Servire la comunità attraverso l’amore sponsale.

 

86. «Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che restano fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza che offrono. Grazie ad esse, infatti, è resa credibile la bellezza del matrimonio indissolubile e fedele per sempre. Nella famiglia, “che si potrebbe chiamare Chiesa domestica” (Lumen gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità. “È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita”

87. La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana»

88. L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. «Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole. In questo amore celebrano i loro momenti felici e si sostengono nei passaggi difficili della loro storia di vita […] La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»,[103] tanto per la Chiesa quanto per l’intera società.

I punti 86, 87 e 88 di Amoris Laetitia mettono in risalto una realtà poco evidenziata e poco accolta dalla Chiesa o da parte di essa, una realtà che fa fatica ad affrancarsi, ma che è determinante per il futuro della Chiesa. Il Papa riconosce a noi sposi una missione che è diversa da quella dei consacrati ed è diversa da quella dei laici singoli. Noi siamo sposi e come tali dobbiamo operare all’interno della nostra comunità. Spesso i parroci ci domandano di occuparci di mille attività (per es. coro, catechismo, oratorio), ma spesso non hanno la sensibilità e la formazione necessarie a comprendere che noi, per essere davvero utili alla nostra comunità, abbiamo bisogno di crescere come coppia e come famiglia; abbiamo bisogno di uno spazio di confronto dove affrontare le nostre difficoltà su quella che deve essere la nostra prima missione nel mondo, cioè vivere un matrimonio santo; abbiamo bisogno di uno spazio dove non sentirci soli nella nostra scelta di essere sposi in Cristo. La pastorale familiare e l’accompagnamento delle famiglie giovani all’inizio del loro cammino è spesso assente o poco curata.  Va bene quindi aiutare la propria comunità per quello che si può, ma non va più bene quando questi impegni sommati ai tanti altri che riempiono le giornate delle nostre famiglie vanno a soffocare la relazione tra gli sposi. Dobbiamo aver ben presente che la nostra missione più importante che Dio ci ha affidato è quella di mostrare l’amore tra due persone, che diventa specchio di quello di Dio. Con il nostro amore dobbiamo essere speranza e luce per un mondo disperato. Dobbiamo essere piccola Chiesa per i nostri figli e per la nostra comunità. Dobbiamo nutrire il nostro amore con il dialogo e la tenerezza e sappiamo che questo è spesso possibile solo la sera e durante il fine settimana. Per questo  Padre Bardelli, il nostro padre spirituale, ci diceva sempre di prendere impegni serali solo per al massimo due giorni a settimana in modo che i restanti cinque potessimo occuparci dei bambini e di noi come coppia. L’impegno per la comunità e per Dio non deve diventare una compensazione di quell’appagamento che non troviamo in  casa, ma al contrario l’amore che nutriamo e che generiamo all’interno della coppia deve traboccare e diventare servizio per i figli e la comunità. Dobbiamo ricordare che siamo sposi, che il nostro rapporto con Gesù è vero quando non è più un fatto personale, ma diventa vero quando passa attraverso la mediazione del nostro coniuge. Amiamo Gesù in e attraverso nostra moglie e nostro marito.

Antonio e Luisa

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