Un regalo alle ortiche!

Dal libro dell’Èsodo (Es 32,15-24.30-34) In quei giorni, Mosè si voltò e scese dal monte con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole. […] Quando (Mosè) si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora l’ira di Mosè si accese: egli scagliò dalle mani le tavole, spezzandole ai piedi della montagna. Poi afferrò il vitello che avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece bere agli Israeliti. […]

Continua in questi giorni il racconto della storia della salvezza tratto dal libro dell’Esodo, e oggi siamo di fronte a una scena probabilmente famosa, se non a tutti, quantomeno agli addetti del settore cinematografico, visto che non manca in nessun film che parli di Mosè. Effettivamente, è una scena molto forte ed in parte appare un po’ controversa: dopo tutta la fatica, l’impegno e il sacrificio per scendere a piedi dal Sinai con le tavole dei Dieci Comandamenti, Mosè le scaglia come nulla fosse contro la roccia, spezzandole.

Dio aveva preparato con cura e atteso questo incontro da secoli, non è che Dio gli aveva scritto qualche consiglio su una pergamena, non gli ha scritto un memo per un appuntamento, non gli ha fatto vedere le foto di famiglia sul cellulare, non si erano trovati sul Sinai per scolarsi una birra insieme, non è che hanno fatto una bella chiacchierata tra amici parlando del più e del meno, non si sono fatti un apericena con cocktail, niente di tutto ciò : Mosè aveva appena ricevuto i Dieci Comandamenti!

E la Scrittura sottolinea che: Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole. Mosè ha frantumato la scrittura di Dio, non ha cancellato come facciamo noi un messaggio dal telefonino, non è che abbia messo un file nel cestino di Windows così da poterlo recuperare in seguito, ma ha spezzato le due tavole scritte da Dio in persona. Forse non ci rendiamo conto della gravità di questo gesto, però possiamo intuirne qualcosa guardando alle dinamiche umane. Provate ad immaginare di voler fare un bel regalo al vostro fidanzato/a o al vostro coniuge per un’occasione unica : dopo molte ricerche, finalmente trovate il regalo perfetto, fate in modo che il giorno della consegna sia speciale, molto atteso da entrambi, il vostro amato/a apre il pacchetto, che è avvolto in una confezione indimenticabile, vi ringrazia di tutto cuore perché è un regalo meraviglioso e che racconta del vostro amore per lei/lui, sul più bello… apre la finestra e lo lancia alle ortiche. Che ne dite? È una bella prospettiva?

Guardando la scena attraverso il nostro simpatico esempio, potremmo dedurne che Mosè non si fosse reso conto di quanto avesse tra le mani, oppure che fosse un tipo un po’ irriverente e ingrato, per cui non teneva in gran conto la scrittura stessa di Dio. Eppure, Mosè viene più volte citato come “l’amico di Dio”, ma questo gesto è un po’ controverso per un amico che riceve un regalo da Dio, manco fosse l’amico delle elementari. Cosa c’è allora dietro questo gesto?

Da secoli Dio si era impegnato per far capire al suo popolo che non esistono innumerevoli dèi, ma un solo Dio. Stava cercando di sconfiggere l’idolatria/politeismo, e l’ha fatto in molti modi, con tanta pazienza e misericordia, aspettando che pian piano il popolo abbandonasse tutti i falsi dèi per adorare l’unico vero Dio. Il Signore aveva già perdonato moltissime infedeltà, finalmente sembrava che il popolo si fosse convinto e quindi lo lasciò per qualche giorno “parcheggiato” ai piedi del Sinai, intanto che rivelava i suoi Dieci Comandamenti al suo servo e amico Mosè, che faceva da mediatore tra il popolo eletto e Dio. Ancora una volta, il Signore mostra la Sua misericordia perché non dà al Suo popolo un milione di leggi, gliene dà solo dieci, venendo incontro alla loro limitata capacità di comprensione. Quasi come se volesse inaugurare la loro alleanza senza appesantirne troppo le condizioni, poche regole, diremmo, ma buone.

Ma il popolo non si è dimostrato ancora pronto per ricevere i Dieci Comandamenti, non si era ancora liberato dell’idolatria/politeismo, figuriamoci se fosse pronto a seguire le leggi del Signore. Ecco spiegato il motivo del gesto eclatante di Mosè, un gesto che avrà suscitato non poco scalpore, se lo saranno raccontato chissà per quante generazioni tanto è stato plateale, ed infatti è stato registrato per giungere fino a noi. Ma noi che c’entriamo con questo popolo dalla dura cervice?

Cari sposi, quel popolo era la prefigura di noi quando ci inginocchiamo di fronte agli idoli di questo mondo come i soldi, il sesso, il potere, il successo. Questo mondo ci inganna e vuole invertire le coordinate, sostituendo il Dio che ha creato l’uomo con gli dei creati dall’uomo. La Grazia del sacramento del Matrimonio ci serve per adorare l’unico vero Dio. Ecco perché il primo e più grande comandamento è amare Dio con tutto noi stessi; tutto il resto proviene da questa adorazione. Se pensiamo di tenere in piedi la nostra relazione confidando meramente sulle nostre capacità siamo da commiserare – per dirla con un neologismo “siamo fritti” – poichè senza di Lui non possiamo fare nulla.

Coraggio famiglie, è giunta l’ora di prendere il nostro vitello per le corna e frantumarlo sulla roccia che è Gesù Cristo, sbricioliamolo calpestandolo con i piedi di Sua Madre, facciamolo ora altrimenti questa calura estiva non sarà niente in confronto della calura del fuoco eterno.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /8

Nel precedente articolo, abbiamo analizzato un po’ il mistero dell’uomo che mette in prigione il Padre; è anche il mistero di Dio che “soffre” a causa delle nostre colpe, non per qualche danno che Gli derivi, ma per l’incredibile voluttà di autodistruzione che spesso affiora nella condotta dell’uomo. Affrontiamo ora il quarto capitolo dal titolo eloquente:

La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro

Il burattino, liberato per opera della forza pubblica dalle premure oppressive di colui che l’ha creato, si dà al piacere di una corsa sfrenata nei campi. Vuole assaporare l’ebbrezza di chi è padrone assoluto di sé e non deve rendere conto a nessuno dei suoi atti e dei suoi capricci. Ma i legami non sono tutti tagliati: la corsa si conclude ancora nella casa paterna, dove il Grillo parlante tenta di ricondurlo sulla strada dell’obbedienza, ma verrà messo a tacere con un colpo di martello.

È il tema della coscienza morale, un tema attualissimo in questo moderno dilagare dell’immoralità e dell’indecenza nei costumi, ma non possiamo inoltrarci troppo a causa della sua vastità. Faremo qualche accenno nella speranza di essere d’aiuto a molti.

Nel libro di Collodi ci sono altre bestie faconde, ma stranamente solo il Grillo è detto “parlante“, perché rappresenta la coscienza, solo la sua voce è una voce che non si può mettere a tacere. La voce della coscienza non è una voce come tutte le altre, non è da confondere con il rumore e il fracasso a cui ci ha abituato il mondo moderno, tuttavia è una voce che non smette di giudicare le nostre azioni. Ovviamente la coscienza deve essere rettamente formata, altrimenti si scambia il soddisfacimento dei propri piaceri effimeri o, peggio ancora, dei bassi desideri della carne come “l’agire secondo coscienza”. Su questo punto ci basti ricordare l’ammonimento di San Paolo : (Gal 5,17) la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne

Abbiamo sentito troppe volte “scusare” i propri adulteri (o altre azioni sbagliate) con la frase “Io ho la coscienza a posto“. Ma se ci riflettiamo un attimo, proprio questa tipica frase rivela quanto sia preziosa, importante, necessaria e vitale l’approvazione da parte della nostra coscienza riguardo ai nostri comportamenti. Tanto è vero che la frase in questione cita la coscienza stessa per avere una garanzia di liceità sull’azione, che invece è peccaminosa sempre e comunque. Noi non abbiamo un martello come Pinocchio ma se la nostra coscienza potesse prendere un corpo farebbe una fine certamente peggiore di quella del povero grillo, altro che martello.

Questa voce della coscienza ha modi non convenzionali per farsi sentire, infatti a volte ci parla anche attraverso la sola testimonianza silenziosa di una persona buona attorno a noi – Dio voglia che sia il nostro coniuge – e non è necessario che essa si relazioni con noi, spesso basta la sola sua azione silente. La bontà è un richiamo forte per il nostro cuore, anzi fortissimo, potremmo anche dire irresistibile, ma se il nostro cuore sta vivendo dalla parte sbagliata potremmo avere una reazione contraria a questo soave richiamo, potremmo voler soffocare questo richiamo perché ci costringerebbe a cambiare, ancor meglio, a riconoscere che abbiamo bisogno di cambiare. E questo mina il nostro – vano – tentativo di autosufficienza, il cattivo desiderio di essere il padrone assoluto di sé.

Ecco perché a volte, quando incontriamo una testimonianza di santità, sentiamo dentro di noi l’istinto di denigrare invece che quello di imitare; cambiare è molto faticoso e laborioso, mentre denigrare o irridere è molto facile e non ci richiede nessuno sforzo. Far morire il nostro uomo vecchio è un lavoro faticoso ed impegnativo, mentre lasciargli il trono della nostra vita è alquanto facile ed apparentemente conveniente, salvo accorgerci – ahimè troppo tardi – che in realtà siamo schiavi di quel despota e che quel trono è stato usurpato al legittimo sovrano: l’uomo nuovo.

Cari sposi, dobbiamo imparare a recuperare quella bella pratica, mai andata in disuso ma fuori moda sì, che è l’esame di coscienza a fine giornata. Per cominciare, possiamo pregare alla sera insieme come famiglia e/o come coppia in un clima di silenzio e tranquillità, senza il chiasso del mondo o della TV. Magari con le luci un po’ soffuse, con calma e voce rilassata, facendo precedere la preghiera da un momento di silenzio per l’esame di coscienza personale. Alla fine, ci si può abbracciare tutti, chiedendoci scusa reciprocamente dei torti fatti e ringraziando della pazienza che l’altro/a ha manifestato nei nostri confronti.

Non è la ricetta della famiglia perfetta, ma sono consigli ed esempi di come ci si può aiutare reciprocamente a tenere viva la coscienza morale. Questi momenti e tutti quelli che la fantasia vi suggerisce devono poi trovare concretezza: bisogna ritornare a frequentare i confessionali almeno una volta al mese, non quando me la sento, ma quando è giusto. Altrimenti è sentimentalismo e non fede.

Coraggio sposi, la coscienza è il nostro giudice implacabile, dobbiamo aiutarci l’un l’altra a riconoscerne la voce, così da avere un coniuge sempre più bello e santo, col cuore sempre più legato al Cuore Sacratissimo di Gesù, più è unito a Lui e più ci amerà meglio.

Giorgio e Valentina

Che vaso siamo?

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 4,7) Fratelli, noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi.

Nel giorno di S. Giacomo Apostolo la Chiesa ci offre questa lettura della quale usiamo solo il primo versetto per la nostra riflessione. Più avanziamo nel cammino della paternità/maternità sotto la lente della Grazia e più scopriamo come il Signore si sia fidato (forse troppo?) di noi due per crescere quattro sue creature. La stessa sensazione che abbiamo avuto quando un sacerdote ci disse che indegnamente ricopriva l’incarico assegnatogli dal vescovo, ma si avvertiva che non erano parole di circostanza, non erano parole di finta umiltà che nascondevano una gretta superbia. Altre volte ci è capitato di ricevere elogi da professori delle nostre figlie per il nostro lavoro di genitori più che per l’andamento scolastico; ci siamo sempre chiesti che tipo di ragazzi fossero abituati a vedere questi insegnanti, dato che non ci sentiamo dei super-genitori, anzi ci siamo accorti di quanti errori abbiamo compiuto negli anni nonostante lo sforzo di vivere in Grazia.

Quando il 9 febbraio del 1818 la parrocchia di Ars vide arrivare per la prima volta il suo nuovo curato, non poteva di certo immaginarsi che stava accogliendo un grande santo. Ma leggendo la vita del famoso S. Giovanni Maria Vianney, si scopre che la sua ricetta segreta era quella di fare semplicemente ciò per cui era stato consacrato: il sacerdote. Nei suoi scritti, ci sono frasi che lasciano trasparire la convinzione di essere uno strumento semplice e nulla più. Ma i frutti della sua santità sono ancora tra noi. Anche questo santo, come S. Paolo e come S. Giacomo, si considerava alla stregua di un vaso di creta, ma attraverso quei vasi ci creta è arrivata a noi la Grazia di Dio.

Cari sposi, se il Signore ci ha voluti segno della Sua Grazia l’uno per l’altro, non dobbiamo rifiutare questa missione e questo dono. Chi siamo noi per pensare meglio del Padre? Se ci ha costituiti Sacramento Suo, significa che ne portiamo indegnamente i pregi per portare avanti questa gravosa missione. Inoltre, Lui stesso provvede a donarci nuovi doni, strumenti e carismi per compiere al meglio la Sua volontà.

Restiamo con l’immagine del vaso di creta: quando uno trova un tesoro, ha bisogno di un contenitore per trasportarlo, altrimenti non riuscirebbe nell’impresa; è vero che è il tesoro ad essere il protagonista e non il suo contenitore, ma è altrettanto vero che il vaso di creta è necessario al tesoro affinché possa essere trasportato e, quindi, affinché qualcuno possa godere della sua ricchezza. E così anche per noi sposi, per noi genitori, per voi consacrati nella vita religiosa, per voi sacerdoti, per voi vescovi: certamente il protagonista deve essere il tesoro che portiamo e non noi, ma questo tesoro della Grazia ha deciso di servirsi di noi per raggiungere altri. Dobbiamo sempre mantenere questa doppia consapevolezza: da un lato teniamo sempre davanti a noi la nostra fragilità, le nostre pochezze, i nostri peccati, ma dall’altro dobbiamo tenere in grande considerazione il compito che ci viene affidato.

Questo stile si ritrova anche nelle apparizioni mariane: di solito la Madonna sceglie persone semplici e spesso bambini e/o analfabeti, e dà loro un compito da portare a termine. Vuole che siano proprio loro e non altri a portare a compimento il gravoso compito loro assegnato. La Grazia li colma dei doni e dei carismi necessari per la missione affidata, ma la loro parte necessaria la devono fare; e spesso è una parte ingrata che attira persecuzioni, dolori ed incomprensioni.

Cari sposi, il Signore ha messo il Suo tesoro di Grazia personalizzato per il nostro coniuge nelle nostre mani, in quel vaso di creta che siamo noi, un vaso che presenta qualche crepa ma tuttavia è necessario per portare il Tesoro. Coraggio famiglie, le crepe ci ricordano la nostra condizione di peccatori, ma se il Signore non ha vergogna ad usare noi come Suoi contenitori, chi siamo noi per porre ostacoli?

Giorgio e Valentina.

Lo sguardo alla vittoria finale

Dal libro dell’Esodo. In quei giorni sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Cerchiamo di essere avveduti nei suoi riguardi per impedire che cresca, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese”.[…]Il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina”.[…]_La donna _[…]non potendo tenerlo nascosto più a lungo, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo.[…]La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”.

Abbiamo tagliato molte parti perché ci pare che la vicenda di Mosè sia abbastanza conosciuta e su cui sono stati fatti diversi film più o meno azzeccati, dei quali vi consigliamo la visione in questo periodo un po’ più distensivo. Della storia di Mosè esistono anche numerosi scritti di taglio teologico, storico, catechetico e spirituale, perciò anche stavolta ci troviamo costretti a decidere di raccontarvi solo un piccolo aspetto di grandi tematiche che la Liturgia ci propone in questi giorni.

Le prime righe ci aiutano a inquadrare storicamente la vicenda di Mosè. Sono delle parti descrittive, ma sono quelle che abbiamo scelto noi per focalizzare la nostra attenzione sul tema della sapienza divina. Apparentemente Dio resta in silenzio per ben 400 anni (numero che contiene una simbologia), quasi fosse seduto in poltrona a guardare il film del popolo di Israele che viene oppresso e schiavizzato dagli Egiziani. Aveva dato loro Giuseppe per tirarli fuori da una pesante carestia ed ora sembrava essersi dimenticato di coloro che aveva appena salvato.

La sapienza divina utilizza criteri diversi dai nostri, adopera strategie differenti contro il nemico, conosce quando i tempi sono maturi e agisce in modo misterioso, di solito anche in modo occulto. Il Signore sa sfruttare a proprio vantaggio l’arma del nemico. In questo caso, l’arma del nemico era lo sterminio dei bambini maschi e il Signore usa proprio quest’arma per far “trovare” alla figlia del faraone quel bambino tanto bello e tenero che lei adotterà come figlio e crescerà come un principe e un condottiero capace e valoroso. Il Signore si fa beffa del nemico, il quale non sa che sta crescendo e istruendo il suo più grande avversario all’interno delle sue stesse mura. Inoltre, il nome “Mosè” gli viene imposto proprio dalla figlia del faraone, che inconsapevolmente diventa una profetessa del destino del popolo di Israele; infatti, il popolo viene salvato perché “tratto dalle acque” durante il famoso passaggio del Mar Rosso.

Non possiamo tralasciare il fatto che senza l’oppressione e la schiavitù del popolo ebraico, e la conseguente e sciagurata decisione dello sterminio dei bimbi maschi da parte dell’Egitto, non avremmo avuto Mosè con tutti i benefici che la sua figura comporta per la salvezza del popolo. Cosa ci insegna tutto ciò nella nostra vita quotidiana? Da un lato, ci rassicura sul fatto che nulla sfugge a Dio riguardo al Suo popolo, nemmeno le ingiustizie o le angherie che dobbiamo sopportare. Dall’altro lato, ci offre conforto sapendo che Dio sta già operando all’interno di quella dolorosa situazione che stiamo affrontando.

Molti sposi stanno vivendo situazioni di grande dolore: incomprensioni dentro e fuori la coppia, fatiche nella malattia propria o nell’accudimento di familiari, dolori per le scelte sciagurate dei figli, dolori per l’allontanamento del coniuge da una vita di Grazia, ecc… Ogni coppia di sposi ha la propria storia, ma ciò che conta è vivere questa situazione non come una perdita ma come una vittoria. Dobbiamo imparare a vivere le nostre vicende tristi con lo sguardo alla vittoria finale; è come se stessimo vivendo il primo tempo di una partita, della quale solo il Signore conosce il risultato finale. A noi però tocca vivere il primo tempo con tutto noi stessi, quindi anche con tutta la nostra fede, e starci dentro le fatiche, dentro i dolori, dentro le perplessità, dentro le paure. Dobbiamo starci, ma senza catene di schiavitù, starci con la libertà di cuore dei figli di Dio che lodano il Signore in ogni tempo, perché anche il nostro tempo è Sua Grazia.

Non sappiamo ancora quando il Signore tirerà fuori dal cilindro la Grazia, quando il Signore sfodererà il Suo asso nella manica. Nel frattempo, una Grazia che già possiamo chiedere e dobbiamo lottare per vivere è quella della perseveranza nella prova. Coraggio sposi, anche per voi il Signore sta già preparando il vostro Mosè, e lo sta preparando nel nascondimento perché vuole far crescere la vostra fede in Lui e non nelle nostre povere risorse umane. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /7

Siamo alla fine della prima fuga di Pinocchio. Costui viene fermato da un carabiniere sotto gli occhi dei passanti. Geppetto lo rimprovera, ma…

E gli altri soggiunsero malignamente: “Quel Geppetto pare un galantuomo, ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino tra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi!… Insomma, tanto dissero e tanto fecero che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto.”

Siamo di fronte a un’ingiustizia e subito il nostro sentimento si fa vicino al falegname che tanto aveva desiderato un figliolo, ma deve fare i conti con le monellerie proprio di quel figlio tanto desiderato. Se teniamo ancora Geppetto come figura del Padre, in questo atto di ingiustizia possiamo vedere come il mondo “metta in prigione” Dio perché considerato cattivo e tiranno, lasciando così impuniti e a piede libero non tanto i peccatori (tutti lo siamo) ma i peccati. Il mondo vuole convincerci, quindi, che Dio, limitando la nostra libertà, sia cattivo e crudele. Vuole distruggere in noi il senso del peccato, cosicché il peccato diventa solo “un’invenzione della Chiesa e dei preti”.

Solo chi non ha fatto esperienza dell’amore del Padre si lascia ingannare da questo tranello, ma non è una novità che il potere mondano metta in prigione Dio. Del resto, non è successo lo stesso circa 2000 anni fa quando le potenze del mondo misero in croce il Signore della gloria? Il potere mondano cerca sempre di nascondere la Verità, di falsarla o di piegarla per propri interessi. Ad esempio, il potere dei mezzi di informazione soffoca la voce della verità sotto le notizie e raramente trova la forza di dare importanza a ciò che è vero quando non è interessante (non vende). Non ha la forza di rinunciare a ciò che è interessante solo perché non è vero. Non è una novità per i cristiani; ci aveva già avvertito lo stesso Gesù: << I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori >> (Lc 22,25).

Caro sposi, dobbiamo sempre restare in guardia di fronte al pensiero mondano. Bisogna tenere le antenne orientate sulle frequenze della Verità, così da non lasciarci ingannare dal primo che passa e che si riempie la bocca di paroloni su Dio e la Chiesa senza nemmeno essere battezzato, senza vivere una vita di fede all’interno della Chiesa. Troppi matrimoni zoppicano perché i due sposi si sono lasciati convincere a mettere Dio in prigione. Egli non è più il loro punto fermo, la loro certezza, la loro fonte di amore reciproco. Invece, è diventato nel migliore dei casi un estraneo e per alcuni, addirittura un nemico che mina le loro (presunte) libertà.

È capacissimo di farlo a pezzi! … In effetti, il Signore è capacissimo di farci a pezzi, ma non lo fa perché aspetta con pazienza la nostra conversione, e ogni giorno che ci dona potrebbe essere l’ultimo per convertirsi. Potremmo anche trovare un secondo senso in quel: è capacissimo di farlo a pezzi!… Nel senso che è capacissimo di fare a pezzi il nostro uomo vecchio, i nostri peccati, le nostre infedeltà, tutto ciò che in noi è un impedimento ad amarlo.

Coraggio, sposi! Non abbiate paura di seguire le leggi del Signore per il matrimonio perché, se anche all’inizio sembra che si perda qualcosa, in realtà ne avremo indietro cento volte tanto in Grazia, grazie ricevute, pace e serenità. Avremo indietro il nostro matrimonio rifiorito. Non mettiamo in prigione il Signore, non se lo merita.

Giorgio e Valentina.

Ami solo ciò che vedi?

Dal libro della Gènesi (Gn 23,1-4.19; 24,1-8.62-67) Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat Arbà, cioè Ebron, nella terra di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla. […] Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roì; abitava infatti nella regione del Negheb. Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre.

Il libro della Gènesi è un libro che racconta senza tanti fronzoli gli avvenimenti che stanno all’inizio dell’alleanza tra Dio e il Suo popolo, ma i pochi particolari che sono giunti a noi hanno la loro importanza, proprio per il fatto che sono gli unici descritti. Oggi ci soffermeremo su uno in particolare: “Allora ella prese il velo e si coprì.

Sembrerebbe uno dei gesti abituali per quel popolo e per quella società, ma allora perché specificarlo? Fa solo parte del racconto o ha un secondo significato? Noi abbiamo colto un secondo significato e che ci porta a riflettere ancora una volta su un aspetto della castità che vale per i fidanzati quanto per gli sposati: il pudore.

Il consorzio familiare non ce lo si inventa di sana pianta, non è come il gioco delle costruzioni che monti e smonti a tuo piacere quante volte vuoi e quando vuoi. Esso ha bisogno di tempo per pensare, per sedimentare, per costruire, per progettare, per conoscere se stessi e l’altro, per imparare ad amarsi, per esercitarsi nell’arte dell’amore; e tutto questo lavoro va fatto senza l’impiccio della sensualità, senza le pulsioni sessuali, senza quelle zavorre che ci trascinano verso le nostre bassezze ed impediscono all’amore di spiccare il volo verso il Cielo da cui proviene esso stesso.

Solo belle parole, ma prive di concretezza? Proviamo a ragionarci un po’. Di sicuro sarà capitato a tutti di ripensare all’amore ricevuto dai nonni o dai genitori e sentire ancora molto affetto nei loro confronti; ci sono anche persone che sono grate al proprio padre (o madre) spirituale per l’amore ricevuto e nutrono verso lui/lei grandi sentimenti quasi uguali, se non maggiori a volte, del genitore naturale. Ma tutto questo amore è arrivato a noi senza l’ausilio della sensualità, senza pulsioni sessuali, eppure è un amore grande che riempie il nostro cuore e non se ne va più da noi perché costitutivo della nostra personalità; quindi ne ricaviamo che l’amore umano ha bisogno del corpo per esprimersi, ma non ha la sua fonte nelle pulsioni sessuali.

Rebecca si mise il velo e si coprì non perché avesse paura di Isacco, ma perché voleva essere amata NON PER il suo corpo, ma CON il suo corpo. Isacco doveva imparare a conoscere chi lei fosse, quali erano i suoi pensieri, la sua personalità, la sua famiglia d’origine, il suo carattere, i suoi desideri, i suoi sogni, la profondità della sua fede, doveva imparare a godere delle sue doti e comprenderne i difetti; e tutto questo lavoro (reciproco) va fatto nel fidanzamento ma non si può rischiare di puntare tutto sul cavallo sbagliato.

Immaginate di scommettere alle corse dei cavalli e di puntare tutti i vostri soldi, li puntereste sul cavallo più bello esteticamente, che magari solletica i vostri sensi ma che arriva ultimo, oppure sul cavallo più veloce e più forte, quello vincente aldilà della sua estetica? Usate la stessa tecnica che usereste all’ippodromo col vostro fidanzato/a o col vostro sposo/a. Certamente l’aspetto estetico del nostro amato/a ha la sua importanza e ce lo rende attraente ai nostri occhi, ma non è tutto. Isacco ha dovuto imparare a guardare oltre il velo di Rebecca, ha imparato a scrutare il suo sguardo per conoscere meglio il suo cuore, quasi che il suo sguardo fosse la finestra attraverso cui accedere al cuore.

Il pudore è un aiuto in tutto questo perché non è la vergogna fine a sé stessa, ma è custodia di sé stessi, della grandezza del nostro corpo. Esso deve essere l’incarnazione del nostro cuore/spirito e non una specie di Luna Park sempre aperto. Non dimentichiamo che un giorno il nostro corpo risorgerà, quindi è destinato alla gloria eterna in Dio e non alla corruzione. Ce lo testimoniano i molti corpi incorrotti di santi puri e vergini.

Coraggio sposi, se questo lavoro di castità nel fidanzamento è stato poco, abbiamo la possibilità sempre di recuperare con la volontà e la Grazia del Signore. Questo è il tempo per riportare in auge il pudore all’interno della coppia e nella società poi.

Giorgio e Valentina.

Moglie salata… sempre desiderata ?

Dal libro della Genesi (Gn 19,15-29) In quei giorni, quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: “Su, prendi tua moglie e le tue due figlie che hai qui, per non essere travolto nel castigo della città di Sodoma”. Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: “Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!”. […] Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. […]

Questa è una delle pagine difficili da digerire per coloro che hanno sempre pronta come un asso nella manica la misericordia di Dio da sfoderare per scusare ogni genere di peccato, ma ne hanno una visione distorta facendone una caricatura, quasi il Signore fosse una sorta di pacioccone simpatico e buonista che scusa tutto, praticamente una specie di Babbo Natale; lasciamo che sia S. Paolo a rispondere a questi sapientoni: “Non fatevi illusioni: con Dio non si scherza!” (altra traduzione) “Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare!” (Gal 6,7).

Quello che però vogliamo evidenziare con questo articolo non è tanto la disputa sulla Giustizia e la Misericordia del Signore, non è il nostro tema e lasciamo alla Chiesa docente questo compito, quanto invece il fatto che Dio si preoccupi di salvare una famiglia.

Il Signore manda i Suoi angeli per fare premura a Lot: è bellissimo. Immaginatevi di essere Lot che all’alba viene svegliato dagli angeli che gli mettono fretta: bisogna scendere dal letto in pochi secondi, ancora con gli occhi a mezz’asta e venire tirati per le braccia da questi che insistono senza darti il tempo neanche di darti una sciacquata in faccia, manco la colazione… insomma, se il Signore si prende il disturbo di buttarti giù dal letto mandandoti i Suoi angeli vorrà dire che è proprio importante.

E qua c’è già la prima lezione per noi sposi: quando il Signore manda i suoi richiami è perché c’è un’urgenza. Bisogna obbedire subito, senza indugio. Se si lascia passare il treno di questa Grazia, si perde non solo quella Grazia, ma si perdono anche tutte le altre connesse a quella. Non possiamo sapere se e quando il Signore ci manderà ancora una Grazia e di quale entità/portata, di sicuro c’è che quella Grazia non tornerà mai più, ce ne potrebbero essere forse altre, ma non quella; inoltre, non abbiamo la certezza di essere in futuro nelle condizioni favorevoli per riceverne un’altra casomai il Signore si degnasse di inviarcene un’altra. E se questa fosse l’ultima Grazia?

Proseguiamo col racconto evidenziando come la moglie di Lot disobbedisca al comando di Dio e per questo diviene una statua di sale. Dove c’è il sale non c’è acqua, non c’è vita. Per far morire un campo fiorito basta coprirlo di sale, quando gli antichi radevano al suolo una città nemica spargevano simbolicamente il sale su quel luogo per significare che lì non sarebbe più sorta una città, non doveva più sorgere vita.

La moglie di Lot si allontana dai comandi del Signore e per questo perde la vita, diventando completamente di sale non ha più in sé nemmeno uno spiraglio di vita. Cari sposi, questa è la seconda lezione per noi: disobbedire ai comandi di Dio equivale a diventare una statua di sale. E il sale non permette alla vita di attecchire, è il sale della disobbedienza a Dio, è il sale della superbia, è il sale dell’orgoglio, è il sale del peccato. Cari sposi, quando il Signore comanda bisogna obbedire senza voltarsi indietro, senza rimuginare sul passato, sul nostro “uomo vecchio”, andare avanti per la strada della vita nuova anche se per fare ciò lasceremo alle spalle forse situazioni, cose o persone a cui eravamo legati ma che erano motivo di morte dentro l’anima.

Sposi in Cristo, dobbiamo imitare Lot: avanti dritti e con premura verso la salvezza senza rimpianti. Coraggio sposi, niente è impossibile a Dio.

Giorgio e Valentina

Il matrimonio secondo Pinocchio /6

Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul pavimento della stanza, per farlo camminare. Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro. Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza ; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.

Questa frase ci sembra un’ eco dei primi capitoli della Bibbia, quasi un modo più divertente per raccontare l’ingresso dell’uomo nel Creato. Se nelle puntate precedenti abbiamo toccato il tema della nostra preesistenza in mente Dei, oggi vediamo come il Padre ci colloca nel mondo, e lo faremo usando come Sua contro-figura il nostro Geppetto.

Possiamo notare come il primo gesto di Geppetto sia quello di prendere sotto le braccia il burattino, un po’ come fanno i genitori con i bimbi prima di posarli per terra; qualche cinico obietterà che è un gesto obbligato poiché per il piccolo sarebbe cosa impossibile, ma noi replichiamo che una delle esperienze più appaganti della vita affettiva e relazionale è proprio quella di essere presi in braccio da mamma e papà. È vero che è un gesto obbligato, ma è altrettanto vero che di solito questo gesto viene accompagnato da un sorriso, da un bacio, da una parola affettuosa, da uno sguardo di incoraggiamento. Se viene fatto roboticamente, il bimbo se ne accorge e subito si lamenta perché si nutre della relazione. Se questo piccolo potesse parlare, direbbe che l’essenza di sé stesso è la relazione dipendente dalla mamma e dal papà. E noi come ci relazioniamo con i nostri figli, li prendiamo in braccio (in senso figurato per i figli grandi) per incoraggiarli e sostenerli?

C’è un altro particolare, e cioè che Geppetto posa in terra Pinocchio per un motivo: “per farlo camminare”. Anche il Padre ci ha posti nel mondo per “farci camminare”, e lo ha fatto prendendoci prima in braccio come Geppetto. Cari sposi, se il Padre ci ha posti nel mondo in questo tempo e in questo spazio preciso è perché questo è il nostro posto unico ed irripetibile, nessuno poteva e potrà mai essere nel mondo al posto nostro, il cammino che il Padre ci invita a compiere è personale, il Creatore non ci ha creato in serie come in una fabbrica da cui usciamo tutti uguali con lo stesso codice a barre. Gli spaghetti alla carbonara del ristorante stellato in Piazza Roma sono sicuramente molto buoni, ma preferisco quelli che prepara Valentina, non tanto per il gusto in sé, ma per l’amore che ci mette nella preparazione e la tenerezza con cui li serve, similmente, ognuno di noi può essere sostituito nelle “cose da fare”, ma nessuno le farà mai come me perché ognuno mette un po’ di sé dentro le cose che realizza. Ogni coppia ha il proprio cammino per cui il Padre la “posò in terra per farla camminare”. E noi aiutiamo il nostro coniuge a camminare?

Geppetto poi, come ogni papà, aiuta Pinocchio tenendolo per mano e insegnandogli a “mettere un passo dietro l’altro”. E così fa anche il Padre con noi, non ci abbandona sul pavimento con un “arrangiati da solo adesso”, ma ci tiene per mano con la Sua Grazia, con la Sua Provvidenza, e ci insegna a mettere un passo dopo l’altro. Gli sposi che pretendono tutto e subito avranno di che imparare da Geppetto. Quando una coppia è in crisi vorrebbe uscire immediatamente da essa senza ferite, senza cicatrici, senza riportare contusioni, senza ripercussioni di nessun tipo, ma l’esperienza ci insegna che non è possibile, come ogni papà non molla la manina del piccolino fino a che non sia sicuro di sé stesso così le coppie dovranno avere la pazienza di ritornare sulla giusta strada ma dovranno fare un passo alla volta.

E da ultimo c’è il grande tema della nostra libertà, del nostro libero arbitrio, qui solo accennato e che riprenderemo in seguito, lo si avverte subito nella frase: “Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.” Così come il Padre non ci vuole obbligare a riamarlo e corre il rischio che anche noi “corriamo fuori per la strada a scappare” così anche noi dobbiamo fare nei confronti sia del nostro coniuge che dei nostri figli, ma affronteremo più avanti questo tema. Per ora ci basti sapere che, come Geppetto, così anche il Padre corre il rischio di lasciarci camminare da noi stessi, cioé ci lascia la facoltà di scegliere liberamente di camminare restando nella Sua Grazia. Cari sposi, il Signore ci insegna a camminare ma non perché possiamo scappare dalla Sua casa come dei moderni “figliuol prodighi”, ma perché possiamo seguire le Sue orme, le orme del Suo Figlio Gesù.

Coraggio sposi, buona camminata.

Giorgio e Valentina.

Da quale oculista?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,19-23) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

Questo brano ci sembra abbastanza famoso da non aver bisogno di presentazioni, inoltre Gesù è stato talmente chiaro nella spiegazione che anche i cuori più induriti lo capiscono pur senza condividerne il contenuto; un miracolo di Sant’Antonio (di Padova) fa eco alla parte centrale del brano, ne riportiamo una sintesi che può essere d’aiuto a molti:

In una località della Toscana si stanno celebrando con solennità i funerali di un uomo molto ricco. Al funerale è presente Antonio, che, scosso da un’ispirazione, si mette a gridare che quel morto non va sepolto in luogo consacrato, perché il cadavere è privo di cuore. I presenti rimangono sconvolti e inizia un’accesa discussione. Alla fine vengono chiamati dei medici, che aprirono il petto al defunto. Il cuore non è effettivamente nella cassa toracica e viene poi rinvenuto nella cassaforte dov’era conservato il denaro.

Dopo questa breve presentazione, andiamo alla frase che ci interessa di più, e cioè quella che si riferisce all’occhio, tocca un tema molto delicato per gli sposi: la custodia della vista. Se qualcuno sta già pensando al proprio oculista di fiducia è fuori strada, perché alla vista di cui parliamo oggi non interessano gli eventuali problemi dell’occhio, ma interessa il contenuto di ciò che facciamo entrare dagli occhi. Quando una stanza è buia significa che non ha le finestre oppure che quest’ultime sono chiuse, per cui la luce necessita di finestre aperte per poter entrare nella stanza; similmente l’occhio è quella finestra attraverso cui facciamo entrare immagini buone o immagini cattive, le prime ci aiutano nella santità, le altre inquinano la nostra anima.

Sappiamo bene come una tra le virtù cardine per vivere bene il sacramento del matrimonio sia la castità, per viverla in pienezza abbiamo bisogno di diversi tipi di aiuti, uno tra questi è la custodia della vista. Se un marito/fidanzato nutre la propria vista di pornografia da molto tempo, che tipo di sguardo potrà avere sulla propria moglie/fidanzata? Va da sè che tenterà di replicare nel proprio matrimonio quel mondo che tanto cattura la sua vista, ma in quel mondo il corpo è mercificato, le relazioni sono annullate, l’uomo è degradato alla sfera animale, l’altro non ha dignità perché ritenuto solo un mezzo per soddisfare i piaceri della carne, l’uomo è oggetto della donna e la donna oggetto dell’uomo.

Se una moglie/fidanzata si riempie gli occhi di giornaletti di gossip, di riviste di moda (quasi sempre impudica), di talk-show di basso profilo, di intrattenimenti televisivi indecenti, se conosce di più i “segreti” della famosa coppia vip rispetto alla relazione col proprio marito/fidanzato, di sicuro porterà un po’ di questo mondo effimero dentro il proprio matrimonio/fidanzamento, ma gioverà tutto ciò?

Non dobbiamo essere ingenui pensando che ciò che entra dagli occhi non influenzi in nessun modo la nostra vita, le nostre scelte, solo gli sciocchi ci credono.

Se invece nutriamo la nostra vista di letture belle, come la Parola di Dio, le vite dei santi, oppure guardiamo film cristiani e puliti, sicuramente poco a poco i nostri occhi perderanno gusto per le cose effimere di questo mondo e sapranno rifiutare le immagini che inquinano la castità per sintonizzarsi sulle belle immagini. Per esempio potremmo mettere in home-page sul cellulare un’immagine di un santo, o la fotografia del nostro coniuge nel giorno delle nozze o trovare altri stratagemmi che ci aiutino ad educare e purificare lo sguardo.

Un’ultima riflessione : se per educare e disinquinare il nostro sguardo abbiamo bisogno di immagini belle e sante, qual è l’immagine più bella e santa che possiamo vedere su questa Terra? Se non siamo dei veggenti scelti dal Cielo, allora la migliore immagine che possiamo contemplare coi nostri occhi è sicuramente quella della Santissima Eucarestia. La possono vedere tutti, veggenti e non, santi e peccatori, analfabeti e dotti, sposi e celibi, nonni e nipoti, genitori e figli, suore e frati, sacerdoti e vescovi, cardinali e papi. E tutti ne abbiamo un gran bisogno, anzi, ci è necessaria la Sua adorazione, la Sua contemplazione.

Ora, proviamo a fare un semplice ragionamento: una persona che ha passato tanti anni ad inquinare il proprio sguardo con la pornografia, avrà accumulato sicuramente un cospicuo bagaglio di ore, avrà un ingente somma di ore da purificare; ebbene, quante ore dovrà passare davanti alla Santissima Eucarestia per disinquinare e purificare il proprio sguardo?

Fate un po’ voi i conti!

Giorgio e Valentina.

Ansiosi della ricompensa?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, […] perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipocriti […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Questa volta ci concentriamo sul Vangelo che viene proposto nella Messa di domani, che è lo stesso del Mercoledì delle Ceneri, e ci aiuterà a riflettere su un aspetto particolare della relazione sponsale: la ricompensa. Quando ero piccolo restai molto colpito dall’atteggiamento di mia nonna, alla quale chiesi una volta se avesse dormito bene, la sua risposta mi lasciò perplesso al momento, ma la capii solo anni dopo nella sua profondità, mi disse più o meno queste parole: <<Io mi addormento sempre serena e tranquilla perché ho fatto il mio dovere, quello che era giusto fare.>>.

Quando ci si sposa – lo ripetiamo spesso nei corsi di preparazione al matrimonio – non si può pensare di cominciare a segnare sulla lavagnetta del frigo di casa cosa ha fatto lui, cosa ha fatto lei, quanto ha amato lui, quanto ha amato lei ; l’amore (con i suoi gesti concreti) non si può contare, altrimenti non sarebbe gratuito, e se non resta nella gratuità perde la definizione di amore e diventa un contratto, un accordo, un affare, un ingaggio. Vi piacerebbe ricevere lo scontrino dal vostro coniuge a fine giornata?

Il Vangelo ci insegna che se compiamo gesti d’amore per avere la ricompensa umana non avremo quella celeste. Cari sposi, quale ricompensa preferiamo? Quella umana, che pur essendo gradevole rimane in questo mondo, oppure quella che ci acquista “punti Paradiso”?Questo non significa assolutamente che non siamo tenuti a ringraziare chi ci offre un gesto d’amore, la riconoscenza è doverosa verso gli altri, in particolare verso il nostro coniuge, ma il problema sta nell’intenzione che c’è nel nostro cuore quando siamo noi a compiere un gesto d’amore verso gli altri, in particolare verso il nostro coniuge. Se l’intenzione del nostro gesto è quella di compiacere noi stessi, di nutrire il nostro ego (come se non fosse già abbastanza grande), di ricevere onori e gloria, di essere stimati… siamo sulla strada sbagliata perché il nostro coniuge riceverà sì un beneficio dal nostro gesto, ma chi ci perderà sarà il nostro cuore, la nostra anima; il ricevente ne trae un vantaggio comunque, ma il Signore è Giustizia e conosce il cuore con cui abbiamo compiuto tale gesto.

E vivere la nostra relazione sponsale con questa gratuità ci allena ed aiuta a capire la gratuità dell’amore del Signore nei nostri confronti. Naturalmente questo atteggiamento del cuore vale anche quando sono gli sposi insieme come coppia a compiere un gesto verso un’altra coppia o verso la comunità. Ma il Vangelo sposta la nostra attenzione dal piano umano a quello divino, dall’orizzonte umano alla verticalità divina, ci insegna che gli atti di giustizia sono tali sia verso Dio che verso gli uomini; infatti i tre gesti elencati sono l’elemosina, la preghiera ed il digiuno, ma non fini a se stessi.

L’elemosina ci allena a spogliarci delle cose di questo mondo per avere tesori solo nell’eternità. La preghiera ci ricorda che siamo creature e senza il nostro Creatore e la Sua Grazia non possiamo far nulla. Il digiuno ci aiuta a fiaccare i nostri sensi mortali, che con la loro concupiscenza ci attirano verso il basso, sappiamo che la carne ha desideri contrari a quelli dello spirito. Ancora una volta il matrimonio si riveste di eternità, si rivela un perfetto alleato per la santità, anzi, per gli sposi è la modalità -vocazione- con cui Dio ci chiama alla santità, Coraggio sposi, impariamo ad essere ansiosi della ricompensa di Dio che a suo tempo ci elargirà nella giusta misura.

Giorgio e Valentina

Il matrimonio secondo Pinocchio /5

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: – Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! E si rasciugò una lacrima.

Restiamo ancora su questa frase perché dopo aver riflettuto sulla paternità di Dio Padre e sulla nostra figliolanza divina, ora affrontiamo l’ultima nota di questa frase, quella dolente: E si rasciugò una lacrima.

Le lacrime sono un segno del corpo che spesso arrivano quando il corpo non riesce più ad esternare ciò che avviene dentro; ci sono le lacrime positive di gioia, stupore, meraviglia, pace, incanto così come quelle negative di tristezza, infelicità, angoscia, dolore e dispiacere. Le conosciamo benissimo perché almeno una volta tutti ne abbiamo fatto esperienza, perciò possiamo facilmente immaginare lo stato d’animo del povero Geppetto dinanzi alle monellerie del figliuolo, ma ora non ci interessa farne una disamina attenta, quanto invece far emergere ciò che il Collodi vuole dirci con queste poche parole.

Un antico adagio recita così: non c’è amore senza dolore… è una verità insita nella nostra esistenza e nessuno ne è escluso, lo sanno benissimo le madri che per amore affrontano il dolore del parto, lo sanno benissimo gli sposi che per amore sopportano i dolori che nascono dalla relazione col proprio coniuge. Quando si è disposti a soffrire pur di amare allora si è pronti ad amare, altrimenti si è ancora nell’adolescenza o, peggio, nella fanciullezza. La prima esperienza che si fa quando si comincia ad amare qualcuno è proprio quella del dolore, e Geppetto (simbolo del Padre) ce lo ricorda.

Ma con quale stile ama Dio Padre? Per capirlo meglio ci lasceremo aiutare da una mamma, che, come tutte le mamme, conosce bene il dolore: la Madonna. Nelle sue varie apparizioni riconosciute ufficialmente dalla Chiesa non cessa di mostrarci il volto materno doloroso dell’amore di Dio ; riportiamo solo alcune frasi.

Apparizione a La Salette (19/9/1846): Da quanto tempo soffro per voi ! Se voglio che mio figlio non vi abbandoni, sono incaricata di pregarlo incessantemente e voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi.

Apparizione a Fatima (13/08/1917): Ed assumendo un aspetto più triste, (aggiunse): Pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’Inferno non avendo chi si sacrifichi e preghi per loro”. (13/10/1917) E assumendo un aspetto triste (la Madonna aggiunse): non offendano più Dio Nostro Signore che è già molto offeso.

Apparizione a Beauraing (03/01/1933): Chiede infine, al culmine del dialogo con i bambini: “Amate mio Figlio? Mi ami? Quindi sacrificati per me.”

Anche se queste frasi mettono in luce alcuni aspetti particolari della nostra vita di fede, ci confermano comunque che anche l’amore tra Dio e l’uomo è caratterizzato dal dolore; non possiamo a questo riguardo non citare la dolorosissima Passione del Figlio di Dio per la nostra salvezza e le vite di tanti santi che hanno deciso di corrispondere all’amore di Dio e si sono conformati al Figlio come San Pio da Pietrelcina o Santa Veronica Giuliani.

La Madonna in questi messaggi ci conferma e ci mostra la tenerezza materna che il Signore ha nei nostri confronti. Proprio come una mamma che vede il proprio figlio “prendere una brutta strada” e non si stanca di sperare in un cambiamento, continuamente lo richiama sulla retta via con la sua tenerezza materna ricordandogli il suo amore materno ed aspetta, aspetta e ancora aspetta con la speranza nel cuore, perché le mamme sono così, per fortuna.

Il Signore sapeva bene che cominciare l’avventura umana sarebbe costato tanto dolore, eppure l’ha fatto, non ha esitato un solo istante perché ciò che Lo muove è l’amore per l’uomo. Questo Padre (rappresentato da Geppetto) non nasconde la verità delle nostre “monellerie” – Male, ragazzo mio, male! – ma ce lo dice con la tristezza nel cuore, non per metterci sulle spalle il peso del ricatto morale (come a volte facciamo noi coi nostri figli) ma perché spera di risvegliare in noi la nostalgia del Suo amore, della Sua pace, della Sua serenità.

Questo atteggiamento di Dio, nello stesso tempo paterno e materno, ci interroga direttamente come sposi perché il nostro matrimonio deve sempre più conformarsi al Suo amore: come ci relazioniamo col nostro consorte quando sbaglia? Siamo interrogati anche come genitori, in quanto facciamo le veci del vero Padre: come aiutiamo i nostri figli a correggersi?

Molte persone che vivono lontane dalla vita di fede pensano che Dio non si interessi a loro, ma si sbagliano di grosso. La Madonna ci testimonia in ogni apparizione che più siamo lontani da Dio e più Lui ci cerca per sedurci a tornare a Lui con tutto il cuore. Molte mamme vanno a letto “con un occhio aperto” (ma anche con un’orecchio), e non prendono sonno finché tutti i figli non sono rincasati dalle serate con gli amici o il marito non torna dal lavoro dopo il turno serale. Similmente anche il Signore non si addormenta, non prende sonno il nostro Custode, a volte quando non ci vede rincasare da troppo tempo ci manda dei richiami quali il tormento della coscienza, altre volte ci manda la Madonna ma mai con atteggiamenti aspri, sempre con tenerezza e dolcezza.E così dobbiamo imparare ad agire anche noi sia come sposi che come genitori, impariamo dalla Madonna, ma anche Geppetto è un buon insegnante!

Giorgio e Valentina.

Vi sentite ispirati?

In questi giorni ascoltiamo questa preghiera di colletta recitata dal sacerdote a nome nostro : <<O Dio, sorgente di ogni bene, ispiraci propositi giusti e santi e donaci il tuo aiuto, perché possiamo attuarli nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…>>

La colletta ha la caratteristica di raccogliere un poco da tutti a vantaggio di una collettività, lo sappiamo bene quando si tratta di soldi, ma la medesima realtà avviene anche sul piano spirituale poiché in questa preghiera (recitata a Messa poco prima delle letture) il sacerdote raccoglie il poco da ciascuno (le intenzioni personali di preghiera) e lo fa confluire in una grande preghiera a vantaggio di tutti; come se presentando un cesto di intenzioni al Padre riassumesse tutto in un solo biglietto, e per di più non lo presenta solo come singolo ministro a nome della comunità ma passa per Gesù, presenta al Padre passando per il Figlio, attraverso il Figlio, il Quale condivide la nostra natura umana (oltre a quella divina)… e volete che il Padre, menzionando il Figlio, faccia orecchie da mercante? Ovviamente no.

Ma perché il sacerdote osa chiedere così tanto? Perché non si accontenta di chiedere l’ispirazione per dei buoni propositi generici, ma aggiunge giusti e santi? E perché domanda l’aiuto per attuarli? Proviamo a dare uno sguardo a quest’aspetto della nostra vita di fede per poi scendere nella nostra realtà matrimoniale così da riuscire a dare risposte concrete alle domande poste.

Il sacerdote è un ministro ordinato per la nostra salvezza, cioè non viene consacrato per se stesso, la sua consacrazione è ordinata alla salvezza delle anime, i poteri che gli vengono conferiti non seguono la logica della meritocrazia, ma la logica della Grazia, perciò l’efficacia delle parole di questa preghiera non proviene dalla sua santità ma dal suo sacerdozio ministeriale in quanto sta operando in persona Christi, inoltre non è una preghiera dettata dall’estro del momento, ma sono preghiere ufficiali della Chiesa come Corpo mistico di Cristo. E la Chiesa, fedele al Suo Sposo, non si limita a chiedere aiuti per le realtà temporali ma per quelle eterne; le cose di questo mondo seppur belle sono destinate a perire, ma ci sono delle realtà che superano questo mondo, che sono più grandi, e sono quelle che dobbiamo chiedere come priorità, le altre servono nella misura in cui sono ordinate a queste, altrimenti non servono a molto, o, peggio, sono d’intralcio. (cfr Mt 6,33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta“)

Le ispirazioni buone potrebbero anche sorgere dal nostro interno, seguendo qualche filosofia o stile di vita, oppure semplicemente assecondando la solidarietà umana, ma le ispirazioni giuste e sante hanno un solo mittente: lo Spirito Santo. Già il termine “ispirazioni” dovrebbe farci intuire qualcosa al riguardo, ma andiamo oltre perché se da soli potremmo anche seguire una solidarietà umana, per conoscere ciò che è giusto e santo è necessario invece lo Spirito Santo, senza il Quale non possiamo santificarci.

Un antico adagio recita così: di buone volontà è pieno l’inferno – oppure – di bei propositi è lastricato l’Inferno. Esso ci insegna che non basta l’intenzione ma è necessaria anche l’opera mossa da quell’intenzione.

Cari sposi, quando si vive una fatica relazionale, quando “siamo litigati”, quando facciamo fatica a capire l’altro, quando il perdono sembra un gradino insormontabile, quando l’egoismo ci (mal)suggerisce di aspettare che sia l’altro a fare il primo passo della riconciliazione, quando le fragilità e le miserie del nostro consorte ci rendono difficile amarlo spontaneamente, quando la coppia ha bisogno di curare le ferite con la tenerezza e il dialogo, quando abbiamo trascurato per troppo tempo l’altro riducendolo ad un semplice convivente, quando vedo l’altro solo come il genitore dei miei figli, ecc… è proprio il momento di alzare le antenne spirituali per captare le ispirazioni dei propositi giusti e santi, e contemporaneamente abbassare la cresta dell’orgoglio/egoismo.

Quando sentiamo una vocina dentro che ci dice: “Và e riconciliati con lei/lui anche se hai ragione, affrèttati e chiedi perdono per primo, compi quel gesto che non ti piace ma che la fa sentire amata e desiderata, accoglilo con la tua tenerezza femminile anche se non se lo merita, ecc… ” DOBBIAMO ASCOLTARE queste ispirazioni e metterle in opera.

Anche se queste ispirazioni cozzano con il nostro umore/stato d’animo? Sì, soprattutto quando è così, perché abbiamo la garanzia che l’ispirazione non è per solleticare i nostri sensi/piaceri, ma al contrario, è per far morire l’uomo vecchio, per mettere a tacere l’egoismo, per soffocare sul nascere ogni ribellione interiore.

Coraggio sposi, le ispirazioni giuste e sante non sono mai state all’acqua di rose, ma la pace che ne deriva, se le seguiamo con la nostra libertà, non ha paragoni, la santità matrimoniale passa anche attraverso tanti NO al nostro uomo vecchio per dire più tanti e maggiori SI’ all’uomo nuovo.

Giorgio e Valentina.

Nessuno sbaglio.

Dal libro del Siràcide (Sir 42,15-26) Ricorderò ora le opere del Signore e descriverò quello che ho visto. Per le parole del Signore sussistono le sue opere, e il suo giudizio si compie secondo il suo volere. Il sole che risplende vede tutto, della gloria del Signore sono piene le sue opere. Neppure ai santi del Signore è dato di narrare tutte le sue meraviglie, che il Signore, l’Onnipotente, ha stabilito perché l’universo stesse saldo nella sua gloria. Egli scruta l’abisso e il cuore, e penetra tutti i loro segreti. L’Altissimo conosce tutta la scienza e osserva i segni dei tempi, annunciando le cose passate e future e svelando le tracce di quelle nascoste. Nessun pensiero gli sfugge, neppure una parola gli è nascosta. Ha disposto con ordine le meraviglie della sua sapienza, egli solo è da sempre e per sempre: nulla gli è aggiunto e nulla gli è tolto, non ha bisogno di alcun consigliere. Quanto sono amabili tutte le sue opere! E appena una scintilla se ne può osservare. Tutte queste cose hanno vita e resteranno per sempre per tutte le necessità, e tutte gli obbediscono. Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i pregi dell’altra: chi si sazierà di contemplare la sua gloria?

Questo brano del Siracide fa un elogio generale della creazione senza entrare in troppi particolari, anche se in realtà, quelle poche pennellate che ci offre sono degne di meditazione e riflessione. Vogliamo mettere in luce solo qualche parola qua e là, le quali danno la chiave di lettura di fondo, e cioè il fatto che il Creatore non si è limitato a creare dal nulla inserendo all’interno del creato delle leggi per poi infischiarsene e andare via per i fatti suoi. Il creato ha delle leggi con le quali prosegue la sua esistenza, ma non gode di vita propria, è come se il Creatore abbia dato un po’ di autonomia al mondo creato, ma abbia riservato per sé la facoltà di esserne il principio causante, e questo per ogni istante.

La devozione popolare ha riassunto in una frase questa sussistenza del Creato nel Suo Creatore : “non cade foglia che Dio non voglia “. Come a ricordare all’uomo che a Dio nulla sfugge, Lui è al comando, è Lui che tiene il timone. Fatta questa premessa doverosa, passiamo alla nostra riflessione: “Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i pregi dell’altra: chi si sazierà di contemplare la sua gloria?“.

Molte coppie, quando vivono una crisi relazionale/matrimoniale, cominciano a nutrire dei forti dubbi circa la potenza di Dio: “avrò sposato quello/a giusto/a ?… lui/lei non mi completa…forse non siamo fatti l’uno per l’altra… ecc… “. Non lasciamoci ingannare, questi sono dubbi che possono sorgere, ma ai quali va data una risposta chiara e decisa, bisogna metterli subito a tacere, vanno stroncati sul nascere, altrimenti fomentano la crisi e ci convincono della loro veridicità. Non vogliamo essere fraintesi: non stiamo affermando che queste domande dubbiose siano sbagliate in sé, ma sono relative alla fase del fidanzamento e dovrebbero essere state risolte in quel periodo; se purtroppo non sono state affrontate prima (e il matrimonio è stato validamente e lecitamente contratto, ossia i due sono sposi in Cristo) è un lavoro che tocca fare da sposati.

Purtroppo assistiamo a tante coppie che si sposano con troppa leggerezza e con tanti problemi irrisolti, sperando che verranno dipanati col matrimonio, ahimè scopriranno con gli anni che, al contrario, i problemi irrisolti si acuiranno sempre più. Ora vedremo di selezionare alcune frasi che possono aiutare ad uscire dalle crisi, cominciando dall’avere uno sguardo diverso sul nostro coniuge. Questo brano ci conforta molto, perché Dio non fa mai le cose a caso né senza un perché, tantomeno gli sono ignote le nostre vite… se anche una foglia non cade senza il Suo permesso!

Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra: infatti come nella creazione di ogni singolo atomo c’è una dualità, così anche nella creazione dell’uomo c’è una dualità, quella dei sessi ; e l’uno sta di fronte all’altra, a significare la medesima dignità, ma anche la loro naturale indole a relazionarsi tra loro. Lo sposo deve vedere la sua sposa come un dono di relazione, la sposa deve vedere lo sposo capace di relazione… quando ci si relaziona si sta di fronte, ci si guarda a quattr’occhi.

egli non ha fatto nulla d’incompleto: capito sposi? Il sacramento del matrimonio è un’invenzione di Dio, il vostro matrimonio è un capolavoro di Dio, e Lui non fa nulla di incompleto. Il nostro matrimonio non è incompleto, ha tutto ciò che ci serve per santificarci e per farci sperimentare l’amore fatto carne.

Coraggio sposi, il Signore non lascia nulla di incompiuto né nulla è lasciato al caso. Il nostro coniuge è “il migliore che c’era sulla piazza” per amare con lo stile di Dio. Ma questo dono va contemplato e custodito, a volte anche da noi stessi.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /4

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: – Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e
già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! E si rasciugò una lacrima.

Siamo ancora nel capitolo in cui Geppetto sta dando forma al burattino al quale, abbiamo visto in precedenza, ha già dato nome Pinocchio. La cosa straordinaria che si scopre in queste righe è che se dapprima l’intenzione di Geppetto era quella di fabbricarsi “un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali“, ora invece scopriamo che in realtà questo burattino gli è già figlio, o meglio, è figlio in quanto il Geppetto si pone come suo creatore e padre.

Già questi dettagli ci danno modo di riscoprire la nostra figliolanza divina, il Creatore non limita la Sua azione nella potenza creatrice, ma va ben oltre, perché vuole esserci padre. Avrebbe potuto limitarsi a crearci per poi lasciarci vagare su questa terra allo sbaraglio, quasi fossimo degli orfani lasciati crescere da soli in mezzo alla strada, ed invece ci ha creati come figli perché vuole donarci il Suo amore di Padre e la gioia di vivere come Suoi figli destinati alla gloria eterna.

Quando due fidanzati si sposano non sono due che semplicemente si piacciono e desiderano amarsi per tutta la vita, ma sono anche due figli di Dio, figli dello stesso Padre, che si uniscono in una fratellanza ancora più stretta (ed indissolubile) di quella che già li accomuna, visto così il matrimonio si riveste di una connotazione eterna; questa consapevolezza ha dissipato tra noi – Giorgio e Valentina – tantissime liti, molti contrasti, parecchi bisticci e baruffe, perché se ci pensiamo bene la maggior parte delle dispute non serve a chiarirsi, ma a dichiarare quale sia il vincitore tra i due IO: praticamente una zuffa tra due egoismi che non accettano la sconfitta e vogliono averla vinta sull’altro ad ogni costo e con ogni mezzo.

Cari sposi, dobbiamo imparare sempre di più a vedere il nostro coniuge come un nostro fratello, fratello nella figliolanza dello stesso Padre Creatore e fratello nello stesso Cristo Redentore. Molte volte invece il nostro egoismo ci acceca e ci fa vedere l’altro come un nemico, avere un nemico in casa non è tra le più belle esperienze della vita. Ma c’è di più, perché Geppetto non chiama Pinocchio “burattino“, ma da subito è “ragazzo mio“.

A volte succede che qualche papà tratti il proprio figlio come se fosse un campione di calcio nonostante sia un novellino, questi padri non lo fanno di certo per canzonarlo con ironia o sarcasmo, ma semplicemente perché agli occhi di papà quell’esordiente è già un campione da pallone d’oro, vede nel bambino le potenzialità per diventarlo e già sogna ad occhi aperti il futuro del proprio figlio. Similmente anche noi per il nostro Padre Creatore è come se fossimo già dei figli degni di gloria, e così ci tratta, come dei figli specialissimi ed unici, non ci tratta mai con disprezzo e/o sbattendoci in faccia in primis i nostri peccati, ma ci tratta con tenerezza, i suoi richiami sono seducenti, vogliono sedurci a tornare a Lui con tutto il cuore affinché possiamo partecipare del Suo amore, della Sua pace, della Sua gioia, della Sua vita. E’ così che anche noi dobbiamo trattare il nostro coniuge, vedendo in lui/lei non il “burattino” che è ma il “ragazzo” che è destinato a diventare.

Purtroppo non tutti hanno avuto alle spalle dei genitori che li hanno spronati, incoraggiati, esortati, e forse tra questi c’è anche il nostro coniuge; sono ferite che, se non curate, possono causare molti dolori personali, ma poi inevitabilmente si riversano all’interno della coppia. La prima cosa necessaria è il perdono verso i propri genitori perché ci hanno dato solo ciò che avevano, non potevano darci ciò che a loro volta non hanno ricevuto, anch’essi sono stati genitori imperfetti come tutti, non esistono i genitori perfetti perché l’unico genitore perfetto è il nostro Padre Creatore. I genitori hanno il compito di fare le veci del Padre, sono come dei sostituti di cui Lui si fida per una porzione di anni, le madri hanno il compito di incarnare l’aspetto materno di Dio e i padri quello paterno, e tutto ciò nonostante, anzi no, attraverso i nostri difetti, le nostre finitezze.

Sembra un controsenso, ma in realtà se esistessero i genitori perfetti chi sentirebbe il desiderio e l’impulso a cercare un Altro che ci ami di più e meglio dei nostri genitori? Quindi il primo passo è il perdono e ringraziare il Signore per averci dato i nostri genitori, perché le loro imperfezioni, i loro difetti, le loro mancanze, ci hanno spinto a cercare e trovare/capire che esiste un vero Padre che non ha difetti, che non ha mancanze, che non ha imperfezioni, che non muore e che ci aspetta da tutta l’eternità.

Questa prospettiva è liberante anche vissuta dalla parte di genitori, noi che lo siamo diventati a nostra volta, perché sapere che il Padre si fida di noi due per crescere altri Suoi figli è già una Grazia grande, e secondariamente ci libera da tutti quei sensi di colpa per gli errori o i guai che abbiamo combinato più o meno consciamente. Lo ripetiamo spesso alle nostre figlie che noi siamo come dei genitori in prestito, come dei vicari temporanei, pieni di difetti (in gergo teologico: peccatori) e di limiti, ma perché il vero senso della loro vita non siamo noi genitori ma Il Genitore per eccellenza, Colui di cui noi siamo indegnamente una pallidissima immagine molto sfocata. Ma è Lui che devono cercare, amare e per cui devono vivere.

Coraggio sposi, il cammino è arduo sia come sposi che come genitori che come figli, ma il Padre non ci lascia mai soli.

Giorgio e Valentina.

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Ripagati con gli interessi.

Dal libro del Siràcide (Sir 35,1-15) Chi osserva la legge vale quanto molte offerte; chi adempie i comandamenti offre un sacrificio che salva. Chi ricambia un favore offre fior di farina, chi pratica l’elemosina fa sacrifici di lode. Cosa gradita al Signore è tenersi lontano dalla malvagità, sacrificio di espiazione è tenersi lontano dall’ingiustizia. Non presentarti a mani vuote davanti al Signore, perché tutto questo è comandato. L’offerta del giusto arricchisce l’altare, il suo profumo sale davanti all’Altissimo. Il sacrificio dell’uomo giusto è gradito, il suo ricordo non sarà dimenticato. Glorifica il Signore con occhio contento, non essere avaro nelle primizie delle tue mani. In ogni offerta mostra lieto il tuo volto, con gioia consacra la tua decima. Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità, perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto. Non corromperlo con doni, perché non li accetterà, e non confidare in un sacrificio ingiusto, perché il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone.

Le lettura di oggi è tratta da un libro sapienziale, esso infatti è una fonte sicura quando sentiamo il bisogno di attingere un po’ di sapienza, anche oggi ci offre ampi spunti di riflessione per fare un check-up del nostro rapporto col Signore e, di riflesso, tra di noi. Ci soffermiamo solo su una frase: Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità, perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto.

Ci sono molti sposi che si sottostimano sia come coppia che come singoli. Incontriamo mariti che quando si comincia ad andare nel profondo per risolvere alcune ferite dentro la relazione con la propria sposa mettono subito davanti le proprie difficoltà, fragilità, paure… le presunte incapacità. Escono le classiche frasi: io non ce la faccio… nessuno mi ha mai insegnato… non so come fare.. io non sono bravo a fare questo o quell’altro… ecc… Incontriamo altrettante mogli che appena si entra nel vivo dei loro problemi di coppia tirano fuori la loro (presunta) incapacità: io non sono una moglie perfetta… non sono una casalinga ordinata… non riesco a farlo contento… non sono brava a… ecc… Cari sposi, ma vi siete sposati con un’ameba o con una persona che stimavate tanto da decidere di sposarla? Scusate la franchezza, ma ogni tanto un po’ di fotografia della realtà non fa male.

Siamo partiti con una provocazione per provocare, appunto, una riflessione che ora speriamo di aiutarvi a fare. Innanzitutto dobbiamo capire e riscoprire il grande dono della Grazia Sacramentale intrinseca nel Sacramento del Matrimonio che, come tutti i doni del Signore, quando parte da Dio è infinito ma poi quando arriva a noi si ridimensiona non a causa del donatore ma a causa del ricevente. Una tra le esperienza più confortanti di una bella gita in montagna è trovare una fontana sempre zampillante di acqua fresca e pura, e quando da piccolo non ero ancora molto bravo a bere direttamente in bocca, venivo fornito di uno di quei bicchieri da viaggio; restavo sempre meravigliato del fatto che, una volta riempito il mio bicchiere la fontana non smettesse di sgorgare acqua, restavo incantato di quanta acqua fluisse tra un bicchiere e l’altro, pensavo di portarmela a casa, ma più della capacità della mia borraccia non si poteva; mi ripromettevo allora di comprare una borraccia più capiente per la prossima volta.

Questa esperienza ci insegna che i doni di Dio si conformano in base alla capacità di “stoccaggio” che abbiamo, dipende dalle nostre borracce, dai nostri bicchieri, più il nostro contenitore sarà grande e più beneficeremo della Grazia; quella fontana dalla parte di Dio è a gettito continuo, non ha il rubinetto, sempre aperta H24.

Una tra le esperienza più belle che abbiamo fatto nel Matrimonio è ricevere in dono una capacità, un talento, un carisma giusti per la situazione contingente, non serviva di più nè di meno, ma esattamente la Grazia che è arrivata così come quel bicchiere da viaggio è sufficiente per ristorarci nel cammino fino alla prossima tappa. E così i mariti possono supplicare il Signore di aiutarli nel risolvere le ferite nella relazione con la propria sposa appellandosi alla Grazia sacramentale del Matrimonio, ci sarà un percorso in salita proprio come in montagna, ma il Signore non farà mancare le Sue fontane nei momenti giusti, l’importante è preparare lo zaino con bicchieri e borracce adeguati. Le mogli potranno imitare quella donna che non osava toccare Gesù ma si accontentò di toccare almeno il lembo del Suo mantello, anch’esse dovranno appellarsi alla Grazia sacramentale del Matrimonio e scopriranno che il Signore aveva già pronte quelle Grazie per recuperare il rapporto di coppia, ma attendeva che toccassero il lembo del mantello.

Cari sposi, non sottostimatevi mai perché il Signore ha scelto ognuno di noi per amare il proprio coniuge, e per farlo si vuole servire della nostra umanità, non quella di un altra persona, ecco perché abbiamo scelto la frase del Siracide: Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità. Sposi, qual è la vostra possibilità? Qual è il dono da Lui ricevuto?

Ogni coppia è un capolavoro del Signore e, come tutti i capolavori degli artisti, sono unici ed irripetibili. Non sentitevi di meno di altre coppie, non sentitevi meno bravi o meno perfetti o meno evangelizzatori.. sentitevi semplicemente ciò che siete e, come una brava mamma cerca di fare la migliore torta con gli ingredienti che ha, così anche voi smettete di sognare o rimpiangere la torta regale dello chef stellato ma usate la vostra umanità di marito e di moglie unica ed irripetibile per lui/lei. Dobbiamo imparare a desiderare ciò che già abbiamo.

Coraggio sposi, il Signore non farà mancare la Sua ricompensa perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto.

Giorgio e Valentina.

Gli sposi? Una campagna pubblicitaria per Gesù

Dagli Atti degli Apostoli (At 19,1-8) Mentre Apollo era a Corìnto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, scese a Èfeso. Qui trovò alcuni discepoli e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo». Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. Disse allora Paolo: «Giovanni battezzò con un battesimo di conversione, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù». Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. Erano in tutto circa dodici uomini. Entrato poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio.

Ci stiamo avvicinando alla grande festa di Pentecoste e la Chiesa ci prepara al tema dello Spirito Santo. I primi passi della Chiesa nascente (narrati anche in questo brano) sono di una vitalità straordinaria, di sicuro dovuta al fatto che erano ancora vivi i Dodici che avevano vissuto con Gesù, complice anche il fatto che S. Paolo è un convertito di non poco conto, con grandi doti umane perfezionate dalla Grazia, uno che ha vissuto un’esperienza di intimità col Cristo unica nel suo genere. Sta di fatto che da queste prime esperienze di evangelizzazione possiamo trarre tutti gli insegnamenti possibili sull’attività principale, se non addirittura unica, della Chiesa intesa come prolungamento di Cristo nel tempo: l’evangelizzazione.

Il mondo pensa che la Chiesa sia un fenomeno da relegare all’ 8×1000, una sorta di associazione benefica, una tra le tante Onlus con intenzioni pacifiche, ma il cuore pulsante della Chiesa non sta in qualche opera di volontariato (opere pur sempre necessarie e doverose), bensì nell’evangelizzare il mondo, nel portare Cristo tra gli uomini e gli uomini a Cristo, tutto il resto viene di conseguenza.

Purtroppo anche all’interno della Chiesa c’è questa corrente umanitaria che sembra aver preso il sopravvento sull’opera spirituale, ci sono cascate anche tante coppie di sposi, ma se leggiamo con attenzione il brano sopra riportato scopriamo che la prima opera della Chiesa è quella spirituale, quella umanitaria viene dopo, passa in secondo grado, è una conseguenza logica della prima. Senza la necessaria opera spirituale, l’azione umanitaria perde forza, non è più così prorompente, e perde il senso del proprio esistere.

Paolo non cincischia con gli abitanti di Efeso, va dritto al sodo, al nucleo per cui la sua presenza trova senso in quella città: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Perché venire alla fede senza Spirito Santo equivale ad essere monchi, come un’ automobile senza motore. Per vivere la fede e vivere di fede è necessario lo Spirito Santo, il quale ci santifica e ci vivifica dal di dentro; se è l’anima a dare vita al corpo e se è lo Spirito Santo a vivificare l’anima, allora il nostro corpo, quando vive nella Grazia, è una sorta di campagna pubblicitaria dello Spirito Santo che cammina. Dovremmo divenire simili a quei furgoni che girano per le nostre città con le pubblicità giganti oppure simili a quegli aerei con la pubblicità attaccata dietro che vediamo spesso volare sopra le nostre teste quando siamo in spiaggia al mare.

Quando si incontrano due sposi cristiani dovremmo leggere tra le righe quella campagna pubblicitaria dello Spirito Santo.. quando arrivano domande del tipo: Dove trovano la forza per amare/amarsi così? Cos’è che dà loro questa vitalità? La risposta dovrebbe essere: lo Spirito Santo. Noi lo abbiamo già ricevuto e lo incontriamo nei Sacramenti, ma la Sua presenza da sola non basta per santificarci, è necessario il nostro contributo, è necessario farLo abitare in stanze sempre più grandi dentro di noi, perché si comporta come un ospite delicato, rispettoso, riservato e discreto. Cari sposi, dobbiamo riscoprire questo ospite dolce dell’anima che è lo Spirito Santo, per farlo bisogna accostarsi spesso ai Sacramenti ed invocarlo ogni giorno in qualunque circostanza per qualunque esigenza, farlo insieme è ancora meglio.

Da ultimo vogliamo farvi notare come S. Paolo stette ad Efeso: <<discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio.>>. Anche in questo caso, l’azione primaria è l’evangelizzazione. Forse non tutti abbiamo capacità oratorie e la dialettica di S. Paolo, ma sicuramente dobbiamo saper essere pronti a rendere ragione della nostra fede, non importa se con parole semplici o con parole dotte, non importa se con 10 parole o con un discorso di 10 ore, se parliamo pieni di Spirito Santo la persuasione e la eventuale conversione sarà opera nostra con l’aiuto dello Spirito Santo (vista dalla parte umana), ma sarà soprattutto opera dello Spirito Santo che si è servito della nostra (povera ma necessaria) opera.

Coraggio quindi cari sposi, non abbiate paura di risultare antipatici o fuori moda se parlate col piglio dell’evangelizzatore, ci sono tante anime che aspettano le nostre povere parole, ma forse sono quelle decisive per cambiare vita.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /3

Una volta messosi d’accordo con l’amico, comincia il terzo capitolo così:

<< Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio, prime monellerie del burattino>>

Con fine comicità l’autore racconta le prime monellerie del burattino, ma prima di tutto ciò:

<< Che nome gli metterò ? – disse fra sé e sé. – lo voglio chiamar Pinocchio. […] Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi. >>

Manteniamo ancora l’immagine di Geppetto come simbolica del Padre per aiutarci nella riflessione. E’ significativo che la prima cosa a cui pensi Geppetto sia il nome. Il nome non è un semplice orpello, non è una sorta di soprammobile che se c’è o non c’è fa lo stesso. Se ci pensiamo bene ognuno di noi avrà chiesto almeno una volta ai propri genitori il motivo del proprio nome, o se non l’ha chiesto ad essi, sicuramente se l’è chiesto tra sé e sé.

Per lo sviluppo armonico della persona è di fondamentale importanza il nome, lo sanno bene i fratelli di una famiglia numerosa, i quali conoscono bene il tempo che hanno a disposizione prima che la madre pronunci il loro nome dopo aver passato in rassegna i nomi di tutti gli altri figli. A volte succede anche a noi di confondere al telefono la voce di una figlia per un’altra, la reazione non è delle migliori, e bisogna stare attenti a non confondere i nomi dei professori nonché dei compagni di classe… un errore è considerato un mancato riconoscimento della propria identità anche se fatto notare con ironia. Quanto è importante il nome che abbiamo, e di solito la prima volta che lo abbiamo sentito è uscito dalla voce di mamma o papà, quando lo sentiamo pronunciato con dolcezza e tenerezza ci sono buone notizie all’orizzonte, ma quando lo sentiamo gridato oppure digrignato tra i denti sono guai e cerchiamo rifugio dalle ciabattate in arrivo.

Molti nomi vengono storpiati o modificati con vezzeggiativi, nomignoli, soprannomi o altro, e non è raro trovare persone più affezionate a quel soprannome perché non amano il proprio nome reale; ci sono altre persone che amano di più il nomignolo col quale le chiamava il nonno o la nonna ad esempio; ci sono persone che si arrabbiano qualora si sentano chiamare col loro vero nome anziché col soprannome, le reazioni sono le più disparate; ci sono poi persone che per fare carriera hanno cambiato il proprio nome in un nome d’arte; altri artisti nascondono per una vita intera la loro vera identità dietro il nome d’arte; vengono usati pseudonimi per ragioni militari come gli 007 oppure pensiamo ai falsi nomi usati dagli organi di polizia per agire in incognito; ci sono poi i nomignoli usati dagli adolescenti innamorati per comunicare tra loro in privato; ci sono gli odiati nomignoli che ci siamo sentiti ripetere mille volte dalla mamma, nonna, zia, pseudo-zia o altra persona, nomignoli con i quali continuano a chiamarci anche se siamo adulti e che ci fanno andare su tutte le furie; alcuni usano il soprannome solo con gli amici mentre i suoi familiari ne sono ignari in casa; di alcune persone si conosce il vero nome solo al funerale; ci sono altri nomignoli, soprannomi e appellativi che i genitori usano inconsapevolmente a danno dei propri figli, quali : “campione, genio, stordito, patatone/a, ciccino, amorino del papà, amore della mamma, gioia, stella, cucciolone/a, tesoro, ecc… ; ci sono poi i nomi imposti da rigidi protocolli come quelli di re e regine, nomi decisi molto tempo prima che la creatura sia stata concepita.

Come possiamo notare, il nome non è qualcosa di aggiunto a noi, esso è parte integrante di noi, delinea in qualche modo anche la nostra personalità, il nostro futuro, la nostra missione nel mondo. Ma per il cristiano c’è ancora qualcosa in più, Gesù così si esprime nel Vangelo di Luca: <<rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.>>(Lc 10,20)

Se dunque Geppetto è figura del Padre, scopriamo che ognuno di noi, ancor prima di venire all’esistenza in questo mondo, non solo esisteva in qualche modo in mente Dei, ma ancor di più, è stato chiamato per nome fin dall’eternità, ed il nostro nome è, per usare una metafora, nell’elenco degli invitati al banchetto di nozze eterno.

Inoltre nel libro di Isaia il nostro nome ha anche un’altra accezione, è segno di appartenenza a Colui che da sempre ci ha amato e sulla Croce ce lo ha dimostrato, un’appartenenza di cui dobbiamo riscoprire sempre più l’orgoglio e la fierezza: <<Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.>> (Is 43,1)

Care famiglie, i nostri nomi dicono molto di noi, dobbiamo imparare ad usarli bene, a pronunciarli con amore e rispetto, non possiamo disprezzarli, dobbiamo ridare loro la dignità filiale e regale insieme… dignità filiale perché figli di un Padre e regale perché, anche se monelli, siamo pur sempre figli di un Re. Coraggio famiglie, questa settimana abbiamo la possibilità di rieducarci a chiamare i nostri cari col loro nome, ed impegnarci affinché sentano il proprio nome pronunciato con tenerezza, con amore, con rispetto, con dignità. Ma il nome più bello, più soave e più dolce che le coppie e le famiglie devono sempre avere sulle labbra e nel cuore è il santissimo nome di Gesù, del quale esistono anche le litanie.

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Giorgio e Valentina.

L’ accoglienza è femminile.

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,11-15) Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedònia. Restammo in questa città alcuni giorni. Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.

Oggi ci lasciamo stuzzicare da questo breve passaggio descritto nel libro degli Atti per mettere a fuoco una caratteristica che si vive nel matrimonio: l’accoglienza femminile. Di solito la Parola di Dio non contiene troppi particolari descrittivi riguardo alle circostanze in cui un fatto è avvenuto, anzi, spesso è piuttosto scarna ed essenziale; per esempio di Zaccheo sappiamo solo il nome e che era il capo dei pubblicani, ricco e piccolo di statura… quattro elementi ma quelli essenziali per inquadrarlo subito e perché il resto non interessa ai fini della salvezza. Nel Vangelo di Giovanni troviamo questa utile spiegazione:

<<Questi testi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel Suo nome. […] Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.>>

Se dunque sono arrivate a noi solo quelle pagine utili alla nostra salvezza, cosa vorrà dire a noi la vicenda di questa Lidia? Innanzitutto è significativo che le donne trovino ampio spazio nella Bibbia, considerando che la società in cui si svolgono gli eventi era una società di stampo maschilista, le donne vivevano un po’ ai margini della vita pubblica e politica, e forse questo è uno tra i motivi per cui la dignità della donna viene posta sullo stesso piano di quella dell’uomo nella Parola di Dio. Vogliamo ribadire che questa parità tra i due sessi creati da Dio è parità nella dignità, lo abbiamo ripetuto spesso su questo blog – citando l’immutato Magistero di sempre – , maschio e femmina sono come le due facce della stessa medaglia, differenti ma complementari; solo rispettando le differenze che i due sessi portano con sé si compie – seppur con tanti limiti – il disegno originale della Creazione.

Ma torniamo alle donne del brano di oggi: come per Zaccheo, anche di Lidia sappiamo alcuni particolari, ci pare che il più rilevante tra essi sia quel credente in Dio, evidentemente non ancora credente nel Signore Gesù. La nostra prima riflessione: in questo tempo pasquale la Chiesa non si stanca di ripeterci in tutte le salse che quel Gesù appeso alla Croce è il Figlio di Dio, il Cristo, l’Unto, il Messia tanto atteso e che il Suo Sacrificio come Agnello di Dio è NECESSARIO per la nostra salvezza, NON C’E’ altro nome nel quale possiamo essere salvati. In sostanza non è sufficiente credere che Dio esista (a ciò basta la ragione umana) non è sufficiente credere in Dio, nel senso più generico del termine, ma è importante credere che Gesù è il Figlio di Dio morto e risorto per la nostra salvezza. Questa Lidia aveva una fede a cui mancava qualcosa, come un motore a cui manca un ingranaggio essenziale che fa girare tutto, gli mancava la fede in Gesù Cristo.

Seconda riflessione: è probabile che l’uditorio a cui si rivolge S. Paolo sia formato per la maggior parte da donne con appresso i figli, in ogni caso l’autore mette in evidenza solo le donne; non conosciamo i motivi di tale scelta ma possiamo dedurne che questo “ritrovarsi” tra donne sia prolifico per se stesse ma anche per la diffusione del Vangelo, infatti la nostra Lidia, viene battezzata insieme alla sua famiglia. E l’esperienza ci insegna che per tante famiglie la vita di fede o la loro conversione è partita dalla donna di casa, dalla sposa, dalla mamma. Lo testimoniano tanti mariti “portati” alla fede grazie alla loro fedele sposa, lo testimoniano tanti figli che ritrovano la fede da adulti, riscoprendo la testimonianza di vita della madre ed i suoi insegnamenti.

Terza riflessione: in questo brano irrompe con tutta la sua vitalità l’accoglienza tipica del mondo femminile, non che i maschi ne siano privi, ma è una caratteristica peculiare della donna l’essere accogliente, ne è prova anche il corpo femminile quando accoglie il marito nell’intimità coniugale; ne è prova eccellente la maternità, il momento meraviglioso in cui la donna si fa accoglienza con tutta se stessa, momento delicato e sublime in cui la donna fa spazio dentro di sé, spazio che è simbolicamente riassunto nello spazio che il suo corpo crea ma che si dilata in ogni sua fibra. Ed è proprio questa esperienza della maternità che ci aiuta nel capire come fare spazio dentro di noi al Signore Gesù, dobbiamo imitare il corpo femminile che crea uno spazio dove prima sembrava che non ci fosse, eppure si crea ed è vitale.

Care sposi e care spose, imitiamo con tutto noi stessi l’accoglienza del Signore Gesù che Lidia ci insegna in questo brano degli Atti, non solo dobbiamo imparare a fare spazio dentro di noi per accogliere il nostro coniuge, ma, anche e soprattutto, affinché l’accoglienza dell’altro sia segno esteriore dell’accoglienza del Signore Gesù… accoglienza dimostrata con i fatti.

Coraggio sposi, Dio non si stanca di chiederci accoglienza nel nostro cuore, a volte lo fa attraverso lei/lui.

Giorgio e Valentina.

Evangelizzare? È come il rugby.

Dagli Atti degli Apostoli (At 14,19-28) In quei giorni, giunsero [a Listra] da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe. Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.

Anche questa settimana ci troviamo di fronte ad una narrazione di fatti impressionante, forse siamo abituati a leggerla come fosse una bella favoletta a lieto fine, ma in realtà se provassimo per un attimo ad immergerci in queste descrizioni, seppur scarne, avvertiremmo tutta la portata di questi eventi.

Vogliamo solo rilevare alcuni particolari: innanzitutto si narra della lapidazione di S. Paolo come fosse la narrazione di uno che si allaccia le scarpe, ma la lapidazione non è mica un banale episodio di sfottò da parte di alcuni monelli di strada, inoltre Paolo viene trascinato fuori dalla città perché creduto morto. Trascinato non significa che abbiano usato la barella che usano in serie A per portar fuori dal campo gli infortunati, trascinato significa che è stato preso con tutta probabilità per le braccia e semi-rotolato su quel terreno sabbioso e ciottoloso – senza cura e senza alcun riguardo in quanto creduto morto – per decine di metri, vi lasciamo immaginare quanto dolore possa provocare quella simpatica ghiaietta sulle ferite – a viva pelle – ancora brucianti provocate dalla lapidazione, senza contare che il tragitto fino fuori le mura sarà stato accompagnato dagli sguardi indignati della gente appostata lungo i margini della strada, se non addirittura accompagnato dagli insulti e dagli improperi quando non da altri sassi.

Eppure viene liquidata l’intera faccenda con poche parole, perché? Perché il focus non è il dolore che Paolo sopporta per la sua fede in Cristo, il vero protagonista non è Paolo che come un antenato di Rambo si cuce da solo le ferite e riparte più forte di prima – ciò che non mi uccide mi rende più forte -, il vero protagonista è il Vangelo, la Buona notizia/novella – che viene predicato comunque e nonostante le molte tribolazioni. L’autore – S. Luca, l’evangelista – non si sofferma a descrivere i particolari delle ferite o delle altre tribolazioni sopportate da S. Paolo, eppure avrebbe potuto farlo essendo con tutta probabilità un medico; la parte dominante è l’incalzare dell’evangelizzazione, anche se per farlo, bisogna passare molti guai, la cosa importante è che La Parola corra veloce e che arrivi a tutti il più in fretta possibile.

L’urgenza è la salvezza delle anime, ma per ottenerla bisogna predicare la conversione e la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, risorto dai morti; e se la strada per evangelizzare è piena di sassi e di inciampi, irta e colma di pericoli nonché di fatiche di vario tipo, non ha importanza, la si percorre lo stesso, si rischia il tutto per tutto per la salvezza della anime; quando si intuisce la grandezza di essere discepoli del Signore, si è disposti a sopportare tutto pur di salvarsi e pur di salvare qualche altra anima.

Cari sposi, quante volte anche noi abbiamo avvertito questa urgenza all’interno delle nostre relazioni sponsali? O lasciamo andare le cose come vadano? Quante volte abbiamo sentito l’urgenza di salvare le anime dei nostri figli che magari stanno vivendo lontano da Dio? Certamente non possiamo oltrepassare la porta della coscienza altrui né con la prepotenza né con la superbia, ma almeno possiamo cominciare col rinnovare l’invito alla conversione, forse denunciare una situazione di peccato, soprattutto quando questo è mortale; ancor prima di fare questo sarebbe meglio mettere in preghiera – rafforzata dal digiuno – questa urgenza per chiedere al Signore di parlare con la Sua ferma dolcezza, di agire con la sua risoluta tenerezza, di essere Suoi strumenti per aprire una breccia nel cuore dei nostri cari.

Gli sposi inoltre sono come degli ambasciatori di Dio posti nel mondo in Sua vece, perciò ovunque essi si trovano a vivere, il mondo dovrebbe ricevere un annuncio simile a quello per cui S. Paolo è stato lapidato. Non a tutti è chiesto un annuncio a parole, ai più è chiesto un annuncio di vita vissuta nel matrimonio, conformi alla Grazia di questo sacramento. Se gli altri che vivono intorno a noi non si accorgono che siamo sposati in Cristo o nemmeno si accorgono che siamo cristiani, c’è qualcosa che non va nella nostra vita.

Coraggio sposi, quando si avverte che la cosa più preziosa di questa vita è viverla in funzione della salvezza e della costruzione del Regno di Dio, allora diveniamo simili a S. Paolo che non viene fermato da lapidazione, oltraggi, offese, naufragi, prigionie e molte altre tribolazioni. Impariamo dai giocatori di rugby che hanno lo sguardo puntato sulla meta, corrono il più veloce possibile con la palla in mano non curandosi di eventuali ostacoli che incontrano sul tragitto, l’importante è arrivare alla meta costi quel che costi.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /2

Terminato l’iniziale incontro alquanto burrascoso tra “quel pezzo di legno” e Mastro Ciliegia, ecco che il secondo capitolo comincia con un altro falegname, amico del primo, il quale bussa alla porta della bottega, teatro di un improbabile tafferuglio. Entra quindi in scena un secondo lavoratore del legno, il famoso Geppetto, il quale, a differenza di Mastro Ciliegia, ha già un’idea in testa: “Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali.“.

Questa frase sembra solo uno stratagemma letterario per passare la palla a Geppetto, quasi che l’autore non avesse più idea di come far proseguire l’iniziale baruffa tra Mastro Ciliegia e il pezzo di legno; all’inizio infatti ci è sembrato di intuire che a volte anche noi facciamo così: quando non riusciamo a “trattare” con i nostri figli o con il nostro coniuge, cominciamo una battaglia, e nel bel mezzo di questa capita di voler gettare la spugna, un po’ come se aspettassimo un nostro Geppetto che finalmente ci liberi da questa fatica. E’ a questo punto che partono frasi del tipo: “Ma chi me l’ha fatto fare di sposarti?… aveva ragione mia mamma , mi aveva messo in guardia… ecc… “, ci sembra che l’altro sia come un’armadio dell’Ikea che non riusciamo a montare senza istruzioni, ci pare impossibile addirittura averlo scelto al negozio e di averlo già tra i piedi in casa… e invochiamo un fantomatico Geppetto che bussi alla porta e se lo/a prenda.

Cari sposi, a volte nel matrimonio si vivono momenti così, ma per capire come uscirne non dobbiamo invocare il nostro Geppetto, ma chiederci se non siamo noi ad essere come Mastro Ciliegia, se non siamo noi ad aver perso lo sguardo sul nostro coniuge, quello sguardo che intravede già un burattino. Continuando però nella riflessione su questo inizio del capitolo secondo, si può notare come salti all’occhio una differenza sostanziale tra i due falegnami: Mastro Ciliegia non sa che farsene di quel pezzo di legno e se ne vuole disfare, Geppetto, al contrario ha già un’idea in mente, viene alla porta di Mastro Ciliegia spinto proprio da quell’idea.

Il suo approccio è totalmente diverso perché ha un progetto molto ardito, ci vuole infatti molta immaginazione per intravedere dentro un pezzo di legno da stufa un burattino che sappia ballare. Se ci pensiamo bene Geppetto sta addirittura come raffigurazione di Dio Padre. Ed ognuno di noi in fondo è come quel pezzo di legno, del quale il Creatore ha deciso di farne un burattino che sappia ballare, su ognuno di noi c’è un progetto ardito e ben definito, ognuno di noi è stato pensato e fortemente voluto da Qualcuno prima di noi. Praticamente Pinocchio esisteva nella mente di Geppetto ancora prima di esistere, ancor prima di uscire da quel legno; similmente ognuno di noi esisteva nel pensiero di Dio dall’eternità.

Quando ero piccolo sentivo i racconti di fatti della mia famiglia accaduti prima che io nascessi, e la risposta alla mia faccina esterrefatta che sentivo spesso rivolgermi era: “Tu eri ancora in mente Dei“. Col tempo ho capito la profondità di tal modo di dire, perché è vero che prima ancora che ognuno di noi venisse all’esistenza era già in mente Dei, cioè nella mente di Dio, nei Suoi progetti, nelle Sue intenzioni.

E questa consapevolezza è la prima fonte di gioia della vita: la gioia di sapermi visto, voluto ed amato da sempre. Di fronte alle domande sulla nostra origine ci sono solo due strade: o tutto è un caso oppure tutto è stato voluto, tertium non datur, cioè la terza soluzione non esiste. Se volessimo seguire la strada del caso fino alle sue estreme conseguenze, tenendo come bussola il caso, rimanendo coerenti con questa tesi, finiremmo nella più desolata delle disperazioni, non troveremmo senso neanche dentro il più bello degli amori, dentro la più bella esperienza di affetto o di amicizia, e nemmeno si spiegherebbe il desiderio di infinito che alberga dentro il nostro cuore.

Al contrario, la visione di un Dio che, per sua libera ed insindacabile decisione decide di crearmi – senza chiedermene il permesso – è sicuramente eccedente ad ogni umana comprensione, ma è un mistero che illumina l’intera esistenza. Il motivo per cui il Creatore abbia deciso di creare me tra le molteplici ed infinite possibilità che aveva a disposizione resta oscuro alla mia ragione, l’unica risposta ragionevole è l’amore; alla radice della mia esistenza c’è un puro atto di amore incondizionato ed infinito perché la mia venuta all’esistenza non ha nessuna giustificazione convincente.

Facciamo un’ultima riflessione: se la radice del nostro essere è eterna, l’unico destino della nostra vita non può che essere eterno; in Dio infatti tutto esiste da sempre senza evoluzioni o successioni, ne sovviene che chi in qualche modo affonda le proprie radici nell’eternità, è fatto per vivere eternamente. La ragionevolezza della vita eterna quindi trova la sua spiegazione nell’atto creativo di Dio, in Lui l’inizio e la fine sono correlati, poiché in realtà inizio e fine sono categorie dell’umano pensiero, ma in Dio coincidono essendo in Se stesso infinito ed eterno.

Cari sposi, ogni tanto fermiamoci a ringraziare il Signore che – nonostante le nostre reticenze – ci ha donato il coniuge che da sempre ha pensato per noi, non ce n’era un altro migliore, ci ha donato quello perfetto, non perfetto in sé stesso, ma perfetto per amare solo noi e per lasciarsi amare solo da noi di un amore sponsale che deve avere il sapore dell’amore di Dio. Ma questo vale anche in relazione ai nostri figli: di genitori migliori di noi ce ne sono a bizzeffe, ma Lui ha scelto di fidarsi di noi perché solo noi abbiamo le caratteristiche perfette per amare quei figli, quelli e non altri, per realizzare il Suo progetto su quei figli ha bisogno di noi come genitori, nonostante – ma anche attraverso – le nostre povertà, le nostre fragilità, i nostri sbagli.

Coraggio sposi, non stiamo semplicemente insieme per il capriccio casuale di forze anonime alle quali siamo indifferenti, ma siamo uniti in virtù di una trascendente volontà di comunione che sta all’origine della nostra esistenza. Parafrasando le parole di Geppetto, il Creatore direbbe: “Ho pensato di fabbricarmi da me una coppia di sposi che…“.

Giorgio e Valentina.

La persecuzione feconda.

Dagli Atti degli Apostoli (At 11,19-26) In quei giorni, quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso quale era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Sàulo: lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.

Anche in questo brano degli Atti troviamo un elenco di fatti che apparentemente potrà sembrare scarno, ma è alquanto essenziale per capire alcune dinamiche dell’evangelizzazione. Antiochia è diventata famosa perché è la città nella quale per la prima volta i discepoli di Gesù Cristo furono chiamati cristiani, ma come ha fatto il Vangelo ad arrivare in questa città benedetta sì da meritarsi un anno di predicazione del grande Apostolo delle genti, San Paolo, insieme al suo inseparabile Barnaba, ci viene raccontato in questo brano.

Tutto parte da alcune persone di Cipro e di Cirene, i quali, trasgredendo la consuetudine di allora, cominciano ad evangelizzare ai gentili, cioè ai non-Giudei. E il Signore benedisse questa apparente noncuranza delle “regole degli evangelizzatori”, questa sfrontatezza di permettersi di parlare ai non-Giudei. Ma possiamo premiarli semplicemente come dei pionieri dell’evangelizzazione oppure liquidarli alla stregua di sprovveduti a cui è semplicemente andata bene?

Nessuna delle due ipotesi sarebbe rispettosa di questi discepoli, essi infatti non sono degli improvvisatori ma hanno seguito l’intuito che lo Spirito Santo ha messo nei loro cuori, ma questo intuito non è venuto dal nulla come per incanto. Essi erano sfuggiti alla persecuzione causata da Stefano – ve lo ricordate quello che onoriamo il 26 Dicembre ed è definito il protomartire? – tra molte tribolazioni e pericoli, hanno viaggiato con prudenza e coraggio fino a giungere ad Antiochia. Quando si sopravvive ad una persecuzione – soprattutto una di quelle cruenti – non si può restare a braccia conserte aspettando il tempo che passa; è probabile che questa gente abbia conosciuto direttamente Stefano, in ogni caso, il fatto di essere sopravvissuti ad una persecuzione nonché ad un viaggio rischioso ed insidioso, avrà interrogato i loro cuori, e loro hanno risposto generosamente a questo appello della coscienza, hanno ricevuto nuova forza e coraggio dallo Spirito Santo per evangelizzare in questa nuova città anche i non-Giudei.

Cari sposi, di sicuro molti di noi sono “sopravvissuti” a tante tribolazioni, forse non a persecuzioni cruente, ci sono molte coppie che sono “risorte” dopo anni di relazione morta, ci sono sposi che hanno perdonato tradimenti nel silenzio del proprio cuore, nella totale indifferenza del mondo, forse, ma non sono indifferenti al Signore. Oggi ci rivolgiamo particolarmente a questi sposi: vi siete mai chiesti perché siete “sopravvissuti”?

Forse il Signore vi sta chiedendo di andare ad evangelizzare la vostra “Antiochia”, non lasciate cadere invano la richiesta dello Spirito Santo ad essere Suoi testimoni veraci, basta rispondere con generosità all’appello del Signore, almeno come atto di giustizia a Colui che un tempo si è mostrato tanto generoso con voi da donarvi un “nuova vita”.

Alla fine di questo brano si capisce cosa intende la Chiesa quando ci insegna che le persecuzioni sono feconde, quando ci insegna che il sangue dei martiri diventa come il fertilizzante che nutre e fa germogliare la terra: tutto nasce dal martirio di Santo Stefano e dalla persecuzione scoppiata a causa sua, questa gente scappa fino ad Antiochia, lì giunge Barnaba, il quale chiama pure San Paolo, si fermano almeno un anno ed il Vangelo comincia ad essere predicato ai non-Giudei. Tutto è partito dal martirio di Santo Stefano, se ci pensiamo bene noi che non siamo dei Giudei siamo stati evangelizzati grazie a questa vicenda narrata in questo brano, poteva Stefano immaginarsi che il suo sacrificio sarebbe stato così fecondo? No di sicuro!

Coraggio sposi, quando siamo perseguitati, quando stiamo vivendo un sacrificio per Cristo, non temiamo di vivere senza un senso, perché il Signore sa rendere fecondo ogni nostro piccolo gesto di amore per Lui, anche se noi non vedremo i frutti con i nostri occhi.

Giorgio e Valentina.

Egli ha cura di voi

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1 Pt  5,5b-14) Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono imposte ai vostri fratelli sparsi per il mondo. […]

Oggi ci viene proposto quello spezzone della prima lettera di Pietro nella quale viene citato l’evangelista Marco, perché oggi cade proprio la sua festa, è come se la Chiesa volesse ricordarci che l’evangelista Marco non è uno che si è alzato una mattina con la strampalata idea di scrivere un Vangelo, ma è uno che ha vissuto fianco a fianco con S. Pietro, praticamente è stato il suo segretario per tanto tempo… come a dire che il Vangelo di S. Marco non è nient’altro che una raccolta ordinata delle prediche di S. Pietro.

Se in apparenza questo ci sembra un dato di poco conto, in realtà, ci aiuta a comprendere come davvero la nostra fede sia fondata sulla predicazione apostolica sia orale che scritta; ed è proprio così che “funziona” la trasmissione della fede, non è un fulmine a ciel sereno, essa ha bisogno di umanità, necessità di incontri, di volti, di testimonianze, di rapporti veri dentro un’ amicizia bella.

E qual è il rapporto più prossimo a noi per trasmettere e vivere una vita impastata di fede concreta? Naturalmente il matrimonio, anzi, il sacramento del matrimonio. Va specificato, perché il matrimonio da solo non ce la fa, presto o tardi si scontra con le bassezze umane, per vivere questa trasmissione della fede è necessaria la Grazia, e il luogo dove si incontra la Grazia nell’esperienza cristiana si chiama sacramento.

Le poche parole su cui ci soffermiamo oggi sono le seguenti: “[…] riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate.” Sono parole accorate di Pietro, il quale vuole incoraggiare e irrobustire la fede delle varie comunità a cui sta scrivendo. Probabilmente sta parlando delle preoccupazioni che questi fratelli nutrivano per le persecuzioni nei loro confronti, o comunque cercava di dare risposte alle varie circostanze che giungevano ai suoi orecchi da vari messaggeri.

Se non viviamo la nostra figliolanza divina, finisce che restiamo intorcigliati nella faccende di questo mondo, come succede ad una mosca che non riesce più a liberarsi dalla ragnatela nella quale si è impigliata… pensiamo, sbrighiamo faccende, ci diamo da fare, ci affaccendiamo per cose di poco conto, ci arrabbiamo se non tutto procede secondo i nostri piani… praticamente viviamo come se tutto dipendesse da noi. E qui sta il problema: siccome noi avvertiamo la nostra limitatezza, ne avvertiamo la fragilità, ci scontriamo giorno dopo giorno con la nostra incapacità a stare dietro a tutto, sbattiamo continuamente contro il muro dei nostri limiti, della nostra incapacità di avere tutto sotto controllo – perché qualcosa inevitabilmente sfugge al nostro controllo – … avvertiamo di non avere il pieno controllo, e questo ci disorienta, ci lascia un senso di incompiutezza, e così nascono le ansie, le paure, gli attacchi di panico.

Quando siamo pre-occupati significa che ci occupiamo prima di una realtà senza viverla ancora, significa che il cuore sta già lavorando dentro quella realtà prima che essa diventi reale avvenimento che ci interpella, ma questo è angosciante proprio perché mette in moto tutti quei meccanismi di cui sopra… col cuore viviamo già quella – probabile – realtà ma avvertiamo di non poter controllare nemmeno il futuro. Che fare dunque?

Bisogna tornare come bambini, e i bambini che realtà vivono? Quella di essere figli, di appartenere ad un papà e ad una mamma, e non conoscono l’ansia del non controllo, perché lasciano il controllo a papà e mamma. Anche noi sposi dobbiamo imitare questo modo di vivere dei bambini, dobbiamo riscoprire la nostra figliolanza divina: se abbiamo un Creatore che è un padre, o meglio, che è Il Padre – non un padre qualunque – e ci conosce nelle nostre fibre più intime perché le ha pensate Lui, quale padre lascerebbe un bimbo in balìa dei pericoli del mondo che lo circonda?

Cari sposi, nella vita matrimoniale non mancano tempi difficili e duri, tempi in cui la nostra figliolanza divina – dono del Battesimo – è messa a dura prova, ma Pietro ci assicura di riversare in Dio ogni nostra preoccupazione affinché essa non ci soffochi il cuore, se infatti abbiamo fiducia nel Padre abbiamo la certezza che Lui avrà cura di noi. Ce lo assicura questa Parola: Egli avrà cura di noi.

Lo sposo e la sposa sono l’uno per l’altra questa manifestazione nella carne della cura di Dio, coraggio allora, cari sposi, il Signore ha talmente fiducia di noi che ci fa Suoi vicari della Sua cura presso il nostro coniuge. Chi si affida a Lui non rimane mai deluso, coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /1

Inizia con oggi un serie di articoli sul famosissimo libro di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, il quale scrisse su un giornale per bambini una serie di avventure di un simpatico burattino di legno, la raccolta di queste storie divenne poi il celebre libro che tutti conosciamo. Raccontiamo brevemente la trama per chi avesse bisogno di rispolverare la memoria: da un pezzo di legno – che magicamente ha vita propria – un falegname di nome Geppetto tira fuori un burattino che si muove senza fili avendo vita propria, e dopo una serie di avventure più o meno disastrose, finalmente il burattino diventa un bambino vero in carne ed ossa. Ci sono diversi autori che hanno tratto spunto dai racconti del burattino, noi cercheremo di fare un miscuglio tra le riflessioni che il libro ha suscitato a noi come sposi/genitori e quelle che il compianto cardinale Giacomo Biffi racconta nel suo libro “Contro Mastro Ciliegia“, definito da lui stesso un commento teologico alle avventure di Pinocchio.

Le nostre riflessioni non seguiranno il susseguirsi dei capitoli pagina dopo pagina, ma potrà succedere di saltare qualche capitolo a piè pari, a volte ci soffermeremo su qualche particolare, capiterà che citeremo alcune frasi chiave del Collodi, altre volte analizzeremo un personaggio piuttosto che un altro, di modo che gli sposi che avranno la pazienza di seguirci in questo percorso potranno avere la possibilità chi di fare un cammino di crescita personale, chi di crescere come coppia, chi di crescere come genitore, chi di crescere nella fede, chi di guarire dalle ferite del passato.

Fatte le dovute premesse cominciamo ad aprire il primo capitolo che ci fa entrare “nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura“. Ma a ben vedere non siamo noi ad entrare in questa bottega, semmai ci limiteremo ad osservare dal di fuori gli avvenimenti che fra poco accadranno in tale luogo, ciò che invece entrò davvero in questa bottega artigiana fu “Non un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze“. Mastro Ciliegia è un uomo senza fronzoli, che incarna il materialista tipo, uno per il quale è vero solo ciò che si vede e si tocca, che non lascia spazio alle novità, insomma… per lui un pezzo di legno è solo un pezzo di legno. Tant’è vero che gli pare inconcepibile il sentire una vocina uscire da quel legno, si convince che possa essere un’autosuggestione, siccome non rientra nei suoi schemi è impossibile e non ci crede neanche quando la sente ripetutamente. Lui aveva già segnato il destino di quel pezzo di legno, e gli pareva di avergli già concesso troppo considerarlo “una gamba di tavolino“, una gran fortuna per un pezzo di legno da catasta.

Quante volte anche noi consideriamo il nostro coniuge come un pezzo di legno da catasta? Quante volte anche noi ci pare che averlo/la già considerato come una gamba da tavolino sia pure troppo per un pezzo da catasta?

Cari sposi, troppe volte anche noi bolliamo con un marchio il nostro amato, la nostra amata, e non glielo leviamo più, perché per noi è impossibile che esca una vocina da quel pezzo di legno che è il nostro coniuge, ci pare impossibile che dentro quel legno ci sia un’anima, siccome non rientra nei nostri schemi imprigioniamo lei/lui nel pre-giudizio che abbiamo nei suoi confronti. Lo incateniamo dentro le nostre definizioni “sei sempre lo stesso/la stessa“… “è impossibile, non cambierai mai” … “lascia stare che tu non sei capace” … “. Questo è il metodo migliore per bloccare lui/lei che magari sente una spinta a cambiare se stesso/a ma ne è impedito/a dalle prigioni in cui noi lo/la abbiamo rinchiuso/a. E così succede anche con i bambini: se l’educatore continua ad apostrofarlo “stupido“, il bambino crescerà convinto di esserlo e lo diventerà davvero; così com’è altrettanto pericoloso definirlo sempre “sei un genio“, questo crescerà convinto di esserlo ma presto o tardi si scontrerà con la dura realtà e saranno dolori.

L’amore degli sposi deve sempre più assomigliare all’amore di Dio Padre: un amore che incoraggia a migliorarsi sempre, un amore che ci fa sentire unici ed irripetibili, un amore che non nega i nostri difetti ma li abbraccia, un amore che vede più in là del nostro naso, che non vede solo quel pezzo di legno da catasta che siamo, ma intravede già ciò che potremmo diventare con la Sua Grazia. Coraggio sposi, la strada del matrimonio non è fatta per gente statica, facciamo sentire la nostra vocina a lui/lei, ma soprattutto apriamo le nostre orecchie per sentire la vocina del nostro coniuge che si sforza di uscire da quel pezzo di legno da catasta che per noi è già tanto se diventerà una gamba di tavolino.

Giorgio e Valentina.

I nostalgici

Dagli Atti degli Apostoli (At 4,32-37) La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levìta originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

Proseguendo nella lettura degli Atti degli Apostoli ci si imbatte in questo brano che viene proposto nella Messa odierna. Ci sono vari studi che hanno approfondito la vita delle prime comunità cristiane, ora per capirne la struttura ora per studiarne l’impatto sociale o per altri motivi, ma quello che più ci interessa non è tanto come fosse strutturata la prima Chiesa oppure quali stili di vita avesse perché questo potrebbe da un lato stimolarci ma dall’altro restare pura curiosità ma non toccare la nostra vita.

Tra questi modi di leggere la prima forma di vita comunitaria post-resurrezione quella che spicca di più è quella dei nostalgici che vorrebbero plasmare la Chiesa (non in senso mistico, ma nel senso della Chiesa organizzata) sul modello di questa prima comunità descritta negli Atti, e più volte nel corso della storia ci sono stati tentativi di riprodurre questa comunità ma sono tutti falliti. Certamente questi tentativi sono lodevoli nell’intenzione ma poi si sono scontrati con la dura realtà; infatti la società, il popolo, l’epoca, i costumi, gli stili di vita, le usanze, la struttura politica e la cultura in cui è nata quella comunità primitiva sono completamente diversi dai nostri perciò questo rende praticamente impossibile riprodurre esattamente quella Chiesa originaria. Ma perché quella comunità primitiva continua ad affascinarci nonostante siano passati molti secoli? I cosiddetti nostalgici della comunità primitiva sono spinti da un’illusione oppure c’è qualcosa che comunque ci attrae? Dov’è il segreto di questa comunità?

Certamente dobbiamo tener presente che i fatti di Gesù erano appena accaduti, soprattutto la Pentecoste ha sigillato nei cuori dei Dodici le apparizioni del Risorto ed impresso nuova forza e coraggio in loro, sicuramente poi dobbiamo tener presente che la Madonna era ancora tra loro all’inizio, e queste situazioni sono certamente favorevoli e non possono essere riprodotte tali e quali, quella resta una condizione privilegiata ed irripetibile, ecco perché ci viene presentata anche in qualche dettaglio; quei fatti straordinari, le persone coinvolte e le condizioni uniche ed irripetibili sono per il lettore una conferma che si sta narrando di fatti realmente accaduti, è come se fosse un sigillo di garanzia che il prodotto è DOC e DOP – e tutte le altre sigle che volete -.

Il fascino che tale situazione esercita su di noi – e la sua irripetibilità – non può diventare invidia della grazia altrui altrimenti cadremmo in un peccato grave e nemmeno ci deve illudere di riprodurlo tale e quale come se fossimo a teatro e sconnessi dalla vita reale. Possiamo però tendere a riprodurre non tanto le situazioni e gli stili di vita di tale comunità prototipo, quanto la vera realtà che ci affascina ma di cui spesso non teniamo conto in maniera adeguata: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola […] “.

Questo è il nocciolo, questo è il vero motore di quella comunità, questo ha suscitato quel modus vivendi che tanto ci affascina e suscita nostalgia nel nostro cuore. E’ la nostalgia di unità, la nostalgia della pace vera, la nostalgia di una perfetta armonia, in altre parole la nostalgia di Dio che è in se stesso tale armonia tra le tre Persone Divine, tale unità di cuori che battono all’unisono. Non è sbagliato dunque il moto iniziale dei nostalgici, ma deve essere incanalato nella realtà concreta che ci sta davanti.

All’interno della comunità dell’Intercomunione delle famiglie sperimentiamo questa realtà, seppur con tutti i limiti dell’umana natura e della società odierna, poiché il motore di tutto è avere un cuore solo che batte all’unisono per aiutarci reciprocamente a vivere più santamente il sacramento del matrimonio – a partire dal vivere bene la sessualità e la castità coniugali – abbiamo come un’anima sola che respira lo stesso respiro di Dio ma che si traduce in diversità di stili, assomiglia un po’ a quando diverse case automobilistiche mettono in comune un’ unico progetto di automobile ma lo rivestono ognuna a proprio modo, sotto però c’è la stessa scocca, lo stesso motore, le stesse caratteristiche principali… se le guardi da fuori ne cogli le diversità estetiche, ma gli esperti nel settore sanno e vedono che sotto c’è la stesso progetto.

Questa vita comunitaria come incide sul matrimonio? Aiuta ed incoraggia gli sposi a riprodurre all’interno della loro relazione sponsale quelle stesse caratteristiche di unità di intenti, di unità di cuori, di unità di obiettivi. Ogni incontro diventa un’occasione di bene reciproco, perché non c’è nessuna primadonna che si impone, ma ogni coppia mette in comune ciò che ha – non importa che sia tanto o poco – ogni coppia mette a disposizione le proprie capacità e carismi: c’è chi prepara la logistica, chi pensa alle vettovaglie, chi pensa ai bambini, chi cucina bene e chi mangia con gusto, chi aiuta a pregare, chi a cantare, chi ha capacità oratorie, chi ha capacità informatiche, chi tiene la cassa, chi sa ascoltare i cuori, chi sa dare il consiglio giusto, chi sa accompagnare le ferite, chi capisce cosa è meglio per tutti, chi si fida di queste scelte… ogni coppia ritorna alla propria quotidianità con un pizzico in più di coraggio per affrontare le proprie sfide e con un po’ più di fiducia in se stessa perché vede altre coppie vivere il sacramento del matrimonio dando il massimo di se stessi, affidandosi con la fede nel Signore Gesù, ne vedono i frutti di Grazia ed insieme si riprende forza e coraggio.

Il marito impara dalle virtù degli altri mariti ad amare meglio e più in profondità la propria sposa; la moglie si confronta con le altre mogli e si incoraggiano a vicenda per amare meglio e di più i propri sposi. La comunità primitiva aveva dei doni particolari ed unici, ma se ci pensiamo bene anche le nostre comunità parrocchiali, i nostri gruppi di preghiera o le altre realtà comunitarie – come quella sopra descritta – hanno la possibilità di avere la presenza reale, viva, sostanziale ed efficace della presenza di Gesù – nella Santissima Eucarestia -, possono anche beneficiare della materna presenza della Madonna – per esempio recitando il Rosario – e possono invocare l’aiuto dei Santi Apostoli con la preghiera.

Cari sposi, tutte queste bellezze possono diventare realtà sia per le nostre parrocchie che, soprattutto, per le nostre case, le nostre chiese domestiche, dove la presenza di Cristo è reale tra i due sposi consacrati dal Sacramento del Matrimonio. Coraggio dunque, care famiglie, lasciamoci invadere dal fascino della primitiva comunità cristiana e chiediamo l’aiuto dal Cielo perché essa possa essere riprodotta nella sua essenzialità a partire dalla nostra relazione sponsale.

Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio.

Giorgio e Valentina.

Pietrina di scarto o no?

Dagli Atti degli Apostoli (At 4,1-12) Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

In questa ottava di Pasqua la Chiesa ci fa leggere vari incontri del Risorto descritti nei Vangeli e contemporaneamente diversi brani dagli Atti degli Apostoli, che è un libro che assomiglia ad un diario di bordo, una sorta di raccolta ordinata dei fatti accaduti dopo la Risurrezione e la Pentecoste. In particolare oggi ci soffermiamo sulle due frasi finali di S. Pietro di questo brano perché ci toccano nel profondo come sposi.

Innanzitutto è curioso che Simone usi la metafora della pietra, la stessa usata dal Maestro quando cambiò il suo nome in Pietro, per dirci qualcosa circa la natura del Risorto, infatti la metafora si impreziosisce di un particolare, e cioè del fatto che Gesù non è solo una grande pietra di una costruzione, ma la pietra d’angolo. Per capire questa metafora è bene sapere che la pietra angolare (o testata d’angolo) di una costruzione è la prima pietra posata, sulla quale si è soliti incidere un’iscrizione che riporta date e nomi a memoria dei posteri, è anche la pietra sulla quale idealmente poggia tutta la struttura muraria.

Il matrimonio deve essere come quella struttura che si poggia sulla pietra angolare, che è il Cristo, ed i costruttori del matrimonio devono posare un mattone dopo l’altro, giorno dopo giorno, a partire da quella pietra che regge il peso di tutta la casa, è la pietra che non si sposta mai, la pietra che resterà sempre al proprio posto; ogni mattone fa da base a quello sopra, ma a sua volta si appoggia su quella pietra. E qual è l’iscrizione incisa sulla pietra angolare del nostro matrimonio?

Sicuramente ci sono i due nomi degli sposi e quello di Cristo. Ma anche se uno dei due dovesse decidere di andarsene a costruire un’altra casa con un’altra persona, quella pietra resterà fissa lì, la nuova casa (tranne nel caso di nuovo matrimonio dopo una vedovanza) non avrà una pietra angolare, i mattoni non avranno una base solida ed indistruttibile sulla quale poter contare sempre, anche in caso di terremoto o di uragano; sarà una casa senza una pietra angolare che regge tutto il peso, senza una pietra sulla quale restano incisi i nomi degli sposi.

In questo brano Pietro lo dice in modo esplicito, casomai qualcuno avesse dei dubbi: “In nessun altro c’è salvezza” come a dire che noi possiamo costruire tutte le strutture che vogliamo e con chi vogliamo, ma solo quella che ha Cristo come pietra angolare sarà salva dalle intemperie. Spesso ci capita di incontrare coppie che ci raccontano delle loro grandi difficoltà matrimoniali, relazioni ridotte all’osso, sposi che dialogano con più facilità coi colleghi piuttosto che con la moglie, spose che si confidano con le amiche (peggio se con la mamma) invece di aprire il proprio cuore al marito, sposi che si sentono in diritto di tutto ed in dovere di niente, spose che non si sentono comprese e si sentono trattate come oggetti dai propri mariti, ecc… quando poi si entra un po’ in dialogo si scopre che queste coppie non frequentano la Messa domenicale da tempo immemore, oppure sono coppie che frequentano l’oratorio solo per fare volontariato di vario tipo, oppure sono coppie che si sono macchiate del gravissimo peccato di aborto, coppie che non vivono una vita di fede, restano lontano dalla vita sacramentale: queste coppie potremmo paragonarle ad una casa che non è stata costruita dalle mani esperte di un muratore, case che non hanno seguito il progetto originale del geometra, case fai da te che non tengono conto dei calcoli dell’architetto, in Campania le definirebbero “case sgarrupate“.

Cari sposi, se vogliamo che la casa del nostro matrimonio sia sempre più bella, più robusta e più ordinata, bisogna che ci atteniamo ai disegni del progettista, dobbiamo seguire le regole di costruzione date dall’architetto del nostro matrimonio, seguire le regole di manutenzione ordinaria e straordinaria che ci vengono date. I matrimoni che trattano Cristo come una pietrina di scarto non avranno mai una casa secondo il progetto originale, per dirla alla moda di adesso non avranno mai una casa “veramente ecologica”.

Coraggio sposi, se ci accorgiamo di avere qualche muro storto e fuori asse, se ci accorgiamo di qualche colonna non a filo di piombo, possiamo sempre recuperare chiamando il progettista che ci mandi dei tecnici che ci aiutino a ripristinare la nostra casa secondo il progetto originale.

Giorgio e Valentina.

I nostri sabati

Non è mai facile scrivere un articolo nel giorno solenne del Sabato Santo poiché su questo giorno hanno scritto fiumi di parole grandi santi e predicatori quali i Dottori e i Padri della Chiesa, e traiamo proprio da uno di loro la riflessione di oggi; è un testo molto ricco e profondo, ne riportiamo solo alcune frasi che ci aiutano come sposi.

Da un’antica «Omelia sul Sabato santo» (PG 43, 439. 451. 462-463) La discesa agli inferi del Signore.  Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. ​Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. ​Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. […] ​Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi, mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. […]

In questo giorno la Chiesa vuole far risaltare il grande silenzio descritto all’inizio di quest’antica omelia attraverso il silenzio delle campane, ci vuole aiutare a vivere questo giorno con mestizia, vuole spronarci a riflettere sul nostro rapporto col Salvatore, ci aiuta a fare un serio esame di coscienza; se vogliamo trarre maggior profitto da questo Triduo bisogna che impariamo a seguire i consigli e le direttive che la saggezza bimillenaria della Chiesa ci mette a disposizione.

Le parole di questo testo sono eloquenti e non hanno bisogno di commenti per essere comprese, ci permettiamo solo di farvi notare come a volte anche gli sposi siano come Adamo ed Eva, anche noi abbiamo disobbedito ai comandi del Signore, ai comandi dell’Onnipotente, a volte abbiamo ceduto alle lusinghe dell’antico serpente, abbiamo permesso che il tentatore infilasse nei nostri pensieri il dubbio che Dio non ci ami perché le sue leggi sarebbero castranti per la nostra vita.

Se leggiamo con attenzione le parole che quest’omileta pone sulle labbra del Salvatore ci accorgiamo che non sono parole di vendetta o di rancore (questo il link per la lettura integrale), esse assomigliano alle poche parole che Gesù rivolge alla adultera che ha rischiato la lapidazione: non nega il peccato di lei, ma nello stesso tempo vede nel cuore di questa donna le condizioni necessarie per ricevere il perdono e la congeda invitandola con ferma tenerezza a non peccare più. Similmente, in questa discesa agli inferi, il Salvatore usa parole che non negano il peccato di Adamo ed Eva, ma nello stesso tempo li esorta, li invita, li incoraggia ad uscire da quella prigione, a risorgere.

Per capire cosa vuole dirci il Signore, vi invitiamo a rileggere lentamente il testo integrale sostituendo i nomi di Adamo ed Eva con i nostri, e sostituendo ai loro peccati i nostri, sicuramente molte coppie troveranno giovamento per il proprio cammino. Non importa il mero e freddo elenco dei peccati del passato, o quelli del presente, non ha troppa importanza neanche la quantità e la loro gravità SE non ci pentiamo di essi. Le condizioni “sine qua non” per ricevere il perdono del Signore sono quelle che la Chiesa ci insegna da sempre: 1) l’esame di coscienza 2) il dolore dei peccati 3) il proponimento di non commetterne più 4) la confessione 5) la soddisfazione o penitenza.

E questi atteggiamenti non possono essere vissuti a compartimenti stagni, perché noi siamo un’unità inscindibile di anima e corpo, dobbiamo fare in modo di predisporre la nostra anima a chiedere e ricevere il perdono di Dio e dobbiamo esternarlo nel corpo. Quando il Signore scorge questi moti del cuore, non resiste ed apre i boccaporti del Suo Sacratissimo Cuore dal Quale sgorgano infiniti fiumi di misericordia. Probabilmente ci sono tante coppie che si trovano nella condizione di Adamo ed Eva descritta nel testo citato, ed è proprio su questo punto che vogliamo cogliere la riflessione odierna: non serve a niente piangersi addosso, l’autocommiserazione non fa bene al cuore, contemporaneamente non ha nemmeno senso lo sminuire i nostri peccati e/o scusarli sempre e comunque.

Il Signore scende nelle nostre prigioni di sposi per tirarci fuori da lì e la chiave per uscirne è sulla sua Croce. Egli ci comanda di uscire, badate bene che è un comando, non è un suggerimento della fatina delle fiabe. Ma perché ha il potere di comandare? Perché Lui è IL SIGNORE, e questa signoria però la esercita con lo stile della Croce, su quella croce infatti è vittorioso.

Cari sposi, accogliamo il comando misericordioso di Gesù: sposo e sposa, ordina a voi di uscire dalla prigione del peccato. Comanda a noi sposi di risorgere dalla morte del peccato e di vivere nella Sua luce e ci definisce “opera delle mie mani” e “mia effige”. Come possiamo essere Sua effige se restiamo prigionieri? Coraggio sposi, questo Sabato Santo evadiamo dalle nostre prigioni, non c’entrano niente i sentimenti, quando Gesù comanda si obbedisce senza se e senza ma.

Coraggio e … Buona Santa Pasqua.

Giorgio e Valentina.

La fiamma smorta.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 42,1-7) «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento». […]

Quello proposto il Lunedi Santo è un brano che ci introduce in maniera inequivocabile verso la Pasqua imminente delineando alcuni tratti principali del servo di Dio, così infatti viene preannunciato il Messia, e già chiamarlo servo dice tanto della Sua missione, ma poi ne vengono delineate alcune caratteristiche che ci aiutano a comprendere meglio alcuni aspetti di Gesù. In particolare oggi ci soffermiamo sull’espressione : “non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta“.

Incontriamo tante coppie in crisi relazionale, in cui è venuta a mancare la fiducia reciproca, coppie che non riescono più a vedere l’altro come una risorsa e come un dono. Non vogliamo entrare nell’intricato mondo delle relazioni, ma solo mettere in evidenza uno tra i tanti pericoli che minano la relazione e la coppia stessa. Per farlo dobbiamo innanzitutto capire come agisce il Signore con noi. Egli non è uno che lascia al diavolo campo libero senza mettere a nostra disposizione tutte le armi per combattere questa buona battaglia quotidiana. Il diavolo è invidioso perciò cerca SENZA SOSTA, in ogni modo e con ogni mezzo, di rubare un figlio di Dio dalla salvezza di Dio per conquistarlo all’inferno eternamente.

Il Signore permette queste tentazioni per saggiare la nostra fede, per trarne un vantaggio per la nostra fede, affinché accresca la nostra fede in Lui di vittoria in vittoria contro l’antico serpente; nella battaglia sperimentiamo quanto la vittoria sia alla nostra portata non tanto grazie alle nostre misere forze, ma per la Sua potenza, se ci affidiamo a Lui e ci rifugiamo in Lui nella battaglia, Egli certo non ci deluderà, anzi, riporteremo sempre vittoria perché il Signore è infinitamente più potente dei Satana. Spesso però ci lasciamo travolgere dagli eventi perché gli attacchi del Maligno non sono così sfacciati e frontali, il più delle volte egli agisce con sotterfugi, di nascosto, come fa un infiltrato, uno sporco doppiogiochista, una vera e propria spia, maschera il male di bene e traveste il bene di male, cosicché nella confusione ci sferra l’attacco finale, anzi, la confusione è già una sua piccola vittoria.

Non di rado in questi frangenti noi cadiamo nella delusione, nello scoraggiamento, nella sfiducia in noi stessi, negli altri, nella vita e in Dio. La voce del Signore si fa sentire più che mai, continuando a farci vedere sprazzi di luce, un po’ come se ci facesse scorgere la luce in fondo al tunnel, come se ci facesse intuire che il finale sarà diverso, ma ci lascia liberi di aderire alla Sua voce o meno. I Suoi appelli non sono quasi mai come dei manifesti a caratteri cubitali in mezzo agli incroci, come quelle gigantografie che siamo soliti vedere in giro per le nostre grandi città, non è così, spesso la Sua voce assomiglia ad un fiorellino che sboccia in mezzo alle fessure del marciapiede, come quella farfalla che si posa sulle roselline del nostro balcone tra l’indifferenza dei nostri sguardi, assomiglia all’ultimo raggio di sole che squarcia le nubi dopo una giornata di temporale, come un arcobaleno che silenziosamente appare… per poter scorgere tutte queste bellezze bisogna avere uno sguardo allenato ai particolari e saperne gioire.

Se il Signore ci facesse una telefonata per avvertirci delle insidie o ci mandasse un messaggio via Whatsapp non saremmo più liberi perché agiremmo come dei burattini con i fili, ma il Signore ci ama a tal punto da rischiare di perderci pur di conservarci liberi, affinché la nostra risposta sia vero amore deve essere una scelta libera. Egli non ci vuole schiavi senza libera iniziativa, siamo figli e quindi i Suoi richiami sono sempre di incoraggiamento, sono dolci inviti a fidarsi di Lui… quando il fuoco nel camino sembra ormai spento, l’esperto toglie delicatamente la cenere da sopra e lascia che le braci sotto riprendano vigore con un soffio delicato ma sicuro… il Signore agisce così con la cenere della nostra anima.

E se noi sposi vogliamo far rinascere una relazione apparentemente spenta dobbiamo imitare Gesù, dobbiamo impegnarci ad usare delicatezza nel togliere la cenere del nostro consorte e ravvivare le braci sotto che attendono di essere rinvigorite. Cari sposi, per fare questo ci vuole tanta tenerezza, tanta delicatezza, ma anche tanto impegno quotidiano, dobbiamo aiutare il nostro coniuge a far emergere le sue qualità, i suoi pregi, i suoi carismi. Come ?

Evidenziando come lei diventi più bella quando sorride al nostro rientro o viceversa, quando lei/lui cucina con allegria le pietanze sono più gustose, quando canta la sua voce è intrigante… evidenziando come lui diventi più affascinante quando esce di casa con quella camicia, quando la abbraccia mentre cucina risulta più virile e lei si sente protetta ed unica, quando rientra dal lavoro con quello sguardo è bellissimo. Questi sono solo alcuni esempi ma poi ogni coppia ha le proprie dinamiche per cui lui e lei si impegnano nel rinvigorire le braci sotto la cenere.

Coraggio sposi, anche se il nostro matrimonio sembra uno stoppino dalla fiamma smorta, stiamo certi che con l’aiuto del Signore ed il nostro immancabile impegno quotidiano il Signore compirà il miracolo di ravvivare la fiamma dell’amore ad immagine del Suo amore, un amore senza limiti, che non ci pensa due volte a morire in Croce per salvarci dalla dannazione eterna. E così lo sposo non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta della sua sposa e la sposa non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta del suo sposo.

Giorgio e Valentina.

Imitare

Dal libro della Gènesi (Gn 17,3-9) In quei giorni Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: «Quanto a me. ecco la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò. E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio». Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione».

In questo brano ci viene chiaramente mostrata la figura di Abramo come colui che è nostro padre nella fede, poiché da lui possiamo prendere esempio ed imparare come si fa a vivere e compiere delle scelte guidati e sorretti dalla fede nell’unico e vero Dio.

I Padri della Chiesa hanno letto nelle parole “da te usciranno dei re” un chiaro riferimento a Gesù, il Re dei Re, oltre ai vari re terreni che il popolo di Israele ha avuto nel corso delle proprie vicende. Ci sono poi riferimenti alle vicissitudini che hanno diviso la discendenza di Abramo nata dalla donna libera e quella nata dalla donna schiava, ma quello che vorremmo farvi notare oggi è posto proprio all’inizio del brano: “Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui ” e da qui prendono il via una serie di promesse bellissime, tra le quali spicca quella della discendenza e della nazione, perché il Signore è uno che ha i piedi ben piantati a terra a sa bene che in quella cultura la discendenza ha un ruolo di primaria importanza per un padre, soprattutto per Abram che aveva un matrimonio sterile con Sarai; la seconda importante promessa che riguarda la nazione è altrettanto allettante ed invitante per un uomo che è fuggito dalla carestia della terra natia ed è in cerca di un posto ove stabilirsi.

Ma l’insegnamento più grande che ci viene da questo brano è, come anticipato, nelle prima battute, nell’atteggiamento che Abram pone in atto di fronte a Dio: la prostrazione. Per quel popolo la prostrazione ha una grande valenza simbolica, l’uomo si mette faccia a terra a significare un atto di adorazione, di umiliazione e di sottomissione. E’ lo stesso atto che compiono i Re Magi dinanzi al Bambinello, ricordate? E dopo, solamente dopo, Dio parla ad Abram cambiandone per sempre il destino insieme al nome, poiché anche questo binomio, destino-nome, ha una grande valenza simbolica per quella cultura, tant’è vero che al Messia viene posto il nome Gesù, che significa Dio salva, anche in questo caso il nome segna il destino da compiere.

Cari sposi, quando siamo desiderosi di scoprire il nostro destino, il destino della nostra coppia, della nostra famiglia, dobbiamo innanzitutto imitare la fede di Abram e prostrarci dinanzi all’unico in grado di dare una svolta al nostro futuro. Forse nelle nostre chiese vedere un coppia prostrata potrebbe destare qualche scandalo per via della nostra cultura, ma forse se ci vedessero inginocchiati non dovrebbero cacciarci dalla chiesa. L’atteggiamento esteriore deve riflettere lo stato d’animo interiore, anzi, è proprio per una necessità interiore che il corpo ubbidisce e si inginocchia quasi a rivelare che per il cuore non è sufficiente la prostrazione dell’anima, ma è necessaria la protrazione del corpo che manifesta le vere intenzioni del cuore.

Il tabernacolo che custodisce il Santissimo è sempre lì ad aspettarci, basta entrare in chiesa e mettersi in adorazione, sottomettendo alla Sua volontà tutte le nostre facoltà mentali, fisiche, psichiche e spirituali. Con un vero atto di sottomissione il cuore di Dio si scioglie, per così dire, lasciando uscire fiumi di grazia che però dobbiamo raccogliere e saper gestire bene, non vanno sprecati i doni di Dio. Naturalmente questo gesto non basta da solo (ricordiamo che è un gesto che l’anima non riesce a contenere e trasuda esteriormente nel corpo), ma va accompagnato dalla preghiera costante, dal digiuno e dalla elemosina, quello che più conta è la decisione del cuore di prostrarsi al Signore e alla Sua volontà sulla nostra vita, perché il Suo disegno sul nostro matrimonio è sicuramente meglio dei nostri progetti.

Quando il cuore è sottomesso al Padre, allora Lui cambia il nome ad Abram, ed è così anche per gli sposi cristiani. Anche noi abbiamo sperimentato doni e carismi che prima non avevamo, di cui neanche sognavamo di esserne destinatari, succede quando ci si mette nelle Sue mani sapienti e si lascia a Lui decidere il nuovo nome della coppia, sicché ci siamo trovati ad essere fecondi là dove prima c’era aridità e senza rendercene conto, spesso senza dire niente.

Coraggio sposi, per saper restare in piedi nella vita, c’è bisogno di stare prima in ginocchio.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia: un connubio possibile /57

Eccoci giunti all’ultima puntata del nostro lungo percorso alla riscoperta della Santa Messa, abbiamo avuto modo di approfondire più o meno dettagliatamente i vari momenti all’interno della divina Liturgia, ora vedremo la Messa nel suo insieme e qualche aspetto ad essa connesso come in una panoramica finale. Facciamo qualche premessa doverosa ma chiarificatrice:

  • la Messa non è un’azione esterna a noi, non è nemmeno un rituale che il parroco si vede costretto a compiere ogni Domenica, e per il quale necessita di un po’ di compagnia; il parroco non sta pagando ad un dio ignoto e cattivo un tributo per ingraziarselo e tenerselo buono a favore di tutto il popolo sicché sentiamo un po’ il dovere di sostenerlo perché sta agendo anche a nome nostro, non sia mai che il divino si adiri contro noi che non eravamo presenti al rituale;
  • la Messa non è un evento sociale a sfondo religioso; non è neanche lo show di qualche strampalato parroco desideroso di trasformare il presbiterio nel palco di un’intrattenitore; non è nemmeno un contenitore dove inserire tutto ciò che ci salta in mente: dal balletto all’offertorio con signorine poco vestite alla barzelletta durante l’omelia, dalla presentazione di eventi mondani alla festa per la vittoria del derby inter-parrocchiale, dall’applauso a Gesù risorto all’usare come canto d’inizio il brano vincitore di Sanremo;
  • la Messa non è uno spettacolo teatrale un po’ più serio condito da qualche proverbio saggio; la Messa non è una cosa vecchia che ha bisogno di essere modernizzata o spolverata o sostituita; non è un tradizionale rito sociale a cui assistere per sentirsi parte di una comunità, alla stregua di una sagra;
  • la Messa non è nemmeno il luogo dove dare uno sterile sfoggio delle proprie abilità musicali, canore, recitative od organizzative per nutrire il proprio ego; non è il momento per incontrare altri e fare pettegolezzi e/o chiacchiere da bar.

Quello sopra riportato è un triste (e parziale) elenco di situazioni desacralizzanti veramente accadute, ma la Santa Messa è tutt’altro, nel Messale (che riporta parte di altri testi dottrinali) viene così definita:

«Il nostro Salvatore nell’ultima Cena istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e di affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione» e qualche riga più avanti: «ogni volta che celebriamo il memoriale di questo sacrificio, si compie l’opera della nostra redenzione». Altrove la descrive con parole diverse ma uguali nella sostanza: La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli fedeli. Nella Messa, infatti, si ha il culmine sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di Dio nello Spirito Santo. […] Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa: da essa derivano e ad essa sono ordinate.

La Messa è quindi il centro della vita da cui irradiano tutte le altre attività, il centro da cui tutto prende senso e al quale tutto è ordinato, non può essere trattata come un impegno tra i tanti che un prete ha durante le proprie attività giornaliere, altrimenti queste stesse attività diventeranno predicazione di se stesso.

La chiesa dove si celebra la Messa è un luogo sacro, consacrato al Signore, è il luogo dell’incontro con il Re dei Re, il Dio vivo, l’unico e vero Dio, che resta sempre in mezzo al suo popolo con il Suo Corpo ed il Suo Sangue, la Sua anima e la Sua Divinità… ed in questo luogo non possiamo entrarci come quando si entra in un teatro, una sala concerto, un auditorium, un cinema o un museo. E’ il luogo della presenza di Dio, ma non è solo una presenza spirituale che io avverto in base alla mia fede, ma la Sua presenza è reale, vera e sostanziale nel tabernacolo, e non dipende dalla mia fede perché Lui è lì comunque.

Quale donna, per esempio, oserebbe presentarsi al cospetto del Presidente della Repubblica con un vestito scollato fino all’ombelico o con una minigonna da infarto? Quale uomo si presenterebbe alla corte di un sovrano in tuta da relax casalingo? Se per questi eventi mondani sappiamo come vestirci, perché pensiamo che in chiesa tutto sia lecito?

Sappiamo benissimo quanta importanza abbia il linguaggio non verbale nella comunicazione, gli esperti dicono che sfiori l’80%, ma questo dato non vale solo nell’educazione dei bambini o nella relazione tra sposi, il nostro modo di vestire dice dell’importanza che noi diamo a ciò che stiamo vivendo. La Domenica è un piccolo anticipo di Paradiso, ma dobbiamo aiutare noi stessi a viverlo come tale anche nella carne, e dobbiamo aiutare gli altri a vivere lo stesso. E questo significa che tutto nella Domenica deve essere diverso: la preghiera al mattino, la preparazione alla Messa, il vestito, la colazione, il pranzo, la tavola, il modo di parlare, il contenuto dei dialoghi, i gesti di carità fraterna, il modo di impegnare il tempo nella giornata, se non diventa vita la nostra fede rimane un bel soprammobile a cui togliere un po’ di polvere almeno la Domenica.

Coraggio famiglie, tocca a noi far vivere una nuova primavera alla Chiesa intera.

Giorgio e Valentina

Uscite . Venite fuori!

Dal libro del profeta Isaìa (Is 49,8-15) Così dice il Signore: «Al tempo della benevolenza ti ho risposto, nel giorno della salvezza ti ho aiutato. Ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo, per far risorgere la terra, per farti rioccupare l’eredità devastata, per dire ai prigionieri: “Uscite”, e a quelli che sono nelle tenebre: “Venite fuori”.

Chi si ostina a pensare alla Quaresima come ad un tempo ostile e triste è perché in fondo non l’ha mai vissuta veramente, basterebbe ascoltare gli accorati appelli del Signore alla conversione che abbiamo in parte analizzato in questi articoli per rendersi conto di come il Signore non molli la presa, non sia uno che getta la spugna alla prima difficoltà e prometta ai Suoi figli pace, gioia, consolazione… è come se il Signore ci volesse mettere l’acquolina in bocca.

Assomiglia ai nostri (spesso vani) tentativi di genitori di convincere i nostri piccoli circa la bellezza di un gesto: se non funziona la prima o la seconda volta con un ordine, ecco che allora diamo il via alla tattica del convincimento elogiando i (molteplici) risvolti positivi del gesto che intendiamo insegnare loro. Similmente anche il Signore dapprima (all’inizio della Quaresima) comincia con un ordine, anche se tenero e dolce ma pur sempre ordine, circa le opere quaresimali di digiuno, preghiera, penitenza, elemosina e carità; e poi man mano che i giorni avanzano ci ricorda le gesta di questo o quell’uomo di fede per spronarci all’imitazione, ma poi a metà Quaresima la Chiesa sa che l’uomo ha bisogno di un ristoro (anche spirituale) per poter riprendere il cammino con maggior vigore e con rinnovato slancio, ed è per questo che Domenica scorsa il colore viola si è un po’ attenuato verso il rosa. Ed anche nei giorni seguenti ci vengono proposti dei brani dove viene più volte descritta l’abbondanza della natura per una nuova epoca di pace che verrà se il popolo si convertirà, abbondanza che è simbolo della abbondanza della misericordia di Dio. Anche nel brano riportato sopra possiamo notare come la nota di fondo sia un’incoraggiamento all’attesa di una nuova vita in cui tutto verrà restaurato, la terra risorgerà ecc…

Ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo” è il Signore che parla a Isaia, ma è chiaro che egli sia solo una prefigura di Colui che sarà la nuova ed eterna alleanza, sancita nel Suo sangue, il sangue dell’Agnello.

per far risorgere la terra” e qual è la terra che deve risorgere nei nostri matrimoni? E’ proprio la terra delle nostre relazioni, che forse col tempo ha perso un pochino della sua fecondità, forse per qualcuno è una terra seccata e riarsa dalla siccità di una relazione fredda e senza tenerezza e dolcezza. E’ tempo ormai di lasciare la terra della nostra relazione in mano al contadino migliore che ci sia: Gesù. Bisogna che diamo a Lui il pieno potere sul nostro matrimonio, diamo a Lui le chiavi del trattore che lavorerà il nostro terreno, perché c’è bisogno di arare, di rigirare la terra, di concimare per poter poi piantare nuove semine ed irrigarle.

“per farti rioccupare l’eredità devastata quale eredità è stata devastata? Ci sono molti sposi che sono stati devastati dalla lussuria… la quale agisce come un ladro che occupa un’eredità non sua. I nostri corpi battezzati divengono tempio dello Spirito Santo e quando gli sposi uniscono i propri corpi nel sacro gesto dell’intimità coniugale lo Spirito Santo dovrebbe esplodere di gioia in loro, è come se Esso trovasse una casa sempre più grande e dilatata per poterci stare sempre più comodo. E’ questa eredità che la lussuria viene a portar via, i corpi (e le anime) ne restano devastati e non vedono più Dio perché “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio“, di conseguenza chi non vive la castità, la purezza, non può vedere Dio, si diventa quindi ciechi.

“per dire ai prigionieri: “Uscite”, e a quelli che sono nelle tenebre: “Venite fuori”. abbiamo incontrato tanti sposi che non riescono a dare una svolta decisiva al proprio matrimonio perché prigionieri del peccato. Esso infatti è come uno specchietto per le allodole : ti promette gioia e ti appaga, sì ma per pochi istanti, per brevi momenti, poi ti lascia in bocca un’amarezza che stai peggio di prima, poi ti lascia un vuoto incolmabile che tentiamo di riempire con un altro peccato, e poi un altro ancora fino a che si diviene prigionieri perché non facciamo più quello che vogliamo ma quello che ci viene imposto da questo inganno diabolico. E dentro in quella prigione gli occhi sono spenti, senza luce, non sono occhi pieni di vigore, pieni di voglia di vivere, sono invece occhi gonfi di tristezza, di incompiutezza. Ecco allora che abbiamo bisogno di qualcuno che ci tiri fuori da questa prigione, ed è Gesù l’unico liberatore, l’unico che ha la chiave di quella prigione, e la chiave è nella Sua Croce. Gesù è l’unico che ci tira fuori dalle tenebre della disperazione, è l’unico a cui poter chiedere di illuminare i nostri occhi.

Coraggio sposi, abbiamo ancora la possibilità di uscire dalle nostri prigioni. Il Signore ce lo sta gridando attraverso le parole di Isaia, non lasciamoci scappare questa opportunità di far rifiorire il nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.