Le foto brutte

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo:

…Mi guardo intorno in casa…alle pareti ci sono un po’ di foto appese.

Guarda quella! C’è mia moglie con la nostra secondogenita tra le braccia. Sorridono. Come sono belle e che viso angelico hanno entrambe.

Ohi…guarda quell’altra! Eravamo al mare. Viso rilassato, abbronzati e che sorrisi smaglianti. E poi quella che abbiamo messo in soggiorno: è il giorno del nostro matrimonio…ci stiamo sposando. Quanta bellezza in una foto.

Tutto bello, molto bello. E’ tutto così presentabile e siamo orgogliosi di mostrarle ai nostri amici che vengono a trovarci.

Ma mi chiedo…dove sono le fotografie brutte?

Già, dove sono finite quelle in cui le nostre figlie sono sporche di cacca fino al collo e dove sono quelle mosse, quelle in cui sbuffiamo perché non riusciamo a stare fermi perché ci agitiamo perché stiamo litigando?

Sulle pareti nessuna traccia di queste foto.

Guardo nei cassetti…nulla. Non sono neanche qui.

Apro le foto sul PC…dove sono quelle in cui si vede che io e Filomena facciamo fatica a trovare un accordo sul come addobbare l’albero di Natale o quella in cui abbiamo pianto quando in 24 ore ci siamo ritrovati a lasciare la nostra casa dopo un forte terremoto ed abbiamo affrontato le tempeste del discernimento per capire dove o cosa il Signore ci stesse chiedendo?

Non si vedono sulle pareti addobbate quelle foto in cui ti sei sentito una schiappa alle Medie perché 4 bulli ti prendevano in giro…non ci sono, non le abbiamo stampate. Costa troppo stampare quelle foto in cui eri triste.

E quel momento in cui abbiamo saputo di un nostro figlio in cielo…non era degno di una foto? Non eravamo belli con le lacrime che inondavano il nostro cuore?

Eravamo belli, certamente.

Ma forse di tanta bellezza ci vergogniamo.

Ci vergogniamo di mostrare in questo mondo di plastica che siamo fatti di carne.

Che spesso siamo mossi e sfuocati, che il più delle volte la vita ti scatta foto al buio e senza flash…che gli occhi rossi non basta un’ APP per cancellarli.

Eppure guarda i santi, si…i santi. Sempre loro.

Ci sono dipinti (i più falsi) che li ritraggono in estasi e nella gloria di Dio…ma i più coraggiosi e fedeli li hanno ritratti nello sconforto.

Di san Francesco, ad esempio, a Greccio c’è un dipinto stupendo: è lui col fazzoletto che si asciuga le lacrime. Non sono lacrime di gioia, né di amore…sono le lacrime che i suoi occhi ammalati secernevano senza un motivo spirituale. Era una malattia.

Ti immagini farti scattare una foto mentre sei a letto con la febbre…mentre hai la cervicale infiammata. La appenderesti in corridoio?

Forse no, non ti riconosci se non nelle storie e nei filtri di Instagram…

…eppure allo specchio al mattino somigli ad Homer Simpson più che a Ken…i tuoi capelli di madre sono più simili nell’aspetto e nella tinta a quelli di Marge Simpson…più che a quelli della Barbie.

E i video? Ti faresti fare un video mentre litighi per un parcheggio o mentre fai a gara col tuo carrello della spesa per superare il vecchietto che alla cassa ci metterà un’ora per riempire di domande la cassiera?

Nel tuo processo di canonizzazione un giorno vorrai che i giudici al processo vedano solo le belle foto, i bei video…mentre sai cosa faranno i giudici? Intervisteranno la tua vicina di casa!

Non te l’aspettavi eh?

Come nascondere che urlavi come un forsennato con le tue figlie perché non volevano mettere le scarpe prima di uscire?

Come nascondere che i tuoi “rumori” casalinghi somigliavano più a quelli che senti nelle bettole di bassa leva, più che a quelli che ascolti a teatro quando danno l’opera?

Ti vergogni eh? Beh…a noi capita spessissimo. Vorremo dare un’immagine che in realtà è troppo lontana dalla nostra realtà.

C’è un modo, però, per superare la paura della foto brutta: come sempre guardare a Gesù.

Si, guarda…c’è la crocifissione.

C’è Gesù con i capelli spettinati, strappati…non guarda nell’obbiettivo ma guarda in basso. Nella sua bocca qualche dente è saltato per le bastonate che gli hanno dato. E’ un misto di sangue e terra. Ha le mani bucate e il fianco spaccato. Non riesce a venir bene in foto perché gli hanno messo chiodi anche nei piedi e non riesce a stare in piedi. A veder bene…non sta in piedi perché pende morto da una croce di legno piena di schegge e tarli.

Non è lo spettacolo più bello. Anzi? Non è forse questa la “foto” più bella che abbiamo di Cristo?

Non è pettinato, non brillano i suoi occhi blu di Zeffrirelliana memoria, non sorride, non è bello, non è presentabile, ma sta amando fino alla fine. E alcuni lo guardano e quello che vedono cambia la loro vita.

Alcuni vedono un uomo morto, altri vedono un uomo che ha capito che la vita va donata fino all’ultimo graffio, all’ultima goccia di sangue.

Ancora oggi ci sono persone che innanzi a quella “foto” trovano la via della felicità e comprendono che somigliando a quell’uomo in quella fotografia brutta…possono essere felici.

Va a guardarti allo specchio: a chi somigli? Somigli al tuo idolo bello e pulito o al tuo Cristo, sporco, innamorato, morto e risorto?

Buona visione.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La fede in Cristo e i santi reumatismi

To read in English

di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise – Sposi&Spose di Cristo

Condividiamo con voi una piccola riflessione scritta il 1° Novembre scorso…come leggerete in questo testo….piove…e i reumatismi possono diventare santi

Buona lettura!!!

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Sarà che è un mese che sta piovendo e sarà che oggi è il 1°di Novembre…ma a me, oltre a venir fame (ma questa è un’altra storia) è venuta voglia di scrivere.

Come dicevamo: piove. Ha piovuto tanto e in questi giorni siamo stati costretti a volte a star chiusi in casa.

Ma che bello star chiusi in casa.

Che bello il tepore delle 4 mura che ti avvolgono, del divano che ti racchiude come un panino fa con la mortadella (o con il tofu se siete vegani)…che bello stare a casa mentre fuori piove e tu stai nella tua casetta che è stata costruita sulla solida Roccia.

Si, i tuoi parenti non si aspettavano che alla fine avresti deciso di sposarti e per giunta nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sul fatto che avresti pure iniziato un cammino di conversione prima di sposarti.

Ebbene si. Lo hai fatto. Hai fatto la cosa giusta…hai scelto la parte migliore…hai scelto Gesù…hai scelto di costruire il tuo matrimonio sulla Roccia che è Cristo stesso.

Bravo.

E sei li che ti guardi allo specchio e ti fai i complimenti per quanto stai riuscendo a diventare cattolico. Hai perfino indossato un maglioncino sulla camicia ultimamente. Mammamia che cattolicone che sei diventato.

Bravo.

Hai scelto la parte migliore…Bravissimo, ma hai tralasciato alcuni minuscoli dettagli.

Sei sulla Roccia, sei su Cristo che ti dice di seguirLo (ehmmmm….una Roccia che cammina e ti chiede di essere seguita avrebbe già dovuto metterti in guardia…..sei un pò tonto, ammettiamolo).

Ti sei innamorato di Gesù quando con le Beatitudini ti ha fatto sentire compreso…soprattutto hai pensato che almeno tutte le volte che qualcuno ti ha preso in giro perché hai le orecchie a sventola non lo ha fatto invano, ma è servito per aiutarti ad essere beato perché ti perseguitano.

Ma hai dimenticato che oltre alle coccole (poche) e alla stabilità (ancora meno…soprattutto quella mentale) che Gesù ti dona…la Roccia che cammina ti chiede anche di camminare sulle acque…

(pausa riflessiva….ci sei rimasto maluccio eh?)

E ti chiedi: Come sulle acque? Io ho costruito sulla solida Roccia e ora mi ritrovo a dover camminare sulle acque? E’ come se avessi comprato una casa sulle Dolomiti e mi ritrovassi invece a vivere in Laguna a Venezia??? (Me lo avevano detto che ero tonto…).

Ma che storia è mai questa? Voglio essere rimborsato!!!

Io volevo la stabilità: Sole/Cuore/Amore e adesso col diluvio che sta venendo giù devo assecondare mia figlia che vuole andare a fare una passeggiata e mi costringe a bagnarmi i piedi che sono più contento quando stanno così asciutti!!!?

Piove e devo andare con mia moglie a fare la spesa in quel supermercato che appena ci entro mi sento affetto da NOIAlgite mortale!!!

Viene giù l’acquazzone e devo: 1 – Consigliare i dubbiosi 2 – Insegnare agli ignoranti 3 – Ammonire i peccatori 4 – Consolare gli afflitti 5 – Perdonare le offese 6 – Sopportare pazientemente le persone moleste 7 – Pregare Dio per i vivi e per i morti (e queste cose posso farle anche comodamente dal mio divano…ma poi devo anche: 1 – Dar da mangiare agli affamati 2 – Dar da bere agli assetati 3 – Vestire gli ignudi 4 – Alloggiare i pellegrini 5 – Visitare gli infermi 6 – Visitare i carcerati 7 – Seppellire i morti…

Ma insomma…in una parola: comodità addio!!!

Poi guardo il calendario…oggi è il 1° Novembre…festa di tutti i Santi e penso velocemente a qualcuno di loro e mi accorgo che sono persone strane…col cuore sulla Roccia e i piedi nell’Acqua…persone che hanno attraversato diluvi e temporali con i loro piedi, eppure erano stabili e il loro cuore al calduccio…persone che gli è venuta l’artrosi a furia di “Stareammmollo” nelle vicende del mondo eppure al momento di salutare la vita lo hanno fatto con gioia e in pace.

Penso a san Francesco, che è morto sulla terra umida di Ottobre a Santa Maria degli Angeli e immagino invece il suo cuore seduto stabilmente accanto al trono di Dio.

Che strano…forse il mio matrimonio – visto che mi sono sposato in Chiesa ed ho ricevuto un Sacramento – mi richiede questo: vivere facendomi venire i santi reumatismi, tipico effetto collaterale di un amore stabile su quella Roccia chiamata Gesù.

Tipico di chi segue il Signore ovunque, anche nelle mareggiate della vita.

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Grazie,

Pietro e Filomena

Piccoli come un chicco di senape.

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore:
«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe».
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?
Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Attraverso il Sacramento del Matrimonio, ogni comunità domestica si medesima nell’immagine del chicco di senape. E’ lo Sposo celeste che costantemente se ne prende cura dando la sua acqua di grazia, la sua luce di felicità in tutte le stagioni cristiane. Il chicco altro deve, che diventare un albero dalle forte radici, produrre sempre frutti della santità, mentre i rami che sono figli si estendono e danno cosi vita alla genealogia dell’amore infinito.

Non ricordo dove ho trovato questa riflessione. Certo è che in poche righe è sintetizzato quello che può essere il nostro matrimonio, se fondiamo la nostra unione sulla Grazia di Dio. Anche noi, quando ci siamo sposati, sentivamo di essere piccoli, come un seme di senape. Seme di senape che è molto piccolo. Mi sentivo piccolo, inadeguato, impreparato per promettere davanti al Signore un amore così radicale e grande. Sapevo benissimo però, che non ero solo, che la mia piccolezza, fragilità, limitatezza erano nelle mani di Dio. Sapevo che, affidandomi a Lui e non scoraggiandomi, Lui avrebbe reso capace e adeguato anche me. Ed ecco che ho visto il mio amore, la mia capacità di donarmi alla mia sposa e di accoglierla in me, diventare qualcosa di bello e vivo. Ho visto il mio amore crescere e diventare forte e saldo come l’albero di senape. Ogni tanto mi sorprendo e resto senza parole. Io, così fragile e pieno di difetti e peccati, sono stato capace fino ad ora di formare una famiglia dove ci si vuole bene e i bambini sono sereni? Si, ma devo ricordare ogni giorno, che tutto ciò è stato reso possibile da Gesù che la abita. Se mai dovessi montare in superbia e credere di poter fare a meno di Lui e della sua Grazia, so già che cadrei pesantemente e dolorosamente. Siamo come l’albero di senape, forte e rigoglioso, ma abbiamo bisogno del nutrimento per non seccare. Quel nutrimento è la Grazia di Dio. Non dimentichiamolo mai. Ah non dite di non aver abbastanza fede. Basta davvero un granello. Lo dice Gesù in Matteo 17, 20: In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. La vita in famiglia è difficile. Per alcuni molto difficile, quasi impossibile, per le prove che possono toccarci. Possono sembrare una montagna. Ecco! Gesù ci dice che affidando tutto a Lui, Lui può fare miracoli. Quante coppie possono testimoniare di aver superato prove difficilissime proprio grazie a quel chicco di fede che hanno saputo mettere nella loro vita e nel loro matrimonio. Coraggio la vita non sempre è facile, ma il matrimonio può essere sempre una meraviglia se lo leggiamo alla luce di Dio e della vita eterna.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La fede.

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Come già affermato nell’articolo introduttivo, le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne; ci fanno capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela e all’uomo è data la grazia di accoglierlo e di conoscerlo attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta, ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra, perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci dona la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e di sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il loro coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non si accolgono vicendevolmente. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

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Il mio TeSSoro. La fede ripescata da zio Massimo

..di Sposi e Spose di Cristo.

Lo zio di mia moglie -che si chiama Massimo- l’altro giorno ha operato un prodigio (certo, merito dei miei angeli custodi che lo hanno aiutato)…le sue mani hanno ripescato in mare sotto 10 centimetri di sabbia…la mia fede…nuziale.

Ero lì che, tra un tuffo e l’altro, paravo una pallonata mentre mi dileggiavo in una partita di improvvisata pallanuoto…quando ad un certo punto, preso dalla tipica foga del gioco che rapisce in estasi noi maschi, mi è volato via l’anello.

Ha fatto un salto nell’aria mentre girando su sé stesso è stato illuminato dal sole cocente della Calabria lanciandomi un bagliore negli occhi.

Poi l’ho visto inabissarsi nel mare trasparente e a quel punto mi sono sentito come Frodo Baggins nel momento in cui Sméagol gli stacca a morsi il dito prima di cadere nella lava del Monte Fato.

Il mondo mi è caduto addosso.

E a quel punto entra in scena l’eroe: zio Massimo si tuffa con maschera e boccaglio e si mette alla ricerca del prezioso oggetto e -come accadde per Gollum– riaffiora dalle acque tenendo tra le mani “il mio Tessssoooorooo”!

Che gioia!

Non potevo crederci!

Il mio anello, l’anello del potere, l’anello che ghermisce tutti i miei demoni, tutti i miei egoismi, tutti i miei individualismi…era nuovamente nelle mie mani e poco dopo al mio dito anulare.

La fede nuziale non è un semplice anello, è molto molto di più.

Ha il potere di riportarti a vivere così come ha vissuto Cristo…ha il potere di ricordarti che non vivi più per te stesso, ma che la tua vita è unita a quella di un’altra persona.

Ed è ciò che libera l’uomo dalla sua libertà.

Si, ho scritto proprio così: col matrimonio l’uomo viene liberato della sua libertà, per essere veramente libero.

Basti pensare a tutte quelle libertà che uno liberamente si prende…che poi schiacciano l’uomo in una vera dipendenza cronica.

Nel matrimonio si attuano pienamente quelle Parole del Signore in cui Gesù dice: “…a che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde sé stesso?” (cfr. Lc 9,25) e ancora quella in cui Gesù afferma: “chi salverà la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia, la troverà”(cfr. Mt 16,25).

Ed eccomi qui, con la Fede nuziale tra le mani, a ringraziare il Signore per avermi liberato da me stesso.

Per avermi donato una moglie il cui zio sa recuperare gli anelli in mare.

Per avermi donato questo grande tessssoro: il mio matrimonio…attraverso cui posso arrivare al grande tesoro che è Dio stesso.

Grazie zio Massimo, grazie Gesù.

(p.s. Per la cronaca: zio Massimo lo scorso anno ha perso in situazioni analoghe la sua Fede di nozze…non ha avuto però i miei angeli custodi che lo aiutassero nelle ricerche e da allora il suo anulare è tristemente nudo.)

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Grazie,

Pietro e Filomena

Aurora: un angelo che ha sfiorato la terra per raggiungere il paradiso

Mi chiamo Maria Paola, sono una mamma di 39 anni, sono sposata da quasi due anni con mio marito Marino. In questa testimonianza vi racconterò l’incredibile storia d’amore che abbiamo vissuto grazie a nostra figlia Aurora, nata il 14 gennaio di quest’anno. Aurora è stata concepita nel mese di maggio a Medjugorie, io e mio marito avevamo chiesto alla Madonna di donarci la pace e di farci accettare la perdita dei nostri due figli, avvenuta nei primi mesi di gravidanza.
Tornati a casa però la nostra gioia fu grande perché ero di nuovo incinta e nel mio cuore
ho ringraziato Maria per avermi fatto questo dono immenso, chiedendole la sua materna
protezione su questa nuova gravidanza. Nei primi mesi, come era già successo in precedenza, ho avuto qualche problema e sono rimasta a letto per varie settimane, ma questa volta il cuore del mio bambino ha continuato a battere e, quasi incredula, sono arrivata alla fine del quarto mese, il tempo della prima ecografia morfologica. Appena il ginecologo ha posizionato lo strumento ecografico sulla mia pancia però ci ha  comunicato che nostra figlia aveva gli arti corti ma, dopo pochi istanti, si è accorto che la
diagnosi era ben più grave di una disabilità: le ossa del costato non crescevano e ciò rivelava una malattia incompatibile con la vita, chiamata displasia tanatofora, con una prognosi infausta, la nostra bambina sarebbe morta soffocata alla nascita perché i polmoni non si sarebbero potuti espandere. La dottoressa genetista, dalla quale ci siamo recati il giorno successivo, mi ha riferito che la situazione era molto grave e che in questi casi si poteva interrompere la gravidanza con un aborto terapeutico. Io le ho risposto che qualunque fosse stata la diagnosi non avrei abortito, umanamente non sapevo come avrei fatto ad andare avanti ma nel mio cuore sentivo chiaramente che non potevo interrompere volontariamente la vita di mia figlia. I primi periodi sono stati i più difficili, mio marito non era convinto della mia decisione riguardo all’aborto però mi ha rispettata, pur non capendo in profondità, mi è stato vicino con tutto l’amore, cercando di farmi forza, spesso nascondendo le lacrime…io sono stata sempre sostenuta dalla fede, ma lui ha maturato questa decisione di apertura alla vita provando un senso profondo e umano verso ciò che stava accadendo.
Entrambi eravamo consapevoli di accompagnare la nostra bambina fin dove avremmo potuto perché lei in pancia stava benissimo, “eliminare” quello che per la maggior parte delle persone costituiva un problema sarebbe stato solo un atto egoistico che apparentemente ci avrebbe fatto soffrire di meno ma che in realtà non sarebbe stato così. La strada non era facile ma il Signore ci è stato sempre vicino, attraverso il supporto di tante persone: primo fra tutti il nostro ginecologo, il Dott. Alessandro Cecchi e la sua fantastica èquipe, il gruppo del Rinnovamento dello Spirito e tante altre persone venute a conoscenza di questa storia inoltre ci hanno supportati con la preghiera e con la loro vicinanza. Ma la forza più grande l’ho sperimentata grazie alla presenza di mia figlia nel grembo, quando sentivo che si muoveva e che mi dava tanti calcetti, come per dimostrarmi che c’era e che io ero la sua mamma.
Aurora è stata sempre in posizione podalica, con la testa sotto al mio cuore, strette in un
grande abbraccio fino alla sua nascita, io la accarezzavo e le parlavo, provando una grande tenerezza e cercando di vivere in pienezza ogni momento che mi era concesso di stare con lei, Aurora, in cambio, mi donava tanta pace e sicurezza: avevo il privilegio di accompagnare questo angelo che avrebbe sfiorato la terra in Paradiso. Verso gli ultimi mesi di gravidanza ho scritto una lettera a Papa Francesco e la sua risposta è arrivata poco prima del parto, dandomi conforto e speranza Poi è avvenuto molto più di quello che potevamo immaginarci: il miracolo della sua nascita. Quando Marino ha visto per la prima volta sua figlia mi ha subito detto che era bellissima e si è sciolto del tutto, manifestando in modo pieno i sentimenti di un padre, innamorato della sua bambina, inondato di gioia e di emozione e trafitto dal dolore nel doverla lasciare così presto. Io ero completamente persa. Appena Aurora è venuta alla luce ha emanato un gemito e poi ha aperto i suoi occhi azzurri fissando la sua mamma: un attimo di eternità, un soffio di vita che ci ha ripagato di tutte le sofferenze provate. In quel momento ho potuto sperimentare cosa significa l’amore vero, incondizionato, infinito: l’amore di una madre verso sua figlia. Poi i medici l’ hanno battezzata e questo per noi genitori è stato un dono immenso, sapere che veniva accolta tra le braccia di Gesù pura, piena di Spirito Santo. Staccato il cordone ombelicale non ha più potuto respirare ma il tuo cuoricino ha continuato a battere per più di un’ora. In questo tempo l’ho tenuta sempre fra le mie braccia, scaldandola con il mio corpo e coprendola con la copertina regalata dalla nonna dove era stata ricamata la scritta: “Aurora ti voglio bene”.
La mia bambina è rimasta attaccata alla vita più che ha potuto, non voleva lasciarci. Quando è arrivato il momento della separazione il mio cuore si è spezzato, Aurora è stata vestita con l’abitino rosa che le avevo preparato e avvolta con tanta cura in un telo di plastica bianco; Marino l’ha presa in braccio accompagnandola all’obitorio dove è stata lasciata sola; il suo corpicino al quale sarebbe dovuto spettare una calda culla ora stava su un tavolo freddo, lontano dalla mamma e dal papà. Quando mio marito è tornato però ha detto una frase bellissima: “Non piangere Maria Paola perché Aurora è qui con noi, il suo corpo è un involucro”. Infatti il mio amore era già in Paradiso, fra le braccia del vero Padre e della Mamma Celeste, insieme ai suoi fratellini Maurizio e Margherita. Un genitore vuole il meglio per i suoi figli e sicuramente Aurora stava già in quel luogo a cui tutti siamo destinati, quindi eravamo felici per lei pur nel dolore immenso di non poterla abbracciare, di non poter più sentire tutti i calci nel pancione, di non poter più pregare insieme mentre era con noi e la presentavo tutte le volte a Gesù , chiedendogli la forza di accettare la Sua Volontà o il miracolo della guarigione.
Di miracoli però ce ne sono stati perché la sera dopo il parto sentivamo una pace particolare e un’unione profonda con mio marito che non avevamo mai provato prima. Al funerale la chiesa era piena e si respirava un’atmosfera celestiale: la piccola bara bianca, circondata da un giardino di fiori, sulla quale era appeso il fiocco rosa della nascita con il suo nome, emanava purezza e faceva percepire un contatto con il cielo. È stata celebrata la liturgia degli angeli, le campane suonavano a festa, il gruppo del Rinnovamento nello Spirito ha animato la Messa con i canti, io e Marino alla fine abbiamo salutato Aurora con una testimonianza e tutti i presenti si sono commossi e ci sono venuti a ringraziare invece di farci le condoglianze.  Quando abbiamo accompagnato Aurora al cimitero e la sua bara è stata coperta di terra io e mio marito abbiamo percepito chiaramente un senso di resurrezione. L’ultime parole di questa esperienza tanto meravigliosa quanto dolorosa sono dedicate a te cara Aurora, amore della mamma e del papà, figlia tanto attesa e desiderata, che in poco tempo hai fatto così tanto, hai smosso le coscienze e sciolto molti cuori, abbiamo avuto il dono di poterti vedere e abbracciare per pochi istanti, attimi di eternità, che rimarranno impressi per sempre dentro di noi. Ti ho nutrito con il mio cordone ombelicale ora sarai te a nutrirci con il cordone spirituale che neanche la morte può spezzare. Ci rivedremo in Paradiso!

Maria Paola Vecchione

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Sul comodino solo il rosario e la foto del mio scricciolo.

Oggi condivido una storia. Una di quelle che non possono lasciare indifferenti. Una di quelle dove l’amore si dimostra motore e forza per combattere la malattia. Una di quelle dove la forza di una mamma si dimostra più forte di ogni male. La mamma in questione è Raffaella e di seguito la sua breve, ma intensa testimonianza.
16 MARZO 2018. 11° piano del policlinico A. Gemelli.
Signora lei sa bene che durante l’intervento il cuore del suo piccolo potrebbe cessare di battere.. É un rischio ed è bene che lei ne sia al corrente
Queste furono le parole del giovane medico che mi visitò quella mattina. Ero incinta di 13 settimane.
Ora vada giù, faccia la linfoscintigrafia per individuare il linfonodo sentinella, poi eco mammaria ed eco ostetrica“. L’ intervento era fissato per le 14.30.
Quando mi fecero l’ ecografia ostetrica la ginecologa mi guardò, avevo gli occhi lucidi. Amavo alla follia quell’esserino millimetrico che cresceva dentro di me. Cresceva lui, ma cresceva pure un nemico silenzioso, che già stava mettendo per bene le sue radici. La dottoressa stampò la foto del mio piccolo e mi disse:”Questa sarà la tua forza. Tienilo con te sul comodino“. Così feci. Ero digiuna dal giorno prima e sul comodino avevo solo una Corona del Rosario e la foto del mio scricciolo. La mattinata trascorse tra messaggi su WhatsApp e preghiera. Tanta preghiera. Ringraziavo e lodavo Dio anche per quella situazione. Non avevo paura. Ero in buone mani. Dal momento del test di gravidanza positivo sapevo che Dio mi stava donando una seconda possibilità.
Ricordo perfettamente anche la sala operatoria. L’anestesista mi disse che la mia sarebbe stata un anestesia diversa. Un po’ meno “delicata”, c’ erano farmaci che in gravidanza sono controindicati e non poteva somministrarmeli. Gli risposi che ero nelle loro mani. Mi fidavo. Ero serena. Arrivò il prof. Franceschini. Una carezza sul viso e andò a prepararsi. Intanto chiacchieravo con il resto dell equipe. Erano due donne e un ragazzo. Fu lui a mettermi la mascherina. Mi girava la testa, ma in in attimo mi addormentai. L’intervento andò benissimo. Il post un po’ meno. Tornai in camera alle 20 circa. L’ ospite indesiderato era stato sfrattato. Lui e altri tre noduli. Carcinoma duttale infiltrante multifocale. Questa la sua carta d’identità. È trascorso esattamente un anno dalla mia rinascita. Fatta la radioterapia, continuo ora con “l’antipatica” terapia antiormonale.
Io e il gladiatore Pietro Maria siamo qua contro ogni pronostico. Contro tutti i medici che mi consigliavano l’ interruzione di gravidanza. Lui è un bambino fantastico, meraviglioso e soprattutto sta bene grazie a Dio.
Durante questo periodo, ho sperimentato più volte l’ immenso Amore del Signore  e l’ amore meraviglioso delle persone che mi sono rimaste vicine. Ho conosciuto l’ amore, il rispetto e la comprensione del personale medico, infermieristico, ausiliario e i volontari dell’associazione Susan G. Komen Italia, che operano all’interno del policlinico A. Gemelli di Roma. A loro dobbiamo la vita. Loro che con la mano di Dio si prendono cura di tutte le donne. Nessuna esclusa.  A chi mi chiede se sono guarita, rispondo: “no“. Ne avrò ancora per molto tempo. Ma le donne in rosa lo sanno che non possono abbassare mai la guardia. E amano la vita in modo esagerato. Il cancro non mi fa più paura. Davvero.
É un nemico che si nutre della paura e della tristezza. Non ho assolutamente nessuna intenzione di dargliela vinta. Qua si lotta senza nessuna riserva. Sono grata a Dio del dono della vita, oggi e sempre. ❤️
Ps. Guardate un po’ la perfezione del mio piccolo “grumo di cellule” a 13 settimane di gestazione. Sarei voluta morire io piuttosto che sacrificare la sua di vita.
Raffaella M.

Con Gesù, sulla strada.

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Oggi abbiamo pensato di raccontare ancora un po’ della nostra storia. Buona lettura:

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Salve a tutti, sono Pietro Antonicelli. 

Oggi mi racconto un po’.

La mia storia di vita – che si intreccia alla Fede in Gesù Cristo – mi ha visto nel 2012 approdare nelle strade di Roma.

Dopo una vita lontana da Dio, ho incontrato Gesù durante la Marcia Francescana nel 2007 e dopo varie vicende è nato in me il sogno di vivere radicalmente il Vangelo. Questo profondo desiderio mi ha portato nel 2010 ad iniziare un cammino di consacrazione con i Frati Minori (Francescani). Ma dopo due anni di vita in Convento mi sono ritrovato a desiderare di fare un passo oltre…

Il desiderio di una maggiore radicalità nella vita e nell’annuncio del Vangelo mi ha portato a scegliere di andare a vivere senza una fissa dimora per le strade di Roma, mettendomi alla pari dei barboni, dei punkabbestia, delle prostitute, dei tossici, dei malati psichiatrici, egli emigrati e di tutti quegli ultimi che popolano le strade della Capitale.

Desideravo vivere in mezzo a loro per testimoniare l’amore di Cristo per ogni uomo semplicemente con la mia presenza e con la presenza di Filomena, che oggi è mia moglie, ma all’epoca era consacrata laica ed aveva fatto la stessa mia scelta diversi anni prima.

Insieme a lei vivevamo per strada col desiderio di vivere questa piccola missione con gli ultimi.

Di seguito riporto un’intervista che mi fu rivolta durante il periodo in strada da un caro amico, oggi dottore in Psicologia.

Correva l’anno 2013, ed il 19 Marzo – Festa di San Giuseppe – il caro dr. Umberto Marrone che allora studiava Psicologia a Roma, volle incontrarmi per poter compilare una tesina che serviva per i suoi studi:

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“Sono Umberto e questa è una fredda serata invernale romana. Il vento soffia impetuoso e la pioggia bagna ogni sampietrino della capitale. Sono in marcia su via della Conciliazione, monumentale arteria che conduce sino al maestoso colonnato di San Pietro, fulcro e origine del mondo cattolico. Privo di ombrello ma difeso dallo sferzare dell’acqua dal cappuccio del mio pesante cappotto invernale, procedo spedito per il freddo, sperando che la fermata metro sia più vicina del solito, per potermi finalmente riparare dal gelo che m’invade.

L’aria che mi circonda ha qualcosa di surreale: la pioggia e il vento hanno scoraggiato anche i più temerari turisti che in genere colorano la zona e si respira un silenzio alto, profondissimo che, da queste parti, è di certo rarissima merce. Nel camminare sono combattuto tra il desiderio di correre al chiuso e quello di godermi quest’inaspettato angolo di pace. Nella “lotta”, per risparmiarmi seppur pochi metri di strada sotto la pioggia, decido di attraversare i portici che antistanno al colonnato della basilica, luogo di raduno per eccellenza di coloro che non hanno un letto e un tetto sotto cui passare la notte. Soffermando lo sguardo su questa sezione d’umanità ai miei occhi triste, rassegnata, vittima, il mio sguardo è attratto da una coppia di loro. Non so perché ma uno di loro ha un viso a me noto… ma certo: è Pietro!

Di origini pugliesi, come le mie, ha vissuto diversi anni in vari conventi dell’Ordine dei Frati Minori, in Puglia e nel Lazio, prima di intraprendere uno stile di vita diverso, inconsueto. Ha scelto di vivere in strada, qui nella capitale. La motivazione di una scelta tanto radicale è esclusivamente la Fede, ma la sua modalità di vita lo porta a stretto contatto con persone che, diversamente da lui, sono state costrette a vivere in strada o a condividere con lui aspetti della giornata a causa di ristrettezze economiche, sullo sfondo dell’attuale situazione di crisi planetaria.

È una vita ai margini quella che Pietro ha scelto. Ma nella sue giornate non è solo: le condivide con un’amica, Filomena, che, come lui, quella sera di pioggia era stupita dall’insistente, strano interesse che pareva mostrare quel passante col cappuccio.

Mi rendo conto di essere irriconoscibile, infagottato come sono. Allora tiro giù il cappuccio e quasi urlo: «Pietro!»

L’espressione di preoccupazione sul suo viso si trasforma in sorriso e la risposta quasi immediata mi rincuora: «Umberto!»

Ed ecco i consueti abbracci calorosi al ritrovamento di un amico di cui si erano perse le tracce da tempo. Pietro è quello di sempre: alto più o meno quanto me, bruno, magro, ma soprattutto con un largo e coinvolgente sorriso. Mi abbraccia e mi sfiora con la sua barba ormai lunga (in questo differisce sicuramente dal passato). Ma la forza e la gioia sono quelle di sempre. Subito mi presenta Filomena, sua compagna d’avventure, e chiacchieriamo, scherziamo e giochiamo come se il tempo non fosse passato, come se la vita non ci avesse cambiati.

Pietro è quello di sempre, ma ora vive in un modo nuovo, diverso. È felice, molto felice, glielo si legge negli occhi quando si ha il coraggio di fissarli, lì, sopra quel sorriso sempre raggiante e quella barba incolta.

Chi meglio di lui poteva essere per me testimone di una storia di rottura con il passato, di un potere insito in coloro che vivono ai margini della nostra società?

E Pietro, con l’aiuto di Filomena, qualche tempo dopo quell’incontro, non si è tirato indietro di fronte alla mia richiesta.

Intervista

Intervistatore: Pietro, quanti anni hai?

Pietro: 31.

Int.: Ci racconti un po’ liberamente come vivi?

 

Pietro: Beh, è più facile partire dal quotidiano, perché è quello che spiega a grandi linee quella che è la mia scelta.

Vivo in strada, condivido questa esperienza con Filomena, che ho conosciuto durante l’ultimo periodo di esperienza in convento, dai Francescani, dove ho vissuto nel complesso 2 anni e mezzo.  Lei già aveva vissuto per diversi anni in strada, come scelta di vita legata ad una vocazione particolare. Io, attratto dalla realtà della strada, uscendo dal convento ho pensato di iniziare subito questa esperienza.

La vita del convento non c’è più, ma vivo una vita da cattolico laico per strada.

La mia giornata ora è scandita dalla preghiera. La mattina, dopo la colazione e un saluto con Filomena che va a lavorare, io solitamente vado nella Cappella dell’Adorazione di piazza Venezia e sto lì fino alla chiusura, tra mezzogiorno e le 13.00; prego con la gente fino all’orario di chiusura. Poi cerco di mangiare qualcosa, per lo più arrangiandomi con un panino o qualcosa del genere. Poi resto in giro fino a che non riapre la cappella della Madonnella e torno lì a pregare fino alla Messa, alle 19 e 30.

Le varianti quotidiane sono diverse. Una giornata posso trascorrerla totalmente in giro, da una chiesa all’altra, mantenendo comunque un clima interiore di preghiera lungo la strada pregando il Santo Rosario e alternandolo con la “Preghiera del cuore” della tradizione ortodossa…

La giornata quindi è basata principalmente sulla preghiera: lodi al mattino, ora media, la sera i vespri. La giornata può svolgersi per lo più nello stesso luogo oppure come un pellegrinaggio da un santuario all’altro della città di Roma.

Quando c’è l’Adorazione il luogo fisico determina molto la preghiera: un luogo come una cappella permette una concentrazione maggiore, ma io do molto valore anche alla preghiera lungo la strada, che si arricchisce di tutto ciò che la strada contiene: i rumori, con la gente, gli odori, il clima, i luoghi. Roma offre panorami molto suggestivi e questo va a riempire, arricchire la preghiera e l’incontro col Signore.

È una vita per strada, ma ci sono delle particolarità: ad esempio stasera siamo in un pub. Con la mia amica Filomena non ci vergogniamo di prenderci dei momenti che la gente di strada solitamente non può vivere, perché pensiamo sia importante ritagliarci dei momenti più nostri per la condivisione perché forse una vita vissuta sempre e comunque sulla strada diventa deleteria, alienante e fiaccante fisicamente.

Ho visto che l’eccessiva stanchezza fisica non porta a niente, si prega peggio… la strada è stressante di per sé… perché si è sempre al centro. Sei ai margini della società, però nello stesso tempo sei costantemente al centro dell’attenzione della gente che passa. Qualcuno ti considera, altri meno, però sei un personaggio pubblico, costantemente, anche la notte, quando dormi. Sei incosciente ma c’è qualcuno che vede il tuo corpo lì, in un luogo pubblico. Per questo ci sono dei momenti che ci ritagliamo per la condivisione nostra. Cerchiamo di avere momenti per vivere insieme la preghiera, lo svago, tipo una passeggiata, molto importanti perché questo permette anche di vivere lo stare insieme, la condivisione che ci permette di poter vivere nella logica dell’incarnazione, dove l’altro esiste: quella cattolica non è solo una fede spirituale o spiritualistica ma è lo Spirito che si incarna e quindi da cristiano, da cattolico, da credente, ritengo molto importante confrontarmi, litigare…

È essenziale il rapporto semplicemente umano. Diversamente non si potrebbe realizzare il comandamento che Gesù ci lascia e che è quello di amare il nostro prossimo come Lui ci ha amati. L’altro diventa specchio del grado di crescita della fede, il metro: io posso amare teoricamente tutti ma poi nella concretezza, quanto riesco a prendermi cura di questa persona? E mi lascio curare anche da lei?

Uno dei problemi della vita di strada può essere quello di diventare dei continui mendicanti, mendicare continuamente qualcosa, che sia il cibo, che a volte mi sono ritrovato con Filomena a mendicare; ma anche mendicanti di attenzioni; quindi essere sempre qualcuno che chiede e riceve, e mai qualcuno che dà. Io penso che la gente di strada soffra molto di questa realtà; ma secondo me la tristezza più grande di una persona, la cosa più faticosa e più brutta sia quella di essere dei semplici consumatori di un qualcosa, di un servizio, che può essere la mensa, la doccia, la colletta. Qualcuno che sempre usufruisce di qualcosa… Credo che si è realmente contenti quando si riesce a dare qualcosa, di materiale, di affetto. Questo lo vedo anche dal fatto che non di rado ci capita di ricevere qualcosa dalla gente di strada.

Con alcuni si è instaurata un’amicizia ed è bello vedere, ad esempio, una zingara che ti offre la pizza che le hanno regalato o un gruppo di barboni che la notte di Natale ti offre da bere un sorso di vino dall’unico bicchiere che gira per tutti.

Condividere, prendersi cura, questo vedo che rende felici le persone.

La mia modalità di vita mi permette di incontrare tanta gente qualora lo desidero, diversamente se ci si vuole ritagliare una giornata solo per se stessi lo si può fare.

Gli incontri con soltanto persone di passaggio rischiano di lasciare il tempo che trovano, perché non sono relazioni costanti, ma passeggere e superficiali. Si può anche trovare quello che ti consegna tutto ciò che ha vissuto nella sua vita perché sa che il giorno dopo non ti vedrà più, cosa che succede per strada. Ecco l’importanza della relazione con una persona che cammina al mio fianco.

Altra cosa che la mia esperienza mi ha fatto vedere è che quando sei per strada dai parecchia attenzione a tante cose, ti accorgi anche di molta gente attorno a te che sta nella tua stessa condizione, cose che prima non riuscivo a percepire. Si parla un linguaggio di strada, diverso, pian piano si incominciano a riconoscere le persone, perché magari con uno ci hai mangiato a cena, lo riconosci anche se non ci hai parlato… è come se c’è un mondo parallelo nella stessa città di Roma, coi suoi turisti, coi romani, c’è anche un mondo parallelo di vita di strada.

Per ciò che riguarda il rapporto con me stesso, per strada ha un sapore molto forte, perché c’è molto tempo in cui sono da solo, e sono quelle ore in cui la preghiera raggiunge quelle profondità che normalmente non riuscirebbe a raggiungere. Questo succede sia per strada che durante l’adorazione. Ciò succede perché ho tempo per farlo. Questo per me è importante: avere tempo per pregare in un certo modo; ma anche perché la situazione che vivo è una situazione di precarietà, che va a toccare le corde più profonde dell’esistenza umana: l’uomo, tutti quanti noi quotidianamente viviamo la precarietà. In una situazione “normale” la percezione di questo è molto bassa, a parte situazioni particolari quando accade un imprevisto che può magari risaltare più all’occhio di chi lo vive. Invece vivendo una dimensione in cui non c’è una casa propria, non c’è un luogo tuo, non hai mai un attimo di nido con te stesso, se non la preghiera, che può diventare la dimora in cui tu vai ad abitare, per forza di cose ti rifugi in Dio, attraverso la preghiera. L’essenza della creaturalità la sento, la vivo, e questo è faticoso da vivere perché anche il semplice renderti conto costantemente che sei molto vulnerabile ti pone di fronte a te, agli altri e a Dio in un modo nuovo, in un modo che non sempre è piacevole, a volte prende le forme di una preghiera sofferta perché mi vedo come si vede il salmista che cerca davvero rifugio sotto le ali di Dio.

Quindi, grazie al mio modo di vivere, la preghiera diventa concreta, esce dalla dimensione dell’astratto. Per me l’esperienza della precarietà che sto mi porta a quella dimensione interiore particolare che è proprio quella della creatura, che è propria della creatura. Cioè della creatura che si pone di fronte a questo Dio creatore con tutta la sua fragilità.

La strada mi pone di fronte anche alle mie mancanze, ai miei peccati in un modo totalmente nuovo rispetto a prima, perché non ci si può nascondere, a meno che uno fa finta di niente e si prende in giro, cosa che si può sempre fare, anche sulla strada.

Questa per me è un occasione di mettermi a nudo di fronte a me stesso, a Dio e agli altri. Dico anche agli altri perché ad esempio l’altro giorno mentre ero su un tram sono salite delle zingare. Quando le ho viste ho cambiato il lato della borsa. Io però non volevo ammettere a me stesso di aver fatto questo. Quando ho visto un’altra persona che si era tolta lo zaino dalle spalle e se lo era messo sulla pancia, interiormente l’ho criticata, l’ho giudicata: “Vedi i pregiudizi”. Però mi sono reso conto, oggi ho il coraggio di dire, che io l’ho pensato prima di quella persona. Quindi questo aiuta in un processo di umiliazione di sé. E penso che affidato a Dio poi possa produrre quanto meno un po’ di umiltà in più rispetto a prima.

Int.: Il motivo per cui hai scelto di intraprendere questa vita, è lo stesso che ti porta a continuarla oggi?

 

Pietro: Io sono partito dal convento sapendo cosa volevo fare per strada. Cioè con l’idea io vado lì e faccio questo. Oggi, a distanza di 9 mesi, dico che sono partito con un’idea e invece adesso mi trovo a vivere altro. Nel senso che prima ero partito con la presunzione tipica di quando si parte; oggi mi ritrovo scoperto, mi ritrovo innanzi a me stesso. Sto chiedendo anche alla mia guida spirituale di fare discernimento sulla mia vita, per capire come poterla spendere nel modo migliore, come poterla donare a Cristo e alla sua Chiesa. Se è possibile incastonarla in qualche modo nella Chiesa. Ora sono in una fase di discernimento: sto rileggendo un po’ il passato con le capacità che posso portare nel presente e nel futuro. Un vero e proprio discernimento vocazionale per capire dove il Signore mi chiama, a cosa mi chiama e con chi mi chiama. Tutto questo lo sto vedendo attualmente e sono contento di come stia andando.

In questi giorni sto riflettendo sulla condizione del roveto ardente, luogo in cui Mosè trova Dio. Ascoltando un omelia del mio padre spirituale, mi si spiegava che noi tendiamo ad immaginare in modo fiabesco questo roveto. In realtà lui tagliando i rovi nel bosco del convento, si rede conto che si tratta di una pianta selvatica, piena di spine, che se la tagli ti si attorciglia al collo, ti strozza. E non è neppure una pianta bella: rientra tra le piante infestanti, non considerata buona dall’uomo.

Però è ardente nel senso che lì, in quella pianta così poco pregiata e pericolosa nel trattarla, Mosè incontra Dio.

Sto rileggendo la mia vita alla luce anche di questo. Riconoscere quelli che sono i roveti ardenti e le difficoltà in cui io posso dire oggi che nella mia vita passa davvero la grazia di Dio, luogo in cui io ho incontrato Dio; Dio ha detto qualcosa alla mia vita attraverso quella situazione. Il roveto nel senso che è stato faticoso; ma nello stesso tempo è un dono, fonte di vita.

Questo lo dico adesso perché si lega alla dimensione della strada, perché io con la precarietà ho un rapporto di odio e amore; nel senso che la precarietà l’ho scoperta da un po’ di anni tramite un evento molto intimo, e mi ha spaventato molto. Però è qualcosa che per me è un roveto perché è faticosa, mi mette a nudo, mi dice chi sono, mi dice che sono cenere, cosa che passa, passeggero, fragile, sono niente. Però nella dimensione della fede diventa l’unica possibilità dell’incontro con Dio, il Dio di Gesù Cristo: nella debolezza dell’uomo c’è la possibilità di incontrare la grandezza e la forza di Dio. Nella limitatezza dell’uomo ci può essere, si può manifestare l’illimitata potenza di Dio.

Anche la stanchezza fisica è vissuta in un modo particolare; ad esempio il fatto che la notte si è indifesi: quando chiudi gli occhi qualcuno potrebbe passare e per capriccio darti un calcio e tu non ci puoi fare niente. La precarietà tocca quindi profondamente il tuo corpo, la tua dimensione spirituale. Tutto ciò in un rapporto di odio e amore. Odio perché è difficile accettarlo; è difficile accettare di non essere in qualche modo Dio, soprattutto oggi, in cui il mondo ti tartassa e ti dice che tu devi essere Dio, che tu puoi decidere, tu puoi sfruttare tutte le situazioni, mangiare tutto ciò che il mondo ti offre, ti puoi nutrire di cose che ti fanno male, perché sei libero e per questo devi farlo. Invece il rapporto con Dio dice tutta un’altra cosa. A me dice: riconosci la tua fragilità ma non come nichilismo, annientamento, perché Dio secondo me non annichilisce nessuno. Quello però è il punto di partenza per me per fare spazio all’infinito. Ed io la sento molto sulla carne questa cosa, non è una cosa spirituale; anzi è una cosa molto spirituale perché è vissuta nella carne: il cristianesimo è Dio che si incarna.

Int.: Nella relazione con le persone esterne, c’è un’attrazione da parte loro quando vedono una persona vivere sulla strada, un giaciglio fatto di cartone, che vive una vita completamente diversa da quella definita “normale”? C’è interesse da parte della gente? Ti capita che qualcuno si fermi per parlare e chiederti perché fai questa vita, come fai a sopravvivere col freddo dell’inverno, il caldo dell’estate, indifeso, in mezzo alla gente, ai turisti che hanno tutt’altro da fare e ti vedono lì sotto il colonnato di san Pietro? Oppure per la maggior parte sei insignificante?

 

Pietro: Più che interesse io parlerei di curiosità da parte delle persone. Non da parte di tutti, alcuni sono abbastanza indifferenti. Altri invece ti guardano con l’occhio curioso, soprattutto la sera in cui è più visibile che sei per strada, in quanto durante il giorno, tranne la barba e un abbigliamento abbastanza semplice e pratico, passi piuttosto inosservato. È la sera il momento in cui ti spogli delle apparenze e qualcuno si accorge che vivi per strada. La curiosità, a volte indiscreta di qualcuno. Magari c’è quello che passa guardandoti, si fa la risatina con l’amico. Oppure la gente che vuole aiutare, vista con gli occhi di chi riceve, tradisce spesso molta autoreferenzialità nel gesto. Cioè è come se dicessero: “io ti aiuto come dico io; guarda come  sono bravo”. E questo è amaro quando lo ricevi. Soprattutto alcune persone durante il periodo di Natale si sono fatte vedere più spesso sotto i portici (durante il periodo di Natale non sai più dove mettere quello che mangi, le coperte abbondano e non sai nemmeno che farne), e poi dopo Natale non si è visto più nessuno.

Poi ci sono anche le associazioni, che immagino vivano disagi a livello organizzativo: ad esempio la domenica e il sabato non passa la ronda a portare il cibo. Il sabato c’è solo la comunità di Sant’Egidio a Trastevere, la domenica  le Missionarie della Carità in zona san Pietro alle 5, o alle 6 di sera, aprono le porte e solo agli uomini. Per le donne non fanno questo tipo di servizio mensa: quelle che sono ospitate mangiano lì, ma quelle esterne non possono mangiare. Queste per esempio sono molte regole che, soprattutto le congregazioni religiose, hanno al loro interno; e su questo potremmo parlare a lungo.

Nella gente che passa qui a Roma trovi un po’ di tutto: quello che prova compassione, quello che si disinteressa, quello curioso, quello che ti insulta.

Ad esempio c’è una persona che apre al mattino presto un negozio nei pressi dove ci fermiamo per la notte per fare le pulizie, e puntualmente ci riempie di insulti e parolacce perché ritiene che stiamo lì perché non abbiamo voglia di fare niente. Lo vedi che si arrabbia e io penso che forse in lei come in tanti ci sia un sentimento che forse può essere invidia. Si, la gente di strada fa anche questo strano effetto. Da fuori alcuni pensano che i barboni se la spassino, si godano la vita perché non hanno impegni, scadenze di bollette, tasse, ecc…ignorando completamente la realtà di questa situazione).

Int.: Il modo in cui la gente si relaziona a te può essere condizionato dallo stato di cose del mondo, ad esempio la crisi, il momento particolarmente difficile?

Dicevi prima che la modalità di relazione che ha la gente nel periodo natalizio è diversa da quella di altri periodi. E questo è chiaramente dovuto al luogo comune che a Natale siamo tutti più buoni.. Però può essere anche condizionato anche da altri fattori tipo la crisi?

 

Pietro: Si. Certo la crisi impaurisce le persone: la gente è meno generosa per paura del futuro; e qui torniamo alla precarietà. C’è un forte ripiegamento su di sé: uno magari pensa “se non provvedo io a me stesso chi provvederà?”. C’è un forte ateismo sotto questo punto di vista, la paura nel domani, l’incapacità di affidarsi alla Provvidenza di Dio. Vince la legge del più forte e ne rimette la relazione. Io penso che questo non tocchi solo la gente di strada ma valga per tutti. Forse la crisi giustifica un po’ questo atteggiamento, che però secondo me rimane rischioso per l’uomo in generale. Uno si sente giustificato ad essere egoista perché c’è la crisi, nonostante sia innegabile che ci siano anche fattori contingenti, ad esempio la pochezza dello stipendio.

Filomena: Secondo me sulla crisi forse in questo momento ci sono mondi che si avvicinano: il pensionato che non arriva a fine mese si ritrova a mangiare alla mensa dei poveri esattamente come il punkabbestia o il barbone, oppure le persone divorziate, uomini soprattutto, spesso siedono allo stesso tavolo con noi o con altri che vivono per strada. O anche le badanti, donne che spesso risentono della condizione economica: mondi che si avvicinano paradossalmente. Alcuni si allontanano e altri si avvicinano: è un fenomeno sociale particolare.

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Riflessioni dallo scimpanzé in crisi di nervi…e di fede.

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

“Papà mi prude il mignolo! Papà mi fai vedere i lavoretti che ho fatto a scuola? E’ tanto che non li vedo!!! Papà mi prendi il gelato, non ci arrivo!!! Papà…papà……papààà!!!”

Mentre le parole delle mie due figlie si susseguono, e le richieste si moltiplicano…mentre lo scimpanzé che abita nella mia scatola cranica fa l’unica cosa che riesce a fare: contare le banane…mentre mia moglie cerca di andare in bagno di nascosto per non subire l’assalto delle piccole Barbare che le vogliono “stareimbraccio” proprio in quel momento in cui la solitudine non dispiace….proprio in quel momento ho ricevuto una E-Mail dallo scimpanzé (di cui dicevo sopra). Per la gran confusione e il gran caldo ha smesso di contare le banane e dopo aver iniziato a grattarsi la nuca…mi scrive:

“Carissimo amico, sono in crisi di fede!

Mi rendo sempre più conto che ci sono momenti della giornata in cui vivo e penso, penso e vivo come uno che non ha fede. Mi rendo conto di avere bisogno di tanta grazia di Dio…perchè “nell’Ora di Punta”…cioè quando la giornata si agita, gli avvenimenti si succedono velocemente, le bambine piangono e bisogna intervenire quando magari il sonno pomeridiano vorrebbe avere il sopravvento…insomma…nell’Ora di Punta la mia fede vacilla. E basta davvero poco.”

poi aggiunge una preghiera:

“Aiutami Signore nei piccoli ma intensi combattimenti quotidiani. Manda il Tuo Santo Spirito e aiuta la mia piccola fede che alla prima onda, vacilla.
Lode sempre e Gloria a Te, Signore mio Gesù!
Signore del Tempo…Signore anche dell’Ora di Punta!!!””

…forte questo scimpanzé eh!!!??? 🙂

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Virtù e matrimonio. La fede (2 articolo)

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Come già affermato nell’articolo introduttivo, le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne; ci fanno capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela e all’uomo è data la grazia di accoglierlo e di conoscerlo attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta, ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra, perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci dona la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e di sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il loro coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non si accolgono vicendevolmente. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione

La fede si concretizza nelle opere

Questa domenica c’è una Parola che non può lasciarci indifferenti. Come uomini, come donne, ma soprattutto come sposi. Mi riferisco alla seconda lettura che riprende la Lettera di San Giacomo.

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?
Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano
e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.
Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.

Parole senza possibilità di fraintendimento! Parole che non lasciano scampo e vie di fuga. Parole che ci mettono con le spalle al muro! La nostra è una vera fede, un vero rapporto personale con Gesù, oppure è tutta una sceneggiata? Non è difficile da scoprire. Ognuno di noi può comprenderlo senza difficoltà. Quali sono le nostre opere? Come ci comportiamo in famiglia, nella relazione di coppia, nel rapporto con i nostri figli? Siamo capaci di metterci al servizio? Siamo capaci di morire a noi stessi per innalzare l’altro/a?

La fede senza opere non può esistere. La vera fede senza opere non può esistere. Già, perchè a volte siamo bravissimi a costruirci una nostra fede di superficie, che non ha contenuto. Fatta di una serie di riti che servono a silenziare la nostra coscienza. Magari facciamo anche tanto per la parrocchia o per i movimenti. Coro, caritas, centro di ascolto, ecc. Non è questo che conta. La fede è autentica quando si concretizza principalmente nelle opere che possono rispondere alla nostra vocazione. Quindi al nostro essere marito e moglie, padre e madre. Ciò significa che sto davvero vivendo la Santa Messa se, e solo se, questo incontro intimo con il Signore, e questa comunione d’offerta con tutta la mia comunità, mi aiuta a farmi dono, servizio, sostegno e ascolto per la mia sposa e per i miei figli. Non posso fuggire da questa verità fondamentale della mia vita. Quando mi inginocchio davanti al Santissimo, durante la  consacrazione del pane e del vino eucaristico, sto implicitamente chiedendo di essere capace di inginocchiarmi davanti a Gesù presente, reale e vivo, che abita il mio matrimonio. Inginocchiarmi davanti alle fragilità della mia sposa, ai suoi bisogni, alle sue gioie e ai suoi dolori. Inginocchiarmi per essere tenerezza, cura, servizio e ascolto per lei.

Inginocchiarmi durante la Messa e poi non provare a vivere tutto questo nel mio matrimonio, significa prendere  in giro il Signore e anche me stesso. Sto recitando una bella sceneggiata, ma non ho idea di cosa sia la fede e non ho mai incontrato Cristo.

Concludendo: La mia fede può trasparire solo dal modo con cui amo, rispetto e servo la mia sposa. La Santa Messa non è per questo superflua. Al contrario. Attraverso la Santa Messa, e l’incontro intimo con Gesù, divento sempre più capace di amare la mia sposa. La Santa Messa non è quindi il fine della mia fede, ma il mezzo attraverso cui la mia fede diventa più vera, più forte e più grande, e può, così, manifestarsi nelle opere, nella capacità di santificare sempre più e meglio il mio matrimonio.

Nella lettera di San Giovanni è espresso benissimo, ma in modo differente, lo stesso concetto:  Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 

Dopo la Santa Messa di oggi tornate a casa e regalatevi un abbraccio, un bacio, una carezza. Sarà un piccolo gesto, piccolo ma che racchiude tutto il grandissimo significato della nostra fede.

Antonio e Luisa

La fede si trasmette per contagio

Trasmettere la fede non vuol dire “dare informazioni”, ma “fondare un cuore”, “nella fede in Gesù Cristo”. Ben lontano da apprendere meccanicamente un libretto o alcune nozioni, essere un cristiano vuol dire essere “fecondo nella trasmissione della fede”, così come la Chiesa, che “è madre” e partorisce “figli nella fede”.

Questa breve riflessione, tratta da Avvenire, riprende l’omelia di alcuni giorni fa di Papa Francesco a Santa Marta.

Quanto c’è da imparare! Papa Francesco in poche righe ci dona un grande insegnamento. Gesù non si trasmette con i libri di catechismo. Non si trasmette con le belle parole di sacerdoti e operatori pastorali. Non si trasmette in chiesa o all’oratorio. Si! Momenti belli e importanti. Però non bastano. La fede si può trasmettere solo per contagio ai nostri figli, non per indottrinamento. Parlare di Gesù non serve a niente se quel parlare non è accompagnato da uno stile di vita, da un atteggiamento vissuto alla luce della sua presenza. I nostri figli hanno un cuore aperto all’incontro con Gesù. Un cuore, non la testa. Ci arrivano con il desiderio non con una teoria astratta. Dio è padre e madre. L’ha detto Giovanni Paolo I. Mostriamo questo volto di Dio ai nostri figli. Questo non significa non sbagliare mai con loro. Significa accoglierli e accompagnarli. Significa accoglierli sempre. Amarli sempre e comunque. Anche quando sbagliano. Soprattutto quando sbagliano. Solo sentendosi amati così, per quello che sono e non per quello che fanno di buono si sentiranno veramente amati. Facendogli comprendere l’errore, ma senza mai identificarli con l’errore. Loro sono e valgono molto di più di come si comportano e di ciò che fanno, sempre. Poi, hanno bisogno di respirare l’amore vicendevole dei genitori. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si abbracciano e che si scambiano tenerezze. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si prendono cura l’uno dell’altra e che si perdonano sempre. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si inginocchiano davanti a Gesù. Papà e mamma che sanno di non potere nulla senza la forza che viene dallo Spirito Santo. Lo sanno e la chiedono. Papà e mamma che sanno chiedersi scusa e sanno perdonarsi perchè si sono sentiti accolti e perdonati da Dio. Papà che quando sbaglia con loro è capace umilmente di riconoscersi imperfetto. Capace anche di insegnare che c’è un Padre che invece non sbaglia mai e che è capace, a differenza sua, di amarli in modo perfetto e infinito. Solo così le parole di un libro di catechismo non saranno nozioni vuote, ma saranno la spiegazione di ciò che si vive e si respira in famiglia. Coppie: non nascondete mai le vostre coccole ai figli. Baciatevi, abbracciatevi davanti a loro. Papà dite quanto la mamma è bella e importante per voi. Mamme fate altrettanto. Anche questo è trasmettere la fede. Dio è amore. Solo mostrando la bellezza di amarsi in modo gratuito e autentico potremo avvicinare i nostri figli a Gesù. Guardando noi avranno desiderio di conoscere la sorgente del nostro amore e della nostra gioia.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. V come vera nuziale.

Parto da lontano. Nel 1960 Andrzej Jawien, un autore polacco, pubblica sul mensile cattolico Znak  un dramma teatrale La bottega dell’orefice.Dietro quel nome per tutti sconosciuto si celava il futuro papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla. Una bellissima opera che ruota intorno a una bottega di un orefice e racconta poeticamente tre storie per permetterci di meditare sul sacramento del matrimonio. L’orefice è la voce della Divina Provvidenza che interviene a svelare le coscienze dei protagonisti, ad indirizzare la loro strada, a ricordare loro il destino buono che sta già iniziando a svelarsi attraverso la scelta matrimoniale. Un’opera piena di brevi dialoghi, piccole pietre preziose che Karol ci regala. Emerge tutta la sua attenzione verso gli sposi che poi sarà uno dei tratti distintivi del suo pontificato.

Di seguito vi riporto il dialogo tra Anna e l’orefice, Anna ormai delusa e stanca del suo matrimonio:

Una volta, tornando dal lavoro, e passando vicino all’orefice, mi sono detta – si potrebbe vendere, perchè no, la mia fede (Stefano non se ne accorgerebbe, non esistevo quasi più per lui. Forse mi tradiva – non so, perchè anche io non mi occupavo più della sua vita. Mi era diventato indifferente. Forse, dopo il lavoro, andava a giocare a carte, dalle bevute tornava molto tardi, senza una parola, e se ne gettava là una rispondevo col silenzio).Quella volta decisi di entrare.L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.Ripresi con vergogna l’anello e senza una parola fuggii dal negozio.

Ho letto e riletto questo passo. Papa Giovanni Paolo è riuscito ad esprimere in modo meraviglioso la bellezza del matrimonio, anche nella drammaticità di una relazione malata. L’anello nuziale segno della nostra unità indissolubile. Uno per sempre. Legati allo stesso destino. Il nostro valore è legato a quello di un’altra persona. La nostra salvezza è legata a quella di un’altra persona. Per questo non è sbagliato, secondo me, fare un parallelismo.  Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello, con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore, che non è una metafora sdolcinata, ma è un atteggiamento concreto: significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi : Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e ci saranno giorni che il giogo non sarà sempre soave e leggero, ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Voglio terminare con una bella opportunità. Forse pochi sanno che Giovanni XXIII ebbe una felicissima intuizione, quando volle regalare agli sposi cristiani un facile e profondo modo di vivere la religiosità in coppia, cioè: legò una “indulgenza speciale” (e parziale) al gesto coniugale del baciarsi almeno una volta al giorno reciprocamente l’anello del matrimonio

Motivò la sua decisione concludendo con queste parole:

è necessario che gli sposi scoprano ogni giorno il significato della fede nuziale che portano al dito, lo bacino ogni giorno promettendosi entrambi il rispetto, l’onestà dei costumi, la santa pazienza del perdonarsi nelle piccole mancanze, e che guardino a queste fedi che portano quale legame di indissolubilità nella quale i figli che Dio vorrà loro mandare, impareranno a crescere nelle sante virtù che tanto piacciono a Dio e rendono felice Gesù, ma che poi rendono felice la famiglia stessa che saprà così testimoniare come si vive da cristiani e come si è felici di superare insieme ogni giorno le difficoltà della vita

Antonio e Luisa

 

L’alfabeto degli sposi. S come speranza, fede e carità.

Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge.

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. Q come quoziente matematico. (La regola di Rocchetta)

Questa riflessione l’avevo già abbozzata circa un anno fa. Voglio ora riprenderla e cercare di approfondirla meglio. Riflessione che parte da un’intuizione molto interessante di don Carlo Rocchetta e che potete leggere nel suo testo Teologia del talamo nuziale.

A chi mi accusa di voler codificare con delle regole quella realtà molto personale che è la relazione sponsale darò ora motivo per scandalizzarsi ancora di più. Esiste una rappresentazione matematica, sul piano cartesiano, che può dirci e rivelarci come sta il nostro matrimonio. E’ un indice che può mostrarci in modo quasi scientifico la qualità della nostra relazione. Come ogni rappresentazione grafica di questo tipo abbiamo bisogno di valorizzare due incognite che possono assumere un valore positivo o negativo. L’incognita x, quella misurata sull’asse delle ascisse, rappresenta quanto si è aperti e quanto ci si dona all’altro/a. Rappresenta la tenerezza verso l’altro. Più si vivrà intensamente e autenticamente un amore che si fa tenerezza, cura, attenzione e dono  nei confronti dell’altro e più il valore x sarà positivo e alto. Il contrario della tenerezza è la passione. Passione intesa in senso negativo, come purtroppo è spesso intesa e vissuta oggi. Passione come ripiegamento su di sé e sulla ricerca del piacere. Sull’appagamento di pulsioni che ci trasforma in marionette incapaci di controllarsi. Persone incapaci di donarsi perché non padroni di se stesse. Passione che diventa uso dell’altro e non dono all’altro di se stessi. Tante relazioni finiscono quando finisce la passione. Così dicono molti. Un modo carino per dire che dall’altro non si ricava più piacere e come una scarpa vecchia lo si getta e lo si cambia con chi ci può soddisfare meglio. Tutto è incentrato su di sé. Esattamente il contrario dell’amore autentico. La tenerezza è l’attrazione verso l’altro che si fa donazione di sé. La passione è l’attrazione che si fa egoismo, di chi vuole prendere all’altro.  La tenerezza è sguardo che dà valore, la passione è sguardo che vuole rubare e impoverire l’altro. Don Carlo va oltre. Ci spiega che, perché l’intimità sessuale sia vissuta bene e sia nutrimento per l’unione degli sposi, serve che abbia una estensione orizzontale verso la tenerezza (x) e un’estensione verticale (y)  verso l’amore oblativo, verso l’agape, verso l’intimità con Dio Trinità, che costituisce il fondamento di ogni matrimonio sacramento.  Perché un matrimonio sia sano, vissuto nella gioa e nella verità, dobbiamo impegnarci affinché la nostra curva dell’amore sia protesa verso il massimo della tenerezza e il massimo dell’intimità con Dio.

Copy of Copy of Copy of Copy of Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did do. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Ca (12)

Penso che ognuno possa verificare nella propria vita l’esattezza di una nuova legge matematica. Dopo la regola di Ruffini ecco ora la regola di Rocchetta (scherzo ma non troppo). Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio (in quanto appartenenti alla Chiesa siamo sposa di Cristo) crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio e ricerca di perfezionamento della nostra relazione con Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

Alla fine l’amore è tutta questione di chimica, anzi, di matematica, non è vero che dipende dai sentimenti che non controlliamo e a cui siamo sottomessi. Se ci impegniamo a mantenere la nostra curva dell’amore protesa verso la tenerezza dell’uno verso l’altra in ogni situazione della nostra vita insieme e se ci affidiamo alla Grazia di Dio, il risultato sarà sempre positivo e non rischieremo di fallire la missione più importante che Dio ci ha affidato: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

 

Il talento è solo l’amore

Oggi prendo spunto dall’omelia preparata dal mio parroco. Un’omelia che mi ha fatto riflettere molto e che. come sempre, cerco di fare mia, che sento rivolta a me, e che mi provoca pensieri e riflessioni personali che mi piace però condividere.

La parabola è quella dei talenti. Una tra le più conosciute e approfondite. Il mio don parte da una domanda: perchè Gesù ha sentito la necessità di proporre questa parabola?

La società in cui viveva Gesù era caratterizzata da una forte idea legalistica di Dio. Chi rispettava la legge, offriva sacrifici e la decima e partecipava alla vita religiosa del tempio era apposto. Non serviva altro. Questo era il più grosso peccato che Gesù rinfacciava a farisei e dottori della legge. Gesù va oltre questa mentalità malata e superficiale. Gesù ci dice altro. Ognuno di noi viene dotato di talenti. Tutti abbiamo questi talenti. I talenti sono l’amore di Dio e la capacità di amare come Dio che ci viene donata attraverso il Battesimo dallo Spirito Santo che ci consacra. Abbiamo tutti i nostri talenti. Abbiamo il dovere di farli fruttare. Dobbiamo avere la capacità di usare questi talenti nella nostra vita e nella nostra storia. Solo così mettendoci in gioco riusciremo a far fruttare e aumentare quel talento che Gesù ci ha affidato per crescere nell’amore. Per essere sempre più capaci di farci dono. Per far crescere i nostri talenti dobbiamo però rischiare, vivere una fede radicale, fidarci e affidarci a Dio. Chi non si butta e non rischia tutto fa la fine di quel servo che sotterra il suo talento. Chi non fa mai nulla di azzardato, chi soppesa ogni azione per capirne la convenienza. Chi vive così, al risparmio,  sotterra la sua capacità di amare e sopravvive, vivacchia fino a quando non perderà tutto. Perchè l’amore non vissuto inaridisce il cuore e lo trasforma in pietra. Chi non si lascia andare per non perdere quel poco che ha, perderà tutto. Questo insegnamento si traduce in scelte concrete. Avere il coraggio di buttarsi. L’uomo che non sotterra i talenti è quello che non ha paura di sposarsi mettendo in gioco tutto se stesso, l’uomo che, se non ha grossi impedimenti e in accordo con la sua procreazione responsabile,  non ha paura di fare il terzo e magari il quarto figlio o anche di più. L’uomo che non sotterra i talenti valuta ogni cosa con il peso dell’amore. L’amore è così più ti doni e prendi il peso degli altri e più la tua vita sarà leggera, perchè piena di senso. Più sembra svuotarti di energie, di forza, di volontà e di proprietà e più ti farà sentire ricco.

Io sto imparando giorno dopo giorno a disotterrare i miei talenti, a mettermi in gioco e a dare tutto senza paura di prendere mazzate. Le mazzate ci sono, ma ne vale comunque la pena. Ed è così che tornando alla riflessione iniziale non mi devo rapportare in modo legalistico alla mia fede. Non serve partecipare alla Messa, alle preghiere, alle devozioni se questo non si traduce in un dissotterramento dei miei talenti. Se questo non mi porta a chiedermi ogni giorno se ho fatto fruttare quel talento che è l’amore di Dio in me con i fratelli e in particolare con la mia sposa. Se le mie scelte sono state dettate dalla paura di perdere qualcosa o dal desiderio di fare la volontà di Dio nella mia vita.

Antonio e Luisa

Psicologia e fede fanno pace!

Solo il Signore Gesù Cristo ha potere di salvare la mia anima. La psicologia, come tutte le altre scienze che la nostra intelligenza di essere umani ha concepito, offre strumenti. Strumenti di cambiamento che riguardano la vita psichica: emozioni, pensieri e comportamenti. Vale la pena scrivere qualcosa su questo argomento perché c’è ancora troppa ignoranza in questo ambito. 

Avendo studiato in una università cattolica per me il connubio fra fede e scienza è naturale, le cose proprio non si possono separare, perché l’essere umano è una persona bio-psico-sociale aperto al trascendente. Significa che ho un corpo con la sua fisiologia e i suoi meccanismi biologici, una dimensione psichica fatta di equilibri emotivi, e sono relazione cioè sono inserita in un contesto sociale e relazionale che mi influenza e che io influenzo. Infine ho dentro di me una dimensione spirituale che riguarda la ricerca di senso e valori qualsiasi fede coltivo dentro di me.  

Se partiamo da questa visione dell’uomo è evidente che ogni dimensione influenza l’altra e tutte le dimensioni della persona vanno custodite. Spesso però negli ambienti cattolici succede che la pratica psicologica va in competizione con il cammino spirituale, come se fare un percorso psicologico svalutasse il cammino di fede. Niente di più falso e infecondo. Per curare una bronchite vai dal dottore, per curare una carie vai dal dentista, se hai la macchina rotta la porti dal meccanico, se hai un problema psicologico, emotivo puoi serenamente andare dallo psicologo.  

Lo puoi scegliere con cura e attenzione, perché i ciarlatani e gli incompetenti esistono pure nella nostra categoria. La prima informazione è questa: lo psicologo è laureato in psicologia, ha frequentato un percorso universitario e fatto un esame di abilitazione e può effettuare percorsi di consulenza psicologica su problematiche contingenti mantenendo il focus sul potenziamento delle risorse personali. Lo psicoterapeuta invece ha fatto una scuola ulteriore di quattro anni per specializzarsi sulla ristrutturazione della personalità nei casi più complessi in cui la sofferenza psicologica ha radici profonde e si manifesta con sintomi più complessi. Non abbiate paura di queste spiegazioni. Anche la mia personalità è stata ristrutturata ringraziando a Dio. Pensa se restavo uguale!! E’ una ristrutturazione che si fa insieme al terapeuta, siete una squadra, niente può essere fatto senza la tua volontà di cambiare. Lo psicoterapeuta non è un mago, non è onnipotente, ha solo strumenti che ti possono essere utili per stare meglio, per aggiustare quelle difficoltà umane che ti fanno soffrire. Fra te e lo psicoterapeuta c’è una porta di cui solo tu hai la chiave. Se apri puoi ricevere l’aiuto che desideri altrimenti no. A volte certe problematiche richiedono anni perché sono molto complesse, altre volte basta meno tempo. Dipende dalle situazioni. Certo è che se lo psicoterapeuta si rende conto che non ci sono miglioramenti nel tempo è tenuto a comunicarlo e farlo presente, valutare un invio e comunque stimolando il paziente ad essere attivo e indipendente. Come diceva la mia psicoterapeuta “se ci hai messo vent’anni a incasinarti la vita mica puoi metterci sei mesi a risolvere tutto!” e ci facevamo una bella risata, magari dopo un mio pianto di dolore. Occorre darci tempo e avere pazienza, e pregare Dio che ci faccia incontrare le persone giuste che ci aiutino a rifiorire. A volte di fronte a certe sofferenze della nostra vita sarebbe più facile se il Signore ci facesse un miracolo istantaneo. Ma la domanda è quale è il nostro bene?! Il mio bene è stato attraversare tutto quello che il Signore ha permesso, per diventare la donna che sono. Niente miracoli inspiegabili. Ho lottato con le unghie e coi denti per costruire e custodire la gioia a cui ero chiamata. Ho fatto innumerevoli percorsi psicologici, individuali, di coppia; ho convertito il mio cuore a Cristo, mi sono pentita dei miei peccati, sono stata perdonata, ascoltata e amata da preti che mi hanno aperto la porta del Paradiso qui sulla terra. Il Signore si è manifestato con dolcezza e gradualità, con amore e affetto, spesso anche attraverso tutti i professionisti che ho incontrato. Possa tu fare questa esperienza di guarigione spirituale e psichica. 

Claudia Viola (moglie, mamma e psicoterapeuta)

Indegni e fragili

In quel tempo, Gesù quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro.
Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo.
Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano,
perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto;
per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito.
Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa».
All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».
E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Anche oggi la Parola è straordinaria. Il centurione siamo noi. Noi che comandiamo le centurie della nostra vita, le nostre scelte, le nostre aspirazioni, i valori su cui fondare la nostra relazione e il nostro matrimonio. Il centurione improvvisamente si trova in difficoltà, sperimenta l’impotenza. Lui, abituato a comandare e ad essere ascoltato immediatamente, questa volta non può nulla. Non siamo così anche noi? Io lo sono tantissimo. Cerco di avere sempre tutto sotto controllo. I conti, gli impegni, i bambini, il lavoro e tutto ciò che fa parte del mio mondo, della mia vita. Cerco, mi rendo conto a volte, di controllare anche la mia sposa. Faccio fatica di indole ad affidarmi alla provvidenza e a far fronte agli imprevisti. Gli imprevisti però arrivano, possono essere bastonate più o meno forti, ma ti colpiscono quando meno te lo aspetti. Cosa salva il centurione? Riconoscere di non aver tutto sotto controllo. Di non essere il Signore della propria vita. Che il Signore non può essere lui e che in certe occasione deve riconoscersi impotente e affidarsi al vero Signore. Gesù resta profondamente colpito dal centurione, come lo resta di noi quando ci mettiamo nelle sue mani e accettiamo quello che ci accade, quel momento difficile, consapevoli che se anche noi non capiamo Lui sapra trarre del bene e della consolazione. Il centurione si riconosce indegno. Riconoscersi indegni è indispensabile per aprire il cuore a Gesù. Solo riconoscendo quindi la nostra grande fragilità e la nostra ancor più grande infedeltà nei confronti di Gesù saremo capaci di accogliere la Sua Grazia nella nostra storia, anche quando è dolorosa e difficile. Riconoscersi fragili e infedeli è l’unico modo per abbattere le barriere che ci sono tra noi e Lui e anche tra di noi. La FEDE non è altro che questo. Accogliere l’amore di Dio che ci ama per primo. La FEDE nel matrimonio è accogliere l’amore di Dio nel nostro coniuge. Quanta superbia invece dimostriamo verso il nostro sposo e la nostra sposa. Sempre pronti ad evidenziarne i difetti e le incapacità, che tutti abbiamo ed incapaci di accogliere invece le critiche quando sono rivolte a noi. Spesso siamo umili solo a parole e ipocriti e superbi nei fatti. Gesù non è fiero di noi perchè siamo perfetti e pari a Lui, non lo saremo mai, ma perchè siamo capaci di riconoscerci bisognosi del suo amore e lui non vede l’ora di donarcelo gratuitamente attraverso colui o colei che ci ha messo al fianco perchè potesse prestare un corpo per manifestare il suo amore.

Vorrei concludere con una riflessione di Chiara Corbella che ha dovuto accompagnare due bimbi appena nati al Padre prima che le venisse chiesta la vita.

Chiara ed Enrico hanno chiamato il secondo figlio Davide. Perchè? Ce lo spiega lei con le sue parole.

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli ch non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

Chiara nella sua increbile semplicità e santità ci ha mostrato cosa significa abbandonare le sicurezze per abbandonarsi a Dio, l’unico Signore della vita e della storia.

Antonio e Luisa

La speranza nutre la fede e la carità

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

muro

La virtù della fede tra gli sposi

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

Custodi dell’amore

La missione della famiglia qual’è? Abbiamo già affrontato il tema nel precedente articolo. Ora però voglio fare un passo in più. La missione della famiglia è custodire, rivelare e comunicare l’amore. La missione affidata alla famiglia, come ha cercato di insegnarci Giovanni Paolo II in tutto il suo pontificato, è la più bella di tutte, mostrare, vivere e rivelare l’amore. Il Catechismo afferma che la famiglia è una comunione di fede, di carità e di speranza. Le virtù teologali, fede, carità e speranza sono doni battesimali, che sgorgano dalla fonte della Grazia e sono frutto della nostra unione intima con Gesù, ma nel matrimonio sono perfezionate in qualcosa di unico e finalizzate affinchè noi sposi possiamo compiere la nostra missione, siamo consacrati per questo. Il matrimonio ci abilita, ci rende capaci, ad amare come Dio, come Lui ci ama (sempre nella nostra finitezza). Parliamo sempre di amore,è bene quindi rimarcare cosa significa amore. L’amore non è un concetto soggettivo ma è un’esigenza che scaturisce direttamente dal nostro cuore. L’amore autentico, naturale ed ecologico è un donarsi e un accogliersi reciproco di due persone. che determina un’unine profonda coinvolgente la totalità del loro essere (cuore, anima e corpo) in modo diverso a seconda del tipo di amore che si sta vivendo (sponsale, di fidanzamento, di amicizia etc etc). L’amore sponsale, il nostro, a differenza degli altri presuppone la totalità del dono e il per sempre.  Tornando a noi, ripeto che nella celebrazione del sacramento del matrimonio c’è una vera consacrazione dello Spirito Santo, una nuova effusione che, oltre a saldarci l’uno all’altra in modo indissolubile, trasforma e perfeziona i nostri doni battesimali. Passiamo da una condizione di battezzati a una di sposati dove diveniamo dono l’uno per l’altra e dove a donarci è Dio stesso.  Nelle prossime riflessioni andremo a comprendere come si modificano questi doni battesimali nel sacramento del matrimonio. In via generale si può anticipare che il battesimo è la nostra porta per entrare in un cammino che si conclude nella vita eterna. Il paradiso è un amore sponsale dove amiamo Dio come la sposa ama lo sposo, in modo diretto e faccia a faccia. Il paradiso è un abbraccio eterno con Gesù. Cosa accade nel matrimonio? Accade che la nostra meta resta la stessa, la nostra sponsalità è sempre con Cristo, ma ci viene chiesto, e siamo abilitati per farlo, di amare Dio attraverso la persona che Lui ci ha messo accanto. Lo sposo per la sposa e la sposa per lo sposo divengono mediatori dell’amore di Dio e per Dio. Più io sposo  sarò capace di amare la mia sposa come Dio la ama, con la Sua modalità, la Sua tenerezza, la Sua misericordia e la Sua fedeltà, e più sarò pronto per le nozze eterne. Al contrario più disprezzerò e tradirò l’amore per la mia sposa e più sarò impreparato, o addirittura incapace, ad accogliere e a rispondere all’amore infinito di Cristo.

Continua

Antonio e Luisa

Ho portato la croce, come Lui.

Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco è uscita ormai da un anno. Era il mese di aprile del 2016 quando è stata resa pubblica. Il risultato di due sinodi sulla famiglia, un vero dono per il nostro tempo e bussola di navigazione per le famiglie cristiane.  Sebbene Papa Francesco abbia più volte ribadito che non è il documento che autorizza i divorziati risposati a riaccostarsi all’Eucarestia (anche se apre alla valutazione caso per caso) i media ne hanno fatto il centro di tutto il documento. Cori di approvazione e di gioia si sono alzati dalla società civile e politica, perché finalmente la Chiesa ha cancellato questa discriminazione insopportabile, questo retaggio di una morale stantia e non al passo con i tempi. D’altronde oggi tutto è fluido, il lavoro, la casa, gli interessi e anche la famiglia non fa eccezione. Il divorzio breve, da poco approvato anche in Italia è la prova che lo stato non ha interessa a mantenere stabilità ma piuttosto ad accontentare questa schizofrenia globale. Sembra tutto bello, basta lacci e catene. L’amore finalmente può essere libero di guidare la nostra vita e il cuore può divenire la nostra bussola. Ma, se vai oltre le statistiche e le leggi, e incontri e conosci le persone che vivono tutto questo disastro, trovi tanta povertà, insoddisfazione e sofferenza. Ferite aperte che si continuano a curare con medicine sbagliate. Non va tutto bene. Mi viene un’immagine forte. E’ come se gli uomini come Adamo ed Eva avessero mangiato dell’albero del bene e del male e si fossero scoperti nudi, si fossero scoperti fragili e incompleti. Come se volessero continuare a ritrovare la pienezza dell’origine, restare nellEden, nascondendosi da Dio. Una continua ricerca del paradiso perduto che però sbaglia il bersaglio e non può che comportare ulteriore sofferenza e dolore.

Ho trovato invece pace, consapevolezza e speranza, seppur vissute nella sofferenza dell’abbandono, proprio in quelle persone che hanno subito la separazione, hanno visto colui o colei che ha promesso di amarle per sempre calpestare quella promessa senza vergogna. Ne ho incontrata una. Si tratta di una giovane donna che non avrebbe difficoltà a trovare una nuova famiglia. Ma è quello che vuole?

Provo a capirlo con lei, ponendole alcune domande. Lei è siciliana e la chiameremo Giusy visto che vuole restare anonima.

Giusy, raccontaci brevemente della tua storia con lui. Del matrimonio.

La nostra è una storia pulita nata tra due ventenni, cresciuti insieme nel rispetto e sulla fiducia reciproca. Complici e rispettosi l’uno delle idee e dei valori dell’altro, dopo anni di fidanzamento abbiamo deciso di sposarci ma la vita è stata caina con noi, quello che sarebbe dovuto essere il periodo più felice della nostra vita, è stato caratterizzato da lutti che evidentemente, piuttosto che avvicinarci, ci hanno allontanato. Probabilmente il dolore ci aveva cambiati e mentre io chiedevo del tempo per guarire…lui si sentiva sempre più solo…lui gridava il suo bisogno d’amore…io presa dal mio dolore non ho capito.

Quando lui se ne è andato come ti sei sentita? Quale è stata la tua prima reazione?

Ero incredula, non pensavo che sarebbe potuto accadere a noi due, che quei ragazzi pieni aspettative, di vita e d’amore si fossero persi per davvero. Pensavo che tutto si sarebbe risolto, che fosse preso dalla rabbia, dalla delusione e invece, aveva tutto chiaro, come mi disse un prete, nessun uomo lascia la propria moglie per tornare dalla madre…c’era già l’altra, ed io non mi ero accorta di nulla.

Quanto è stato importante per te credere nel sacramento del matrimonio nonostante tutto?

I lutti precedenti avevano fatto si che mi allontanassi da Dio…la separazione mi ha riportato a Lui e messa da parte la fede nuziale (che ahimè, a malincuore ho dovuto sfilare dal dito), ho ritrovato la fede in Dio, quelle parole pronunciate sull’altare, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia, mi rimbombano nella mente…ho scoperto cosa significa vivere nella cattiva sorte, l’ho promesso a Dio che ci sarei stata…e non me la sento di venir meno alle mie promesse.

La tua fede in questi anni di prova come è cambiata? E’ maturata?

La mia fede è cresciuta, in Dio trovo la forza per affrontare i momenti bui di cui è piena la mia vita. Dicono che la separazione sia un lutto a tutti gli effetti, io di lutti gravi ne ho vissuti nella mia vita e posso smentire questa affermazione…un lutto lo elabori, trovi la pace perchè ad un certo punto accetti che chi non c’è più è tra le braccia di Dio, una separazione no…è molto più laboriosa, chi non c’è più, chi ti ha abbandonato, ferito, rinnegato, umiliato, diffamato lo ha fatto perchè ha deciso di farlo, perchè non ha saputo dir di no al peccato, perchè preso dalla sua debolezza, non ha saputo dir di no al male.

Come hai fatto a trovare la forza per perdonare tuo marito?

Perdonare? è un parolone…non credo di odiare chi mi ha fatto del male, ho molta rabbia, sono profondamente delusa perchè, chi mi avrebbe dovuto difendere, in realtà mi ha ucciso…e lo ha fatto con le parole, con le umiliazioni, rinnegando quel noi che Dio aveva sigillato. Sto lavorando sul perdono, più che altro, provo profonda pena nei confronti di chi, non ha capito cosa è il vero amore, nei confronti di chi, è andato via venendo meno alle sue promesse, solo per del sesso. Prego continuamente per la conversione di questo uomo e seppur con difficoltà, cerco di pregare per lei, affinchè riconosca che quello non è il suo ruolo, vada via, lasciando in pace la mia famiglia, restituendomi la mia casa

Perché pensi che non sia possibile per te stare con un altro uomo?

Provo amore per il mio “carnefice”, non riesco neanche ad immaginarmi con un altro uomo, chiedo a Dio discernimento, di aiutarmi a capire, non credo ci saranno altri uomini dopo lui, ho tolto la fede al dito, ma io sento che quel legame va al di là della presenza fisica…c’è un filo sottile che ci unisce, il sigillo di Dio sento non spezzerà mai ciò che è stato.

Cosa ti senti di dire a chi come te non vuole mollare e crede ancora nel suo sacramento nonostante tutti, amici, colleghi e parenti non capiscono questa scelta?

Credo fermamente che chi non si trovi in una situazione simile, non possa capire. Non è facile seguire la croce e non sono nessuno per dire alla gente ciò che è giusto e ciò che non lo è, sento però di dire che, chi sente di dover seguire gli insegnamenti di Dio, chi si sente fedele nonostante l’infedeltà del proprio coniuge, non stia ad ascoltare nessuno se non il proprio cuore. Siamo saliti in croce con Gesù Cristo, in realtà mi sento onorata di poter dire, anche io, in minima parte, ho portato la croce, come Lui.

Le persone come Giusy sono una pietra d’inciampo. Meglio ignorarle o considerarle delle sfigate. Dicono alla nostra povera società malata ed individualista che si può essere fedeli a una promessa fatta a una persona, senza porre condizioni. Dicono alla nostra società che l’amore non è solo un cuore che batte ma anche sofferenza e forza di volontà. Dicono alla nostra società che Gesù non è morto invano, che ci si può fidare di Lui e che dopotutto quella croce è sempre meglio della incapacità di rispondere alla vocazione all’amore che ognuno di noi ha. Quelle persone, che portano la croce come Gesù,  che mostrano al mondo che la fedeltà nella sofferenza non solo è possibile, con la grazia di Dio, ma può incredibilmente donare pace e senso. Queste persone sono esempio e fonte di meraviglia e speranza per tutto il popolo di Dio

Antonio e Luisa

L’amore ha bisogno dell’infinito

Qualche giorno fa ho seguito la bellissima trasmissione “Beati voi” su TV2000. Veramente fatta bene. Tutto girava intorno alla figura di Santa Rita e tra i tanti spunti mi ha colpito particolarmente l’intervista a un grande portiere del passato, Giovanni Galli. Galli, molto credente, ha dovuto affrontare un grave lutto. Quindici anni fa il figlio diciassettenne morì a seguito di un incidente in motorino. Giovanni non si è lasciato vincere dalla disperazione grazie alla sua fede e alla sua famiglia. Giovanni non nega il dolore che dice l’accompagnerà tutta la vita ma mostra come nell’affidamento a Dio e nella speranza della vita eterna si possano affrontare tutte le prove di questa vita. Tutto ciò è possibile perchè il suo amore che necessita di infinito, non è assolutizzato in una persona, nella moglie o nei figli, che può lasciarci e morire ma trova concretezza nell’Amore, in colui che è l’amore e l’amore infinito. Mi viene in mente un passaggio della Bottega dell’orefice,  opera teatrale scritta da Karol Wojtyla:

Voglio dire che la gente si lascia trascinare dall’amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell’assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare d’innestare questo Amore nell’Amore che ha una tale misura. Non hanno neanche il sospetto  di questa necessità perchè sono accecati non tanto dalla forza del sentimento quanto dalla mancanza d’umiltà. E’ una mancanza d’umiltà verso quello che dovrebbe essere l’amore nella sua vera essenza.

Prendetevi qualche minuto per ascoltare l’intervista, ne vale davvero la pena.

Antonio e Luisa