La Sinodalità si impara in famiglia

Cari sposi,

            lo scorso martedì 20 giugno è uscito l’attesissimo l’Instrumentum Laboris, o documento base per affrontare la questione centrale che si è prefissata il Sinodo che si terrà in due sessioni, una a ottobre 2023 e l’altra esattamente l’anno successivo nello stesso mese. Ho seguito la conferenza stampa dei prelati, delle religiose/i e laici che guideranno i lavori e poi ho letto sia il testo come anche il documento che l’ha ispirato, ossia quanto ha pubblicato la Commissione teologica internazionale (CTI) nel 2018 con il titolo: “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”.

Non sono qui a complicarvi la vita con dei paroloni teologici ma tutto il contrario, vorrei anzi fare chiarezza e rendervi comprensibile quello di cui stiamo parlando. Anzitutto è bello vedere che il Sinodo cerca solo e unicamente la comunione con Cristo nella Chiesa, da cui il titolo che ne svela il senso profondo: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”, cioè solo dalla comunione in Cristo può nascere la missione di predicarLo al mondo. È quindi interessante notare quante volte ricorre la parla “Comunione” nei due testi e nel documento della Commissione teologica ben 126 volte e nell’Instrumentum Laboris 13.

Leggiamo agli inizi del documento della CTI questo bell’esordio per spiegare come nasce la comunione: “L’Antico Testamento attesta che Dio ha creato l’essere umano, uomo e donna, a sua immagine e somiglianza come un essere sociale chiamato a collaborare con Lui camminando nel segno della comunione, custodendo l’universo e orientandolo alla sua meta (Gen 1,26-28)” (n° 12). E poi ancora: “Dio realizza l’alleanza nuova che ha promesso in Gesù di Nazaret, il Messia e Signore, il quale rivela con il suo kérygma, la sua vita e la sua persona che Dio è comunione di amore che con la sua grazia e misericordia vuole abbracciare nell’unità l’umanità intera” (n° 15).

Non lo dice mai chiaramente in entrambi i testi ma Amoris Laetitia è lapalissiana circa il modo con cui si inizia a “esportare” in terra la Comunione che sgorga da Dio, infatti: “Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente” (n° 11). È poi da qui, dalla coppia-famiglia, che si irradia la comunione attorno a sé: “La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana»” (Amoris Laetitia 87).

È questo il senso ultimo dell’espressione che Francesco usa sempre in Amoris Laetitia, “la Chiesa famiglia di famiglie”. Parafrasando l’espressione, vale a dire che è in famiglia, grazie all’esempio, seppur imperfetto, dei genitori che tutti, coniugi e figli, imparano il linguaggio dell’amore e dalla famiglia si può contagiare il mondo circostante. Per cui, cari sposi, sappiate che la Chiesa, nel fondo, conta su di voi, sul vostro dono di essere strumenti di comunione, per imparare a camminare assieme (appunto sinodo) verso Cristo.

padre Luca Frontali

Rubik. Tutto è connesso.

Si il titolo è quello del tema del Grest del nostro oratorio di questa estate che finalmente è arrivata. No tranquilli non vi parlerò della bellezza e della spensieratezza di questi giorni, ma bensì di una chiamata che ho ricevuto mentre ero lì. Ossia quella di Antonio che mi ha chiesto se avessi letto l’intervista rilasciata per la testata Repubblica da una coppia di sposi. Mi ha chiesto di guardarla e di scrivere un mio pensiero per il blog, visto che il tema ci tocca particolarmente. Ve la riassumo: Debora e Michele, una coppia di sposi cattolici, non riesce ad avere figli. Ne soffre e decide di rivolgersi alla pratica dell’utero in affitto. Come può una coppia cattolica solo pensare a questa pratica? Qui potete trovare l’intera intervista.

Come ho letto l’ articolo, insieme ad Andrea, per prima cosa onestamente ho telefonato a Maria Rachele Ruiu per farmi illuminare sulla parte legislativa, perché confesso di essere rimasta un po’ indietro sugli argomenti di cronaca politica di questi ultimi giorni. Se avete voglia potete leggere sulla bacheca Facebook di Maria Rachele le sue dichiarazioni in risposta a questa coppia. Ma veniamo a noi: leggendo l’ intervista di questa coppia di sposi, arrivati al traguardo dei 12 anni, di vita insieme mi ha colpito molto come abbiano sottolineato l’abbandono da parte delle istituzioni. Leggendo con attenzione le loro dichiarazioni ho scorto un sottotesto più profondo ossia la percezione di come ci sia stato un abbandono più profondo, sono stati soli anche nel loro percorso di coppia, è mancata la presenza di chi forse avrebbe dovuto accompagnarli nelle scelte di vita matrimoniale.

Perché dico ciò? Perché signori miei, se ci si sposa in chiesa è doveroso chiamare in causa il terzo inquilino del matrimonio ossia Lui. Che concretamente è rappresentato anche dalla comunità parrocchiale che ha accompagnato la coppia di fidanzati durante il corso prematrimoniale. Quando una coppia di sposi vive un dolore e viene lasciata sola accade questo. Che si rischia di percorrere il sentiero sbagliato. Questa coppia non solo viveva il dolore, perché non dimentichiamo che è anche un dolore fisico convivere con l’endometriosi al quarto stadio. Esistono malattie che appartengono alla categoria invisibili, dove già è difficilissimo trovare chi ti comprende. In più hanno dovuto sostenere l’aggravante di vivere il lutto del nido vuoto all’interno della coppia.

Il loro discernimento iniziale dove li ha condotti? All’adozione. Ottima scelta purché sia stata presa con la consapevolezza e l’accompagnamento adeguato. Ma per passare dall’adozione all’utero in affitto ce ne vuole. Qui emerge l’abbandono umano e spirituale di questa coppia. Quando una coppia crolla, esce dal sentiero e non è un problema solo di quella coppia, ne siamo tutti coinvolti perché siamo Chiesa. Ed essere Chiesa vuol dire farsi carico delle persone a prescindere da quale comunità si appartenga. Scrive molto giustamente Rachele Sagramoso (ostetrica, scrittrice e amica del blog): Proprio perché si pensa di vivere in un mondo che è ingiusto, si dovrebbe comprendere come l’imporre un’ulteriore ingiustizia su un innocente, sia un aggravamento del dolore, una prosecuzione del dramma dell’infertilità e della sterilità di una coppia. L’acquisizione di un figlio tramite fecondazione extracorporea non è la guarigione dalle proprie vite che si reputano ingiuste e dolorose. Tutte le vite umane sono fonte di sofferenza, ma l’approfittare della moderna scienza per possedere un figlio, non rende la vita meno densa di sofferenza. La realtà non può mutare a piacimento per la felicità di qualcuno, soprattutto se tale felicità può essere una disgrazia per altri.

Secondo me siamo ancora in tempo per poter aiutare questa giovane coppia di sposi a scoprire la loro vera vocazione. Ricordiamoci che il nemico numero uno di una coppia di sposi che si ama è sempre solo uno: il demonio. Sosteniamo questa coppia con la preghiera nell’attesa di riuscire a trovarli per parlarci dal vivo.

A presto Simona e Andrea.

Maria: la strada d’amore che conduce al soffio dello Spirito Santo

Riccardo: Lo scorso anno vi abbiamo portato la nostra testimonianza inerente un pellegrinaggio che abbiamo fatta alla Madonna del sangue di Re in Valle Vigezzo. Siamo partiti a piedi con il rosario in mano da Santa Maria Maggiore e in circa due ore siamo arrivati al Santuario. Da quel pellegrinaggio abbiamo fatto voto di recitare il Santo Rosario tutti i giorni. Come saprete dai nostri precedenti articoli facciamo parte della associazione Intercomunione Famiglie. Molte delle famiglie di questa associazione fanno parte anche del Rinnovamento nello Spirito. Quando, circa cinque anni fa, siamo entrati in Intercomunione Famiglie ci stava un po’ stretta la preghiera carismatica del rinnovamento che in molti gruppi precede, ad ogni incontro, il momento di formazione e condivisione. Tutti quei canti e quel gesticolare e muoversi; il parlare tutti insieme ci sembravano assurdi! Noi che eravamo abituati a una preghiera meno dinamica come il Santo Rosario o la liturgia delle ore.

Abbiamo compreso la forza di questa preghiera di lode quando le altre famiglie del nostro gruppo Intercomunione Famiglie invocarono lo Spirito Santo su di noi per il nostro desiderio di un figlio. Al di là del fatto che poco dopo, dopo diversi mesi di ricerca di una gravidanza che non arrivava, mia moglie Alessandra è rimasta incinta; è stato per noi momento di Grazia perché ci siamo sentiti accolti e amati; abbiamo realizzato con il cuore che Gesù è un Abba Padre, non un Dio giudice e castigatore. Mi viene in mente il Vangelo di Matteo ai versetti 28-29 dove sta scritto: “venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”.

Due anni fa abbiamo iniziato a frequentare il gruppo Misericordia di Gesù del Rinnovamento nello spirito; abbiamo scelto un gruppo che avesse degli orari conciliabili con il mio lavoro. Ci siamo resi conto solo dopo della Dio-incidenza, infatti nostra figlia Olga è nata e salita al cielo proprio il giorno della Divina Misericordia. Nel primo anno non abbiamo frequentato con costanza; a volte ci siamo fatti prendere dalla pigrizia e della stanchezza; a volte abbiamo rinunciato per la difficoltà del gestire Pietro durante la preghiera. Quest’anno, però il Signore ci ha chiamati a sentirci sempre più parte della famiglia del rinnovamento.

Alessandra: Qualche settimana fa, era martedì sera, Riccardo ed io eravamo a casa da soli (essendo Pietro al mare dai nonni); era quindi la serata dell’incontro del nostro gruppo e ho iniziato a interrogarmi se andare o meno alla preghiera; erano diversi giorni che alternavo momenti di pianto al senso di rabbia, ed ero convinta che andarci non sarebbe servito a nulla, anzi mi avrebbe fatta sentire ancora più appesantita perché sarebbe stato solo un altro impegno. Alla fine, molto per senso del dovere e poco per volontà, abbiamo deciso di partecipare all’incontro; era la serata di adorazione che si svolge una volta al mese.  Il Santissimo è stato esposto, era lì davanti ai miei occhi e mentre cantavo (con poco sentimento) parlavo a Lui nel cuore un po’ arrabbiata: “Insomma Signore vado già a messa tutti i giorni, recito il Santo Rosario tutti i giorni e a volte anche la coroncina al Gesù bambino di Praga, sono una mamma di un bimbo piccolo e ogni mio gesto di servizio è esso stesso preghiera; ma cos’altro vuoi da me?”.

Le nostre consorelle ad un certo punto, guidate nella preghiera dallo Spirito Santo, hanno scelto il canto Alzati e Risplendi. Mentre cantavo: “Gerusalem, Gerusalem, spogliati della tua tristezza. Gerusalem, Gerusalem, canta e danza al tuo Signor” è comparso sul mio volto un sorriso a trentasei denti; mi sentivo riempita di una tale gioia e voglia di vivere che avrei voluto gridarlo al mondo intero e le nostre sofferenze non erano sparite erano sempre lì! Mi sentivo come cullata sulle onde del mare, ho chiuso gli occhi e con le finestre spalancate per il caldo mi godevo una leggera brezza. Sorridevo, sorridevo sempre di più quasi da non riuscire a cantare per il tremolio della voce e allora nel cuore ho pregato così: “Grazie Signore! Infinitamente Grazie! Se vuoi che io non canti per ora, ma resti qui a farmi ristorare da Te in silenzio va bene, canteranno per me mio marito e le nostre consorelle; io me ne sto qui buona buona a godermi questo momento di Grazia.” All’incontro successivo ho realizzato che ciò che avevo sperimentato è chiamato: “il riposo nello Spirito Santo”; c’è chi si accascia seduto o a terra abbandonandosi a quel essere cullato tra le braccia dello Spirito, chi sorride o ride, chi piange; ognuno reagisce in maniera diversa a seconda di come opera lo Spirito di vita.

Riccardo: Siamo giunti alla conclusione che non siamo noi a dedicare un po’ del nostro tempo il martedì sera a Gesù, ma è Lui che ci dona un po’ del Suo perché noi ne abbiamo bisogno, anche se non ne siamo consapevoli. Il mese mariano, dedicato a Maria Santissima spalanca le porte al mese successivo di giugno dedicato al Sacro Cuore del Suo figlio amatissimo Gesù; metafora di quanto si è compiuto in noi: quel Santo Rosario recitato tutti i giorni, ammettendo qualche scivolone, ci ha portati a frequentare con più convinzione e desiderio il Rinnovamento nello Spirito, perché la Mamma ci conduce tra le braccia del Figlio. Maria Santissima è davvero la strada d’amore che conduce al soffio dello Spirito Santo.

Riccardo ed Alessandra

Tornare insieme? Il vero miracolo è la conversione del cuore.

Approfitto di una bella notizia arrivatami pochi giorni fa per scrivere l’articolo di oggi: una delle tante coppie separate che conosco è tornata insieme. Mi fa piacere che la Fraternità Sposi per Sempre, come mi è stato confidato, ha aiutato, almeno uno dei due, nel cammino di ricongiungimento.

Negli ultimi anni non è la prima volta che mi capita, ogni tanto i miracoli accadono, anche se sono casi rari; in genere è una cosa molto difficile tornare insieme per vari motivi: quando ci si separa si intraprendono spesso strade diverse, che portano a esperienze e crescite divergenti. Può capitare però che si arrivi a comprendere le nostre fragilità e a diventare consapevoli che il progetto di Dio e la famiglia valgono molto più di una passione momentanea e di tutto il resto. Tornare a stare insieme dopo una separazione è una cosa molto complessa, è necessario farsi aiutare da persone esperte, anche solo per elaborare e non tirare fuori tutto il male e le discussioni che ci sono stati e perdonando di cuore, specialmente dove c’è stato un tradimento. È un nuovo inizio che richiede tempo e don Renzo Bonetti in questi casi consiglia almeno due anni di fidanzamento, prima di tornare a vivere sotto lo stesso tetto, perché un conto è far crescere insieme due pianticelle piccole, un conto è far crescere insieme due querce. Pensando alla mia storia, non saprei da che parte cominciare, anche perché mi sono reso conto di amare ora una persona che non conosco più: infatti mentre prima, quando vivevamo insieme, ogni giorno c’erano diversi momenti di confronto e condivisione, tanto che a volte riuscivo ad anticipare le sue parole, dopo nove anni, per me, è diventata praticamente un’estranea (non so cosa pensa, quello che fa e cosa sceglie). Certamente continuo a volerle bene, a pregare per lei e a portarla con me quando faccio la santa comunione, ma so che se un giorno lei tentasse un ravvicinamento, probabilmente non mi tirerei indietro e accetterei la sfida, consapevole però che realisticamente sarebbe molto, molto difficile. Sarei contento, perché la speranza di poter riunire la famiglia rimane sempre, in particolare per le figlie, ma se non avvenisse una conversione vera e completa, non dureremmo più di dieci minuti insieme, visto che al momento, per quel poco che parliamo, non siamo in sintonia e non abbiamo una visione comune. Non si cambia veramente se non ci facciamo cambiare da Lui.

Sono convinto che umanamente sarebbe quasi impossibile, ma non posso mettere un limite alla potenza e creatività di Dio, anche perché in tante occasioni sono stato puntualmente smentito. Certo il lieto fine è attraente, come nella scena finale del film “Fireproof” (che consiglio a tutti di guardare), ma non è detto che la cosa migliore per me sia quella di tornare insieme, non è quello l’obbiettivo: come dice Luigi Maria Epicoco, quando preghiamo dobbiamo dire: “Dammi Signore non quello che ti chiedo, ma quello di cui ho bisogno”. All’inizio è stato difficile da accettare, perché non capivo come mai, nonostante la preghiera, la messa quotidiana, le novene e tutto il resto, le cose non cambiavano minimamente e mi sono arrabbiato con Dio; poi ho capito che, come nella coppia, non abbiamo possibilità di modificare gli altri o le cose esterne, ma solo noi stessi e il nostro modo di guardare le cose. Infatti, spero che non ci siano più persone che si sposano pensando di poter modificare l’altro, è una battaglia persa in partenza, al massimo (e già è molto difficile, visto che tendiamo sempre a fare gli stessi errori e peccati) possiamo modificare noi stessi. Evidentemente devo ancora crescere, migliorare e rimanere in questa condizione di separazione per uno scopo ben preciso: allora andiamo avanti, seguendo la strada intrapresa, sarà sicuramente un viaggio interessante e ricco di sorprese, è proprio questo il bello della vita!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Ansiosi della ricompensa?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, […] perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipocriti […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Questa volta ci concentriamo sul Vangelo che viene proposto nella Messa di domani, che è lo stesso del Mercoledì delle Ceneri, e ci aiuterà a riflettere su un aspetto particolare della relazione sponsale: la ricompensa. Quando ero piccolo restai molto colpito dall’atteggiamento di mia nonna, alla quale chiesi una volta se avesse dormito bene, la sua risposta mi lasciò perplesso al momento, ma la capii solo anni dopo nella sua profondità, mi disse più o meno queste parole: <<Io mi addormento sempre serena e tranquilla perché ho fatto il mio dovere, quello che era giusto fare.>>.

Quando ci si sposa – lo ripetiamo spesso nei corsi di preparazione al matrimonio – non si può pensare di cominciare a segnare sulla lavagnetta del frigo di casa cosa ha fatto lui, cosa ha fatto lei, quanto ha amato lui, quanto ha amato lei ; l’amore (con i suoi gesti concreti) non si può contare, altrimenti non sarebbe gratuito, e se non resta nella gratuità perde la definizione di amore e diventa un contratto, un accordo, un affare, un ingaggio. Vi piacerebbe ricevere lo scontrino dal vostro coniuge a fine giornata?

Il Vangelo ci insegna che se compiamo gesti d’amore per avere la ricompensa umana non avremo quella celeste. Cari sposi, quale ricompensa preferiamo? Quella umana, che pur essendo gradevole rimane in questo mondo, oppure quella che ci acquista “punti Paradiso”?Questo non significa assolutamente che non siamo tenuti a ringraziare chi ci offre un gesto d’amore, la riconoscenza è doverosa verso gli altri, in particolare verso il nostro coniuge, ma il problema sta nell’intenzione che c’è nel nostro cuore quando siamo noi a compiere un gesto d’amore verso gli altri, in particolare verso il nostro coniuge. Se l’intenzione del nostro gesto è quella di compiacere noi stessi, di nutrire il nostro ego (come se non fosse già abbastanza grande), di ricevere onori e gloria, di essere stimati… siamo sulla strada sbagliata perché il nostro coniuge riceverà sì un beneficio dal nostro gesto, ma chi ci perderà sarà il nostro cuore, la nostra anima; il ricevente ne trae un vantaggio comunque, ma il Signore è Giustizia e conosce il cuore con cui abbiamo compiuto tale gesto.

E vivere la nostra relazione sponsale con questa gratuità ci allena ed aiuta a capire la gratuità dell’amore del Signore nei nostri confronti. Naturalmente questo atteggiamento del cuore vale anche quando sono gli sposi insieme come coppia a compiere un gesto verso un’altra coppia o verso la comunità. Ma il Vangelo sposta la nostra attenzione dal piano umano a quello divino, dall’orizzonte umano alla verticalità divina, ci insegna che gli atti di giustizia sono tali sia verso Dio che verso gli uomini; infatti i tre gesti elencati sono l’elemosina, la preghiera ed il digiuno, ma non fini a se stessi.

L’elemosina ci allena a spogliarci delle cose di questo mondo per avere tesori solo nell’eternità. La preghiera ci ricorda che siamo creature e senza il nostro Creatore e la Sua Grazia non possiamo far nulla. Il digiuno ci aiuta a fiaccare i nostri sensi mortali, che con la loro concupiscenza ci attirano verso il basso, sappiamo che la carne ha desideri contrari a quelli dello spirito. Ancora una volta il matrimonio si riveste di eternità, si rivela un perfetto alleato per la santità, anzi, per gli sposi è la modalità -vocazione- con cui Dio ci chiama alla santità, Coraggio sposi, impariamo ad essere ansiosi della ricompensa di Dio che a suo tempo ci elargirà nella giusta misura.

Giorgio e Valentina

Gli sposi sono anche sacerdoti. Cosa significa?

Nell’articolo di oggi riprendo una affermazione che Dio stesso fa a Mosè poco prima che il profeta riceva il Decalogo. L’abbiamo ascoltata ieri, proclamata come prima lettura della Messa. Dio dice a Mosè: Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. È importante capirci su due cose. Chi sono i sacerdoti? Siamo chiamati anche noi ad esserlo anche se non siamo parte del popolo eletto?

Chi sono i sacerdoti? I sacerdoti per gli ebrei, come per la maggior parte dei popoli coevi, erano coloro che avevano un contatto diretto con Dio. Erano coloro che potevano offrire sacrifici a Dio. Quindi avevano un ruolo molto importante. Dio, nel versetto indicato, afferma che gli ebrei, per merito dell’antica alleanza, erano popolo sacerdotale. Popolo con il quale Lui aveva un contatto diretto, e dal quale accettava sacrifici ed olocausti. Dio ha in pratica affermato che considerava Israele come mediatore unico tra sé stesso e l’umanità.

E noi? Non possiamo essere sacerdoti? Solo i preti lo sono? Certo che possiamo esserlo. Noi siamo popolo sacerdotale perché apparteniamo a Gesù. Popolo di sua conquista. Noi siamo le Sue membra. Dal capo, che è Gesù, le qualità vengono trasmesse a tutte le membra. Anche il sacerdote ministeriale o ordinato diventa sacerdote in Cristo. Ogni persona è sacerdote dal battesimo. Certo, ha il sacerdozio comune, da non confondere con quello ordinato (hanno funzioni molto diverse), ma ha questa caratteristica in sé. Siamo come incorporati in Gesù. Il nostro sacerdozio è dono del battesimo. Gesù Cristo, l’unico ed eterno sacerdote della nuova alleanza, non è entrato nel santuario fatto da mani d’uomo, ma nel Cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore (dalla lettera agli Ebrei). Gesù è sacerdote sempre, lo è anche oggi, non solo quando era sul Calvario. Lo è sempre. Anche adesso. Ogni sacrificio che noi celebriamo è Gesù che lo celebra in noi e attraverso di noi. Gesù è sempre l’attore principale di ogni liturgia che onora il Padre.

Il sacerdozio degli sposi in cosa consiste? Il sacerdozio comune degli sposi si esercita nell’offerta di sé all’altro. Già durante il rito delle nozze, quando pronunciamo la famosa formula Io Antonio accolgo te Luisa come mia sposa …, stiamo esercitando il nostro sacerdozio. Ci stiamo offrendo l’uno all’altra. Siamo contemporaneamente offerta ed offerente. Il prete c’è come testimone, ma il sacramento lo celebrano gli sposi. Sono loro i sacerdoti del loro sacramento. E così nella vita matrimoniale. Ogni volta che ci offriamo l’uno all’altro stiamo compiendo un sacrificio a Dio. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di ascolto, di servizio, non sono solo gesti d’amore ma sono veri gesti sacri, cioè gesti che appartengono a Dio. Quindi ogni volta che esercitiamo il nostro sacerdozio nel dono reciproco stiamo compiendo un vero sacrificio a Dio. Stiamo esercitando il nostro sacerdozio. Ogni volta che invece lasciamo che a comandare siamo i nostri istinti meno amabili e il nostro egoismo, stiamo compiendo non solo un errore nei confronti dell’altro ma un vero sacrilegio. Stiamo prendendo per noi qualcosa che appartiene a Dio. Noi abbiamo promesso di darci completamente l’uno all’altra. La nostra vita e il nostro matrimonio non sono più solo nostri, li abbiamo offerti a Dio.

Amplesso vero gesto sacerdotale. Ogni volta che ci doniamo l’uno all’altra nell’intimità fisica stiamo esercitando il nostro sacerdozio. Ogni volta che viviamo l’intimità fisica rendiamo presente nuovamente quella realtà che ha instaurato il nostro sacramento.  Rendiamo nuovamente attuale e presente l’offerta totale che ci siamo fatti l’uno all’altra. Non vi ricorda nulla tutto questo? Ricordate che noi siamo immagine e ricordiamo l’amore totale di Gesù sulla croce? Come si riattualizza quella realtà? Nell’Eucarestia. Ogni Eucarestia si rende di nuovo attuale e presente quel sacrificio di Cristo. Cristo morto sulla croce una volta sola, ma il cui sacrificio è reso attuale e reale nuovamente in ogni Messa. Così noi sposi, ogni volta che ci uniamo totalmente in cuore, anima e corpo, riattualizziamo il nostro matrimonio. Capite ora perché Eucarestia e matrimonio sono spesso accostati e messi in relazione? L’uno ci spiega l’altro e viceversa. Come nell’Eucarestia lo Spirito Santo entra in noi, così nell’amplesso fisico degli sposi c’è una nuova effusione dello Spirito che rinnova e perfeziona i doni di Grazia che abbiamo ricevuto il giorno del nostro matrimonio. Non solo il rapporto fisico è gesto sacerdotale per noi sposi. È il gesto che più lo esprime. Ricordiamo però, che seppur l’amplesso fisico è il vertice sensibile del dono vicendevole, ogni gesto, parola o atteggiamento di dono verso l’altro è gesto sacerdotale.

Comprendete ora perché la Chiesa non contempla il divorzio? Comprendete come l’intimità fisica sia importante e sacra e non vada banalizzata? Spero di avervi offerto alcuni spunti di riflessione.

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link.

Grazie per averci chiamati alla missione!

Cari sposi,

            quando è stata l’ultima volta che avete provato una forte empatia per una situazione accaduta ai vostri figli? Penso a un esame difficile, oppure un problema lavorativo o magari una malattia. Da buoni genitori il loro dolore e sofferenza sono divenuti vostri, di sicuro amplificati dal desiderio di alleviarli o toglierli! Qualcosa di molto simile successe a Gesù. Egli, come al solito, si sta spostando di villaggio in villaggio nella sua Galilea. Ci troviamo alla fine della narrazione che Matteo dedica ai miracoli e quindi la fama del Maestro è davvero alle stelle. Di conseguenza tutti volevano vederLo e toccarLo. È in questo contesto che avviene la scena odierna; ad un certo punto Gesù si trova davanti migliaia di persone pronte ad ascoltarlo e lì è accaduto quanto abbiamo letto or ora. Vorrei fare due semplici sottolineature al riguardo.

La prima. Gesù dimostra di avere un cuore profondamente capace di connettere con i veri bisogni delle persone, possiede il talento di immergersi con tutto sé stesso alle situazioni altrui. Già questo è degno di nota e per noi stimolo a chiederGli spesso un cuore simile al Suo. Ma cosa sta provando esattamente Gesù? Non è meraviglia per la folla di fans, nemmeno un atteggiamento superficiale – tipo “poverini!” – per le difficoltà di essere in quel posto in così tanti. Il verbo che usa Matteo è “esplanchnìsthe”, cioè, “ne ebbe profonda compassione”. Molto interessante rilevare come sia lo stesso verbo usato nella Parabola del Figlio Prodigo per indicare la reazione del padre quando intravede di lontano il ritorno del figlio pentito. Ma c’è di più: questo verbo fa proprio riferimento al sostantivo “σπλάγχνα” ossia le “viscere” che a sua volta traduce l’ebraico רחמים “rahamim”, ossia il grembo materno. Questo per mostrare come Dio è, a un tempo, Padre e Madre, è la fonte ultima dell’autentica paternità e maternità.

Prima di agire davanti a questo urgente bisogno di guide e pastori, Gesù prova nel suo cuore un sincero senso di com-passione, cioè si fa carico dei loro problemi e necessità, entrando nel più profondo del loro vissuto. Ecco qui il punto cari sposi: davanti a un mondo pieno di difficoltà, specie per i vostri figli; al constatare quanto soffrano giovani, coppie, famiglie, come vi ponete voi? Cosa provate nel cuore? Qual è il vostro atteggiamento più intimo? State provando in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù? (cfr. Fil 2, 5). Quel Gesù che abita in voi per il sacramento, Colui che ha trasformato, trasfigurato, il vostro amore nuziale, vorrebbe in voi e con voi ancora oggi provare quegli stessi sentimenti per le “folle stanche e sfinite”.

In secondo luogo, vediamo la conseguenza di quella commozione profonda di Gesù. Sembra quasi che si sia chiesto tra sé e sé: “Cosa posso fare per loro?”. Ecco allora che Lui si “moltiplica” e chiamando uno per uno gli apostoli, quasi fa sì che il Suo amore divenga il loro. Anche voi nel matrimonio vi siete chiamati per nome, cioè, avete risposto a un appello del Signore a seguirLo in questa passione di amore infinito. Sì, in effetti, il matrimonio è una vocazione all’amore e per questo anche all’apostolato. È un grande dono quello che Gesù vi ha fatto, segno della fiducia che Lui ripone in voi. Possiate cari sposi oggi sentirvi sempre più coinvolti con Gesù nel suo desiderio ardente di raggiungere tutti e già lo sapete che, con la grazia del matrimonio, Lui conta pienamente su di voi.

ANTONIO E LUISA

Sapete una cosa? La nostra missione non consiste nel fare qualcosa. Non consiste nel predicare, neppure nel fare opere di misericordia e di volontariato. Sì sono tutte cose buone ma che devono essere una conseguenza della nostra missione primaria. Gesù ci ha chiamato e ci ha inviato per essere ciò che siamo. Siamo sposi cioè una comunione d’amore. Più sapremo diventare questa comunione, con tutte le nostre fragilità umane ma con la forza dello Spirito Santo, e più mostreremo al mondo chi è Dio e come Dio ama. Questa è la nostra missione: diventare ciò che siamo!

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Il matrimonio secondo Pinocchio /5

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: – Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! E si rasciugò una lacrima.

Restiamo ancora su questa frase perché dopo aver riflettuto sulla paternità di Dio Padre e sulla nostra figliolanza divina, ora affrontiamo l’ultima nota di questa frase, quella dolente: E si rasciugò una lacrima.

Le lacrime sono un segno del corpo che spesso arrivano quando il corpo non riesce più ad esternare ciò che avviene dentro; ci sono le lacrime positive di gioia, stupore, meraviglia, pace, incanto così come quelle negative di tristezza, infelicità, angoscia, dolore e dispiacere. Le conosciamo benissimo perché almeno una volta tutti ne abbiamo fatto esperienza, perciò possiamo facilmente immaginare lo stato d’animo del povero Geppetto dinanzi alle monellerie del figliuolo, ma ora non ci interessa farne una disamina attenta, quanto invece far emergere ciò che il Collodi vuole dirci con queste poche parole.

Un antico adagio recita così: non c’è amore senza dolore… è una verità insita nella nostra esistenza e nessuno ne è escluso, lo sanno benissimo le madri che per amore affrontano il dolore del parto, lo sanno benissimo gli sposi che per amore sopportano i dolori che nascono dalla relazione col proprio coniuge. Quando si è disposti a soffrire pur di amare allora si è pronti ad amare, altrimenti si è ancora nell’adolescenza o, peggio, nella fanciullezza. La prima esperienza che si fa quando si comincia ad amare qualcuno è proprio quella del dolore, e Geppetto (simbolo del Padre) ce lo ricorda.

Ma con quale stile ama Dio Padre? Per capirlo meglio ci lasceremo aiutare da una mamma, che, come tutte le mamme, conosce bene il dolore: la Madonna. Nelle sue varie apparizioni riconosciute ufficialmente dalla Chiesa non cessa di mostrarci il volto materno doloroso dell’amore di Dio ; riportiamo solo alcune frasi.

Apparizione a La Salette (19/9/1846): Da quanto tempo soffro per voi ! Se voglio che mio figlio non vi abbandoni, sono incaricata di pregarlo incessantemente e voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi.

Apparizione a Fatima (13/08/1917): Ed assumendo un aspetto più triste, (aggiunse): Pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’Inferno non avendo chi si sacrifichi e preghi per loro”. (13/10/1917) E assumendo un aspetto triste (la Madonna aggiunse): non offendano più Dio Nostro Signore che è già molto offeso.

Apparizione a Beauraing (03/01/1933): Chiede infine, al culmine del dialogo con i bambini: “Amate mio Figlio? Mi ami? Quindi sacrificati per me.”

Anche se queste frasi mettono in luce alcuni aspetti particolari della nostra vita di fede, ci confermano comunque che anche l’amore tra Dio e l’uomo è caratterizzato dal dolore; non possiamo a questo riguardo non citare la dolorosissima Passione del Figlio di Dio per la nostra salvezza e le vite di tanti santi che hanno deciso di corrispondere all’amore di Dio e si sono conformati al Figlio come San Pio da Pietrelcina o Santa Veronica Giuliani.

La Madonna in questi messaggi ci conferma e ci mostra la tenerezza materna che il Signore ha nei nostri confronti. Proprio come una mamma che vede il proprio figlio “prendere una brutta strada” e non si stanca di sperare in un cambiamento, continuamente lo richiama sulla retta via con la sua tenerezza materna ricordandogli il suo amore materno ed aspetta, aspetta e ancora aspetta con la speranza nel cuore, perché le mamme sono così, per fortuna.

Il Signore sapeva bene che cominciare l’avventura umana sarebbe costato tanto dolore, eppure l’ha fatto, non ha esitato un solo istante perché ciò che Lo muove è l’amore per l’uomo. Questo Padre (rappresentato da Geppetto) non nasconde la verità delle nostre “monellerie” – Male, ragazzo mio, male! – ma ce lo dice con la tristezza nel cuore, non per metterci sulle spalle il peso del ricatto morale (come a volte facciamo noi coi nostri figli) ma perché spera di risvegliare in noi la nostalgia del Suo amore, della Sua pace, della Sua serenità.

Questo atteggiamento di Dio, nello stesso tempo paterno e materno, ci interroga direttamente come sposi perché il nostro matrimonio deve sempre più conformarsi al Suo amore: come ci relazioniamo col nostro consorte quando sbaglia? Siamo interrogati anche come genitori, in quanto facciamo le veci del vero Padre: come aiutiamo i nostri figli a correggersi?

Molte persone che vivono lontane dalla vita di fede pensano che Dio non si interessi a loro, ma si sbagliano di grosso. La Madonna ci testimonia in ogni apparizione che più siamo lontani da Dio e più Lui ci cerca per sedurci a tornare a Lui con tutto il cuore. Molte mamme vanno a letto “con un occhio aperto” (ma anche con un’orecchio), e non prendono sonno finché tutti i figli non sono rincasati dalle serate con gli amici o il marito non torna dal lavoro dopo il turno serale. Similmente anche il Signore non si addormenta, non prende sonno il nostro Custode, a volte quando non ci vede rincasare da troppo tempo ci manda dei richiami quali il tormento della coscienza, altre volte ci manda la Madonna ma mai con atteggiamenti aspri, sempre con tenerezza e dolcezza.E così dobbiamo imparare ad agire anche noi sia come sposi che come genitori, impariamo dalla Madonna, ma anche Geppetto è un buon insegnante!

Giorgio e Valentina.

Voglio amarla anche quando non ne ho voglia

Ritengo molto interessante una risposta ricevuta ieri come commento all’articolo del giorno. L’articolo trattava di metodi naturali e, tra le altre cose, gli autori hanno calato un’affermazione “scandalosa” per molti. Cosa hanno scritto? Il problema sorge se faccio l’amore solo quando ne ho voglia, il che equivale a dire: ti amo quando ho voglia, quando non ho voglia faccio altro. Capite lo scandalo? Hanno cercato di disgiungere la voglia dall’azione. E questo nell’amore romantico che tanto piace oggi non è accettabile. Ci siamo dentro tutti chi più chi meno in questa mentalità. Certo uomo e donna la intendono in modo diverso, la donna più sul romanticismo mentre l’uomo più sulla pulsione ma rispondono entrambi alla logica della voglia, del me la sento o non me la sento. Il matrimonio non funziona così. Le cose da dire sarebbero davvero tante. Per questo non farò un discorso lineare ma vi proporrò di seguito alcuni punti che possono essere utili per riflettere.

La promessa matrimoniale. È bene ricordare che noi facciamo una promessa solenne davanti a Dio che si conclude, in una delle forme più usate, in questo modo: di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. Luisa ed io abbiamo usato questa per il nostro matrimonio. La formula non dice di amarti ed onorarti quando ne avrò voglia. Chiaro questo? Cosa possiamo comprendere da questa promessa? L’amore che ci promettiamo reciprocamente non c’entra nulla con il sentimento e con la voglia. Tutti i giorni significa tutti i giorni. Quando ho voglia e quando non ne ho. E se quel giorno non avessi voglia? Amo con la volontà. Amare è azione, è fare, è dire, è esserci, è ascoltare, è prendersi cura. Anche se non lo sento. Allora devo fare l’amore tutti i giorni? Qui tocchiamo il secondo punto.

La frequenza dei rapporti. Iniziamo con il dire che non esiste una frequenza che vada bene per tutti. La frequenza è un parametro molto soggettivo della coppia. Dipende da tantissime variabili, dagli impegni, dallo stato di salute, dall’educazione, dall’età e da tanto altro. Spesso non esiste un allineamento tra la frequenza che vorrebbe lui e quella che vorrebbe lei. Luisa ed io ad esempio non siamo stati mai pienamente in sintonia su questo. Come fare? La risposta è solo una: dialogo ed empatia. Cercare di mettersi nei panni dell’altro. Nel dialogo io ho compreso la difficoltà di Luisa ad abbandonarsi al rapporto troppo frequentemente e lei ha compreso il mio desiderio verso di lei. Ci siamo venuti incontro entrambi. E non è un compromesso. È una terza via che rispetta la sensibilità e i desideri di entrambi. Il dialogo non deve mai interrompersi. Perché cambiamo noi e cambiano le situazioni e quindi quello che andava bene un anno fa magari ora non va più bene. Non esiste una frequenza giusta ma ne esiste una minima. Non scendere mai sotto le due volte al mese. Unirsi di meno significa inaridire il rapporto e allontanarsi piano piano l’uno dall’altra.

Siamo differenti. Uomo e donna sono differenti. Abbiamo una spinta ormonale completamente diversa. L’uomo ha dieci volte quelle femminile. Per questo di solito ha più voglia. Non c’è solo una differenza pulsionale-ormonale ma a complicare le cose ci si mette anche il nostro cervello. Abbiamo un cervello diverso. Lo spiega benissimo la nostra amica Nicoletta Musso. La donna è fatta come una borsetta. Quando cerca il desiderio sessuale trova di tutto. Trova il pollo da cucinare, trova i panni da stendere, trova la riunione sul lavoro del giorno dopo. Trova tutto. Non riesce a mettere dei confini e spesso questo la frega, le fa credere di non aver voglia. L’uomo è più come un portafoglio. Lo apre e sceglie la taschina giusta quella del sesso e per un po’ pensa a quello. Solo a quello. Sembra strano ma è così. Quindi uomo prendi l’iniziativa. Non sono stereotipi ma fa parte di noi, di come siamo fatti. E tu donna lasciati andare e sentiti amata attraverso il suo desiderio. Preoccupati non quando ti cerca ma quando smette di farlo. E se sei presa da tante altre cose provaci ad abbandonarti comunque. Perché? Ed arriviamo all’ultimo punto di oggi.

Il desiderio responsivo. C’ è sicuramente da fare tutto un discorso su come far nascere il desiderio ma lo farò in un altro articolo. Situazione tipica: tu sposa hai lavorato fuori ed in casa. I bambini finalmente sono a letto. È già tardi, sei stanca morta e tuo marito ti si avvicina cercando un po’ di intimità con te. Non hai nessuna voglia. Non solo sei stanca ma sei anche preoccupata per l’indomani per alcune questioni che devi risolvere. Puoi rifiutarlo ma puoi anche decidere di “sfruttare” il suo desiderio e lasciarti andare. Sapete cosa accade molte volte? Che lasciandoti andare e sentendoti desiderata ed amata da tuo marito inizia a nascere il desiderio in te. Questo in sessuologia ha un nome: desiderio responsivo. E abbandonandoti vivi un momento di comunione che ti darà forza per il giorno dopo.

Capite come la voglia non sia una forza completamente disgiunta dalla scelta? Io scelgo di amarti e decido di fare l’amore con te. Molte volte attraverso quella scelta torna la voglia. Se invece lasciamo tutto in mano alla voglia, al sentire, siamo come banderuole che vanno dove tira il vento. Non siamo liberi ma completamente dipendenti dai nostri sentimenti. Io non voglio questo tipo di amore ma voglio essere libero di amare la mia sposa anche quando non ne ho voglia. Mi rendo conto che l’articolo resta incompleto. Quindi ne preparerò un altro dove cercherò rispondere ad altre domande importanti. Perché il desiderio viene a mancare? Cosa fare? Perché a volte è lui a non avere voglia? Quindi to be continued……

Antonio e Luisa

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link.

Felici di aver scelto i metodi naturali

Perché siamo contenti di applicare il metodo Sintotermico Roetzer  al nostro matrimonio?

Abbiamo più volte iniziato a scrivere questa lettera, senza troppo successo. Le parole non si incastravano bene, le idee apparivano strutturate in maniera poco convincente, l’esposizione si srotolava noiosa e terribilmente didascalica. Così ci siamo fermati a riflettere ancora un po’ e abbiamo capito che non dobbiamo convincervi né insegnarvi nulla. A volte certe dinamiche tossiche s’insinuano dentro di noi senza che ce ne accorgiamo. Anzi, vi chiediamo scusa se a volte, nei nostri discorsi, vi siamo sembrati saccenti o abbiamo assunto un’aria quasi superiore da: io lo faccio meglio di te. E’ che vorremmo solo raccontarvi quanto bene e quanta bellezza si nascondono nello scegliere il metodo naturale all’interno del proprio matrimonio.

 Ci dicevamo l’altra sera a cena che questa è certamente una scelta impopolare, e che senza dubbio è un cammino in salita, che richiede una fatica. In alcuni momenti ci è balenata persino in testa l’idea che forse non è per tutti, che forse il Signore non chiede ad ogni coppia di sposi l’utilizzo del metodo naturale per declinare la propria sessualità coniugale. Forse davvero ad alcuni chiede il semplice utilizzo di stick per la rilevazione dell’ovulazione; forse davvero per altri la propria strada per la santità (che poi, in un linguaggio non cristiano altro non è che la strada per la felicità) deve passare attraverso una sessualità sregolata, nel senso proprio del termine di non rispondente al alcuna regola, aperta a qualsiasi gravidanza, in qualsiasi momento, prescindendo da qualsiasi altra esigenza della propria famiglia. Non lo sappiamo. Quel che però abbiamo capito dalla nostra esperienza è che la Chiesa non ci ha mentito quando, a un passo dalle nozze, ci ha indicato come via migliore per donarci l’uno all’altra l’educazione al metodo naturale.

Quando, noi amici, eravamo tutti fidanzati, avendo scelto la castità, ci confidavamo spesso l’attesa del momento in cui finalmente avremmo fatto l’amore. Una volta sposati, invece, tanti dei nostri amici hanno iniziato a smettere di parlarne. Qualcuno ha avanzato candidamente che certe cose sono solo di marito e moglie, che non vanno dette. E se questo è vero nel senso del rispettare la propria unione, è tuttavia altrettanto vero che, a volte, si evita di parlarne perché ognuno vuole gestirsela come vuole. Senza troppe domande, senza troppi dubbi, senza troppe riflessioni. Il problema è che non riusciamo proprio a capire come non ci si possa interrogare su un ambito tanto complesso e tanto importante per un matrimonio. Come si possa abbandonare la sessualità coniugale al proprio istinto, come se poi questa casualità potesse aumentare il desiderio o garantire un rapporto sessuale più soddisfacente.

Ricordiamo ancora quando seguimmo il nostro primo corso da fidanzati sui metodi naturali, perché quello che ci colpì in primis furono le parole della relatrice “chi segue il metodo naturale l’amore lo fa di più e meglio!” e già solo questa frase ci aveva attirato nel saperne di più e nel desiderare anche per noi la via migliore attraverso cui donarci reciprocamente! Non possiamo negare che noi cristiani, di sessualità, ne parliamo davvero troppo poco. E non mi stupisco quando il mondo ci addita come bigotti, perché nonostante abbiamo davvero un tesoro, spesso lo nascondiamo invece di condividerlo. Noi, invece, vogliamo raccontarlo, perché siamo convinti che il mondo abbia bisogno di conoscere una bellezza vera, intensa, autentica. E come non iniziare da chi ci è più vicino, cioè voi, amici nostri?

Uno dei primi motivi per cui, ci avete detto, stentate ad avvicinarvi al metodo è per stanchezza. Corriamo ogni giorno dietro a scadenze, incombenze, impegni lavorativi, bisogni familiari e pensare di dover fare attenzione al proprio muco, alla temperatura, ai segni che il corpo ci rimanda può apparire come un ulteriore stress. “Non sono costante, mi perderei”. Noi, da campioni mondiali di stanchezza, le capiamo bene queste resistenze; però ci siamo detti che attraverso quel rapporto con mia moglie, con mio marito, ci passa Dio, ci passa la vita, e quindi è qualcosa che merita la nostra attenzione. Anche stanca, anche stressata. E’ un po’ questione di abituarsi ad una buona pratica e un po’ questione di esercitare un briciolo della propria volontà:se guardo almeno una volta al giorno Instagram e Facebook, vuoi che non riesca ad osservare una volta al giorno quel che mi dice il mio corpo? E poi, come diceva Evagrio Pontico “se vuoi conoscere Dio, impara prima a conoscere te stesso”, e magari può passare anche da questo.

S’inserisce allora, di solito, il commento un po’ scocciato “ma così non sono libero di fare l’amore con mia moglie/marito quando voglio!”. Ecco, questa di solito è la seconda scusa più frequente per non avvicinarsi ai metodi che ci viene mossa. Partiamo dal fatto che avere desiderio di fare l’amore col proprio coniuge è una benedizione! Provare reciproca attrazione, volersi, cercarsi, anche dopo anni di  matrimonio, anche dopo ore estenuanti passate ad educare i figli e a lavorare, è davvero qualcosa di prezioso, attraverso cui passa l’amore di Dio; e quindi fare l’amore quando ne abbiamo voglia è certamente appagante. Il problema sorge se faccio l’amore solo quando ne ho voglia, il che equivale a dire: ti amo quando ho voglia, quando non ho voglia faccio altro.

 E’ molto pericoloso lasciare alla voglia il potere di determinare le nostre scelte e, di conseguenza, i nostri rapporti; essa, infatti, è figlia dell’egoismo, se non ben indirizzata, e questo è un rischio specialmente per gli uomini che, fisiologicamente e psicologicamente funzionano in maniera diversa rispetto alle donne. Una cosa che abbiamo intuito sin da subito nell’esercizio della castità prematrimoniale e poi dei metodi naturali è proprio questa: la sessualità è qualcosa che va educato, altrimenti scade nell’egoismo travestito da amore.  Quindi se seguiamo il metodo calcoliamo tutto? No, educhiamo tutto, anche ciò che per definizione è ineducato, cioè l’istinto. Talvolta ci viene anche detto, infatti, che così, però, non lasciamo spazio alla grazia, che anche i metodi naturali sono contraccezione. Qui il discorso è ben più profondo.

Ogni coppia, infatti, deve chiedersi perché sta utilizzando i metodi. Innanzitutto, se anche sto utilizzando maggiormente il periodo infertile, so che comunque sono aperto alla vita perché oggettivamente non pongo ostacoli di sorta.  E se sto sfruttando il periodo infertile per evitare altre gravidanze, questo può essere dovuto a molte decisioni serie riguardanti il mio matrimonio. Certo è che fare figli richiede anche responsabilità, cioè capacità di rispondere. Dare la vita è qualcosa di sacro, ma i figli vanno generati ogni giorno e devo prendermene cura quotidianamente, il mio ruolo genitoriale non finisce il giorno del parto. E il Signore non mi chiede di fare figli in continuazione, ma di amare in continuazione.

Potremmo parlare ancora tanto, ma dopo un po’, si sa, la soglia d’attenzione si abbassa notevolmente, e allora concludiamo. Perché siamo contenti di applicare il metodo naturale (sintotermico Roetzer)  al nostro matrimonio? Cosa volevamo raccontarvi, in fin dei conti? Che in questo modo cambia tutto. Innanzitutto sai con certezza che stai provando ad amare sul serio quel dono immenso che hai accanto (pur con tutti i suoi difetti); e lo sai non perché te lo racconti tu, ma perché lo dice la realtà, per il fatto stesso che non stai amando seguendo solo i tuoi istinti. Cambia tutto perché l’adagio “l’attesa aumenta il desiderio” è vero, perché magari un giorno ti astieni, ma poi quando fai l’amore è più bello di prima. Cambia tutto perché fai l’amore più spesso di quel che pensi, e lo fai meglio, con più rispetto, e con più unione. E credeteci, è davvero tutta un’altra cosa.

Benedetta e Stefano Silveri  

(insegnanti del metodo sintotermico Roetzer)

Articolo originale su ineritalia.org

Chiara? Normale e straordinaria

Undici anni fa saliva al cielo Chiara Corbella, una donna, una moglie e una mamma. Era tutto questo, era ancora molto giovane. Perchè undici anni dopo la sua morte il suo nome e sulla bocca di sempre più persone e la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede.

Il segreto credo che sia nella sua normale straordinarietà. Non è stata una mistica, non è stata una suora che ha fondato un ordine oppure una benefattrice che passava le giornate in mezzo agli ultimi e ai perseguitati. Insomma era molto lontana dall’idea di santa che spesso abbiamo in mente. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come tante altre, cresciuta in una famiglia normale di Roma, che si è fidanzata. E anche nel fidanzamento era esattamente come noi, piena di dubbi, di ripensamenti, di tira e molla con Enrico (suo futuro marito). Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a suo marito.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che ad una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Concludendo posso dire che Chiara è una santa faticosa e meravigliosa. Per me è così. E’ faticosa perchè ci propone un cammino di santità non facile, ci dice che costruire un matrimonio cristiano affidato a Dio non significa evitare le sofferenze e i dolori, ma anzi a volte chiede di abbracciare la croce in un modo non voluto ed imprevisto. Questo è difficilissimo da digerire. Noi che vorremmo la gioia piena già qui sulla terra. Eppure Chiara è meravigliosa perchè con la sua vita ci ha mostrato come morte e malattia si possano sconfiggere. Ci ha donato la speranza di poter davvero vivere per sempre. Non a caso il libro scritto su di lei si intitola Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara prega per noi e per le nostre famiglie.

Antonio e Luisa

Vi sentite ispirati?

In questi giorni ascoltiamo questa preghiera di colletta recitata dal sacerdote a nome nostro : <<O Dio, sorgente di ogni bene, ispiraci propositi giusti e santi e donaci il tuo aiuto, perché possiamo attuarli nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…>>

La colletta ha la caratteristica di raccogliere un poco da tutti a vantaggio di una collettività, lo sappiamo bene quando si tratta di soldi, ma la medesima realtà avviene anche sul piano spirituale poiché in questa preghiera (recitata a Messa poco prima delle letture) il sacerdote raccoglie il poco da ciascuno (le intenzioni personali di preghiera) e lo fa confluire in una grande preghiera a vantaggio di tutti; come se presentando un cesto di intenzioni al Padre riassumesse tutto in un solo biglietto, e per di più non lo presenta solo come singolo ministro a nome della comunità ma passa per Gesù, presenta al Padre passando per il Figlio, attraverso il Figlio, il Quale condivide la nostra natura umana (oltre a quella divina)… e volete che il Padre, menzionando il Figlio, faccia orecchie da mercante? Ovviamente no.

Ma perché il sacerdote osa chiedere così tanto? Perché non si accontenta di chiedere l’ispirazione per dei buoni propositi generici, ma aggiunge giusti e santi? E perché domanda l’aiuto per attuarli? Proviamo a dare uno sguardo a quest’aspetto della nostra vita di fede per poi scendere nella nostra realtà matrimoniale così da riuscire a dare risposte concrete alle domande poste.

Il sacerdote è un ministro ordinato per la nostra salvezza, cioè non viene consacrato per se stesso, la sua consacrazione è ordinata alla salvezza delle anime, i poteri che gli vengono conferiti non seguono la logica della meritocrazia, ma la logica della Grazia, perciò l’efficacia delle parole di questa preghiera non proviene dalla sua santità ma dal suo sacerdozio ministeriale in quanto sta operando in persona Christi, inoltre non è una preghiera dettata dall’estro del momento, ma sono preghiere ufficiali della Chiesa come Corpo mistico di Cristo. E la Chiesa, fedele al Suo Sposo, non si limita a chiedere aiuti per le realtà temporali ma per quelle eterne; le cose di questo mondo seppur belle sono destinate a perire, ma ci sono delle realtà che superano questo mondo, che sono più grandi, e sono quelle che dobbiamo chiedere come priorità, le altre servono nella misura in cui sono ordinate a queste, altrimenti non servono a molto, o, peggio, sono d’intralcio. (cfr Mt 6,33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta“)

Le ispirazioni buone potrebbero anche sorgere dal nostro interno, seguendo qualche filosofia o stile di vita, oppure semplicemente assecondando la solidarietà umana, ma le ispirazioni giuste e sante hanno un solo mittente: lo Spirito Santo. Già il termine “ispirazioni” dovrebbe farci intuire qualcosa al riguardo, ma andiamo oltre perché se da soli potremmo anche seguire una solidarietà umana, per conoscere ciò che è giusto e santo è necessario invece lo Spirito Santo, senza il Quale non possiamo santificarci.

Un antico adagio recita così: di buone volontà è pieno l’inferno – oppure – di bei propositi è lastricato l’Inferno. Esso ci insegna che non basta l’intenzione ma è necessaria anche l’opera mossa da quell’intenzione.

Cari sposi, quando si vive una fatica relazionale, quando “siamo litigati”, quando facciamo fatica a capire l’altro, quando il perdono sembra un gradino insormontabile, quando l’egoismo ci (mal)suggerisce di aspettare che sia l’altro a fare il primo passo della riconciliazione, quando le fragilità e le miserie del nostro consorte ci rendono difficile amarlo spontaneamente, quando la coppia ha bisogno di curare le ferite con la tenerezza e il dialogo, quando abbiamo trascurato per troppo tempo l’altro riducendolo ad un semplice convivente, quando vedo l’altro solo come il genitore dei miei figli, ecc… è proprio il momento di alzare le antenne spirituali per captare le ispirazioni dei propositi giusti e santi, e contemporaneamente abbassare la cresta dell’orgoglio/egoismo.

Quando sentiamo una vocina dentro che ci dice: “Và e riconciliati con lei/lui anche se hai ragione, affrèttati e chiedi perdono per primo, compi quel gesto che non ti piace ma che la fa sentire amata e desiderata, accoglilo con la tua tenerezza femminile anche se non se lo merita, ecc… ” DOBBIAMO ASCOLTARE queste ispirazioni e metterle in opera.

Anche se queste ispirazioni cozzano con il nostro umore/stato d’animo? Sì, soprattutto quando è così, perché abbiamo la garanzia che l’ispirazione non è per solleticare i nostri sensi/piaceri, ma al contrario, è per far morire l’uomo vecchio, per mettere a tacere l’egoismo, per soffocare sul nascere ogni ribellione interiore.

Coraggio sposi, le ispirazioni giuste e sante non sono mai state all’acqua di rose, ma la pace che ne deriva, se le seguiamo con la nostra libertà, non ha paragoni, la santità matrimoniale passa anche attraverso tanti NO al nostro uomo vecchio per dire più tanti e maggiori SI’ all’uomo nuovo.

Giorgio e Valentina.

La pietra scartata. 5 Giugno 2023

Siamo arrivati alla meta del nostro viaggio matrimoniale più ambita, quella anche più temuta. La meta più attesa dagli avvocati divorzisti cioè il fatidico settimo anniversario di matrimonio. Ce l’abbiamo fatta signori, è un mistero come ci siamo riusciti visto le acque agitate in cui abbiamo navigato, i terremoti interiori ed esteriori che abbiamo affrontato, ma siamo qui! Come canta Vasco Eh Già siamo ancora qua!!!!!!

Non abbiamo mai creduto nelle pellicole di mucciniana memoria, indubbiamente fatte bene, ci siamo divertiti nel guardarle e abbiamo anche ballato la coreografia di Immaturi. Ma resta un film. La nostra vita la costruiamo noi, nonostante tutto il nostro non essere pronti all’imprevedibilità degli eventi che la vita matrimoniale ha comportato, abbiamo giocato come in una partita a Monopoli. Siamo ancora qua. Sette anni di rischi, probabilità e scenari, come proprio quelle nozioni apprese sui banchi di scuola alle superiori, non a caso Andrea ed io siamo entrambi ragionieri.

Due ragionieri che alla fine hanno dovuto scontrarsi con i numeri di Dio. Sia nel vivere nel Tempo di Dio sia nell’interpretare le sue parabole dove parla di numeri. La parabola del seminatore ci ha accompagnato in questo anno pastorale. Non ci ha accompagnato solo la parabola ma anche un’intera comunità parrocchiale, quella di San Tarcisio. Quanto è importante essere parte di una comunità orante e presente, tante persone ci hanno accompagnato e sostenuto non solo con la preghiera ma anche con i fatti. Proprio come disse Epicoco qualche mese fa in una catechesi proprio in quella comunità.

Quest’anno, complice anche il ritorno a frequentare con assiduità i sacramenti, la parabola mi è calzata a pennello, l’ho indossata come la tshirt del Grest. L’ho sentita addosso sulla pelle. Quante volte negli anni mi sono tormentata tra i numeri della mia riserva ovarica e l’ansietà del tempo che stava passando? Il seminatore invece cosa fa? La mattina si sveglia prende e va a seminare. Ogni giorno. Ogni giorno diventa il suo oggi. Semina a prescindere dagli eventi avversi. Semina a prescindere dai no che riceve. Se cerchi una gravidanza nelle mie condizioni sai quanti no devi accettare prima di vedere una linea doppia in un test? Ma il seminatore non si arrende, magari si sconforta quello sì. Ma continua. Sa che un giorno quando meno se lo aspetta vedrà spuntare i germogli. E continuerà a prendersene cura. Dosando acqua e sole. Dosando l’amore necessario.

L’amore che il seminatore dona è totalmente gratuito e proprio questa gratuita mi ha e ci ha ricordato che alla fine, anche se non biologici, di figli ne abbiamo eccome. Basta vedere la nostra semina in oratorio. Noi siamo stati fortunati ad avere trovato una comunità parrocchiale nel nostro quartiere che sa stare accanto alle coppie senza figli biologici. Una comunità capace di valorizzare anche le coppie sterili. Perchè la fecondità e la bellezza di una coppia non è data dal numero dei figli. Ad esempio il corso post matrimoniale è tenuto da una coppia di sposi senza figli che già con la loro presenza solare e gioiosa ti ricordano che la Chiesa è una e non un circolo privato.

Ricordo ancora quando Cristina Epicoco Righi lo scorso anno gioì nel sapere che stavamo frequentando il San Giuseppe al Trionfale. Eh si, nel nostro zaino matrimoniale noi per primi ci siamo tenuti stretti i consigli ricevuti tra di noi blogger. Il bello di essere una Chiesa in cammino è anche questo. L’incontro è la parte essenziale. Il tendere la mano e il sedersi accanto ad un dolore è vero non è da tutti. Ogni matrimonio ha la sua missione, la nostra è questa: aiutare le coppie che si sentono poco accolte e quasi scartate a divenire invece una delle colonne portanti delle mura di una Chiesa. Lo eravamo anche noi prima. Come vedete se ce l’abbiamo fatta noi ce la potete fare benissimo anche voi. Avanti tutta. Vi aspettiamo questa estate nelle nostre tappe sparse per l’Italia. Nell’ attesa ci potete leggere all’ interno del libro di Antonio e Luisa Sposi re nell’ amore.

A presto Simona e Andrea.

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link.

Caro Cardo salutis

Cari sposi, così Quinto Settimio Fiorente meglio conosciuto come Tertulliano affermava: “Caro salutis est cardo”, cioè, “la carne è il cardine della salvezza” (De carnis resurrectione, 8,3: PL 2,806).

La salvezza, cioè la vita beata, la vita eterna in Dio è passata dall’Incarnazione del Verbo, dall’offerta di Gesù sulla Croce e con la Risurrezione. Conseguenza di tutto ciò è il dono dei sacramenti che ci uniscono alla vita stessa di Gesù. Se ci fate caso, i sacramenti sono sempre legati al corpo, a un contatto fisico (l’acqua nel Battesimo, il Crisma nella Confermazione, l’Eucarestia…). A prima vista, pensare che la vostra carne sponsale possa portare salvezza può destare meraviglia, eppure è proprio così. E quale salvezza allora portate voi sposi?

La risposta ce la dà un grande sacerdote, un mistico della spiritualità nuziale, p. Enrico Mauri (1883-1967). In una lettera scritta ad una sua figlia spirituale, coniugata, proprio nel giorno del Corpus Domini scrisse così:

Il «Corpus Domini» è la festa del «Corpo del Signore», di quel Corpo che tutto se stesso ha donato alla sua mistica Sposa, la Chiesa vergine, castissima, impolluta, segregata dal peccato; di quel Corpo che, se a tutti i cristiani dona per l’amore che, a loro porta, alle sue mistiche spose dona per impulso di amore nuziale, come alla sua Chiesa. […] L’amplesso nuziale fa concorporei e consanguinei con l’uomo, con il cristiano, con l’immagine di Cristo Sposo, a seconda del piano in cui è visto l’amplesso. L’amplesso eucaristico fa concorporei e consanguinei di Cristo chi di Cristo si nutre, nel suo particolare rapporto con Lui che, se nuziale, è in luce nuziale. L’analogia che si vorrebbe rilevare è la seguente: non solo l’amplesso nuziale adombra, attraverso l’immagine, l’amplesso con Cristo e consuma il contratto sacramentale, ma è figura dell’amplesso eucaristico in quanto la concorporeità e la consanguineità che attua fa pensare alla concorporeità e consanguineità che opera l’amplesso eucaristico nel cristiano che, se è legato a Lui da vincoli nuziali misticamente stabiliti, diventa amplesso nuziale che consuma il suo patto di amore. Così dall’amplesso eucaristico si scende a santificare l’amplesso nuziale sacramentale, e da questo si sale a coronarlo nell’amplesso eucaristico” (P. Mauri, lettera a CE 050-1960).

Dall’incontro fisico con l’Eucarestia, con il Corpo Risorto di Cristo, al contatto intimo coniugale vi è un mare di grazie che si riversano su voi sposi. Dice su questo punto P. Raimondo Bardelli: “L’esercizio dell’intimità fisica degli sposi, riattualizzando il sacramento nuziale, aumenta in essi la comunione instaurata dalla consacrazione dello Spirito Santo, che li ha costituiti sacramento della nuova Alleanza, cioè favorisce negli sposi la crescita della vita divina (grazia santificante), il progresso nella virtù della castità, determinando una più intensa presenza dello Spirito Santo, “nuova effusione”, che li unisce più profondamente a Cristo” (R. Bardelli, L’amore sponsale, vita vera di Dio e degli uomini, Elledici, Torino 2005, p. 153).

Tutte queste grazie, tra cui anche una rinnovata fedeltà, la gioia profonda, un benessere psicofisico, la sana autostima… sono a loro volta pronte ad essere ridonate a chi vi sta intorno. Gesù non vuole donare solo a voi questi tesori ma tramite voi moltiplicarli ancora nelle persone con cui entrerete in contatto. Quindi, dalla Carne di Cristo alla carne nuziale il passaggio è breve e Gesù vuole che poi il frutto si espanda e che voi siate diffusori di questo Amore Grande.

Cari sposi, il Signore non vi chiede omelie o lezioni magistrali, ma vi concede il dono di essere presenza viva di Lui. I pulpiti da cui si predica e si predicherà sempre più il Suo Amore sono certamente gli Altari eucaristici ma anche i talami nuziali dai quali può sgorgare quell’acqua viva che il mondo, assetato e riarso, ha sempre più bisogno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha messo in evidenza uno dei punti a cui noi teniamo particolarmente. Amplesso ed Eucarestia hanno molto in comune. Per questo noi sposi abbiamo nella nostra intimità un’esperienza unica per comprendere l’Eucarestia. Nel dono totale vicendevole che ci fa una sola carne, possiamo capire qualcosa del dono totale di Cristo nel pane e nel vino che si fa uno con noi. Non è meraviglioso? Per questo è importante vivere l’intimità nel suo significato autentico di comunione.

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link.

Rinnovare spesso la grazia nuziale

Cari sposi,

            una settimana fa mi trovavo sull’Altopiano di Asiago in compagnia di tante coppie, venute un po’ da diverse parti d’Italia, per vivere assieme il ritiro “Come sigillo sul cuore” organizzato dall’associazione Intercomunione delle famiglie.

Condivido qui con voi alcune mie esperienze e riflessioni perché è stata proprio una grande grazia a cui sto tornando spesso nella preghiera e con il pensiero in questi giorni. Ringrazio tutta l’equipe di coppie, in primis Antonio e Luisa, per aver circondato tutti i partecipanti, me compreso, di un clima di accoglienza e di famiglia. Devo proprio dire che i frutti sono stati tanti e mettendo un po’ in ordine le idee, sono convinto che:

  1. Nelle coppie cristiane c’è un grande bisogno di concentrarsi, meditare e formarsi sul rapporto tra sacramento e sessualità. Pare che sia qualcosa di scontato e spontaneo, a maggior ragione in un mondo così ricco di stimoli espliciti in materia. Ma l’esperienza dimostra l’esatto contrario e questi incontri, seppur concentrati in due giorni, hanno aperto orizzonti di luce per chi vuole vivere l’amore nella verità che ci insegna Cristo.
  2. Sia meraviglioso constatare i progressi e in passi in avanti di chi accetta di mettersi in gioco. È pur vero che non è facile fare chilometri, spostarsi con tutta la famiglia per partecipare a un’attività in cui fondamentalmente non conosci gli altri partecipanti, è accettare una scatola chiusa. Questo atto di fede è stato ricompensato da grazie e per alcuni da veri e propri nodi che si sono sciolti grazie all’azione dello Spirito Santo.
  3. Si fa l’esperienza della gioia. È impagabile per me come sacerdote vedere che Gesù ricompensa con la gioia chi si dona a Lui. La gioia è uno dei frutti dello Spirito (cfr. Gal 5, 22) e quando essa è presente vuol dire che il Signore sta agendo.
  4. Potrei continuare ma finisco semplicemente con una nota personale che spero aiuti voi coppie ad avere la conferma della fecondità di quanto siete, prima ancora di misurare la quantità di cose belle e lodevoli che sicuramente tutti vorreste compiere. Io mi sento amato dal Signore quando mi incontro con una coppia che cammina e lotta per essere fedele. Tocco con mano che lì c’è una Presenza che va oltre i tratti umani, supera anche i limiti, e mi dice che Lui sta amando me in loro. Questo per farvi capire che, analogamente alla famosa predica senza parole di san Francesco, con il suo solo camminare, per le strade di Assisi, anche voi sposi avete il dono di irradiare la Presenza di Cristo quando vi sforzate di camminare come coppia.

Un grande GRAZIE al Signore che ha permesso tutto questo e a tutti voi il rinnovato invito a lasciarvi coinvolgere da Gesù per crescere nel suo amore.

padre Luca Frontali

Di seguito la locandina del prossimo weekend

La ricetta del dialogo di coppia

Le parole non sono come i cani che una volta che li fai uscire dal recinto basta un fischio e rientrano

Una delle cose più belle che mi ha donato il percorso scolastico dei nostri figli, oltre all’incontro con splendidi insegnanti che ci hanno dato tanto, è la possibilità di riprendere in mano letture e temi che avevo affrontato negli anni della mia giovinezza. Certi libri presi in mano a 50 anni danno prospettive di riflessione interessanti e mi fanno fare utili ragionamenti che condivido volentieri con voi. Qui il passo è tratto da “Il giorno della civetta” di Sciascia. Il protagonista, il capitano dei carabinieri Bellodi indagando su di un fatto di sangue accaduto in un piccolo paese del siracusano, si imbatte in una rete fitta fitta di omertà e coperture che traballano solo quando don Mariano, il burattinaio di tutto,  mosso dall’ira si lascia scappare una parola di troppo nei confronti del morto ammazzato. E lì Sciascia commenta proprio che “don Mariano si era lasciato andare, e le parole non sono come cani cui si può fischaire e richiamarli”.

LA RICETTA DEL DIALOGO DI COPPIA

Questa frase mi ha fatto venire in mente una delle domande che più spesso mi vengono fatte nel mio lavoro di consulente di coppia: “Dottoressa, ci dia una regola da seguire per il nostro dialogo, una ricetta!” Questà è una richiesta che mi sento fare spesso. Seguo le coppie con fatiche da 20 anni ma non ho ancora distillato i 3 passi fondamentali per garantirsi un buon dialogo. Però una cosa l’ho imparata: le parole sono potenti e non si possono richiamare nella bocca una volta che sono uscite, propio come dice Sciascia. La parola genera in parte ciò che narra, anche se è detta in modo non perfetto, senza tutta la convinzione. Se ripeto a mio marito ogni volta che abbiamo una screzio “Io me ne vado, hai capito!!” e anche se non ho nessuna intenzione di farlo, ebbene queste parole generano più distanza di quanta io desidero che ci sia fra di noi. Eppure assisto così spesso all’uso direi sconsiderato delle parole che mi viene da chiedermi se ne siamo veramente consapevoli. Forse verrebbe da dire che lo sappiamo sì e che insieme non lo crediamo del tutto possibile.

La signora che si lamenta con me dicendo che “Mio marito non mi dice mai che mi vuole bene” dichiara una mancanza di parole buone da parte di un uomo che compie gesti di cura nei suoi confronti “Lo so che pensa a me, a noi eppure la mancanza del sentirglielo dire mi ferisce tanto” Ma è la stessa situazione in cui sempre lei dice senza nessuna esitazione “Torna sempre troppo tardi, troppo stanco, troppo nervoso e così non gli dico mai che lo amo ma spesso che lo sopporto e che non mi merita! Sono contenta che ci sia ma non riesco a dirglielo!

Insomma siamo in grado di riconoscere una mancanza forte in noi per le parole che l’altro non ci dona eppure non percepiamo con la stessa chiarezza il potere devastante che hanno le parole che allontanano e che noi pronunciamo.  Avari a dirci il bello e prodighi con il lamento. Eppure proprio perchè proviamo che la parola “genera”, sarebbe saggio lasciar fluire le buone parole di noi, le buone parole per noi e generare del buono per la nostra relazione. Naturalmente un buono che abbiamo sperimentato, vissuto. Una delle prime cose che chiedo a chi viene da me per lavoro è di narrarmi cosa sanno o sapevano o hanno imparato a fare abbastanza bene insieme. La prima risposta che ricevo di solito è “Non ci viene in mente niente

COSA SAPPIAMO FARE INSIEME?

Poi uno dei due si ferma, guarda l’altro e si chiede : “Ma possibile? A te viene in mente qualcosa?” Io, con la teoria dei piccoli passi inizio a dare spunti: magari insieme si riesce bene ad  organizzare feste, dare la tinta in casa, programmare le ferie, scegliere film, sopravvivere all’adolescenza dei figli… A questo punto qualcosa scatta in mente e si accorgono che sì, sanno fare delle cose insieme e che gli vengono pure bene e così i loro occhi si riempiono di gioia e insieme di imbarazzo. Gioia per aver trovato il buono, imbarazzo perchè sono serviti dei suggerimenti. “Possibile che non siano venuti in mente a noi? Siamo venuti qui con l’elenco di ciò che ci manca e non con quello delle nostre competenze…” mi ha detto un giorno un signore con grande sincerità e chiarezza. Mancava l’elenco, non la competenza, mancava un posto in cui questo saper essere insieme, saper fare fosse collocato, guardato con  rispetto e anche raccontato.

C’E’ UNO SCHEDARIO DA AVERE
Curiamo in modo maniacale lo schedario di ciò che manca nella nostra relazione e insieme trascuriamo del tutto ciò che abbiamo, la gioia possibile, la pienezza possibile, l’intesa possibile che abbiamo gustato. Perchè capita questo? Si tratta di una situazione così generalizzata che io credo dipenda dal fatto che non abbiamo l’abitudine a cogliere il buono. Alcuni credono  che dipenda da un tratto del carattere che si può ricevere in sorte oppure no.  Invece secondo me la capacità di cogliere il buono è una forma di abilità che si può apprendere in modo eccellente  se ci si allena in modo serio. Tutto questo porta a cambiare la qualità dell’ambiente di casa nostra e del nostro stare insieme. Così nasce il dialogo di coppia che ha una caratteristica specifica: è fatto per dire all’altro che  stare  insieme vuol dire essere a casa, che si è grati per la strada percorsa,  che si vuole dare spazio alla speranza per il futuro. Tutto ciò non accade per caso, si sceglie di farlo ed eè bene  farlo spesso.

Nicoletta Musso & Davide Oreglia

Articolo originale sul blog mussoreglia.it

Mio figlio è andato a convivere

Oggi la convivenza è diventata una scelta abbastanza comune. Ci ha scritto un giovane: “Contro il parere dei miei genitori, ho iniziato a convivere con una ragazza, che si definisce non credente. Entrambi lavoriamo e siamo economicamente autonomi. Per il momento non pensiamo al matrimonio. Ma sarei tanto contento se i miei approvassero la mia scelta.”

Tutti noi genitori,  che abbiamo avuto la grazia di sperimentare  i doni racchiusi nel sacramento del matrimonio, ci siamo resi conto,  progressivamente, di come sia stato importante quel  sacro patto nuziale. Non è facile accogliere la decisione dei nostri figli di convivere, soprattutto perchè desideriamo  il meglio per loro,  un rapporto affettivo stabile e duraturo che possa renderli felici. La convivenza, al contrario, è fondata sulla precarietà per cui ci si può lasciare con molta facilità, appena si ha l’impressione che si sia  ridotta la passione. Questo non significa che il matrimonio metta al riparo da fallimenti; ma può aiutare più facilmente a trasformare l’innamoramento iniziale in amore, senza confonderlo col sentimento. Logicamente questo non avviene automaticamente e senza sforzo, senza l’aiuto e la condivisione con una comunità educante. Nonostante questa premessa, siamo chiamati a continuare il dialogo con i nostri figli, a raddoppiare il nostro amore, a dire con rispetto e delicatezza le nostre idee, affinchè,  anche attraverso il nostro annuncio rispettoso, la voce di Dio si faccia strada nei loro cuori.

Ovviamente la scelta della convivenza, rispetto a relazioni occasionali, fluide, è comunque un’assunzione di nuove responsabilità, perché impegna a condividere con un’altra persona la propria vita in tutte le sue sfumature gioiose e tristi. Per diventare coppia, però, c’è la necessità di un progetto; è la progettualità sul futuro comune, la decisione del “per sempre” che può fare sperimentare la vera intimità a cui il nostro cuore aspira. Nel caso in cui uno dei due si definisce non credente, bisogna prima di tutto aiutarli a capire se c’è la possibilità di un progetto reale che soddisfi le esigenze di entrambi.

Quando comincia a nascere questa progettualità, allora la coppia dovrebbe avvertire, quasi spontaneamente, che l’amore, che esiste tra loro, non è solo un fatto privato e desiderare di renderlo pubblico col matrimonio. Abbiamo assistito a questo miracolo, anche nella nostra famiglia. E’ un momento meraviglioso quello in cui i due si dicono l’un l’altro: “vogliamo fare del nostro amore una cellula vitale che sappia donare un contributo prezioso  a tutta la società e anche alla Chiesa, vogliamo, con l’aiuto di Dio che migliora quotidianamente le nostre fragilità, essere la testimonianza perenne della fedeltà di Dio per ogni uomo e donna della terra.

Maria e Raimondo Scotto

Non posso più fare l’amore, ma posso far fare l’amore agli altri

Come molti di voi sapranno, è da poco uscito l’ultimo libro di Antonio e Luisa, “Sposi, re nell’amore”, realizzato anche in collaborazione con altre persone; per me è stato un onore scrivere questo piccolo capitolo sulla castità, che trovate a pagina 124.

Quando mi sono separato, dopo qualche mese davvero brutto, la mia vita si è trovata davanti a un bivio: “rifarmi una vita” e quindi frequentare altre donne, oppure iniziare un cammino di fedeltà al coniuge e soprattutto a Dio che si è unito in maniera indissolubile a noi nel giorno del matrimonio. Per fede e per il bene delle figlie (già ferite dalla separazione), ho scelto di fidarmi di Dio che attraverso Gesù non avrebbe potuto usare parole più chiare sul matrimonio (“Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi” – Mt 19,5-6). Questa strada però prevede di vivere in castità completa, cioè l’utilizzo degli organi genitali solo per le normali funzioni fisiologiche. La mia vocazione era (ed è) il matrimonio e per questo non è stato facile, soprattutto all’inizio, perché a differenza di sacerdoti o religiosi mi sono trovato in questa situazione; condizione che può accadere nel matrimonio anche per certi periodi, come ad esempio se uno dei due va a lavorare lontano, oppure per una malattia. Una mia amica ha accudito con amore il marito che, in seguito ad un incidente, è rimasto paralizzato per diversi anni e devo ammettere che pensare alla sua situazione mi ha aiutato nei momenti difficili o di dubbio. Ritenevo che un uomo non fosse in grado di vivere in castità completa, cioè che insomma in qualche modo fosse costretto a “sfogarsi”, ma ho cambiato completamente idea quando l’ho sperimentato sulla mia pelle. Naturalmente non si può raggiungere un traguardo del genere con le proprie sole forze, è necessario un aiuto dall’Alto: ed è così che, scettico, su consiglio del mio assistente spirituale, mi sono fidato e affidato, cominciando ogni giorno con la santa messa prima del lavoro e poi nel pomeriggio con la recita del santo rosario.

Parallelamente ho fatto un esercizio su me stesso di cambiamento, ho dovuto modificare alcune abitudini nella mia vita o riscoprirne delle altre, frenando l’immaginazione che è il primo organo sessuale: come guardo le altre donne?  Prima potevo provare desiderio, magari potevo farmi anche un film nella mia testa, ora io invece le guardo come se fossero le mie sorelle; nessuna persona sana guarderebbe una sorella con desiderio, quindi se passa una bella ragazza, certo che la guardo, ma dentro di me penso: “Signore, ma che bella donna che hai fatto, che bella creatura, benedicila!”. Ovviamente c’è voluto del tempo ed è un cammino che continua tutta la vita, ma dà un senso di libertà incredibile, perché riesco ad amare tutte le amiche e le donne che incontro senza andare oltre quella soglia di pudore. Inoltre, visto che siamo nella società delle immagini, dovunque ci giriamo vediamo qualcosa che può turbare (ovviamente, se uno va cercarle, mi riferisco alla pornografia, è impossibile vivere in continenza, perché nel nostro inconscio ci sono forze molto più forti di noi); però a volte può capitare tramite gruppi WhatsApp e Facebook o anche navigando su Internet che ti si apra quella finestra, oppure che ti mandino delle immagini pensando di farti una cosa gradita: ecco io ho imparato, si apre quella finestra, la chiudo subito senza fermarmi un secondo a ragionare; mi arriva quell’immagine che intuisco mi possa turbare, senza aprirla completamente, la cancello. Un altro aspetto da considerare è quello del piacere: a chi non piacerebbe avere un rapporto sessuale? A nessuno, perché è un’espressione di piacere: quindi io mi sono accorto che se questo grande piacere viene a mancare, bisogna compensarlo in qualche altro modo e con altri tipi di piacere “sani”. Ogni volta che ci mettiamo a tavola, mangiamo le cose che più ci piacciono; bisogna riprendere in mano antiche passioni, hobby, ad esempio a me piace molto ascoltare la musica, leggere, mangiare la pizza con amici, oppure specialmente quando sono un po’ nervoso o arrabbiato, metto scarpe da ginnastica, tuta e via a camminare in mezzo alla natura; ognuno sa cosa gli fa più piacere: le donne mi dicono fare shopping, a me dopo mezz’ora mi viene il mal di testa, è una cosa soggettiva. È necessario anche fare attenzioni alle conoscenze che facciamo: sono capitate e capiteranno delle occasioni con delle belle persone che sembra vibrino sulla vostra lunghezza d’onda e anche per questo motivo ho rimesso la fede al dito, per dare un messaggio a chi mi sta intorno che sono impegnato e come testimonianza che io sono sposato, anche se separato.

Come dicevo, soprattutto nei primi mesi, non è stato facile vivere in castità, ma a distanza di un po’ di anni devo ammettere che non faccio uno sforzo eccessivo per mantenerla e state tranquilli, non si muore per questo e non vengono malattie! Anche perché il corpo umano è talmente perfetto che riesce a regolarsi, se necessario, ad esempio attraverso la polluzione notturna. E’ vero, non tutti i giorni sono uguali, qualche volta mi manca un po’ fare l’amore e soprattutto le coccole e la tenerezza, ma so bene che non sarebbero pochi minuti di sesso a darmi la vera felicità e anzi per questo tradimento non dormirei la notte. Io invece la sera mi addormento tranquillamente dopo aver detto le preghiere, in pace con me stesso, con Dio e con gli altri e posso testimoniare che la vera felicità, la vera pace e la vera gioia sono date solo dal nostro Salvatore. In questa scelta ho fatto anche una grande scoperta, cosa è l’amore vero, gratuito: infatti spesso l’amore è “inquinato” dal tornaconto: quante volte ho accettato o assecondato mia moglie, perché poi la sera fosse disponibile a fare l’amore con me? Quanti gesti, quante parole poco vere o poco autentiche per accontentarla e avere così dei benefici anche nel rapporto sessuale! Questo tipo di amore è un po’ prostituito o di tipo commerciale, io faccio una cosa per te e tu fai una cosa per me; invece la mia condizione mi ha permesso di sperimentare l’amore puro, quello di Cristo in croce che, nonostante la sofferenza, continua ad amare: amo mia moglie senza avere nulla in cambio, anzi può succedere che in qualche discussione riceva anche delle offese. Però è davvero bello amare così, anche perché quest’amore si riversa in tutte le persone che incontro. Infatti, non posso più fare l’amore, ma posso far fare l’amore agli altri, cioè aiutarli a sperimentare la bellezza dell’amore di Dio e creare così la comunità dei figli di Dio.

Infine, ci vuole pazienza per coltivare un’opera così grande, che non si acquista una volta per tutte; la castità conosce infatti le leggi della crescita, crescita che passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e da possibili cadute.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Nessuno sbaglio.

Dal libro del Siràcide (Sir 42,15-26) Ricorderò ora le opere del Signore e descriverò quello che ho visto. Per le parole del Signore sussistono le sue opere, e il suo giudizio si compie secondo il suo volere. Il sole che risplende vede tutto, della gloria del Signore sono piene le sue opere. Neppure ai santi del Signore è dato di narrare tutte le sue meraviglie, che il Signore, l’Onnipotente, ha stabilito perché l’universo stesse saldo nella sua gloria. Egli scruta l’abisso e il cuore, e penetra tutti i loro segreti. L’Altissimo conosce tutta la scienza e osserva i segni dei tempi, annunciando le cose passate e future e svelando le tracce di quelle nascoste. Nessun pensiero gli sfugge, neppure una parola gli è nascosta. Ha disposto con ordine le meraviglie della sua sapienza, egli solo è da sempre e per sempre: nulla gli è aggiunto e nulla gli è tolto, non ha bisogno di alcun consigliere. Quanto sono amabili tutte le sue opere! E appena una scintilla se ne può osservare. Tutte queste cose hanno vita e resteranno per sempre per tutte le necessità, e tutte gli obbediscono. Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i pregi dell’altra: chi si sazierà di contemplare la sua gloria?

Questo brano del Siracide fa un elogio generale della creazione senza entrare in troppi particolari, anche se in realtà, quelle poche pennellate che ci offre sono degne di meditazione e riflessione. Vogliamo mettere in luce solo qualche parola qua e là, le quali danno la chiave di lettura di fondo, e cioè il fatto che il Creatore non si è limitato a creare dal nulla inserendo all’interno del creato delle leggi per poi infischiarsene e andare via per i fatti suoi. Il creato ha delle leggi con le quali prosegue la sua esistenza, ma non gode di vita propria, è come se il Creatore abbia dato un po’ di autonomia al mondo creato, ma abbia riservato per sé la facoltà di esserne il principio causante, e questo per ogni istante.

La devozione popolare ha riassunto in una frase questa sussistenza del Creato nel Suo Creatore : “non cade foglia che Dio non voglia “. Come a ricordare all’uomo che a Dio nulla sfugge, Lui è al comando, è Lui che tiene il timone. Fatta questa premessa doverosa, passiamo alla nostra riflessione: “Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i pregi dell’altra: chi si sazierà di contemplare la sua gloria?“.

Molte coppie, quando vivono una crisi relazionale/matrimoniale, cominciano a nutrire dei forti dubbi circa la potenza di Dio: “avrò sposato quello/a giusto/a ?… lui/lei non mi completa…forse non siamo fatti l’uno per l’altra… ecc… “. Non lasciamoci ingannare, questi sono dubbi che possono sorgere, ma ai quali va data una risposta chiara e decisa, bisogna metterli subito a tacere, vanno stroncati sul nascere, altrimenti fomentano la crisi e ci convincono della loro veridicità. Non vogliamo essere fraintesi: non stiamo affermando che queste domande dubbiose siano sbagliate in sé, ma sono relative alla fase del fidanzamento e dovrebbero essere state risolte in quel periodo; se purtroppo non sono state affrontate prima (e il matrimonio è stato validamente e lecitamente contratto, ossia i due sono sposi in Cristo) è un lavoro che tocca fare da sposati.

Purtroppo assistiamo a tante coppie che si sposano con troppa leggerezza e con tanti problemi irrisolti, sperando che verranno dipanati col matrimonio, ahimè scopriranno con gli anni che, al contrario, i problemi irrisolti si acuiranno sempre più. Ora vedremo di selezionare alcune frasi che possono aiutare ad uscire dalle crisi, cominciando dall’avere uno sguardo diverso sul nostro coniuge. Questo brano ci conforta molto, perché Dio non fa mai le cose a caso né senza un perché, tantomeno gli sono ignote le nostre vite… se anche una foglia non cade senza il Suo permesso!

Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra: infatti come nella creazione di ogni singolo atomo c’è una dualità, così anche nella creazione dell’uomo c’è una dualità, quella dei sessi ; e l’uno sta di fronte all’altra, a significare la medesima dignità, ma anche la loro naturale indole a relazionarsi tra loro. Lo sposo deve vedere la sua sposa come un dono di relazione, la sposa deve vedere lo sposo capace di relazione… quando ci si relaziona si sta di fronte, ci si guarda a quattr’occhi.

egli non ha fatto nulla d’incompleto: capito sposi? Il sacramento del matrimonio è un’invenzione di Dio, il vostro matrimonio è un capolavoro di Dio, e Lui non fa nulla di incompleto. Il nostro matrimonio non è incompleto, ha tutto ciò che ci serve per santificarci e per farci sperimentare l’amore fatto carne.

Coraggio sposi, il Signore non lascia nulla di incompiuto né nulla è lasciato al caso. Il nostro coniuge è “il migliore che c’era sulla piazza” per amare con lo stile di Dio. Ma questo dono va contemplato e custodito, a volte anche da noi stessi.

Giorgio e Valentina.

Dio è quello che ci riprova sempre.

Ieri abbiamo celebrato la prima solennità del tempo ordinario dopo il tempo di Pasqua: la Santissima Trinità. Chi è Dio? Molte volte ce lo siamo chiesti. Molte volte abbiamo cercato di capirci qualcosa. Tempo perso. Si possiamo discuterne e studiare, possiamo imparare il concetto, ma l’essenza di Dio Trinità è qualcosa che ci supera e che noi non abbiamo la capacità di comprendere. E’ qualcosa che va oltre. La prima lettura di ieri ci dice qualcosa sul carattere di Dio. Dio è quello che ci riprova sempre. Colui che non smette di volerci bene e di desiderare il nostro amore.

Dice di sè infatti rivolto a Mosè: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Dio ripete continuamente lo stesso errore: si fida di noi, nel tempo e nella storia, nonostante le innumerevoli volte che lo abbiamo tradito. Nonostante i tanti idoli che ci costruiamo e che mettiamo al suo posto. Dio dona il suo amore al suo popolo, dona i suoi comandamenti, e il popolo d’Israele si costruisce un Idolo, tradendo l’amore di Dio. Mosè, in un impeto di rabbia scaglia le tavole della Legge contro l’idolo. A rompersi sono le tavole di pietra. Non l’idolo.

Non c’è nulla su questa terra che possa distruggere quell’idolo che abbiamo posto a guida della nostra vita. Le nostre convinzioni sbagliate, i nostri pregiudizi, i nostri vizi, il nostro modo di pensare spesso inquinato dalla menzogna. Non c’è nulla di umano che possa distruggere questa nostra corazza che ci impedisce di amare in modo autentico, di essere veri, di essere pienamente uomo e pianamente donna.

Cosa c’entra tutto questo con la Trinità, con l’essenza di Dio stesso? C’entra molto perchè ciò che può distruggere la nostra corazza di menzogna è l’amore, che non è qualcosa di terreno ma di divino. Nel matrimonio un uomo e una donna che si donano e si accolgono davvero riescono con il tempo, gradualmente, giorno dopo giorno a liberarsi di tutte le bugie e riescono a intravedere la bellezza dell’amore autentico e a farne esperienza.

Per questo l’immagine più aderente alla Trinità che possiamo trovare nella concretezza dell’umanità è proprio la coppia di sposi che si ama. Già perchè una coppia di sposi che si dona completamente l’uno all’altra in una relazione fedele, indissolubile, feconda, unica riesce a mostrare al mondo chi è Dio. Cioè come si amano le tre persone della Trinità.

La vocazione matrimoniale non è meno importante di quella sacerdotale o dei consacrati. Il sacerdote ci dice che Dio c’è, ma la coppia di sposi racconta chi è Dio, come ama. Per questo non siamo meno importanti, non siamo meno necessari. Soprattutto è importante prendere consapevolezza che anche il matrimonio è una vera consacrazione che ci rende strumenti di Dio, per mostrarsi nel nostro amore a un mondo assetato di verità e di bellezza. Assetato di Dio.

Antonio e Luisa

Dio ha tanto amato il mondo da darci una coppia come prova

Cari sposi,

            dopo il tempo di Pasqua, la Chiesa ci pone dinanzi alcune importanti solennità. Abbiamo celebrato il mistero dell’Incarnazione del Figlio nell’Avvento e nel Natale, la sua Redenzione nella Quaresima e Pasqua e l’invio dello Spirito Santo. Ora la Chiesa vuole ricordarci che comunque tutta la storia della Salvezza è opera della Trinità, della perfetta comunione delle Persone divine.

Dire Trinità è esprimere il Mistero più alto che esista e quello che la mente umana mai potrà comprendere. Un eminente professore dell’Università Gregoriana affermava furbesco che non si può parlare di Trinità per oltre dieci minuti senza incorrere in qualche eresia…Forse l’approccio a questa solennità per voi è poco allettante, magari frutto di omelie-mattone o discorsi incomprensibili da parte di noi sacerdoti. Eppure, la presente festa è quanto mai vostra, è assai intrisa di sapore nuziale. Papa Francesco ha osato esprimersi così sul matrimonio e Trinità in Amoris Laetitia:

La Scrittura e la Tradizione ci aprono l’accesso a una conoscenza della Trinità che si rivela con tratti familiari. La famiglia è immagine di Dio, che è comunione di persone. Nel battesimo, la voce del Padre designa Gesù come suo Figlio amato, e in questo amore ci è dato di riconoscere lo Spirito Santo. Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé e ha redento l’uomo dal peccato, non solo ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale, ma ha anche elevato il matrimonio a segno sacramentale del suo amore per la Chiesa. Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita la «immagine e somiglianza» della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. Da Cristo, attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia dello Spirito Santo, per testimoniare il Vangelo dell’amore di Dio” (Amoris Laetitia, 71).

Il matrimonio, il vostro matrimonio, non quello astratto, ha il potere di “restituire”, cioè ripristinare, restaurare il vero volto Trinitario dell’Amore. La grande filosofa ebrea, nonché suora carmelitana, Edith Stein a tale riguardo ha detto: “La vita intima di Dio è l’amore eterno, reciproco, interamente libero delle Persone divine e la vita intima dell’uomo è modellata sulla sua” (Edith Stein, suor Teresa Benedetta della Croce). L’amore che sussiste nella vostra relazione è opera della Trinità e con la grazia del Sacramento del matrimonio può divenire riflesso trinitario. Può, cioè, significa che il seme è dentro di voi e solo con la vostra collaborazione attiva può germinare.

Il Vangelo di oggi, preso dal colloquio notturno di Gesù con Nicodemo, ci dice che l’amore di Dio Padre si è manifestato nel donarci Gesù, in questo atto di totale consegna di sé per amore. Ecco allora che, analogamente, l’amore di Dio brilla e si manifesta ogni volta che voi vi donate reciprocamente e sinceramente, in gesti, parole, pensieri, sguardi… È questa la vostra vocazione, essere stabilmente un atto di amore vicendevole che ha il potere e la capacità di irradiarsi nel mondo e divenire fonte di fede in chi lo percepisce.

I pulpiti da cui si predica l’amore di Dio oggi non sono tanto nelle chiese di pietra, per quanto belle e ricche di storia esse siano. I pulpiti da cui si emana l’amore di Dio siete voi, piccole Chiese domestiche, in cui l’amore trinitario prende corpo e forma. Non sentitevi schiacciati da una tale vocazione, piuttosto sappiate guardare a Cristo e mantenervi in relazione con Lui, lo Spirito Santo farà il resto.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena condiviso padre Luca sembra un compito impossibile, troppo difficile. Invece io lo ritengo una Grazia enorme. Quando incontrai Luisa ero un giovane disilluso, pieno di dubbi e incertezze. Non sapevo quale fosse il mio posto nel mondo. Mi chiedevo se la vita fosse solo quella. Una vita senza lussi, ma non mi mancava nulla di materiale. Vivere per lavorare, per uscire con gli amici, per andare a trovare la mia famiglia e aspettando le vacanze in estate. Poteva essere tutto lì? Con Luisa ho iniziato una relazione meravigliosa. Con tutte le fatiche e anche i momenti difficili, ma ho scoperto come è bello vivere per donarsi completamente ad una persona e ad una missione. E’ stato bellissimo rendere fecondo quel progetto insieme e grazie allo Spirito Santo che abita il nostro matrimonio, come quello di tutte le coppie di sposi cristiani, riuscire ad andare oltre quelli che pensavo fossero i miei limiti.

Quindi noi abbiamo una missione difficile, ognuno ha propria unica missione, ma in quella missione che è sempre caratterizzata dal dono totale, dal dare la vita, possiamo ritrovarla e trovare un senso che prima non c’era. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Il matrimonio secondo Pinocchio /4

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: – Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e
già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! E si rasciugò una lacrima.

Siamo ancora nel capitolo in cui Geppetto sta dando forma al burattino al quale, abbiamo visto in precedenza, ha già dato nome Pinocchio. La cosa straordinaria che si scopre in queste righe è che se dapprima l’intenzione di Geppetto era quella di fabbricarsi “un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali“, ora invece scopriamo che in realtà questo burattino gli è già figlio, o meglio, è figlio in quanto il Geppetto si pone come suo creatore e padre.

Già questi dettagli ci danno modo di riscoprire la nostra figliolanza divina, il Creatore non limita la Sua azione nella potenza creatrice, ma va ben oltre, perché vuole esserci padre. Avrebbe potuto limitarsi a crearci per poi lasciarci vagare su questa terra allo sbaraglio, quasi fossimo degli orfani lasciati crescere da soli in mezzo alla strada, ed invece ci ha creati come figli perché vuole donarci il Suo amore di Padre e la gioia di vivere come Suoi figli destinati alla gloria eterna.

Quando due fidanzati si sposano non sono due che semplicemente si piacciono e desiderano amarsi per tutta la vita, ma sono anche due figli di Dio, figli dello stesso Padre, che si uniscono in una fratellanza ancora più stretta (ed indissolubile) di quella che già li accomuna, visto così il matrimonio si riveste di una connotazione eterna; questa consapevolezza ha dissipato tra noi – Giorgio e Valentina – tantissime liti, molti contrasti, parecchi bisticci e baruffe, perché se ci pensiamo bene la maggior parte delle dispute non serve a chiarirsi, ma a dichiarare quale sia il vincitore tra i due IO: praticamente una zuffa tra due egoismi che non accettano la sconfitta e vogliono averla vinta sull’altro ad ogni costo e con ogni mezzo.

Cari sposi, dobbiamo imparare sempre di più a vedere il nostro coniuge come un nostro fratello, fratello nella figliolanza dello stesso Padre Creatore e fratello nello stesso Cristo Redentore. Molte volte invece il nostro egoismo ci acceca e ci fa vedere l’altro come un nemico, avere un nemico in casa non è tra le più belle esperienze della vita. Ma c’è di più, perché Geppetto non chiama Pinocchio “burattino“, ma da subito è “ragazzo mio“.

A volte succede che qualche papà tratti il proprio figlio come se fosse un campione di calcio nonostante sia un novellino, questi padri non lo fanno di certo per canzonarlo con ironia o sarcasmo, ma semplicemente perché agli occhi di papà quell’esordiente è già un campione da pallone d’oro, vede nel bambino le potenzialità per diventarlo e già sogna ad occhi aperti il futuro del proprio figlio. Similmente anche noi per il nostro Padre Creatore è come se fossimo già dei figli degni di gloria, e così ci tratta, come dei figli specialissimi ed unici, non ci tratta mai con disprezzo e/o sbattendoci in faccia in primis i nostri peccati, ma ci tratta con tenerezza, i suoi richiami sono seducenti, vogliono sedurci a tornare a Lui con tutto il cuore affinché possiamo partecipare del Suo amore, della Sua pace, della Sua gioia, della Sua vita. E’ così che anche noi dobbiamo trattare il nostro coniuge, vedendo in lui/lei non il “burattino” che è ma il “ragazzo” che è destinato a diventare.

Purtroppo non tutti hanno avuto alle spalle dei genitori che li hanno spronati, incoraggiati, esortati, e forse tra questi c’è anche il nostro coniuge; sono ferite che, se non curate, possono causare molti dolori personali, ma poi inevitabilmente si riversano all’interno della coppia. La prima cosa necessaria è il perdono verso i propri genitori perché ci hanno dato solo ciò che avevano, non potevano darci ciò che a loro volta non hanno ricevuto, anch’essi sono stati genitori imperfetti come tutti, non esistono i genitori perfetti perché l’unico genitore perfetto è il nostro Padre Creatore. I genitori hanno il compito di fare le veci del Padre, sono come dei sostituti di cui Lui si fida per una porzione di anni, le madri hanno il compito di incarnare l’aspetto materno di Dio e i padri quello paterno, e tutto ciò nonostante, anzi no, attraverso i nostri difetti, le nostre finitezze.

Sembra un controsenso, ma in realtà se esistessero i genitori perfetti chi sentirebbe il desiderio e l’impulso a cercare un Altro che ci ami di più e meglio dei nostri genitori? Quindi il primo passo è il perdono e ringraziare il Signore per averci dato i nostri genitori, perché le loro imperfezioni, i loro difetti, le loro mancanze, ci hanno spinto a cercare e trovare/capire che esiste un vero Padre che non ha difetti, che non ha mancanze, che non ha imperfezioni, che non muore e che ci aspetta da tutta l’eternità.

Questa prospettiva è liberante anche vissuta dalla parte di genitori, noi che lo siamo diventati a nostra volta, perché sapere che il Padre si fida di noi due per crescere altri Suoi figli è già una Grazia grande, e secondariamente ci libera da tutti quei sensi di colpa per gli errori o i guai che abbiamo combinato più o meno consciamente. Lo ripetiamo spesso alle nostre figlie che noi siamo come dei genitori in prestito, come dei vicari temporanei, pieni di difetti (in gergo teologico: peccatori) e di limiti, ma perché il vero senso della loro vita non siamo noi genitori ma Il Genitore per eccellenza, Colui di cui noi siamo indegnamente una pallidissima immagine molto sfocata. Ma è Lui che devono cercare, amare e per cui devono vivere.

Coraggio sposi, il cammino è arduo sia come sposi che come genitori che come figli, ma il Padre non ci lascia mai soli.

Giorgio e Valentina.

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Conoscere Dio per conoscere noi stessi

Nella Bibbia il nome ha un significato davvero molto profondo. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25. Capite quindi? In un certo senso conoscere il nome della persona significa conoscere la persona. Non è banale. Dare il nome ha un significato ancora più forte. Dare il nome significa conoscere a tal punto quella persona da poterla “inquadrare”. Per questo Dio nella Bibbia non ha nome se non il tetragramma. Il tetragramma scritto in ebraico significa qualcosa di simile a io sono l’esistente. Il tetragramma è composto solo da consonanti e per questo nessuno ne conosce la pronuncia esatta. Il tetragramma deriva direttamente da Mosè e da quanto accaduto nel roveto ardente.

Allora Mosè disse a DIO: “Se io vengo al popolo d’Israele e dico loro: ‘Il DIO dei vostri padri mi ha mandato da voi’, ed essi mi chiedono: ‘Qual è il suo nome?’, cosa devo dire loro? DIO disse a Mosè: “Io sono Colui che sono”. E disse: “Di questo al popolo d’Israele: ‘Io Sono mi ha mandato a voi’”. DIO disse anche a Mosè: “Di questo al popolo d’Israele: ‘Il SIGNORE, il DIO dei vostri padri, il DIO di Abramo, il DIO di Isacco e il DIO di Giacobbe, mi ha mandato a voi’. Questo è il mio nome per sempre e così sarò ricordato per tutte le generazioni”. (Es. 3, 13-15)

Cosa possiamo trarre da questo racconto biblico? Mi permetto di offrirvi alcuni spunti di riflessione utili in particolare alla coppia

Dio non si può conoscere se non in Gesù. Dio è così infinito che non possiamo conoscerlo. Per questo non possiamo chiamarlo con un nome. Dio è troppo grande per essere comprensibile a noi. Quando abbiamo potuto conoscerlo davvero? Quando si è incarnato. Quando il suo essere infinito ha preso forma in un corpo che è come il nostro. Cosa abbiamo capito di Dio attraverso Gesù che è Dio e uomo? Che Dio è infinito amore e che Gesù nella concretezza di un corpo ci ha mostrato cosa significa. Ecco perché noi sposi siamo immagine di Dio. Perché possiamo amarci e amare come Dio. Siamo chiamati a dare la vita. Possiamo comprendere qualcosa di Dio solo nell’amore vissuto e l’uomo e la donna che si donano completamente in anima e corpo sono la manifestazione concreta più simile a Dio Amore. Dio l’ha pensato fin dal principio. Lo dice il nostro corpo. Il nostro corpo è sessuato, siamo maschio e femmina perchè in quell’incontro tra due differenze complementari si potesse scorgere una scintilla di Dio. L’amplesso fisico è esattamente questo: essere uno nell’altra per diventare uno, per darsi completamente ed essere generativi. Non sempre dall’amplesso di un uomo di una donna nascerà un bambino ma sempre sarà generato amore. Per questo il matrimonio è solo tra un uomo e una donna e per questo il sesso è santo è buono solo nel matrimonio.

Conoscere Dio significa conoscere noi stessi. Chi era Mosé? Fino al roveto ardente non lo sapeva neanche lui. Era ebreo o egiziano? Oppure era un madianita visto che aveva sposato una di loro e aveva vissuto con loro per un periodo? Qual era la sua missione nella vita? Non lo sapeva neanche lui. Nato da ebrei, cresciuto nella famiglia del faraone e poi divenuto pastore una volta fuggito dall’Egitto. Mosè era confuso, non sapeva chi fosse e cosa dovesse fare nella vita. Eppure è diventato il più grande dei profeti e ha portato in salvo il popolo d’Israele.  Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè (De 34, 10). Il roveto ardente cambia la vita di Mosè. Quell’incontro diretto con Dio mette in ordine le tessere di tutto il puzzle. Mosé capisce chi è e perché è al mondo. Ognuno di noi può mettere ordine nella propria vita quando incontra Dio. Perché tutto acquista senso e finalmente la nebbia si dirada. C’è un però. Come si accosta Mosè al roveto ardente?  Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro» (Es. 3, 5). Dio non è che vuole un atto di sottomissione di Mosé formale. Il significato è molto più profondo. Dio sta dicendo a Mosé: se vuoi conoscermi e conoscere te stesso levati i calzari, le tue sicurezze, i tuoi pregiudizi e ascoltami. Lasciati sorprendere! Ecco noi sposi possiamo comprendere chi siamo e la missione della nostra coppia quando ci accostiamo con questo atteggiamento a Dio. Quanti esempi anche su questo blog. C’è Ettore che ha compreso come la fedeltà ad una moglie che lo ha abbandonato sia la sua missione. Ci sono Simona ed Andrea che togliendosi i calzari si sono scoperti fecondi in mille modi diversi. La vocazione è esattamente questo. Togliersi i calzari, incontrare Dio, mettersi in ascolto, sentirsi amati personalmente e teneramente ed avere il desiderio di restituire quell’amore. Ed è quello che cerchiamo di fare noi Luisa ed Antonio, Simona ed Andrea, Ettore, padre Luca e credo anche tutti voi se avete fatto esperienza di Gesù.

Incontrare Dio cambia la vita! Coraggio togliamoci i calzari e mettiamoci in ascolto!

Antonio e Luisa

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Chi comanda affettivamente? Noi o le nostre ferite?

Ascoltando una catechesi di don Luigi Maria Epicoco sono rimasto folgorato da una frase del sacerdote. Don Luigi, riferendosi all’amore e al matrimonio, ha affermato: il matrimonio serve a disobbedire alle nostre ferite e non a lenirle, non a soddisfarle. E’ una frase bellissima perché in una riga ha sintetizzato il lavoro che noi sposi dobbiamo fare. Questa è la fatica più grande del matrimonio ma è anche il modo per liberarci sempre di più dalle nostre zavorre che ci impediscono di essere liberi di amare e di diventare sempre più quell’uomo o quella donna che siamo.

Quell’uomo o quella donna che avete sposato non vi è piaciuto solo perchè vi ha attratto fisicamente o perchè vi è sembrato compatibile con voi. Quella persona che avete accanto, chi più chi meno, è stata scelta anche dalle vostre ferite. Mi sono imbattuto tantissime volte in coppie di sposi dentro questa situazione dove la donna, ad esempio, aveva scelto un uomo che si comportava esattamente come il padre. Altre volte uomini che avevano scelto donne che li trattassero come dei bambini, perchè immaturi e incapaci di essere coerenti. Mi ricordo di una giovane che trovava sempre fidanzati che la sminuivano e la criticavano e lei ci stava malissimo. Ma perché li sceglieva? Perché nutrivano la sua mancanza di autostima. Le dicevano continuamente: non vai bene così come sei. Esattamente quello che lei sentiva forte dentro di sé.

Il matrimonio è l’occasione più grande che abbiamo per guarire le nostre ferite. Non le guariremo mai del tutto ma almeno riusciremo a guardarle in faccia, a conoscerle e a controllarle. La nostra libertà non è fare quello che ci passa per la testa come il mondo ci insegna, non è soddisfare ogni desiderio e seguire ogni impulso. Quello serve solo a renderci sempre più schiavi delle nostre ferite perchè spesso gli impulsi e i desideri non sono frutto di un discernimemnto su ciò che ci fa bene, ma sono spinte che nascono dalla pancia, dalla nostra parte più emotiva che è controllata dalle nostre ferite.

Quando parliamo di “ferita del cuore” dobbiamo intendere questa ferita, come una lacerazione affettiva, il cui taglio non è esternamente visibile, ma non per questo meno doloroso. Io ad esempio sono cresciuto in una famiglia anaffettiva. Non perché i miei genitori non mi amassero, ma hanno sempre dimostrato il loro amore con il servizio e mai con le carezze e con gli abbracci. Io che invece sono affamato di questi gesti ne ho sempre sofferto tanto (in modo inconsapevole sulle cause fino a quando sono andato a fondo della cosa). Mi porto ancora dietro i segni, mi è rimasta una lieve balbuzie che si aggrava nei momenti di stress o quando devo parlare in pubblico. Io ho portato le mie ferite nel matrimonio e con Luisa ero guidato da questo: desideravo continuamente che lei mi desse quello che mi è sempre mancato. Solo che poi questo si scontra con il bene suo e il bene della coppia. Me ne sono accorto nel matrimonio. Ci sono stati diversi momenti in cui ho dovuto lottare contro le mie ferite, dove il cuore e la testa hanno combattuto contro la pancia. E con il tempo sono migliorato, mi sono liberato in un certo senso e ho preso il controllo di me stesso. Non facendo tutto quello che avrei voluto fare e mi sentivo spinto a fare, ma anche dicendo dei no alle mie pulsioni per il bene di Luisa e della nostra relazione. Non è facile. Per questo da soli spesso non ce la facciamo. Non arrendiamoci. Il matrimonio è la nostra occasione ma rischiamo di fallirla se afrfrontiamo da soli questa battaglia. Affidiamoci a delle guide, che possono essere sacerdoti, ma anche amici equilibrati e che ci vogliono bene. E perché no? Anche gli psicologi (se buoni) possono aiutarci.

Coraggio! La battaglia va vinta per essere liberi di diventare quell’uomo e quella donna che siamo e anche essere liberi di donarci all’altro.

Antonio e Luisa

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Sposarsi senza convivere prima? Il matrimonio funziona di più.

C’è un falso mito che fa parte ormai della mentalità comune: bisogna convivere prima di sposarsi. Parlando con un’amica solo pochi giorni fa è uscito il discorso. Mi raccontava stupita come un suo collega più giovane sia restato sconvolto dal fatto che lei si sia sposata con il marito senza prima “provarlo”. La sua obiezione è quella della quasi totalità dei giovani italiani: e se poi non funzionava? Se non eravate fatti per vivere insieme? La normalità di una ventina d’anni fa è diventata oggi una scelta strana. Ma è davvero meglio adesso? E’ davvero necessario passare dalla prova convivenza prima del matrimonio? In realtà i dati sembrano contraddire questa credenza.

Secondo una recente ricerca sembra che le coppie che hanno convissuto prima di sposarsi abbiano più probabilità di andare incontro ad una separazione. Secondo una ricerca effettuata negli Stati Uniti e apparsa sul  Wall Street Journal,   le coppie che convivevano hanno il 15% in più di probabilità di divorziare. Questi i dati. Cerchiamo ora di dare una spiegazione. Vi lancio alcune provocazioni.

Chi convive non si abbandona completamente all’altro. Detto così potrebbe sembrare meglio. In realtà bisogna pensarci bene. Esiste un esperimento scientifico che è stato messo in atto per dimostrare la differenza. Sono state prese in considerazione 54 coppie, 27 sposate e 27 conviventi. E’ stato messo uno dei due partner all’interno di una macchina per risonanza e gli è stato detto che avrebbe potuto ricevere una piccola scossa elettrica sulla caviglia. Questo per creare tensione e ansia nella persona coinvolta nell’esperimento. Poi è stato chiesto ai due partner di tenersi per mano. Qui si è vista una grande differenza tra i conviventi e gli sposati. L’esaminato, se era sposato, subiva una decelerazione immediata dell’ipotalamo, regione del cervello che ha un ruolo chiave nella regolazione delle reazioni dinanzi ad una minaccia esterna, cosa che indicava un alto livello di fiducia e tranquillità tra i partner. A differenza di quanto è avvenuto se l’esaminato era invece convivente che mostrava un rilassamento molto meno marcato. Secondo i ricercatori il prendersi la mano ha un effetto regolatorio più forte fra le coppie sposate che tra quelle che convivono. Questo non perchè chi si sposa faccia qualcosa di diverso rispetto a chi convive. Anzi in apparenza tante coppie di conviventi sembrano più belle e più unite. C’è però qualcosa di inconscio, di non esplicito. Quello che noi diciamo da sempre. Chi convive lancia un messaggio evidente: io sto con te perché mi fai stare bene. Io non mi abbandono completamente a te ma tu sei sempre sotto esame. Chi si sposa lancia tutt’altro messaggio: io sono pronto a scommettere tutto su di te. Ti do la mia vita, il mio cuore e il mio corpo. Te lo do adesso e per sempre. Perché voglio donarmi a te. Completamente un’altra cosa. Questo atteggiamento del cuore poi cambia la percezione che abbiamo dell’altro e della relazione con l’altro. Permette una fiducia nettamente superiore. Poi l’altro può tradire questa fiducia ma questo è un altro discorso.

Nella convivenza i difetti sono meno pesanti. Questa provocazione nasce da una chiacchierata avuta con un amico psicologo. Lui segue tante coppie in crisi. Mi raccontava come la convivenza sia una prova non attendibile di quello che sarà poi il matrimonio. Si è accorto che tanti difetti dell’altro sottovalutati durante la convivenza risultavano poi intollerabili durante il matrimonio. Perchè succede questo? Semplicemente perchè, che ne siamo consapevoli o meno, il matrimonio è una scelta definitiva e quello che ci sembrava tollerabile quando avevamo una via d’uscita in ogni momento, diventa improvvisamente pesantissimo quando ci leghiamo ad un’altra persona per tutta la vita. Lasciate stare che esiste il divorzio e quindi ormai tanti si slegano anche dal matrimonio. Psicologicamente le due relazioni sono percepite ancora in modo molto diverso.

Per concludere. Possiamo trarre alcune conclusioni. Chi decide di passare dalla convivenza va incontro a due illusioni e possibili pericoli: si educa a non fidarsi mai completamente dell’altro e si illude che la quotidianità vissuta da convivente sia uguale a quella da sposato. Chi convive è di solito quello che non vuole sorprese e vuole avere la situazione sotto controllo. Chi si sposa è consapevole che non potrà mai conoscere fino in fondo l’altro e che non potrà mai avere sotto controllo completamente la situazione. Decide però di buttarsi e di darsi totalmente alla persona che ha scelto affrontando gli imprevisti non come un fallimento ma come parte del gioco.

Antonio e Luisa

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Ripagati con gli interessi.

Dal libro del Siràcide (Sir 35,1-15) Chi osserva la legge vale quanto molte offerte; chi adempie i comandamenti offre un sacrificio che salva. Chi ricambia un favore offre fior di farina, chi pratica l’elemosina fa sacrifici di lode. Cosa gradita al Signore è tenersi lontano dalla malvagità, sacrificio di espiazione è tenersi lontano dall’ingiustizia. Non presentarti a mani vuote davanti al Signore, perché tutto questo è comandato. L’offerta del giusto arricchisce l’altare, il suo profumo sale davanti all’Altissimo. Il sacrificio dell’uomo giusto è gradito, il suo ricordo non sarà dimenticato. Glorifica il Signore con occhio contento, non essere avaro nelle primizie delle tue mani. In ogni offerta mostra lieto il tuo volto, con gioia consacra la tua decima. Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità, perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto. Non corromperlo con doni, perché non li accetterà, e non confidare in un sacrificio ingiusto, perché il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone.

Le lettura di oggi è tratta da un libro sapienziale, esso infatti è una fonte sicura quando sentiamo il bisogno di attingere un po’ di sapienza, anche oggi ci offre ampi spunti di riflessione per fare un check-up del nostro rapporto col Signore e, di riflesso, tra di noi. Ci soffermiamo solo su una frase: Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità, perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto.

Ci sono molti sposi che si sottostimano sia come coppia che come singoli. Incontriamo mariti che quando si comincia ad andare nel profondo per risolvere alcune ferite dentro la relazione con la propria sposa mettono subito davanti le proprie difficoltà, fragilità, paure… le presunte incapacità. Escono le classiche frasi: io non ce la faccio… nessuno mi ha mai insegnato… non so come fare.. io non sono bravo a fare questo o quell’altro… ecc… Incontriamo altrettante mogli che appena si entra nel vivo dei loro problemi di coppia tirano fuori la loro (presunta) incapacità: io non sono una moglie perfetta… non sono una casalinga ordinata… non riesco a farlo contento… non sono brava a… ecc… Cari sposi, ma vi siete sposati con un’ameba o con una persona che stimavate tanto da decidere di sposarla? Scusate la franchezza, ma ogni tanto un po’ di fotografia della realtà non fa male.

Siamo partiti con una provocazione per provocare, appunto, una riflessione che ora speriamo di aiutarvi a fare. Innanzitutto dobbiamo capire e riscoprire il grande dono della Grazia Sacramentale intrinseca nel Sacramento del Matrimonio che, come tutti i doni del Signore, quando parte da Dio è infinito ma poi quando arriva a noi si ridimensiona non a causa del donatore ma a causa del ricevente. Una tra le esperienza più confortanti di una bella gita in montagna è trovare una fontana sempre zampillante di acqua fresca e pura, e quando da piccolo non ero ancora molto bravo a bere direttamente in bocca, venivo fornito di uno di quei bicchieri da viaggio; restavo sempre meravigliato del fatto che, una volta riempito il mio bicchiere la fontana non smettesse di sgorgare acqua, restavo incantato di quanta acqua fluisse tra un bicchiere e l’altro, pensavo di portarmela a casa, ma più della capacità della mia borraccia non si poteva; mi ripromettevo allora di comprare una borraccia più capiente per la prossima volta.

Questa esperienza ci insegna che i doni di Dio si conformano in base alla capacità di “stoccaggio” che abbiamo, dipende dalle nostre borracce, dai nostri bicchieri, più il nostro contenitore sarà grande e più beneficeremo della Grazia; quella fontana dalla parte di Dio è a gettito continuo, non ha il rubinetto, sempre aperta H24.

Una tra le esperienza più belle che abbiamo fatto nel Matrimonio è ricevere in dono una capacità, un talento, un carisma giusti per la situazione contingente, non serviva di più nè di meno, ma esattamente la Grazia che è arrivata così come quel bicchiere da viaggio è sufficiente per ristorarci nel cammino fino alla prossima tappa. E così i mariti possono supplicare il Signore di aiutarli nel risolvere le ferite nella relazione con la propria sposa appellandosi alla Grazia sacramentale del Matrimonio, ci sarà un percorso in salita proprio come in montagna, ma il Signore non farà mancare le Sue fontane nei momenti giusti, l’importante è preparare lo zaino con bicchieri e borracce adeguati. Le mogli potranno imitare quella donna che non osava toccare Gesù ma si accontentò di toccare almeno il lembo del Suo mantello, anch’esse dovranno appellarsi alla Grazia sacramentale del Matrimonio e scopriranno che il Signore aveva già pronte quelle Grazie per recuperare il rapporto di coppia, ma attendeva che toccassero il lembo del mantello.

Cari sposi, non sottostimatevi mai perché il Signore ha scelto ognuno di noi per amare il proprio coniuge, e per farlo si vuole servire della nostra umanità, non quella di un altra persona, ecco perché abbiamo scelto la frase del Siracide: Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità. Sposi, qual è la vostra possibilità? Qual è il dono da Lui ricevuto?

Ogni coppia è un capolavoro del Signore e, come tutti i capolavori degli artisti, sono unici ed irripetibili. Non sentitevi di meno di altre coppie, non sentitevi meno bravi o meno perfetti o meno evangelizzatori.. sentitevi semplicemente ciò che siete e, come una brava mamma cerca di fare la migliore torta con gli ingredienti che ha, così anche voi smettete di sognare o rimpiangere la torta regale dello chef stellato ma usate la vostra umanità di marito e di moglie unica ed irripetibile per lui/lei. Dobbiamo imparare a desiderare ciò che già abbiamo.

Coraggio sposi, il Signore non farà mancare la Sua ricompensa perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto.

Giorgio e Valentina.

Le crepe delle famiglie felici

In questi giorni tutti i maggiori media hanno ripreso un’intervista a Gabriele Muccino. Un’intervista rilasciata per promuovere la seconda stagione della serie televisiva A casa tutto bene. Si tratta della prima volta del regista alle prese con una serie tv. Ammetto di non averla vista, ma le recensioni presenti on line mi raccontano di una trama tipica che caratterizza il lavoro di Muccino. Il regista racconta sempre di famiglie piene di problemi, nevrasteniche, dove si tradisce e non ci si capisce. Insomma un dipinto non proprio attraente della famiglia italiana e della famiglia come realtà sociale. Ricordo ancora il primo film di Muccino che vidi. Si trattava de L’ultimo bacio. Era il 2001, lo vidi con Luisa, avevamo già programmato il matrimonio che celebrammo nell’estate del 2002. Quel film mi lasciò davvero un velo di tristezza. Una rappresentazione triste e povera della famiglia. Un inferno più che un paradiso.

Torniamo all’intervista! Cosa ha detto il regista? Non ho mai creduto alle famiglie felici, anche quelle perfette nascondono crepe. Su una cosa ha ragione: non esistono le famiglie perfette perchè tutte hanno delle crepe. Questo è assolutamente vero! Ma è sulla prima parte che si sbaglia. Certo sempre più spesso è come dice lui. Se tanti matrimoni falliscono significa che queste crepe alla fine hanno portato ad una frattura. Però è altrettanto vero che quelle crepe, cioè le nostre personali ferite, le nostre imperfezioni, i nostri peccati e anche le nostre differenze, possono essere invece una grande opportunità. L’opportunità più bella per fare esperienza della misericordia, dell’amore gratuito capace di perdonare.

L’ho scritto tante volte. Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Quello che rende un matrimonio perfetto è proprio la sua imperfezione, la nostra personale imperfezione di sposi. Io mi sento maggiormente amato da Luisa, non quando sono brillante e faccio o dico la cosa giusta, ma quelle volte che mi rendo conto di aver sbagliato, di averla fatta soffrire con il mio atteggiamento e le mie parole e lei non smette di amarmi. Quando io sono imperfetto e il mio modo di relazionarmi con lei è imperfetto e lei comunque è lì accanto a me e mi continua ad amare mi sento l’uomo più fortunato del mondo perchè il suo dono gratuito, e in quei casi immeritato, mi fa fare esperienza dell’amore misericordioso, l’amore di Dio.

Ecco perchè caro Muccino la debolezza di tante famiglie è anche la loro forza. Perchè in quello stress, in quelle litigate, in quel casino si può fare esperienza di Dio.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo fa la differenza

Cari sposi,

            oggi celebriamo la terza solennità, per importanza, dell’anno liturgico, la Pentecoste, il Cinquantesimo giorno dalla Pasqua in cui lo Spirito Santo entra pienamente in azione e diventa protagonista della storia della salvezza fino ai giorni nostri.

Non posso fare a meno di stagliare il Vangelo odierno sulla situazione che vivo da quasi due settimane e cioè il lavoro di recupero dai danni dell’alluvione nella mia terra. C’è una foto che ha fatto il giro del Web ed è di un ragazzo in sedia a rotelle che a Forlì sta spalando fango come tutti. Impressionante e commovente solo vederlo, segno di una volontà e tenacia fuori dal comune. Questo esempio, come dei tanti che si vedono in giro da queste parti, dimostra che è l’atteggiamento interiore, è la forza d’animo, è la motivazione che segna lo spartiacque nella vita. O per dirla da credenti: è lo Spirito Santo che fa la differenza nella vita di fede.

Per voi sposi è fondamentale la collaborazione attiva con il Paràclito, dal momento che siete chi siete, cioè sposi in Cristo, per sua grazia, per una sua speciale effusione dal giorno del vostro matrimonio. Don Carlo Rocchetta dice giustamente che ben pochi ne sono consapevoli di questo e vivono come se non esistesse lo Spirito nelle loro vite. Vi dico una delle tante motivazioni per cui è di vitale importante per voi che siate docili al Dolce Consolatore: per poter vivere con pienezza ed equilibrio l’essere una sola carne. Il rischio di esagerare in un senso o in un altro c’è eccome: o si accentua la diversità dei due e ci si incammina verso il divenire due binari paralleli che non comunicano più davvero benché coabitino oppure uno fagocita l’altro, pretendendo di cambiarlo. Papa Benedetto su questo ha un’espressione molto chiara e motivante: “Vorrei soffermarmi su un aspetto peculiare dell’azione dello Spirito Santo, vale a dire sull’intreccio tra molteplicità e unità. Di questo parla la seconda Lettura, trattando dell’armonia dei diversi carismi nella comunione del medesimo Spirito. Ma già nel racconto degli Atti che abbiamo ascoltato, questo intreccio si rivela con straordinaria evidenza. Nell’evento di Pentecoste si rende chiaro che alla Chiesa appartengono molteplici lingue e culture diverse; nella fede esse possono comprendersi e fecondarsi a vicenda. San Luca vuole chiaramente trasmettere un’idea fondamentale, che cioè all’atto stesso della sua nascita la Chiesa è già “cattolica”, universale” (Omelia, 11 maggio 2008).

Due in una sola carne, un’unità duale. Sembra un assurdo, un paradosso, come la quadratura del cerchio, eppure è proprio perché c’è lo Spirito in azione che una coppia cristiana può viverlo. Cari sposi, concludo parafrasando il grande patriarca ortodosso Atenagora (1886-1972), uno dei grandi propugnatori dell’ecumenismo: “con lo Spirito tutto, senza lo Spirito nulla”. Che in questa Pentecoste lo Spirito susciti in voi l’entusiasmo per renderlo sempre più parte della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo che ci è donato diventa comandamento di vita. Dobbiamo collaborare con lo Spirito Santo, accoglierlo in noi oppurre non possiamo vivere da sposi cristiani. Spirito che è certamente sostegno, ma è anche impulso, pungolo, provocazione che ci chiede un continuo progredire nel diventare ciò che siamo. Uno Spirito che ci chiede di svegliarci, di aprire gli occhi e di rimboccarci le maniche. Chi meglio dello Spirito Santo, che è unione e relazione può aiutarci a progredire nella nostra unione ed amore? Le coppie di santi, che ci sembrano così perfette ed inarrivabili, non sono state più brave e migliori di noi perchè erano supereroi, ma perchè sono state più furbe. Avevano capito che dovevano lasciar fare allo Spirito Santo e così hanno raggiunto livelli altissimi. Cosa che tutti noi possiamo raggiungere se lasciamo spazio allo Spirito Santo. Chiara Corbella diceva: “Chiedo a Dio la Grazia di vivere la Grazia”. Chiara aveva capito e viveva in pienezza la sua missione. Era davvero aperta all’azione dello Spirito. Non era meglio di noi, o meglio lo è diventata perchè più è stata più furba di noi.

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Tu seguimi, non badare agli altri

Cari sposi,

siamo giunti all’epilogo di questi 50 giorni di Pasqua, che formano come un solo giorno dedicato alla Risurrezione. Il tempo cronologico difatti non coincide con quello liturgico. Abbiamo ripassato in lungo e in largo durate questo periodo tutto quello che Gesù ha predetto sulla sua risurrezione e ci siamo estasiati contemplando quel poco che ci condividono gli Atti e i Vangeli sulla convivenza di Gesù Risorto con gli apostoli.

La scena di oggi avvenne qualche giorno dopo la risurrezione, il tempo di tornare in Galilea da Gerusalemme e Gesù li stava aspettando là per convivere con loro e finire di trasmettere tante verità del Vangelo. Un bel mattino Pietro prende su barca e reti e torna a fare quello che ha sempre fatto fin da bambino: pescare in lago. Anche altri sei lo seguono, tra cui Giovanni. Sappiamo bene come sono andate le cose, la pesca miracolosa, la colazione preparata da Gesù stesso sulla riva, il commovente dialogo con Pietro. E poi questo epilogo curioso in cui trapela una certa rivalità tra Pietro e Giovanni, peraltro mai esacerbata né dall’uno né dall’altro.

Gesù che conosce il cuore di Pietro come le sue tasche coglie l’occasione per ricordargli il primato della sequela. “Non badare a quello che fanno gli altri, non farti condizionare, tu pensa a seguire me”. Sante parole! Quanto spesso invece ci succede che vorremmo sempre trovare un ambiente accogliente in cui vivere la fede, ci piacerebbe essere assecondati, spalleggiati, se non addirittura applauditi per quello in cui crediamo.

E quanto questo può succedere in una coppia che vuole vivere la fede! Ci sono tante aspettative sugli altri, il che è senza dubbio giusto essendo la coppia una sola carne ed avendo una vocazione ben precisa. Ma qui Gesù ci ricorda, e lo fa pure a voi sposi cristiani, che, così come ognuno di noi ha la propria storia, così anche ognuno di noi ha il suo modo di seguire Gesù. Nessuno è la copia esatta di un’altra persona. Ognuno di noi deve essere anzitutto testimone in prima persona nel seguire Gesù e poi viene la condivisione di quanto si è e si crede. Ci sono coppie in cui uno solo dei due fa un cammino e questo fa soffrire tanto ma quanto dice il Signore è assai consolante, perché Lui ci chiede una risposta personale e non vuol far dipendere il nostro cammino da come viene recepito dagli altri, fosse anche il coniuge.

Cari sposi, accogliamo questo invito ma anche questa sfida non facile a fissare lo sguardo su Gesù, sullo Sposo e confidiamo che questo porterà sempre frutto per la perseveranza nella fede del vostro coniuge.

padre Luca Frontali

Il segreto del matrimonio? Farci piccoli!

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire: adesso basta! Non ti sopporto più! Ho tollerato abbastanza. Lui/lei sembra approfittarsi del nostro amore. Tutto l’impegno che ci mettiamo eppure non capisce. Continua a commettere sempre gli stessi errori. La misura è colma. Luisa quando è particolarmente irritata da un mio comportamento reiterato mi dice immancabilmente: allora dillo che lo fai apposta!

Anche noi cristiani, quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori, abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che invece siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e l’altro che non capisce quanto sia fortunato ad averci sposato. Spesso, non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura, pensiamo proprio così. Ed è proprio questo modo di pensare che non funziona. Significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Cosa fare?

Prima di esplodere abbiamo una grande opportunità. Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro come cristiani. Come Cristo ci ama. Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccoloLa soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli per riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, di prendere il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi, che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. Li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

Ci sono tre step fondamentali per imparare ad amare davvero. Mi riconosco debole, mi riconosco incompleto (ma che non posso essere completato da una persona per quanto possa essere bella e brava), mi riconosco amato da Dio. Solo affrontando questi tre passaggi avremo la capacità di fare il salto di qualità nella vita e nel matrimonio. Questo è un po’ il percorso che tutti noi, prima o poi, dobbiamo affrontare. Solo se intraprendiamo il percorso per guarire la nostra affettività, che spesso ci rende dipendenti, possiamo amare davvero l’altro. Saremo forti proprio perchè nella debolezza avremo fatto esperienza di Dio e l’altro non avrà più il potere di farci troppo male e di distruggerci nello spirito, come invece sovente avviene in tante coppie. Se da soli non ne veniamo fuori si può sempre ricorrere a uno psicoterapeuta. Sempre però per recuperare la nostra consapevolezza di valere e di essere amati a prescindere dall’altro. Per portare nella relazione la nostra ricchezza per riempire l’altro/a e non la nostra povertà per svuotare l’altro. C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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