Amore e amabilità: chiavi per un matrimonio felice

Prima di proseguire con l’approfondimento delle parole del Cantico (clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati), mi fermo un attimo su un concetto fondamentale che emerge da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita.

Dialogo verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro, tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo, che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Di cosa voglio parlare quindi? Dell’amabilità.

Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che esprimono l’amabilità: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi di esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principale degli sposi. L’amabilità non è meno importante. È il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata.

Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro? Quanto percepiamo che l’altro ha stima di noi?

Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bello o più bella per lui o per lei. Ciò non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro.

Significa arrendersi all’amore. Decidere per amore di cambiare se stessi. Io sono libero ed è l’amore che ho per quella donna che mi sta al fianco da diversi anni che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia, che sento per il dono di sé che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla, mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare le parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe sempre, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità.

Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare il nostro coniuge. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che ognuno di noi, nessuno escluso, si porta dentro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro.

La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividere oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro?

Se saremo capaci di essere amabili saremo anche belli, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate e affascinanti. L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma allo stesso tempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sé. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio, perché continuiamo a metterli in atto? È nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono, perché continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita, perché continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi capaci di correggere se stessi per amore.

Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo, non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Seconda riflessione. È importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio – che ci deve essere – di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare a ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Può essere anche la fede. Partecipare a pellegrinaggi e incontri. Ogni coppia trovi la sua attività preferita. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altra.

Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza, perché Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera insieme durante i quali cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altra. È bello pregare con te. È bello vivere insieme questo momento di spiritualità.

Papa Francesco in Amoris Laetitia dedica ben due punti all’amabilità. Il Santo Padre evidenzia come l’amabilità sia parte dell’amore e come permetta una relazione tra gli sposi fondata su uno sguardo positivo e benevolo dell’uno verso l’altra:

Amare significa anche rendersi amabili […] Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. […] Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».

Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. […] Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.

Quali sono i frutti dell’amabilità? Essenzialmente tre.

Continua ricerca l’uno dell’altra.

Lo sposo e la sposa del Cantico sono per noi modello di amore. I due giovani continuano a cercarsi l’un l’altra. Si perdono e si ritrovano. Anelano alla presenza e alla compagnia dell’amato/a. Perché è bello stare con lui, è bello stare con lei. La Sulamita cerca il suo Salomone non per una semplice attrazione fisica. C’è molto di più. Lui è tutto bello. Lui è amabile. Lui la fa sentire amata, protetta e desiderata. Lui è rispettoso della sua sensibilità femminile e della sua persona. Lei sa come accoglierlo. Lei sa come farlo sentire uomo. Non c’è desiderio di possedersi reciprocamente, c’è invece il desiderio di essere l’uno nell’altra, perché l’amore e l’amabilità li attraggono come magneti. Esercitare l’amabilità può essere impegnativo e a volte risultarci difficile. In cambio riceviamo però tantissimo. Otteniamo che l’altro ci cerca, ci vuole, sta bene con noi, ci desidera. Non è poco. Fa la differenza tra un matrimonio che dà gioia rispetto ad uno che si trascina stancamente. Quando ci pesa mantenere un certo atteggiamento o compiere un certo gesto, pensiamo che lo stiamo facendo per lei/lui e che poi sarà più contento di amarci.

Contemplazione del bello.

Quando in una coppia si è amabili l’uno verso l’altra, è più facile vedere nell’altro/a il bello. Si esalta il bello. Non ci si sofferma sui difetti. Non ci si lamenta di ciò che l’altro/a non è, ma si impara a godere del bello dell’altro/a. Nel Cantico è un continuo esaltare la bellezza dell’altro/a: Come sei bello, Come sei incantevole, I tuoi occhi sono come colombe. Una contemplazione dell’amato/a che è frutto del sacrificio d’amore, dell’esercizio sacerdotale di questi sposi, che si amano e sono capaci di farsi dono nel modo che l’altro/a desidera. Riflettere sulla nostra relazione è fondamentale. Stiamo vivendo nella continua lamentazione verso l’altro/a o stiamo godendo della sua bellezza? È una cartina al tornasole che può farci capire su cosa è improntata la nostra relazione. Smettiamo di lamentarci e iniziamo noi per primi ad essere più amabili verso di lui/lei. Può essere l’inizio per tornare a scambiarsi parole di stupore e di meraviglia e non le solite lamentele e critiche.

L’unicità.

Esisti solo tu. Il giglio nelle valli. Il melo nel bosco. Tutte immagini per affermare che lui è l’unico. Lei è l’unica. L’amabilità rende l’altro una persona unica. Gli altri, seppur bellissimi e affascinanti, non saranno mai come il mio sposo. Le altre non saranno mai come la mia sposa. L’esercizio di questo sacrificio d’amore ci può davvero rendere felici. Non desideriamo nessun altro/nessun’altra.

Dobbiamo esercitare il nostro sacerdozio in questo modo, per rendere il nostro matrimonio un giardino fiorito. La felicità della nostra relazione dipende da come entrambi (purtroppo uno non basta) ci impegniamo a diventare sempre più amabili verso l’altro/a. Avanti tutta! Il matrimonio non è a termine, per cui, se siete rimasti indietro, potete tranquillamente recuperare.

Antonio e Luisa

Un salto nel vuoto? Bastano 2 monetine

Cari sposi, i due protagonisti del vangelo sono da un lato la oramai nota categoria degli scribi e questa povera donna, una vedova che per vivere doveva mendicare. Si tratta chiaramente di due figure contrapposte.

Lo scriba rappresenta una persona, magari anche credente e praticante, che fa della ricchezza – ma ci sta anche qualsiasi altro bene – il cardine della propria sicurezza di vita. Cosicché la fede diventa una verniciatura esteriore ma nel proprio cuore ci afferriamo a degli idoli, uno di questi potrebbero essere i soldi, ma anche l’opinione altrui, la salute, la cultura, il proprio status, quel che dicono di me, ecc.

È pericoloso vivere in tale situazione perché ci si sta poggiando su basamenti vani, ma soprattutto ci si autoinganna perché si sta dedicando la vita a un ideale apparentemente buono ma, a ben vedere, intriso di vanagloria.

A questa categoria di persone, Gesù oppone la vedova anziana. Assieme ai bambini, agli orfani e ai prigionieri esse formano parte della categoria dei “poveri” per eccellenza, coloro che non possono vivere per conto proprio ma dipendono in tutto da altri. Così premiante era la loro situazione di vita che per soccorrerle la Chiesa ha istituito il diaconato e in seguito, nei primi secoli, le vedove andarono addirittura a comporre un “ordo”, vale a dire una categoria specifica nel corpo ecclesiale.

Gli spiccioli che essa getta nel tesoro erano quasi sicuramente due lepton, cioè monetine in rame o in bronzo e valevano la metà di un quadrante. Per formare un asse ci volevano 4 quadranti. Invece, 16 assi erano il valore di un denaro d’argento, ossia l’equivalente della paga giornaliera di un bracciante agricolo. Facendo le dovute conversioni, ad oggi un lavoratore agricolo viene remunerato al massimo sugli 80€ a giornata e così possiamo dedurre che il valore attuale di un lepton (o prutah in ebraico) sarebbe di circa 0,60 €. In conclusione, la vedova possedeva solo 1,20€ e tutto quello l’ha donato al Signore.

Da qui che l’elogio di Cristo vada alla sua fiducia incondizionata nella bontà dell’Altissimo, un gesto che nella storia della Chiesa sarà ripetuto così tante volte dai santi, da don Bosco, a Giuseppe Cottolengo, a Madre Teresa, a Gaetano da Thiene…

Quanto è importante per noi questo insegnamento! Difatti, o impariamo a vivere davvero, sul serio affidati al Signore, soprattutto quando le circostanze si mettono male oppure restiamo impiglianti nelle nostre misere certezze e, a conti fatti, non viviamo da figli ma da scribi calcolatori.

Che ripercussione può avere questa magnifica pagina evangelica sulla coppia? Si può concludere facilmente che i due spiccioli offerti alludano a voi sposi che avete scelto una via di donazione totale. In altre parole, nel momento in cui avete iniziato la vita assieme, la vostra donazione ha preso progressivamente tutto di voi.

Tutto vero ma io vorrei piuttosto sottolineare l’atteggiamento della vedova che sa scommette contro ogni calcolo umano ma solo per amore. In effetti, sovente nella coppia finché l’amore è corrisposto, se a tale gesto generoso e magnanimo del marito equivale una risposta altrettanto nobile della moglie, tutto fila liscio. Davvero i miei complimenti e auguri a tutte quelle coppie che vivono così!

Tuttavia, in molti altri casi ciò non succede. Abbondano situazioni in cui un coniuge deve remare da solo, per periodi più o meno lunghi, mentre l’altro è chiuso, si è allontanato o non è sensibile a quanto sta facendo il proprio consorte… sono i momenti in cui amare somiglia ad un apparente salto nel vuoto.

Che si fa? È qui che dobbiamo ricordarci della vedova che si fida, che si lancia comunque, che non fa più calcoli ma solo spera e attende tutto dal buon Dio. Sono questi i momenti in cui si inizia veramente ad amare e a vivere il matrimonio in Cristo.

Una cosa è certa: gli atti di amore vissuti apparentemente a senso unico in queste circostanze, fatte con lo spirito di oblazione che ebbe la vedova, non andranno mai persi e saranno fonte di grazie e benedizioni, secondo l’infinita Sapienza di Dio.

Dice Papa Francesco: “Panta hypomenei significa che sopporta con spirito positivo tutte le contrarietà. Significa mantenersi saldi nel mezzo di un ambiente ostile. Non consiste soltanto nel tollerare alcune cose moleste, ma in qualcosa di più ampio: una resistenza dinamica e costante, capace di superare qualsiasi sfida. È amore malgrado tutto, anche quando tutto il contesto invita a un’altra cosa. Manifesta una dose di eroismo tenace, di potenza contro qualsiasi corrente negativa, una opzione per il bene che niente può rovesciare” (Amoris laetitia, 118).

Perciò, nel 2024 si può vivere un matrimonio solido se si adotta lo spirito di questa anziana vedova, sapendo quindi scommettere sulla propria relazione di amore solo se radicati in Cristo, con un abbandono pieno nelle Sue mani provvidenti.

ANTONIO E LUISA

Quello che ha appena scritto padre Luca. Che ha compreso studiando le pagine del Vangelo e magari ha visto in famiglia o in tante coppie che ha incontrato in questi anni di apostolato e ministero sacerdotale, io l’ho compreso nella mia relazione con Luisa. Quando ho fatto esperienza dell’amore di Luisa in modo chiaro e forte? Quando mi ha amato anche quando io non lo meritavo. Quando la ricchezza dei nostri sentimenti non era al massimo ma anzi c’era un po’ di aridità. E lei ha lanciato quelle due monetine che le erano rimaste. Lì ho capito la grandezza dell’amore e del matrimonio in Cristo. Come le monetine della vedova nel Vangelo, l’amore donato nei momenti di aridità è il gesto più prezioso agli occhi di Dio. Concludo con una riflessione di don Luigi Maria Epicoco tratta da La forza della mitezza: Quando ci sembra che l’amore non ci basta, che la fatica ci assale, è proprio allora che siamo chiamati a fare il gesto più grande, quello di offrire l’amore pur nella nostra aridità, come la vedova che ha dato tutto. Questo è il vero amore in Cristo.

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Impatto della Pornografia sui Giovani e sulle Relazioni

Perché non si punta il dito contro uno dei principali colpevoli delle violenze sulle donne? Perché si accusa un fantomatico e astratto patriarcato senza andare al cuore del problema? Una delle principali cause di tutta questa vilolenza di genere è la diffusione capillare della pornografia. Anche uno come Rocco Siffredi, che della pornografia ha fatto un business, dice apertamente in un’intervista dell’anno scorso che la pronografia andrebbe vietata ai minori. Siffredi ha affermato: Perché hanno permesso la proliferazione di siti pornografici in rete accessibili e gratuiti, fruibili con facilità da ragazzini giovanissimi, trasmettendo loro messaggi distorti sulla sessualità?

Questa è una tematica complessa e urgente, connessa alla diffusione della pornografia e al suo impatto sulle relazioni umane e, in particolare, sulla violenza di genere. La tesi è chiara e provocatoria: la pornografia non solo stimola una visione oggettificante dell’altro, ma contribuisce a radicare dinamiche di possesso e dominio che, in alcuni casi estremi, sfociano in atti di violenza.

L’influenza della pornografia sulle percezioni di genere

Molti studi clinici e sociologici hanno cercato di indagare il legame tra consumo di pornografia e atteggiamenti violenti o oggettificanti. La pornografia, soprattutto quella più accessibile su internet, propone una rappresentazione ipersessualizzata, in cui la persona – spesso la donna – è ritratta come mero oggetto di piacere. Il professor Neil Malamuth, psicologo e ricercatore della University of California, ha condotto studi che dimostrano una correlazione tra l’esposizione ripetuta a contenuti pornografici e un aumento di atteggiamenti aggressivi e oggettificanti nei confronti delle donne, specialmente tra gli uomini con predisposizioni psicologiche preesistenti.

Questa tesi è supportata da ricerche che suggeriscono come la pornografia, attraverso un processo di “desensibilizzazione”, contribuisca a rendere la violenza percepita come normale o addirittura desiderabile. Nel 2018, uno studio pubblicato sul Journal of Communication ha analizzato come la frequente esposizione alla pornografia riduca l’empatia e aumenti la tendenza a percepire le donne come oggetti sessuali.

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo italiano, ha espresso opinioni molto critiche sulla pornografia, soprattutto in relazione all’impatto che può avere sui giovani e sulla loro visione delle relazioni. Crepet sostiene che la pornografia offra un’immagine distorta e superficiale della sessualità, priva di affetto, emozioni e reciprocità, trasmettendo un modello basato sulla mera gratificazione fisica. Questo, secondo Crepet, rischia di “anestetizzare” la capacità dei giovani di provare empatia e di sviluppare relazioni sane e significative. Paolo Crepet, ritiene che la pornografia, soprattutto se consumata in età precoce, possa influenzare negativamente la costruzione dell’identità sessuale e affettiva. Ha più volte sottolineato come la pornografia introduca nelle relazioni aspettative irrealistiche e modelli di dominio e sottomissione che ostacolano la comprensione del sesso come momento di condivisione e intimità autentica. In questa dinamica si assiste a una normalizzazione della violenza e a una progressiva perdita di rispetto per la persona.

Impatti psicologici e relazionali: dai giovani adulti agli adolescenti

Un aspetto allarmante riguarda l’età sempre più precoce con cui i giovani accedono alla pornografia, una problematica che spesso sottovalutiamo. Secondo l’indagine dell’Università di Padova, la maggior parte dei ragazzi di vent’anni fa un uso abituale della pornografia, e l’età media di esposizione è scesa a 12 anni. Questo significa che molti giovani costruiscono la propria visione della sessualità basandosi su modelli stereotipati e lontani dalla realtà, dove la reciprocità e il rispetto sono elementi assenti.

In questa direzione, diversi psicoterapeuti hanno sollevato preoccupazioni. Philip Zimbardo, celebre psicologo e autore di “Il declino dei maschi”, sostiene che i giovani uomini, esposti a una pornografia sempre più “disumanizzante”, sviluppano una visione distorta delle relazioni. Il costante accesso a contenuti pornografici, afferma Zimbardo, ostacola lo sviluppo di una sana intimità e predispone i ragazzi a un approccio utilitaristico nei confronti delle partner, dove il desiderio personale sovrasta l’empatia.

Questi effetti negativi non si limitano solo alle relazioni sentimentali, ma hanno conseguenze profonde sulla percezione del genere e sull’autostima degli stessi fruitori. La dottoressa Gail Dines, sociologa ed esperta di pornografia, ha studiato come il consumo di pornografia influisca sull’autostima delle giovani donne, le quali finiscono per adeguarsi a stereotipi che considerano normale essere oggettivate e sottomesse. In un suo intervento, ha affermato: “La pornografia ha effetti distruttivi, soprattutto sulle adolescenti, spingendole a imitare atteggiamenti stereotipati che vedono nei media, riducendo la propria autostima e la capacità di sentirsi apprezzate per ciò che realmente sono”.

Il consumo di pornografia e il rischio di violenza di genere

Se osserviamo le statistiche, i numeri confermano la serietà della questione. Secondo i dati ISTAT, oltre 650.000 donne in Italia hanno subito violenze sessuali gravi. La violenza di genere è quindi un fenomeno sistemico, e la pornografia sembra giocare un ruolo significativo nell’alimentare atteggiamenti di possesso e abuso.

Uno studio condotto dall’Università di Montreal ha esplorato come la pornografia incrementi il rischio di comportamenti violenti, specialmente in individui con scarsa stabilità emotiva e bassa capacità empatica. Questo legame è confermato anche dall’approccio terapeutico: molti psicoterapeuti notano che chi consuma frequentemente pornografia tende a sviluppare, col tempo, una minor capacità di riconoscere le esigenze dell’altro, sfociando in atteggiamenti manipolativi e, in alcuni casi, aggressivi.

La soluzione: educazione e consapevolezza

In conclusione, questo articolo sostenuto da studi seri ci invita a considerare il consumo di pornografia non come un innocuo svago, ma come una pratica che può alimentare atteggiamenti di violenza e dominio. Vogliamo questo per i nostri figli? Non arrendiamoci a questa povertà e iniziamo a proporre loro una modalità diversa, più bella, più ricca e più appagante. Parliamo loro di sesso come espressione di un amore fedele, come una modalità per donarsi e per accogliersi. Testimoniamolo prima che con le parole con la nostra vita. Non c’è nulla di più bello che vedere incarnato un amore autentico e incondizionato in papà e mamma.

Antonio e Luisa

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Perché il bacio di Klimt? La stessa bellezza del Cantico dei Cantici

Perché ho scelto questa opera come copertina della home page del blog? Mi è stato chiesto da alcuni. E credo che sia bello dare una risposta. Perché non è una scelta casuale o puramente estetica. C’è molto di più. Si tratta di un’opera che, a prima vista, sembra aver poco a che fare con un blog cristiano. Eppure c’è tanta verità. Come cerco di raccontare nei miei articoli non c’è contraddizione tra fede e amore naturale. Un uomo e una donna che si amano nella verità esprimono perfettamente il progetto di Dio e l’amore di Dio. E Klimt questo amore naturale lo esprime ai massimi livelli con una simbologia chiara.

Gustav Klimt non era noto per essere particolarmente religioso. Era sì cresciuto in una Vienna ancora profondamente cattolica ma non sembra avesse particolari contatti con ambienti religiosi. Tuttavia, Klimt era profondamente affascinato dal simbolismo e dall’idea del sacro come concetto astratto.

La sua opera pittorica Il bacio, dipinta tra il 1907 e il 1908, è uno dei capolavori più iconici dell’Art Nouveau e simbolo della rappresentazione dell’amore umano. L’opera esplora il tema della fusione amorosa in una forma avvolta da un’aura di sacralità e mistero, accentuata da una straordinaria ricchezza di simboli e colori. Osservata attraverso una lente cristiana cattolica, Il bacio si presta a un’interpretazione che rispecchia la visione dell’amore umano come riflesso dell’amore divino, un’unione che va oltre la mera dimensione fisica per toccare quella spirituale. Un po’ come avviene nel Cantico dei Cantici. Il bacio raffigura in una immagine piena di simbolismi la bellezza del Cantico. Anche se, ripeto, Klimt non era religioso, ma questa bellezza di un amore pieno l’abbiamo come desiderio del cuore. Siamo stati creati per vivere questo tipo di amore. E la nostalgia di amare e di essere amati così ci accompagna tutta la vita. Per questo il matrimonio è così bello! E’ una risposta a questa nostalgia.

Osservando quest’opera attraverso la lente del Cantico dei Cantici, il celebre libro poetico della Bibbia, emergono sorprendenti parallelismi che mostrano come l’arte e la Scrittura possano dialogare nell’esplorare il mistero dell’amore.

Il Cantico dei Cantici è un testo unico nella Bibbia, distinto per la sua espressione poetica e passionale dell’amore umano e divino. Lungi dall’essere un trattato teologico o morale, è un inno alla bellezza dell’amore tra un uomo e una donna, visto come riflesso dell’amore di Dio per il suo popolo. La sensualità celebrata nel Cantico e il linguaggio simbolico ricco di immagini floreali, giardini e momenti di intimità, trovano un’eco visiva nel dipinto di Klimt.

Nel dipinto, l’abbraccio della coppia è avvolto in un manto decorato con motivi geometrici e floreali che ricordano la descrizione del giardino e dei fiori presenti nel Cantico dei Cantici: “Come un giglio fra i rovi, così è l’amica mia tra le fanciulle” (Ct 2,2). Il prato fiorito su cui la coppia poggia, simbolo di fecondità e bellezza, evoca il giardino simbolico della Scrittura, luogo di incontro tra l’amato e l’amata, spazio di comunione e armonia. In entrambi i casi, l’ambiente naturale diventa teatro e simbolo di un amore che è puro e totalizzante.

La posizione dei due amanti nell’opera di Klimt, in cui l’uomo si piega verso la donna per baciarla mentre lei si abbandona con fiducia, richiama i versi del Cantico: “Mi baci con i baci della sua bocca!” (Ct 1,2). Questo verso esprime la profondità del desiderio e la bellezza dell’amore vissuto pienamente. Allo stesso modo, il dipinto di Klimt sembra fermare il tempo in un momento di connessione totale, una fusione delle anime oltre che dei corpi.

Il colore oro, dominante nell’opera, richiama l’idea di sacralità. Nel Cantico dei Cantici, il valore dell’amore è paragonato all’oro e a pietre preziose. L’uso dell’oro da parte di Klimt suggerisce che l’amore umano, pur essendo terreno, possiede un’essenza sacra. La luminosità dell’oro non è solo un ornamento estetico ma eleva la scena, conferendole una qualità divina e immortale.

La donna appare abbandonata e fiduciosa, con gli occhi chiusi e una lieve inclinazione del capo, mentre l’uomo, delicato ma deciso, accarezza e bacia la guancia della sua compagna. Questa postura si accorda con le parole dell’amata nel Cantico: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). È una dichiarazione di appartenenza reciproca, di amore che non conosce timore ma solo dono. Questo abbraccio è simile al simbolismo della unitas e della fides, fondamentali nel matrimonio cristiano: un amore che non solo si dona, ma accoglie con fiducia. San Giovanni Paolo II, nella sua catechesi sulla teologia del corpo, ha sottolineato che l’amore coniugale deve essere “libero, totale, fedele e fecondo” e nel dipinto di Klimt possiamo intuire la totalità e la dedizione presenti in un abbraccio che sembra eterno.

Infine, la fusione tra l’uomo e la donna, che sembrano diventare un tutt’uno, esprime visivamente la dimensione dell’amore perfetto, che è totale e indissolubile, come descritto nel Cantico dei Cantici: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6). L’opera di Klimt e il testo biblico condividono l’idea che l’amore sia una forza potente, capace di superare la semplice fisicità per entrare nella sfera del sacro, del divino. I motivi geometrici e i colori scelti da Klimt non sono casuali. I rettangoli sul manto dell’uomo e i cerchi e spirali che avvolgono la figura femminile possono rappresentare l’equilibrio tra la forza e la dolcezza, il maschile e il femminile, in una comunione che rispecchia la complementarità voluta da Dio.

In sintesi, Il bacio di Klimt e il Cantico dei Cantici convergono in un’esaltazione dell’amore umano come riflesso della bellezza e della sacralità dell’amore divino, esprimendo entrambi la pienezza e la forza di un legame che trasforma e trascende l’ordinario.

Antonio e Luisa

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La Bellezza del Matrimonio: Riflessioni dal Cuore

Sono passati due anni dall’ultimo articolo che ho avuto l’onore di scrivere per il blog di Antonio e Luisa. Non posso che esprimere gratitudine per il percorso condiviso. Antonio e Luisa sono stati una presenza costante. Prima come guida durante gli ultimi passi del fidanzamento e ora nel cammino quotidiano dei nostri primi anni di matrimonio.

Ricordo che, nel mio primo articolo, avevo l’intento di condividere periodicamente qualche riflessione sulla bellezza del sacramento del matrimonio. Volevo dimostrare che anche oggi, con tutte le sue sfide, il matrimonio cristiano rimane un’esperienza piena di significato e bellezza. Tuttavia, credo che Dio mi abbia voluto indicare una verità fondamentale. Prima di scrivere con sincerità sulla bellezza del matrimonio, occorre viverla. È necessario comprenderla nel profondo. Solo così, attraverso l’esperienza, posso offrire una testimonianza autentica.

Perché dunque è ancora bello il matrimonio cristiano nel 2024? Potrei elencare teorie o citare autori che ammiro. Tuttavia, scelgo di fare qualcosa di più personale. Questo è qualcosa che Carlo Acutis – il giovane beato che tanti di noi ammirano – avrebbe apprezzato. Lui, con le sue parole, ci ha ricordato che “tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Ed è proprio ciò che voglio evitare. Voglio parlare da originale. Voglio usare una voce che deriva dalla mia esperienza e dal mio percorso.

Il matrimonio è bello perché offre una compagnia autentica, un riflesso costante e sincero della propria anima. Attraverso il coniuge, che mi conosce nell’intimità della quotidianità, scopro ogni giorno aspetti di me. Sono cose che da solo non potrei vedere. Pregi e difetti diventano occasione di crescita. Mia moglie è quel riflesso, un dono di Dio che mi stimola a diventare una versione migliore di me stesso. Lo afferma anche papa Francesco in Amoris Laetitia: “Il coniuge diventa lo specchio della nostra interiorità, dove Dio si riflette e dove ci viene chiesto di amare e di migliorarci. L’amore coniugale ci aiuta a vedere il nostro io con occhi nuovi, ad accettare i nostri limiti e a lavorare su di essi” (Amoris Laetitia, 218-221).

Il matrimonio è bello anche perché mi mette accanto una persona diversa, dell’altro sesso, che con la sua femminilità complementare aggiunge una prospettiva differente e preziosa, arricchendo ogni momento di una bellezza unica. In questa complementarità tra maschio e femmina c’è la perfezione del progetto divino: Dio, nel crearci, ha pensato a tutto.

È bello perché è una vocazione alla comunione. In essa, scopriamo di non essere fatti per la solitudine. Siamo creati per l’unione indissolubile. Questo vincolo ci dà certezza e stabilità. L’indissolubilità del matrimonio, a lungo termine, è una fonte di forza e speranza. Ci dona la certezza che questo legame è destinato a durare. È destinato a crescere con noi e oltre noi.

Ai giovani, vorrei dire: vivete la castità nel fidanzamento, cercate la grazia di Dio nella preghiera e nei sacramenti. La bellezza che vi attende nel matrimonio è straordinaria, ma richiede preparazione e cura. Camminate nella fede, cercate testimonianze di coppie unite da anni, ascoltate chi vive con gioia e coerenza questa vocazione. Non accontentatevi di restare fermi. Impegnatevi a costruire una vita basata sulle virtù. Cercate esperienze che fortifichino la vostra capacità di amare e di perdonare.

Che ogni giovane, ma anche ogni adulto, possa trovare la gioia di vivere un matrimonio pieno. Che sia gioioso, e perché no, anche santo.

Andrea Belluschi

Un anno da blogger

Da diversi anni, ormai, tutti sentiamo parlare di blog e di blogger. La definizione che ne dà l’Enciclopedia Treccani online può aiutarci a capire meglio chi è davvero un/una blogger: “L’autore di un blog, ossia la persona che mantiene e aggiorna un (v.). Con la crescita della (v.), nell’ultimo decennio questa tipologia di scrittore ha goduto di un periodo di grande fortuna, tanto da essere considerata significativamente innovativa dal punto di vista della comunicazione e dei rapporti sociali. La semplicità con cui un b. può operare nella sua funzione è stato uno dei fattori che hanno portato alla diffusione a macchia d’olio della pratica del (v.). I b. riportano sul loro sito contenuti personali, informativi, discutono temi specifici e di attualità”.

A inizio novembre 2023, esattamente un anno fa, partiva la campagna di pre-ordine del mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”. Iimmediatamente, la nostra cara amica Simona Arcidiacono (anche lei facente parte della “squadra” di matrimoniocristiano.org nonché conduttrice su Radio Maria del programma “Dio che progetti hai per noi”) mi contattò sui social invitandomi a seguire un blog sul matrimonio.

Fu così che conobbi Luisa e Antonio e quest’ultimo, a stretto giro, mi invitò a scrivere per questo loro progetto così bello, così grande e già così collaudato. Fu per me una sorpresa – e insieme – un onore enorme ricevere immediata fiducia.

Oggi, dunque, posso dire che è trascorso il mio primo anno da blogger, un anno in cui sono cresciuta moltissimo. Ho imparato moltissimo. Ho conosciuto moltissimi fratelli e sorelle nella fede con disparati carismi.Tutti che lavorano nella vigna del Signore. Vogliono far scoprire al mondo quanto è bello amarsi in Cristo. È magnifico vivere l’autenticità della famiglia insieme all’essere cristiani. Si prova a essere testimoni di una resurrezione possibile. Questa resurrezione è vera e concreta, emergendo dalle macerie di una società sempre più sgretolata e sgretolante.

Che meraviglia poter far parte di tutto questo. Attraverso gli altri scopro cose di me che non sapevo. Scopro anche cose che avevo dimenticato. Questo è il sostegno reciproco. Provare a fare il bene gratuitamente, nella certezza promessa da Gesù: “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo” (Lc 6, 38).

Essere blogger non è un passatempo, per me. È un impegno verso il quale convoglio tutte le mie energie. So bene che sono in cammino, come tutti noi. Essere blogger non vuol dire impartire una lectio magistralis da chissà quale cattedra. Significa mettersi in gioco, per primi. Si invita a riflettere insieme, a pregare insieme, a costruire insieme qualcosa di bello. Vale la pena dedicare non solo cinque o sei minuti alla lettura, ma anche un tempo di qualità durante tutta la giornata, la settimana o, perché no, persino un periodo più esteso.

Quando scrivo un articolo, chiedo sempre ispirazione allo Spirito Santo. Egli mi guida nella scelta dell’argomento, del contenuto e della forma. Penso costantemente a quanti leggeranno le mie parole. So bene che impiegheranno momenti preziosi. Essere blogger, per me, è una cosa seria! E quando mi chiedono perché lo faccio, dato che a livello economico non ci “ricavo” nulla, rispondo che non è il riscontro immediato che mi interessa. Il poco che faccio sarà sicuramente vagliato dalla valuta più importante: quella del Cielo. Questa valuta non funziona con le logiche economiche a cui solitamente siamo abituati ma secondo il “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 7).

Il blogger cattolico, in ultima analisi, cerca di elevare i propri articoli dalle banalità e dalle volgarità che troppo spesso invadono i social. Lo scopo è fornire uno spunto e lanciare un sassolino per favorire la riflessione spirituale. Il blogger tiene ben in mente che anima e corpo, cammino spirituale e cammino terreno non sono dimensioni slegate o a se stanti. Queste dimensioni viaggiano costantemente assieme e quindi, come tali, vanno sempre viste in un’ottica d’insieme.

Al blogger cattolico, certo, serve una buona dose di coraggio. Deve onorare, innanzitutto, le Verità di fede. Questo, molto spesso, si colora d’impopolaritá. Va a scontrarsi con le logiche del mondo. Queste logiche non devono mai, e sottolineo mai, essere un freno, un deterrente, uno spauracchio. Bisogna andare oltre i like e gli apprezzamenti temporanei. Per quanto possano far piacere, non pagano nel lungo periodo. Bisogna cercare di portare la Parola a noi stessi e agli altri. Magari si può facilitare la sua applicazione nella quotidianità, ma senza mai stravolgerla o tradirla.

Quello che scrive un blogger cattolico, insomma, non è solo teoria ma anche pratica, per aiutare se stesso e gli altri e vivere un’esistenza più piena e autentica, più degna di svolgersi sotto il cielo ma con lo sguardo costantemente rivolto al Cielo, come insegnano San Giovanni Bosco e (l’ormai prossimo santo) Carlo Acutis.

Il blogger cristiano può fare la differenza. Sostenete ciascuno di noi in questa missione attraverso le vostre preghiere. Sentendoci reciprocamente parte di quella meravigliosa, unica famiglia che è la Chiesa Cattolica!

Fabrizia Perrachon

Imparare il matrimonio da Chiara ed Enrico

Chiara Corbella considerava il matrimonio come una via verso la santità. Era una scelta radicale. Richiedeva di vivere l’amore come dono. Questo era necessario anche quando le circostanze erano difficili e incomprensibili. Il suo esempio offre una visione del matrimonio che non si limita al semplice legame affettivo. Si apre all’idea di un amore totale. Questo amore accetta anche la sofferenza come parte del cammino verso la pienezza della vita cristiana. Chiara aveva compreso che il matrimonio è una promessa di amore incondizionato che si compie non solo nei momenti di gioia e benessere, ma anche nelle sofferenze e nelle difficoltà.

Ecco alcuni principi chiave che emergono dalla sua testimonianza e dai suoi scritti, che possono ispirare una visione del matrimonio centrata sull’amore autentico e la fiducia in Dio.

1. Amore incondizionato e accoglienza

Dio ci ha messo davanti a dei bambini che ci hanno portato verso di Lui, ed è con questa gioia che noi li abbiamo accompagnati fino alla loro morte.

Chiara ed Enrico hanno accolto ogni figlio come un dono di Dio. Anche quando hanno saputo che i primi due bambini, Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, avevano gravi problemi di salute. Sapevano che sarebbero vissuti solo per poco tempo. Hanno scelto di portare avanti queste gravidanze. Hanno accolto la vita dei loro figli, vedendo in loro la presenza di Dio, anche se per breve tempo. Questo è un esempio di amore incondizionato. Può ispirare le coppie ad accogliere l’altro con tutti i suoi pregi e difetti. Le coppie accettano anche le difficoltà e le sofferenze come parte della vita matrimoniale.

2. Sacrificio e donazione

Il Signore ci ha dato una missione nel nostro matrimonio: amarci e sostenerci, a costo di tutto.

Non è stato facile, ma Francesco valeva questo sacrificio. Dio ci ha chiesto di fidarci e noi ci siamo fidati. Abbiamo messo la sua vita prima della mia.

Chiara ha dimostrato un amore sacrificale nel modo in cui ha vissuto la sua malattia. Durante la terza gravidanza, ha scoperto di avere un tumore alla lingua. Ha scelto di rimandare le cure per proteggere la vita del figlio Francesco. Ha rinunciato a sé stessa per il bene di un altro. Questo tipo di sacrificio è un esempio concreto di come amare in matrimonio significhi donarsi per il bene dell’altro. Chiara e Enrico hanno vissuto il matrimonio non come uno spazio per realizzare se stessi. Lo hanno visto come un’opportunità per donarsi reciprocamente. E’ proprio questa scelta che ha reso il loro matrimonio realizzato e pieno. Nel dare la vita l’hanno trovata. E’ ciò a cui siamo chiamati anche noi.

3. Fiducia in Dio

Dio non toglie nulla, ma dona tutto. Quando sembra che ci chieda di rinunciare a qualcosa, è solo perché ci vuole donare qualcosa di più grande.

Chiara ed Enrico hanno attraversato situazioni estremamente dolorose con una fiducia incrollabile in Dio. Hanno affrontato le difficoltà affidandosi alla sua volontà, senza cadere nella disperazione o nel risentimento. Questa fiducia è un aspetto fondamentale del matrimonio cristiano. Si realizza quando entrambi i coniugi si impegnano a riconoscere Dio come fondamento del loro amore. Devono confidare nella sua provvidenza anche quando le cose non vanno come previsto. Chiara ha sempre detto che il Signore non toglie nulla. Quando sembra che lo faccia, in realtà prepara qualcosa di più grande.

4. Vivere il presente con gioia

La vita è bella non perché sia facile, ma perché è un dono, e Dio ci è vicino. Ogni giorno c’è qualcosa per cui ringraziare.

Chiara ha vissuto intensamente il presente. Non ha lasciato che la preoccupazione per il futuro la privasse della gioia di ciò che aveva davanti a sé. Questo atteggiamento è fondamentale in un matrimonio. Le difficoltà e le incertezze del futuro spesso possono mettere a rischio la serenità della coppia. Chiara ci insegna che vivere con fiducia e gratitudine ogni momento può portare una pace profonda e una gioia autentica.

5. Sostegno reciproco e comunitario

Nella preghiera insieme abbiamo trovato la forza di accogliere ogni cosa come un dono, anche ciò che non capivamo. Il Signore ci ha donato la grazia di amici che ci sono stati vicini con il cuore e con la fede.

Chiara ed Enrico si sono sostenuti a vicenda in ogni momento. Hanno pregato insieme e cercato la guida di persone di fede. Si sono anche rivolti ad amici che potessero aiutarli nel loro cammino. Questo aspetto sottolinea quanto sia importante per le coppie avere una comunità di supporto. È essenziale affidarsi a essa nei momenti di prova per ricevere sostegno. Inoltre, conforto e ispirazione derivano da una comunità solida. Il matrimonio non è un percorso solitario. Avere una rete di persone che condividono i valori cristiani è fondamentale per restare saldi nella fede e nell’amore.

6. Vivere l’amore come testimonianza

Se anche una sola persona si avvicina a Dio guardando a ciò che abbiamo vissuto, allora tutto questo dolore avrà un senso. Il matrimonio è una chiamata a essere luce, a mostrare la bellezza dell’amore che Dio ci ha insegnato.

Chiara e Enrico hanno vissuto il matrimonio in un modo che ha attirato molte persone. È diventato un esempio di fede e di amore per molti. Anche in un contesto di sofferenza, hanno continuato a testimoniare con la loro vita la bellezza dell’amore cristiano. Hanno dimostrato che il matrimonio può essere una vera vocazione e un cammino di santità. Il loro amore reciproco è stato profondo. Uniti alla fede in Dio, hanno creato una testimonianza che ha toccato profondamente il cuore di tanti.

7. Accogliere la croce con fede

La croce ci ha insegnato a fidarci di Dio e a darci l’un l’altro senza riserve. Quando accettiamo il dolore come parte dell’amore, scopriamo che la vera forza non è evitare la croce, ma portarla insieme.

Chiara ci insegna che ogni matrimonio avrà momenti di “croce”, cioè di sofferenza e difficoltà. Questi non devono essere visti come ostacoli. Bisogna vederli come opportunità per crescere nell’amore. Lei e suo marito hanno scelto di affrontare la croce con amore. Hanno trasformato la croce in un mezzo di unione e di crescita spirituale.

In sintesi

Il matrimonio di Chiara Corbella Petrillo e Enrico ci ricorda che l’amore coniugale cristiano non si basa solo su sentimenti o attrazioni. Si fonda su un impegno costante a donarsi reciprocamente. È un camminare insieme verso Dio.

Antonio e Luisa

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Hope. Siamo ancora in grado di sperare?

Siamo ancora in grado di sperare? Questa domanda sarà il cuore del 2025 e del prossimo Giubileo. Un Giubileo che, per chi vive quotidianamente Roma, può già apparire stancante per via dei lavori e del caos cittadino; tuttavia, a livello spirituale, meno male che c’è. Perché, in mezzo al trambusto dei cantieri e delle campagne mediatiche, spesso dimentichiamo che “l’essenziale è invisibile agli occhi.” Forse abbiamo perso l’abitudine di aprire il cuore alla Speranza.

La Speranza come virtù esiste da ben prima di questo Giubileo 2025, ma sembra che oggi ci siamo un po’ scordati di come si spera. Guardiamoci attorno: quante persone, persino andando a lavoro o partecipando alla Messa, incontriamo con lo sguardo triste e perso? Sono volti che non esprimono l’entusiasmo e la luce dei pellegrini in cammino, come simboleggiato dalla conchiglia del cammino di Santiago, così amata da Papa Benny XVI e rappresentata dalla mascotte di questo Giubileo, Luce. Sembrano invece attraversati da ombre, come se fossimo tutti affetti da una tristezza collettiva. Anch’io, tempo fa, mi sentivo così, con uno sguardo spento e malinconico.

Ma ciascuno di noi che sta leggendo queste parole sa, in fondo, che questo spazio è un modo per sentirsi più vicini, anche se distanti. Qui, ci rendiamo portavoce della Speranza. Quest’anno, desideriamo tenervi compagnia raccontando le esperienze che vivremo accogliendo i giovani pellegrini e condividendo, perché no, anche qualche catechesi. Approfittate di questo Giubileo per partecipare agli eventi diocesani in tutta Italia e, soprattutto, per varcare la porta del confessionale. Lasciate andare le ombre che oscurano il vostro sguardo e il vostro cuore. Siamo figli della Luce, e proprio come nei pellegrinaggi, troverete qualcuno che terrà la fiaccola accesa per illuminare il vostro cammino.

Ricordate: senza il buio, non ci sarebbe l’alba della Speranza. Coraggio, sentinelle del mattino. Nell’attesa di incontrarvi per le strade di Roma, vi diamo appuntamento nel nostro programma radiofonico su Radio Maria e tra le righe di questo blog.

A presto

Simona e Andrea.

A chi tocca la scelta?

«Non voi avete scelto me», dice il Signore, «ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». (Gv 15,16)

Questa è l’antifona alla Comunione che abbiamo sentito alla Messa di questi giorni. È una frase famosa. Gesù pronuncia questa frase in mezzo ad un discorso molto importante. In questo discorso c’è anche la parabola del tralcio e della vite.

Apparentemente sembra una frase ad effetto. Spesso ce la siamo sentita approfondire nelle predicazioni come un invito a gioire perché il Signore ci ha amati per primo. Ed in effetti è verissimo. Tuttavia, altrettanto spesso non siamo mai stati aiutati ad andare a fondo del suo significato.

Qualcuno si starà chiedendo come potremmo farlo noi, dal basso della nostra pochezza e per di più in un solo articolo da blog. Ed in effetti non ci tenteremo nemmeno. Vorremmo solo condividervi un piccolo affondo. Altri, più avanti nel cammino di noi, ci hanno aiutato a farlo.

Come sempre accade, la Parola di Dio ha un primo significato immediato. Tuttavia, questo significato serve da segno o simbolo per significati più profondi. Il più immediato si riferisce al fatto che in quel tempo erano i discepoli a scegliere un loro maestro/rabbino (oggi lo chiameremmo mentore, tutore, guida, padre spirituale), ed una volta scelto andavano praticamente a trasferirsi a casa sua, così da riceverne per osmosi di convivenza gli insegnamenti. Ed ovviamente non tutti i maestri erano uguali: c’erano quelli alla moda, quelli dei vip, quelli esclusivi, quelli più ricercati e quelli meno chic… ne abbiamo riprova nel fatto che S.Paolo si presenti come discepolo della scuola di Gamaliele, come a dire che la sua istruzione proveniva da un rabbino molto rispettato ed influente nella comunità, un po’ come esibire il certificato di laurea conseguita presso la prestigiosa università X.

Ora Gesù con quella frase si riferisce a questa pratica sociale del suo popolo, ma ne svela un significato più profondo. Non solo dice che è stato Lui a scegliere noi come oggetto del Suo amore, ma che ci ha costituiti affinché andiamo e portiamo frutto, ed il nostro frutto rimanga.

Molti sposi cristiani concepiscono il Sacramento nuziale solo come una benedizione da parte di Dio sul loro amore umano. È una sorta di parafrasi spirituale della concessione da parte del patriarca sulle nozze del figlio o della figlia. È simile a quando un organizzatore chiede il patrocinio del Comune o della Diocesi per un evento. Successivamente, si fregia di pubblicizzare l’evento come patrocinato da un ente prestigioso, mettendo in bella vista sul cartellone il logo.

Niente di tutto ciò si avvicina al Sacramento del Matrimonio, perché questo atteggiamento rivela che siamo ancora noi, carichi del nostro amore, gelosi del nostro amore umano, convinti che il nostro sia l’amore più bello di tutta la storia dell’umanità, a scegliere il maestro. In definitiva, con questo atteggiamento, i protagonisti siamo sempre noi con tutto il carico di superbia ed orgoglio che ci portiamo dietro.

Mentre invece, se è vera la frase di Gesù sopracitata, non siamo noi come coppia ad andare a scegliere il maestro, ma è Lui che ha scelto quella lei per amare quel lui e viceversa. Capite che così la frittata si capovolge, non siamo più noi i protagonisti del nostro amore col Signore che ci mette il suo patrocinio, ma è Lui che è protagonista dell’amore che ci scambiamo.

E’ come se noi prestassimo al Signore Gesù tutta la nostra femminilità per amare il nostro sposo e tutta la nostra mascolinità per amare la nostra sposa. E per farlo ci ha costituiti sacramento del Suo amore l’uno per l’altra.

Coraggio sposi, nel Sacramento nuziale abbiamo tutto il kit per amare il nostro coniuge di un amore che parli di un altro Amore.

Giorgio e Valentina.

La Sua Sinistra è Sotto il mio Capo e la Sua Destra mi Abbraccia

Proseguiamo la lettura del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e i due sembrano sfiniti dall’amore. Cosa significa? La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Sostenetemi con focacce d’uva passa,

ristoratemi con succo d’arance,

perché io sono malata d’amore.

La sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia.

L’amato

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle o per le cerve della campagna:

non destate, non scuotete dal sonno l’Amore,

finché non lo desideri!

Sostenetemi con focacce d’uva passa, ristoratemi con suc­co d’arance, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento di estasi. Sono probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sé, un momento di stordimento. Chiede di aver qualcosa da mangiare, perché si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e succo d’arance. Due immagini che rimanda­no all’amore. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Il suo è un amore che riempie e insieme consuma. Dona forza, ma al tempo stesso sfinisce. In una dinamica in cui l’unica medicina all’amore è l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi ab­braccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbando­nano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole, dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore con lui. In questo abbraccio silenzio­so possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. San Giovanni Paolo II commenta queste parole affermando che l’amore non è soltanto ‘fiamma ardente’, ma un amore che, per così dire, si struttura su una base indistruttibile di fedeltà e di donazione reciproca (Teologia del Corpo, Udienza del 13 giugno 1984). La mano sotto il capo è un segno tangibile di un legame duraturo. Il braccio che abbraccia dimostra che il legame va oltre la mera attrazione e si fonda sulla stabilità della relazione.

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve della campagna: non destate, non scuotete dal sonno l’Amore, finché non lo desideri! Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gaz­zelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare, a quello erotico. Per tutta la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiu­ro, non svegliatela! Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta. Questa gioia è sensibile e scaturita dal nostro amore che si è fatto carne.

Queste nove righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che è più bello. È l’esperienza che due sposi possono avere nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di as­similare quel piacere appena vissuto! Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti esprime l’unità appena sperimentata. Questa unità sta riempiendo il loro cuore di gioia. Li colma di bellezza e di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno?

La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che l’amplesso fisico è un gesto voluto da Dio per noi. È il modo che Dio ha scelto affinché noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Commentando questi ultimi versetti Giovanni Paolo II dà anche una seconda interpretazione altrettanto bella. L’immagine della pazienza emerge quando l’amato esorta a non “destare” l’amore. Questo riflette il rispetto per i tempi e il mistero dell’altro. Il papa scrive: “L’amore non è qualcosa che si impone dall’esterno. Deve nascere dal cuore… richiede la capacità di rispettare l’interiorità della persona” (Teologia del Corpo, Udienza del 6 febbraio 1980). Il richiamo a non “svegliare l’amore finché non lo desideri” sottolinea che l’amore vero è un dono libero e consapevole. Non è qualcosa che può essere forzato o affrettato. Un forte richiamo al rispetto e alla castità. Lo riprenderemo in un altro articolo.

Antonio e Luisa

Vasi comunicanti

Cari sposi, oggi il Signore Gesù ha un insolito incontro con uno scriba. Questo scriba era “una sorta di laureato che aveva frequentato una scuola superiore, che aveva approfondito gli studi biblici, ma che poteva espletare anche le funzioni di segretario, di funzionario, di amministratore” come ci insegna Gianfranco Ravasi. Insolito perché non tira aria di polemica. Dal contesto si comprende essere un uomo alla ricerca. Ha la mente assetata di Sapienza. Vede in Gesù uno che poteva aiutarlo. Era un esperto biblista. Probabilmente sapeva a memoria i 613 divieti e precetti di tutta la Torah. Distinguendo bene tra i 365 negativi e i 248 positivi. Da Gesù, quindi, si aspettava un’illuminazione su come barcamenarsi in qu

In sostanza, cosa gli risponde Cristo? Stranamente rispetto ad altri incontri, Egli pronuncia una risposta “secca”. Fa una sintesi perfetta di una varietà così estesa di mizvot. Tutto si risolve nell’amare Dio e il prossimo.

Ma che significato ha questo in pratica? Camminare dietro a Cristo è andare verso una vita sempre più armoniosa e coerente tra tutte le sue sfaccettature, umane e spirituali. Mentre il male e il peccato creano divisione, confusione, complicazione, l’azione della Grazia unifica e aggrega ma senza appiattire o confondere.

Può accadere di diventare cristiani a “compartimenti stagni”, cioè persone in cui la fede ha toccato solo un po’ la mente o un po’ l’affettività o un qualche comportamento ma con lacune in altre parti della persona. E così, si potrebbe avere una certa mentalità cristiana ma poi trattare gli altri secondo l’andazzo del mondo, o essere molto onesti sul lavoro, con una sensibilità ecologica, ligi nei confronti dello Stato ma infischiarsene del valore della fede e della preghiera, e così via.

Gesù per mezzo dello Spirito riporta la persona umana a quell’ordine che aveva perso con il peccato e così scompaiono divisioni interiori e incoerenze di vita. Nella creatura nuova che Cristo vuol fare di noi non esiste divario tra l’amore a Dio e al prossimo, l’uno aiuta l’altro a crescere e a diventare concreto.

Ed ora si capisce bene come il matrimonio risulti un campo di azione magnifico per vivere questa azione amalgamante del Signore. Papa Francesco lo esprime così: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori” (Amoris laetitia 317).

Ossia, in coppia cristiana non si scappa e non ci si può mettere maschere su questo punto: amare Cristo passa dall’amore sponsale e l’amore sponsale o cerca Cristo come fine ultimo o si debilita nel tempo.

Cari sposi, possiate essere assetati di Verità allo stile di questo giovane scriba e come ha scritto Papa Francesco a suo riguardo: “Il Signore non cerca tanto degli abili commentatori delle Scritture, cerca cuori docili che, accogliendo la sua Parola, si lasciano cambiare dentro” (Angelus 31 ottobre 2021).

ANTONIO E LUISA

Vogliamo soffermarci solo su un versetto: Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici. Ecco il senso è tutto qui. Se non saremo capaci di partire dall’ascolto di Dio per arrivare all’amore autentico per il nostro coniuge non servirà a nulla ogni altra offerta ed olocausto. Saranno solo gesti vuoti, saranno inutili le nostre preghiere, le nostre devozioni, i nostri pellegrinaggi. L’amore è la sola cosa che conta. Il sacerdozio comune del battesimo abilita tutti i battezzati a offrire sacrifici a Dio. Noi sposi siamo chiamati a farlo in un modo unico. Vanno bene le nostre preghiere, le nostre piccole mortificazioni e i nostri fioretti. Va bene partecipare alla Santa Messa. Non basta! Abbiamo un modo solo nostro di vivere il sacerdozio. Rendere la nostra offerta a Dio attraverso il dono gratuito di noi stessi l’uno all’altro. Dono di tenerezza, di presenza, di ascolto, di servizio. Dono del nostro corpo attraverso l’amplesso. Tutti gesti sacerdotali e sacri.

Commemorare Amore e Perdita: Vedovi nella Messa di Anniversario

Ho ricevuto un messaggio che mi ha toccato. Una lettrice mi ha posto un quesito: Nella messa di anniversario dei matrimoni in parrocchia possono partecipare i anche i vedovi o le vedove? Nella sua parrocchia c’è una signora che avrebbe festeggiato 50 anni di matrimonio. Però, purtroppo, la morte del marito è giunta prima. Ora questa signora aggiunge al lutto della perdita anche il dolore per l’invisibilità della sua vita matrimoniale agli occhi della sua comunità parrocchiale. Il parroco non ha pensato a ricordare anche il suo matrimonio durante la Messa. Per lei questo è un dolore perché è come se vedesse cancellati tutti gli anni condivisi con suo marito.

La Chiesa è molto chiara. Si è espressa in diversi contesti e attraverso diversi pontefici. Sì, i vedovi possono partecipare alla Messa di anniversario del matrimonio in parrocchia. Anche se uno dei coniugi è deceduto, la Chiesa riconosce il valore e la sacralità del sacramento matrimoniale, che rimane significativo per chi è rimasto in vita. Partecipare a una Messa di anniversario offre al vedovo o alla vedova un modo di ricordare l’unione matrimoniale. È anche un’opportunità per pregare per l’anima del coniuge defunto e rinnovare la propria fede nel legame spirituale che continua oltre la morte. Con la morte cessa il vincolo ma l’amore resta.

Molte parrocchie offrono la possibilità di includere preghiere specifiche per i defunti durante la Messa. Questo fa sentire la presenza del coniuge defunto come parte della celebrazione. È un’occasione per la comunità parrocchiale di sostenere e confortare i vedovi nella loro memoria del matrimonio e nel loro cammino spirituale. Se il vedovo o la vedova desiderano partecipare attivamente, devono informare il sacerdote o il parroco. Possono suggerire eventuali intenzioni specifiche. Si possono includere preghiere particolari durante la liturgia.

So che alcuni non saranno d’accordo perché in tante parrocchie non si usa. Quindi è importante fornire le fonti di quanto affermo. I principali riferimenti magisteriali che riguardano la partecipazione dei vedovi alle celebrazioni legate al matrimonio, come una Messa di anniversario, sono legati al valore del matrimonio cristiano e alla dignità dei defunti nel contesto della comunità ecclesiale. Ecco alcuni testi rilevanti:

Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC): Il matrimonio sacramentale è un’unione indissolubile che riflette l’amore tra Cristo e la Chiesa (CCC 1617). Sebbene la morte ponga fine agli obblighi matrimoniali (CCC 2382), la Chiesa invita a pregare per i defunti e a ricordare i legami familiari anche dopo la morte (CCC 1689). Questo rende legittima e significativa la partecipazione dei vedovi a una Messa di anniversario matrimoniale, che celebra non solo il legame terreno, ma anche la dimensione eterna della comunione dei santi.

Esortazione apostolica “Familiaris Consortio” (1981) di Giovanni Paolo II: Giovanni Paolo II afferma che i vedovi “devono essere sostenuti spiritualmente e accolti con affetto dalla comunità ecclesiale” (n. 84). Anche dopo la morte del coniuge, il matrimonio rimane un’esperienza significativa che porta frutti spirituali, specialmente attraverso la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia.

Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia (1993): Il Direttorio italiano incoraggia la Chiesa a ricordare i defunti nelle celebrazioni matrimoniali e a integrare i vedovi nelle celebrazioni comunitarie. Le parrocchie sono invitate a celebrare momenti significativi come gli anniversari, che includono il ricordo del coniuge defunto, favorendo la preghiera e il sostegno alla persona rimasta in vita.

Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” (2016) di Papa Francesco: In Amoris Laetitia, Papa Francesco parla dell’importanza di sostenere coloro che hanno perso il coniuge. La comunità cristiana è chiamata a “offrire particolare vicinanza e conforto” (n. 253) ai vedovi, che trovano nel sacramento dell’Eucaristia una forza per vivere nella speranza cristiana.

Questi riferimenti indicano chiaramente che la Chiesa riconosce il valore spirituale di commemorare il matrimonio anche dopo la morte di un coniuge, e che i vedovi possono partecipare e trovare conforto nelle celebrazioni liturgiche legate al matrimonio.

Antonio e Luisa

Il matrimonio secondo Pinocchio /41. L’amore è una tavola apparecchiata.

Cap. XXXV Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane… chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.

In questo capitolo c’è il tanto atteso momento del reincontro tra Pinocchio e Geppetto. Ed ancora una volta lo scrittore usa delle immagini che sembrano quasi copiate dalla Bibbia. Questa volta sembra proprio di rivedere il famoso episodio di Giona, il quale rimane tre giorni nel ventre del pesce, prima timida prefigura del Messia che risorgerà il terzo giorno dalle viscere della morte.

Ma c’è un altro particolare che ci piace mettere in luce per una lettura sponsale. Per farlo abbiamo bisogno di leggere dal testo del racconto:

[…] trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola[…]

Sappiamo che Geppetto rappresenta il Padre, però è curioso che Pinocchio lo ritrovi intento in un gesto quotidiano semplice ma essenziale: mangiare. Sembrerà ad alcuni forzato e per altri un’esagerazione, ma a voi non ricorda il gesto che Gesù fece nell’Ultima Cena?

Non vogliamo piegare il testo per fargli dire ciò che vogliamo noi, ma semplicemente ci ha incuriosito il fatto che ritrovi il babbo in un gesto così semplice e così significativo e vi abbiamo visto una simbologia.

Avrebbe potuto ritrovarlo intento in qualche altra faccenda, ad esempio occupato a cercare una via di fuga, ed invece no, sembra quasi che lo stesse aspettando, quasi che abbia apprecchiato la tavola anche per Pinocchio.

E qui vi abbiamo scorto la simbologia che il Padre spesso si fa vicino a noi attraverso i gesti quotidiani. Egli è naturalmente padrone di se stesso e non deve chiedere l’autorizzazione a nessuno, agisce come meglio crede; essendo Onnipotente potrebbe apparire in tutta la sua grandezza a noi così da indurci (quasi obbligarci) a credere in Lui. Ma spesso sceglie di agire per vie più nascoste, più umili, più quotidiane.

Avete sicuramente presente cosa avviene quando un papà, per poter giocare col figlioletto di 1 anno, si deve sedere in terra come lui, abbassarsi alla sua altezza, giocare con giochi che per l’adulto sono infantili, ma così facendo utilizza un modo per comunicare amore che il bimbo capisce, sarebbe un papà strambo se pretendesse di giocare a poker con quel bimbetto, oppure una partita a Monopoli.

Similmente il Padre si abbassa al nostro livello di comprensione per farsi capire, per entrare in comunione con noi; si abbassa ad usare un linguaggio che noi comprendiamo, altrimenti sarebbe troppo alto il suo livello e lo scopo di amarci e farci sentire amati svanirebbe.

Cari sposi, un trucco (neanche troppo segreto) per far sentire Dio Padre più vicino al nostro coniuge è quello di preparare un bella tavola apparecchiata ed accogliente. Ovviamente la tavola è simbolica di tanti gesti quotidiani, di tante piccole attenzioni, di tenerezze, di sguardi, di baci, di carezze, di abbracci, e di tutto quello che la fantasia dell’amore vi suggerisce.

Coraggio care coppie, dobbiamo essere l’uno per l’altro quel segno dell’amore del Padre a cominciare dalla più semplice e tanto cara e bella quotidianità, quotidianità che ci regala il sapore dell’amore consumato per l’altro.

Giorgio e Valentina.

Santità Quotidiana: Amore e Impegno

Spesso tendiamo a idealizzare i santi. Attribuiamo loro una sorta di onnipotenza. Questo li fa apparire come supereroi dotati di poteri straordinari. È quasi rassicurante immaginarli così: creature elevate, immuni alle nostre debolezze, figure lontane che nulla hanno a che fare con le difficoltà di ogni giorno. Questa visione, però, rischia di allontanarci dalla verità. Inoltre, ci sottrae alla responsabilità di lavorare, anche noi, per la nostra crescita spirituale. Se mettiamo i santi su un piedistallo inaccessibile, rischiamo di credere una cosa sbagliata. Pensiamo che la santità sia un traguardo fuori dalla nostra portata. Ma i santi erano persone come noi, con le stesse debolezze, tentazioni e difficoltà. Quello che li ha resi santi è stata la loro risposta di fede e amore alla vita, un invito che è anche per noi. Come ha detto San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio!

La santità è un dono per tutti

La verità è che ognuno di noi ha tutto ciò che serve per essere santo. La santità non è questione di poteri straordinari. È questione di apertura a Dio e abbandono alla sua volontà. Don Fabio Rosini è noto per il suo impegno nell’accompagnare i giovani nella fede. Ci insegna che “la santità è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi“.

Siamo fatti per lasciar agire Dio attraverso di noi, perché, come dice San Tommaso d’Aquino, “solo Dio è santo” e noi possiamo partecipare alla Sua santità attraverso la nostra fiducia in Lui. Siamo tutti chiamati alla santità in modo unico e irripetibile. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Non devo farmi santa in modo straordinario, ma nel compiere con amore il mio piccolo dovere”. Ogni vita è una strada verso la santità. Ogni cammino umano può raggiungere la santità se ci lasciamo guidare dall’amore e dalla fiducia in Dio.

Sposi chiamati alla santità

Anche la vocazione al matrimonio è un cammino di santità. Spesso ci dimentichiamo che il matrimonio non è un punto di arrivo. È un punto di partenza. Don Oreste Benzi affermava: “Bisogna sposarsi con l’idea di diventare santi.” Questo non significa che tutto sarà sempre semplice. Anzi, implica una costante conversione del cuore. Richiede un continuo ricentrarsi su Dio. Include la decisione di amare il nostro coniuge con fedeltà e generosità. Come ha sottolineato San Giovanni Paolo II, “l’amore non è un’astrazione; l’amore ha un volto, ha delle mani, ha delle gambe. È concreto”. Vivere il matrimonio come vocazione richiede allora un impegno quotidiano. Ogni giorno bisogna avere una volontà rinnovata di offrire sé stessi in dono. Questo è necessario anche nelle piccole cose.

Se manca questo slancio generoso, l’amore si trasforma in una semplice convivenza. In questa relazione, si cerca solo compagnia e conforto per riempire la solitudine. Papa Francesco ci esorta con parole forti: “Il matrimonio cristiano è una chiamata che ci richiede un impegno di santità… Chi sposa un altro, non lo sposa per se stesso, ma per camminare con lui verso Dio”. Questo richiede la capacità di rinunciare a qualcosa di nostro per il bene dell’altro. Un donarsi che ci chiede sacrificio e generosità. Ma apre il cuore alla gioia autentica.

L’abbraccio della croce

Essere santi nel matrimonio non significa non fallire mai, ma imparare a rialzarci e a ricominciare con fiducia. La testimonianza di tanti sposi dimostra che hanno trovato pace nella fedeltà. Questo avviene anche in mezzo a difficoltà o tradimenti. È una prova della forza trasformante della santità. Chiara Corbella Petrillo era una giovane madre. Ha testimoniato con la sua vita la forza dell’amore fedele fino alla fine. Ha detto: “La logica è quella della croce: regalarsi per primi, senza chiedere nulla all’amato”.

Vivere la croce non significa solo soffrire. Significa abbracciare un amore che è disposto a dare senza chiedere nulla in cambio. Quando amiamo così, invochiamo Dio nella nostra relazione e permettiamo alla sua grazia di agire in noi. È questo amore disinteressato. È la capacità di restare, di perdonare e di ricominciare. Questo ci apre la strada alla santità e ci porta pace. Santa Teresa di Calcutta ha riassunto questa dinamica con semplicità: “Non possiamo fare grandi cose. Possiamo fare solo piccole cose con grande amore”. La santità, dunque, è un impegno di amore quotidiano.

Santità ordinaria e straordinaria

Forse ci sorprenderà pensare che la santità non ci chiede gesti eroici, ma atti di amore quotidiano. La santità è davvero per tutti e ciascuno di noi è chiamato a viverla nella propria situazione. Come diceva San Francesco di Sales, “si può pregare ovunque, purché si abbia un cuore che ascolta e si metta Dio al centro della propria vita”. In questo cammino, la diversità è ricchezza. Ci sono santi analfabeti e santi studiosi. Ci sono santi re e mendicanti. Sono santi uomini e donne, sposi, giovani e anziani. Non dobbiamo copiare nessuno, ma trovare la nostra strada nella santità. La nostra vocazione, che sia la famiglia, il lavoro, o la vita consacrata, è il nostro cammino di santità.

In conclusione, siamo chiamati a vedere la santità non come qualcosa di impossibile, ma come una vocazione a cui rispondere con amore, impegno e fiducia. Come dice Papa Benedetto XVI: “Il mondo offre comodità, ma voi non siete fatti per la comodità, siete fatti per la grandezza!

Rinnoviamo ogni giorno la decisione di vivere la nostra vocazione con generosità. Apriamo il nostro cuore all’amore di Dio, unico vero santo. Dio ci invita tutti a unirci a Lui.

Antonio e Luisa

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Celebrare Halloween in Chiave Cristiana: Idee Alternative

Il significato cristiano di Halloween si ricollega alle celebrazioni del Triduo dei Morti. Queste celebrazioni comprendono le festività di Ognissanti (1° novembre) e la commemorazione dei defunti (2 novembre). La parola “Halloween” deriva dall’inglese antico All Hallows’ Eve. Significa “Vigilia di Tutti i Santi”. Questa vigilia precede la festa cristiana di Ognissanti, dedicata a celebrare tutti i santi, conosciuti e sconosciuti.

Nelle sue origini cristiane, Halloween era una serata dedicata alla preparazione della celebrazione dei santi. In quel momento, i fedeli ricordavano la vittoria della vita sulla morte attraverso la Resurrezione.

Con il passare del tempo, Halloween ha assunto toni più pagani e folcloristici. Questi toni sono legati a tradizioni celtiche come il festival di Samhain. Il festival segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Durante questo periodo si credeva che i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliassero. Nella tradizione popolare, Halloween è quindi diventato un’occasione per esorcizzare le paure legate alla morte attraverso travestimenti e simboli macabri. Purtroppo, e tanti esorcisti lo affermano, Halloween è anche una delle feste dei satanisti dove viene celebrato il demonio. Ma questo è un altro discorso che non voglio approfondire qui e che comunque non vale per la maggior parte delle persone che lo festeggiano.

Mi sono divertito a fare una ricerca che voglio condividere con voi. In quale modo possiamo appropriarci di questa festa – che ormai fa parte anche della vita dei nostri figli – per renderla un’occasione di luce e non di tenebra? Le comunità cristiane hanno pensato proposte diverse ma, a mio avviso, molto interessanti. Vi riporto le più significative.

“Holyween” o “Notte dei Santi”: Una delle alternative più popolari è la celebrazione della “Notte dei Santi”, in cui i bambini e i ragazzi sono invitati a vestirsi da santi o personaggi biblici. L’idea è di trasformare Halloween in una festa della luce, con sfilate e rappresentazioni sui valori cristiani, ricordando le vite dei santi.

Festa della Luce: Alcune parrocchie organizzano la “Festa della Luce”, una serata di giochi, musica e preghiera incentrata sul tema della luce e della vittoria sul buio. I partecipanti sono invitati a portare candele o lanterne per simboleggiare la luce della fede.

Caccia al Tesoro dei Santi: Questa iniziativa, molto apprezzata dai giovani, prevede una sorta di “caccia al tesoro” in cui i partecipanti devono risolvere enigmi legati alla vita dei santi. Ogni stazione racconta un episodio della vita di un santo e, una volta completato il percorso, i ragazzi ricevono un piccolo premio.

“Dolcetto del Santo”: In alternativa al classico “dolcetto o scherzetto”, alcune parrocchie distribuiscono i “dolcetti del Santo”, caramelle o dolciumi con allegati brevi messaggi spirituali o citazioni dai santi, trasformando così il gesto in un’occasione di riflessione.

Laboratori artistici e creativi: Alcune comunità organizzano laboratori dove i bambini possono realizzare disegni o creazioni a tema religioso, come decorazioni con immagini di santi, angeli o simboli cristiani. A fine serata, le creazioni vengono esposte o donate.

Veglia di Preghiera e Adorazione Eucaristica: Alcune parrocchie, per gli adulti e i giovani, organizzano veglie o momenti di adorazione eucaristica nella notte di Halloween, incoraggiando i fedeli a riflettere sulla loro fede e sul significato della vita eterna.

Cineforum sui Santi o Testimonianze di Fede: In molte parrocchie si organizza un cineforum con la proiezione di film sulla vita di santi o testimonianze di fede e di sacrificio. Questa proposta si rivolge spesso a un pubblico più adulto, offrendo uno spazio di riflessione e confronto.

Possiamo scegliere se assistere passivamente a un processo inevitabile oppure decidere di trasformare in modo attivo una festa che non ci appaertiene più – ma che nasce come ricorrenza cristiana – in in’occasione di evangelizzazione e di condivisione di luce e bellezza. Cosa è meglio?

Antonio e Luisa

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Usiamo la zucca: scegliamo la Luce! (a cominciare dalla famiglia)

31 ottobre, vigilia di due ricorrenze liturgiche (e sociali) importantissime: la solennità di Tutti i Santi (1° novembre) e il ricordo dei defunti (giorno 2). Giorni carichi di significato, ricordi, preghiere, visite al cimitero, commemorazioni. Forse a molti sembrano due giornate stridenti, in contrapposizione, ma in realtà non è così. Sono due feste strettamente collegate, che hanno senso una insieme all’altra, una in funzione dell’altra.

La santità non è forse la meta a cui tutti siamo chiamati? E non si compie, pienamente, solo dopo la morte? Non è forse vero che la vita su questa terra è solamente un passaggio in vista della Vita eterna? E che morire a questa esistenza significa nascere al Cielo? I Santi vengono ricordati, tranne rare eccezioni, proprio in quello che è chiamato dies natalis. Ossia il giorno in cui sono nati definitivamente in Paradiso. Giorno in cui più non si muore, “l’ottavo giorno”, come viene definito. Il giorno in cui si è accolti dall’abbraccio definitivo del Padre. L’abbraccio inizia nel momento del concepimento. Si dispiega, in tutta la sua potenza e bellezza, quando l’anima giunge da Lui.

Ci ha detto Gesù: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.  E del luogo dove io vado, conoscete la via” (Gv 14, 2-4).

La santità non è per pochi eletti ma per ciascuno di noi. In modi differenti, percorrendo strade differenti, attraverso vocazioni differenti. Però è per tutti, altrimenti l’intera fede cristiana non avrebbe senso. San Francesco ha detto parole illuminanti: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. La santità è per la coppia. È per le mamme e i papà. È per i nonni e per i figli. È per i single, per i vedovi. Ed è per i sacerdoti. È anche per i religiosi e per le religiose, ecc… La santità è per tutti e per ciascuno, qualunque sia il nostro stato civile, qualunque sia il nostro passato. La santità guarda al presente, all’oggi del dono e dell’impegno. E guarda al futuro, della speranza e della certezza.

E la morte? La morte, umanamente, fa paura. È il distacco, la perdita, la parola stop. Ma, se vista nella prospettiva di fede, è soltanto il passaggio necessario per il compimento di quella meta – la santità appunto, ossia l’unione definitiva con Dio – per la quale siamo stati creati. E cui il Signore chiama, per cui il Signore ci sostiene e ci accompagna nel tempo della vita terrena.

La morte non è la fine di tutto ma il nuovo inizio, senza più fine, con Dio. Ci ritroveremo con quanti abbiamo condiviso l’esistenza. Saremo con i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori della fede: i Santi! La santità, certo, bisogna volerla. Bisogna lavorarci e pregarci su. Bisogna amarla e perseguirla anche, e nonostante, le fatiche, le cadute, i dubbi e le difficoltà che possono farci – a volte – rallentare.  

Mi ha sempre molto colpito il Messaggio che la Madonna a Medjugorje ha dato poco più di quindici giorni prima del fatidico 11 settembre 2021, in cui ci ha detto: “Cari figli, oggi vi invito tutti a decidervi per la santità. Figlioli, che la santità sia sempre al primo posto nei vostri pensieri e in ogni situazione, nel lavoro e nei discorsi. Così la metterete in pratica un po’ alla volta e passo per passo entrerà nella vostra famiglia la preghiera e la decisione per la santità. Siate veri con voi stessi e non legatevi alle cose materiali ma a Dio. E non dimenticate, figlioli, che la vostra vita è passeggera come un fiore”.

Dunque, usiamo la zucca (ossia la testa, il cervello): scegliamo la Luce, a cominciare dalla famiglia! A maggior ragione in questi giorni nei quali il mondo, con le sue lusinghe, attira molti verso le tenebre. Tenebre mascherate da giochi, travestimenti e formulette che sembrano innocenti ma non lo sono. Padre Amorth e molti altri sacerdoti ed esorcisti ci hanno messo in guardia, più e più volte. Distinguiamoci. Non omologhiamoci alla massa. Decidiamo da che parte stare. Pensiamo alle parole con cui si apre il Vangelo di Giovanni: “La luce splende fra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”.

Conviene accettare la Luce. Desiderare di scoprire e rimanere nella Luce. Vivere nella Luce (innanzitutto e specialmente con il coniuge). Educare i nostri figli alla Luce. Diffondere attorno a noi quanto è bello godere di questa Luce. Senza vergogna, anzi, gioendo nell’averla scoperta. E, come disse Maria Santissima nel Messaggio del 25 giugno 2006: “Sappiate, figlioli, non vi pentirete né voi, né i vostri figli. Dio vi ricompenserà con grandi grazie e meriterete la vita eterna”.

Fabrizia Perrachon

Perché proprio a me? Le domande dei bambini davanti alla separazione dei genitori

In questo mese è uscito un volume prezioso, intitolato “Perché proprio a me?”. È curato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Il libro raccoglie una serie di frasi, pensieri e disegni di bambini/ragazzi realizzati in seguito alla separazione dei genitori. Non ho ancora letto il libro. Ho letto solo l’articolo che ne riportava una piccola sintesi. Sono tuttavia rimasto colpito da alcune frasi.

Un esempio è quella di Luca, 8 anni: “Quando mamma e papà si sono separati, si son rotte tante cose nella mia famiglia. I miei giochi riesco ad aggiustarli quasi tutti, ma l’amore tra mamma e papà non c’è stato niente per incollarlo di nuovo”. Oppure quella di Giacomo, 11 anni: “Mi sento tirato da due parti e ho paura di spezzarmi a metà”.


Innanzitutto, mi fa piacere quando si parla dei grandi esclusi nelle separazioni, cioè i figli. Si discute tanto su chi si sta separando, sulle loro difficoltà e problematiche. Ma raramente si ha cura di chi ne paga soprattutto le conseguenze, cioè chi è nato dall’amore di due persone. A nessuno viene in mente di domandare a un figlio: “Tu vorresti che il babbo e la mamma si separassero?” La risposta sarebbe scontata. Inoltre, ritengo che un bambino non sia nemmeno in grado di immaginarlo fino a quando ciò accade.

Finalmente viene scritto chiaramente che “la separazione non è innocua per un bambino, perché va a incidere sul suo bisogno di sicurezza. Fa emergere paure, interrogativi, incertezze e altri stati d’animo”. Tante volte ho sentito dire: “I figli si abitueranno“. Altri dicono: “Cresceranno più in fretta“. Queste sono tutte frasi per diminuire i sensi di colpa. Non affrontano il problema seriamente.

La verità è che i figli nascono dall’amore e dall’unione di due persone. Dio avrebbe potuto certamente creare esseri umani capaci di moltiplicarsi da soli, come succede in alcune specie animali (partenogenesi). Se ha disposto diversamente, ci deve essere un motivo profondo. Inoltre, il nascituro non ha caratteristiche solo dell’uno o dell’altra. Manifesta una fusione dei due patrimoni genetici.

Il mondo che i figli conoscono, quello in cui sono nati, quello di cui si fidano e che dà loro sicurezza è la famiglia. Se la famiglia si divide, questo mondo crolla insieme alle loro certezze e ai loro riferimenti. È come se prendessimo una pianta e gli togliessimo la terra vicino alle radici. Come possiamo credere poi che possa continuare a crescere bene come prima?

Attenzione, la famiglia non deve essere perfetta. Nessuna famiglia lo è. Il mondo in cui viviamo non è perfetto. Anzi, facendoglielo credere, li illuderemmo soltanto. Gli faremmo credere che le persone sono quelle giuste se non avvengono mai discussioni e conflitti. I figli si adatteranno certamente con la separazione. Tuttavia, insegniamo loro che l’amore “per sempre” non esiste. Come faranno a fidarsi nuovamente?

Nell’articolo si dice che bisogna aiutare i genitori a separarsi bene per “aiutarli a porre al centro i figli, per costruire una comunicazione nuova e positiva”. Io invece penso sia fondamentale evitare le separazioni. Bisognerebbe seguire le persone dal punto di vista psicologico e spirituale. Occorre scoraggiarle con leggi migliori o applicando bene quelle esistenti, come il tentativo obbligatorio di conciliazione in tribunale. Questo tentativo, a causa dell’elevato numero di cause, è ormai una proforma.

Non bisognerebbe separarsi dai figli, oltre che dal coniuge, ma di fatto avviene spesso così. Anche con tutta la buona volontà, sono costretto a vedere le mie figlie solo in certi giorni. Posso incontrarle solo in certi orari. In questo modo perdo la quotidianità e una relazione costante e di qualità con loro.

Tutti abbiamo le più grandi ambizioni per i nostri figli. Vogliamo che siano meglio di noi e che non gli manchi niente. Desideriamo che abbiano quello che non abbiamo avuto noi da giovani. Anche io lavoro di più per loro. Cerco di mettere da parte qualcosa. Lo faccio perché possano avere tante possibilità nella vita. Questo include opportunità di studio, formazione e conoscenza del mondo. A volte trascuriamo che gli strumenti sono meno importanti di una crescita senza ferite. Si possono certamente amare i figli singolarmente come genitori separati. Ma se tu davvero vuoi loro bene, devi prima di tutto curare la relazione con il coniuge. Da qui sgorga la sorgente di una corretta crescita. L’amore tra i genitori è essenziale in questo.

Non credo che due persone possano restare insieme solo per i figli. Ad un certo punto i figli crescono e giustamente prendono in mano la loro vita. Servono quindi anche altre motivazioni. Certamente dovrebbe esserci una responsabilità comune per non distruggere il loro mondo. Forse si scoprirebbe che se ci siamo innamorati di una persona e poi sposati, non è avvenuto per caso.

A me dispiace molto quando altri separati mi raccontano le difficoltà dei figli, i loro problemi e la loro rabbia. Raccontano la mancanza di un rapporto sano con uno dei genitori e i fenomeni di alienazione parentale. Sono tutti aspetti che, più o meno marcati, ho visto e vedo nelle mie figlie.

La mia speranza è che, grazie anche alla consapevolezza degli effetti sui figli riportati in questo libro, molti genitori si sensibilizzino e facciano il possibile per evitare loro questa sofferenza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Vite Feconda in Ogni Senso

Sal 127 (128) Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!

Questo Salmo ci viene proposto nell’odierna Liturgia, nella quale il tema matrimoniale è prepotente. Oltre al già citato Salmo vi è la prima lettura, che è un brano di San Paolo tratto dal capitolo 5 della Lettera agli Efesini, che contiene la frase famosa: “Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!“.

Infine, il Vangelo secondo Luca contiene due immagini simili. Gesù usa queste immagini per descrivere il Regno di Dio. Queste sono il granellino di senape e il lievito nell’impasto di acqua e farina.

Senza fare una predica e rubare il mestiere ai sacerdoti vi condividiamo un aspetto che ci tocca da vicino. Il beato a cui si riferisce il Salmo è l’uomo maschio. Apparentemente potrebbe sembrare quindi una preghiera di stampo maschilista nel senso negativo del termine. Invece, ci rivela qualcosa di inaspettato.

Innanzitutto definisce lei come la sua sposa. Questo, di per sé, è come un titolo nobiliare. Per la mentalità dell’epoca, la donna era considerata benedetta da Dio solo se sposata con un buon marito (un brav’uomo) e se diventava madre. Restare senza figli era per una donna vergognoso. Era anche vergognoso essere zitella perchè nessuno la voleva. Era peggio ancora se veniva ripudiata dal marito. Quindi chiamarla “tua sposa” è renderle onore.

Secondariamente la definisce “vite feconda“. Si riferisce al fatto che l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie riceve da Lui una copiosa benedizione. La benedizione a cui si riferisce il salmista non è astratta. Al contrario, è molto concreta. È una benedizione sul profitto del proprio onesto lavoro, sulla felicità e sulla prosperità di beni, su una sposa feconda e su figli sani e forti. Insomma, la benedizione del Signore intesa dal popolo dell’Antico Testamento è qualcosa di concreto. Ha i piedi ben saldati in terra. È qualcosa che si vede e si tocca. Si vive quotidianamente.

Ma veniamo al nostro punto: la vite feconda. Sappiamo come Gesù abbia detto di se stesso di essere venuto non ad abolire l’Antico Testamento. È venuto per portarlo a compimento. Lui è qui per dargli nuova luce e nuove prospettive. Così gli conferisce significati più profondi e più incisivi. Ed è ciò che andiamo ora a scoprire nel profondo dell’espressione “vite feconda“.

Nella prima lettura S.Paolo ci ha detto che la sposa e lo sposo sono il segno l’uno di Cristo e l’altra della Chiesa. Ecco quindi che la sposa è chiamata ad essere segno della Chiesa per il suo sposo, e la Chiesa non è forse colei che ci ha generati in Cristo a vita nuova? Non è forse colei che ci ha resi figli di Dio?

La sposa quindi è chiamata ad essere continuamente il segno di colei che genera il marito a vita nuova, e continua a rigenerarlo nell’amore.

Così come la Chiesa continuamente ci richiama alla Verità e al Bene, similmente la sposa deve fare col suo sposo. La Chiesa ci richiama alla fonte Battesimale. Allo stesso modo, la sposa deve continuamente richiamare il marito alla fonte del loro amore. La Chiesa ci insegna a fare il bene e ad evitare il male. Lo fa con dolcezza, ma anche con chiarezza. Allo stesso modo, la sposa deve fare col suo sposo. Deve aiutarlo nelle scelte. Come la Chiesa ci vuole santi e ci santifica con i propri mezzi così la sposa deve aiutare il proprio sposo a diventare sempre più un maschio santo, deve far fiorire la sua mascolinità verso il Bene. Come la Chiesa non ci lascia mai soli nutrendoci con i sacramenti dalla nascita alla morte così la sposa non deve mai abbandonare il proprio sposo fino alla morte ma nutrirlo col suo amore tenero, dolce, accogliente e materno.

Coraggio spose, chiedete al Signore la Grazia sacramentale del matrimonio per vivere appieno la vostra femminilità sponsale.

Giorgio e Valentina.

Il suo Vessillo su di Me è Amore

Siamo nei primi versetti del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e l’amore dei due amanti diventa sempre più prorompente. Una bellezza di cui vogliono fare esperienza. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli.

L’amato

Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze.

L’amata

Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani. Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Egli mi ha introdotto nella casa del vino, il suo vessillo su di me è amore!

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli. Questo modo di rappresentarsi potrebbe sembrare quasi superbo, eccessivo. In realtà non è così. È consapevolezza di essere bella. Consapevolezza che si rinforza dallo sguardo del suo sposo, carico di desiderio e di meraviglia. Il tuo sguardo mi fa sentire bella. Il tuo sguardo mi riempie di dignità. Non mi stai guardando come preda da consumare. Mi stai guardando come un re guarda la sua regina. Come colui che non ha desiderio, se non quello di abbracciarmi ed essere uno con me.

Salomone risponde dicendo Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze. Non è un modo per squalificare le altre ragazze. Questa affermazione dello sposo manifesta una realtà fortissima che sta vivendo nell’intimo del suo cuore. Una sensazione totalizzante. Non ho occhi che per te. Desidero soltanto te. Le altre mi paiono rovi al tuo confronto. Tu sei un giglio, un fiore meraviglioso. Un’immagine ripresa successivamente da grandi poeti, tra cui Petrarca nel Canzoniere: Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna.

Che solo a me par donna. Questi bellissimi versi esprimono, secoli dopo e in una cultura completamente diversa, la stessa consapevolezza degli sposi del Cantico. Tu sei la sola donna. Donna viene dal latino domina, che significa signora. Quindi, lei è la sola con la facoltà di comandare al cuore del poeta. Inoltre, è l’unica degna rappresentante di tutto il genere femminile. Petrarca esprime esattamente lo stesso concetto del Cantico. L’amore autentico è sempre lo stesso, in qualsiasi epoca e civiltà, perché la stessa è la natura del cuore umano.

Lei risponde all’amato, confermando l’unicità dell’amore che provano l’uno per l’altra: Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani.

Un melo tra tanti alberi anonimi, tutti uguali. Un melo nel bosco risalta per il colore, il sapore e il profumo dei suoi frutti. Tu mi provochi un piacere che nessun altro mi può dare. Tu sei il solo per me. Tanto che la Sulamita continua: Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Questi versi esprimono il desiderio di lei di unirsi all’amato. Di sedersi alla sua ombra. Di essere abbracciata e protetta da lui. Di poterlo gustare completamente in tutta la sua presenza e la sua persona.

Un piacere che diventa sempre più forte. Diventa sempre più forte e intimo, tanto che termina dicendo: Egli mi ha introdotto nella casa del vino. Due righe che esprimono un’intimità profonda anche sensibile e corporale che lei sta evocando o vivendo. La cella del vino è la cantina. La cantina è il luogo dove il vino fermenta. Da mosto diventa vino buono. Come a voler evidenziare che, vivendo la nostra intimità, noi sposi veniamo trasformati, non siamo più gli stessi. Da mosto che eravamo, dopo questa esperienza autentica e sensibile d’amore, diveniamo molto di più. Diveniamo vino buono.

C’è un forte richiamo anche alle nozze di Cana. La Grazia di Dio trasforma la nostra umanità in qualcosa di più grande. Nell’amplesso succede proprio questo: lo Spirito Santo ci plasma e ci rende sempre più suoi. L’amplesso è un gesto sacramentale proprio degli sposi con il quale si celebra e si sigilla il matrimonio.

Il suo vessillo su di me è amore. Il vessillo è segno degli eserciti e della vittoria. Sono tua, mi hai conquistato. Non con la forza e con la prepotenza. Sono tua perché vinta dall’amore, dal tuo amore per me. Il Cantico è meraviglioso. Racconta di un amore così bello che non può farci desiderare che di replicarlo nella nostra relazione. Non è impossibile. Possiamo farlo se entrambi ci impegniamo per questo.

Antonio e Luisa

Bartimeo: Una Fede che sa Gridare

Cari sposi, stiamo  accompagnando Gesù in queste domeniche nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Oggi passa da Gerico, prima di iniziare la lunga salita alla Città di Davide e in prima vista c’è un povero mendicante cieco, Bartimeo.

Andando oltre il fatto in sé di essere affetto dalla malattia dell’ablepsia, nella Bibbia la cecità esprime diversi significati. Tra i più ricorrenti, vi è la conseguenza dell’ipocrisia di vita. È la presunzione di chi vuole costruirsi da sé, a prescindere dal Signore. Penso sia interessante soprattutto sviluppare quest’ultimo accento.

In effetti, secondo tale accezione, il cieco è proprio colui che crede di possedere una mente brillante. Pensa di sapere tutto. Ritiene di essersi fatto un’idea esatta delle cose appunto perché ritiene di osservarle e conoscerle in tutte le loro dimensioni. E così, l’assenza di visione si tramuta in incredulità o anche indurimento del cuore come già Isaia profetizzava (Is 6, 9), esattamente quella durezza che è stata la causa ultima dell’esilio di un popolo oramai diventato sordo e cieco (Is 42,19; 43, 8).

Trasposta al matrimonio, tale situazione appare assai attuale e diffusa. Difatti, più volte si trovano sposi cristiani che si imbattono in problematiche relazionali serie ma non realizzano o forse non intendono accorgersi della vera causa da cui provengono le loro sofferenze, mentre il loro sguardo si posa su tutt’altra direzione.

La mentalità comune spesso ripete che il matrimonio sia un affare essenzialmente a due. Di conseguenza, si pensa che bisogna sbrigarsela da sé, al massimo rimboccandosi le maniche. Può accadere che anche i credenti incappino nell’inganno.

Beh, in effetti, è da supporre che il povero Bartimeo di sicuro avrà fatto il possibile per vederci. Avrà consultato questo o quel medico, ma, per le scarse conoscenze dell’epoca, niente da fare… Parimenti, quale coppia, nella propria relazione, non riscontra deficienze o lacune più o meno serie?

Giovanni Paolo II diceva saggiamente: “Ogni persona umana è inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non mettere in conto una certa misura di delusione” (Omelia giornata mondiale della gioventù, 20 agosto 2000).

Ecco allora che Bartimeo ci può essere di aiuto! Egli, infatti, non ha avuto alcuna vergogna o timore di intaccare la sua “fama”. Appena ha saputo che Cristo era nei paraggi, si è messo a urlare per attirare la Sua attenzione. In fin dei conti, voleva chiederGli la grazia.

È una testimonianza di come dovrebbe essere la nostra preghiera ma soprattutto la nostra fede. La vera preghiera, in sostanza, è sempre una lotta per strappare, letteralmente, la benedizione di Dio, come fece Giacobbe in quella notte oscura, nel corpo a corpo con il personaggio misterioso (cfr. Gen 32, 23-33). Siete su questa lunghezza d’onda oppure ancora titubate dinanzi a Cristo?

Non abbiate paura sposi di gridare a Dio le vostre richieste, anche nell’angoscia! La genuina forza della preghiera radica e parte proprio dalla nostra povertà. La disperazione non è una maledizione. Può trasformarsi in un trampolino o un reattore che ci lancia nelle braccia di Dio.

Conforta sentire dalla coppia referente di Retrouvaille – il percorso cristiano per chi vive una crisi coniugale – che quando si riscontra l’impegno reciproco nei coniugi, per quanti problemi possano caricare, risulta quasi impossibile che un matrimonio si disfi.

Cari sposi, Bartimeo è il simbolo di ogni matrimonio cristiano, che immancabilmente ha sempre mancanze o ferite, profonde o lievi. Lui poteva starsene al bordo della strada. Poteva continuare a mendicare. Anche voi potreste tirare a campare così come siete oggi. Potreste farlo “finché morte non vi separi”.

Eppure, il figlio di Timeo ha avuto coraggio e si è messo alla ricerca del Signore. L’epilogo è più che commovente: oltre alla vista, Gesù gli ha concesso anche il dono della fede. Ecco ciò che intende fare di voi il Signore: non solo matrimoni sani ma anche matrimoni ardenti di fede, non solo salvati ma anche salvanti (cfr. Familiaris consortio 49).

ANTONIO E LUISA

Luisa ed io siamo dei salvati! Siamo partiti male, molto male. Lei insicura perché cresciuta in una famiglia anaffettiva (rimasta orfana di padre a 9 anni). Incapace di sentirsi preziosa e meritevole di essere amata. Senza storie serie fino a 34 anni. Io, altrettanto ferito. Cresciuto in una famiglia che mi amato sì, ma nel modo sbagliato per me. Mi sono sempre sentito in difetto e sostanzialmente solo. Dio ci ha unito e attraverso le nostre ferite ci ha amato e ha permesso l’un l’altra di accoglierci così. Siamo partiti deboli. Proprio perché eravamo consapevoli di questo, abbiamo aperto gli occhi e le braccia a Gesù. Gesù ha preso le nostre fragilità e le ha usate per guarirci. Ci ha fatti sentire amati per come siamo.

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Come lo Spirito Santo Sostiene l’Amore Coniugale

Per integrare l’articolo di ieri dove riprendavamo la catechesi di Papa Francesco, abbiamo deciso di mettere in evidenza come concretamente lo Spirito Santo sostiene e arricchisce l’unità e l’amore degli sposi.

Il matrimonio cristiano non è semplicemente un contratto o un legame giuridico tra due persone. È un sacramento che porta con sé una serie di doni divini. Dio, attraverso il matrimonio, concede agli sposi delle grazie fondamentali. Queste grazie li aiutano a vivere e a rafforzare il loro amore reciproco e la loro unione. Le coppie diventano immagine della Trinità e partecipano del Suo Amore.

Tra questi doni, tre spiccano in particolare: la grazia sacramentale, la grazia santificante e il legame coniugale cristiano. Questi doni non solo rendono sacra l’unione tra l’uomo e la donna. Aiutano anche a perseverare nei momenti di difficoltà. Permettono loro di crescere insieme nella fede e nell’amore.

La Grazia Sacramentale: Un Sostegno Costante per l’Amore Coniugale

Cristo è la fonte di questa grazia. Come una volta Dio ha incontrato il suo popolo con un’alleanza di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa incontra i coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio (ccc 1641)

La grazia sacramentale è uno dei doni principali che Dio offre agli sposi attraverso il sacramento del matrimonio. Essa rappresenta un “diritto” divino. Un diritto che consente agli sposi di ricevere da Dio tutti gli aiuti necessari per perseverare e perfezionare il loro amore coniugale. In altre parole, questa grazia è una risorsa spirituale costante. Interviene nella vita quotidiana degli sposi. Li sostiene e li aiuta a superare le difficoltà che inevitabilmente incontrano nel loro cammino insieme.

Ogni matrimonio attraversa momenti di crisi o difficoltà, che possono derivare da incomprensioni, stress, problemi esterni o altre sfide. Tuttavia, la grazia sacramentale permette agli sposi di affrontare queste prove con forza e serenità, sapendo che Dio è con loro e li sostiene. Questa grazia non elimina le difficoltà. Offre agli sposi la capacità di superarle insieme. Ciò rafforza il loro amore e la loro unione.

La Grazia Santificante: Un Amore che Riflette l’Amore di Dio

Gli sposi sono arricchiti e rafforzati dalla grazia del sacramento per una comunione più profonda con Dio e tra di loro (Familiaris Consortio 56)

Accanto alla grazia sacramentale, il matrimonio offre agli sposi un altro dono prezioso: la grazia santificante. Questa grazia è meno conosciuta rispetto alla prima, ma è altrettanto importante. La grazia santificante è un amore creato da Dio. È simile al suo stesso Amore. Lo Spirito Santo infonde questo amore nei cuori degli sposi. Questo amore divino non sostituisce l’amore umano. Lo trasforma e lo eleva. Questo lo rende più puro, più forte e più perseverante.

La grazia santificante, quindi, non solo aiuta gli sposi a vivere il loro amore in modo più profondo. Essa li rende anche partecipi dell’amore di Dio stesso. È uno strumento di trasformazione interiore, che rende il loro amore umano un riflesso dell’amore divino. Tuttavia, affinché questa grazia possa agire pienamente, gli sposi devono essere aperti a riceverla. È lo Spirito Santo che infonde quest’amore nei loro cuori. La sua azione dipende dall’apertura e dalla disponibilità degli sposi ad accoglierlo.

Il Legame Coniugale Cristiano: Un’Unione Sostenuta dallo Spirito Santo

Cristo Signore ha benedetto con particolare abbondanza questo amore multiforme, nato dalla divina sorgente della carità e strutturato sull’esempio della sua unione con la Chiesa. (Gaudium et Spes 48-49)

Il legame coniugale cristiano è forse il dono più profondo e misterioso che Dio offre nel sacramento del matrimonio. Attraverso questo legame, lo Spirito Santo infiamma d’amore i cuori degli sposi, saldandoli in modo indissolubile. Dal momento in cui il sacramento è celebrato, gli sposi non sono più due individui separati. Diventano una sola carne. Sono uniti da un amore che riflette l’unità tra Cristo e la sua Chiesa.

Questo legame non è solo un simbolo, ma una realtà spirituale viva. Gesù entra nell’amore degli sposi e abita perennemente nella loro unione, rendendola sacra e indissolubile. Gli sposi, quindi, non amano più solo con il proprio cuore umano. Amano Dio e l’un l’altro con un cuore solo. Sono uniti dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo. Questo legame indissolubile rende i coniugi un’immagine vivente della Trinità. È una profezia dell’amore di Dio per l’umanità e per la sua Chiesa.

Perché i Matrimoni Falliscono?

Di fronte a questa ricchezza di doni divini, è naturale chiedersi perché così tanti matrimoni, anche quelli cristiani, falliscono. Papa Francesco, in vari interventi, ha sottolineato che molti matrimoni sono nulli fin dall’inizio. Spesso è perché mancano di una base solida di preparazione spirituale e morale. Tuttavia, anche nei matrimoni validi, il fallimento può derivare da un’incapacità di accogliere e vivere i doni che Dio offre.

I doni del matrimonio non si ricevono automaticamente: devono essere richiesti e accolti. Come per ogni sacramento, il matrimonio richiede una preparazione spirituale adeguata. Inoltre, è necessaria una vita vissuta nella castità e nella lotta contro il peccato. Peccati come la pornografia, l’adulterio, l’aborto e l’egoismo possono impedire agli sposi di accedere alla grazia sacramentale e santificante. Questi peccati li privano della forza spirituale necessaria per far crescere e proteggere il loro amore. Ciò non significa non peccare più. Non ne siamo capaci. Significa impegnarsi a non farlo e quando succede accedere al sacramento della confesione per liberarsi del peso ed aprire il cuore alla misericordia di Dio

Preparare il Cuore all’Accoglienza della Grazia

In conclusione, il matrimonio cristiano è un dono straordinario. Esso offre agli sposi la possibilità di vivere un amore profondo e indissolubile. Questo amore è sostenuto e santificato dalla grazia di Dio. Tuttavia, affinché questo dono si realizzi pienamente, bisogna mantenere una costante apertura. È essenziale collaborare con lo Spirito Santo. Solo così si può trasformare l’amore umano in un riflesso dell’amore divino.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo e il sacramento del matrimonio

Mercoledì scorso Papa Francesco ha proseguito la serie di Catechesi Lo Spirito e la Sposa. Lo Spirito Santo guida il popolo di Dio incontro a Gesù nostra speranza. Nella catechesi di due giorni fa il papa argentino ha approfondito Lo Spirito Santo e il sacramento del matrimonio. Ne sono scaturite riflessioni davvero interessati e che meritano un approfondimento. Tutte le catechesi del papa vanno meditate. Quando si rivolge direttamente a noi sposi, è importante prestare ancora più attenzione. Cosa ha detto?

Nella tradizione cristiana, la riflessione sullo Spirito Santo non si è fermata alla semplice professione di fede del Credo. È proseguita attraverso i secoli grazie all’opera di grandi Padri e Dottori della Chiesa. In particolare, nella tradizione latina, sant’Agostino ha giocato un ruolo centrale nello sviluppo di una dottrina sullo Spirito Santo. Questa dottrina illumina non solo la vita cristiana in generale. Riguarda anche aspetti fondamentali come il sacramento del matrimonio.

La Trinità come Comunione di Amore

Sant’Agostino parte dalla rivelazione biblica che “Dio è amore” (1Gv 4,8). Egli spiega che l’amore implica una relazione. C’è chi ama, chi è amato e l’amore stesso che unisce. Il Padre è Amante, il Figlio è Amato, e lo Spirito Santo è l’Amore con il quale essi si amano a vicenda. (De Trinitate (Sulla Trinità) – Libro VIII, 10, 14). Nel contesto trinitario, il Padre è colui che ama. Il Figlio è colui che è amato. Lo Spirito Santo è l’amore che li unisce. Da questa visione emerge un Dio unico, ma non solitario; è un Dio di comunione, un’unità d’amore tra più persone. Lo Spirito Santo, quindi, può essere visto non solo come la “terza persona” della Trinità. È il “Noi” divino che esprime l’unità del Padre e del Figlio. Esso fonda anche l’unità della Chiesa. La Chiesa è intesa come un corpo composto da molte persone.

Lo Spirito Santo nel Matrimonio

La presenza dello Spirito Santo si estende anche alla vita familiare e, in particolare, al sacramento del matrimonio. Il matrimonio cristiano è il segno visibile di un dono reciproco tra uomo e donna. Questo dono è stato pensato dal Creatore fin dalla Genesi. Quando Dio creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza (Gen 1,27). Questa coppia è la prima manifestazione della comunione d’amore che riflette quella trinitaria.

Come Dio è un “Noi” nella Trinità, anche gli sposi sono chiamati a diventare un “Noi”. Non devono vedersi solo come “io” e “tu”, ma piuttosto formare un’unità, un soggetto collettivo capace di affrontare il mondo, inclusi i figli, come un unico “Noi”. Questo legame è fondamentale per il benessere dei figli, che trovano sicurezza e serenità nell’unità dei genitori. La rottura di questa unità, come avviene nei casi di separazione, è spesso causa di sofferenza per i figli, che si trovano a pagare il prezzo della disgregazione familiare.

Il Sostegno dello Spirito Santo nel Matrimonio

Per vivere pienamente la vocazione matrimoniale, gli sposi hanno bisogno del sostegno dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il Dono per eccellenza. Dove lo Spirito entra, rinasce la capacità di donarsi l’uno all’altro. Alcuni Padri della Chiesa hanno paragonato l’amore che lo Spirito Santo infonde nella Trinità a gesti d’affetto come il bacio e l’abbraccio. Essi sottolineano così la sua presenza come sorgente di gioia e unione nel matrimonio.

Costruire un matrimonio saldo non è facile, soprattutto nel contesto della società moderna. Tuttavia, come insegna Gesù, costruire sulla roccia della fede e dell’amore vero è l’unica strada per evitare che l’unione matrimoniale crolli, con conseguenze che ricadono in particolare sui figli. Molti matrimoni, come a Cana di Galilea, possono trovarsi nella situazione di mancare del “vino”. Questa mancanza rappresenta l’assenza di gioia e passione. In questi casi, lo Spirito Santo può operare il miracolo di rinnovare l’amore e la gioia. Esso trasforma l’abitudine in un nuovo entusiasmo per la vita insieme.

La Preparazione Spirituale al Matrimonio

Infine, nella preparazione al matrimonio, oltre agli aspetti giuridici e psicologici, sarebbe utile approfondire anche la dimensione spirituale. Lo Spirito Santo è la vera fonte dell’unità tra gli sposi. Un proverbio italiano dice: “Tra moglie e marito non mettere il dito”, ma in realtà c’è un dito che dovrebbe essere messo tra i due, ed è il “dito di Dio”, cioè lo Spirito Santo, capace di consolidare e rendere sacro il legame matrimoniale.

In sintesi, la dottrina sullo Spirito Santo ci invita a riconoscerlo come il principio dell’unità non solo nella Trinità e nella Chiesa, ma anche nel matrimonio, che è chiamato a essere riflesso di quell’amore divino che tutto unisce.

Antonio e Luisa

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Abbattere il tabù dell’aborto spontaneo

Dodici anni e mezzo fa, mio marito ed io abbiamo affrontato la prova dell’aborto spontaneo. Allora, era qualcosa di cui si parlava pochissimo. Ancora oggi, in parte, è così anche se molto sta cambiando. Ogni giorno di più mi rendo conto di come questo tabù si stia sgretolando, portando splendidi frutti di speranza e resurrezione. Ho scritto nel mio libro[1]: “quella che dovrebbe essere la culla più accogliente e sicura dell’universo diventa la tomba di una vita spezzata”.

Le donne, le mamme che perdono spontaneamente una creaturina vivono dei forti sensi di colpa. Affrontano sentimenti contrastanti di devastazione, rabbia, impotenza. Inoltre, provano tristezza, smarrimento e incomprensione. Pure io ho provato tutto questo. Se ci si ferma davanti ad essi, poco succederà. Ancor peggio, se ci si nasconde dietro la trincea del dolore, nulla accadrà. O meglio, quel “lutto invisibile” sarà ancor più difficile da elaborare e superare.

Ricordo bene i giorni dopo il raschiamento. In quei giorni, cercavo informazioni che non conoscevo. Non ne avevo mai sentito parlare. Nessuno me le aveva mai dette. Anche se alcuni amici – purtroppo – avevano già perso i loro piccini, si comprende davvero nel profondo una simile sofferenza soltanto quando la si attraversa. Quanto tempo ci ho messo per mettere insieme i pezzi! Non solo quelli della mia anima. Anche tutte quelle cose umane, più o meno impattanti, che sono fondamentali per affrontare la morte prenatale.

È stato come mettere insieme le tesserine di un puzzle. Una dopo l’altra, sono riuscita ad avere un’idea della situazione. Mi sono detta: che disastro! Come può essere che sia lasciato tutto così, quasi al caso? Com’è possibile che si parli così poco, e male, dell’aborto spontaneo? Perché tutta questa mancanza di sensibilità e di empatia? Perché la paura, assordante e accecante, di parlarne?

Tutte domande che hanno avuto una risposta nella fede e nella speranza cristiana. Queste sono domande non solo mie, non solo nostre. Riguardano tutti i genitori che provano cosa significhi dire addio a un figlio ancor prima di conoscerlo. Domande che non cadono nel vuoto ma vengono raccolte e portate all’altare del Cielo e alle quali Dio risponde.

Magari non subito. Però non restano mai inascoltate. Se ci sembra che sia così, è perché stiamo sbagliando noi la sintonizzazione. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55, 8).  Sono dovuti passare dodici anni prima che il Cielo mi aiutasse a rendere realtà l’ispirazione, in moto che, fin da allora, avevo nel cuore: aiutare quanti fossero passati o stessero passando sullo stesso cammino.

Passi di sofferenza, certo, così come di speranza. Non l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa. Ho la certezza che quel Qualcuno sta già operando nella mia vita. Questo è sempre per un disegno di Bene più grande, nel tempo di questa vita e di quella eterna.

Donare per amore e con amore è sempre la scelta giusta. Mio marito ed io avremmo potuto tenere nostro figlio Chicco solo per noi; ma allora non si sarebbero compiute le parole di Gesù: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Parole che abbiamo sempre, fortemente, sentito nostre, nella la missione di annunciare al mondo la necessità di parlare di bambini non nati e aborto spontaneo nell’ottica della speranza e della fede cristiana. Siamo una coppia come tante, due genitori come tanti, che cercano di portare la propria testimonianza per far capire che “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37) . Lo facciamo raccontando ciò che ci è successo ma, soprattutto, la meraviglia del compimento della promessa di Dio. Che esiste per tutti e per ciascuno. Da sempre e per sempre.

Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre  […] Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno” [Sal 139, 13 e 15-16).

Tutto ciò non può essere che Grazia, esclusiva opera della Provvidenza, che agisce in modi misteriosi ma potenti, onnipotenti. Da una sofferenza silenziosa, e quasi nascosta, a un movimento in costante crescendo per far capire, finalmente, al mondo il valore dei bambini non nati e la loro importanza. Tanti genitori sono passati e stanno passando attraverso l’aborto spontaneo. Usciamo dal silenzio, insieme! Facciamo sapere al mondo che questo lutto esiste, che è doloroso, che va compreso, va ascoltato, capito e consolato. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di parlarne perché aiuteremo chi ha bisogno di un abbraccio, di un sorriso, di uni sguardo di empatia e di compassione ciò di “patire con”, di “soffrire con”.

Crema (CR), Chiari (BS), Ancona, Arenzano (GE), Sauze di Cesana (TO), Castel del Piano, Verona, Rutigliano (BA), la Scuola Nuziale sono solo alcune delle tappe di questo cammino di testimonianza che è possibile solo se lo percorriamo uniti. Come un’unica grande famiglia che ha compreso il valore della vita dal concepimento. Un cammino che vi aspetta, a braccia aperte. Un cammino al quale il Signore chiama tutti e ciascuno perché il Regno dei Cieli è dei piccoli.

Abbattere il tabù dell’aborto spontaneo si può. Anzi, insieme, lo stiamo già facendo. Con la benedizione e la presenza online di Don Francesco Buono, abbiamo aperto una chat di speranza. Questa chat è per chi desidera condivisione, un gruppo nel quale e con il quale parlare, supporto dopo la morte prenatale da aborto spontaneo, diffusione di informazioni e iniziative di preghiera specifiche in tutte Italia. Chat che è disponibile a questo link. E non finisce qui. Con l’aiuto di Dio siamo solo all’inizio!

Fabrizia Perrachon


[1] “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, Tau Editrice, disponibile nelle librerie fisiche e online, nel sito della casa editrice e su Amazon a questo link https://amzn.eu/d/h8EK3sj

Adrianna, Davide e il figlio Michele: decisivo l’“incontro” con Carlo Acutis

Una volta, durante una presentazione del romanzo “Sei nato originale, non vivere da fotocopia” (Mimep Docete), dedicato a Carlo Acutis, ho ascoltato la testimonianza di due genitori, Davide e Adrianna, legata al giovane beato, presto santo, di origini milanesi.

Andiamo con ordine. Questi coniugi hanno un bambino, Michele, nato il 4 dicembre 2015. Il piccolo cresce sereno, è molto simpatico e spiritoso. Impara, dalla mamma e dal papà, fin da piccino, l’amore per il volontariato e il rispetto della natura. La vita di questa famiglia scorre in modo tranquillo, spesso al servizio della comunità.

A gennaio 2022, Adrianna, che vive in Italia ma è polacca, ha un’esperienza molto particolare. La famiglia si trova in visita nel Principato di Monaco, quando Adrianna, in una chiesa, resta da sola, incantata davanti ad un’immagine di Carlo Acutis. Si accorge che vi sono, in quel luogo, delle reliquie del giovane milanese, di cui a malapena ha sentito parlare.

Colpita e attratta dall’immagine, inizia a pregare. Ad un tratto, mentre si trova inginocchiata e assorta nella preghiera, sente una voce, nitida, chiara, che le dice, nella sua lingua madre, il polacco: “Andrà tutto bene”. Lei non capisce: cosa deve andare bene? Non c’è nulla fuori posto, nella loro vita. Custodisce, però, quelle parole nel suo cuore.

Sei mesi dopo, il 2 giugno 2022, all’improvviso, una diagnosi terribile, che nessun genitore vorrebbe mai sentire: Michele ha la forma più aggressiva di glioma celebrare, tumore di recente scoperta e studiato ancora pochissimo. Nonostante due interventi al cervello e le numerose cure sperimentali, Michele non ce la fa: lascia i suoi cari il 4 giugno 2023, giorno in cui si festeggia la Santissima Trinità.

Eppure, questi due genitori testimoniano oggi di aver ricevuto un miracolo, anche se il figlio apparentemente ha perso la sua lotta contro il cancro: ed è la grazia di una pace non spiegabile in mezzo a tutto quel male umanamente non sopportabile.Michele non è guarito – spiega papà Davide – ma la cosa incredibile è che, nel tempo della malattia, rispondeva ‘Io sempre bene’ a chiunque gli chiedesse come stava”. Erano proprio le parole che Adrianna aveva udito pregando Carlo.

Non gli abbiamo mai nascosto quale fosse il male che lo aveva aggredito – racconta la mamma – sapeva bene ed era cosciente del suo destino, così come lo può essere un bimbo di sette anni”.

Durante tutto il tempo della malattia, supportato dai genitori, Michele raramente si lamenta del suo lento degrado (perde l’equilibrio, non riconosce più i colori e lui, esperto costruttore di Lego, non riesce più neppure ad incastrare due “Duplo”). Non si dispera per questo, al contrario, spiega sempre la madre: “Era lui che rasserenava noi genitori, ridendo anche del suo essere immunodepresso. Usava molto questa parola, quasi sbeffeggiando la malattia. Era buffo quando, ad esempio, stavamo giocando e lui esordiva: ‘Dai lasciami vincere, io sono immunodepresso!’”.

Ricorda il papà che una volta, “sfidando la malattia”, è riuscito a camminare da solo per ottocento metri: la gioia nel suo volto era quella di un atleta che ha appena vinto una medaglia. Michele, col suo sorriso e la pacifica accettazione della situazione che deve vivere, contagia e scuote persone che sono solite arrabbiarsi per molto, molto meno.

Per questo bimbo speciale, ogni nuova alba era un dono e a fine giornata voleva spegnere una candelina, solo per dire grazie del giorno appena trascorso. I medici gli avevano dato al massimo un anno di vita. Michele ha vissuto esattamente un anno e un giorno: quel giorno in più rappresenta tutta la sua grinta.

Al funerale, i genitori, seppur tristi per il distacco, manifestano un cuore “lieto”, perché sanno che Michele li aspetta in Cielo. Era stato lui a dirglielo, pochi giorni prima di ‘partire’: “Vi aspetto lì”. Ed era tranquillo, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Michele era molto incuriosito dal Paradiso. Una volta, dopo un coma, dal quale si è risvegliato avendo rischiato la vita, ha raccontato di aver visto qualcuno che gli aveva mostrato un luogo bellissimo, promettendo di venirlo a riprendere poco tempo dopo, perché non era ‘ancora’ il momento. Si è svegliato deluso, perché quel posto era troppo bello e lui voleva andarci subito.

I genitori, nonostante questi segni, avrebbero voluto ritardare quel saluto il più possibile, ma, sostenuti dalla grazia, non hanno rinnegato Dio, quando è successo. Se qualcuno chiede loro perché non sia stato concesso il miracolo della guarigione, rispondono: “Perché il miracolo era lui“. Da quel figlio hanno imparato che si realizza davvero nella vita chi sa trasformare in dono per gli altri ogni attimo e la sofferenza in amore.

E per questo oggi Adrianna racconta: “Dopo la morte di nostro figlio Michele, grazie al supporto di Davide, ho iniziato differenti esperienze di volontariato presso l’ospedale Gaslini di Genova, nel reparto dove per un anno è stato ricoverato Michele, durante la sua malattia. Attraverso “Radio tra le note” con Don Roberto Fischer, la biblioteca ed il servizio spiaggia con “Il sogno di Tommy” e “Dottor Sogni”, clown in corsia, con l’associazione “Theodora” cerco di strappare un sorriso ai bambini ricoverati ed ai loro genitori così come è stato fatto per Michele e per noi”.

I genitori attribuiscono a Carlo Acutis la grazia di aver portato la malattia come se quel peso non fosse solo loro e, in tantissimi modi, continuano a vedere Carlo e Michele uniti. Nell’ospedale di Genova dove sono attualmente volontari c’è una statua della Madonna, che tiene le mani aperte. In un palmo la foto di Michele, nell’altro quella di Carlo.

Chi incontra Davide e Adrianna, come è capitato a me, può testimoniare che questi due genitori sono davvero sereni. Piegati, a volte (e non lo negano, perchè la deolezza è umana, è la grazia ad essere divina) ma non spezzati.

Il papà arriva ad affermare: “Non sopporto quando le persone ci dicono poverini. Abbiamo avuto una prova grande, ma non siamo poverini, perchè la consolazione di Dio è grande!”. Oggi questi coniugi, che hanno fatto seppellire il proprio figlio in una tomba circondata di lego colorate, come avrebbe voluto il figlio, sono testimoni della resurrezione e continuano a portare consolazione e speranza a tutti coloro che davanti alla morte non vedono un oltre.

La storia di Davide e Adrianna è riportata nel libro “Raccontami di Carlo. La bellezza della santità nelle parole e nei gesti di Carlo Acutis” (Editrice Punto Famiglia, 13 euro), acquistabile di seguito: https://www.famiglia.store/prodotto/raccontami-di-carlo/

Il libro propone un itinerario per conoscere la sua spiritualità del giovane Acutis, ma anche delle testimonianze di persone che in questi anni hanno ricevuto delle grazie o tratto ispirazione da questo santo millenial.

Cecilia Galatolo

La Bottega dell’Orefice e la Teologia del Corpo

“La bottega dell’orefice” è un’opera teatrale scritta da Karol Wojtyła, il futuro San Giovanni Paolo II, nel 1960. Il dramma, diviso in tre atti, esplora temi centrali come l’amore, il matrimonio, e il significato profondo del legame coniugale. Quest’opera anticipa alcuni dei concetti teologici che Giovanni Paolo II svilupperà più tardi nella sua “Teologia del corpo”, un corpus di catechesi pronunciate durante i suoi mercoledì generali dal 1979 al 1984. Ecco come l’opera precorre la teologia del futuro Papa:

1. La centralità dell’amore sponsale

Gli anelli che ci ha dato l’orefice non sono solo per noi, ma per Lui. Insieme dobbiamo cercare di capire che cosa ci ha chiamato a vivere attraverso questo vincolo.

Nel dramma, Karol analizza la relazione tra uomo e donna, concentrandosi sull’importanza del matrimonio come sacramento e come vocazione all’amore. Questo amore è visto non solo come un sentimento ma come una responsabilità e un impegno reciproco che riflette l’amore di Dio per l’umanità. Nello stesso periodo è uscito Amore e responsabilità, un trattato filosofico del futuro papa. Un libro che è una riflessione profonda sulla sessualità umana, l’amore e la moralità. Ciò evidenzia come il tema fosse già molto caro al santo polacco.

Nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II descriverà il matrimonio come un’immagine visibile dell’amore trinitario e dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa. Entrambi i testi, dunque, si concentrano sulla sacralità del matrimonio e sul ruolo fondamentale che l’amore gioca nel realizzarsi del disegno divino.

2. La dignità della persona e il dono di sé

Il matrimonio è un grande sacramento… ma non tutti sanno vivere questa realtà. Si perde la vera essenza, quella che va al di là delle emozioni e del momento.

Ne La bottega dell’orefice, i protagonisti affrontano il mistero del “dono di sé”, centrale alla loro vocazione matrimoniale. La dimensione sacramentale del matrimonio è vista come il luogo privilegiato per la realizzazione del vero significato dell’esistenza umana: donarsi all’altro in modo totale, libero e disinteressato.

La Teologia del corpo approfondisce ulteriormente questa idea, dove Giovanni Paolo II sostiene che il corpo umano è “un sacramento visibile”, espressione del dono di sé che rispecchia il dono che Dio ha fatto all’umanità. Il matrimonio, quindi, è una partecipazione a questa dinamica di dono e reciprocità.

3. L’indissolubilità del matrimonio

Le nostre mani sembrano stringersi sugli anelli, come se non riuscissero a staccarsi, come se qualcuno in qualche modo ci costringesse a mantenerli.

Un altro tema centrale de La bottega dell’orefice è la riflessione sull’indissolubilità del matrimonio. Il personaggio principale, Stefano, riflette sulla “misura dell’amore” e come essa non possa essere ridotta al solo sentimento, ma implichi una fedeltà che va oltre le emozioni del momento.

Questo punto si collega direttamente con gli insegnamenti della Teologia del corpo, dove Giovanni Paolo II insiste sull’indissolubilità del matrimonio come parte del disegno originario di Dio. Il matrimonio è un patto sacro che non può essere sciolto, se non nella morte, poiché rappresenta l’unione stessa di Cristo con la Chiesa.

4. La sofferenza e il sacrificio nell’amore

Solo attraverso la sofferenza possiamo capire il significato della fedeltà. Non è facile, ma il matrimonio non è stato creato per essere facile, bensì per renderci completi, nell’amore e nel dolore.

Nel dramma, Wojtyła mette in scena anche il ruolo della sofferenza all’interno del matrimonio. I personaggi affrontano le difficoltà e i sacrifici che inevitabilmente fanno parte della vita coniugale, ma Wojtyła suggerisce che proprio attraverso queste prove il loro amore può essere purificato e reso più profondo.

Anche nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II riconosce il valore redentivo della sofferenza quando è vissuta nell’amore. Il sacrificio personale diventa un mezzo per crescere nella santità e nell’amore reciproco, partecipando alla croce di Cristo.

5. La dimensione escatologica dell’amore

Andrea: E se il nostro amore non fosse solo per ora? Se fosse destinato a durare, anche quando noi non ci saremo più?
Teresa: È difficile immaginarlo… Ma forse è proprio così. Il nostro amore, la nostra fedeltà, è parte di qualcosa di più grande di noi. Non finisce con la nostra vita qui. Deve avere un senso più ampio.

Nell’ultimo atto de La bottega dell’orefice, Wojtyła introduce un tema di trascendenza: il matrimonio non si esaurisce nel presente terreno, ma ha una dimensione escatologica, che punta verso l’eternità. L’amore coniugale, nel suo compimento, è un’anticipazione dell’unione perfetta con Dio.

Giovanni Paolo II svilupperà questa visione nella Teologia del corpo, affermando che il significato ultimo del corpo e del matrimonio si realizza pienamente solo nella vita eterna, dove saremo uniti in modo definitivo a Dio.

6. La libertà e la responsabilità

Andrea: Abbiamo scelto liberamente di sposarci, nessuno ci ha costretto. Ma ora vedo che quella scelta, così semplice allora, porta con sé un peso enorme. Ogni giorno dobbiamo riconfermare quella scelta, ogni giorno dobbiamo essere pronti a viverla pienamente.
Teresa: Sì, non è mai stato facile, ma la nostra libertà di scegliere porta con sé una responsabilità che dobbiamo affrontare insieme. Siamo noi a dover decidere ogni giorno di restare fedeli a quel ‘sì’.

La bottega dell’orefice sottolinea la libertà della scelta nel matrimonio, ma anche la responsabilità che essa comporta. Ogni atto di amore è un atto di volontà che ha delle conseguenze sul futuro della coppia e sul loro cammino verso Dio.

Nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II ribadisce che la libertà umana non è un fine in sé, ma è orientata alla verità e al bene. La vera libertà si trova nel dono di sé, e il matrimonio è l’ambito in cui questa libertà si realizza nel modo più pieno e autentico.

Conclusione

La bottega dell’orefice precorre la Teologia del corpo nel suo sguardo profondo sul significato del matrimonio e dell’amore umano, intesi come partecipazione al piano salvifico di Dio. Karol Wojtyła già in questa sua opera teatrale affronta temi che svilupperà ampiamente nel suo pontificato, offrendo una riflessione che unisce filosofia, teologia e spiritualità, invitando i lettori a considerare il matrimonio non solo come una realtà terrena, ma come un segno del mistero divino.

Antonio e Luisa

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Amore e Verità

Sal 84 (85) Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra. Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.

La Chiesa ci fa pregare questo Salmo durante la Liturgia della Santa Messa odierna e cade giusto a pennello con la memoria di un papa a noi molto caro: San Giovanni Paolo II.

E’ il papa che ha battuto diversi record rispetto ai suoi predecessori. Ma soprattutto noi lo vogliamo ricordare per il suo magistero su matrimonio e famiglia. Questo magistero ha preso nome di “Teologia del corpo“. Naturalmente essa non ha a che fare solo ed esclusivamente con i fidanzati e gli sposi. Tuttavia, questi due stati di vita hanno ricevuto più beneficio da questa “Teologia del Corpo“. Sono stati i più attaccati dal mondo in maniera tanto subdola quanto violenta.

Entrando un po’ nel particolare vogliamo sottolineare come questo santo papa ha sempre gridato al mondo la verità sull’uomo e sulla sua dignità. La sua è una voce che non ha mai fatto un passo indietro rispetto alla verità del cuore dell’uomo. È una voce imponente come quella di un nonno che insegna ai nipotini. È una voce autorevole come quella di un papà che guida i suoi figli con mano ferma. È una voce delicata come quella di una nonna che aiuta i nipotini a crescere. Ed è una voce tenera come quella di una mamma che accoglie le lacrime del figlio senza accuse. Insomma, è una voce che annunciava la verità con carità.

San Giovanni Paolo II ci ha insegnato a fare verità con carità. Chiunque si approcci al suo magistero non può negare di essere interpellato nel profondo del proprio cuore e nell’intimo della propria umanità. Non poche persone si commuovono e si convertono ancor oggi approfondendo i suoi scritti. Proprio perché aveva la capacità di unire la dolcezza materna con la fermezza paterna.

Cari sposi, questo metodo è lo stesso che dobbiamo imitare con noi stessi, con il nostro coniuge, dentro la nostra relazione sponsale. Dobbiamo sempre vigilare. Non ci devono essere esagerazioni da una parte o dall’altra. Non possiamo nascondere la verità in nome della carità. Non dobbiamo mancare di carità in nome della verità, perché questo rasenta la crudeltà.

Coraggio sposi, se stiamo nella Grazia di Dio allora la Sua salvezza si manifesta anche nella nostra carne maschile e femminile.

Chiediamo questa Grazia attraverso l’intercessione di San Giovanni Paolo II, il quale ci ha mostrato con la sua vita le parole del salmo: Amore e verità s’incontreranno.

San Giovanni Paolo II, prega per noi.

Giorgio e Valentina.

L’amore degli sposi è tabernacolo di Dio

Questo è uno dei passi più significativi del Cantico. Questi versetti mettono in evidenza la grandezza del matrimonio! Leggiamoli insieme. Ma prima se volete leggere gli articoli già pubblicati cliccate qui.

L’amata

Come sei incantevole, amore mio,

quanto sei amabile!

Erba verde è il nostro letto.

Travi della nostra casa i cedri,

nostro soffitto i cipressi.

Come sei incantevole, amore mio, quanto sei amabile! La sposa risponde all’amato. C’è chiaramente un richiamo al salmo 44: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo. Salmo che certamente era conosciuto dalle persone del tempo. La parte più interessante è però quella successiva.

Erba verde è il nostro letto. Travi della nostra casa i cedri, nostro soffitto i cipressi. Sicuramente una descrizione molto particolare e che a noi, uomini del XXI secolo, sfugge completamente. Non ci dice nulla di particolare.

C’è, invece, un significato molto importante. La caratteristica più evidente di questi versi è un improvviso cambio di scena. Torna prepotentemente la natura. È un’immagine meravigliosa: ci viene riproposto il paradiso terrestre. I due sposi godono non solo del loro amore reciproco, ma anche di tutta la bellezza del creato. È un canto rivolto a Dio stesso, alla sua creazione. C’è un significato ancora più nascosto. Il cedro e il cipresso sono menzionati per un motivo preciso.

Il Tempio era costruito proprio con legno di cedro, in particolare lo era la parte che introduceva al Santo dei Santi. Qui c’è un parallelismo meraviglioso, così bello e grande da commuoverci. Santo dei Santi sta a Cantico dei Cantici. Significato fin troppo chiaro. Dove c’è l’amore autentico tra gli sposi, lì c’è la presenza del Signore!

Scopriamo, quindi, che esiste un altro tabernacolo. In questo tabernacolo è presente realmente Dio. È un luogo concreto ma invisibile. Deve essere custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti, ma solo chi è chiamato da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. L’amore tra gli sposi è tabernacolo di Dio.

Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sé Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso ignorato dagli sposi. È sporcato e dissacrato dal loro egoismo e dai loro peccati.

La loro relazione è il luogo dove dimora Dio. Dovrebbe essere curata e nutrita. Ciò richiede tutta la loro volontà e il loro impegno per renderlo un luogo degno. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie.

Anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal tabernacolo della nostra relazione per metterci il nostro io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Antonio e Luisa

Sposi, servi del Signore

Cari sposi, oggi la Chiesa ci mette dinanzi a una vicenda. È avvenuta non solo cronologicamente dopo quella del giovane ricco, come lo vedevamo domenica scorsa. Ma è in un certo modo simile per il tipo di insegnamento che Gesù vuole trarne per noi.

Et voilà, tutta la comitiva, con il Maestro in testa, sta risalendo non senza fiatone e sudore dalla piana arida e torrida di Gerico, verso il monte Sion, in direzione di Gerusalemme. Su una mulattiera di circa 1000 metri di dislivello.

Siccome, gira voce che sarà l’ultima volta che Egli celebrerà la Pasqua con loro, dunque Giacomo e Giovanni approfittano di questo tempo morto per chiedere un favore a Cristo. La loro richiesta è presentata in maniera buffa dalla mamma. Sembrano quasi due “bamboccioni” ante litteram. Questo dimostra che avevano compreso ben poco il senso della loro chiamata.

Chiunque di noi, avendo una qualche responsabilità, avrebbe reagito con decisione a una simile manipolazione. Avrebbe rispedito al mittente tale supplica. Avrebbe invitato la suddetta persona ad applicare maggior olio di gomito al proprio lavoro.

Invece Gesù va ben oltre perché Lui vede il cuore. Nei due figli di Zebedeo, vede la stoffa dell’apostolo generoso. Sotto le spoglie di giovani baldanzosi e orgogliosi, vede chi è capace di dare la vita. È perfino capace di dare il proprio sangue.

E così Cristo afferra la loro ambizione di grandezza. Con infinita pazienza, inizia la sua opera di depurazione ed elevazione. Infatti, la cosa stupefacente è che davvero alla fine della loro vita saranno due grandi. La loro fama è ininterrotta fino ad oggi. Tuttavia, è una grandezza che passerà da una profonda umiltà. Passerà da un vero abbassamento e piena disponibilità al Signore: il primo apostolo martire e l’altro l’ultimo e più longevo dei Dodici.

Che bello! Che grande è il Signore! Gesù nel fondo vuole esaudire i desideri e le aspirazioni del nostro cuore, solo che, come nel caso del giovane ricco, esso passa non dalle nostre vie ma dalla sequela fedele del Maestro. Papa Benedetto ha espresso questa verità affermando: “Egli non toglie nulla, e dona tutto” (Omelia 24 aprile 2005).

Detto ciò, ora si comprende bene il chiaro riferimento alla vita sponsale. Quanti di voi si sono sposati con un desiderio immenso di essere felici? Sapevate bene che quella felicità passava dalla persona amata!

Ma poi il Signore permette che la vita reale e ordinaria dimostri che tutto ciò passa dall’essere servo. Altrimenti, il matrimonio resta un ideale impraticabile. Diventa una fonte di immense e struggenti delusioni.

Il matrimonio è una vocazione a scendere per lavare i piedi. Non per nulla gli sposi sono detti i “ministri”. Questa parola altro non vuol dire che “servo”. E così il sacramento del matrimonio conferisce a voi sposi un vero ministero. È un servizio che si offre alla Chiesa. La vostra gioia, come anche l’intimità, ne fanno parte pieno diritto.

A sostegno di quanto scritto porto solo due piccoli esempi. Da una parte Giovanni Paolo II ha definito con chiarezza la chiamata a servire dei coniugi cristiani: “Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri” (Familiaris consortio 38). Come del resto il Papa ha dedica tutto un capitolo al ministero di evangelizzare degli sposi.

Inoltre, anche i vescovi italiani si espressero con parole ancora più incisive: “La promozione umana, distinta ma inseparabile dalla evangelizzazione, è il principale servizio che gli sposi cristiani sono chiamati a compiere nell’ambito della società civile. Tale servizio consiste anzitutto nel vivere all’interno del proprio nucleo coniugale e familiare un’esperienza quotidiana di autentico amore, come richiamo e stimolo ai valori dell’incontro interpersonale e del dono gratuito di se stesso offerti ad una società, prigioniera del mito del benessere e dell’efficienza” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 111).

Il primo servizio alla Chiesa è vivere bene la vita di coppia con tutte le sue componenti, è questa l’originalità del ministero di voi sposi. Ed è appunto un mettersi in ginocchio per dare, per generare, per far crescere l’altro. E così facendo si diventa grandi, ma grandi nell’amore e nella fedeltà.

Cari sposi, possa lo Spirito portare in voi a pienezza questo sguardo nuovo che Cristo ha voluto infondere in Giacomo e Giovanni, tale da volgere tutta la vostra capacità di amare verso la piena donazione di sé.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha ragione. Ma è qualcosa che si impara nel tempo, facendo esperienza di comunione nel matrimonio. Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi blocco su quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non lo pretendo più. Ora il pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Ma non perché sono bravo, ma perché ho compreso che donarsi per amore riempie la vita di senso. Sbaglio ancora con lei, sia chiaro, ma non desidero cosa più grande che vederla realizzata.

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Il Matrimonio Secondo Pinocchio /40. La Scelta è Nostra.

Cap XXXIV Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingojato dal terribile Pesce-cane.

Pinocchio ha la stessa sorte di Mosè e di Giona, cioè viene salvato dalle acque. L’acqua che, inizialmente sembra essere teatro della sua morte, si rivela in realtà foriera di rinascita.

La narrazione ha del fantasioso ma in sè nasconde una verità: mentre il ciuchino Pinocchio si ritrova sott’acqua ad aspettare la morte arrivano dei pesci che divorano la carne di questo ciuchino. Quando non resta più carne di ciuchino, si rivela il burattino di legno. All’interno di quel ciuchino, Pinocchio non è del tutto smarrito. Non si è ancora del tutto abbandonato all’idea di essere un ciuchino per il resto dei suoi giorni. Sotto sotto c’è ancora il vero Pinocchio. Alla prima occasione, salta fuori allo scoperto liberandosi del corpo di ciuchino come da una prigione.

In questo passaggio v’è contenuto un grande insegnamento. I veri autori della nostra degradazione finale e definitiva siamo noi stessi. Infatti, il burattino che era “sepolto” sotto la carne di ciuchino non si era ancora dato per vinto. Non si era ancora arreso, perché si era pentito. La vera svolta è il suo pentimento, l’ennesimo.

Cari sposi, ci sono tanti sposi che si degradano l’un l’altro, o che degradano la propria relazione, il proprio matrimonio, il proprio sacramento fino a sembrare dei ciuchini. Ma la rinascita è sempre possibile. Anche se, alla guisa di Pinocchio, veniamo gettati in mare legati ad una fune. Il nostro aguzzino tiene ben saldo l’altro capo della fune.

Se però sentiamo il rimorso della coscienza, non lasciamo cadere invano il suo richiamo, non lasciamo che la nostra parte interna si degradi fino a non sentire più nemmeno il bisogno del pentimento. Quello è ciò che ci salverà.

Appena il Signore avverte il nostro sincero ed autentico pentimento. Questo pentimento è unito alla volontà di non ricadere più in qualche disobbedienza al Padre (o alla Fata turchina). Ecco che ci manda dei pesci divoratori. Questi pesci mangiano il ciuchino esterno a noi e rivelano la nostra natura.

Questi pesci mangia-ciuchini potrebbero essere persone o esperienze. Per esempio: qualche amico, la predicazione di un sacerdote, un corso per sposi, un convegno, o un incontro nelle sale parrocchiali. E tutto ciò che nasce dalla infinita fantasia di Dio.

Coraggio cari sposi, non è mai detta l’ultima parola nè su noi personalmente, nè sulla nostra coppia, nè sul nostro matrimonio, tantomeno sul nostro Sacramento.

Giorgio e Valentina.

Riscoprire l’Amore con la Preghiera Condivisa

La preghiera nella vita di coppia non è solo un rito. È un potente strumento di unione e sostegno. Serve nei momenti di difficoltà. La nostra esperienza personale testimonia il suo valore inestimabile, specialmente nei periodi di crisi.

La nostra relazione è nata in un gruppo di formazione e impegno missionario. Da subito abbiamo avuto una profonda sintonia in campo spirituale. Era bello poter condividere gli aspetti più profondi della nostra vita di fede e del nostro rapporto con Dio. Ci dedicavamo anche del tempo alla preghiera insieme.

Tuttavia, dopo il matrimonio, col passare degli anni, questa dimensione è venuta meno. L’intensità di lavoro e studio e le responsabilità familiari hanno eroso il nostro tempo insieme. I nostri dialoghi si sono ridotti a semplici scambi di informazioni pratiche. Dio non rientrava più nel nostro orizzonte. La distanza emotiva cresceva silenziosamente, mentre l’intimità e il desiderio di condivisione svanivano gradatamente.

Le nostre differenze caratteriali sembravano diventare irrisolvibili. Contestualmente, le aspettative di un matrimonio felice sembravano irrimediabilmente frantumate. La prospettiva di una separazione incombeva su di noi.

Fu in quel periodo che scoprimmo Retrouvaille. Attraverso incontri e dialoghi guidati, Retrouvaille ci ha offerto gli strumenti per riscoprire il valore del dialogo sincero e profondo. A poco a poco, abbiamo iniziato a svelare i nostri sentimenti repressi. Abbiamo rivelato le nostre paure e speranze. Abbiamo imparato a perdonarci a vicenda per gli errori passati. È stato nel corso di questo percorso che abbiamo riscoperto anche la bellezza e l’importanza della preghiera insieme.

La famiglia che prega unita resta unita” è un adagio che abbiamo sentito risuonare profondamente nei nostri cuori. Retrouvaille ci ha aiutato a ricordare come la preghiera condivisa potesse riaccendere la scintilla del nostro amore. Ha anche rinforzato la nostra relazione. Ritrovare insieme il cammino della preghiera ci ha permesso di trovare conforto e forza. Ha rinnovato il nostro impegno reciproco. Abbiamo riscoperto la fiducia e l’unità perdute.

Oggi, la preghiera è diventata fondamentale nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di essere fedeli a questo quotidianamente, sia nei momenti di gioia che in quelli più difficili. Coinvolgiamo anche i nostri figli. Questo rituale quotidiano ci ha aiutato a superare la crisi. Ha continuato a fortificare il nostro legame. Ora è più profondo e resistente.

In un’epoca in cui la famiglia è spesso messa alla prova da sfide esterne e interne, la preghiera emerge come un rifugio sicuro e un fondamento solido su cui edificare un rapporto duraturo. Dedicarsi alla preghiera insieme fortifica i legami familiari, offrendo una stabilità emotiva e spirituale indispensabile.

Attraverso di essa, si invoca la protezione e la guida divina. Si crea anche un momento di condivisione e di ascolto reciproco. Questi sono elementi fondamentali per ogni relazione sana. La preghiera non solo salva, ma rinnova e rafforza, tessendo legami indissolubili di amore e fede.

Stefano e Michela Manfrin – Retrouvaille Italia