Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 1 parte

Non far decidere ad una “sliding doors” ma a chi “sceglie” facendo nuove tutte le cose!
Non si può dire certo che la nostra vita non sia condizionata dagli eventi, e che questi non la determino in modo così profondo attraverso gli incontri che facciamo. Possiamo incontrare la persona giusta al momento giusto e trovarne giovamento, fare la scelta sbagliata nel momento sbagliato e portarcene dietro il peso per anni. Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: “sliding doors” un porte scorrevoli che si aprono piuttosto che chiudersi cambiando la vita e il corso della propria storia.
Ecco la misericordia non è una “sliding door”, la misericordia è una porta sempre aperta, con qualcuno che ne custodisce la breccia e ha deciso che, nonostante tutto, quel passaggio sicuro tra i confini della nostra debolezza e le frontiere del nostro dolore, non dovrà mai chiudersi.
Lc 10 29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”
E’ bello che vedere che non tutte le domande evangeliche sono domande legittime, domande che purtroppo sono gravide di una falsa giustificazione, ma che sono giustificate dalla difficoltà dell’esperienza del prossimo. Realtà così complessa, quella del prossimo, già testimoniata in modo quasi cinico dalla Scrittura, che nella sua lingua d’origine documenta la parola prossimo con le stesse radicali del termine “male” r’ e inoltre, la parola fratello con le stesse lettere dell’interiezione di dolore “ahime” aḥ. Il prossimo molte volte è il nostro fallimento, un fallimento che ci porta a scendere da Gerusalemme a Gerico, compiendo un tragitto molto più breve di 30 km, curvando il collo con un viso rabbuiato che cerca consolazione dove può trovare solo rapina: la delusione viene rapinata dalla tristezza e la tristezza ti lascia mezzo morto.
Ora la domanda è: chi passerà accanto a te per salvarti, e tu lascerai che qualcuno possa farlo? La sfida che il buon Samaritano, di Colui che è stato chiamato sprezzantemente samaritano, il Signore Gesù, è soccorrere chi è stato colpito dalla persona amata e dare il coraggio della riconciliazione. Uno dei passaggi più liberanti e consacranti nella coppia sta proprio nel lasciarsi risanare da chi ti ha ferito, ricongiungere lo strappo non con un panno grezzo ma tessendo un vestito tutto nuovo: questo è perdonare, questo è chiedere perdono, tutto ciò è lasciarsi perdonare e dire: non voglio farlo più, aiutami! Gesù Samaritano apre gli occhi su una realtà fondamentale: essere capaci di distinguere e capire chi è il proprio nemico. Contestualizzando il brano del vangelo, nel paesaggio che lo racchiude, non è difficile immaginare che l’attenzione piuttosto che rivolgersi ai briganti, è da prestare al luogo dove questi era quasi certo che fossero per tendere l’agguato. Il deserto di Giuda infatti, più volte citato nella scritture e nei salmi, è percorso da un’unica strada che congiunge Gerico e Gerusalemme, e tale via s’infittisce in una coltre di pendii scoscesi e vicoli ciechi dove è ignaro ciò che si possa trovare, oltrepassato il limite delle curve strette che li delimitano. Il Deserto di Giuda è ricco di una fascino contrastante poiché puoi ammirarne la bellezza dalle sommità delle sue alture, così come si ammira un gregge che si muove disomogeneo nella sua spontaneità, ma può risultare spietato quando lo percorri nei suoi sentieri sempre come un gregge che spostandosi calpesta tutto ciò che ha a tiro.

Sal 113,6 Perché voi monti saltellate come arieti e voi colline come agnelli di un gregge?
Una zona di questo deserto, situata sempre tra le due città è chiamata ma’aleh addummim ossia le alture insanguinate. Ciò significate che tutti i personaggi di questa parabola del vangelo sapevano che era rischioso percorrere quella strada, lo fanno per motivi diversi ma una cosa è certa: si stavano spostando da una città ad un’altra affrontando un rischio. Al netto di questo forse dobbiamo cercare di capire non tanto perché i briganti hanno attaccato l’uomo, non tanto perché il levita e il sacerdote non si fermano, o perché quell’uomo volesse passare di li. La cosa interessante su cui interrogarsi è il perché avessero lasciato una città per recarsi altrove. Il vero brigante è chi ti ha fatto prendere una strada pericolosa.
Del levita e del sacerdote conosciamo il percorso ma non la direzione, questo ci concede di cogliere alcuni elementi del loro atteggiamento. Entrambi si stavano muovendo nel loro territorio, tanto che la loro meta non è chiara, tutto era loro, tutto era scontato, erano estremamente sicuri.
L’abbondanza di sicurezza li conduce però lontano dalla loro ragione di vita: stare nel Tempio del Signore.
La città di Gerusalemme e il Tempio, il palazzo del re e la sua rocca forte sono stati sempre accumunati dal descrivere un’unica realtà teologica e cioè il rifugio nella forza e nel baluardo che Dio è cf Sal 46,2—Sal 48,4. Il levita e il sacerdote sembrano aver ormai frainteso la sostanza fondante delle costruzioni simbolo della Città Santa, quindi esse non sono più rifugio per il perseguitato ma diventano lustro aristocratico, vezzo nobiliare, non è più Dio che santifica il Tempio, ma è il Tempio che obbliga Dio a stare lì e perciò tutto orbita verso il Tempio, tutto orbita verso di me. Questo processo è l’antitesi di un cuore misericordioso, poiché espressione di una persona che non è più vera ma costruita. Tale persona all’interno delle relazioni, ha sempre il sorriso stampato sulle labbra e non capisce perché gli altri non ce l’abbiano, questo individuo si presenta come il paradigma di ogni situazione dove ognuno deve comportarsi secondo suoi canoni e capacità, detto personaggio è un instancabile motivatore che non si capacità perché chi è accanto a lui arranchi non sia contento o faccia fatica. Un tale tempra d’umano è simile a chi predica che va tutto bene quando è la sua cecità la causa della sofferenza della coppia, della famiglia o della comunità, è colui che risponde a chi gli dice : “sto male non ce la faccio, le cose non vanno bene” con un “non è vero che stai male, perché io sto bene, va tutto benissimo e poi io sto gestendo al meglio”!
Non è più Dio che santifica il tempio, ma è il Tempio che rende Dio glorioso, non è più la persona che amo la ragione della mia vita, ma è la persona che amo a doversi sentire onorata di far parte della mia vita così perfetta e gratificante, ma così tanto triste da essere straordinariamente sola, invece che lenta faticosa proprio perché piena di amore unico e particolare che non recalcitra nel correre un rischio: sporcarsi le mani con chi è mezzo morto!

(Continua)

Fra Andrea Valori

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