Chi è il profeta (La profezia del matrimonio 1 puntata)

Per introdurci alla profezia degli sposi dobbiamo prima comprendere cosa significa profetare e chi è il profeta. Ci avvarremo di un passo degli Atti degli apostoli, in particolare dei versetti da 17 a 21 del secondo capitolo.

17Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
su tutti effonderò il mio Spirito;
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno
,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno sogni
.
18E anche sui miei servi e sulle mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito
ed essi profeteranno.
19Farò prodigi lassù nel cielo
e
segni quaggiù sulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
20Il sole si muterà in tenebra
e la luna in sangue,
prima che giunga il giorno del Signore
,
giorno grande e glorioso.
21E avverrà:
chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

Questo è Pietro che spiega il giorno della Pentecoste. Tutti quanti noi, uomini e donne, il giorno del battesimo siamo consacrati sacerdoti, re e profeti. Ciò significa che tutti i cristiani hanno dentro di loro il carisma della profezia. Noi tutti abbiamo il carisma della profezia. Noi che siamo stati riempiti con lo Spirito di Dio siamo chiamati ad essere profeti. Chi è il profeta? È una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. C’è una Parola di Dio viva, eterna e potente che viene tradotta nel linguaggio di noi poveri uomini di questi tempi. Come è nata la profezia? Partiamo dal vecchio testamento. Nel Medio Oriente, quando un re dava inizio ad una grande impresa interrogava alcune persone capaci di intendere e comunicargli la parola di Dio. Il re voleva sapere se avrebbe avuto il favore di Dio o degli dei a seconda della civiltà di cui faceva parte. Questo modo di procede è infatti comune a tanti popoli del passato, tra cui il popolo d’Israele. Per gli israeliti, anche se il primo profeta è senz’altro Abramo, il prototipo dei profeti è sicuramente Mosè. Mosè è stato un chiamato e un mandato. Il nome che gli ebrei davano ai profeti è Nabi che significa appunto chiamato. Il profeta ha sempre la coscienza di portare una realtà che non è sua. Il profeta Amos dirà: “Io non ero profeta figlio di profeta, ero un raccoglitore di sicomori. Il Signore mi è venuto a prendere e mi ha mandato qui. Non è il re che mi paga, non è il popolo che mi paga, ma Dio che mi ha mandato”. Anche il profeta Geremia ha coscienza di essere stato chiamato fin dal seno materno. Il profeta spesso non aveva il desiderio di essere chiamato, aveva altri progetti. Fare il profeta non era un mestiere facile. Significava spesso contraddire re e potenti o andare contro la volontà popolare. Significava essere impopolari. Non solo Dio incarica il profeta di dire parole, ma tutta la persona del profeta diventa Parola vivente. Osea è chiamato a sposare una prostituta. La chiamerai “Non amata”, ci farai dei figli che chiamerai “Non mio popolo”. Perfino i figli fanno parte della profezia. Ezechiele perde la moglie e Dio non gli permette di fare il lutto tanto da scandalizzare il popolo che non comprende. Non la chiamavi forse luce dei miei occhi? Questo per dire al suo popolo che perderà tutto e dovrà scappare senza poter vivere il lutto. Dio, attraverso i gesti e le azioni dei profeti, comunica con il suo popolo. Un profeta è chiamato con tutto il suo essere. In Israele c’è una grande differenza tra re e profeta. Il re può essere eletto dal popolo come ad esempio Saul e Davide, il profeta no, il profeta è chiamato da Dio. Il profeta fa quindi quello che Dio gli chiede. A volte rimprovera come Natan il re Davide, altre volte incoraggia come Geremia e altre ancora predice il futuro come Isaia. Corregge anche le idee del popolo, annuncia castighi o benedizioni. I profeti non cercano la benevolenza del popolo, non cercano di piacere a nessuno. Geremia è stato messo in galera in una cisterna di fango seccato, Ezechiele costretto all’esilio. I profeti annunciano qualcosa di nuovo e sanno andare controcorrente. L’ultimo profeta della Bibbia è stato Giovanni Battista. Giovanni Battista, che non mangia il pane del re, è una persona libera, è una persona talmente libera che non ha nessuno che lo paga. Si nutre di insetti e di miele e si veste di abiti fatti di peli di cammello che erano i meno pregiati dell’epoca, quelli dei più poveri. L’ultimo dei profeti ha letteralmente perso la testa pur di svolgere al meglio il suo incarico. Poi c’è Gesù, vero Dio oltre che uomo. Gesù proprio per questo è il più autentico dei profeti. Gesù più di ogni altro ha tradotto la Parola di Dio; tutta la sua vita, la sua opera, i suoi gesti, le sue parole, sono state una Parola di Dio vivente e presente. Gesù sa che dovrà dare la sua vita. Anche gli apostoli diventano profeti portando e spiegando la Parola di Dio fino anche al martirio. Tutti quelle persone che dopo la venuta di Gesù decidono di accoglierlo nella loro vita e di portare la Sua parola diventano profeti. Questo grazie a una realtà nuova: lo Spirito Santo. Tutto il popolo di Gesù, la sua Chiesa è una chiesa profetica, una Chiesa che deve dire all’umanità la Parola di Dio, deve dare le coordinate per poterla capire. La Chiesa deve portare la legge senza preoccuparsi di piacere a nessuno: né al popolo né ai dominatori del mondo, ma deve piacere a Dio. Ogni cristiano riceve questo carisma, questa chiamata, nel battesimo. Il profetismo nella Chiesa non è quindi terminato con Gesù e con gli apostoli, ma è continuato. È interessante notare come in periodi storici diversi ci sia stato bisogno di profeti diversi. Pensiamo a San Benedetto e alle abbazie, in un tempo che i feudatari vessavano la povera gente i benedettini hanno offerto un’alternativa più dignitosa e giusta ai contadini dando loro terre da coltivare. Quando anche le abbazie sono state inquinate da potere e ricchezza ecco che Dio chiama nuovi profeti e nascono gli ordini mendicanti come francescani e domenicani. E così via. Oggi non c’è più bisogno, almeno da noi, di una profezia della Chiesa che pensi ai bisognosi. La società civile ha capito e si sta prendendo carico delle situazioni più difficili. Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno al mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Antonio e Luisa

Geremia, cosa vedi?

“Geremia, cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo” (Geremia 1,11)
In ebraico il mandorlo è chiamato ‘colui che veglia’, il primo risvegliato dall’inverno, colui che ha gli occhi attenti, che fiorisce anche quando ancora punge il gelo. Quello che vede Geremia non è un fiore del ramo nella bella stagione, ma nel momento più duro dell’anno, quello delle gelate improvvise. In questa stagione difficile dobbiamo avere occhi attenti ai segni che sono già dentro l’inverno, saper cogliere ciò che nasce dal passaggio verso la primavera.
Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di non dare ascolto ai “profeti di sventura”, ma di prestare orecchio ai “segni dei tempi”, di non intralciare il loro divenire come la terra accompagna i germogli a primavera. Dobbiamo scorgere i segni che posseggono la trasparenza dell’alba originale, la luminosità di una tenerezza soprannaturale.
In tempi di crisi ci è chiesto di vivere i gesti di Geremia che, in anni di esilio e di deportazione, invitava a piantare vigne, a costruire case. Vivere non è solo una crescita continua, ma anche la capacità di aderire alla vita nonostante ciò che la contraddice, le sue paure, le sue crisi, i suoi momenti di apparente sterilità.
Ci sono attimi che rendono nuovo il mondo non tanto perché aggiungono qualcosa di nuovo, ma perché sprofondano fino all’origine, lì dove la diversità è armonia.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se l’uomo si fa nuova creatura, si imbarbarisce se scateni il peggio in te.
Oggi la nostra vita è un continuo migrare verso un mondo perduto e disorientato di frammenti che non sappiamo più utilizzare. Dio, invece, è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova.
In ogni momento di crisi Dio ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli per riprendere il cammino e la nostra dignità. Ci chiede una vera partecipazione al mistero della vita. Germi di novità sono nell’aria, ma scendono soltanto dove trovano una terra fertile. I germi di novità sono la bellezza e la tenerezza, il perdono e la fedeltà ad ogni giorno: fragili gesti che hanno la forza di rimettere in piedi la nostra vita.
Fedeltà ad ogni giorno vuol dire esserci, stare dentro la concretezza della vita. Occorrono oggi testimoni fedeli che vadano oltre la superficialità e sappiano stare dentro la vita. Testimoni che non imprigionano Dio nel loro concetto di onnipotenza, che non lo sfigurano erigendolo a giustiziere implacabile, ma che coltivano pazienza e vigilanza.
Bella la fedeltà al cammino dell’uomo di Gesù risorto che si avvicina ai discepoli di Emmaus, si fa compagno di viaggio, si interessa della loro vita, li lascia liberi di scegliere fingendo di andare oltre, e solo alla fine spezza il pane con loro.
Bella la fedeltà di Ruth verso Noemi quando dice: “Non insistere perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io”.(Rut 1,16)
La fedeltà a sé e all’altro è la capacità di “serbare e custodire”, è amore che ha bisogno di tempo per crescere, di promesse reciproche da mantenere, di scelte che hanno il loro prezzo.
Anche quando le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, chi è fedele scruta l’orizzonte, fiuta l’aria, getta il seme affidandolo alla terra e il sogno di futuro è tutto dentro questa minuscola occasione che può fare del lampo una chiarezza, della scintilla una luce.

(da ” Il domani avrà i tuoi occhi” di Luigi Verdi)