Giù da un cavalcavia

Ci sono notizie che non si riescono a leggere così, “tanto per”: restano addosso. Una di quelle riguarda la tragica vicenda avvenuta qualche giorno fa. Un uomo ha aggredito la sua ex compagna, l’ha trascinata con sé fino a un cavalcavia e l’ha spinta nel vuoto. Poi, subito dopo, si è tolto la vita. Due persone precipitate dallo stesso ponte, ma non dalla stessa responsabilità. Perché una cosa deve essere detta con assoluta chiarezza: chi uccide non ama. E chi distrugge la vita dell’altro non può chiamare amore ciò che amore non è.

Eppure, dietro tragedie come questa, c’è una domanda che, da cristiani, non possiamo evitare: che cosa accade dentro una persona perché una relazione, nata forse sotto il segno dell’affetto, finisca per trasformarsi in possesso, controllo, rabbia e violenza? Il Vangelo ci consegna una parola semplicissima e, nello stesso tempo, incredibilmente esigente: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lc 10, 27). L’amore cristiano, dunque, non dice: sei mio. Dice: sei tu. Sei una persona affidata a me, non un oggetto destinato a colmare le mie ferite. Sei un figlio o una figlia di Dio prima ancora di essere mio marito, mia moglie, il mio fidanzato, la mia fidanzata. O – anche – il mio o la mia ex.

Quando una relazione diventa «senza di te non esisto», qualcosa si è già spezzato. Perché l’altro non può diventare il nostro Dio. Nessun essere umano può essere investito della responsabilità di salvarci dalle nostre fragilità, dalle nostre paure, o perfino da noi stessi. Quando l’amore pretende di possedere l’altro, smette di essere amore e diventa idolatria. E forse è proprio qui che dobbiamo avere il coraggio di guardare anzitutto nelle nostre debolezze.

La fragilità non è una colpa. Avere paura di essere lasciati, soffrire per una separazione, sentirsi smarriti, vivere un fallimento affettivo: tutto questo appartiene alla nostra umanità. Ma la fragilità, se non viene riconosciuta e accompagnata, può trasformarsi in qualcosa di terribile. La sofferenza può diventare rabbia. La paura può diventare controllo. Il rifiuto può diventare odio. E quando l’altro non viene più riconosciuto come persona, ma come causa del nostro dolore, il confine verso la violenza può diventare drammaticamente reale.

Per questo una società cristiana non può limitarsi a piangere dopo una tragedia. Deve imparare ad ascoltare “prima”. Deve insegnare ai ragazzi che amare non significa controllare maniacalmente il telefono dell’altro, impedirgli di vedere gli amici, pretendere di conoscere ogni suo spostamento, minacciare di farsi del male se viene lasciati. Deve insegnare che non devono esistere relazioni “usa e getta”, che i sentimenti sono una cosa seria e che l’altra persona porta l’impresa l’immagine del Dio che l’ha creata. Deve insegnare che la gelosia non è una prova d’amore, che il possesso non è passione e che una relazione non è riuscita quando due persone si chiudono in se stesse, perché l’amore vero è dono. Sempre. È apertura, è vita, ha come meta il Cielo.

Ma, soprattutto, deve insegnare che amore è pregare, e pregare insieme. Costruire sulla roccia non per buttarsene giù il giorno in cui le cose non vanno come voglio io. Costruire sulla roccia che è Cristo, per avere una base salda e sana del rapporto a due. Al di là di ogni post social, di ogni apparenza, di ogni possesso, di ogni relazione «finché dura», di ogni superficialità, di ogni «il matrimonio è solo un pezzo di carta», di ogni «noi ci vogliamo bene, a che serve Dio».

È assolutamente necessario recuperare e riscoprire l’approccio cristiano all’altro, soprattutto quando si tratta di amore, di famiglia da costruire, di salvarsi insieme in vista dell’eternità. Non mi piace dire che sia un bisogno “disperato”, quanto piuttosto un bisogno auspicato (e auspicabile). Perché la nostra fede, davanti a tragedie come questa, ci chiede soprattutto di recuperare il significato autentico della parola “amore”.

Oggi possiamo soltanto fermarci davanti a quel cavalcavia e pensare che c’è bisogno di un cambiamento. Oggi dobbiamo pensare a quante relazioni vengono chiamate amore mentre dentro crescono paura e dipendenza. Oggi dobbiamo pregare perché ciascuno possa riscoprire il vero significato di amore, rispetto, donazione. Il verso significato di come Dio ha pensato alla relazione tra uomo e donna.

Giù dal cavalcavia sono precipitate due persone. Ma la tragedia era cominciata molto prima, nel momento in cui una vita ha smesso di riconoscere nell’altra un mistero sacro e inviolabile. Perché ogni persona è immagine di Dio. E nessun amore che venga da Dio può mai pensare di distruggerla.

Fabrizia Perrachon

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