Abramo e certe suocere!

Don Fabio Rosini non è mai banale. Oggi mi avvalgo di una sua riflessione riguardo la storia di Abramo. Parto da ciò che lui ha detto per sviluppare la mia lettura declinandola verso l’amore sponsale. Abramo è il padre di una discendenza sterminata di persone. La storia di Abramo, di un vecchio coniugato con una donna sterile, diventa l’avventura più feconda della storia dell’uomo. Don Fabio dice tante cose. A me interessa soffermarmi su un passaggio. Siamo all’inizio del capitolo 12 di Genesi: Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò.

Questo passaggio è interessante per noi sposi perchè indica anche a noi la strada per essere una coppia felice e feconda. Esistono tre diverse realtà che ci caratterizzano che dobbiamo abbandonare quando ci sposiamo. Quando formiamo una nuova famiglia.

  1. Abbandonare il paese. Abbandonare ciò che possediamo. Spesso siamo così attaccati alle nostre cose che ne siamo incatenati. Le nostre cose non sono solo i beni materiali. In questo caso sono tutte le nostre sicurezze, il nostro voler avere il controllo della situazione, voler aver in mano la nostra vita. Capite bene che quando ci si sposa le cose cambiano repentinamente e profondamente. Non possiamo più pretendere di aver tutto sotto controllo. C’è un’altra persona, un’alterità, un mistero che non possiamo pretendere di governare, ma solo di accogliere. Non solo. Anche la nostra vita non sarà più solo nostra. Ricordiamo che nel matrimonio la doniamo all’altro/a.
  2. Abbandonare la patria. Uscire dalla nostra cultura. Se il paese è ciò che possediamo, la patria è ciò che pensiamo. Cultura intesa come modo di pensare, come mentalità. Non significa cancellare tutto ciò che siamo stati fino a quel momento. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non rinnegare il passato quindi, ma neanche farne un assoluto. L’incontro con l’altro/a significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi.
  3. Abbandonare la casa del padre. Bisogna comprendere che il nostro mondo affettivo cambia. Dio, attraverso il matrimonio, ci vuole dire che non sarà più come prima. Ci dice che la nostra famiglia non è più quella di prima. Continuiamo ad essere figli dei nostri genitori. Questo non cambierà mai. La nostra famiglia però non è più con loro. Attraverso il matrimonio Dio ci conduce verso una nuova terra, una nuova famiglia, quella che abbiamo formato con nostro marito o con nostra moglie. E’ importante avere chiaro questa nuova situazione. E’ importante avere delle priorità. Capire che nostra moglie o nostro marito viene prima dei genitori. Penso ai tanti sposi ancora dipendenti dalla famiglia di origine. Penso a certe madri che non mollano la presa e fanno di tutto per mettersi in competizione con la nuora. Queste situazioni vanno evitate. Bisogna essere chiari. Non significa mancare di rispetto a chi ci ha generato, ma significa prendere in mano la nostra vita e far sì che dia frutto. Per farlo dobbiamo abbandonare la famiglia di origine. Abbandonare quelle dipendenze che impediscono di rendere il nostro matrimonio un’altra cosa da ciò che eravamo. Se un genitore non capisce e rischia di distruggere la nostra relazione sponsale con il suo comportamento dobbiamo avere la forza anche di allontanarlo da noi se necessario. Ciò non significa disinteressarci dei nostri genitori, soprattutto quando diventeranno anziani. E’ importante prendersi cura di loro. Sempre però con la consapevolezza che ora la nostra famiglia è un’altra, che è importante coinvolgere nelle decisioni sempre il nostro coniuge e che la nostra relazione matrimoniale viene prima di ogni altra relazione.

Solo così saremo capaci, come Abramo, di rendere il nostro matrimonio qualcosa di meraviglioso e di molto fecondo.

Antonio e Luisa

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Trasfiguriamo la nostra vita.

La seconda riflessione tratta dalla Parola di domenica parte dalla prima lettura. E’ una riflessione che prende spunto dal commento di don Fabio Rosini. Le parole di don Fabio le ho trovate molto interessanti e ficcanti. Parole che evidenziano la barbarie in cui la nostra civilissima Europa sta ripiombando senza la speranza che può donare solo la fede in Dio. Questa riflessione è il frutto quindi del commento di don Fabio integrato dai pensieri che mi ha provocato.

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”.
Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”.
così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna.
Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio.
Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”.
L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta
e disse: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio,
io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici.
Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

La prima lettura tratta del sacrificio che Dio richiede ad Abramo. Immolare il suo unico figlio Isacco. Don Fabio parte da una considerazione introduttiva. Abramo vive nella comunità cananea. In quella società esistevano divinità terribili come Baal e Moloch. Per questi dei era normale chiedere il primogenito in sacrificio. Le usanze religiose del posto lo prevedevano. Questa è la grande differenza tra il Dio vero, il Dio della vita e gli idoli. Gli idoli chiedono il figlio. Era normale per i cananei offrire il primogenito al loro dio. E’ una pratica barbara e scandalosa. Non pensate? Eppure. Eppure anche noi, nella nostra società odierna, tecnologica, avanzata, evoluta per diritti ed attenzione alla persona. Anche nella nostra società non siamo tanto diversi dai cananei. I nostri idoli non si chiamano Baal e Moloch. I nostri idoli si chiamano carriera, successo, soldi, viaggi ed egoismo. Tutti idoli che ci chiedono il figlio in sacrificio. Quanti bambini abortiti per questi idoli. Quanti bambini non cercati e non nati per questi idoli. Chi incontra il vero Dio, il Dio della vita, sa che non gli sarà chiesto il figlio. Al contrario, Dio darà il proprio figlio unigenito per la sua salvezza. Ed è così, che chi fa esperienza di Dio, chi lo incontra, chi se ne innamora, poi non sarà più lo stesso. Sarà trasfigurato. Capite ora perchè questa lettura veterotestamentaria è associata alla trasfigurazione? Perchè racconta la trasfigurazione di Abramo. Abramo, anziano, un solo figlio Isacco e con una moglie sterile. Una vita ormai chiusa in un vicolo, senza uscita. Abramo ha il coraggio e la forza di ascoltare il vero Dio, di farne esperienza. E’ disposto a dare tutto per Lui. Avviene così il miracolo. Da quella vita che non può più dire e dare nulla al mondo, Dio ne trae un capostipite di un popolo, di una moltitudine di persone, discendenza che è arrivata fino a noi. Questa è la trasfigurazione. Andare oltre le apparenze e la forma che abbiamo dato alla nostra vita e aprirci al progetto di Dio su di noi. Ne resteremo sorpresi per primi. Dio ha pensato per noi qualcosa di meraviglioso, perchè ogni persona è meravigliosa e ogni matrimonio è meraviglioso. A condizione, però, che  riusciamo a liberarci di quell’idea che ci siamo fatti su di noi. Solo se ci trasfiguriamo, se usciamo da quella forma che abbiamo dato alla nostra vita e se usciamo  da quella gabbia in cui ci siamo rinchiusi. Solo se ci apriamo al Dio della vita potremo trasfigurare il nostro matrimonio in una meraviglia che dona pace e gioia a noi e al mondo intero

Antonio e Luisa

Chi è il profeta (La profezia del matrimonio 1 puntata)

Per introdurci alla profezia degli sposi dobbiamo prima comprendere cosa significa profetare e chi è il profeta. Ci avvarremo di un passo degli Atti degli apostoli, in particolare dei versetti da 17 a 21 del secondo capitolo.

17Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
su tutti effonderò il mio Spirito;
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno
,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno sogni
.
18E anche sui miei servi e sulle mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito
ed essi profeteranno.
19Farò prodigi lassù nel cielo
e
segni quaggiù sulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
20Il sole si muterà in tenebra
e la luna in sangue,
prima che giunga il giorno del Signore
,
giorno grande e glorioso.
21E avverrà:
chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

Questo è Pietro che spiega il giorno della Pentecoste. Tutti quanti noi, uomini e donne, il giorno del battesimo siamo consacrati sacerdoti, re e profeti. Ciò significa che tutti i cristiani hanno dentro di loro il carisma della profezia. Noi tutti abbiamo il carisma della profezia. Noi che siamo stati riempiti con lo Spirito di Dio siamo chiamati ad essere profeti. Chi è il profeta? È una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. C’è una Parola di Dio viva, eterna e potente che viene tradotta nel linguaggio di noi poveri uomini di questi tempi. Come è nata la profezia? Partiamo dal vecchio testamento. Nel Medio Oriente, quando un re dava inizio ad una grande impresa interrogava alcune persone capaci di intendere e comunicargli la parola di Dio. Il re voleva sapere se avrebbe avuto il favore di Dio o degli dei a seconda della civiltà di cui faceva parte. Questo modo di procede è infatti comune a tanti popoli del passato, tra cui il popolo d’Israele. Per gli israeliti, anche se il primo profeta è senz’altro Abramo, il prototipo dei profeti è sicuramente Mosè. Mosè è stato un chiamato e un mandato. Il nome che gli ebrei davano ai profeti è Nabi che significa appunto chiamato. Il profeta ha sempre la coscienza di portare una realtà che non è sua. Il profeta Amos dirà: “Io non ero profeta figlio di profeta, ero un raccoglitore di sicomori. Il Signore mi è venuto a prendere e mi ha mandato qui. Non è il re che mi paga, non è il popolo che mi paga, ma Dio che mi ha mandato”. Anche il profeta Geremia ha coscienza di essere stato chiamato fin dal seno materno. Il profeta spesso non aveva il desiderio di essere chiamato, aveva altri progetti. Fare il profeta non era un mestiere facile. Significava spesso contraddire re e potenti o andare contro la volontà popolare. Significava essere impopolari. Non solo Dio incarica il profeta di dire parole, ma tutta la persona del profeta diventa Parola vivente. Osea è chiamato a sposare una prostituta. La chiamerai “Non amata”, ci farai dei figli che chiamerai “Non mio popolo”. Perfino i figli fanno parte della profezia. Ezechiele perde la moglie e Dio non gli permette di fare il lutto tanto da scandalizzare il popolo che non comprende. Non la chiamavi forse luce dei miei occhi? Questo per dire al suo popolo che perderà tutto e dovrà scappare senza poter vivere il lutto. Dio, attraverso i gesti e le azioni dei profeti, comunica con il suo popolo. Un profeta è chiamato con tutto il suo essere. In Israele c’è una grande differenza tra re e profeta. Il re può essere eletto dal popolo come ad esempio Saul e Davide, il profeta no, il profeta è chiamato da Dio. Il profeta fa quindi quello che Dio gli chiede. A volte rimprovera come Natan il re Davide, altre volte incoraggia come Geremia e altre ancora predice il futuro come Isaia. Corregge anche le idee del popolo, annuncia castighi o benedizioni. I profeti non cercano la benevolenza del popolo, non cercano di piacere a nessuno. Geremia è stato messo in galera in una cisterna di fango seccato, Ezechiele costretto all’esilio. I profeti annunciano qualcosa di nuovo e sanno andare controcorrente. L’ultimo profeta della Bibbia è stato Giovanni Battista. Giovanni Battista, che non mangia il pane del re, è una persona libera, è una persona talmente libera che non ha nessuno che lo paga. Si nutre di insetti e di miele e si veste di abiti fatti di peli di cammello che erano i meno pregiati dell’epoca, quelli dei più poveri. L’ultimo dei profeti ha letteralmente perso la testa pur di svolgere al meglio il suo incarico. Poi c’è Gesù, vero Dio oltre che uomo. Gesù proprio per questo è il più autentico dei profeti. Gesù più di ogni altro ha tradotto la Parola di Dio; tutta la sua vita, la sua opera, i suoi gesti, le sue parole, sono state una Parola di Dio vivente e presente. Gesù sa che dovrà dare la sua vita. Anche gli apostoli diventano profeti portando e spiegando la Parola di Dio fino anche al martirio. Tutti quelle persone che dopo la venuta di Gesù decidono di accoglierlo nella loro vita e di portare la Sua parola diventano profeti. Questo grazie a una realtà nuova: lo Spirito Santo. Tutto il popolo di Gesù, la sua Chiesa è una chiesa profetica, una Chiesa che deve dire all’umanità la Parola di Dio, deve dare le coordinate per poterla capire. La Chiesa deve portare la legge senza preoccuparsi di piacere a nessuno: né al popolo né ai dominatori del mondo, ma deve piacere a Dio. Ogni cristiano riceve questo carisma, questa chiamata, nel battesimo. Il profetismo nella Chiesa non è quindi terminato con Gesù e con gli apostoli, ma è continuato. È interessante notare come in periodi storici diversi ci sia stato bisogno di profeti diversi. Pensiamo a San Benedetto e alle abbazie, in un tempo che i feudatari vessavano la povera gente i benedettini hanno offerto un’alternativa più dignitosa e giusta ai contadini dando loro terre da coltivare. Quando anche le abbazie sono state inquinate da potere e ricchezza ecco che Dio chiama nuovi profeti e nascono gli ordini mendicanti come francescani e domenicani. E così via. Oggi non c’è più bisogno, almeno da noi, di una profezia della Chiesa che pensi ai bisognosi. La società civile ha capito e si sta prendendo carico delle situazioni più difficili. Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno al mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Antonio e Luisa