Il matrimonio secondo Pinocchio /14

Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse: – Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia. – Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle. – Sbucciarle? – replicò Geppetto meravigliato. […] – Voi direte bene, – soggiunse Pinocchio, – ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire.

Siamo di fronte ad un altro mistero del cuore dell’uomo: il Padre non fa in tempo ad usare misericordia che già avanziamo delle pretese. I nostri anziani erano soliti apostrofare “non sei mai contento” al ragazzo che avanzava sempre più pretese, ed in effetti siamo un po’ tutti così, ma proviamo a scavare un poco più a fondo per capirne meglio le dinamiche.

Ci sono molte scene di film in cui l’imperatore amministra la giustizia ed il suo giudizio è inappellabile, spesso il suddito aspetta con timore e riverenza la decisione, la maggior parte delle volte col viso a terra perché non degno nemmeno di guardare negli occhi il suo re; quando poi arriva la sentenza, il suddito si vede costretto a lodare la saggezza dell’imperatore nonostante possa risultare sconveniente per sé o per la propria famiglia; il suddito obbedirà senza se e senza ma.

Spesso riteniamo una scena simile come normale e in fin dei conti giusta -poiché al re spetta la dovuta riverenza ed il suddito deve rispettare ossequiosamente le leggi- ma quando il re non è un monarca terreno ma è il Re dei Re -cioè Dio- allora cambia tutto, ci sentiamo in diritto di replicare alla giusta sentenza o alla scelta fatta, e ci impuntiamo come Pinocchio che non vuole le bucce delle pere.

Le persone che usano l’arroganza come via per ottenere spesso sono persone che sono state trattate coi “guanti bianchi” fin dalla più tenera età; senza fare di queste righe un trattato di psicologia comportamentale né di pedagogia proviamo solo a mettere a fuoco alcune dinamiche familiari sperando di essere d’aiuto a tante coppie.

Qualche esempio di “figli unici” spesso tanto attesi e desiderati dai genitori:

  • unici dopo innumerevoli tentativi di gravidanza andati a vuoto
  • oppure sono i primi ma ahimè restano anche gli ultimi perché sopraggiunge una malattia che rende impossibile una nuova gravidanza
  • a volte succede invece che sono i secondi e ultimi dopo il fratellino-la sorellina abortito/a
  • altre volte ancora sono gli ultimi di sei figli ma hanno col quinto 10 anni di differenza e quindi sono arrivati quando la mamma pensava di essere quasi in menopausa

Come si può notare i casi sono svariati e sicuramente non li abbiamo menzionati tutti, ma non è così importante la casistica quanto invece vedere cosa abbiano in comune queste situazioni.

Nel primo caso sono visti come i figli del miracolo e quindi trattati alla stregua di un gioiello prezioso da mettere in cassaforte, con i genitori pronti a dar battaglia a chiunque osi anche solo sfiorarli, vengono protetti da tutto e da tutti, anche dalle sanissime esperienze di sbucciarsi le ginocchia o di prendersi una sonora sgridata dagli insegnanti.

Nel secondo caso sono un dono immenso -almeno sono percepiti come dono- e quindi i genitori confluiscono su quell’unica creatura tutto l’amore, l’affetto e le attenzioni che avrebbero voluto riversare sui loro 5 figli ipotetici del loro iniziale progetto, ma siccome dentro hanno tanto amore da dare non si accorgono che il troppo stroppia ed il rapporto si trasforma in ansietà assillante per il figlio.

Nel terzo caso invece i genitori vivono il mortifero dramma dell’aborto, esperienza che lascia dietro di sé tanta angoscia e senso di colpa che tormenta, per compensare questo vuoto compensano con un nuovo figlio che diventa quindi il figlio tappa-buchi.

Nel quarto caso i genitori sono troppo anziani e/o stanchi per sopportare la fatica dell’educare: le notti agitate o insonni, i pianti a squarciagola per un nonnulla, i primi no, ecc…

Il comune denominatore in tutti questi casi è che il figlio riceve troppe attenzioni, abituato com’è ad avere tutto e subito, cresce convinto che anche il mondo fuori casa funzioni così, ottiene qualsiasi cosa a qualunque costo -anche con l’arroganza- come quando da piccolo pestava i piedi o urlava a squarciagola finché non otteneva la soddisfazione del capriccio immediato.

Questi vissuti infantili sono un po’ alla base di alcuni atteggiamenti arroganti di molte persone, le quali si sentono sempre più onnipotenti fino a sfidare l’unico davvero Onnipotente. Naturalmente queste poche righe non hanno lo scopo di risolvere gravi situazioni ma le offriamo come un aiuto per capire da dove potrebbe partire la nostra presunzione; presunzione che si traduce in comportamenti malsani nella relazione col nostro coniuge, il quale poco a poco diventa il servo dei nostri capricci e non il destinatario del nostro amore.

Intanto il buon Geppetto saprà saggiamente aspettare che passi il capriccio del momento finché Pinocchio si faccia andar bene persino le bucce delle pere dapprima scartate con tanta sufficienza.

Cari sposi, stiamo attenti a come ci comportiamo col nostro coniuge, perché spesso quell’atteggiamento arrogante è sintomo di un cattivo rapporto col Padre. Un ultima considerazione: noi genitori siamo -anche dal punto di vista psicologico- la prima pallida icona, la prima forma vissuta di rapporto con Dio Padre -dal quale proviene ogni paternità quindi anche la nostra- perciò se noi abituiamo i figli ad avere tutto e subito, essi penseranno che anche il vero Genitore, il Padre celeste, sia uno da cui pretendere che ci tolga le bucce dalle pere! Chi ha orecchi per intendere…

Giorgio e Valentina.

I nuovi screenshot!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 1,16-25) Fratelli, io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. […]. Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità dell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. […]Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, […] e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.

Le lettere paoline hanno il pregio di toccare diversi temi con uno spiccato senso pratico, oltre a delineare un identikit del cristiano che si ritrova a vivere in una società a lui ostile. Per questo motivo tale brano risulta particolarmente adatto al nostro tempo di confusione dove il mondo vuole appianare tutto, livellare tutto, vuole una moralità fluida, capace di adattarsi alle varie circostanze non avendo una propria identità.

Ci vorrebbe così assuefatti alla moda del momento presente, ma pronti a confluire in una nuova moda l’indomani per poi assecondarne una terza appena se ne presenti l’occasione; va da sé che in questo modo vengono distrutti tutti i valori cristiani ed umani, le persone diventano pronte a tutto ed al contrario di tutto, ponendo sullo stesso piano scelte morali ed immorali, anzi togliendo il concetto stesso di moralità asservendolo ai propri desideri. Ce lo conferma la fine di questo brano: “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore“.

Oltre ai disastri sul piano morale e sociale, ci sono disastri ben più gravi sul piano spirituale, c’è in gioco quindi non tanto la felicità e la pace del cuore su questa terra, quanto la beatitudine eterna; il cuore dell’uomo anela alla felicità, e come non bramarne il possesso per l’eternità? Impossibile!

Ma come restarne alla larga da questa pericolosa onda fluida? Ci viene in soccorso San Paolo con questo brano: innanzitutto ci conferma che il Vangelo “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” ma esso ha bisogno di trovare accoglienza nel cuore dell’uomo, altrimenti sarebbe una dittatura da parte di Dio, il Quale vuole essere ricambiato nella libertà. Paolo ci ricorda che la prima lettera di Dio all’uomo è la Creazione, attraverso la quale è possibile col solo intelletto, con la sola ragione umana ancor prima della fede divina, conoscere che Dio esiste arrivando così ad una primordiale conoscenza di Dio e della Sua potenza.

Viviamo in una società che è stata sistematicamente sempre più scristianizzata e perciò è disorientata, il nostro compito come sposi è quello di essere come delle fotografie del Signore in giro per il mondo, come se fossimo dei Suoi continui screenshot viventi che camminano per le strade del mondo in cui siamo chiamati a vivere.

Se contemplando la creazione, con la sola propria ragione l’uomo può arrivare alla certezza che Dio esiste, il nostro compito di sposi è aiutare i “lontani” a capire che la prima creazione da contemplare sono loro stessi con la meravigliosa, unica ed irripetibile miscela tra il proprio corpo e la loro anima, un sapiente connubio che anela all’eternità.

La nostra castità matrimoniale vissuta in tutte le sue forme deve essere un punto di riferimento per essi, aiutarli a capire -anche con le parole- che il proprio anelito di vita felice si realizza pienamente nel rispetto del proprio corpo e non nella mercificazione di esso; il mondo li spinge invece verso la mercificazione del corpo su vari livelli: pornografia, vestiario provocante e sexy, corpi sempre performanti e muscolosi per lui, sempre in linea e magri per lei, maternità e paternità a comando per soddisfare se stessi e non come dono totale e gratuito, scorporazione del sesso dalla sessualità così da trasformare il corpo in un continuo “Luna-Park” aperto H24.

Cari sposi, molte coppie sono state ingannate da questo mondo e non si accorgono di aver cercato risposte sbagliate alle domande giuste del proprio cuore e del proprio matrimonio. La nostra vicinanza li può aiutare a intravedere una speranza bella, una speranza di felicità piena che troverà il suo compimento solamente in Paradiso. L’orizzonte piccolo e povero di questo mondo non riesce a soddisfare pienamente l’anelito del loro cuore, ed è così che passano da un piacere all’altro in cerca di un significato ultimo, ma i piaceri di questo mondo durano pochi istanti e ci si trova impigliati in una ossessionata ricerca di qualcosa che colmi il vuoto lasciato dall’assenza di Dio.

San Paolo ammonisce severamente i pagani del suo tempo ed anche oggi c’è bisogno di tanti sposi che ammoniscano i pagani del nostro tempo, aldilà del linguaggio usato la verità resta tale, per cui dobbiamo trovare il modo, le parole e gli atteggiamenti più idonei per ammonire i pagani del nostro tempo. Dobbiamo ammonirli ricordando loro che non si può adorare e servire le creature anziché il Creatore.

Non a tutti gli sposi è chiesto di ammonire con la parola, si può ammonire anche con uno sguardo, con un silenzio, con un gesto di disapprovazione, ma mai dobbiamo far l’errore di ergerci a superiori, il nostro ammonimento deve avere come unico scopo la loro salvezza, e sperimenteremo che davvero il Vangelo è potenza di Dio, ovvero l’annuncio che Gesù Cristo ci ha salvati per fare nuove tutte le cose, anche il nostro matrimonio. Coraggio sposi, la prima verità da rispettare è dentro noi stessi.

Giorgio e Valentina.

Giona nella balena…

Dal libro del profeta Giona (Gio 1,1 – 2,1.11) In quei giorni, fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore. Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. […] Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia». […] Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. […] Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia.

Sono in molti ad aver imparato al Grest la simpatica canzonetta che racconta di Giona nella balena, ma forse non tutti sanno com’è andata la storia. Negli spezzoni del brano sopra citato -letto nella Messa di ieri- si narra la vicenda di come Giona si imbarchi per Tarsis al fine di sfuggire alla missione affidatagli dal Signore. Dopo qualche peripezia, Giona si ritrova sulla spiaggia e riceve per la seconda volta il comando del Signore di andare a Nìnive.

Aldilà della disquisizione sulla balena, quello che ci interessa è che il Signore voglia salvare gli abitanti di Nìnive perché stanno rischiando grosso, costi quel che costi; è disposto a tutto pur di salvare il salvabile, scatena addirittura una tempesta per bloccare la fuga di Giona, si inventa di farlo inghiottire da una “balena-grosso pesce” per riportarlo a riva… insomma quando il Signore si mette in testa un progetto niente e nessuno lo può fermare e non desiste dal Suo intento perché il Suo intento è salvezza. Ora, ci si presentano tre riflessioni:

  • la malvagità degli uomini scatena il progetto di salvezza del Signore prima ancora dei Suoi castighi
  • la nostra resistenza -come Giona- al comando del Signore ovvero la ribellione alla propria vocazione
  • la meravigliosa notizia che il Signore le escogita tutte pur di raggiungerci con la Sua salvezza.

Sono tre argomenti che meriterebbero approfondimenti dedicati e ci porterebbero molto lontano ma per necessità di sintesi cercheremo di focalizzare ognuno in un aspetto.

  1. La malvagità degli uomini -la nostra malvagità- non cade nel vuoto, non è inascoltata dal Cielo, non è che Dio si giri dall’altra parte e faccia finta di niente, i nostri peccati feriscono il Suo Cuore Sacratissimo; troppi sposi cristiani si lasciano sedurre dalle sirene della lussuria pensando di agire nel nascondimento, illudendosi che Dio non li veda e che poi si azzeri tutto come quando arrivi in cassa e ti fanno lo sconto del 50%.
  2. Molte coppie di sposi si ribellano alla propria vocazione su tematiche come quella del sacrificio di se stesso, la rinuncia alle proprie vedute in vista del bene maggiore che è il “noi”, non vogliono fare la fatica di cambiare il proprio ego affinché l’altro sia amato, non si vogliono rendere amabili per l’altro e pretendono che lei/lui li ami, li accetti, li perdoni così come sono: ruvidi, acidi, spinosi, scontrosi, burberi, sgarbati e scortesi.
  3. Tanti sposi rinunciano -peggio ancora se snobbano- troppe volte alle molteplici occasioni di Grazia che il Signore elargisce loro -ostinato com’è nel Suo progetto di salvezza- pensando che le occasioni di salvezza siano infinite… ci penserò un’altra volta… si atteggiano come con la famosa “dieta del Lunedì” che non comincia mai. Anche noi sposi siamo a volte come Nìnive, ed ogni coppia ha il proprio Giona che viene ad annunciare la salvezza del Signore: non dobbiamo commettere il gravissimo errore di non ascoltarlo, di non cogliere l’occasione propizia per convertirci, il Signore cercherà di salvarci ad ogni costo ma ogni Grazia è come un treno che passa, quando è perso non torna più indietro.

Cari sposi, il Signore ci ha costituiti Suo sacramento vivente affinché siamo l’uno per l’altra strumento della Sua Grazia. Riprendiamo con coraggio il cammino del matrimonio sapendo che il Signore si fida di noi per amare l’altro al posto suo.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /13

Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per le gote, gli disse singhiozzando: – Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi ?

Questo passaggio del settimo capitolo viene così commentato dal compianto cardinale G. Biffi:

Geppetto (ovvero il Padre) ha subito il cuore toccato dalla commozione al vedere lo stato miserando della sua creatura: creatura ribelle, ma sua; capricciosa e ostinata, ma opera delle sue mani; lontana e diversa, ma frutto di un pensiero d’amore.

Questo atteggiamento di Geppetto rivela una caratteristica della misericordia di Dio: la tenerezza. Questo attributo è uno tra i tanti dimenticati nella relazione sponsale; se però continuiamo a ripetere che la relazione sponsale richiama l’amore trinitario e deve esserne una -seppur pallida- icona, allora la tenerezza entra a gran titolo tra le peculiarità all’interno dell’amore coniugale.Questo è talmente caratterizzante che chi si lascia permeare dalla tenerezza -divina- diventa inevitabilmente tenero anche al di fuori della relazione sponsale, diventa un modus operandi anche come genitore e/o come educatore.

Ma per capirla un po’ meglio dobbiamo analizzare il comportamento del nostro falegname; egli, appena visto Pinocchio in quella situazione, non infierisce sul burattino con invettive e filippiche di sorta, ma comincia a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine piangendo per la situazione in cui si è ridotto il figliolo, solo dopo chiederà a Pinocchio di prendere coscienza di ciò che è successo. A noi è successo di litigare proprio poche ore prima che nascesse la nostra quarta figlia, ma ciò che ci ha rappacificato e fatto ravvedere è stata la tenerezza di una bimba che scalpitava per uscire, un messaggio chiaro ed esplicito di come si prendono più mosche con un vasettino di miele che con un barile di aceto.

Il Padre si comporta proprio così quando noi ci allontaniamo da Lui, dapprima fa sentire il suo delicato ma risoluto toc-toc alla porta del nostro cuore, poi ci coccola con mille baci e moine sì da indurci al pentimento, perché la Sua tenerezza è più forte della desolazione e della schiavitù del peccato, la Sua tenerezza scioglie i cuori più induriti meglio di mille confezioni di Viakal. Cari sposi, se vogliamo che il nostro matrimonio torni ad avere il sapore del Cielo dobbiamo imitare Geppetto.

Quante volte invece ci scagliamo contro l’altro ancora prima che si accorga di aver sbagliato? Le nostre braccia, il nostro volto, le nostre lacrime, le nostre mani, le nostre labbra devono essere permeate della tenerezza di Cristo affinché il nostro amato coniuge sia attirato come le mosche dal vasettino del miele della nostra tenerezza, della nostra compassione; i nostri baci, le nostre moine, le nostre mille carezze riescono così a riaccendere nel suo cuore la nostalgia per un amore incondizionato, un amore che ci raggiunge anche quando abbiamo sbagliato.

La tenerezza è in grado di ridare fiducia e speranza ad un cuore ferito, incoraggia ad uscire dalla propria miseria e fa trovare la forza per cambiare, per ricominciare. La tenerezza ci fa sentire amati non per ciò che riusciamo a fare, ma per ciò che possiamo diventare.

Coraggio sposi e genitori, lo stesso comportamento va attuato con i figli ma con gestualità e parole proprie. Nessuno si senta escluso dalla nostra tenerezza, ma per averne bisogna che ci rechiamo continuamente alla fonte.

Giorgio e Valentina.

Abbiamo una missione.

Dal libro del profeta Zaccarìa (Zc 8,20-23) Così dice il Signore degli eserciti: Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: “Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti. Anch’io voglio venire”. Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a cercare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore. Così dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”.

Siamo introdotti nel mese di Ottobre con feste importanti: il primo di Ottobre è Santa Teresa di Gesù Bambino (dottore della Chiesa), ieri era la festa degli Angeli Custodi e domani sarà la festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Sono feste che ci ricordano come la santità sia di casa nella Chiesa e nessun santo si sente straniero in essa nonostante provenga da popolazioni differenti rispetto ad un altro; il nostro compatriota San Francesco non ha girato il mondo eppure è conosciuto in ognidove e Santa Teresina è la patrona dei missionari nonostante non fosse una viaggiatrice ed abbia vissuto i suoi ultimi 8 anni della sua breve ma intensa vita nel carmelo di Lisieux.

Possiamo quindi intuire perché il mese di Ottobre sia considerato un “mese missionario”. Ma qual è la caratteristica di un missionario? Ce ne sono tante, ma ce n’è una, la prima, che è quella che sta a fondamento e dà l’impulso a tutte le altre: il desiderio che tutti gli uomini si salvino, soprattutto quelli che ancora non conoscono il Signore. La caratteristica principale della missionarietà è quindi l’evangelizzazione, ovvero la salvezza delle anime, portare in Paradiso quante più anime possibili.

Il brano oggi proposto ci proietta in un futuro ove anche popoli stranieri verranno a supplicare il Signore a Gerusalemme, ovvero la salvezza del Signore Gesù è offerta a tutti gli uomini, ma affinché questo sia possibile è necessaria la collaborazione umana a questo progetto di Dio, l’evangelizzazione risulta quindi la prima e più importante opera della Chiesa.

E lo si evince anche dal passaggio finale: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”. ; questi stranieri non si muovono per fare una gita oppure si trovano per caso a Gerusalemme, ma si muovono perché hanno udito, cioè è giunta a loro una parola di salvezza, e quindi vogliono andare con entusiasmo incontro alla salvezza. Se nessuno avesse parlato, loro non si sarebbero mossi per andare a supplicare il Signore. Questo è il passaggio chiave sul quale dobbiamo fare una seria riflessione.

Chi ci vede, chi ci frequenta, chi ci sente parlare si accorge che siamo (sposi) cristiani o no? Se non ne hanno nemmeno il dubbio dobbiamo farci un serio esame di coscienza. Peggio ancora se avviene tra le mura domestiche. I nostri figli, i nostri parenti, il nostro coniuge ci riconoscono come cristiani, essi sono oggetto della nostra evangelizzazione? Se così non è significa che non desideriamo che altri si salvino e lasciamo che alla loro salvezza ci pensi qualcun altro, oppure li lasciamo in balìa del mondo o di chissaché. Se il nostro motto è “vivi e lascia vivere” probabilmente ci disinteressiamo anche della salvezza nostra, ed invece dovrebbe essere la nostra prima occupazione, il nostro unico lavoro della vita.

Certamente non dobbiamo assillare gli altri così da ottenere l’effetto contrario, ma la salvezza nostra e quindi quella di chi ci vive accanto non può lasciarci indifferenti; a volte basta un gesto, uno sguardo intenso, una battuta di poche parole, a volte è meglio tacere e pregare poi per quell’anima, non c’è una regola fissa ma se il nostro obiettivo è la salvezza dell’anima lo Spirito Santo ci suggerirà volta per volta parole e gesti opportuni.

Riceviamo molte richieste di aiuto da parte di spose/sposi che lamentano una scarsa partecipazione del coniuge alla vita di fede. Non esiste un manuale da seguire alla lettera per risolvere questi casi, ma c’è la ricetta sempre attuale e sempre nuova della missionarietà ovvero dell’evangelizzazione. Il primo passo è, per così dire, evangelizzare noi stessi, per poi riuscire a mostrare con la vita, più propriamente nella carne del matrimonio, che la salvezza è possibile, che la salvezza del Signore ci raggiunge se noi glielo permettiamo. E non esistono limiti di sorta, poiché il Signore si è immolato per salvare tutto il genere umano; la salvezza portata dal Signore Gesù non toglie nulla alla nostra umanità, al contrario, ci fa più virili o più muliebri.

Le spose diventano più affascinanti con la loro femminilità nuova di “salvate dalla Grazia” e così sono sempre più attraenti ed accoglienti verso il marito sì da attirarlo a sé e quindi a Dio. Gli sposi diventano più affidabili, risoluti, teneri, pacati e miti, così da infondere sicurezza nella propria moglie che si vede confermata nella sua bellezza e nella sua unicità.

Sta a noi sposi e spose trovare poi il modo di comunicare al nostro coniuge che la nostra accoglienza, il nostro amore verso di lui/lei è così vero, bello ed affascinante perché riflette solo una piccola scintilla dell’amore di Cristo e desideriamo per lui/lei il Paradiso. Coraggio sposi, chiediamo aiuto ai nostri Santi Angeli custodi, a Santa Teresina e a San Francesco per assolvere al meglio il compito di essere strumento sensibile ed efficace della Grazia di Cristo.

Giorgio e Valentina.

Ricostruire il tempio

Dal libro di Esdra (Esd 1,1-6) Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, e costruisca il tempio del Signore, Dio d’Israele: egli è il Dio che è a Gerusalemme. E a ogni superstite da tutti i luoghi dove aveva dimorato come straniero, gli abitanti del luogo forniranno argento e oro, beni e bestiame, con offerte spontanee per il tempio di Dio che è a Gerusalemme”». Allora si levarono i capi di casato di Giuda e di Beniamino e i sacerdoti e i leviti. A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme. Tutti i loro vicini li sostennero con oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamente.

Il brano che ci viene proposto nella Liturgia ci ricorda che Dio suscita i cuori di chi vuole Lui per portare a compimento i Suoi insindacabili piani. Basta analizzare un poco la storia della Chiesa per accorgersi che tanti santi hanno incontrato all’inizio del proprio cammino grandi prove e/o sofferenze, situazioni che chiameremmo sfortunate sul piano orizzontale, ma lo Spirito Santo sa scrivere dritto sulle nostre righe storte.

Anche questo brano ci conferma che da una situazione problematica, da un nemico il Signore riesce a trarre un bene maggiore per il popolo di Israele, infatti proprio dal conquistatore di Israele, re Ciro di Persia, arriva l’ordine di costruire il tempio di Gerusalemme. E, come se non bastasse, gli abitanti del luogo -probabilmente non israeliti- hanno dovuto aiutare la costruzione con beni e oggetti di varia natura. Il Signore sa essere anche un burlone, perché dapprima sembra lasciar agire il nemico a briglia sciolte, per poi intervenire sul più bello, quando nessuno se l’aspetta, con le vie che non sono mai le nostre misere vie.

Cari sposi, il vostro matrimonio sembra arrivato al capolinea? Forse il Signore ha preparato anche il vostro “Ciro re di Persia” per farvi tornare a Lui. Non tutto è perduto, ricordate che il Signore fa nuove tutte le cose, e le rigenera dal di dentro, le trasforma in una realtà tutta nuova. Certamente non avviene come per magia, bisogna che anche noi ci mettiamo del nostro, è necessario che doniamo ” oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamenteper costruire il nuovo tempio di Gerusalemme che è il nostro matrimonio.

La ricostruzione del nostro tempio non è solo opera nostra -anche se necessaria- infatti: A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme; questo è di grande conforto perché nella ricostruzione non dobbiamo fare affidamento solo sulle nostre misere forze -le stesse che magari ci hanno portato sull’orlo del bàratro- ma abbiamo lo Spirito Santo che lavora dentro di noi se glielo permettiamo, ma poi ci sono i fratelli nella fede che, a vario titolo e a vari livelli, possono lavorare con noi per costruire non un’opera umana, ma il tempio del Signore che è ogni matrimonio.

Coraggio quindi care coppie, non dobbiamo temere di chiedere aiuto, dobbiamo temere piuttosto di non avere abbastanza umiltà per riconoscerne il bisogno. Nessuna coppia ce la farà mai se conta solo sulle proprie forze, i mariti possono aiutarsi ed incoraggiarsi tra loro, le mogli possono ascoltarsi e comprendersi tra di loro, i sacerdoti possono far passare la Grazia dalle loro mani consacrate, inoltre per problemi specifici ci sono cattolici seri e preparati che con la loro professionalità sapranno essere d’aiuto.

Il popolo di Isarele non ha lesinato nell’usare oggetti preziosi, oro, argento, bestiame, ecc… ovvero non hanno badato a spese per ricostruire il tempio, ma non per la gloria di loro stessi, ma per dare gloria all’Onnipotente. Similmente dobbiamo fare noi non per dar vanto di noi stessi ma per dare gloria a Dio che ci ha uniti nel sacro vincolo, sprecheremmo un tale dono solo per superbia, per orgoglio?

Giorgio e Valentina

Il matrimonio secondo Pinocchio /12

L’inizio del settimo capitolo comincia con la solita satira del Collodi:

Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s’era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento.

Abbiamo già meditato di quanto la risposta del Geppetto assomigli – per non dire che è uguale – a quel: “Io sono – Sono io” più volte presente nella Bibbia, perciò continuiamo tenendo il povero falegname come figura del Padre mentre Pinocchio rimane la nostra controfigura.

Iniziamo con una buona notizia: Pinocchio sente bussare alla porta, ma va oltre poiché nonostante stia ancora sbadigliando domanda “Chi è?“. Molte coppie -ahimé- si accontentano di ciò che dà loro il mondo ed inevitabilmente prima o poi si accorgono del tranello in cui sono cascate – stavano dormendo e russando come Pinocchio – ma quando il Signore bussa alla loro porta, non si scomodano nemmeno per domandare “Chi è ?“. Il buon Dio ha modi e tempi inaspettati e personalizzati per far sentire la propria voce al cuore di ognuno di noi: per alcuni può essere l’invito a partecipare ad un seminario/ritiro al quale si sono liberati proprio gli ultimi posti per l’improvvisa disdetta di qualcun altro, per altri può essere l’occasione di un pellegrinaggio, per altri ancora può essere la predica di un bravo sacerdote ad un funerale o ad un matrimonio, per molti può essere l’aiuto di un vicino di casa, insomma… al Padre non manca la fantasia per bussare. Non è importante la modalità, ma è necessaria almeno la nostra domanda “Chi è?” anche se in realtà scopriamo essere una risposta ad un richiamo.

E non sembra neanche così importante riuscire ad afferrare quella maniglia, basta la volontà di aprirla; infatti il nostro Pinocchio schizza giù dalla sedia dimentico della mancanza dei propri piedi, talmente è tanta l’intenzione di aprire quella porta. Ma Geppetto non si lascerà fermare da nulla poiché legge nel cuore di Pinocchio la voglia di aprire:

[…] – Aprimi! – intanto gridava Geppetto dalla strada. – Babbo mio, non posso, – rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra.[…] Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un’altra monelleria del burattino, pensò bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entrò in casa dalla finestra.

Molti sposi non sanno come rispondere a quel richiamo, a quel bussare… non preoccupiamoci troppo di questo poiché il Padre ci conosce nel profondo, se noi non sappiamo come meglio rispondere ai suoi inviti Lui non ha la pretesa che la nostra risposta sia da manuale, basta l’intenzione forte e decisa, serve quell’entusiasmo di schizzare giù dallo sgabello per correre verso la maniglia. Potremmo essere deficienti dei piedi come Pinocchio, allora ci penserà Lui a passare dalla finestra perché avrà avuto il nostro consenso ad entrare.

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per quel “Chi è?“, non lasciamoci ingannare dalle molte voci che sentiamo fuori dalla nostra porta, solo una è la voce del Padre, con la Sua mano tenera ma decisa che bussa con delicatezza al nostro cuore. Forse non abbiamo le parole giuste, non sappiamo cosa fare perché quel “babbo” lo abbiamo lasciato fuori dalla nostra vita per troppo tempo… non importa; se ci accorgiamo di non avere più nemmeno i piedi per camminare – bruciati nel fuoco del mondo – allora è il momento di tirare l’orecchio, è tempo di svegliarci dal sonno e schizzare giù dallo sgabello – ma si dorme comodi sullo sgabello? – non lasciamoci immobilizzare dalla paura di aprire, Lui non ha paura di entrare nel nostro cuore, nella nostra vita, nel nostro matrimonio… vuole trasformarlo in una casa dove regna l’amore, anzi l’Amore.

Giorgio e Valentina.

L’autorità. Onore e onere.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1Tm 2,1-8) Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche.

In questi giorni la Liturgia propone la lettera a Timòteo, la quale è ricca di suggerimenti ed esortazioni sia per i pastori che per noi pecorelle; in questo brano vogliamo cogliere l’esortazione a pregare per coloro che stanno al potere. E’ interessante notare come la Parola di Dio non rigetti mai l’autorità umana, ma la sproni ad esercitarla nella Verità. Questo accade perché ogni autorità trova il suo principio ed il suo fine nella autorità del Padre, per questo l’autorità umana non viene rigettata né sminuita, ma le viene chiesto di essere conforme alla volontà di Dio.

Un re, un monarca, un capo di Stato è chiamato a governare bene, con rettitudine di intenti, deve verificare che le leggi siano moralmente buone e non disumanizzanti, ed è chiamato a promulgare leggi giuste e non inique, che rispettino una legge che sta più in alto rispetto alle leggi del suo Stato: la Legge di Dio Padre che è una legge che non ha tempo; se agisce così allora usa bene dell’autorità ricevuta ed il Signore lo arma con tutte le Grazie necessarie per portare a termine il proprio compito in mezzo al suo popolo.

Se, al contrario, un capo di Stato promulga leggi inique ed ingiuste, disumanizzanti e contrarie alla Legge di Dio, allora egli sta abusando del potere conferitogli; e questo vale per ogni autorità: il genitore per i propri figliuoli, il nonno per i propri nipoti, l’insegnante a scuola per i propri studenti, il capo-reparto per i colleghi, il dirigente aziendale per i propri sottoposti, il datore di lavoro per i propri dipendenti, ecc… ogni autorità trova il suo principio in Dio e quindi a Lui dev’essere sottomessa.

Qualora l’autorità dovesse imporre un comando immorale ed iniquo, le persone sottoposte non sono tenute ad osservarlo, anzi, sono tenute a disobbedire a tale comando per non offendere Dio:

(Atti 5,29) Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Tutto ciò finora richiamato è un aspetto insito nel quarto Comandamento: onora il padre e la madre. Sul versante educativo quindi vale esattamente per noi genitori ciò che vale per i capi di Stato. Nella storia della Chiesa ci sono stati casi di giovani santi che hanno disubbidito ad un comando iniquo del padre o della madre, l’esempio più eclatante e famoso è sicuramente quello di San Francesco d’Assisi.

Cari sposi, l’articolo di oggi non vuole essere una lezione di teologia morale o simile, ma vuole ricordarci che ogni dono di Dio porta con sé un’onere, se siamo genitori abbiamo una grave responsabilità nei confronti dell’educazione alla fede dei nostri figli, non possiamo disinteressarcene ed esimerci da questo compito relegandolo ad altri per comodità.

Anche gli sposi che non hanno figli naturali hanno un’autorità che va esercitata nel servizio alla santità l’uno dell’altra in primis, ma poi essa si estende nei vari servizi alla Chiesa che insieme decidono di vivere: per esempio verso i figli adottivi o in affidamento, verso i bambini del catechismo, verso i fidanzati dei percorsi pre-matrimoniali, verso gli ammalati che accudiscono, verso i poveri che aiutano, verso i ragazzi che frequentano l’oratorio ove essi operano come educatori.

Il Signore non è geloso né spilorcio nel donare tutti gli aiuti e le Grazie necessarie per esercitare al meglio l’autorità concessa, perciò non dobbiamo preoccuparci dell’aiuto divino poichè è meglio cercare innanzitutto il Regno di Dio, del resto il Signore stesso provvede ai suoi figli così come nutre gli uccelli del cielo.

Coraggio sposi, dobbiamo far di tutto per favorire l’incontro dei nostri figli/ragazzi con Cristo, se incontreranno Lui avremo regalato loro il dono più prezioso.

Giorgio e Valentina.

Buttare tutto nell’indifferenziato!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési (Col 3,1-11) Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! […] Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi. Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. […]

Questo brano paolino è una bellissima esortazione, se immaginiamo l’ardore con cui questo discorso possa essere rivolto da un pastore alle sue pecorelle, sicuramente ne verremmo edificati; se il nostro parroco ci parlasse con grande zelo con queste parole infuocate dallo Spirito Santo probabilmente sentiremmo quella fiamma ardere dentro il nostro cuore e ci spingerebbe a cambiare vita, in sostanza a convertirci con risoluta decisione.

Troppo spesso invece la Parola di Dio viene letta e/o ascoltata durante la S. Messa con superficialità, con freddezza, con distacco, con noia quasi fosse uno dei tanti discorsi propagandistici di qualche politico di moda; ed invece è una Parola viva ed efficace, ma ha bisogno dell’ascolto vero, dell’accoglienza altrimenti resta lettera morta o poco più. Per destare maggior interesse possiamo immaginare che sia il Figlio di Dio in persona a parlare al microfono delle nostre chiese, se ci fermiamo un attimo a pensare ci accorgiamo che Egli è Il Verbo fatto carne, perciò Lui è La Parola di Dio, La Parola del Dio vivente.

E, come spesso accade, La Sua Parola non ha mezze misure col peccato. Col peccato non si scende a compromessi, non si tratta, non si scherza. Il medico quando cura il paziente non si mette a dialogare con la malattia; usando l’immaginazione potremmo vedere il medico che con una mano infilza la malattia e con l’altra tiene per mano il paziente per incoraggiarlo e per ridestare in lui la voglia di combattere, per ravvivare la battaglia contro il male che lo attanaglia.

L’inizio è un po’ insolito con quel “[…[se siete risorti con Cristo“, ma sembra più una domanda retorica, come se Paolo volesse ricordare alle sue pecorelle che col Battesimo esse hanno cominciato una vita nuova. E lo sta dicendo sicuramente anche a noi sposi: cari sposi, se siete sposi in Cristo e siete risorti a vita nuova smettetela di accontentarvi di ciò che vi dà il mondo.

E’ tempo ormai di destarci dal tiepidume e di riprendere in mano la nostra vita nuova, il nostro Santo Battesimo che ci ha donato la vita di Grazia.

E’ un’esperienza che i genitori fanno con i propri figli, infatti quando ormai il bimbo è divenuto grandicello di solito lo esortiamo con parole simili : “adesso sei diventato grande, non puoi più comportarti come un piccolino“, sono parole che vogliono aiutare il bambino a rendersi conto della situazione attuale e nello stesso tempo spronarlo al miglioramento di se stesso, a superare la tappa dell’età inferiore e proiettarlo con gradualità verso l’età adulta. Similmente San Paolo si comporta come questo genitore che vuole proiettarci nell’età adulta, nell’età della vita di Grazia, la vita nuova in Cristo.

E per farlo è necessario abbandonare i comportamenti dell’età inferiore, ovvero i peccati sopra descritti. Assomiglia a quando si fa repulisti in casa, perché si trattiene solo ciò che ancora è utile o buono e si dà via l’inutile, il vecchio; assomiglia anche a quando riempiamo il sacco dell’immondizia indifferenziata: non si sta lì troppo a perdere tempo o perché non ce la si farebbe comunque o perché sarebbe troppo complicato, perciò si butta tutto nell’indifferenziata senza farsi inutili scrupoli.

E col peccato bisogna agire in egual misura, si getta tutto nell’indifferenziato, non possiamo trattenere qualcosa per noi, altrimenti non sarebbe un vero repulisti. Ci sono coppie che con la bocca dicono di avere fede, ma poi non buttano tutto nell’indifferenziato: si tengono qualche peccato come di scorta, quasi avessero paura di restarne senza, come se fossero gelosi dei propri peccati.

Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in fondo in fondo ci piace commettere questo o quel peccato, che non lo abbandoniamo perché lo sentiamo un amico intimo di coppia, di famiglia, ci siamo affezionati a quel peccato che ci dà la sensazione di poter ribellarci a Dio, quella oscura sensazione di sentirci i padroni di noi stessi foss’anche per pochi istanti della nostra vita, del nostro matrimonio. Ed invece il Matrimonio è un Sacramento, è come se quel genitore che sta spronando il bambino ad abbandonare i gesti infantili, dia insieme con l’esortazione anche i mezzi, gli strumenti per poterlo fare. E così fa il Signore con il Sacramento del Matrimonio. Cari sposi, non accontentatevi del povero (simil)matrimonio che vi dà il mondo, voi siete fatti per molto di più, siete fatti per l’eternità.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /11

Siamo alla fine del capitolo 6:

E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d’un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché qualcuno aveva bussato alla porta. -Chi è? – domandò sbadigliando e stropicciandosi li occhi. – Sono io! – rispose una voce. Quella voce era la voce di Geppetto.

In queste poche righe che chiudono il sesto capitolo è racchiuso l’umano dramma della lontananza dal Padre e la Sua risposta nell’economia della salvezza. Abbiamo già meditato su come allontanarsi dal Padre ci faccia ritrovare in una stanza vuota, che è principalmente la stanza del nostro cuore, la stanza del nostro essere. Quando si vive così ci si ritrova come dei diseredati della regalità che pure ci era stata immeritatamente donata; e si vive, o meglio, si sopravvive come Pinocchio in una tranquilla incoscienza senza angosciarsi del proprio stato. Pinocchio, che è il prototipo di noi quando facciamo i “figliuol prodighi”, senza Geppetto

  • non riesce a fare quello che deve,
  • né a capire quello che sa,
  • né a volere quello che vuole,
  • né a essere quello che è.

E’ così anche per noi sposi quando ci allontaniamo dal Padre, basta fare qualche esempio:

  • non riusciamo a fare il nostro dovere di marito/moglie oppure di genitori: lo sappiamo che dobbiamo amare il nostro consorte con lo stile di Gesù ma non ci riusciamo.
  • non riusciamo a capire quello che sappiamo: non capiamo fino in fondo la fedeltà nonostante la sappiamo, non capiamo la gravità dell’aborto o della pornografia nonostante sappiamo essere male.
  • non riusciamo a volere quello che vogliamo: vogliamo un matrimonio felice ma non riusciamo a volerlo e restiamo nella sufficienza, rimane una relazione che a stento galleggia come una barca crepata, vogliamo perdonare ma non riusciamo a volerlo perché pensiamo di avere sempre ragione, vogliamo godere del Paradiso e non riusciamo a volerlo, la nostra vita sembra dire il contrario.
  • non riusciamo ad essere quello che siamo: siamo istituiti come sposi in Cristo, come icona dell’amore Trinitario e non riusciamo ad esserlo nemmeno tra le nostra mura domestiche e all’esterno testimoniamo solo lamentele.

Quando si vive lontano dal Padre la vita scorre col suo tran-tran ma l’anima è come intorpidita, e come Pinocchio “seguitiamo a dormire e a russare, come se i nostri piedi siano quelli di un altro“; facciamo cose ma come degli automi, come se un giorno sia uguale all’altro, non ci accorgiamo che la Grazia opera continuamente perché stiamo russando forte.

Finalmente qualcuno bussa alla porta del nostro cuore, e non a caso avviene “sul far del giorno“, chiaro richiamo all’alba della Risurrezione, ma soprattutto è stupefacente la risposta di Geppetto con quel: “Sono io“. Un frase ricorrente nella Parola di Dio come la voce del roveto ardente che dice a Mosè :”Io sono” (Es 3,14); Gesù ai Giudei: “Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24); ancora Gesù ai soldati che stanno per arrestarlo: “Sono io“.

La nostra risurrezione, la risurrezione del nostro matrimonio, non comincia fino a quando non ci “svegliamo” perché percepiamo una presenza: quel “qualcuno” che bussa alla porta del nostro cuore. Al risonare della voce di Geppetto, Pinocchio si rende finalmente conto della propria miseria e insieme intravede la strada per uscirne, nella presenza di colui che lo può ricreare, ed è così anche per le molte conversioni avvenute dopo che si è toccato il fondo, il Signore nella Sua infinita Sapienza permette tutto ciò per trarne un bene ancor maggiore.

Ci sono molte testimonianze di sposi – alcuni li conosciamo di persona – che stavano dormendo e russando forte alla stregua di Pinocchio: il loro matrimonio era sull’orlo non di una crisi ma di una separazione già quasi in atto, vivevano sotto lo stesso tetto come due sconosciuti… poi “sul far del giorno” sentirono bussare alla porta del loro cuore e cominciò la Risurrezione.

La redenzione è, in primo luogo, una manifestazione di esistenza; la salvezza si gioca sul piano dell’essere e non delle idee : la presenza nel nostro cuore di Colui che si definisce “Io sono“, l’inabitazione nel nostro essere di Colui che è, la sempre più perfetta sovrapposizione del Suo Essere con il nostro essere.

Cari sposi, vogliamo risorgere a matrimonio nuovo? Cominciamo ad accorgerci di tutte quelle volte in cui sentiamo bussare alla porta del nostro cuore e sentiremo la voce del Signore: “Sono io“.

P.S. : la porta del nostro cuore ha la maniglia solo all’interno.

Giorgio e Valentina.

Valigie pronte!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 4,13-18) Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

In questi giorni la Chiesa ci sta offrendo vari brani dalle lettere di S. Paolo ai Tessalonicesi, ed hanno sicuramente il pregio di essere chiare e di facile comprensione tanto per i dotti quanto per i semplici, poiché affrontano temi della vita quotidiana che restano validi per gli uomini di ogni tempo, di ogni cultura e di ogni estrazione sociale. Oggi facciamo tappa in Paradiso, tappa di natura solo meditativa perché sappiamo che in realtà esso è eterno perciò non può essere tappa per sua natura, semmai è meta definitiva. Ci lasciamo provocare dal brano in questione per provare a delineare qualche tratto del nostro rapporto con l’Aldilà.

Sempre più spesso ormai si sta diffondendo, ahinoi anche tra i cattolici, la pratica della morte indolore, dell’indurre all’incoscienza il moribondo per non farlo soffrire “inutilmente” e aspettare che la morte sopraggiunga mentre la persona è in questo stato. Non vogliamo affrontare il delicatissimo tema delle cure palliative e di sollievo dalla sofferenza, per il quale servono altre competenze.

Il problema non è decidere se la morfina (o altri farmaci simili) sia più o meno moralmente accettabile (ed in quali dosi sia meglio) per alleviare il dolore del malato, il problema che vogliamo mettere in luce sta molto prima di questa decisione. Il problema sta nel preparare il nostro caro ad affrontare il dolore e la morte, qua sta il punto cruciale sul quale molti inciampano nelle scelte per i propri cari e/o del proprio coniuge.

Questo mondo ci vuole far credere che la vita sia tutta qua, in questo mondo, che non esista l’aldilà, che il Paradiso sia solo un’invenzione dei preti per sfamare la nostra brama d’eternità, che i nostri corpi mortali non siano chiamati alla risurrezione, che tutto finisca con la morte e che oltre esista solo il nulla. Purtroppo questa mentalità si è insinuata nella vita di molti cristiani, i quali hanno bevuto questo veleno spirituale senza rendersi conto della sua tossicità mortale.

Seguendo questa mentalità nemica della nostra natura di creature destinate all’eternità, molte persone lasciano che i propri cari si avvicinino alla morte privandoli dell’ultimo appello della misericordia divina, dell’ultimo treno della misericordia, dell’ultima possibilità di pentimento prima di incontrare la Giustizia, ovvero li privano deliberatamente dei Sacramenti “in articulo mortis“, senza nemmeno interpellare il malato in questione. Ci sono moltissime testimonianze di persone convertite in punto di morte: persone che hanno chiesto perdono al Signore delle proprie malefatte e che si sono affidate alla misericordia divina solo negli ultimi istanti della propria vita, persone che si sono salvate per il rotto della cuffia; uno su tutti è il famosissimo buon ladrone, uno dei due crocifissi a lato di Gesù.

Cari sposi, se abbiamo deciso di amare ed onorare il nostro coniuge tutti i giorni della nostra vita, siamo sicuri che lasciarlo morire addormentandolo piano piano nell’incoscienza, senza che prima abbia ricevuto il conforto degli ultimi Sacramenti, sia un atto di amore nei suoi confronti?

Onorare il nostro coniuge, tra le altre cose, è anche onorare la presenza reale di Cristo tra noi, è anche onorare la inabitazione della Trinità stessa dentro il suo corpo e dentro la sua anima, e questo significa riconoscere che quello non è solo il corpo mortale del nostro coniuge, è il corpo con cui Cristo ha deciso di raggiungermi col Suo amore in modo unico e personalizzato, magari per tantissimi anni di matrimonio.

Lasciar morire deliberatamente il nostro coniuge privandolo dei Sacramenti lo potremmo definire come un atto di tradimento, tradimento della nostra vocazione, tradimento dell’amore che abbiamo deciso di mettere in atto, tradimento del nostro Matrimonio Sacramento, poiché è una decisione che disonora la presenza reale di Cristo tra noi. Se io fossi Cristo in persona, lascerei morire mia moglie/mio marito senza donargli/le la salvezza eterna?

Facciamo forse mille regali al nostro amato durante gli anni del matrimonio, ma se prima che perda conoscenza gli regaliamo gli ultimi Sacramenti, quest’ultimo regalo sarà quello più bello, più importante, più apprezzato e più duraturo di tutti, avremo regalato l’eternità. Molti si affannano per regalare anche solo un mese di vita in più in questa vita ai propri coniugi, ma poi non pensano di regalare l’eternità che è infinitamente di più di un mese quaggiù.

Coraggio sposi, questa vita non è la nostra vera casa, è come se stessimo in un hotel, non è casa, gli sposi felici sono quelli che hanno sempre le valigie pronte per tornare alla casa del Padre.

Giorgio e Valentina.

Non possiamo tacere la Verità

Dal Salmo 70 (71) In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso. Per la tua giustizia, liberami e difendimi, tendi a me il tuo orecchio e salvami. Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile; hai deciso di darmi salvezza: davvero mia rupe e mia fortezza tu sei! Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio. Sei tu, mio Signore, la mia speranza, la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno. La mia bocca racconterà la tua giustizia, ogni giorno la tua salvezza. Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica del martirio di S. Giovanni Battista, quanti riescono ad andare a Messa vedranno il sacerdote rivestirsi del colore rosso, che ci ricorda per l’appunto il sangue del martirio. Abbiamo scelto di riflettere a partire da alcuni versetti del Salmo di oggi, è così attinente che sembra scritto in prima persona proprio dal Battista; per quanti non conoscono la grandezza di questo santo lasciamo che sia Gesù stesso a delinearne i tratti: Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. (Luca 7,28)

Ricordiamo anche che il Battista è colui che “battezza” Gesù, è colui del quale viene ripetuta ad ogni Messa una famosa frase: “Ecce Agnus Dei qui tollis peccata mundi.“, ma lasciamo ai più esperti approfondire la figura del Battista, noi ci limiteremo ad approfondire qualche aspetto.

La prima parte del Salmo verte sulla fiducia piena nel Signore sempre e comunque. Il Battista ci è maestro in questo perché ha confidato nel Signore sempre nonostante la tribolazione e la persecuzione, non è così scontato.

Se ci avessero incarcerato per la testimonianza resa al Signore con la nostra predicazione, ce ne staremmo così tranquilli dietro le sbarre? Ma prima di arrivare a questo punto dobbiamo chiederci se noi faremmo lo stesso. Il Battista era in carcere perché aveva denunciato al re Erode il suo adulterio con la concubina Erodìade; Erode ascoltava interessato la predicazione di Giovanni nonostante gli ricordasse il proprio peccato, probabilmente era stato toccato nel cuore dalle parole del Battista ma non aveva il coraggio di cambiare vita, forse per qualche ragione politica o di intrighi di palazzo, mentre la concubina e sua figlia non sopportavano la voce della coscienza incarnata da Giovanni.

Noi sposi non possiamo mai tacere la Verità anche se scomoda, certamente dobbiamo offrirla con Carità e mai con prepotenza o crudeltà. Quante volte purtroppo succede, anche all’interno del matrimonio, che la Verità viene taciuta per compiacere l’altro o per non risultare antipatici, facciamo qualche esempio.

Molte mogli hanno rinunciato alla Messa Domenicale preferendo accompagnare il marito a fare altro, hanno compiaciuto sì il marito ma hanno tradito Dio macchiandosi di un peccato mortale : hanno messo a tacere la Verità perché scomoda. Molti mariti hanno accettato che la moglie ingerisse pillole anticoncezionali (magari anche potenzialmente abortive) con il solo scopo di assecondare i piaceri della carne: hanno taciuto la Verità perché scomoda. Molti genitori accettano senza intervenire gli atti peccaminosi dei figli senza richiamarli alla Verità o, peggio ancora, in alcuni casi favorendoli : per esempio gli atti impuri, la fornicazione, la bestemmia, lo sballo, il piacere sfrenato dei sensi, l’impudicizia, l’ubriachezza, eccetera. Già con questi pochi esempi abbiamo toccato diversi ambiti, ma il denominatore comune è la rinuncia a dire la Verità per un proprio tornaconto (di qualsivoglia natura).

Cari sposi, noi siamo stati investiti dal Sacramento della Cresima della forza della testimonianza/martirio, forza che viene corroborata dalla Grazia del Sacramento del Matrimonio con l’autorità della Chiesa, che ci invia “due a due” per essere icona dell’Amore Trinitario nel mondo ed icona di Cristo l’uno per l’altra.

Gli sposi non hanno tutto sulle proprie spalle, non è tutto sulle nostre forze, non siamo soli, abbiamo la presenza reale di Cristo tra noi, abbiamo la costante presenza dello Spirito Santo che ci santifica passo dopo passo, abbiamo l’amore del Padre che ci ha eletti ad essere una Sua immagine viva, unica ed irripetibile, ma anche efficace.

Chiediamo l’intercessione di Giovanni Battista affinché anche il nostro matrimonio diventi come la sua voce, irritante forse per le moderne Erodìadi (che non sopportano il pungolo della coscienza) ma stimolante per gli Erode che ascoltano volentieri la Verità perchè ne intuiscono il valore per la propria vita. Coraggio sposi, il mondo moderno ha tanto bisogno della testimonianza dei nuovi Battista.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /10

Siamo giunti al capitolo 6 così presentato:

Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.

Dopo la delusione dell’uovo “volato fuori dalla finestra”, il nostro protagonista si avventura a gironzolare nel vicino paesello nella speranza di trovare un tozzo di pane e/o elemosina

Ma trovò tutto buio e tutto deserto. […] Pareva il paese dei morti. Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, […]

Se la stanza della propria casa si è rivelata alquanto inospitale, il mondo esterno è ancora più crudele. Quando ci allontaniamo dal Padre la stanza del nostro cuore diventa inospitale, e così la stanza delle nostre relazioni, la stanza dei nostri affetti, la stanza del nostro matrimonio, la stanza che è il mondo che ci circonda diventano inospitali.

Ci sono tante spose che chiedono aiuto perché si sentono allontanate dal proprio marito, il quale è diventato troppo irascibile, scorbutico, collerico, brontolone, violento, triste ed annoiato di tutto e di tutti: è perché si è allontanato dal Padre, la stanza del proprio cuore è inospitale ed il mondo esterno risulta ancora più crudele in quanto non gli offre né le riposte né l’Incontro che aspetta da tanto, invece di risposte trova che il mondo lo sbeffeggia come quel vecchietto che, invece di un tozzo di pane, rovescia dalla finestra una catinella d’acqua sulla testa di Pinocchio, il quale

tornò a casa bagnato come un pulcino rifinito dalla stanchezza e dalla fame […]

E lo stesso vale per i tanti mariti che lamentano una freddezza insolita nel comportamento della moglie, la sentono distaccata, disinteressata, taciturna, triste H24, attenta più alla carriera che alla cura dei figli, priva di quella naturale accoglienza che contraddistingue la natura femminile: anche qui il problema principale è nella stanza del cuore.

Quando il nostro cuore è lontano dal Padre non ne risente solo l’anima, non è un problema solo di anima, perché la nostra natura proviene da Lui, dal nostro Creatore, Lui è la nostra fonte di vita; è l’anima che dà vita al corpo, tant’è vero che quando una persona è morta diciamo che è un corpo senza vita/senz’anima perché l’anima si è distaccata dal corpo mortale.

Sembrano concetti inarrivabili ma lo constatiamo tutti che ci sono giorni in cui tutto ci sembra bello ed entusiasmante, persino il lavoro, i colleghi, la coda al supermercato, il traffico o una ruota bucata, mentre ci sono altri giorni in cui le stesse identiche cose ci appaiono come una tortura, una cospirazione contro di noi… cos’è cambiato? Il nostro cuore, la nostra anima, è lei che dà vita al corpo, che ci fa vedere la vita attraverso i suoi occhiali, per questo è necessario tenere sempre pulite le lenti di questi occhiali spirituali.

Cari sposi, quando vedete il vostro coniuge, alla stregua di Pinocchio, “vagare nel paesello di notte” con quella fame di cui abbiamo parlato nella puntata precedente, è allora che dovete allargare il vostro cuore affinché non si perda nel mondo ma ritrovi se stesso almeno nel vostro cuore, nella relazione con voi, se la stanza del suo cuore è diventata inospitale la vostra prima preoccupazione è quella di aiutarlo a mettervi ordine. È la missione del matrimonio: aiutare l’altro a diventare santo rendendo presente Gesù attraverso di noi, attraverso la nostra vita, attraverso i nostri corpi, dovemmo chiedere al Signore di prendere possesso del nostro corpo affinché il Suo amore per il nostro coniuge si manifesti attraverso di noi.

E’ impegnativo ma è santificante, non è gratificante ma è pacificante, è sacrificante ma è liberante. Coraggio sposi, non tutto è perduto, dopo la notte ci aspetta un’alba radiosa com’è successo a Pinocchio che, una volta addormentato coi piedi sul caldano pieno di brace accesa:

Finalmente sul far del far del giorno si svegliò perché qualcuno aveva bussato alla porta.

Sarà il tema della prossima puntata.

Giorgio e Valentina.

L’ingratitudine.

Dal libro di Giosuè (Gs 24,1-13) In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Nei tempi antichi i vostri padri, tra cui Terach, padre di Abramo e padre di Nacor, abitavano oltre il Fiume. Essi servivano altri dèi. Io presi Abramo, vostro padre, da oltre il Fiume e gli feci percorrere tutta la terra di Canaan. Moltiplicai la sua discendenza […]. Feci uscire dall’Egitto i vostri padri e voi arrivaste al mare.[…]. Vi feci entrare nella terra degli Amorrei, […]. Attraversaste il Giordano e arrivaste a Gerico.[…] Vi attaccarono […] ma io li consegnai in mano vostra. Mandai i calabroni davanti a voi, per sgominare i due re amorrei non con la tua spada né con il tuo arco. Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato”».

Oggi affrontiamo un tema che di certo crea molte divisioni nelle relazioni: l’ingratitudine; ci facciamo aiutare da questo brano che racconta dell’ingratitudine del popolo di Israele nei confronti di Dio, il quale cerca di ravvivare la memoria di questo popolo ricordando i prodigi che ha compiuto per esso. Non vogliamo fare un trattato psicologico o pedagogico, ma solo mettere in luce alcuni aspetti da cui trarre beneficio per la vita sacramentale, ovvero per il nostro matrimonio.

Di solito succede che solo quando si arriva all’età adulta e ci si trova a nostra volta dalla parte del genitore o del nonno, ci si rende conto di quanti sacrifici abbiano fatto nel nascondimento i nostri genitori e/o i nostri nonni, senza chiedere mai nulla in cambio e senza mai un lamento. È allora che ritroviamo affetti assopiti o rivalutiamo l’operato di quegli adulti che con tanto disinteresse ci hanno donato molto, mentre con lo sguardo da ragazzini ci sembravano solo dei rompiscatole o ci erano indifferenti solo perché magari erano incapaci di dimostrare il loro amore con l’affetto che in quel momento adolescenziale noi desideravamo tanto.

Se ci sta capitando o se ci siamo già passati dobbiamo fare tesoro di questa esperienza di vita, senza però farsi venire inutili sensi di colpa per il fatto che magari questi adulti sono già morti senza che noi li avessimo almeno ringraziati. Non facciamo lo sbaglio di lasciarci sopraffare dai sensi di colpa che pesano più di un macigno sul nostro cuore, piuttosto prendiamo atto della nostra ingratitudine passata e poniamovi rimedio intensificando la preghiera per questi morti e, soprattutto, facendo celebrare tante Messe in loro suffragio.

Per quanto riguarda invece la vita presente bisogna che d’ora in poi cominciamo a ringraziare qualsiasi persona da cui riceviamo anche solo un piccolo gesto, questo ci aiuta a tenere una bassa considerazione di noi stessi, non per abbassare l’autostima ma per ricordarci sempre che siamo fallaci, che siamo deboli (e quindi il gesto dell’altro ci aiuta nella debolezza), che siamo fragili; e se questo vale per la vita della carne quanto più vale per la vita dello spirito: ci ricorda che siamo dei peccatori, che siamo sempre più superbi e orgogliosi di quanto lo ammettiamo, che siamo dei mendicanti nei confronti di Dio, che noi siamo niente e che Lui è tutto.

Cari sposi, non lasciate che l’ingratitudine entri e rovini la vostra relazione dal di dentro, bisogna tenere sempre alta l’attenzione su noi stessi, sul nostro matrimonio, sulla nostra relazione, mai abbassare la guardia perché il nemico non vede l’ora di infilarsi anche solo da una fessura per farne diventare una voragine che distrugge il matrimonio.

Una santa abitudine è quella di non andare a letto la sera senza prima essersi riconciliati tra noi sposi, ringraziando l’altro per tutto quello che ha fatto anche e soprattutto se non l’abbiamo visto, ringraziarlo per le mille faccende di cui si è occupato oggi e per la pazienza che ha avuto nel sopportare i nostri difetti e scusare le nostre mancanze in silenzio.

L’amore è gratuito altrimenti diventa un contratto tra le due parti: è vero che non dobbiamo compiere un gesto per il piacere di sentirsi dire grazie, ma è altrettanto vero che il ringraziamento ci piace perché ci fa sentire stimati ed amati, ci fa sentire non degli anonimi ma in qualche modo il ringraziamento dell’altro aiuta a formare la nostra identità.

E se noi siamo creati ad immagine e somiglianza del Padre significa che anche a Lui piace il ringraziamento. Quanti sposi ringraziano il Signore? L’ingratitudine verso Dio aumenta il nostro orgoglio e la nostra superbia, mentre il ringraziamento aumenta la nostra fede in Lui, perché ci fa rendere sempre più conto che senza di Lui non possiamo far nulla.

Se il Signore ci parlasse del nostro matrimonio potrebbe dire sicuramente così: Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato. Ed è proprio così, perché la terra spirituale della Salvezzae della Grazia del Sacramento del Matrimonio non l’abbiamo lavorata noi, abitiamo in una città di pace ed amore che non abbiamo costruito noi, e mangiamo succulenti e deliziosi frutti spirituali che non abbiamo piantato noi.

Coraggio sposi, non possiamo far altro che ringraziare Colui da cui tutto proviene.

Giorgio e Valentina.

Ne vale ancora la pena?

Dal libro del Deuteronomio cap 10,12-22 Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene? Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi. Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra cervìce; perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto. Temi il Signore, tuo Dio, servilo, restagli fedele e giura nel suo nome. Egli è la tua lode, egli è il tuo Dio, che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto. I tuoi padri scesero in Egitto in numero di settanta persone; ora il Signore, tuo Dio, ti ha reso numeroso come le stelle del cielo».

Questo discorso di Mosè è assai commovente, se pensiamo che sono parole che dovremmo sentire dai pulpiti delle nostre chiese, i nostri pastori sono i nostri odierni Mosè e forse basterebbe una predica infuocata con tali parole per smuovere tanti cuori ormai soffocati come da un calcare spirituale.

Provate per un attimo ad immaginare l’inizio del discorso sostituendo “Mosè” col nome del vostro parroco, e poi sostituite “Israele” col nome della vostra parrocchia, del vostro paese, della vostra realtà comunitaria (meglio ancora con i vostri nomi) e scoprirete quanto abbiamo bisogno di sacerdoti e vescovi che ci scuotano dal tiepidume spirituale da cui molti cattolici sono colpiti, vivono la fede come dei cacciatori bloccati dentro le sabbie mobili non sapendo di perdersi le ambite prede.

Cari sposi, quante volte anche il nostro matrimonio assomiglia al cuore ostinato e alla dura cervice degli Israeliti, quando nonostante abbiamo visto le meraviglie del Signore siamo tornati alla vecchia vita come degli ingrati.

Molte coppie partecipano a settimane di spiritualità, ritiri per sposi, convegni, corsi di spiritualità coniugale, e vivendo queste esperienze ravvivano la propria relazione, si sentono inondate da una sorta di ebbrezza inspiegabile: non è semplicemente l’effetto dello “stare insieme come comunità“, ma sono segnali divini, come piccole freccette che lo Spirito Santo lancia al nostro cuore, sono come piccoli punti di ristoro in mezzo ad una piana desertica, sono delle consolazioni che il Signore ci concede nella Sua Infinita Misericordia.

Lo Spirito Santo a volte usa questa “tattica” per attirarci a sé come fa un innamorato quando corteggia la sua bella e la seduce con ogni dolcezza, così anche il Signore ci fa assaporare la Sua dolcezza usando anche i nostri sensi.

Perché allora queste coppie, dopo aver assaporato le delizie dell’amore di Dio Onnipotente, una volta tornate alla loro vita ordinaria sembrano dimenticarsi ben presto dell’esperienza appena vissuta?

Il problema non sta nella tattica del Signore, ma nella risposta che diamo noi a questi dolci Suoi inviti; a volte ci comportiamo come la bella che prima di decidere se accettare le avances del pretendente gli fa la “radiografia totale” e, nonostante lui abbia dimostrato di essere degno di fiducia, lei ha già deciso in cuor suo di non aver bisogno del suo amore.

E’ così che queste coppie continuano a partecipare a ritiri su ritiri, accumulano corsi su corsi, hanno un curriculum di tutto rispetto quanto a partecipazione ad eventi di spiritualità matrimoniale, MA la loro relazione non fa mai progressi, il loro matrimonio non ingrana mai la marcia giusta, non spingono mai sull’acceleratore perché nel profondo del proprio cuore hanno già deciso di non aver bisogno dell’amore di Dio, si comportano come gli israeliti dal cuore ostinato e dalla dura cervice, nonostante abbiano sperimentato come il Signore sia Colui “che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto.” provate allora a rileggere l’esortazione di Mosè come rivolta a voi stessi.

Coraggio sposi, abbandoniamo le nostre certezze per tuffarci a occhi chiusi nella Sue certezze. Non è più il tempo per tentennare, per capire da che parte stare, non mettiamo alla prova il nostro Dio Onnipotente. Il nostro modello? La Madonna, di cui oggi festeggiamo la Sua Assunzione in Cielo in anima e corpo, non si è fidata delle poche certezze umane ma ha confidato pienamente ed interamente nel Signore. E la Sua Assunzione ci testimonia che ne è valsa la pena!

Regína in cáelum assúmpta, ora pro nobis.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /9

Continuiamo la nostra riflessione col quinto capitolo che è semplicemente l’epilogo del quarto, ed ecco come il Collodi lo titola:

Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello la frittata gli vola via dalla finestra.

Tolto di mezzo Geppetto e ucciso il Grillo parlante, Pinocchio, che si aspetta un’esistenza luminosa nell’appagamento immediato dei desideri e nel dominio assoluto sulle cose, sperimenta invece l’oscurità, la vacuità delle cose, la fame, la delusione.

Intanto cominciò a farsi notte. Quando ci si allontana dal Padre e si mette a tacere la voce della coscienza, inevitabilmente scende la notte nell’anima, nella nostra vita. La notte impegna in maniera indelebile la nostra natura di creature, perché si avverte che prima o poi dovremo “fidarci” ed abbandonarci al sonno, con la speranza di risvegliarci il mattino seguente con la vacua illusione di riprendere il dominio sul mondo grazie alle ritrovata vigilanza e le capacità di intendere e volere. Ecco perché la sera è il momento propizio per l’esame di coscienza, per riprendere in mano il senso del nostro fare nella giornata appena passata, per aggiustare ciò che è stato rotto, per controllare la rotta della propria vita, per una verifica di controllo, così come facciamo i tagliandi di controllo periodici al motore dobbiamo fare un tagliando continuo alla nostra vita. E tutto ciò vale anche per la notte dell’anima; ci sono numerose testimonianze di persone comuni, ma anche di grandi santi, che si sono convertiti solamente dopo aver “toccato il fondo”. Ed anche per Pinocchio la notte è un richiamo al senso dell’esistenza ed infatti si pente: Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa. Sembra di sentir parlare il figliuol prodigo della famosa parabola raccontata da Gesù.

La pentola era dipinta sul muro. Quello che il mondo prima presentava come libertà dall’oppressione del Padre, si rivela vuoto e con crudele sarcasmo continua a farcelo intravedere nel suo inganno: una pentola dipinta vista dagli occhi di un affamato è molto più di una ironia. È il vuoto dell’esistenza che si sperimenta allontanandosi da Dio e dalla Sua Legge.

E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre. Dapprima il mondo ci attira con le sue bramosie e poi ci lascia più fame di prima. Perché il mondo non soddisferà mai la nostra fame di Verità, la nostra fame di senso, la nostra fame di eternità, la nostra fame di una casa eterna, la nostra fame di essere amati, la nostra fame di perdono, la nostra fame di abbracciare tutto, la nostra fame di infinito. Quando finalmente Pinocchio trova un uovo – non a caso lo trova nel monte della spazzatura – esso si rivelerà l’ennesimo inganno.

Cari sposi, il mondo non ci vuole insieme perché ci ritiene un pericolo, siccome la coppia ricorda la creazione ed inevitabilmente il Creatore, ecco che dividendoci raggiunge lo scopo di togliere dal cuore dell’uomo anche solo il ricordo di Dio. Ora più che mai dobbiamo combattere contro le falsità, dobbiamo ribellarci alle pentole vuote disegnate sulle pareti colorate del mondo.

Una di queste pentole vuote che ci tocca da vicino è senz’altro la “pentola” della convivenza. Di sicuro il mondo ce la disegna molto attraente e ricca di colori e sfumature da indurci a credere che sia una pentola vera e piena di cibo succulento e prelibato, mentre invece è un freddo dipinto sul muro, che quando cerchi di afferrarla per cucinare ti accorgi dell’inganno. E’ come se vivessimo in un continuo carnevale dove il vero volto è celato dietro una maschera molto decorata ed appariscente, ma pur sempre maschera.

Ci sono poi le uova che troviamo sul monte della spazzatura: l’adulterio, il sesso libertino, la lussuria, l’impurità, l’impudicizia, l’oscenità, e ci ritroviamo come Pinocchio cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci dell’uovo in mano.

Coraggio famiglie, non dobbiamo temere di riconoscere le nostre cadute, quando ci accorgiamo di avere tra le mani un uovo vuoto, ritorniamo dal Padre e gridiamogli il nostro dispiacere di esserci allontanati da Lui e dalla Sua Legge, il nostro pentimento farà breccia nel Suo cuore. Lui ci aspetta con le braccia aperte, il suo abbraccio misericordioso darà nuova carica al nostro matrimonio, ridarà la luce alla nostra stanza spenta, ridesterà una relazione che sembrava ormai spenta.

La nostra relazione non sarà più come quella pentola disegnata a sbeffeggiare la nostra fame d’amore, ma diventerà matrimonio, diventerà una pentola vera e piena di cibo reale e succulento meglio di un ristorante pentastellato.

Giorgio e Valentina.

Serve il bagnino?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-36) Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. […] Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.

Questo è un brano assai famoso, la scena sarebbe quasi comica nel vedere le facce degli altri discepoli quando dapprima gridano spaventati da un finto fantasma e poi con gli occhi strabuzzati ammirano la scena di Pietro che cammina sulle acque. Non si spiega come mai un pescatore esperto come Pietro non sappia nuotare e ad un certo punto abbia bisogno di un bagnino un po’ particolare che lo salvi dall’annegamento, però sappiamo quanto quest’uomo fosse istintivo, di solito la gente pensa e poi agisce, mentre lui fa l’esatto contrario : prima agisce e poi pensa. Ma secondo voi non ci sarà stato nessuno sulla barca che abbia tentato di bloccarlo e tenendolo per un braccio? Pietro, ma che ti salta in mente? Non si cammina sulle acque, guarda che manco sai nuotare!… Non lo sappiamo, di certo però possiamo immaginare lo stupore degli altri, e lo intuiamo dal loro prostrarsi dinanzi a Gesù riconoscendolo come Figlio di Dio per l’ennesimo miracolo prodigioso appena avvenuto.

Vorremmo oggi soffermarci su due particolari di questo brano: il primo è che Gesù si fa vedere “sul finire della notte” (“sul far del mattino“) ed il secondo è il fatto che il vento cessi non appena Gesù e Pietro salgono sulla barca. Per trovare giovamento spirituale dalla lettura del brano dobbiamo anzitutto tenere presente che le acque del mare simboleggiano il male, e ce lo dimostra anche la presenza del vento forte sia in questa situazione che nell’altra simile, nella quale Gesù sembra dormire sornione sulla barca mentre fuori il mare è burrascoso ; in ambedue gli eventi il binomio vento forte-mare rafforza questa simbologia.

Secondariamente dobbiamo ritenere Pietro come nostra controfigura, benché sia diventato un grande santo ha dovuto necessariamente compiere un percorso di santificazione e di purificazione, in questo brano lo vediamo proprio alle prese con la propria fede in Gesù, non è ancora giunto alle vette della santità, per questo ci rassomiglia così tanto in questo frangente.

Cari sposi, non di rado il matrimonio somiglia a quella barca agitata dal vento durante la notte (simbolo della notte dell’anima ma anche delle tribolazioni), ma non preoccupiamoci perché quello che scorgiamo là in fondo non è un fantasma ma è Gesù. Bisogna però stare sulla barca tutta la notte ad aspettare il “far del mattino”, non dobbiamo cedere alla tentazione di credere che la barca (il nostro matrimonio) sia inadeguata, né tantomeno pensare che la notte non abbia una fine, perché dopo ogni notte c’è sempre una nuova alba.

Appena scorgiamo Gesù e ci affidiamo a Lui possiamo anche noi camminare sulle acque senza affondare, possiamo vivere molte tribolazioni camminandoci sopra senza esserne fagocitati, nonostante il vento ci induca a mollare noi guardiamo dritto negli occhi Gesù senza dubitare altrimenti affondiamo come Pietro.

Come vedete anche questo brano evangelico contiene molte buone notizie, ma la più bella è che se anche dovessimo cedere come è successo a Pietro, possiamo stare certi che abbiamo un bagnino d’eccellenza che ci salva, non a caso è Il Salvatore.

PS: per essere salvati è necessario gridare come Pietro: Signore, salvami! Coraggio sposi, Gesù non vede l’ora di salvare il nostro matrimonio, ma non lo fa contro la nostra volontà.

Giorgio e Valentina

Un regalo alle ortiche!

Dal libro dell’Èsodo (Es 32,15-24.30-34) In quei giorni, Mosè si voltò e scese dal monte con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole. […] Quando (Mosè) si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora l’ira di Mosè si accese: egli scagliò dalle mani le tavole, spezzandole ai piedi della montagna. Poi afferrò il vitello che avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece bere agli Israeliti. […]

Continua in questi giorni il racconto della storia della salvezza tratto dal libro dell’Esodo, e oggi siamo di fronte a una scena probabilmente famosa, se non a tutti, quantomeno agli addetti del settore cinematografico, visto che non manca in nessun film che parli di Mosè. Effettivamente, è una scena molto forte ed in parte appare un po’ controversa: dopo tutta la fatica, l’impegno e il sacrificio per scendere a piedi dal Sinai con le tavole dei Dieci Comandamenti, Mosè le scaglia come nulla fosse contro la roccia, spezzandole.

Dio aveva preparato con cura e atteso questo incontro da secoli, non è che Dio gli aveva scritto qualche consiglio su una pergamena, non gli ha scritto un memo per un appuntamento, non gli ha fatto vedere le foto di famiglia sul cellulare, non si erano trovati sul Sinai per scolarsi una birra insieme, non è che hanno fatto una bella chiacchierata tra amici parlando del più e del meno, non si sono fatti un apericena con cocktail, niente di tutto ciò : Mosè aveva appena ricevuto i Dieci Comandamenti!

E la Scrittura sottolinea che: Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole. Mosè ha frantumato la scrittura di Dio, non ha cancellato come facciamo noi un messaggio dal telefonino, non è che abbia messo un file nel cestino di Windows così da poterlo recuperare in seguito, ma ha spezzato le due tavole scritte da Dio in persona. Forse non ci rendiamo conto della gravità di questo gesto, però possiamo intuirne qualcosa guardando alle dinamiche umane. Provate ad immaginare di voler fare un bel regalo al vostro fidanzato/a o al vostro coniuge per un’occasione unica : dopo molte ricerche, finalmente trovate il regalo perfetto, fate in modo che il giorno della consegna sia speciale, molto atteso da entrambi, il vostro amato/a apre il pacchetto, che è avvolto in una confezione indimenticabile, vi ringrazia di tutto cuore perché è un regalo meraviglioso e che racconta del vostro amore per lei/lui, sul più bello… apre la finestra e lo lancia alle ortiche. Che ne dite? È una bella prospettiva?

Guardando la scena attraverso il nostro simpatico esempio, potremmo dedurne che Mosè non si fosse reso conto di quanto avesse tra le mani, oppure che fosse un tipo un po’ irriverente e ingrato, per cui non teneva in gran conto la scrittura stessa di Dio. Eppure, Mosè viene più volte citato come “l’amico di Dio”, ma questo gesto è un po’ controverso per un amico che riceve un regalo da Dio, manco fosse l’amico delle elementari. Cosa c’è allora dietro questo gesto?

Da secoli Dio si era impegnato per far capire al suo popolo che non esistono innumerevoli dèi, ma un solo Dio. Stava cercando di sconfiggere l’idolatria/politeismo, e l’ha fatto in molti modi, con tanta pazienza e misericordia, aspettando che pian piano il popolo abbandonasse tutti i falsi dèi per adorare l’unico vero Dio. Il Signore aveva già perdonato moltissime infedeltà, finalmente sembrava che il popolo si fosse convinto e quindi lo lasciò per qualche giorno “parcheggiato” ai piedi del Sinai, intanto che rivelava i suoi Dieci Comandamenti al suo servo e amico Mosè, che faceva da mediatore tra il popolo eletto e Dio. Ancora una volta, il Signore mostra la Sua misericordia perché non dà al Suo popolo un milione di leggi, gliene dà solo dieci, venendo incontro alla loro limitata capacità di comprensione. Quasi come se volesse inaugurare la loro alleanza senza appesantirne troppo le condizioni, poche regole, diremmo, ma buone.

Ma il popolo non si è dimostrato ancora pronto per ricevere i Dieci Comandamenti, non si era ancora liberato dell’idolatria/politeismo, figuriamoci se fosse pronto a seguire le leggi del Signore. Ecco spiegato il motivo del gesto eclatante di Mosè, un gesto che avrà suscitato non poco scalpore, se lo saranno raccontato chissà per quante generazioni tanto è stato plateale, ed infatti è stato registrato per giungere fino a noi. Ma noi che c’entriamo con questo popolo dalla dura cervice?

Cari sposi, quel popolo era la prefigura di noi quando ci inginocchiamo di fronte agli idoli di questo mondo come i soldi, il sesso, il potere, il successo. Questo mondo ci inganna e vuole invertire le coordinate, sostituendo il Dio che ha creato l’uomo con gli dei creati dall’uomo. La Grazia del sacramento del Matrimonio ci serve per adorare l’unico vero Dio. Ecco perché il primo e più grande comandamento è amare Dio con tutto noi stessi; tutto il resto proviene da questa adorazione. Se pensiamo di tenere in piedi la nostra relazione confidando meramente sulle nostre capacità siamo da commiserare – per dirla con un neologismo “siamo fritti” – poichè senza di Lui non possiamo fare nulla.

Coraggio famiglie, è giunta l’ora di prendere il nostro vitello per le corna e frantumarlo sulla roccia che è Gesù Cristo, sbricioliamolo calpestandolo con i piedi di Sua Madre, facciamolo ora altrimenti questa calura estiva non sarà niente in confronto della calura del fuoco eterno.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /8

Nel precedente articolo, abbiamo analizzato un po’ il mistero dell’uomo che mette in prigione il Padre; è anche il mistero di Dio che “soffre” a causa delle nostre colpe, non per qualche danno che Gli derivi, ma per l’incredibile voluttà di autodistruzione che spesso affiora nella condotta dell’uomo. Affrontiamo ora il quarto capitolo dal titolo eloquente:

La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro

Il burattino, liberato per opera della forza pubblica dalle premure oppressive di colui che l’ha creato, si dà al piacere di una corsa sfrenata nei campi. Vuole assaporare l’ebbrezza di chi è padrone assoluto di sé e non deve rendere conto a nessuno dei suoi atti e dei suoi capricci. Ma i legami non sono tutti tagliati: la corsa si conclude ancora nella casa paterna, dove il Grillo parlante tenta di ricondurlo sulla strada dell’obbedienza, ma verrà messo a tacere con un colpo di martello.

È il tema della coscienza morale, un tema attualissimo in questo moderno dilagare dell’immoralità e dell’indecenza nei costumi, ma non possiamo inoltrarci troppo a causa della sua vastità. Faremo qualche accenno nella speranza di essere d’aiuto a molti.

Nel libro di Collodi ci sono altre bestie faconde, ma stranamente solo il Grillo è detto “parlante“, perché rappresenta la coscienza, solo la sua voce è una voce che non si può mettere a tacere. La voce della coscienza non è una voce come tutte le altre, non è da confondere con il rumore e il fracasso a cui ci ha abituato il mondo moderno, tuttavia è una voce che non smette di giudicare le nostre azioni. Ovviamente la coscienza deve essere rettamente formata, altrimenti si scambia il soddisfacimento dei propri piaceri effimeri o, peggio ancora, dei bassi desideri della carne come “l’agire secondo coscienza”. Su questo punto ci basti ricordare l’ammonimento di San Paolo : (Gal 5,17) la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne

Abbiamo sentito troppe volte “scusare” i propri adulteri (o altre azioni sbagliate) con la frase “Io ho la coscienza a posto“. Ma se ci riflettiamo un attimo, proprio questa tipica frase rivela quanto sia preziosa, importante, necessaria e vitale l’approvazione da parte della nostra coscienza riguardo ai nostri comportamenti. Tanto è vero che la frase in questione cita la coscienza stessa per avere una garanzia di liceità sull’azione, che invece è peccaminosa sempre e comunque. Noi non abbiamo un martello come Pinocchio ma se la nostra coscienza potesse prendere un corpo farebbe una fine certamente peggiore di quella del povero grillo, altro che martello.

Questa voce della coscienza ha modi non convenzionali per farsi sentire, infatti a volte ci parla anche attraverso la sola testimonianza silenziosa di una persona buona attorno a noi – Dio voglia che sia il nostro coniuge – e non è necessario che essa si relazioni con noi, spesso basta la sola sua azione silente. La bontà è un richiamo forte per il nostro cuore, anzi fortissimo, potremmo anche dire irresistibile, ma se il nostro cuore sta vivendo dalla parte sbagliata potremmo avere una reazione contraria a questo soave richiamo, potremmo voler soffocare questo richiamo perché ci costringerebbe a cambiare, ancor meglio, a riconoscere che abbiamo bisogno di cambiare. E questo mina il nostro – vano – tentativo di autosufficienza, il cattivo desiderio di essere il padrone assoluto di sé.

Ecco perché a volte, quando incontriamo una testimonianza di santità, sentiamo dentro di noi l’istinto di denigrare invece che quello di imitare; cambiare è molto faticoso e laborioso, mentre denigrare o irridere è molto facile e non ci richiede nessuno sforzo. Far morire il nostro uomo vecchio è un lavoro faticoso ed impegnativo, mentre lasciargli il trono della nostra vita è alquanto facile ed apparentemente conveniente, salvo accorgerci – ahimè troppo tardi – che in realtà siamo schiavi di quel despota e che quel trono è stato usurpato al legittimo sovrano: l’uomo nuovo.

Cari sposi, dobbiamo imparare a recuperare quella bella pratica, mai andata in disuso ma fuori moda sì, che è l’esame di coscienza a fine giornata. Per cominciare, possiamo pregare alla sera insieme come famiglia e/o come coppia in un clima di silenzio e tranquillità, senza il chiasso del mondo o della TV. Magari con le luci un po’ soffuse, con calma e voce rilassata, facendo precedere la preghiera da un momento di silenzio per l’esame di coscienza personale. Alla fine, ci si può abbracciare tutti, chiedendoci scusa reciprocamente dei torti fatti e ringraziando della pazienza che l’altro/a ha manifestato nei nostri confronti.

Non è la ricetta della famiglia perfetta, ma sono consigli ed esempi di come ci si può aiutare reciprocamente a tenere viva la coscienza morale. Questi momenti e tutti quelli che la fantasia vi suggerisce devono poi trovare concretezza: bisogna ritornare a frequentare i confessionali almeno una volta al mese, non quando me la sento, ma quando è giusto. Altrimenti è sentimentalismo e non fede.

Coraggio sposi, la coscienza è il nostro giudice implacabile, dobbiamo aiutarci l’un l’altra a riconoscerne la voce, così da avere un coniuge sempre più bello e santo, col cuore sempre più legato al Cuore Sacratissimo di Gesù, più è unito a Lui e più ci amerà meglio.

Giorgio e Valentina

Che vaso siamo?

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 4,7) Fratelli, noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi.

Nel giorno di S. Giacomo Apostolo la Chiesa ci offre questa lettura della quale usiamo solo il primo versetto per la nostra riflessione. Più avanziamo nel cammino della paternità/maternità sotto la lente della Grazia e più scopriamo come il Signore si sia fidato (forse troppo?) di noi due per crescere quattro sue creature. La stessa sensazione che abbiamo avuto quando un sacerdote ci disse che indegnamente ricopriva l’incarico assegnatogli dal vescovo, ma si avvertiva che non erano parole di circostanza, non erano parole di finta umiltà che nascondevano una gretta superbia. Altre volte ci è capitato di ricevere elogi da professori delle nostre figlie per il nostro lavoro di genitori più che per l’andamento scolastico; ci siamo sempre chiesti che tipo di ragazzi fossero abituati a vedere questi insegnanti, dato che non ci sentiamo dei super-genitori, anzi ci siamo accorti di quanti errori abbiamo compiuto negli anni nonostante lo sforzo di vivere in Grazia.

Quando il 9 febbraio del 1818 la parrocchia di Ars vide arrivare per la prima volta il suo nuovo curato, non poteva di certo immaginarsi che stava accogliendo un grande santo. Ma leggendo la vita del famoso S. Giovanni Maria Vianney, si scopre che la sua ricetta segreta era quella di fare semplicemente ciò per cui era stato consacrato: il sacerdote. Nei suoi scritti, ci sono frasi che lasciano trasparire la convinzione di essere uno strumento semplice e nulla più. Ma i frutti della sua santità sono ancora tra noi. Anche questo santo, come S. Paolo e come S. Giacomo, si considerava alla stregua di un vaso di creta, ma attraverso quei vasi ci creta è arrivata a noi la Grazia di Dio.

Cari sposi, se il Signore ci ha voluti segno della Sua Grazia l’uno per l’altro, non dobbiamo rifiutare questa missione e questo dono. Chi siamo noi per pensare meglio del Padre? Se ci ha costituiti Sacramento Suo, significa che ne portiamo indegnamente i pregi per portare avanti questa gravosa missione. Inoltre, Lui stesso provvede a donarci nuovi doni, strumenti e carismi per compiere al meglio la Sua volontà.

Restiamo con l’immagine del vaso di creta: quando uno trova un tesoro, ha bisogno di un contenitore per trasportarlo, altrimenti non riuscirebbe nell’impresa; è vero che è il tesoro ad essere il protagonista e non il suo contenitore, ma è altrettanto vero che il vaso di creta è necessario al tesoro affinché possa essere trasportato e, quindi, affinché qualcuno possa godere della sua ricchezza. E così anche per noi sposi, per noi genitori, per voi consacrati nella vita religiosa, per voi sacerdoti, per voi vescovi: certamente il protagonista deve essere il tesoro che portiamo e non noi, ma questo tesoro della Grazia ha deciso di servirsi di noi per raggiungere altri. Dobbiamo sempre mantenere questa doppia consapevolezza: da un lato teniamo sempre davanti a noi la nostra fragilità, le nostre pochezze, i nostri peccati, ma dall’altro dobbiamo tenere in grande considerazione il compito che ci viene affidato.

Questo stile si ritrova anche nelle apparizioni mariane: di solito la Madonna sceglie persone semplici e spesso bambini e/o analfabeti, e dà loro un compito da portare a termine. Vuole che siano proprio loro e non altri a portare a compimento il gravoso compito loro assegnato. La Grazia li colma dei doni e dei carismi necessari per la missione affidata, ma la loro parte necessaria la devono fare; e spesso è una parte ingrata che attira persecuzioni, dolori ed incomprensioni.

Cari sposi, il Signore ha messo il Suo tesoro di Grazia personalizzato per il nostro coniuge nelle nostre mani, in quel vaso di creta che siamo noi, un vaso che presenta qualche crepa ma tuttavia è necessario per portare il Tesoro. Coraggio famiglie, le crepe ci ricordano la nostra condizione di peccatori, ma se il Signore non ha vergogna ad usare noi come Suoi contenitori, chi siamo noi per porre ostacoli?

Giorgio e Valentina.

Lo sguardo alla vittoria finale

Dal libro dell’Esodo. In quei giorni sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Cerchiamo di essere avveduti nei suoi riguardi per impedire che cresca, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese”.[…]Il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina”.[…]_La donna _[…]non potendo tenerlo nascosto più a lungo, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo.[…]La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”.

Abbiamo tagliato molte parti perché ci pare che la vicenda di Mosè sia abbastanza conosciuta e su cui sono stati fatti diversi film più o meno azzeccati, dei quali vi consigliamo la visione in questo periodo un po’ più distensivo. Della storia di Mosè esistono anche numerosi scritti di taglio teologico, storico, catechetico e spirituale, perciò anche stavolta ci troviamo costretti a decidere di raccontarvi solo un piccolo aspetto di grandi tematiche che la Liturgia ci propone in questi giorni.

Le prime righe ci aiutano a inquadrare storicamente la vicenda di Mosè. Sono delle parti descrittive, ma sono quelle che abbiamo scelto noi per focalizzare la nostra attenzione sul tema della sapienza divina. Apparentemente Dio resta in silenzio per ben 400 anni (numero che contiene una simbologia), quasi fosse seduto in poltrona a guardare il film del popolo di Israele che viene oppresso e schiavizzato dagli Egiziani. Aveva dato loro Giuseppe per tirarli fuori da una pesante carestia ed ora sembrava essersi dimenticato di coloro che aveva appena salvato.

La sapienza divina utilizza criteri diversi dai nostri, adopera strategie differenti contro il nemico, conosce quando i tempi sono maturi e agisce in modo misterioso, di solito anche in modo occulto. Il Signore sa sfruttare a proprio vantaggio l’arma del nemico. In questo caso, l’arma del nemico era lo sterminio dei bambini maschi e il Signore usa proprio quest’arma per far “trovare” alla figlia del faraone quel bambino tanto bello e tenero che lei adotterà come figlio e crescerà come un principe e un condottiero capace e valoroso. Il Signore si fa beffa del nemico, il quale non sa che sta crescendo e istruendo il suo più grande avversario all’interno delle sue stesse mura. Inoltre, il nome “Mosè” gli viene imposto proprio dalla figlia del faraone, che inconsapevolmente diventa una profetessa del destino del popolo di Israele; infatti, il popolo viene salvato perché “tratto dalle acque” durante il famoso passaggio del Mar Rosso.

Non possiamo tralasciare il fatto che senza l’oppressione e la schiavitù del popolo ebraico, e la conseguente e sciagurata decisione dello sterminio dei bimbi maschi da parte dell’Egitto, non avremmo avuto Mosè con tutti i benefici che la sua figura comporta per la salvezza del popolo. Cosa ci insegna tutto ciò nella nostra vita quotidiana? Da un lato, ci rassicura sul fatto che nulla sfugge a Dio riguardo al Suo popolo, nemmeno le ingiustizie o le angherie che dobbiamo sopportare. Dall’altro lato, ci offre conforto sapendo che Dio sta già operando all’interno di quella dolorosa situazione che stiamo affrontando.

Molti sposi stanno vivendo situazioni di grande dolore: incomprensioni dentro e fuori la coppia, fatiche nella malattia propria o nell’accudimento di familiari, dolori per le scelte sciagurate dei figli, dolori per l’allontanamento del coniuge da una vita di Grazia, ecc… Ogni coppia di sposi ha la propria storia, ma ciò che conta è vivere questa situazione non come una perdita ma come una vittoria. Dobbiamo imparare a vivere le nostre vicende tristi con lo sguardo alla vittoria finale; è come se stessimo vivendo il primo tempo di una partita, della quale solo il Signore conosce il risultato finale. A noi però tocca vivere il primo tempo con tutto noi stessi, quindi anche con tutta la nostra fede, e starci dentro le fatiche, dentro i dolori, dentro le perplessità, dentro le paure. Dobbiamo starci, ma senza catene di schiavitù, starci con la libertà di cuore dei figli di Dio che lodano il Signore in ogni tempo, perché anche il nostro tempo è Sua Grazia.

Non sappiamo ancora quando il Signore tirerà fuori dal cilindro la Grazia, quando il Signore sfodererà il Suo asso nella manica. Nel frattempo, una Grazia che già possiamo chiedere e dobbiamo lottare per vivere è quella della perseveranza nella prova. Coraggio sposi, anche per voi il Signore sta già preparando il vostro Mosè, e lo sta preparando nel nascondimento perché vuole far crescere la vostra fede in Lui e non nelle nostre povere risorse umane. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /7

Siamo alla fine della prima fuga di Pinocchio. Costui viene fermato da un carabiniere sotto gli occhi dei passanti. Geppetto lo rimprovera, ma…

E gli altri soggiunsero malignamente: “Quel Geppetto pare un galantuomo, ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino tra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi!… Insomma, tanto dissero e tanto fecero che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto.”

Siamo di fronte a un’ingiustizia e subito il nostro sentimento si fa vicino al falegname che tanto aveva desiderato un figliolo, ma deve fare i conti con le monellerie proprio di quel figlio tanto desiderato. Se teniamo ancora Geppetto come figura del Padre, in questo atto di ingiustizia possiamo vedere come il mondo “metta in prigione” Dio perché considerato cattivo e tiranno, lasciando così impuniti e a piede libero non tanto i peccatori (tutti lo siamo) ma i peccati. Il mondo vuole convincerci, quindi, che Dio, limitando la nostra libertà, sia cattivo e crudele. Vuole distruggere in noi il senso del peccato, cosicché il peccato diventa solo “un’invenzione della Chiesa e dei preti”.

Solo chi non ha fatto esperienza dell’amore del Padre si lascia ingannare da questo tranello, ma non è una novità che il potere mondano metta in prigione Dio. Del resto, non è successo lo stesso circa 2000 anni fa quando le potenze del mondo misero in croce il Signore della gloria? Il potere mondano cerca sempre di nascondere la Verità, di falsarla o di piegarla per propri interessi. Ad esempio, il potere dei mezzi di informazione soffoca la voce della verità sotto le notizie e raramente trova la forza di dare importanza a ciò che è vero quando non è interessante (non vende). Non ha la forza di rinunciare a ciò che è interessante solo perché non è vero. Non è una novità per i cristiani; ci aveva già avvertito lo stesso Gesù: << I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori >> (Lc 22,25).

Caro sposi, dobbiamo sempre restare in guardia di fronte al pensiero mondano. Bisogna tenere le antenne orientate sulle frequenze della Verità, così da non lasciarci ingannare dal primo che passa e che si riempie la bocca di paroloni su Dio e la Chiesa senza nemmeno essere battezzato, senza vivere una vita di fede all’interno della Chiesa. Troppi matrimoni zoppicano perché i due sposi si sono lasciati convincere a mettere Dio in prigione. Egli non è più il loro punto fermo, la loro certezza, la loro fonte di amore reciproco. Invece, è diventato nel migliore dei casi un estraneo e per alcuni, addirittura un nemico che mina le loro (presunte) libertà.

È capacissimo di farlo a pezzi! … In effetti, il Signore è capacissimo di farci a pezzi, ma non lo fa perché aspetta con pazienza la nostra conversione, e ogni giorno che ci dona potrebbe essere l’ultimo per convertirsi. Potremmo anche trovare un secondo senso in quel: è capacissimo di farlo a pezzi!… Nel senso che è capacissimo di fare a pezzi il nostro uomo vecchio, i nostri peccati, le nostre infedeltà, tutto ciò che in noi è un impedimento ad amarlo.

Coraggio, sposi! Non abbiate paura di seguire le leggi del Signore per il matrimonio perché, se anche all’inizio sembra che si perda qualcosa, in realtà ne avremo indietro cento volte tanto in Grazia, grazie ricevute, pace e serenità. Avremo indietro il nostro matrimonio rifiorito. Non mettiamo in prigione il Signore, non se lo merita.

Giorgio e Valentina.

Ami solo ciò che vedi?

Dal libro della Gènesi (Gn 23,1-4.19; 24,1-8.62-67) Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat Arbà, cioè Ebron, nella terra di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla. […] Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roì; abitava infatti nella regione del Negheb. Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre.

Il libro della Gènesi è un libro che racconta senza tanti fronzoli gli avvenimenti che stanno all’inizio dell’alleanza tra Dio e il Suo popolo, ma i pochi particolari che sono giunti a noi hanno la loro importanza, proprio per il fatto che sono gli unici descritti. Oggi ci soffermeremo su uno in particolare: “Allora ella prese il velo e si coprì.

Sembrerebbe uno dei gesti abituali per quel popolo e per quella società, ma allora perché specificarlo? Fa solo parte del racconto o ha un secondo significato? Noi abbiamo colto un secondo significato e che ci porta a riflettere ancora una volta su un aspetto della castità che vale per i fidanzati quanto per gli sposati: il pudore.

Il consorzio familiare non ce lo si inventa di sana pianta, non è come il gioco delle costruzioni che monti e smonti a tuo piacere quante volte vuoi e quando vuoi. Esso ha bisogno di tempo per pensare, per sedimentare, per costruire, per progettare, per conoscere se stessi e l’altro, per imparare ad amarsi, per esercitarsi nell’arte dell’amore; e tutto questo lavoro va fatto senza l’impiccio della sensualità, senza le pulsioni sessuali, senza quelle zavorre che ci trascinano verso le nostre bassezze ed impediscono all’amore di spiccare il volo verso il Cielo da cui proviene esso stesso.

Solo belle parole, ma prive di concretezza? Proviamo a ragionarci un po’. Di sicuro sarà capitato a tutti di ripensare all’amore ricevuto dai nonni o dai genitori e sentire ancora molto affetto nei loro confronti; ci sono anche persone che sono grate al proprio padre (o madre) spirituale per l’amore ricevuto e nutrono verso lui/lei grandi sentimenti quasi uguali, se non maggiori a volte, del genitore naturale. Ma tutto questo amore è arrivato a noi senza l’ausilio della sensualità, senza pulsioni sessuali, eppure è un amore grande che riempie il nostro cuore e non se ne va più da noi perché costitutivo della nostra personalità; quindi ne ricaviamo che l’amore umano ha bisogno del corpo per esprimersi, ma non ha la sua fonte nelle pulsioni sessuali.

Rebecca si mise il velo e si coprì non perché avesse paura di Isacco, ma perché voleva essere amata NON PER il suo corpo, ma CON il suo corpo. Isacco doveva imparare a conoscere chi lei fosse, quali erano i suoi pensieri, la sua personalità, la sua famiglia d’origine, il suo carattere, i suoi desideri, i suoi sogni, la profondità della sua fede, doveva imparare a godere delle sue doti e comprenderne i difetti; e tutto questo lavoro (reciproco) va fatto nel fidanzamento ma non si può rischiare di puntare tutto sul cavallo sbagliato.

Immaginate di scommettere alle corse dei cavalli e di puntare tutti i vostri soldi, li puntereste sul cavallo più bello esteticamente, che magari solletica i vostri sensi ma che arriva ultimo, oppure sul cavallo più veloce e più forte, quello vincente aldilà della sua estetica? Usate la stessa tecnica che usereste all’ippodromo col vostro fidanzato/a o col vostro sposo/a. Certamente l’aspetto estetico del nostro amato/a ha la sua importanza e ce lo rende attraente ai nostri occhi, ma non è tutto. Isacco ha dovuto imparare a guardare oltre il velo di Rebecca, ha imparato a scrutare il suo sguardo per conoscere meglio il suo cuore, quasi che il suo sguardo fosse la finestra attraverso cui accedere al cuore.

Il pudore è un aiuto in tutto questo perché non è la vergogna fine a sé stessa, ma è custodia di sé stessi, della grandezza del nostro corpo. Esso deve essere l’incarnazione del nostro cuore/spirito e non una specie di Luna Park sempre aperto. Non dimentichiamo che un giorno il nostro corpo risorgerà, quindi è destinato alla gloria eterna in Dio e non alla corruzione. Ce lo testimoniano i molti corpi incorrotti di santi puri e vergini.

Coraggio sposi, se questo lavoro di castità nel fidanzamento è stato poco, abbiamo la possibilità sempre di recuperare con la volontà e la Grazia del Signore. Questo è il tempo per riportare in auge il pudore all’interno della coppia e nella società poi.

Giorgio e Valentina.

Moglie salata… sempre desiderata ?

Dal libro della Genesi (Gn 19,15-29) In quei giorni, quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: “Su, prendi tua moglie e le tue due figlie che hai qui, per non essere travolto nel castigo della città di Sodoma”. Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: “Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!”. […] Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. […]

Questa è una delle pagine difficili da digerire per coloro che hanno sempre pronta come un asso nella manica la misericordia di Dio da sfoderare per scusare ogni genere di peccato, ma ne hanno una visione distorta facendone una caricatura, quasi il Signore fosse una sorta di pacioccone simpatico e buonista che scusa tutto, praticamente una specie di Babbo Natale; lasciamo che sia S. Paolo a rispondere a questi sapientoni: “Non fatevi illusioni: con Dio non si scherza!” (altra traduzione) “Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare!” (Gal 6,7).

Quello che però vogliamo evidenziare con questo articolo non è tanto la disputa sulla Giustizia e la Misericordia del Signore, non è il nostro tema e lasciamo alla Chiesa docente questo compito, quanto invece il fatto che Dio si preoccupi di salvare una famiglia.

Il Signore manda i Suoi angeli per fare premura a Lot: è bellissimo. Immaginatevi di essere Lot che all’alba viene svegliato dagli angeli che gli mettono fretta: bisogna scendere dal letto in pochi secondi, ancora con gli occhi a mezz’asta e venire tirati per le braccia da questi che insistono senza darti il tempo neanche di darti una sciacquata in faccia, manco la colazione… insomma, se il Signore si prende il disturbo di buttarti giù dal letto mandandoti i Suoi angeli vorrà dire che è proprio importante.

E qua c’è già la prima lezione per noi sposi: quando il Signore manda i suoi richiami è perché c’è un’urgenza. Bisogna obbedire subito, senza indugio. Se si lascia passare il treno di questa Grazia, si perde non solo quella Grazia, ma si perdono anche tutte le altre connesse a quella. Non possiamo sapere se e quando il Signore ci manderà ancora una Grazia e di quale entità/portata, di sicuro c’è che quella Grazia non tornerà mai più, ce ne potrebbero essere forse altre, ma non quella; inoltre, non abbiamo la certezza di essere in futuro nelle condizioni favorevoli per riceverne un’altra casomai il Signore si degnasse di inviarcene un’altra. E se questa fosse l’ultima Grazia?

Proseguiamo col racconto evidenziando come la moglie di Lot disobbedisca al comando di Dio e per questo diviene una statua di sale. Dove c’è il sale non c’è acqua, non c’è vita. Per far morire un campo fiorito basta coprirlo di sale, quando gli antichi radevano al suolo una città nemica spargevano simbolicamente il sale su quel luogo per significare che lì non sarebbe più sorta una città, non doveva più sorgere vita.

La moglie di Lot si allontana dai comandi del Signore e per questo perde la vita, diventando completamente di sale non ha più in sé nemmeno uno spiraglio di vita. Cari sposi, questa è la seconda lezione per noi: disobbedire ai comandi di Dio equivale a diventare una statua di sale. E il sale non permette alla vita di attecchire, è il sale della disobbedienza a Dio, è il sale della superbia, è il sale dell’orgoglio, è il sale del peccato. Cari sposi, quando il Signore comanda bisogna obbedire senza voltarsi indietro, senza rimuginare sul passato, sul nostro “uomo vecchio”, andare avanti per la strada della vita nuova anche se per fare ciò lasceremo alle spalle forse situazioni, cose o persone a cui eravamo legati ma che erano motivo di morte dentro l’anima.

Sposi in Cristo, dobbiamo imitare Lot: avanti dritti e con premura verso la salvezza senza rimpianti. Coraggio sposi, niente è impossibile a Dio.

Giorgio e Valentina

Il matrimonio secondo Pinocchio /6

Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul pavimento della stanza, per farlo camminare. Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro. Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza ; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.

Questa frase ci sembra un’ eco dei primi capitoli della Bibbia, quasi un modo più divertente per raccontare l’ingresso dell’uomo nel Creato. Se nelle puntate precedenti abbiamo toccato il tema della nostra preesistenza in mente Dei, oggi vediamo come il Padre ci colloca nel mondo, e lo faremo usando come Sua contro-figura il nostro Geppetto.

Possiamo notare come il primo gesto di Geppetto sia quello di prendere sotto le braccia il burattino, un po’ come fanno i genitori con i bimbi prima di posarli per terra; qualche cinico obietterà che è un gesto obbligato poiché per il piccolo sarebbe cosa impossibile, ma noi replichiamo che una delle esperienze più appaganti della vita affettiva e relazionale è proprio quella di essere presi in braccio da mamma e papà. È vero che è un gesto obbligato, ma è altrettanto vero che di solito questo gesto viene accompagnato da un sorriso, da un bacio, da una parola affettuosa, da uno sguardo di incoraggiamento. Se viene fatto roboticamente, il bimbo se ne accorge e subito si lamenta perché si nutre della relazione. Se questo piccolo potesse parlare, direbbe che l’essenza di sé stesso è la relazione dipendente dalla mamma e dal papà. E noi come ci relazioniamo con i nostri figli, li prendiamo in braccio (in senso figurato per i figli grandi) per incoraggiarli e sostenerli?

C’è un altro particolare, e cioè che Geppetto posa in terra Pinocchio per un motivo: “per farlo camminare”. Anche il Padre ci ha posti nel mondo per “farci camminare”, e lo ha fatto prendendoci prima in braccio come Geppetto. Cari sposi, se il Padre ci ha posti nel mondo in questo tempo e in questo spazio preciso è perché questo è il nostro posto unico ed irripetibile, nessuno poteva e potrà mai essere nel mondo al posto nostro, il cammino che il Padre ci invita a compiere è personale, il Creatore non ci ha creato in serie come in una fabbrica da cui usciamo tutti uguali con lo stesso codice a barre. Gli spaghetti alla carbonara del ristorante stellato in Piazza Roma sono sicuramente molto buoni, ma preferisco quelli che prepara Valentina, non tanto per il gusto in sé, ma per l’amore che ci mette nella preparazione e la tenerezza con cui li serve, similmente, ognuno di noi può essere sostituito nelle “cose da fare”, ma nessuno le farà mai come me perché ognuno mette un po’ di sé dentro le cose che realizza. Ogni coppia ha il proprio cammino per cui il Padre la “posò in terra per farla camminare”. E noi aiutiamo il nostro coniuge a camminare?

Geppetto poi, come ogni papà, aiuta Pinocchio tenendolo per mano e insegnandogli a “mettere un passo dietro l’altro”. E così fa anche il Padre con noi, non ci abbandona sul pavimento con un “arrangiati da solo adesso”, ma ci tiene per mano con la Sua Grazia, con la Sua Provvidenza, e ci insegna a mettere un passo dopo l’altro. Gli sposi che pretendono tutto e subito avranno di che imparare da Geppetto. Quando una coppia è in crisi vorrebbe uscire immediatamente da essa senza ferite, senza cicatrici, senza riportare contusioni, senza ripercussioni di nessun tipo, ma l’esperienza ci insegna che non è possibile, come ogni papà non molla la manina del piccolino fino a che non sia sicuro di sé stesso così le coppie dovranno avere la pazienza di ritornare sulla giusta strada ma dovranno fare un passo alla volta.

E da ultimo c’è il grande tema della nostra libertà, del nostro libero arbitrio, qui solo accennato e che riprenderemo in seguito, lo si avverte subito nella frase: “Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.” Così come il Padre non ci vuole obbligare a riamarlo e corre il rischio che anche noi “corriamo fuori per la strada a scappare” così anche noi dobbiamo fare nei confronti sia del nostro coniuge che dei nostri figli, ma affronteremo più avanti questo tema. Per ora ci basti sapere che, come Geppetto, così anche il Padre corre il rischio di lasciarci camminare da noi stessi, cioé ci lascia la facoltà di scegliere liberamente di camminare restando nella Sua Grazia. Cari sposi, il Signore ci insegna a camminare ma non perché possiamo scappare dalla Sua casa come dei moderni “figliuol prodighi”, ma perché possiamo seguire le Sue orme, le orme del Suo Figlio Gesù.

Coraggio sposi, buona camminata.

Giorgio e Valentina.

Da quale oculista?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,19-23) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

Questo brano ci sembra abbastanza famoso da non aver bisogno di presentazioni, inoltre Gesù è stato talmente chiaro nella spiegazione che anche i cuori più induriti lo capiscono pur senza condividerne il contenuto; un miracolo di Sant’Antonio (di Padova) fa eco alla parte centrale del brano, ne riportiamo una sintesi che può essere d’aiuto a molti:

In una località della Toscana si stanno celebrando con solennità i funerali di un uomo molto ricco. Al funerale è presente Antonio, che, scosso da un’ispirazione, si mette a gridare che quel morto non va sepolto in luogo consacrato, perché il cadavere è privo di cuore. I presenti rimangono sconvolti e inizia un’accesa discussione. Alla fine vengono chiamati dei medici, che aprirono il petto al defunto. Il cuore non è effettivamente nella cassa toracica e viene poi rinvenuto nella cassaforte dov’era conservato il denaro.

Dopo questa breve presentazione, andiamo alla frase che ci interessa di più, e cioè quella che si riferisce all’occhio, tocca un tema molto delicato per gli sposi: la custodia della vista. Se qualcuno sta già pensando al proprio oculista di fiducia è fuori strada, perché alla vista di cui parliamo oggi non interessano gli eventuali problemi dell’occhio, ma interessa il contenuto di ciò che facciamo entrare dagli occhi. Quando una stanza è buia significa che non ha le finestre oppure che quest’ultime sono chiuse, per cui la luce necessita di finestre aperte per poter entrare nella stanza; similmente l’occhio è quella finestra attraverso cui facciamo entrare immagini buone o immagini cattive, le prime ci aiutano nella santità, le altre inquinano la nostra anima.

Sappiamo bene come una tra le virtù cardine per vivere bene il sacramento del matrimonio sia la castità, per viverla in pienezza abbiamo bisogno di diversi tipi di aiuti, uno tra questi è la custodia della vista. Se un marito/fidanzato nutre la propria vista di pornografia da molto tempo, che tipo di sguardo potrà avere sulla propria moglie/fidanzata? Va da sè che tenterà di replicare nel proprio matrimonio quel mondo che tanto cattura la sua vista, ma in quel mondo il corpo è mercificato, le relazioni sono annullate, l’uomo è degradato alla sfera animale, l’altro non ha dignità perché ritenuto solo un mezzo per soddisfare i piaceri della carne, l’uomo è oggetto della donna e la donna oggetto dell’uomo.

Se una moglie/fidanzata si riempie gli occhi di giornaletti di gossip, di riviste di moda (quasi sempre impudica), di talk-show di basso profilo, di intrattenimenti televisivi indecenti, se conosce di più i “segreti” della famosa coppia vip rispetto alla relazione col proprio marito/fidanzato, di sicuro porterà un po’ di questo mondo effimero dentro il proprio matrimonio/fidanzamento, ma gioverà tutto ciò?

Non dobbiamo essere ingenui pensando che ciò che entra dagli occhi non influenzi in nessun modo la nostra vita, le nostre scelte, solo gli sciocchi ci credono.

Se invece nutriamo la nostra vista di letture belle, come la Parola di Dio, le vite dei santi, oppure guardiamo film cristiani e puliti, sicuramente poco a poco i nostri occhi perderanno gusto per le cose effimere di questo mondo e sapranno rifiutare le immagini che inquinano la castità per sintonizzarsi sulle belle immagini. Per esempio potremmo mettere in home-page sul cellulare un’immagine di un santo, o la fotografia del nostro coniuge nel giorno delle nozze o trovare altri stratagemmi che ci aiutino ad educare e purificare lo sguardo.

Un’ultima riflessione : se per educare e disinquinare il nostro sguardo abbiamo bisogno di immagini belle e sante, qual è l’immagine più bella e santa che possiamo vedere su questa Terra? Se non siamo dei veggenti scelti dal Cielo, allora la migliore immagine che possiamo contemplare coi nostri occhi è sicuramente quella della Santissima Eucarestia. La possono vedere tutti, veggenti e non, santi e peccatori, analfabeti e dotti, sposi e celibi, nonni e nipoti, genitori e figli, suore e frati, sacerdoti e vescovi, cardinali e papi. E tutti ne abbiamo un gran bisogno, anzi, ci è necessaria la Sua adorazione, la Sua contemplazione.

Ora, proviamo a fare un semplice ragionamento: una persona che ha passato tanti anni ad inquinare il proprio sguardo con la pornografia, avrà accumulato sicuramente un cospicuo bagaglio di ore, avrà un ingente somma di ore da purificare; ebbene, quante ore dovrà passare davanti alla Santissima Eucarestia per disinquinare e purificare il proprio sguardo?

Fate un po’ voi i conti!

Giorgio e Valentina.

Ansiosi della ricompensa?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, […] perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipocriti […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Questa volta ci concentriamo sul Vangelo che viene proposto nella Messa di domani, che è lo stesso del Mercoledì delle Ceneri, e ci aiuterà a riflettere su un aspetto particolare della relazione sponsale: la ricompensa. Quando ero piccolo restai molto colpito dall’atteggiamento di mia nonna, alla quale chiesi una volta se avesse dormito bene, la sua risposta mi lasciò perplesso al momento, ma la capii solo anni dopo nella sua profondità, mi disse più o meno queste parole: <<Io mi addormento sempre serena e tranquilla perché ho fatto il mio dovere, quello che era giusto fare.>>.

Quando ci si sposa – lo ripetiamo spesso nei corsi di preparazione al matrimonio – non si può pensare di cominciare a segnare sulla lavagnetta del frigo di casa cosa ha fatto lui, cosa ha fatto lei, quanto ha amato lui, quanto ha amato lei ; l’amore (con i suoi gesti concreti) non si può contare, altrimenti non sarebbe gratuito, e se non resta nella gratuità perde la definizione di amore e diventa un contratto, un accordo, un affare, un ingaggio. Vi piacerebbe ricevere lo scontrino dal vostro coniuge a fine giornata?

Il Vangelo ci insegna che se compiamo gesti d’amore per avere la ricompensa umana non avremo quella celeste. Cari sposi, quale ricompensa preferiamo? Quella umana, che pur essendo gradevole rimane in questo mondo, oppure quella che ci acquista “punti Paradiso”?Questo non significa assolutamente che non siamo tenuti a ringraziare chi ci offre un gesto d’amore, la riconoscenza è doverosa verso gli altri, in particolare verso il nostro coniuge, ma il problema sta nell’intenzione che c’è nel nostro cuore quando siamo noi a compiere un gesto d’amore verso gli altri, in particolare verso il nostro coniuge. Se l’intenzione del nostro gesto è quella di compiacere noi stessi, di nutrire il nostro ego (come se non fosse già abbastanza grande), di ricevere onori e gloria, di essere stimati… siamo sulla strada sbagliata perché il nostro coniuge riceverà sì un beneficio dal nostro gesto, ma chi ci perderà sarà il nostro cuore, la nostra anima; il ricevente ne trae un vantaggio comunque, ma il Signore è Giustizia e conosce il cuore con cui abbiamo compiuto tale gesto.

E vivere la nostra relazione sponsale con questa gratuità ci allena ed aiuta a capire la gratuità dell’amore del Signore nei nostri confronti. Naturalmente questo atteggiamento del cuore vale anche quando sono gli sposi insieme come coppia a compiere un gesto verso un’altra coppia o verso la comunità. Ma il Vangelo sposta la nostra attenzione dal piano umano a quello divino, dall’orizzonte umano alla verticalità divina, ci insegna che gli atti di giustizia sono tali sia verso Dio che verso gli uomini; infatti i tre gesti elencati sono l’elemosina, la preghiera ed il digiuno, ma non fini a se stessi.

L’elemosina ci allena a spogliarci delle cose di questo mondo per avere tesori solo nell’eternità. La preghiera ci ricorda che siamo creature e senza il nostro Creatore e la Sua Grazia non possiamo far nulla. Il digiuno ci aiuta a fiaccare i nostri sensi mortali, che con la loro concupiscenza ci attirano verso il basso, sappiamo che la carne ha desideri contrari a quelli dello spirito. Ancora una volta il matrimonio si riveste di eternità, si rivela un perfetto alleato per la santità, anzi, per gli sposi è la modalità -vocazione- con cui Dio ci chiama alla santità, Coraggio sposi, impariamo ad essere ansiosi della ricompensa di Dio che a suo tempo ci elargirà nella giusta misura.

Giorgio e Valentina

Il matrimonio secondo Pinocchio /5

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: – Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! E si rasciugò una lacrima.

Restiamo ancora su questa frase perché dopo aver riflettuto sulla paternità di Dio Padre e sulla nostra figliolanza divina, ora affrontiamo l’ultima nota di questa frase, quella dolente: E si rasciugò una lacrima.

Le lacrime sono un segno del corpo che spesso arrivano quando il corpo non riesce più ad esternare ciò che avviene dentro; ci sono le lacrime positive di gioia, stupore, meraviglia, pace, incanto così come quelle negative di tristezza, infelicità, angoscia, dolore e dispiacere. Le conosciamo benissimo perché almeno una volta tutti ne abbiamo fatto esperienza, perciò possiamo facilmente immaginare lo stato d’animo del povero Geppetto dinanzi alle monellerie del figliuolo, ma ora non ci interessa farne una disamina attenta, quanto invece far emergere ciò che il Collodi vuole dirci con queste poche parole.

Un antico adagio recita così: non c’è amore senza dolore… è una verità insita nella nostra esistenza e nessuno ne è escluso, lo sanno benissimo le madri che per amore affrontano il dolore del parto, lo sanno benissimo gli sposi che per amore sopportano i dolori che nascono dalla relazione col proprio coniuge. Quando si è disposti a soffrire pur di amare allora si è pronti ad amare, altrimenti si è ancora nell’adolescenza o, peggio, nella fanciullezza. La prima esperienza che si fa quando si comincia ad amare qualcuno è proprio quella del dolore, e Geppetto (simbolo del Padre) ce lo ricorda.

Ma con quale stile ama Dio Padre? Per capirlo meglio ci lasceremo aiutare da una mamma, che, come tutte le mamme, conosce bene il dolore: la Madonna. Nelle sue varie apparizioni riconosciute ufficialmente dalla Chiesa non cessa di mostrarci il volto materno doloroso dell’amore di Dio ; riportiamo solo alcune frasi.

Apparizione a La Salette (19/9/1846): Da quanto tempo soffro per voi ! Se voglio che mio figlio non vi abbandoni, sono incaricata di pregarlo incessantemente e voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi.

Apparizione a Fatima (13/08/1917): Ed assumendo un aspetto più triste, (aggiunse): Pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’Inferno non avendo chi si sacrifichi e preghi per loro”. (13/10/1917) E assumendo un aspetto triste (la Madonna aggiunse): non offendano più Dio Nostro Signore che è già molto offeso.

Apparizione a Beauraing (03/01/1933): Chiede infine, al culmine del dialogo con i bambini: “Amate mio Figlio? Mi ami? Quindi sacrificati per me.”

Anche se queste frasi mettono in luce alcuni aspetti particolari della nostra vita di fede, ci confermano comunque che anche l’amore tra Dio e l’uomo è caratterizzato dal dolore; non possiamo a questo riguardo non citare la dolorosissima Passione del Figlio di Dio per la nostra salvezza e le vite di tanti santi che hanno deciso di corrispondere all’amore di Dio e si sono conformati al Figlio come San Pio da Pietrelcina o Santa Veronica Giuliani.

La Madonna in questi messaggi ci conferma e ci mostra la tenerezza materna che il Signore ha nei nostri confronti. Proprio come una mamma che vede il proprio figlio “prendere una brutta strada” e non si stanca di sperare in un cambiamento, continuamente lo richiama sulla retta via con la sua tenerezza materna ricordandogli il suo amore materno ed aspetta, aspetta e ancora aspetta con la speranza nel cuore, perché le mamme sono così, per fortuna.

Il Signore sapeva bene che cominciare l’avventura umana sarebbe costato tanto dolore, eppure l’ha fatto, non ha esitato un solo istante perché ciò che Lo muove è l’amore per l’uomo. Questo Padre (rappresentato da Geppetto) non nasconde la verità delle nostre “monellerie” – Male, ragazzo mio, male! – ma ce lo dice con la tristezza nel cuore, non per metterci sulle spalle il peso del ricatto morale (come a volte facciamo noi coi nostri figli) ma perché spera di risvegliare in noi la nostalgia del Suo amore, della Sua pace, della Sua serenità.

Questo atteggiamento di Dio, nello stesso tempo paterno e materno, ci interroga direttamente come sposi perché il nostro matrimonio deve sempre più conformarsi al Suo amore: come ci relazioniamo col nostro consorte quando sbaglia? Siamo interrogati anche come genitori, in quanto facciamo le veci del vero Padre: come aiutiamo i nostri figli a correggersi?

Molte persone che vivono lontane dalla vita di fede pensano che Dio non si interessi a loro, ma si sbagliano di grosso. La Madonna ci testimonia in ogni apparizione che più siamo lontani da Dio e più Lui ci cerca per sedurci a tornare a Lui con tutto il cuore. Molte mamme vanno a letto “con un occhio aperto” (ma anche con un’orecchio), e non prendono sonno finché tutti i figli non sono rincasati dalle serate con gli amici o il marito non torna dal lavoro dopo il turno serale. Similmente anche il Signore non si addormenta, non prende sonno il nostro Custode, a volte quando non ci vede rincasare da troppo tempo ci manda dei richiami quali il tormento della coscienza, altre volte ci manda la Madonna ma mai con atteggiamenti aspri, sempre con tenerezza e dolcezza.E così dobbiamo imparare ad agire anche noi sia come sposi che come genitori, impariamo dalla Madonna, ma anche Geppetto è un buon insegnante!

Giorgio e Valentina.

Vi sentite ispirati?

In questi giorni ascoltiamo questa preghiera di colletta recitata dal sacerdote a nome nostro : <<O Dio, sorgente di ogni bene, ispiraci propositi giusti e santi e donaci il tuo aiuto, perché possiamo attuarli nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…>>

La colletta ha la caratteristica di raccogliere un poco da tutti a vantaggio di una collettività, lo sappiamo bene quando si tratta di soldi, ma la medesima realtà avviene anche sul piano spirituale poiché in questa preghiera (recitata a Messa poco prima delle letture) il sacerdote raccoglie il poco da ciascuno (le intenzioni personali di preghiera) e lo fa confluire in una grande preghiera a vantaggio di tutti; come se presentando un cesto di intenzioni al Padre riassumesse tutto in un solo biglietto, e per di più non lo presenta solo come singolo ministro a nome della comunità ma passa per Gesù, presenta al Padre passando per il Figlio, attraverso il Figlio, il Quale condivide la nostra natura umana (oltre a quella divina)… e volete che il Padre, menzionando il Figlio, faccia orecchie da mercante? Ovviamente no.

Ma perché il sacerdote osa chiedere così tanto? Perché non si accontenta di chiedere l’ispirazione per dei buoni propositi generici, ma aggiunge giusti e santi? E perché domanda l’aiuto per attuarli? Proviamo a dare uno sguardo a quest’aspetto della nostra vita di fede per poi scendere nella nostra realtà matrimoniale così da riuscire a dare risposte concrete alle domande poste.

Il sacerdote è un ministro ordinato per la nostra salvezza, cioè non viene consacrato per se stesso, la sua consacrazione è ordinata alla salvezza delle anime, i poteri che gli vengono conferiti non seguono la logica della meritocrazia, ma la logica della Grazia, perciò l’efficacia delle parole di questa preghiera non proviene dalla sua santità ma dal suo sacerdozio ministeriale in quanto sta operando in persona Christi, inoltre non è una preghiera dettata dall’estro del momento, ma sono preghiere ufficiali della Chiesa come Corpo mistico di Cristo. E la Chiesa, fedele al Suo Sposo, non si limita a chiedere aiuti per le realtà temporali ma per quelle eterne; le cose di questo mondo seppur belle sono destinate a perire, ma ci sono delle realtà che superano questo mondo, che sono più grandi, e sono quelle che dobbiamo chiedere come priorità, le altre servono nella misura in cui sono ordinate a queste, altrimenti non servono a molto, o, peggio, sono d’intralcio. (cfr Mt 6,33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta“)

Le ispirazioni buone potrebbero anche sorgere dal nostro interno, seguendo qualche filosofia o stile di vita, oppure semplicemente assecondando la solidarietà umana, ma le ispirazioni giuste e sante hanno un solo mittente: lo Spirito Santo. Già il termine “ispirazioni” dovrebbe farci intuire qualcosa al riguardo, ma andiamo oltre perché se da soli potremmo anche seguire una solidarietà umana, per conoscere ciò che è giusto e santo è necessario invece lo Spirito Santo, senza il Quale non possiamo santificarci.

Un antico adagio recita così: di buone volontà è pieno l’inferno – oppure – di bei propositi è lastricato l’Inferno. Esso ci insegna che non basta l’intenzione ma è necessaria anche l’opera mossa da quell’intenzione.

Cari sposi, quando si vive una fatica relazionale, quando “siamo litigati”, quando facciamo fatica a capire l’altro, quando il perdono sembra un gradino insormontabile, quando l’egoismo ci (mal)suggerisce di aspettare che sia l’altro a fare il primo passo della riconciliazione, quando le fragilità e le miserie del nostro consorte ci rendono difficile amarlo spontaneamente, quando la coppia ha bisogno di curare le ferite con la tenerezza e il dialogo, quando abbiamo trascurato per troppo tempo l’altro riducendolo ad un semplice convivente, quando vedo l’altro solo come il genitore dei miei figli, ecc… è proprio il momento di alzare le antenne spirituali per captare le ispirazioni dei propositi giusti e santi, e contemporaneamente abbassare la cresta dell’orgoglio/egoismo.

Quando sentiamo una vocina dentro che ci dice: “Và e riconciliati con lei/lui anche se hai ragione, affrèttati e chiedi perdono per primo, compi quel gesto che non ti piace ma che la fa sentire amata e desiderata, accoglilo con la tua tenerezza femminile anche se non se lo merita, ecc… ” DOBBIAMO ASCOLTARE queste ispirazioni e metterle in opera.

Anche se queste ispirazioni cozzano con il nostro umore/stato d’animo? Sì, soprattutto quando è così, perché abbiamo la garanzia che l’ispirazione non è per solleticare i nostri sensi/piaceri, ma al contrario, è per far morire l’uomo vecchio, per mettere a tacere l’egoismo, per soffocare sul nascere ogni ribellione interiore.

Coraggio sposi, le ispirazioni giuste e sante non sono mai state all’acqua di rose, ma la pace che ne deriva, se le seguiamo con la nostra libertà, non ha paragoni, la santità matrimoniale passa anche attraverso tanti NO al nostro uomo vecchio per dire più tanti e maggiori SI’ all’uomo nuovo.

Giorgio e Valentina.

Nessuno sbaglio.

Dal libro del Siràcide (Sir 42,15-26) Ricorderò ora le opere del Signore e descriverò quello che ho visto. Per le parole del Signore sussistono le sue opere, e il suo giudizio si compie secondo il suo volere. Il sole che risplende vede tutto, della gloria del Signore sono piene le sue opere. Neppure ai santi del Signore è dato di narrare tutte le sue meraviglie, che il Signore, l’Onnipotente, ha stabilito perché l’universo stesse saldo nella sua gloria. Egli scruta l’abisso e il cuore, e penetra tutti i loro segreti. L’Altissimo conosce tutta la scienza e osserva i segni dei tempi, annunciando le cose passate e future e svelando le tracce di quelle nascoste. Nessun pensiero gli sfugge, neppure una parola gli è nascosta. Ha disposto con ordine le meraviglie della sua sapienza, egli solo è da sempre e per sempre: nulla gli è aggiunto e nulla gli è tolto, non ha bisogno di alcun consigliere. Quanto sono amabili tutte le sue opere! E appena una scintilla se ne può osservare. Tutte queste cose hanno vita e resteranno per sempre per tutte le necessità, e tutte gli obbediscono. Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i pregi dell’altra: chi si sazierà di contemplare la sua gloria?

Questo brano del Siracide fa un elogio generale della creazione senza entrare in troppi particolari, anche se in realtà, quelle poche pennellate che ci offre sono degne di meditazione e riflessione. Vogliamo mettere in luce solo qualche parola qua e là, le quali danno la chiave di lettura di fondo, e cioè il fatto che il Creatore non si è limitato a creare dal nulla inserendo all’interno del creato delle leggi per poi infischiarsene e andare via per i fatti suoi. Il creato ha delle leggi con le quali prosegue la sua esistenza, ma non gode di vita propria, è come se il Creatore abbia dato un po’ di autonomia al mondo creato, ma abbia riservato per sé la facoltà di esserne il principio causante, e questo per ogni istante.

La devozione popolare ha riassunto in una frase questa sussistenza del Creato nel Suo Creatore : “non cade foglia che Dio non voglia “. Come a ricordare all’uomo che a Dio nulla sfugge, Lui è al comando, è Lui che tiene il timone. Fatta questa premessa doverosa, passiamo alla nostra riflessione: “Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i pregi dell’altra: chi si sazierà di contemplare la sua gloria?“.

Molte coppie, quando vivono una crisi relazionale/matrimoniale, cominciano a nutrire dei forti dubbi circa la potenza di Dio: “avrò sposato quello/a giusto/a ?… lui/lei non mi completa…forse non siamo fatti l’uno per l’altra… ecc… “. Non lasciamoci ingannare, questi sono dubbi che possono sorgere, ma ai quali va data una risposta chiara e decisa, bisogna metterli subito a tacere, vanno stroncati sul nascere, altrimenti fomentano la crisi e ci convincono della loro veridicità. Non vogliamo essere fraintesi: non stiamo affermando che queste domande dubbiose siano sbagliate in sé, ma sono relative alla fase del fidanzamento e dovrebbero essere state risolte in quel periodo; se purtroppo non sono state affrontate prima (e il matrimonio è stato validamente e lecitamente contratto, ossia i due sono sposi in Cristo) è un lavoro che tocca fare da sposati.

Purtroppo assistiamo a tante coppie che si sposano con troppa leggerezza e con tanti problemi irrisolti, sperando che verranno dipanati col matrimonio, ahimè scopriranno con gli anni che, al contrario, i problemi irrisolti si acuiranno sempre più. Ora vedremo di selezionare alcune frasi che possono aiutare ad uscire dalle crisi, cominciando dall’avere uno sguardo diverso sul nostro coniuge. Questo brano ci conforta molto, perché Dio non fa mai le cose a caso né senza un perché, tantomeno gli sono ignote le nostre vite… se anche una foglia non cade senza il Suo permesso!

Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra: infatti come nella creazione di ogni singolo atomo c’è una dualità, così anche nella creazione dell’uomo c’è una dualità, quella dei sessi ; e l’uno sta di fronte all’altra, a significare la medesima dignità, ma anche la loro naturale indole a relazionarsi tra loro. Lo sposo deve vedere la sua sposa come un dono di relazione, la sposa deve vedere lo sposo capace di relazione… quando ci si relaziona si sta di fronte, ci si guarda a quattr’occhi.

egli non ha fatto nulla d’incompleto: capito sposi? Il sacramento del matrimonio è un’invenzione di Dio, il vostro matrimonio è un capolavoro di Dio, e Lui non fa nulla di incompleto. Il nostro matrimonio non è incompleto, ha tutto ciò che ci serve per santificarci e per farci sperimentare l’amore fatto carne.

Coraggio sposi, il Signore non lascia nulla di incompiuto né nulla è lasciato al caso. Il nostro coniuge è “il migliore che c’era sulla piazza” per amare con lo stile di Dio. Ma questo dono va contemplato e custodito, a volte anche da noi stessi.

Giorgio e Valentina.