Gli sposi rivelano che Dio è amore (La profezia del matrimonio 2 puntata)

L’introduzione di ieri ci permette di andare a riflettere ora sul nostro particolare profetismo di sposi, che si innesta sul nostro profetismo battesimale. Per introdurre il nostro particolare profetismo partiamo da un’immagine. Partiamo da una frase di sant’Agostino che dice più o meno così:

Se tutte le Bibbie del mondo andassero distrutte, e di queste Bibbie ne restasse solo una. Se di quest’unica Bibbia rimanesse una sola pagina. Se di questa sola pagina rimanesse un unico versetto, quello della prima lettera di Giovanni, dove è scritto: Dio è amore. Se restassero solo queste tre parole, tutta la Bibbia sarebbe salva.

Con questo Sant’Agostino voleva far capire qual era il fulcro della rivelazione cristiana e quello a cui intorno ruota tutta la Parola di Dio.

Potremmo parafrasare questa intuizione di Agostino non solo per quella che è la Parola rivelata (la Bibbia), ma anche per quella che è la Parola naturale: l’umanità.  Potremmo quindi dire:

Se per qualche cataclisma tutta l’umanità andasse distrutta, ma rimanessero soltanto due persone e queste due persone fossero uno sposo e una sposa che si amano, tutta l’umanità sarebbe salva.

Questo perché attraverso quella coppia Dio potrebbe continuare a rivelare se stesso e il suo amore. Questa è la nostra profezia di sposi, profezia specifica scaturente dalla Grazia e dalla consacrazione conseguente al sacramento delle nozze. Noi sposi riveliamo e manifestiamo al mondo l’amore di Dio.

San Giovanni Paolo II commentando il capitolo secondo della Genesi scrisse nella Familiaris Consortio:

Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26s): chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore.

Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.

In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l’uomo è chiamato all’amore in questa sua totalità unificata. L’amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell’amore spirituale.

La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo «essere ad immagine di Dio».

Matrimonio e verginità consacrata sono le due strade che Dio ha scelto per poter comunicare il suo amore, perché l’uomo possa dire l’amore di Dio. Perché Dio possa riprodurre se stesso e il suo amore nel mondo. Sicuramente in ombra, in modo imperfetto e limitato, ma questa analogia e somiglianza c’è, nonostante il peccato originale. Il matrimonio è, come abbiamo visto in tutte le precedenti puntate, una realtà naturale non introdotta da Cristo, Cristo ha invece introdotto, nella logica del suo amore redento, la seconda via: la verginità consacrata.

La vocazione alla verginità consacrata e il matrimonio sacramento sono due risposte all’amore di Dio entrambe importanti, entrambe necessarie e complementari tra loro. L’una completa l’altra. I consacrati cosa dicono al mondo e di conseguenza a noi sposi? Cosa ci mostrano? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Noi sposi cosa possiamo insegnare al mondo, e di conseguenza ai consacrati? La nostra è forse, come alcuni credono, una vocazione meno importante, per quelle persone chiamate a una vita ordinaria e meno santa?  Nient’affatto. La nostra è una vocazione necessaria e importante tanto quanto quella sacerdotale. Noi mostriamo ai nostri fratelli consacrati come devono amare Cristo se vogliono essere uniti sponsalmente con Lui già da questa terra. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.  Loro ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. Entrambe necessarie e forse la Chiesa attraverso i suoi documeti, il Concilio vaticano II e i sinodi, ci sta dicendo che in questi anni la profezia degli sposi è quanto mai necessaria e decisiva. La Chiesa non ci sta chiedendo come compito primario quello di fare tante opere di misericordia o di servizio per la nostra comunità e per i bisognosi che ci sono accanto. Certo è importante offrire il nostro tempo e il nostro impegno per la comunità, ma non è la prima cosa. Non è il nostro compito, ma una conseguenza del nostro compito più importante. La Chiesa ci chiede di amarci in modo autentico e credibile per poter essere profezia per la nostra comunità e per tutte le persone che incontriamo dell’amore di Dio. Chi vede come ci amiamo dovrebbe capire qualcosa di Dio e del Suo amore. Il nostro compito è quello di essere un Kerigma vivente dell’amore di Dio. Il Kerigma che annuncia che ogni persona è amata in modo unico, tenero e fedele da Dio. Noi siamo questo e sarebbe un vero peccato snaturare la nostra vocazione. Fare tanto per la comunità a discapito del nostro rapporto sponsale non è cosa gradita a Dio. Ogni impegno e servizio che vogliamo donare alla nostra comunità deve essere concordato con il nostro sposo o la nostra sposa e non deve compromettere o impoverire la nostra relazione. Ogni gesto di servizio deve scaturire dall’amore che generiamo nella nostra coppia, e non deve diventare modo per cercare altrove la gratificazione e l’amore che non siamo capaci di trovare nella nostra casa.

Antonio e Luisa

1 puntata Chi è il profeta

 

Chi è il profeta (La profezia del matrimonio 1 puntata)

Per introdurci alla profezia degli sposi dobbiamo prima comprendere cosa significa profetare e chi è il profeta. Ci avvarremo di un passo degli Atti degli apostoli, in particolare dei versetti da 17 a 21 del secondo capitolo.

17Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
su tutti effonderò il mio Spirito;
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno
,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno sogni
.
18E anche sui miei servi e sulle mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito
ed essi profeteranno.
19Farò prodigi lassù nel cielo
e
segni quaggiù sulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
20Il sole si muterà in tenebra
e la luna in sangue,
prima che giunga il giorno del Signore
,
giorno grande e glorioso.
21E avverrà:
chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

Questo è Pietro che spiega il giorno della Pentecoste. Tutti quanti noi, uomini e donne, il giorno del battesimo siamo consacrati sacerdoti, re e profeti. Ciò significa che tutti i cristiani hanno dentro di loro il carisma della profezia. Noi tutti abbiamo il carisma della profezia. Noi che siamo stati riempiti con lo Spirito di Dio siamo chiamati ad essere profeti. Chi è il profeta? È una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. C’è una Parola di Dio viva, eterna e potente che viene tradotta nel linguaggio di noi poveri uomini di questi tempi. Come è nata la profezia? Partiamo dal vecchio testamento. Nel Medio Oriente, quando un re dava inizio ad una grande impresa interrogava alcune persone capaci di intendere e comunicargli la parola di Dio. Il re voleva sapere se avrebbe avuto il favore di Dio o degli dei a seconda della civiltà di cui faceva parte. Questo modo di procede è infatti comune a tanti popoli del passato, tra cui il popolo d’Israele. Per gli israeliti, anche se il primo profeta è senz’altro Abramo, il prototipo dei profeti è sicuramente Mosè. Mosè è stato un chiamato e un mandato. Il nome che gli ebrei davano ai profeti è Nabi che significa appunto chiamato. Il profeta ha sempre la coscienza di portare una realtà che non è sua. Il profeta Amos dirà: “Io non ero profeta figlio di profeta, ero un raccoglitore di sicomori. Il Signore mi è venuto a prendere e mi ha mandato qui. Non è il re che mi paga, non è il popolo che mi paga, ma Dio che mi ha mandato”. Anche il profeta Geremia ha coscienza di essere stato chiamato fin dal seno materno. Il profeta spesso non aveva il desiderio di essere chiamato, aveva altri progetti. Fare il profeta non era un mestiere facile. Significava spesso contraddire re e potenti o andare contro la volontà popolare. Significava essere impopolari. Non solo Dio incarica il profeta di dire parole, ma tutta la persona del profeta diventa Parola vivente. Osea è chiamato a sposare una prostituta. La chiamerai “Non amata”, ci farai dei figli che chiamerai “Non mio popolo”. Perfino i figli fanno parte della profezia. Ezechiele perde la moglie e Dio non gli permette di fare il lutto tanto da scandalizzare il popolo che non comprende. Non la chiamavi forse luce dei miei occhi? Questo per dire al suo popolo che perderà tutto e dovrà scappare senza poter vivere il lutto. Dio, attraverso i gesti e le azioni dei profeti, comunica con il suo popolo. Un profeta è chiamato con tutto il suo essere. In Israele c’è una grande differenza tra re e profeta. Il re può essere eletto dal popolo come ad esempio Saul e Davide, il profeta no, il profeta è chiamato da Dio. Il profeta fa quindi quello che Dio gli chiede. A volte rimprovera come Natan il re Davide, altre volte incoraggia come Geremia e altre ancora predice il futuro come Isaia. Corregge anche le idee del popolo, annuncia castighi o benedizioni. I profeti non cercano la benevolenza del popolo, non cercano di piacere a nessuno. Geremia è stato messo in galera in una cisterna di fango seccato, Ezechiele costretto all’esilio. I profeti annunciano qualcosa di nuovo e sanno andare controcorrente. L’ultimo profeta della Bibbia è stato Giovanni Battista. Giovanni Battista, che non mangia il pane del re, è una persona libera, è una persona talmente libera che non ha nessuno che lo paga. Si nutre di insetti e di miele e si veste di abiti fatti di peli di cammello che erano i meno pregiati dell’epoca, quelli dei più poveri. L’ultimo dei profeti ha letteralmente perso la testa pur di svolgere al meglio il suo incarico. Poi c’è Gesù, vero Dio oltre che uomo. Gesù proprio per questo è il più autentico dei profeti. Gesù più di ogni altro ha tradotto la Parola di Dio; tutta la sua vita, la sua opera, i suoi gesti, le sue parole, sono state una Parola di Dio vivente e presente. Gesù sa che dovrà dare la sua vita. Anche gli apostoli diventano profeti portando e spiegando la Parola di Dio fino anche al martirio. Tutti quelle persone che dopo la venuta di Gesù decidono di accoglierlo nella loro vita e di portare la Sua parola diventano profeti. Questo grazie a una realtà nuova: lo Spirito Santo. Tutto il popolo di Gesù, la sua Chiesa è una chiesa profetica, una Chiesa che deve dire all’umanità la Parola di Dio, deve dare le coordinate per poterla capire. La Chiesa deve portare la legge senza preoccuparsi di piacere a nessuno: né al popolo né ai dominatori del mondo, ma deve piacere a Dio. Ogni cristiano riceve questo carisma, questa chiamata, nel battesimo. Il profetismo nella Chiesa non è quindi terminato con Gesù e con gli apostoli, ma è continuato. È interessante notare come in periodi storici diversi ci sia stato bisogno di profeti diversi. Pensiamo a San Benedetto e alle abbazie, in un tempo che i feudatari vessavano la povera gente i benedettini hanno offerto un’alternativa più dignitosa e giusta ai contadini dando loro terre da coltivare. Quando anche le abbazie sono state inquinate da potere e ricchezza ecco che Dio chiama nuovi profeti e nascono gli ordini mendicanti come francescani e domenicani. E così via. Oggi non c’è più bisogno, almeno da noi, di una profezia della Chiesa che pensi ai bisognosi. La società civile ha capito e si sta prendendo carico delle situazioni più difficili. Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno al mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Antonio e Luisa