Il matrimonio secondo Pinocchio /39

Siamo ancora al Capitolo XXXIII. Il direttore di un circo compra Pinocchio. Lo obbliga ad imparare la sua parte in un grande spettacolo di salti e balli con sferzate e frustate. Ad un certo punto scorge tra il pubblico la Fatina. Stupito, si ferma ad osservarla. Ma così facendo arriva un’altra dolorosa frustata. Questa gli ricorda di non fermarsi ma di continuare lo spettacolo.

Ed ecco qui il focus di quest’oggi:

Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!… Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se ne accorse e, meno degli altri, il direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò: […]

Sembra ormai giunta la fine per quel povero burattino trasformato in ciuchino. Sembra che il suo destino sia già segnato. Nessuno gliel’ha imposto. Ha fatto tutto da sé, rovinandosi con le proprie mani. Tutto sembra pre-destinato, ma la storia prende un’altra piega, poiché c’è ancora una speranza: le lacrime.

Molti direbbero che finché c’è vita c’è speranza. Ma qui potremmo parafrasare questo famoso aforisma con “Se c’è lacrima c’è speranza”. Quelle lacrime sono il segno che dentro quella bestia è rimasto ancora qualcosa che non sia animale.

È interessante notare come nessuno si accorga che il povero ciuchino piange. Forse perché tutti quelli intorno a lui lo considerano un vero ciuchino e non un burattino. Perciò è impossibile che pianga, che provi sentimenti, emozioni, rimpianti… ed invece…

Traducendolo per la nostra vita: succede spesso che quando ci siamo degradati così tanto da perdere quasi la figura umana, quelli intorno a noi ci considerano spacciati. Quasi identificano la nostra degradazione con la nostra persona. Ma nessuno di noi è quello che fa. Anche se ne combinassimo di grosse, quello che abbiamo fatto di male non ci definirà mai. Noi siamo uomini. Siamo figli di Dio col Battesimo.

Semmai potremmo essere definiti degli uomini (maschi o femmine) che hanno commesso questo e quell’errore. Tuttavia, non siamo il nostro errore o il nostro peccato. Se non ci dà per spacciati nemmeno Dio fino a che non esaliamo l’ultimo respiro, figuriamoci se possono darci per spacciati altri. Queste persone sono uomini come noi.

Cari sposi, quando il nostro coniuge ne combina di grosse, dobbiamo alzare le antenne. Cerchiamo una possibile fessura attraverso la quale far entrare la luce di Dio. Non diamolo mai per spacciato con frasi perentorie del tipo : Non cambierai mai, sei sempre lo stesso, ecc…

Forse lei/lui sta piangendo alla guisa di Pinocchio. Tuttavia, il suo pianto è interno. Il suo grido di dolore è soffocato dal nostro giudizio o da quello di chi lo circonda. Difendiamo il nostro coniuge, abbracciamolo con l’abbraccio misercordioso di Dio (se occorre anche con l’abbraccio fisico), non lasciamolo solo. C’è chi è tornato sui suoi passi grazie ad uno sguardo d’amore misericordioso. Uno su tutti S. Pietro. Coraggio sposi, non diamo per spacciato mai il nostro amato o la nostra amata.

Giorgio e Valentina.

Come i genitori possono rovinare il matrimonio dei figli

I genitori, per quanto spesso animati da buone intenzioni, possono avere un impatto negativo sul matrimonio dei figli. Questo accade in diversi modi. Questo accade soprattutto quando si intromettono eccessivamente o non rispettano i confini tra la coppia e la famiglia d’origine.

Intromissione nelle decisioni. Alcuni genitori tendono a voler controllare o influenzare le decisioni dei figli. Questo può riguardare scelte economiche, educative o personali. Questo può creare tensioni tra i coniugi, poiché il partner può sentirsi sminuito o messo da parte.

Conflitti di lealtà. I figli sposati possono trovarsi divisi tra il desiderio di essere fedeli al proprio coniuge e il desiderio di non deludere i propri genitori. Questo può creare un senso di colpa e pressione che erode la serenità della coppia.

Critiche al partner. Genitori che criticano il partner del figlio, direttamente o indirettamente, possono minare la fiducia. Possono anche destabilizzare il matrimonio. Se un coniuge sente di non essere accettato o rispettato dai suoceri, questo può generare frustrazione e allontanamento.

Dipendenza economica o emotiva. Se i genitori offrono troppo supporto economico o emotivo, i figli possono faticare. Essi non riusciranno a sviluppare l’indipendenza necessaria per affrontare le sfide coniugali. Un’eccessiva dipendenza dai genitori può portare a un rapporto di coppia sbilanciato o immaturo.

Mancanza di rispetto dei confini. Genitori che non rispettano i limiti della vita privata dei figli. Ad esempio, intromettersi nella gestione della casa o dei figli. Questo può creare risentimento e conflitti all’interno del matrimonio.

Per evitare che ciò accada, è importante che i genitori riconoscano il loro ruolo di sostegno. Devono rispettare i confini. Devono anche permettere ai figli di crescere come coppia autonoma. D’altra parte, i figli devono imparare a stabilire e mantenere questi confini. Devono proteggere la loro relazione e affrontare insieme le difficoltà senza interferenze esterne.

Qui però finiscono le “colpe” dei genitori. Ripetiamo, e non ci stanchiamo di farlo, che la responsabilità della relazione è di chi la vive. Non possiamo incolpare i nostri genitori se non siamo capaci di mettere dei confini. Se i nostri genitori si allargano un po’ troppo è perché noi permettiamo loro di farlo. Cosa fare quindi?

Non sposatevi se le dinamiche sono quelle sopraindicate. Il primo consiglio è quello di prevenire prima che curare. Se il vostro fidanzato o la vostra fidanzata è chiaramente in una delle situazioni sopraindicate non sposatelo. Non pensate di poter cambiare le cose dopo. È un’illusione.

Mettete i confini voi! Insieme! I confini funzionano solo se a metterli sono entrambi i coniugi. Se lo fa solo uno dei due non può funzionare. Si può litigare dentro casa ma fuori uniti. Non dobbiamo mostrare disaccordo. Se mia moglie litiga con mia madre, io davanti a mia madre difendo mia moglie. Poi nel privato possiamo anche discutere sul suo comportamento. Mostrare disaccordo è già una crepa dopo possono entrare gelosie e competizioni. E’ fondamentale mettere un confine dove la famiglia di origine non possa entrare e mettere zizzania.

Dobbiamo morire essenzialmente al nostro essere figli. Per diventare sposi e genitori è importante svestire i panni di figli. Non significa non riconoscere più i nostri genitori come tali. Il nostro amore per loro resterà invariato. Solo, saremo diversi noi. La nostra famiglia sarà un’altra e il nostro ruolo cambierà. Possiamo sposarci e dare forma ad una nuova famiglia solo se saremo capaci di lasciare la nostra famiglia di origine. Non significa che non frequenteremo più i nostri genitori e che non avremo più amore e tempo per loro. Nulla di tutto questo! Significa non essere più dipendenti da loro. I nostri amici Roberto e Claudia di Amati per Amare la chiamano desatelizzazione. Cosa significa allora lasciare nostro padre e nostra madre? Mettere al primo posto il nostro coniuge. In concreto? Non dipendere dalle aspettative e influenze della famiglia di origine. Essere capaci di mettere dei confini entro i quali i nostri genitori non possono influire. Non si tratta solo di confini materiali come le quattro mura di casa, ma si tratta soprattutto di confini emotivi.

Non mettetevi in competizione. L’errore più grande che in questi casi si può commettere è mettersi in competizione. Purtroppo è anche la reazione più immediata ed impulsiva. È importante, quindi, da un lato spronare l’altro, non far finta di niente. Il problema c’è e va affrontato. Senza però fare la guerra. Mettersi in competizione fa sentire l’altro in mezzo a due fuochi. Se è dipendente, non autonomo dalla famiglia di origine, reagisce male o cerca di non affrontare il discorso. C’è un acuirsi delle tensioni. Se il nostro coniuge è dipendente non funziona. Non è riuscito ancora ad elaborare i confini e dare un ultimatum lo distrugge.

Ognuno dei due sposi si interfaccia con la propria famiglia. Ciò significa che se io dovessi avere problemi con la madre di mia moglie, è meglio che lasci comunque parlare mia moglie. Lei può gestire meglio la situazione. Ciò che dice un figlio o una figlia ha un peso diverso rispetto a quando parla un genero o una nuora.

I genitori non devono avere le chiavi di casa e se le hanno non usarle quando noi siamo in casa. Devono bussare sempre. Si tratta di un accorgimento più psicologico che altro. È importante capiscano che stanno entrando nella casa di un’altra famiglia, non della loro.

Questo articolo non vuole essere una critica ai nostri genitori. Spesso sono delle persone meravigliose e anche dei nonni premurosi per i nostri figli. Però alcune cose vanno messe in chiaro. Questo è necessario per potersi volere bene in un modo sano e non dannoso per tutti.

Antonio e Luisa

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Signore fa di me uno strumento. La preghiera di San Francesco in chiave sponsale

Siamo alla vigilia del quattro ottobre. È il giorno in cui la Chiesa celebra uno dei suoi più grandi Santi. Si tratta del Patrono d’Italia: San Francesco. Il poverello d’Assisi, come a volte è chiamato, è davvero un esempio mirabile di umiltà. È anche un esempio di fedeltà, pace, fratellanza e amore a Dio. Ha una concezione talmente rivoluzionaria di attenzione per il creato e per il Creatore che, forse, non riusciamo a comprenderlo pienamente nemmeno noi. Siamo uomini di ben ottocento anni dopo. Pur avendo tutto, forse non abbiamo capito ancora niente di quello che è riuscito a comprendere lui del Cielo. Ma anche della Terra.

Parlare di San Francesco vorrebbe dire aprire un trattato teologico. Non ne ho minimamente le competenze. Ciò che, semplicemente, desidero condividere con voi è qualche riflessione alla luce della Grazia che ho potuto vivere poche settimane fa. Per impegni di testimonianza sull’aborto spontaneo e i bambini non nati, sono riuscita ad andare nuovamente ad Assisi con mio marito.

Dico questo perché è la quarta volta che, insieme, torniamo in questo luogo sacro meraviglioso. In questo luogo, si può assaporare la spiritualità di un genio nella fede. Mi piace definirlo un genio che dona a piene mani a chiunque visiti questo paese umbro.

E siccome San Francesco parla al cuore di ciascuno di noi, ecco che possiamo analizzare in chiave sponsale la sua nota “Preghiera semplice”. Che in realtà non è sua. Trattasi in di una preghiera scritta nel ‘900, ma che riassume benissimo la sensibilità e la fede del santo. un Questa preghiera esordisce con l’invocazione “Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace. Non è forse il primo grande compito che si trovano ad affrontare marito e moglie?  L’armonia di coppia non è forse quel tesoro nascosto? Si può vivere in pienezza solo se la casa è costruita sulla roccia. Questa roccia è Cristo. La pace vera, nella coppia, non è l’assenza di problemi. È la duplice certezza di poter contare sull’altra metà e – insieme – su Gesù. La pace, già: parola usata e abusata. È cantata e strumentalizzata anche da chi non sa nemmeno cosa sia veramente. Viene usata come bandiera di un finto buonismo. Viene usata per un pacifismo esclusivamente di facciata. D’altronde ci aveva già avvisato Gesù, dicendo: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27). Marito e moglie possono, anzi devono, anelare a essere strumenti della pace del Cielo. Questa pace diventa pace terrena nella fiducia che anche le cose più difficili possono diventare realtà. La pace deve irradiarsi anche verso i figli, i genitori e quanti stanno attorno alla coppia. Solo così, la coppia può dimostrare la solidità di un amore costruito nel Signore.

“Dove è odio, fa ch’io porti amore. Dove è offesa, ch’io porti il perdono. Dov’è discordia, ch’io porti l’Unione.” Amore, perdono e unione sono i cardini del matrimonio! Potremo definirli la “Trinità sponsale” ossia ciò che rende non solo possibile ma vivo e vero il sacramento. Non è forse vero che per amare bisogna perdonare e che solo attraverso questo binomio ci può essere unione autentica? Non per forza, nella coppia, si è chiamati a perdonare gravi torti o tradimenti. A volte basta un banale litigio per il dentifricio o la tovaglia. Questo può graffiare l’unità familiare e la pace dei cuori. Ecco allora che la fede ci offre strumenti utilissimi di accoglienza e mediazione. Questi strumenti tra noi e la nostra metà sono in grado di superare le piccolezze della vita. Ci permettono di guardare al bene più grande. “Non sono più due ma uno”. L’Unione sacra e sposale del matrimonio appunto.

“Dov’è dubbio fa ch’io porti la Fede, dove è l’errore, ch’io porti la Verità, dove è la disperazione, ch’io porti la speranza. Dove è tristezza, ch’io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch’io porti la luce”. Quante volte un coniuge deve aiutare l’altro nel cammino, come singolo e come metà della stessa parte! Non sempre si viaggia spediti e paralleli. Alcune volte la vita, l’infanzia e il passato causano disallineamenti nella coppia. La maturazione personale e spirituale può fare lo stesso. Se il sacramento è vissuto con piena coscienza, però, per un certo periodo uno dei due potrebbe dover “trainare” l’altro. Questo avviene per riportarlo vicino alla Verità che è il Signore. Dunque un marito può essere esempio di fede per la moglie. La moglie può essere esempio di fede per il marito. Questo avviene in un mutuo scambio simbiotico che porti sempre alla speranza. La speranza è, come mi piace definire, il compimento della promessa di Dio. Che sofferenza se, al contrario, la coppia cade in balia del dubbio, dell’errore e della disperazione! Ed ecco perché la Chiesa è la famiglia di famiglie. Le coppie sono chiamate ad aiutare le altre coppie nei momenti di difficoltà. Con il proprio esempio, devono rendere visibile che la rinascita con Gesù è sempre possibile per tutti. Il dolore non ha mai l’ultima parola se ci nutriamo di Lui. Solo così le tenebre torneranno ad essere luce e la tristezza si muterà in gioia. Crediamo fermamente nella potenza del sacramento matrimoniale!

“Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare. Poiché: se è Dando, che si riceve. Perdonando che si è perdonati; Morendo che si risuscita a Vita Eterna”. Quanto è vero questo, nella coppia! Il primo a dover comprendere l’altro è il coniuge. Il primo che va amato – se si decide con maturità di sposarsi – non sono più io. È l’altro e il “noi” che ne scaturisce. Il donarsi è il più grande gesto che rende marito e moglie una sola carne. Dono che non è, ovviamente, soltanto fisico. Ma totale nel senso più ampio del termine. Al coniuge devo donare affetto, amore, tempo, energie, anni, intelligenza, mente, corpo e anima. Ma anche i difetti affinché siano superati e trasfigurati nella resurrezione. Il Signore rende questa resurrezione possibile nell’impegno reciproco a un miglioramento. Questo è per un bene grande e duraturo a cui la coppia è chiamata. Ossia, la santità dell’unione. Solo così si raggiungerà la Vita Eterna promessa. Potremo dire: grazie, San Francesco. Con le tue parole hai illuminato anche noi sposi di ieri, di oggi e di domani.

Fabrizia Perrachon

Responsabilità nel Tradimento: Chi è Colpevole?

Parlavo con una mia cara amica. Questo è successo pochi giorni fa. Abbiamo discusso riguardo ai tradimenti all’interno del matrimonio. Stavamo ragionando se fosse un atteggiamento prevalentemente maschile o femminile. Sul momento, ho detto che una volta erano gli uomini a tradire maggiormente. Ora, forse, le cose si sono invertite. In realtà, ho riflettuto in seguito, che è una considerazione che, da un certo punto di vista, non ha tanto senso. Infatti, gli uomini tradiscono con altre donne. E viceversa. Quindi, la responsabilità è solo di chi ci prova? O anche di chi non sa dire di no?

Dopo la separazione sono stato oggetto di attenzioni esplicite da parte di alcune donne impegnate/sposate. Ho risposto in modo chiaro che non ero minimamente interessato. Ammetto che, sul momento, mi abbia fatto piacere e che qualche pensiero mi sia venuto. Tuttavia non sarei riuscito fisicamente a tradire mia moglie, perché la ritengo una cosa sbagliata per tanti motivi.

Se ad esempio un uomo sposato s’invaghisce di un’altra donna, quest’ ultima è in grado di dirgli: “Cosa vuoi da me? Lasciami perdere e torna da tua moglie e dalla tua famiglia!“. Anche se questa donna fosse single e non sposata, quindi completamente libera sentimentalmente, frequentare un uomo sposato che ha già una famiglia e magari anche dei figli, la rende colpevole di tradimento. O almeno corresponsabile. È bene ricordare che comunque al di fuori del matrimonio cristiano e cioè senza una promessa di vita, si dovrebbe vivere in castità.

Naturalmente può succedere che le persone nascondano di essere impegnate o sposate. Così si diventa inconsapevoli complici di tradimento. Però credo che le cose si possano tenere nascoste per poco tempo. Questo accade solo se ci si assenta per lunghi periodi da casa.

Capisco bene che faccia sempre piacere quando una persona ti cerca. Ti fa i complimenti e manifesta attrazione verso di te. Ti fa sentire importante e apprezzato. Questo aumenta la tua autostima e la tua considerazione. Tuttavia, la serietà di una persona e la sua integrità e fede si vedono durante le tentazioni.

Conosco persone che dietro l’insistenza, ad esempio, di un collega hanno dovuto cambiare lavoro perché stavano per cedere. Oppure è successo a un separato fedele che per dare un passaggio in auto a una sua amica, questa gli è letteralmente montata addosso. Fortunatamente lui è riuscito a resistere. Per questo il buon senso consiglia di evitare situazioni che possano metterci in difficoltà. A parole siamo tutti bravi, ma sono i fatti quelli che contano.

Se c’è una coppia in crisi, andrebbe aiutata a risolvere i problemi relazionali, comunicativi e personali. Al contrario, accettando le avance dell’uno o dell’altra, si va spesso a dare il colpo di grazia al loro rapporto.

Io non vorrei mai trovarmi nella situazione di avere qualche responsabilità nella fine di una storia d’amore. Non me lo perdonerei mai. Non ci dormirei la notte, specialmente se ci sono dei figli.

Il principio evangelico, infatti, dice non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Come noi non vorremmo che si inserissero altre persone nella nostra famiglia, così sarebbe bene fare verso gli altri. Anzi, in realtà, il principio non è in versione negativa, ma positiva. Cioè, “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Quindi, non si tratta di evitare qualcosa, di non fare, ma di prendere l’iniziativa e andare così incontro agli altri.

In sintesi, se una persona sposata ci provasse con te, non solo non dovresti acconsentire. Dovresti farle anche capire che è un atteggiamento sbagliato. Non è rispettoso. Non è cristiano. Non è portatore di qualcosa di buono.

Naturalmente questa è la teoria. Poi so bene che in pratica è molto difficile. Anzi, è molto probabile essere mandati a quel paese, oppure sentirsi chiedere: “Sei omosessuale?” se non acconsenti. Ad ogni modo, anche se non si dice nulla, è possibile almeno pregare per lei. È possibile anche pregare per la coppia in crisi.

Saper dire di no, rifiutare e non farsi trascinare in qualcosa di sbagliato non è per niente facile. Lo vediamo già nelle prime pagine della Bibbia. Il serpente tenta Eva con successo e poi Eva coinvolge Adamo. Eva non avrebbe dovuto fidarsi del serpente. Adamo avrebbe dovuto ricucire con fermezza lo strappo che si era creato. Invece si è fatto abbindolare anche lui. È diventato così ugualmente responsabile del tradimento.

D’altra parte, uscire con un uomo o con una donna è semplice. Non ci vuole niente. Il difficile è non farlo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Wow, che decisione!

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,51-56) Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Oggi è il giorno di S.Teresa di Gesù Bambino (quella di Lisieux). È una santa a cui siamo particolarmente affezionati per diversi motivi. Uno dei quali è il fatto che è una delle figlie di una coppia di sposi santi: i santi Luigi e Zelia Martin.

Si potrebbero scrivere molte righe su queste santità famigliari. Sceglieremo solo un aspetto che ha a che fare con la prima frase di questo brano del Vangelo: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Santa Teresina (così affettuosamente chiamata per distinguerla da S. Teresa d’Avila) ha lasciato diversi scritti. In uno di questi dal titolo “Storia di un’anima“, ella racconta la sua decisione di essere il cuore nel corpo che è la Chiesa. Si rifà alla famosa immagine descritta da S. Paolo nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi.

Il cuore dell’uomo, nella Bibbia, è la sede delle decisioni intime. È la sede dove tutto si decide, dove si vaglia il bene ed il male. È anche la sede dove c’è il setaccio. Serve per usare il nostro libero arbitrio. Questo ci permette di scegliere per la libertà. Per usare un linguaggio più moderno potremmo definirlo come la stanza dove si riunisce il CDA di un’azienda. Lo potremmo paragonare alla famosa Stanza Ovale della Casa Bianca.

Ora, cosa c’entra la decisione di Santa Teresina con quella di Gesù?

Santa Teresina ha preso la decisione di amare (il cuore appunto) aldilà di ogni costo e oltre ogni confine. O meglio, ha deciso di ri-amare Colui che per primo l’ha amata. Ha preso la decisione di ricambiare quell’Amore che l’ha amata così tanto da dare la Sua vita per lei.

Quell’ Amore sappiamo essere Gesù stesso, e come ci ha dimostrato il Suo Amore? Morendo in Croce per noi, per la nostra salvezza.

Gesù è entrato nella Sua Stanza Ovale (per così dire). Ha scelto di amarci, cioè di salvarci. Il brano del Vangelo ce lo testimonia con la frase che abbiamo selezionato: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Cari sposi, cosa c’entra con noi questa decisione di Gesù?

Vogliamo imitare Gesù, ovvero andare fino in fondo alla nostra decisione? Se siamo entrati nella nostra stanza intima del CDA, il nostro cuore, e abbiamo deciso di amare il nostro coniuge, dobbiamo imitare la fermezza di Gesù. Anche gli sposi hanno una loro Gerusalemme verso cui mettersi in cammino: il proprio Sacramento del matrimonio. E questo Sacramento è per gli sposi ciò che per Gesù è Gerusalemme. È il luogo dove si compie la salvezza. È il luogo dove l’amore si dona tutto fino alla morte in Croce.

E dobbiamo prendere questa decisione con la stessa fermezza di Gesù. Non dobbiamo usare la scusa che Lui fosse il Figlio di Dio. Lui non ha annientato la propria natura umana con la scusa di avere anche la natura divina. Ha deciso in quanto uomo, la Sua fermezza trova la propria fonte nella fiducia nel Padre.

Coraggio sposi, possiamo anche noi prendere il posto del cuore dentro quel corpo che è la Chiesa. Possiamo anche nella chiesa domestica che è la nostra casa. In fondo Santa Teresina ha preso la stessa decisione di Gesù: amare costi quel che costi.

Giorgio e Valentina.

Assomigli alla cavalla del cocchio del faraone

Riprendiamo la lettura del Cantico dei Cantici. Settimana scorsa (clicca qui per le puntate precedenti) siamo rimasti con l’esclamazione dell coro che si rivolge alla Sulamita con Incantevole tra le donne. Il coro lascia ora la parola allo sposo, a Salomone.

L’amato

Tu assomigli, o amica mia,

alla cavalla del cocchio del faraone

Le tue guance sono belle fra gli orecchini,

il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento.

Ora la parola passa allo sposo. Passa a Salomone. Tu assomigli, o amica mia, alla cavalla del cocchio del faraone. Una donna del nostro tempo con la nostra mentalità si potrebbe offendere. Come? Mi paragoni ad un cavallo? Come ti permetti! In realtà questa esclamazione racconta la meraviglia che sta provando lo sposo.

Non è una cavalla qualsiasi. È la puledra del cocchio del faraone. Una puledra di razza, la più bella. Tanto bella da essere scelta dal faraone, il re più potente del mondo all’epoca. Può farci sorridere questo paragone, ma ricordo che si tratta di un’opera scritta in un contesto semplice. Fu scritta in una comunità di pastori seminomadi. La natura è la pietra di paragone per ciò che esiste di più bello.

Non hanno un altro modo per esprimere la bellezza di Dio e dell’uomo. Il risultato, se ci liberiamo dei nostri schemi mentali, è una poesia. Questa poesia riempie il cuore di chi l’ascolta o la legge.

Le tue guance sono belle fra gli orecchini, il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento. Lo sguardo dello sposo cambia. Passa dal generale al particolare. Si posa sul viso e sul collo dell’amata. Lo sposo si sofferma sulla bellezza della sposa. Tanto bella che merita gioielli ed ornamenti per far risaltare maggiormente questa meraviglia. Faremo per te pendenti d’oro. Li faremo per te, solo per te. Tu sola sei degna di tutto questo. In te ho scoperto questa regalità che mi ha colpito. Mi ha colpito così tanto che voglio farti dono di oro e di argento.

Quanto è vera questa cosa anche oggi! La mia sposa per esempio è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sé. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Ciò che la rende felice non è il valore materiale. La fa sentire amata il messaggio che c’è dietro. Le sto dicendo: tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo: tu sei la più bella e la più preziosa e te lo voglio dire attraverso questo dono.

Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Un gesto del genere può causare un dolore profondo. Nella nostra cultura, ma mi sembra di capire anche in quella del Cantico, il gioiello ha un significato di esclusività. Un gesto riservato alla persona amata. Se il marito regalessa un gioiello a un’altra donna, questo atteggiamento farebbe sentire l’amata messa da parte. La farebbe dubitare della relazione stessa. Creerebbe tanta sofferenza e insicurezza. Non è così? Pensateci.

Questo mette in evidenza come le nostre scelte, i nostri desideri e le nostre aspirazioni siano abbondantemente influenzati dalla società in cui viviamo. Anche il nostro modo di vivere e pensare le relazioni ne è influenzato. Ciò non toglie che è insito in noi il desiderio di un amore esclusivo. Questo vale in ogni tempo e cultura. Questo è parte della nostra natura.

Antonio e Luisa

Il bicchier d’acqua: inizio di santità o naufragio nel nulla

Cari sposi, anche oggi prosegue l’insegnamento di Gesù che invita all’umiltà e alla semplicità evangelica. Gesù pur essendo Dio fatto uomo, riesce a rendere estremamente comprensibile e attuabile la sua Parola. È tutto il contrario delle elucubrazioni e dei ragionamenti complessi, contraddittori e contorti a cui oggi ci abitua la cultura in cui viviamo.

Come si accoglie Cristo nel prossimo? Prima di pensare di immolarsi dinanzi a un plotone di esecuzione, Gesù ci dice: offri un bicchiere di acqua fresca. Cioè, inizia da quello che è più immediato e a tua portata di mano. Poi da lì, a poco a poco, puoi arrivare a grandi azioni di distacco dal proprio egoismo e di generosità.

Fa sorridere tale esempio di Cristo del bicchiere d’acqua. Per un verso, potrebbe far pensare a chi vi si perde per il troppo pensare o non saper stare con i piedi per terra. Dall’altra parte, esso è un lampante invito su come iniziare la via della santità.

Se poi applichiamo tutto ciò alla vita di coppia, è molto rincuorante. È bello vedere che voi sposi potete moltiplicare di gran lunga le piccole dimostrazioni di amore. E così Gesù utilizza un gesto a cui non daremmo peso. Con esso, significa quell’abbondanza di atti di servizio e di accoglienza con cui possiamo riempire le nostre vite.

Gesù in tal modo sta facendo riferimento a una verità che in seguito la Chiesa ha messo in luce. Cioè che proprio l’ordinario nella vita coniugale è la cartina di tornasole. Serve per rendersi conto di quanto e come voi sposi vivete la grazia del sacramento. E siete docili allo Spirito.

Dice infatti Papa Francesco: “Il vincolo trova nuove modalità ed esige la decisione di riprendere sempre nuovamente a stabilirlo. Non solo però per conservarlo, ma per farlo crescere. È il cammino di costruirsi giorno per giorno. Ma nulla di questo è possibile se non si invoca lo Spirito Santo, se non si grida ogni giorno chiedendo la sua grazia, se non si cerca la sua forza soprannaturale, se non gli si richiede ansiosamente che effonda il suo fuoco sopra il nostro amore per rafforzarlo, orientarlo e trasformarlo in ogni nuova situazione” (Amoris laetitia 164).

È un numero molto interessante perché si riferisce esattamente al passare del tempo, a quell’abitudine che può arrugginire i rapporti e rendere sterile l’unione di coppia. Ma appunto per prevenire questo rischio il Papa ci ricorda che è nella vita ordinaria dove cresce maggiormente l’amore coniugale. Questo può accadere solo in forza di una supplica continua allo Spirito.

Cari sposi, all’inizio di un nuovo anno, dopo le vacanze estive, dove siamo tornati a fare “le cose di sempre”, vi aiuti questa chiara motivazione di Gesù a sentirvi accompagnati dalla Sua Grazia per camminare con piena consapevolezza nella vostra missione.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha messo in evidenza quello che dovrebbe essere ovvio ma che spesso, purtroppo, non lo è. I piccoli gesti fanno la differenza. Non dobbiamo aspettare di mettere in atto gesti eroici per vivere il nostro sacramento. Non siamo in un film romanticone strappalacrime. Siamo nella realtà e il matrimonio si custodisce in tanti piccoli gesti quotidiani. Gesti che diventano sacri. Senza dimenticare quelli più graditi per l’altro. Luisa sa che io amo il contatto fisico quindi sa come per me sia importante un abbraccio. Io invece so che per lei è importante sentirsi dire quanto sia importante per me. Piccole cose che fanno però la differenza.

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Amiamo le nostre differenze

Siamo decisamente diversi. Certamente le donne e gli uomini sono molto diversi. Però non è del tutto corretto affermare che siamo diversi. Diverso viene da divergere. Qualcosa di negativo che ci allontana. E per tanti è così. La diversità rende l’altro a volte incomprensibile nella sensibilità e nelle scelte. Invece è bello dire che siamo differenti. Differente viene dal latino fero, portare. Portare la nostra unicità che è altro e arricchirci l’uno della differenza dell’altro. Quanto sarebbe noioso se fossimo tutti uguali, vero? 

Per noi è stato ed è tuttora così. Durante la nostra relazione, grazie alla nostra conoscenza, abbiamo imparato a vedere le nostre differenze come qualcosa di positivo. In questo articolo vogliamo raccontarvi due cose in cui siamo complementari. Voi magari ne avete altre. Ma è bello così!

1. Ottimismo contro realismo

L’ideale è che entrambi siamo ottimisti e vedano sempre il lato positivo di ogni cosa. Ma per noi non è così. Luisa è sempre stata quella più negativa. Quella che di ogni situazione vede sempre la tragedia che si potrebbe compiere. Si preoccupa, si spaventa e pensa al peggio. Io invece cerco di vedere il lato positivo. Vedo sempre una via d’uscita e comunque ho speranza che le cose possano migliorare. Nel nostro caso ci aiutiamo a vicenda. Luisa trova sollievo e speranza nella mia leggerezza. Io resto con i piedi per terra e non sottovaluto le situazioni grazie alla sua pesantezza.

2. Spontaneità vs pianificazione

Io sono quello spontaneo. Quello che si lascia trasportare dalle emozioni del momento. In positivo e in negativo. Luisa è quella ponderata. Quella che pensa a quello che ogni gesto comporta. Due temperamenti opposti eppure possono essere una grande opportunità. La mia spontaneità permette più leggerezza e decisioni rapide. Quante volte Luisa sembrava titubante anche su situazioni sue lavorative e la mia spontaneità le ha permesso di lasciarsi andare. E quante volte lei è stata invece importante per me. La mia spontaneità può esondare nell’irruenza e farmi fare errori anche gravi. Lei riesce sempre a farmi riflettere sulle conseguenze delle mie scelte.

Sicuramente anche tu e tuo marito o tua moglie siete diversi sotto tanti aspetti, proprio come noi. Forse aspetti diversi dai nostri ma è normale sia così. Dobbiamo però garantire che queste differenze siano, per così dire, “sopportabili”. Ciò può avvenire solo nel rispetto reciproco. Se io amo mia moglie e l’ho scelta per la vita dovrebbe essere normale avere stima per le sue idee. Anche quando sono diverse dalle mie. Capite l’errore di tante coppie? La differenza va accolta come una prospettiva che allarga l’orizzonte. Non va vista come un problema che mi impedisce di agire come voglio. Poi nel dialogo si trova la strada insieme. A volte sarà la mia, altre quella di Luisa e altre ancora una terza via, la nostra.

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Istinto sessuale vs impulso sessuale: libertà e desiderio

L’abbiamo scritto molte volte. Dietro il sesso c’è una spinta ormonale notevole. In particolare per i maschi. L’intensità, dopo la pubertà, diventa davvero potente. Spesso la soddisfazione dei desideri che ne derivano è vista come una necessità. Non è così. Non si tratta di un bisogno vitale come sono bere, respirare e mangiare. La privazione di questi ultimi porta alla morte. Tuttavia non si può negare che questo desiderio possa essere molto forte.

E quanto più un desiderio è intenso, tanto più ci si può sentire “obbligati” a soddisfarlo. Non è forse quello che pensano in tanti? Forse anche tu credi che fare sesso sia un bisogno fisiologico. Non è così. So già le obiezioni di alcuni uomini. Ma i testicoli producono continuamente spermatozoi. Dobbiamo scaricare quelli vecchi. Quante volte l’ho sentito dire in gioventù. Lo pensavo anche io. Tra ragazzi è comune fare questi discorsi camerateschi. Tutte scemenze. Non c’è nessuna necessità di fare sesso. Non si muore a praticare l’astinenza e neanche si sta male. Il nostro corpo è una macchina perfetta. Esistono infatti le polluzioni notturne con cui il nostro organismo espelle il seme vecchio per far posto al nuovo. Il nostro corpo non sbaglia. Quello che noi sentiamo non è un bisogno fisiologico ma un desiderio, una pulsione psicofisica.

Può il desiderio prevalere sulla capacità di scelta? Qual è il ruolo che gioca la libertà di fronte al desiderio sessuale?

L’istinto sessuale riguarda gli animali

A livello fisico, sono due i desideri più intensi che un essere umano possa provare. Questi sono quelli legati al cibo e il desiderio sessuale. Dal punto di vista fisico, l’intensità di questi desideri si spiega con il fatto che entrambi mirano alla conservazione. Il primo, alla salvaguardia della propria vita. Il secondo, alla conservazione della specie. E tra i due il desiderio sessuale supera quello di cibo. A livello fisico, è il più intenso.

Non a caso il desiderio sessuale non riguarda solo l’uomo. Non solo gli esseri umani ma anche gli animali provano il desiderio sessuale. Negli animali non si parla però di desiderio. La cosa interessante è che in loro ciò avviene come un istinto. L’istinto è una fonte irresistibile di comportamento: quando un animale sperimenta questo istinto, cerca semplicemente di soddisfarlo. In un animale non c’è possibilità di scelta. Per questo non possiamo imputare nessuna colpa all’animale. Un cane non può essere giudicato moralmente per il suo comportamento sessuale.

L’impulso sessuale lascia l’ultima parola alla libertà

Gli esseri umani non hanno un istinto sessuale come gli animali. Va inteso in modo diverso. Nell’uomo il desiderio non ha mai l’ultima parola, ce l’ha la libertà. Non importa quanto sia forte il desiderio, gli esseri umani possono sempre scegliere. Puoi scegliere di soddisfare il desiderio oppure no; e, se decidi di soddisfarlo, puoi scegliere come farlo. Pertanto, a differenza degli animali, gli esseri umani possono essere giudicati moralmente, civilmente e penalmente. Una persona che abusa sessualmente di un’altra non può giustificarsi affermando semplicemente che non è stata in grado di trattenersi. Non è ammissibile. Perché la persona può sempre scegliere. Ed è per questo che nell’essere umano non è opportuno parlare di istinto, ma piuttosto di impulso sessuale. A differenza dell’istinto, l’impulso lascia l’ultima parola alla libertà. Ma torniamo a noi sposi.

Il desiderio sessuale è sempre positivo. Ed è positivo non solo perché facilita la continuità della specie umana attraverso la riproduzione. Come è per gli animali. Per noi uomini c’è molto di più. Il desiderio ci spinge ad entrare in relazione. Ci aiuta ad uscire dalla solitudine esistenziale per sentirci parte di un noi, di una comunione d’amore. Costituisce un impulso all’amore. Infatti, l’impulso sessuale è ordinato proprio affinché l’amore di coppia possa crescere e rafforzarsi. Parliamo qui di amore inteso non come sentimento, ma come decisione di cercare il bene dell’altro. E sarà proprio l’ordinamento di questo impulso all’amore che ci aiterà ad opporci all’impulso di trattare l’altro come un oggetto. Questo permetterà di valutare come buono o cattivo l’uso che se ne fa liberamente.

Nelle sue catechesi sulla Teologia del Corpo, san Giovanni Paolo II esprime perfettamente la necessità di sottomettere l’impulso sessuale alla nostra coscienza. Egli sottolinea l’importanza di questa sottomissione. Per trasformare un impulso in amore. Il papa dice: Nell’ambito erotico, l’”eros” (impulso) e l’”ethos” (realizzazione della verità antropologica) non divergono tra di loro. Non si contrappongono a vicenda. Sono chiamati ad incontrarsi nel cuore umano. In questo incontro, sono chiamati a fruttificare. Ben degno del “cuore” umano è che la forma di ciò che è “erotico” sia contemporaneamente forma dell’ethos. Questa forma è anche di ciò che è “etico”.

Il card. Raniero Cantalamessa esprime questo concetto in modo ancora più conprensibile affermando che: L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve che sono l’eros e l’agape. Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo. Come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi con ciò della stessa acqua.

Antonio e Luisa

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Tra moglie e marito non mettere … gli Europei

Tutti conosciamo, e spesso utilizziamo, il detto “Tra moglie e marito non mettere il dito” . Ci siamo mai chiesti – seriamente – che cosa o chi sia questo famigerato “dito”? Si tratta di cose, situazioni o persone? O tutte queste messe insieme?

Come già nell’articolo del 16 agosto scorso (disponibile a questo link). Partiamo dalla separazione tra Álvaro Morata e Alice Campello. Questo ci permette di addentrarci in una riflessione seria e quanto mai urgente.

Il gossip intorno ai due vip non accenna a placarsi. Anzi, nonostante siano ormai passate diverse settimane dall’annuncio, è notizia ancora battuta e dibattuta. Ne parlano sia sui media che sui social. Cucendo e ricamando elementi veri con altri più improbabili, pare però che la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso (leggi Álvaro) sia stato l’out-out della moglie.

Subito dopo la finale Spagna-Inghilterra gli avrebbe urlato qualcosa come “Alla festa per gli Europei scegli: o me e i bambini o la tua famiglia”. Diversi testimoni – tra cui compagni di squadra e giornalisti – hanno dichiarato a suon di stampa che l’influencer italiana ha intimato questa scelta al marito il quale, appesantito da anni di simili “paletti”, abbia rapidamente preso la drammatica decisione.

Naturalmente non è stata la vittoria della nazionale spagnola – di cui Álvaro è il capitano – ad aver fatto capottare il matrimonio. Semmai è stato il pretesto. Ciò che colpisce, ancora una volta, sono le motivazioni. Queste motivazioni hanno portato questa coppia di bellissimi, famosissimi e ricchissimi a distruggere quanto di bello e buono avevano costruito. Hanno costruito tutto questo in otto anni di relazione. Hanno costruito un matrimonio in Chiesa e quattro figli.

E allora mi sono chiesta, penso insieme a moltissime altre persone, se davvero una moglie (o un marito) possa intimare al coniuge una scelta del genere, ponendolo davanti all’ingrato – ma oserei direi ingiusto – compito di dover scegliere tra la famiglia d’origine e quella costruita insieme. Mi spiego meglio: naturalmente possono esserci situazioni difficili e complicate tale per cui l’allontanamento può essere consigliato o consigliabile. Ma, in generale, si può davvero mettere all’angolo la propria metà su una questione di così grande rilevanza per la stabilità relazionale e psicologica non solo del singolo ma dell’intera famiglia? Può, un coniuge, uscire indenne dall’inverosimile scelta tra genitori e moglie/marito?

Certo, bisogna essere chiari e coerenti fin da subito nel sostenere che la nuova famiglia ha tutto il diritto – e il dovere – di edificarsi con i pilastri dell’autonomia e della libertà. Quest’ultima, anzi, è uno dei presupposti principali per la celebrazione del sacramento del matrimonio. Tant’è che la Bibbia ne parla fin da subito, già a partire dal secondo capitolo della Genesi quando, al termine del processo della creazione, Dio Padre proclama: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24).

Un’intimità sponsale inviolabile e sacra. Tuttavia, deve sapersi armonizzare con i vari equilibri familiari e generazionali. Non bisogna dimenticare di avere dei genitori. Se a propria volta lo si diventerà, quei genitori diverranno nonni e i coniugi padri e madri. Quindi, delle nuove creature entreranno a far parte della famiglia e avranno bisogno di una relazione con i nonni. Si può negare, forse, tutto questo? Davvero sposarsi significa tagliare completamente i ponti con le famiglie d’origine o, piuttosto, bilanciare l’indipendenza con l’accoglienza? La coppia viene prima di tutto. La coppia viene anche prima dei figli. Questo non significa però che il resto del mondo, una volta sposati, smetta di esistere. La Chiesa, d’altronde, non è una famiglia di famiglie?

Ci si deve sforzare di andare d’accordo. È semplice quanto è difficile, lo ammetto. Sposarsi non vuol dire cancellare completamente il passato né pretendere che il nostro uomo o la nostra donna faccia altrettanto. Non possiamo dimenticare a piè pari il legame affettivo che ciascuno di noi ha con mamma e papà.

Possiamo, poi, non considerare il grandissimo aiuto – materiale, economico, morale – con cui le famiglie d’origine supportano i nuovi nuclei, soprattutto nella gestione dei nipotini? Il matrimonio non dev’essere una gabbia. A quanto pare, per il bomber spagnolo si era trasformato in una prigione dorata. Non ha visto altra scelta che l’evasione. Da un errore della moglie si è generata quindi un’onda d’urto distruttiva e maligna che ha travolto tutto e tutti. Ha tarpato le ali a una soluzione matura e pacifica che sicuramente si sarebbe potuta trovare. Ha trascinato tre famiglie (la loro e le due d’origine) verso il baratro della divisione e della desolazione. Non saranno certo i soldi a nascondere o lenire quest’ultima. Il rifiuto netto delle opinioni e dei sentimenti degli altri. Il non volerne sentire o sapere dei pareri altrui e l’ingratitudine non hanno mai portato frutti buoni. Questo lo dice la nostra coscienza e lo dimostra la storia.

Equilibrio e buon senso sono la base di ogni relazione umana. Se comportamenti o atteggiamenti dei suoceri fossero realmente fastidiosi o sbagliati, è necessario aprirsi al dialogo con il coniuge. Bisogna spiegarsi con verità ma altrettanto amore. Bisogna cercare sempre di costruire invece che demolire. È importante unire invece che dividere. Dobbiamo essere adulti prudenti invece che bambini capricciosi. “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi” (Rm 12, 16-19). D’altronde se Gesù ha guarito la suocera di Pietro (Mt 8,14) un motivo ci sarà …

Fabrizia Perrachon

Cari genitori, Gesù unge la prole … la prole ungerà voi

Con questo articolo entriamo nella sequenza liturgica del post-lavacro (clicca per leggere i precedenti articoli).

Dopo la triplice infusione dell’acqua, e la partecipazione del battezzando alla Morte e Risurrezione del Signore Gesù, il sacerdote pronuncia la seguente orazione e subito dopo, in silenzio, unge la fronte del battezzato: «Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti ha liberato dal peccato e ti ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, unendovi al suo popolo; egli stesso ti consacra con il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membra del suo corpo per la vita eterna».

Con questa preghiera il sacerdote comunica al battezzato che il Padre lo consacrerà per sempre. Con l’unzione che avverrà immediatamente dopo e lo consacrerà come parte del corpo mistico di Cristo. Un giorno di sabato, Gesù stesso, nella sinagoga di Nazaret, disse a tutti che anche lui aveva ricevuto l’unzione nel suo battesimo: «Lo Spirito del Signore è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Luca 4, 18-19). Gesù si presenta al popolo come l’Unto che desidera salvare l’umanità e coinvolgere ogni persona nella relazione filiale.

«E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma. Come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito» (1Giovanni 2, 27).

A questo punto della liturgia battesimale la chiesa domestica, che aveva presentato il bambino per il battesimo, riceverà in dono da Cristo stesso non solo più un bambino. Riceverà un profeta, un sacerdote e un re. Le cui mani, la cui bocca, i cui piedi … saranno diventati di Cristo per poter “ungere” dello Spirito di Dio ogni realtà e persona che incontrerà sul suo cammino.

Egli sarà sacerdote per donarsi insieme a Gesù nell’opera di trasformazione della realtà del mondo e consegnarla al Padre. Egli sarà re per servire il prossimo amandolo nell’amore di Cristo. Egli sarà profeta per comunicare la Parola di Gesù come lampada per i passi nel cammino della vita.

Com’è bello sapere che nelle nostre chiese domestiche ci sia questo tesoro di grazia! Ogni membro è sacerdote, re, profeta! Sant’Agostino quando smise di resistere a Dio comprese di averlo cercato fuori, avventandosi sulle sue creature, da quel momento invece riconobbe di averlo incontrato dentro di sé. «Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te» (Le Confessioni, X, 26-27).

Medesima cosa sento di poter dire per la famiglia. In questo tempo è alla ricerca dell’Amore autentico. L’amore non deve più essere liquido, vulnerabile e passeggero. Volgiamo lo sguardo innanzitutto nei tesori battesimali della nostra famiglia. «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20).

Gesù sta bussando non solo nella realtà extra-familiare ma proprio nelle relazioni intra-familiari. Liberiamolo per farlo uscire! Ascoltiamolo per dargli retta! Ogni parola e gesto sacerdotale, profetico e regale, di un membro della nostra famiglia, sarà il buon profumo di Cristo (cfr 2Corinzi 2, 15). Dio per spandere il profumo della sua presenza ci chiede di profumare con la nostra persona. «Cristo non ha mani ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro. Cristo non ha piedi ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé oggi. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole». (Raul Follereau oppure Anonimo del XIV sec.).

Don Antonio Marotta

La Via della Fede: Esperienza e Conoscenza

Sal 118 (119) Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore. Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie. Ho scelto la via della fedeltà, mi sono proposto i tuoi giudizi. Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore. Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità. Osserverò continuamente la tua legge, in eterno, per sempre.

Questo Salmo è una richiesta a Dio di vari doni afinché possiamo essere guidati sulle sue vie. Ci colpisce in particolare la seconda frase: Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie.

Che nesso c’è tra la conoscenza dei precetti del Signore e la meditazione delle Sue meraviglie? Non è forse sufficiente guardare uno spettacolare tramonto per meditare e contemplare le Sue meraviglie? Inoltre, se bastasse sapere a memoria dei precetti per meditare le Sue meraviglie, può forse significare che gli analfabeti non siano in grado di meditarLe?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza per non cadere nella trappola di qualche eresia.

Innanzitutto dobbiamo notare una cosa. La conoscenza che intende il mondo semitico non è la conoscenza scientifica o razionale che intendiamo noi occidentali. Basterebbe a tal proposito ricordare come la Santa Vergine risponde all’arcangelo Gabriele quando riceve l’annuncio della sua maternità: “Com’è possibile? Non conosco uomo.” (Lc, 1,34).

La conoscenza a cui fa riferimento anche la Madonna è proprio quella che stiamo considerando. Per noi occidentali la conoscenza rimane per lo più un concetto legato alla razionalità. Per il mondo semitico essa ha più a che fare col cuore che col cervello.

Sembra una concezione lontana da noi. In realtà, la usiamo anche noi per dire che una realtà la conosciamo dal di dentro. Per esempio se andate da un artigiano che ripara o accorda pianoforti, vi dirà di conoscere a fondo questa o quella marca di pianoforte. Questo perché avrà smontato chissà quanti pianoforti in 40 anni o più di lavoro. Stessa cosa dicasi anche per il meccanico delle auto. Avrà smontato chissà quante volte i motori delle auto. Conoscerà tutti i dettagli di ogni marca.

Se avete badato, in questi due esempi abbiamo usato il verbo conoscere. Ma non è legato ad una conoscenza di cervello, di libri letti o di manuali imparati a memoria. È una conoscenza dei motori, piuttosto che dei pianoforti, legata all’esperienza di vita. La frase tipica che si usa è: “Li conosco come le mie tasche”. Questo proprio per indicarne l’esperienza fatta di vita concreta.

Ed è proprio quest’ultima accezione del significato di “conoscenza” alla quale si riferisce il salmista.

Quindi, la frase “Fammi conoscere la via dei tuoi precetti” potremmo tradurla nel nostro linguaggio presente così: “Fammi fare esperienza vissuta (concreta, nella mia vita) della via dei tuoi precetti“.

E di questa realtà vissuta ne sono testimoni diretti i santi. Specialmente quelli che ci hanno lasciato degli scritti. Nei loro scritti sono elencate e descritte nei dettagli le meraviglie che il Signore ha compiuto nella loro vita spirituale e/o carnale.

Come sono giunti alle alte vette della meditazione delle meraviglie del Signore?

Grazie a quella conoscenza esperienziale di cui sopra.

Cari sposi, se vogliamo vivere sulla nostra pelle le meraviglie del Signore, bisogna che ci lasciamo amare da Colui che ci ama, convertire da Colui che solo ci può convertire, prendere per mano da Colui che conosce il nostro vero bene. Dobbiamo fare esperienza di come l’osservanza dei Suoi precetti ci faccia pregustare un pezzo di Paradiso già in questa vita.

Coraggio sposi, basta fidarsi dell’unico degno di fiducia.

Giorgio e Valentina.

Incantevole tra le donne. Interferenze Sociali nell’Amore: Amici e Famiglia

Ci siamo lasciati una settimana fa con una descrizione bellissima e totalizzante dell’amore della Sulamita per il suo Salomone. Clicca qui per leggere le puntate precedenti. Ora la parola passa al coro.

Il coro

Se non lo sai, o incantevole tra le donne,

segui le orme del gregge

e conduci le tue caprette a pascolare

presso gli accampamenti dei pastori.

Se non lo sai, o incantevole tra le donne.

Risponde il coro. Mi soffermo subito sull’aggettivo incantevole. La traduzione CEI riporta bellissima, don Carlo Rocchetta lo traduce con incantevole. Un aggettivo che vuole evidenziare come la Sulamita sia bella in tutta l’interezza della sua persona.

Perché chi ama in modo autentico è una persona bella. È bella perché esprime in pienezza l’umanità che la costituisce. Esprime tutte le potenzialità del suo essere donna o del suo essere uomo, della sua femminilità o della sua virilità.

Il coro, proprio per questo, vede la Sulamita bellissima, incantevole. È l’amore che dal suo profondo si irradia sul suo corpo.

Segui le orme del gregge e conduci le tue caprette a pascolare presso gli accampamenti dei pastori.

Questo intervento del coro non è posto a caso. Come vedremo anche in altre parti del Cantico, il coro ha un ruolo importante. Rappresenta la società. Rappresenta tutto l’insieme delle persone che stanno vicino alla coppia del Cantico.

Salomone e la Sulamita non sono soli. Sono oggetto di ammirazione per chi li vede. Sono contemplati e ammirati. Tutti esprimono il desiderio che questa storia d’amore vada a buon fine. Tutto il contesto sociale aiuta gli amanti a prendere coscienza di ciò che sono. Inoltre, aiuta a capire che sono chiamati ad essere. Anche noi siamo così.

Quando notiamo due persone care che si cercano e si mostrano reciproco interesse, siamo come tentati di favorire quell’incontro. Vogliamo favorire quel germe di relazione. Quante storie sono nate grazie all’intervento e all’aiuto di amici. Quando non c’è malizia e i rapporti si basano su relazioni vere e autentiche, la società non è nemica della coppia. Al contrario, desidera che quelle persone possano esprimere tutta la bellezza e l’amore che sembrano poter generare.

Pensiamo invece quanto male possono farci amici e parenti che non vivono un rapporto libero e autentico con noi. Quanti genitori si intromettono nelle relazioni dei figli per gelosia. Quanti amici invidiosi rovinano fidanzamenti e famiglie. Attenzione a chi ci sta attorno. Ricordiamo che una volta sposati nostro marito e nostra moglie vengono prima di tutti gli altri. Prima anche di certe mamme che faticano a mollare la presa.

Antonio e Luisa

La strada diritta verso Cristo

Cari sposi, oggi Gesù compie un gesto di profonda tenerezza nel dimostrare il Suo affetto paterno verso un bimbo che era lì presente assieme a tutti i discepoli.

Essi stessi dovranno essere rimasti comunque assai sopresi dal gesto insolito in un rabbì dell’epoca. Difatti, il bambino nell’Antico Testamento è un essere incompiuto, perché non ha la maturità di ascoltare la Legge né comprenderla. Ma vi è un altro motivo per cui Gesù fa questo e si evince dal contesto: vediamolo.

Anzitutto, mettiamoci nei panni di Gesù che per la seconda volta ha annunciato di andare verso una morte terribile. Che reazione hanno i discepoli? Forse di rincuoramento? Di vicinanza? Di consolazione? Tutt’altro! Si mettono a discutere su chi è il più bravo… che meschinità! Un colpo molto basso per quel Cuore infinitamente sensibile all’Amore.

Tuttavia, l’aspetto più esaltante della reazione di Gesù è non scadere nella delusione o nella collera. Al contrario, dimostra pazienza e mansuetudine. In modo particolare Gesù sta insegnando a non scivolare nella tentazione della complicazione.

Sì, perché la risposta “cristiana” all’annuncio del Signore sarebbe stata certamente di empatia per condividere il Suo destino mentre quella di Pietro & Co. finisce piuttosto ni ragionamenti tortuosi.

La semplicità cristiana, derivato dell’umiltà, è la capacità di cogliere la volontà di Dio senza devianze o confusioni. Sentiamo alcune voci autorevoli al riguardo.

 “Tendere alla semplicità è andare verso Dio” predicava S. Vincenzo de’ Paoli. Difatti, Dio è semplice e chiaro, come ci insegna il buon San Tommaso d’Aquino, invece, l’artefice di cose e pensieri contorti, ostici e macchinosi puzza di zolfo… Come pure ci ricorda anche l’Imitazione di Cristo: “Beata semplicità, che lascia gli erti sentieri delle disquisizioni e percorre le vie piane e sicure dei comandamenti di Dio!” (Libro IV, 2).

Un’applicazione tipica di come perdersi in mille complicazioni è appunto centrare la vita cristiana e il rapporto con Gesù in ruoli ecclesiali, incarichi parrocchiali, comparazioni tra “prestazioni” nella comunità e in fin dei conti inquinare la relazione col Signore a causa di una mentalità di risultati ed efficienza.

Di certo, vedere che anche i 12 apostoli pativano questa tentazione ci rincuora. Allo stesso tempo, deve metterci in guardia. Se è successo a loro che vivevano a stretto contatto con Gesù, non sarà che anche noi ci possiamo inciampare?

E in effetti, può accadere che questo modus operandi si instauri nella coppia. Questo include anche attribuire valore solo al fare esteriore nella coppia e in famiglia. Chi fa di più per i figli? Chi è più stanco dei due e merita riposo? Chi si spende maggiormente per gli altri? Bisogna certamente donarsi in pieno nella concretezza ma non si può vivere il matrimonio nella competizione e con il “meritometro”. Perciò Gesù mette al centro un bambino, cioè il simbolo della semplicità, dell’umiltà.

Quando gli sposi focalizzano la loro relazione su Cristo Signore, questo li porta a lasciar perdere tante bugie e falsità. Sono le bugie di cui parlano gli apostoli oggi. Si concentrano su Gesù e basta. Essere come bambini per gli sposi significa sapersi decentrare. Devono lasciare spazio al Signore. Devono avere Lui come punto di riferimento e di confronto. Due sposi che guardano a Cristo insieme riescono a sollevarsi da tante piccolezze mondane. Queste sono proprio quelle che fanno affondare la vita di così tante coppie.

Cari sposi, Gesù oggi vi spinge a non lasciarvi confondere da mille pensieri o preoccupazioni. Anzitutto Lui vi chiede di fissare su di Lui il vostro sguardo. Questo per continuare a camminare diritti e risoluti verso la pienezza della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca evidenzia una caratteristica del matrimonio che è fondamentale. La gratuità. Se non impariamo a donarci senza usare il bilancino non stiamo amando ma ci stiamo usando. L’amore è gratuito, l’amore è per tutta la vita. Sapete quando sento di amare davvero mia moglie? Quando scelgo di amarla anche quando non mi conviene. Ci sono dei periodi così. Quando non ha nulla da darmi. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto.

Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni. Occuparmi della casa e darle una carezza. Sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perché il matrimonio è così, è questo. Perché solo così può sentirsi amata perché è lei e non perché ha fatto qualcosa. Non c’è nulla di più bello e liberante di essere amati quando non lo meritiamo. Dio non fa così con noi?

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /38. Il male chiede il conto

Cap XXXIII Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

Per ben 5 mesi l’Omino lascia Pinocchio nella cuccagna, ma poi si presenta quando l’imbestiamento è completato. È interessante notare come l’Omino riconosca Pinocchio e Lucignolo dai loro ragli. Manco fossero parole sensate, riconosce la loro voce. La tristezza sta nel fatto che sembra far da contraltare alla famosa figura del Buon Pastore.

Nell’immagine del Buon Pastore è Lui che conosce le pecore ed esse riconoscono la Sua voce. Qua accade il contrario. Ovvero, è l’Omino che riconosce la voce delle sue prede.

E sembra anche intendere i ragli, perché ormai le parole sensate se ne sono andate.

Purtroppo è esperienza di molti secoli che con la fede si perda anche la ragione. Ci si perde in vaghi ragionamenti. Si rimane invischiati nei piccoli pensieri delle ideologie. Esse non hanno occhi per la realtà. Si nutrono solo di se stesse, dei propri vaghi e tortuosi ragionamenti. Si rimane come ciechi dinanzi all’evidenza della realtà.

Cari sposi, ancora una volta si presenta a noi il mistero del male con la storia del burattino.

Dobbiamo tenere sempre alta la vigilanza su noi stessi, sul nostro matrimonio, altrimenti si finisce come Pinocchio. Facciamo qualche esempio solo per capire come funziona il meccanismo del male non per giudicare nessuno, concentratevi sulle dinamiche dell’Omino.

Lui e lei si separano. Hanno tralasciato di tenere viva la loro relazione sponsale. Per diversi motivi, rinunciano a combattere per ristabilire la comunione. Ognuno va per la propria strada, non senza una certa dose di dolore. All’iniziale smarrimento segue subito la voglia di rinascita, o come insegna il mondo vogliono “rifarsi una vita”.

Cambiano il proprio stato sui social da ‘sposato/a’ all’usuale ‘single’. Cambiano anche modo di vestire. In poco tempo trovano un’altra persona. Con questa persona ritrovano l’entusiasmo giovanile delle prime cotte e delle prime infatuazioni. Si innamorano e vanno a vivere insieme. Sono i primi 5 mesi di Pinocchio al paese dei Balocchi dove tutto è una cuccagna.

Poi però cominciano i guai perché l’Omino ritorna e chiede il conto. Arrivano dispiaceri dai figli (inevitabilmente le peggiori vittime di tutto ciò). Si hanno litigi ed incomprensioni per l’intreccio delle nuove relazioni con i parenti e amici di prima. Di notte si fatica a riposare bene e non si dorme più. Allora si cominciano le pastiglie di melatonina. Poi ci sono gli attacchi di panico, propri o dei figli. E chi più ne ha più ne metta.

Da questo esempio (che abbiamo visto coi nostri occhi) possiamo trarre l’insegnamento. Prima c’è l’iniziale euforia del paese dei Balocchi. Poi arriva il conto dell’Omino. Ed è un conto salato.

Cari sposi, non lasciamoci trarre in inganno dal mondo. Restiamo vigili e saldi nella fede al nostro Sacramento. I momenti difficili e le incomprensioni non mancano. Tuttavia, non saltiamo sul carro dei Balocchi. Restiamo a casa della Fatina buona. Ovvero, restiamo in casa della nostra madre Chiesa.

Coraggio, non desistiamo.

Giorgio e Valentina.

Davanti al bivio abbiamo incontrato Retrouvaille

Quel momento in cui ci troviamo di fronte al bivio. C’è ancora speranza per il nostro matrimonio? O non ne vale più la pena?

Tanti di noi hanno vissuto momenti difficili della vita matrimoniale. Sono momenti bui in cui le ferite sembrano così grandi da minare le basi del rapporto di coppia. Questi momenti oscurano la speranza di un futuro e lasciano posto a delusione e scoraggiamento.

Quando ci sposiamo e ci giuriamo amore e fedeltà, ci vediamo come dei supereroi pronti ad affrontare insieme la vita e le sue tempeste, certi di essere così forti da riuscire a non lasciarcene travolgere: “Noi siamo una coppia perfetta!” ci diciamo…”Quello che succede agli altri a noi non potrà succedere perché siamo forti e uniti!” ci ripetiamo…

Ma poi arriva la Vita: con le sue inquietudini, con i suoi fallimenti, con le sue fragilità, con i suoi tormenti. Noi, marito e moglie, così fiduciosamente ciechi, così certi della stabilità della nostra unione. Siamo profondamente impreparati e ci facciamo travolgere interamente. Come singoli e come coppia, crolliamo come un castello di sabbia all’arrivo di un’onda alta.

Entriamo così nella spirale della crisi: non capiamo bene come e quando sia cominciata. Non comprendiamo come abbia preso il sopravvento su di noi. Non sappiamo come abbiamo fatto a perdere il controllo del timone della nostra nave matrimoniale.

Fatto sta che ci troviamo senza una rotta, in mezzo ad una tempesta di emozioni negative, brancolando nel buio della sfiducia e del “ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?!” e “perché a me? perché a noi?!

Ed ecco qui il bivio: io sposa, io sposo, posso ricominciare da capo, da sola/o?

Posso essere una di quelle persone che, dopo un matrimonio finito, sembrano rinate? Ritrovano la libertà come se non l’avessero mai avuta. Viaggiano senza i figli. Si sentono emancipati perché vivono e fanno tutto da soli.

Posso, io coniuge, ritrovare la serenità e la felicità nell’essere di nuovo single? Anzi chissà forse starei anche meglio. Sarebbe tutto un ricominciare, uno scoprire. Sarebbe un costruire nuovi equilibri, punendo il mio coniuge e allontanandomi da lui/lei.

Ma poi ci sono le altre voci interiori, l’altra strada del bivio: e il mio sogno della famiglia per sempre? E la serenità dei miei figli che vorrebbero coricarsi tutte le sere sapendo che papà e mamma sono insieme. E il mio desiderio di condividere il cammino della vita con il mio coniuge? Posso ancora fidarmi di lui/lei ed essere felice? E se non ci provo di nuovo magari me ne pentirò?!

È a questo punto della nostra vita matrimoniale, di fronte a questo bivio di sofferenza e interrogativi che abbiamo incontrato Retrouvaille. Era una timida luce fioca nel buio pesto della crisi e dello scoraggiamento. Tutti intorno a noi ci proponevano soluzioni o fughe, o strade da percorrere che però non vedevamo nostre e non ci davano speranza.

Abbiamo partecipato al weekend senza grandi aspettative. Piano piano in noi qualcosa si è sciolto. L’olio della speranza ha mitigato le nostre ferite. Ancora oggi, con impegno e volontà, siamo qui. Cerchiamo di integrare queste ferite nella nostra storia personale e in quella matrimoniale. Siamo certi che non siamo mai al riparo dalle tempeste. Possiamo affrontarle con la consapevolezza di essere sempre in cammino per crescere come singoli e come sposi. Il matrimonio è un percorso continuo in cui non si è mai arrivati. Ci permette di sperimentare, pur nelle fatiche umane, la grazia ricevuta il giorno in cui abbiamo celebrato il Sacramento che ci ha fatti una cosa sola!

Veronica & Vito (Retrouvaille Italia)

Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi

Ebbene sì: anche le madri soffrono (e tanto) a volte! Nella maggior parte dei casi, abbiamo un’idea della nostra mamma come donna forte e tutta d’un pezzo. La vediamo resistente alle fatiche. Resistente alle tante incombenze lavorative e familiari. Resistente alla stanchezza e ai momenti di sconforto … Poi, mano a mano che anche noi diventiamo adulti, capiamo che ogni madre è innanzitutto un essere umano. Quindi, è normale che possa attraversare difficoltà, malattia o momenti di tristezza. La mamma è la mamma, lo sappiamo, ma come reagiamo nel vederla soffrire? Qual è il nostro atteggiamento di fronte al suo dolore, di qualsiasi tipo esso sia?

Proprio un 19 settembre ma di centosettantotto anni fa – precisamente nel 1846 – due ragazzini, Massimino e Melania, si sono trovati davanti agli occhi una scena straziante. Questo accadde sedici anni dopo le apparizioni della Madonna a Rue de Bac a Parigi e dodici anni prima di quelle a Lourdes. Una donna, splendente di luce, comparire piangente davanti a loro. Immaginatevi quante e quali emozioni avranno scosso i due pastorelli! Questo accadde nei pascoli dell’alta montagna francese di La Salette, località pressoché sperduta, poco distante da Corps (nell’attuale Dipartimento dell’Isère). I due raccontarono nei dettagli quello che accadde, che ripercorriamo nelle seguenti parole:

Prima seduta e piangendo con la testa tra le mani, la “Bella Signora” si alza e parla a lungo. Spiega che piange per l’empietà prevalente nella società e li esorta a rinunciare a due peccati gravi che erano diventati molto comuni: la blasfemia e il non prendere la domenica come giorno di riposo e di partecipazione alla Messa. Predice punizioni spaventose che saranno date se le persone non cambiano e promette clemenza divina a coloro che cambiano. Infine, chiede ai bambini di pregare, fare penitenza e diffondere il suo messaggio. La Madonna disse ai pastorelli, tra le altre cose, che la mano di suo Figlio era così forte e pesante che non poteva più tenerla a meno che il popolo non facesse penitenza e obbedisse alle leggi di Dio. In caso contrario, avrebbero molto da soffrire. Le persone non osservano il giorno del Signore, continuano a lavorare senza sosta la domenica. Solo alcune donne anziane vanno a Messa in estate. E in inverno, quando non hanno nient’altro da fare, vanno in chiesa a prendere in giro la religione. Il tempo di Quaresima è ignorato. Gli uomini non possono giurare senza prendere invano il Nome di Dio. La disobbedienza e l’ignorare i comandamenti di Dio sono le cose che rendono la mano di Suo Figlio più pesante” .[1]

La Chiesa Cattolica ha da tempo riconosciuto la veridicità di quest’apparizione mariana. Tra le tante cose dette da Maria Santissima, mi ha sempre grandemente colpito questa frase: Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi”. E’ una frase dura. È straziante, carica insieme di amore e di dolore. È anche di forza e affetto, come solo il cuore di una mamma è capace di provare!

Una frase rivolta a tutti e a ciascuno di noi, una frase che potrebbe tranquillamente essere pronunciata da una qualsiasi delle nostre mamme, in un momento di umano sconforto. Ma torniamo a Maria: già, quante pene la Madonna ha sofferto nella vita! L’iniziale incredulità di San Giuseppe. Sicuramente, quella di tante persone che non hanno creduto alla sua maternità unica e santa. Il non essere accolti da nessuno a Betlemme (“non c’è posto per voi”). La fuga in Egitto. E, infine, il Calvario.

Quante madri vivono pene altrettanto strazianti e dolorose! Per figli che non nascono. Per figli che muoiono di malattie o incidenti. Per figli dilaniati dalle più terribili dipendenze. Per dispiaceri e fallimenti più o meno velati. Per la precarietà economica. Per un tradimento. Per essere anziane, sole o abbandonate … Potremmo continuare a lungo su questa strada.

Dobbiamo, quindi, essere sinceramente e profondamente riconoscenti nei confronti delle nostre mamme, (senza dimenticare quella del Cielo!), cercando di confrontarle e supportarle, portando un pochino anche i loro pesi, facendo scelte mature e consapevoli per non ferirle, umiliarle o dispiacerle più di quello che, purtroppo, già la vita a volte comporta.

Il dolore, però, non dev’essere il carattere dominante. Con la fede e la speranza si possono cambiare molte cose. Innanzitutto, partendo dai nostri atteggiamenti nei confronti degli altri e delle prove che, talvolta, li e ci colpiscono. Amiamo le nostre mamme, coccoliamole e asciughiamo le loro lacrime, se purtroppo dovessimo vederne scendere! Tutto questo senza dimenticare le parole di Gesù: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).

Fabrizia Perrachon


[1] Descrizione completa dell’Apparizione al link: https://www.santiebeati.it/dettaglio/91496

Secondi matrimoni e rischio di divorzio: realtà e motivazioni

Negli ultimi anni c’è stato un incremento di seconde nozze. Può succedere d’incontrare persone risposate che manifestino di essere contente della loro nuova situazione. “Finalmente ho trovato un uomo/una donna che mi capisce veramente, con cui vado d’accordo e che mi fa stare bene”.

Ovviamente sto parlando di nozze civili. Per un cristiano cattolico, il Sacramento, se è valido, dura tutta la vita. Questo vale anche con separazione o divorzio. Pertanto, non è possibile risposarsi, tranne, eventualmente, dopo la morte del coniuge.

È logico pensare che, quando una persona decida di risposarsi, sia più matura, anche solo per l’età più grande e che faccia tesoro dell’esperienza accumulata nel tempo. Mi aspetterei quindi che le seconde nozze portino a una stabilità e siano un successo per la coppia.

Invece i dati statistici dicono il contrario: I secondi matrimoni sono più esposti al rischio di divorzio. Mediamente durano meno del primo matrimonio.

Lasciando stare tutto l’aspetto di fede di cui parlo continuamente e che determina le mie scelte, questa cosa mi ha incuriosito. Quindi sono andato a informarmi sulle motivazioni che portano a questo risultato. Ho anche parlato con esperti del settore.

Premetto che molti matrimoni falliscono per comportamenti sbagliati. Ferite provenienti dalla famiglia di origine, egoismo e narcisismo sono frequentemente le cause. Ci sono altre problematiche spesso poco note addirittura al diretto interessato. C’è il forte rischio di commettere sempre gli stessi errori (corsi e ricorsi storici). Non solo, anche nella scelta delle persone, tendiamo a orientarci in un certo modo, secondo i soliti parametri.

Per questo, prima di impegnarsi in un secondo matrimonio, sarebbe indispensabile farsi seguire da uno psicologo/consulente familiare e da un assistente spirituale che facciano riflettere e pongano delle domande a cui nemmeno si era pensato o che si stanno volutamente evitando.

Aggiungo che, a volte, c’è troppa fretta. Si è sulla scia, magari, di un nuovo innamoramento. Il famoso “perdere la testa” spesso è cominciato quando ancora il primo matrimonio non era finito. Oppure è stato addirittura la causa del fallimento.

Bisognerebbe, dopo un divorzio, stare fermi a riflettere per diversi mesi (o qualche anno) su quello che è andato male. Bisognerebbe riflettere sulle responsabilità e sui concorsi di colpa. Inoltre, si dovrebbe risolvere il fardello che uno si porta dietro.

A volte mi viene da sorridere. Ad esempio, tu, donna, come puoi pensare che quell’uomo che è arrivato a tradire la moglie e a far soffrire i figli, non possa in futuro tradire anche te? Con te ha un legame decisamente inferiore. È assurdo. Eppure tutti credono di essere così speciali da non poter diventare a loro volta vittime. Si arrabbiano se succede.

Quando ci si risposa si hanno delle aspettative elevate sulle relazioni e sulla famiglia. Queste aspettative possono venire frantumate alle prime difficoltà o evento imprevisto. In questo caso, la situazione viene amplificata quando sono presenti figli provenienti dalle precedenti relazioni.

Io vedo quanto sia già difficile la gestione delle figlie in seguito alla separazione. Hanno sempre la valigia pronta. Faccio il tassista per andare a prenderle ogni volta e poi per portarle ai vari impegni che hanno. Per fortuna abito in un paese vicino a dove abitano con la mamma, solo quindici chilometri. In un fine settimana posso arrivare a compiere questo tragitto molte volte.

Quasi tutte le coppie al secondo matrimonio hanno già dei figli. Ciò vuol dire che, insieme alle farfalle sullo stomaco, ci sono gli aspetti pratici legati alla gestione di ben due famiglie. Ammetto che in una situazione del genere avrei molte difficoltà. Non avrei il minimo tempo da dedicare ad altre cose o a me stesso. Questo significa anche relazionarsi non più solo con il tuo ex, ma anche con l’ex della tua compagna (o compagno).

Conosco diverse coppie risposate. Non sono rare frasi del tipo: “Il tuo ex dovrebbe dare più soldi, per tuo figlio”. Oppure “La tua ex non porta mai tua figlia a danza e così ci devi pensare tu”. Oppure “Anche quest’anno dovremo portare i tuoi figli in vacanza con noi, perché la tua ex non vuole tenerli in quel periodo”.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è quello economico. I soldi sono uno dei motivi principali di litigio. La coppia, in seguito a una situazione finanziaria più complessa, non è detto che abbia gli stessi obbiettivi su come ripartire il bilancio familiare. Non è detto che abbia gli stessi obbiettivi su come spenderli. Ci sono delle spese fisse da sostenere, quelle stabilite dopo il divorzio. Cioè il mantenimento dei figli, oltre a tutte le loro spese extra (mediche, scolastiche e sportive).

Infine, chi ha già fatto un divorzio, sa a cosa va incontro. Non fa più paura come la prima volta. Se un patrigno o una matrigna non ha mai legato con i suoi figliastri, si sentirà meno in colpa nel dover dividere una famiglia allargata che non ha mai sentito come sua. Certamente ci sono anche coppie in cui tutte queste difficoltà non impediscono di restare insieme per tanto tempo. Tuttavia, si trovano comunque a gestire una situazione decisamente complessa. Insomma, io penso che sia preferibile cercare di risolvere i problemi all’interno della propria famiglia. Questo è vero anche da un punto di vista umano/civile. È meglio farlo senza andare a crearsene di nuovi tramite nuove relazioni e famiglie allargate che poi danneggiano anche i figli.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Zaini Pronti per la Scuola Nuziale

Settembre e i suoi tramonti che racchiudono in sé l’alba dei nuovi inizi. Eccoci qui anche noi pronti, dopo un periodo di digiuno digitale, a iniziare una nuova stagione di articoli facendovi compagnia nella vostra quotidianità.

Ci eravamo lasciati alcuni mesi fa. I nostri zaini erano pronti per percorre le calde vie della Puglia sui passi di Don Tonino Bello. Adesso nuovamente con gli zaini pronti per intraprendere questo viaggio insieme alla Scuola Nuziale. Se ci sentiamo emozionati di far parte dell’equipe? Beh indubbiamente abbastanza ancora sorpresi.

Tutto è nato durante la primavera. Antonio ci contattò a me e Andrea per aderire a questa iniziativa unica nel suo genere. Unica perchè verrà data voce ad argomenti non sempre trattati nei classici gruppi famiglia. Diciamo che andremo abbastanza in profondità.

Come ci siamo preparati e come ci stiamo preparando? indubbiamente con la preghiera. Di cosa vi parleremo? Non vi spoilero troppo. Vi accompagneremo con allegria nel percorrere il sentiero più doloroso e più buio. Vi guideremo nel passaggio da fertilità a fecondità.

Bisogna vivere la Pasqua e vi aiuteremo a vivere la vostra Pasqua. Ogni matrimonio è fecondo. Ad esempio noi abbiamo scoperto che il giorno del nostro matrimonio ricorre l’anniversario di sacerdozio di Don Bosco. Dioincidenza particolare per noi sposi che siamo impegnati in Oratorio con i giovani.

La Scuola Nuziale è importante anche per questo per scoprire e riscoprire i talenti e i doni dei vostri matrimoni. Sarà come la mistagogia del giorno delle nozze. Nell’attesa di incontrarci vi aspettiamo nel nostro programma radiofonico in onda su Radio Maria. A presto

Simona e Andrea

NB La scuola nuziale inizierà domani 18 settembre. Fate ancora in tempo a iscrivervi. Clicca qui per scaricare la brochure

Caro problema…

Sal 39 (40) Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza. 

Un Salmo è una preghiera che va recitata e vista nel suo insieme. Cerchiamo però di raccontarvi solo uno stimolo di riflessione che ci ha suscitato. Ogni volta che si recita il tal Salmo si incontrano le stesse parole. A cambiare è il nostro cuore che è pronto a ricevere uno stimolo piuttosto che un altro a seconda del cammino di fede.

Oggi vi vogliamo condividere la riflessione stimolata dall’ultima frase: Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza.

Apparentemente sembra non volerci chissà quale fede per proclamare che il Signore è grande. In quanto Dio Egli deve essere per forza grande. Altrimenti che Onnipotente sarebbe se non fosse grande?

Ma il salmista ci tiene a precisare che a dirlo debbano essere coloro che amano la salvezza del Signore. Ora, proviamo a riflettere, cos’è questa salvezza? O meglio, qual è la salvezza del Signore?

È la salvezza dalla morte eterna, la salvezza dalle conseguenze mortifere del peccato. Inoltre, com’è avvenuta ? Attraverso la Croce di Gesù. Il nome di Gesù significa “Dio Salva” / “Dio è salvezza” tanto che lo chiamiamo Salvatore, quasi fosse un soprannome. Quindi, la salvezza del Signore è Gesù stesso.

Torniamo all’inizio del ragionamento: coloro che amano la salvezza del Signore sono dunque coloro che amano Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

Cari sposi, il Signore vi ha scelti come Suo Sacramento perenne. Egli si fida di voi affinché si conosca la Sua salvezza nel mondo. Vi ha scelti quasi come megafoni che diffondono la Sua Parola di Salvezza. Siete come dei moderni modem wi-fi che diffondono il segnale della Sua Parola a tutti quelli che vogliono connettersi a voi.

Ma cosa significa che il Signore è grande ?

Se il Signore è riuscito dal più grande male mai avvenuto (il deicidio, la Croce di Gesù), a tirar fuori il più grande bene mai avvenuto, ossia la Salvezza, cosa volete mai che sia per Lui risolvere uno qualunque dei nostri problemi?

Quanti amano il Signore Gesù ripongono ogni loro fiducia in Lui. Lasciano a Lui il governo della propria vita e del proprio matrimonio. Anche Gesù, come uomo, nel momento supremo della prova, nell’orto degli Ulivi durante la Passione, ha dovuto scegliere di fidarsi o meno del Padre Suo. Alla fine del Suo combattimento ha deciso di fidarsi del Padre. Nella Sua preghiera ha parlato al Padre Suo della prova che lo stava attendendo. Poi ha affrontato tutto con grande forza. Sembra quasi che abbia voluto dire alla Croce che Lui aveva un Padre del Quale si fidava. Allora cari sposi, quando ci si pone davanti un problema, la prima cosa da fare è parlare al Signore del nostro problema, cioè dobbiamo pregare. Ma non basta. Bisogna poi fare il passo successivo, e cioè andare dal nostro problema e dirgli che noi abbiamo un Dio grande.

Non solo : <<Signore, abbiamo un grande problema.>>

Ma soprattutto : <<Problema, abbiamo un grande Dio!>>

Cari sposi, coraggio che il Signore è grande!

Giorgio e Valentina.

Perché io non sia come una vagabonda

Proseguiamo con la lettura del Cantico dei Cantici. Clicca qui per le puntate precedenti.

L’amata

Dimmi, o amore dell’anima mia,

dove vai a pascolare le greggi,

dove le fai riposare al meriggio,

perché io non sia come una vagabonda

che insegue i greggi dei tuoi compagni.

Dimmi, o amore dell’anima mia. Amore erotico, ma non solo. Qualcosa di molto più profondo. Un amore che nasce nella profondità della persona e che si manifesta attraverso il corpo. Il desiderio del corpo diviene modalità di esprimere l’amore più profondo. Quanto spesso questa armonia dell’amore viene disattesa. Quante volte il corpo viene usato per cercare piacere e per soddisfare pulsioni che nulla hanno a che fare con l’amore autentico descritto nel Cantico.

Quanta povertà. Quanta mancanza di consapevolezza. Quanta incapacità di comprendere il senso e il valore del corpo e di quello che si può esprimere attraverso il corpo.

Dove vai a pascolare le greggi, dove le fai riposare al meriggio, perché io non sia come una vagabonda che insegue i greggi dei tuoi compagni. Lui non è presente nel momento in cui lei pone questa domanda. Infatti alla domanda non risponderà l’amato, ma il coro. Lei è sola. Sta vivendo un dramma d’amore. Sa che non è perfetta. L’abbiamo visto nei versetti precedenti. Sa che ha commesso errori.

Sa anche che l’amato è l’unico che lei desidera. Sente dentro di sé la certezza che lui è l’uomo della sua vita. Solo lui. Nessun altro. Dimmi dove sei. Dove pascolano le tue greggi, affinché io non debba trovare un altro uomo. Se cercassi l’amore in altri uomini, non lo troverei mai. Sarei come una vagabonda alla continua ricerca di qualcosa che posso trovare solo in te. La mia anima anela solo a te.

Naturalmente qui c’è forte il richiamo simbolico a Dio per gli ebrei e a Gesù per noi. Solo Gesù può riempire quel vuoto d’amore a cui anela la nostra anima. C’è però, forte, anche una dinamica dell’innamoramento e dell’amore. Quando ci si innamora, questa forza misteriosa ti rapisce il cuore. Nient’altro ti può distogliere. Niente può essere altrettanto avvincente. Tutto il nostro pensiero e il nostro interesse è verso quella persona che ci ha conquistato. Per noi cristiani c’è qualcosa in più.

Soltanto con Luisa ho avvertito forte dentro di me la consapevolezza che quella donna era giusta per me. Lo sentivo. Se ho iniziato un cambiamento radicale nella mia vita è perché ho avvertito nel cuore che attraverso di lei avrei dato compimento alla mia vita e avrei incontrato Cristo. Per questo sono stato tenace. Non ho mollato.

Non è stato un fidanzamento facile. Ora, dopo diversi anni di matrimonio, ne ho la certezza. Se avessi lasciato perdere con Luisa, avrei perso il dono più grande che Dio aveva pensato per me.

Antonio e Luisa

Ri-Chiamati all’Amore

Cari sposi, dopo il tempo delle ferie ormai concluso e l’inizio di scuole e attività pastorali, ci sentiamo con le vertigini. Stiamo per addentrarci in un nuovo anno. Ci consola la Parola che oggi il Signore Gesù ci sta rivolgendo.

Inizio dicendo che in tutta questa scena evangelica vi è una coppia, sebbene non salti a prima vista. Una coppia è formata da un lato da Cristo Sposo. Dall’altro lato c’è Simon Pietro il quale fa parte e ci rappresenta come la Sposa di Cristo. Cioè la Chiesa.

Non è strano quindi che Pietro nel giro di pochi istanti è sia “croce che delizia” di Gesù. Perché per un verso ancora una volta si dimostra come colui che sa comunque guardare oltre gli altri. Difatti, è il primo e l’unico che ha capito chi è Cristo. In seguito, poi, dimostrerà di essere il più generoso. Vorrebbe subito dare la vita per Gesù. Si butta per primo. Non ha paura di fare figuracce.

Ma al contempo è proprio un testone. È un vero mulo che non sa ancora accogliere docilmente la Persona di Cristo nella sua vita. Cerca sempre di fare a modo suo, con le sue uscite impulsive.

Ecco due volti comuni della relazione nuziale. Ci sono momenti di picchi di gioia e di entusiasmo. Essi sono seguiti da fasi calanti e a volte deludenti. Vediamo allora come reagisce lo Sposo per eccellenza.

Gesù non sta mandando Simon Pietro a quel paese con l’espressione “va’ dietro a me satana”. Non è come in qualche omelia si è affermato. E men che meno si tratta di un epiteto raffinato, frutto della bile in eccesso del Maestro, che avrebbe di certo più di una ragione per scadere nell’impazienza. Cristo, invece, ancora una volta agisce da Uomo integro e virtuoso, da Sposo colmo di amore.

Che messaggio c’è in quell’espressione così tagliente di Gesù? Egli sta solo ripetendo a Pietro, con fermezza e senza perdere il controllo, quanto gli disse tempo addietro sulle rive del lago di Galilea, mentre stava riassettando le reti: seguimi!

Certo, usa tutta la passione di chi ama nell’esigergli di rimettersi alla Sua sequela. Gli chiede di starGli dietro, non davanti, come ha appena infelicemente ammesso. Né a fianco, quasi volesse mettersi al Suo livello, ma dietro perché è un discepolo. Pietro ancora fa fatica ad accettare questo. In fin dei conti, Pietro vorrebbe andare per conto suo. Vorrebbe farlo secondo il “suo” modo di intendere e comprendere. Vuole slegarsi dal rapporto ma Gesù gli oppone un rifiuto perché lo ama.

Cari sposi, qualsiasi sia la vostra situazione e condizione. Di fervore, di rilassamento, di prostrazione. Gesù continua a credere in voi e a ripetervi: seguimi, stammi dietro, non ti allontanare da Me!

Impariamo, quindi, da Gesù Sposo a sentirci Sposa amata e ricercata. Uno Sposo così innamorato non si scoraggia davanti alle sue deficienze e debolezze. Sa lottare per farsi comprendere. Vuole tornare ad un rapporto sempre più vero e autentico.

ANTONIO E LUISA

La cosa bella di questo Vangelo, rimarcata anche da padre Luca, è proprio l’atteggiamento di Gesù. Non è arrabbiato come siamo indotti a credere. Si comporta come il Maestro. Non dice a Pietro di andarsene. Gli dice di mettersi dietro. Ma perchè lo sa che noi tutti abbiamo bisogno di Lui. Non vuole essere il primo perchè superbo ma perché Lui è la luce. Quanti errori abbiamo fatto Luisa ed io perché abbiamo voluto passarGli davanti e fare di testa nostra. Soprattutto io. Ma poi, quando ho fatto esperienza di quanto sono piccolo e fallace, sono tornato dietro di Lui. E ho ritrovato la strada. Quanta pazienza Gesù. Quanta pazienza anche Luisa. Ma questo è il bello del matrimonio.

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Santa Gianna Beretta Molla: la tenerezza nel matrimonio e il “sì” alla vita

Non so quanti di voi hanno letto “Lettere”, a cura di Elio Guerriero (Edizioni San Paolo, 2012): è una raccolta di epistole che si sono scambiati Santa Gianna Beretta Molla e il suo Pietro. Sono lettere che raccontano il loro amore, dapprima nel fidanzamento e poi negli anni del matrimonio.

Pietro era spesso fuori per lavoro, non sempre per brevissimi periodi. Scrivere, in quei lunghi giorni di lontananza, era l’unico modo per restare in contatto, in un’epoca in cui non c’erano ancora tutte le tecnologie e i mezzi di comunicazione che conosciamo oggi.

I due sposi, nelle loro conversazioni, si mostrano attenti l’uno all’altra, proiettati verso la felicità del coniuge; si raccontano, si aprono, condividono stati d’animo, gioie e fatiche. E soprattutto si dimostrano l’un l’altra, in tutti i modi possibili, che si vogliono sinceramente bene.

L’ultima lettera è stata scritta da Pietro nel 1961, pochi mesi prima che la moglie morisse, dopo aver dato alla luce la loro quarta figlia. Gianna, infatti, ha sacrificato sé stessa per far nascere la sua bimba, Gianna Emanuela (oggi ancora viva e fervente testimone di fede).

Era sorto un fibroma: sarebbe stato sufficiente asportare l’utero per poter continuare a vivere, ma in quell’utero era custodita già una fragile vita, che Gianna voleva salvaguardare ad ogni costo. Proseguire la gravidanza ha significato per la donna una morte prematura, a 39 anni, e dover lasciare anche altri tre bambini.

Pietro, allora, ha assunto su di sé tutto il carico della famiglia, certo della vicinanza, in modo nuovo, della moglie, operante dal Cielo.

Ha trascorso quasi 50 anni da vedovo. Eppure, dopo la morte della sua amata, non ha mai smesso di ricordarla, di parlarne coi figli, di ringraziarla per averlo condotto ad una “vita nuova”. Geloso di quelle lettere, ha chiesto ai figli di non renderle pubbliche fino a che non avesse raggiunto la sua Gianna.

Oggi, quelle conversazioni sono un dono, soprattutto per i fidanzati e gli sposi: delle vere e proprie catechesi sulla vita coniugale. Questi sposi di Magenta, in provincia di Milano, si sono solo scelti ogni giorno: ed è il miracolo più grande che possa accadere in un matrimonio. Il loro segreto? Avevano Dio al centro.

È bellissimo questo: l’amore vissuto da Pietro e Gianna è cresciuto nel tempo, invece di consumarsi; non si è spento con l’arrivo dei figli, ma è maturato, diventando sempre più saldo. Gesù ha garantito anche a loro il vino buono negli anni.

La tenerezza di Pietro verso la moglie è toccante. È il 7 aprile 1957, si trova lontano da casa per un viaggio di lavoro e scrive: “Non saprei riposare se prima non mi mettessi in affettuosissima comunicazione con te, che vorrei avere sempre vicina, con te, affettuosissima sempre e premurosissima. Ti penso in questo momento con Pierluigi nelle braccia… E bacio e ribacio con tutto l’affetto la fotografia che ho di entrambi”.

La storia di Gianna Beretta Molla mi è entrata nel cuore, quando ero solo una ragazzina, grazie a mia madre, ora in Cielo anche lei. La venerava molto, la stimava, perché la ispirava.

Poco dopo la morte di mamma, decisi di dedicare un romanzo a Santa Gianna, a lei tanto cara. Così, venne alla luce “Tutto procede come imprevisto. Il tunnel diventato ponte grazie a Gianna Beretta Molla” (Mimep Docete, 2020).

Protagonista della storia è Gaia, una ragazza dei nostri giorni, diligente e studiosa, che frequenta l’università di medicina. Nel suo cassetto, tra i desideri da realizzare, ci sono un matrimonio felice e una laurea, magari a pieni voti, per poter diventare medico.

Un giorno, però, il mondo sembra crollare sulle sue spalle. Scopre, infatti, che il fidanzato la tradisce. È in quel momento che “perde la testa”. In un momento del tutto inaspettato, scopre che nel suo grembo c’è una nuova vita: che fare?

Una breve operazione e tutto sarà come prima”, le dicono le amiche, ma Gaia non ci riesce. I genitori la ricattano: non le pagheranno gli studi, se terrà quel figlio. Gaia rivuole indietro solo la sua vita: ha come obiettivo laurearsi. Non può occuparsi di un bambino, crede; di sicuro non senza l’appoggio di nessuno, come sta accadendo. Al tempo stesso non vuole abortire, lei è sempre stata sostenitrice della vita. Che dissidio, che sofferenza.

Nel reparto che la giovane protagonista definisce “il più inutile dell’ospedale” (una cappellina), farà un incontro inaspettato e decisivo, con una persona…

Non vi svelo come, ma anche Gianna Beretta Molla entra nella vita di Gaia e quel tunnel, che sembra senza fine, la condurrà, in realtà, ad una nuova luce.

“Il mondo ha più bisogno di testimoni, che di maestri”, diceva Paolo VI. È proprio così: l’esempio trascina più di mille parole…

Gianna è davvero una testimone credibile e ci ricorda che il nostro è il Dio delle sorprese. Gianna continua a dire con la sua storia di dolore e resurrezione: “Affidati alla Provvidenza e sarai felice”.

Cecilia Galatolo

Per avere maggiori informazioni sul romanzo: Tutto procede come imprevisto | Casa Editrice Mimep Docete

Maria e Giuseppe vergini e sposi. Perché?

Oggi affronto un tema di grande importanza. Spesso viene trascurato e può facilmente essere soggetto a fraintendimenti. Sto parlando della verginità di Maria e di Giuseppe. È importante sottolineare che entrambi erano vergini e non hanno mai avuto alcun tipo di rapporto sessuale tra di loro.

Questo è un fatto indiscutibile secondo la nostra fede cattolica, come anche dice Papa Giovanni Paolo II nella Redemptoris Custos: “Gli evangelisti, pur affermando chiaramente che Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo e che in quel matrimonio è stata conservata la verginità (cfr. Mt 1,18-24; Lc 1,26-34), chiamano Giuseppe sposo di Maria e Maria sposa di Giuseppe (cfr. Mt 1,16.18-20.24; Lc 1,27; 2,5)” (n. 7).

D’altro canto, la Santa Famiglia rappresenta un esempio e una guida per tutte le famiglie cristiane. Papa Francesco ha detto: “Quella di Nazaret è la famiglia-modello. In essa tutte le famiglie del mondo possono trovare il loro sicuro punto di riferimento e una sicura ispirazione” (Angelus, 27 dicembre 2020). Pertanto, è necessario chiedersi cosa possiamo trarre da questa premessa così significativa.

Questo può portare certi cristiani, che hanno già una concezione spiritualista della fede e magari hanno qualche problema ad accettare il proprio corpo, a confermare la propria convinzione che un matrimonio bianco sia più santo e virtuoso. Ma è davvero così? È lecito considerare il matrimonio senza consumazione sessuale tra Maria e Giuseppe come un ideale da perseguire? Potrebbe essere vero che l’introduzione della sfera sessuale in una relazione possa abbassarne il valore e renderla meno santa?

È interessante notare come alcune persone credano in queste teorie. Poi si trovano a fare i conti con disastri matrimoniali. Questo lascia spazio a riflessioni profonde sul nostro modo di concepire il rapporto di coppia e sulla sacralità dell’intimità fisica.

Aggiungiamo a quanto scritto fino ad ora un altro tassello molto significativo. Questo tassello è la teologia del corpo di San Giovanni Paolo II. Il Papa santo, con la sua straordinaria eloquenza, ha spiegato la sessualità in modo magistrale. Ha detto che il rapporto sessuale tra i due sposi ha una valenza incredibile. Questa valenza supera la semplice dimensione terrena e si apre al trascendente di Dio. È importante comprendere questo. Il significato più profondo del corpo e della sessualità consiste nel vivere la nostra sponsalità con Cristo.

In altre parole, quando ci uniamo in un intimo incontro, ci doniamo completamente l’uno all’altra. Non solo in anima ma anche nel corpo. Facciamo una straordinaria esperienza di Dio e del suo amore. Da quando ho scelto di sposare Luisa, abbiamo sposato anche Cristo, camminando insieme sulla via della spiritualità e dell’amore. Nel momento dell’intimità, ci uniamo come sposi. Ci avviciniamo sempre di più a Cristo. Avvertiamo la sua presenza con noi.

Perché Maria e Giuseppe non hanno avuto bisogno di fare l’amore? Questa domanda solleva un interessante spiegazione che possiamo desumere dalle catechesi di Giovanni Paolo II. Maria, in realtà, viveva già un’unione profonda e totale con Cristo. La Chiesa, infatti, non solo la considera madre di Gesù, ma anche Sposa di Dio. Questo concetto introduce un’idea intrigante. Per Maria, la possibilità di vivere un’intimità fisica con suo marito come mezzo per unirsi ancora di più a Cristo sarebbe stato per lei un passo indietro. Perché lei è già oltre.

Al contrario, il papa polacco sostiene che Maria abbia guidato Giuseppe verso il mistero verginale dell’unione con Dio. Questa è stata un’esperienza straordinaria. Ha portato entrambi in avanti nel loro cammino spirituale. Riflettendo su quanto discusso, emergono alcune conclusioni che possiamo trarre da questa prospettiva affascinante e unica.

Maria e Giuseppe sono esempi straordinari nel dono. La loro dedizione e amore reciproco sono un faro luminoso per tutte le coppie. Non si limitano semplicemente a mostrare un esempio di come vivere insieme. Incarnano anche l’essenza delle diverse vocazioni. Sia quella del celibato che quella del matrimonio. La loro unione è una sinfonia di amore e fede, che offre una testimonianza di speranza e di forza. Maria e Giuseppe ci insegnano che la vera grandezza sta nel dono di sé senza riserve, che supera ogni ostacolo e che si sostiene reciprocamente nella vita di coppia. Sono una coppia che incarna la bellezza e la sacralità dell’unione matrimoniale. Non sono però esempio nel modo di concretizzare questa donazione reciproca incarnando entrambe le vocazioni. Lo ha espresso appunto Giovanni Paolo II in una delle catechesi sulla teologia del corpo:

Il matrimonio di Maria con Giuseppe (in cui la Chiesa onora Giuseppe come sposo di Maria e Maria come sposa di lui), nasconde in sé, in pari tempo, il mistero della perfetta comunione delle persone, dell’Uomo e della Donna nel patto coniugale, e insieme il mistero di quella singolare “continenza per il regno dei cieli”: continenza che serviva, nella storia della salvezza, alla più perfetta “fecondità dello Spirito Santo” cioè “Solo Maria e Giuseppe, che hanno vissuto il mistero del suo concepimento e della sua nascita, divennero i primi testimoni di una fecondità diversa da quella carnale, cioè della fecondità dello Spirito” (Udienza del 24 marzo 1982).

Fare l’amore è bellissimo e sacro. Quindi, a meno che non siate Maria e Giuseppe (che comunque rimangono un caso UNICO nella storia) o abbiate una chiamata particolare (ma deve essere di entrambi e confermata da una guida e nel discernimento), fare l’amore è un atto di intimità profonda. Fatelo!

Non farlo non solo vi impedirebbe di fare un passo avanti come nel caso di Giuseppe, ma al contrario vi farebbe regredire nel matrimonio e nel cammino di fede. Perciò, non esitate a vivere pienamente l’amore nella vostra vita matrimoniale, perché è un’esperienza che porta gioia, intimità e connessione ancora più profonda tra voi e soprattutto con Dio.

Antonio e Luisa

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L’importanza di dare e di possedere il nome (anche per i bambini non nati)

Ci siamo mai fermati a pensare al nostro nome? Ci piace oppure no? Ne siamo affezionati? Lo usiamo per intero oppure ci facciamo chiamare con nomignoli o soprannomi? Abbiamo mai chiesto ai nostri genitori come e perché hanno scelto proprio quello e non un altro? Oppure siamo stati in difficoltà nel decidere come chiamare i nostri figli? Non sono domande banali. Dietro al nostro nome, al nome che possiede ciascun essere umano, c’è un mondo. È un mondo meraviglioso a cui vale la pena dare un’occhiata.

Partiamo dalla giornata di oggi, 12 settembre, in cui la Chiesa celebra la Festa del Santissimo Nome di Maria. Quanto si è scritto, detto e pregato sul nome della Santissima Madre di Gesù e Madre nostra! Un nome diffusissimo non solo in Italia dove, statistiche alla mano, lo portano ben 4.562.515 persone. Ossia il 7,5% della popolazione, tanto da farne il nome proprio femminile più utilizzato [1]. E’ un nome diffuso in tutti i Paesi del mondo, declinato secondo le varie lingue in Maryam, Mariam, Miren, Marie, Myriam, Marija, Máire ecc …

Perché il nome di Maria è così importante? Ce lo spiega bene un articolo pubblicato sul sito Holyart, di cui riporto i passaggi principali:

“La festa del Santissimo Nome di Maria ha radici antiche, risalenti almeno al XIII secolo. È stata ufficialmente introdotta nel calendario liturgico universale solo nel 1684 da papa Innocenzo XI. Questa festa, che nei secoli ha acquisito significati profondi non solo per la storia religiosa, ma anche quella politica dell’Europa, è stata istituita in risposta all’urgente bisogno di rendere omaggio alla Madonna e al suo nome, considerato un simbolo di grazia divina, speranza e protezione.

Originariamente nata in seno alla diocesi spagnola di Cuenca, dove veniva onorata il 15 settembre, la celebrazione si è diffusa per volontà di diversi pontefici ad altre diocesi spagnole. È diventata una festività universale della Chiesa Cattolica, durante il pontificato di Papa Innocenzo XI Odescalchi. Egli nel 1685 emise un decreto. Il decreto riconosceva la Festa del Santissimo nome di Maria come festa universale di tutta la Chiesa Cattolica. Esso spostava la data alla domenica all’interno dell’Ottava della Natività. Questo fu per commemorare l’alleanza. Essa fu siglata il 12 settembre del 1683 a Vienna dall’imperatore Leopoldo I d’Austria e il re di Polonia Giovanni III Sobieski. Erano uniti contro i Turchi che assediavano Vienna. […]Fu Papa Giovanni Paolo II, nella terza edizione del Messale Romano post-conciliare nel 2002, a ripristinare la festa come memoria facoltativa il 12 settembre”.[2]

I nomi di Maria o di Gesù non sono soltanto sequenze di lettere e suoni. Evocano la loro stessa natura di Cielo non appena li udiamo o li pronunciamo. La funzione del nome proprio è fondamentale nell’uomo e nella donna di tutti i tempi. È fondamentale in tutte le culture e le latitudini. Il nome ci caratterizza profondamente e fa di noi quello che siamo realmente. Io sono Fabrizia e mi sento Fabrizia, Fabrizia sono proprio io! E se anche ci sono altre bambine, ragazze o donne che si chiamano così, mi sento unica e speciale. Quando mi sento chiamare così o vedo scritto il mio nome, esso parla di me e mi identifica. Il nome mi identifica ai miei occhi – esteriori ed interiori – come a quelli degli altri.  Dare un nome significa esserci, per noi stessi e per quanti ci sono vicini. Ci dovranno chiamare e dovranno scriverci. Inoltre, avranno a che fare con noi. Per questo è basilare, e nello stesso tempo fondamentale, dare un nome ai bambini non nati; come scrivo nel mio libro, “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”[3]:

Dare un nome è un’esigenza stessa dell’uomo che, dalla notte dei tempi, ha sempre voluto chiamare le cose, gli animali, le manifestazioni della natura ed i suoi stessi simili perché nominare sottintende innanzitutto due concetti fondamentali: che qualcosa o qualcuno esistono e che potendoli definire a livello lessicale significa che li conosco, che posso farne esperienza, che sono catalogati e, per quanto riguarda le persone, sono definite in modo univoco e specifico con una parola in un certo senso “nobile” quale appunto è il nome proprio. Chiamare quella creatura, dunque, non solo la rendeva più nostra ma ci permetteva di rivolgerci a lei con sei meravigliose lettere che nessuno in famiglia aveva né avrebbe avuto: insomma, da quel momento in poi sarebbe stato Chicco, per tutti e per sempre”.

Diamo, quindi, sempre un nome a queste creaturine perché esistono e vivono nel Cuore di Dio! Chiamandole, infatti, non solo le sentiremo più nostre e più vicine. Le pregheremo di più e meglio. Faremo sapere a tutto il mondo che non solo ci sono state ma che ci sono, splendenti più che mai. E che sollievo sarà, per i genitori che hanno attraversato un aborto spontaneo, chiamare per nome quel loro figlio. Sarà come un dolce sussurro. Questo è sulla scia di quanto leggiamo nella Bibbia: “Non temere: ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43, 1).

Fabrizia Perrachon


[1] Dati disponibili al link.

[2] Articolo completo al link.

[3] Disponibile in tutte le librerie fisiche e online, sul sito della Tau Editrice e su Amazon al link

Un amore da favola? No, uno che salva!

Oggi vi condivido un articolo duro, indigesto, uno di quelli che certamente genererà tante critiche e commenti negativi. Ma io non sono sui social per raccontare un amore idealizzato fatto di farfalle e cuoricini. Non racconto un amore fatto di emozioni e pulsioni. Io cerco di interrogarmi sull’amore quello vero. Racconto quello di Dio che è incarnato da Gesù nella Sua vita terrena. In modo sublime si manifesta nella Sua Passione, morte e resurrezione. Quello è l’Amore a cui sono chiamato, siamo tutti chiamati.

Questa riflessione vuole essere la risposta a un commento che ho trovato sotto un articolo di qualche giorno fa. Una lettrice del blog ha scritto:

Gesù vuole amore, rispetto, complicità nella buona e nella cattiva sorte. Il matrimonio è una scelta come tutto il resto nella vita. Un impegno che deve essere preso da entrambi. Altrimenti diventa martirio! Gesù non ci chiama al martirio, alla mortificazione, alla malattia psichica e psichiatrica che ne deriva da una pessima relazione. Non è amore questo! Non va confuso! Un tradimento è un tradimento! Giuda si andò ad impiccare per aver tradito Gesù! Altro ché!

Quello che ha scritto questa persona è sicuramente giusto e sensato. Se uno ragiona in modo strettamente umano non fa una piega. Ora però lasciate che vi offra qualche provocazione. Qualche spunto di riflessione che credo possa essere importante. Almeno per me lo è. Io sono anni che cerco di interrogarmi su questi temi. Su cosa significhi amare, se la mia promessa sia valida solo in caso sia corrisposta.

La promessa matrimoniale.

Se crediamo che il nostro amore sia dovuto solo in caso sia corrisposto, dobbiamo avere il coraggio di rifiutare il matrimonio sacramento. Perchè la promessa matrimoniale è molto chiara. Prometto di esserti fedele sempre! Nella gioia e nel dolore. Prometto di amarti e onorarti tutti i giorni della vita. Non leggo nulla circa la reciprocità. Nulla può sciogliere la mia promessa. Noi promettiamo un amore gratuito e incondizionato.

Se non siamo convinti di questo è inutile andare in chiesa a fare una sceneggiata. Stiamo promettendo il falso. Per questo tanti matrimonio sono nulli. Papa Francesco sta martellando tanto sulla questione di nullità. Il Papa chiede essenzialmente due attenzioni. Processi più rapidi per dichiarare la nullità e una preparazione al matrimonio dei fidanzati fatta in modo più serio. Non basta qualche incontro serale per dare due nozioni. Manca la consapevolezza in tanti sposi.

Non ci sposiamo in chiesa per celebrare un matrimonio più bello e coinvolgente. Ci sposiamo in chiesa per offrire noi stessi, la nostra vita, la nostra relazione a Cristo. Perchè ne faccia cosa Sua. Perché il nostro amore possa essere immagine del Suo. Quindi, cara lettrice, sì possiamo essere chiamati anche al martirio. Lo stiamo promettendo implicitamente con la formula matrimoniale. Se non siamo disposti a questo c’è solo una cosa da fare: non sposarci sacramentalmente.

Una scelta libera!

La nostra lettrice pone l’attenzione su un fattore molto importante. L’amore non deve condurre alla malattia psichica. In questo le diamo pienamente ragione. Non a caso ci viene in aiuto ancora il rito del matrimonio. Noi promettiamo, come abbiamo visto, un amore incondizionato. Ciò è possibile, lo pronunciamo durante la promessa, solo con la grazia di Cristo. La grazia di Gesù non è una pozione magica che il giorno delle nozze inizia a scorrere nelle nostre vene e ci dona i siperpoteri. La grazia di Cristo presuppone un’apertura del cuore. Solo se coltiviamo una relazione con Gesù, personale e di coppia, saremo capaci di accogliere nel cuore lo Spirito Santo. Che altro non è che Amore. Solo nella relazione con Gesù ci sentiremo figli e figlie amati. Il matrimonio non è fatto da due poveri. Due persone che cercano l’uno nell’altro di riempirsi il serbatoio dei bisogni affettivi e sessuali. Il matrimonio è fatto da due figli di Re. Essi cercano nell’altro il modo di corrispondere a un amore che già hanno nel cuore. Nessuno potrà loro togliere questo amore. Solo così l’amore può essere autentico, incondizionato e gratuito. Altrimenti diventa solo una modalità tossica di stare insieme. Diventa dipendenza affettiva dove uno domina sull’altro.

Un amore che salva

Se saremo capaci di amare così allora il nostro amore diventa davvero sacro. Diventa davvero di Dio. L’amore di Cristo in croce ha redento il mondo intero. Così, noi potremo, nel nostro piccolo, partecipare a quella salvezza. L’ho raccontato tante volte. Se oggi sono qui a scrivere di amore dopo ventidue anni che sono sposato con Luisa è grazie all’amore gratuito di mia moglie. I primi anni di matrimonio sono andato in crisi. Troppi impegni e responsabilità. Ero diventato freddo, scostante, assente. Stavo in casa pochissimo e lasciavo spesso Luisa sola con due bimbi piccoli. Lei mi ha sempre amato senza condizioni. E’ vero avrei potuto approfittarne. Invece il suo amore gratuito mi ha commosso e mi ha spinto a maturare e a cercare di corrispondere Luisa con lo stesso amore. Sentirmi amato quando mi comportavo da stronzo mi ha sbloccato spiritualmente. Non sempre finisce bene è vero. Ci sono casi in cui ci si separa. Come nel caso di Ettore (autore in questo blog). Però il suo amore è comunque salvato e salvifico. Ettore, con la sua testimonianza e con l’offerta della sua sofferenza, sta contribuendo a rendere il nostro mondo migliore. Testimonia un amore libero da egoismo e capace di dono totale e incondizionato. E Ettore è nella pace. Perchè Ettore sa di essere figlio di Re. Sa di essere figlio amato. Non serve altro. Non è un mendicante. E’ più ricco di tanti sposi che magari stanno insieme perchè si usano a vicenda e hanno trovato un equilibrio.

Che piaccia o no, Gesù non offre un amore da favola. Dove tutto andrà sempre bene. Geù offre un amore che salva e questa salvezza, per tutti, passa da croci più o meno pesanti da portare.

Antonio e Luisa

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Il Sacramento del Matrimonio: fare della vita coniugale un canto nuziale

Sal 149 Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli. Gioisca Israele nel suo creatore, esultino nel loro re i figli di Sion. Lodino il suo nome con danze, con tamburelli e cetre gli cantino inni. Il Signore ama il suo popolo, incorona i poveri di vittoria. Esultino i fedeli nella gloria, facciano festa sui loro giacigli. Le lodi di Dio sulla loro bocca: questo è un onore per tutti i suoi fedeli.

Gli studiosi ci insegnano che i Salmi sono delle preghiere cantate. O almeno nella loro intenzione iniziale lo erano. Probabilmente, il cantore che li eseguiva era solito accompagnarsi con uno strumento musicale quale la cetra o similari.

Se dunque erano canti, che senso ha la parte iniziale: Cantate al Signore un canto nuovo?

Il cantore aveva forse esaurito la fantasia musicale? Dopo anni passati ad eseguire sempre lo stesso repertorio, sentiva la necessità di introdurre nuove composizioni? Sembra quasi che sia un invito fatto da un talent scout, al fine di scovare la nuova stella nel panorama musicale dell’epoca. O forse no?

Sicuramente la frase iniziale appare alquanto strana se si pensa al Salmo come ad una preghiera in canto. Forse il salmista intendeva un altro tipo di canto. Un cantautore cattolico ci insegnò tanti anni fa una lezione importante. Quando non riusciva a scrivere una nuova canzone, era un chiaro segno. Doveva far diventare la sua vita vissuta quel nuovo canto.

E per fare questo tipo di canto non serve aver partecipato ad alcuna accademia musicale. Non è necessario nemmeno conoscere il linguaggio musicale. Tanto meno essere intonati risulta un aiuto valido.

Cari sposi, la Chiesa ci ha consegnato una vera e propria missione col Sacramento del Matrimonio. Dobbiamo fare della nostra vita sponsale un canto nuziale di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa.

L’unico requisito richiesto è partecipare agli workshop dedicati a questo tipo di professione: la scuola dei santi. Dobbiamo imparare ad imitare le virtù dei santi. È una scuola di formazione in continuo aggiornamento. C’è sempre qualcosa da aggiustare nella nostra vita.

Come facevano i santi a crescere nell’intimità con Dio? Lo frequentavano sempre più spesso. Così anche tra noi: per crescere nell’arte di amarci a vicenda dobbiamo prima frequentare Colui che dell’amore ne è la fonte eterna. Di sicuro se andiamo alla fonte troviamo l’originale e non un amore taroccato.

Il nostro canto nuziale ha come pentagramma il consenso che ci siamo scambiati il primo giorno delle nozze, quello che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale. Ci siamo impegnati a scrivere le note del nostro canto sul pentagramma della fedeltà assoluta, dell’amarsi ed onorarsi tutti giorni della vita.

Coraggio sposi, il mondo ha bisogno di sentire questo nuovo canto nuziale perché deve assaporare la bellezza di Dio Creatore che ama gli uomini e la bellezza di Cristo che ama la Sua sposa, la Chiesa, fino alla follia della Croce.

Giorgio e Valentina.

Sono bruna, ma bella (8 puntata)

L’amata

Sono bruna, ma bella,

o figlie di Gerusalemme,

come le tende di Qedar,

come i padiglioni di Salmah.

Non stupitevi della mia pelle bruna;

è il sole che mi ha abbronzata.

I figli di mia madre si sono irritati con me:

mi hanno messo a custodia delle vigne; ma la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.

Iniziamo oggi il primo poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere le riflessioni già pubblicate. Prima caratteristica che salta all’occhio, scorrendo questo paragrafo, è il continuo richiamo alla natura. Richiami a luoghi, animali, fiori, profumi ben noti in quella comunità rurale di pastori seminomadi. Per noi è molto più difficile comprendere immagini come le tende di Qedar. A coloro i quali leggevano questi versi all’epoca in cui furono scritti, richiamavano un determinato colore, una determinata caratteristica. Noi, quindi, dobbiamo faticare un po’ di più.

Sono bruna, ma bella. La Sulamita non è perfetta. È bruna, bruciata dal sole. Non rientra nei canoni di bellezza dell’epoca. Ciò nonostante la Sulamita afferma la sua bellezza. Lei si sente bella: non state a guardare se sono scura. È stato il sole ad abbronzarmi. I miei fratelli mi guardano con sdegno. Non sono riuscita a custodire la mia vigna. Sono bella perché sono io. Non sono perfetta, ma sono stata capace di accettarmi per come sono. Ho accettato di essere io, con tutti i miei pregi, ma anche con i miei difetti. Con tutti i miei inestetismi. Con la mia pelle bruciata dal sole. Nell’amore metterò tutta me stessa. Non quello che aspiro ad essere, non quella che vorrei essere. Non mi farò distruggere dai miti di bellezza e da ciò che vorrei nascondere. Nell’amore si mette tutto. Anche quello che non piace. Perché solo così sarà possibile abbandonarmi completamente all’amore del mio sposo. Solo così sarà possibile svelarmi completamente e lasciare che il suo sguardo possa posarsi su di me. Lasciare che lui mi desideri per quella che sono. Perché solo così, nell’abbandono completo, può manifestarsi in pienezza la mia bellezza, che va oltre i miei difetti, i miei inestetismi, le mie fissazioni e le mie insicurezze. Affinché lui possa accogliermi e assaporare tutta la mia bellezza, che lui già intravede e non desidera altro che farne esperienza completamente. Donne! È un cammino che dovete fare. A volte serviranno anni, serviranno battaglie e sofferenze, ma il risultato sarà grandioso. Rischiate un’eterna competizione con le altre. Non solo, rischiate anche un’eterna competizione con il vostro ideale di donna. Con una donna perfetta che non esiste se non nella vostra testa. Liberatevi! Lasciatevi amare senza nessun velo, senza il velo della vergogna, senza il velo dell’insicurezza, senza il velo della competizione, senza il velo della paura. Riusciteci e sarà per voi un’esperienza meravigliosa. Un’esperienza che vi riaprirà davvero la porta dell’Eden. Sentirsi accolte così, completamente, è fare esperienza di un autentico amore incondizionato e disinteressato, come nelle origini.

C’è anche una seconda riflessione che possiamo fare. La vigna cosa indica? La vigna indica il corpo della donna, in particolare, le parti intime. Lei non è riuscita a custodirle. Non sappiamo cosa sia successo. Possiamo immaginarlo. Sicuramente un dramma che la Sulamita si porta dentro. Una sofferenza forte nata da qualcosa del suo passato. Non è perfetta. Non lo è nel corpo e non lo è nelle sue esperienze. Questo non le impedisce, però, di sentirsi bella. Non le impedisce di sentirsi degna del suo re. Non importa tutto il resto. Quante donne, invece, non accettano i propri limiti, le proprie imperfezioni, il proprio passato, e per questo non riescono ad aprirsi totalmente allo sposo? Troppe. Come fare, allora, a sentirsi belle? Ciò che fa sentire una donna bella è lo sguardo dell’amato. Vale per tutte. Anche per Luisa è stato così. Ha vissuto una vita sentendosi brutta e inadeguata. Fino a quando non ha alzato lo sguardo e ha incontrato quello di Cristo. Allora si è sentita per la prima volta bella. Nonostante i suoi difetti e i suoi limiti. Nonostante le sue cadute e i suoi errori. Io ho visto quella bellezza e me ne sono innamorato. Probabilmente se non avesse incontrato Cristo prima di me, non me ne sarei accorto. Ora che siamo sposi tocca a me prestare gli occhi a Cristo. Luisa può continuare a sentirsi bella e amabile, attraverso il mio sguardo, specchiandosi nei miei occhi. Lo sguardo è immediato, arriva prima di ogni altro gesto, perché è diretto, ma non per forza ravvicinato. Uno sguardo può incoraggiare ad avvicinarsi o al contrario può allontanare e far sentire la persona amata non desiderata. Lo sguardo è la prima parte di me che interagisce con l’altro e instaura un dialogo. Come non pensare alla nostra vita di coppia? Se ci si conosce profondamente e dopo anni di matrimonio di solito è così, uno sguardo dice tutto. Uno sguardo, che viene dal profondo di me stesso e che si arricchisce di tutto il vissuto carico di amore e tenerezza, mi permetterà di far sentire la mia sposa bellissima sempre e di vedere in lei una creatura che mi meraviglia ogni giorno. Questa è la bellezza del matrimonio. Questo è il miracolo del matrimonio. Perché se la mattina quando la guardi nello stato in cui si ritrova, con i capelli che sparano, le borse sotto gli occhi e l’orrendo pigiamone di flanella e, nonostante questo, ti appare bellissima, beh allora di vero miracolo si tratta. Miracolo dell’amore. Sentite quello che scrive don Oreste Benzi a proposito dello sguardo:Sentirete, guardandovi negli occhi l’un l’altra di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona. E allora, ripieni di Dio, tu sposa leggerai la tua bellezza negli occhi del tuo sposo, perché credo che una sposa non possa leggere la propria bellezza guardandosi allo specchio, ma guardandolo negli occhi del proprio marito sente tutta la propria preziosità e la propria bellezza.

La mia sposa ha bisogno di sentirsi bella e desiderata, e io con il mio sguardo posso darle questa certezza. Anche questo è amare.

Antonio e Luisa

Sordomutismo nuziale?

Cari sposi, in questi giorni siamo ancora scossi dalla notizia riguardante lo sterminio di un’intera famiglia ad opera di un suo membro. Un fatto dai contorni misteriosi, soprattutto perché avvenuto, pare, in un contesto di apparente normalità. Non ho voce in capitolo riguardo al campo della psicologia. Considero saggia la posizione di chi afferma che tale evento grida all’urgenza di saper comprendere a fondo sé stessi. È importante essere accolti e compresi, particolarmente da chi ci sta vicino.

Ma, ahimè, da decenni, almeno dall’avvento della cultura di massa, è in atto la cosiddetta “atomizzazione” della società, cioè una mentalità che, incentivando unicamente i bisogni, i vezzi e desideri dell’individuo, sta minando parallelamente ogni senso di responsabilità e di appartenenza sia sociale che familiare. Poi, il binomio Covid e iperconnessione da social ha inferto il colpo di grazia. Le nuove generazioni sono sempre più tentate di virtualizzare i rapporti. Faticano non poco ad andare a fondo nella conoscenza di sé e degli altri. Risultato? Siamo avvantaggiatissimi sulla quantità e velocità dei contenuti ma non nel riuscire di fatto a comunicare. Così, per assurdo, internet e i social non hanno generato persone integre, capaci di intessere sane relazioni ma piuttosto isole, monadi, atomi…

Come mai questo incipit di taglio piuttosto orizzontale? Perché la persona che il Vangelo mette al centro, il sordomuto, simboleggia – al di là dell’evidente patologia – proprio la persona tagliata fuori da ogni contatto sia con Dio che gli uomini. È un individuo fondamentalmente solo e chiuso a riccio a sé stesso. Questo individuo rassomiglia a quei personaggi che stanno caratterizzando sempre più le nostre città, quartieri e di conseguenza famiglie.

La malattia con cui fa i conti oggi Gesù è forse la più perniciosa e dannosa della vasta gamma che ha avuto dinanzi. Un ostacolo insormontabile per quell’epoca. Non esisteva la scrittura Braille né il linguaggio Lis. Questo cozza contro la vocazione dell’uomo di sentirsi amato per poi amare. Offende in pieno la chiamata alla comunione con Dio e con il prossimo.

Pertanto, in quest’epoca di analfabeti emotivi, di sensorialmente anestetizzati di quanto il Signore ci dice ogni giorno, di inesperti nell’uscire dal proprio guscio per cogliere la bellezza delle nostre vite e del mondo, accade paradossalmente che vi possano essere sordomuti anche tra i coniugi. Questo accade esattamente là dove si vive la massima relazione umana, quella che tocca ogni ambito vitale. È un dato di fatto che affetta anche gli sposi cristiani e che scuote la loro coscienza fino in fondo.

Ebbene sì, vi sono coniugi affetti da mutismo. Hanno atrofizzato la capacità di donare all’altro le proprie emozioni, vissuti e inquietudini più profonde. Vi sono anche sposi sordi che non sanno più ascoltare. Non riescono più a entrare in contatto profondo con l’io del proprio consorte. Essere sordomuti nel fondo è sinonimo di incomprensione profonda. Spesso anche gli sposi cristiani patiscono questo, sebbene ci sia innamoramento e ci si doni il proprio corpo.

Come fare perché un uomo e una donna che si sono promessi fedeltà ed hanno accolto la chiamata a donarsi per tutta la vita non piombino in un tale isolamento mortale? Questo isolamento è capace di desertificare e impoverire tutte le altre relazioni.

Il comportamento di Gesù con il sordomuto è assai istruente. Per prima cosa lo prende in disparte, cioè lo fa rientrare in sé stesso. È la via per cui sono passate tante conversioni… S. Paolo, S. Ignazio, S. Agostino… bisogna perciò allontanarsi dal rumore e caos circostanti per fare silenzio e poter connettere con il nostro io. A quel punto, in un contesto di tranquillità, Gesù può agire. Così opera una cosa significativa. Riattiva tutti i 5 sensi. Compie un’azione simile a quella di Dio Padre nella Creazione di Adamo quando impastò l’argilla e vi insufflò lo Spirito. In altre parole, Gesù lo fa “rinascere dall’Alto”. Bisogna quindi lasciarsi convertire da Gesù nello Spirito. Fatti condurre da Lui al Padre. Così ci accorgeremo che siamo anzitutto figli amati. Siamo anche capaci di riamare.

In particolar modo è lo Spirito che dà la stoccata finale. È lo Spirito che spezza l’isolamento. Abbatte quel muro invisibile tra il sordomuto e il resto del mondo. Lo rimette in piena comunione con Dio e i suoi fratelli. Non per nulla, proprio a Pentecoste, è il Paraclito che dona agli apostoli la capacità di parlare lingue completamente diverse dall’aramaico. Lo fa pur di annunciare che Cristo è risorto. Ed è il medesimo Spirito che finalmente apre, schiude e mette in contatto profondo le menti e i cuori degli sposi.

Ogni persona ma anche ogni coppia, oggi più che mai, è a rischio di incomunicabilità e atomizzazione. Il pericolo di retrocedere da coppia, cioè da unità sacramentale, da “una sola carne”, ad aggregato, ad accostamento di due individui, a cooperativa educativa a favore dei figli, a singles sotto uno stesso tetto costituisce una drammatica spada di Damocle, perennemente sospesa sulle vostre teste.

Cari sposi, quanta consolazione e speranza ci offre lo Sposo con questo vangelo! Ci sta dimostrando di essere pienamente in grado di spalancare i nostri cuori. Anche quelli più induriti. Ci restituirà la bellezza di una relazione matrimoniale piena, sotto tutti i punti di vista. Lasciamoci condurre dal Signore e lasciamolo libero di realizzare in noi la sua opera di apertura e liberazione.

ANTONIO E LUISA

Vi raccontiamo il nostro modo personale per non diventare sordi e muti l’uno con l’altra. Una cosa molto semplice. Una volta a settimana andiamo a fare colazione insieme. Solo noi. Come ha scritto padre Luca, ci mettiamo in disparte, lontani dai rumori e dalla confusione. Lontani dalle distrazioni e ci apriamo. Non è sempre piacevole ma è necessario. Giusto qualche giorno fa ci siamo raccontati delle difficoltà e delle sofferenze ma è importante fare anche questo. È importante non solo raccontarsi la bellezza di stare insieme. Bisogna anche raccontarsi la difficoltà per evitare che crei distanza e, alla lunga, rancore.

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Pinocchio diventa un ciuchino. Il matrimonio secondo Pinocchio /37

Cap XXXII A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.

Questo capitolo affronta la famosa trasformazione del burattino in asino e l’autore lo fa sempre con ironia sottile ma anche con tanta verità.

Si potrebbe scrivere a lungo sull’imbestiamento che si attua seguendo la via del male. Inoltre, si può parlare del fatto che l’uomo si trasnaturi e si degradi. Il diavolo dapprima ci attira con le sue lusinghe salvo poi presentare il conto al momento opportuno. Questi sono tutti argomenti seri. Aiutano a vedere il dramma dell’uomo che fa un uso improprio del libero arbitrio di cui è padrone.

Si potrebbe anche riflettere a lungo sul fatto che il Padre non intervenga. Il Padre rispetta sempre le nostre scelte, quand’anche queste si rivelino cattive scelte o addirittura contro di Lui. Se così non facesse, obbligandoci sulla via del Bene, noi saremmo ridotti a guisa di burattino… manco a farlo apposta.

Di questo capitolo abbiamo scelto un particolare. Il Nostro dapprima si vergogna della propria nuova situazione. Tuttavia, poi… il Collodi descrive così le due scene:

Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e la disperazione del povero Pinocchio!

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutti e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguiataggini finirono col dare in una bella risata.

Quella sopra descritta è un’esperienza che abbiamo fatto tutti. L’iniziale rimorso è seguito dal tentativo di soffocarlo con una bugia. Quando combiniamo qualche guaio, cioè quando pecchiamo, inizialmente la coscienza fa sentire la propria voce per richiamarci al pentimento. Se non seguiamo il suo consiglio circa il pentimento, parte il meccanismo di autodifesa. Questo meccanismo ci porta ad auto-assolverci cercando di sminuire la gravità del gesto (parola/pensiero/omissione) che abbiamo compiuto.

Siccome la voce della coscienza è dura da sopportare, è una violenza su noi stessi riconoscere le nostre responsabilità, allora si avvia questo meccanismo perverso.

Ma quando il male ha preso ormai dimora in noi, avviene anche un peggioramento. Se già non fosse abbastanza grave, il peggioramento comporta la necessità di essere confermati nella nostra scelta malvagia. Abbiamo bisogno di un connivente che se la rida come noi. Facendosi beffe della legge di Dio.

Ecco che accade così per il nostro sventurato burattino. Egli ha bisogno di Lucignolo. Lucignolo avverte il bisogno di condividere con Pinocchio la propria disgrazia. Il rimorso è troppo forte da sostenere da solo. Perciò, avvertiamo il bisogno di “un’associazione a delinquere” per sentirci meno a disagio con noi stessi.

Cari sposi, quando avvertiamo che in noi stessi, o nel nostro coniuge o nella nostra coppia, stanno accadendo questi passaggi, dobbiamo correre subito ai ripari. Coraggio, il primo passo è quello di non stupirsi se insieme, o solo noi stessi o solo il nostro coniuge, siamo caduti in qualche peccato più o meno grosso. Dovremmo invece stupirci del fatto che non vogliamo uscirne.

Ma il Buon Samaritano Gesù è sempre pronto a raccattarci dalla strada malconci come siamo per curarci e farci diventare il più bello spettacolo dopo il Big Bang.

Giorgio e Valentina.