Questo è il mio Amore

Domenica scorsa è terminato il X Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, a Loreto, presso l’Istituto Salesiano, con il titolo “Dall’Eucarestia la luce e la forza per capire e vivere da separato fedele”. Per quello che ho visto e sentito dai partecipanti, è stato forse il miglior convegno che abbiamo fatto e le motivazioni sono tante, forse perché non ci sono stati contrattempi, forse perché eravamo in tanti (55 persone), forse perché c’erano diverse persone nuove e tutte squisite che si sono sentite accolte, forse perché la struttura ci ha fatto mangiare bene e coccolato, forse perché eravamo vicinissimi alla Basilica di Loreto (centro della famiglia con le mura della casa di Nazareth), forse per le belle meditazioni di don Renzo, forse perché ci siamo anche divertiti molto. Infatti siamo riusciti a mettere insieme le catechesi e i lavori in piccoli gruppi con momenti più leggeri, come un bagno al mare, la visita alla casa con biblioteca del Leopardi e la serata ricreativa elegante, in cui abbiamo giocato e ballato; non sono mancate situazioni emozionanti, come la cerimonia d’ingresso di quattro nuovi giovani soci e il rinnovo della promesse matrimoniali, tutti vestiti di bianco, l’ultimo giorno.

Dovrò riascoltare con calma i contenuti delle meditazioni, ragionarci sopra, assimilarle, anche perché la mia mente era impegnata in parte nell’organizzazione e nel serrato programma della giornata, dopo cena compreso. Provo a balbettare qualche spunto di riflessione su quello che mi ha particolarmente colpito: se vogliamo far funzionare un matrimonio, dobbiamo capire/riscoprire il significato dell’Eucarestia.

Gli sposi hanno la coscienza e la consapevolezza che Gesù è vivo? Sanno di essere Sacramento di Gesù vivo e che sono chiamati a vivere una relazione con Lui e non solo una religione fatta di riti, devozioni e preghiere? I separati hanno capito che certamente manca il coniuge, ma non manca (se lo vogliono) la “Parte” più importante, che è quella che alla fine conta? La realtà, infatti, può essere guardata sotto tanti punti di vista e quello che spesso scarseggia è la percezione della distanza infinita tra la realtà e il dono dell’Eucarestia, cioè lo stupore: un Dio che mi ama singolarmente, che mi dona tutto Se stesso e mi dice “Prendimi e mangiami!”.

Mentre ascoltavo una meditazione su questo tema, mi è venuto in mente un ricordo bellissimo e indelebile, di quando 17 anni fa è nata nostra figlia primogenita Diletta; specialmente i primi giorni, passavo le ore a guardarla nella culla mentre dormiva, con le manine chiuse appoggiate in alto, ai lati della testa: stavo in silenzio a contemplare la bellezza di un dono, non solo così bello, ma anche immeritato (cioè senza miei particolari meriti); stessa cosa succede agli innamorati, quando si guardano senza parlare. Mi dispiace di non riuscire ancora a raggiungere questa contemplazione con un dono infintamente più grande com’è l’Eucarestia, però la mia povertà può essere lo spazio alla presenza di Dio.

L’uomo può non accettare il dono e farsi bastare sè stesso, siamo liberi di farlo, ma se capiamo il dono, il matrimonio non sarà mai fallito perché Lui è presente e può trasformare un povero separato fedele in un amore divino da diffondere agli altri. Come il sacerdote in nome di Cristo dice “Questo è il mio corpo”, così Gesù, mediante gli sposi, vuole dire “Questo è il mio Amore”. Infatti il Sacramento ha specificato una missione, che è quella di tessere legami (come creare una ragnatela), unire le persone in Cristo, amare infinitamente e creare comunione (io sono Eucarestia da distribuire). Non è facile e risulta abbastanza semplice farlo con persone di fede che hanno fatto la tua stessa scelta (come durante il Convegno), mentre è decisamente impegnativo con tutti gli altri; tuttavia la nostra strada è questa e non avrebbe senso non percorrerla fino in fondo e non cercare di amare ogni giorno al massimo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

L’Eucarestia è corpo, dono ed unità (come il matrimonio)

Si è appena concluso il dodicesimo Convegno di Mistero Grande – “Dall’Eucarestia sgorga l’origine e il destino del matrimonio e della famiglia” – ad Assisi: è stato bello, non solo per le otto catechesi sul tema, ma anche per le relazioni con persone nuove e la condivisione con amici, sia della Fraternità Sposi per Sempre, sia provenienti da altre realtà. Naturalmente non è possibile fare un riassunto di tre giorni d’interventi e attendo le registrazioni per riascoltare con calma alcune parti, provo solo a riportare, brevemente, quello che mi è rimasto più impresso.

Devo dire che l’Eucaristia mi ha sempre incuriosito, ma anche messo in difficoltà, perché è difficile da comprendere razionalmente: è contemporaneamente Corpo, Dono e Comunione/Unità. Quando riceviamo la comunione, il sacerdote dice “Corpo di Cristo“, Corpo, cioè non qualcosa di astratto: anche noi abbiamo un corpo, solo che spesso non lo collochiamo al giusto posto, a volte può essere ritenuto una gabbia dalla quale scappare (elevazione dell’anima), oppure può essere considerato solo un involucro che posso modificare o maltrattare come voglio.

In realtà siamo una realtà anima e corpo insieme e noi cristiani camminiamo verso la resurrezione dei corpi: come in una candela lo stoppino (anima) non può funzionare senza la cera (corpo) e viceversa, così la nostra condizione anima e corpo non può essere divisa. Effettivamente ho riflettuto su quante volte avrei voluto avere un corpo diverso, su quanta fatica ho fatto ad accettare alcuni difetti, fino a quando ho compreso che il corpo è la cosa più sacra che ho, tempio dello Spirito Santo, voluto esattamente da Dio in questo modo (me ne devo prendere cura, senza però esagerare).

Sono rimasto colpito da un aspetto della Santa Comunione che riguarda il dono: il pane, prima di essere offerto all’inizio di ogni cena, come fa il sacerdote in ogni celebrazione, veniva spezzato dal capofamiglia o dall’ospite presente. L’amore perfetto è un corpo spezzato, spezzato per gli altri: un marito è un vero uomo se si spezza per la moglie (e viceversa, ovviamente), cioè se appunto si dona e si offre; mi viene in mente il gesto del lavare i piedi all’altro (altrimenti diciamo parole che valgono poco).

Il dono può essere non accolto e sprecato, come quando ci allontaniamo da Dio, come ha fatto Giuda, ma Lui scommette tutto su di noi, rischia tutto, perché sa che solo dando fiducia alle persone, si fa crescere. Quando scelgo di non aiutare le mie figlie in qualcosa di difficile, so che potrebbero non riuscire, ma so anche che il mio credere in loro le stimola a fare bene e a diventare adulte. Nella misura in cui vivo la comunione con Gesù dentro di me, posso poi portarla fuori con gli altri diversi da me (“vi riconosceranno da come vi amerete”): infatti l’Eucarestia tiene insieme le diversità (come nella Pentecoste), non è uniformità, ma più alterità tenute insieme (Trinità). È per tale motivo che gli sposi hanno la missione particolare di diffondere Cristo, perché sono contemporaneamente sia due, sia una carne sola (se non si capisce questo, si può rimanere una bella coppia, ma senza donare Cristo). Come ogni frammento dell’ostia contiene tutto Gesù, ogni coppia contiene tutto Gesù. Ricapitolando, la santa comunione ci educa al Corpo, al Dono e alla Comunione e gli sposi attingono dalla Santa Comunione l’amore da diffondere.

Attenzione però: Dio ama le persone singolarmente e questo è bellissimo, perché nell’Eucarestia Gesù vuole toccare proprio me, l’Eucarestia è un progetto per raggiungermi, per portarmi dentro un’intimità divina. Don Renzo Bonetti ha usato l’immagine del braccio di Dio che dal Principio si allunga fino a toccare me con il Suo dito, oggi, quando voglio andare a incontrarLo. Non si arriverà mai a comprendere l’Eucarestia, perché è infinitamente superiore alla nostra portata, ma anche di un grandezza fuori della nostra comprensione, tanto che è stato detto “se gli angeli potessero invidiare, ci invidierebbero la Santa Comunione”, perché non possono unirsi in maniera così speciale e unica al loro Creatore, come possiamo fare noi.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Grazie. Un’esperienza di meraviglia.

Oggi mi va di fare una riflessione libera. Non prendo spunto da nessun documento, da nessun versetto della Bibbia, ma solo da quello che ho nel cuore.

Devo imparare a dire grazie! Guardando quella donna che ho al  mio fianco e che giorno dopo giorno continua a scegliermi. Il matrimonio ci ha reso uno, è una realtà sacramentale, cioè operante e reale seppur invisibile agli occhi. Don Renzo Bonetti è arrivato a dire che con il matrimonio c’è una nuova creazione. Tanta roba. Forse troppa per capire davvero. Il matrimonio ci ha reso uno, ma non basta tutta la vita per rendersene conto ed esserne consapevoli. Ogni giorno che passa si comprende sempre meglio e sempre più profondamente. C’è però un grande rischio. Non riflettere su questa realtà. Darla per acquisita e scontata. Non essere più capaci di meravigliarsi e quindi essere riconoscenti. Spesso non ho tempo di meravigliarmi di questo grande dono. Tra le tante cose da fare, tra i pensieri che mi riempiono la testa appena sveglio e non mi abbandonano fino a quando non crollo distrutto sul letto alla sera. Tra tutte queste cose devo trovare il tempo. Mi devo fermare per contemplare la mia sposa come se fosse l’Eucarestia, perchè in lei e nella nostra relazione c’è Gesù vivo e reale. Solo così posso percepire la bellezza della mia sposa. La grandezza di questa unione che ci lega, ma che non imprigiona e rende liberi. La solo persona con la quale riesco ad essere completamente libero di mostrarmi per chi sono.  La meraviglia di chi si sente prezioso agli occhi di una persona che ti sceglie ogni giorno e che ogni giorno si dona completamente a te. Dirle grazie significa riconoscere che abbiamo ricevuto un dono grande, spesso immeritato, di sicuro non dovuto. Un dono che si può accogliere, ma non pretendere. La nostra è un’alleanza che ci supera, un progetto che dà senso alla vita e che proietta oltre la vita. Un’alleanza che si fonda sulla differenza. Maschile e femminile che diventano non punto di rottura, ma amore fecondo che genera nuova vita e nuovo amore. E’ questa la redenzione del matrimonio. Una relazione che permette di trasformare la differenza in occasione di incontro e di amore e l’incontro in mistero che lascia sempre senza parole.

Quindi fermiamoci, guardiamo la persona che abbiamo sposato e diciamole grazie. Grazie per tutto ciò che fa, ma soprattutto per chi è e per chi mi permette di essere. Io l’ho fatto e leggere la gioia nei suoi occhi mi ha confermato quanto sia importante farlo, pensarlo non basta.

Antonio e Luisa

Consacrati per costruire ponti.

Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Su una cosa punta in particolare, essendo in questo profeta; insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani. Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello. Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di Papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Concetto ripreso e fatto proprio dal Concilio vaticano II nella “Lumen gentium” . Ripreso poi anche dai due grandi documenti dedicati alla famiglia: Familiaris Consortio e Amoris Laetitia. Giovanni Paolo II afferma nel primo:

La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l’esperienza di una nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e umana. In realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una «grazia di fraternità», come la chiama san Tommaso d’Aquino («Summa Theologiae», II· II··, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo, effuso nella celebrazione dei sacramenti, è la radice viva e l’alimento inesauribile della soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti con Cristo e tra loro nell’unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e attuazione specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia cristiana, che anche per questo può e deve dirsi «Chiesa domestica»

Concetto molto simile a quello espresso poi da papa Francesco al punto 88 di Amoris Laetitia:

L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. «Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole. In questo amore celebrano i loro momenti felici e si sostengono nei passaggi difficili della loro storia di vita […] La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»,tanto per la Chiesa quanto per l’intera società.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Vi lascio con le parole che San Giovanni Paolo II ha donato alle famiglie neocatecumenali (grande esempio)  in partenza per le missioni nel 1988. Non sono neocatecumenale e nel 1988 avevo 14 anni, ma quelle parole sono attualissime e valgono per tutte le famiglie cristiane:

Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Attraverso il sacramento dell’acqua e dello Spirito Santo, siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica . . . Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia.

Ho voluto concludere con questo bellissimo incoraggiamento di San Giovanni Paolo perchè diventi un nostro impegno costante, in ogni situazione e momento della vita per poterci realizzare nella nostra chiamata e risposta all’amore e per poter essere luce in un mondo sempre più nell’ombra e nel caos.

Antonio e Luisa