Feriti ma non distrutti: quando l’infedeltà incontra il perdono

Negli ultimi giorni, alcune dichiarazioni di Michelle Hunziker hanno riacceso il dibattito sul significato del tradimento. Il tradimento non è così importante… conta di più il progetto di vita che si costruisce insieme, ha affermato Michelle, provata da una vita costellata di successi professionali ma anche di fallimenti affettivi. Parole che possono far discutere, ma che invitano a una riflessione più profonda: che cos’è, davvero, la fedeltà? E cosa significa perdonare un’infedeltà senza banalizzarla?

Nel matrimonio cristiano, la fedeltà non è solo l’assenza di un tradimento fisico, ma un orientamento interiore, una promessa che si rinnova giorno dopo giorno. Essere fedeli non significa non cadere mai, ma scegliere ogni giorno di restare nell’alleanza, anche quando le ferite sembrano insuperabili. Tuttavia, il tradimento – di qualunque forma sia – resta una ferita profonda. Non tocca solo la fiducia: attraversa il corpo, i pensieri, l’immagine di sé e dell’altro, la memoria condivisa. È come se una crepa si aprisse proprio nel luogo in cui si sentivano radicati l’amore e la sicurezza.

Quando un coniuge viene tradito, qualcosa si spezza dentro: non è solo la paura di aver perso l’altro, ma la sensazione di essere stati resi invisibili, di non contare più. Il dolore è totale perché l’infedeltà non riguarda solo ciò che si è fatto, ma ciò che è venuto meno: la verità, la trasparenza, la fiducia e il senso di casa nell’altro. È un trauma che il corpo registra: insonnia, tensione, vuoti allo stomaco, pensieri ossessivi. Anche il corpo soffre, perché il matrimonio è un patto incarnato: due vite che si intrecciano, due corpi che diventano segno visibile di un’unione invisibile.

Eppure, proprio lì dove si apre la ferita, può nascere una possibilità di rinascita. È vero: si può perdonare l’infedeltà, ma non si può farlo a cuor leggero. Il perdono non è un gesto impulsivo né un ritorno alla normalità come se nulla fosse accaduto. È un cammino che richiede tempo, consapevolezza, ascolto, coraggio. Perdonare non significa dire “non importa”, ma dire “importa talmente tanto che non voglio che finisca qui”. È una decisione che tiene insieme la verità e la misericordia.

Molte coppie, dopo un’infedeltà, sperimentano un bivio: chiudersi nel rancore o affrontare la crisi come occasione di crescita. In questa seconda via, il perdono diventa una scelta spirituale e insieme umana, un atto di libertà. Lo si fa non per debolezza, ma per amore del progetto di vita costruito insieme, per custodire ciò che è stato buono, per dare un nuovo senso al cammino comune. Chi perdona, in fondo, sceglie di guardare oltre l’errore per vedere la persona. E questo non può avvenire senza un lavoro profondo su sé stessi: riconoscere le proprie fragilità, i bisogni non ascoltati, le paure che si erano sedimentate da tempo.

C’è un passaggio interiore che accompagna chi decide di ricominciare: la scoperta che la fedeltà non è staticità, ma movimento. Non è il semplice “non tradire”, ma l’imparare a custodire l’altro anche quando non si sente amato, a ricominciare anche quando non si ha voglia, a lasciare che la crisi diventi maestra. Ci sono coppie che, dopo aver attraversato la tempesta, trovano un’intimità più vera, una comunicazione più onesta, una vicinanza più matura. Non perché dimenticano, ma perché hanno imparato a guardare la ferita senza fuggire.

Il perdono, in questo senso, non cancella il passato ma lo redime. È come una cicatrice: non fa più male, ma resta a testimoniare che qualcosa è stato ferito e poi guarito. E come ogni cicatrice, racconta una storia di sopravvivenza e di rinascita. Dio stesso entra in questa logica: non ci chiede di essere perfetti, ma di lasciarci trasformare dall’amore. Anche nella coppia, la grazia passa attraverso le nostre crepe.

Chi tradisce, se è davvero pentito, dovrà affrontare un lungo cammino di riconquista della fiducia: fatti, parole, trasparenza quotidiana. Ma anche chi è stato tradito, per perdonare, dovrà attraversare il dolore, guardarlo in faccia, smettere di nasconderlo sotto il tappeto. Il perdono autentico è una ri-decisione reciproca, un atto di libertà che unisce mente, corpo e spirito. E può diventare una rinascita se accompagnato da onestà, da fede e da un lavoro reale sulla relazione.

Nel matrimonio cristiano, tutto questo trova senso nella logica della croce: l’amore che resta, anche quando è ferito; la promessa che non si ritira, ma si purifica. Gesù stesso, amando fino alla fine, ci mostra che la fedeltà non è mai un premio alla perfezione dell’altro, ma un atto di libertà che sceglie di amare nonostante. Questo non giustifica l’infedeltà, ma apre alla possibilità che persino una ferita così profonda possa diventare terreno di grazia.

Chi ama, davvero, non cancella il dolore ma lo trasforma. E se il tradimento ha ferito la carne dell’amore, il perdono può diventare il luogo in cui quell’amore si fa più incarnato, più vero, più umano. Perché la fedeltà non è mai un punto di partenza, ma una meta che si raggiunge insieme, passo dopo passo, anche tra le cicatrici.

Antonio e Luisa

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Ti mangio … di baci

“Ti mangio di baci” è una frase che, al solo pronunciarla, evoca un’immagine vivida di affetto travolgente. Può essere rivolta a un dolcissimo neonato, a un bimbo oppure al nostro amore, fidanzato/a o coniuge. Voler “mangiare di baci” qualcuno ha un significato più profondo della semplice azione in sé perché, a seconda di chi è il destinatario, può racchiudere passione, desiderio, gioco o tenerezza. In questa espressione convivono dolcezza e intensità: il voler “mangiare” di baci l’altro è quasi un bisogno fisico, un’attrazione che spinge a colmare ogni distanza, a non lasciare spazio tra sé e la persona amata. Ma cosa significa davvero questa frase, e perché ha un così forte impatto nella vita di coppia?

Il bacio, nella storia dell’umanità, ha sempre avuto un significato profondo. Studi di psicologia evolutiva mostrano che il contatto labbra a labbra attiva aree cerebrali legate al piacere, rilasciando ossitocina, dopamina e serotonina — ormoni che alimentano il legame e il benessere emotivo. Il “ti mangio di baci” porta questo gesto a un livello più intenso: è come dire non riesco a saziarmi di te. È un comportamento istintivo, simile al modo in cui una madre riempie di baci il proprio bambino piccolo: un misto di protezione e amore incondizionato. Nella coppia, questo istinto diventa un segnale di forte connessione emotiva e attrazione fisica.

“Ti mangio di baci” non è solo passione ma anche intensa tenerezza. C’è un aspetto giocoso, quasi infantile, che si insinua in questa frase. È il lato spensierato dell’amore: quel ridere insieme, quello stare bene anche in silenzio, quel bagaglio di condivisione di vita che dura da anni.  In molte coppie, “ti mangio di baci” diventa una frase rituale, quasi un piccolo codice segreto. Pronunciarla significa attivare immediatamente ricordi e sensazioni condivise: magari un bacio dato in un momento speciale, o un gesto affettuoso che ha segnato l’inizio della relazione. La forza dei rituali affettivi in coppia è ben documentata: generano continuità, stabilità e senso di appartenenza. Un bacio “appetitoso” improvviso, accompagnato da quella frase, può spezzare la routine quotidiana e riportare l’attenzione sul valore del legame.

Dietro tutto questo, però, c’è molto di più: chi è che, per eccellenza, si dona a tal punto da farsi magiare, letteralmente? “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo” (Mt 26,). Con queste parole, Gesù non si limita a offrire un gesto simbolico ma istituisce un sacramento che diventa il cuore pulsante della vita cristiana, l’Eucaristia. Qui si nasconde una verità radicale: il Figlio di Dio sceglie di farsi cibo per l’uomo. Per gli uomini e le donne di tutti i tempi, da lì in avanti. Per i nostri avi, per noi, per i nostri figli, per i nostri posteri. Per tutti, ovunque e per sempre. Farsi mangiare significa farsi completamente disponibile all’altro, fino a diventare parte di lui. Non è un’offerta parziale, ma totale: non dona solo qualcosa, dona sé stesso. Dal punto di vista teologico, questo è il compimento dell’Incarnazione: Dio non solo si fa uomo, ma si fa nutrimento, entra fisicamente nella nostra vita, si unisce a noi dall’interno.

Nella cultura ebraica, mangiare insieme aveva un valore di comunione profonda. Qui Gesù va oltre: non si limita a sedere alla stessa tavola, ma diventa il cibo stesso. Questo gesto, letto alla luce dell’amore, esprime intimità assoluta perché non c’è unione più completa di quella che passa dal nutrimento. Ma esprime anche il desiderio di rimanere: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6,56). È il contrario di un Dio lontano e intoccabile: è un Dio che si lascia “consumare” perché l’amore, per sua natura, si dona fino in fondo.

Mangiare, biologicamente, significa assimilare ciò che si consuma. Nel caso dell’Eucaristia, il processo si ribalta: non siamo noi a trasformare Cristo in noi, ma è Lui che trasforma noi in Lui. Sant’Agostino lo spiegava così: “Non sarai tu a trasformare me in te, come il cibo del tuo corpo, ma sarò io a trasformare te in me.” In questo senso, l’Eucaristia è un’esperienza di trasfigurazione: non solo ci nutriamo di Cristo, ma diventiamo più simili a Lui. Mangiare qualcuno di baci, allora, si configura come un’espressione di amore altissimo, al di là dell’espressione divertente e divertita. Significa, ancora una volta, che Gesù ci ha insegnato tutto. E che il vero cibo dell’amore è Lui che si fa dono. E noi, piccoli piccoli, se ci doniamo a nostra volta, rendiamo visibile nel concreto questo immenso regalo d’amore.

Fabrizia Perrachon

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Siamo seminatori d’amore

Negli ultimi anni, parlando con tante coppie e osservando la storia che avanza, mi rendo conto che l’immagine forse più adatta a descrivere la vocazione degli sposi cristiani nel nostro tempo è quella del seme che viene gettato sulla terra.

Infatti viviamo in un’epoca che potremmo definire “terra di mezzo”, dove tutto sembra incerto, tra il mondo cristiano dei nostri nonni che non c’è più e quello nuovo non ancora nato. A me piacerebbe vedere sempre e in tempi brevi il risultato delle mie azioni, sia nelle cose umane che in quelle spirituali, ad esempio nella preghiera, ma ci sono periodi, come nelle coltivazioni, dedicate alla semina e altre dedicate alla raccolta: ecco, la generazione che stiamo vivendo è chiamata a seminare.

Il seme è la cosa più piccola e fragile che esista, lo prendi in mano e quasi non lo senti, lo butti in terra e scompare. Non dà nessuna garanzia: affidi alla terra qualcosa che non puoi controllare. Eppure Gesù ci dice che Dio lavora anche quando noi non lo vediamo. Nell’invisibilità della vita quotidiana, tra le mille fatiche del matrimonio, dentro le incomprensioni, le fragilità, i limiti reciproci, i figli che crescono, i problemi economici, le ansie del futuro: lì, proprio lì, il Signore fa germogliare qualcosa.

Il seme non cresce perché il seminatore è bravo, il seme cresce perché è vivo, come l’amore. Lo so che a volte può sembrare frustrante darsi tanto da fare per diffondere la fede e non avere risposta o constatare che tutto va avanti apparentemente allo stesso modo, ma dobbiamo avere la consapevolezza che noi dobbiamo fare la nostra parte e la certezza che prima o poi questo seme darà i suoi frutti. In particolare agli sposi è chiesto di:

  • tenere alta la fiaccola della fede in un mondo che ne ha perso il senso,
  • custodire la verità del matrimonio mentre molti la deridono,
  • testimoniare la fedeltà quando tutto intorno si esalta il provvisorio,
  • difendere la vita mentre la cultura dominante la relativizza,
  • esaltare la bellezza del maschile e femminile, anche se gli altri pensano che sia un fattore soggettivo,
  • restare nella Chiesa anche quando la Chiesa stessa soffre e cammina zoppicante.

E tutto questo nel silenzio, come appunto fa il seme quando cresce, nella pazienza, nell’amore quotidiano, nel sacrificio nascosto, nella tenerezza e nella preghiera.

Nessuno applaudirà quando scegli di perdonare tuo marito per l’ennesimo scatto d’ira, nessuno ti farà un monumento perché scegli di restare amorevole con tua moglie anche quando si chiude nel silenzio, nessuno ti loderà perché rimani fedele quando sarebbe più facile mollare: eppure è da qui che nasce il Regno di Dio.

Queste cose le dico perché non vorrei che le coppie “gettassero la spugna” nel mostrare come Dio ama, vedendo come ciò che trasmettono sembri evaporare subito: il seme muore per generare nuova vita, ciò che ora sembra inutile un giorno si rivelerà decisivo, ciò che appare rifiutato un giorno diventerà nutrimento. Il Signore sta costruendo qualcosa attraverso di noi e, anche se stiamo attraversando un “inverno spirituale”, questo è in genere il tempo favorevole in cui i semi germogliano sotto la terra.

Quando arriverà la primavera, forse tra una generazione, forse due, la Chiesa avrà bisogno di radici forti: le radici che noi oggi stiamo piantando. Il nemico tenta le coppie cristiane facendole sentire inutili, anche nell’educazione dei figli:

Non cambia nulla…
Nessuno ti vede…
Non vale la pena…
Tutti fanno il contrario…
È troppo difficile…
Non serve a niente restare fedeli…

Dio invece ti dice: Rimani, continua, affida a me ciò che non capisci, io darò frutto.

Lo scoraggiamento è l’arma con cui il male prova a fermare il bene nascente e anzi è proprio quando non si vede nulla che il seme sta lavorando di più. Forse la nostra generazione non vedrà grandi cambiamenti, forse noi non assisteremo alla rinascita di fede che sogniamo, ma non dobbiamo essere la generazione dei risultati e dei frutti, dobbiamo essere la generazione dei seminatori. Non dobbiamo fare grandi cose, dobbiamo fare piccole cose con amore, ogni giorno, insieme.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Stirpe regale

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa (Disc. 4, 1-2; PL 54, 148-149) […] Lo afferma l’apostolo Pietro: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5), e più avanti: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2, 9). Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti. […]

Molte volte sulle pagine di questo blog sono state ricordate e parzialmente spiegate le funzioni sacerdotale e regale degli sposi, anche noi oggi facciamo qualche accenno, consci che un articolo possa solo suscitare attrazione ma che poi per affrontare in profondità le questioni sia necessario partecipare a seminari, corsi di formazione, a cui dar seguito con l’impegno costante della propria vita personale e sponsale.

Questa volta tiriamo in ballo un santo del V secolo, casomai qualcuno abbia il dubbio che questi argomenti siano frutto di qualche svitato dell’ultim’ora oppure che la Chiesa se ne sia accorta solo in questi ultimi anni; le cose erano già chiare fin dai primi secoli ma c’era bisogno di un percorso di approfondimento e di studio nelle varie scienze umane che l’antropologia cristiana ha esplorato accompagnata dall’assistenza dello Spirito Santo.

Le letture della Santa Messa di Domenica scorsa ci hanno ricordato che noi battezzati siamo le pietre vive di un edificio spirituale, proprio come l’apostolo Pietro nel brano pubblicato sopra, ma c’è un aspetto che forse è sfuggito a molti e ce lo ho ricordato il Vangelo con l’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù: quali mercanti dobbiamo cacciare dal tempio vivo che siamo noi?

Per farlo non possiamo fare tutto da soli, anzi, senza Colui che infligge ai mercanti il colpo finale cadremmo vittime dei nemici in questa battaglia per la vita eterna. Ma noi battezzati non siamo come tutti gli altri, noi abbiamo un sigillo regale: Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Perciò i nemici devono sapere che hanno a che fare con figli del Re dei re perché ci pare che siano ancora più spietati con i battezzati e più aggressivi con gli sposi sacramentati.

Come fare allora questa cacciata dal tempio ? Ce lo spiega san Leone Magno : Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Ovviamente questo papa si riferiva al corpo di ogni individuo, ma per gli sposi c’è un passaggio ulteriore poiché il tempio non è solo il corpo di lui o di lei ma quello dell’una caro come insegna san Paolo: (Ef 5,28-31) Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.

Cari sposi, dobbiamo chiederci chi governa il nostro corpo personale ma anche il corpo della nostra una caro, quel corpo che, unico ed irripetibile siamo noi due. Coraggio allora, non perdiamoci d’animo in questo autunno, le foglie secche cadono lievi e ci ricordano che anche lo Spirito Santo scende così sugli sposi, solo che Lui non è secco e morto come le foglie, anzi, Lui è La Vita.

Noi sposi siamo stirpe regale , non dimentichiamocelo mai.

Giorgio e Valentina.

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Come l’Amore Supera la Morte

In questo capitolo affronteremo dei versetti che ci introducono nel mistero dell’amore e della morte. L’amore, come la morte, è mistero divino: travolge, purifica e, scelto ogni giorno, diventa più forte della morte stessa. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Ci sono parole della Scrittura che, ogni volta che le ascolti, sembrano non finire mai di scavare dentro. Una di queste è: Forte come la morte è l’amore (Ct 8,6). Da sempre mi colpisce questa frase. Mi sarei aspettato di leggere “più forte della morte”, e invece no. Il testo sacro non dice che l’amore la vince, ma che le è pari. Perché?

Forse perché l’amore, come la morte, è una realtà che l’uomo non può dominare. Ci travolge, ci supera, ci porta in un altrove che non controlliamo. La morte e l’amore sono due abissi che ci mettono davanti al mistero di Dio. Sono due soglie. La prima ci conduce a Lui attraverso la fine, la seconda attraverso la donazione.

L’amore non è di questo mondo

Nel Cantico dei Cantici, l’uomo e la donna cercano paragoni per descriversi: il giardino, la colomba, la torre, il profumo, il vino. Tutte immagini terrene, concrete, che però a un certo punto non bastano più. L’amore va oltre le cose, oltre i corpi, oltre la natura. L’amore non appartiene al mondo: viene da Dio. San Giovanni lo dirà in modo chiarissimo: Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,8).

Ecco perché ogni amore autentico è un varco aperto sul divino. È un’esperienza di limite e di infinito insieme. Ci ricorda che siamo fatti per amare, ma non per possedere. Per dare, ma non per dominare. Per unire, ma non per cancellare l’altro.

“Ti amo” significa “voglio che tu viva per sempre”

C’è un’etimologia antica, forse non filologicamente perfetta ma spiritualmente potentissima: amore come a-mors, cioè “senza morte”. Ogni volta che diciamo “ti amo” a nostro marito o a nostra moglie, stiamo in fondo dicendo: voglio che tu viva per sempre. Non che tu non muoia nel corpo, ma che tu non muoia mai nel mio cuore.

Questo è straordinario: l’amore diventa il luogo dove l’altro può continuare a vivere, anche quando delude, anche quando cade, anche quando si allontana. Perché l’amore vero non cancella, non riscrive, ma custodisce. È la scelta di non lasciar morire l’altro dentro di me.

In termini psicologici, è la maturità dell’Adulto che sceglie di non farsi guidare dalle emozioni immediate — la rabbia, la paura, l’orgoglio — ma da una decisione profonda e libera: restare fedele al legame che abbiamo scelto.

L’amore come cammino di guarigione

Quando nel matrimonio attraversiamo la fatica, la noia, i malintesi, non stiamo semplicemente vivendo un “problema di coppia”. Stiamo toccando il mistero stesso della redenzione. Ogni conflitto diventa un crocevia tra due forze: l’amore e la morte. Da una parte c’è la tendenza a chiudersi, a difendersi, a punire. Dall’altra, c’è la possibilità di aprirsi, di perdonare, di ricominciare.

Ogni volta che scegliamo di ricucire invece che accusare, l’amore dentro di noi diventa più forte. Ogni volta che rinunciamo a “vincere” per restare in comunione, l’amore cresce di potenza spirituale. È la stessa logica del Vangelo: Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà (Lc 9,24). Nel matrimonio, amare significa perdere un po’ di sé per salvare l’altro, e così salvare il noi. È morire a qualcosa per far nascere qualcosa di nuovo.

Quando l’amore diventa più forte della morte

Allora perché il Cantico non dice che l’amore è più forte della morte? Perché di per sé non lo è. È solo con la nostra libera scelta che può diventarlo. Don Carlo Rocchetta, citando Chouraqui, scrive: Eccoli l’uno di fronte all’altro, questi eterni nemici, l’amore e la morte. Sulla bilancia dell’eternità hanno entrambi lo stesso peso. La libera scelta situa l’uomo di qua o di là, nella luce dell’amore o nell’ombra della morte.

In altre parole: tutto dipende da dove scegliamo di stare. L’amore e la morte hanno la stessa forza, ma solo l’amore scelto consapevolmente, custodito nella grazia, può spezzare l’equilibrio e vincere. Ogni giorno, in ogni gesto — una carezza, un perdono, una parola detta o taciuta — noi scegliamo da che parte inclinare la bilancia.

L’amore coniugale e il mistero dello Spirito

Nel Sacramento del matrimonio, lo Spirito Santo entra dentro questa lotta tra amore e morte. E non come spettatore. Lui diventa il collante invisibile che tiene uniti gli sposi anche quando l’amore umano sembra esaurito. Il legame coniugale cristiano non è solo una promessa morale: è una realtà spirituale. Lo Spirito, dice la teologia, saldando i cuori, unisce i due in un solo amore per Dio. E quando uno dei due non ce la fa più, l’altro può amarlo con la forza che viene da Cristo.

È un mistero bellissimo: i meriti di uno diventano grazia per l’altro. L’amore di uno può sostenere la fede, la speranza e perfino la salvezza dell’altro. Così il matrimonio diventa una piccola chiesa domestica dove la redenzione continua a compiersi, giorno dopo giorno. San Paolo lo dice in modo mirabile: Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo (Gal 6,2).

Il miracolo quotidiano

Amare nel matrimonio non è solo un sentimento, ma una forma di ascesi. È il luogo dove si impara a morire al proprio egoismo per lasciar vivere l’altro. Ogni “ti amo” detto sinceramente è una piccola risurrezione, un anticipo di eternità.

Quando due sposi scelgono di restare uniti anche nella notte della crisi, quando continuano a pregare insieme, a parlarsi, a perdonarsi, stanno affermando — con la vita — che l’amore è davvero più forte della morte. Non per merito loro, ma perché dentro quell’amore c’è Dio.

Ed è solo lì che la parola del Cantico si compie: Forte come la morte è l’amore. Ma, nella luce di Cristo, possiamo aggiungere: e più forte della morte diventa, quando amiamo fino in fondo.

Antonio e Luisa

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Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare

Cari sposi, qual è la Cattedrale di Roma? Non è San Pietro come spesso si è indotti a pensare, bensì San Giovanni in Laterano. Questa chiesa ha il titolo onorifico di Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater et Caput, Capo e Chiesa Madre di tutte le chiese dell’Urbe e del Mondo. Difatti, è stata la prima basilica trasformata in chiesa dopo la proclamazione dell’editto di Costantino (313) con cui i cristiani potevano finalmente professare pubblicamente la propria fede.

È allora una festa non solo per questo motivo storico ma perché la Chiesa vuole farci riflettere sul senso teologico e spirituale di un edificio dedicato al culto divino. Da una parte Essa ci ricorda che siamo “romani”, siamo uniti alla figura del Papa come segno di unità, dall’altra che ciascuno di noi, per il Battesimo è tempio dello Spirito Santo e la chiesa è anzitutto fatta da noi, prima che dagli edifici di pietra.

Chiaramente tale festa evoca da subito un senso di famiglia. Difatti, il Concilio Vaticano II, quando vuole descrivere chi è la Chiesa utilizza varie immagini bibliche, tra cui due ci sono particolarmente care: la famiglia di Dio e il tempio dello Spirito (Lumen gentium 6).

Ora vorrei porre una domanda: vi siete mai chiesti qual è l’origine storica della famiglia? Ci sono tante teorie al riguardo e il pensiero filosofico occidentale non ha mai avuto idee concordanti. Si va infatti da una concezione naturale circa l’origine della famiglia causata dal bisogno di riproduzione e di cooperazione tra i sessi. Poi abbiamo uno sguardo contrattuale e sociale, secondo cui essa deriva da un accordo razionale e volontario tra individui liberi, fondato sul reciproco consenso e sul mutuo vantaggio. Infine, abbiamo un’interpretazione storico-economica per cui la famiglia si considera come una mera forma storica che riflette le condizioni economiche e culturali di ogni epoca.

Chi ha ragione? Come credenti dobbiamo interpellare sempre la Rivelazione e lì vediamo, anzitutto a partire dalla Genesi, che il fondamento e il principio della coppia è Cristo stesso, unito alla Chiesa Sposa.

Così oggi la Liturgia ci mostra proprio questa verità da un punto di vista sostanzialmente simile: Cristo è la pietra angolare della Chiesa e con Lui si passa dal Tempio di pietre a tempio del corpo, alla persona stessa, perché il corpo umano, come insegna Giovanni Paolo II, è “sponsale” (Udienza del 16 gennaio 1980). Il seguente passaggio è che il matrimonio stesso, grazie al corpo degli sposi, diviene una visualizzazione della Chiesa difatti il matrimonio dei battezzati diviene il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 13).

Ma come la mettiamo quando la barca vacilla e i problemi relazionali sembrano prendere il sopravvento? Quando la nostra casa – pur piccola Chiesa – crepa dai tentennamenti dell’amore? Dove vanno a finire tanti bei discorsi da credenti?

La Parola è molto chiara quando parla del tempio: Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Se è Cristo il pilastro dell’unione sponsale, allora Egli è anche il Garante supremo della fedeltà reciproca. Certamente, quel che il Signore non può fare, perché se l’è autoimposto quale segno del Suo Amore e rispetto per noi, è di violare la nostra libertà. E quindi Dio non vuole privare gli sposi della possibilità di ripetersi ogni giorno, liberamente, “io accolgo te”. Ma così facendo, se la gioca! Perché permette implicitamente che tale libertà possa anche contraddire il Suo progetto.

E allora gli sposi sono chiamati a ricordarsi sempre che il proprio consenso non è mai detto una volta per tutte e men che meno è stato solo uno scambio biunivoco. Piuttosto esso è considerato da Cristo come un vero e proprio “sì” a Lui e da quel momento lo Spirito ha reso gli sposi quale chiesa domestica. Lo ricordava già nei primi secoli uno dei massimi Padri della Chiesa, San Giovanni Crisostomo (344-407) quando scriveva: La casa dei coniugi è una piccola Chiesa. (Homilia in Ep. ad Ephesios XX).

Questa fede e questa certezza può, quindi, essere scudo e baluardo dinanzi alle tentazioni e in mezzo alle prove come anche fonte di gioia e lode nei momenti di gioia e serenità: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8, 31).

Non dimenticatelo mai, cari sposi: la pietra d’angolo, la colonna portante della vostra relazione non è solo il vostro assenso reciproco. Quello è stato solo l’inizio, il permesso dato a Dio perché iniziasse in voi la Sua opera. La stragrande parte della vostra relazione poggia sul dono di Cristo e la Grazia, affinché funzioni, merita sempre la collaborazione attiva perché il tempio della coppia resti sempre saldo.

Che bello sentirsi dire questo dall’autorità del Papa! Abbiamo sempre parlato della inabitazione di Dio nel cuore della persona che vive nella sua grazia. Oggi possiamo dire anche che la Trinità è presente nel tempio della comunione matrimoniale. Così come abita nelle lodi del suo popolo (cfr Sal 22,4), vive intimamente nell’amore coniugale che le dà gloria (Amoris laetitia 314).

Certo, ci vuole fede, ci vuole la consapevolezza di essere abitati da Cristo e di con-vivere con Lui sempre, come ci ricorda un santo sposo, Igino Giordani (1894-1980), cofondatore del Movimento dei Focolari: Se si vive il sacramento del matrimonio, la famiglia è un tempio, è una piccola Chiesa e quello che passa tra moglie e marito è lo Spirito Santo, è lo Spirito di Dio. Dio è amore e visto cristianamente l’amore è veramente scambio di Dio tra i componenti della famiglia (I. Giordani, La famiglia. Pensieri e ricordi, Città nuova, Roma 1994, p. 84).

ANTONIO E LUISA

Leggendo le parole di padre Luca ci viene forte un pensiero. Andare ad adorare Cristo nell’Eucaristia è un gesto prezioso: ci inginocchiamo davanti al Dio vivo, presente nel silenzio dell’ostia. Ma quella stessa presenza abita anche tra le mura di casa, nel modo in cui ci guardiamo, ci ascoltiamo, ci perdoniamo. Ogni gesto di amore, ogni parola che ricuce, ogni silenzio che accoglie è un frammento di adorazione domestica. Cristo non è solo nel tabernacolo, ma nel sacramento che viviamo ogni giorno come sposi. Lì, nel nostro modo di amarci, Egli continua a farsi carne e a rendere la nostra casa un piccolo altare di comunione.

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Non separare ciò che Dio ha unito diventa una via di guarigione

Nel Vangelo secondo Marco (10,9), Gesù pronuncia parole che da secoli risuonano solenni nei cuori degli sposi cristiani: L’uomo dunque non osi separi ciò che Dio ha congiunto. Queste parole vengono lette durante la celebrazione del matrimonio, come sigillo sacro di un’unione che va ben oltre un contratto o una promessa umana: è un mistero grande, una realtà spirituale, un disegno divino.

Tuttavia, spesso questa esortazione viene interpretata come un monito riguardante l’influenza di fattori esterni: ex fidanzati, tentazioni, amici invadenti o suoceri troppo presenti. Eppure, vale la pena fermarsi a riflettere su un’interpretazione molto più scomoda ma altrettanto vera: e se “quell’uomo” fossimo proprio noi? Se a minacciare l’unità coniugale fossero proprio lo sposo e la sposa stessi?

Nel matrimonio cristiano, l’unione tra un uomo e una donna è un’alleanza sacra, non solo un accordo umano. Il legame è spirituale, e la minaccia più grande non proviene solo dall’esterno, ma da comportamenti interni. Ogni volta che un coniuge sceglie rancore invece di perdono, orgoglio anziché umiltà, indifferenza al posto della cura, contribuisce, nella sua quotidianità con piccoli gesti a separare ciò che Dio ha unito. Quando si smette di comunicare, pregare insieme o mettere Dio al centro, si rischia un “divorzio spirituale” che precede quello giuridico. A volte non sono necessari tradimenti o scandali, basta la trascuratezza quotidiana per erodere lentamente la relazione.

L’unità coniugale va costruita passo dopo passo, nei piccoli gesti, nelle scelte quotidiane di fedeltà silenziosa, nelle rinunce fatte per amore, nella sottomissione reciproca. Questo impegno richiede vigilanza, ma soprattutto affidamento a Dio e Grazia, quella che il Signore ci dona attraverso il Sacramento del Matrimonio.

Ricordare ogni giorno che siamo chiamati a custodire ciò che Dio ha unito è un atto di responsabilità e amore. Significa riconoscere che l’altro non è un nemico, ma un alleato, un dono da custodire e proteggere. Eppure, quante volte siamo proprio noi a puntare il dito contro l’altro? A sottolineare le mancanze o gli errori? A ferire con le nostre parole? A tarpare le ali della libertà dell’altro con comportamenti possessivi? A non fare il tifo per l’altro, ma mettendo i bastoni tra le ruote ai suoi sogni? Il matrimonio non è un campo di battaglia, ma un terreno sacro dove imparare a donarsi e dove riconoscersi parte di una stessa squadra.

L’uomo non osi separare ciò che Dio ha unito è un richiamo alla vigilanza, soprattutto contro le nostre fragilità interne. Nel matrimonio cristiano, gli sposi sono i principali custodi della loro unione. Essere consapevoli dei propri limiti, chiedere aiuto quando necessario, il coraggio di fare una diagnosi, che non è fare una reciproca accusa, ma avere occhi per vedere i nostri limiti, non è segno di debolezza, ma di maturità e amore.

Spesso pensiamo di gestire da soli la nostra relazione, di essere onnipotenti e di bastare a noi stessi e ci dimentichiamo di Dio. Ricordiamo che Dio ha unito non solo due corpi, ma due storie, due anime, due vocazioni. Se l’ha fatto, è perché in quell’unione ha visto un riflesso del Suo amore eterno. Ha reso i due sposi compatibili con Lui, perchè Lui desidera ardentemente abitare con noi. Dio ha pensato alla nostra realtà come sua dimora. Sta a noi, insieme a Lui, proteggere e custodire quella unione, ogni giorno e non permettere che sia proprio “l’uomo”, cioè noi stessi, a distruggerla.

E forse custodire significa anche imparare a riconoscere cosa, dentro di noi, può diventare minaccia per l’amore. Custodire, allora, non significa trattenere o controllare, ma imparare a conoscersi. Significa accorgersi di quando parliamo da feriti invece che da amati, di quando reagiamo per paura invece che per amore. Ogni coppia che cresce nella fede impara pian piano a distinguere tra la voce del proprio ego e quella dello Spirito. È un cammino di discernimento costante, dove la preghiera e il dialogo diventano luoghi in cui ritrovare se stessi e l’altro.

Ogni gesto di riconciliazione, ogni parola che ricuce, ogni scelta di silenzio che non nasce dalla chiusura ma dall’ascolto, diventa una pietra viva con cui Dio edifica la casa comune. Non è facile, ma è possibile, perché la grazia non cancella le fragilità: le trasforma. E in questo processo quotidiano, Dio non chiede perfezione, ma disponibilità. Ci chiede di restare.

Così, non separare ciò che Dio ha unito, diventa molto più di un comandamento: diventa una via di guarigione. È il modo in cui l’amore si fa mitezza, la passione diventa fedeltà, e la coppia diventa segno visibile di un Dio che continua a unire, anche quando tutto sembra diviso.

Francesca e Dennis Luce Sponsale

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L’importanza della prudenza nei rapporti di coppia

In questo articolo vi racconto un episodio accaduto ormai alcuni anni fa. Credo però possa essere importante per analizzare, attraverso la nostra storia, dinamiche abbastanza comuni tra le coppie di sposi. Luisa si è alzata di pessimo umore. Sono giorni che dorme poco, si alza prestissimo per correggere i compiti e preparare le lezioni. Durante il giorno ci sono i ragazzi, la casa, mille piccole cose che sembrano sempre di troppo. Questa mattina, probabilmente, si è svegliata con tutto il peso addosso. Una casa che non le piace vedere così, un corpo stanco, e dentro la sensazione di non farcela. Io collaboro, ma anche in due si fa fatica. Fatto sta che non le andava bene niente. Era nervosa, contrariata, chiusa. Non potevo neanche mettere un po’ di musica che subito la abbassava, come se anche la radio fosse diventata una minaccia. Tutto era troppo. E tutto quello che facevo io, in quel momento, sembrava solo peggiorare la situazione.

Anni fa, in una mattina così, sarebbe bastato uno sguardo o una parola per far scattare il mio orgoglio. Avrei risposto, avrei alzato la voce, o mi sarei chiuso in un silenzio risentito, quel silenzio che sa di punizione. Perché quando ci si sente attaccati, il primo impulso è difendersi. È quasi automatico. Quella mattina, invece, è successo qualcosa di diverso. Dentro di me c’è stato un momento di vuoto, un secondo in cui ho potuto vedermi reagire prima ancora di reagire. È stato come se lo Spirito mi avesse fermato un istante prima del punto di rottura, lasciandomi il tempo di respirare e guardare meglio.

Il momento in cui ti accorgi di te

Nel linguaggio dell’Analisi Transazionale, quel momento è un piccolo miracolo di consapevolezza. È l’Adulto che si sveglia, e guarda le mosse del proprio Bambino ferito e del Genitore severo. Dentro di me, in un attimo, ho sentito le due voci contrapposte: da una parte il mio Bambino che diceva “non è giusto, perché devo sopportare tutto io?”, e dall’altra il mio Genitore che ribatteva “ecco, è sempre la solita storia, non si può mai parlare con calma!”. E in mezzo, l’Adulto, quello che ha imparato a restare presente, che non si lascia trascinare né dalla rabbia né dal bisogno di avere ragione. L’Adulto che sa riconoscere che non tutto quello che accade riguarda me. Quella mattina, la vera prudenza è stata questa: non fare nulla per qualche secondo, lasciare che l’impulso scivolasse via, e osservare. Mi sono detto: non sta parlando con me, sta parlando col suo dolore. Non serviva una lezione, non serviva una difesa. Serviva qualcuno che restasse lì, accanto, senza scappare e senza contrattaccare.

Quando l’altro non ce l’ha con te, ma col mondo

Chi ama da tanto tempo sa che certi nervosismi non sono rivolti alla persona che si ha davanti. Sono grida che vengono da dentro, sfoghi che cercano spazio, stanchezze che non trovano parole. Ma serve maturità per capirlo, perché il primo istinto — quasi sempre — è prenderla sul personale. Mi sono accorto che dietro la rabbia di Luisa non c’era disamore, ma senso di inadeguatezza. Era come se dicesse, senza dirlo: Non ce la faccio più, mi sento sbagliata, non sono abbastanza. E se avessi reagito, se avessi ribattuto, avrei solo confermato quella paura. Avrei reso reale ciò che lei temeva: non essere accolta nel suo limite.

La prudenza, quel giorno, non è stata una strategia ma una forma di tenerezza. È stata la capacità di restare fermo, di non lasciarmi trascinare dalla mia emotività, di non cedere alla tentazione di correggere o di scappare. Ho scelto di restare, e di servire nel silenzio. Ho abbassato la musica, ho fatto colazione senza dire nulla, ho provato a togliere qualche peso, a sbrigare qualcosa al posto suo. Non per paura, ma per amore. Perché certe volte l’amore si dice senza parole.

La forza che nasce dal non reagire

È strano come, in momenti così, si sperimenti una forma di forza diversa da quella che il mondo riconosce. Non la forza di chi domina, ma quella di chi contiene. Contenere non è reprimere, ma custodire. Custodire la propria emozione, per non ferire l’altro. Custodire la relazione, mentre l’altro attraversa la sua tempesta. C’è una pace che arriva solo dopo aver resistito all’urgenza di rispondere. Una pace che non nasce dal sentirsi migliori, ma dal sentire che il male non ha vinto, che non ti ha trascinato nella sua catena di reazioni. La prudenza, in fondo, è questo: interrompere la catena. Fermare quel “tu mi attacchi – io mi difendo – tu reagisci – io mi allontano” che rovina tante relazioni. Quella mattina, non c’è stata nessuna esplosione. Solo un piccolo atto di fedeltà silenziosa. E a mezzogiorno, un abbraccio. Un abbraccio che valeva più di mille parole, perché diceva: nonostante tutto, io ci sono.

La maturità dell’amore

Ci sono amori giovani e amori maturi. L’amore giovane ha bisogno di sentirsi sempre capito, accolto, corrisposto. L’amore maturo sa che ci sono giorni in cui l’altro non può dare, e che è proprio allora che si ama davvero. Non serve che tutto sia reciproco per essere vero. A volte, la reciprocità passa attraverso la pazienza. E la prudenza è il volto più concreto di questa pazienza: la capacità di aspettare il ritorno dell’altro, senza forzarlo, senza accusarlo, senza chiudersi. In quella mattina, io non ho perso tempo a chiedermi chi avesse ragione. Ho solo provato a restare presente. E proprio lì, nel silenzio, ho sentito crescere qualcosa di nuovo dentro di me: una sorta di pace, come se l’amore avesse scavato un solco più profondo.

Le piccole morti quotidiane

Non reagire quando vorresti farlo è una piccola morte. Morte del tuo orgoglio, della tua voglia di vincere, del tuo bisogno di essere capito. Ma è anche il seme di una resurrezione. Ogni volta che muore il tuo ego, nasce una libertà nuova. E quella libertà diventa spazio per Dio. È come se lo Spirito, nel momento in cui tu taci, potesse agire al tuo posto. Quella mattina, nella mia scelta di non rispondere, c’era un piccolo atto di fiducia: Signore, io non so come gestire questa situazione, ma Tu sì. Falla passare Tu. E infatti è passata. A mezzogiorno, non c’era più nulla di quella tensione. Solo la leggerezza di due persone che si ritrovano senza nemmeno chiedersi “scusa”. Perché certe scuse si dicono con gli occhi.

L’altro non è il mio nemico

Nel matrimonio, impari che l’altro non è mai il tuo nemico, anche quando ti sembra ostile. Il vero nemico, spesso, è la parte di te che non vuole crescere, quella che vuole sempre “avere ragione” o “avere l’ultima parola”. Quella parte che si difende a tutti i costi perché ha paura di non essere amata. Quando riesci a guardare questa parte con verità, scopri che la prudenza non è una maschera ma una guarigione. Non è trattenersi, ma scegliere consapevolmente di non aggiungere dolore a dolore. È capire che il momento dell’altro non è contro di te, ma davanti a te: una chiamata ad amare meglio. E così, il conflitto non diventa una minaccia, ma un’occasione di intimità più profonda. Un invito a scendere nel punto in cui l’amore non è più una reazione, ma una decisione.

Il frutto silenzioso

Quella mattina non è stata diversa da tante altre, ma dentro di me ha lasciato un segno. Ho capito che la prudenza, in fondo, è un frutto della carità. Nasce quando impari ad amare davvero, e non solo a sentire. E forse è questo il segreto del cammino coniugale: ogni giorno Dio ti mette davanti piccole prove in cui ti chiede di scegliere se amare di pancia o di Spirito. Ogni giorno ti invita a lasciare morire qualcosa di te per far nascere qualcosa di più grande tra voi. Non serve capire tutto, non serve giustificare tutto. A volte basta restare. E in quel restare, c’è tutta la sapienza del cuore.

Antonio e Luisa

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Cosa possono insegnarci due cicogne innamorate

Per generazioni i bambini sono cresciuti ascoltando una storia affascinante e delicata: i neonati arrivavano portati dalle cicogne. Questo racconto, ricco di poesia, veniva usato dagli adulti per spiegare in modo tenero e fantasioso l’arrivo di una nuova vita. La cicogna, con la sua eleganza e il suo volo maestoso, è da sempre simbolo di nascita, fertilità e rinnovamento. In molte culture europee, si credeva che nidificare sul tetto di una casa “portasse bene” e annunciasse un lieto evento.

La leggenda, diventata popolare nel XIX secolo, si diffuse soprattutto in Germania e nei paesi nordici, dove le cicogne migratrici tornavano a primavera, proprio nel periodo associato alla rinascita. È proprio da due cicogne che proviene una straordinaria lezione d’amore. Ed è bello, ogni tanto, fermarsi a riflettere su qualcosa di tanto profondo.

In un piccolo villaggio della Croazia, un amore fedele e commovente ha emozionato milioni di persone in tutto il mondo. Non è una storia inventata, né una favola per bambini, ma il racconto autentico di due cicogne, Malena e Klepetan, che per oltre due decenni hanno vissuto un amore più forte del tempo, delle distanze e persino delle leggi della natura. La loro vicenda – inziata alla fine degli Anni ’90 – ha attraversato confini, commosso il web e ispirato libri, documentari (dalla BBC a Reuters) nonché moltissime riflessioni sull’amore, sulla fedeltà e sulla speranza.

Tutto inizia nel paesino di Brodski Varoš, nel cuore della Slavonia, regione della Croazia orientale. Lì viveva Stjepan Vokić, un uomo in pensione dal cuore grande, che un giorno trovò una cicogna ferita: Malena. Era stata colpita da un cacciatore e non poteva più volare. Invece di abbandonarla al suo destino, Stjepan decise di accoglierla, curarla e offrirle rifugio. Le costruì un nido sul tetto della sua casa e da allora si prese cura di lei come di una figlia.

Ma Malena era una cicogna e il suo istinto la portava a guardare il cielo, a cercare il suo simile, il suo compagno. E il cielo rispose. Nel 2002, una cicogna maschio arrivò nel villaggio, attratto forse dalla presenza di Malena. Si chiamava Klepetan. Da allora, ogni anno, compiva un’impresa straordinaria: volava per oltre 13.000 chilometri, dall’Africa del Sud alla Croazia, solo per tornare da lei, la sua amata, che non poteva seguirlo nelle migrazioni.

Il comportamento di Klepetan è eccezionale dal punto di vista etologico. Le cicogne, infatti, sono animali migratori: in inverno volano verso l’Africa, mentre in primavera ritornano nei paesi europei per la nidificazione. La particolarità del loro legame stava proprio qui: Malena non poteva migrare, ma Klepetan sì. E ogni anno, puntualmente, tra fine marzo e inizio aprile, lui tornava nel nido dove Malena lo aspettava. Il loro amore è durato più di diciannove anni.

Hanno avuto insieme più di sessanta cuccioli, molti dei quali hanno poi intrapreso la loro migrazione e vita autonoma. Ma mamma Malena, sempre accudita da Stjepan, rimaneva nel nido, aspettando Klepetan con la pazienza e la speranza di chi sa che l’amore vero ritorna sempre.

In Croazia (e non solo), l’arrivo di Klepetan era diventato un evento nazionale. I media lo annunciavano, i bambini delle scuole disegnavano la sua figura in volo e il mondo si fermava per un attimo a guardare quel piccolo miracolo dell’amore fedele. La storia ha saputo unire natura e umanità, mostrando come l’uomo e gli animali possano convivere in armonia, aiutandosi a vicenda. Il ruolo di Stjepan è stato fondamentale: ha fatto da custode, da ponte tra mondi, da protettore silenzioso di una storia che meritava di essere raccontata.

Nel 2021 la storia ha conosciuto una delle sue pagine più toccanti. Malena è morta, dopo più di 28 anni di vita. Klepetan, nel suo ultimo viaggio, l’ha trovata adagiata nel nido, in silenzio. Il dolore di Stjepan, e simbolicamente di tutto il Paese, è stato profondo. Ma ciò che resta è una testimonianza eterna di amore. Il nido è ancora lì, sul tetto della casa, e ogni primavera gli occhi dei più romantici si voltano al cielo, sperando che Klepetan, anche se invecchiato, possa ancora tornare. Ma anche se non lo farà più, la loro storia continua a volare nei cuori di chi ha imparato ad amare con loro. Dunque, se ce l’hanno fatta due cicogne, possiamo ben farcela noi, sposi in Cristo!

Fabrizia Perrachon

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L’amore cristiano non giustifica la debolezza, ma la redime

Negli ultimi documenti della Chiesa italiana l’accoglienza delle persone LGBT è stata indicata come una priorità pastorale. In particolare, il documento finale dell’Assemblea Sinodale italiana ha sottolineato che “Accoglienza è la parola chiave del documento, verso le persone Lgbtq […] con l’invito a parrocchie e diocesi a non discriminarle”, impegnando le comunità ecclesiali a riconoscere e accompagnare le persone omosessuali e transgender e le loro famiglie. Questo segna un passo importante verso una Chiesa più aperta e misericordiosa.

Tuttavia, come credenti sappiamo che l’accoglienza da sola non basta: occorre anche accompagnare ogni persona verso la pienezza della verità del Vangelo. L’amore autentico, infatti, non si limita a un generico “venite come siete”, ma invita ciascuno a diventare ciò per cui è stato creato, secondo il disegno amorevole di Dio.

Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Devono essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza. Si eviterà, nei loro confronti, ogni marchio di ingiusta discriminazione»(CCC 2358).

Ma l’accoglienza evangelica proprio perché è vera e non superficiale, si unisce sempre alla chiamata alla santità. Per questo il Catechismo prosegue affermando che le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Mediante le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, talvolta mediante il sostegno di un’amicizia disinteressata, della preghiera e della grazia sacramentale, possono e devono gradualmente e risolutamente avvicinarsi alla perfezione cristiana (CCC 2359).

Alla luce di queste parole, l’accoglienza non significa relativizzare la verità sull’amore umano, ma aiutare ogni persona — qualunque sia la sua storia — a scoprire che la via della felicità passa sempre per la libertà del cuore, la castità e la comunione con Dio. Solo così la Chiesa può essere realmente madre: capace di abbracciare senza giudicare, ma anche di educare senza temere la verità, indicando a tutti la bellezza del Vangelo dell’amore.

Essere cristiani significa riconoscersi figli di un Re, amati e chiamati a una vocazione alta: la santità. Ogni persona – anche chi vive attrazioni omoaffettive o situazioni difficili – conserva un valore inalienabile. Ma proprio per questo non possiamo accontentarci di una tolleranza superficiale. Chi ama davvero non si limita ad accogliere, ma desidera il bene dell’altro, lo guida, lo educa, come un padre che accoglie sempre ma non smette di correggere.

Viviamo in un tempo in cui molti credono che non esista una legge naturale, che ognuno debba “trovare la propria verità”. È il relativismo, che confonde libertà e arbitrio e riduce l’amore a un sentimento passeggero. Ma la verità cristiana ci dice che la legge morale non è un peso, bensì il “libretto di istruzioni” del cuore umano. Essa ci indica come diventare pienamente uomini e donne, in sintonia con il progetto di Dio (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 13).

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, chiama questo progetto “il bell’amore”: un amore vero, bello e pieno, che riflette la bellezza stessa di Dio. È l’amore che unisce corpo e spirito, verità e libertà, eros e agape, riconciliandoli nel dono reciproco. Il “bell’amore” non è un’emozione effimera, ma un cammino di purificazione e di grazia in cui l’uomo e la donna imparano a donarsi senza possedersi, ad accogliersi senza ridursi a oggetto di desiderio.

In questo senso, il “bell’amore” è l’antidoto al relativismo: mostra che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel volere ciò che conduce al vero bene. È un amore casto nel senso più pieno del termine — non negazione del corpo, ma educazione del cuore — capace di integrare la forza del desiderio con la verità del dono.

Solo in questa prospettiva l’uomo e la donna possono ritrovare la propria identità profonda, riscoprendo nel corpo il linguaggio della comunione e non dell’uso, della fedeltà e non del consumo. Il “bell’amore” diventa così la via concreta per vivere la legge morale non come un limite, ma come la strada che conduce alla gioia piena: quella di essere, finalmente, ciò per cui siamo stati creati — immagine viva dell’Amore di Dio.

L’amore sponsale: tutto il cuore, tutta l’anima, tutto il corpo

Il matrimonio, segno dell’amore di Dio, è caratterizzato dal “tutto”: tutta l’anima, tutto il cuore e tutto il corpo. Per questo è indissolubile ed esclusivo. Nell’incontro tra un uomo e una donna, nella loro differenza sessuata, l’amore diventa generativo. L’unione dei corpi, nell’amplesso vissuto in un legame sacramentale, è espressione di una comunione totale: l’amore diventa fecondo, apre alla vita, rende visibile l’immagine del Creatore che dona se stesso.

Questa è la ragione per cui la Scrittura dice che Dio creò l’uomo – l’essere umano – come Ish e Isha, maschio e femmina. La differenza sessuale non è un ostacolo, ma la condizione della comunione. L’intimità fisica tra sposi uniti nel sacramento è linguaggio d’amore, segno del dono totale di sé. Il corpo, in questa prospettiva, non è accessorio né indifferente: è luogo teologico, tempio in cui Dio si rivela e unisce.

Per questo motivo, non può esistere una piena comunione sponsale tra due persone dello stesso sesso. Non si tratta di giudicare i sentimenti – che possono essere sinceri, profondi, persino generosi – ma di riconoscere che manca l’unità nel corpo che è propria dell’amore sponsale. Il sesso, in tali relazioni, non può esprimere l’unione dei complementari, ma diventa inevitabilmente un gesto che usa l’altro, senza poterlo accogliere nella sua differenza generativa.

Accoglienza sì, ma nella verità che salva

Non si nega che tra persone omoaffettive possa esistere affetto, compagnia, solidarietà. Ma questo non equivale al matrimonio e alla famiglia. Il Magistero ricorda che la vera misericordia non è benedire tutto indistintamente, ma illuminare con chiarezza cosa l’amore richiede per essere davvero tale. Non esiste “amore omosessuale” o “eterosessuale”: esiste l’amore, che però si esprime secondo la verità del corpo. E noi, che crediamo in un Dio incarnato, sappiamo che il corpo è parte essenziale della nostra fede.

San Giovanni Paolo II, nella Veritatis Splendor (n. 104), ammonisce che mentre è umano che l’uomo, avendo peccato, riconosca la sua debolezza e chieda misericordia per la propria colpa, è invece inaccettabile l’atteggiamento di chi fa della propria debolezza il criterio della verità sul bene, in modo da potersi sentire giustificato da solo, anche senza bisogno di ricorrere a Dio e alla sua misericordia». Questo atteggiamento, prosegue il Papa, «corrompe la moralità dell’intera società, perché insegna a dubitare dell’oggettività della legge morale e a rifiutare l’assolutezza dei divieti morali, confondendo tutti i giudizi di valore.

Alla luce di queste parole, comprendiamo che la misericordia non può mai essere separata dalla verità. L’amore cristiano non giustifica la debolezza, ma la redime; non chiude gli occhi davanti al peccato, ma lo illumina con la grazia. La Chiesa accoglie ogni persona con rispetto e compassione, ma allo stesso tempo richiama ciascuno alla conversione, perché solo nella verità del corpo e del dono reciproco l’amore trova la sua forma piena e liberante.

Essere misericordiosi non significa cambiare la verità per adattarla alla fragilità umana, ma offrire alla fragilità la possibilità di essere guarita dalla verità. Solo così la misericordia conserva la sua forza salvifica e l’amore resta ciò che è: il riflesso dell’Amore di Dio, che non si limita a comprendere, ma trasforma.

Troppo spesso la teologia moderna tende a spiritualizzare l’amore, dimenticando la dimensione corporea. Ma Dio ci ha salvati attraverso un corpo, quello di Cristo. Nell’Eucaristia mangiamo il suo corpo per essere una cosa sola con Lui. Il corpo, quindi, è via di comunione e di redenzione. Per questo il sesto comandamento non è un residuo moralistico: è il grande dimenticato di oggi, eppure è una delle chiavi per comprendere l’unità dell’amore umano. Restano nove comandamenti quando togliamo quello che riguarda la purezza del cuore.

Gesù, nel Vangelo, mostra come si possa coniugare verità e misericordia. Di fronte all’adultera, non la condanna ma neppure la giustifica: “Va’ e non peccare più”. In quelle parole si uniscono compassione e chiarezza. Gesù ama la donna, la guarda con tenerezza, ma le indica la via per ritrovare la dignità perduta. È questo lo sguardo che la Chiesa deve avere verso tutti: dire “ti amo” ma anche “sei fatto per di più”.

La castità: cammino di libertà per tutti

La Chiesa non può smettere di parlare di castità, né limitarla a chi vive attrazioni omosessuali. La castità riguarda tutti: eterosessuali e omosessuali, fidanzati e sposati, consacrati e laici. È la via attraverso cui impariamo a liberare l’amore dal possesso, dal bisogno, dall’egoismo. E non serve puntare sulla paura dell’inferno o del peccato mortale: il peccato lo si paga già su questa terra, perché ogni volta che non viviamo secondo la verità del nostro essere, sperimentiamo una forma di smarrimento e di tristezza interiore.

Come ricorda la Congregazione per la Dottrina della Fede nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (n. 13), le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità. Se si dedicano con assiduità a comprendere la natura della chiamata personale di Dio nei loro confronti, esse saranno in grado di celebrare più fedelmente il sacramento della Penitenza, e di ricevere la grazia del Signore, in esso così generosamente offerta, per potersi convertire più pienamente alla sua sequela.

Queste parole esprimono con chiarezza che la castità non è una rinuncia sterile, ma un cammino di libertà e di crescita spirituale. È la scuola del “bell’amore”, come direbbe san Giovanni Paolo II, in cui il cuore umano si purifica per imparare a donarsi in modo vero. Ogni cristiano, qualunque sia la sua condizione, è chiamato a percorrere questa via, lasciandosi trasformare dalla grazia.

In un tempo in cui la cultura confonde spesso libertà e desiderio, la castità rimane la forma più alta di amore perché insegna a integrare la dimensione affettiva e corporea nell’orizzonte del dono. Essa non nega la corporeità, ma la orienta, la redime e la trasfigura. È il linguaggio della libertà del cuore, capace di amare senza possedere e di accogliere senza usare.

Solo così l’uomo e la donna — e ogni persona, qualunque sia la propria storia — possono scoprire la gioia di un amore che non consuma, ma costruisce; un amore che non illude, ma salva.

Peccare, in fondo, significa “mancare il bersaglio”, vivere al di sotto della propria verità. Significa accontentarsi di un’esistenza non piena, incapace di amare fino in fondo. È una forma di tristezza spirituale che ci ruba la libertà e ci lascia più soli. Tutti, in qualche misura, siamo feriti e cerchiamo di amare con un cuore che non è ancora del tutto guarito. La castità, in questa prospettiva, è un cammino di guarigione e di verità, una scuola di libertà interiore che purifica il desiderio e lo apre all’amore autentico.

Come ricorda Giorgio Ponte, scrittore cattolico omoaffettivo, le volte in cui ha vissuto una castità piena sono state quelle in cui si è sentito più felice. Non perché non faceva sesso, ma perché non ne aveva bisogno per essere felice. Quando l’amore si libera dal bisogno di possedere, diventa capace di donarsi. Solo Cristo può insegnare ad amare così, perché solo Lui mostra all’uomo come essere davvero se stesso.

L’amore è vero solo nella castità

Le relazioni omoaffettive possono certamente essere attraversate da forme sincere di filía e agápē — cioè di amicizia e di amore gratuito. Come scrive Benedetto XVI in Deus Caritas Est, “l’amore è una sola realtà, ma con diverse dimensioni”; tuttavia, perché sia pienamente umano, deve integrare eros, filía e agápē in un’unica unità armoniosa. L’eros, per sua natura, tende alla complementarità e alla fecondità che nascono dalla differenza sessuata: l’incontro tra maschile e femminile, segno visibile del Creatore stesso (Gen 1,27).

Quando l’eros è vissuto fuori da questa differenza, perde la sua apertura al dono e rischia di ripiegarsi su di sé. Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, ricorda che “l’uomo si realizza solo nel dono sincero di sé”, ma il dono richiede un’accoglienza che solo l’altro, diverso da me, può offrire. Nelle relazioni omosessuali, il corpo dell’altro non rimanda al mistero della differenza, ma diventa specchio del proprio desiderio.

Per questo, pur potendo esserci affetto, tenerezza e reciproco sostegno, l’eros in tali relazioni non può diventare linguaggio del dono sponsale. Tuttavia, queste relazioni possono essere buone e portatrici di valori evangelici nella misura in cui scelgono la castità: quando si trasformano in un’amicizia profonda, in una comunione spirituale e affettiva vissuta nella continenza e nella carità. In quel caso, diventano un cammino di filía trasfigurata in agápē, segno reale di un amore che, pur non essendo sponsale, riflette comunque la luce di Cristo che unisce senza possedere e ama senza usare.

Una Chiesa che accompagna e trasforma

Il mondo non ha bisogno di una Chiesa che benedice tutto, ma di una Chiesa che ama nella verità. Una Chiesa che accompagna senza giudicare, ma anche senza rinunciare al Vangelo. Accogliere non significa approvare ogni comportamento, ma credere nella possibilità di rinascita di ogni persona.

Perché la misericordia, senza verità, diventa inganno, e la verità, senza amore, diventa pietra che ferisce. Solo l’unione di entrambe può salvare. È questa la Chiesa che il mondo attende: una madre che accoglie, educa e rialza; una maestra che non smette di insegnare la via stretta della vita. Solo così, nella luce di Cristo, possiamo riscoprirci per ciò che siamo davvero: figli del Re, creati per amare con tutto il cuore, tutta l’anima e tutto il corpo.

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Comincia a contare da 2

Dal primo libro dei Maccabei (3, 17-23) Ma come videro lo schieramento avanzare contro di loro, dissero a Giuda: «Come faremo noi così pochi ad attaccar battaglia contro una moltitudine così forte? Oltre tutto, siamo rimasti oggi senza mangiare». Giuda rispose: «Non è impossibile che molti cadano in mano a pochi e non c’è differenza per il Cielo tra il salvare per mezzo di molti e il salvare per mezzo di pochi; poiché la vittoria in guerra non dipende dalla moltitudine delle forze, ma è dal Cielo che viene l’aiuto. Costoro vengono contro di noi pieni d’insolenza e di empietà per eliminare noi, le nostre mogli e i nostri figli e saccheggiarci; noi combattiamo per la nostra vita e le nostre leggi. Sarà lui a stritolarli davanti a noi. Voi dunque non temeteli». Quando ebbe finito di  parlare, piombò su di loro all’improvviso e Seron con il suo schieramento fu sgominato davanti a lui

Questo è un estratto di un brano più lungo proposto nell’Ufficio di domani, ma che abbiamo trovato attinente ai giorni nostri; ultimamente infatti stiamo assistendo ad una crescente tendenza ad annacquare la nostra fede nel tentativo di ridurla ad una filosofia di vita, come se la Chiesa fosse una semplice associazione di cittadini, nel migliore dei casi una ONG con scopi umanitari, e purtroppo questi tentativi li troviamo sia dentro che fuori dal contesto ecclesiale.

Ma chi vive la fede in cammino verso la santità sa benissimo che la vita di fede è esigente, e cosa esige Dio da noi? Semplicemente tutto, vi sembra esagerato? Se ricordate l’episodio della vedova al tempio che compie elemosina con l’unica moneta che ha, ricorderete certamente che Gesù elogia il fatto che essa abbia dato tutto nonostante il suo tutto fosse una sola moneta. Oppure basterebbe citare il Vangelo di Matteo 22,37-38 :«[Gesù]Gli rispose : Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. […]» Gesù stesso rimarca per tre volte quel “tutto“, intendendo ovviamente l’interezza della persona.

Spesso sentiamo lamentele a destra e a manca: il mondo sta andando a rotoli, la società si sta sfaldando, non ci sono più le famiglie di una volta, i giovani d’oggi sono un disastro, non esistono più i valori di una volta, ecc… e chi si deve rimboccare le maniche? Da dove cominciare e chi deve cominciare? Dalla cellula della società: la famiglia come Dio la vuole.

A questo punto è facile trarne le conclusioni, ma dateci ancora qualche riga perché nonostante queste riflessioni c’è ancora qualcuno (dentro la Chiesa) che continua nell’arringa della lamentela con la scusa dei numeri: siamo troppo pochi, le famiglie cristiane sono sempre meno e così via.

Ma abbiamo mai riflettuto in quanti fossero quando è partito il cristianesimo? Sicuramente quelli che stavano nella stanza in cui è avvenuta la Pentecoste più qualche sparuta decina, forse. Eppure questa minuscola porzione di umanità ha prodotto innumerevoli frutti e benefici lungo i secoli e si è espansa ai limiti della Terra ed è arrivata a noi.

Quelli che guardano la società con gli occhi umani dicono, al pari degli ufficiali di guerra di Giuda :«Come faremo noi così pochi ad attaccar battaglia contro una moltitudine così forte?

Cari sposi, noi dobbiamo piantarci bene in mente la risposta di Giuda : «Non è impossibile che molti cadano in mano a pochi e non c’è differenza per il Cielo tra il salvare per mezzo di molti e il salvare per mezzo di pochi; poiché la vittoria in guerra non dipende dalla moltitudine delle forze, ma è dal Cielo che viene l’aiuto.

Questo significa che due sposi possono cambiare il luogo dove abitano e vivono: la via, il condominio, l’ufficio, il luogo lavorativo, l’officina, ecc… ma il primo luogo dove sono chiamati a combattere è nella propria vita personale, poi nella coppia, poi nella famiglia coi figli, e via via a cerchi concentrici sempre più grandi verso l’esterno. Non è impossibile perché è dal Cielo che viena l’aiuto, la recente festa di Ognissanti ce lo ha ricordato. Coraggio sposi, si comincia da … 2.

Giorgio e Valentina.

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Mettimi come sigillo sul tuo cuore

Siamo arrivati agli ultimi versetti del Cantico dei Cantici, e come accade spesso nella Scrittura, è la donna a chiudere la storia. Non l’uomo, ma la donna. È lei la voce che resta, il canto che rimane sospeso nell’aria dopo che tutto sembra già detto. È lei a pronunciare l’ultima parola sull’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Già questo è un capovolgimento rispetto alla Genesi. Là era stata la donna ad aprire la storia del peccato, a dare inizio al disordine del mondo. Qui, invece, la donna apre la porta della redenzione, canta l’amore come Dio lo aveva pensato all’inizio, puro e libero, fedele e fecondo. Nel Cantico l’amore umano viene restituito alla sua bellezza originaria, quella che il peccato aveva oscurato ma che la grazia può far rinascere. È una prefigurazione dell’opera di Cristo, che attraverso il suo amore totale e fedele riconduce l’umanità alla comunione con Dio.

L’uomo, nei versetti precedenti, aveva già riconosciuto: Tu sei l’amore. È come se, dopo aver scoperto il mistero, cedesse la parola a lei. Perché solo chi ama davvero può dire cosa sia l’amore. E la donna, che per natura accoglie e custodisce la vita, sa parlarne con un linguaggio che nasce dal corpo e dal cuore insieme. È lei a pronunciare le parole più celebri e più vere: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio. (Ct 8,6)

Il sigillo è un’immagine fortissima. Nel mondo antico, il “sigillo” era il marchio impresso per indicare un’appartenenza. Serviva nei campi, per segnare gli animali di un gregge, ma anche nell’esercito, per indicare i soldati di un medesimo re. Chi portava quel segno, diceva con la sua vita: Io appartengo. Era un segno di identità, di fedeltà, di solidarietà.

Quando l’amata dice mettimi come sigillo, sta dicendo qualcosa di molto più profondo di un semplice “ti amo”. Sta chiedendo di entrare nell’intimità più profonda dell’altro: nel cuore, dove abitano i sentimenti e le scelte; e sul braccio, dove si manifestano le azioni. È come dire: Voglio essere presente nei tuoi pensieri e nelle tue opere, nel tuo mondo interiore e nel tuo agire quotidiano. Voglio che il tuo amore per me guidi il tuo cuore e le tue mani.

Nel linguaggio della coppia questo versetto tocca il nucleo più profondo della vocazione sponsale: diventare una sola carne (Gen 2,24). È la stessa dinamica che san Paolo esprimerà in termini spirituali: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20). L’amore umano, quando è vero, ha dentro di sé questa stessa logica: non sono più io che vivo solo per me, ma tu vivi in me e io in te. È l’amore come comunione, come dono reciproco, come vita condivisa.

Ogni coppia sperimenta quanto questo sia esigente. L’amore non si mantiene vivo da solo: ha bisogno di essere nutrito, custodito, rinnovato. E per farlo, è necessario un continuo movimento interiore di decentramento: uscire dal proprio ego per fare spazio all’altro. È il passaggio più difficile e più fecondo di ogni relazione. Quando ci sentiamo feriti, o non riconosciuti, la tentazione è quella di chiuderci, di difenderci. Ma l’amore maturo — quello di cui parla il Cantico — è un amore che non reagisce in base all’umore o all’istinto. È un amore che sceglie, che sa restare. E questa capacità di restare, di amare anche quando non si riceve immediatamente in cambio, è segno di una maturità affettiva e spirituale che solo la grazia può rendere stabile.

Nella prospettiva psicologica, l’immagine del sigillo ci parla anche di identità e sicurezza. Chi ama veramente non teme di “appartenere”. Solo chi ha un sé stabile, riconciliato, può donarsi senza paura di perdersi. Il sigillo non è un marchio di possesso che limita, ma un segno di fiducia che libera. L’amore che si fa alleanza non imprigiona, ma radica. È la differenza tra dipendenza e appartenenza: nella prima ci si perde, nella seconda ci si ritrova.

Il cuore e il braccio: due luoghi simbolici che racchiudono tutta la persona. Il cuore rappresenta l’interiorità, i sentimenti, la memoria, la coscienza. Il braccio rappresenta la forza, l’azione, la concretezza della vita quotidiana. Quando l’amata chiede di essere “sigillo” su entrambi, chiede di essere parte di tutto: del pensare e del fare, dell’amare e del lavorare, della preghiera e della fatica. È un’immagine totalizzante, ma non invadente: è la pienezza della comunione, dove l’altro non viene assorbito ma accolto.

“Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo.” (Ct 8,7)

L’amore autentico, quello che nasce da Dio, non è un sentimento passeggero. È un fuoco che brucia senza consumare, come quello del roveto ardente davanti a Mosè. È la presenza stessa di Dio dentro la relazione. Per questo l’amata può dire: mettimi come sigillo, perché l’amore vero diventa sacramento, segno visibile di una realtà invisibile. Nel matrimonio cristiano, questo versetto trova la sua pienezza: l’uomo e la donna diventano segno dell’amore di Cristo per la Chiesa (Ef 5,32). In questo senso, ogni gesto di tenerezza, ogni fedeltà quotidiana, ogni perdono diventa un frammento di eternità.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore significa anche: Ricordami quando non mi vedrai. Custodiscimi dentro di te, perché l’amore non è solo vicinanza fisica, ma memoria viva. È ciò che permette di restare uniti anche quando le prove della vita — il tempo, la malattia, la fatica — tentano di separare.

Alla fine del Cantico, l’amore umano non è più solo desiderio o eros, ma diventa agape: dono di sé, pienezza di relazione. È un amore fedele, indissolubile, fecondo. Non perché perfetto, ma perché redento. È l’amore che dice ogni giorno: Tu sei il mio sigillo, e io sono il tuo. Ecco il cuore del messaggio: l’amore, quando è vero, diventa sigillo di Dio impresso nella carne degli sposi. È il luogo dove la fragilità umana incontra la forza della grazia, dove la promessa non è solo un patto tra due, ma un’alleanza a tre: l’uomo, la donna e Dio.

Antonio e Luisa

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L’amore è sublime

Cari sposi, oggi celebriamo con venerazione i nostri fedeli defunti. Un tempo prezioso di approfondimento su quello che più spaventa l’essere umano: la morte. Proprio per questo si è scritto tanto sulla morte e, senza nessuna pretesa di esaustività, vorrei attirare la vostra attenzione su certuni aspetti importanti.

Il primo di essi è che ad oggi, in Italia, la fede pare non dire più nulla sul mistero della fine di un’esistenza. Difatti, esattamente 4 anni fa, nell’ottobre 2021, la CEI pubblicava i risultati di un indagine sociologica intitolata “L’incerta fede”. Tra i tanti dati emersi mi concentro su uno: coloro che credono nella vita dopo la morte sono scesi dal 41,5 al 28,6 per cento. Un dato sconcertante: non parliamo affatto di atei o agnostici, bensì di chi frequenta comunque la Messa, i sacramenti…

Tuttavia, fateci caso: quanto si accenna alla risurrezione a fine funerale, nei vari saluti e commiati che familiari, parenti o amici esprimono? Non affiora per lo più un umanissimo struggimento e dolore per la scomparsa del defunto? E ciò dopo che la liturgia non ha fatto altro che parlare di Cielo, eternità, resurrezione? Questo fa comprendere quanto la ricorrenza odierna tocca un nervo scoperto nella Chiesa! Abbiamo estremo bisogno di fare nostra e assimilare la poderosa esclamazione di San Paolo: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” (1 Cor 15, 14).

Impressiona, però, constatare che l’eternità dell’amore sia stata colta anzitutto dai non credenti, da chi al massimo poteva far riferimento alle religioni pagane del momento, totalmente avulse all’idea che la persona possa vivere pienamente nell’Aldilà. Prendiamo per esempio il poeta Virgilio (70-19) che nell’Eneide scrisse: “Amor vincit omnia” (Eneide, IV, 412-413), l’amore è capace di vincere ogni cosa, e quindi anche per assurdo la morte. Oppure il filosofo greco Platone (428-347) che in uno dei suoi dialoghi mette in bocca al personaggio della sacerdotessa Diotima la celebre frase: “Ἔρως ἐστὶν ἀθάνατος”, “l’amore è immortale” (Simposio, 206E–207). Così Diotima insegna a Socrate che l’amore nasce dal desiderio di generare nel bello e, attraverso la generazione, di partecipare all’eternità. Chi ama, infatti, desidera “possedere il bene per sempre”.

La Parola di oggi va proprio in questa direzione e ci mostra che Gesù desidera ardentemente che si compia in noi la volontà del Padre che è salvezza, che è comunione per sempre con Lui. Il Padre con il Figlio e lo Spirito anelano di renderci parte della Loro vita ed esistenza, in cui non ha spazio la parola “fine” o “morte” ma solo il “per sempre” perché l’amore, appunto, non conosce fine.

Pertanto, oggi il Signore vuole consolarci, vuole riempirci di speranza, sebbene sussista il dolore della perdita dei cari. Quando meditiamo o riflettiamo sulla morte, in forza della nostra fede, dobbiamo pensarla come una porta, una soglia. Chi di noi in una bella villa si sofferma sulle porte? È un oggetto che generalmente passa in secondo piano, perché quel che importa è il contenuto della stanza a cui la porta dà accesso. E così la morte diventa il passaggio verso la nostra felicità piena, verso il senso ultimo della nostra vita: essere in Cristo.

Prendendo spunto dalle parole di Giobbe, siamo invitati a guardare a Cristo, contemplare Cristo, la sua Potenza che può ridare vita laddove la natura l’ha tolta! Questo è ciò che scioglie la mia disperazione davanti alla morte, che il mio Redentore è vivo, è presente nella mia vita.

Ora veniamo a voi sposi e già immaginate in quale pelago ci ficchiamo sapendo che, come insegna la Chiesa, il sacramento del matrimonio è per questa vita. Tuttavia, se Cristo è presente nel vincolo matrimoniale, come ci ricorda S. Tommaso D’Aquino (“Il matrimonio è figura dell’unione di Cristo con la Chiesa, e perciò il vincolo stesso è il sacramento” (Summa Theologiae, Suppl., q. 42, a. 2) e questo è anticipo, nella vita dei coniugi, dell’unione definitiva con Cristo, allora si può intendere che l’amore tra coniugi verrà trasfigurato dalla grazia e portato a pienezza nella vita eterna. Nel Regno dei Cieli non ci sarà più bisogno del vincolo sacramentale ma perché là Cristo sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28) e allora Lui diventerà la fonte di un amore rinnovato, purificato ed eterno tra chi si è amato su questa terra. “Lì” il sacramento avrà raggiunto il suo fine: unire definitivamente la coppia allo Sposo. Sarà allora l’amore di Cristo a riempire in eterno i nostri vuoti di amore, anche laddove una relazione sponsale ne possa essere stata carente o priva del tutto.

Mi piace al riguardo concludere con due citazioni confortanti. La prima è di Papa Benedetto, il quale, parlando di Eucarestia, ne sottolinea l’aspetto escatologico: “La Celebrazione eucaristica, nella quale annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta, è pegno della gloria futura in cui anche i nostri corpi saranno glorificati. Celebrando il Memoriale della nostra salvezza si rafforza in noi la speranza della risurrezione della carne e della possibilità di incontrare di nuovo, faccia a faccia, coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede” (Sacramentum caritatis, 32). In forza dell’Eucarestia che avete ricevuto, il vostro amore può essere eterno.

E poi, vorrei citare Papa Giovanni Paolo II che parla proprio a proposito della malattia e della morte: “Sono queste le occasioni nelle quali – come hanno insinuato i Padri Sinodali – più facilmente si possono far comprendere e vivere quegli elevati aspetti della spiritualità matrimoniale e familiare, che si ispirano al valore della Croce e risurrezione di Cristo, fonte di santificazione e di profonda letizia nella vita quotidiana, nella prospettiva delle grandi realtà escatologiche della vita terrena” (Familiaris consortio, 77).

Cari sposi, proprio davanti alla morte si comprende come l’amore sponsale sia veramente sublime, cioè capace di elevare verso l’alto, verso l’eterno, già da ora, verso il Per Sempre divino.

ANTONIO E LUISA

Sono pienamente consapevole – come ha ben detto padre Luca – che il vincolo matrimoniale, così come lo conosciamo sulla terra, si conclude con la morte. Ma dopo ventitré anni di vita insieme, sento con forza che l’amore vissuto, le fatiche condivise, le lacrime e le riconciliazioni, non vanno perduti. Tutto ciò che abbiamo costruito — la pazienza, la fedeltà, la tenerezza che si impara nel quotidiano — diventa parte di ciò che porterò con me in Paradiso. Perché l’amore, quando è autentico, non finisce: si trasforma in eternità. Credo poi che tra noi rimarrà comunque una relazione, anche oltre la morte: diversa, trasfigurata, impossibile da comprendere ora con i mezzi limitati che abbiamo per immaginare il Cielo. Ma so che ciò che nasce da Dio non si dissolve. Il nostro amore, pur spogliato della forma terrena, continuerà ad essere comunione in Lui, perché è stato costruito giorno per giorno alla scuola di Colui che dell’amore è la sorgente e il compimento.

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La santità in famiglia profuma di pane

Cosa è la santità? Può essere casa. Può essere profumo di pane, Questo è solo un racconto frutto di fantasia, ma sono sicuro che riconoscerete qualcosa che vi è familiare.

Marco si svegliò prima dell’alba. Nel silenzio della casa, la moka borbottava piano e il profumo del caffè si mescolava a quello del lievito: la sera prima, sua moglie Anna aveva preparato il pane, come faceva ogni sabato. Le piaceva impastare con le mani, diceva che il pane non viene bene se non ci si mette dentro un po’ di cuore.

Si avvicinò al forno e guardò quel pane che cresceva piano, come una vita che si forma lentamente. Quella mattina, però, Marco non riusciva a pregare. Aveva dormito male. La sera prima avevano litigato, per l’ennesima volta, per una sciocchezza diventata tempesta. Aveva detto parole che ora gli pesavano sul petto. Eppure, da fuori, la loro era una famiglia normale: lavoro, figli, parrocchia, qualche difficoltà come tutti. Solo che dentro di lui qualcosa si stava spegnendo.

Quando Anna scese in cucina, lui provò a sorridere, ma lo sguardo di lei restò freddo. «Il pane è pronto», disse semplicemente. Poi sedettero uno di fronte all’altra, in silenzio. Marco guardò le mani di sua moglie, stanche ma belle. Quelle mani avevano accarezzato i figli, preparato pasti, consolato, atteso. Eppure, quante volte le aveva giudicate “banali”, quante volte aveva pensato che la santità fosse altrove — nei monasteri, nei missionari, nei santi che avevano fatto cose grandi. Lui, invece, si sentiva piccolo, un uomo qualsiasi intrappolato nella routine.

“Non sono un santo”, si ripeteva spesso. Quella mattina, però, mentre Anna serviva il caffè, notò una cosa che non aveva mai visto: sul braccio, vicino al polso, c’era una piccola cicatrice. Si ricordò di quando lei si era bruciata sfornando una torta per il compleanno di uno dei bambini, anni prima. Era stata una ferita dolorosa, ma guarita in silenzio. Nessuno l’aveva vista. Nessuno, tranne Dio.

Fu in quel momento che gli venne in mente una frase ascoltata in un’omelia: “La santità non è fare cose straordinarie, ma vivere in modo straordinario le cose ordinarie.” Si chiese se forse non fosse proprio quella la chiave: non fuggire, ma restare; non brillare, ma amare.

Quel giorno, al lavoro, Marco ripensò a tutte le volte in cui aveva cercato di cambiare sua moglie, come se la santità del loro matrimonio dipendesse da lei e non dal suo cuore. Si accorse che, in fondo, la vera conversione che Dio gli chiedeva era un’altra: lasciare che fosse Lui a cambiare lui, non l’altro.

Il pomeriggio ricevette un messaggio da Anna: “Ti ho preparato la cena. Ci vediamo alle sette. Ti voglio bene.” Quelle parole lo spiazzarono. Non perché fossero romantiche — anzi, erano semplici — ma perché venivano da un cuore ferito che aveva deciso di donarsi per prima. Quando tornò a casa, trovò la tavola apparecchiata con cura. Il pane del mattino, dorato e fragrante, era sul tavolo. Anna sorrideva. «Hai voglia di spezzarlo tu?» gli disse.

Lui prese il coltello, tagliò piano e il profumo si sparse in tutta la stanza. Quel gesto gli sembrò improvvisamente sacro, come un piccolo altare domestico. Si guardarono negli occhi e, senza parole, si chiesero perdono. In quel momento Marco capì: la santità non è lontana, è lì, seduta di fronte a te. È nella pazienza con cui l’altro ti sopporta, nella decisione di non rispondere al male con il male, nel restare fedele anche quando costa. È nel ripartire ogni mattina, anche dopo un fallimento, dicendo: “Signore, oggi voglio ricominciare.”

Più tardi, mentre metteva a letto i bambini, pensò a tutte le immagini di santi che aveva visto in chiesa: San Francesco, Santa Teresa, Giovanni Paolo II. E poi pensò ad Anna, con le mani che odoravano di farina e la voce dolce anche quando era stanca. Non era una santa “da calendario”, ma la sua vita era un Vangelo vissuto. Allora comprese che la santità non è perfezione, ma dire sì ogni giorno al progetto di Dio. È un’opera a quattro mani: Dio opera, e tu non ti opponi. La santità è lasciare che Dio scriva nel caos della tua storia, senza strappargli la penna.

E capì anche che la santità non si raggiunge mai da soli. Anna, con la sua tenerezza silenziosa, era lo specchio attraverso cui Dio gli insegnava ad amare. Lei lo santificava — non con grandi discorsi, ma con la fedeltà delle piccole cose, con quella pazienza che sembrava debole e invece era forza.

Quella sera, prima di dormire, Marco tornò in cucina. Sul tavolo c’era ancora un pezzo di pane. Lo spezzò in due, ne assaggiò un morso e sorrise. Aveva il sapore della vita vera: dolce e amaro insieme, come ogni cammino d’amore. Poi chiuse gli occhi e sussurrò:

“Signore, rendimi santo qui, dove mi hai messo.
Nelle mie imperfezioni, nelle mie fatiche, nel mio matrimonio.
Fa’ che anch’io sappia donarmi, come fai Tu.”

Fu la preghiera più semplice, ma anche la più vera della sua vita. E forse, proprio quella notte, un nuovo santo cominciò a nascere — non in un monastero lontano, ma in una cucina qualunque, davanti a un pezzo di pane spezzato.

Antonio e Luisa

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Meglio un passo indietro con l’altro che 100 avanti senza

Beati siete voi, sposi pellegrini, se scoprite che fare un passo indietro per stare con il coniuge e con i figli vale più che farne cento in avanti senza servire prima chi sta accanto

Questa beatitudine, che nasce dal proseguire il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione in questo anno giubilare, forse potrebbe sembrare un controsenso. Ma cerchiamo di spiegarci meglio. 

Sappiamo bene che nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1534 si legge: il Matrimonio (così come l’Ordine) sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Ma chi è il primo “altro”, se non colui/colei che sta nella nostra casa? Il nostro coniuge, i nostri figli, sono le prime persone che ci danno la possibilità di salvarci, di santificarci, nella misura in cui ci “offriamo” quotidianamente a vicenda. Se ci pensate bene, questo è il mistero della Chiesa in cui le diversità servono le vite preziose di ciascuno e ciascuna, mai sacrificabili, ma destinate sempre a fiorire.

Ecco che, solo dopo la fioritura di ciascun membro della famiglia, potremo servire anche chi sta al di fuori, nel nostro palazzo, nel nostro quartiere, nella nostra comunità. Ma attenzione: che cosa vuol dire “servire” per gli sposi cristiani?

Innanzitutto ci teniamo a precisare che, nella Bibbia, la parola «servo» non indica colui che è sottomesso al suo padrone ma si riferisce a quella chiamata divina a servire con umiltà e dedizione, sia Dio che gli altri.

In modo specifico, il servizio degli sposi cristiani scaturisce dall’essere costituiti (mediante il Sacramento) segno dell’amore di Cristo. Questo è il loro primo servizio, che non si “esercita” solo mediante la pastorale o i vari servizi in parrocchia ma ovunque ci si trovi. Auguriamo ad ogni coppia che chi vi incontra possa dire, riprendendo le parole del profeta Isaia 52,7:

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio.

Che possiate essere voi sposi portatori di pace, gioia e speranza, mostrando a tutti la bellezza dello Sposo Gesù.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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“All Hallows’ Eve”: radici e significato cristiano di una notte rubata

Nel panorama contemporaneo la notte del 31 ottobre è ampiamente conosciuta con il nome inglese di una festa popolare che mescola travestimenti, zucche intagliate, fantasmi, streghe e un certo (leggisi orrido) gusto per il macabro. Molti, soprattutto nel mondo cattolico, la vedono con sospetto e la rifiutano del tutto. Il mondo s’è rubato il vero significato di questa notte. Perché la vera natura, come dice il nome stesso, affonda le sue radici in una preparazione antica e profondamente cristiana alla solennità del 1° novembre.

Il nome Halloween deriva da una contrazione dell’inglese arcaico All Hallows’ Eve, che significa “la vigilia di Ognissanti” (All Hallows = tutti i santi, Eve = vigilia). Come ogni grande solennità liturgica, anche la festa di Tutti i Santi era preceduta, nella tradizione cristiana, da una veglia preparatoria, spiritualmente carica di significato. Questa notte, dunque, non nasce come celebrazione delle tenebre, ma come vigilia di luce, di comunione con i santi, di meditazione sulla santità e sulla vittoria della vita eterna sulla morte.

Nell’antica cultura celtica, soprattutto in Irlanda e Scozia, il 31 ottobre segnava la festa di Samhain, il capodanno pagano: l’inizio dell’inverno, della stagione oscura. In quel periodo si credeva che il “velo” tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse, permettendo contatti tra i due. Si accendevano fuochi, si indossavano maschere per scacciare gli spiriti maligni e si praticavano riti per proteggere le comunità.

Con l’evangelizzazione delle terre celtiche, la Chiesa non cancellò queste usanze, ma le purificò e reinterpretò alla luce del Vangelo. Samhain non fu più il “giorno dei morti vaganti”, ma divenne il tempo per onorare tutti i santi, anche quelli non canonizzati, anche quelli nascosti, quotidiani. Così, nel IX secolo, Papa Gregorio IV fissò ufficialmente la solennità di Tutti i Santi al 1° novembre e la vigilia, All Hallows’ Eve, divenne parte integrante della liturgia. In quante case si era soliti recitare il Santo Rosario, tutti insieme, come famiglia!

Come la notte di Pasqua è preceduta dalla Veglia pasquale, e il Natale dalla notte della vigilia, anche la festa di Tutti i Santi era vissuta come una notte di preghiera e vigilanza, un tempo in cui si meditava sul destino eterno dell’anima, sulla comunione dei santi e sul giudizio finale. In molte comunità medievali, All Hallows’ Eve includeva processioni con candele, veglie in chiesa, rappresentazioni sacre della lotta tra bene e male, e momenti di digiuno e penitenza.

Il simbolismo della morte non era usato per celebrare l’orrore, ma per ricordare che ogni cristiano è chiamato a vivere la vita in vista dell’eternità. La notte del 31 ottobre anticipava quindi una duplice celebrazione: il trionfo della santità (Tutti i Santi, 1 novembre) e la memoria dei defunti (2 novembre, commemorazione dei fedeli defunti). La Chiesa insegnava così che la morte non è l’ultima parola ma una soglia da attraversare con fede, nella speranza della resurrezione.

Il mondo si è rubato tutto questo. O meglio, glielo abbiamo permesso. Abbiamo lasciato che le streghe prendessero il posto dei santi, le ragnatele il posto del Santo Rosario, le maschere dei mostri la bellezza dei volti luminosi dei beati. Siamo stati noi a dire sì o, quanto meno, a non dire no. Non diamo la colpa agli altri, ai massimi sistemi, alla modernità o a chissà cos’altro. La colpa sta nell’aver messo da parte Dio. D’altronde, già il prologo del Vangelo di Giovanni parlava chiaro: “la luce venne nel mondo ma le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1, 5).

La risposta, dunque, non può limitarsi a un semplice “no”: occorre riscattare ciò che è autentico e proporre alternative cristiane, alternative di vita, alternative di luce. Oggi, sempre più parrocchie, famiglie e movimenti cattolici stanno riscoprendo All Hallows’ Eve come occasione educativa e spirituale, celebrando la “Notte dei Santi” con iniziative che uniscono festa e fede. Tra le proposte ci sono feste dove i bambini si vestono da santi, imparando le loro storie ed esempi di vita oppure Veglie di preghiera, adorazione e confessioni, per vivere la comunione dei santi come realtà viva. Ma anche Cammini di luce o fiaccolate nonché momenti di catechesi, per spiegare il vero senso della morte, del giudizio, del Paradiso e della speranza cristiana. Queste alternative non sono un “compromesso”, ma un ritorno alle origini perché “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1, 4). E duqnue felice e grandiosa festa di tutti i Santi al mondo intero!

Fabrizia Perrachon

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La Crisi della Natalità: Riflessioni su Vita e Amore

Per l’articolo di oggi prendo spunto da una frase detta dal mio parroco durante una recente omelia, in cui commentava il numero bassissimo di battesimi celebrati quest’anno in parrocchia. Con tono ironico ma amaro, ha detto: Di nuovi nati se ne vedono pochi, ma in giro è pieno di cani e gatti.

Effettivamente, se si guardano i dati, siamo al minimo storico come numero medio di figli per donna. Mai così pochi, nemmeno durante la prima e la seconda guerra mondiale, quando la vita era incerta, la fame diffusa e il futuro fragile….eppure, allora si generava più vita. Non voglio fare qui un elenco di tutte le cause — economiche, culturali, psicologiche e spirituali — ma condividere con voi alcune riflessioni da uomo, da marito e da padre.

Il giorno del nostro matrimonio è stato il più bello della mia vita fino a quando non sono nate le nostre figlie. In particolare, il momento in cui, per primo, ho preso in collo la nostra primogenita, appena venuta al mondo: non esistono parole per descrivere quella sensazione di tenere tra le braccia un’anima nuova, affidata da Dio.

Chi non ha potuto avere figli o ha difficoltà ad averne, sa meglio di chiunque altro quanto sia grande questo dono; trasmettere la vita è partecipare al mistero stesso di Dio Creatore. Quando guardo le figlie, mi piace pensare che anche quando non ci sarò più, una parte di me continuerà a vivere: non solo biologicamente, ma nei loro gesti, nelle loro scelte e nella loro fede, se saprò trasmetterla. Se avessi potuto, avrei voluto una famiglia numerosa. I figli costano, è vero, e impegnano tanto, ma niente nella vita dà più gioia. Oggi che sono cresciute, spesso mi fermo a guardarle e mi domando: Cosa staranno sognando? Quali desideri coltivano nel cuore?

Io amo i bambini, mi piace stare in mezzo a loro, ascoltarli, riflettere sul loro potenziale e futuro, parlargli di Gesù che sentono così vicino perché in qualche modo provengono da Lui e a Lui ritorneranno. Ma com’è possibile che oggi, in uno stato con tanti difetti, ma dove, alla fine, siamo liberi e stiamo bene, si scelga sempre più spesso di non generare vita?

Credo che dietro questa crisi di natalità ci sia molto di più di motivi economici o sociali: c’è un vuoto spirituale profondo, una solitudine esistenziale che cresce nel cuore delle persone. Abbiamo smesso di investire in Dio, e quando l’uomo smette di farlo, deve riempire quel vuoto in qualche modo. C’è chi cerca rifugio nel lavoro o nella carriera, chi negli animali, chi nell’alcool, nella droga, nel sesso o nei social network, tutte strade surrogate dell’amore vero, che anestetizzano la mancanza, ma non la guariscono. Quanti oggi vivono soli perché hanno paura di legarsi, di fidarsi, di soffrire!

E allora si creano rapporti “a rischio zero”, dove l’altro non chiede nulla, non delude, non ti costringe a donarti: è il rapporto con l’animale, con l’oggetto, con lo schermo; ma così facendo, l’uomo si disumanizza, perché l’amore, quello vero, implica sempre libertà, fatica e responsabilità. Nulla contro cagnolini o gattini, se si prendono vanno curati e anche amati, ma un figlio è un’altra cosa.

Poi mi chiedo: come mai, durante le guerre mondiali, quando si viveva nella paura, si facevano il doppio dei figli di oggi? Credo che la risposta si possa riassumere in una frase semplice ma essenziale: La risposta al male e alla morte è sempre la vita e l’amore. I nostri nonni, pur in mezzo alle rovine, avevano capito che l’unico modo per vincere la disperazione era generare speranza, mettere al mondo un figlio, continuare la vita. Oggi invece sembra che abbiamo smarrito questa consapevolezza.

Si mettono davanti gli studi, la carriera, la stabilità economica, la casa, i viaggi, la palestra, il cane; e così l’età media delle neomamme si alza, oggi è attorno ai 32 anni, quando spesso la fertilità inizia già a diminuire. La missione della donna è generare, trasmettere, custodire la vita. e questo può avvenire sia con una gravidanza che senza, ma alla fine la strada è questa: tuttavia questo avviene sempre meno; poi, come dice la mia amica Stefania queste donne non ascoltano il proprio corpo che le parla?

Non voglio essere frainteso: amo gli animali, fanno parte del creato e bisogna averne cura: se trovo un ragnetto in casa, cerco di portarlo fuori senza ucciderlo. Ma, e qui qualcuno magari si scandalizzerà, tutti gli animali del mondo insieme non valgono un solo essere umano. L’uomo è l’unico creato a immagine e somiglianza di Dio, l’unico ad avere un’anima immortale, creata da Dio prima delle stelle, che si unisce al corpo al momento del concepimento: in quell’istante, nasce la vita, un atto sacro, misterioso, irripetibile.

Oggi invece assistiamo a un fenomeno che fa riflettere: tante coppie scelgono di non avere figli, ma si riempiono la vita di animali trattati come bambini, cani vestiti con maglioncini, passeggini per gatti, compleanni con torte personalizzate e molto altro. Un mio amico ha un cane che porta perfino dal dietologo: poco tempo fa gli era stato prescritto un coniglio intero ogni due giorni, e lui tornava a casa per cucinarlo a pranzo. Davvero siamo arrivati a questo punto, quando ci sono tanti bambini che muoiono di fame e di sete? Dopo mi dicono che non si fanno figli per motivi economici, quando per gli animali se ne spendono di più!

Alcuni arrivano perfino a dire: “Gli animali non ti tradiscono, gli uomini sì”. Ma questa è una semplificazione; è vero che un cane non ti mente, ma non ti ama nemmeno con libertà: l’amore umano è l’unico capace di scelta, di sacrificio, di fedeltà. Di libero arbitrio. Un cavallo può morderti per gelosia, il figlio di un mio amico ne porta ancora una cicatrice sulla spalla perché lo cavalcava meno di un altro, ma un uomo o una donna possono perdonare, rialzarsi, ricominciare e in questo, siamo infinitamente più grandi degli animali.

Il rischio è che, rifiutando la fatica delle relazioni vere, ci rifugiamo in surrogati che non feriscono, ma neppure salvano. E così, a poco a poco, l’umanità si spegne, perché senza figli, senza amore, senza rischiare l’incontro con l’altro, diventiamo isole. Quando una parrocchia resta senza battesimi, non è solo segno di crisi demografica, ma segno di una crisi spirituale: abbiamo smesso di credere che la vita valga la pena, che Dio ne sia l’autore e il custode.

Forse, dobbiamo tornare a stupirci di fronte alla vita, come fa un bambino quando vede un fiore o una stella. Dobbiamo riscoprire che ogni figlio è una benedizione, non un peso; un mistero, non un calcolo; una donazione, non un ostacolo. Generare un figlio è un atto di fede e battezzarlo è il segno più alto di fiducia in Dio. Chi sceglie la vita, anche in un mondo che la rifiuta, diventa davvero profeta di speranza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Nel sacramento del noi: tutto è condiviso

Ultimamente riflettevo su quanto ciò che faccio singolarmente abbia un effetto anche sul mio sposo. Una carne sola, in fondo, vuol dire anche questo: che tutto ciò che faccio “io” ricade sul “noi”. Proprio come quando, che so, ti sloghi una caviglia o ti rompi un braccio: il problema non riguarda solo la caviglia o il braccio, ma tutta la tua persona, che improvvisamente si trova in sofferenza e deve ricalibrare la sua vita intorno a quell’infortunio.

Non puoi dire: “Caviglia, è un problema tuo” o “Braccio, cavatela da solo!”, ma quell’intoppo ti costringe a fermare tutto il tuo corpo, per intero. Ecco, in egual modo, se crediamo che davvero la Chiesa abbia ragione e il Sacramento del Matrimonio unisca gli sposi in una caro (l’ho imparato anche in latino, è tempo di usarlo!), allora su questo “noi” ricadono le conseguenze, belle e brutte, di ogni nostra (anche singola) azione. Un brividino… che responsabilità grande. E che grande dono, questo invisibile filo che ci unisce anche distanti!

A questa riflessione ne aggancio un’altra: se siamo una caro, quanto anche il modo dell’uno di vivere la sessualità influisce sulla relazione! No, non è una domanda: è una consapevolezza. Banalmente, una scelta come la pillola (che riguarda esclusivamente la donna) è fatta per “ricadere” su entrambi; una scelta come l’astinenza (magari per un impedimento fisico di uno dei due) ricade, anche questa, su entrambi. Essendo una dimensione a misura di sposi, ogni scelta, umore o difficoltà riguarda sempre quell’intimo “noi”. Forse, in questo ambito, si è capaci di accorgersene subito, proprio perché ci tocca nella ciccia!

Quando imprechi contro l’ennesimo sorpassatore a destra in rotonda (che pure un po’ se lo merita…), non pensi che le tue male parole danneggino anche il tuo sposo o la tua sposa. Quando giudichi frettolosamente, quando perdi tempo, quando ti rifiuti di compiere il bene… non vedi quanto queste mancanze danneggino l’“una caro” matrimoniale. Eppure lo fanno!

Il modo con cui viviamo l’amore fisico e, conseguentemente, l’apertura alla vita dice molto di noi e ci riguarda direttamente: va oltre il benessere momentaneo, le certezze, le belle parole, i santi propositi… va “per direttissima” nella carne! Cosa scegliamo dice ciò che pensiamo (e surclassa ciò che professiamo a parole): in definitiva, ci dice di chi siamo. Siamo del mondo o di Cristo?

Ecco perché i metodi naturali sono la via proposta dalla Chiesa: perché coinvolgono gli sposi nella verità dei loro corpi e ritmi naturali; perché parlano di una corresponsabilità dell’Amore (e non delegano, né alla donna né a contraccettivi artificiali); perché innestano l’unione fisica nel quotidiano, non come qualcosa di “sempre accessibile” e che offusca la disponibilità emotiva a favore di sottili logiche di possesso e pretesa (“Dato che possiamo sempre farlo, perché non vuoi?”), ma come parte della nostra relazione, sia nei periodi fertili che in quelli non fertili.

Se fra fidanzati l’impegno di vita non è totale, non può esserlo l’intimità. Se fra sposi l’impegno di vita è totale, occorre lo sia anche l’intimità. Questo è lo sguardo con cui la Chiesa guarda a fidanzati e sposi: non per suo capriccio o fissazione, ma per elevare l’Amore umano, sempre più simile a quello (totale, appunto) di Dio. Perché qui, nella coerenza di ciò che fai e di ciò che dici, sta la pienezza: nella verità ultima delle cose, sempre da ricercare senza stancarsi, sta la vita “in abbondanza” promessa dal Vangelo. Eh già, la vita ce l’hai già, se stai leggendo queste righe… ma a “vita in abbondanza” come stai messo, o messa?

Giada

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Guida ed amabilità

Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa ​(Capp. 21, 1 – 22, 5; 23, 1-2; Funk, 1, 89-93) […] Adoriamo il Signore Gesù Cristo, il cui sangue fu versato per noi, portiamo rispetto a quelli che ci governano, onoriamo gli anziani e istruiamo i giovani nella scienza del timor di Dio, indirizziamo le nostre spose sulla via del bene. Appaiano amabili nella loro vita morale, diano prova della loro disposizione alla dolcezza, manifestino con il tacere di saper moderare la lingua, offrano uguale amore, senza preferenza di persone, a tutti quelli che santamente servono Dio. I nostri figli facciano tesoro degli insegnamenti di Cristo; imparino quale forza abbia davanti a Dio l’umiltà, che cosa possa presso di lui un amore casto, e come il suo timore sia buono e grande. Esso salva tutti quelli che lo praticano santamente nella purezza dell’anima. Dio infatti scruta i pensieri e le intenzioni della mente. Il suo soffio è in noi e ce lo toglierà quando vorrà. Tutto questo è confermato dalla fede che abbiamo in Cristo. […]

Oggi vi riportiamo uno stralcio di questa lettera che era presente ieri nell’Ufficio, la quale ci testimonia come fin dagli albori la Chiesa aveva già bene in mente alcuni cardini della vita cristiana e morale, in particolar modo ci riferiamo alla vita familiare.

Infatti è bello notare come venga messa in risalto l’amabilità delle spose e la loro dolcezza, esse sono due tipici tratti femminili, non perchè ai maschi siano precluse queste virtù, quanto piuttosto perché la femminilità è un terreno naturalmente fertile per esse.

Per gli sposi invece, papa Clemente indica la via difficile di essere guida santa per le proprie spose, il che implica crescere e faticare sulla via della santità personale, infatti ad una guida si richiede l’integrità altrimenti non ricoprirebbe con onore tale ufficio. Insomma , questo papa ha già le idee chiare sui compiti dentro la relazione sponsale e nel consorzio famigliare; certamente i confini di questi compiti non sono definiti in modo categorico e tassativo, ogni coppia poi trova il proprio equilibrio.

Questa lezione di San Clemente però ci sprona a salire di livello nella propria santità personale per aiutare l’altro/a a fare altrettanto, gli sposi effettivamente dovrebbero fare a gara nella santità, non tanto per vedere chi vince la coppa, ma affinché ne giovi la santità del NOI della coppia. Più il Noi della coppia è santo e più siamo testimoni di un altro Amore, gli sposi segno dell’amore di Cristo per la Sua Chiesa e le spose segno di questo amore ricambiato dalla Chiesa verso il Suo diletto Sposo.

Ioltre c’è anche un accenno di poche parole (ma pregno di grande saggezza) all’educazione dei figli: I nostri figli facciano tesoro degli insegnamenti di Cristo; imparino quale forza abbia davanti a Dio l’umiltà, che cosa possa presso di lui un amore casto, e come il suo timore sia buono e grande.

Il discorso di papa Clemente si limita a 4 temi: catechismo, forza dell’umiltà, potenza dell’amore casto e, da ultimo, bontà e grandezza del timor di Dio. Il papa dà per assodato che i suoi lettori abbiano ben chiaro che questi 4 insegnamenti di vita i figli li imparino in famiglia dai propri genitori. Oggigiorno noi non lo diamo per scontato, e ci riferiamo in particolar modo al terzo tema: che cosa possa presso di lui un amore casto.

Non si capisce esattamente cosa intenda il papa per “che cosa possa presso di lui“, possiamo fare delle ipotesi, forse aveva in mente tante coppie di sposi sante che lui conosceva personalmente, o che ha avuto la grazia di incontrare lungo il cammino sacerdotale od episcopale, sicuramente però aveva davanti a sè degli esempi di santità matrimoniale, quindi sposi casti, che hanno ricevuto doni di Grazia immensi dal Signore, non sappiamo quali ma di certo parlava di vita vissuta, di esperienze toccate con mano o viste con i propri occhi.

Cari sposi, ancora una volta, ma questa volta da molto lontano, arriva a noi il monito di una vita casta: di una vita maschile e femminile vissuta nella totalità di un amore puro e fedele fino alla morte, una sessualità maschile e femminile vissuta in pienezza, o meglio, in Pienezza perché piena di Spirito Santo.

San Clemente ci aiuti a vivere così, perché i figli imparino la castità da noi, non dal mondo, coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

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Sotto il melo ti ho svegliata

Nei versetti di questo capitolo il Cantico dei Cantici canta la donna. Nell’amore la donna si risveglia, accoglie, genera e dona vita. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Sotto il melo ti ho svegliata; là dove ti concepì tua madre, là dove ti concepì colei che ti ha partorito. (Ct 8,5)

C’è un’intimità profonda in queste parole del Cantico dei Cantici. Sono parole che toccano il cuore della femminilità, un inno alla donna vista non come oggetto, ma come mistero e presenza viva d’amore. Il melo, nella Bibbia, è l’albero dell’amore. Non a caso, la tradizione artistica ha rappresentato il “frutto proibito” di Adamo ed Eva proprio come una mela: simbolo del desiderio, dell’unione, dell’apertura di sé all’altro.

Ma nel Cantico il frutto non è più “proibito”: è benedetto. È l’amore che salva, quello che fa crescere, che risveglia la vita. Sotto il melo ti ho svegliata significa: nell’amore ti ho fatto scoprire chi sei. Nell’incontro autentico, la donna si risveglia a se stessa. Non perché l’uomo le dia un’identità, ma perché, nel suo sguardo di meraviglia, lei impara a vedersi bella, degna, viva.

Il risveglio dell’essere amati

Ogni relazione autentica nasce quando smettiamo di difenderci. L’amore vero non è il luogo del giudizio, ma della rivelazione: tu sei preziosa ai miei occhi. È questo lo sguardo che trasforma, che risveglia. E nella prospettiva psicologica – anche se non lo diciamo apertamente – è lo sguardo del “Genitore affettivo”: quello che non chiede di meritare, ma accoglie, nutre, valorizza. La donna del Cantico si risveglia non davanti a un giudice, ma davanti a un amante che la guarda con stupore. È quel tipo di amore che libera, che non schiaccia, che ti fa sentire intera. Solo quando una persona si sente davvero accolta, può a sua volta accogliere.

Nel linguaggio del corpo, la donna esprime questa accoglienza in modo unico: non come debolezza, ma come forza che genera. Essere accogliente non significa essere vulnerabile.
Significa essere consapevole di custodire un dono, di essere spazio in cui la vita si apre, in cui l’altro può sentirsi a casa.

Là dove ti concepì tua madre

Questa frase ci riporta al mistero della generazione. Nel momento in cui la donna scopre sé stessa nell’amore, ritrova anche la sua radice più profonda: la capacità di dare la vita. Non solo biologicamente, ma spiritualmente. Ogni donna, quando ama, genera vita attorno a sé.
Il suo grembo, fisico e simbolico, diventa il luogo in cui qualcosa può nascere: un figlio, un sogno, una speranza, una guarigione.

Nella società di oggi, la maternità è spesso presentata come un ostacolo alla realizzazione personale. Eppure, il Cantico dei Cantici la canta come la più alta forma di pienezza: Là dove ti concepì tua madre – come a dire: Là dove la vita ti è stata donata, lì sei tornata a scoprire chi sei.

Nel corpo della donna, Dio ha scritto la grammatica dell’amore: accogliere, custodire, generare. Non c’è nulla di passivo in questo, ma una forza creativa immensa. Il grembo femminile è il primo santuario della vita. Lì, dove tutto sembra buio, si forma una luce. E quella luce porterà il nome di un figlio, di una creatura nuova, di una promessa di futuro.

Là dove ti concepì colei che ti ha partorito

La terza immagine è la nascita. Il mistero dell’amore non si chiude su sé stesso, ma si apre al mondo. Ogni nascita è un atto di speranza: un “sì” alla vita nonostante tutto. È come se Dio, attraverso ogni madre, dicesse di nuovo: «Sia la luce.» E anche qui, il Cantico parla dell’amore come di un’esperienza che fa nascere. Quando una coppia vive la propria intimità nella verità, senza maschere e senza egoismo, qualcosa nasce. Nasce una nuova consapevolezza di sé, dell’altro, di Dio. L’amore coniugale diventa così un luogo teologico: un piccolo tempio dove si manifesta la presenza di Dio.

Per questo l’uomo del Cantico canta la donna. Non la domina, non la riduce a possesso, ma la contempla con stupore: In te, amata mia, c’è il luogo dell’amore e la sorgente della vita. È la stessa contemplazione che ogni uomo è chiamato ad avere verso la donna che ama: riconoscerla come dono, come luogo santo, come rivelazione del volto materno di Dio.

Maria, la più umile e la più alta

In queste parole il pensiero non può che andare a Maria, la donna che si è fatta grembo per dare alla luce il Figlio di Dio. Dante la chiama la più umile e la più alta di tutte le creature. In lei si compie pienamente ciò che il Cantico annuncia: la donna che accoglie, che genera, che dona al mondo la Vita stessa. La Genesi ricorda che “partorirai con dolore”, ma nel Cantico il dolore è trasfigurato: non è più maledizione, ma partecipazione alla creazione di Dio. La maternità non è più un peso, ma un canto. Papa Francesco ha affermato: La donna è l’armonia del creato. È il grande dono di Dio, capace di portare armonia nel mondo. Mi piace pensare che Dio abbia creato la donna perché noi tutti avessimo una madre. È la donna che ci insegna ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella.

La gratitudine di essere donna

Essere donna oggi non significa rinunciare ai propri talenti o alla propria realizzazione. Significa portare, in tutto ciò che si fa, quella sapienza del cuore che è solo femminile. Come scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera alle donne (1995): Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica… per l’indispensabile contributo che dai a una cultura capace di coniugare ragione e sentimento.

Il mondo ha bisogno di donne che sappiano ancora accarezzare, generare, custodire. Di donne che sappiano dire “eccomi” alla vita, come Maria, come la sposa del Cantico, come ogni moglie che, accogliendo il proprio sposo, ridice con il corpo e con il cuore: Sotto il melo mi hai svegliata, e lì ho scoperto di essere viva.

Antonio e Luisa

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Dal dovere al dono: come l’immagine di Dio trasforma l’amore coniugale

Nel Vangelo di oggi, due uomini salgono al tempio per pregare: un fariseo e un pubblicano. Entrambi si rivolgono a Dio, ma lo fanno in modo molto diverso. Il fariseo elenca ciò che ha fatto bene; il pubblicano si limita a dire: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore». Solo quest’ultimo torna a casa “giustificato”, cioè riconciliato, libero. Perché? Perché ha scelto di stare davanti a Dio come figlio, non come dipendente. E da quel modo di stare davanti a Dio nasce anche un modo di stare accanto al coniuge.

Quando davanti a Dio ci sentiamo giudicati, nel matrimonio diventiamo giudici

Il fariseo vive la sua fede come un curriculum. Ha bisogno di sentirsi migliore per sentirsi al sicuro. La sua relazione con Dio è basata sul merito: “Io valgo se faccio bene.” È il figlio che ha interiorizzato l’immagine di un genitore normativo: esigente, perfezionista, poco affettivo.
E così anche nel matrimonio porta dentro quella stessa voce. Diventa un marito (o una moglie) che misura tutto: chi fa di più, chi ha ragione, chi si comporta “bene”. È il tipo di partner che corregge più che incoraggia, che pretende più che ascoltare, che crede di essere giusto ma in realtà vive nella paura di sbagliare.

Quando un coniuge vive davanti a un Dio “giudice”, poi diventa giudice anche in casa.
Lo si riconosce da frasi come:
– «Io non sbaglio mai, il problema sei tu.»
– «Io faccio tutto, tu non fai abbastanza.»
– «Se solo tu fossi diverso…»

Il fariseo interiore ci porta a confondere la responsabilità con la colpa, la verità con la durezza, la fedeltà con il controllo. Non lo facciamo con cattiveria: è semplicemente il modo in cui abbiamo imparato a essere amati. Ma è un modo che ci toglie la pace. Perché finché ci sentiamo amati solo se siamo perfetti, non riusciremo mai ad accogliere la fragilità dell’altro.

Quando davanti a Dio ci sentiamo amati, nel matrimonio impariamo ad amare

Il pubblicano, invece, si presenta davanti a Dio come figlio. Non ha paura di mostrarsi fragile, non deve fingere. Non si giustifica, non si paragona: si affida. Il suo modo di pregare rivela una relazione diversa: lui ha scoperto un Dio affettivo, non normativo. Un Dio che non ti ama perché sei giusto, ma che ti rende giusto perché ti ama. Questa esperienza di misericordia cambia tutto — anche nel matrimonio. Chi si sente amato così, diventa capace di amare così. Chi ha sentito su di sé la tenerezza del Padre, non riesce più a vivere nella durezza. Sa chiedere scusa, sa perdonare, sa dire: “ho bisogno di te.”

Nel linguaggio dell’Analisi Transazionale, il pubblicano è colui che si lascia guidare dal suo Adulto e dal suo Bambino Libero: riconosce la realtà, accetta i limiti e si apre al contatto autentico. Nel matrimonio, questo significa saper dire:
– «Non devo avere sempre ragione.»
– «Posso mostrarmi fragile, e non sarò rifiutato.»
– «Anche se sbaglio, resto amato.»

È la scoperta che la relazione non si fonda sulla perfezione, ma sulla misericordia. E la misericordia nasce solo dove si è sperimentata prima la misericordia di Dio.

Due modi di pregare, due modi di stare insieme

Il fariseo prega per sentirsi superiore. Il pubblicano prega per sentirsi figlio. E così anche nel matrimonio ci sono due modi di “pregare a due”. C’è la preghiera del fariseo: quella che fa di Dio un giudice e dell’altro un colpevole. Una preghiera fatta di lamentele mascherate da buone intenzioni: “Signore, aprile gli occhi, fa’ che capisca i suoi errori.”

E poi c’è la preghiera del pubblicano: quella che nasce dal cuore spezzato, ma vero. Quella che dice: “Signore, abbi pietà di noi, perché non sappiamo amarci come vorremmo.” È lì che lo Spirito Santo comincia a guarire la coppia. Non quando uno dei due ha ragione, ma quando entrambi si rimettono nelle mani del Padre. Perché il matrimonio è un tempio, non un tribunale. È il luogo dove due poveri peccatori si tengono per mano davanti a Dio, e insieme imparano a credere che la misericordia è più forte del peccato.

Dal controllo alla comunione

Chi vive come il fariseo non riesce a lasciarsi amare. Chi vive come il pubblicano, invece, scopre che l’amore non è un premio, ma un dono. Il passaggio da uno stato all’altro non avviene in un giorno, ma è il cammino di tutta una vita matrimoniale. Si comincia accettando di non essere perfetti, ma perfettibili. Accettando che l’altro non è un nemico da correggere, ma un compagno di pellegrinaggio. E soprattutto, ricordando che Dio non è un revisore dei conti, ma un Padre che fa festa per ogni ritorno.

Quando nel matrimonio impariamo a stare davanti a Dio come il pubblicano, cambia anche il modo di affrontare i conflitti. Non c’è più il bisogno di “vincere”, ma di riconciliarsi.
Non c’è più la paura del giudizio, ma la fiducia nella misericordia reciproca. Si diventa capaci di pregare insieme anche nei momenti di crisi, di chiedere perdono con sincerità, di lasciarsi toccare dal dolore dell’altro senza sentirsi in colpa o in difetto. È allora che la coppia diventa sacramento vivo: luogo dove si riflette il volto di un Dio che non giudica, ma salva.

amare come figli, non come giudici

Il fariseo e il pubblicano non rappresentano solo due modi di pregare, ma due modi di amare. Il primo ama con la testa, l’altro con il cuore. Il primo cerca di cambiare l’altro, il secondo si lascia cambiare da Dio. Il primo è sempre in difesa, il secondo sempre in cammino. Nel matrimonio, la vera conversione non è dal peccato alla perfezione, ma dal controllo alla comunione. È passare da un amore che misura a un amore che accoglie, da una fede che giudica a una fede che perdona. E forse questo è il segreto di ogni coppia che resiste: non l’essere perfetta, ma l’essere sempre disposta a ricominciare, come il pubblicano in fondo al tempio, che dice ogni giorno: «Signore, abbi pietà di noi, perché solo nella Tua misericordia possiamo restare uniti.»

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Farisei e pubblicani: un po’ per uno

Cari sposi, la domenica odierna prosegue idealmente il tema di quella scorsa: la preghiera. Infatti, la prima lettura riprende la figura del giudice e della vedova, come anche il salmo evidenzia che è il povero ad essere sempre ascoltato. Infine, Paolo, nell’Epistola, ci dà testimonianza viva di una preghiera fiduciosa, perfino nell’imminenza della propria condanna a morte. Il Vangelo è la corona di questo itinerario spirituale, perché non vediamo solo persone che si rivolgono a Dio in preghiera ma entriamo, grazie a Gesù, nel cuore stesso di Dio e possiamo “comprendere” come Egli valuti e giudichi le nostre preghiere.

Vediamo, quindi, due preghiere che vengono accolte dal Signore in modo diverso anche se a prima vista non paiono così sbagliate; il fariseo comunque sta provando a comportarsi bene, pur essendo un tantino superbo, mentre il pubblicano ha autentici delitti sulla coscienza benché ne sia pentito. Tutti e due hanno i loro pro e conto, però uno è accolto e l’altro no. Verrebbe magari da protestare: se per essere ascoltati da Dio dobbiamo essere integerrimi, allora Dio non è poi così misericordioso e buono!

Andiamo quindi più in profondità. Per prima cosa sorprende che sia proprio il fariseo a compiere le grandi virtù del pio israelita: preghiera, elemosina, digiuno. Se ci fate caso, sono le medesime tre vie che Gesù segnala (cfr. Mt 6, 1-16) per vivere una vita santa e quelle che leggiamo sempre il Mercoledì delle Ceneri. Come mai allora il fariseo è respinto mentre dice queste cose?

Notiamo che Luca esordisce dicendoci che tale parabola riguarda non tutti, ma alcuni, in greco “tinas”. Di chi sta parlando esattamente? Sono le persone autocentrate, sicure di sé, che sono convinte di essere accette a Dio per i loro meriti. Per cui, di riflesso, si trasformano in giudicanti e considerano agli altri di rango inferiore. Il grande errore del fariseo è di aver dimenticato i propri limiti, la povertà essenziale e si centra su sé stesso. Ecco il punto: la povertà, questa condizione esistenziale che ci spaventa tanto ma che ci è congenita. Un sinonimo di povertà molto positivo è “dipendenza da Dio”. Laddove vedo i miei limiti, immediatamente questo mi deve portare a tendere le mani in Alto. La povertà è sinonimo di umiltà, di verità. Che confortante pensare questa povertà evangelica, in fondo, genera in noi non frustrazione ma libertà interiore in cui possiamo ritrovare noi stessi e Dio. Ecco perché il povero viene subito ascoltato! Dio opta sempre per chi è in una qualche forma di povertà e preferisce il cuore umile e semplice. Quale gioia e pace nascono in noi dall’aver accolto serenamente i nostri limiti perché appunto consapevoli dello sguardo di Dio!

Allora, la preghiera genuina deve partire sempre dall’ammissione del nostro limite e così può toccare il Cuore del Signore. Ce lo conferma il Catechismo quando afferma: “l’umiltà è il fondamento della preghiera. […] L’umile preghiera è gradita a Dio, che risponde al grido del povero. L’umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: l’uomo è un mendicante di Dio” (CCC 2559–2560).

A questo punto è bene ribadire che questi due personaggi in realtà li portiamo dentro tutti simultaneamente. Gesù sa bene che, se è vero che alcuni sono orgogliosi, tanti altri cadono nel peccato del pubblicano. Allora Papa Francesco ci ricorda: “Fratelli, sorelle, il fariseo e il pubblicano ci riguardano da vicino. Pensando a loro, guardiamo a noi stessi: verifichiamo se in noi, come nel fariseo, c’è «l’intima presunzione di essere giusti» (v. 9) che ci porta a disprezzare gli altri. Succede, ad esempio, quando ricerchiamo i complimenti e facciamo sempre l’elenco dei nostri meriti e delle nostre buone opere, quando ci preoccupiamo dell’apparire anziché dell’essere, quando ci lasciamo intrappolare dal narcisismoedall’esibizionismo” (Angelus, 23 ottobre 2022).

Possiamo, inoltre, dire che il fariseo e il pubblicano rappresentano le radici principali dei nostri peccati: l’orgoglio e la superbia di chi si crede di più degli altri e poi l’attaccamento alle cose materiali, in questo caso i soldi ma mettiamoci pure il sesso, il potere, il cibo, l’immagine esteriore di sé, ecc.

Seguendo questa visione, sarebbe illusorio proiettare sulla coppia tout court un ipotetico dualismo ma piuttosto è sano riconoscere sinceramente che ognuno incarna un po’ dell’uno e dell’altro personaggio. Saper fare pace in ciò è già un gran passo avanti verso la maturazione e crescita di coppia. In secondo luogo, con la supplica sincera a Dio e non pensando di farcela con i soli buoni propositi del mattino.

Voi sposi non siete mai soli, anche se a volte rema solo uno dei due. È rincuorante leggere queste righe scritte per voi coniugi dai vescovi italiani: “Chiamati ad una continua conversione di fronte all’esperienza del peccato, (gli sposi) vengano resi capaci di partecipare alla vittoria di Cristo superando la tentazione dell’egoismo; e di dedicare la loro esistenza al servizio del Regno di Dio. Ricevono, inoltre, la grazia di una elevazione del loro amore, che li abilita e li impegna ad una crescente attuazione di quei valori umani di donazione, di fedeltà e di generosa fecondità, che nel Vangelo trovano pienezza di verità e di motivazione” (Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 45).

Cari sposi, anche questa domenica lo Sposo non smette di motivarvi alla preghiera e supplica incessante a Lui, affinché Gli permettiate di portare a pienezza il vostro amore.

ANTONIO E LUISA

A volte ho pregato come il fariseo: elencando a Dio tutto ciò che facevo per Luisa, quasi per convincermi di essere nel giusto. Ma così diventavo più duro, più giudicante. Ogni sua fragilità mi sembrava un torto. Poi ho imparato a pregare come il pubblicano: “Signore, abbi pietà di me”. In quel momento ho smesso di difendermi e ho iniziato a lasciarmi amare. E qualcosa è cambiato: quando riconosci la tua miseria, non condanni più quella dell’altro. Ho scoperto che solo chi si sa perdonato riesce davvero a perdonare, e che l’amore cresce solo nella misericordia ricevuta.

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Ha vissuto cinquantadue giorni

Ha vissuto cinquantadue giorni ed ha compiuto la sua missione in Terra. Poi è tornata dal Creatore. Il dolore di averla dovuta salutare così presto è stato straziante per i suoi genitori ma, nonostante questa croce pesante, hanno ribadito che, tornando indietro, avrebbero rifatto tutto. E sottolineano che avrebbero voluto concepirla così com’era. Bella e prodigiosa.

Avrebbero nuovamente e ostinatamente portato avanti la gravidanza nonostante il parere sfavorevole dei medici che ne hanno diagnosticato l’incompatibilità con la vita. Avrebbero voluto abbracciarla, baciarla, amarla, come è avvenuto in quegli unici e irripetibili cinquantadue giorni insieme.

Elisabetta Maria è entrata nella vita ed è già nell’eternità. Lei era stata pensata così: delicata. E come tutti i “piccoli” di Dio, in grado di scuotere i cuori, di rovesciare i paradigmi della scienza, di voltare le spalle alla cultura dello scarto. Si è lasciata cullare, coccolare, contemplare, abbandonata alle premure dei genitori, dei parenti, degli amici e dei medici che l’hanno accompagnata, dalla nascita al mondo alla nascita in Cielo.

Il dolore è un mistero. Non si spiega. Ma le parole della sua mamma e del suo papà, dopo un anno dalla perdita di questo fagottino, sono testimonianza. Soprattutto sono un megafono per la vita. Nonostante la nostalgia per quella meravigliosa creatura e ciò che ne è scaturito, non avrebbero voluto agire diversamente. Oggi possono dire di aver conosciuto quella creatura. E di averla amata. Non tradendo la loro missione familiare e genitoriale. Non ostacolando l’amore percepito in quei giorni avvolti dal mistero.

Elisabetta Maria è stata nella storia dell’umanità per quanto è stato pensato per lei: il tempo di allargare cuori, convertire chi ha partecipato alla sua nascita, interrogarsi. Elisabetta Maria è stata una pietra scartata dai costruttori del mondo, divenuta testata d’angolo nei Cieli.

Ci sono vite che, pur brevi, brillano come stelle nella notte. L’esistenza di Elisabetta Maria è una di queste: una luce che non ha avuto bisogno di tempo per rivelare il suo senso. Ha vissuto poco, ma ha amato tanto, e soprattutto ha permesso a chi l’ha accolta di imparare la lezione più alta: che ogni vita è dono, anche quando dura un soffio.

I suoi genitori, nel loro sì coraggioso, hanno scritto una pagina di Vangelo vissuto. Non si sono lasciati piegare dalla paura, né dalle statistiche mediche. Hanno creduto che l’amore fosse più forte della previsione, più grande del dolore. E così, accogliendo la loro bambina fragile, hanno accolto Dio stesso che bussava alla porta del loro cuore in una forma disarmante: quella di una vita fragile, segnata, eppure piena di grazia.

Elisabetta Maria ha predicato senza parole. Con il suo respiro leggero ha ricordato al mondo che non è la durata a dare valore a una vita, ma la sua intensità di amore. Ha testimoniato che ogni nascita, anche la più breve, è parte di un disegno più grande, che solo in Cielo comprenderemo fino in fondo.

Chi l’ha incontrata porta dentro di sé un segno. I suoi genitori raccontano che, dopo quei cinquantadue giorni, nulla è più come prima. È come se la loro fede avesse messo radici più profonde. Hanno scoperto che la speranza non nasce dall’illusione che tutto vada bene, ma dalla certezza che Dio trasforma ogni lacrima in promessa di eternità.

Elisabetta Maria vive ora nel ricordo e nella preghiera di chi l’ha amata. È una presenza silenziosa, ma reale, come un angelo che veglia e accompagna. E la sua storia diventa invito a non temere la fragilità, a non fuggire la croce, a non lasciarsi ingannare da chi considera la vita un bene negoziabile. Ogni vita è sacra, anche la più breve. Ogni battito ha valore. Ogni respiro è canto di lode.

Elisabetta Maria continua la sua missione dal Cielo: ricordare a ciascuno che il dolore, se vissuto nell’amore, genera vita; e che anche la più piccola esistenza può diventare un capolavoro di eternità.

Livia Carandente

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Il mio miglior collega. Diario di un fidanzamento cristiano

IL MIO MIGLIOR COLLEGA. IL LAVORO E LO STUDIO A SERVIZIO DEL PROGETTO VERSO IL MATRIMONIO

Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia.(Lettera apostolica Patris Corde, Papa Francesco)

Cari amici di Diario di un fidanzamento cristiano, non vi nego che questa volta trovare il tempo per mettersi a scrivere è stato difficile, perché il più delle volte mi sentivo stanca tornando da lavoro; dopo tanti anni di studi universitari comprensivi di un’ulteriore abilitazione sono stata finalmente chiamata per una supplenza nella scuola secondaria di primo grado e questa notizia l’ho accolta come un regalo della Provvidenza per me e per Alessandro.

Con lui fin dall’inizio del fidanzamento abbiamo valutato insieme i nostri percorsi di studio verso il raggiungimento dei primi lavori, consapevoli che in un tempo in cui alle giovani generazioni si allunga sempre più il periodo degli studi e la quantità dei titoli richiesti per ricoprire determinati lavori, in linea con le proprie aspirazioni, dobbiamo cercare un modo creativo per progettare insieme gli step da seguire.

Nel nostro caso specifico abbiamo sempre dato valore agli studi universitari, consapevoli che attraverso di essi avremmo potuto trovare in futuro dei buoni lavori per mantenere la nostra futura famiglia. Sapevamo allo stesso tempo che avremmo dovuto dare il meglio e con buona volontà e affidamento a Dio ci siamo riusciti. Io li ho conclusi, mentre Alessandro frequenta l’ultimo anno di studi musicali al conservatorio, oltre all’insegnamento in una scuola privata di musica. E’ stato lui, un po’ come san Giuseppe, ad ottenere il primo lavoro trai due e a porre così le basi lavorative. Nella lettera Patris Corde di Papa Francesco leggiamo a proposito di San Giuseppe: Il coraggio creativo emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Infatti, davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere.

Alcuni mesi fa abbiamo avuto l’opportunità di lavorare insieme per un Istituto di formazione, che si occupava di erogare nelle scuole alcuni corsi sulle competenze digitali previste dal PNRR; è stata un’esperienza davvero bella essere colleghi almeno per un periodo, perché attraverso un buon gioco di squadra quell’occasione lavorativa è diventata più leggera per entrambi.

Posso dire di aver avuto il collega migliore del mondo anche dal punto di vista professionale. Infine da questa riflessione sul lavoro e lo studio nel tempo del fidanzamento ne deriva una conseguente sul “tempo”. Quanto dovrebbe durare un fidanzamento cristiano? La risposta varia da coppia a coppia e dipende molto anche dalla differenza di età che c’è tra i due. Nel nostro caso, avendo la stessa età, il tempo è stato piuttosto lungo per arrivare a porre le basi economiche dei rispettivi lavori, eppure ogni giorno ci ha fatti crescere personalmente e come coppia.

Per me Alessandro non è solo fidanzato, ma anche “fratello” e  carissimo “amico”: adesso possiamo dire di amare l’altro e di conoscerlo come noi stessi.  Ecco che finalmente dopo più di sei anni di fidanzamento abbiamo posto le basi fondanti della nostra futura famiglia (di coppia, spirituali, economiche) e abbiamo fissato la data del matrimonio che sarà la prossima estate 2026.

Se qualcuno si domandasse se Alessandro mi ha fatto la classica proposta da film la risposta è no, perché fin da subito abbiamo desiderato camminare insieme verso il matrimonio. Il fidanzamento cristiano è esso stesso un cammino condiviso verso il Matrimonio! In questi ultimi mesi di attesa vi chiediamo di ricordarci nella preghiera e speriamo che Diario di un fidanzamento cristiano sia una piccola luce di speranza per tanti altri giovani che desiderano la piena realizzazione della loro vocazione. Grazie Signore Gesù, resta con noi.

Eleonora e Alessandro eleonoraealessandro4@gmail.com

BOLLETTINO DELLA COMMUNITY “ISACCO E REBECCA”

La Community WhatsApp dal titolo “Progetto Isacco e Rebecca” raccoglie i desideri profondi di tante persone cristiane in Italia, con il sogno di incontrare altri credenti che condividano i medesimi principi e valori in tema di relazioni e soprattutto la fede. Lascio il link.

CRITERI PER ENTRARE NELLA COMMUNITY

La community viene amministrata da noi (Eleonora e Alessandro) e da Antonio de Rosa. Nella community cerchiamo di favorire un clima di amicizia prima di tutto tra credenti, e in secondo luogo  di favorire la conoscenza tra persone libere che desiderano conoscersi e vivere un fidanzamento cristiano. Ci sono anche alcune persone che si sono rese disponibile come REFERENTI sia per il gruppo Senior sia per il gruppo giovani per aiutarci a gestire il tutto.

Chiediamo SOLO alle persone non separate di entrare nel gruppo Whats app:  non è possibile entrare se si ha  un sacramento in atto. Possono entrare coloro che hanno avuto la nullità matrimoniale alla Sacra Rota.

ETA’:

Nella community c’è una sezione generale in cui ci sono tutti gli iscritti e due sottogruppi:

  • Senior (dai 45 anni in su);
  • Giovani (gruppo 20-35 anni e gruppo 35-45 anni);. Tanti aderiscono a movimenti di preghiera specifici e sono particolarmente inseriti nella vita delle loro parrocchie.

SOTTOGRUPPI REGIONALI:

Abbiamo creato anche sottogruppi regionali per dare modo agli iscritti di conoscere anche persone della stessa regione e organizzare autonomamente videochiamate.

ATTIVITA’:

Periodicamente vengono organizzate videochiamate dai referenti per gruppo Senior e gruppo Giovani. Oltre a questo verrà proposto un giorno di ritrovo in presenza (probabilmente a Firenze) nel periodo delle vacanze natalizie.

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Avete mai sentito parlare di Ali e Nino?

Ci sono due innamorati che possono dirci tanto, spingendoci a profonde riflessioni. Non sono i protagonisti di un fantomatico gossip nostrano né attori di un film ma amanti d’acciaio. Non in senso metaforico ma letterale! Sospesa tra arte, letteratura e sentimento, la scultura “Ali e Nino”, realizzata dall’artista georgiana Tamara  Kvesitadze (in collaborazione con Paata Sanaia), è diventata uno dei simboli contemporanei più suggestivi di Batumi, vivace città situata sulla costa georgiana del Mar Nero.

L’opera è situata sul suggestivo Batumi Boulevard, a pochi passi dall’Alphabet Tower e dalla grande ruota panoramica. Con i suoi otto metri di altezza e circa sette tonnellate di acciaio, domina la passeggiata sul mare regalandosi ai visitatori in tutta la sua imponenza. Ideata nel 2007, e presentata inizialmente alla Biennale di Venezia con il nome originale Man and Woman (Uomo e Donna), la scultura fu ribattezzata “Ali e Nino” quando fu installata a Batumi nel 2010. L’ispirazione proviene dal celebre romanzo del 1937 di Kurban Said, che racconta l’amore impossibile tra Ali, un giovane musulmano azero, e Nino, una principessa cristiana georgiana, sullo sfondo turbolento del Caucaso e della Prima Guerra Mondiale.

Ogni giorno, alle 19:00 ora locale, le figure si animano con un movimento cinetico: per dieci minuti si avvicinano, si fondono in un unico abbraccio, si “attraversano” e poi si separano, voltandosi le spalle, in un ciclo poetico e struggente di unione e distacco. Tamara Kvesitadze spiega che la semplicità dell’idea è potente: l’atto dell’essere insieme è possibile solo per poco tempo; un breve momento che può valere una vita intera.

La scultura, così, diventa un’allegoria sull’amore oltre i confini culturali e religiosi, un richiamo alla tolleranza e alla convivenza tra differenze. Ali e Nino simboleggiano il compromesso, il sacrificio e la bellezza di un legame che, seppur breve, resta eterno nell’emozione che suscita. Chi si ferma ad ammirarla non può fare a meno di essere catturato dal suo lento movimento: molti tornano più volte a vederla, incantati.

Di notte, grazie a giochi di luci, l’opera diventa ancora più evocativa, trasformando l’area in uno scenario sospeso tra sogno e realtà. La statua è un perfetto incontro fra la potenza narrativa del romanzo e la modernità dell’arte cinetica. Nata come opera da mostra, ha trovato casa definitiva su un lungomare che ne ha fatto il suo simbolo, diventando icona dell’identità culturale regionale e una delle attrazioni più fotografate della città.

Alle coppie, e in particolare a quelle cristiane, che cosa può insegnare tutto questo? L’“una caro” – l’unica carne, di cui si parla fin dalla Genesi – non è solo un movimento fisico di avvicinamento e fusione dei corpi ma molto di più. È diventare, essere e vivere come anima sola.Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne” (Gn 2,24). Questa espressione, ripresa nei Vangeli (Mt 19,5 e Mc 10,8) e poi dagli apostoli, è al centro della teologia cattolica del matrimonio. Non si tratta di una semplice unione sentimentale o legale ma di un mistero sacro, di un progetto divino che coinvolge anima, corpo e spirito. “I due saranno una carne sola” è molto più che un simbolo: è una vocazione all’amore pieno, totale, fedele e fecondo.

L’uomo, creato a immagine di Dio, è incompleto da solo. La donna è creata non come subordinata, ma come complemento perfetto, “un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,18). Quando Adamo vede Eva esclama: “Questa sì che è osso delle mie ossa, carne della mia carne” (Gn 2,23). Ecco allora che “una carne sola” indica non solo unità fisica quanto soprattutto unità esistenziale: un legame profondo che fonde due persone in un’unica realtà nuova, pur mantenendo la propria individualità. Gesù restituisce al matrimonio la sua dignità originale del non essere un mero contratto ma un’eterna alleanza, immagine dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

Quella di Ali e Nino, allora, non è soltanto una statua: è una danza magnetica che racconta tante sfaccettature dell’amore. È arte che vive nel tempo, un messaggio universale svolto ogni sera davanti al mare, una riflessione sul valore dell’amore, costruito da tanti istanti. Che solo per Cristo, con Cristo e in Cristo trova il suo pieno compimento. Nel tempo di questa vita ma soprattutto nell’eternità senza fine.

Fabrizia Perrachon

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Da genitore critico a genitore affettivo

A volte, osservare con attenzione come ci comportiamo nelle relazioni più intime – in particolare con il coniuge e con i figli – può rivelarsi molto utile. Questi comportamenti quotidiani possono diventare uno specchio attraverso cui riconoscere alcune nostre ferite emotive, sofferenze passate e difficoltà interiori irrisolte. In altre parole, il modo in cui reagiamo ai nostri cari spesso riflette antiche dinamiche interiori.

Spesso finiamo per comportarci con gli altri esattamente nel modo che meno vorremmo fosse usato con noi stessi. Questo paradosso può suonare strano, ma è comune: senza accorgercene, tendiamo a riprodurre verso chi amiamo gli schemi di comportamento che abbiamo subito in passato. Prenderne coscienza richiede introspezione, ma è il primo passo verso un cambiamento positivo.

Quando ripetiamo ciò che ci ha ferito

Per chiarire questo punto, immaginiamo una situazione tipica: un genitore che da bambino ha ricevuto molte critiche e poche lodi potrebbe, da adulto, ritrovarsi a sua volta ipercritico verso i propri figli. È come se dentro di lui vivesse ancora la voce severa di suo padre o madre. Psicologicamente, secondo l’Analisi Transazionale, quella voce interiore corrisponde al “Genitore Critico”, ovvero la parte di noi che giudica, corregge e impone regole in modo rigido. Senza rendercene conto, possiamo attivare questo stato dell’Io e rivolgerlo a chi ci sta accanto, persino se odiavamo quel tipo di trattamento su di noi.

Ciò accade perché da piccoli interiorizziamo modelli di comportamento: ogni bambino ha bisogno di essere accettato e amato, e farà di tutto per ricevere carezze positive (attenzioni, complimenti, approvazione). Se cresce con un genitore critico e poco affettuoso, il bambino può adattarsi cercando costantemente di compiacere l’adulto, sperando di ottenere riconoscimento. In Analisi Transazionale questo viene chiamato “Bambino Adattato”: il bambino interiore che ha sacrificato un po’ della sua spontaneità pur di piacere e non essere rimproverato. Il lato positivo di questo adattamento è che diventa obbediente e rispettoso; quello negativo è che rischia di diventare insicuro, sottomesso e dipendente dal giudizio altrui.

Allo stesso tempo, dentro quel bambino cova anche una frustrazione. Se nessuno lo valorizza, una parte di lui grida protesta: è il “Bambino Ribelle”, che rifiuta di sottomettersi e si arrabbia di fronte alle critiche percepite come ingiuste. Da adulto, anche se esteriormente cerchiamo di compiacere gli altri, quella parte ribelle può emergere improvvisamente quando qualcuno ci tratta in modo critico. Quante volte è capitato di reagire in modo eccessivo o irritato a una piccola critica del partner o di un collega? Potrebbe essere il nostro bambino interiore ferito che, sentendosi di nuovo giudicato come un tempo, esce fuori pronto a combattere.

Un esempio personale: dal bambino ferito al genitore critico

Anch’io ho vissuto questo processo sulla mia pelle. Sono cresciuto con un padre presente ma emotivamente molto critico: non era un genitore affettuoso, né prodigo di lodi o incoraggiamenti. Più che sottolineare aspetti positivi, era focalizzato sulle regole, sugli errori da correggere e su ciò che “non andava bene”. Da bambino, per sopravvivere emotivamente a questo ambiente, ho imparato ad adattarmi. Ero il bravo bambino: ubbidiente, sempre alla ricerca di approvazione, attento a non deludere. Facevo di tutto per compiacerlo, sperando in quelle parole dolci o gesti di affetto che purtroppo arrivavano raramente.

Crescere così mi ha reso molto insicuro. Dentro di me sentivo di non essere mai abbastanza, perché ogni traguardo poteva sempre essere criticato. Inoltre, da adulto mi scoprivo particolarmente sensibile verso chiunque si comportasse in modo simile a mio padre. Ad esempio, avere a che fare con capi, colleghi o amici critici e freddi mi provocava reazioni esagerate: lì non emergeva più il “bambino adattato” accomodante, bensì il “bambino ribelle” pieno di rabbia. Bastava una frase giudicante per sentirmi di nuovo quel bambino ferito di un tempo, e reagivo con stizza o chiusura, cercando lo scontro o allontanandomi deluso. Era più forte di me, come un pulsante interiore che scattava automaticamente.

Rendersi conto dello schema interiore

La svolta è arrivata quando, durante il mio percorso di studi in counseling e crescita personale, ho iniziato a riconoscere questo schema interiore. Ho compreso che stavo portando avanti un copione: quello del figlio ferito che senza volerlo era diventato un genitore critico a sua volta. Infatti, osservandomi con onestà, mi sono accorto che nel rapporto con i miei figli spesso indossavo proprio la maschera di mio padre. Ero molto esigente con loro, rapido nel correggerli e sgridarli, ma lento nel abbracciarli, elogiarli o dimostrare affetto. Intervenivo quasi solo quando c’era qualcosa che non andava, raramente per dire “bravo” o “ti voglio bene”. In pratica, ero diventato quel genitore anaffettivo e critico che avevo tanto sofferto da piccolo.

Realizzare questo mi ha colpito profondamente. In un primo momento, ho provato dolore e senso di colpa: mi rendevo conto che, pur amando immensamente i miei figli, li stavo ferendo con lo stesso stile educativo che aveva fatto male a me. Ma anziché crogiolarmi nella colpa, ho scelto di vedere questa consapevolezza come un dono e un punto di svolta. Finalmente identificavo chiaramente il ciclo che si stava ripetendo attraverso le generazioni. Ed esserne consapevole mi dava la possibilità di spezzare quel ciclo.

Durante la formazione in Analisi Transazionale, ho imparato a dare un nome a queste parti di me. Era come se dentro di me dialogassero due “genitori interiori”: uno era il Genitore Critico Negativo, ereditato da mio padre, che sussurrava giudizi severi all’orecchio. L’altro, che finora avevo usato poco, poteva essere il Genitore Affettivo Positivo, capace di dare cure, protezione e amore. Allo stesso modo convivevano due “bambini interiori”: il Bambino Adattato, timoroso di deludere, e il Bambino Ribelle, arrabbiato e ferito. Riconoscere queste parti mi ha permesso di prendere le redini con la mia parte Adulta, quella più consapevole e presente nel qui e ora. In termini semplici, ho capito che potevo scegliere di non lasciare il pilota automatico inserito sui modelli appresi nell’infanzia.

Trasformare il genitore critico in genitore affettivo

Una volta acquisita questa consapevolezza, è iniziato un lavoro quotidiano (ancora in corso) per trasformare il mio modo di relazionarmi con i figli – e in generale con gli altri. Ho deliberatamente iniziato a coltivare il mio Genitore Affettivo: quella parte di me capace di incoraggiare, sostenere e mostrare affetto. All’inizio non è stato facile, perché significava andare contro abitudini emotive radicate. Tuttavia, con pazienza e tanta empatia, ho iniziato a fare cose nuove: ascoltare di più senza giudizio, esprimere apprezzamento per i loro sforzi, dire esplicitamente “ti voglio bene” e “sono fiero di te”, e abbracciarli spesso, senza un motivo speciale. Mi sono accorto che questi gesti, semplici ma costanti, stavano cambiando non solo il clima familiare, ma anche qualcosa dentro di me.

Ogni volta che sceglievo la gentilezza al posto della critica, sentivo come se guarissi una piccola parte del mio bambino interiore. Era come dare a me stesso quelle carezze positive che avevo sempre cercato. Vedere nei loro occhi la felicità e la sicurezza quando li incoraggiavo, mi restituiva un senso di pace: stavo offrendo ai miei figli l’affetto che a me era mancato, e così facendo lenivo anche le mie antiche ferite. Invece di perpetuare il ciclo del dolore, avevo avviato un ciclo di guarigione.

Naturalmente ci sono ancora momenti in cui il “genitore critico” dentro di me tenta di riprendere il sopravvento – magari in situazioni di stress o stanchezza. Ma ora lo riconosco quasi subito: mi accorgo quando quella voce severa sale alla gola, pronta a rimproverare. Allora faccio un respiro profondo, mi ricordo di quel bambino insicuro che ero, e scelgo consapevolmente di cambiare tono. Magari trasformo la critica in una richiesta gentile, o mi sforzo di vedere il lato positivo e dirlo ad alta voce. Ogni volta che riesco in questo, sento di crescere come padre e come essere umano.

Un percorso anche spirituale di guarigione interiore

Questo processo di trasformazione non è solo psicologico: ha anche una dimensione spirituale profonda. Imparare ad amare in modo più incondizionato i miei figli e me stesso è, in fondo, un cammino spirituale. Significa praticare la compassione, il perdono e la presenza nel momento presente. Ho dovuto in parte perdonare mio padre per la sua severità – comprendendo che probabilmente anche lui era figlio di un’educazione rigida e non conosceva altro modo per educare. Ho dovuto perdonare anche me stesso per gli errori commessi come genitore. Questo atto di perdono e comprensione ha alleggerito il mio cuore, permettendomi di andare oltre il ruolo di “vittima” delle mie circostanze infantili.

Inoltre, vedere le relazioni familiari come specchio per l’anima mi ha insegnato che ogni conflitto o difficoltà relazionale è in realtà un’opportunità. Un’opportunità per guarire qualcosa dentro di noi e per evolverci. Dal punto di vista spirituale, credo che ognuno di noi abbia “lezioni” da imparare dalle proprie relazioni: imparare l’amore, la pazienza, l’empatia, l’autoaffermazione equilibrata. Quando ci rendiamo conto che reagiamo in modo eccessivo a una critica, possiamo domandarci: quale ferita dentro di me sta sanguinando? cosa mi sta insegnando questa situazione? Queste domande sono tipiche di un approccio sia psicologico che spirituale alla crescita personale.

Conclusione: dalle ferite alla crescita

Osservare il modo in cui ci comportiamo con le persone a noi care richiede coraggio, perché significa guardarsi allo specchio con sincerità. Possiamo scoprire aspetti di noi poco lusinghieri – magari che siamo diventati controllanti, o troppo accondiscendenti, o che abbiamo paura del confronto. Ma proprio in quella scoperta risiede il seme del cambiamento. La consapevolezza è la chiave: una volta che vediamo il nostro schema (per esempio, “mi arrabbio perché mi sento giudicato come quando ero piccolo”), possiamo iniziare a scegliere consapevolmente risposte diverse.

Questo percorso di comprensione delle proprie dinamiche interne e di trasformazione dei propri comportamenti è al centro del mio cammino di formazione come counselor. Attraverso lo studio dell’Analisi Transazionale e la pratica quotidiana della auto-osservazione, sto imparando a integrare psicologia e spiritualità nella vita di tutti i giorni. Ogni giorno è un allenamento alla presenza mentale (lo stato dell’Io Adulto consapevole) e al cuore aperto (il Genitore Affettivo che dona amore). I benefici si riflettono nelle mie relazioni: i conflitti si riducono, la fiducia reciproca aumenta e in casa si respira più serenità.

Infine, il messaggio che desidero condividere è questo: non siamo condannati a ripetere ciò che abbiamo subito. Possiamo rompere i vecchi schemi che ci causano sofferenza. Le nostre ferite dell’infanzia, per quanto dolorose, non devono determinare per sempre il nostro modo di amare o educare. Al contrario, una volta riconosciute, possono diventare la porta d’accesso a una profonda guarigione. Le relazioni intime – con i partner, i figli, gli amici – ci forniscono il campo di prova perfetto per crescere. Osservandoci con onestà e tenerezza, possiamo trasformare il piombo delle nostre ferite nel oro della consapevolezza e dell’amore. Questo, a mio avviso, è un percorso sia psicologico sia spirituale: un viaggio verso la versione più autentica e amorevole di noi stessi.

Antonio e Luisa

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La strategia vincente di Ester

Dal libro di Ester (4,15-17) […] Ester fece rispondere a Mardocheo: «Va’, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò!». Mardocheo se ne andò e fece quanto Ester gli aveva ordinato.[…] (5,1-3) Il terzo giorno, quando ebbe finito di pregare, ella si tolse le vesti da schiava e si coprì di tutto il fasto del suo grado. Divenuta così splendente di bellezza, dopo aver invocato il Dio che veglia su tutti e li salva, prese con sé due ancelle. […] Appariva rosea nello splendore della sua bellezza e il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore, ma il suo cuore era stretto dalla paura. Attraversate una dopo l’altra tutte le porte, si trovò alla presenza del re. […] La regina si sentì svenire, mutò il suo colore in pallore e poggiò la testa sull’ancella che l’accompagnava. Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti […] Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: “Parlami!”. Gli disse: “Ti ho visto, signore, come un angelo di Dio e il mio cuore si è agitato davanti alla tua gloria. Perché tu sei meraviglioso, signore, e il tuo volto è pieno d’incanto”. Ma mentre parlava, cadde svenuta; il re s’impressionò e tutta la gente del suo seguito cercava di rianimarla. Allora il re le disse: “Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai!”.

Per inquadrare bene il discorso dobbiamo prima contestualizzare per sommi capi la storia ivi raccontata: il re Assuero ripudia la sua regina, allora per cercare una sostituta emette un editto mandando a prendere tante fanculle vergini e belle da portare nella reggia, tra di loro c’è anche la giudea Ester, la quale (cap2,17 ) trovò grazia e favore agli occhi di lui più di tutte le altre vergini. Egli le pose in testa la corona regale e la fece regina al posto di Vasti. Poi il re emette un editto di sterminio del popolo giudeo (non sapendo che Ester fosse giudea), il quale verrà salvato dall’intervento della regina del quale sopra abbiamo riportato la strategia.

Come si può notare, la regina è piena di fede e conoscendo il re, prepara con grande tattica le sue mosse per salvare il popolo giudeo. I più smaliziati potranno leggere una sorte di manipolazione del re da parte di Ester, giocando le proprie carte della passione, dell’eros, certamente c’è anche questa componente, ma è l’ultimo anello della catena.

La prima cosa che fa Ester è ben altro: […] raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo. Solo dopo questi tre giorni gioca la carta della bellezza e del fascino femminile, e dopo un’ulteriore preghiera di invocazione usa la carte del desiderio e dell’attesa aiutandosi con due banchetti: praticamente lo prende per la gola. Solo alla fine tirerà fuori l’asso (dalla manica) dell’eros, ma non l’eros decaduto col peccato, bensì l’eros originario, il desiderio di unione purificato, infatti non va dal re mezza nuda, anzi, probabilmente avrà lasciato scoperto solo il viso, forse solo gli occhi, le mani e i piedi.

Il primo insegnamento vale per tutti, sposi e non: prima di mettere in atto tutte le strategie che ci vengono in mente, prima ancora di scendere in campo con le nostre mosse, c’è una mossa segreta che è la più importante, come una sorta di pre-mossa, ed è quella di rimettere le nostre intenzioni nelle mani di Dio, quella di purificare il nostro cuore dalle cattive intenzioni, Ester ci insegna la strada del digiuno, della mortificazione.

Il successo dell’impresa Ester l’ha costruito da molto prima di incontrare il re, la vittoria la si deve alla sua pre-mossa, questa è stata la sua vera strategia vincente.

Il secondo insegnamento è per le spose, soprattutto per quelle che lamentano un marito troppo chiuso dentro le sue barricate, un marito un po’ freddo e distaccato, poco incline a gesti affettuosi, un marito un po’ rude: se provate a rileggere bene la storia di questi capitoli del libro di Ester vi accorgerete che il re Assiro corrisponde alla descrizione di questi mariti, con l’aggiunta di qualche aggravante, ma per Ester non rappresenta un problema insormontabile perché affida il successo della sua impresa al Signore…questa è la strategia vincente.

Care spose, credete forse che il Signore non possa ripetere per voi ciò che ha compiuto per Ester ? Ecco cosa ha compiuto : Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re. Pensate forse che Dio non sia più così onnipotente come ha dimostrato più volte nelle storie raccontate nell’Antico Testamento? Il Signore vi ha reso Suo sacramento per i vostri sposi, sta a voi diventare efficaci. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

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Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?

Iniziamo con questo capitolo l’ultima parte del Cantico dei Cantici. La parte forse più bella e la parte più forte che rscchiude tutta la potenza dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?

L’Epilogo del Cantico dei Cantici è come l’ultima nota di una sinfonia: racchiude tutto il cammino percorso, ma lo apre anche a un orizzonte nuovo. Quelle parole — Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto? — non descrivono solo un momento poetico, ma la sintesi di un’intera storia d’amore che, passando per il deserto, è diventata più vera, più umana e più divina.

Questo non è il racconto di Salomone e della Sulamita, ma la storia di ogni coppia che ha attraversato la prova e ha scelto di restare insieme. È la storia di Antonio e Luisa, ma anche quella di chi, leggendo queste righe, sente di essere ancora in cammino, con le mani strette a quelle del proprio sposo o della propria sposa.

Il deserto e la salita

Il deserto, nella Scrittura, è un simbolo ambivalente. È il luogo della solitudine e della fatica, ma anche quello dell’incontro e della rivelazione. Israele ha conosciuto Dio nel deserto; Gesù vi è stato condotto dallo Spirito per affrontare le tentazioni; e ogni amore autentico, prima o poi, deve passare di lì. Quando il Cantico dice che la sposa “sale dal deserto”, ci parla di un amore che ha conosciuto la prova e non è fuggito. È un amore purificato, che non cerca più soltanto l’emozione o la fusione, ma la comunione profonda che nasce dalla fedeltà.

Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme, la città di Dio. Non a caso Gerusalemme è posta in alto, circondata da paesaggi aridi. L’immagine è potente: gli sposi camminano insieme verso la pienezza, verso la vita, verso Dio. Non sono più soli. Lei si appoggia a lui, ma anche lui si appoggia a lei. Entrambi escono dalla solitudine per diventare un “noi” che cresce nella prova. Il deserto rappresenta le fatiche quotidiane, le delusioni, le incomprensioni, le stagioni in cui non si sente più la passione dei primi tempi. Ma chi attraversa il deserto insieme scopre che l’amore non è fatto per essere perfetto: è fatto per essere fedele.

Appoggiarsi: il verbo dell’amore maturo

“Appoggiarsi” è un verbo semplice, ma racchiude un intero mondo relazionale. Appoggiarsi significa riconoscere di avere bisogno dell’altro, lasciarsi sostenere, accettare di non bastare a sé stessi. È la vittoria sull’orgoglio, il passaggio dall’amore romantico all’amore reale. La Bibbia ci ricorda: Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda. (Gen 2,18)

L’aiuto non è un accessorio, ma una parte di sé. Quando ci appoggiamo al coniuge, riconosciamo che l’altro non è il nostro nemico, ma il nostro alleato. È colui o colei che ci permette di scoprire il volto di Dio dentro la nostra umanità. In questa immagine della sposa che risale dal deserto, sostenuta dallo sposo, si riflette il cammino di ogni matrimonio cristiano: un’alleanza dove la fragilità diventa forza, dove l’amore non elimina la fatica, ma la trasforma in un luogo di incontro.

Il deserto che entra in casa

Non serve andare lontano per trovarsi nel deserto. A volte entra nel cuore di casa, silenzioso, quando ci si sente svuotati, incompresi, quando la routine spegne la tenerezza e il dialogo si riduce a poche parole pratiche. Ci si ama ancora, ma non si sa più come dirlo. Anch’io ho conosciuto quel deserto. Prima del matrimonio e anche dopo. Ci sono momenti in cui ti senti mancare la forza, in cui ogni gesto quotidiano sembra pesare. A volte la famiglia appare più come un peso che come una gioia. È umano. Nessuno è immune da queste stagioni.

Ricordo un periodo particolarmente difficile: avevamo già Pietro e Tommaso, piccoli e pieni di vita. Io mi sentivo oppresso, inadeguato, prigioniero della responsabilità. Mi rifugiavo nel lavoro, nelle uscite, in tutto ciò che mi permettesse di fuggire dal disagio. A casa ero distante, freddo. Eppure, Luisa non ha smesso di starmi accanto. Non ha reagito con durezza, anche se ne avrebbe avuto motivo. Ha scelto di essere presenza silenziosa e forte, di farmi sentire che potevo ancora appoggiarmi a lei, anche se non lo meritavo.

Il caffè nel deserto

Un gesto, piccolo e semplice, ha cambiato tutto. Avevamo litigato, come capita a tante coppie. Me ne ero andato in camera, pieno di orgoglio e amarezza. Dopo qualche minuto, Luisa entrò. In mano aveva un caffè, e mentre lo teneva, continuava a girare il cucchiaino. Non disse nulla. Me lo porse, con dolcezza, e se ne andò.

Quel caffè è stato per me un sacramento dell’amore. In quel momento ho sentito tutta la forza di un amore che non chiede spiegazioni, che non misura chi ha ragione o torto, ma che sceglie di amare e basta. È stato come se Dio mi avesse parlato attraverso il gesto della mia sposa. Ho capito che l’amore vero non è fatto di parole grandi, ma di gesti piccoli e costanti. È fatto di caffè portati nel silenzio, di mani che si riaprono dopo una lite, di uno sguardo che perdona.

Come scrive San Paolo: L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. (1Cor 13,7)

Quel gesto mi ha fatto crollare l’orgoglio. Ho sentito che, in quel momento, era lei la più forte. Mi ha insegnato che chi ama per primo non è debole: è il più libero. È stato il punto di svolta del mio deserto.

Uscire insieme dal deserto

Da allora ho capito che il matrimonio non è un traguardo, ma un cammino. Un continuo risalire dal deserto, un continuo appoggiarsi l’uno all’altro, un continuo lasciarsi guidare verso Gerusalemme, la città dell’incontro con Dio. L’amore cristiano è questo: due fragilità che diventano una forza, due libertà che imparano a camminare insieme. Non si tratta di non cadere mai, ma di rialzarsi sempre insieme.

Quando uno dei due vacilla, l’altro diventa bastone e sostegno. Quando entrambi sono stanchi, è Dio che li rialza. Meglio essere in due che uno solo, perché se cadono, l’uno rialza l’altro. (Qo 4,9-10)

Ecco allora la grande immagine finale del Cantico: una coppia che sale dal deserto, appoggiata. Non perfetta, ma perseverante. Non trionfante, ma fedele. Perché ogni coppia che sceglie di restare, di perdonare, di ricominciare, sta già salendo verso Gerusalemme, la città dove Dio abita tra gli uomini.

Antonio e Luisa

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La preghiera in coppia sempre vittoriosa

Cari sposi, anche questa domenica la liturgia ha un sapore alquanto “polemico”. Ci vengono offerti due scenari di lotta, il primo quello di una vera e propria battaglia, il secondo un litigio processuale. Perché la Chiesa li mette in parallelo? Cosa vuole trasmetterci?

Anzitutto andiamo al primo scenario: la guerra tra gli Amaleciti e il popolo di Israele. Quest’ultimo ha appena vissuto l’ennesimo miracolo, ha assistito infatti ad un fatto che ha dell’incredibile. Nel bel mezzo di una zona arida e secca, Dio fa sgorgare acqua dalla roccia, cioè da un oggetto che è costitutivamente privo di liquido. Poco dopo il popolo riprende la marcia verso la Terra Promessa ma si scontra con gli abitanti del posto, la gente di Amalek, abili e ostici guerrieri del deserto. Mosè, ormai anziano, se ne resta sulla sommità del colle e prega il Signore perché conceda la vittoria e il popolo eletto possa continuare il suo viaggio.

Il secondo scenario è un fatto molto comune all’epoca. Ai tempi di Gesù, infatti, le vedove erano spesso vulnerabili e povere, senza una rete di sicurezza sociale e con una posizione sociale precaria, il che era garantito invece dal marito. Si comprende bene allora la caparbietà di questa donna nel giocarsi il tutto per tutto, non avendo oramai nulla da perdere.

Cosa accomuna le due scene? Anzitutto che la preghiera è una lotta. Lo afferma chiaramente il Catechismo: “La preghiera è un dono della grazia e una risposta decisa da parte nostra. Presuppone sempre uno sforzo. I grandi oranti dell’Antica Alleanza prima di Cristo, come anche la Madre di Dio e i santi con lui, ci insegnano che la preghiera è una lotta. Contro chi combattiamo? Contro noi stessi e contro le astuzie del Tentatore che fa di tutto per distogliere l’uomo dalla preghiera, dall’unione con Dio” (n. 2725).

Quante volte ci facciamo vincere dalla difficoltà di perseverare! Vorremmo vedere subito esauditi i nostri desideri ma la Tradizione della Chiesa è molto saggia su questo punto. Uno dei massimi esponenti dei Padri del Deserto, Evagrio Pontico diceva: “La preghiera è lotta fino all’ultimo respiro” (De Oratione, n. 52).

Una lotta che non possiamo vincere da soli, abbiamo bisogno dei fratelli e sorelle che ci sostengano. Che bello vedere addirittura un Papa che si china umilmente verso la Chiesa intera, all’inizio del suo pontificato, e chiede umilmente preghiere! Si potrebbero scrivere trattati sulle testimonianze dell’efficacia della preghiera di intercessione a favore di chi ne ha più bisogno! E che meraviglia sapere che ci sono tante persone che stanno pregando per me in questo momento, che mi portano all’altare ogni giorno. In questo senso è una benedizione contare su sacerdoti, consacrate, religiosi che spendono la vita per questo servizio.

Perciò ci ricordava Papa Francesco: “La preghiera è la medicina della fede, il ricostituente dell’anima. Bisogna, però, che sia una preghiera costante. Se dobbiamo seguire una cura per stare meglio, è importante osservarla bene, assumere i farmaci nei modi e nei tempi dovuti, con costanza e regolarità. In tutto nella vita c’è bisogno di questo. Pensiamo a una pianta che teniamo in casa: dobbiamo nutrirla con costanza ogni giorno, non possiamo inzupparla e poi lasciarla senz’acqua per settimane! A maggior ragione per la preghiera: non si può vivere solo di momenti forti o di incontri intensi ogni tanto per poi “entrare in letargo”. La nostra fede si seccherà. C’è bisogno dell’acqua quotidiana della preghiera, c’è bisogno di un tempo dedicato a Dio, in modo che Lui possa entrare nel nostro tempo, nella nostra storia; di momenti costanti in cui gli apriamo il cuore, così che Egli possa riversare in noi ogni giorno amore, pace, gioia, forza, speranza; nutrire, cioè, la nostra fede” (Angelus, 16 ottobre 2022).

Ed ecco allora che si comprende bene quanto si adatta tutto ciò alla vostra vita sponsale. Ricordatevi che siete una chiesa domestica! La Chiesa, come sposa di Cristo, vive della preghiera costante al Suo Signore ed anche voi sposi siete chiamati a questo.

Vorrei fare due semplici sottolineature al riguardo. A volte la preghiera solo di uno sarà fondamentalmente per vari motivi (scarsa educazione ad essa, problematiche varie…). Ma non per questo è meno potente ed efficace, come diceva Adrienne von Speyr (1902-1967), una mistica, moglie e fedele discepola di Hans Urs Von Balthasar: “Il coniuge è affidato alla preghiera dell’altro; è un atto di custodia spirituale” (Servizio e contemplazione). Assai lodevole, quindi, e a volte eroica la preghiera “in solitario” di un coniuge in attesa di poter camminare assieme su questa strada. Ma comunque resta un gesto sempre fecondo, secondo i parametri del Signore.

E poi la preghiera sponsale non va tarata sullo stile monacale o religioso, né come tempistica né come modalità. Chi si prefiggesse questo stile, potrebbe sperimentare grandi frustrazioni e delusioni visto il carattere laico della vita di coppia. La Chiesa, nella sua saggezza, consiglia sempre che gli sposi si diano regole minime di preghiera, momenti brevi ma frequenti (mattina o sera), che puntino soprattutto a scambiarsi le risonanze della Parola, le ispirazioni dello Spirito Santo.

Questa è la base per costruire pian piano uno stile di vita matrimoniale in cui la preghiera di coppia diventa molto di più del semplice pregare simultaneamente. Significa scambiarsi l’anima, condividere al coniuge quello che il Signore mi dona, anche nelle piccole cose. Tale scambio diviene così un potentissimo strumento che genera e rigenera continuamente il “noi” e rafforza l’unità sponsale, l’essere una sola carne, l’identità sacramentale. Cari sposi, vi invito ad essere tenaci e costanti nella preghiera, come i personaggi che la Parola ci presenta oggi, certi che da essa uscirete sempre vittoriosi nelle sfide che la vita vi offre.

ANTONIO E LUISA

Non aggiungiamo nulla alle parole di don Luca. Vi proponiamo un esercizio. La sera, quando la casa tace e tutto si calma, provate a ritrovarvi insieme, marito e moglie, nella penombra della vostra stanza. Non come due singoli, ma come due cuori in uno alla presenza del Terzo, il Signore. Abbracciatevi e fate spazio a un momento di preghiera condivisa. Potete iniziare con un segno di croce e un respiro profondo, per lasciare fuori le preoccupazioni della giornata. Poi, uno alla volta, ringraziate Dio per qualcosa di concreto vissuto quel giorno: una parola gentile, un gesto di tenerezza, un perdono ricevuto o donato. Affidategli anche le fatiche e le paure, soprattutto quelle che riguardano la vostra coppia o i vostri figli. Infine, in silenzio o a voce bassa, beneditevi reciprocamente: uno sull’altro, tracciate un piccolo segno di croce sulla fronte, chiedendo che il Signore custodisca il vostro amore. Una modalità che coinvolge anche il corpo e che può essere un’occasione per convincere quei coniugi che digeriscono meno la preghiera.

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Lottatori d’amore

I matrimoni, perlopiù, si sfaldano per incompatibilità. Così riferiscono le riviste di benessere, i sociologi, gli sposi stessi. Ma perché allora altre coppie restano insieme?

Sappiamo che nessun matrimonio è veramente compatibile. E proprio in questa caratteristica risiede la sfida che parte quando si pronuncia il sì della grande promessa. Si è, perfettamente o imperfettamente, consapevoli dell’impossibilità umana di farcela e del grande ostacolo, denominato “incompatibilità”, con cui bisognerà lottare. Eppure, sappiamo anche che non costituirà un limite alla felicità.

Esistono infatti matrimoni vivi, felici e incompatibili. Semplicemente si tratta di sposi, lottatori d’amore. Di quelli che hanno accettato di scendere in campo, di andare in battaglia, per farcela insieme. Non deponendo le armi nei giorni duri e andandosene. Piuttosto restando e scoprendo, costruendo, architettando congegni sempre nuovi per vincere insieme.

Ho conosciuto molti matrimoni felici ma mai uno compatibile – è una frase emblematica di Chesterton, in cui risiede una grande verità: un uomo e una donna sono incompatibili per natura, per psiche, per fisicità. E questo non è un limite, piuttosto un ampliamento di vedute, un arricchimento di osservazioni sulla vita, un bagaglio raddoppiato di possibilità per farcela nello stare al mondo, nella complessità caotica in cui siamo immersi, e imboccare la via della felicità.

Specchiarsi nell’altro e non riconoscersi infatti è un bene. Permette di scoprirsi limitati ma anche osservati con amore (nei nostri limiti), nelle circoscrizioni caratteriali, nelle barriere spirituali; ebbene quello sguardo d’amore e di incoraggiamento potrà farci ricordare come potremo essere un giorno, vicino o lontano; come potremo diventare se permettiamo alle benedizioni quotidiane di levigarci e darci forma.

Di fronte alla crisi è certamente più semplice mettere un punto e andare via. E non credo sia scandaloso pensarlo. Ma poi bisogna far memoria di ciò che è stato nel bello; dei motivi che ci hanno spinto a scegliere l’altro e delle sfide superate insieme. In quella forza interiorizzata si nasconde il mistero di poter riuscire a vivere, lottando per due.

Nelle pieghe di un matrimonio che arranca ma che poi risorge c’è il segreto mai svelato dei cosiddetti “lottatori d’amore” che neppure sanno come sono riusciti a vivere a lungo mano nella mano, che non custodiscono ricette per affrontare periodi bui, che non si ricordano neppure come si sono comportati in una o in un’altra occasione; sanno solo che hanno faticato e hanno vinto. E che accanto alla loro incompatibilità ha camminato la decisione ferma di andare avanti insieme, come un tutt’uno. Un incompatibile tutt’uno.

E forse è proprio questa la grazia del matrimonio cristiano: non essere due perfetti incastri, ma due persone che imparano, giorno dopo giorno, a lasciarsi modellare dall’amore di Dio. La compatibilità, infatti, non è un punto di partenza ma un traguardo che si costruisce nel tempo, attraverso pazienza, perdono, ascolto, e una costante conversione reciproca.

Quando una coppia si scopre incompatibile, non deve disperare: è il segnale che l’amore sta chiedendo di crescere, di maturare, di diventare più grande del semplice “piacersi” o “andare d’accordo”. È lì che l’amore umano incontra la Grazia, quella forza silenziosa che trasforma l’impossibile in fecondità.

Essere lottatori d’amore non significa vivere in conflitto, ma scegliere ogni giorno di restare fedeli alla promessa fatta, anche quando non si sente più la stessa emozione di ieri. È credere che Dio può trarre armonia dal disordine, luce dalle ferite, unità dalle differenze.

Chi resta e continua a lottare scopre che l’incompatibilità non è una condanna, ma una vocazione: quella a diventare dono, a uscire da sé per fare spazio all’altro, fino a sentirsi — pur diversi, pur imperfetti — un tutt’uno benedetto, fragile e fortissimo. Un incompatibile tutt’uno, sì, ma amato da Dio e capace di amare ancora.

Livia Carandente

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