La castità non è astinenza: la Chiesa lo dice da sempre!

E niente, ci risiamo! Il Papa ha parlato durante l’udienza del mercoledì, regalandoci delle riflessioni di una bellezza dirompente sulla sessualità e i nostri media non sono stati capaci – o non hanno voluto – di coglierne la profondità, limitandosi a una comprensione parziale e superficiale per non dire sbagliata.

Cosa ha detto papa Francesco? Sta proseguendo le sue catechesi su vizi e virtù e mercoledì è stato il turno della lussuria. Vi riporto uno stralcio della catechesi, ma leggetela tutta che è meravigliosa.

La castità: virtù che non va confusa con l’astinenza sessuale – la castità è più che l’astinenza sessuale –, bensì va connessa con la volontà di non possedere mai l’altro. Amare è rispettare l’altro, ricercare la sua felicità, coltivare empatia per i suoi sentimenti, disporsi nella conoscenza di un corpo, di una psicologia e di un’anima che non sono i nostri, e che devono essere contemplati per la bellezza di cui sono portatori. Amare è questo, e l’amore è bello. La lussuria, invece, si fa beffe di tutto questo: la lussuria depreda, rapina, consuma in tutta fretta, non vuole ascoltare l’altro ma solo il proprio bisogno e il proprio piacere; la lussuria giudica una noia ogni corteggiamento, non cerca quella sintesi tra ragione, pulsione e sentimento che ci aiuterebbe a condurre l’esistenza con saggezza. Il lussurioso cerca solo scorciatoie: non capisce che la strada dell’amore va percorsa con lentezza, e questa pazienza, lungi dall’essere sinonimo di noia, permette di rendere felici i nostri rapporti amorosi.

I giornalisti delle maggiori testate laiche hanno saputo sintetizzare tutto questo con il titolo: la castità non è astinenza. Come se Papa Francesco avesse affermato qualcosa di rivoluzionario. Ma quando mai! Il Papa ha ribadito semplicemente ciò che la morale cattolica afferma da sempre. La castità non è fare o non fare qualcosa, ma piuttosto un atteggiamento che abbraccia tutta la persona umana e le sue relazioni.

Quindi cosa intende dire il Papa quando ricorda che castità e astinenza non sono la stessa cosa? Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tuo, siamo una cosa sola, tu sei l’unica per me, tu sei l’unico per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio. Quindi la castità è solo per chi non è sposato? La castità è per tutti. Ciò che cambia è come viene vissuta. Ricordate che la castità non è altro che fare verità tra cuore e corpo. Quindi il rapporto fisico può essere casto in uno stato e non casto in un altro.

Gli sposi quando sono casti? Gli sposi sono davvero casti quando sanno vivere una intimità fisica bella e piena. Un’intimità fatta di dono e accoglienza reciproca. La castità non è castrazione o dogma morale per non finire all’inferno. C’è anche quella prospettiva ma non è quella che vogliamo e siamo in grado di affrontare noi. Lascio il giudizio a moralisti e sacerdoti. Bisogna cambiare prospettiva! Cercare la castità per essere più felici e per godere più anche del sesso. Cosa intendo? Vi faccio un esempio concreto prendendo spunto da un quesito che abbiamo ricevuto tempo fa.

È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Capite l’idea sbagliata di fondo? E’ lecito non è il termine esatto. Sembra davvero che si pensi a Dio come ad un giudice, a un tiranno che impone la propria legge e le proprie regole che noi – se desideriamo essere dei buoni sudditi – dobbiamo rispettare senza capirne il motivo. Comprendete che così è frustrante. Infatti non appena il controllo sociale della Chiesa è venuto meno sono crollate anche le persone che decidono di restare caste prima e dopo il matrimonio. Non ne comprendono il motivo. Fare l’amore è così bello. Perchè non posso usare un preservativo per evitare una gravidanza che in coscienza sento non essere giusta per tanti motivi?

Capite che così non funziona! Gesù è re della nostra vita ma è un re diverso. Un re che non impone ma che ci ama profondamente tanto da farsi come noi. Quindi quel è lecito va trasformato in: Cosa vuoi dalla tua vita? Vuoi accontentarti o vuoi la pienezza che io ti ho promesso con il sacramento del matrimonio? Io ci sono. Fidati di me.

Cambia tutto così. Non è più una questione legalistica ma diventa qualcosa di più profondo che ci tocca e ci cambia dentro. Quindi non rispondiamo semplicemente che il preservativo è un anticoncezionale e come tale il suo utilizzo è peccato. Non siamo sacerdoti e non è nostro compito quello di giudicare queste scelte da un punto di vista dottrinale. Rispondiamo da coppia. Rispondiamo con la nostra esperienza di coppia. L’anticoncezionale non permette di accogliere in pienezza l’altro. E’ un mezzo che esclude in modo artificioso la fertilità maschile o femminile. Non c’è dono e accoglienza totale. Senza dono totale l’amplesso perde non solo la sua apertura alla vita ma, almeno in parte, anche la sua forza unitiva, con la conseguenza di inquinare quel gesto d’amore tanto bello con l’egoismo e la ricerca del piacere personale. Una scelta casta è quindi la scelta dei matodi naturali. Una scelta è casta quando è vera, quando è piena, quando permette di sperimentare una gioia e un piacere più grandi. Questo intendeva dire il Papa quando ha affermato che la castità non è astinenza.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Non cercate il colpevole! Avete il potere delle vostre scelte.

Spesso noi siamo portati ad affrontare la vita e le situazioni che ci accadono cercando un responsabile a cui dare la colpa. Responsabile che naturalmente spesso lo troviamo fuori di noi. Quando le cose non funzionano nella coppia di solito il colpevole è l’altro.

Quante volte riceviamo telefonate o email di persone – quasi sempre donne – che si lamentano di tutto ciò che non va nel proprio matrimonio. E quasi sempre quello che non va è il comportamento dell’altro. Lui quando torna dal lavoro si isola. Avrei voglia di parlare con lui ma vedo che non mi dà retta. È sempre stanco. Non mi riconosce tutto il lavoro che faccio in casa e dà tutto per scontato. Non mi sento desiderata. Queste sono le critiche che vanno per la maggiore.

Sapete che a ragionare in questo modo vi state gettando la zappa sui piedi? State entrando in un ciclo negativo, vi state annodando da soli il cappio al collo. Il vittimismo rende immobili e passivi. Non permette di agire e di cambiare le cose. Che non significa cambiare l’altro. Magari l’altro è vero che commette delle omissioni e non è sempre capace di dimostrare il suo amore nel modo giusto. Significa cambiare il mio modo di approcciarmi alla relazione. Significa rendermi parte attiva della relazione.

Significa essere consapevoli di essere responsabili della relazione. Già perché spesso cerchiamo un colpevole. Ma è sbagliato in partenza parlare di colpa. Non serve a nulla se non a giustificarci nella nostra continua lamentazione. Serve solo a nutrire il nostro vittimismo. Bisogna parlare di responsabilità. Io sono responsabile della mia relazione con mio marito o mia moglie. Io ho il potere di decidere della mia relazione.

Questo significa che io non sono un poveretto che subisce determinati atteggiamenti o comportamenti, ma io scelgo di restare in quella situazione. Noi abbiamo il potere delle nostre scelte. Ho scelto di stare con quell’uomo o con quella donna anche se non è perfetto! Significa altresì che è sbagliato dire che io non posso sopportare certi atteggiamenti di mio marito o di mia moglie. Non voglio più accettare certi comportamenti! Siamo noi che decidiamo. Siamo noi la parte attiva. Facciamo la nostra scelta.

Ecco perché non salva nessuno restare con un marito violento. Lì c’è solo dipendenza perché la donna non è che subisce una situazione da cui non può uscire, ma sceglie di restare in quella situazione per tanti motivi: spesso per fragilità e dipendenza. Ma questo non è il modo corretto di agire di un cristiano che vuole vivere fino in fondo l’amore nel dono. Spoiler: un marito violento va allontanato. Non esiste sacramento che tenga! Se il sacramento è valido resta indissolubile, ma nella separazione fisica.

Un cristiano libero si pone le domanda: Perché scelgo di restare? Se la risposta viene solo da un obbligo di rispettare una promessa di fedeltà e indissolubilità non pienamente compresa ed accettata, non ci siamo proprio. In questi casi spesso si entra in quel loop del vittimismo che non salva nessuno e che rende spesso la convivenza un inferno. Se invece la risposta è che così si vuole riamare Gesù e l’altro nel dono gratuito di noi, allora cambia tutto. In quella situazione intanto divento consapevole che voglio starci e poi metto in atto tutte quelle scelte quotidiane atte a dare senso e corpo alla mia scelta.

Quando Luisa si è trovata ad avere me come marito, nei mesi in cui stavo sbarellando, lei ha scelto di stare con me anche se ero così. Ho raccontato tante volte come con l’arrivo del secondo figlio io sia entrato in una crisi profonda e mi sia comportato con lei in modo freddo, distaccato e assente per non pochi mesi. Lei che nel frattempo doveva crescere due bimbi piccoli e sopportare il mio stato. Aveva tutti i motivi per lamentarsi. Invece lei ha scelto consapevolmente di starci perché voleva darsi tutta in quella relazione che era la sua vocazione. Così funziona davvero! Così ha lasciato che Dio salvasse lei e me attraverso di lei. Nel suo dono gratuito e libero io sono guarito da quel malessere che mi rattristava e mi legava.

Questo per dire cosa? Smettete di parlare di colpa e iniziate a parlare di responsabilità. Riprendete il potere delle vostre relazioni e delle vostre scelte. Se voi siete in una relazione l’avete scelto. Domandatevi perché avete scelto di restare.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Contemplare per essere profeti dell’unità coniugale e familiare

Cari sposi e famiglie, iniziamo questo nuovo anno mettendoci in contemPlazione per essere PROFETI di unità e lo facciamo in comunione con tutti i cristiani che in questa settimana (18-25 gennaio) pregano per la fraternità universale, quel sogno di Dio che a noi è consegnato come “dono” da custodire e quale “compito” da realizzare. È un sogno diurno, delle prime luci dell’alba, quindi profetico e carico di speranza, che ha bisogno del contributo di ciascuno di noi, delle nostre Chiese e Comunità cristiane.

Ma chi più della coppia e della famiglia cristiana è portatore di quell’unità d’amore che scaturisce dallo sperimentare quotidianamente che il “collante” che unisce i suoi membri è il partecipare all’Amore di Dio, in Gesù, nello Spirito?

Prima di condividere il percorso che abbiamo tracciato per questa settimana, vogliamo ricorrere a significato etimologico del termine profeta che deriva dal latino tardo propheta cioè «preannunciare, predire». Nella Bibbia i termini con cui viene denominato il profeta sono molteplici, ne riportiamo alcuni: «chiamato»; «uomo di Dio»; «visionario»; il nuovo testamento ha adottato il vocabolo greco profètes, che contiene il verbo femí, «parlare», e la preposizione pró che rimanda a tre significati utili per definire la missione profetica: «in luogo di, davanti a, prima di». Decisivo è il primo significato: il profeta parla «in nome di Dio», ne è il portavoce presso gli uomini. Proprio per questa funzione, il profeta è uomo del presente e non l’indovino di un futuro ignoto, ed essendo coinvolto nella storia, nella società, nei drammi del suo tempo ne discerne il senso.

Sappiamo che con il Sacramento del Battesimo siamo diventati sacerdoti, re e profeti ma ci teniamo a contemplare che, come sposi, con il Sacramento del Matrimonio siamo diventati profeti dell’unità (non solo fisica ma anche spirituale) realizzata vivendo la distinzione uomo – donna. Partendo dal passo del Vangelo di Luca 10,27 “Ama il Signore Dio tuo […] e ama il prossimo tuo come te stesso”, scelto da un Gruppo ecumenico locale del Burkina Faso e coordinato a più voci dalla Comunità locale di Chemin Neuf come testo di riferimento (Lc 10,25-37) per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno, abbiamo tratto dei brevi spunti da meditare ogni giorno in famiglia poiché siamo sempre più convinti che l’incontro con l’altro, cioè Dio e il prossimo (moglie, marito, figli) ci rende profeti, come ogni buon samaritano.

Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Lc 10, 25)

La domanda cruciale posta a Gesù da un maestro della Legge interpella ogni credente in Dio e quindi anche ogni famiglia cristiana. Papa Francesco ci dice: “In famiglia, condividi tanti momenti indimenticabili: pasti, riposo, faccende domestiche, divertimento, preghiera, escursioni e pellegrinaggi, solidarietà con i bisognosi”. La famiglia è, quindi, il germe della vita eterna e, anche se alcune realtà esistenziali come la divisione, l’egoismo e la sofferenza spesso ci allontanano dalla ricerca di Dio, è proprio l’unità familiare che ci fa desiderare già qui e ora l’essere tutti insieme un giorno, uniti, alla Mensa del Signore.

Tutti i componenti della famiglia tenendosi per mano pregano: «Aiutaci, Signore, a vivere una vita familiare orientata a te»

Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10, 27)

La risposta che Gesù dà al maestro della Legge può sembrare semplice, in quanto tratta dai comandamenti di Dio. Tuttavia, amare Dio in questo modo e il prossimo come noi stessi è spesso difficile. In particolare, per i coniugi amare il prossimo vuol dire consegnarsi l’un l’altro nella concretezza quotidiana, con il corpo e con il cuore, disposti a perdere tutto pur di raggiungersi. Ad esempio, non possiamo limitarci a dire “Ma cosa vuoi di più? Ti ho dato lo stipendio!” ma invece dobbiamo imparare ad entrare nelle fragilità umane, affettive e spirituali del coniuge. Nella misura in cui si realizza questo esercizio permanente cresciamo nella capacità di amare l’altro come noi stessi.

I coniugi abbracciandosi pregano: «Aiutaci, Signore, ad amarci con lo stesso amore oblativo con cui Tu ami noi»

Chi è il mio prossimo?” (Lc 10, 29)

Il maestro della Legge tenta di giustificarsi, sperando che il prossimo che gli viene chiesto di amare sia qualcuno della sua stessa fede e del suo popolo; questo è un istinto umano naturale. Come famiglia, pensiamo ad esempio quando invitiamo qualcuno nella nostra casa, sono spesso persone che condividono la nostra posizione sociale, la nostra visione della vita e i nostri valori. Tuttavia Gesù consegna, soprattutto a noi sposi cristiani, il precetto di accogliere e amare tutti senza porre condizioni poiché siamo la “vera scultura vivente, capace di manifestare il Dio creatore e salvatore” (AL 11). Sicuramente viviamo tempi di insicurezza e paura che ci mettono di fronte a una realtà in cui le relazioni umane sono impregnate di sfiducia e incertezza. Ma oggi accogliamo la sfida che la parabola ci propone e cioè quella di chiederci come famiglia “di chi siamo prossimi noi”?

I coniugi aprendo la porta della loro casa pregano: «Signore, apri il nostro cuore a coloro che non vediamo»

Vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì” (Lc 10, 31)

Il sacerdote e il levita che alla vista dell’uomo ferito passano dall’altra parte della strada possono aver avuto validi motivi religiosi per non prestare soccorso. Eppure, in molte occasioni, Gesù critica i capi religiosi per aver posto delle regole della religione davanti al dovere di fare sempre il bene. Ma noi all’interno delle nostre famiglie cristiane quanto siamo disposti a “prenderci cura, a sostenerci e a stimolarci vicendevolmente, per vivere tutto ciò come parte della nostra spiritualità familiare” (AL 321)? “È una profonda esperienza spirituale contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei. Questo richiede una disponibilità gratuita che permetta di apprezzare la sua dignità. Si può essere pienamente presenti davanti all’altro se ci si dona senza un perché, dimenticando tutto quello che c’è intorno. Così la persona amata merita tutta l’attenzione” (AL 323). Questa parabola di Gesù ci sprona ad ampliare la nostra visione poiché il Buon Samaritano è spesso colui che non ci aspettiamo e che vive accanto a noi, dentro e fuori la nostra famiglia. Infatti, continua papa Francesco al n 324 di Amoris Laetitia “Quando la famiglia accoglie, e va incontro agli altri, specialmente ai poveri e agli abbandonati, è « simbolo, testimonianza, partecipazione della maternità della Chiesa»”.

I coniugi guardandosi negli occhi pregano: «Signore mantieni vigile il nostro sguardo affinché non ci voltiamo mai dall’altra parte, mentre percorriamo la strada della santità»

Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò” (Lc 10, 34)

Il Buon Samaritano fece quello che poteva con le risorse a sua disposizione: versò vino e olio, bendò le ferite dell’uomo e lo pose sul suo asino; poi fece ancor di più, promettendo di pagare per le sue cure. È qui che si manifesta l’amore: il Buon Samaritano ha dato al ferito vino e olio, rinfrancandolo e dandogli speranza. Come genitori cosa possiamo offrire ai nostri figli nel loro cammino di crescita, in modo da poter fare la nostra parte nell’opera di Dio?

I figli pregano: «Dio nella tua paternità e maternità verso tutti, ti ringraziamo per tutte le volte che i nostri genitori ci hanno ridato la speranza di guardare avanti»

Lo caricò sul suo asino, lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo” (Lc 10, 34)

L’uomo caduto nelle mani dei briganti fu accudito da un Samaritano. Il Samaritano vedeva oltre i pregiudizi o le preclusioni. Vide qualcuno che era nel bisogno e lo portò in una locanda. Nella società e ancor più nella famiglia, l’ospitalità e la solidarietà sono essenziali; accogliere l’altro ed essere accolti a nostra volta è al centro della dinamica relazionale. Come famiglie cristiane siamo chiamati a trasformare le nostre Piccole Chiese Domestiche in locande in cui ogni nostro prossimo possa trovare Cristo. Se sapremo andare oltre le chiusure e scegliere di praticare l’ospitalità saremo “famiglia prossima”.

Il papà pone fuori dall’ ingesso della casa un cartello con scritto: “In questa casa tutti sono i benvenuti

“Chi di questi tre si è comportato come prossimo?” (Lc 10, 36)

Al termine della parabola, Gesù chiede al maestro della Legge: “chi di questi si comportato come prossimo per quell’uomo?”. Il dottore della Legge risponde “quello che ha avuto compassione di lui”. La famiglia dovrebbe essere il laboratorio in cui si impara la compassione, cioè quella virtù necessaria per poter accrescere sempre più l’unità. Per esempio quando nelle nostre famiglie sorgono dei conflitti il primo atteggiamento da assumere è la compassione e non quello di “scagliare pietre” contro i nostri cari perché “L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato” (AL 92).

La mamma, fonte sicura di tenerezza e compassione, abbracciando uno ad uno gli altri componenti della famiglia prega: «Signore fa di lui/lei un germoglio di santità»

“Gesù gli disse: “Va’ e comportati allo stesso modo” (Lc 10, 37)

Con queste parole Gesù invia nel mondo ciascuno di noi, e ciascuna delle nostre famiglie, per mettere in pratica il comandamento dell’amore. Mossi dallo Spirito Santo, siamo inviati ad essere “altri Cristi”, ponendoci “in uscita” e raggiungendo l’umanità. “La famiglia non deve pensare sé stessa come un recinto chiamato a proteggersi dalla società. Non rimane ad aspettare, ma esce da sé nella ricerca solidale. Una coppia di sposi che sperimenta la forza dell’amore, sa che tale amore è chiamato a sanare le ferite degli abbandonati, a instaurare la cultura dell’incontro, a lottare per la giustizia. Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere “domestico” il mondo, affinché tutti giungano a sentire ogni essere umano come un fratello” (AL 181, 183)

Tutti i componenti della famiglia si ritrovano sul balcone e alzando le mani verso il cielo pregano: «Signore, fa’ che la nostra unità familiare sia un segno del tuo Regno»

PREGHIERA QUOTIDIANA DELLA FAMIGLIA

Signore Gesù Cristo, mentre camminiamo con Te come profeti dell’unità familiare fa’ che non distogliamo il nostro sguardo dal mondo, ma lo manteniamo vigile. Fa’ che, mentre percorriamo le strade della vita familiare, come buon samaritani siamo capaci di fermarci a fasciare le reciproche ferite contemplando così che Tu sei presente anche in questa nostra locanda. Amen

Auguriamo a tutte le famiglie di essere profeti dell’Una Caro, innestati nell’Unico Corpo dello Sposo (Cristo) e della sua Sposa (Chiesa).

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Testimoniare l’amore oggi!

Quando si percepisce un ostacolo, la famiglia si riunisce. Per confortare, sorreggere, aiutare o semplicemente testimoniare amore. È così, a maggior ragione, anche per la ‘famiglia delle famiglie‘, la nostra amata Chiesa. In un periodo sociale così disordinato, caratterizzato da tensioni umane, venti contrari, schizofrenie emotive, frutto di un evidente relativismo ideologico, c’è bisogno di fare memoria del senso, del significato profondo dell’esserci, in quanto testimoni di sacramenti.

Ognuno di noi, ogni famiglia credente, deve poter raccontare il proprio originale modo di vivere la missione ‘dell’amore che resiste’. Ci proveremo il 18 febbraio intorno alle 10; da Nord a Sud ma anche oltre le Alpi -grazie ai potenti mezzi tecnologici- ci incontreremo, fisicamente e virtualmente, per condividere il significato dell’essere famiglia e quindi Chiesa. L’appuntamento è presso l’Auditorium del Santuario di Caravaggio (BG). Ad accoglierci saranno i componenti della rete, simpaticamente battezzata ‘gli influencer di Dio‘ , organizzatori della giornata di comunione e verità, quella che sarà raccontata, a cuore aperto, da alcuni testimoni presenti, a seguito delle attese catechesi guidate da don Renzo Bonetti e padre Luca Frontali.

Vi aspettiamo. Per registrarsi all’evento https://forms.gle/1v1yBgeUvsjLDk6J8

Livia Carandente con tutti gli autori di matrimoniocristiano.org

Il vero piacere? Nella relazione!

Oggi riprendiamo la catechesi di mercoledì scorso del Papa. Da alcune settimane ha cominciato un nuovo argomento: i vizi e le virtù. Nell’ultima in particolare ha trattato il tema della gola. Come sempre non la analizzo tutta ma prendo alcune righe che mi hanno colpito più delle altre e ci ragioniamo insieme.

Cosa ci dice il Vangelo a questo riguardo? Guardiamo a Gesù. Il suo primo miracolo, alle nozze di Cana, rivela la sua simpatia nei confronti delle gioie umane: Egli si preoccupa che la festa finisca bene e regala agli sposi una gran quantità di vino buonissimo. In tutto il suo ministero Gesù appare come un profeta molto diverso dal Battista: se Giovanni è ricordato per la sua ascesi – mangiava quello che trovava nel deserto –, Gesù è invece il Messia che spesso vediamo a tavola. Il suo comportamento suscita scandalo in alcuni, perché non solo Egli è benevolo verso i peccatori, ma addirittura mangia con loro; e questo gesto dimostrava la sua volontà di comunione e vicinanza con tutti.

Mi sento di sintetizzare questa riflessione del Papa in un concetto semplice. Il piacere non è male. Non c’è nulla di male a godere delle cose belle. Tra queste rientra anche il gusto e il piacere della buona tavola. Il piacere diventa male quando diventa il fine, quando viene assolutizzato. Invece il piacere può essere un modo di fare esperienza di bellezza e quindi di Dio. Ma non può diventare un idolo per noi. Mi permetto alcune considerazioni.

Credo di capire cosa vuole dirci il Papa. Anche per me, un pasto condiviso diventa automaticamente migliore. Preferisco di gran lunga una pizza e una birra in compagnia di amici, oppure un minestrone in famiglia, piuttosto che cibi deliziosi consumati da solo. Quando vivevo da solo, prima di sposarmi, spesso finivo per mangiare da solo. Raramente mi preparavo un semplice minestrone. Di solito compravo cibi pronti o cucinavo qualcosa che mi desse soddisfazione, anche se magari esageravo con patatine, hamburger e cibi considerati poco salutari. Questi cibi soddisfacevano il mio desiderio di piacere. Oggi, in famiglia, anche una semplice minestra mi basta. Perché? Perché il vero piacere deriva dalla condivisione. Quello che cerchiamo attraverso il cibo spesso è solo un modo per lenire la solitudine. La solitudine può esistere anche tra coloro che vivono in famiglia, quando manca il dialogo o non ci si sente compresi e accolti. Non è necessario essere fisicamente soli per sperimentare la solitudine, si può sentirsi soli anche a livello spirituale ed emotivo.

E allora perchè il digiuno? Come possono convivere ed essere entrambi buoni i due atteggiamenti. Quello di Giovanni Battista che nel deserto mangiava quello che capitava e quando capitava e quello di Gesù che non disdegnava di mangiare e anche bene se c’era l’occasione? Il digiuno non è positivo di per sè. Se io digiuno perchè ho problemi di disagio alimentare o per mancanza di autostima non c’è nulla di buono in quel digiuno. Quando diventa buono? Quando aiuta a fare spazio. Spesso noi siamo bulimici. Siamo bulimici di piacere che sia di gola, di possesso o di sesso. Questo ci rende incapaci di donarci. Dentro di noi non c’è posto per Dio e non c’è posto per nessun altro. Non c’è posto per nostro marito o nostra moglie. Il digiuno serve proprio a recuperare la libertà. La libertà di amare in modo gratuito. Il digiuno ci permette di vivere il piacere in modo pieno e più completo. Gola e sesso hanno molto in comune. Sono soggetti agli stessi stimoli e dinamiche umane. Ecco! Digiunare durante la quaresima ci può aiutare a fare meglio l’amore con nostro marito o nostra moglie. Perchè saremo più liberi di dare amore. Saremo più capaci di farci dono e non di usare. Insomma il digiuno ci permette di comprendere che un piacere solo superficiale, solo a livello di sensazioni fisiche ed emotive alla fine non sazia veramente. Questo processo di “fare spazio” porta a una maggiore capacità di amore e di connessione con gli altri, permettendo di vivere il piacere in modo più pieno e appagante.

Gesù era libero! Noi lo siamo?

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Lo sguardo che salva

Domani, sabato, la liturgia ci propone la chiamata di Matteo secondo il vangelo di Marco. Un Vangelo che non può lasciare indifferenti. Tocca il messaggio più profondo della nostra fede. Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Matteo. Gesù vede oltre.

Matteo era un esattore delle tasse. Era profondamente disprezzato dalla gente del suo popolo. Matteo era ciò che oggi chiameremmo un mafioso e un opportunista. Collaborava con gli oppressori, ricavandone una percentuale di profitto dalla coercizione fiscale. Un usuraio. Ma c’è un ma. Non aveva ancora perso del tutto il suo cuore. Forse era un cuore tormentato. Non era felice. Il suo cuore non era ancora corrotto dal male. Sanguinava per il male che faceva, anche se non lo mostrava esternamente. Se non fosse stato così, nemmeno lo sguardo di Gesù l’avrebbe raggiunto. Era una persona afflitta. Faceva ciò che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano una persona squallida, e lui stesso si era convinto di esserlo. Quanto male può fare il giudizio della gente.

Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda con passione, mentre è intento nei suoi traffici. Lo osserva in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede una meraviglia, non un miserabile. Lo guarda dentro, come solo lui sa fare, e coglie quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca, un uomo che non ha pace, un uomo che non è felice, perché nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama con ardore.

Matteo aveva bisogno di quello sguardo più di ogni altra cosa. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto ciò che avrebbe potuto diventare. Ha visto il suo potenziale. Non stava vivendo la vita che avrebbe dovuto condurre. Era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Forse in Gesù, ha riscoperto ciò che sapeva già nel profondo. Seguirlo era semplicemente la conseguenza inevitabile. Finalmente si è sentito bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come me? Sei sicuro? Capisci chi sono io? Capisci cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi.

Tutte le volte in cui ho commesso errori, mi sono comportato male, non sono riuscito a dimostrare amore, sono stato egoista… tutte queste volte ho visto lo sguardo di mia moglie, che non ha mai smesso di amarmi. Ha continuato a credere in me, anche quando mi sentivo inadeguato e non degno del suo amore. Il suo amore gratuito mi ha dato una forza incredibile.

Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. È uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

La mistica del sesso secondo il card. Fernandez

Oggi un articolo che in apparenza può sembrare polemico. Quindi metto le mani avanti e rinnovo la mia stima e il mio rispetto al cardinal Fernandez. Per chi non lo conoscesse si tratta dell’attuale prefetto del Dicastero per la dottrina della fede.

Ho letto diversi articoli riguardo le sue riflessioni espresse in un libro pubblicato diversi anni fa, in età giovanile, quindi non so se rispecchiano ancora il suo pensiero. Ho letto articoli entusiasti e altri meno. Testate come Messaggero, Repubblica e Corriere che ne esaltano la presunta apertura sessuale e altri siti come quello di Aldo Maria Valli e La Nuova Bussola che riducono i pensieri del porporato a mera pornografia. Dove sta la verità? Io non voglio schierarmi ma confrontarmi su alcune conclusioni.

Premetto che non ho letto il libro ma ho spulciato diversi paragrafi dello stesso. Il cardinale usa un linguaggio molto esplicito. Questo non mi dà fastidio. Anche io uso per i miei articoli e i libri un linguaggio molto esplicito. Il cardinale mette in evidenza l’importanza mistica della sessualità e dell’incontro intimo. Parla senza censura di orgasmo e di differenza maschile-femminile. Mette in evidenza come sia importante godere e vivere bene il sesso perchè è un dono del Creatore che ci ha voluto così. Anche su questo nulla da dire. Queste cose le ho scritte più volte senza aver letto prima il libro del cardinale. Mi ha solo dato una conferma. Allora dove sta quello che non mi piace? Vi riporto alcune righe del libro.

Così, il piacere dell’orgasmo diventa un’anticipazione del meraviglioso banchetto d’amore che è il cielo (p. 88).

E’ davvero così? L’orgasmo dà un’anticipo di paradiso? Quantomeno questa affermazione è lacunosa ed incompleta. Anche io ho fatto un articolo dove dico esattamente questo. Scrivo che l’intimità vissuta bene è un anticipo di paradiso. Ma non per il piacere dell’orgasmo!!!! Quello è bello e necessario che ci sia ma non è quello che fa la differenza! Il paradiso si realizza nella comunione profonda! Quando due sposi sono uniti sacramentalmente – bisogna dirlo non si può darlo per scontato – quindi vivono un’unione profonda dei loro cuori saldata dal fuoco dello Spirito Santo, e fanno esperienza di essere uno nella fusione dei corpi, allora fanno esperienza di paradiso. Per alcuni attimi ci si rende conto di avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno in quell’abbraccio. Questo è il paradiso. Un abbraccio eterno con Cristo. E questo si sperimenta nell’intimità di due sposi. Ma non è l’orgasmo! Quello possono averlo tutti basta saper mettere in pratica delle tecniche. Invece la comunione perfetta è solo per gli sposi in Cristo.

Fare l’amore per noi sposi è un gesto ricreativo. Ma non inteso come ludico, tutt’altro. Per noi ricreazione significa esattamente ricreare. Creare attraverso il corpo qualcosa di molto più profondo e completo. Sempre in Familiaris Consortio possiamo leggere al paragrafo 11: Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. 

Comprendete la grandezza dell’intimità nel matrimonio? Stiamo ricreando la comunione d’amore tra le nostre due persone, che è immagine della comunione trinitaria. E il piacere viene da quella profondità e non solo da una stimolazione fisica. Nella nostra intimità possiamo davvero fare un’esperienza meravigliosa, sentendoci uno parte dell’altra. Dove la pentrazione dell’uomo che viene accolto dalla donna esprime una ricchezza che viviamo nel nostro cuore. Dio ci ha fatto sessuati per questo. Il sesso non è solo un’esigenza o un meccanismo biologico. Per noi uomini esprime molto di più. Esprime il desiderio del creatore di farci fare esperienza sensibile di ciò che siamo. Di ricreare nel corpo ciò che siamo.

Io credo che Fernandez non sia in malafede e condivido tante delle sue riflessioni. Semplicemente non conosce quello di cui parla. Solo chi ha fatto esperienza della comunione profonda capisce la differenza che passa tra fare avere un orgasmo facendo sesso e realizzare attraverso l’unione dei corpi una comunione sponsale che apre all’infinito di Dio.

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Ordo coniugatorum.

Oggi voglio brevemente parlare di un argomento che purtroppo ho scoperto tardi, alla soglia dei quarant’anni, dopo la separazione, cioè l’ordine degli sposi (ordo coniugatorum): il catechismo della Chiesa cattolica, al n. 1631, spiega che “….il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”, in altre parole, il matrimonio introduce i coniugi in un’unità sacramentale tra tutti gli sposi cristiani nella Chiesa.

Nessuno me ne aveva parlato, nonostante avessi incontrato nella mia vita tanti santi sacerdoti. Non è colpa di nessuno, ognuno di noi vive in contesti storici, socio culturali diversi, dove anche chi insegna e predica, sceglie gli argomenti di conseguenza.

Eppure lo Spirito Santo ha sempre parlato negli ultimi duemila anni e nelle prime comunità cristiane era forte la sinergia tra i sacerdoti e gli sposi, basti pensare a Aquila e Priscilla con Paolo; successivamente nella Chiesa, dal medioevo fino al Vaticano II, si è formata una struttura piramidale, di cui risentiamo ancora oggi, in cui al vertice c’erano i sacerdoti, poi scendendo i religiosi e infine gli sposi e i laici, poiché la loro sequela era considerata di un valore inferiore a causa dell’aspetto sessuale, quindi una forma meno perfetta di seguire Cristo.

In realtà sacerdoti e sposi hanno missioni diverse e complementari, non c’è una via migliore, se ognuno segue la propria vocazione e la porta fino in fondo.

Come esiste un ordine dei sacerdoti, cioè ogni sacerdote, dovunque si trovi è in comunione con tutti gli altri, perché c’è un solo Gesù, un solo pastore, una sola guida, così anche per gli sposi c’è un Sacramento che li unisce per formare il corpo della Chiesa (quindi il sacerdote è come se fosse la testa del corpo e gli sposi le braccia che abbracciano l’umanità intera).

Il problema è che spesso noi sappiamo più dei preti che di noi sposi: provate ad andare fuori della chiesa dopo la messa di ordinazione di un sacerdote e intervistate le persone all’uscita, chiedendo cosa è successo poco prima. La maggioranza probabilmente direbbe che “è diventato sacerdote”, oppure “si è fatto prete”, quindi vuol dire che prima non lo era, poi lo è diventato, cioè è avvenuto un cambiamento profondo.

Provate a fare la stessa cosa dopo la celebrazione di un matrimonio, probabilmente la gente direbbe “si volevano bene e si sono sposati”, oppure “sono diventati marito e moglie” (cosa che avviene anche nel matrimonio civile), cioè manca la consapevolezza di essere diventati qualcosa di profondamente diverso: addirittura, anche se fisicamente continuiamo a vederli distinti, per fede sappiamo che la coppia si trasforma in una carne sola (l’ho detto altre volte, questo legame non può essere mai spezzato e anche una causa di nullità non divide proprio niente, va soltanto a dichiarare che questa fusione, come quando si fondono insieme due pezzi d’oro, non c’è mai stata, per vari motivi).

Quindi gli sposi entrano a fare parte di un ordine che li porta a essere in profonda comunione con tutte le altre coppie, anche se non lo sanno o ci credono poco, in forza della grazia sacramentale.

Si può infatti essere un’aquila e passare tutta la vita con le zampe per terra e lo sguardo rivolto verso il basso, come fa una gallina che becca tutto il giorno.

È il rischio di tante coppie che si sposano perché si vogliono bene e neanche intuiscono che quello è solo l’inizio, il primo gradino di un lungo cammino.

L’identità tra coppie di sposi non serve per vantarsi, ma al contrario per capire che siamo aquile e che siamo chiamati a volare, impegnandoci e rimboccandoci le mani. Nessuna coppia da sola può esprimere tutto l’amore di Dio, ma solamente tutte insieme possono farlo.

Faccio solo un esempio: quante volte andiamo alla messa parrocchiale e ci sediamo vicino a una coppia di cui sappiamo le difficoltà tra di loro, sul lavoro, con i figli, facciamo finta di non sapere niente e ci facciamo i cavoli nostri?

Le chiacchiere e le notizie della comunità in cui viviamo prima o poi le sanno tutti, quindi perché non tendere una mano, regalare un sorriso, un atto di gentilezza, fare un invito a prendere un caffè, una passeggiata insieme o un proposito di andare a trovarli? Perché io sposo (anche se separato, sono sposo al 100%, anche se non vivo più con mia moglie), sono Sacramento come la coppia accanto a me, anche se quest’ultima non ne ha la consapevolezza!

Per questo non esisterà mai un’associazione di sposi che unisca più del Sacramento del matrimonio, solo che in noi coppie non c’è questo senso si appartenenza, magari lo troviamo di più nelle squadre di calcio!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

La vocazione serve a mettere in ordine la vita

Il Vangelo di oggi presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Il Battesimo per riconoscerci figli amati

Ieri la liturgia ci presentava il battesimo di Gesù. Avete mai pensato al nostro battesimo contemplandolo alla luce di quello di Gesù? Io ammetto di non averlo mai fatto. Eppure durante il battesimo di Gesù accadono due avvenimenti raccontati molto bene da Luca che sono illuminanti anche per il nostro battesimo.

Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto.

Il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo. Fino a quel momento il battesimo operato da Giovanni Battista era semplicemente un battesimo di conversione. Le persone si recavano nei pressi di Gerico, sulla riva del fiume Giordano, e si immergevano per manifestare con un gesto concreto il desiderio di purificarsi e di cambiare vita. Il luogo non è stato scelto a caso. Gli Ebrei attraversarono il fiume per entrare nella Terra Promessa dopo la fuga dall’Egitto proprio in quel punto. Battezzarsi lì esprimeva il desiderio di tornare alle origini quando il popolo d’Israele entrò nella Terra Promessa dopo una purificazione nel deserto durata 40 anni.

Il Battesimo di Gesù solo esteriormente è uguale a quello di Giovanni. C’è una differenza sostanziale: lo Spirito Santo. Con il sacramento del Battesimo ognuno di noi ha beneficiato di quella discesa dello Spirito Santo esattamente come è successo a Gesù. Non è solo una purificazione ma una vera rinascita nello Spirito. Ognuno di noi con il Battesimo, con lo Spirito Santo, è unito a Dio come i tralci con la vite. I tralci sono nutriti dalla vite così noi siamo rivitalizzati dallo Spirito Santo. In un certo senso è come se con il Battesimo attingiamo ad una linfa divina. Una linfa che ci rende capaci di amare come Dio ci ama e questa capacità la portiamo nel matrimonio. Anche in questo caso è come tornare alle origini ma alle origini origini – quelle della Genesi – quando il peccato originale ancora non aveva toccato l’uomo. Non significa che saremo immuni dal peccato, la fragilità umana ci appartiene ontologicamente, ma se ci metteremo tutta la nostra volontà lo Spirito Santo ci darà la forza che ci manca per amare con la stessa modalità di Gesù: per primi e gratuitamente.

Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto. Questo è bellissimo. Questa esclamazione non riguarda solo Gesù ma riguarda ognuno di noi. Quando ci siamo battezzati Dio ha esclamato la stessa cosa. Siamo figli amati! Siamo prediletti! Lo siamo noi e lo è nostra moglie e nostro marito. Abbiamo tutta la vita per comprendere come questo amore sia forte e bello. Solo riconoscendoci figli amati saremo capaci di amare gratuitamente la persona amata. E’ fondamentale riconoscerci figli e lasciarci amare da Dio per poi poter riversare il nostro amore sull’altro senza pretese e senza star lì a pesare quanto riceviamo e quanto diamo. Solo così saremo capaci di dare tutto nel matrimonio anche quando l’altro sembra che non ci corrisponda pienamente.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Il matrimonio è un viaggio verso il Salvatore

Come consuetudine il giorno dell’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria. Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare. Cerca di discernere e di programmare alla luce della fede in Dio, certo dell’esistenza di un progetto di Dio unico sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e a conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti e i propri amici per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desiderare sempre di più l’incontro con Gesù.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

San Giuseppe: un esempio per vivere la nostra vocazione

In un articolo precedente abbiamo introdotto l’esortazione apostolica Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II, interamente dedicata alla missione di san Giuseppe, contemplato dal Santo Padre come “Custode del Redentore” e “Ministro della salvezza”. La lettura integrale di questo ricco documento aiuta ad intravedere nella custodia esercitata da Giuseppe verso il Figlio di Dio una dimensione della sua paternità, che si rivela come modello di ogni paternità umana, sia naturale che spirituale. Lo stesso Santo Padre in un’altra occasione, nel libro Alzatevi! Andiamo!, nella sezione intitolata Una paternità sull’esempio di san Giuseppe, dichiarava: «quando penso a chi potrebbe essere considerato come aiuto e modello per tutti i chiamati alla paternità – nella famiglia o nel sacerdozio, e tanto più nel ministero episcopale – mi viene in mente san Giuseppe. La Provvidenza preparò san Giuseppe a svolgere il ruolo di padre di Gesù Cristo. Giuseppe fu chiamato a essere lo sposo castissimo di Maria proprio per far da padre a Gesù».

A partire da tale affermazione e alla luce dell’esortazione apostolica Redemptoris Custos, è possibile riflettere sulla paternità di Giuseppe anzitutto come “vocazione”, dal momento che si tratta di vera paternità, nonostante manchi della generazione naturale. In questo articolo ci soffermeremo sulla chiamata di san Giuseppe ad essere sposo e padre, mentre nel prossimo affronteremo più direttamente il valore del suo matrimonio e l’esercizio della sua speciale paternità. In entrambi i casi cercheremo di trarne qualche insegnamento per la vita cristiana.

La citazione di Giovanni Paolo II interpreta la paternità di Giuseppe nei termini di una chiamata da parte del Signore, che si realizza in modo peculiare ed unico nel contesto del matrimonio con Maria: una chiamata ad essere un vergine sposo e padre putativo. Osservando la dinamica misteriosa di questa vocazione possiamo scoprire il modo di agire di Dio nella chiamata personale di ogni uomo e il modo adeguato di rispondere da parte dell’uomo stesso. Crediamo, infatti, che nella straordinaria vicenda di Giuseppe si nasconda una verità universale sul mistero della vocazione particolare di ogni essere umano.

Innanzitutto, ponendoci all’ascolto dei Vangeli, scopriamo che il silenzio di san Giuseppe non è vuoto, bensì pieno della Parola di Dio e pieno della risposta pronta e attenta dello stesso Giuseppe. Un silenzio fatto di ascolto, di opere buone e sante/giuste. Il suo atteggiamento rivela l’obbedienza della fede (“obbedire” viene da ob-audire, che contiene in sé l’idea di un ascolto profondo). La sua vocazione si manifesta in un silenzio pieno di Dio, così come la personale risposta alla sua chiamata, che si traduce prontamente in azione. Nei Vangeli, dunque, Giuseppe è l’uomo dei fatti. Non parla mai, eppure è sempre all’opera.

La modalità della sua risposta dice una fede vissuta in una obbedienza fattasi docilità e fiducioso abbandono alla volontà del Signore. Per Giovanni XXIII, «san Giuseppe offre esempio di attraente disponibilità alla divina chiamata, di calma in ogni evento, di fiducia piena, attinta da una vita di sovrumana fede e carità, e dal gran mezzo della preghiera» (17.3.1963). Quella prontezza nel rispondere alle ispirazioni divine, infatti, non è qualcosa che si può improvvisare e, proprio per questo, è da considerarsi il frutto di una lunga maturazione nella fede, di una generosa corrispondenza alla grazia ricevuta in dono, della acquisita disponibilità a lasciarsi condurre e plasmare dalla Provvidenza divina, così da arrivare pronto all’adempimento della sua straordinaria missione. Per questo è vero anche quanto affermato da Giovanni Paolo II, ossia che la Provvidenza deve averlo preparato sapientemente ad accogliere le altissime esigenze della sua vocazione. Inoltre, non possiamo escludere che la relazione con Maria, l’Immacolata, abbia contribuito a sostenere e alimentare la sua fede nel Signore, l’attesa fiduciosa del compimento delle antiche promesse al Popolo eletto.

Sebbene la nostra chiamata non abbia i tratti straordinari di quella di Giuseppe, anche noi siamo accompagnati e preparati dal Signore invisibilmente, nel silenzio, discretamente. Forse per lunghi anni e attraverso vari eventi, veniamo plasmati dalla Provvidenza per divenire capaci di una risposta sempre più consapevole e generosa al disegno di Dio, il quale ci dona progressivamente la grazia necessaria per poter accogliere la sua volontà giorno dopo giorno. In questo cammino di santità è bene, come Giuseppe, prendere con noi Maria, per noi Madre, guida, sorella e amica, per essere interiormente rafforzati nella fede e in tutte le virtù cristiane. Sta a noi, infatti, e alla nostra libertà, di cooperare attivamente con l’amore del Signore, coltivando la docilità, l’abbandono e la fiducia attraverso i mezzi ordinari della preghiera, della vita sacramentale e dell’ascesi, soprattutto per mezzo di una autentica e feconda relazione con la Vergine Maria, reale presenza da amare sull’esempio dei santi. In particolare, Giuseppe e Maria ci insegnano e aiutano a rispondere al Signore anche quando la chiamata di Dio è molto esigente e sembra superare le possibilità umane.

San Giuseppe sa di dover custodire il Figlio di Dio e sua Madre, comprende le altissime esigenze della sua vocazione di sposo della Vergine e custode del Verbo, ma non si lascia trattenere dalla paura. D’altronde, quando il Signore gli annuncia in sogno la missione da compiere, non lo lascia nell’ignoranza della verità, sebbene gravosa, affinché egli possa rispondere in piena libertà e coscienza. L’Angelo gli rivela che il Bambino concepito in Maria «viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Quel Bambino che ella partorirà è, dunque, Dio, venuto a salvare il Suo Popolo dai suoi peccati (cf. Mt 1,21), e Giuseppe deve accoglierlo come suo vero figlio in un matrimonio tra vergini. A somiglianza di Mosè, egli, al cospetto della Madre di Dio, comprende di trovarsi davanti al “roveto ardente”: una certa tradizione vuole che il roveto che arde e non si consuma di Esodo 3,2-6 sia proprio un simbolo, una prefigurazione della Semprevergine Maria.

Secondo alcuni Padri della Chiesa, il giusto Giuseppe, venuto a conoscenza della gravidanza della sua sposa, dubitò di lei al punto da volerla rimandare in segreto, mentre, secondo altri, egli non dubitò affatto della sua innocenza, ma decise di allontanarla da sé non sapendo come comportarsi con lei, oppure perché si sentiva inadeguato a fargli da sposo, dato il mistero che il lei si compiva. Al di là delle possibili interpretazioni, ciò che il Vangelo di Matteo ci mostra è un Giuseppe immerso in gravi pensieri dopo l’Annunciazione a Maria, il quale, però, non appena conosciuta la volontà del Signore, attraverso una sorta di “annunciazione notturna”, risolutamente abbandona ogni esitazione, per adempiere il disegno sconcertante di Dio. A ragione, si legge nella Redemptoris Custos al numero 5 che «di questo mistero divino [dell’Incarnazione] Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario. Insieme con Maria – e anche in relazione a Maria – egli partecipa a questa fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa sin dal primo inizio». Inoltre, accogliendo la sua vocazione, egli «sostiene la sua sposa nella fede della divina annunciazione».

Ed ecco un altro grande insegnamento per noi: siamo tutti chiamati alla santità, ma abbiamo la libertà di accogliere o meno la chiamata a noi rivolta. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che dalla nostra scelta dipenderanno le sorti di altre persone, essendo noi membra di un unico Corpo, di un’unica Chiesa, tutti in relazione con Dio e tra noi. La storia della Sacra Famiglia ci insegna che la risposta fedele di Giuseppe ha avuto decisive conseguenze su Maria, Gesù e l’intera umanità. Infatti, il suo “sì” ha sostenuto il “sì” della Vergine Madre, mentre il fiat di Maria poneva le condizioni per la risposta di Giuseppe e permetteva al Figlio di Dio di incarnarsi nel tempo, per la nostra salvezza. Un verità su cui poco si riflette, da meditare a lungo nella preghiera, affinché anche noi come Giuseppe e Maria, in ascolto della volontà divina, sappiamo accogliere generosamente quel compito che Dio vuole affidarci nella Chiesa. Non c’è da temere le esigenze della vocazione cristiana, nostra vera felicità. A ciascuno di noi, infatti, il Signore rivolge il medesimo incoraggiamento, ed è sempre generoso nell’elargire la grazia necessaria con chi si fida di Lui: «Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto […]. Poiché io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere, io ti vengo in aiuto”» (Is 41,10.13).

Pamela Salvatori

Le nostre piccole, grandi epifanie

Tra due giorni sarà il 6 gennaio che per i cattolici è una data molto importante perché si celebrerà l’Epifania del Signore.

Il racconto evangelico di San Matteo ci fornisce diversi particolari circa questo evento straordinario: “Alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo»” (Mt 2, 1-2). E ancora: “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2, 9-12).

Come già per il Santo Natale ed altre ricorrenze religiose, anche l’Epifania è stata travolta dal turbinio del consumismo anche se in alcuni Paesi ricopre ancora un’importanza tutt’altro che secondaria: pensiamo alla grandissima festa che in tutta Spagna – dal continente alle isole Canarie – inizia già il 5 gennaio e si protrae fino al giorno successivo attorno a Los Reyes (appunto “I Re”) oppure alla venerazione delle reliquie dei Magi custodie nel duomo di Colonia, in Germania.  

È importante chiedersi, perciò, quale sia in vero significato di questa solennità, sia dal punto di vista linguistico che religioso. Cominciamo dal primo punto: il termine epifania deriva dal greco e si traduce con apparizione o manifestazione. Applicato al contesto evangelico, possiamo dire che il Bambino Gesù si è manifestato, subito dopo la nascita, a due categorie sociali ben differenti: ai pastori e ai Magi.

Questo significa che la regalità di Cristo si svela e, appunto, si manifesta a tutti, poveri o ricchi, semplici o nobili, esclusi o privilegiati. D’altronde, sarà Gesù stesso a dire a Pilato, poco prima di essere condannato alla croce: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36).

Gesù non fa né il prezioso né il selettivo ma si lascia visitare, osservare e vedere da tutti perché è nato per ciascun essere umano, di ieri, oggi e di domani. La manifestazione del Bambino altro non è che lo svelamento del volto del “Dio lontano” – quello dell’antica Legge, del roveto ardente e dei patriarchi – che si fa il Dio con noi, un Dio che pur essendo Altissimo e Onnipotente è anche un Dio in carne ed ossa, neonato tenerissimo nato nella povertà, nell’umiltà e nel rifiuto del mondo, quello stesso mondo da lui creato e donatoci gratuitamente.

La manifestazione, in quanto tale, necessita di due soggetti: colui che si manifesta e coloro che ne accolgono la manifestazione. In questo senso i Magi hanno fatto degli sforzi non trascurabili: pur partendo da lontano – geograficamente e, forse, religiosamente – si sono fidati di Qualcuno più grande di loro e si sono messi in viaggio, fisicamente e spiritualmente, mettendo da parte il loro status sociale, le loro ricchezze e loro certezze per prostrarsi a un neonato nel quale erano riusciti a scovare la chiave di svolta dell’intera storia umana.

Al di là della descrizione un po’ fiabesca che si può avere di Gasparre, Melchiorre e Baldassarre, l’importante è riuscire ad arrivare al cuore della solennità ossia comprendere che, attraverso la sua Epifania, Gesù non solo si è svelato al mondo ma ha aperto le strade a tante piccole, o grandi, epifanie quotidiane che possono davvero cambiarci la vita.

Pensiamo, infatti, a quante persone, situazioni o eventi si sono rivelati per noi delle vere e proprie manifestazioni: nella semplicità del quotidiano oppure nei momenti cruciali dell’esistenza, è attraverso questi canali ad essersi proclamato il Signore stesso, obbligandoci a fermarci, a cambiare strada o a svoltare da abitudini sbagliate.

Quanto amore e quanta fede s’intrecciano dell’Epifania! Alla manifestazione del grande amore di Dio che si fa piccolo si contrappone la nostra piccola fede che può però crescere e diventare grande, in un’osmosi che nulla toglie all’Onnipotente ma che tutto dona a noi. Impariamo, perciò, ad essere riconoscenti a Gesù che non solo è stato Epifania in quel giorno lontano ma che, da allora, continua instancabilmente a manifestarsi per ciascuno di noi attraverso tramiti umani che ci aiutano, spronano, incoraggiano. Sì, Piccolo Re: desideriamo amarti anche nei volti del nostro prossimo perché è da questo mondo che inizia il desiderio di poterTi vedere – se ne saremo degni – nell’istante in cui ti svelerai a noi definitivamente e nel quale ti vedremo “faccia a faccia”, proprio come è stato possibile ai Magi.

Fabrizia Perrachon

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Nell’intimità le parole devono esprimere bellezza e meraviglia.

Vi scrivo per chiedervi un parere. Io e mia moglie dopo la nascita della nostra figlia non abbiamo fatto l’amore per 9 mesi, più che altro perché tra l’ impegno con i figli e abituati a dormire insieme, rimandavano di giorno in giorno. [..] Il consulente ci ha anche detto di usare il dirty talk. Credete sia un buon consiglio?

Questo messaggio ci è arrivato per mail qualche tempo fa. Pubblico la risposta con un po’ di ritardo perchè durante il Natale ho preferito dedicare gli articoli del blog a temi specifici di un tempo tanto importante e bello.

Spesso i nostri sacerdoti sono impreparati ad aiutare le coppie cristiane ed è lì che però si annidano le ferite e i problemi più grossi. Lasciare spazio a terapeuti non cristiani o peggio ancora al web e al fai da te spesso provoca disastri nella coppia. Istruire sulla preghiera e sulla fede serve a poco se poi la coppia non vive autenticamente la sessualità e vive il sesso in un modo che è fuori da ogni verità ecologica e sacramentale.

La mail era molto più lunga e raccontava tanto altro. Ho già risposto privatamente e chi mi ha scritto. Credo però che sia interessante un articolo rivolto a tutti su un atteggiamento in particolare evidenziato dallo sposo. Il consulente, abbinato ad altri consigli più o meno condivisibili, ha suggerito di praticare il dirty talk durante il sesso per riaccendere il desiderio.

Prima di tutto cosa si intende per dirty talk. Si tratta di rivolgersi al marito o alla moglie -noi ci rivolgiamo primariamete a coppie sposate sacramentalmente – con parolacce e termini volgari ed aggressivi.

Secondo Nes Copper, un’esperta e terapista sessuale, le parole trasgressive attivano varie aree del cervello che portano piacere, rilasciando ormoni del benessere come la dopamina e l’ossitocina. Un altro ormone coinvolto è il testosterone, capace di incrementare l’entusiasmo e favorire il raggiungimento dell’orgasmo.

Quindi va tutto bene? Assolutamente no! Noi non stiamo facendo solo del sesso, non è semplicemente ginnastica o un’attività piacevole, noi stiamo compiendo un gesto sacro. Se non arriviamo a comprendere che nel momento dell’intimità noi sposi stiamo elevando a Dio una delle preghiere più belle e stiamo rinnovando un sacramento, ci accontenteremo sempre delle briciole.

Valutiamo l’atteggiamento partendo però da un piano strettamente umano. Quando viviamo l’intimità con nostra moglie o nostro marito stiamo facendo esperienza sensibile, la più completa e profonda, della comunione che c’è tra noi e della bellezza di godere della persona che più amiamo attraverso il suo corpo. Ci sentiamo completamente fusi l’uno nell’altra. Almeno dovrebbe essere così. Quindi un gesto che dice con il corpo all’altro – moglie o marito che sia – quanto sia bello per noi, quanto rispetto noi abbiamo nei suoi confronti e quanto sia per noi prezioso. Stiamo dicendo che è l’unico per noi.

Può essere la parolaccia un modo per trasmettere amore e bellezza? Possiamo con le parole dire qualcosa che è completamente stonato rispetto a quello che stiamo dicendo con il corpo? È possibile che con le parole si esprima amore e con il corpo si trasmetta qualcosa di completamente diverso, come il desiderio di dominio e controllo. O viceversa. In ogni caso stiamo mentendo. Probabilmente con il corpo stiamo dicendo alla persona amata che per noi è la più bella ma con il cuore abbiamo solo l’istinto di dominarla ed usarla.

Il consiglio che è stato dato dal consulente e la citazione della terapista mettono in luce un approccio che non si focalizza primariamente sulla relazione, bensì fa leva sull’istinto e sulla dimensione ormonale. Questo suggerisce a chi non prova più desiderio di concentrarsi sulla pulsione fisica e sulle fantasie erotiche. È interessante notare come tali fantasie siano spesso alimentate dalla pornografia, un fenomeno di cui la maggior parte degli uomini, e sempre più frequentemente anche molte donne, si avvale.

Utilizzare un certo linguaggio irrispettoso e volgare mette semplicemente in evidenza non il desiderio di unirsi all’amato/a ma la spinta a sfogare una pulsione con l’altro. L’altro diventa uno strumento da usare e non una persona da amare.

Il consiglio che mi sento di dare a questa persona – come ai tanti cristiani che si comportano nello stesso modo – è quello di cercare di accrescere il desiderio nella relazione. Il desiderio – come abbiamo già scritto tante volte – ha diversi generatori. C’è sicuramente la parte pulsionale e istintiva ma ce n’è una più importante: l’amore vissuto nella quotidianità. È essenziale comprendere che il desiderio non è semplicemente una reazione istintiva, ma può essere alimentato e arricchito dalle azioni quotidiane e dalla consapevolezza all’interno di una relazione. Quando l’amore è vissuto e coltivato nella vita di tutti i giorni, diventa un potente motore di desiderio e di connessione profonda.

Certo impegnarsi a fondo nella relazione è molto più faticoso che dire parolacce per eccitarsi. Solo però con la fatica di ricostruire la relazione tutta e non solo l’intimità si può sanare in modo autentico la relazione stessa. Chi pensa di sfruttare la lussuria per alimentare il desiderio sta solo illudendosi e, in realtà, sta causando ancora più danni alla relazione. Se desiderate che il desiderio reciproco ritorni, amatevi attraverso gesti d’affetto quotidiani, nel modo che soddisfa lui o lei. Solo così avrete voglia di fondervi con l’altro, anziché considerarlo un semplice oggetto da usare.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

La massima ambizione di una donna? Amare!

La massima ambizione di una donna? Dovrebbe essere diventare Rita Montalcini, non semplicemente essere madre. Questa è stata la risposta tagliente di Elly Schlein, segretaria del PD, all’uscita della collega parlamentare Lavinia Mennuni, dopo che quest’ultima aveva affermato che diventare madre dovrebbe tornare ad essere cool (di tendenza) per le donne.

Non tutte possono essere come Rita Levi Montalcini, così come non tutti possono essere come Albert Einstein. È una questione di talento e doni naturali, e questo dovrebbe essere ovvio. Forse non per la cara Elly, ma non posso limitarmi a semplice ironia. Voglio affrontare questo argomento in modo serio e ponderato. Quale dovrebbe essere la nostra aspirazione più grande?

Iniziamo con il dire che il discorso è estremamente complesso, specialmente in questa nostra società che ha fatto dell’emancipazione femminile una battaglia cruciale. È assolutamente fondamentale che una donna abbia la libertà di affrontare il mondo del lavoro con le stesse opportunità degli uomini. Tuttavia, non possiamo ignorare il fatto che la capacità di concepire la vita e portare avanti la gravidanza spetta alla donna per natura. È vitale che essa sia libera di perseguire le proprie aspirazioni senza dover rinunciare alla propria essenza. 

La donna che sceglie di essere madre deve poter godere di un supporto sociale ed economico che le permetta di conciliare la sua carriera professionale con il desiderio di crescere una famiglia. Allo stesso tempo, è importante riconoscere che la decisione di dedicarsi esclusivamente alla cura dei figli è altrettanto meritevole di rispetto e sostegno. Inoltre, va considerato che l’emancipazione femminile non dovrebbe tradursi in una pressione costante sulle donne affinché dimostrino la propria validità attraverso il successo lavorativo. Ognuna dovrebbe avere la libertà di seguire il proprio percorso senza sentirsi giudicata in base a modelli predefiniti di realizzazione personale. Bisogna sostenere la libertà di scelta delle donne in ogni ambito della loro vita, lavorativo o personale che sia.

Tutte le donne devono essere madri prima di ogni altra cosa? Assolutamente no. È totalmente sbagliato imporlo come un obbligo. La maternità dovrebbe essere una scelta libera, non un dovere. È il naturale risultato dell’amore fecondo, non una responsabilità imposta. La libertà di scelta è fondamentale. Ma quando una donna è veramente libera? La donna deve essere libera di scegliere. Ma quando è davvero libera? Tutti – uomini e donne non fa differenza – siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio. Dio è amore e noi siamo fatti per amare ed essere amati. Tutto il resto viene dopo. Ciò significa che la nostra professione non deve essere il nostro fine ma la conseguenza del nostro amore. In concreto significa che l’amore vissuto ci dà la forza e la motivazione per tirare fuori i nostri talenti in ogni circostanza, anche nel lavoro.

Il matrimonio è il luogo in cui possiamo veramente realizzare il nostro desiderio di una vita ricca di amore e significato. Non è solo una questione di piacere, ma di realizzazione della nostra vocazione. Quando il matrimonio è vissuto pienamente, diventa fecondo. Questo significa che l’amore tra i coniugi va oltre i confini della coppia, diventando generativo e capace di generare nuova vita in senso ampio. Non solo vita biologica, ma impegno, forza, empatia, creatività e positività. Tutte queste qualità vengono poi riversate anche nel lavoro, trasformando così la quotidianità in un’avventura appassionante piena di significato.

Quindi, una donna può veramente trovare cool diventare mamma solo quando riscopre la bellezza del matrimonio, di non sentirsi obbligata ad essere emancipata. Perché ci giochiamo la nostra vita nella relazione. Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. È meraviglioso condividere la vita con un tu a lei complentare e costruire insieme a lui una relazione in cui amare ed essere amata in anima e corpo. Se non si riparte dal matrimonio, non si può veramente favorire un ritorno al desiderio di maternità.

Un’ultima riflessione. La donna è donna sempre, e anche nel lavoro può essere ancora più efficace e capace quando anche lì non smette di esserlo. Per questo ritengo miopi le scelte di alcune aziende che cercano di disincentivare le maternità delle dipendenti. Significa averle sì presenti sul posto di lavoro, ma significa anche non sfruttare appieno le loro potenzialità andando a toccare la loro fecondità e quindi la loro femminilità. Lo pensava anche San Giovanni Paolo II e mi piace concludere con le sue parole: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

La vita è sempre una grazia

Per questo inizio di anno, desideriamo riflettere su un tema di grande importanza. Un tema che riguarda ogni coppia. È fondamentale guardare all’anno appena trascorso e sapere dire grazie. È stato un anno complicato? Forse la vita ci ha oppresso più del solito? Sono capitati imprevisti, forse piccoli, forse grandi, come malattie o lutti? Queste situazioni rischiano di diventare assolute, di identificare la nostra intera esistenza. Possono oscurare la visione e impedirci di vedere tutto il bene vissuto. La nostra vita non può essere definita dal male che in essa si è manifestato, ma dobbiamo sforzarci, anche se a volte è estremamente faticoso, di spostare l’attenzione verso il bene. Non serve a nulla soffermarsi sul male e sulla sofferenza. Troppo spesso la sofferenza rischia di immobilizzarci e diventare una sorta di zona di comfort in cui nasconderci.

Tutta questa premessa per porvi una domanda: Sapete riconoscere il bene? Sapete ringraziare in ogni momento? È importante saper dire grazie sempre. È importante in ogni situazione della vita ed è importante in ogni momento della nostra relazione sponsale. Quando ci viene facile e quando l’altro non è così facile da amare.  Spesso, parlo anche per me, è più facile soffermarsi sui difetti dell’altro. Riconoscere i suoi difetti e i suoi limiti non serve a rendermi la vita più semplice e il matrimonio più bello. Serve solo a creare in me un atteggiamento sbagliato, l’atteggiamento di chi tollera una situazione che in realtà non va bene. L’atteggiamento di chi è concentrato su ciò che non va. Alla fine, non si è più capaci di dire grazie per tutto ciò che di bello invece c’è. Gradualmente, ci si trova incapaci a esprimere gratitudine per le piccole gioie e le bellezze quotidiane dello stare insieme, finendo per sviluppare una mentalità distorta fatta di preconcetti e giudizi. 

Invece c’è un antidoto a tutto questo. È fondamentale ringraziare Dio per tutto ciò che abbiamo, anche nelle situazioni più difficili. Non voglio minimizzare gli errori e i peccati degli altri, ma è importante spostare l’attenzione dai loro limiti ai nostri. Anche noi commettiamo tanti errori ogni giorno, non potete negarlo. Pensate solo a tutte le volte in cui avremmo potuto amare, donarci, servire, prendersi cura, dire quella parola, fare quella cosa e non l’abbiamo fatto. Sono tantissime ogni giorno. Io ho smesso di contarle.

Spostare l’attenzione sui nostri errori e sull’amore grandissimo, gratuito, fedele, incondizionato, infinito e personale che Dio ha per ognuno di noi. Dio mi ama così, con tutti i miei pregi ma anche con tutte quelle parti che nascondo perché non mi piacciono. Mi ama nonostante i miei peccati, i miei errori, le mie mancanze, le mie omissioni. Mi ama e mi vede come la persona più meravigliosa che ci sia. Questo cambia tutto. Se riusciamo a spostare l’attenzione dai suoi difetti ai nostri e all’amore che Dio, nonostante questi, ci regala, diventa più semplice accogliere nostro marito e nostra moglie. Anche quando non si comporta come vorremmo, anche quando ci ferisce e ci fa del male con le sue parole e il suo comportamento. Perché i suoi difetti restano evidenti, ma non ci fanno più così male perché non sono il centro del nostro cuore. Il centro è lasciato alla nostra relazione con Gesù. Solo così, mettendo dei confini al male che l’altro ci può fare, saremo pronti ad amarlo per quello che è perché saremo liberi di farlo senza pretendere nulla. Ecco perché è così importante coltivare questa consapevolezza dell’amore incondizionato di Dio, in modo da poter riflettere questo stesso amore nelle nostre relazioni umane, permettendo di accettare e comprendere l’altro nella sua interezza, con tutto ciò che porta con sé. Questo non significa ignorare i problemi o negare le difficoltà che possono sorgere nelle relazioni, ma piuttosto affrontarli con la consapevolezza che siamo amati incondizionatamente da qualcuno di più grande di noi. E questa consapevolezza può portare ad una libertà interiore che rende possibile amare e accogliere l’altro senza costrizioni o aspettative e, al contempo, stabilire sane limitazioni al comportamento dannoso, preservando la dignità e l’amore reciproco.

Riconosciamo la nostra piccolezza per essere capaci di riconoscenza e di aprirci ad un amore libero e incondizionato.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore

Oggi il Vangelo ci interroga tantissimo. Interroga tutti i credenti ma in particolare noi che siamo genitori. Viene raccontata la presentazione di Gesù al Tempio.

Giuseppe e Maria portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore. Questo era un rito prescritto all’epoca. Era prescritto per il primogenito. Questa usanza risaliva al tempo di Mosé. Ricordate quando i figli primogeniti degli egiziani vennero uccisi dall’angelo del Signore mentre quelli degli ebrei no? Da allora gli ebrei riconoscono il primogenito come dono del Signore ed è come se lo restituissero a Lui. Per riscattarlo poi con l’offerta in sacrificio di una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Gli ebrei riconoscono che il figlio appartiene a Dio.

Questo testo va letto alla luce di un’altra storia biblica di famiglia, di rapporto tra genitori e figli. In particolare tra padre e figlio. Mi riferisco alla storia di Abramo e di Isacco. Abramo per diventare padre fecondo, padre autentico ha dovuto offrire il proprio figlio a Dio. Ha dovuto trovare la forza di uccidere il figlio. Ucciderlo nel possesso. Isacco non era suo figlio ma era prima di ogni altra cosa di Dio. E il sacrificio che Abramo era pronto a portare a termine esprime proprio questo salto di qualità a cui noi tutti genitori siamo chiamati.

Cosa possiamo imparare noi genitori? I figli non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

È importante non trasferire sui nostri figli il nostro bisogno di attenzione e affetto. C’è il rischio reale di compromettere vari aspetti, tra cui il nostro matrimonio e la capacità dei nostri figli di distaccarsi da noi quando sarà il momento di formare una loro famiglia. Dobbiamo permettere loro di affrontare quel difficile ma necessario processo di individuazione. Smorzare il nostro coinvolgimento e consentire loro di trovare il proprio percorso. Questo non significa non amarli, ma farlo nel modo più appropriato. Il mio ruolo di coniuge implica anzitutto amare mia moglie, così come la vocazione di mia moglie implica anzitutto amarmi. I nostri figli sono frutto dell’amore che ci unisce. Pertanto, è sbagliato trascurare l’amore coniugale e la relazione di coppia per concentrarsi quasi esclusivamente sul ruolo genitoriale. Questo non significa che l’amore per i figli sia meno importante o venga in secondo piano. Al contrario, i nostri figli hanno bisogno di percepire non solo l’amore diretto dei singoli genitori, ma anche di cogliere l’amore che essi provano l’uno per l’altro, poiché i figli sono il frutto di quell’amore. È un grave errore per i coniugi smettere di trovare momenti di intimità, dialogo e mutuo sostegno, magari anche di fare l’amore. Ci rendiamo conto della fatica, specialmente avendo noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non possiamo trascurare il nostro legame coniugale. Ci prendiamo cura di tante cose anche quando siamo stanchi, quindi perché trascurare la nostra relazione, che dovrebbe essere la priorità? Alla fine, i nodi vengono al pettine.

Accogliere i nostri figli con amore e comprensione. Luisa, insegnante, conosce bene le dinamiche delicate legate alla valutazione degli alunni e alla necessità di redigere note disciplinari. Tuttavia, si trova spesso di fronte alla reazione dei genitori, che faticano ad accettare critiche o giudizi negativi nei confronti dei propri figli. È comprensibile che questi genitori si sentano coinvolti personalmente nell’errore dei loro figli, ma è importante comprendere che questo approccio non è costruttivo. I nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati incondizionatamente, altrimenti rischiano di associare l’amore genitoriale al proprio comportamento o ai propri risultati, generando un senso di mancanza e inadeguatezza. Dobbiamo imparare a gestire le nostre aspettative e a accogliere i nostri figli per ciò che sono, senza condizionare il nostro amore alle loro azioni. È cruciale guidarli e sostenerli lungo il cammino della crescita, evidenziando i loro errori ma evitando di identificare la loro persona con tali sbagli. Inoltre, non è giusto far pesare loro la responsabilità della nostra infelicità, poiché i nostri figli devono già affrontare le sfide proprie della vita senza aggiungere il peso del nostro malessere.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Sacra Famiglia: incarnazione di fede, speranza e carità

A breve la Chiesa celebrerà una festa importantissima: quella della Sacra Famiglia di Nazareth. Nel rito cattolico latino essa ricorre la domenica tra il Santo Natale e il Capodanno o – in assenza di una domenica entro queste date – il giorno 30 dicembre, proprio come in questo fine 2023.

La Sacra Famiglia è composta da Gesù, Maria e Giuseppe, il trio che mi piace definire la “Trinità fatta carne” in quanto chi, meglio di loro, può farci capire nel profondo il Dio Uno e Trino del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Se ci pensiamo bene, questa famiglia non è nata in modo facile, perfetto e lineare: è vero che Maria e Giuseppe erano promessi sposi ma è altrettanto vero che l’arrivo di Gesù ha scardinato completamente i loro piani e propositi umani. Sicuramente desideravano un figlio ma potevano, forse, immaginare che avrebbero avuto il Figlio? E tutte le umiliazioni, il “non c’è posto per voi”, le fughe, la povertà, le incomprensioni potevano forse neanche lentamente ipotizzarle?

Esaminare in dettaglio la Sacra Famiglia sarebbe un’impresa teologica di cui non sarei capace ma, nonostante questo, è importante concentrarci assieme su pochi elementi in grado, però, di aiutarci a meditare sul significato profondo di questa famiglia specialissima che non è una statuina con cui abbellire la casa quando piuttosto un modello vivo, vero e concreto da seguire.

La famiglia, nell’attuale società, è bersagliata delle più disparate forze che cercano in ogni modo di denigrarla, distruggerla, snaturarla ed infamarla; inutile dire che sono tentativi del tutto inutili perché “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16, 18). Attualizzando questo concetto, persino Suor Lucia di Fatima, scrivendo al cardinale Carlo Caffarra, affermò: “Lo scontro finale tra il Signore e Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio”. Tutto questo deve convincerci dell’importanza della famiglia non tanto e non solo come istituzione sociale e culturale ma come insieme umano e spirituale voluto da Dio stesso e con uno scopo ben preciso: Gesù, Maria e Giuseppe – simbolo e compimento di tutte le mamme, i papà e i figli del mondo – non rappresentano solamente i vertici del triangolo della perfezione ma sono l’incarnazione stessa delle tre virtù teologali. In Gesù ha preso corpo la fede, intesa come abbandono incondizionato al Padre che spinge a compierne la volontà anche quando costa i sacrifici più grandi; in Maria la speranza, tradotta nella certezza incrollabile che Dio governa ogni azione della nostra vita, anche quelle che ci sembrano misteriose o incomprensibili; Giuseppe, infine, è la carità fatta a persona ossia la traduzione in carne ed ossa di cosa significhi amare il prossimo e metterlo al centro perché, così facendo, è il Signore che s’impara ad amare e a servire per primo.

Gesù, Maria e Giuseppe non devono farci dire “la mia famiglia non sarà mai come la loro” perché il Cielo non ce li ha mandati per scoraggiarci o intimorirci quanto piuttosto per spronarci e darci il coraggio di impegnare tutte le nostre energie, umane e spirituali, in qualcosa di bellissimo e di celestiale: il compimento, umile e tangibile, che l’amore di Dio per gli uomini non è un sogno ma una casa, non un’astrazione ma la concretezza delle nostre abitazioni. Nella famiglia tutto ha inizio e tutto ha fine; per questo – quando viene a mancare, per le più disparate ragioni – assistiamo al disfacimento della civiltà perché nella famiglia batte un cuore più grande dei singoli cuori umani che la compongono: il Cuore stesso di Dio, che si è fatto piccolo per rendere grande l’unione di uomo e donna che, perpetuata nei secoli, diventa umanità, quell’eredità “numerosa come le stelle del Cielo” (Gen 26, 4) promessa ad Abramo.

Nel buio e nel freddo dell’inverno, la Sacra Famiglia può davvero essere quella luce in grado di illuminare di buono e di bello queste giornate di vacanze natalizie e renderci capaci – ciascuno nel proprio piccolo – di fare dei nostri nuclei domestici altrettante famiglie rese sacre perché offerte a Loro, nelle gioie e nelle difficoltà quotidiane. Più che al Mulino Bianco, insomma, è a Gesù, Maria e Giuseppe che bisogna guardare, perché gli unici in grado di assicurarci non tanto e non solo il benessere materiale o economico quanto la solidità spirituale di avere un modello santo ma credibile al quale guardare con fede, speranza e carità.

Fabrizia Perrachon

La tentazione si fugge, non si combatte.

Oggi papa Francesco ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi. Ha deciso di trattare vizi e virtù. Un argomento affascinante e sicuramente sempre attuale perchè il cuore dell’uomo è così sempre in ogni epoca e luogo. Siamo ontologicamente soggetti alla tentazione e a una continua lotta interiore tra ciò che è bene e ciò che è male. Non esiste l’uomo completamente buono o completamente cattivo. Esiste l’uomo che fa delle scelte e queste scelte lo conducono verso il bene o verso il male. Per questo non potrò mai accettare la predestinazione che è alla base della dottrina protestante. Veniamo al Papa e ad un passaggio della sua riflessione.

Con il diavolo, cari fratelli e sorelle, non si dialoga. Mai! Non si deve discutere mai. Gesù mai ha dialogato con il diavolo; lo ha cacciato via. E nel deserto, durante le tentazioni, non ha risposto con il dialogo; semplicemente ha risposto con le parole della Sacra Scrittura, con la Parola di Dio. State attenti: il diavolo è un seduttore. Mai dialogare con lui, perché lui è più furbo di tutti noi e ce la farà pagare. Quando viene una tentazione, mai dialogare. Chiudere la porta, chiudere la finestra, chiudere il cuore. E così, ci difendiamo da questa seduzione, perché il diavolo è astuto, è intelligente. Ha cercato di tentare Gesù con le citazioni bibliche, presentandosi come grande teologo. State attenti. Con il diavolo non si dialoga e con la tentazione non dobbiamo intrattenerci, non si dialoga. Viene la tentazione: chiudiamo la porta, custodiamo il cuore.

Il Papa con queste parole mi ha provocato due riflessioni in particolare

Il diavolo è teologo. Ci tenta con la stessa Parola di Dio. Attenzione a fare i teologi fai da te. È più facile di quanto si creda prendere delle cantonate enormi. È facilissimo far dire alla Parola di Dio quello che vogliamo noi, giustificare il nostro peccato e i nostri vizi. Ci vuole davvero poco. Basta prendere quel versetto, far finta che non ci sia quell’altro ed il gioco è fatto. Noi siamo Chiesa. Attingiamo al magistero e alla morale cattolica. Solo lì c’è un’interpretazione autentica della Bibbia e del del piano divino in essa delineato.

La tentazione non si combatte ma si fugge. Siamo deboli. Non dobbiamo avere la presunzione di essere più forti della nostra tentazione. Quante volte anche io sono caduto perchè credevo di riuscire a controllarmi. Invece la strada è la fuga. Lo diceva spesso anche il nostro padre spirituale. Se ti accorgi che quella donna ti piace non frequentarla, se sai che la pornografia per te è un richiamo forte non mettere il pc in una stanza dove ti puoi isolare. Cose di questo genere. Combattere la tentazione è già una sconfitta annunciata. Perchè ti porta concentrarti sulla tentazione stessa e quindi a farne il centro dei tuoi pensieri. Questo è aprire la porta al male. Invece la fuga distoglie il pensiero che si può dedicare ad altro. A me è capitato soprattutto sul posto di lavoro di sentire una simpatia per alcune colleghe. Magari ci andavo a bere il caffè, con una ci andavo anche a correre insieme. Quando mi sono accorto che mi interessavano troppo non ho fatto finta di niente ma ho troncato, sono scappato.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

L’indifferenza d’improvviso.

Una delle caratteristiche che riscontro spesso nelle separazioni è la totale indifferenza verso il coniuge da parte della persona che ha voluto dividersi e che se n’è andata: sembra quasi che ad un certo punto avvenga un cambiamento radicale, come un interruttore di una lampadina, prima c’era la luce e poi il buio. È un fenomeno che ho sperimentato anche sulla mia storia e che è stato causa di forte dolore, ma anche di riflessione.

Ricordo che, poco dopo la separazione mi sono dovuto ricoverare in ospedale per tre giorni a causa di un piccolo intervento ai denti; dissi a mia moglie che avrei dovuto ricoverarmi per qualche giorno, senza scendere in dettagli (avrebbe potuto essere anche una cosa più grave) e lei mi rispose solo di farle sapere quando avrei potuto riprendere le figlie, neanche la curiosità di conoscerne il motivo. Rimasi davvero scioccato per questo comportamento, davvero inspiegabile, perché proveniva da chi, anni prima, aveva promesso di prendersi cura di me e di essermi vicina nei momenti di gioia e di dolore.

Questo modo di fare fa più male delle cattiverie, dei tradimenti e di tutte le lotte che si fanno con gli avvocati: è difficile accettare che tu sei diventato una persona estranea per la tua sposa con cui hai condiviso tutto, perfino il talamo nuziale e la nascita dei figli. E così ho amici che hanno dovuto superare prove importanti, hanno avuto lutti in famiglia e non c’è stata nemmeno una telefonata per dire: “Cane, come stai?”. Più è grande l’amore che si prova e più è forte il dolore che si subisce per questa indifferenza e insensibilità alle tue prove della vita.

È difficile entrare nella mente delle persone, anche perché siamo tutti diversi, ma ritengo che quando qualcuno decida di separarsi, voglia lasciarsi tutto alle spalle, come girare la pagina di un libro per scrivere una nuova parte della propria vita, dopo aver cancellato tutto quello che c’è stato prima. E la cosa paradossale è che tu che sei stato lasciato, soffri, mentre l’altro sembra che sia finalmente felice e contento, magari frequentando altre persone.

Il tempo passa e le cose non cambiano nonostante le tue preghiere, il tuo affidare a Dio il tuo dolore, le tue opere di misericordia……che ingiustizia vero? Perché Dio non fai qualcosa, non vedi, sei distratto? Che cosa aspetti? Perché avviene questo? Sono domande che nascono spontanee, specialmente nei momenti di sconforto, quando sembra di essere stati sconfitti su tutti i fronti e di aver sbagliato tutto.

Io non so dare delle risposte, anche perché non avrebbe senso, derivano da una concezione di Dio sbagliata che prevede il Creatore ai nostri comandi e ai nostri servizi, come fosse una bacchetta magica. Spesso Dio lavora segretamente. Manteniamo salda la nostra Fede. Comprenderemo i Suoi piani al momento giusto, come si dice nel film God’s not dead (Dio non è morto).

Di sicuro nulla avviene per caso e questa indifferenza del coniuge può essere la spinta per affidarci ancor più a Dio e per cercare l’unità con Lui, non contando su nient’altro. Solo Lui è il centro e la nostra consolazione, nonostante il dolore. Anche Gesù ha sperimentato sulla sua pelle cosa vuol dire prima essere osannato e accolto come un re e poi lasciato completamente da solo, nel più totale menefreghismo, fino a toccare il vertice del dolore per il silenzio del Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, Dio senza Dio.

Termino citando la parte più bella del film che ho appena nominato, quando c’è il dialogo tra il figlio, un avvocato di grido nel pieno vigore della salute e della carriera, e sua madre, malata e anziana: “Tu hai pregato e creduto per tutta la tua vita. Non hai mai fatto niente di male. Ed eccoti qua. Tu sei la persona più buona che conosco. Io sono la più cattiva. Tu hai la demenza senile. La mia vita è perfetta. Spiegami questo”. Così chiede Mark alla madre, ricoverata in una casa di riposo, ed evidentemente non si aspetta alcuna risposta. Lei, invece, si scuote per un attimo e parla: Talvolta il diavolo permette alla gente di vivere una vita libera da problemi, perché non vuole che si rivolgano a Dio. Il loro peccato è come la cella di una prigione, solo che tutto è bello e confortevole e che non sembrano esserci ragioni per lasciarlo. La porta è spalancata, finché un giorno il tempo scade, la porta si chiude di schianto, e improvvisamente è troppo tardi”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Abbiamo bisogno del Natale

Che bisogno c’è di festeggiare il Natale tutti gli anni? Lo sappiamo ormai, Dio si è fatto uomo! Sempre la stessa storia – come dice mio figlio. Eppure non è proprio così. È un avvenimento che ci riguarda da vicino. Dio è venuto ad abitare il nostro mondo, nostro inteso proprio come nostro. È venuto ad abitare la nostra vita, la nostra storia e il nostro matrimonio. Ma perché tutti gli anni ricordarlo e festeggiarlo. Non basta saperlo?

È come il nostro anniversario di matrimonio. È un’occasione per fare memoria. È un’occasione per fermarsi e togliere per un attimo tutte quelle preoccupazioni e tutti quegli impegni che ci allontanano l’uno dall’altro. Sì, perché la vita quotidiana non ci allontana solo da nostro marito o da nostra moglie ma ci allontana anche da Gesù.

Il rischio è quello di sentirci da soli. Di vivere una fede fatta di riti che con il tempo possono diventare vuoti. Trovarci con un Dio lontano e noi da soli qui a correre e fare fatica. Dio che appare distante e inaccessibile, mentre noi lottiamo e ci sforziamo nel nostro cammino quotidiano. Rischiamo di perdere il senso della nostra fatica e a volte anche dello stare insieme.

Invece il Natale è quell’appuntamento che ci riporta un Dio lontano qui sulla terra con le sembianze di un bambino. Perché un bambino non si impone con la forza e con la paura ma ci chiede di essere accolto con tenerezza ed amore.

Ecco, questo Natale apriamo il cuore alla tenerezza, facciamo posto a Gesù. Facendo posto a Lui saremo capaci di fare un po’ di ordine nella nostra vita, saremo capaci di riacquistare uno sguardo verso un orizzonte eterno che supera le piccole o grandi difficoltà del nostro vivere e riacquisteremo anche la capacità di dare senso al nostro amore l’uno per l’altro anche quando non sarà facile trovarlo, quando ci sentiremo feriti dall’altro o non pienamente corrisposti.

Anche questo Natale è nato Gesù perché noi ne abbiamo bisogno. Senza Natale saremmo troppo poveri per amarci davvero ma saremmo capaci solo di usarci per riempire le nostre miserie.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Il bue e l’asino scaldano il nostro matrimonio

Mi sono fermato a guardare il presepe. In realtà, sono rimasto colpito da due statuine in particolare. Non sono le star del presepe come la Santa Famiglia, ma sono comunque fondamentali. Fanno da sfondo nella capanna e sono tra le creature più vicine a Gesù: l’asinello e il bue. Questi due animali non sono lì per caso. L’asinello ha accompagnato Maria e Giuseppe durante il lungo viaggio da Nazareth a Betlemme, e lo ritroveremo anche più avanti quando la famiglia deve fuggire da Erode per rifugiarsi in Egitto. Il bue, invece, era già lì, presente nella stalla pronta ad accogliere la nascita di Gesù. Cosa possiamo imparare da questi due animali? Cosa ci possono insegnare sulla famiglia? Perché è importante la loro presenza nel presepe? Ecco cosa rappresentano.

La presenza del bue e dell’asino riscalda la Santa famiglia, così come le nostre famiglie. Il bue simboleggia il lavoro, un lavoro duro e faticoso, ma anche portatore di dignità e responsabilità. Come i due buoi uniti dal giogo, trainavano l’Arca dell’alleanza che custodiva le tavole della legga donate a Mosè. Trainavano la presenza reale di Dio. Così anche noi coniugi – letteralmente uniti dal giogo – siamo chiamati a essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Questa capacità è presente in noi grazie al sacramento del matrimonio, ma va coltivata con impegno, fatica e sacrificio. Il terreno del nostro matrimonio deve essere curato con amore, servizio e tenerezza reciproca. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero, diventando un’oasi di amore e non un deserto senza vita.

L’asino nel presepio rappresenta la vita normale e ordinaria, simboleggiando il servizio e l’umiltà. Al contrario del cavallo, associato al potere e alla grandezza, l’asino ci ricorda che il vero amore e la santità nel matrimonio si trovano nei piccoli e concreti gesti di tenerezza, cura e servizio di ogni giorno per la persona amata e per chiunque ci necessiti. Gesù stesso scelse di entrare a Gerusalemme su un asino, sottolineando il suo ruolo di Re venuto per servire e donare se stesso. Questo ci invita a riflettere su come ci comportiamo nei confronti dell’altro: cerchiamo di servire e amare incondizionatamente o ci concentriamo solo sui nostri desideri? La santità non richiede gesti straordinari, ma si cela nei piccoli gesti quotidiani di generosità e dedizione verso gli altri.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Gesù, Giuseppe e Maria: un unico grande Mistero

Introduciamo la figura e missione di san Giuseppe, lasciandoci guidare da un documento ricchissimo, l’esortazione apostolica Redemptoris Custos, pubblicata da san Giovanni Paolo II nel 1989. Un’esortazione densa di contenuto, ma anche molto semplice, che tutti siamo invitati a riscoprire, per recuperare la vera immagine del Custode del Redentore e della Chiesa universale. Questo ci consentirà di coltivare un’autentica venerazione verso di lui, cosa impossibile se non si conosce la verità rivelata, che traspare con forza dagli stessi Vangeli e dalla Tradizione ecclesiale, e che il Magistero ci aiuta ad interpretare correttamente.

È significativo che Giovanni Paolo II abbia inserito l’esortazione su san Giuseppe nel contesto di importanti documenti magisteriali dedicati alla Redenzione. Il Pontificato di questo grande Papa, sempre attento alla verità su Dio e sull’uomo, è stato tutto “cristocentrico”, cioè con Cristo al centro e, in particolare, il Cristo Redentore dell’uomo! Egli, infatti, ha inaugurato il suo Pontificato con l’enciclica Redemptor Hominis nel 1979, per proseguire nel 1987 con la splendida esortazione mariana Redemptoris Mater. A soli due anni di distanza, pubblicava la Redemptoris Custos, interamente dedicata a san Giuseppe, e così consacrava il primo decennio alla Sacra Famiglia, per poi guardare alla missione della Chiesa, corpo di Cristo, nel 1990 con l’enciclica Redemptoris Missio. Splendido programma, di straordinaria eloquenza, che pone al cuore di ogni riflessione il Redentore, per leggere ogni realtà alla luce di quel «mistero nascosto» da secoli e a noi rivelato, di cui parla la Lettera agli Efesini (cf. Ef 3,9).

In particolare con la Redemptoris Custos, il Santo Padre offriva alla Chiesa il documento più ampio e organico mai scritto su san Giuseppe, “Ministro della salvezza” insieme a Maria. Giovanni Paolo II valorizzava specialmente la sua paternità, vista come una conseguenza dell’unione ipostatica, ossia dell’Incarnazione del Figlio di Dio nella Vergine Madre. Giuseppe, infatti, fu destinato da Dio al compito eccellente e unico di sposo e padre putativo, in vista dell’Incarnazione di Cristo. Ed è proprio questa verità la colonna portante di tutta l’esortazione. Il titolo “Custode del Redentore” è finalizzato a mettere in luce il contenuto della paternità di Giuseppe, il quale nella vita di Gesù e di Maria ha svolto essenzialmente il ruolo di vero marito e padre, nonostante quel Figlio non fosse stato da lui generato.

Al numero 8 della Redemptoris Custos, Giovanni Paolo II scrive che egli «è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente “ministro della salvezza”». Espressione quest’ultima tratta da san Giovanni Crisostomo, celebre Padre della Chiesa del V secolo.

In altre parole, tutti i privilegi di san Giuseppe derivano dalla sua vocazione ad essere padre putativo di Gesù. Ed è sempre e solo in relazione al mistero di Cristo che la sua figura e missione rivelano appieno il loro significato. Ma non è tutto. È importante che la sua speciale paternità sia compresa anche congiuntamente alla maternità di Maria. Non a caso, infatti, Giuseppe, nella Redemptoris Custos è sempre considerato «insieme con Maria». Inoltre, la maternità divina della Vergine e la paternità legale di Giuseppe hanno un carattere spiccatamente cristologico: sono la Madre naturale e il padre legale di Gesù, sono la sua vera famiglia umana, scelta dai secoli eterni, e il loro matrimonio rivela tutto il suo valore alla luce del Verbo incarnato. Davvero un grande mistero!

Giovanni Paolo II è noto a tutti per la sua devozione mariana, il Totus tuus campeggiava sul suo stemma papale. Grazie a questa esortazione egli ci permette di comprendere come un’autentica devozione a Maria e, persino, un’autentica teologia mariana, chiamata a sorreggerla e alimentarla, non possano escludere la devozione e la teologia giuseppina. In altri termini, contemplando il mistero della Sacra Famiglia nella sua unità, si comprende che la fede in Cristo non può essere disgiunta dall’amore per Maria e Giuseppe: uno è il disegno di Dio e uno il Mistero grande di Cristo, che include il matrimonio di Maria e Giuseppe, simbolo del mistero della Chiesa, vergine e sposa.

Pamela Salvatori

Benedizioni coppie omosessuali. Facciamo chiarezza.

E’ inutile negarlo. Il documento Fiducia supplicans, uscito il 18 dicembre dal Dicastero per la dottrina della fede, ha lasciato tutti sorpresi. Come al solito, sono scesi in campo immediatamente i due schieramenti che ormai da anni si danno battaglia all’interno della Chiesa. Ci sono i tradizionalisti che vedono intaccato un ulteriore pezzo della dottrina cattolica e della morale, e poi ci sono i progressisti che plaudono a una decisione innovativa ma che reputano ancora insufficiente e solo l’inizio di un percorso.

Io cercherò di non schierarmi e di essere quanto più possibile neutrale dando semplicemente alcuni spunti che secondo me sono importanti. Poi ognuno di voi si potrà fare (ma sicuramente si è già fatto) una propria idea positiva o negativa. Una cosa è certa: questo documento è controfirmato dal Papa e quindi merita attenzione e di essere letto senza pregiudizi.

Si può benedire solo quello che è conforme alla volontà di Dio espressa negli insegnamenti della Chiesa. Questa affermazione è stata ribadita nel paragrafo 9 del documento in questione, il quale fa riferimento anche a un precedente documento dello stesso dicastero e alle risposte del Papa ai Dubia di alcuni cardinali. È importante sottolineare che tale affermazione significa che le coppie omosessuali, pur vivendo una relazione affettiva, non possono rispondere al progetto di Dio come viene inteso dalla Chiesa.

Nel documento, viene sottolineato che la benedizione delle coppie omosessuali non deve essere confusa in alcun modo con un rito nuziale. Si specifica che la forma della benedizione non deve essere fissata ritualmente dalle autorità ecclesiali, al fine di evitare confusioni con la benedizione propria del sacramento del matrimonio (paragrafo 31).

La Chiesa ribadisce due fattori determinanti e immutabili: il progetto di Dio sul matrimonio riguarda esclusivamente l’unione di un uomo e di una donna, in cui la differenza sessuale diventa feconda e profetica. Inoltre, si afferma che il sesso è moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. Importante comprendere che la Chiesa ha sempre considerato moralmente leciti soltanto quei rapporti sessuali che vengono vissuti all’interno del matrimonio, essa non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica quando questa potrebbe in qualche modo offrire una forma di legittimazione morale a un’unione che presume di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale (paragrafo 11).

Questo pronunciamento è stato confermato dal Santo Padre nelle sue risposte ai Dubia di alcuni cardinali, sottolineando ancora una volta la sostanza di queste affermazioni.

In sintesi, il documento enfatizza chiaramente la posizione della Chiesa riguardo alla benedizione delle coppie omosessuali, affermando che questa non può essere confusa con il sacramento del matrimonio e che il sesso è considerato moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. La Chiesa continua a sostenere l’importanza della differenza sessuata e del progetto divino del matrimonio come definiti nei suoi insegnamenti.

Quindi, perché benedire una coppia omosessuale? Qui c’è tutta l’idea pastorale di Papa Francesco e dei gesuiti in genere. È importante comprendere che la visione del Papa si basa sull’idea della presenza e dell’amore di Dio in tutte le situazioni umane, comprese quelle moralmente sbagliate. Il Papa sostiene che, nonostante un rapporto omosessuale possa essere considerato moralmente sbagliato, se vi è una volontà sincera di fare del bene, può esserci una scintilla di verità che avvicina la coppia a Dio. Questo può essere un inizio, un cammino verso una vita spirituale più profonda?

Nel documento, Papa Francesco afferma che, anche quando il rapporto con Dio è offuscato dal peccato, è sempre possibile chiedere una benedizione, tendendo la mano a Lui, proprio come Pietro lo fece nella tempesta quando gridò a Gesù: “Signore, salvami!”. Desiderare e ricevere una benedizione può essere il bene possibile in alcune situazioni? Il Papa ci ricorda che anche un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi attraversa le sue giornate senza affrontare importanti difficoltà.

La Chiesa, come afferma il Papa, ha il dovere e la missione di non escludere nessuno. Pertanto, se una coppia omosessuale desidera la benedizione della Chiesa sulla propria relazione, sta manifestando il proprio desiderio di cercare l’aiuto di Dio, desiderio che spero sarà verificato dal benedicente. La Chiesa, secondo la visione del Papa, è chiamata ad accogliere tutti coloro che cercano Dio e il suo amore, indipendentemente dalla loro situazione o orientamento sessuale.La Chiesa, secondo Papa Francesco, è chiamata ad accogliere e accompagnare ogni persona che cerca Dio, offrendo la sua benedizione come un segno di amore e misericordia.

Perchè benedire la coppia e non le singole persone? Questa è un questione sostanziale. Non ho una risposta certa e anche io conservo diversi dubbi. Ma il Papa è Francesco e cerchiamo di comprendere le sue ragioni. Dico quello che è il mio pensiero analizzando tutto il modo di evangelizzare e di concepire la pastorale del Papa. Benedire solo la persona equivarrebbe a dire che Dio non c’è proprio lì dove la persona cerca di vivere l’amore. Certo in un modo completamente sbagliato, ma che resta il solo che riesce in quel momento a produrre quella persona. Eliminare questa parte importante della vita della persona equivale a creare una doppia vita. Esiste la vita di fede ed esiste la vita di coppia. Come in dottor Jekyll e mister Hyde. Invece il Papa ritiene importante far comprendere alle coppie omosessuali che si giocano la loro salvezza e la loro santità soprattutto lì, nelle relazioni con i fratelli ed in particolare quelle affettive. Ed è lì che devono fare la fatica di una vera conversione. Questa è solo una mia deduzione.

È la strada giusta? Non si rischia attraverso questo documento di affermare una determinata verità e poi di contraddirla con la percezione concreta che i fedeli avranno del significato della benedizione? Vedere il sacerdote che benedice una coppia omosessuale non induce il fedele – già peraltro abbastanza influenzato dai mass media – a ritenere normalizzato il rapporto omosessuale? Il rischio c’è, solo il tempo ci dirà della bontà di questa decisione. A noi è chiesto non tanto di giudicare le scelte del Papa quanto di pregare per lui.

Possiamo concludere quindi questa riflessione tirando le somme. Il Papa non vuole riconoscere come buone le relazioni irregolari e tantomento quelle omosessuali. Ribadisce la pienezza del disegno di Dio nel matrimonio e ribadisce che il sesso è buono ed autentico nel suo significato solo all’interno del matrimonio. Il Papa però non vuol far mancare una presenza accanto a chi vive situazioni anche di peccato. Il Papa vuole che la benedizione possa essere l’inizio di un cammino di conversione e non la giustificazione di una situazione oggettivamente di peccato. È la strada giusta? È questo il modo per avvicinare le persone omosessuali a Dio? Continuiamo a pregare e a chiedere luce allo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Conta le stelle: ferita che diventa feritoia

Ciao cari sposi, siamo P e G, vi vogliamo esprimere l’importanza di staccare un attimo dalle fatiche quotidiane, per ricaricarsi spiritualmente.

Per fare questo, aiutano tanto le esperienze che noi chiamiamo Tabor. Ricordate la trsfigurazione di Gesù? Ecco noi abbiamo bisogno di vedere il nostro amore trasfigurato, di vederlo con gli occhi di Gesù, per caricarci, per vedere la meta e anche il percorso per arrivarci. Per riuscire a comprendere quali sono gli strumenti che servono per fare questo cammino. Il nostro Tabor sono i corsi di Assisi. Se desiderate vivere un’esperienza di trasfigurazione del vostro amore e scoprire nuovi strumenti per il vostro cammino spirituale, vi consiglio vivamente di considerare l’opportunità di partecipare ai corsi dei frati e delle famiglie francescane di Assisi. Sono un tesoro di saggezza e di esperienza francescana che può arricchire la vostra vita spirituale e condurvi verso la meta che cercate.

Di recente abbiamo fatto il ritiro per coppie di sposi infertili dal titolo Conta le Stelle. Senza  nulla togliere a Simona ed Andrea di Abramo e Sara – che scrivono qui sul blog e che fanno un servizio meraviglioso – noi consigliamo di fare questo ritiro. Sia per ritagliarsi un bel momento speciale intimo e profondo di coppia sia per imparare a non stare fermi nella rassegnazione. Non serve scappare, nascondersi o chiudersi nel dolore, nella rabbia e nell’invidia. Solo se ci apriremo alla Speranza con l’aiuto di Dio, attraverso lo Spirito Santo per il discernimento, la preghiera, la Sua Parola, il direttore spirituale e il dialogo di coppia  si può scoprire e vivere in pienezza la chiamata di Dio. Una chiamata che è specifica per ciascuna coppia di sposi. Dio infatti è fedele, fa quello che promette nel giorno delle nozze, portandolo a compimento, passo dopo passo.

Solo Dio Salva – è il significato del nome di Gesù – in questa ferita dell’infertitiltà, facendola diventare feritoia, dove possono passare la Luce e la Vita  e dove si risorge. Dio non butta via niente, con Lui e per Lui, tutto serve, tutto ha senso.

In questo ritiro, inoltre, si conoscono altre coppie di sposi che provengono da tutta l’Italia, più o meno giovani, sposate da poco o da tanto, si conoscono i frati minori di Santa Maria degli Angeli ed infine le famiglie dell’équipe (in primis Maria Rosaria Fiorelli e famiglia). Persone che possono essere un valido sostegno anche dopo il corso. In giro è difficile trovare persone competenti che hanno a cuore queste coppie ferite. È un ritiro unico e irripetibile in italia, che ti lancia in avanti, non ti lascia fermo, immobile, pietrificato, indifferente. Si è poi accompagnati da personaggi biblici, come Abramo e Sara, Elisabetta e Zaccaria, Maria e Giuseppe e altri. 

Il dono più bello è però la presenza consolante di Dio. Il Signore si fa sempre sentire presente, siamo riusciti a comprendere di non essere soli, che sono tante le coppie che vivono questa condizione di vita. Una consapevolezza che, unita alle belle ed efficaci catechesi, ci ha aiutato a prendere il largo e a credere nell’impossibile.

Per info sui prossimi corsi clicca qui.

Vi auguriamo Buon Natale di Rinascita, di Vita Nuova! 

Un abbraccio da noi 

P e G

Ci trovate su facebook Paola Bt 

Maria si affida a Giuseppe suo marito

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

In questo tempo di Natale possiamo riflettere non solo sulla nascita di Gesù ma anche sulla Santa Famiglia e sulle dinamiche che la caratterizzavano. Dio non ha mai dialogato direttamente con loro, ha sempre inviato un suo angelo, un suo emissario. Angelo che a Giuseppe è apparso in sogno, ma poco cambia per quello su cui vorrei riflettere. Avete notato che l’angelo appare a Maria una volta sola mentre a Giuseppe ben quattro. Perchè?

Perchè Giuseppe è lo sposo e Dio riconosce a Giuseppe il ruolo di guida della famiglia. Non è un caso che l’angelo appare a Maria solo la prima volta, quando lei deve dare il suo personale assenso al progetto di Dio. Poi appare anche a Giuseppe che decide di accogliere con sè Maria e il nascituro Gesù. Da allora, le successive tre volte, appare solo a Giuseppe, perchè Giuseppe è la guida della famiglia. 

Maria non si lamenta. Potrebbe farsi forte del suo essere madre di Dio, non lo fa, con umiltà si fida del suo sposo. So bene che sto affermando modalità e atteggiamenti che possono sembrare maschilisti e patriarcali – va tanto di moda parlarne di questi tempi – ma credo che in realtà non siano dinamiche superate. Non voglio riflettere su concetti astratti, mi limiterò a raccontare la mia esperienza. 

Mia moglie mi ha donato il suo affidamento, una parola che in questi tempi può sembrare desueta o antiquata. Quella che in Efesini 5 viene chiamata sottomissione. In un’epoca in cui l’emancipazione sembra essere l’unico obiettivo, si potrebbe pensare che affidarsi completamente a qualcuno sia un’idea incompatibile con la volontà di essere indipendenti e padroni del proprio destino.

Ma lasciatemi spiegare cosa intendo con tutto ciò. Il fatto che mia moglie si sia affidata completamente a me non vuol dire che lei abbia bisogno di me o che io debba esercitare un controllo su di lei. Non è una questione di gerarchia o di dominio, ma piuttosto un atteggiamento di fiducia e di condivisione reciproca.

Con il matrimonio, mia moglie ha scelto di mettersi nelle mie mani volontariamente, senza costrizioni o richieste di contropartita. Questo suo dono mi ha commosso profondamente e mi ha fatto riflettere sul valore che io ho come individuo. Essere oggetto di questa fiducia e di questa responsabilità, mi ha reso ulteriormente consapevole della serietà e dell’importanza del nostro rapporto.

La fiducia che mia moglie ha riposto in me è un regalo prezioso, un prezioso atto d’amore. Mi fa sentire responsabile di dare il meglio di me stesso, di essere la persona su cui lei possa sempre contare. Questa fiducia reciproca è una delle fondamenta dell’amore coniugale, fa parte del dono totale che ci facciamo a vicenda attraverso il matrimonio.

Ciò non significa che non ci siano momenti di contrasto o divergenza di opinioni. Prendiamo sempre le decisioni insieme, condividendo i nostri punti di vista e cercando di trovare un terreno comune. La fiducia che ci lega ci permette di superare gli ostacoli e di affrontare insieme le sfide che la vita ci presenta.

In sintesi, il dono dell’affidamento che mia moglie mi ha fatto è qualcosa di straordinario. È un’esperienza che mi ha reso più consapevole del mio valore come individuo e del valore del nostro matrimonio. Mi ha fatto capire che, indipendentemente da ciò che accade, posso sempre contare su di lei, così come lei può contare su di me. Sono grato per questo dono e mi impegno a onorarlo, a dare il meglio di me ogni giorno per mantenere viva la fiducia che mia moglie ha riposto in me. C’è un’altra riflessione molto importante. Dio ci parla anche attraverso il nostro coniuge. Ma la vederemo nel prossimo articolo

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Siamo testimoni o giudici?

Anche noi interroghiamoci, ognuno di noi faccia questa domanda a sé stesso, interroghiamoci: amo davvero il Signore, al punto da volerlo annunciare? Voglio diventare suo testimone o mi accontento di essere suo discepolo? Prendo a cuore le persone che incontro, le porto a Gesù nella preghiera? Desidero fare qualcosa perché la gioia del Vangelo, che ha trasformato la mia vita, renda più bella la vita loro? Pensiamo questo, pensiamo queste domande e andiamo avanti con la nostra testimonianza. (dall’Udienza generale del 13/12/2023)

Queste sono le domande che papa Francesco ci invita a rivolgere a noi stessi. Sono domande forti. In particolare per chi cerca di evangelizzare un mondo sempre più lontano dal Signore e per questo sempre più povero.

Cosa ci sta dicendo papa Francesco? Ci chiede semplicemente di interrogarci sulle motivazioni che ci spingono a proporre determinati valori. In un mondo in cui i valori sembrano spesso relativi e soggettivi, papa Francesco ci invita a riflettere su un aspetto fondamentale: Cristo non è solo parte del nostro bagaglio culturale e del nostro stile di vita, ma è una persona viva e reale.

In queste parole possiamo cogliere l’importanza di un incontro personale con Cristo. Un incontro che va oltre la mera conoscenza teorica o l’appartenenza formale a una tradizione religiosa. Papa Francesco ci ricorda che Cristo è una persona che abbiamo incontrato, che ci ha amato e con cui abbiamo iniziato una relazione d’amore.

Questa relazione personale con Cristo dona un senso profondo ai nostri valori. Quando viviamo l’amore di Cristo nelle nostre vite, i nostri valori non diventano una contrapposizione a quelli degli altri, ma una bellezza da condividere. Diventiamo capaci di amare e rispettare gli altri nel rispetto della loro dignità umana.

Solo attraverso questa relazione personale con Cristo possiamo essere credibili nella nostra testimonianza di valori autentici. Non si tratta solo di professare parole, ma di vivere in coerenza con ciò che crediamo. Papa Francesco ci invita quindi a interrogarci sulle nostre motivazioni più profonde, sulle radici delle nostre scelte e azioni.

Facciamo un esempio concreto. Chi non crede nel matrimonio e vive una sessualità disordinata non è un antagonista, non è una persona da disprezzare. È un nostro fratello o una nostra sorella. Quello che ci chiede Papa Francesco credo sia testimoniare la bellezza della nostra scelta conforme alla proposta morale della Chiesa, ma poi ci chiede di saperci avvicinare a chi fa scelte diverse con il rispetto che ogni persona merita. Con la consapevolezza che noi non siamo migliori di quelle persone, ma che siamo arrivati a determinate scelte grazie agli incontri che abbiamo fatto e alle vicende della nostra scelta personale.

È fondamentale comprendere che il rispetto reciproco è il pilastro su cui si basa qualsiasi forma di dialogo e scambio di idee. Ogni individuo è unico e ha il diritto di vivere la propria esistenza facendo le proprie scelte. È importante non dimenticare che non siamo noi a giudicare o condannare qualcuno, ma è compito di Dio. Il nostro ruolo, invece, è quello di amare incondizionatamente, di tendere la mano e di aiutare gli altri nel cammino della loro vita spirituale, pur comprendendo che ognuno ha il proprio percorso unico. Dire tutta la verità – ce lo chiede l’amore – ma senza imporla. Solo se l’altro è disposto ad ascoltarla. Altrimenti possiamo pregare e stare accanto continuando a testimoniare.

Quando Papa Francesco ci invita a testimoniare la bellezza della nostra scelta conforme alla proposta morale della Chiesa, ci chiede di farlo con umiltà e compassione. Questo significa accogliere ogni persona nel nostro cuore senza pregiudizi o discriminazioni. Non dobbiamo considerarci superiori o migliori, ma dobbiamo piuttosto adottare uno sguardo di rispetto e amore verso gli altri. Solo nel rispetto reciproco possiamo sperare che l’altra persona possa apprezzare anche le nostre scelte e scorgere in filigrana la bellezza di Dio. Come possiamo sperare di evangelizzare qualcuno se lo avviciniamo con uno sguardo di condanna? Solo l’amore salva! E noi possiamo esserne strumenti ma mai artefici.

Il primo luogo di missione è la nostra casa. Io ricordo sempre come Luisa mi sia sempre stata accanto senza giudicarmi nonostante io sia più indietro rispetto a lei. Tante volte ha aspettato che ci arrivassi io a determinate scelte, attendendo i miei tempi e aiutandomi con il suo amore gratuito ed incondizionato. Mi ha evangelizzato con il suo amore gratuito non tanto con le parole. Poi, quando sono stato pronto ad ascoltare con il cuore, allora sì che le parole hanno attecchito, altrimenti sarebbe stato tutto inutile.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Cuori adolescenti. Relazioni che curano

Continuiamo a parlare di challenge. Ricordiamo, innanzitutto, che queste sigle sono vere e proprie sfide, assurde, che esistono perché qualcuno le ha inventate e, purtroppo, sono seguite da giovani in tutto il mondo. Avevamo parlato di NNN, adesso tocca a DDD, la challenge per il mese di dicembre: letteralmente ‘Destroying Dick December’.

Dopo un mese, novembre, di astinenza forzata, non poteva che esserci un ribaltamento della morale. Il nome parla chiaro, si tratta di praticare la masturbazione per un numero di volte quotidiano pari al giorno corrente del mese. Sperando che per i più restino soltanto parole, si tratta di una deriva strabordante e illogica dalla quale, per quanto ci riguarda, proveremo a tirare fuori qualche riflessione positiva.

Riguardo alla NNN ci eravamo soffermati sulla ricerca identitaria della fase adolescenziale (cosa cerca un cuore adolescente? A chi o dove chiede risposte?), per la DDD vorrei sfiorare il tema della conoscenza di sé e del proprio corpo, tema centrale nell’età della giovinezza. Un cuore che cerca risposte è un cuore che si sta conoscendo, si sta scoprendo quasi adulto, si sta proiettando nel futuro, in un mondo disincantato lontano da quello infantile.

L’adolescente, spesso, si affaccia alla conoscenza del proprio corpo consapevole che dovrebbe sapere tutto, perché la società sa tutto di lui. E così, per non restare indietro, ingurgita informazioni su informazioni, fa incetta di tutto ciò che offre il web per capire, sapere, comprendere. Ma il web, come dice la parola stessa, è una “ragnatela” che non tarda ad acchiappare chi non sa come funziona: quando diciamo che internet dà accesso a qualsiasi informazione, rendiamoci conto di cosa significa quel “qualsiasi” per un adolescente (o peggio, un bambino lasciato solo con il telefono). Significa poter soddisfare qualsiasi curiosità, anche legittima e ingenua, senza filtri, senza confronto, senza relazione, dando credito a sconosciuti che hanno pubblicato qualcosa sul web.

La DDD è la strabordante deriva che nega il rispetto di sé, della propria sessualità, oltre a ignorare completamente (volontariamente o meno) la relazione per la quale l’atto sessuale è stato creato. Spesso mi sono chiesta cosa avesse la psicoterapia di tanto diverso da una chiacchierata con un amico fidato: perché la terapia cura e una chiacchierata con un amico no? Perché alcuni nodi sono sviscerati e sciolti in una seduta e non al bar in compagnia?

Eppure, magari, le confidenze sono le stesse. La risposta illuminante (e chi ha fatto terapia sa di cosa parlo) me l’ha data un mio amico psicologo: è la relazione che cura. Posso essere sollevato o confortato in seguito ad una telefonata amicale, ma se ho difficoltà o nodi pregressi non saranno sciolti, occorre un altro tipo di relazione. La relazione cura, sempre. Dipende di quale cura hai bisogno. Il Signore ci ha donato le emozioni, ne siamo responsabili per vivere bene, pienamente, consapevolmente.

Quello che il web non dà a nessuno è la relazione. Che è esattamente ciò che gli adolescenti cercano maggiormente. Tutti vogliamo essere connessi e siamo qui, sui social: sia chiaro, la relazione è un bisogno umano primario, non siamo fatti per vivere soli. Ma un adolescente che cerchi risposte su internet si priva di una componente essenziale per una proficua ricerca: qualcuno che gli voglia bene e, proprio per questo, gli proponga informazioni o riflessioni nel modo e nell’ordine ritenuto migliore per lui. Vi sembra poco? A me sembra tutto.

Certamente, internet è uno strumento incredibile, un dono, che va saputo utilizzare al meglio. Chi sa usarlo (e ne conosce le trappole) probabilmente troverà cosa cerca senza troppe difficoltà. Ma su argomenti tanto sensibili come il proprio corpo e il suo funzionamento, per un adolescente che sa semplicemente digitare domande, come possiamo pretendere che internet rimandi solo contenuti semplici, saggi, prudenti o addirittura cristiani? Come aprire il rubinetto al massimo e pretendere che l’acqua fuoriesca goccia a goccia.

La fede è relazione. Essere chiamati per nome è l’inizio di una relazione. L’Arcangelo Gabriele che saluta la Madonna entra in relazione con lei. Dio che cerca l’uomo, chiedendo il Sì di Maria, è un Dio-con-noi, un Dio in relazione. La preghiera è relazione (se ascoltiamo anche!). Il Matrimonio è relazione e una piuttosto speciale direi, quella che ci scegliamo per la vita. La genitorialità è relazione, con dei figli che non sono nostri ma che siamo chiamati a guidare e accompagnare per un pezzo di strada. Siamo chiamati ad intessere relazioni, cari sposi. L’autenticità delle stesse sarà il banco di prova dei cuori adolescenti di domani: hanno fiuto per la Verità, come ha suggerito il Papa. E quanto è vero!

Vigiliamo e preghiamo affinché non vada perso con il tempo, con il disincanto, con le trappole del web, con i mille inganni e le mille challenge che il mondo potrà loro proporre. Restiamo uniti, restiamo veri, affrontiamo i tabù (o presunti tali) con semplicità e onestà. Non dobbiamo avere tutte le risposte: non crollerà il mondo se lo ammettiamo, che sia davanti ai nostri figli o al nostro sposo. La relazione cura entrando in relazione: possiamo limitarci a tante conoscenze oppure metterci davvero in gioco con qualcuno. Questo fa e farà la differenza.

L’unica challenge che merita giocare è quella dell’abbandono in Dio. Più ci sapremo consegnare a Lui, più scopriremo noi stessi, il nostro cuore, e come dice S.Agostino: “Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, I,1,1).

Giada (@nesentilavoce)