Quella lingua incorrotta che ancora ci parla

Siamo immersi, o per meglio dire, sommersi di parole: scritte, lette, pronunciate, urlate, cantate, disegnate ecc … Quante parole escono e quante entrano in noi! Alcune facendoci del bene, altre del male, ferendoci o ferendo le persone alle quali le rivolgiamo.

Un diluvio di termini, nella nostra lingua o in quelle di altri Paesi, alcuni ben compresi e utilizzati, altri buttati a casaccio e senza sapere esattamente cosa significano, dove vanno e da dove arrivano, qual è la loro etimologia, che passato hanno, che presente vogliono esprimere e a che futuro intendono guardare.

Molto spesso ci chiediamo a quali di esse dare la nostra attenzione e il nostro ascolto, quali valgono veramente la pena di essere imparate e magari replicate, citate, riportate e quali no. Una vecchia ma sempre attuale canzone di Samuele Bersani affermava: “Le mie parole sono sassi, precisi e aguzzi, pronti da scagliare su facce vulnerabili e indifese …”. Proprio così: con le parole possiamo offendere o difendere, incoraggiare o sgridare, farci portatori di messaggi positivi o negativi, in grado aiutare gli altri oppure provocare ferite anche grandi. Possiamo costruire una bella relazione sponsale, genitoriale, familiare o amicale oppure smontare e distruggere. Abbiamo mai pensato da che parte stiamo? E come usare le parole? Sì perchè non sono mai a senso unico: sono pronunciate quanto udite, enunciate quanto ricevute e presuppongono sempre un mittente e una destinatario. Le parole vanno e vengono ma c’è modo e modo sia di inviarle che di accoglierle.

Scrivo questo per introdurre il Big di oggi, 13 giugno, ossia Sant’Antonio di Padova – o San’Antonio, come dicono i padovani – ma sarebbe ancora meglio dire Sant’Antonio da Lisbona, dato che fu la capitale portoghese a dargli i natali. Insomma, ci siamo capiti, parliamo sempre di lui, di questo Santo cui siamo così affezionati, il protagonista di tanti miracoli e di tanti detti popolari, di tante preghiere, novene e catechesi. Santo – e lo si può osservare proprio nella Basilica veneta a lui dedicata – di cui si conserva incorrotta la lingua. Esattamente: essa è ancora lì per noi, oggi, per spingerci a riflettere non solo su un grande mistero ma sul suo significato, ancora più dirompente e straordinario.

L’organo della cavità orale di Antonio fu ritrovato in perfetto stato di conservazione a partire dalla prima ricognizione sul corpo, avvenuta nel 1263, quando san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro Generale dell’Ordine francescano, aprì la cassa contenente le sue spoglie mortali trentadue anni dopo la sua morte (notare che Antonio fu proclamato Santo appena un anno dopo la sua nascita al Cielo).

Ma cosa vuol dirci, esattamente, la sua lingua incorrotta? Perché è importante conoscere o scoprire questo fatto? Sant’Antonio fu un grandissimo predicatore e un eccellente oratore, inviato direttamente da San Francesco d’Assisi non solo in lungo e in largo per l’Italia ma anche all’estero, specialmente in Francia. Si racconta che nel 1228 papa Gregorio IX gli chiese di tenere le prediche di Quaresima sul dogma dell’Assunzione di Maria e che gli uditori – di lingue differenti – lo sentirono parlare ciascuno nella propria. Che meraviglia! Richiamo alla Pentecoste in cui “tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2, 4).

Ecco allora che lo strumento corporale utilizzato per diffondere la Parola, difendere la fede e illuminare il cammino di tante persone resta vivo nel tempo, sfidando qualsiasi legge fisica, chimica e biologica. Nella storia della Chiesa ci sono numerosi casi d’incorruttibilità, basti pensare al corpo di Santa Bernadette, alle mani e agli occhi di Santa Caterina Labourè (ossia le parti del corpo che avevano visto e toccato la Madonna, rivelatasi nell’effige della Medaglia Miracolosa) o Santa Rosa da Lima. Questi sono segni importanti soprattutto per i posteri, per far capire che gli strumenti di Dio hanno qualcosa di soprannaturale perché innalzano la normalità dell’esistenza verso il suo valore eterno, che è il fine per il quale ciascuno di noi è stato creato.

Le parole di Sant’Antonio, evidentemente, erano ben diverse da quelle annacquate e sterili che innaffiano le nostre attuali comunicazioni, spesso così povere e carenti di significati e significanti, così banali e ripetitive quanto non addirittura offensive, oscene e scurrili, capaci di turbare, impaurire e sconvolgere, piccoli e grandi. Le parole di Sant’Antonio parlavano di Cielo, di Verità e di Bellezza, tutti valori di cui il mondo ha disperatamente fame e bisogno, ma che ahimè cerca in luoghi e contesti semantici e fisici così lontani da Dio! Cerchiamo allora di farci anche noi portatori di parole sane, edificanti, belle perché potremo sicuramente fare la differenza, e che differenza! Sforziamoci di far capire a tutti (coniuge, figli, genitori, parenti, amici e colleghi) che siamo cristiani proprio a partire dal linguaggio che consapevolmente decidiamo di utilizzare. Allora, proprio come quella lingua incorrotta che ancora ci parla, trasformeremo anche noi semplici sequenze di lettere in qualcosa di più duraturo, in qualcosa che profuma di Cielo.

Fabrizia Perrachon

La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?

L’immagine allegata all’articolo di oggi riproduce la locandina dell’XI Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Loreto dal 13 al 16 agosto, sotto la guida di don Renzo Bonetti, Don Salvatore Bucolo e Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è: ”La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?” Certamente la parola “fedeltà” è fortemente in disuso, non solo nelle relazioni uomo/donna (basta guardare quello che offre la TV), ma in tutti gli ambiti, fra amici, fra colleghi e anche verso impegni presi e promesse.

C’è il rischio, però, di considerare il concetto di fedeltà come il fine e non come un mezzo: l’obiettivo non è essere fedeli al coniuge a tutti i costi per una motivazione umana. Una persona può, ad esempio, rimanere fedele al coniuge perché ha fatto una promessa, oppure perché vuole far sentire il coniuge in colpa, o perché è sfiduciato nei confronti del sesso opposto.

Intendiamoci, essere coerenti e rispettare una promessa fatta a un’altra persona è una cosa bella e una dimostrazione di serietà, ma se fosse solo questo perché ci siamo sposati in chiesa? Se due persone non vanno più d’accordo e si separano, per quale motivo dovrebbero rimanere fedeli? Avrebbe poco senso fuori da un contesto di fede e sarebbe una motivazione certamente lodevole, ma non sufficiente per offrire la vita intera.

Cristo mi chiama a vivere ogni giorno con Lui, il senso della mia vita è primariamente la fedeltà a Gesù, da cui scaturiscono tutte le scelte, tra le quali anche la fedeltà al marito/moglie e alla Chiesa, sposa di Cristo. La fedeltà di Gesù non viene mai meno, neanche per un istante, si vede chiaramente nel Sacramento della confessione: Dio perdona sempre (ovviamente se chiediamo perdono pentiti, con la giusta apertura del cuore), nonostante ne combiniamo di tutti i colori; questo perché Dio non può rinnegare se’ stesso, perché Lui è per definizione il Dio fedele (2Tm 2,13).

Ma la fedeltà non è solo una condizione personale, perché nella nostra fede tutto è in relazione con gli altri e con Dio; pertanto, tutto il senso della Chiesa è la fedeltà a Gesù.

La Chiesa siamo noi e, come noi non siamo sempre fedeli, anche la Chiesa commette delle infedeltà: sì, perché essere fedeli, non vuol dire solo non avere rapporti intimi con altre persone diverse dal marito o dalla moglie. Magari fosse solo così! Non siamo fedeli innumerevoli volte, nella vita di tutti i giorni. Non siamo fedeli tutte le volte che viviamo a modo nostro, senza curarci di Gesù, limitando la nostra fede a quell’ora domenicale durante la Messa. Non siamo fedeli quando pensiamo di fare tutto con le nostre forze, oppure quando non viviamo nell’amore verso il prossimo ma mettendo il nostro egoismo e i nostri interessi al primo posto.

Ci proclamiamo fedeli a Gesù, a Messa facciamo l’amore con Lui (l’Eucarestia non è forse essere uno con Lui?), poi, però usciamo dalla chiesa e Lo “tradiamo” poco dopo dimenticandoci di Lui presente negli altri, oppure schierandoci a favore di aborto, eutanasia e gender. E’ inutile negarlo, siamo spesso ipocriti e rimaniamo fedeli solo a tratti, decidendo noi quando esserlo, oppure no.

Ecco che allora va bene essere fedele a mia moglie, certo, ma nel contesto di una fedeltà più ampia a Dio stesso. se ruotasse tutto intorno alla sola fedeltà coniugale sarei fedele solo a una creatura e non al Creatore. Il senso della mia scelta di separato fedele deve essere la fedeltà a Gesù. Altrimenti non regge.

Sono stato recentemente a un matrimonio e mi sono meravigliato di trovare, nella bomboniera, insieme ai confetti, un biglietto scritto a mano: La fedeltà è quel terreno per accogliere la Grazia di Dio”. Ho ringraziato gli sposi per questa sorpresa che mi ha tanto beneficato: è proprio così, quando siamo infedeli, ci allontaniamo dal nostro Sposo e, infatti, sappiamo che non siamo più in Grazia di Dio. Al contrario, quando chiediamo perdono attraverso la confessione e ci impegniamo a vivere la fedeltà, apriamo le porte del nostro cuore per accogliere lo Spirito Santo e tutti i suoi doni.

Il fatto che Dio susciti nei cuori un desiderio di fedeltà in varie persone e durante questi anni quando è così poco praticata, è probabilmente per richiamare l’attenzione sulla direzione in cui stiamo andando riguardo a questo tema. Non vedo l’ora che cominci questo Convegno, dove in particolare le catechesi di Don Salvatore Bucolo ci faranno riflettere su questo tema così complesso, ma anche centrale per la nostra vita di sposi e cristiani.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Scarica la locandina

Quasi come Peter Pan.

Sal 120 (121) Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre.

Vi ricordate il celebre film della Disney con protagonista Peter Pan? C’è una scena divertente in cui il protagonista dà la caccia alla propria ombra per disfarsene. Sicuramente tutti noi da piccoli abbiamo provato a giocare con la nostra ombra, visto che disfarcene era impossibile abbiamo imparato a giocarci, tanto che alcuni sono bravissimi a ricreare con essa la sagoma di animali o altro.

Il Salmo che oggi la Chiesa ci propone parla di un’ombra, ma non fastidiosa né dispettosa come quella di Peter Pan, ma un’ombra che custodisce, anzi sta alla destra, ovvero la parte dove un cavaliere brandisce la propria spada. Sembra che il salmista ci proponga quasi l’ombra del Signore come un’arma pronta all’uso per sconfiggere i nemici.

Molti di noi avranno sicuramente presente cosa significhi avere addosso il proprio capo al lavoro, dà l’impressione di averlo appiccicato proprio come un’ombra, tanto che ci viene il sospetto di girarci ogni tre per due, financo quando si è in bagno chiusi in un metro quadro si ha l’impressione di essere nell’occhio del ciclone. E che liberazione si prova una volta usciti dalla fabbrica, qualcuno però controlla per bene dallo specchietto retrovisore anche i sedili posteriori dell’automobile, si sa mai!

Tutto ciò per farci entrare nell’idea di cosa voglia dirci il salmista, il Signore ci segue, ma non come il nostro capo, nè come l’ombra di Peter Pan, ed è molto più presente del nostro capo, addirittura sta nel metro quadro del bagno quanto nei sedili posteriori dell’automobile. Dunque uno spione, un ficcanaso?

Naturalmente no, il salmista ha usato la metafora dell’ombra per dirci che noi siamo sempre presenti al Signore e Lui è sempre con noi, con noi come un custode che veglia la casa.

Molte coppie di sposi si chiedono spesso dove sia Dio nella loro vita, perchè li abbia abbandonati. Ebbene, di solito a Dio non piace agire con metodi eclatanti, ma preferisce agire nel nascondimento, infatti Gesù per spiegare il regno dei Cieli ha usato la parabola del granellino di senape, oppure quella del lievito e diverse altre immagini.

Cari sposi, se state cercando dei segni eclatanti per il vostro matrimonio, forse resterete delusi, certamente Dio opera quando e come ne ha voglia e non deve chiedere il permesso a nessuno, però la storia ci insegna che molto raramente Egli compie opere da premiazione degli Oscar con tanto di fuochi d’artificio e sigla musicale con orchestra sinfonica. Però c’è, e sta alla nostra destra, dice il salmista, ovvero dalla parte della giustizia, della rettitudine, dalla parte giusta per essere “pronto all’uso” come un’arma.

Ha scelto ad esempio di nascondersi in un piccolo pezzo di pane, pochi grammi, insignificante agli occhi del mondo, si lascia mangiare da una forma di vita inferiore (cioè noi uomini), riceve tante umiliazioni in quell’Ostia, molte irriverenze, molti oltraggi, molte indifferenze anche (forse soprattutto) dai più vicini a Lui.

Se fa così Lui che è Dio, significa che è la strada giusta anche per noi, no?

Cari sposi, anche noi possiamo diventare come un’ombra che custodisce il nostro coniuge, non un’ombra fastidiosa, ma un’ombra che agisce di nascosto; il nostro vincolo è sacro ed indissolubile, perciò dove va l’uno, anche l’altra è presente in qualche forma e viceversa. Presente col pensiero, con l’amore, con la preghiera silenziosa, con i gesti di servizio fatti nel nascondimento, con le carezza e le tenerezze silenziose ma pregne di amore umano e divino.

Dobbiamo imparare da Lui ad “agire nell’ombra”. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il tradimento ci fa sentire nudi

Dalla prima lettura di ieri: Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio. I limiti diventano occasione. È capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il miglior alleato di voi sposi

Cari sposi, il Vangelo di oggi mette un dito profondo nelle nostre piaghe! Difatti c’è qualcuno o qualcosa che non riesci ancora a perdonare? Probabilmente sì e sappiamo bene quanto ci faccia soffrire questo, è un limite umano che pesa sulla nostra coscienza.

In questo senso, la prima lettura serve da eccellente antipasto per il Vangelo. Ma perché il peccato di Adamo ed Eva è stato così tremendo al punto da propagarsi di generazione in generazione fino ai giorni nostri? Il motivo risiede che, in un certo senso, si è trattato di un peccato contro lo Spirito Santo. Essi avevano così a portata di mano l’amore di Dio per loro due ma, ciò nonostante, alla prima prova e tentazione hanno dimostrato sfiducia verso il Creatore.

Sullo stesso piano, nel vangelo di oggi troviamo un’assurdità analoga. Gesù faceva cose straordinarie e alla vista di tutti: ridare ai vista ai ciechi, far camminare storpi dalla nascita, riportare in vita morti, moltiplicare il pane per migliaia di persone… questo bene oggettivo ha suscitato l’entusiasmo e ha acceso la speranza in migliaia di persone!

Eppure, c’è chi in questo quadro meraviglioso è andato a cercare la macchiolina nera. Ma che dico? Ha proprio voluto pensare il peggio di Gesù: è un indemoniato! Il Signore poteva incenerire all’istante quelle persone; invece, ha voluto rispondere loro con una pacatezza e dominio di sé ammirevoli. L’ha fatto per noi, perché questa lezione ci servisse da esempio.

Noi che spesso possiamo percorrere la medesima strada del non vedere il bene reale, evidente che c’è nell’altro ma soffermarci e addirittura inchiodarci nei pregiudizi e in elucubrazioni assurde. Come sapete, il matrimonio può essere nullo, cioè inesistente dal punto di vista sacramentale, ma solo se vengono accertate certe cause, dette tecnicamente i “capi di nullità”, che vanificano il consenso. D’altra parte, il matrimonio può di fatto svanire, benché canonicamente valido, qualora si uccida l’’amore coniugale.

Proprio qui volevo arrivare. Questo uccidere l’amore coniugale è analogo al bestemmiare lo Spirito Santo. Come si può dir di no consapevolmente a un dono di Dio, chiudersi alle Sue luci, turarsi gli orecchi alle ispirazioni dello Spirito, così si può voler mettere fine a una relazione coniugale lasciandola morir di fame, trascurandola, evitando ogni sforzo, impegnandosi il meno possibile.

Invece, l’amore è una decisione, l’amore è la volontà di donarsi e su questa base umana scende lo Spirito che rende il cuore nuovo nei coniugi ed eleva il loro amore facendolo partecipare dell’Amore di Cristo per la Chiesa. Questa è la meravigliosa realtà del matrimonio cristiano!

Cari sposi, due giorni fa abbiamo celebrato la Solennità del Sacro Cuore di Gesù. Una festa che ci ricorda che il vostro cuore di sposi è, per la grazia nuziale, sempre in collegamento con il Suo. Apritegli sempre la porta e siate generosi nel voler accogliere i suoi inviti ad amare alla Dio.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca è stato molto chiaro e anche molto duro nel suo commento. Ha pienamente ragione. Qualcuno crede che sposarsi in chiesa sia scenograficamente ed emotivamente bello ma che poi Dio non c’entri molto nella vita di tutti i giorni. Altri credono che sposandosi in chiesa possa avvenire un miracolo e come per magia la loro relazione sarà messa al riparo da problemi e divisioni perché c’è Dio che ci pensa. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati. Dio c’è e fa miracoli ma si aspetta che noi facciamo la nostra piccola parte. Che ci mettiamo i nostri cinque pani di volontà e due pesci di perseveranza. Solo allora Lui può moltiplicare il nostro amore

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Chi ama non usa la bilancia

Io sono ragioniere. Ragioniere programmatore che è anche peggio. Sono abituato a giudicare le situazioni come fossero una partita doppia. Dare e avere, costi e benefici, valutare se l’investimento sia conveniente o meglio pensare ad altro. Così sempre in termini di profitto. Sempre a pensare se ne valesse la pena oppure no.

In tutto quello che facevo c’era questa dinamica sbagliata. Il matrimonio ti ribalta. Se non vuoi fallire devi abbandonare questa logica. Devi uscire dalla logica del profitto. Quello che ti viene chiesto è un amore incondizionato, senza pretesa di contraccambio. Non è un baratto, altrimenti non sarebbe amore ma una transazione commerciale. Un dare per avere.

Invece dobbiamo dare semplicemente per dare, perchè già lì c’è il senso. Mi viene in mente quando alcune volte Luisa perde la sua consueta accoglienza e amorevolezza verso di me. Capita che per qualche problema sul lavoro o per qualche preoccupazione che danno i figli non sia la solita, ma sia più nervosa e di cattivo umore. All’inizio del matrimonio questo era oggetto di discussioni e di insoddisfazione. Io non solo non l’aiutavo, ma le rendevo la vita ancora più difficile con i miei comportamenti da bambino capriccioso ed infantile. Lei mi rinfacciava, a ragione, che non l’amavo per chi era, ma per quello che mi dava.

Probabilmente lei soffriva tanto di questo mio modo di non accoglierla sempre, con tutte le sue fragilità e difficoltà. Poi ho capito. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto. Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni, occuparmi della casa, darle una carezza, sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perchè il matrimonio è così, è questo.

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione. Sono stato capace di liberarmi dal ragioniere che è dentro di me e ho dato tutto fregandomene della convenienza.

Lei aveva bisogno e io l’ho sposata per esserci sempre al suo fianco. La sua santità è il mio impegno quotidiano e se riesco ad aiutarla a migliorarsi e perfezionarsi sto migliorando anche me stesso. Diceva madre Teresa che non esiste povertà maggiore che non avere amore da dare. Proprio vero. Non esiste matrimonio più povero di quello dove l’amore ha un prezzo e non è gratuito ed incondizionato.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. 

Ieri la liturgia proponeva un brano del Vangelo fantastico, dei versetti che noi sposi dovremmo meditare e interiorizzare.

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: . Non c’è altro comandamento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo passo è stato spesso abusato. Viene usato per dare un’immagine di Gesù come se fosse uno di quei pacifisti-hippie alla Peace & Love. Abusato come la parola amore, completamente svuotata di ogni significato e sostanza e riempita solo di farfalle svolazzanti nella pancia e di pulsioni e passioni da soddisfare.

Gesù, nella giusta interpretazione di questo brano, risulta essere molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile perché ci chiede di andare in profondità. Non per farci un dispetto ma perché nella pienezza della comprensione della Legge dell’Amore possiamo anche trovare la pienezza della nostra vita. Dio si è fatto uomo per questo. Per dare carne all’Amore. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”.

Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella Sua vita. Pensateci! Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso. Rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza.

Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola, un libretto delle istruzioni, per non sprecare la nostra vita e per aiutarci a comprendere come rispondere a quell’Amore. 

Facciamo un esempio: è più facile non uccidere o amare il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo?

Lo stesso gioco si può applicare a tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè, ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione formale senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione verso l’amore autentico, non serve a nulla, se non a sentirci migliori di altri e giustificati. Ci rende superbi e sprezzanti verso gli altri. Come i farisei, appunto. Sepolcri imbiancati ed ipocriti.

Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma, quindi, è salva ma lo sono anche il contenuto, la sostanza e il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno non si amano ma si usano. Questi sono tutti adulteri del cuore. È un peccato perché si getta via un’occasione grande per fare un’esperienza meravigliosa di comunione e di Dio.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

“Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini …”

Un’allegra canzone di oltre vent’anni fa faceva risuonare ovunque il celeberrimo motivetto “Dammi tre parole: sole, cuore, amore” … in effetti, con l’estate alle porte, questi termini fanno scattare in noi il desiderio di vacanze, di relax e spensieratezza, ma è importante fermarci un attimo a riflettere sul binomio che più – e meglio di tutti gli altri – dobbiamo tenere a mente nel mese di giugno. Non un cuore e un amore qualsiasi, non quelli glitterati e sbandierati ovunque sui social che troppo spesso si riferiscono a storielle finte o gossippate ma l’Amore con la A maiuscola: quello del Sacro Cuore di Gesù, nel mese ad Esso dedicato, e di cui proprio domani celebreremo la Solennità.

Che cosa significa – a livello spirituale, di coppia e di famiglia – unirsi in preghiera davanti al Sacro Cuore ed averLo come modello? Il Sacro Cuore, onorato e venerato in tutto il mondo e in tutte le lingue – non è raro trovare le terminologie di Sacred Heart, Sagrado Corazón o Sacre Coeur, solo per citarne alcune – rappresenta davvero il centro della fede cristiana in quanto simboleggia la totalità dell’amore di Cristo offerto sulla croce, come leggiamo nel Vangelo di San Giovanni: “Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 33-34). Immagine forte, unica e potente ripresa anche nella Coroncina della Divina Misericordia, nella quale recitiamo: “O sangue ed acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confidiamo in Te!”.

Cristo, insomma, non ha risparmiato nulla di se stesso, immolandosi completamente e per sempre per l’umanità, facendoci capire che l’amore vero è quello che si dona, che si offre, che si consuma per gli altri non in uno sterile disfattismo ma in un sacrificio portatore di Vita, di Bene e di Eternità. Il modello cui guardare, dunque, è tutt’altro che banale anzi, richiede tutto il nostro impegno e la nostra dedizione, le nostre energie, le nostre intenzioni e le nostre attenzioni. Che bello, però, amare così! Che bello amare “da Dio”, nel senso che Gesù non è soltanto un quadro o un’immagine ma il fulcro e la meta della nostra esistenza, che si eleva così dalle miserie del mondo per assumere un significato autentico, per noi e per le persone che ci stanno vicino.

Ecco allora che pregare il Sacro Cuore di Gesù in coppia e in famiglia diventa una palestra nella quale allenare il nostro piccolo cuore a qualcosa di grande e all’interno del quale sforzi, mancanze e desideri troveranno forza, consolazione e incoraggiamento. Nessuno di noi è perfetto, non ci sono coniugi o genitori perfetti ma la nostra stessa natura di uomini e donne perfettibili trova compimento proprio nella fede, che non è semplicemente un libro o una serie di norme fini a se stesse ma una Persona, un Cuore vivo e pulsante che non smette di pompare ossigeno vitale nella Chiesa e in tutte le persone del mondo. Un Cuore che ci parla, un Cuore che ci ama, un Cuore che ci abbraccia e ci dice che in Lui e per Lui anche noi possiamo migliorare ed essere in grado, poco alla volta, di donarci in maniera sempre più disinteressata e matura lì nel luogo e nelle situazione in cui siamo, senza per forza essere missionari in terre lontane. Dio ci mette esattamente dove siamo perché ha un piano di salvezza per noi e per il nostro prossimo, proprio a comunicare dal prossimo più prossimo, ossia più vicino fisicamente e moralmente.

Quando Santa Maria Margherita Alacoque ebbe le rivelazioni del Sacro Cuore, negli anni intorno al 1670, sentì Gesù stesso dirle: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudine e disprezzo”. Consoliamo e ripariamo il Nostro Dio dalle tante nefandezze che oscurano il mondo e insegniamo anche ai nostri figli a fare altrettanto! Non è necessario bandire nuove crociate ma semplicemente amare con carità ed umiltà, come Lui stesso ci ha insegnato. Il cuore, allora, non sarà più uno sticker luccicante ma l’essenza stessa del nostro essere figli amati e, proprio per questo, del nostro impegno a diffondere l’amore cristiano, non per nostro merito ma in quanto “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

Fabrizia Perrachon

Il Pride? Una richiesta di aiuto

Possiamo davvero liquidare tutti i cortei e le manifestazioni dell’orgoglio LGBTQ+ semplicemente come una carnevalata satanica? Ho tanti amici che credono che tutto ciò che ruota attorno al Pride sia diabolico. A me sembra troppo superficiale. Non nego certo che Satana ci sia e che cerchi di attaccare ognuno di noi proprio penetrando il nostro cuore dove siamo più vulnerabili, attraverso le nostre ferite. E il sesso c’entra moltissimo perché noi spesso sessualizziamo le nostre ferite. Diamo loro voce attraverso il nostro corpo e la nostra sessualità. Alla fine, le nostre ferite raccontano il nostro desiderio di essere amati e il sesso può illudere. Per cui la sessualizzazione delle nostre ferite non riguarda solo le persone del mondo LGBTQ+, riguarda tutti. Io in gioventù ho sessualizzato le mie ferite attraverso la pornografia, altri attraverso il sesso occasionale e compulsivo, altri attraverso la frequentazione di prostitute. Altri ancora attraverso il tradimento. E così via. Molto spesso, i problemi relativi all’orientamento e all’identità sessuale non sono altro che questo, una ferita sessualizzata. Quindi ci siamo dentro più o meno tutti. La gente del Pride non è distante da noi. Possiamo comprendere la loro sofferenza.

Questo per dire che non possiamo ridurre le richieste che gridano quei ragazzi, attraverso il Pride, semplicemente come un’opera del diavolo. Quelli sono tutti ragazzi che nella vita di tutti i giorni potrebbero essere i nostri figli, i nostri alunni (se siete insegnanti come lo è Luisa), gli amici dei vostri figli. Sono giovani del nostro tempo che hanno la necessità di urlare al mondo la propria sofferenza. Non a caso i cortei del pride sono sempre esageratamente gioiosi, colorati e festanti. Troppo per essere vero. Chiaramente quell’entusiasmo serve a quei giovani per coprire la loro sofferenza, la solitudine e l’incapacità a comprendere chi sono e perché stanno al mondo.

Dietro quella gioia c’è tanta rabbia. Si percepisce dagli slogan urlati, dai manifesti e dai cartelloni. La rabbia di una generazione tradita. La rabbia di una generazione cresciuta nel transumanesimo dove l’uomo crede di poter plasmare la propria natura grazie alle scoperte in campo scientifico e medico. Ci si illude di potersi autodeterminare. Si vive una sorta di onnipotenza. Dove ci si illude di poter modellare la propria vita e il proprio corpo per poter essere finalmente felici. Ma è solo un’illusione Tutto intorno dice a quei ragazzi: Tu non sei quello che il tuo corpo racconta in ogni tua cellula, nei tuoi organi genitali, nei tuoi ormoni ma sei quello che percepisci e vuoi essere. Non c’è una natura che ti costituisce. Una confusione enorme che distrugge questi ragazzi. Ragazzi cresciuti in una cultura fluida dove non esistono ruoli e dove papà e mamma sono raccontati come una costruzione sociale. Ragazzi cresciuti in famiglie disastrate dove i genitori si separano e si uniscono in nuove famiglie con altri figli rendendoli di fatto orfani della propria famiglia. Una sofferenza enorme che si nasconde dietro la maschera colorata e gioiosa di quei cortei.

E questi ragazzi, che compongono i cortei arcobaleno, urlano tutta la propria rabbia contro Dio e contro la Chiesa perché alla fine sono arrabbiati con Dio. Perché si sentono orfani di Dio. Avrebbero bisogno di un Dio che sappia amarli come sono, nelle loro fragilità. Un Dio che sappia accompagnarli verso la pienezza e verso la verità della loro vita. Un Dio che li guardi e dica loro che sono bellissimi anche quando fanno di tutto per non esserlo. Quel Dio c’è ma probabilmente non ci sono genitori e educatori chi sappiano indicare loro dove volgere lo sguardo per incontrarlo. Non hanno bisogno di un Dio che dica loro che va tutto bene, perché non va tutto bene. Non tutte le scelte vanno bene. Di questo hanno bisogno quei ragazzi.

Per questo quando vedo i cortei del Pride non provo indignazione, non mi sento di respingere quei ragazzi. Mi sento invece molto provocato e chiamato. Io non sono diverso da loro, io non sono meglio di loro. Io ho espresso la mia rabbia e la mia inadeguatezza in altro modo ma ero come loro.

Noi, che abbiamo trovato Cristo che ci ha accolti e guariti attraverso delle persone che ci hanno voluto bene e accompagnato, siamo chiamati a testimoniare la bellezza dell’amore vissuto nella pienezza della verità antropologica, naturale, morale e teologica. Crediamo in un Dio che è vero uomo e la morale ci guida verso la pienezza della nostra umanità, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Capire come vivere appieno la nostra vita nella condizione in cui ci troviamo non implica che qualcuno debba essere “curato”. Significa, piuttosto, cercare di comprendere e vivere appieno le nostre vite. La castità, vissuta in relazioni pure, è un cammino a cui siamo tutti chiamati: preti, suore, gay, etero, single, sposati, separati. Ognuno in base alla propria condizione. Significa non permettere alle nostre ferite di comandare la nostra vita.

E’ importante quindi raccontare questa bellezza. Attraverso testimonianze, catechesi, seminari oppure online come sto facendo io. E’ ancora più importante però vivere questa bellezza nella nostra vita per poter essere una piccola fiammella che illumini almeno un po’ il buio e la confusione in cui si trovano quei ragazzi che appaiono tanto festanti esterirmente ma che hanno nel cuore tanta sofferenza e bisogno di aiuto.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Come passate la notte?

Sal 90 (91) Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido». «Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui. Lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza».

Se state cominciando a leggere significa che perlomeno siete svegli un pochino, almeno il vostro livello di vigilanza supera il minimo indispensabile, nonostante una notte magari troppo corta per molti di noi. Tranquilli, non è un test sulla vigilanza, nè vogliamo sapere come abbiate passato la notte scorsa, però nel linguaggio comune si usa dire che il buongiorno si vede dal mattino, ma è anche vero che per cominciare bene una giornata ci vuole una bella dormita, sappiamo bene che dalla qualità del nostro sonno notturno dipende anche l’umore e la qualità del giorno che viene.

Succede a volte di addormentarsi con un tormento che frulla in testa, ed al mattino ce lo si ritrova ancora lì pronto a pungolarci come un chiodo fisso per tutta la giornata. Sono questi i momenti in cui capiamo l’importanza della notte e di come la si affronta; addormentarsi sereni non è la stessa cosa che addormentarsi arrabbiati o peggio, angosciati.

Ma perché la notte abbia tutta questa importanza e spesso la nostra società la declassi ad attività secondaria se non quasi inutile è ancora un mistero, viste le numerose scorribande di giovani generazioni abbandonate ad attività notturne poco salutari che spesso tolgono i freni inibitori se non peggio.

Tutta questa premessa per dire che spesso anche la notte spirituale viene considerata come un’attività inutile e secondaria sperando che passi alla svelta. Ci sono molte coppie che ci rivelano di sentirsi nella notte spirituale, nella notte relazionale, come se fosse un momento talmente buio da togliere la serenità e la pace… e smettono di relazionarsi diventando a poco a poco due estranei.

In casi come questi possono venire in aiuto le scienze umane quali la psicologia o altre, ma queste spesso si rivelano inutili o poco incisive se usate come unica soluzione, se non si va a tagliare le radici del malessere la situazione non cambierà molto.

Le radici del malessere è non abitare al riparo dell’Altissimo, ce lo rivela il Salmo della Liturgia di ieri: “ Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.“. Chiunque di noi passerebbe una notte più tranquilla se sapesse che a vegliare sulla nostra casa, sul nostro sonno, sulla nostra notte, ci fosse una guardia attentissima e pronta ad ogni evenienza, ma chissà perché sembra che molte coppie di sposi si fidino poco non di una guardia che, seppur attentissima si rivela sempre umana, ma dell’Onnipotente.

E’ vero che quando siamo di cattivo umore, tutto ci appare più brutto, eppure tutto è uguale al giorno precedente, ma la nostra sensazione è quella di aver passato una brutta giornata, perché il brutto non era fuori, ma dentro di noi. Similmente quando arrivano delle crisi matrimoniali, quando la nostra relazione sponsale ci appare più oscura, sicuramente ci sono delle cause oggettive di questa sensazione, ma è il nostro sentire che aumenta oltre misura ciò che oggettivamente è.

Non significa che dobbiamo metterci le fette di mortadella sugli occhi e far finta che tutto proceda bene, saremmo degli stolti. Significa invece mettere questa sensazione nelle mani dell’Altissimo, e non è l’unica cosa da fare, ma è sicuramente la prima, perché così facendo il nostro cuore si calma.

Per capirlo meglio proviamo ad analizzare cosa succede nelle relazioni umane: quando un bimbo prova paura vuole stare in braccio al papà, la situazione oggettiva che provoca paura è ancora uguale a prima, ma tra le braccia del papà tutto si ridimensiona, e il bimbo comincia a calmarsi anche senza che il papà dica niente, è sufficiente che lo tenga tra le sue braccia forti e sicure. Solamente dopo avviene che, le parole rassicuranti del papà, il quale spiega cosa sia successo o il perchè di quella paura, aiutino il piccolo a dipanare la paura e a ritrovare la serenità; questo bimbo ne uscirà rafforzato da questa esperienza perché avrà imparato ad evitare altre situazioni simili, oppure avrà imparato che ciò che lo bloccava era più la paura di aver paura che la realtà stessa nella sua oggettività. Quel bimbo è la coppia e quel papà è Dio: se cominciamo così ad affrontare un periodo buio, allora impareremo che “Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.“; attenzione che il Salmo non dice che la notte non esisterà o che non passerà più o che magicamente sparisca, no… la notte bisogna affrontarla ma all’ombra dell’Onnipotente.

Coraggi sposi, abbiamo un Dio che è Onnipotente, affidiamoci per primo a Lui, e poi la Sua Provvidenza ci manderà gli aiuti perfetti per noi.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio: croce luminosa

Il Matrimonio celebrato in chiesa ha un valore diverso rispetto a quello in Comune o al semplice convivere; è qualcosa di molto più profondo e grande, due persone si dichiarano amore per tutta la vita nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, consapevoli che ciò è possibile solo unendosi in sodalizio con Gesù Cristo.

Si suggella un rapporto che durerà per sempre, un amore a tre consistente nell’amare Gesù e con quell’amore perfetto e trinitario amare il coniuge. Io e Barbara abbiamo risposto ad una chiamata speciale: dedicare la nostra vita a chi è in difficoltà, con la consapevolezza che senza Gesù non si può fare niente (GV 15, 5: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”).

Agli inizi della nostra relazione lavoravo in politica, seguivo vari organi istituzionali, ma quando ho sentito la chiamata ho cambiato vita. Barbara invece lavorava in un negozio di arredo casa e quando possibile faceva volontariato; ha sentito di seguirmi in questa nuova vita per gli altri ed ora da sposi, dopo aver lasciato prima io, poi lei, i nostri rispettivi lavori, viviamo di sola provvidenza.

Ma bisogna sempre tenere presente che, indipendentemente dalla nostra occupazione o vocazione, la prima chiamata che abbiamo quando ci sposiamo è al matrimonio, al dono verso il proprio coniuge, ai figli; ciò però non significa che dobbiamo chiuderci nella nostra famiglia, ma dedicarci anche con tanto impegno al nostro prossimo.

Il periodo storico che stiamo vivendo non è facile, possiamo dire senza dubbio che siamo in piena Apocalisse e le famiglie ne sono state sommerse, sono sempre più nell’occhio del ciclone; qui al sud circa il 50% di chi si sposa, si separa, a Verona, città dove vive la mia famiglia di origine, addirittura in pochissimi si sposano in chiesa e la maggior parte di queste poi si separano.

Nel matrimonio abbiamo tre grandi nemici: il nostro io, l’idea che abbiamo del matrimonio, e il demonio, in questi tempi è sempre più presente. Noi, come cristiani, nella nostra vita – e quindi anche nel matrimonio – vogliamo cercare di porre al centro il Vangelo, mettendolo in pratica; ciò significa amare in maniera incondizionata, piena e non aspettandoci nulla in cambio. Perdonando. 

Col tempo nasceranno tante prove da superare: malattie, crisi, differenze di carattere, lutti familiari, incidenti etc. La nostra misura per affrontare tutto deve essere una sola, l’amore, che può sfociare anche nel sacrificio. Il nostro riferimento vuole essere la Croce, in cui crocifiggere il nostro io. La Croce fonde le volontà di entrambi, spesso diverse e la fa scorrere in una volontà nuova, perché dalla morte di quelle due volontà nella Croce, uscirà la Volontà Divina luminosa, gloriosa: quella croce di Luce attraverso cui regnerà l’armonia, la pace, la concordia, la lealtà, l’altruismo, il rinnegamento di sé stesso per l’esaltazione dell’altro, in una sola parola l’Avvento del Regno di Dio.  

In sintesi, vogliamo cercare di rendere felice il nostro coniuge!  Dobbiamo fare noi il primo passo e diventare noi, fusi in Gesù e Maria, il cambiamento che vogliamo nell’altro, solo diventando amore donato tutto diventa nuovo!

Anche noi ogni giorno lottiamo con i nostri limiti, miserie, fragilità, tante sono state le cadute, le incomprensioni. Siamo in cammino, e cerchiamo di abbandonarci totalmente alla Divina Volontà, in modo da diventare un matrimonio di Luce e quella Luce donarla a tutti!

Altro ostacolo da non sottovalutare è il demonio che interviene nei matrimoni in maniera devastante; bisogna conoscere i suoi attacchi (lettura che consiglio – Fra Benigno: “Diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio” – Edizioni Amen), e reagire nell’unico modo possibile, indossando le armi della fede e meditando la Passione di Cristo. A tal proposito Gesù ci dice: “Il mondo si è squilibrato perché ha perduto il pensiero della mia Passione”; “Sicché, se si ricorda venti, cento, mille volte della mia Passione, tante volte di più godrà gli effetti di essa”. Tutti i rimedi che ci vogliono a tutta l’umanità, nella mia Vita e Passione ci sono”.1

Per meditare la Passione di Cristo e per fondersi in Gesù ho letto un prezioso libro che mi ha regalato tanto e che consiglio:” Le 24 Ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”, di Luisa Piccarreta, Piccola Figlia della Divina Volontà.

Per proseguire in questo meraviglioso cammino di fede bisogna approcciare anche alla lettura dei Libri di Cielo, della stessa autrice. Si tratta di numerosi volumi, in cui vengono riportate nuove esagerazioni di amore di Gesù, verità rivelate all’autrice da Gesù stesso, che ci danno gli strumenti per prendere il “posto” che nella notte dei tempi Dio ha pensato per noi.

Posso dirvi che ho già avuto vari doni: una più profonda adesione alla Parola di Dio, la capacità di leggere i segni, maggiore pazienza, più collaborazione nelle faccende domestiche, il dono di leggere insieme a Barbara i Libri di Cielo; questi scritti ci danno la consapevolezza che ogni avversità è una predilezione d’amore di Cristo, per mondarci e camminare verso la fusione con Gesù e Maria.

In Missione, grazie a queste letture, ho provato gioia quando è morto Fratel Biagio, e non dolore: avevo la certezza che era in Cielo e potevo solo essere felice per lui; perdevo un amico ma trovavo la Speranza di una vita eterna. Sono convinto che le esortazioni che ricevevo da Fratel Biagio, mentre si curava dal cancro, a fidarmi solo di Dio, mi abbiano aiutato a ricevere il dono della conoscenza della Divina Volontà. Gesù ci vuole felici e di nuovo uniti a Lui per sempre, come ci pensò in principio! 

Riccardo Rossi in collaborazione con mia moglie Barbara

  1. : 2 Febbraio 1917 -Libro di Cielo volume 11,
      21 Ottobre, 1921 -Libro di Cielo volume 13. ↩︎

L’Eucarestia spiega il Matrimonio (e viceversa)

Cari sposi, c’è una pedagogia liturgica nel fatto che dopo la Pentecoste si susseguono tre solennità quali la Santissima Trinità, il Corpus Domini e il Sacro Cuore di Gesù. In effetti, la contemplazione del Mistero dei misteri, per cui Dio è Uno in Tre Persone ci sarebbe così lontano se Gesù non avesse istituito l’Eucarestia.

Difatti, Grazie all’Eucaristia noi possiamo unirci perfettamente al Signore. L’Eucaristia rinnova ed accresce quella comunione con Cristo iniziata nel battesimo affinché Cristo viva in noi e noi in Lui viviamo. Come insegna san Tommaso D’Aquino: «L’effetto proprio dell’Eucaristia è la trasformazione dell’uomo in Cristo» (Commento alla IV Sent. d. 12, q.2, a. 1).

Ma come comprendiamo questa unione? Basta stare “vicini vicini” a Gesù? Oppure “mangiando” Dio per intero? Queste ed altre domande sono più che lecite per comprendere come il Corpo di Cristo si fa una sola cosa con noi nella Comunione. È la teologia dei Padri della Chiesa, specie quelli di provenienza da Antiochia di Siria, che ha volutamente e consapevolmente utilizzato la realtà del matrimonio umano per spiegare come avviene l’unione con Dio.

Così, per Cirillo di Gerusalemme (313-386), Cristo nutre la Chiesa sposa con il suo corpo: “Cristo ha dato ai figli della sua camera nuziale il godimento del suo corpo e del suo sangue” (Cfr. PG 33, 1100). Prosegue nella stessa direzione Teodoto di Ancira (V sec.): “Mangiando le membra dello Sposo e bevendo il suo sangue, noi compiamo una unione sponsale” (In Canticum Canticorum, lib. II, cap. 3, 11: PG 81, 118).

Un altro autore posteriore, il teologo bizantino Nicola Cabasilas (1322-1397), ci presenta assai bene come avviene tale unione nella Messa: “Sono queste le nozze tanto lodate nelle quali lo Sposo Santissimo conduce in sposa la Chiesa come una vergine fidanzata. Qui il Cristo nutre il coro che lo circonda e per questo, solo fra tutti i misteri, siamo carne della sua carne e ossa delle sue ossa”. Ed ancora: “Le nozze (umane) non possono unire gli sposi a tal punto da vivere l’uno nell’altro, come è di Cristo e della Chiesa” (La vita in Cristo, pp. 215.216 e anche 69; ed in genere pp. 212-222).

Addirittura, un passaggio della liturgia eucaristica, secondo il rito etiopico, si spinge ancora oltre: “Chi ha mai visto uno Sposo tagliare il proprio corpo nel giorno delle nozze per essere nutrimento in eterno? Nel giorno delle sue nozze il Figlio di Dio ha offerto ai convitati il suo corpo santo e il suo sangue prezioso perché ne mangiasse e avesse la vita chiunque crede in lui. Il cibo e la bevanda è il nostro Signore Gesù Cristo nel giorno delle sue nozze” (L’Ordinario e quattro anafore della messa etiopica, Roma 1969, p. 11).

Così, l’unione sponsale è un’ottima analogia e simbolo reale di quanto avviene realmente nel Sacrificio Eucaristico e di come tramite il Corpo di Cristo siamo partecipi della vita Trinitaria. Un grande teologo e mistico, formatosi alla scuola di San Bernardo, Guglielmo de Saint Thierry (1075-1148), commentando non a caso il Cantico dei Cantici, scriveva: “Nell’Eucaristia la Chiesa diventa con Cristo un solo Spirito, non solo perché lo Spirito realizza questa unità e vi predispone lo spirito dell’uomo, ma perché questa unità è lo Spirito Santo stesso. Questa unità si produce infatti quando colui che è l’amore del Padre e del Figlio, la loro unità, la loro soavità, il loro bene, il loro bacio, il loro abbraccio, diventa a suo modo, per l’uomo nei confronti di Dio, ciò che in virtù dell’unione sostanziale è per il Figlio nei confronti del Padre e per il Padre nei confronti del Figlio” (Sources Chrétiennes n. 223).

Per concludere, cari sposi, tramite queste brevi testimonianze di fratelli nella fede si mette in chiaro come l’Eucarestia per voi è davvero la più alta coesione a cui potete tendere. Unirvi in Colui che è l’Amore vi renderà sempre più in comunione e concordia. Se le difficoltà e le pesantezze della vita tendono da un lato a dividervi e a indebolire il vostro legame, non temete e non perdetevi d’animo ma ricorrete sempre a Gesù Eucarestia, il Corpo dato per Amore, e abbiate la certezza che Lui in un modo a volte misterioso sta già operando affinché il vostro matrimonio Gli sia conforme e somigliante.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena raccontato padre Luca è frutto di millenni di teologia, di riflessioni e di confronto tra le menti più colte della nostra Chiesa. Eppure per noi sposi esiste un modo molto pratico e semplice per comprendere l’Eucaristia. Per comprendere la comunione d’Amore con il nostro Dio che si è fatto corpo. Un corpo donato per intero e senza alcuna riserva. Possiamo comprendere l’Eucaristia vivendo nella verità l’intimità con nostra moglie o nostro marito. In un gesto in cui ci diamo totalmente e accogliamo l’altro in tutto, e lo facciamo per amore e attraverso il corpo. Se è vero che possiamo comprendere l’Eucaristia attraverso l’intimità sponsale, è altrettanto vero che l’Eucaristia ci insegna come vivere il nostro amplesso: nel dono totale d’Amore fino ad essere uno con l’altro. Ed è bellissimo sentire di essere uno. È il vero piacere.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il matrimonio secondo Pinocchio /30

Cap XXIII Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.

All’apparizione della bella Bambina in questo racconto, l’avevamo subito connotata come la metafora della Chiesa, e perciò continuiamo con questa immagine le riflessioni odierne. Quando Pinocchio legge l’epitaffio sulla lapide di lei, si lascia proprompere in un lungo pianto, e mentre piangeva disse ad alta voce ciò che c’era nel cuore, ovvero la possiamo definire una preghiera di angoscia, la cui centralità sta tutta qui:

Che vuoi che io faccia qui solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova?“.

E’ il grido angoscioso dell’uomo che, se dapprima non vedeva l’ora di sbarazzarsi della Chiesa, ora ne avverte tutta la pregnante mancanza. Il cradinal Biffi così si esprime:

Un mondo senza Chiesa non è però così bello come si poteva pensare. La vita non diventa più allegra, l’uomo non si sente più felice. […] La Chiesa ha continuato per secoli a colmare il vuoto esistenziale […] svolgendovi in modo anomalo ma reale le funzioni di anima.

Su questo discorso della Chiesa in rapporto col mondo si sono scritti fiumi di inchiostro e pronunciate migliaia di riflessioni e catechesi; da questo mare magnum estraiamo solo una piccolissima porzione di un aspetto fondamentale per noi sposi: la Chiesa come casa e la casa come Chiesa.

Se è vero che ciò che si dice della Chiesa (per esempio come sposa e madre) lo si può dire della Madonna, è pur vero che ciò che si dice della Chiesa trova tante similitudini con la casa, intesa come luogo dove il sacramento del Matrimonio si esprime.

La Chiesa ha riconosciuto nel suo magistero la famiglia (fondata sul Sacramento del Matrimonio) come chiesa domestica. Quindi significa che la parrocchia dove abitiamo non ha solo le proprie aulee come spazi di pastorale, ma anche la nostra casa è uno spazio di pastorale, anzi è il primo, il principale ed il privilegiato spazio di pastorale, poiché è il luogo dove le pecore del gregge imparano a vivere ciò che hanno imparato dal pastore.

Potremmo dire, senza paura di esagerare, che la nostra casa è parrocchia; infatti, agli inizi del cristianesimo non erano stati ancora costruiti i templi cristiani e tantomeno gli ambienti parrocchiali, perciò tutto si svolgeva nella case dei primi cristiani.

Nelle case si pregava, ci si radunava in assemblea per fare quello che ora chiameremmo il Consiglio Pastorale, si faceva il Catechismo ai piccoli, si ascoltava la Parola di Dio e la sua spiegazione, ovvero la catechesi degli adulti, si celebrava la Santa Messa, si ospitavano i pellegrini, si ascoltavano le testimonianze dei convertiti, si ospitavano i Vescovi (cfr. Gli Atti degli Apostoli dove è specificato chiaramente che S.Paolo ha vissuto nelle case delle coppie cristiane), si sono scritte le Esortazioni Apostoliche, si è scritto del Magistero, sono state scritte alcune lettere di Paolo (Parola di Dio), tanti miracoli di Gesù sono avvenuti in casa, la Sua Ultima Cena era in una casa, il miracolo operato da Gesù della risurrezione della figlia di Giairo è stato in casa, nelle case si battezzava, si invocava lo Spirito Santo… potremmo forse continuare questo elenco, ma speriamo basti a far comprendere come la Chiesa è casa e la casa è Chiesa.

Quando la casa (la Chiesa) non c’è più è come per Pinocchio la morte della bella Bambina: tutto perde di significato, anche la nostra esistenza perde la sua bussola che l’aiuta ad orientarsi. Persa la bella Bambina, perso anche il babbo, ovvero se si perde la Chiesa si perde anche la presenza di Dio nel mondo. Gli sposi sono questa presenza nel mondo.

Coraggio sposi, a noi il compito di far diventare la nostra casa sempre più luogo dove Dio non è solo un ospite benvenuto, ma è Lui la nostra vera casa.

Giorgio e Valentina.

Un amore che salva

Il matrimonio non è come le altre relazioni. Nel matrimonio c’è il per sempre, l’indissolubilità. L’indissolubilità non è una catena ma è una carezza al cuore ferito di tanti di noi. Io sono stato salvato dal per sempre che mi ha donato Luisa. Non è vero che l’uomo deve essere forte ma lo può diventare. E il per sempre del matrimonio può aiutare tanto. Io sicuramente lo sono oggi più di ieri. Quando Luisa mi ha conosciuto ero un ragazzo di venticinque anni pieno di paure anche se in apparenza cercavo di non farle vedere. Avevo una voragine nel cuore.

Solo con la terapia ho compreso molto di più della sofferenza di quel ragazzo, da cosa era causata. All’epoca non ne ero consapevole. Sentivo solo un grande vuoto e sapevo che ciò che avevo non mi rendeva felice. Mi sentivo sempre meno degli altri. Uscivo con gli amici e mi succedeva di bere troppo o di fumare qualche spinello. Lo facevano tutti. Mi faceva sentire come gli altri. Ma non mi bastava. Mi mancava l’amore. Non il sesso. Io cercavo il sesso ma non era quello che mi mancava. Mi mancava sapere di essere importante per qualcuno. Mi mancava sapere che per qualcuno potessi essere il più importante. Non uno dei tanti. Non importante per quello che potevo fare, ma semplicemente perché c’ero, perché esistevo.

Purtroppo sono insicurezze che ho maturato fin da piccolo nella mia famiglia. Non voglio imputare nulla ai miei genitori. Loro mi hanno dato l’amore per come sono riusciti. Hanno cercato di volermi bene al meglio delle loro possibilità, ma per tante ragioni questo amore non è passato del tutto. Perché mancava il calore. Non mi facevano mancare nulla di materiale. Si sono sempre presi cura di me ma mai un abbraccio da mio padre. Non ne era capace. Mai una parola di apprezzamento ma piuttosto una critica quando sbagliavo. Avevo bisogno di carezze positive e ricevevo solo riscontri negativi perché ciò che facevo di buono era dato per scontato. Quel bambino non è sparito con il tempo, ma è rimasto dentro di me, in una persona diventata adulta.

Quando ho incontrato Luisa quel bambino continuava a credere di poter essere amato solo quando si comportava come credeva che volessero gli altri. Per questo avevo paura di perderla. Perché pensavo, come sempre, di non essere abbastanza. Luisa mi ha scelto. Non solo mi ha scelto ma ha deciso di puntare su di me. Ha scelto di scommettere tutta la sua vita su di me. E quel bambino ha finalmente fatto esperienza di un amore così grande, non meritato. Quel bambino ha pensato per la prima volta di valere qualcosa, di essere prezioso perché Luisa me lo stava dicendo con la sua scelta di impegnarsi com me per tutta la vita. Di scegliere me e di rinunciare a tutti gli altri. Mi riconosco nelle parole di Jovanotti quando in “A te” scrive: A te che mi hai trovato all’angolo coi pugni chiusi. Con le mie spalle contro il muro pronto a difendermi. Con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi. Tu mi hai raccolto come un gatto e mi hai portato con te.

In questo il matrimonio mi ha salvato. Perchè la scelta di Luisa mi ha permesso di credere che anche Dio potesse volermi bene così. Potesse vedere in me una persona bella e preziosa. Di solito la relazione con Dio ci aiuta a costruire un matrimonio cristiano. Nel mio caso inizialmente è stato l’opposto. Sapere che Luisa mi ha scelto per la vita mi ha permesso di aprire il cuore anche a Dio. Prima pensavo che non fosse possibile che Dio potesse amare proprio me. Io così imperfetto e incapace. Non facevo abbastanza per meritare il Suo Amore. Luisa mi ha fatto comprendere che non serve essere bravi per essere amati. Mi sono sentito accolto senza condizioni. Per me è stata una vera liberazione e guarigione.

Vedo tanti ragazzi che mi ricordano quello che ero io. Anche i miei figli non sono immuni. Anche io probabilmente ho commesso degli errori con loro. Sto cercando di recuperare. Più ne divento consapevole e più comprendo cosa fare con loro. La cosa più importante è però fare esperienza di questo amore gratuito. L’amore non si deve meritare o non è amore.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La statua in cui gli sposi sono un unico corpo

Qualche settimana fa un post Facebook di Alessandra Buzzetti – giornalista e corrispondente da Gerusalemme per Tv2000 – mi ha davvero incuriosita: parlava della statua in cui gli sposi sono un unico corpo. Non si tratta di un’opera d’arte contemporanea ma di un reperto storico di grandissimo pregio dato che è stata realizzata circa novemila anni fa; attualmente si trova nel Museo Archeologico di Amman, la capitale della Giordania, in ottimo stato di conservazione.  E’ fatta d’intonaco di calce, canna e bitume ed è stata trovata nella moderna città di Ain Ghazal, alla periferia di Amman, nel 1985. Insieme ad altri reperti scoperti in quel periodo, è considerata tra le prime rappresentazioni su larga scala della forma umana e uno degli esempi più eclatanti di arte preistorica del periodo pre-ceramico del Neolitico B.

Al di là dell’indubbio valore storico ed artistico, quest’antica statua ci ricorda ciò che troppo spesso, ai giorni, viene dimenticato: che gli sposi sono veramente un corpo solo, benedetto dal sacramento del matrimonio. L’affermazione della Genesi in cui leggiamo: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24) ha una potenza straordinaria perché ci ricorda come l’unione dei cuori si realizza concretamente nell’unione fisica ma che, come tale, non può essere slegata dal coinvolgimento completo dei due. Ma come si può essere “una carne sola”? Buona parte del mondo è immersa in una logica parziale che riduce il tutto a un semplice susseguirsi di atti fisici, che posso essere facilmente interrotti quando «Non mi piace più», «Non mi soddisfa più» oppure «Non lo/lo amo più». Atti slegati e quasi indipendenti da un amore veramente autentico, capace di donarsi totalmente e da una partecipazione profonda e totalizzante.

La verità di fede rivela qualcosa di ben più grande e di ben più importante: gli sposi possono autenticamente essere un corpo solo se sono pienamente nell’amore, non solo e non tanto in quello umano ma soprattutto in quello divino. E com’è possibile questo? E’ Gesù in persona a venire in nostro aiuto, dicendoci: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 9-11). Dunque il “segreto” per rimanere nell’amore di Dio è quello di osservare i suoi comandamenti ossia vivere un’esistenza piena, bella e felice perché essi non limitano la nostra libertà semmai la perfezionano e la rendono indipendente da desideri e voglie molte volte passeggeri, transitori e che ci illudono di essere contenti ed appagati ma si rivelano in realtà essere scampoli di soddisfacimenti terreni che non riempiono veramente il nostro cuore.

L’antica statua – lo vediamo nell’immagine – ha un corpo solo ma mantiene i due volti, le due facce, spingendoci in un’altra riflessione: che pur essendo tali, gli sposi devono mantenere due “teste pensanti”, due identità uguali e distinte, per dirlo in termini teologici, ossia non annullarsi in un rapporto di dipendenza morbosa ma essere un dono l’uno per l’altro, un dono d’amore, per l’amore e nell’amore. Concretamente cosa significa? Che marito e moglie sono legati da qualcosa d’invisibile che supera limiti e difetti umani e che conferisce loro una Grazia divina in grado di supportarli in tutte le vicende della vita, facendoli gioire per quelle liete e sostenendoli in quelle tristi, facendo di loro un connubio che ha veramente del celestiale e, nello stesso momento, aiutando ciascun coniuge a dare il meglio di se stesso per il bene dell’altro e della coppia. Il corpo – dell’altro come di se stessi – non deve, insomma, diventare né una zavorra né un sollievo momentaneo o un semplice appagamento dei sensi ma l’espressione fisica attraverso cui un coniuge è in grado di valorizzare ed aiutare l’altro proprio in virtù della sua persona, che va quindi a completare l’altra, non ad ostacolarla. Pensiamo agli strumenti musicali a fiato: per produrre la melodia non basta il materiale di cui sono fatti né la persona che soffia in essi per fargli vibrare ma l’unione di queste due cose, la fisicità dello stumento e l’aria che entra in esso; gli sposi sono esattamente questo, un corpo solo che per suonare l’armonia dell’amore vero dev’essere fisicità e spiritualità insieme.

Che bellezza l’unità sponsale dei corpi, che grandezza l’unione delle anime e che potenza tutto questo fuso insieme attraverso il sacramento del matrimonio! Due che diventano uno: anticipo del mistero dell’amore di Dio e della “vita del mondo che verrà”.

Fabrizia Perrachon

L’intimità è come vivere l’Eucarestia

Voglio condividere con tutti voi una testimonianza di una coppia di sposi. Ho chiesto loro il permesso di pubblicarla e sono felice me l’abbiano concesso. Perché dalla loro testimonianza traspare la bellezza. La bellezza di una sessualità piena e vissuta nella verità della persona umana. Siamo chiamati ad avere delle relazioni così, dove c’è tutto. C’è il cuore, lo spirito e il corpo e dove non c’è solo la fatica ma c’è tanta gioia, tanta intimità e c’è la vera comunione. Pur con tutte le difficoltà di una famiglia normale. Siamo tutti chiamati a questa bellezza. È anche per ognuno di voi che leggete. Non nello stesso modo, non siamo fotocopie, ma con la stessa intensità e la stessa pienezza. Non accontentiamoci di un compromesso al ribasso.

Ci chiamiamo…… Siamo sposati da 11 anni e abbiamo 6 figli. Abbiamo trovato il vostro blog molto interessante e volevamo condividere con voi un nostro pensiero. Sentiamo spesso questa parola “faccio/facciamo l’amore “.

Noi, piano piano, stiamo scoprendo che ogni volta che ci uniamo intimamente, non siamo noi che facciamo l’amore, ma è Dio che crea l’amore. Noi crediamo così, perché ogni volta che noi due diventiamo uno nell’ intimità, ci uniamo non semplicemente a un corpo ma a una persona che è parte della nostra storia, storia che Dio sta facendo con noi.

Per noi l’intimità coniugale è trasporre sul talamo nunziale l’Eucarestia che celebriamo in Chiesa. Per questo a noi piace andare a Messa il sabato sera, in modo che la sera stessa possiamo unirci intimamente e concretizzare, lì nel talamo nunziale, l’invito del sacerdote a fine Messa: andate ad annunziare il Vangelo con la vostra vita.

Vivere l’intimità coniugale è il primo modo per noi di uscire e andare ad annunziare il Vangelo. Usciamo non da un posto fisico per andare a un altro, ma usciamo dai nostri schemi e dal nostro egoismo per far nascere Cristo in noi e fare decrescere il nostro io. I nostri figli sono i sigilli di questa crescita di Dio e della nostra decrescita.

Tante volte ci pensiamo al fatto che mentre noi due stiamo nel mezzo di un atto coniugale dove sperimentiamo gioia, unione e carità, ci sono persone nel nostro condominio o che conosciamo che forse in quel preciso momento stanno sperimentando il peccato, la separazione e l’odio. Per questo prima dei rapporti intimi preghiamo non solo per noi ma anche per tutte le persone che soffrono. Con l’unione intima nel sacramento matrimoniale, noi siamo convinti che evangelizziamo. Come direbbe san Francesco d’Assisi: usa le parole quando è necessario e porta il Vangelo con la tua vita.

Per noi l’intimità non è una serie di regole che ci dicono cosa si può fare o no. Noi rispettiamo solo la chiamata ad essere aperti alla vita e di compiere i gesti intimi in maniera casta. Questo, tuttavia, non ci toglie il piacere. Anzi direi che i nostri rapporti intimi sono molto appaganti. Per noi l’intimità è indispensabile, anche per l’educazione dei nostri figli. Se insegnassimo ai nostri figli che è bello affidarsi al Signore e poi noi usassimo contraccettivi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che si devono perdonare, e poi noi la sera ci rigirassimo dall’altra parte del letto senza riconciliarsi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che devono condividere la loro vita con i fratelli, e poi noi non facessimo l’amore, saremmo dei falsi.

Troviamo importante i rapporti intimi dopo le litigate. Dietro le nostre litigate c’è il maligno che vuole rompere questa alleanza. Un rapporto intimo dopo un litigio, ci aiuta a rinnovare questa alleanza. Per quanto vogliamo bene ai nostri figli, il nostro matrimonio viene prima di loro. Per questo una volta al mese, lasciamo i nostri figli con i nonni e andiamo a dedicarci una notte d’ amore. Anche la nostra stanza è off limits. Nessuno viene a dormire nel nostro letto. Questo siamo noi e volevamo condividere con voi. Grazie.

 

Quinta missione degli sposi: l’annuncio di eternità

Oggi parlerò della quinta e ultima missione specifica degli sposi, Annuncio di Eternità, vedi articoli precedenti:

Introduzione – 1° missione: Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore – 2° missione: Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità – 3° missione: Paternità e Maternità: 4° missione: La Fraternità

Siamo così arrivati all’ultima missione specifica degli sposi: l’annuncio di eternità. Forse fra tutte le cinque missioni è quella meno sviluppata dalle coppie in questo periodo storico. Infatti, mi sembra che anche tra gli sposi ci sia un orizzonte temporale limitato al qui (e ora) e questo comporta che anche le decisioni siano prese di conseguenza: è indispensabile stare bene, essere felici subito a tutti i costi e, se questo vuol dire andare contro la famiglia, il coniuge e i figli, pazienza se ne faranno una ragione. Per carità, non c’è nulla di male a cercare la felicità, anzi è una cosa giusta, ma quella vera si ottiene solo se si segue Gesù e non certamente vivendo come ci dicono di fare il mondo e la società.

Non di rado mi avvicinano dei separati confidandomi che vorrebbero conoscere una persona che li facesse stare bene, delegando così la felicità ad un’altra persona, che potrà certamente aiutare ma che resta una creatura finita e fallibile. Può una creatura darti tutto quello che ti manca? Un amore infinito?

Infatti, come i sacerdoti e i religiosi annunciano che c’è una vita dopo la morte, così dovrebbero fare gli sposi, annunciare le nozze definitive: il loro matrimonio non è depositato in canonica o al comune, ma è inciso indelebilmente nella Trinità. Tutta la nostra vita dovrebbe avere questo sguardo lungimirante all’eternità. Anche il rapporto con il coniuge non è fine a sé stesso, non serve semplicemente per stare bene e accompagnarsi felici e contenti insieme al cimitero, ma per costruire una relazione intima che poi si irradia verso gli altri. Gli sposi annunciano che in Paradiso saremo chiamati a essere una carne sola con Gesù, dove ci sarà la vera pienezza.

Anche i figli non sono nostri, ma sono stati pensati prima della creazione del mondo e per questo vengono battezzati, perché tornino un giorno da dove sono venuti e abbiano così la vita eterna. In Amoris Laetitia n° 135 si legge: Un ideale celestiale dell’amore terreno dimentica che il meglio è quello che non è ancora stato raggiunto: il vino maturato nel tempo.

Avendo coscienza di questa eternità futura dove “il meglio deve ancora venire”, posso comprendere il senso del cammino che sto percorrendo e prendere le giuste decisioni: non finisce tutto con la morte, anzi avverranno le vere nozze e potrò comprendere tutto ciò che mi sfugge. Questa consapevolezza mi dà una pace incredibile, perché possono succedere tante cose, anche gravi, una malattia, un lutto, un fallimento umano (com’è infatti avvenuto), ma qualsiasi fatto non scriverà la parola fine alla mia vita; penso anche alle mie figlie, quanti errori ho commesso e commetterò ancora con loro, e magari si comporteranno diversamente da come vorrei, ma so che anche per loro la meta finale sarà il Paradiso. Tutto questo non mi scarica dalle mie responsabilità, m’invoglia a costruire la famiglia grande, e allo stesso tempo mi rende consapevole che il destino finale non è sulle mie spalle, non dipende tutto da me.

Se oggi si parla di famiglia cristiana, cosa s’intende nel linguaggio comune? In genere una famiglia che va a messa qualche volta, a Natale e a Pasqua, che battezza i figli in chiesa e li manda al catechismo. Eppure c’è un nome proprio della famiglia cristiana, Chiesa domestica; infatti, dentro questo nome ci sono tutte e cinque le missioni specifiche e cioè:

  • l’uomo e la donna visti con gli occhi di Dio,
  • la presenza di Gesù amante, non perché vanno d’accordo, ma per il Sacramento,
  • la presenza della fecondità divina, non per quanti figli ci sono o perchè i figli sono bravi: fecondità divina vuol dire comunicare amore che fa vivere, dare vita, non riceverla,
  • la presenza della fraternità, perché tutti sono fratelli in Cristo, genitori e figli,
  • annunciano la dimensione definitiva, piccola Chiesa per la grande famiglia.

Allora sposi fate in modo che le mura della vostra casa vi aiutino a costruire la Chiesa, a diffondere la Parola di Dio e a testimoniare con la vita, la bellezza del matrimonio cristiano! Sono profondamente convinto che gli sposi cristiani possano davvero, se lo vogliono, creare un mondo migliore, un assaggio di Paradiso qui, sulla terra.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Non è mai troppo tardi!

Dal Sal 97 (98) Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!

Continua la lode della Chiesa al Suo sposo, il Signore Gesù Cristo, attraverso questo Salmo che ci viene proposto nell’odierna Liturgia. La frase centrale è quella che ci sembra essere come il nocciolo di questi brevi versetti : Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza.

Quando passano tanti anni dal primo giorno di matrimonio, si può perdere un po’ la vista, non tanto quella corporea, inevitabile, quanto quella spirituale. Si rischia di assuefarsi al solito trantran della Messa Domenicale, vissuta magari un po’ apaticamente, e qualche preghierina qua e là durante le giornate segnate dalla frenesia.

Se anche a voi sta succedendo qualcosa di simile, sappiate che il Signore è lì che vi aspetta sulla strada della santità, sulla strada del fervore. Non si è stancato di voi, perché Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà non è mica uno con la memoria corta. Al contrario, Egli vi ha stabilito come Sua icona in mezzo agli uomini, ma non può fare tutto Lui, aspetta che noi ci lasciamo invadere dal Suo amore liberamente e senza costrizioni.

Se siete in un momento di stanchezza nella relazione, sappiate che il Signore ha già pronta la via d’uscita per voi, aspetta pazientemente che ci decidiamo, aspetta ma non molla l’osso, è deciso, è risoluto, non si pente di avervi scelto come coppia Sua, come Sacramento vivente l’uno per l’altra ed insieme per il mondo. Se ci ha uniti nel Suo amore, o meglio, se Lui è in mezzo a noi realmente, sta solo a noi lasciarLo agire, lasciarGli penetrare ogni nostra fibra più intima della nostra relazione sponsale, affinché il mondo, guardando a come ci amiamo noi due, possa vedere, toccare con mano qual è lo stile d’amare di Dio.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Ce l’ha fatta conoscere attraverso la Sua tenerezza di Padre che ci consola nei momenti tristi, ci prende per mano quando siamo stanchi, ci rialza quando cadiamo, ci sopporta quando sbagliamo, ci esorta a dare il meglio di noi quando siamo giù. E lo fa attraverso il solito metodo di sempre: l’umana natura.

In primis si serve del nostro coniuge, ma quando è la coppia ad avere bisogno di aiuto, allora si serve di altre coppie, attraverso incontri, testimonianze, aiuti concreti, momenti di vicinanza reale, inoltre non disdegna di servirsi dei Suoi ministri con prediche, insegnamenti, catechesi, o chissà quali mezzi ha la fantasia infinita dello Spirito Santo.

Molte coppie sembrano un po’ spente, e ci rivelano che non sentono gli aiuti di Dio, si sentono come figli orfani, hanno provato magari a bussare a tante porte in cerca d’aiuto, e non ne hanno trovato giovamento. Siamo sicuri che il Signore non si faccia Provvidenza o siamo noi che siamo un po’ sordi e ciechi?

Se anche le povere righe che state leggendo vi sono d’aiuto, vi fanno intravedere uno spiraglio di luce, allora può essere che la Provvidenza stia bisbigliando al vostro orecchio qualcosa, potrebbe essere l’inizio di un percorso di rinascita.

Non è mai troppo tardi per lavorare nella vigna del Signore, acnhe per quelli dell’ultima ora, coraggio sposi ! Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà.

Giorgio e Valentina.

Sposarsi è tutta un’altra cosa

C’è un falso mito che fa parte ormai della mentalità comune: bisogna convivere prima di sposarsi. Parlando con un’amica solo pochi giorni fa è uscito il discorso. Mi raccontava stupita come un suo collega più giovane sia restato sconvolto dal fatto che lei si sia sposata con il marito senza prima “provarlo”. La sua obiezione è quella della quasi totalità dei giovani italiani: e se poi non funzionava? Se non eravate fatti per vivere insieme? La normalità di una ventina d’anni fa è diventata oggi una scelta strana. Ma è davvero meglio adesso? È davvero necessario passare dalla prova convivenza prima del matrimonio? In realtà i dati sembrano contraddire questa credenza.

Secondo una recente ricerca sembra che le coppie che hanno convissuto prima di sposarsi abbiano più probabilità di andare incontro a una separazione. Secondo una ricerca effettuata negli Stati Uniti apparsa sul  Wall Street Journal, le coppie che convivevano hanno il 15% in più di probabilità di divorziare. Questi sono i dati. Cerchiamo ora di dare una spiegazione. Vi lancio alcune provocazioni.

Chi convive non si abbandona completamente all’altro. Detto così potrebbe sembrare meglio. In realtà bisogna pensarci bene. Esiste un esperimento scientifico che è stato messo in atto per dimostrare la differenza. Sono state prese in considerazione 54 coppie, 27 sposate e 27 conviventi. È stato messo uno dei due partner all’interno di una macchina per risonanza e gli è stato detto che avrebbe potuto ricevere una piccola scossa elettrica sulla caviglia. Questo per creare tensione e ansia nella persona coinvolta nell’esperimento. Poi è stato chiesto ai due partner di tenersi per mano. Qui si è vista una grande differenza tra i conviventi e gli sposati. L’esaminato, se era sposato, subiva una decelerazione immediata dell’ipotalamo, regione del cervello che ha un ruolo chiave nella regolazione delle reazioni dinanzi ad una minaccia esterna, cosa che indicava un alto livello di fiducia e tranquillità tra i partner. A differenza di quanto è avvenuto se l’esaminato era invece convivente che mostrava un rilassamento molto meno marcato. Secondo i ricercatori il prendersi la mano ha un effetto regolatorio più forte fra le coppie sposate che tra quelle che convivono. Questo non perchè chi si sposa faccia qualcosa di diverso rispetto a chi convive. Anzi in apparenza tante coppie di conviventi sembrano più belle e più unite. C’è però qualcosa di inconscio, di non esplicito. Quello che noi diciamo da sempre. Chi convive lancia un messaggio evidente: io sto con te perché mi fai stare bene. Io non mi abbandono completamente a te ma tu sei sempre sotto esame. Chi si sposa lancia tutt’altro messaggio: io sono pronto a scommettere tutto su di te. Ti do la mia vita, il mio cuore e il mio corpo. Te lo do adesso e per sempre. Perché voglio donarmi a te. Completamente un’altra cosa. Questo atteggiamento del cuore poi cambia la percezione che abbiamo dell’altro e della relazione con l’altro. Permette una fiducia nettamente superiore. Poi l’altro può tradire questa fiducia ma questo è un altro discorso.

Nella convivenza i difetti sono meno pesanti. Questa provocazione nasce da una chiacchierata avuta con un amico psicologo. Lui segue tante coppie in crisi. Mi raccontava come la convivenza sia una prova non attendibile di quello che sarà poi il matrimonio. Si è accorto che tanti difetti dell’altro sottovalutati durante la convivenza risultavano poi intollerabili durante il matrimonio. Perchè succede questo? Semplicemente perchè, che ne siamo consapevoli o meno, il matrimonio è una scelta definitiva e quello che ci sembrava tollerabile quando avevamo una via d’uscita in ogni momento, diventa improvvisamente pesantissimo quando ci leghiamo ad un’altra persona per tutta la vita. Lasciate stare che esiste il divorzio e quindi ormai tanti si slegano anche dal matrimonio. Psicologicamente le due relazioni sono percepite ancora in modo molto diverso.

Possiamo trarre alcune conclusioni. Chi decide di passare dalla convivenza va incontro a due illusioni e possibili pericoli: si educa a non fidarsi mai completamente dell’altro e si illude che la quotidianità vissuta da convivente sia uguale a quella da sposato. Chi convive è di solito quello che non vuole sorprese e vuole avere la situazione sotto controllo. Chi si sposa è consapevole che non potrà mai conoscere fino in fondo l’altro e che non potrà mai avere sotto controllo completamente la situazione. Decide però di buttarsi e di darsi totalmente alla persona che ha scelto affrontando gli imprevisti non come un fallimento ma come parte del gioco.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La Trinità addosso

Cari sposi, alla fine del tempo di Pasqua, se ci guardiamo indietro abbiamo fatto un lungo cammino iniziato dalla Quaresima ed è culminato nella Pentecoste. Adesso, grazie allo Spirito, possiamo conoscere le intimità di Dio e scopriamo che Egli è una Comunione di amore tra il Padre e il Figlio; l’Amore che li unisce è appunto lo Spirito.

Nel Vangelo Gesù nomina per la prima volta la Trinità e chiede agli apostoli di battezzare. In italiano un sinonimo di “battezzare” è “immergere”, se risaliamo all’etimologia greca del termine. Ciò significa che, dal momento che riceviamo il primo sacramento, la Trinità è addosso a noi o, meglio, noi siamo entrati pienamente in comunione con il Mistero di Dio. Siamo dentro alla Trinità più di quanto possiamo essere immersi in una piscina.

Poi, come già tante volte su questo blog avrete letto, il matrimonio non fa che specificare e precisare il dono battesimale. Questo, per voi sposi, comporta che “la coppia/famiglia rappresenta l’analogia più alta del mistero ineffabile di Dio-Trinità-di-Amore” (C. Rocchetta, Teologia della famiglia, p. 154).

Ora faccio appello soprattutto alle coppie che avvertono un peso nella loro relazione, che sperimentano la fatica del vivere assieme e sono tentate di perdere l’entusiasmo di essere sposi in Cristo. A quelle coppie che, leggendo frasi del genere, solo si demoralizzano. Ci viene in aiuto Papa Benedetto quando, proprio nella Giornata mondiale delle famiglie, disse: “Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò»” (Benedetto, Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, 3 giugno 2012).

Mi soffermo sul fatto che l’essere la migliore immagine della Trinità resta comunque una “chiamata”, cioè che il Signore non pretende tutto subito ma pazientemente, dal giorno delle vostre nozze, vi chiama ed esorta costantemente, come disse Giovanni Paolo II: “Famiglia, diventa ciò che sei” (Familiaris consortio 16). Cioè, “famiglia/coppia sii comunione e scambio di doni”.

Perciò, oggi, solennità della Santissima Trinità, oltre a ricordarvi chi siete per la Chiesa – suo “riflesso vivente” (Amoris laetitia 11) – il Signore vi sta nuovamente incoraggiando a non mollare nella ricerca di una piena comunione di vita, di un sempre maggior scambio di beni a tutti i livelli tra voi, tale da far splendere la Divina somiglianza che portate addosso.

Quanto fa bene – non dubitatene mai – di vedere una coppia, pur con i suoi limiti, che si sforza per camminare in quella direzione, che cerca di crescere, anche a distanza di anni dalle nozze, nell’amore vicendevole! È una testimonianza che davvero fa splendere in bellezza e autenticità tutta la Chiesa.

ANTONIO E LUISA

Chi ha incontrato Gesù con il suo amore, ha fatto esperienza dell’amore del Padre. È perché l’Uno è nell’Altro e, insieme allo Spirito Santo, sono una comunione perfetta d’amore. Noi sposi abbiamo per sacramento lo Spirito Santo nella nostra relazione, il che significa che abbiamo un compito grande. Dovremmo instillare nel mondo che ci circonda il desiderio di incontrare Dio. Guardando noi dovrebbe nascere in chi ci osserva il desiderio di conoscere chi ci ha reso così. Lo puoi fare anche tu che stai leggendo! Anche se credi di essere una frana in tante cose. Tu che vai avanti nelle difficoltà ma non molli, tu che finisci per litigare ogni volta ma poi sei capace di chiedere scusa e di ricominciare, tu che sai perdonare, tu che riconosci la tua piccolezza e proprio per questo sei capace di rivolgerti a Dio. Insomma sei una frana ma una frana capace di raccontare l’amore. La Trinità è nella tua famiglia, non è meraviglioso?

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Altrove. Da quanto tempo è che non esce il sole?

Siamo ad un passo dalla festività del Corpus Domini, Gesù che è il sole per eccellenza. In questi giorni ascoltando la canzone di Ultimo Altrove mi sono ritrovata a riflettere su alcune parole rilasciate durante un’intervista dal cantautore romano.

Ovviamente i suoi testi riflettono i suoi pensieri più profondi. Ultimo, riferendosi ai giovani, ammette che effettivamente in chiesa se ne vedono davvero pochi, ma è anche vero che lui per primo è in cerca di questo Altrove. Questo Altrove è il nostro sole, è l’Eucarestia. I suoi testi trasudano di questa ricerca. Ricerca che è comune a tanti ragazzi.

Da quanto tempo è che non esce il sole? scrive Ultimo. Chi meglio di me può capirlo. Tutti noi abbiamo avuto una panchina al parchetto sotto casa dove, con la musica nelle orecchie, cercavamo un senso a questa vita. Cercavamo di volere di più dalla nostra vita. Non ci bastava quello che avevamo. Cercavamo una risposta alle nostre domande interiori. Quelle toste che ci interrogano profondamente Mi sposo, divento prete, suora.. – ognuno di noi ha scavato dentro di sé per trovare la propria vocazione, la propria strada.

Nicolò (Ultimo) – per i non romani – non è nato in un quartiere semplice. Il quartiere San Basilio mi piace rappresentarlo un po’ come la mano tesa di un Padre che cerca di dare conforto e riparo a tutti i suoi figli. È il buon pastore che esce a cercare la pecora smarrita e soffre finché non la vede tornare. Lì un giovane deve lottare per rimanere saldo nella fede e deve essere pronto ad essere anche deriso dagli amici se decide di donare il suo tempo al Grest. San Basilio non è solo quello cheraccontano: spaccio e illegalità. A San Basilio non si spaccia solo droga ma si spaccia la Speranza nei bambini, nei giovani. Nei giovani sposi che nonostante tutto vanno avanti e si sposano mettendo nelle mani della Provvidenza l’incertezza di un futuro lavorativo e abitativo.

Nicolò ha respirato tutto questo, non ha perso la sua speranza e crede che troverà quell’Altrove, sono sicura che quando meno se lo aspetta vedrà un sole bellissimo dentro il suo cuore che gli farà passare anche la sua ipocondria.

A presto Simona e Andrea.

Sento di essermi sposata nuovamente

Oggi approfitto dello spazio in questo blog per presentarvi nuovamente il seminario Come Sigillo sul cuore.  Si tratta di un format ormai collaudato. L’abbiamo proposto diverse volte in tante località in giro per l’Italia. Crediamo molto in questo seminario pensato e costruito specificatamente per aiutare le coppie di sposi a riscoprire la bellezza che le costituisce e la missione a cui sono chiamate. Missione che non è fare qualcosa ma riscoprire chi siamo, Partendo da ciò che siamo, riscoprire il nostro essere maschio e femmina e riscoprire la bellezza – e la fiamma divina – che si cela nella relazione sessuata tra un uomo e una donna che scelgono di amarsi per tutta la vita. Con tutti i nostri limiti, le nostre fatiche e le nostre contraddizioni. Siamo una meraviglia. A volte presi da tante fatiche, impegni e preoccupazioni perdiamo la capacità di contemplare ciò che siamo e la ricchezza che abbiamo ricevuto.

Se Luisa e io, insieme a tutte le coppie e i sacerdoti che costituiscono le varie equipe, crediamo così tanto in questa proposta è perché noi stessi ne abbiamo sperimentato la potenza nella nostra relazione. Prendere consapevolezza è il primo passo. Se oggi ci occupiamo di scrivere di matrimonio e di accompagnare le coppie che si rivolgono a noi, è proprio grazie a quanto abbiamo compreso in un percorso cominciato proprio con un’esperienza così.  Questo corso ci ha cambiato la vita. Dopo questa esperienza abbiamo finalmente compreso cosa significa essere sposi, come nutrire il nostro rapporto, quali sono i pericoli da evitare. Come vivere non solo un matrimonio vero, ma soprattutto un matrimonio felice. Pregheremo, adoreremo, ci confronteremo, insegneremo, ma non solo. Ci saranno tanti momenti per la coppia. Marito e moglie avranno tanto tempo per dialogare su quei temi che cercheremo di provocare in loro. Si parlerà di amore, di tenerezza, di Grazia, di intimità fisica, di cura, di servizio.  Si parlerà dell’amore naturale degli sposi e dell’amore perfezionato dal sacramento. Si parlerà di intimità come una vera liturgia e dell’amplesso come gesto che rinnova un sacramento. Il tutto sarà guidato da un’equipe costituita da cinque coppie e un sacerdote. Permettetemi un’ultima considerazione. Cosa ha questo corso di diverso rispetto a tante altre proposte simili che si possono trovare nella Chiesa?

Credo che la nostra proposta si inserisca in una dimensione che nella Chiesa è poco approfondita: la dimensione del corpo e sessuale. Ci siamo accorti che tanti problemi della coppia nascono proprio dalle difficoltà in ambito sessuale. Noi daremo ampio spazio alla sessualità. Perché l’amplesso degli sposi non solo è un gesto meraviglioso che unisce tantissimo e che genera vita, ma è un vero gesto liturgico e sacro. Vorrei concludere con alcune riflessioni che ci sono state regalate da chi ha già partecipato al corso. Ne abbiamo selezionate due.

Terry con le lacrime agli occhi, guardando un po’ noi e un po’ il suo Luca, ci ha detto: Attraverso il corso ho riscoperto l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altra, ha riscoperto la bellezza del sacramento che ho scelto e la bellezza del mio sposo. Sento di essermi sposata nuovamente durante questo corso.

Un’altra bellissima testimonianza è arrivata invece dopo un colloquio personale con una sposa: Cara Luisa ho raccontato a mio marito quanto ci siamo dette, è rimasto così felicemente sorpreso che abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi preziosi consigli. È stato meraviglioso. C’è ancora tanto da fare ma ora sappiamo come farlo. Grazie di cuore per tutto quello che fate.

Quindi cosa aspettate? Iscrivetevi. I posti sono limitati. La bellezza è attraente. È ciò che più desideriamo, tutti, nel profondo. Perché la bellezza è la caratteristica dell’amore e di Dio. Il corso è aperto a sposi di ogni età, con o senza figli, e anche ai fidanzati (saranno collocati in camere separate). 

Offerta last minute: Morlupo (Roma) dal 24 sera (stasera) al 26 maggio

Oppure Asiago (Vicenza) dal 28 al 30 giugno

Per info e iscrizioni contattaci a comesigillosulcuore@gmail.com

Gli abiti da sposa di Santa Rita

Ieri, 22 maggio, la Chiesa ha ricordato una delle Sante più amate e conosciute, Rita da Cascia. Donna, moglie, madre, vedova, suora: Rita ha vissuto tutte le vocazioni, offrendo a Dio l’interezza di ciascuna di esse con spine, croci, consolazioni e gioie; proprio per questo è la patrona – insieme a San Giuda Taddeo – delle cause impossibili.

Casualmente, alcuni giorni fa, ho scoperto un’iniziativa che non conoscevo ma che sicuramente vale la pena promuovere e far arrivare anche a chi, come me, ancora la ignorava: l’Atelier di Santa Rita. A partire dagli anni Cinquanta e con notevole incremento nei tempi di più recenti, il Santuario di Cascia accoglie abiti da sposa provenienti da tutta Italia, mettendoli a disposizione delle donne che non possono permettersi di acquistarne uno nuovo. I vestiti possono essere donati di persona oppure spediti, anche in forma anonima, e sono conservati con cura meticolosa e amorevole precisione in un ampio locale del convento, ordinati e classificati da suor Maria Laura, che accoglie anche le novelle spose che lì si recano per provarli e trovare, così, il loro preferito.

Tutto questo avviene senza pubblicità eclatanti e senza vanti ma nella discrezione e nel silenzio, in un’ottica di carità autenticamente cristiana, profumata d’amore e di fraternità, proprio come affermava San Giuseppe Moscati riguardo al suo cestino alimentare: “Chi può metta, chi non può prenda“. Regalare il proprio abito nuziale è un gesto di gratuità davvero squisita non solo da un punto di vista umano e materiale ma anche spirituale perché è un modo di affidare il proprio matrimonio ad una santa che ben ne ha vissuto tutte le pieghe ma non solo: da subito si sa che si farà del bene a chi ne ha bisogno, in modo totalmente disinteressato. La sposa che dona, infatti, non riceve nulla in cambio né il Monastero, che non pretende alcuna quota per il vestito, lasciando tutto alla possibilità e alla sensibilità di chi si reca lì per prelevarlo; le persone che possono lasciano un’offerta – ne sono state fatte, ad onor del vero, anche di consistenti – e molte riportano l’abito dopo averlo usato, portando così avanti questa nobile catena di generosità, ma chi non può torna a casa con un vestito in perfetto stato ed in maniera completamente gratuita.

Un altro aspetto da considerare è che in questo atelier della carità l’abito fisico diventa simbolo di quello interiore e tanto si alleggerisce uno quanto spicca il volo l’altro; spogliandosi del vestito tra i più importanti nella vita, quelle donne che già lo hanno fatto ci dimostrano che è possibile vivere l’essenziale del sacramento, al di là di moda, apparenze, pizzi e merletti ed essere in grado di affidare il proprio matrimonio all’intercessione di Santa Rita – riflesso dell’affidamento a Dio – così come donare il vestito per rendere felice un’altra sposa. Se è vero che “l’abito non fa il monaco”, possiamo dire che è altrettanto onesto affermare che un abito donato può fare una bella differenza!

In una società in cui se non si monetizza si è considerati un peso, regalare qualcosa di costoso – invece che venderlo – deve spingerci ad una domanda ben precisa: che si guadagna? In tutto questo vedo una mirabile traduzione nei fatti dell’inno alla carità di San Paolo, nel quale afferma: “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira,” (1 Cor 13, 4-5). A Cascia avviene lo stesso: né le donatrici né le monache hanno un guadagno economico ma esclusivamente spirituale, accumulando tanti piccoli tesori che saranno l’unica valuta accettata nel Cielo.

Fabrizia Perrachon

Per maggiori informazioni il sito ufficiale è: https://santaritadacascia.org/

Viale Santa Rita, 13 – 06043 Cascia (PG) Italia
tel: +39 0743 76221
monastero@santaritadacascia.org

Liberate la vostra intimità

Il rapporto fisico nel matrimonio è un gesto che unisce, rigenera, nutre e custodisce tutta la relazione. Il rapporto fisico aiuta gli sposi a non perdersi di vista e a non diventare dei semplici soci in affari. Aiuta a mantenere la barra del timone dritta mettendo al centro la coppia e l’amore della coppia prima di tutto il resto, figli compresi. Eppure ci sono dei casi in cui l’intimità può diventare un peso e a volte far sentire violato uno dei due coniugi. È importante parlarne perché vivere il sesso in un modo che non sia autentico e libero non permette poi alla coppia di crescere, ma al contrario può diventare causa di sofferenza e allontanamento tra i coniugi. Ora approfondiremo due situazioni in cui non c’è piena libertà nel donarsi ed accogliersi attraverso il corpo.

Pretendere un rapporto anche se l’altro dice di no

A volte accade. Perché uno dei due coniugi prova a negarsi ma poi a seguito delle insistenze dell’altro cede e si concede controvoglia al rapporto. Qui è importante affrontare la situazione con onestà e dialogo aperto e franco. Perché spesso la situazione non è chiara, quel no è un ni. Vorrei ma non ho voglia. Questo riguarda soprattutto la donna. Il desiderio femminile è molto diverso da quello maschile. La spinta ormonale maschile è molto più forte e stabile nel tempo. La donna, non solo ha una carica ormonale più bassa, ma è oltretutto influenzata pesantemente dal ciclo. Il desiderio femminile va un po’ sulle montagne russe. Per poi quasi scomparire durante la menopausa.

Per questo nel matrimonio è sempre più importante considerare il desiderio responsivo. Cosa significa? Il desiderio femminile, nelle relazioni stabili, trae la maggior spinta non dagli ormoni ma dalla relazione stessa. La donna desidera un rapporto con il marito perchè si è sentita amata da lui in tanti piccoli gesti quotidiani e il desiderio dell’amato accende in lei quel desiderio che sembra mancarle inizialmente. Per questo il marito a volte può non capire. Perchè non capisce da cosa dipende quel no. Se è solo una fatica iniziale della moglie ad abbandonarsi oppure se c’è un diniego più netto dovuto ad altro. Per questo è importante non semplicemente dire di no ma esprimersi sul motivo che ci induce a rifiutare un rapporto. Ti amo tanto ma in questo momento faccio fatica ad abbandonarmi proviamo a stare un po’ vicini. Basterebbe questo per far capire al marito che forse serve un po’ di tenerezza in più. Oppure se proprio non ce la sentiamo bisogna dirlo chiaramente. Questa sera no, non mi sento proprio di farlo perchè…….. Bisogna essere chiari. Che quel ni diventi chiaramente un sì o un no anche per il marito che solitamente non è troppo sveglio a capire i messaggi non verbali della moglie. E il marito non deve sentirsi non amato se la moglie a volte dice di no o se all’inizio dell’amplesso sembra poco coinvolta. Semplicemente siamo diversi. Non c’è per forza un problema di relazione. Quello è il momento di amarla ancora di più. Perché solo così la moglie si sentirà amata gratuitamente e non solo per ciò che dà al marito.

Fare o lasciarti fare qualcosa che non vuoi e né ti piace.

Uno degli ambiti dove c’è forse più difficoltà ad aprirsi è l’intimità. È facile esprimere la gioia quando tutto funziona e il rapporto è stato appagante lo è meno raccontare le difficoltà. Si fatica ad esternare quegli atteggiamenti e quei gesti del partner che non ci piacciono. Spesso subiamo e stiamo zitti. Vale per l’uomo quanto per la donna, anche se solitamente è la donna che subisce maggiormente. Invece è fondamentale parlarne. Ne va spesso della relazione stessa. Fare l’amore senza che se ne tragga piacere, e anzi avvertendo disagio e in alcuni casi dolore, non fa che rendere un’esperienza che dovrebbe essere la più bella tra gli sposi, in qualcosa da sopportare, da rimandare e alla lunga da non fare più. Capite il rischio? Quindi parlatene sempre. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio. È bene ricordare che tanti sposi hanno imparato a fare l’amore nutrendosi di pornografia. Credono di sapere tutto e in realtà non sanno nulla di buono. Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e amoroso tra due persone che desiderano fare comunione, e in quella comunione darsi piacere. Un piacere che non riguarda solo il corpo ma tutta la persona. E se un gesto non piace all’altro non si deve chiedere. Obbligare qualcuno a fare qualcosa che non vuole con i ricatti morali che conosciamo tutti benissimo, serve solo a rompere la comunione e a perdere quindi il piacere più profondo.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Chi ci darà le ali?

Sal 54 (55)  Chi spera nel Signore non resta deluso. Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo? Ecco, errando, fuggirei lontano, abiterei nel deserto. In fretta raggiungerei un riparo dalla furia del vento, dalla bufera. Disperdili, Signore, confondi le loro lingue. Ho visto nella città violenza e discordia: giorno e notte fanno la ronda sulle sue mura. Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli.

Questa settimana di Maggio abbiamo un invito chiaro dai Salmi a porre la nostra fiducia nel Signore, e come testimoni credibili di ciò abbiamo una festa mariana, ma anche S. Rita da Cascia. Due donne da cui le spose (in primis) non possono che trarre grande profitto per la propria vita sponsale; se però con la Madonna il gioco è facile ed anche scontato in quanto è La Madre per eccellenza, non lo è affatto con S. Rita, la quale è stata sposa, moglie, madre, vedova e monaca. Potremmo dire che le ha “provate tutte”, per questo le spose possono pregarla e venerarla affinché interceda per le proprie difficoltà.

Abbiamo tirato in ballo la figura di S. Rita perché ci sembra che sulle sue labbra le parole di questo Salmo stiano come il sugo sulla pasta. Ha avuto un marito non molto tenero, un uomo orgoglioso e irruente, appartenente alla fazione ghibellina, probabilmente oggi lo classificheremmo come una sorta di mafioso dell’epoca, ma grazie a Rita si convertì abbandonando la vita da malavitoso e morì sì ammazzato, ma da cristiano, a causa di una vecchia regolazione di conti tra cosche rivali. La vedova, perdonò gli assassini ed ottenne dal Signore che i due figli, ancora giovanissimi, morissero prima di compiere orrendi delitti vendicativi, come insegna anche S. Domenico Savio “piuttosto che peccare, la morte“. L’ultima parte della vita la passò monaca agostiniana.

Quante lacrime versate, quante mortificazioni per ottenere la conversione del marito, quante sofferenze provate, quanta preghiera, quanto avrà sopportato questa santa donna?

Non possiamo quantificare tutto ciò, ma sicuramente questa è la strada per cambiare il mondo, perché il primo mondo da cambiare è il nostro cuore… o pensate che sia stato facile accettare uno sposo di questa portata, e per di più con un matrimonio combinato?

Pensate sia stato facile perdonare gli assassini del marito quando, finalmente, si era convertito (dopo molti anni di sacrifici di Rita), ed aveva appeso le armi al chiodo ritirandosi a vita privata per fare il semplice mugnaio?

Quando sentiamo molti sposi o spose lamentarsi del proprio coniuge come se fosse il diavolo in persona, come se fosse irrecuperabile, tutte le volte accogliamo il lamento di sfogo, ma indichiamo sempre S. Rita come modello. Una vita facile? No. Una vita santa che ha santificato anche il marito ottenendone la conversione? Sì.

Certamente Rita non si è fidata del primo che passava, ma si è fidata nientemeno che del Signore, di Colui che è il Re dei Re, di Colui che ha sconfitto la morte, scusate se è poco, e come dice il Salmo “Chi spera nel Signore non resta deluso” così anch’ella non è rimasta delusa.

Tra le varie vicissitudini e sofferenze, S. Rita trovava riposo solo nella preghiera e nella confidenza nel Signore, anche in mezzo ai guai il suo cuore sembrava volare alto sopra tutto e tutti.

Cari sposi, chi mette le ali al nostro matrimonio? Non la Red bull di sicuro, solo il Signore: Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo? […] Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli.

Coraggio sposi, quando il gioco si fa duro gli sposi nel Signore cominciano a giocare.

Giorgio e Valentina.

Sex Toys nel matrimonio? No grazie!

Con questo articolo intendiamo rispondere a più di una domanda che abbiamo ricevuto negli ultimi mesi da alcuni lettori del blog. In fin dei conti che male c’è? Se vengono usati tra coniugi che vogliono solo dare un po’ di novità e fantasia al rapporto perché dovrebbero essere sconsigliati?

Siamo così immersi in una idea di intimità esaltata dai media, dai film e dalle serie che iniziamo a considerare naturale ciò che non lo è. Anche perché spesso siamo abbastanza ignoranti sulla proposta cattolica (non dico cristiana perché ci sono differenze tra le varie confessioni) riguardo il sesso. Nelle prossime righe cercherò di spiegare perché è meglio non avvalersi di questi strumenti.

Non dimentichiamo il significato della nostra intimità

Quando i coniugi si uniscono in anima e corpo nell’amplesso, assumono ed esprimono la volontà di Dio nella loro vita. L’unione sessuale non è qualcosa che abbiamo inventato. È un dono che ci è dato da custodire. È un dono attraverso il quale passa anche la nostra santità. Come viviamo la nostra intimità dice tanto su tutta la relazione sponsale. Il senso della sessualità – siamo stati creati sessuati maschio e femmina – è la donazione reciproca e totale dei coniugi e l’apertura alla vita che da essa scaturisce.

Il piacere fisico non è il fine del sesso. Il fine è proprio l’unione dell’uomo e della donna in una carne sola. Attraverso questa unione scaturisce un piacere che va assaporato e goduto, Ma il fine è la comunione. È sicuramente positivo che l’intimità sia un momento anche divertente ma non può e non deve essere considerata semplicemente un gioco. Nell’incontro intimo gli sposi si donano l’intera vita. È un momento sacro, poiché lì si trasmette la Grazia. Se si è consapevoli di questo contesto di bellezza, purezza e pienezza non dovrebbe esserci spazio per pratiche che non c’entrano nulla, come, ad esempio, l’uso di giocattoli sessuali. Questi hanno l’unico scopo del piacere fisico. Mettono l’uomo e la donna in un atteggiamento che cerca solo di massimizzare il piacere corporeo, dimenticando l’obiettivo dell’atto che è la comunione.

L’eccitazione è data dalla persona amata

Bisogna tenere conto del fatto che tutti i preliminari servono per preparare il corpo e la mente degli sposi alla compenetrazione dei corpi. Non dovrebbe servire nill’altro che i corpi dei due amanti. L’eccitazione è importante che provenga escluvimente dai due sposi senza strumenti esterni. Ricorrere, ad esempio, alla pornografia, usare costumi di personaggi o fantasticare con qualcuno che non sia il proprio coniuge significa attuare un inganno. Ciò trasforma il gesto sessuale in una menzogna, poiché il desiderio di unione è alimentato da un’altra persona o da uno stimolo esterno quale può essere una fantasia derivante dalla pornografia. . Se non riusciamo ad eccitarci semplicemente attraverso il corpo e l’amore donato della persona amata c’è un grosso problema a livello personale o relazionale.

Crediamo nel nostro corpo

L’uso di giocattoli sessuali nel matrimonio può generare sentimenti di insicurezza e sfiducia nella capacità di donarsi e riceversi liberamente. È importante considerare se l’utilizzo di tali elementi esterni è veramente necessario quando l’intimità tra entrambi i coniugi potrebbe già essere completamente appagante. È altrettanto significativo considerare come tali pratiche potrebbero portare a una sovrastimolazione che potenzialmente genererebbe dipendenza e comportamenti nocivi, simili agli effetti della dipendenza dalla pornografia. L’uso di giocattoli sessuali e la visione eccessiva di pornografia potrebbero ridurre la capacità reciproca di provare attrazione e piacere all’interno della relazione coniugale, poiché l’attenzione potrebbe essere dirottata sproporzionatamente verso elementi esterni. Questo confronto con elementi esterni potrebbe influenzare la percezione del piacere, dando luogo a una dipendenza da stimoli sempre più intensi.

Essere d’accordo non basta

Un altro punto cruciale da considerare è che, affinché un atto nel contesto coniugale sia lecito o buono, il solo consenso dei coniugi non è sufficiente. Spesso si dice che nel matrimonio si può fare ciò che si vuole, se entrambe le parti sono d’accordo. Questo non è vero. Il sacramento non permette tutto, ma consente solo di vivere pienamente ciò che è autentico amore. Come abbiamo già visto, l’atto coniugale ha la propria verità che i coniugi non hanno creato, ma è stata loro data. Per viverlo pienamente, devono rispondervi con le loro azioni concrete, che costituiscono il momento dell’intimità. Pertanto, sono sempre chiamati a discernere quali azioni li aiutano a unirsi nella gioia e nella verità, e quali no. Questo discernimento deve essere fatto guardandosi negli occhi e entrambi davanti a Dio. Non dobbiamo mai dimenticare che quando ci rivolgiamo al sacramento del matrimonio, il legame non è più solo tra l’uomo e la donna, ma entra in gioco un terzo: Gesù. Tutte le decisioni importanti devono essere prese cercando la Sua Volontà. Egli è la luce che può illuminare la coscienza affinché l’intimità sia una fonte autentica di amore che riversa la Sua grazia nei cuori dei coniugi.

I sex toys, come la pornografia, non sono buoni perché vanno a spostare l’attenzione dei due coniugi dalla comunione – che è il fine principale della sessualità – al semplice piacere, piacere che non viene dalle persone coinvolte nell’atto ma da fattori esterni che possono essere oggetti o anche fantasie che allontanano dal qui e ora della relazione.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Babele vs Pentecoste

Cari sposi, siamo giunti alla fine di questa cinquantina di giorni dalla Pasqua in cui abbiamo goduto della grazia di Cristo Risorto in mezzo a noi ed ora esultiamo per essere resi partecipi del suo stesso Spirito.

La Pentecoste è una solennità molto importante per voi sposi perché su di voi lo Spirito è perennemente effuso per la grazia del sacramento nuziale. È perciò importante che siate familiarizzati con Lui, che diventiate Suoi amici intimi.

Negli Atti degli Apostoli il racconto della Pentecoste fa eco di un altro evento, certamente simbolico, ma il cui significato sotteso è tremendamente reale: la torre di Babele. Lasciamo a Papa Benedetto di spiegarcelo: “La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele (cfr Gen 11,1-9). Ma che cos’è Babele? È la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio” (Omelia, 28 maggio 2012).

In quale Babele vivono oggi tante coppie! Cioè, quante vogliono costruire l’edificio del proprio amore senza Dio! L’esito lo sappiamo bene, la torre crolla e di conseguenza quell’amore che pretendeva letteralmente toccare il Cielo con un dito si sfalda fino alle fondamenta. La celebrazione delle nozze nelle diocesi italiane diminuisce ogni dieci anni di circa il 50 %. Nel 2050 si sposerà una coppia all’anno in ogni tre parrocchie della nostra penisola.

Invece, chi ha avuto in dono lo Spirito e lo lascia agire nella propria relazione ha un dono straordinario, quello di andare nella direzione opposta di Babele che è esattamente quanto avviene nella Pentecoste: nel Cenacolo gli apostoli vivono una profondissima comunione pur rimanendo distinti nelle loro peculiarità. Esattamente ciò che lo Spirito vorrebbe operare in voi sposi.

Lo Spirito conosce ogni linguaggio”, recita l’antifona di oggi. Quindi lo Spirito sa come parlare a ciascuno di noi, nella sua distinta condizione di vita, sociale o intellettuale. Lo Spirito sa benissimo come farsi capire e con lui voi sposi potete trovare quell’intesa profonda che i cittadini di Babele si illudevano di raggiungere con le proprie forze.

Lo Spirito è il dono reciproco tra il Padre e il Figlio; pertanto, Lui proviene dal cuore stesso della Trinità. Dice san Paolo dice che lo Spirito ci fa conoscere l’intimo di Dio (cfr. 1 Cor 2,11). Quanto anelate voi sposi a conoscervi nel profondo, ad avere un accesso e un luogo privilegiato nell’animo del vostro coniuge! Ebbene, senza lo Spirito questo non è possibile ma con Lui, invocato consapevolmente ogni giorno, potete fare la differenza.

E questo perché Gesù nel Vangelo ha detto che lo Spirito è Colui che ci porterà alla verità completa. Chi di noi può pensare di comprendere sé stesso? Diceva Pascal: “l’uomo è infinitamente al di là dell’uomo e che, senza il soccorso della fede, sarebbe incomprensibile a sé stesso” (Pensieri, 122). Figuriamoci di comprendere appieno il coniuge!

Ecco allora che lo Spirito permette questa piena conoscenza reciproca, in tutti i sensi, perché solo lo Spirito: “che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 13).

Cari sposi, esultate profondamente oggi per poter convivere stabilmente con lo Spirito e che questa solennità vi sproni continuamente a stringere con lo Spirito un’amicizia sempre più profonda.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo è il dono che ci permette a nostra volta di donarci. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella di mia moglie. Due lingue diverse, incomprensibili l’una all’altra. A volte ci chiudiamo, entrambi più concentrati sul voler essere compresi piuttosto che di voler capire l’altro. Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore. Come fa? Ci aiuta a decentrare lo sguardo da noi alla persona amata. Solo così una relazione sponsale può durare tutta la vita.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Ilmatrimonio secondo Pinocchio /29

Cap. XXII Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele vien posto in libertà.

Continua anche in questo capitolo il tema della trasnaturazione, ne cogliamo un solo aspetto che dovrebbe aiutarci per non finire anche noi ad imbestialirci. Mentre Pinocchio, da bravo cane da guardia, sta nella sua cuccia con le orecchie ben tese, succede che quattro faine lo avvicinano e tentano di corromperlo sperando che anch’egli accetti di buon grado il patto come il suo predecessore, il quale si spartiva il bottino delle faine facendo finta di dormire. E proprio qui sta il punto.

Il burattino si è temporaneamnente degradato allo stato animale, ma è un animale addomesticato e famoso per la fedeltà al padrone, vicino quindi al mondo umano, mentre invece le faine hanno una natura selvatica e ladresca: lo incitano a degradarsi ancora di più.

Il male ha un’oscura trama per cui quando si comincia a percorrerne le vie, esso tenta di assimilarci a sè, portandoci sempre più in basso, come in un vortice che ci spinge sempre più giù, è l’immagine che ha usato anche Dante nella sua Commedia.

Non c’è bisogno di divenire esperti in tutti i vizi, basta cominciare con uno e poi la forza del vortice fa il resto, oppure se volete usare un’altra immagine tenete quella del circolo vizioso. Quello che conta è capire che il male ci chiederà di compiere altro male e con sempre maggiore entità, così come Pinocchio è stato tentato di peggiorare la sua situazione da cane, amico dell’uomo, a bestia selvatica e ladresca quale la faina.

Questo è l’insegnamento che ci viene da questo capitolo: il male chiama altro male e sempre peggiore.

Anche per gli sposi c’è il pericolo di cadere in questo vortice di male, dapprima si comincia con un peccato veniale, magari di pensiero per poi finire di compierne uno peggiore. Usiamo solo a mo’ di esempio un atto adulterino, usato anche da Gesù quando, richiamando l’attenzione sull’adulterio, ha spiegato esplicitamente che questo peccato nasce molto prima del gesto del corpo, comincia con lo sguardo, e se acconsentiamo a quello si passa al pensiero, e se acconsentiamo a quest’ultimo si passa al desiderio, e via di questo passo fino a compiere il gesto concreto, e non è finita qui, poiché poi, al fine di nascondere questo turpe atto, si compiono altri peccati come lo spergiuro o la menzogna, l’inganno o il raggiro.

Come vedete da questo esempio, cari sposi, il male non ha bisogno di vento in poppa per navigare, gli basta un venticello che poi la nave del male ne ha abbastanza per navigare nel nostro cuore a lungo… facciamo in modo che il peccato non metta radici nel nostro cuore.

La prima cosa da fare, non l’unica evidentemente, è quella di ricordarci che noi non siamo cani da guardia di nessuno, ma siamo uomini, creature umane, pensate, amate, volute e redente dal Signore. Anche Pinocchio ha cominciato così il ragionamento prima di dire no alla proposta nefasta delle faine:

-Domando scusa, io non sono un cane!… -O chi sei? -Io sono un burattino. -E fai da cane da guardia? -Pur troppo per mia punizione!…

Questa settimana vi invitiamo a ricordare la verità del nostro essere figli di Dio al vostro coniuge tutte le mattine e tutte le sere.

Giorgio e Valentina.

“SCELGO ANCORA TE”. Ritrovarsi dopo la crisi di coppia

Scelgo ancora te”, è un libro che raccoglie alcune delle testimonianze di coppie che hanno vissuto il Programma Retrouvaille, ed è nato per raccontare che c’è sempre una speranza e che ogni storia d’amore può essere recuperata.

Ed è ciò che è successo a noi. La nostra è una storia nata nelle sale della parrocchia, quando eravamo studenti. Ci siamo sposati dopo 6 anni di fidanzamento coronando così il nostro sogno allietato dalla nascita di 3 figli meravigliosi. Col passare del tempo le differenze che ci avevano attratto erano diventate fonte di tensione e di irritazione, alimentando le incomprensioni tra noi. Le pressioni del lavoro, delle responsabilità familiari e degli impegni che entrambi avevamo mantenuto avevano portato ad una mancanza di tempo da trascorrere insieme come coppia e il dialogo tra noi era stato sostituito da brevi scambi di informazioni pratiche.

Nel nostro, come in molti matrimoni, ciò che inizia come amore e intesa può trasformarsi lentamente in distanza emotiva e disconnessione. Era venuta a mancare tra di noi l’intimità emotiva e il desiderio di lavorare insieme sui nostri obiettivi e di superare insieme le sfide quotidiane. Non abbiamo capito dove e quando sia nata la nostra crisi, ma ad un certo punto ci siamo trovati a non riconoscerci più e ciò che una volta ci legava ora sembrava molto lontano. Ci sentivamo disperatamente soli e incompresi, ognuno chiuso nel proprio dolore e nelle proprie ferite. Le aspettative che avevamo avuto di un matrimonio perfetto erano andate distrutte e la prospettiva era ormai la separazione.

Ed è stato allora che Corrado ha trovato un articolo che parlava di un programma chiamato Retrouvaille. Grazie al percorso fatto con Retrouvaille abbiamo potuto recuperare un dialogo autentico che ci ha permesso di affrontare i problemi che ci avevano portati alla crisi e perdonarci. Le testimonianze ascoltate al weekend hanno fatto rinascere in noi la speranza che fosse possibile ricostruire la nostra relazione, che non era tutto perduto e che forse ce l’avremmo fatta anche noi. Ci siamo sentiti accolti e non giudicati e a poco a poco è rinata in noi la fiducia che ci ha permesso di vedere la luce in fondo al tunnel e di “ritrovarci” come la parola Retrouvaille promette.

Al termine del percorso abbiamo insieme preso la decisione di metterci al servizio per “restituire” almeno in parte ciò che gratuitamente avevamo ricevuto in dono dal programma e tutto questo ha potuto dare un senso di grazia alla sofferenza che avevamo vissuto. Poter condividere questa esperienza con altre persone ci ha permesso di continuare il nostro processo di guarigione, e di continuare a lavorare sulla nostra relazione, cosa che continuiamo a fare anche oggi e che per la nostra coppia è vitale. Per chi come noi ha sperimentato il dramma di una forte crisi matrimoniale, la nostra testimonianza, come quella delle coppie che hanno vissuto il programma, vuole essere un segno di speranza per tutte le coppie ferite, testimoniando che ogni matrimonio può essere ricostruito e merita di essere salvato.

Paola e Corrado Galaverna e don Bernardino Giordano

(Coordinatori Retrouvaille Regione Italia)

Un Chicco di speranza al Salone del Libro

Nel novembre scorso il caro amico Antonio mi ha invitata a scrivere per il blog e – chi mi legge lo sa – negli articoli metto sempre il cuore ma in questo di oggi, oltre ad esso, ci sono anche tanta gioia, emozione e gratitudine innanzitutto nei confronti del Signore per i doni che mi ha concesso e poi nei confronti delle numerose persone che mi hanno sostenuta e che continuano a farlo.

Quattro giorni fa, il 12 maggio, è stata una giornata specialissima perché si sono fuse dentro di me diverse circostanze uniche: la solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo, il ricordo mensile del Servo di Dio Don Silvio Galli, la festa della mamma e il primo firmacopie del mio libro al Salone Internazionale del Libro di Torino, portato in anteprima assoluta visto che nelle librerie uscirà la settimana prossima.

Ancora una volta ho sperimentato che davvero la bontà di Dio è immensa e va ben al di là di ogni nostra immaginazione o meglio, per dirla con le stesse parile che Gesù stesso ha rivelato a Santa Faustina Kowalska: “Grande gioia mi procurano le anime che fanno appello alla mia misericordia; concedo loro grazie che superano i loro stessi desideri“.

Come diceva Padre Pio, “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”: la presenza del primo libro in Italia sull’aborto spontaneo scritto da una mamma cattolica in una manifestazione di tale calibro e proprio nel giorno in cui si festeggia la maternità non può certo essere casuale né tantomeno le parole della seconda lettura di domenica – dalla lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini – che ci hanno ricordato come siamo chiamati a essere “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4, 4-6).

Non ho potuto abbracciare il mio primogenito, il Chicco del titolo, ma la sua presenza si fa sentire ogni giorno di più e specialmente adesso che concretamente, attraverso le pagine del libro, si sta donando a tante persone; ecco perché affermo con convinzione che un bambino non nato non è mai veramente perduto perché il Signore lo dona in maniera differente dal previsto ma non meno grande, potente e preziosa. Se Chicco non fosse volato via così presto tutto questo, ora, non sarebbe realtà; e non parlo solo di consolazione personale ma del fatto che, attraverso la carta stampata, si potrà sempre maggiormente parlare – da un punto di vista cattolico – di aborto spontaneo, di battesimo di desiderio, di diritto al seppellimento, di abbandono a Dio, di speranza e dei miracoli che attraverso il nostro piccolo “sì” il Signore elargisce a piene mani attraverso la trasfigurazione di questa sofferenza umanamente così grande.

Per la prima volta da quanto mi è stato detto “Non c’è più battito” – cioè il 13 aprile 2012 – Gesù e Maria mi hanno concesso di assaporare questa festa della mamma con la certezza che il dolore ha davvero un valore prezioso se siamo capaci di affidarlo al Cielo e di fidarci nonostante qualsiasi tipo di prova che, nella vita, può bussare alla porta. Tutte noi mamme di bambini non nati dobbiamo sentire che questi figli non sono scomparsi nel nulla ma che abitano l’eternità beata e ci spingono a parlare di loro, a pregarli e a diffondere la verità della loro anima immortale perché niente è perduto agli occhi di Dio, nessuna lacrima come nessuna gioia. Prendiamo consapevolezza che siamo genitori a tutti gli effetti di queste creature come loro sono, a tutti gli effetti, nostri figli: solo così saremo in grado non solo di dar loro la giusta dignità ma di testimoniare che la vita ha un valore incommensurabile fin dai suoi primi istanti.

Il fatto che in un contesto come quello del Salone del Libro di Torino, non prettamente o unicamente cristiano, la mia pubblicazione abbia trovato un posticino significa che ci sono persone che credono in ciò che questo libro rappresenta: non tanto il racconto di un’esperienza personale quanto il desiderio di portare amore e speranza per questi nostri fratelli più piccoli in quanto “i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10). Al contrario di ciò che troppo spesso il mondo urla, le persone hanno sete di Dio, di Verità e di Bene e “Se il Chicco di speranza – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” ne è una piccola ma significativa dimostrazione.

Fabrizia Perrachon

P.S.: dalla settimana prossima il libro sarà disponibile in tutte le librerie fisiche e online ma lo è già sul sito della Tau Editrice al link https://www.taueditrice.it/libro/se-il-chicco-di-frumento/.