmi che non ce la farò mai. Che non è per me. Che nel mio intimo desidero che Dio mi tolga ogni sofferenza e ogni pena. Non è possibile. Non  è possibile perchè la morte, la malattia, la sofferenza abitano la vita di tutti e prima o poi ci si deve fare i conti, e non è possibile perchè il nostro Dio non è così, non ci evita la prova, ma ci accompagna e ci sostiene in essa.

Per questo esistono santi che possono dare speranza. Possono dirti che anche tu ce la puoi fare, che anche io posso. Chiara Corbella era una ragazza, una sposa e una madre normale. Aveva la sua vita di preghiera, amava il suo sposo, ma aveva fragilità e difetti come tutti. Questo è quello che si può comprendere dalle testimonianze di chi l’ha conosciuta da vicino e leggendo i libri su di lei. Cosa la rendeva straordinaria, diversa dalla maggior parte di noi? L’abbandono fiducioso a Dio e al suo sposo.  Ha chiesto, come tutti la guarigione, non era una matta, ma poi si è fidata e affidata.

Enrico Petrillo, marito di Chiara, in un’intervista disse:

Anche attraverso le vite dei nostri figli (i primi due sono morti a pochi minuti dalla nascita per malformazioni gravissime ndr)  abbiamo scoperto che la vita, trenta minuti o cent’anni, non c’è molta differenza. Ed è stato sempre meraviglioso scoprire questo amore più grande ogni volta che affrontavamo un problema, un dramma. In realtà, noi nella fede vedevamo che dietro a questo si nascondeva una grazia più grande del Signore. E quindi, ci innamoravamo ogni volta di più di noi e di Gesù. Questo amore non ci aveva mai deluso e quindi, ogni volta, non perdevamo tempo, anche se tutti intorno a noi ci dicevano: “Aspettate, non abbiate fretta di fare un altro figlio”. Invece noi dicevamo: “Ma perché dobbiamo aspettare?”. Quindi, abbiamo vissuto questo amore più forte della morte. La grazia che ci ha dato il Signore è stata di non aver messo paletti, barriere alla sua grazia. Abbiamo detto questo “sì”, ci siamo aggrappati a lui con tutte le nostre forze, anche perché quello che ci chiedeva era sicuramente più grande di noi. E allora, avendo questa consapevolezza sapevamo che da soli non avremmo potuto farcela, ma con Lui sì. Abbiamo avuto un fidanzamento ordinario, ci siamo lasciati, litigavamo un po’, come tutti i fidanzati. Però, a un certo punto, quando abbiamo deciso di fare le cose seriamente, è cambiato tutto. Abbiamo scoperto che l’unica cosa straordinaria è la vita stessa. Dice il Signore: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Chiara ed io abbiamo desiderato profondamente questa cosa: di diventare figli del Signore. Siamo noi che dobbiamo scegliere se questa vita è un caso, oppure se esiste un Padre che ci ha creato e che ci ama.

Chiara scrisse nel 2010 riflettendo su Davide, il suo secondogenito, salito al cielo, come la primogenita Maria Grazia Letizia, dopo pochi minuti di vita:

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli chd non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

Credo che nella mia vita ho ancora tanti Golia da sconfiggere. Chiara è per me un esempio, una persona che ha vinto, una persona che ha tracciato una strada luminosa. Chiara ci dice che anche noi possiamo, che non è impossibile. Chiara aiutaci nella nostra vita e nel nostro matrimonio ad avere il tuo abbandono fiducioso. Chiara grazie ti vogliamo bene.

Antonio e Luia