La percezione dell’amore

Oggi prendo spunto da un articolo all’apparenza banale. La tennista Katie Boulter, dopo aver giocato e vinto la finale di un torneo importante, si lamenta della mancanza del fidanzato Alex De Minaur, anche lui tennista top. Katie approfitta dei media per lanciare un messaggio al compagno: Non sei venuto a vedermi. Non so se staremo ancora insieme. Specifico che Alex aveva a sua volta giocato e vinto un torneo poche ore prima in un Paese diverso (lei era a Nottingham in UK mentre lui a Hertogenbosch in Olanda)

Questa è la notizia. Naturamente non so nulla della vita privata dei due giovani atleti e non credo sia neanche così interessante conoscerla. Probabilmente non parlava seriamente ma il fastidio era reale. È invece importante usare questa notizia per trattare un argomento più generale che ci riguarda tutti.

A molti di noi la reazione della giovane tennista sembra spropositata. Quasi un capriccio. D’altronde il fidanzato aveva appena terminato un torneo faticoso. Avrebbe dovuto preciparsi in aeroporto per raggiungere trafelato Nottingham. È piuttosto lei che avrebbe dovuto mostrarsi più empatica e comprensiva. Qualcun’altro potrebbe invece pensare che lui abbia dimostrato di non tenere abbastanza a quella relazione. Non abbastanza da fare un sacrificio alla fine sopportabile per chi passa l’anno viaggiando da un torneo all’altro. Percezioni diametralmente opposte.

Cosa discrimina la nostra percezione? Il nostro linguaggio dell’amore. Per chi non dovesse ancora conoscere i linguaggi dell’amore li sintetizzo in due righe. Ognuno di noi ha un linguaggio dell’amore primario. Esistono cinque linguaggi: parole di incoraggiamento, contatto fisico, gesti di servizio, momenti speciali e i doni/regali. Noi ci sentiamo amati se l’altro parla con noi il nostro linguaggio dell’amore. Io parlo il contatto fisico e mi sento amato quando sono abbracciato e accarezzato, non mi fa invece sentire particolarmente amato se mia moglie mi cucina un pasto delizioso o mi fa un complimento. Luisa parla le parole di incoraggiamento. Si sente quindi amata quando riceve parole positive di stima e di valore per quello che è e che fa. Non si sente invece particolarmente amata se l’abbraccio. Infatti mi succede ancora di abbracciarla in silenzio quando la vedo giù e lei mi risponde inevitabilmente che dopo più di vent’anni di matrimonio ancora non ho imparato a parlare il suo linguaggio. E io prendo e porto a casa perché ha ragione. E così via per tutti i linguaggi. Per approfondire vi consiglio il libro di Gary Chapman

Ora è chiaro che il linguaggio dell’amore di Katie è ricevere doni. Già perchè tra i doni non sono ricompresi solo i regali materiali ma anche donare il tempo e la presenza. Chi ha questo linguaggio dell’amore si sente amato quando l’altro fa di tutto per esserci nei momenti importanti della vita. Non per forza la finale di un torneo. Più banalmente anche la visita dal dottore. Mi sento amato se mi accompagni e stai con me.

Nostra figlia, che ha questo linguaggio, rinfaccia ancora alla mamma, Luisa, la delusione che ha provato quando mia moglie ha saltato la cena del ritiro prima della cresima per un altro impegno. Cosa sarà mai? Se fosse successo a me non ne avrei fatto un dramma, ma io ho un altro linguaggio dell’amore. Per Maria è stato un piccolo dramma perchè non ha letto la mancanza della mamma come una semplice assenza a una cena, ma come a una mancanza di interesse e di amore.

Tutto questo per ricordarvi e ricordarmi che la percezione dell’amore è davvero personale. Non giudichiamo secondo i nostri parametri ma cerchiamo di conoscere e comprendere quelli dell’altro. Soprattutto cerchiamo prima di tutto di capire e poi di parlare il linguaggio dell’altro, anche se è diverso dal nostro e anche se non ci viene spontaneo.

Antonio e Luisa

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Girare lo sguardo

Sal 26 (27) Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Il mio cuore ripete il tuo invito: «Cercate il mio volto!». Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Questo Salmo è un accorato appello al Signore affinché non respinga la richiesta di misericordia, la sua benevolenza riempie il cuore dell’uomo, e senza di essa l’uomo si sente solo.

Sappiamo quanto la solitudine sia una situazione esistenziale tra le più terribili, lo sanno bene quelli che lavorano in case di cura per anziani e/o per disabili, lo sanno bene i tanti figli che portano i propri genitori anziani (spesso vedovi) al centro diurno della zona, affinché essi non muoiano di solitudine. La solitudine fa più male di una malattia corporea, poiché se per quest’ultima la medicina ha trovato cure abbastanza efficaci, contro la solitudine la medicina non può nulla, non c’è rimedio scientifico che tenga; e spesso questa malattia spirituale viene somatizzata a tal punto che il corpo subisce più danno da essa che dalla malattia corporea, e le medicine risultano inefficaci.

Non è nostra intenzione rovinare la giornata a nessuno con queste riflessioni, ma si rendono necessarie poiché da come sono le relazioni tra noi possiamo intuire e comprendere un po’ meglio com’è la relazione con Dio.

A volte succede di litigare anche pesantemente col proprio coniuge, non si dovrebbe mai farlo ma le nostre fragilità spesso ci fanno cadere, e alla fine uno dei due mantiene il broncio per un po’ di tempo a mo’ di vendetta, per farla pagare all’altro, come a dire che il perdono forse arriverà ma se lo deve guadagnare con la penitenza. E quale penitenza? Volgiamo lo sguardo dall’altra parte, anche se la rabbia è già sbollita, ma giusto per non dargliela vinta rifiutiamo di incrociare il suo sguardo, che significa: “sono ancora arrabbiato con te“.

Quant’è brutto quando il nostro coniuge non vuole incrociare il nostro sguardo, è un atteggiamento che ci ferisce molto, perché comunica indifferenza, e l’indifferenza altrui ci fa provare solitudine.

Ecco perché il salmista supplica il Signore affinché non giri il suo volto dall’altra parte… come a dire: “Signore non essere ancora arrabbiato con me, guardami, incrocia il tuo sguardo con il mio“. Ma il Signore dà già la sua risposta : […]«Cercate il mio volto!».

Se ci dice di cercarlo è perché Lui non serba rancore come facciamo tra noi, Lui è sempre pronto al perdono, basta che veda uno spiraglio di pentimento nel nostro cuore, per Lui è già sufficiente. Cari sposi, l’invito di questa settimana è quello di dire al nostro coniuge: “cerca il mio volto, perché io ti ho già perdonato“.

Gli sposi nel Sacramento hanno una marcia in più, che è il Sacramento stesso. Quando il nostro amato, la nostra amata ne combina una delle sue, dovremmo dire: “io ti ho già perdonato, perchè il vincolo che ci lega è sacro, ed il Sacramento è molto di più del tuo errore“. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

La sessualità promette molto, ma raccoglie poco. Seconda parte.

Se sabato non avete letto la prima parte vi lascio il link. Riprendo ora da dove ho interrotto la precedente riflessione.

Quando riconosciamo il Creatore come origine e partecipe del nostro amore, la sessualità assume un significato che è più grande di se stessa, che la trascende e che è capace di riempire il cuore degli sposi. In questo modo, al piacere provato nell’atto coniugale fa seguito la gioia nel cuore di entrambi. Una gioia che dura nel tempo, e che li riempie. Questo perché gli sposi entrano in comunione tra loro, ma entrano anche in comunione con il Creatore, fonte inesauribile nella quale le anime cercano la gioiosa pienezza. Per noi è così! Dopo ventidue anni di matrimonio l’intimità diventa sempre più bella e piena. Non parlo di prestazione ma di comunione e nutrimento.

Solo quando viviamo la nostra sessualità così comprendiamo allora che l’atto coniugale non è un atto che riguarda solo i coniugi e che rimane unicamente in loro, ma che, vissuto nella sua verità, è un atto di abbandono a Dio. Possiamo affermare con assoluta certezza che l’amore dei coniugi non è questione di due, ma di tre: la moglie, il marito e Dio. Pertanto, poiché l’amore deve essere vissuto nell’integrazione di tutte le dimensioni, anche l’unione sessuale è, se gli sposi lo consentono, un momento di unione con il Creatore.

La meravigliosa Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II ci ha lasciato un dono enorme quando approfondiamo questo argomento. Egli spiega che nell’unione sessuale dei coniugi si sperimenta una vera “liturgia dei corpi”. In esso gli sposi esprimono fisicamente ciò che fanno anche con l’anima. Nell’atto coniugale si ascolta il linguaggio del corpo poiché esso è stato creato per essere sacramento della persona, cioè per manifestare in modo visibile – nella carne – una realtà invisibile – l’anima.

Per questo, quando i coniugi si aprono alla conoscenza di questa verità e al suo rispetto, vivono la loro intimità sessuale come un momento sacro di liturgia e di preghiera. Ciò non significa che sia noioso o monotono, ma al contrario: implica che la gioia della comunione sia vissuta nel quadro dell’eterno amore divino, che si rinnova continuamente con gioia e creatività. Gli sposi si donano nella loro totalità di corpo e anima, così come Cristo Sposo ha fatto per la sua Sposa, la Chiesa sulla croce.

Qui vediamo chiaramente che si tratta davvero di una “liturgia dell’amore”, con i suoi momenti ben definiti e la propria trascendenza. L’atto coniugale è una preghiera autentica che gli sposi elevano a Dio con tutto il loro essere, ringraziando per il dono d’amore ricevuto. È un momento sacro, in cui il letto nuziale diventa luogo di parto e di donazione. E lì sperimentiamo una piccola anteprima di ciò che ci aspetta in Paradiso.

L’atto coniugale è cammino di santità perché in esso gli sposi si trasmettono reciprocamente la Grazia. Come abbiamo più volte ricordato l’intimità fisica rinnova il sacramento del matrimonio con una nuova effusione di Spirito Santo. Nel rito del sacramento del matrimonio è la prima unione sessuale degli sposi a consumare (cum-summare portare alla sommità) il sacramento e il mezzo attraverso il quale entrambi si trasmettono reciprocamente la Grazia. I coniugi si rivolgono a Dio nel loro amore e comunicano tra loro i doni che Egli dona loro. Sempre Noriega afferma che: Il coniuge cristiano potrà trasmettere all’amato nella sessualità non solo una una presenza reciproca, ma anche il dono dello Spirito. Dio diventa protagonista anche della formazione dell’amore tra i coniugi, poiché non è estraneo a nulla di umano, compresa la sessualità, che Egli stesso ha creato.

Sappiamo che il matrimonio costituisce una vocazione, nella quale ciascuno dei coniugi aiuta l’altro a percorrere il cammino della santità. Ciò avviene attraverso i numerosi atti d’amore che hanno l’uno verso l’altro. Non sfugge a questo l’atto coniugale, che, vissuto nel rispetto dei suoi significati e della sua verità intrinseca, diventa occasione di crescita nella santità, poiché i coniugi crescono nella virtù della carità, ricercando il bene dell’altro e compiendo la volontà di Dio che cresce nell’amicizia con lui.

Antonio e Luisa

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Un terreno già fecondato

Cari sposi, nel pieno dell’epoca dei Lumi una parte di scienziati si chiedeva come nascesse concretamente la vita. Imperava allora la teoria della generazione spontanea delle forme viventi elementari, tesi che durò fino oltre la metà del 1800 quando Louis Pasteur, celebre chimico, scoprì che invece esse si dovevano piuttosto attribuire a fattori esterni quali l’acqua, l’ossigeno e la temperatura. Oggi sappiamo bene che lo sviluppo di un seme è dovuto alla formazione di sostanze provenienti dai processi metabolici avvenuti al suo interno e che essi si possono innescare anche a distanza di anni.

Per tutto ciò, capiamo quanto è stata geniale la trovata di Gesù di utilizzare tale immagine per spiegarci in cosa consista il Regno di Dio. Ecco perché il Signore, giustamente, menziona che la crescita avviene quando nemmeno il seminatore se l’immagina.

Ora è chiaro che questa analogia tra Regno e seme si può ben traslare al matrimonio. Perché in effetti nelle nozze viene concessa una grazia, Gesù deposita in voi un seme che altro non è che la sua Presenza. Ricordatevi di quel bellissimo passaggio di Amoris Laetitia: “Il sacramento non è una «cosa» o una «forza», perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri»” (Amoris Laetitia 73).

Così, il Vangelo di oggi ha una forza consolante e motivante, davvero unica per tutti voi sposi, sia che viviate momenti di entusiasmo nella relazione come anche di fatica. Colgo infatti almeno due grandi lezioni per voi coniugi.

Anzitutto, Gesù sta affermando chiaro e tondo che la piccolezza, nel Vangelo, non è mai un problema. Quindi qualora vi scontraste con i vostri limiti e fragilità, vizi o debolezze, questo non può mai essere motivo di scoraggiamento. Chiunque può, anzi, è chiamato a tendere alla santità a partire da dove si trova, dalle situazioni concrete in cui vive. Quello che sì conta tantissimo per Gesù è la crescita, cioè il mettersi in cammino, il non restare fermi dove si è adesso ma con Lui provarci e riprovarci ogni giorno. Per cui, parafrasando la metamorfosi del seme di senape, essere sposi significa mettersi sempre in cammino e vivere sempre in rinnovamento.

Inoltre, sebbene gli uditori di Gesù all’epoca non lo potessero ancora sapere, il corrispondente di ciò che rende il seme capace di tramutarsi in piante, oltre ad essere i suddetti enzimi, è in voi sposi anzitutto la Grazia, l’azione silente dello Spirito Santo.

Come fare quindi per crescere in coppia nella propria vocazione? Anzitutto dando alla Grazia le condizioni ottimali per fare il suo dovere. Quelle che per il seme equivalgono all’acqua, al calore e alla terra smossa. Per voi sono dunque la preghiera in coppia, l’Eucarestia, la confessione, la direzione spirituale, un apostolato vissuto assieme… mezzi infallibili che vi consentiranno di essere spettatori delle meraviglie della Grazia in voi.

Cari sposi, il Seminatore vi ha reso un terreno già fecondo, questa è la bella notizia. L’importante è che ne siate consapevoli e collaboriate con Lui per portare moto frutto.

ANTONIO E LUISA

Non ci sentiamo di aggiungere nulla alla riflessione di padre Luca. Vogliamo invece sottolineare un passaggio che ci ha toccato particolarmente. Noi siamo naturalmente predisposti (non so voi) a flagellarci per i nostri limiti. A considerarci sempre un po’ meno degli altri. Soprattutto come genitori ci sentiamo spesso una frana, Padre Luca ci consola. Il limite non è un problema per Gesù. Diventa un problema quando le nostre fragilità ci impediscono di camminare e di crescere. Questo l’abbiamo imparato in 22 anni di matrimonio. Ogni giorno abbiamo fatto i conti con i nostri limiti ma abbiamo imparato ad affidarli a Gesù e abbiamo cercato sempre di fare del nostro meglio.

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Il matrimonio secondo Pinocchio / 31

Cap XXIV Pinocchio arriva all’isola delle Api industriose e ritrova la Fata.

Nel mare tempestoso il burattino non riesce a trovare il babbo però le onde lo fanno approdare su di un’isola, ove si imbatte nel paese delle Api industriose, ma poi ritroverà la fata. E’ provato dalla fame e dalla sete, sicché si mette sul ciglio della strada a chiedere l’elemosina.

E’ curioso che le molte persone fermate dal Nostro non abbiano nulla in contrario ad elargire qualche soldo, a patto però, che vengano aiutate in qualche faccenda, ovvero che anche lui faccia la sua parte di lavoro per guadagnarsi qualche soldo.

Non è difficile scorgervi il tema della collaborazione alla Grazia e del merito. Tema che sembra non essere gradito dall’uomo moderno, abituato com’è al tutto e subito, con poco impegno e massimo rendimento o tornaconto.

Lo si denota anche dalla continua crescita di adesione alle ultime proposte commerciali in cui c’è lo sconto del 3×2, i vantaggi del cliente premium, proposte in cui spesso si ritrova la parolina magica: gratis. Sembra quasi che le pubblicità siano pensate e studiate da illusionisti e non da commercianti.

Con questo dilagare di vantaggi economico-commerciali ed il benessere alla portata di tanti, la gente si è assuefatta a questa logica per cui il sacrificio è sparito dalla mentalità di molti, di troppi.

La logica usata nel commercio è stata applicata anche alla vita spirituale, e molti sposi pretendono da Dio lo sconto tale oppure i vantaggi della propria (presunta) carta fedeltà… quasi come se il Signore fosse una cassiera che ti legge il codice sconto cliente e ti tratta come socio premium.

Lo si capisce da frasi come queste: “Abbiamo recitato la novena ma il Signore non ci ha fatto la Grazia, siamo andati a Messa tutte le Domeniche ma non ha guarito il mio consorte da una grave malattia…”; sono frasi che denotano che tipo di rapporto abbiamo con Dio: praticamente vantiamo dei diritti nei suoi confronti quasi che sia Lui ad essere in debito con noi e non viceversa.

Ma il Signore non agisce mai senza la nostra collaborazione, certamente il motivo non sta nel fatto che Lui non sia Onnipotente, ma risiede nel fatto che non vuole dei robot che lo amino, ma degli uomini che lo riamino nella massima libertà. Ci lascia talmente liberi che rischia persino il nostro rifiuto al Suo amore.

E’ un mistero di amore, ma quando Dio vuole donare una Grazia, non fa tutto Lui, per Sua decisione ha bisogno della collaborazione umana, un esempio? Il Verbo si incarnato senza bisogno del seme di un uomo maschio, eppure ha chiesto alla Vergine Maria e a San Giuseppe la collaborazione a questo disegno, avrebbe potuto fare tutto da solo, ma ha preferito collaborare con gli uomini.

Quindi la nostra collaborazione deve essere messa in atto, fosse anche l’unica e piccolissima cosa che sappiamo fare, ma solo noi la possiamo fare, altrimenti faremo la fine di Pinocchio che non trova elemosina perché non vuole lavorare.

Cari sposi, è ora di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, muoversi anche per andare a cercarsi le Grazie. Di sicuro stare appollaiati sul divano non porta molte Grazie. Se venite a conoscenza di un corso per sposi, un meeting, un incontro con un bravo relatore/predicatore/testimone, una processione particolare del paese vicino, una visita di una reliquia di qualche santo… andateci senza indugio, senza pensarci troppo. Andate a caccia di Grazie perchè il Signore non vede l’ora di elargirle, ma non fa tutto da solo.

Coraggio.

Giorgio e Valentina.

La sessualità promette molto, ma raccoglie poco. Prima parte.

È diffusissima l’idea che il sesso sia del tutto estraneo alla nostra parte spirituale, alla parte di noi più nobile. come se Dio non c’entrasse nulla e come se fosse un’affare puramente umano e naturale, lontano dall’ordine soprannaturale e trascendente. Insomma quella parte di noi più istintiva che ci accumuna agli animali. Spesso anima e corpo sono considerati come opposti, pensando che il desiderio carnale non abbia nulla a che fare con la vita spirituale. Questa visione è molto comune, anche tra i credenti.

La Chiesa – lo esprime molto bene Giovanni Paolo II nella Teologia del Corpo – non afferma affatto che corpo e spirito siano disgiunti e su livelli diversi. La sessualità è strettamente legata alla nostra sfera spirituale e il modo in cui la viviamo può aiutarci a crescere come persone e ad avvicinarci alla santità. Attenzione la sessualità non è la genitalità, non è solo il sesso, ma una realtà molto più ampia. E’ il nostro essere maschio e femmina, individui sessuati che si mettono in relazione attraverso il corpo. La sessualità esprime la necessità di trovare un tu diverso e complementare che risponde al nostro bisogno innato di vivere una comunione profonda e piena che abbraccia tutta la persona e non solo il corpo. Il corpo esprime – cioè da un’immagine visibile – a tutta la persona fatta di tantissime componenti (corpo, anima, psiche, sensibilità, tenerezza, volontà, atteggiamento, valori, ecc). In questo articolo ci riferiamo soprattutto al matrimonio e all’importanza dell’esperienza sessuale che questa relazione fedele, indissolubile e esclusiva comporta.

La sessualità è un elemento intrinseco della persona. Non è qualcosa di aggiunto che può essere presente o meno. Non è nemmeno una dimensione. Ma è costitutivo dell’essere umano, e ne attraversa tutte le dimensioni: corpo, mente, spirito e relazione. Pertanto, poiché siamo un’unità, siamo spiriti incarnati, il modo in cui viviamo la sessualità avrà sempre un impatto sulla nostra spiritualità. E viceversa, la profondità che abbiamo nella nostra vita spirituale e di fede avrà un forte impatto sul modo in cui affrontiamo la sessualità. A questo punto parliamo di sessualità in senso ampio, sia riferendoci alla nostra esistenza nel mondo come uomo o donna, sia all’esperienza del desiderio sessuale che ogni essere umano sperimenta ad un certo punto.

Avvicinandoci alla dimensione spirituale, sappiamo che secondo la nostra particolare vocazione e il nostro stato di vita siamo chiamati da Cristo a vivere la sessualità in modo concreto e diverso per ciascuno. Questo perché Dio ci rivela che il fine della differenza sessuale è l’invito a lasciare se stessi, a donarsi all’altro in una comunione d’amore a immagine e somiglianza di Dio Trinità.

C’è una connessione importante da mettere in evidenza. Nel rapporto sessuale portiamo ciò che siamo. Riveliamo la grandezza o la povertà del nostro animo, il nostro egoismo o la nostra capacità di donarci e di mettere l’altro al centro delle nostre attenzioni. Il nostro amore o la nostra volontà di dominare e di usare. Ciò che esprimiamo nel sesso esprime ciò che abbiamo nel cuore. Esprime ciò che siamo.

Questo perché la sessualità è talmente costitutiva della persona che, qualunque cosa ne facciamo, rivelerà chi siamo. Il nostro comportamento in riferimento alla sessualità è come un vetro trasparente che ci permette di vedere cosa c’è nel nostro cuore. Attraverso di esso si manifestano le nostre luci e le nostre ombre. José Noriega – che è stato professore all’Istituto Giovanni Paolo II per tanti anni – afferma: La sessualità promette molto, ma raccoglie poco.

In una frase ha detto tutta la miseria del nostro tempo. Nell’attrazione sessuale leggiamo una promessa grande. La promessa di un piacere immenso, una felicità completa che inonda tutta la persona. Rimaniamo abbagliati dalla presenza di qualcuno che ci sembra enormemente attraente, che ci affascina, ci attrae e ci fa uscire da noi stessi. All’origine dell’innamoramento, tutta la nostra vita, nel suo insieme, è monopolizzata dal desiderio di essere non solo con l’altro, ma nell’altro.

Spesso però questa promessa viene infranta. E lo conferma la povertà di tante relazioni. Quante persone conosciamo che vivono o hanno vissuto grandi sofferenze e delusioni cocenti per relazioni sbagliate? Noi tante. In definitiva l’esperienza sessuale non soddisfa appieno. Il piacere provato non soddisfa il desiderio inesauribile che era stato risvegliato dall’altro. Né è soddisfatto dalla persona a cui ci uniamo. Cosa si nasconde, allora, dietro questo desiderio, questa attrazione tra uomo e donna che nemmeno l’ei stessa’esperienza sessuale, una volta giunta al culmine, riesce a spegnere?

Nella sessualità ci si rivela il mistero della persona, il mistero dell’Altro. Perché la differenza sessuale ci dice quanto poco bastiamo a noi stessi. Della nostra povertà, della nostra solitudine. Ma, allo stesso tempo, ci parla della pienezza e della comunione che ci viene promessa. Ci rivelano in modo inesorabile il nostro essere corpo e anche la nostra anima, che esige la trascendenza. L’incontro tra l’uomo e la donna rivela una promessa di pienezza nella comunione di entrambi. Il cuore umano cerca assetato una felicità che non può raggiungere con la sola sessualità, se non è vissuta nella ricerca di quella Presenza che è origine e fine di ogni amore umano: Dio.

Cosa possiamo quindi comprendere e concludere? Lo vedremo lunedì con il proseguo di questa riflessione.

Antonio e Luisa

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Io sono prezioso e tu sei preziosa. Solo così c’è amore.

Tanti dei problemi dell’essere umano – maschio o femmina non fa differenza – nascono dalla percezione del limite. Uomini e donne sono limitati, incompleti, fallibili. Questa è una verità che ci caratterizza tutti. Fa parte della nostra umanità. La differenza tra chi ha una visione positiva di sé e chi invece non riesce a volersi bene sta proprio lì. Il primo accetta il limite e riesce a dirsi: io vado bene così. Il secondo no. Il secondo tende ad assolutizzare il limite e per questo a non sentirsi bene con sé stesso e con gli altri.

Non a caso Gesù dice nel Vangelo di Matteo: Ama il tuo prossimo come te stesso. Non perché ci vuole egocentrici ma proprio perché se non ci accettiamo per come siamo, se non ci riconosciamo belli e preziosi nonostante i nostri limiti, non saremo in grado di amare liberamente gli altri. Ancor di più quando si tratta di relazioni profonde come quella matrimoniale.

Nella psicologia esistono degli schemi precisi che raccontano questa dinamica attraverso quelle che sono chiamate posizioni esistenziali. Collocando voi stessi e il vostro coniuge all’interno di questi schemi potete già farvi un’idea sulla vostra relazione.

Ci sono libertà e amore sano e autentico quando i due vivono in una relazione +/+. Cosa significa? Vado bene io e vai bene tu. Questo è uno dei fattori determinanti per la riuscita di una relazione positiva e feconda. Un matrimonio si basa certamente sulla Grazia ma anche sulla consapevolezza di essere preziosi e belli. Come fai a donarti se non ti piaci?

In questo articolo voglio però prendere in esame una delle situazioni più comuni di amore inquinato se non addirittura falso. Attenzione: non è detto che la relazione non possa sembrare funzionale e i due non possano sembrare complementari. In realtà sono due disordini relazionali che si incastrano perfettamente. E possono andare avanti tutta la vita ma sempre con sofferenza e senza una vera comunione d’amore.

Il primo dei due è un +/-. È uno che pensa: Io vado bene e tu non vai bene. Di solito una persona di questo tipo ha un comportamento autoritario e paranoide. Una persona che tende a svalutare l’altro e a supervalutare sé stesso. È una persona molto critica e giudicante. Tende a dominare l’altro. A volte questo comportamento vessatorio è mascherato di bene. Può essere manifestato anche attraverso il servizio per l’altro e per la famiglia. Un servizio però reso per svalutare l’altro. Faccio io perché tu non sei capace! Lascia perdere non lo capisci. Ci penso io! Una persona così si può anche prendere cura della famiglia e del coniuge ma facendo sentire quest’ultimo un peso e inutile. Salvo poi sentirsi oppressa per l’incapacità dell’altro e diventare, di conseguenza, intollerante e aggressiva. Diventando appunto paranoide. Da persecutrice si sente una vittima dell’incapacità del coniuge. Naturalmente non avviene per tutti con la stessa intensità e gravità. Ci sono livelli diversi. Il narcisista rientra in questa categoria.

Di solito una persona descritta come sopra si incastra perfettamente con una -/+. Io non vado bene mentre tu . Questa posizione indica una personalità sottomessa. Chi si sente così solitamente svaluta sé stesso e supervaluta l’altro. È dipendente dall’altro. Si sente spesso inadeguato alle situazioni e alle persone. Ha solitamente un ascolto compiacente. Crede che l’altro possa capire meglio e avere idee ed opinioni migliori rispetto alle proprie, idee che tende quindi a non esternare. Una persona così è portata ad avere una tendenza depressiva. A non stare bene né con sé né nella relazione.

Questa è una relazione totalmente disfunzionale. E se diventasse un matrimonio potrebbe portare tanta sofferenza. Il problema è che lo stesso insegnamento della Chiesa potrebbe giustificare una persona di tipo -/+ (sottomessa) nel perseverare in quella sopportazione e quella sottomissione non libere e quindi non vere. Attenzione! Non voglio mettere in discussione il matrimonio nella sua gratuità e indissolubilità. Vi faccio solo una domanda: Perché state nel matrimonio quando ci sono difficoltà? Se lo fate solo perché vi riconoscete nella situazione sopradescritta allora è il momento di una psicoterapia, di cambiare la vostra relazione e di trovare il modo di comprendere che andate bene così! Solo trasformandovi da -/+ a +/+ sarete capaci di scegliere nella libertà di restare. Solo in quel caso sarebbe amore gratuito e incondizionato e non una dipendenza affettiva che alla lunga può causare solo rabbia e malessere psicofisico. Che poi è quello che ci raccontano tanti sposi e spose che ci contattano.

Antonio e Luisa

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Chiara: difficilissima ma liberante

Oggi si ricorda Chiara Corbella. Sono passati dodici anni dalla sua morte, da quando – come crediamo noi cristiani – è entrata nella vita eterna. Ma perché dopo tutto questo tempo l’amore della gente per Chiara non è mai venuto meno, anzi cresce sempre di più? Perché la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede. Ecco la fede! Credo che il segreto sia tutto lì. Lei ci mostra che si può credere e che è bello credere. Cosa di cui noi forse non siamo convinti fino in fondo e trovare chi ci mostra la strada è liberante. Per questo l’amiamo! Ma andiamo un po’ più a fondo.

Credo che il segreto risieda nella sua straordinaria normalità. Non era una mistica, né una suora fondatrice di un ordine, o una benefattrice che trascorreva le giornate tra gli ultimi e i perseguitati. In sostanza, era molto distante dall’immagine convenzionale di una santa. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come molte altre, cresciuta in una normale famiglia romana, che si è fidanzata. Anche durante il fidanzamento, era esattamente come noi, piena di dubbi, ripensamenti e momenti di incertezza con Enrico, il suo futuro marito. Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a lui.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Chiara è faticosissima perchè ti mette davanti a tutto ciò che non hai voglia di guardare: lutto, malattia e dolore. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara è faticosissima ma è liberante. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. 

Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Chiara prega per tutti noi e aiutaci ad accogliere l’Amore quello che hai incontrato tu.

Antonio e Luisa

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Quella lingua incorrotta che ancora ci parla

Siamo immersi, o per meglio dire, sommersi di parole: scritte, lette, pronunciate, urlate, cantate, disegnate ecc … Quante parole escono e quante entrano in noi! Alcune facendoci del bene, altre del male, ferendoci o ferendo le persone alle quali le rivolgiamo.

Un diluvio di termini, nella nostra lingua o in quelle di altri Paesi, alcuni ben compresi e utilizzati, altri buttati a casaccio e senza sapere esattamente cosa significano, dove vanno e da dove arrivano, qual è la loro etimologia, che passato hanno, che presente vogliono esprimere e a che futuro intendono guardare.

Molto spesso ci chiediamo a quali di esse dare la nostra attenzione e il nostro ascolto, quali valgono veramente la pena di essere imparate e magari replicate, citate, riportate e quali no. Una vecchia ma sempre attuale canzone di Samuele Bersani affermava: “Le mie parole sono sassi, precisi e aguzzi, pronti da scagliare su facce vulnerabili e indifese …”. Proprio così: con le parole possiamo offendere o difendere, incoraggiare o sgridare, farci portatori di messaggi positivi o negativi, in grado aiutare gli altri oppure provocare ferite anche grandi. Possiamo costruire una bella relazione sponsale, genitoriale, familiare o amicale oppure smontare e distruggere. Abbiamo mai pensato da che parte stiamo? E come usare le parole? Sì perchè non sono mai a senso unico: sono pronunciate quanto udite, enunciate quanto ricevute e presuppongono sempre un mittente e una destinatario. Le parole vanno e vengono ma c’è modo e modo sia di inviarle che di accoglierle.

Scrivo questo per introdurre il Big di oggi, 13 giugno, ossia Sant’Antonio di Padova – o San’Antonio, come dicono i padovani – ma sarebbe ancora meglio dire Sant’Antonio da Lisbona, dato che fu la capitale portoghese a dargli i natali. Insomma, ci siamo capiti, parliamo sempre di lui, di questo Santo cui siamo così affezionati, il protagonista di tanti miracoli e di tanti detti popolari, di tante preghiere, novene e catechesi. Santo – e lo si può osservare proprio nella Basilica veneta a lui dedicata – di cui si conserva incorrotta la lingua. Esattamente: essa è ancora lì per noi, oggi, per spingerci a riflettere non solo su un grande mistero ma sul suo significato, ancora più dirompente e straordinario.

L’organo della cavità orale di Antonio fu ritrovato in perfetto stato di conservazione a partire dalla prima ricognizione sul corpo, avvenuta nel 1263, quando san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro Generale dell’Ordine francescano, aprì la cassa contenente le sue spoglie mortali trentadue anni dopo la sua morte (notare che Antonio fu proclamato Santo appena un anno dopo la sua nascita al Cielo).

Ma cosa vuol dirci, esattamente, la sua lingua incorrotta? Perché è importante conoscere o scoprire questo fatto? Sant’Antonio fu un grandissimo predicatore e un eccellente oratore, inviato direttamente da San Francesco d’Assisi non solo in lungo e in largo per l’Italia ma anche all’estero, specialmente in Francia. Si racconta che nel 1228 papa Gregorio IX gli chiese di tenere le prediche di Quaresima sul dogma dell’Assunzione di Maria e che gli uditori – di lingue differenti – lo sentirono parlare ciascuno nella propria. Che meraviglia! Richiamo alla Pentecoste in cui “tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2, 4).

Ecco allora che lo strumento corporale utilizzato per diffondere la Parola, difendere la fede e illuminare il cammino di tante persone resta vivo nel tempo, sfidando qualsiasi legge fisica, chimica e biologica. Nella storia della Chiesa ci sono numerosi casi d’incorruttibilità, basti pensare al corpo di Santa Bernadette, alle mani e agli occhi di Santa Caterina Labourè (ossia le parti del corpo che avevano visto e toccato la Madonna, rivelatasi nell’effige della Medaglia Miracolosa) o Santa Rosa da Lima. Questi sono segni importanti soprattutto per i posteri, per far capire che gli strumenti di Dio hanno qualcosa di soprannaturale perché innalzano la normalità dell’esistenza verso il suo valore eterno, che è il fine per il quale ciascuno di noi è stato creato.

Le parole di Sant’Antonio, evidentemente, erano ben diverse da quelle annacquate e sterili che innaffiano le nostre attuali comunicazioni, spesso così povere e carenti di significati e significanti, così banali e ripetitive quanto non addirittura offensive, oscene e scurrili, capaci di turbare, impaurire e sconvolgere, piccoli e grandi. Le parole di Sant’Antonio parlavano di Cielo, di Verità e di Bellezza, tutti valori di cui il mondo ha disperatamente fame e bisogno, ma che ahimè cerca in luoghi e contesti semantici e fisici così lontani da Dio! Cerchiamo allora di farci anche noi portatori di parole sane, edificanti, belle perché potremo sicuramente fare la differenza, e che differenza! Sforziamoci di far capire a tutti (coniuge, figli, genitori, parenti, amici e colleghi) che siamo cristiani proprio a partire dal linguaggio che consapevolmente decidiamo di utilizzare. Allora, proprio come quella lingua incorrotta che ancora ci parla, trasformeremo anche noi semplici sequenze di lettere in qualcosa di più duraturo, in qualcosa che profuma di Cielo.

Fabrizia Perrachon

La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?

L’immagine allegata all’articolo di oggi riproduce la locandina dell’XI Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Loreto dal 13 al 16 agosto, sotto la guida di don Renzo Bonetti, Don Salvatore Bucolo e Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è: ”La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?” Certamente la parola “fedeltà” è fortemente in disuso, non solo nelle relazioni uomo/donna (basta guardare quello che offre la TV), ma in tutti gli ambiti, fra amici, fra colleghi e anche verso impegni presi e promesse.

C’è il rischio, però, di considerare il concetto di fedeltà come il fine e non come un mezzo: l’obiettivo non è essere fedeli al coniuge a tutti i costi per una motivazione umana. Una persona può, ad esempio, rimanere fedele al coniuge perché ha fatto una promessa, oppure perché vuole far sentire il coniuge in colpa, o perché è sfiduciato nei confronti del sesso opposto.

Intendiamoci, essere coerenti e rispettare una promessa fatta a un’altra persona è una cosa bella e una dimostrazione di serietà, ma se fosse solo questo perché ci siamo sposati in chiesa? Se due persone non vanno più d’accordo e si separano, per quale motivo dovrebbero rimanere fedeli? Avrebbe poco senso fuori da un contesto di fede e sarebbe una motivazione certamente lodevole, ma non sufficiente per offrire la vita intera.

Cristo mi chiama a vivere ogni giorno con Lui, il senso della mia vita è primariamente la fedeltà a Gesù, da cui scaturiscono tutte le scelte, tra le quali anche la fedeltà al marito/moglie e alla Chiesa, sposa di Cristo. La fedeltà di Gesù non viene mai meno, neanche per un istante, si vede chiaramente nel Sacramento della confessione: Dio perdona sempre (ovviamente se chiediamo perdono pentiti, con la giusta apertura del cuore), nonostante ne combiniamo di tutti i colori; questo perché Dio non può rinnegare se’ stesso, perché Lui è per definizione il Dio fedele (2Tm 2,13).

Ma la fedeltà non è solo una condizione personale, perché nella nostra fede tutto è in relazione con gli altri e con Dio; pertanto, tutto il senso della Chiesa è la fedeltà a Gesù.

La Chiesa siamo noi e, come noi non siamo sempre fedeli, anche la Chiesa commette delle infedeltà: sì, perché essere fedeli, non vuol dire solo non avere rapporti intimi con altre persone diverse dal marito o dalla moglie. Magari fosse solo così! Non siamo fedeli innumerevoli volte, nella vita di tutti i giorni. Non siamo fedeli tutte le volte che viviamo a modo nostro, senza curarci di Gesù, limitando la nostra fede a quell’ora domenicale durante la Messa. Non siamo fedeli quando pensiamo di fare tutto con le nostre forze, oppure quando non viviamo nell’amore verso il prossimo ma mettendo il nostro egoismo e i nostri interessi al primo posto.

Ci proclamiamo fedeli a Gesù, a Messa facciamo l’amore con Lui (l’Eucarestia non è forse essere uno con Lui?), poi, però usciamo dalla chiesa e Lo “tradiamo” poco dopo dimenticandoci di Lui presente negli altri, oppure schierandoci a favore di aborto, eutanasia e gender. E’ inutile negarlo, siamo spesso ipocriti e rimaniamo fedeli solo a tratti, decidendo noi quando esserlo, oppure no.

Ecco che allora va bene essere fedele a mia moglie, certo, ma nel contesto di una fedeltà più ampia a Dio stesso. se ruotasse tutto intorno alla sola fedeltà coniugale sarei fedele solo a una creatura e non al Creatore. Il senso della mia scelta di separato fedele deve essere la fedeltà a Gesù. Altrimenti non regge.

Sono stato recentemente a un matrimonio e mi sono meravigliato di trovare, nella bomboniera, insieme ai confetti, un biglietto scritto a mano: La fedeltà è quel terreno per accogliere la Grazia di Dio”. Ho ringraziato gli sposi per questa sorpresa che mi ha tanto beneficato: è proprio così, quando siamo infedeli, ci allontaniamo dal nostro Sposo e, infatti, sappiamo che non siamo più in Grazia di Dio. Al contrario, quando chiediamo perdono attraverso la confessione e ci impegniamo a vivere la fedeltà, apriamo le porte del nostro cuore per accogliere lo Spirito Santo e tutti i suoi doni.

Il fatto che Dio susciti nei cuori un desiderio di fedeltà in varie persone e durante questi anni quando è così poco praticata, è probabilmente per richiamare l’attenzione sulla direzione in cui stiamo andando riguardo a questo tema. Non vedo l’ora che cominci questo Convegno, dove in particolare le catechesi di Don Salvatore Bucolo ci faranno riflettere su questo tema così complesso, ma anche centrale per la nostra vita di sposi e cristiani.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Quasi come Peter Pan.

Sal 120 (121) Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre.

Vi ricordate il celebre film della Disney con protagonista Peter Pan? C’è una scena divertente in cui il protagonista dà la caccia alla propria ombra per disfarsene. Sicuramente tutti noi da piccoli abbiamo provato a giocare con la nostra ombra, visto che disfarcene era impossibile abbiamo imparato a giocarci, tanto che alcuni sono bravissimi a ricreare con essa la sagoma di animali o altro.

Il Salmo che oggi la Chiesa ci propone parla di un’ombra, ma non fastidiosa né dispettosa come quella di Peter Pan, ma un’ombra che custodisce, anzi sta alla destra, ovvero la parte dove un cavaliere brandisce la propria spada. Sembra che il salmista ci proponga quasi l’ombra del Signore come un’arma pronta all’uso per sconfiggere i nemici.

Molti di noi avranno sicuramente presente cosa significhi avere addosso il proprio capo al lavoro, dà l’impressione di averlo appiccicato proprio come un’ombra, tanto che ci viene il sospetto di girarci ogni tre per due, financo quando si è in bagno chiusi in un metro quadro si ha l’impressione di essere nell’occhio del ciclone. E che liberazione si prova una volta usciti dalla fabbrica, qualcuno però controlla per bene dallo specchietto retrovisore anche i sedili posteriori dell’automobile, si sa mai!

Tutto ciò per farci entrare nell’idea di cosa voglia dirci il salmista, il Signore ci segue, ma non come il nostro capo, nè come l’ombra di Peter Pan, ed è molto più presente del nostro capo, addirittura sta nel metro quadro del bagno quanto nei sedili posteriori dell’automobile. Dunque uno spione, un ficcanaso?

Naturalmente no, il salmista ha usato la metafora dell’ombra per dirci che noi siamo sempre presenti al Signore e Lui è sempre con noi, con noi come un custode che veglia la casa.

Molte coppie di sposi si chiedono spesso dove sia Dio nella loro vita, perchè li abbia abbandonati. Ebbene, di solito a Dio non piace agire con metodi eclatanti, ma preferisce agire nel nascondimento, infatti Gesù per spiegare il regno dei Cieli ha usato la parabola del granellino di senape, oppure quella del lievito e diverse altre immagini.

Cari sposi, se state cercando dei segni eclatanti per il vostro matrimonio, forse resterete delusi, certamente Dio opera quando e come ne ha voglia e non deve chiedere il permesso a nessuno, però la storia ci insegna che molto raramente Egli compie opere da premiazione degli Oscar con tanto di fuochi d’artificio e sigla musicale con orchestra sinfonica. Però c’è, e sta alla nostra destra, dice il salmista, ovvero dalla parte della giustizia, della rettitudine, dalla parte giusta per essere “pronto all’uso” come un’arma.

Ha scelto ad esempio di nascondersi in un piccolo pezzo di pane, pochi grammi, insignificante agli occhi del mondo, si lascia mangiare da una forma di vita inferiore (cioè noi uomini), riceve tante umiliazioni in quell’Ostia, molte irriverenze, molti oltraggi, molte indifferenze anche (forse soprattutto) dai più vicini a Lui.

Se fa così Lui che è Dio, significa che è la strada giusta anche per noi, no?

Cari sposi, anche noi possiamo diventare come un’ombra che custodisce il nostro coniuge, non un’ombra fastidiosa, ma un’ombra che agisce di nascosto; il nostro vincolo è sacro ed indissolubile, perciò dove va l’uno, anche l’altra è presente in qualche forma e viceversa. Presente col pensiero, con l’amore, con la preghiera silenziosa, con i gesti di servizio fatti nel nascondimento, con le carezza e le tenerezze silenziose ma pregne di amore umano e divino.

Dobbiamo imparare da Lui ad “agire nell’ombra”. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il tradimento ci fa sentire nudi

Dalla prima lettura di ieri: Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio. I limiti diventano occasione. È capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Il miglior alleato di voi sposi

Cari sposi, il Vangelo di oggi mette un dito profondo nelle nostre piaghe! Difatti c’è qualcuno o qualcosa che non riesci ancora a perdonare? Probabilmente sì e sappiamo bene quanto ci faccia soffrire questo, è un limite umano che pesa sulla nostra coscienza.

In questo senso, la prima lettura serve da eccellente antipasto per il Vangelo. Ma perché il peccato di Adamo ed Eva è stato così tremendo al punto da propagarsi di generazione in generazione fino ai giorni nostri? Il motivo risiede che, in un certo senso, si è trattato di un peccato contro lo Spirito Santo. Essi avevano così a portata di mano l’amore di Dio per loro due ma, ciò nonostante, alla prima prova e tentazione hanno dimostrato sfiducia verso il Creatore.

Sullo stesso piano, nel vangelo di oggi troviamo un’assurdità analoga. Gesù faceva cose straordinarie e alla vista di tutti: ridare ai vista ai ciechi, far camminare storpi dalla nascita, riportare in vita morti, moltiplicare il pane per migliaia di persone… questo bene oggettivo ha suscitato l’entusiasmo e ha acceso la speranza in migliaia di persone!

Eppure, c’è chi in questo quadro meraviglioso è andato a cercare la macchiolina nera. Ma che dico? Ha proprio voluto pensare il peggio di Gesù: è un indemoniato! Il Signore poteva incenerire all’istante quelle persone; invece, ha voluto rispondere loro con una pacatezza e dominio di sé ammirevoli. L’ha fatto per noi, perché questa lezione ci servisse da esempio.

Noi che spesso possiamo percorrere la medesima strada del non vedere il bene reale, evidente che c’è nell’altro ma soffermarci e addirittura inchiodarci nei pregiudizi e in elucubrazioni assurde. Come sapete, il matrimonio può essere nullo, cioè inesistente dal punto di vista sacramentale, ma solo se vengono accertate certe cause, dette tecnicamente i “capi di nullità”, che vanificano il consenso. D’altra parte, il matrimonio può di fatto svanire, benché canonicamente valido, qualora si uccida l’’amore coniugale.

Proprio qui volevo arrivare. Questo uccidere l’amore coniugale è analogo al bestemmiare lo Spirito Santo. Come si può dir di no consapevolmente a un dono di Dio, chiudersi alle Sue luci, turarsi gli orecchi alle ispirazioni dello Spirito, così si può voler mettere fine a una relazione coniugale lasciandola morir di fame, trascurandola, evitando ogni sforzo, impegnandosi il meno possibile.

Invece, l’amore è una decisione, l’amore è la volontà di donarsi e su questa base umana scende lo Spirito che rende il cuore nuovo nei coniugi ed eleva il loro amore facendolo partecipare dell’Amore di Cristo per la Chiesa. Questa è la meravigliosa realtà del matrimonio cristiano!

Cari sposi, due giorni fa abbiamo celebrato la Solennità del Sacro Cuore di Gesù. Una festa che ci ricorda che il vostro cuore di sposi è, per la grazia nuziale, sempre in collegamento con il Suo. Apritegli sempre la porta e siate generosi nel voler accogliere i suoi inviti ad amare alla Dio.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca è stato molto chiaro e anche molto duro nel suo commento. Ha pienamente ragione. Qualcuno crede che sposarsi in chiesa sia scenograficamente ed emotivamente bello ma che poi Dio non c’entri molto nella vita di tutti i giorni. Altri credono che sposandosi in chiesa possa avvenire un miracolo e come per magia la loro relazione sarà messa al riparo da problemi e divisioni perché c’è Dio che ci pensa. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati. Dio c’è e fa miracoli ma si aspetta che noi facciamo la nostra piccola parte. Che ci mettiamo i nostri cinque pani di volontà e due pesci di perseveranza. Solo allora Lui può moltiplicare il nostro amore

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Chi ama non usa la bilancia

Io sono ragioniere. Ragioniere programmatore che è anche peggio. Sono abituato a giudicare le situazioni come fossero una partita doppia. Dare e avere, costi e benefici, valutare se l’investimento sia conveniente o meglio pensare ad altro. Così sempre in termini di profitto. Sempre a pensare se ne valesse la pena oppure no.

In tutto quello che facevo c’era questa dinamica sbagliata. Il matrimonio ti ribalta. Se non vuoi fallire devi abbandonare questa logica. Devi uscire dalla logica del profitto. Quello che ti viene chiesto è un amore incondizionato, senza pretesa di contraccambio. Non è un baratto, altrimenti non sarebbe amore ma una transazione commerciale. Un dare per avere.

Invece dobbiamo dare semplicemente per dare, perchè già lì c’è il senso. Mi viene in mente quando alcune volte Luisa perde la sua consueta accoglienza e amorevolezza verso di me. Capita che per qualche problema sul lavoro o per qualche preoccupazione che danno i figli non sia la solita, ma sia più nervosa e di cattivo umore. All’inizio del matrimonio questo era oggetto di discussioni e di insoddisfazione. Io non solo non l’aiutavo, ma le rendevo la vita ancora più difficile con i miei comportamenti da bambino capriccioso ed infantile. Lei mi rinfacciava, a ragione, che non l’amavo per chi era, ma per quello che mi dava.

Probabilmente lei soffriva tanto di questo mio modo di non accoglierla sempre, con tutte le sue fragilità e difficoltà. Poi ho capito. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto. Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni, occuparmi della casa, darle una carezza, sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perchè il matrimonio è così, è questo.

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione. Sono stato capace di liberarmi dal ragioniere che è dentro di me e ho dato tutto fregandomene della convenienza.

Lei aveva bisogno e io l’ho sposata per esserci sempre al suo fianco. La sua santità è il mio impegno quotidiano e se riesco ad aiutarla a migliorarsi e perfezionarsi sto migliorando anche me stesso. Diceva madre Teresa che non esiste povertà maggiore che non avere amore da dare. Proprio vero. Non esiste matrimonio più povero di quello dove l’amore ha un prezzo e non è gratuito ed incondizionato.

Antonio e Luisa

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La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. 

Ieri la liturgia proponeva un brano del Vangelo fantastico, dei versetti che noi sposi dovremmo meditare e interiorizzare.

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: . Non c’è altro comandamento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo passo è stato spesso abusato. Viene usato per dare un’immagine di Gesù come se fosse uno di quei pacifisti-hippie alla Peace & Love. Abusato come la parola amore, completamente svuotata di ogni significato e sostanza e riempita solo di farfalle svolazzanti nella pancia e di pulsioni e passioni da soddisfare.

Gesù, nella giusta interpretazione di questo brano, risulta essere molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile perché ci chiede di andare in profondità. Non per farci un dispetto ma perché nella pienezza della comprensione della Legge dell’Amore possiamo anche trovare la pienezza della nostra vita. Dio si è fatto uomo per questo. Per dare carne all’Amore. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”.

Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella Sua vita. Pensateci! Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso. Rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza.

Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola, un libretto delle istruzioni, per non sprecare la nostra vita e per aiutarci a comprendere come rispondere a quell’Amore. 

Facciamo un esempio: è più facile non uccidere o amare il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo?

Lo stesso gioco si può applicare a tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè, ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione formale senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione verso l’amore autentico, non serve a nulla, se non a sentirci migliori di altri e giustificati. Ci rende superbi e sprezzanti verso gli altri. Come i farisei, appunto. Sepolcri imbiancati ed ipocriti.

Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma, quindi, è salva ma lo sono anche il contenuto, la sostanza e il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno non si amano ma si usano. Questi sono tutti adulteri del cuore. È un peccato perché si getta via un’occasione grande per fare un’esperienza meravigliosa di comunione e di Dio.

Antonio e Luisa

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“Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini …”

Un’allegra canzone di oltre vent’anni fa faceva risuonare ovunque il celeberrimo motivetto “Dammi tre parole: sole, cuore, amore” … in effetti, con l’estate alle porte, questi termini fanno scattare in noi il desiderio di vacanze, di relax e spensieratezza, ma è importante fermarci un attimo a riflettere sul binomio che più – e meglio di tutti gli altri – dobbiamo tenere a mente nel mese di giugno. Non un cuore e un amore qualsiasi, non quelli glitterati e sbandierati ovunque sui social che troppo spesso si riferiscono a storielle finte o gossippate ma l’Amore con la A maiuscola: quello del Sacro Cuore di Gesù, nel mese ad Esso dedicato, e di cui proprio domani celebreremo la Solennità.

Che cosa significa – a livello spirituale, di coppia e di famiglia – unirsi in preghiera davanti al Sacro Cuore ed averLo come modello? Il Sacro Cuore, onorato e venerato in tutto il mondo e in tutte le lingue – non è raro trovare le terminologie di Sacred Heart, Sagrado Corazón o Sacre Coeur, solo per citarne alcune – rappresenta davvero il centro della fede cristiana in quanto simboleggia la totalità dell’amore di Cristo offerto sulla croce, come leggiamo nel Vangelo di San Giovanni: “Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 33-34). Immagine forte, unica e potente ripresa anche nella Coroncina della Divina Misericordia, nella quale recitiamo: “O sangue ed acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confidiamo in Te!”.

Cristo, insomma, non ha risparmiato nulla di se stesso, immolandosi completamente e per sempre per l’umanità, facendoci capire che l’amore vero è quello che si dona, che si offre, che si consuma per gli altri non in uno sterile disfattismo ma in un sacrificio portatore di Vita, di Bene e di Eternità. Il modello cui guardare, dunque, è tutt’altro che banale anzi, richiede tutto il nostro impegno e la nostra dedizione, le nostre energie, le nostre intenzioni e le nostre attenzioni. Che bello, però, amare così! Che bello amare “da Dio”, nel senso che Gesù non è soltanto un quadro o un’immagine ma il fulcro e la meta della nostra esistenza, che si eleva così dalle miserie del mondo per assumere un significato autentico, per noi e per le persone che ci stanno vicino.

Ecco allora che pregare il Sacro Cuore di Gesù in coppia e in famiglia diventa una palestra nella quale allenare il nostro piccolo cuore a qualcosa di grande e all’interno del quale sforzi, mancanze e desideri troveranno forza, consolazione e incoraggiamento. Nessuno di noi è perfetto, non ci sono coniugi o genitori perfetti ma la nostra stessa natura di uomini e donne perfettibili trova compimento proprio nella fede, che non è semplicemente un libro o una serie di norme fini a se stesse ma una Persona, un Cuore vivo e pulsante che non smette di pompare ossigeno vitale nella Chiesa e in tutte le persone del mondo. Un Cuore che ci parla, un Cuore che ci ama, un Cuore che ci abbraccia e ci dice che in Lui e per Lui anche noi possiamo migliorare ed essere in grado, poco alla volta, di donarci in maniera sempre più disinteressata e matura lì nel luogo e nelle situazione in cui siamo, senza per forza essere missionari in terre lontane. Dio ci mette esattamente dove siamo perché ha un piano di salvezza per noi e per il nostro prossimo, proprio a comunicare dal prossimo più prossimo, ossia più vicino fisicamente e moralmente.

Quando Santa Maria Margherita Alacoque ebbe le rivelazioni del Sacro Cuore, negli anni intorno al 1670, sentì Gesù stesso dirle: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudine e disprezzo”. Consoliamo e ripariamo il Nostro Dio dalle tante nefandezze che oscurano il mondo e insegniamo anche ai nostri figli a fare altrettanto! Non è necessario bandire nuove crociate ma semplicemente amare con carità ed umiltà, come Lui stesso ci ha insegnato. Il cuore, allora, non sarà più uno sticker luccicante ma l’essenza stessa del nostro essere figli amati e, proprio per questo, del nostro impegno a diffondere l’amore cristiano, non per nostro merito ma in quanto “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

Fabrizia Perrachon

Il Pride? Una richiesta di aiuto

Possiamo davvero liquidare tutti i cortei e le manifestazioni dell’orgoglio LGBTQ+ semplicemente come una carnevalata satanica? Ho tanti amici che credono che tutto ciò che ruota attorno al Pride sia diabolico. A me sembra troppo superficiale. Non nego certo che Satana ci sia e che cerchi di attaccare ognuno di noi proprio penetrando il nostro cuore dove siamo più vulnerabili, attraverso le nostre ferite. E il sesso c’entra moltissimo perché noi spesso sessualizziamo le nostre ferite. Diamo loro voce attraverso il nostro corpo e la nostra sessualità. Alla fine, le nostre ferite raccontano il nostro desiderio di essere amati e il sesso può illudere. Per cui la sessualizzazione delle nostre ferite non riguarda solo le persone del mondo LGBTQ+, riguarda tutti. Io in gioventù ho sessualizzato le mie ferite attraverso la pornografia, altri attraverso il sesso occasionale e compulsivo, altri attraverso la frequentazione di prostitute. Altri ancora attraverso il tradimento. E così via. Molto spesso, i problemi relativi all’orientamento e all’identità sessuale non sono altro che questo, una ferita sessualizzata. Quindi ci siamo dentro più o meno tutti. La gente del Pride non è distante da noi. Possiamo comprendere la loro sofferenza.

Questo per dire che non possiamo ridurre le richieste che gridano quei ragazzi, attraverso il Pride, semplicemente come un’opera del diavolo. Quelli sono tutti ragazzi che nella vita di tutti i giorni potrebbero essere i nostri figli, i nostri alunni (se siete insegnanti come lo è Luisa), gli amici dei vostri figli. Sono giovani del nostro tempo che hanno la necessità di urlare al mondo la propria sofferenza. Non a caso i cortei del pride sono sempre esageratamente gioiosi, colorati e festanti. Troppo per essere vero. Chiaramente quell’entusiasmo serve a quei giovani per coprire la loro sofferenza, la solitudine e l’incapacità a comprendere chi sono e perché stanno al mondo.

Dietro quella gioia c’è tanta rabbia. Si percepisce dagli slogan urlati, dai manifesti e dai cartelloni. La rabbia di una generazione tradita. La rabbia di una generazione cresciuta nel transumanesimo dove l’uomo crede di poter plasmare la propria natura grazie alle scoperte in campo scientifico e medico. Ci si illude di potersi autodeterminare. Si vive una sorta di onnipotenza. Dove ci si illude di poter modellare la propria vita e il proprio corpo per poter essere finalmente felici. Ma è solo un’illusione Tutto intorno dice a quei ragazzi: Tu non sei quello che il tuo corpo racconta in ogni tua cellula, nei tuoi organi genitali, nei tuoi ormoni ma sei quello che percepisci e vuoi essere. Non c’è una natura che ti costituisce. Una confusione enorme che distrugge questi ragazzi. Ragazzi cresciuti in una cultura fluida dove non esistono ruoli e dove papà e mamma sono raccontati come una costruzione sociale. Ragazzi cresciuti in famiglie disastrate dove i genitori si separano e si uniscono in nuove famiglie con altri figli rendendoli di fatto orfani della propria famiglia. Una sofferenza enorme che si nasconde dietro la maschera colorata e gioiosa di quei cortei.

E questi ragazzi, che compongono i cortei arcobaleno, urlano tutta la propria rabbia contro Dio e contro la Chiesa perché alla fine sono arrabbiati con Dio. Perché si sentono orfani di Dio. Avrebbero bisogno di un Dio che sappia amarli come sono, nelle loro fragilità. Un Dio che sappia accompagnarli verso la pienezza e verso la verità della loro vita. Un Dio che li guardi e dica loro che sono bellissimi anche quando fanno di tutto per non esserlo. Quel Dio c’è ma probabilmente non ci sono genitori e educatori chi sappiano indicare loro dove volgere lo sguardo per incontrarlo. Non hanno bisogno di un Dio che dica loro che va tutto bene, perché non va tutto bene. Non tutte le scelte vanno bene. Di questo hanno bisogno quei ragazzi.

Per questo quando vedo i cortei del Pride non provo indignazione, non mi sento di respingere quei ragazzi. Mi sento invece molto provocato e chiamato. Io non sono diverso da loro, io non sono meglio di loro. Io ho espresso la mia rabbia e la mia inadeguatezza in altro modo ma ero come loro.

Noi, che abbiamo trovato Cristo che ci ha accolti e guariti attraverso delle persone che ci hanno voluto bene e accompagnato, siamo chiamati a testimoniare la bellezza dell’amore vissuto nella pienezza della verità antropologica, naturale, morale e teologica. Crediamo in un Dio che è vero uomo e la morale ci guida verso la pienezza della nostra umanità, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Capire come vivere appieno la nostra vita nella condizione in cui ci troviamo non implica che qualcuno debba essere “curato”. Significa, piuttosto, cercare di comprendere e vivere appieno le nostre vite. La castità, vissuta in relazioni pure, è un cammino a cui siamo tutti chiamati: preti, suore, gay, etero, single, sposati, separati. Ognuno in base alla propria condizione. Significa non permettere alle nostre ferite di comandare la nostra vita.

E’ importante quindi raccontare questa bellezza. Attraverso testimonianze, catechesi, seminari oppure online come sto facendo io. E’ ancora più importante però vivere questa bellezza nella nostra vita per poter essere una piccola fiammella che illumini almeno un po’ il buio e la confusione in cui si trovano quei ragazzi che appaiono tanto festanti esterirmente ma che hanno nel cuore tanta sofferenza e bisogno di aiuto.

Antonio e Luisa

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Come passate la notte?

Sal 90 (91) Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido». «Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui. Lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza».

Se state cominciando a leggere significa che perlomeno siete svegli un pochino, almeno il vostro livello di vigilanza supera il minimo indispensabile, nonostante una notte magari troppo corta per molti di noi. Tranquilli, non è un test sulla vigilanza, nè vogliamo sapere come abbiate passato la notte scorsa, però nel linguaggio comune si usa dire che il buongiorno si vede dal mattino, ma è anche vero che per cominciare bene una giornata ci vuole una bella dormita, sappiamo bene che dalla qualità del nostro sonno notturno dipende anche l’umore e la qualità del giorno che viene.

Succede a volte di addormentarsi con un tormento che frulla in testa, ed al mattino ce lo si ritrova ancora lì pronto a pungolarci come un chiodo fisso per tutta la giornata. Sono questi i momenti in cui capiamo l’importanza della notte e di come la si affronta; addormentarsi sereni non è la stessa cosa che addormentarsi arrabbiati o peggio, angosciati.

Ma perché la notte abbia tutta questa importanza e spesso la nostra società la declassi ad attività secondaria se non quasi inutile è ancora un mistero, viste le numerose scorribande di giovani generazioni abbandonate ad attività notturne poco salutari che spesso tolgono i freni inibitori se non peggio.

Tutta questa premessa per dire che spesso anche la notte spirituale viene considerata come un’attività inutile e secondaria sperando che passi alla svelta. Ci sono molte coppie che ci rivelano di sentirsi nella notte spirituale, nella notte relazionale, come se fosse un momento talmente buio da togliere la serenità e la pace… e smettono di relazionarsi diventando a poco a poco due estranei.

In casi come questi possono venire in aiuto le scienze umane quali la psicologia o altre, ma queste spesso si rivelano inutili o poco incisive se usate come unica soluzione, se non si va a tagliare le radici del malessere la situazione non cambierà molto.

Le radici del malessere è non abitare al riparo dell’Altissimo, ce lo rivela il Salmo della Liturgia di ieri: “ Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.“. Chiunque di noi passerebbe una notte più tranquilla se sapesse che a vegliare sulla nostra casa, sul nostro sonno, sulla nostra notte, ci fosse una guardia attentissima e pronta ad ogni evenienza, ma chissà perché sembra che molte coppie di sposi si fidino poco non di una guardia che, seppur attentissima si rivela sempre umana, ma dell’Onnipotente.

E’ vero che quando siamo di cattivo umore, tutto ci appare più brutto, eppure tutto è uguale al giorno precedente, ma la nostra sensazione è quella di aver passato una brutta giornata, perché il brutto non era fuori, ma dentro di noi. Similmente quando arrivano delle crisi matrimoniali, quando la nostra relazione sponsale ci appare più oscura, sicuramente ci sono delle cause oggettive di questa sensazione, ma è il nostro sentire che aumenta oltre misura ciò che oggettivamente è.

Non significa che dobbiamo metterci le fette di mortadella sugli occhi e far finta che tutto proceda bene, saremmo degli stolti. Significa invece mettere questa sensazione nelle mani dell’Altissimo, e non è l’unica cosa da fare, ma è sicuramente la prima, perché così facendo il nostro cuore si calma.

Per capirlo meglio proviamo ad analizzare cosa succede nelle relazioni umane: quando un bimbo prova paura vuole stare in braccio al papà, la situazione oggettiva che provoca paura è ancora uguale a prima, ma tra le braccia del papà tutto si ridimensiona, e il bimbo comincia a calmarsi anche senza che il papà dica niente, è sufficiente che lo tenga tra le sue braccia forti e sicure. Solamente dopo avviene che, le parole rassicuranti del papà, il quale spiega cosa sia successo o il perchè di quella paura, aiutino il piccolo a dipanare la paura e a ritrovare la serenità; questo bimbo ne uscirà rafforzato da questa esperienza perché avrà imparato ad evitare altre situazioni simili, oppure avrà imparato che ciò che lo bloccava era più la paura di aver paura che la realtà stessa nella sua oggettività. Quel bimbo è la coppia e quel papà è Dio: se cominciamo così ad affrontare un periodo buio, allora impareremo che “Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.“; attenzione che il Salmo non dice che la notte non esisterà o che non passerà più o che magicamente sparisca, no… la notte bisogna affrontarla ma all’ombra dell’Onnipotente.

Coraggi sposi, abbiamo un Dio che è Onnipotente, affidiamoci per primo a Lui, e poi la Sua Provvidenza ci manderà gli aiuti perfetti per noi.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio: croce luminosa

Il Matrimonio celebrato in chiesa ha un valore diverso rispetto a quello in Comune o al semplice convivere; è qualcosa di molto più profondo e grande, due persone si dichiarano amore per tutta la vita nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, consapevoli che ciò è possibile solo unendosi in sodalizio con Gesù Cristo.

Si suggella un rapporto che durerà per sempre, un amore a tre consistente nell’amare Gesù e con quell’amore perfetto e trinitario amare il coniuge. Io e Barbara abbiamo risposto ad una chiamata speciale: dedicare la nostra vita a chi è in difficoltà, con la consapevolezza che senza Gesù non si può fare niente (GV 15, 5: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”).

Agli inizi della nostra relazione lavoravo in politica, seguivo vari organi istituzionali, ma quando ho sentito la chiamata ho cambiato vita. Barbara invece lavorava in un negozio di arredo casa e quando possibile faceva volontariato; ha sentito di seguirmi in questa nuova vita per gli altri ed ora da sposi, dopo aver lasciato prima io, poi lei, i nostri rispettivi lavori, viviamo di sola provvidenza.

Ma bisogna sempre tenere presente che, indipendentemente dalla nostra occupazione o vocazione, la prima chiamata che abbiamo quando ci sposiamo è al matrimonio, al dono verso il proprio coniuge, ai figli; ciò però non significa che dobbiamo chiuderci nella nostra famiglia, ma dedicarci anche con tanto impegno al nostro prossimo.

Il periodo storico che stiamo vivendo non è facile, possiamo dire senza dubbio che siamo in piena Apocalisse e le famiglie ne sono state sommerse, sono sempre più nell’occhio del ciclone; qui al sud circa il 50% di chi si sposa, si separa, a Verona, città dove vive la mia famiglia di origine, addirittura in pochissimi si sposano in chiesa e la maggior parte di queste poi si separano.

Nel matrimonio abbiamo tre grandi nemici: il nostro io, l’idea che abbiamo del matrimonio, e il demonio, in questi tempi è sempre più presente. Noi, come cristiani, nella nostra vita – e quindi anche nel matrimonio – vogliamo cercare di porre al centro il Vangelo, mettendolo in pratica; ciò significa amare in maniera incondizionata, piena e non aspettandoci nulla in cambio. Perdonando. 

Col tempo nasceranno tante prove da superare: malattie, crisi, differenze di carattere, lutti familiari, incidenti etc. La nostra misura per affrontare tutto deve essere una sola, l’amore, che può sfociare anche nel sacrificio. Il nostro riferimento vuole essere la Croce, in cui crocifiggere il nostro io. La Croce fonde le volontà di entrambi, spesso diverse e la fa scorrere in una volontà nuova, perché dalla morte di quelle due volontà nella Croce, uscirà la Volontà Divina luminosa, gloriosa: quella croce di Luce attraverso cui regnerà l’armonia, la pace, la concordia, la lealtà, l’altruismo, il rinnegamento di sé stesso per l’esaltazione dell’altro, in una sola parola l’Avvento del Regno di Dio.  

In sintesi, vogliamo cercare di rendere felice il nostro coniuge!  Dobbiamo fare noi il primo passo e diventare noi, fusi in Gesù e Maria, il cambiamento che vogliamo nell’altro, solo diventando amore donato tutto diventa nuovo!

Anche noi ogni giorno lottiamo con i nostri limiti, miserie, fragilità, tante sono state le cadute, le incomprensioni. Siamo in cammino, e cerchiamo di abbandonarci totalmente alla Divina Volontà, in modo da diventare un matrimonio di Luce e quella Luce donarla a tutti!

Altro ostacolo da non sottovalutare è il demonio che interviene nei matrimoni in maniera devastante; bisogna conoscere i suoi attacchi (lettura che consiglio – Fra Benigno: “Diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio” – Edizioni Amen), e reagire nell’unico modo possibile, indossando le armi della fede e meditando la Passione di Cristo. A tal proposito Gesù ci dice: “Il mondo si è squilibrato perché ha perduto il pensiero della mia Passione”; “Sicché, se si ricorda venti, cento, mille volte della mia Passione, tante volte di più godrà gli effetti di essa”. Tutti i rimedi che ci vogliono a tutta l’umanità, nella mia Vita e Passione ci sono”.1

Per meditare la Passione di Cristo e per fondersi in Gesù ho letto un prezioso libro che mi ha regalato tanto e che consiglio:” Le 24 Ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”, di Luisa Piccarreta, Piccola Figlia della Divina Volontà.

Per proseguire in questo meraviglioso cammino di fede bisogna approcciare anche alla lettura dei Libri di Cielo, della stessa autrice. Si tratta di numerosi volumi, in cui vengono riportate nuove esagerazioni di amore di Gesù, verità rivelate all’autrice da Gesù stesso, che ci danno gli strumenti per prendere il “posto” che nella notte dei tempi Dio ha pensato per noi.

Posso dirvi che ho già avuto vari doni: una più profonda adesione alla Parola di Dio, la capacità di leggere i segni, maggiore pazienza, più collaborazione nelle faccende domestiche, il dono di leggere insieme a Barbara i Libri di Cielo; questi scritti ci danno la consapevolezza che ogni avversità è una predilezione d’amore di Cristo, per mondarci e camminare verso la fusione con Gesù e Maria.

In Missione, grazie a queste letture, ho provato gioia quando è morto Fratel Biagio, e non dolore: avevo la certezza che era in Cielo e potevo solo essere felice per lui; perdevo un amico ma trovavo la Speranza di una vita eterna. Sono convinto che le esortazioni che ricevevo da Fratel Biagio, mentre si curava dal cancro, a fidarmi solo di Dio, mi abbiano aiutato a ricevere il dono della conoscenza della Divina Volontà. Gesù ci vuole felici e di nuovo uniti a Lui per sempre, come ci pensò in principio! 

Riccardo Rossi in collaborazione con mia moglie Barbara

  1. : 2 Febbraio 1917 -Libro di Cielo volume 11,
      21 Ottobre, 1921 -Libro di Cielo volume 13. ↩︎

L’Eucarestia spiega il Matrimonio (e viceversa)

Cari sposi, c’è una pedagogia liturgica nel fatto che dopo la Pentecoste si susseguono tre solennità quali la Santissima Trinità, il Corpus Domini e il Sacro Cuore di Gesù. In effetti, la contemplazione del Mistero dei misteri, per cui Dio è Uno in Tre Persone ci sarebbe così lontano se Gesù non avesse istituito l’Eucarestia.

Difatti, Grazie all’Eucaristia noi possiamo unirci perfettamente al Signore. L’Eucaristia rinnova ed accresce quella comunione con Cristo iniziata nel battesimo affinché Cristo viva in noi e noi in Lui viviamo. Come insegna san Tommaso D’Aquino: «L’effetto proprio dell’Eucaristia è la trasformazione dell’uomo in Cristo» (Commento alla IV Sent. d. 12, q.2, a. 1).

Ma come comprendiamo questa unione? Basta stare “vicini vicini” a Gesù? Oppure “mangiando” Dio per intero? Queste ed altre domande sono più che lecite per comprendere come il Corpo di Cristo si fa una sola cosa con noi nella Comunione. È la teologia dei Padri della Chiesa, specie quelli di provenienza da Antiochia di Siria, che ha volutamente e consapevolmente utilizzato la realtà del matrimonio umano per spiegare come avviene l’unione con Dio.

Così, per Cirillo di Gerusalemme (313-386), Cristo nutre la Chiesa sposa con il suo corpo: “Cristo ha dato ai figli della sua camera nuziale il godimento del suo corpo e del suo sangue” (Cfr. PG 33, 1100). Prosegue nella stessa direzione Teodoto di Ancira (V sec.): “Mangiando le membra dello Sposo e bevendo il suo sangue, noi compiamo una unione sponsale” (In Canticum Canticorum, lib. II, cap. 3, 11: PG 81, 118).

Un altro autore posteriore, il teologo bizantino Nicola Cabasilas (1322-1397), ci presenta assai bene come avviene tale unione nella Messa: “Sono queste le nozze tanto lodate nelle quali lo Sposo Santissimo conduce in sposa la Chiesa come una vergine fidanzata. Qui il Cristo nutre il coro che lo circonda e per questo, solo fra tutti i misteri, siamo carne della sua carne e ossa delle sue ossa”. Ed ancora: “Le nozze (umane) non possono unire gli sposi a tal punto da vivere l’uno nell’altro, come è di Cristo e della Chiesa” (La vita in Cristo, pp. 215.216 e anche 69; ed in genere pp. 212-222).

Addirittura, un passaggio della liturgia eucaristica, secondo il rito etiopico, si spinge ancora oltre: “Chi ha mai visto uno Sposo tagliare il proprio corpo nel giorno delle nozze per essere nutrimento in eterno? Nel giorno delle sue nozze il Figlio di Dio ha offerto ai convitati il suo corpo santo e il suo sangue prezioso perché ne mangiasse e avesse la vita chiunque crede in lui. Il cibo e la bevanda è il nostro Signore Gesù Cristo nel giorno delle sue nozze” (L’Ordinario e quattro anafore della messa etiopica, Roma 1969, p. 11).

Così, l’unione sponsale è un’ottima analogia e simbolo reale di quanto avviene realmente nel Sacrificio Eucaristico e di come tramite il Corpo di Cristo siamo partecipi della vita Trinitaria. Un grande teologo e mistico, formatosi alla scuola di San Bernardo, Guglielmo de Saint Thierry (1075-1148), commentando non a caso il Cantico dei Cantici, scriveva: “Nell’Eucaristia la Chiesa diventa con Cristo un solo Spirito, non solo perché lo Spirito realizza questa unità e vi predispone lo spirito dell’uomo, ma perché questa unità è lo Spirito Santo stesso. Questa unità si produce infatti quando colui che è l’amore del Padre e del Figlio, la loro unità, la loro soavità, il loro bene, il loro bacio, il loro abbraccio, diventa a suo modo, per l’uomo nei confronti di Dio, ciò che in virtù dell’unione sostanziale è per il Figlio nei confronti del Padre e per il Padre nei confronti del Figlio” (Sources Chrétiennes n. 223).

Per concludere, cari sposi, tramite queste brevi testimonianze di fratelli nella fede si mette in chiaro come l’Eucarestia per voi è davvero la più alta coesione a cui potete tendere. Unirvi in Colui che è l’Amore vi renderà sempre più in comunione e concordia. Se le difficoltà e le pesantezze della vita tendono da un lato a dividervi e a indebolire il vostro legame, non temete e non perdetevi d’animo ma ricorrete sempre a Gesù Eucarestia, il Corpo dato per Amore, e abbiate la certezza che Lui in un modo a volte misterioso sta già operando affinché il vostro matrimonio Gli sia conforme e somigliante.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena raccontato padre Luca è frutto di millenni di teologia, di riflessioni e di confronto tra le menti più colte della nostra Chiesa. Eppure per noi sposi esiste un modo molto pratico e semplice per comprendere l’Eucaristia. Per comprendere la comunione d’Amore con il nostro Dio che si è fatto corpo. Un corpo donato per intero e senza alcuna riserva. Possiamo comprendere l’Eucaristia vivendo nella verità l’intimità con nostra moglie o nostro marito. In un gesto in cui ci diamo totalmente e accogliamo l’altro in tutto, e lo facciamo per amore e attraverso il corpo. Se è vero che possiamo comprendere l’Eucaristia attraverso l’intimità sponsale, è altrettanto vero che l’Eucaristia ci insegna come vivere il nostro amplesso: nel dono totale d’Amore fino ad essere uno con l’altro. Ed è bellissimo sentire di essere uno. È il vero piacere.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /30

Cap XXIII Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.

All’apparizione della bella Bambina in questo racconto, l’avevamo subito connotata come la metafora della Chiesa, e perciò continuiamo con questa immagine le riflessioni odierne. Quando Pinocchio legge l’epitaffio sulla lapide di lei, si lascia proprompere in un lungo pianto, e mentre piangeva disse ad alta voce ciò che c’era nel cuore, ovvero la possiamo definire una preghiera di angoscia, la cui centralità sta tutta qui:

Che vuoi che io faccia qui solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova?“.

E’ il grido angoscioso dell’uomo che, se dapprima non vedeva l’ora di sbarazzarsi della Chiesa, ora ne avverte tutta la pregnante mancanza. Il cradinal Biffi così si esprime:

Un mondo senza Chiesa non è però così bello come si poteva pensare. La vita non diventa più allegra, l’uomo non si sente più felice. […] La Chiesa ha continuato per secoli a colmare il vuoto esistenziale […] svolgendovi in modo anomalo ma reale le funzioni di anima.

Su questo discorso della Chiesa in rapporto col mondo si sono scritti fiumi di inchiostro e pronunciate migliaia di riflessioni e catechesi; da questo mare magnum estraiamo solo una piccolissima porzione di un aspetto fondamentale per noi sposi: la Chiesa come casa e la casa come Chiesa.

Se è vero che ciò che si dice della Chiesa (per esempio come sposa e madre) lo si può dire della Madonna, è pur vero che ciò che si dice della Chiesa trova tante similitudini con la casa, intesa come luogo dove il sacramento del Matrimonio si esprime.

La Chiesa ha riconosciuto nel suo magistero la famiglia (fondata sul Sacramento del Matrimonio) come chiesa domestica. Quindi significa che la parrocchia dove abitiamo non ha solo le proprie aulee come spazi di pastorale, ma anche la nostra casa è uno spazio di pastorale, anzi è il primo, il principale ed il privilegiato spazio di pastorale, poiché è il luogo dove le pecore del gregge imparano a vivere ciò che hanno imparato dal pastore.

Potremmo dire, senza paura di esagerare, che la nostra casa è parrocchia; infatti, agli inizi del cristianesimo non erano stati ancora costruiti i templi cristiani e tantomeno gli ambienti parrocchiali, perciò tutto si svolgeva nella case dei primi cristiani.

Nelle case si pregava, ci si radunava in assemblea per fare quello che ora chiameremmo il Consiglio Pastorale, si faceva il Catechismo ai piccoli, si ascoltava la Parola di Dio e la sua spiegazione, ovvero la catechesi degli adulti, si celebrava la Santa Messa, si ospitavano i pellegrini, si ascoltavano le testimonianze dei convertiti, si ospitavano i Vescovi (cfr. Gli Atti degli Apostoli dove è specificato chiaramente che S.Paolo ha vissuto nelle case delle coppie cristiane), si sono scritte le Esortazioni Apostoliche, si è scritto del Magistero, sono state scritte alcune lettere di Paolo (Parola di Dio), tanti miracoli di Gesù sono avvenuti in casa, la Sua Ultima Cena era in una casa, il miracolo operato da Gesù della risurrezione della figlia di Giairo è stato in casa, nelle case si battezzava, si invocava lo Spirito Santo… potremmo forse continuare questo elenco, ma speriamo basti a far comprendere come la Chiesa è casa e la casa è Chiesa.

Quando la casa (la Chiesa) non c’è più è come per Pinocchio la morte della bella Bambina: tutto perde di significato, anche la nostra esistenza perde la sua bussola che l’aiuta ad orientarsi. Persa la bella Bambina, perso anche il babbo, ovvero se si perde la Chiesa si perde anche la presenza di Dio nel mondo. Gli sposi sono questa presenza nel mondo.

Coraggio sposi, a noi il compito di far diventare la nostra casa sempre più luogo dove Dio non è solo un ospite benvenuto, ma è Lui la nostra vera casa.

Giorgio e Valentina.

Un amore che salva

Il matrimonio non è come le altre relazioni. Nel matrimonio c’è il per sempre, l’indissolubilità. L’indissolubilità non è una catena ma è una carezza al cuore ferito di tanti di noi. Io sono stato salvato dal per sempre che mi ha donato Luisa. Non è vero che l’uomo deve essere forte ma lo può diventare. E il per sempre del matrimonio può aiutare tanto. Io sicuramente lo sono oggi più di ieri. Quando Luisa mi ha conosciuto ero un ragazzo di venticinque anni pieno di paure anche se in apparenza cercavo di non farle vedere. Avevo una voragine nel cuore.

Solo con la terapia ho compreso molto di più della sofferenza di quel ragazzo, da cosa era causata. All’epoca non ne ero consapevole. Sentivo solo un grande vuoto e sapevo che ciò che avevo non mi rendeva felice. Mi sentivo sempre meno degli altri. Uscivo con gli amici e mi succedeva di bere troppo o di fumare qualche spinello. Lo facevano tutti. Mi faceva sentire come gli altri. Ma non mi bastava. Mi mancava l’amore. Non il sesso. Io cercavo il sesso ma non era quello che mi mancava. Mi mancava sapere di essere importante per qualcuno. Mi mancava sapere che per qualcuno potessi essere il più importante. Non uno dei tanti. Non importante per quello che potevo fare, ma semplicemente perché c’ero, perché esistevo.

Purtroppo sono insicurezze che ho maturato fin da piccolo nella mia famiglia. Non voglio imputare nulla ai miei genitori. Loro mi hanno dato l’amore per come sono riusciti. Hanno cercato di volermi bene al meglio delle loro possibilità, ma per tante ragioni questo amore non è passato del tutto. Perché mancava il calore. Non mi facevano mancare nulla di materiale. Si sono sempre presi cura di me ma mai un abbraccio da mio padre. Non ne era capace. Mai una parola di apprezzamento ma piuttosto una critica quando sbagliavo. Avevo bisogno di carezze positive e ricevevo solo riscontri negativi perché ciò che facevo di buono era dato per scontato. Quel bambino non è sparito con il tempo, ma è rimasto dentro di me, in una persona diventata adulta.

Quando ho incontrato Luisa quel bambino continuava a credere di poter essere amato solo quando si comportava come credeva che volessero gli altri. Per questo avevo paura di perderla. Perché pensavo, come sempre, di non essere abbastanza. Luisa mi ha scelto. Non solo mi ha scelto ma ha deciso di puntare su di me. Ha scelto di scommettere tutta la sua vita su di me. E quel bambino ha finalmente fatto esperienza di un amore così grande, non meritato. Quel bambino ha pensato per la prima volta di valere qualcosa, di essere prezioso perché Luisa me lo stava dicendo con la sua scelta di impegnarsi com me per tutta la vita. Di scegliere me e di rinunciare a tutti gli altri. Mi riconosco nelle parole di Jovanotti quando in “A te” scrive: A te che mi hai trovato all’angolo coi pugni chiusi. Con le mie spalle contro il muro pronto a difendermi. Con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi. Tu mi hai raccolto come un gatto e mi hai portato con te.

In questo il matrimonio mi ha salvato. Perchè la scelta di Luisa mi ha permesso di credere che anche Dio potesse volermi bene così. Potesse vedere in me una persona bella e preziosa. Di solito la relazione con Dio ci aiuta a costruire un matrimonio cristiano. Nel mio caso inizialmente è stato l’opposto. Sapere che Luisa mi ha scelto per la vita mi ha permesso di aprire il cuore anche a Dio. Prima pensavo che non fosse possibile che Dio potesse amare proprio me. Io così imperfetto e incapace. Non facevo abbastanza per meritare il Suo Amore. Luisa mi ha fatto comprendere che non serve essere bravi per essere amati. Mi sono sentito accolto senza condizioni. Per me è stata una vera liberazione e guarigione.

Vedo tanti ragazzi che mi ricordano quello che ero io. Anche i miei figli non sono immuni. Anche io probabilmente ho commesso degli errori con loro. Sto cercando di recuperare. Più ne divento consapevole e più comprendo cosa fare con loro. La cosa più importante è però fare esperienza di questo amore gratuito. L’amore non si deve meritare o non è amore.

Antonio e Luisa

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La statua in cui gli sposi sono un unico corpo

Qualche settimana fa un post Facebook di Alessandra Buzzetti – giornalista e corrispondente da Gerusalemme per Tv2000 – mi ha davvero incuriosita: parlava della statua in cui gli sposi sono un unico corpo. Non si tratta di un’opera d’arte contemporanea ma di un reperto storico di grandissimo pregio dato che è stata realizzata circa novemila anni fa; attualmente si trova nel Museo Archeologico di Amman, la capitale della Giordania, in ottimo stato di conservazione.  E’ fatta d’intonaco di calce, canna e bitume ed è stata trovata nella moderna città di Ain Ghazal, alla periferia di Amman, nel 1985. Insieme ad altri reperti scoperti in quel periodo, è considerata tra le prime rappresentazioni su larga scala della forma umana e uno degli esempi più eclatanti di arte preistorica del periodo pre-ceramico del Neolitico B.

Al di là dell’indubbio valore storico ed artistico, quest’antica statua ci ricorda ciò che troppo spesso, ai giorni, viene dimenticato: che gli sposi sono veramente un corpo solo, benedetto dal sacramento del matrimonio. L’affermazione della Genesi in cui leggiamo: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24) ha una potenza straordinaria perché ci ricorda come l’unione dei cuori si realizza concretamente nell’unione fisica ma che, come tale, non può essere slegata dal coinvolgimento completo dei due. Ma come si può essere “una carne sola”? Buona parte del mondo è immersa in una logica parziale che riduce il tutto a un semplice susseguirsi di atti fisici, che posso essere facilmente interrotti quando «Non mi piace più», «Non mi soddisfa più» oppure «Non lo/lo amo più». Atti slegati e quasi indipendenti da un amore veramente autentico, capace di donarsi totalmente e da una partecipazione profonda e totalizzante.

La verità di fede rivela qualcosa di ben più grande e di ben più importante: gli sposi possono autenticamente essere un corpo solo se sono pienamente nell’amore, non solo e non tanto in quello umano ma soprattutto in quello divino. E com’è possibile questo? E’ Gesù in persona a venire in nostro aiuto, dicendoci: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 9-11). Dunque il “segreto” per rimanere nell’amore di Dio è quello di osservare i suoi comandamenti ossia vivere un’esistenza piena, bella e felice perché essi non limitano la nostra libertà semmai la perfezionano e la rendono indipendente da desideri e voglie molte volte passeggeri, transitori e che ci illudono di essere contenti ed appagati ma si rivelano in realtà essere scampoli di soddisfacimenti terreni che non riempiono veramente il nostro cuore.

L’antica statua – lo vediamo nell’immagine – ha un corpo solo ma mantiene i due volti, le due facce, spingendoci in un’altra riflessione: che pur essendo tali, gli sposi devono mantenere due “teste pensanti”, due identità uguali e distinte, per dirlo in termini teologici, ossia non annullarsi in un rapporto di dipendenza morbosa ma essere un dono l’uno per l’altro, un dono d’amore, per l’amore e nell’amore. Concretamente cosa significa? Che marito e moglie sono legati da qualcosa d’invisibile che supera limiti e difetti umani e che conferisce loro una Grazia divina in grado di supportarli in tutte le vicende della vita, facendoli gioire per quelle liete e sostenendoli in quelle tristi, facendo di loro un connubio che ha veramente del celestiale e, nello stesso momento, aiutando ciascun coniuge a dare il meglio di se stesso per il bene dell’altro e della coppia. Il corpo – dell’altro come di se stessi – non deve, insomma, diventare né una zavorra né un sollievo momentaneo o un semplice appagamento dei sensi ma l’espressione fisica attraverso cui un coniuge è in grado di valorizzare ed aiutare l’altro proprio in virtù della sua persona, che va quindi a completare l’altra, non ad ostacolarla. Pensiamo agli strumenti musicali a fiato: per produrre la melodia non basta il materiale di cui sono fatti né la persona che soffia in essi per fargli vibrare ma l’unione di queste due cose, la fisicità dello stumento e l’aria che entra in esso; gli sposi sono esattamente questo, un corpo solo che per suonare l’armonia dell’amore vero dev’essere fisicità e spiritualità insieme.

Che bellezza l’unità sponsale dei corpi, che grandezza l’unione delle anime e che potenza tutto questo fuso insieme attraverso il sacramento del matrimonio! Due che diventano uno: anticipo del mistero dell’amore di Dio e della “vita del mondo che verrà”.

Fabrizia Perrachon

L’intimità è come vivere l’Eucarestia

Voglio condividere con tutti voi una testimonianza di una coppia di sposi. Ho chiesto loro il permesso di pubblicarla e sono felice me l’abbiano concesso. Perché dalla loro testimonianza traspare la bellezza. La bellezza di una sessualità piena e vissuta nella verità della persona umana. Siamo chiamati ad avere delle relazioni così, dove c’è tutto. C’è il cuore, lo spirito e il corpo e dove non c’è solo la fatica ma c’è tanta gioia, tanta intimità e c’è la vera comunione. Pur con tutte le difficoltà di una famiglia normale. Siamo tutti chiamati a questa bellezza. È anche per ognuno di voi che leggete. Non nello stesso modo, non siamo fotocopie, ma con la stessa intensità e la stessa pienezza. Non accontentiamoci di un compromesso al ribasso.

Ci chiamiamo…… Siamo sposati da 11 anni e abbiamo 6 figli. Abbiamo trovato il vostro blog molto interessante e volevamo condividere con voi un nostro pensiero. Sentiamo spesso questa parola “faccio/facciamo l’amore “.

Noi, piano piano, stiamo scoprendo che ogni volta che ci uniamo intimamente, non siamo noi che facciamo l’amore, ma è Dio che crea l’amore. Noi crediamo così, perché ogni volta che noi due diventiamo uno nell’ intimità, ci uniamo non semplicemente a un corpo ma a una persona che è parte della nostra storia, storia che Dio sta facendo con noi.

Per noi l’intimità coniugale è trasporre sul talamo nunziale l’Eucarestia che celebriamo in Chiesa. Per questo a noi piace andare a Messa il sabato sera, in modo che la sera stessa possiamo unirci intimamente e concretizzare, lì nel talamo nunziale, l’invito del sacerdote a fine Messa: andate ad annunziare il Vangelo con la vostra vita.

Vivere l’intimità coniugale è il primo modo per noi di uscire e andare ad annunziare il Vangelo. Usciamo non da un posto fisico per andare a un altro, ma usciamo dai nostri schemi e dal nostro egoismo per far nascere Cristo in noi e fare decrescere il nostro io. I nostri figli sono i sigilli di questa crescita di Dio e della nostra decrescita.

Tante volte ci pensiamo al fatto che mentre noi due stiamo nel mezzo di un atto coniugale dove sperimentiamo gioia, unione e carità, ci sono persone nel nostro condominio o che conosciamo che forse in quel preciso momento stanno sperimentando il peccato, la separazione e l’odio. Per questo prima dei rapporti intimi preghiamo non solo per noi ma anche per tutte le persone che soffrono. Con l’unione intima nel sacramento matrimoniale, noi siamo convinti che evangelizziamo. Come direbbe san Francesco d’Assisi: usa le parole quando è necessario e porta il Vangelo con la tua vita.

Per noi l’intimità non è una serie di regole che ci dicono cosa si può fare o no. Noi rispettiamo solo la chiamata ad essere aperti alla vita e di compiere i gesti intimi in maniera casta. Questo, tuttavia, non ci toglie il piacere. Anzi direi che i nostri rapporti intimi sono molto appaganti. Per noi l’intimità è indispensabile, anche per l’educazione dei nostri figli. Se insegnassimo ai nostri figli che è bello affidarsi al Signore e poi noi usassimo contraccettivi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che si devono perdonare, e poi noi la sera ci rigirassimo dall’altra parte del letto senza riconciliarsi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che devono condividere la loro vita con i fratelli, e poi noi non facessimo l’amore, saremmo dei falsi.

Troviamo importante i rapporti intimi dopo le litigate. Dietro le nostre litigate c’è il maligno che vuole rompere questa alleanza. Un rapporto intimo dopo un litigio, ci aiuta a rinnovare questa alleanza. Per quanto vogliamo bene ai nostri figli, il nostro matrimonio viene prima di loro. Per questo una volta al mese, lasciamo i nostri figli con i nonni e andiamo a dedicarci una notte d’ amore. Anche la nostra stanza è off limits. Nessuno viene a dormire nel nostro letto. Questo siamo noi e volevamo condividere con voi. Grazie.

 

Quinta missione degli sposi: l’annuncio di eternità

Oggi parlerò della quinta e ultima missione specifica degli sposi, Annuncio di Eternità, vedi articoli precedenti:

Introduzione – 1° missione: Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore – 2° missione: Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità – 3° missione: Paternità e Maternità: 4° missione: La Fraternità

Siamo così arrivati all’ultima missione specifica degli sposi: l’annuncio di eternità. Forse fra tutte le cinque missioni è quella meno sviluppata dalle coppie in questo periodo storico. Infatti, mi sembra che anche tra gli sposi ci sia un orizzonte temporale limitato al qui (e ora) e questo comporta che anche le decisioni siano prese di conseguenza: è indispensabile stare bene, essere felici subito a tutti i costi e, se questo vuol dire andare contro la famiglia, il coniuge e i figli, pazienza se ne faranno una ragione. Per carità, non c’è nulla di male a cercare la felicità, anzi è una cosa giusta, ma quella vera si ottiene solo se si segue Gesù e non certamente vivendo come ci dicono di fare il mondo e la società.

Non di rado mi avvicinano dei separati confidandomi che vorrebbero conoscere una persona che li facesse stare bene, delegando così la felicità ad un’altra persona, che potrà certamente aiutare ma che resta una creatura finita e fallibile. Può una creatura darti tutto quello che ti manca? Un amore infinito?

Infatti, come i sacerdoti e i religiosi annunciano che c’è una vita dopo la morte, così dovrebbero fare gli sposi, annunciare le nozze definitive: il loro matrimonio non è depositato in canonica o al comune, ma è inciso indelebilmente nella Trinità. Tutta la nostra vita dovrebbe avere questo sguardo lungimirante all’eternità. Anche il rapporto con il coniuge non è fine a sé stesso, non serve semplicemente per stare bene e accompagnarsi felici e contenti insieme al cimitero, ma per costruire una relazione intima che poi si irradia verso gli altri. Gli sposi annunciano che in Paradiso saremo chiamati a essere una carne sola con Gesù, dove ci sarà la vera pienezza.

Anche i figli non sono nostri, ma sono stati pensati prima della creazione del mondo e per questo vengono battezzati, perché tornino un giorno da dove sono venuti e abbiano così la vita eterna. In Amoris Laetitia n° 135 si legge: Un ideale celestiale dell’amore terreno dimentica che il meglio è quello che non è ancora stato raggiunto: il vino maturato nel tempo.

Avendo coscienza di questa eternità futura dove “il meglio deve ancora venire”, posso comprendere il senso del cammino che sto percorrendo e prendere le giuste decisioni: non finisce tutto con la morte, anzi avverranno le vere nozze e potrò comprendere tutto ciò che mi sfugge. Questa consapevolezza mi dà una pace incredibile, perché possono succedere tante cose, anche gravi, una malattia, un lutto, un fallimento umano (com’è infatti avvenuto), ma qualsiasi fatto non scriverà la parola fine alla mia vita; penso anche alle mie figlie, quanti errori ho commesso e commetterò ancora con loro, e magari si comporteranno diversamente da come vorrei, ma so che anche per loro la meta finale sarà il Paradiso. Tutto questo non mi scarica dalle mie responsabilità, m’invoglia a costruire la famiglia grande, e allo stesso tempo mi rende consapevole che il destino finale non è sulle mie spalle, non dipende tutto da me.

Se oggi si parla di famiglia cristiana, cosa s’intende nel linguaggio comune? In genere una famiglia che va a messa qualche volta, a Natale e a Pasqua, che battezza i figli in chiesa e li manda al catechismo. Eppure c’è un nome proprio della famiglia cristiana, Chiesa domestica; infatti, dentro questo nome ci sono tutte e cinque le missioni specifiche e cioè:

  • l’uomo e la donna visti con gli occhi di Dio,
  • la presenza di Gesù amante, non perché vanno d’accordo, ma per il Sacramento,
  • la presenza della fecondità divina, non per quanti figli ci sono o perchè i figli sono bravi: fecondità divina vuol dire comunicare amore che fa vivere, dare vita, non riceverla,
  • la presenza della fraternità, perché tutti sono fratelli in Cristo, genitori e figli,
  • annunciano la dimensione definitiva, piccola Chiesa per la grande famiglia.

Allora sposi fate in modo che le mura della vostra casa vi aiutino a costruire la Chiesa, a diffondere la Parola di Dio e a testimoniare con la vita, la bellezza del matrimonio cristiano! Sono profondamente convinto che gli sposi cristiani possano davvero, se lo vogliono, creare un mondo migliore, un assaggio di Paradiso qui, sulla terra.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Non è mai troppo tardi!

Dal Sal 97 (98) Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!

Continua la lode della Chiesa al Suo sposo, il Signore Gesù Cristo, attraverso questo Salmo che ci viene proposto nell’odierna Liturgia. La frase centrale è quella che ci sembra essere come il nocciolo di questi brevi versetti : Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza.

Quando passano tanti anni dal primo giorno di matrimonio, si può perdere un po’ la vista, non tanto quella corporea, inevitabile, quanto quella spirituale. Si rischia di assuefarsi al solito trantran della Messa Domenicale, vissuta magari un po’ apaticamente, e qualche preghierina qua e là durante le giornate segnate dalla frenesia.

Se anche a voi sta succedendo qualcosa di simile, sappiate che il Signore è lì che vi aspetta sulla strada della santità, sulla strada del fervore. Non si è stancato di voi, perché Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà non è mica uno con la memoria corta. Al contrario, Egli vi ha stabilito come Sua icona in mezzo agli uomini, ma non può fare tutto Lui, aspetta che noi ci lasciamo invadere dal Suo amore liberamente e senza costrizioni.

Se siete in un momento di stanchezza nella relazione, sappiate che il Signore ha già pronta la via d’uscita per voi, aspetta pazientemente che ci decidiamo, aspetta ma non molla l’osso, è deciso, è risoluto, non si pente di avervi scelto come coppia Sua, come Sacramento vivente l’uno per l’altra ed insieme per il mondo. Se ci ha uniti nel Suo amore, o meglio, se Lui è in mezzo a noi realmente, sta solo a noi lasciarLo agire, lasciarGli penetrare ogni nostra fibra più intima della nostra relazione sponsale, affinché il mondo, guardando a come ci amiamo noi due, possa vedere, toccare con mano qual è lo stile d’amare di Dio.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Ce l’ha fatta conoscere attraverso la Sua tenerezza di Padre che ci consola nei momenti tristi, ci prende per mano quando siamo stanchi, ci rialza quando cadiamo, ci sopporta quando sbagliamo, ci esorta a dare il meglio di noi quando siamo giù. E lo fa attraverso il solito metodo di sempre: l’umana natura.

In primis si serve del nostro coniuge, ma quando è la coppia ad avere bisogno di aiuto, allora si serve di altre coppie, attraverso incontri, testimonianze, aiuti concreti, momenti di vicinanza reale, inoltre non disdegna di servirsi dei Suoi ministri con prediche, insegnamenti, catechesi, o chissà quali mezzi ha la fantasia infinita dello Spirito Santo.

Molte coppie sembrano un po’ spente, e ci rivelano che non sentono gli aiuti di Dio, si sentono come figli orfani, hanno provato magari a bussare a tante porte in cerca d’aiuto, e non ne hanno trovato giovamento. Siamo sicuri che il Signore non si faccia Provvidenza o siamo noi che siamo un po’ sordi e ciechi?

Se anche le povere righe che state leggendo vi sono d’aiuto, vi fanno intravedere uno spiraglio di luce, allora può essere che la Provvidenza stia bisbigliando al vostro orecchio qualcosa, potrebbe essere l’inizio di un percorso di rinascita.

Non è mai troppo tardi per lavorare nella vigna del Signore, acnhe per quelli dell’ultima ora, coraggio sposi ! Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà.

Giorgio e Valentina.

Sposarsi è tutta un’altra cosa

C’è un falso mito che fa parte ormai della mentalità comune: bisogna convivere prima di sposarsi. Parlando con un’amica solo pochi giorni fa è uscito il discorso. Mi raccontava stupita come un suo collega più giovane sia restato sconvolto dal fatto che lei si sia sposata con il marito senza prima “provarlo”. La sua obiezione è quella della quasi totalità dei giovani italiani: e se poi non funzionava? Se non eravate fatti per vivere insieme? La normalità di una ventina d’anni fa è diventata oggi una scelta strana. Ma è davvero meglio adesso? È davvero necessario passare dalla prova convivenza prima del matrimonio? In realtà i dati sembrano contraddire questa credenza.

Secondo una recente ricerca sembra che le coppie che hanno convissuto prima di sposarsi abbiano più probabilità di andare incontro a una separazione. Secondo una ricerca effettuata negli Stati Uniti apparsa sul  Wall Street Journal, le coppie che convivevano hanno il 15% in più di probabilità di divorziare. Questi sono i dati. Cerchiamo ora di dare una spiegazione. Vi lancio alcune provocazioni.

Chi convive non si abbandona completamente all’altro. Detto così potrebbe sembrare meglio. In realtà bisogna pensarci bene. Esiste un esperimento scientifico che è stato messo in atto per dimostrare la differenza. Sono state prese in considerazione 54 coppie, 27 sposate e 27 conviventi. È stato messo uno dei due partner all’interno di una macchina per risonanza e gli è stato detto che avrebbe potuto ricevere una piccola scossa elettrica sulla caviglia. Questo per creare tensione e ansia nella persona coinvolta nell’esperimento. Poi è stato chiesto ai due partner di tenersi per mano. Qui si è vista una grande differenza tra i conviventi e gli sposati. L’esaminato, se era sposato, subiva una decelerazione immediata dell’ipotalamo, regione del cervello che ha un ruolo chiave nella regolazione delle reazioni dinanzi ad una minaccia esterna, cosa che indicava un alto livello di fiducia e tranquillità tra i partner. A differenza di quanto è avvenuto se l’esaminato era invece convivente che mostrava un rilassamento molto meno marcato. Secondo i ricercatori il prendersi la mano ha un effetto regolatorio più forte fra le coppie sposate che tra quelle che convivono. Questo non perchè chi si sposa faccia qualcosa di diverso rispetto a chi convive. Anzi in apparenza tante coppie di conviventi sembrano più belle e più unite. C’è però qualcosa di inconscio, di non esplicito. Quello che noi diciamo da sempre. Chi convive lancia un messaggio evidente: io sto con te perché mi fai stare bene. Io non mi abbandono completamente a te ma tu sei sempre sotto esame. Chi si sposa lancia tutt’altro messaggio: io sono pronto a scommettere tutto su di te. Ti do la mia vita, il mio cuore e il mio corpo. Te lo do adesso e per sempre. Perché voglio donarmi a te. Completamente un’altra cosa. Questo atteggiamento del cuore poi cambia la percezione che abbiamo dell’altro e della relazione con l’altro. Permette una fiducia nettamente superiore. Poi l’altro può tradire questa fiducia ma questo è un altro discorso.

Nella convivenza i difetti sono meno pesanti. Questa provocazione nasce da una chiacchierata avuta con un amico psicologo. Lui segue tante coppie in crisi. Mi raccontava come la convivenza sia una prova non attendibile di quello che sarà poi il matrimonio. Si è accorto che tanti difetti dell’altro sottovalutati durante la convivenza risultavano poi intollerabili durante il matrimonio. Perchè succede questo? Semplicemente perchè, che ne siamo consapevoli o meno, il matrimonio è una scelta definitiva e quello che ci sembrava tollerabile quando avevamo una via d’uscita in ogni momento, diventa improvvisamente pesantissimo quando ci leghiamo ad un’altra persona per tutta la vita. Lasciate stare che esiste il divorzio e quindi ormai tanti si slegano anche dal matrimonio. Psicologicamente le due relazioni sono percepite ancora in modo molto diverso.

Possiamo trarre alcune conclusioni. Chi decide di passare dalla convivenza va incontro a due illusioni e possibili pericoli: si educa a non fidarsi mai completamente dell’altro e si illude che la quotidianità vissuta da convivente sia uguale a quella da sposato. Chi convive è di solito quello che non vuole sorprese e vuole avere la situazione sotto controllo. Chi si sposa è consapevole che non potrà mai conoscere fino in fondo l’altro e che non potrà mai avere sotto controllo completamente la situazione. Decide però di buttarsi e di darsi totalmente alla persona che ha scelto affrontando gli imprevisti non come un fallimento ma come parte del gioco.

Antonio e Luisa

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La Trinità addosso

Cari sposi, alla fine del tempo di Pasqua, se ci guardiamo indietro abbiamo fatto un lungo cammino iniziato dalla Quaresima ed è culminato nella Pentecoste. Adesso, grazie allo Spirito, possiamo conoscere le intimità di Dio e scopriamo che Egli è una Comunione di amore tra il Padre e il Figlio; l’Amore che li unisce è appunto lo Spirito.

Nel Vangelo Gesù nomina per la prima volta la Trinità e chiede agli apostoli di battezzare. In italiano un sinonimo di “battezzare” è “immergere”, se risaliamo all’etimologia greca del termine. Ciò significa che, dal momento che riceviamo il primo sacramento, la Trinità è addosso a noi o, meglio, noi siamo entrati pienamente in comunione con il Mistero di Dio. Siamo dentro alla Trinità più di quanto possiamo essere immersi in una piscina.

Poi, come già tante volte su questo blog avrete letto, il matrimonio non fa che specificare e precisare il dono battesimale. Questo, per voi sposi, comporta che “la coppia/famiglia rappresenta l’analogia più alta del mistero ineffabile di Dio-Trinità-di-Amore” (C. Rocchetta, Teologia della famiglia, p. 154).

Ora faccio appello soprattutto alle coppie che avvertono un peso nella loro relazione, che sperimentano la fatica del vivere assieme e sono tentate di perdere l’entusiasmo di essere sposi in Cristo. A quelle coppie che, leggendo frasi del genere, solo si demoralizzano. Ci viene in aiuto Papa Benedetto quando, proprio nella Giornata mondiale delle famiglie, disse: “Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò»” (Benedetto, Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, 3 giugno 2012).

Mi soffermo sul fatto che l’essere la migliore immagine della Trinità resta comunque una “chiamata”, cioè che il Signore non pretende tutto subito ma pazientemente, dal giorno delle vostre nozze, vi chiama ed esorta costantemente, come disse Giovanni Paolo II: “Famiglia, diventa ciò che sei” (Familiaris consortio 16). Cioè, “famiglia/coppia sii comunione e scambio di doni”.

Perciò, oggi, solennità della Santissima Trinità, oltre a ricordarvi chi siete per la Chiesa – suo “riflesso vivente” (Amoris laetitia 11) – il Signore vi sta nuovamente incoraggiando a non mollare nella ricerca di una piena comunione di vita, di un sempre maggior scambio di beni a tutti i livelli tra voi, tale da far splendere la Divina somiglianza che portate addosso.

Quanto fa bene – non dubitatene mai – di vedere una coppia, pur con i suoi limiti, che si sforza per camminare in quella direzione, che cerca di crescere, anche a distanza di anni dalle nozze, nell’amore vicendevole! È una testimonianza che davvero fa splendere in bellezza e autenticità tutta la Chiesa.

ANTONIO E LUISA

Chi ha incontrato Gesù con il suo amore, ha fatto esperienza dell’amore del Padre. È perché l’Uno è nell’Altro e, insieme allo Spirito Santo, sono una comunione perfetta d’amore. Noi sposi abbiamo per sacramento lo Spirito Santo nella nostra relazione, il che significa che abbiamo un compito grande. Dovremmo instillare nel mondo che ci circonda il desiderio di incontrare Dio. Guardando noi dovrebbe nascere in chi ci osserva il desiderio di conoscere chi ci ha reso così. Lo puoi fare anche tu che stai leggendo! Anche se credi di essere una frana in tante cose. Tu che vai avanti nelle difficoltà ma non molli, tu che finisci per litigare ogni volta ma poi sei capace di chiedere scusa e di ricominciare, tu che sai perdonare, tu che riconosci la tua piccolezza e proprio per questo sei capace di rivolgerti a Dio. Insomma sei una frana ma una frana capace di raccontare l’amore. La Trinità è nella tua famiglia, non è meraviglioso?

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Altrove. Da quanto tempo è che non esce il sole?

Siamo ad un passo dalla festività del Corpus Domini, Gesù che è il sole per eccellenza. In questi giorni ascoltando la canzone di Ultimo Altrove mi sono ritrovata a riflettere su alcune parole rilasciate durante un’intervista dal cantautore romano.

Ovviamente i suoi testi riflettono i suoi pensieri più profondi. Ultimo, riferendosi ai giovani, ammette che effettivamente in chiesa se ne vedono davvero pochi, ma è anche vero che lui per primo è in cerca di questo Altrove. Questo Altrove è il nostro sole, è l’Eucarestia. I suoi testi trasudano di questa ricerca. Ricerca che è comune a tanti ragazzi.

Da quanto tempo è che non esce il sole? scrive Ultimo. Chi meglio di me può capirlo. Tutti noi abbiamo avuto una panchina al parchetto sotto casa dove, con la musica nelle orecchie, cercavamo un senso a questa vita. Cercavamo di volere di più dalla nostra vita. Non ci bastava quello che avevamo. Cercavamo una risposta alle nostre domande interiori. Quelle toste che ci interrogano profondamente Mi sposo, divento prete, suora.. – ognuno di noi ha scavato dentro di sé per trovare la propria vocazione, la propria strada.

Nicolò (Ultimo) – per i non romani – non è nato in un quartiere semplice. Il quartiere San Basilio mi piace rappresentarlo un po’ come la mano tesa di un Padre che cerca di dare conforto e riparo a tutti i suoi figli. È il buon pastore che esce a cercare la pecora smarrita e soffre finché non la vede tornare. Lì un giovane deve lottare per rimanere saldo nella fede e deve essere pronto ad essere anche deriso dagli amici se decide di donare il suo tempo al Grest. San Basilio non è solo quello cheraccontano: spaccio e illegalità. A San Basilio non si spaccia solo droga ma si spaccia la Speranza nei bambini, nei giovani. Nei giovani sposi che nonostante tutto vanno avanti e si sposano mettendo nelle mani della Provvidenza l’incertezza di un futuro lavorativo e abitativo.

Nicolò ha respirato tutto questo, non ha perso la sua speranza e crede che troverà quell’Altrove, sono sicura che quando meno se lo aspetta vedrà un sole bellissimo dentro il suo cuore che gli farà passare anche la sua ipocondria.

A presto Simona e Andrea.

Sento di essermi sposata nuovamente

Oggi approfitto dello spazio in questo blog per presentarvi nuovamente il seminario Come Sigillo sul cuore.  Si tratta di un format ormai collaudato. L’abbiamo proposto diverse volte in tante località in giro per l’Italia. Crediamo molto in questo seminario pensato e costruito specificatamente per aiutare le coppie di sposi a riscoprire la bellezza che le costituisce e la missione a cui sono chiamate. Missione che non è fare qualcosa ma riscoprire chi siamo, Partendo da ciò che siamo, riscoprire il nostro essere maschio e femmina e riscoprire la bellezza – e la fiamma divina – che si cela nella relazione sessuata tra un uomo e una donna che scelgono di amarsi per tutta la vita. Con tutti i nostri limiti, le nostre fatiche e le nostre contraddizioni. Siamo una meraviglia. A volte presi da tante fatiche, impegni e preoccupazioni perdiamo la capacità di contemplare ciò che siamo e la ricchezza che abbiamo ricevuto.

Se Luisa e io, insieme a tutte le coppie e i sacerdoti che costituiscono le varie equipe, crediamo così tanto in questa proposta è perché noi stessi ne abbiamo sperimentato la potenza nella nostra relazione. Prendere consapevolezza è il primo passo. Se oggi ci occupiamo di scrivere di matrimonio e di accompagnare le coppie che si rivolgono a noi, è proprio grazie a quanto abbiamo compreso in un percorso cominciato proprio con un’esperienza così.  Questo corso ci ha cambiato la vita. Dopo questa esperienza abbiamo finalmente compreso cosa significa essere sposi, come nutrire il nostro rapporto, quali sono i pericoli da evitare. Come vivere non solo un matrimonio vero, ma soprattutto un matrimonio felice. Pregheremo, adoreremo, ci confronteremo, insegneremo, ma non solo. Ci saranno tanti momenti per la coppia. Marito e moglie avranno tanto tempo per dialogare su quei temi che cercheremo di provocare in loro. Si parlerà di amore, di tenerezza, di Grazia, di intimità fisica, di cura, di servizio.  Si parlerà dell’amore naturale degli sposi e dell’amore perfezionato dal sacramento. Si parlerà di intimità come una vera liturgia e dell’amplesso come gesto che rinnova un sacramento. Il tutto sarà guidato da un’equipe costituita da cinque coppie e un sacerdote. Permettetemi un’ultima considerazione. Cosa ha questo corso di diverso rispetto a tante altre proposte simili che si possono trovare nella Chiesa?

Credo che la nostra proposta si inserisca in una dimensione che nella Chiesa è poco approfondita: la dimensione del corpo e sessuale. Ci siamo accorti che tanti problemi della coppia nascono proprio dalle difficoltà in ambito sessuale. Noi daremo ampio spazio alla sessualità. Perché l’amplesso degli sposi non solo è un gesto meraviglioso che unisce tantissimo e che genera vita, ma è un vero gesto liturgico e sacro. Vorrei concludere con alcune riflessioni che ci sono state regalate da chi ha già partecipato al corso. Ne abbiamo selezionate due.

Terry con le lacrime agli occhi, guardando un po’ noi e un po’ il suo Luca, ci ha detto: Attraverso il corso ho riscoperto l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altra, ha riscoperto la bellezza del sacramento che ho scelto e la bellezza del mio sposo. Sento di essermi sposata nuovamente durante questo corso.

Un’altra bellissima testimonianza è arrivata invece dopo un colloquio personale con una sposa: Cara Luisa ho raccontato a mio marito quanto ci siamo dette, è rimasto così felicemente sorpreso che abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi preziosi consigli. È stato meraviglioso. C’è ancora tanto da fare ma ora sappiamo come farlo. Grazie di cuore per tutto quello che fate.

Quindi cosa aspettate? Iscrivetevi. I posti sono limitati. La bellezza è attraente. È ciò che più desideriamo, tutti, nel profondo. Perché la bellezza è la caratteristica dell’amore e di Dio. Il corso è aperto a sposi di ogni età, con o senza figli, e anche ai fidanzati (saranno collocati in camere separate). 

Offerta last minute: Morlupo (Roma) dal 24 sera (stasera) al 26 maggio

Oppure Asiago (Vicenza) dal 28 al 30 giugno

Per info e iscrizioni contattaci a comesigillosulcuore@gmail.com