Non abbiate paura dell’amore!

Allora dobbiamo chiederci: dov’è il mio amore, dov’è il mio tesoro? Dov’è la cosa che io ritengo più preziosa nella vita? Gesù parla di un uomo che aveva venduto tutto quello che aveva per comprare una perla preziosa di altissimo valore. L’amore è questo: vendere tutto per comprare questa perla preziosa di altissimo valore. Tutto. Per questo l’amore è fedele. Se c’è infedeltà, non c’è amore; o è un amore malato, o piccolo, che non cresce. Vendere tutto per una sola cosa. Pensate bene all’amore, pensateci sul serio. Non abbiate paura di pensare all’amore: ma all’amore che rischia, all’amore fedele, all’amore che fa crescere l’altro e reciprocamente crescono. Pensate all’amore fecondo.

Volevo fermarmi su questo passaggio. Una breve riflessione del Santo Padre. Riflessione ripresa da una risposta molto più articolata e ampia, che Papa Francesco ha rilasciato durante la veglia di preghiera con i giovani del 11 agosto al Circo Massimo. Risposta tutta interessante e da meditare, ma vorrei focalizzarmi su queste 9 righe. Il Papa sta chiedendo ai giovani di decidere quale sia la perla preziosa della loro vita sulla quale investire tutto. I nostri giovani si stanno affacciando alla vita vera, quella delle scelte definitive che possono condizionare tutta la storia di una persona. Scelta che può fare la differenza tra una vita riuscita ed una sprecata. Giovani educati dal mondo ad aver paura di ciò che è definitivo. Educati dal mondo all’assioma che cambiamento è sempre positivo. Una generazione di giovani educati alla fluidità. Sono fluide le relazioni, è fluido il lavoro, è fluida anche la percezione di sè. Giovani cresciuti con la convinzione che ciò che conta è solo ciò che sentono come vero, anche a discapito della realtà,  e che ogni vincolo è frustrante, ogni vincolo è un laccio che non permette di volare verso la felicità e la realizzazione. Il matrimonio e i figli sono spesso guardati con sospetto. Tutto deve essere sacrificato alla realizzazione personale. Realizzazione personale che significa sovente realizzazione lavorativa e professionale. La famiglia è subordinata al lavoro. L’amore è subordinato al lavoro. Questo non può che portare i nostri giovani verso la solitudine, l’individualismo e la mercificazione dell’amore. “Sto con te finchè mi fa comodo starci” – questo è il  pensiero dei nostri ragazzi, non manifestato apertamente, ma dato per scontato. Gente che non è capace di donazione totale ed incondizionata. Gente che ha bisogno di una via di fuga comoda e veloce per non sentirsi in trappola. Gente che non è capace di amare. Tutti siamo schiavi. I nostri giovani sono schiavi. Siamo così talmente schiavi di questo mondo, che non ci accorgiamo di avere le catene, che non ci accorgiamo della nostra condizione servile. Israele aveva perso Dio, ed era finito sotto l’incudine e il martello degli egiziani, eppure quando un uomo mandato da Dio è venuto a liberarli, il popolo ebraico amava ancora così tanto i vecchi padroni e desiderava la sua vecchia condizione, che nel deserto ha preferito, alla libertà di Dio (dopo tutti i prodigi da Lui realizzati), nuovamente la schiavitù degli egiziani.

L’Egitto non si era fermato a mettere le catene alle loro mani e i loro piedi, ma aveva incatenato i loro cuori. Il popolo di Israele aveva vissuto così tanto tempo in una condizione di precarietà e di schiavitù, che quando Dio gli ha fatto assaporare l’ebrezza della libertà, si sono talmente spaventati da voler nuovamente riabbracciare le loro catene e bramare i loro vecchi padroni. Il Papa sta gridando contro questo pericolo. Sta dicendo ai nostri giovani: non siate schiavi, siate liberi.

I nostri giovani hanno paura, ma nel loro profondo, nel loro intimo hanno sete di queste scelte definitive. Pensate ai lucchetti dell’amore. Quei lucchetti che i giovani innamorati attaccavano ai ponti di Roma. Non era altro che un modo, magari inconsapevole, di esprimere questo desiderio costitutivo del loro essere. L’amore non può essere dosato. E’ amore solo quando si dà senza riserve, senza condizioni, senza limite temporale. Noi siamo fatti per l’amore. Per questo amore.

Noi genitori dobbiamo testimoniare altro ai nostri figli la bellezza dell’amore nella libertà. Gesù dice:

Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 

Noi genitori, che abbiamo avuto “il coraggio” e la “forza” di impegnarci per la vita l’uno con l’altra, posiamo dire ai nostri figli che donarsi per l’altro è bello. Che nella scelta definitiva possiamo trovare un senso. Che la scelta definitiva di amare una persona nella fedeltà e nella gratuità è liberante e non opprimente.

Possiamo testimoniare che mettere Dio e la famiglia prima del lavoro non ci rende meno felici o meno realizzati. Significa, al contrario, diventare più uomo e più donna. Significa essere persone migliori in ogni relazione, che sia personale o professionale. Significa essere, quindi, anche lavoratori migliori. Significa investire tutto per trovare e realizzare quel desiderio che abbiamo nel cuore: amare ed essere amati. La vera gioia viene solo dal’amore.  Viene solo dalla consapevolezza che scegliendoci ogni giorno, che andando oltre le nostre fragilità e le nostre incomprensioni, che perdonandoci sempre, possiamo essere liberi. Viene solo dalla consapevolezza che solo nella scelta che rinnoviamo ogni giorno di volerci bene, di rispettarci, di curarci e di servirci, ci scopriamo sempre più profondamente e autenticamente uomo e donna, ci scopriamo persone capaci di amare e capaci di Dio. Ci scopriamo persone sempre più  realizzate e felici.

Antonio e Luisa

 

 

Il talento è solo l’amore

Oggi prendo spunto dall’omelia preparata dal mio parroco. Un’omelia che mi ha fatto riflettere molto e che. come sempre, cerco di fare mia, che sento rivolta a me, e che mi provoca pensieri e riflessioni personali che mi piace però condividere.

La parabola è quella dei talenti. Una tra le più conosciute e approfondite. Il mio don parte da una domanda: perchè Gesù ha sentito la necessità di proporre questa parabola?

La società in cui viveva Gesù era caratterizzata da una forte idea legalistica di Dio. Chi rispettava la legge, offriva sacrifici e la decima e partecipava alla vita religiosa del tempio era apposto. Non serviva altro. Questo era il più grosso peccato che Gesù rinfacciava a farisei e dottori della legge. Gesù va oltre questa mentalità malata e superficiale. Gesù ci dice altro. Ognuno di noi viene dotato di talenti. Tutti abbiamo questi talenti. I talenti sono l’amore di Dio e la capacità di amare come Dio che ci viene donata attraverso il Battesimo dallo Spirito Santo che ci consacra. Abbiamo tutti i nostri talenti. Abbiamo il dovere di farli fruttare. Dobbiamo avere la capacità di usare questi talenti nella nostra vita e nella nostra storia. Solo così mettendoci in gioco riusciremo a far fruttare e aumentare quel talento che Gesù ci ha affidato per crescere nell’amore. Per essere sempre più capaci di farci dono. Per far crescere i nostri talenti dobbiamo però rischiare, vivere una fede radicale, fidarci e affidarci a Dio. Chi non si butta e non rischia tutto fa la fine di quel servo che sotterra il suo talento. Chi non fa mai nulla di azzardato, chi soppesa ogni azione per capirne la convenienza. Chi vive così, al risparmio,  sotterra la sua capacità di amare e sopravvive, vivacchia fino a quando non perderà tutto. Perchè l’amore non vissuto inaridisce il cuore e lo trasforma in pietra. Chi non si lascia andare per non perdere quel poco che ha, perderà tutto. Questo insegnamento si traduce in scelte concrete. Avere il coraggio di buttarsi. L’uomo che non sotterra i talenti è quello che non ha paura di sposarsi mettendo in gioco tutto se stesso, l’uomo che, se non ha grossi impedimenti e in accordo con la sua procreazione responsabile,  non ha paura di fare il terzo e magari il quarto figlio o anche di più. L’uomo che non sotterra i talenti valuta ogni cosa con il peso dell’amore. L’amore è così più ti doni e prendi il peso degli altri e più la tua vita sarà leggera, perchè piena di senso. Più sembra svuotarti di energie, di forza, di volontà e di proprietà e più ti farà sentire ricco.

Io sto imparando giorno dopo giorno a disotterrare i miei talenti, a mettermi in gioco e a dare tutto senza paura di prendere mazzate. Le mazzate ci sono, ma ne vale comunque la pena. Ed è così che tornando alla riflessione iniziale non mi devo rapportare in modo legalistico alla mia fede. Non serve partecipare alla Messa, alle preghiere, alle devozioni se questo non si traduce in un dissotterramento dei miei talenti. Se questo non mi porta a chiedermi ogni giorno se ho fatto fruttare quel talento che è l’amore di Dio in me con i fratelli e in particolare con la mia sposa. Se le mie scelte sono state dettate dalla paura di perdere qualcosa o dal desiderio di fare la volontà di Dio nella mia vita.

Antonio e Luisa