Siamo pronti?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome.
Questo vi darà occasione di render testimonianza.
Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;
io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;
sarete odiati da tutti per causa del mio nome.
Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.
Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime».

Questo Vangelo mi mette tanta paura. Non sono sicuro di essere pronto. Stiamo costruendo una società dove il desiderio diventa legge e dove la percezione individuale diventa reato. Un mondo dove lo stato entra pesantemente nella vita delle famiglie. Uno stato che vuole educare e omologare la testa dei nostri ragazzi. Esperti di affettività, sessualità, bullismo, cyberbullismo, educazione civica e alimentazione. Questo per citare quelli di cui ho avuto esperienza diretta nelle scuole frequentate dai miei figli. Tutte ottime iniziative all’apparenza. C’è però un grosso limite a tutto questo. Lo stato diventa educatore dei nostri figli e noi lo lasciamo fare perchè ci fa comodo così. Meno impegno per noi. Sarà per il lavoro, il poco tempo che possiamo spendere con i nostri ragazzi, le famiglie distrutte e tante altre motivazioni personali e sociali. Resta il fatto che la famiglia non è più il primo attore nella crescita morale e umana delle nuove generazioni. Prendiamo ad esempio l’educazione sessuale. In Inghilterra, dove è inserita da tempo come proposta curriculare, c’è un peggioramento netto nelle gravidanze di adolescenti. Vengono fornite informazioni di profilassi igienica, ma manca una vera sostanza. Manca l’esempio di papà e mamma che mostrano come in un rapporto fedele e casto si possa essere felici e vivere un amore che riempie e dona autenticità alla vita e che sanno rendere conto ai figli di questa bellezza.

Ho apprezzato molto, invece, una serie di incontri organizzati dal consultorio diocesano della mia città, dove la formazione era rivolta ai genitori. Così ha senso. Preparare i genitori perchè possano svolgere al meglio il loro compito, con competenza e preparazione. Vi lascio in fondo la trascrizione degli incontri. Molto interessanti.

Dobbiamo essere pronti a scontrarci con questa società quando i suoi insegnamenti contrastano con i nostri valori. Educazione su  orientamento, genere, religione, rispetto, libertà e tutte le altre componenti della profondità morale e costitutiva della persona umana spettano principalmente a noi genitori. Non dimentichiamolo. Dobbiamo essere pronti alla resistenza e alla disobbedienza se necessario. Io lo sono? Non ne sono sicuro, ma chiedo a Dio continuamente la forza di poter portare a termine il compito educativo che lui stesso mi ha assegnato facendomi genitore.

Termino con le parole di Papa Francesco durante l’udienza del 20 maggio 2015:

Intellettuali “critici” di ogni genere hanno zittito i genitori in mille modi, per difendere le giovani generazioni dai danni – veri o presunti – dell’educazione familiare. La famiglia è stata accusata, tra l’altro, di autoritarismo, di favoritismo, di conformismo, di repressione affettiva che genera conflitti.

Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto; e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca. I sintomi sono molti. Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti. A volte ci sono tensioni e sfiducia reciproca; e le conseguenze naturalmente ricadono sui figli. D’altro canto, si sono moltiplicati i cosiddetti “esperti”, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli “esperti” sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: “Tu non puoi correggere il figlio”. Tendono ad affidarli sempre più agli “esperti”, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo!

Meditiamo e ricordiamoci che non solo abbiamo diritto ad educare i nostri figli, ma ne siamo anche responsabili davanti a Dio.

Cliccate qui per scaricare il materiale degli incontri svolti al consultorio.

Antonio e Luisa

 

Annunci

Il figlio: il nostro amore che diventa carne.

Avete notato cosa succede quando i nostri figli piccoli vedono noi genitori che ci vogliamo bene? E’ qualcosa di facilmente verificabile. I bambini quando vedono mamma e papà che si abbracciano e che si baciano sono felici. Non solo, spesso si avvicinano, perchè vogliono entrare in quell’abbraccio, farne parte e farsi coccolare in quel luogo sacro che è lo spazio contenuto nell’abbraccio, in cui l’amore si manifesta e si rende visibile, in cui l’unione dei cuori di papà e mamma e chiaramente percepibile, ancor di più dallo spirito puro di un bambino. I nostri figli hanno bisogno di vedere il nostro amore reciproco perchè loro sono frutto di quell’amore, e finchè quell’amore c’è ed è buono e da gioia, anche loro si sentono sicuri, sentono di essere desiderati ed amati. I bambini sono l’amore degli sposi che diventa carne. Sono il frutto di quella relazione d’amore e di quel vincolo sponsale. I bambini si nutrono dell’amore di papà e mamma. Questo è il motivo che rende il lettone di papà e mamma tanto ambito ai bambini, non vedono l’ora di entrarci (mi raccomando lasciateli fuori). Perchè quello è il luogo dell’unità dove papà e mamma sono uno e loro lo sanno e vogliono farne parte, si sentono sicuri e protetti. Fateci caso, si mettono sempre al centro, come a volersi abbandonare a quell’amore e a quel calore che percepisce nel bene che papà e mamma si vogliono.

Cosa succede quando la relazione dei genitori si rompe? I bambini si sentono persi e vedono crollare le loro sicurezze e il loro mondo,  perchè l’amore che li ha generati non è più una cosa buona. Di seguito una lettera molto bella dove un figlio scrive ai genitori divorziati. Da meditare.

Cari mamma e papà so che state soffrendo, sto soffrendo anche io.

Mi sento coinvolto nelle vostre attenzioni, paure e shock.

Anche se sono giovane e non riesco a parlare di quello che succede nelle vostre vite, ne risento ugualmente. Il mio cuore si spezza tutte le volte che devo rinunciare a stare con uno di voi. Ho perso la mia sicurezza.

Non date per scontato che io sia forte, non date per scontato che la mia vita sarà esattamente come prima, che continuerò a sentirmi ugualmente amato da entrambi. Sono un essere umano come voi, i miei bisogni sono come i vostri. Ho bisogno di amore, attenzione, cura, stabilità, coerenza, affetto, comprensione, pazienza e soprattutto di sentirmi desiderato.

Quando litigate su di me, o mi mettete al centro delle vostre discussioni, mi comunicate il messaggio che vincere sull’altro sia più importante della mia vita. Imparo da voi che aver ragione è più importante di amare ed essere amato. Imparo da voi che sono venuto da una persona che era poco amabile e sbagliata, e che, in qualche modo, sono sbagliato anche io.

Quando confidate le vostre ferite al mio cuore, avete accumulato un dolore per adulti derubandomi la mia fanciullezza, mi state portando via la mia convinzione che l’amore sia incondizionato e lo sostituite con il messaggio che devo diventare duro, di non amare perchè sarò ferito e non sarò capace di ristabilirmi.

Potreste non essere in grado di capirlo oggi, e io sono così piccolo che non state pensando al mio futuro, ma mi mettete a maggior rischio di divorziare anche io da grande, sempre decida di sposarmi.

A volte metterete a rischio la mia sicurezza per riempire un vuoto nei vostri cuori. La mia sicurezza è compito vostro. Senza di voi e la vostra protezione sono come un mollusco senza guscio nel mondo. Questo si manifesterà in paure irrazionali, perchè resterò in uno stato di lotta e fuga per il resto della mia vita.

Un giorno questo iniziale shock lo avrò dimenticato, ma come sceglierete di attraversare questa crisi come miei genitori non lo dimenticherò mai. Io potrò sentire la vostra assenza egoistica o il vostro sostegno e protezione, oppure avrò una ciccatrice sul cuore con una scritta: “Le cose belle capitano alle brave persone, devo essere cattivo”.

Pensierosamente

Il figlio del divorzio

Antonio e Luisa

Pensieri e gesti

Non vorrei risultare scontato e banale, ma in questi giorni mi sono trovato a riflettere su quanto tempo passiamo “fuori” casa, su quanto ci spendiamo nel mondo, poi una volta rientrati mettiamo i motori al minimo e perdiamo di vista le relazioni più importanti, che lasciamo avanzare quasi per inerzia, cioè quelle col coniuge e con i figli.

Ci si saluta in fretta prima di uscire la mattina, per poi rivedersi la sera, con i figli che ti assalgono e devi prenotare il turno per parlare con tua moglie, specialmente i miei pargoli che in questo periodo la vedono poco, ci si attaccano con voracità e tu tenti invano di preservarla. Poi una volta messi a letto i bimbi, si crolla entrambi o ci si assenta difronte ad un libro o ad uno smartphone.

Con i figli, all’improvviso ci troviamo davanti adolescenti che ci sfidano (non è ancora il mio caso, ma sento tanti racconti), i quali stentiamo a riconoscere.

Credo che il danno più grande lo abbia fatto la rivoluzione femminista, lo dico senza remore, perché ha portato fuori di casa la moglie e la madre, che deve dividersi tra lavoro, casa e figli senza avere il modo di spendersi a fondo per la famiglia, con gioia. Indubbiamente c’è anche chi trova un discreto equilibrio e riesce a destreggiarsi tra gli allenamenti e la cena, ma comunque questa società iper produttiva riesce a far sentire in colpa chi fatica a trovare un equilibrio tra famiglia, casa e lavoro. Personalmente stento a credere che la maggior parte delle donne non abbia il desiderio di occuparsi in pieno dei figli e della casa, questo posso affermarlo per esperienza diretta, molte mie colleghe manifestano spesso questa esigenza. Io sostengo che quello che fa la donna in casa ha un valore inestimabile, non parlo solo di faccende domestiche, ma della serenità e della vita che può generare ogni giorno quando è messa nelle condizioni ottimali per farlo.

Quale può essere la chiave per far fronte a questa routine veloce che sembra trascinarci via? Innanzitutto penso che si possa tirare un bel sospiro la domenica a Messa, perché rinnoviamo la nostra fiducia in Colui che guida la nostra vita. Dal nostro canto possiamo sforzarci a fare dei “piccoli passi possibili”, come diceva Chiara Corbella. Per me questi piccoli passi sono dei piccoli gesti che fanno sentire il coniuge amato, piccoli segni che corrispondano al suo linguaggio, per essere tramite dell’amore di Dio. Credo sia fondamentale anche ritagliarsi degli spazi da vivere come coppia, una mia amica, dopo aver passato una sera a cena con il proprio marito dopo tanto tempo, mi ha detto: “ho ritrovato mio marito, abbiamo riso e passato una bella serata”. Anche una semplice cena può aiutare a ri-guardare l’altro, a guardarlo di nuovo con quegli occhi che desiderano vedere il bello, per poter ripartire nella vita di tutti i giorni, senza dare per scontato chi ci sta vicino.

Amarsi per mostrare Dio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?».

Il vangelo di lunedì dovremmo fissarlo nella nostra testa come mappa, bussola e orizzonte per la nostra vita insieme, per il nostro amore sponsale. In quattro righe c’è tutta la nostra vocazione all’amore, la nostra via per la felicità e la pienezza in questo mondo, nonchè,  la via per incontrare Cristo nella vita eterna.

«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama». Gesù non è una persona che si vendica o che fa ripicche e dispetti come i bambini, e come tante volte facciamo anche noi adulti. Gesù non è questo genere di persona. Cosa significa quella frase allora? Semplicemente che i comandamenti di Dio sono un libretto d’istruzioni per imparare ad amarLo, e imparare quindi, ad amare il  fratello che ci è accanto. Solo se amerò mia moglie, mio marito, i miei figli più di quanto ami me stesso sarò capace di aprirmi all’amore di Dio. Il nostro amare Dio è infatti rispondere a un amore gratuito, incondizionato e che ha già trovato compimento nella passione, morte e resurrezione di Gesù. Non solo, Giuda (quello buono) pone una domanda decisiva a Gesù. Chiede: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 

Gesù è incredibile nella sua risposta. Afferma che ha bisogno di noi per manifestarsi al mondo. Si è mostrato a noi, ci ha fatto assaporare il  balsamo del suo amore e del suo perdono, attraverso le persone che abbiamo incontrato, perchè a nostra volta potessimo diventare suo strumento di Grazia, di amore e di perdono. Il circolo dell’amore. Che bello quando le famiglie con tutte le loro difficoltà, miserie, urla, nervosismi, stress, cose da fare e impegni da mantenere riescono ad essere strumento nelle mani di Dio. Noi che nella nostra famiglia a volte, anzi spesso, ci sentiamo in debito di ossigeno e di misericordia e ci sembra di essere pazzi che conducono una vita da pazzi, anche noi, a volte probabilmente siamo quello strumento nelle mani di Dio,  e la prova ce l’ha data la nostra bambina. Ha fatto un disegno dove doveva rappresentare il paradiso e ha disegnato una famiglia che si teneva per mano. Si perchè, ci ha poi detto, il paradiso è come una famiglia unita che si vuole bene e dove ci si aiuta gli uni con gli altri. Non serve tanta teologia per spiegare il paradiso, a volte, basta il disegno di un bimbo.

Antonio e Luisa

Riconsegnarli al Padre

Domenica scorsa ho vissuto la cresima di mio figlio Tommaso e domani vivrò la comunione di mio figlio Francesco. Mi rendo conto del significato di questi due sacramenti? Mi rendo conto della Grazia che entrerà nel cuore dei miei ragazzi? E’ importante fermarsi e pensare ogni tanto all’importanza di tutto questo. Pensare a quanto io sia capace di riconoscere la presenza di Dio nella mia famiglia, e quanto invece, senta il carico e il peso di tutto sulle mie spalle. Questi momenti sono speciali anche per noi genitori. E’ un momento in cui riconsegnamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine non siamo noi, la loro felicità non dipende da quanto sapremo dargli , dalla formazione scolastica, dalla cultura sportiva e tutte le belle cose che cerchiamo di insegnare ai nostri figli. Tutte cose bellissime e importanti ma che acquistano il loro reale valore  quando lette alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro l’amore di Dio e favorire la loro crescita in una fede consapevole potremo dire di essere riusciti a dare loro gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutini perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. La comunione e la cresima dei nostri figli sono momenti bellissimi in cui riconoscendo che non siamo noi l’origine (pur non facendo mancare il nostro impegno), li affidiamo a Lui che tutto può e tutto sa.  Possiamo così mettere ai piedi della croce tutte le insicurezze, le paure, il peso di un futuro che ci appare incerto e difficile. Possiamo mettere anche tutte le nostre inadeguatezze, fragilità ed errori che commettiamo nei confronti dei nostri ragazzi. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda a un orizzonte eterno e a un amore infinito.

Antonio e Luisa

Tutto quello che non sapete sulla “pillola dei 5 giorni dopo”

pubblicato su La Croce Quotidiano il 29/3/2017 e sul sito www.montedivenere.org  

scritto da Maria Dolores Agostini (moglie e mamma e insegnante di metodo Billings)

 

Pillola e aborto sono due termini che solitamente vengono separati. Invece io li unisco, li metto vicini vicini.

Avete diritto ad una spiegazione: tendenzialmente la classica pillola estro-progestinica viene considerata un contraccettivo ma, ve la butto là così, la verità nuda e cruda, Di Pietro e Minacori dai loro studi approfonditi hanno dedotto che si verificano 1,55 fecondazioni ogni 200 cicli di assunzione della pillola e questi embrioni vengono, di solito, eliminati senza che la donna ne sappia nulla.

Ma andiamo per ordine, la classica pillolina, quella che ci propinano travestita d’innocenza, assunta quotidianamente, agisce su più livelli: uno, blocca l’ovulazione; due, modifica la motilità tubarica; tre, atrofizza l’endometrio; quattro, modifica le caratteristiche del muco cervicale.

Voglio parlare a tutti, anche a chi è inesperto, così vi dico semplicemente che quando la pillola provoca il blocco dell’ovulazione allora si comporterà da contraccettivo, e così pure quando, modificando il muco, si impedisce la risalita degli spermatozoi all’interno del corpo della donna e la capacitazione degli stessi; sempre di contraccezione si parla se la pillola agisce rallentando la discesa dell’ovulo che quindi non verrà raggiunto dagli spermatozoi ma… se ad esempio il movimento della tuba viene accelerato, allora la fecondazione avviene e l’embrione, che solitamente necessita di circa cinque giorni per raggiungere l’utero dove annidarsi, arriva troppo presto in utero e viene quindi espulso perché l’utero non è recettivo, non è pronto. Piccola parentesi: proprio per questo meccanismo di non recettività dell’utero in anticipo, è quello che rende scadente la fecondazione artificiale, in cui si immette l’embrione in utero dopo 72 ore, altrimenti in vitro crescerebbe troppo e, non tenendo conto dell’implantation window, attecchisce in un 20% dei casi per errore.

Ma torniamo a noi, c’è un ultimo livello da analizzare, il discorso atrofizzazione dell’endometrio: altro meccanismo abortivo della classica pillola: se avviene una fecondazione imprevista visto che il corpo non è una macchina e visto che essendo ognuno diverso dall’altro quello che funziona per te potrebbe essere imperfetto per me, niente paura il piccolo embrione che arriverà in utero al quinto giorno, tempo giusto giusto per attecchire in utero, non lo farà e verrà abortito perché il nutrimento costituito dall’endometrio è, come dire, “secco”, senza che la mamma sappia di essere “mamma”, seppur per poco, circa una settimana. Giudicate dunque voi: l’effetto non è solo contracettivo, bensì intercettivo e abortivo. Procediamo nell’analisi pillola-aborto: la minipillola, solo progestinica, ha un effetto abortivo ancora più marcato.

Quindi la letteratura scientifica sull’azione dei contraccettivi ormonali è incentrata sugli effetti collaterali, sulla valutazione dell’inibizione dell’ovulazione e sull’incidenza di gravidanze, quando sarebbe opportuno la valutare i marcatori precoci della gravidanza.

In altre parole la notizia bomba che annunciavo in apertura è che una donna che utilizza la pillola estroprogestinica, deve aspettarsi di distruggere un embrione ogni 10 anni d’uso!

Veniamo alla così (mal) denominata contraccezione di emergenza, “mal” perché trae in inganno: qui non siamo quasi mai di fronte a meccanismi di natura contraccettiva, quanto preminentemente di tipo abortivo. Guardandoci indietro vediamo questo: prima della legge, si davano 4,5 pillole classiche al giorno, per 4 giorni e si otteneva l’effetto che oggi abbiamo con una pillola del giorno dopo, che si trova in commercio ora: quindi oggi è come prendere 400 pillole di 20 anni fa! Per non parlare del fatto che le giovani poco informate andavano dalla guardia medica il sabato sera a farsela prescrivere e poi magari ci riandavano anche il mercoledì successivo, tanto la guardia medica di turno era un’altra. Così si rovinano le ragazze, a suon di botte ormonali.

La pillola dei cinque giorni dopo che vogliono svenderci come contraccettivo, contiene la stessa molecola della RU486 in diverso dosaggio, compete con il progesterone che invece lotta per portare avanti la gravidanza. La Brache ha fatto un articolo contraddittorio: se si assume in un certo particolare momento del ciclo, può spostare l’ovulazione, rimandare lo scoppio del follicolo e la fuoriuscita dell’ovulo che quindi teoricamente potrà evitare la fecondazione giocando sul tempo di sopravvivenza degli spermatozoi.

Altrimenti ferma lo sviluppo dell’endometrio e siamo da capo a piedi. Gli studi fatti, se si va a leggere tra le righe, senza fermarsi alle belle ridondanti percentuali dell’abstract, sono pochi, pochissimi, solo su 35 donne! Azzeccare il minuto giusto in cui il meccanismo d’azione sarebbe contraccettivo credo che sia così improbabile da rendere meno inopportuno sperare di andare tutti sulla luna per un caffè a capodanno 2018.

Quindi care signore che intendete prendere la pillola dei cinque giorni dopo o vi rassegnate ad abortire seduta stante, o decidete di avere un rapporto completo non protetto proprio mentre siete attaccate alle macchine del monitoraggio per indovinare il momento perfetto per prendere la pillola dei 5 giorni dopo con effetto contraccettivo, o pensate di passare alla RU486 tanto siamo là, ma attente a non farvi infinocchiare: perché insomma qua si “gioca” a mirare chi deve morire, e il clostridium sordelli, se non lo sapete è un batterio che uccide chi la assume, ne sanno qualcosa le donne nei paesi in cui i morti non vengono censiti.

Famiglia ritrova la tua ricchezza!

Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d’amore che il Verbo di Dio fa all’umanità assumendo la natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa. In questo sacrificio si svela interamente quel disegno che Dio ha impresso nell’umanità dell’uomo e della donna, fin dalla loro creazione (cfr. Ef 5,32s); il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo. Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce.

Questo è un passaggio di Familiaris Consortio, in particolare il punto 13. Mi piace leggere e approfondire questo documento della Chiesa. In Familiaris Consortio, come in uno splendido dipinto, San Giovanni Paolo II rappresenta mirabilmente la bellezza e grandezza del sacramento del matrimonio. Tutto il documento è interessante ma vi sono alcuni pensieri che sono di un fascino meraviglioso.  In queste 10 righe che ho deciso di condividere c’è racchiusa la sostanza del matrimonio. C’è la conferma che il matrimonio è così grande ma anche così sconosciuto. Quanti leggendo queste righe ne capiscano il senso? Quanti hanno davvero letto questo documento e queste righe? Penso molto pochi. Giovanni Paolo II non nega che il matrimonio sia in crisi, che la persona umana come tale sia smarrita. Nel suo tempo e ancor di più nel nostro. Divisioni, egoismo, incapacità, corruzione del corpo e dello spirito sono un carico pesante ma che appare sempre più normale e quasi naturale. I matrimoni felici che durano sono una realtà per pochi, per quei pochi che sono fortunati e riescono a trovare un’alchimia che permette loro di mantenere in equilibrio la loro relazione. Giovanni Paolo II dice, anzi scrive, perchè resti indelebile, che non è così. Che il matrimonio è un dono di Dio immenso.  C’è proprio scritto, leggetelo e rileggetelo, che la rivelazione del matrimonio più vera e il sacrificio di Cristo per tutti noi,  per la sua Chiesa. Un amore così grande da morire per far vivere l’amato, prendere su di sè tutto il male per liberare l’amato. San Giovanni Paolo II ci dice che noi siamo fatti per amare così. Il matrimonio ci abilità ad amare così. Perchè Gesù prima con il battesimo e poi con il matrimonio ci lava dal peccato originale. Il peccato originale è come un virus informatico. Un virus che sconvolge tutto l’ordine dei dati del nostro pc. Il nostro pc non fa più ciò per cui è stato progettato e prodotto ma fa ciò che il virus gli dice. Gli crea un disordine, o meglio un nuovo ordine. Così il male agisce in noi. Gesù è il nostro antivirus che riporta l’ordine originario, rimette insieme i pezzi, i file e corregge gli errori. E così noi torniamo capaci di fare ciò per cui siamo stati creati, per amare in verità, totalità e indissolubilità. Ciò non toglie la fatica, gli errori, le cadute ma Karol ci rassicura. Non temete lo Spirito Santo se troverà in voi cuori aperti non vi farà mancare il sostegno per rialzarvi e per ricominciare.

Gli sposi cristiani sono come un ricco avaro. Hanno ricchezze in abbondanza ma vivono come straccioni. Spesso non sanno neppure di essere ricchi e si accontentano delle briciole vivendo una relazione spenta e triste. Dio non vuole questo. Dio ci ha dato tutto per essere risplendenti di Lui e della Sua Grazia.

Antonio e Luisa

Ho conservato la fede(ltà).

Addio all’obbligo di fedeltà nel matrimonio. È quanto prevede il disegno di legge presentato nel febbraio scorso al Senato e ora assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo – spiega il sito di informazione legale ‘Studio Cataldi’ – consta di un solo articolo in grado di rivoluzionare però l’intero istituto del matrimonio. Nello specifico, tale articolo mira a modificare l’art. 143, comma secondo, del codice civile in materia di soppressione dell’obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi.

Obbligo che, a detta dei firmatari, sarebbe “il retaggio culturale di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi”.

(dal Messaggero del 15/12/2016)

La fedeltà. E’ davvero un concetto medioevale? E’ davvero qualcosa di cui possiamo fare a meno? Per me la fedeltà non è un obbligo. La fedeltà è sentirmi uomo. La fedeltà è dignità. La fedeltà è mantenere la parola. La fedeltà è non tradire. La fedeltà è dare il meglio. La fedeltà è non accontentarsi. La fedeltà è vincere le pulsioni. La fedeltà è amare a prescindere. Amare la mia sposa perché è lei, e non perché mi sta dando qualcosa. La fedeltà mi avvicina a Dio. La fedeltà è fondamenta dell’amore. La fedeltà mi fa sentire forte. La fedeltà è la casa dei miei bambini. La fedeltà non mi fa vergognare davanti a Dio. La fedeltà è luce per me, per la mia famiglia e per il mondo. La fedeltà fa il matrimonio. Io voglio un amore fedele. E’ il mio cuore a chiederlo perché solo in un amore così posso trovare nutrimento. Una relazione che non pretende la fedeltà non mi interessa, non vale niente. Una relazione senza fedeltà è disimpegno, è egoismo, è ipocrisia, promettendo l’amore vuole solo usare. Per questo ho voluto fortemente il sacramento del matrimonio. Perché è qualcosa di grande, di difficile, che a volta spaventa ma che davvero vale la pena. Un matrimonio senza fedeltà è una bugia. Un matrimonio senza fedeltà non fa per me. Cari deputati e cari senatori, io non voglio accontentarmi della povertà che mi offrite. Io sono più di ciò che voi volete farmi credere. Io sono capace di mantenere la mia promessa e mi impegnerò ogni giorno per renderlo possibile. Il vostro matrimonio potete ternervelo, io voglio il massimo, io voglio Dio. Io voglio arrivare alla fine dei miei giorni, guardare mia moglie, sorriderle e dirle come disse San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede(ltà).“.

Antonio e Luisa

Gesù viene ad abitare il nostro amore

L’Avvento. L’Avvento è tempo di attesa e di preparazione. Si attende l’amore e la vita che viene ad abitare la nostra storia. L’Avvento è tempo per noi di fermarci un attimo a pensare, pensare a quando la nostra vita era in attesa. In attesa di trovare il senso nella vocazione al matrimonio. In attesa di incontrare quella donna o quell’uomo con cui costruire la nostra famiglia e la nostra via verso la pienezza dell’amore nell’abbraccio di Cristo. Un’attesa che non è stata passiva, ma un’attesa che ci ha permesso di prepararci all’incontro con l’altro/a. Incontro che è diventato relazione. Relazione che è diventata sacramento. Sacramento che è culla di Gesù. Percvhé nel matrimonio Gesù prende dimora nel nostro amore e ne diviene custode e garante. L’Avvento è un tempo privilegiato per fermarsi, bisogna trovare il tempo di fermarsi, e per contemplare. Per contemplare le meraviglie che Gesù ha compiuto in noi e nel nostro matrimonio. Gesù che nasce ogni giorno nella nostra relazione, ogni mattina che, appena aperti gli occhi al giorno, ci scegliamo nuovamente. La nostra nostra promessa diventa nuovamente culla come il giorno delle nozze. Non preoccupiamoci se ciò che possiamo offrire non è che miseria e povertà. Gesù è nato in una mangiatoia ma ne ha fatto dimora di Re. Così può essere il nostro matrimonio. Prepariamo la culla al Bambinello con la nostra fedele volontà e lui farà della nostra miseria la sua casa, ne farà qualcosa di prezioso ed unico, ne farà un amore trasparente, attraverso di noi si vedrà Lui.

Antonio e Luisa

Offerta e offerenti.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia come abbiamo visto già in diverse occasioni sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto,  tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

Due Papi, due lettere, lo stesso Spirito.

Sento spesso contrapporre il magistero di Papa Francesco a quello di Benedetto XVI e ancor più marcatamente con quello di San Giovanni Paolo II. Basta! Non è giusto, La Chiesa non è riducibile a un uomo per quanto santo possa essere. Il cammino della Chiesa in questo nostro mondo è guidato dallo Spirito Santo che riesce nonostante le nostre tante miserie a sostenerla. Chiesa sposa di Cristo. Ho sentito ultimamente Mons Paglia affermare che Amoris Laetitia sostituisce Familiaris Consortio. Nulla di più sbagliato. Amoris Laetitia integra Familiaris Consortio, la arricchisce e la rende attuale. Non si può capire Amoris Laetitia se non la si legge alla luce di Familiaris Consortio e se non si è compreso quanto Giovanni Paolo II ci ha sapientemente insegnato con la sua lettera apostolica del 1981. San Giovanni Paolo II non ha soltanto spiegato la dottrina della Chiesa in modo chiaro e netto ma ha approfondito le verità più profonde dell’essere umano, della sessualità e del matrimonio.

Quanto scritto da Giovanni Paolo non può passare come dice Paglia, semplicemente perchè la verità non passa mai, la verità è vera sempre, l’uomo è sempre lo stesso, cambiano le società, le relazioni, le abitudini e gli usi ma l’uomo anela sempre a una relazione unica indissolubile e feconda. Questo ci insegna Giovanni Paolo II in tutto il suo magistero. Papa Francesco non è venuto a cambiare una virgola di quanto ha detto e scritto il suo santo predecessore ma ha aggiunto il suo carisma, quello della misericordia. Non che il nostro amato Karol non ne avesse ma Francesco ha intuito che il momento storico è tale che la misericordia, il balsamo del perdono e dell’accoglienza devono essere anteposti alla verità. Non perchè la verità sia meno importante ma perchè nel nostro mondo non è comprensibile se non dopo un accompagnamento misericordioso. La verità detta senza misericordia non è verità. La misericordia è la porta per arrivare alla verità. Papa Francesco non vuole arrendersi al mondo ma vuole parlare al mondo, e il linguaggio della misericordia  è il solo che può fare breccia in tanti cuori induriti dal peccato. Solo dopo, quando la persona avrà un cuore aperto dalla misericordia compassionevole della Chiesa e dal perdono sarà pronta a riempirlo di verità. Papa Francesco non cancella San Giovanni Paolo II ma al contrario offre a tutti, la possibilità  di conoscere la ricchezza della verità del cuore, del corpo, della sessualità e del matrimonio. Papa Francesco e San Giovanni Paolo II, due persone completamente diverse, due modi completamente diversi di essere Papa ma lo stesso Spirito di Dio che li riempie, li usa, li plasma e li guida.

Antonio e Luisa

La libertà di essere donna

Sogni, ambizioni, grandi progetti…hanno sempre fatto parte della mia vita. Fin da piccola sognavo il principe azzurro e una famiglia felice con tanti bambini. Ma con il trascorrere degli anni cominciai a credere che la cosa più importante fosse quella di affermarmi nel mondo del lavoro diventando una persona di successo. Così iniziai il mio percorso universitario buttandomi a capofitto nello studio. Continuavo a fare un esame dopo l’altro protesa verso il raggiungimento di un unico obiettivo, conseguire la laurea e dedicarmi alla mia professione. Ma, ben presto, il Signore iniziò a stravolgere tutti i miei progetti e fu proprio da quel momento in poi che la vita cominciò a sorprendermi davvero. Il cammino di fede che ormai da anni condividevo insieme al mio ragazzo cominciò ad illuminare le nostre scelte di vita alla luce del vangelo. Era giunto il momento di dare compimento al nostro lungo fidanzamento, così ci sposammo e in brevissimo tempo arrivarono tre splendidi bambini. Come in tutte le famiglie, però, non tardarono a presentarsi le prime difficoltà, le incomprensioni, i momenti di stanchezza e di ribellione. Inoltre, l’impossibilità di conciliare le proposte lavorative con la vita da mamma crearono in me uno stato di profonda frustrazione.

Quale era, allora, il senso delle rinunce, dei sacrifici, delle notti trascorse a studiare pur di superare un esame…per poi fare la casalinga? Mi ritrovai, quindi, ad essere mamma e moglie a tempo pieno quasi costretta da un destino beffardo che mi aveva portata su strade completamente diverse: lavare, cucinare, stirare e poi ancora soccombere ai bisogni e alle necessità di tutti i membri della famiglia, a cominciare dal più piccolo che piangeva almeno ogni due ore, reclamando la poppata e il cambio del pannolino, per finire al più grande (ovvero al marito) che, visti i miei numerosi impegni si sentiva sempre più trascurato. Questa vita mi stava veramente stretta, soprattutto quando mi confrontavo con le mie amiche di sempre che continuavano a vivere senza progetti impegnativi, tutte prese dalla propria realizzazione personale. Non riuscivo ad accettare la perdita della libertà, il mio desiderio di indipendenza e di autorealizzazione diventava sempre più forte, sentivo monotone e senza valore le mie giornate. Dio, a cui spesso mi rivolgevo, non poteva avermi ingannata…e così un giorno entrando in chiesa ascoltai la parola di S. Paolo (Efesini 5, 21-33) che mi mise profondamente in crisi. Rimasi scandalizzata perché parlava di sottomissione…stavo per andare via quando ascoltai il seguito: “…sì, è vero, la donna è chiamata a stare sottomessa al marito nel senso che è lei che regge la famiglia così come le fondamenta reggono una costruzione. La sua maternità la porta ad amare gratuitamente, a donarsi, a sostenere…se viene meno ciò che è alla base tutto crolla! Quando la donna, che per natura è chiamata all’accoglienza e al dono di sé, rinuncia a questa vocazione la famiglia è in pericolo, tutta la società è in pericolo! Perciò voi mariti onorate e amate le vostre mogli    come Cristo ha amato la Chiesa!”. Queste parole mi riempirono il cuore di gioia e soprattutto mi aiutarono a dare un senso a tutte le piccole cose che scandivano la mia giornata. Il pranzo da preparare, i panni da stendere, i piatti da lavare non furono più gesti vuoti ma piccoli mattoncini di amore domestico che, passo dopo passo, ci aiutarono a rinforzare le fondamenta della nostra famiglia. E mi accorsi che perdendo di vista, anche per un attimo, quella luce che solo la Parola di Dio poteva dare alla nostra piccola chiesa domestica, il sogno di un matrimonio felice poteva trasformarsi in un vero e proprio incubo.

Le minacce sono sempre tante e spesso si insinuano in modo subdolo nei rapporti familiari ma noi spose cristiane siamo chiamate ad essere le custodi dell’amore coniugale. Quando una donna scopre il valore della sua maternità, comprende di aver scelto la parte migliore e si rende conto di essere veramente libera: libera nella vocazione di dare, accogliere, custodire la vita…e per una donna non può esistere gioia più grande!

Mary

Il Dio della vita.

Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».

Questa è la frase posta alla fine del Vangelo di oggi. Dio non è per i morti ma per i vivi.

Cosa ci vuole dire? Cosa vuole dire alla nostra vita?

Rispondo prendendo spunto dall’omelia del mio parroco. Vuol dirci che se vogliamo essere vivi Dio deve far parte della nostra vita. Deve esserci nel nostro lavoro e soprattutto nella nostra famiglia.

Quante persone vanno a Messa solo per i funerali di amici e conoscenti. Quello è il dio dei morti. Il dio di chi non ha posto per lui nella propria vita ma solo nella morte. Quel dio non serve a nulla, quello non è il mio dio. Il mio, è il Dio della vita. E’ un Dio che voglio faccia parte della mia vita, un Dio dove riposare nella stanchezza, dove trovare consolazione nel dolore, dove trovare speranza nel buio. Un Dio da ringraziare nella gioia. Un Dio che c’è sempre e non ti lascia mai. Un Dio presente nella mia vita e nelle mie scelte. Solo questo è il vero Dio, il Dio che da senso e luce alla vita. L’altro dio lo lascio ai morti. Nella mia famiglia voglio il Dio della vita.

Antonio e Luisa

Sottomessa per innalzare.

Fratelli, siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.
Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore;
il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo.
E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei,
per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola,
al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.
Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso.
Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa,
poiché siamo membra del suo corpo.
Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola.
Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito.

Questa parte della lettera di San Paolo agli Efesini era tra le letture della liturgia del giorno. Quando ascolto questa parola non posso che pensare a tutti i fraintendimenti che ha sempre causato. Chi la pronuncia si sente sempre in dovere di giustificarla, contestualizzandola nel periodo  storico e sociale in cui è stata pensata. San Paolo era sicuramente figlio del suo tempo e della sua gente ma questa è Parola di Dio, cioè Parola che non passa, che è sempre attuale e che parla agli uomini di ogni tempo.

Ebbene non voglio approfondire la parte teologica e filosofica, perchè non ne ho la competenza, ma voglio esprimere cosa ha significato nella mia vita questa Parola.

Mia moglie mi ha donato la sua sottomissione. Cosa intendo con questo? Con il matrimonio si è messa nelle mie mani, si è affidata completamente, spontaneamente e gratuitamente, senza nulla chiedere in cambio. Questo suo dono mi ha commosso profondamente. Non solo, questo suo dono mi ha reso più responsabile e consapevole, mi ha fatto comprendere il mio valore. Lei, che per me era troppo, la consideravo molto meglio di ciò che ero io, pensavo sinceramente di non meritarmi tanta Grazia, si abbassava per innalzarmi. Non so se mi spiego. Non è una questione di gerarchia. Le decisioni le prendiamo sempre insieme e a volte non mancano i punti di contrasto. E’ un atteggiamento, una realtà che comprendi nel profondo di te. Una consapevolezza che qualsiasi cosa accada lei non ti abbandonerà mai, ma continuerà a credere in te e a fidarsi di te. Questo fa parte dell’amore sponsale, questo fa parte del dono totale del matrimonio. E io, seppur misero e inadeguato molte volte, non posso che dare il meglio di me, perchè questa sua fiducia non venga disattesa. Non a caso san Paolo cita prima l’obbligo della moglie e poi quello del marito. Io senza questa sua fiducia disarmante e disarmata non sarei mai stato capace di donarmi a mia volta a lei. La donna ha qualcosa in più di noi, ha la capacità di farsi ventre, di accogliere la vita e l’amore. E noi non possiamo che guardarla con meraviglia e gratitudine e cercare di meritarci il suo amore e il dono di sè.

Antonio e Luisa

Non avere paura il tuo talento nascosto mi salverà.

Una bellissima riflessione dell’incredibile Cristina Righi Epicoco.

 

Chissà quante volte ci saremo imbattuti nella parabola dei talenti riportata sia in Matteo 25,14 che in Luca 19,12.
Un nobile Signore, che deve partire per un viaggio, chiama i suoi servi per affidare loro delle monete d’oro.
Matteo ricorda che ai servi sono stati consegnati talenti in numero diverso mentre Luca riferisce di 10 servi a cui sono affidati 10 talenti ciascuno.
Il talento era una moneta di 6000 denari equivalente a 6000 giorni di lavoro.
Il risultato per entrambi è il medesimo:
Quanto avranno fruttato quei talenti?

E ancora, al versetto 15 del capitolo 25, l’evangelista Matteo sottolinea:
«secondo le capacità di ciascuno».
Ecco… SECONDO LE CAPACITÀ DI CIASCUNO!

ho avuto paura

Come applicare questo nel matrimonio?
Per diversi anni io stessa, nella chiamata alla consacrazione sacramentale del Noi Coniugale, sono stata quel servo malvagio e pigro che ha nascosto il talento affidatogli.
Entrambe le parabole parlano di paura (…) «ho avuto paura e sono andato a nascondere» (Mt 25,25).

paura di cosa?

La paura nasce prima, viene dalla storia precedente che ciascuno porta nello zainetto del vissuto personale.

Quella disistima originata da ogni mancanza d’amore; quel giudizio che ha condizionato e veicolato tutte le personali modalità di essere. Quelle cose viste o udite che non si riesce né a cancellare né a guarire facilmente.

Quella mente bambina violata dalle impacciate capacità degli adulti. E la mente bambina, seppure crescendo, rimane latente per rispuntare fuori al momento opportuno.

La “paura del lupo cattivo” o del “dottore che fa la puntura”.

La paura del “che dirà la gente”, il terrore che potresti essere umiliato.

nascondi i tuoi talenti e non riconosci i talenti degli altri

Esisti tu, piccolo, incatenato in questi angusti spazi, e c’è il mondo con tanti “padroni” da ritenere “duri”, che mietono dove non hai seminato e raccolgono dove non hai sparso (Mt 25,24).

Tu cresci in questo percorso, il talento nascosto in quella buca rimane infruttuoso. Ti difendi come puoi, costruendo il tuo castello interiore e il tuo baluardo esteriore dove la paura, il disagio, sarà la scala per raggiungere i piani superiori e inferiori della tua vita relazionale.

 

Allora diventi quel servo pigro e malvagio che tiene nascosti i talenti ma, cosa ancora più grave, non riconosci il talento degli altri. Anche quello degli altri diventa infatti un talento nascosto.

La tua storia coniugale comincia così.

non sei più solo

La solitudine dell’uomo cerca disperatamente di essere colmata e cerchi la tua bella, il tuo bello, la cosiddetta anima gemella e, quando la incontrerai è gaudio per la tua vita: non sei più solo!

Comincia il cammino, ora siamo insieme per colmare le due solitudini, per diventare una misura colma anche con i limiti dei propri confini.

Passo passo, siccome nella relazione ciò che desidero è essere amato, se ciò non accade riaffiorerà quella mente bambina bisognosa di amore.

Qualcosa però sembra oscurarsi.

arriva la solitudine

Un marito, ad esempio, può avere diverse mancanze perché è freddo, distante, distratto. Troppo legato al lavoro, poco affettuoso, troppo legato alla madre. Magari non si accorge di alcun cambiamento, è stanco, noioso, scontroso, a volte iroso e, se ciò rende l’altro inesistente, arriva la solitudine.

Una moglie, ad esempio, diventa aggressiva, punta il dito, alza mura, accusa di ogni difetto senza accorgersi più di alcun pregio e da qui nasce il conflitto.

Dove è finito il talento?

Quello o quelli che il nobile Signore aveva affidato ai suoi servi?

Dove li abbiamo nascosti, noi servi della regalità coniugale?

Perché ci ostiniamo a tenere il nostro talento nascosto?

ho il potere di scovare i talenti dell’altro

Qui può accadere un miracolo perché nel matrimonio, paradossalmente, accade il contrario.
Io ho il potere di “scovare” i talenti dell’altro.
Cercando il suo talento nascosto, che lui è incapace di esprimere perché non è stato mai facilitato, posso navigare nelle sue paure, insicurezze, ferite, drammi. Conoscendo tutta la sua storia, potrò essere capace di estrarre da quella miniera il brillante migliore, il vero tesoro, il talento!

ecco i tuoi talenti, li ho trovati io

Chi sei davvero tu, servo che cammini nella mia stessa strada?

Ecco i tuoi talenti, li ho trovati io e se ora non sei capace di farli fruttare io potrò essere quell’aiuto.

Se la freddezza, la distrazione, l’infedeltà, un grave peccato, una schiavitù, un momento in cui decidi di separarti, l’aggressività, la violenza, la sessualità che non va e ancora, ancora, ancora (ognuno si inserisca qui dentro), se tutto ciò è il risultato della negazione e oppressione dei doni ricevuti, occorre trovare il talento nascosto.

Io andrò a cercarlo perché trovandolo possa “dissotterrare” e metterlo a frutto.

non avere paura perchè il tuo talento salverà me

Quei tuoi silenzi che talento nascosto hanno per diventare dialogo?
Quella violenza che talento ha sotterrato per poter divenire tenerezza?
Quel tradimento che talento avrebbe avuto per tramutarsi in amore dono totale?
Quell’idolatria del lavoro che talento nasconde per ristabilire le giuste priorità della vita?

Io voglio trovare i tuoi talenti perché io desidero ed esigo il meglio per te.
Tu puoi trovare i miei talenti perché possa trasformarmi anche io nel servo buono e fedele.

Non avere paura perché il tuo talento salverà me!

Cristina Righi Epicoco

Amare è riconoscersi pubblicano.

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Il vangelo di ieri è uno dei miei preferiti. E’ un vangelo che mi colpisce dritto al cuore. Quante volte mi sono sentito meglio di altri. Quante volte mi è venuto di giudicare la vita di altre persone, che hanno buttato alle ortiche un matrimonio. Quante volte mi sono considerato bravo. Cosa c’è di male in questo? La mia famiglia è bella, ci vogliamo bene e cerchiamo di crescere nella vita buona i nostri figli. Non c’è nulla di male in queste cose ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò avviene non grazie a noi ma nonostante le nostre miserie. Dimenticare questo significa pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inerosabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Giusto pochi giorni fa ho avuto una giornata difficile. Mi sono speso fino allo stremo per lavoro, famiglia e impegni. Mi sono sentito bravo. Cosa ho fatto? Ho ringraziato Dio per avermi aiutato? No, nulla di tutto questo. Sono tornato a casa e ho mortificato la mia sposa perchè non era ancora pronto in tavola. L’ho detto con la pretesa di chi si meritava di essere servito dopo una giornata così. Come se lei non avesse fatto nulla tutto il giorno. C’è rimasta male e io non ho potuto che abbassare la cresta e chiedere scusa perchè quel gesto ha vanificato tutto il resto. Dobbiamo riconoscerci come il pubblicano che si comporta male, ha miserie e fragilità ma davanti a Dio si batte il petto e ringrazia perchè nonostante le sue miserie è amato come un figlio. Solo così potremo essere mariti e padri non perfetti ma giusti.

Antonio e Luisa

Un cuore e un’anima sola

Il matrimonio per noi è più bello ora, dopo 14 anni che abbiamo detto il nostro si. Non sono tanti, lo sappiamo, ma sono già abbastanza per poter confrontare l’amore che ci unisce oggi e quello che ci univa all’inizio del nostro matrimonio. Quando si comincia una relazione come quella matrimoniale, così importante e impegnativa, non si è mai sicuri fino in fondo. Basiamo la nostra sicurezza sulla conoscenza dell’altro/a che non è mai sufficiente e sulla speranza che saremo capaci, con l’aiuto di Dio, di vivere un amore e un matrimonio belli. Abbiamo la speranza che non falliremo. Partiamo con tanti buoni propositi, tanto entusiasmo e tanta buona volontà. Ciò che ci lega è l’amore che dobbiamo ancora vivere e che abbiamo sperimentato in modo imperfetto nel fidanzamento. Dopo più di dieci anni di matrimonio ciò che ci lega  è qualcosa di molto più solido. E’ il bene che abbiamo sperimentato nell’altro e per l’altro, è il perdono che ci siamo regalati vicendevolmente, è il desiderio dell’unione dei corpi che abbiamo avvertito sempre più come necessità dettata da due cuori che già sono uniti e non dalla passione della carne. Sono gli abbracci, le carezze, i momenti difficili, gli errori, le parole e i silenzi. E’ la certezza sempre più forte che l’altro c’è sempre e che non ci abbandona. E’ la meraviglia di scoprire di essere amato di più quando meno te lo meriti. Sono le sorprese, i momenti speciali. Sono anche le delusioni ma che aprono sempre a nuove opportunità. Sono le attese, gli sguardi. E’ la meraviglia di incontrarsi. E’ lo stupore di ritrovarsi. Sono tanti piccoli momenti che hanno contribuito a dare contenuto e consistenza a quell’amore speranzoso dell’inizio. Padre Raimondo Bardelli ci ricordava sempre come l’amore fosse abitare nell’altro/a. Non sono più io che vivo ma tu che vivi in me. E’ proprio così. Il matrimonio è proprio questo. Giorno dopo giorno il tuo cuore è sempre più pieno dell’altro. Un cuore e un’anima sola. Come la trinità. Uniti e distinti. Ecco perchè gli sposi possono divenire profezia dell’amore di Dio. Ma per farlo bisogna entrare sempre più in questa realtà di vita.

Antonio e Luisa

La giustizia di Dio non è la nostra.

Guardavo i miei figli questa sera. Si ripete sempre la stessa storia. Sempre pronti a notare e far notare ingiustizie vere o presunte che hanno subito. Perchè devo apparecchiare? L’ho già fatto ieri. Perchè devo mettere in ordine? Non sono stato io ma lui a lasciare tutto in giro. Questa è la giustizia del mondo, giustizia che probabilmente insegnamo anche noi ai nostri figli, perchè anche noi ne siamo influenzati. C’è una giustizia che ci insegna che chi commette l’errore deve pagare. Per noi è così. Ma non è così per Gesù. Gesù ci insegna che lui, innocente e puro, paga per noi. Lui ci ha riscattato a caro prezzo. Non aveva colpe ed è morto per permettere a noi, che di colpe ne abbiamo tante, di vivere. Questo è l’amore. L’amore è ingiusto per il mondo, ma è giustissimo nella logica di Dio. E allora impariamo a pagare per il nostro sposo e la nostra sposa. Impariamo a non condannare gli errori del nostro coniuge ma prendiamoli su di noi e amiamo di più. Solo così il matrimonio assume un senso e diventa credibile. Assume significato anche la fedeltà di chi resta fedele nonostante il tradimento del coniuge. Incredibilmente ingiusto per il mondo, ma giusto se considerato nella logica di Gesù. Si ama così tanto da pagare gli errori dell’altro. Così il sacrificio diventa gesto elevato a Dio e amore salvifico per il coniuge.

Siamo tutti dentro questa logica della giustizia del mondo, Gesù ci chiede di convertire il nostro cuore ed imparare ad amare con la sua logica, terribilmente ingiusta ma la sola che appartiene all’amore.

Antonio e Luisa

Pregare insieme.

La preghiera di coppia per noi è il momento più alto della nostra vita spirituale. Non siamo in relazione solo con Dio  dentro di noi ma entriamo in relazione con Dio attraverso il nostro sposo o la nostra sposa, attraverso le sue e le nostre fragilità, attraverso la sua e la nostra dolcezza, attraverso la sua e la nostra voce. Diventa un momento intimo non più limitato a due persone ma si apre a tre, rendendo più saldo sia il rapporto con Dio, sia quello tra di noi. La preghiera ci permette non solo di trovare Dio nell’altro/a ma anche di parlare all’altro/a attraverso Dio. Un momento molto bello.

Ecco di seguito il link a una bella riflessione in proposito di Claudia e Roberto:

http://amatiperamare.it/la-preghiera-nella-coppia

Lasciati amare da me!

Oggi condivido con tutti voi una testimonianza. Una testimonianza semplice, una testimonianza di un matrimonio fallito, una testimonianza che dovrebbe raccontare di dolore e risentimento verso Dio e verso il mondo. Invece il dolore c’è, non è cancellato, ma è superato dalla fede e dalla speranza. Questa testimonianza scritta con un linguaggio semplice e confidenziale trasmette proprio questo. Una grande fede e speranza in Dio, che nonostante i nostri errori e il nostro libero arbitrio continua ad amarci sempre senza posa. Grazie Chiara, oggi ci hai insegnato qualcosa e ci hai mostrato la grandezza del matrimonio. Fedele fino alla croce nella certezza che Dio non  ci abbandona mai.

Ecco la testimonianza di Chiara, l’ho lasciata così come mi è arrivata, perchè anche la premessa iniziale è bella e utile.

 

Allora ..veniamo a noi..quello che mi chiedi è “woooow”! Una cosa grande per me, scrivere un articolo, anche perché l’argomento è davvero vasto (e parlo della mia esperienza) sono 4 anni di dolore, deserto, discernimento, purificazione molto lunghi che mi hanno condotto alla gioia. Posso, se sei d’accordo, provare a tirare giù le situazioni più importanti e ciò che hanno significato nella mia esperienza. Quello che volevo passare nel post è che Dio vuole sempre fare una storia con noi ed anche quando ci mettiamo in situazioni difficili perché siamo stati distanti, perché non siamo stati al suo cospetto, lo abbiamo tenuto fuori dalle nostre scelte..quando noi gridiamo a Lui, ovunque siamo finiti, Lui ci viene a prendere..e ci conduce sulla sua strada. Questo vale per chiunque gli apra il cuore. Nei figli è tutto vero che non fanno l’esperienza “più giusta” cristianamente parlando ma, se avviene che almeno uno dei due genitori fa spazio a Dio nel suo cuore e si appella alla Misericordia di Dio per mezzo del sangue di Cristo, vedono questo e vivono il Vangelo (“Io sono come luce venuta nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno” Gv 12,46-48). In che modo si vive il Vangelo? Innanzi tutto nello stringere una nuova alleanza che comporta la fedeltà alla promessa, la riconciliazione mediante il sangue di Cristo quindi essere consapevoli di essere stati riscattati con il Suo sangue (i sacramenti) e infine seguire e mettere in pratica l’Amore al nemico attraverso l’ascolto della parola e la preghiera..in guerra ci si va ben muniti. Eh sì, l’ex coniuge è un vero e proprio nemico ancora più forte di quando si è in una coppia conflittuale, perché la legge che dovrebbe tutelare, in realtà separa e permette ancora meno il dialogo per non parlare delle famiglie di origine, degli amici o dei nuovi compagni..tutto sembra concorrere a separare sempre di più. I figli vivranno una scissione vera e propria perchè vedranno due “verità” (i bambini tendono a “normalizzare” qualsiasi realtà e a dare per vero tutto ciò che vivono. Vallo a spiegare ad una bimba di 3 anni chi è il vero Dio, ma ho fiducia che lo capirà molto presto) e quindi a confusione. Di queste due verità solo in una si sentono “in pace” allora il compito è di rimanere aggrappati alla croce perché solo nella croce c’è la risurrezione, solo nella morte c’è la Vita Eterna. Nella pratica significa morire nella carne e fare spazio allo Spirito di Dio. Questo donarsi giorno dopo giorno, cercando il dialogo, lottando contro la tentazione della distruzione dell’altro (che poi è distruzione di se stessi), a gli occhi di un bambino è dare testimonianza che si può amare in quella situazione, che se un matrimonio (umano) è finito, con Dio l’amore non finisce! E si cresce..e cresce il seme dell’amore. Una domanda che mi ha posto mia figlia è stata:” perché te e papà non vi amate più e papà ama un’altra?” Bella domanda mi veniva da rispondere..pensandoci su e pregandoci ancora più su mi ha fatto riflettere che l’amore non è roba nostra è roba di Dio, noi “scimmiottiamo” un amore ma altro non è che assecondare istinti e passioni che durano il tempo che impiega un fiammifero per bruciare. Che Dio è discreto e ti lascia LIBERO, non ti chiede nulla in cambio, anzi ti vorrebbe dare, ma spesso siamo noi a rifiutare il Suo Amore. Per cui se un figlio dice il suo “No” Dio lo rispetta.. Amare è anche rispettare. Quanti “No” ho detto a Dio..! E lui non si è mai arreso con me, per niente! Anzi mi ha corteggiata, mi ha dato giorno dopo giorno ciò che pensavo fosse la mia felicità fino a quando sono stata io a chiedergli “Cosa posso fare per dimostrarti il mio amore per te?” E Lui ha risposto chiaro:”Lasciati amare da me! Ho grandi progetti per te, non avere paura!” Se ha corteggiato così me, cosa mi dovrebbe far pensare che non desideri lo stesso anche per il padre di mia figlia? E per mia figlia? Per cui essere in Cristo significa agire nel bene, significa chi è stato amato per primo, dia l’esempio. Ora dove mi condurrà questa strada lo scoprirò man mano che la percorro. Ad oggi il Signore ha usato misericordia con me ed ha fatto verità nella mia vita: di fatto il mio matrimonio cristiano non è mai stato in essere e anche questo dovrò, negli anni, trovare il modo di spiegarlo a mia figlia. E non ultimo in me comprendere cosa sia un matrimonio cristiano e continuare a lavorare sulle mie ferite che, può sembrare strano, ma questo “amore al nemico” è parecchio curativo..! Fa più bene a me!  Inoltre, se noi genitori abbiamo un briciolo di fede, sappiamo che i nostri figli sono di Dio. Per cui se Dio vorrà con Nicole fare una storia grande lo farà..purché lei dica il suo “Si” (personalmente spero che lo dica forte e chiaro da subito e non come il mio nel tempo..). Come prevenire un “non matrimonio”? (E qui sarò un pò critica ma banale ) Se un sacerdote per essere pronto a ricevere questo sacramento necessita di un percorso lungo oltre 5 anni di discernimento, preghiera e parola, come può chi si avvicina al sacramento del matrimonio essere pronto con 14 incontri? Spesso i pretendenti sposi pensano di essere vicini a Dio ma frequentemente non è così.. Purtroppo! Mi rendo conto che non è possibile avere corsi prematrimoniali più lunghi perché molti vengono anche contro voglia ma credo sia fondamentale puntare sul discernimento, concentrare l’attenzione dei giovani a comprendere a che punto sono e ci vuole molta intuizione dei sacerdoti e catechisti per comprendere se quei giovani sono nella Verità oppure no. Spero di aver dato una testimonianza chiara. Ti ringrazio.

Chiara

La lebbra che distrugge l’amore

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza,
alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce;
e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?
Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse:
«Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Il vangelo di ieri mi ha colpito molto. Parla di lebbrosi. Esattamente come mi sentivo io quando ero lontano. Mi fermavo a distanza da Dio, ero attratto da Lui ma avevo la mia lebbra che mi induceva a non avvicinarmi. La mia lebbra non era nel corpo ma nel cuore. Ognuno ha la sua di lebbra. Anche nel rapporto di coppia. Può essere la lussuria e la pornografia che distruggono l’amore, il lavoro che prende il posto di Dio, l’accidia che ci fa lamentare sempre di tutto e cancella i colori della vita, la superbia che ci rende incapaci di sentirci figli del Padre. Ognuno ha la sua lebbra. Dio vorrebbe avvicinarsi, ma noi lo teniamo a distanza, non ci sentiamo degni nel profondo di noi. Poi lui ti guarda,  poggia su di te quello sguardo colmo di compassione. Allora ti  abbandoni e implori di essere guarito, ti riconosci finalmente bisognoso della misericordia di Dio. La tua vita è malata, il tuo corpo e il tuo cuore sono malati. E allora succede il miracolo. Nella siituazione difficile che stai vivendo, nel tuo matrimonio, nella tua debolezza, nella tua miseria  entra Cristo che sana e cura. Ti chiede di avere fede in lui e di metterti in cammino, confidando nella Sua Grazia che sana e guarisce. Non siamo, però,  ancora salvi. Siamo sanati, ma non salvi.  Per essere salvi dobbiamo voltarci e tornare indietro per ringraziare e lodare Dio. Solo desiderando Dio nella nostra vita e ringraziando di tutto ciò che ci dona ci riconosceremo figli di un Padre. Solo quando ci ricorderemo di Gesù non solo nel momento delle difficoltà, ma anche per lodarlo e rendergli gloria, il nostro amore per Lui sarà autentico e non solo finalizzato ai nostri bisogni e desideri.

Rendiamo gloria ogni giorno a Dio per tutto ciò che ci dona e vedremo ancora il suo sguardo d’amore che si posa su di noi, lo vedremo attraverso lo sguardo del nostro sposo o della nostra sposa. Così ogni mattina ci sentiremo sanati e salvati nonostante tutte le difficoltà della vita.

Antonio e Luisa

Basta una colazione

La famiglia numerosa non insegna solo ad amare, insegna ad apprezzare il tempo. Il momento della settimana più bello per noi è il mercoledì mattina. Mercoledì iniziamo entrambi a lavorare più tardi e abbiamo mezz’ora tutta per noi. Una volta accompagnati i bambini a scuola alle 7.30, ne approfitto per accompagnare la mia sposa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e che debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ti senti coppia, senti  che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa metà. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. Non era così prima. Da fidanzati e novelli sposi avevamo tantissimo tempo per noi e per quanto fosse bello non lo era così tanto. Il matrimonio in questo è strano, almeno per chi ha una famiglia numerosa. L’unione diventa sempre più profonda e feconda. Aumenta il numero di figli, anno dopo anno. Di conseguenza aumentano gli impegni e rischi di perderti di vista. Abbiamo capito col tempo che il rapporto va curato, che c’è bisogno di tempo per la coppia. Tempo che non viene tolto alla famiglia ma che diventa fecondo anche per la famiglia. Alla fine basta poco, basta una colazione alla settimana per ritrovarsi coppia e rivedere specchiato negli occhi dell’altro quell’amore che dà senso e sapore a tutto il resto.

L’amore che riceve senza dare è sfigurato.

89. Tutto quanto è stato detto non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore. Perché non potremo incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare. In effetti, la grazia del sacramento del matrimonio è destinata prima di tutto «a perfezionare l’amore dei coniugi».Anche in questo caso rimane valido che, anche «se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,2-3). La parola “amore”, tuttavia, che è una delle più utilizzate, molte volte appare sfigurata.

Dopo aver approfondito alcuni punti di Amoris Laetitia che sono serviti a caratterizzare il sacramento del matrimonio, Papa Francesco con il quarto capitolo dell’esortazione apostolica entra nel cuore del matrimonio, cercando di spiegare come si deve manifestare l’amore per essere davvero tale. Per farlo, vedremo successivamente, si avvale dell’inno all’amore di San Paolo.

Papa Francesco constata come la parola amore sia spesso una parola sfigurata, l’amore nella nostra società individualista nasconde spesso un concetto di possesso, di utilità, di prevaricazione, di egocentrismo. L’amore è tale perchè provoca sensazioni, perchè mi fa stare bene, perchè mi permette di soddisfare le mie esigenze affettive e sessuali. Sostanzialmente amare nel nostro tempo significa ricevere. Amo finchè mi conviene amare. E’ questo l’amore? E’ questo l’amore che ci insegna Gesù? E’ questo l’amore che ci permette di vivere un sacramento santo nella nostra vita di coppia? Non è questo, e il Papa cercherà di spiegarlo. Questo è il modo più facile per fallire un matrimonio. Quando arrivano le prove, le stanchezze, le sofferenze, le malattie ecco che il matrimonio non ci  dà più nulla, ma al contrario “pretende” (sacrilegio!) che siamo noi a darci, a donarci.Nei momenti difficili, quando non riceviamo che briciole, è proprio in quei momenti che ci viene chiesto di più.  Proposta che ci coglie impreparati e ci risulta incomprensibile. Il matrimonio diventa così una scuola dove impariamo a donarci, a scendere dal piedistallo, a capire che il mondo non gira attorno a noi. Ed è così che la stanchezza del coniuge, i suoi momenti di stress, i momenti di scoraggiamento, fino ad arrivare alle situazioni più gravi e difficili come la malattia, diventano per noi occasione di amare, di farci portatori di speranza, di forza, di misericordia. Il nostro amare senza ricevere fa sentire il nostro sposo o sposa amato/a per ciò che è, non per ciò che fa o che ci dà. E questo è grande. Amati in modo incondizionato, totale, per sempre. Un sacerdote missionario in Brasile ci ha raccontato un aneddoto: “Quando celebro un matrimonio chiedo agli sposi il perchè di quella scelta. Molti di loro mi rispondono per essere felici, considerando tale risposta la più ovvia e vera. Io allora faccio finta di mandarli via indignato, perchè non è la risposta corretta. Poi li richiamo e gli dico che avrebbero dovuto rispondere per rendere felice l’altro.”

Questa è una grande verità. Ci saranno momenti difficili, di crisi, in cui l’altro non sarà in grado di darci amore e di renderci felici, e in quel momento dove sentiremo aridità e lontananza che dovremo darci più di prima, perchè sarà il momento in cui il nostro coniuge avrà più bisogno di noi, del nostro amore, della nostra vicinanza e  attenzione.

Crisi deriva dal greco, è significa scelta. Ecco nella crisi noi abbiamo la possibilità di scegliere se restare accanto al nostro sposo/a oppure scappare verso un’illusione di felicità lontano da lui/lei. Abbiamo la possibilità di scegliere tra l’amore e l’egoismo. Se terremo lo sguardo fisso a quel crocefisso che ci ricorda cosa è l’amore, la scelta non sarà difficile.

Concludo con una testimonianza di vita:

Turia Pitt, ex modella e sportiva australiana, oggi simbolo ed esempio per tutte le donne del mondo. Tre anni fa l’ex modella è incappata in un vasto incendio nei boschi del Sudafrica, perdendo quasi la vita. Le conseguenze sul suo corpo sono state devastanti e rimarranno tali per tutto il resto della sua esistenza: ustioni gravi che l’hanno ricoperta per il 65%, 100 interventi chirurgici e 800 giorni in ospedale.

Con il passare del tempo, Turia ha saputo rialzarsi, riprendersi e addirittura diventare una motivatrice per tante donne. Nel frattempo ha lasciato le passerelle e lo sport, facendo della sua esperienza un punto da cui ripartire e un esempio per aiutare gli altri. Gli ostacoli e il cambiamento fisico non hanno compromesso nemmeno la storia d’amore con Michael Hoskin. Un uomo che si è dimostrato forte e nello stesso tempo dall’animo profondo.

Michael, intervistato qualche giorno fa dalla CNN, ha raccontato di avere recentemente lasciato il suo lavoro per stare accanto la compagna. “È come se avessi sposato la sua anima, lei è l’unica donna che continua a realizzare i miei sogni“, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente televisiva statunitense. Parole che hanno commosso tutti i presenti e che sono la prova di come un legame possa andare al di là dell’esteriorità.

Il viso di Turia è sfigurato dalle fiamme, ma non è sfigurato il suo amore e quello di Michael che bruciano di un fuoco che non consuma e non riduce in cenere ma che brilla più che mai.

Antonio e Luisa.

Accompagnati teneramente (1 parte)

Oggi posto la prima parte della testimonianza di Annalisa e Domenico, due sposi di Bari. Ho avuto occasione di scambiare due battute con Annalisa e ho percepito in lei la consapevolezza della bellezza del matrimonio e il desiderio di appartenere sempre più a Gesù attraverso il suo sposo, per avere una vita personale e di coppia sempre più piena e vera.

Questa lunga testimonianza, che inizio oggi a pubblicare, è tratta dalla rivista “La presenza di Maria  a Medjugorje” ed è stata scritta da Simona Amabene. Ringrazio di cuore Annalisa e suo marito Domenico che hanno voluto condividere con tutti noi questa storia meravigliosa di conversione e di amore.

 

Annalisa ricorda ancora l’emozione della sua prima comunione ricevuta nel Santuario di Sant’Antonio a Bari: “Sentivo un trasporto speciale verso Gesù. Ero felicissima!”. Poi cresce. E ormai adolescente, una notte, fa un sogno: “Ero avvolta come in una nuvola di pace. Tutto era così bello, un’infinità di petali di rosa volavano ovunque. All’improvviso vedo ingigantirsi la statua della Madonna di Lourdes che si trovava nel nostro giardino, e stava per cadere giù dal muretto, ma io corro e l’afferro. Poi mi appare un volto illuminato da una luce intensa e con voce dolcissima: “Non farmi cadere ti prego”.E mi sveglio. Rimango turbata. Solo dopo un po’ di tempo, comprenderò il significato di quella visione”. Come accade a tanti ragazzi, Annalisa si lascia trascinare da una compagnia sbagliata. Si innamora di un giovane benestante con il vizio dell’alcool, delle canne, con cui finisce a fare serate in discoteca sino a tardi. “Lui era di Milano, ci vedevamo solo nel fine settimana a Bari, o io salivo a casa sua. Avevo diciotto anni, assaporavo il gusto della prima libertà concessa dai miei genitori e come spesso accade ti fai prendere la mano. Dopo un anno ci siamo lasciati. Mi sentivo sola e triste -ricorda Annalisa- e sfogavo il mio dolore nel fumo e nelle cattive abitudini che avevo imparato dal mio ex ragazzo. La mia vita era il vuoto più assoluto, buia come la notte. E fu così fino a quando, a una serata universitaria, incontro Domenico, anche lui di Bari. I nostri sguardi si sono incrociati, e ho sentito che non potevo andarmene senza conoscerlo. E’ stato un vero e proprio colpo di fulmine. Ci siamo scambiati i numeri di telefono. Dopo due giorni ci siamo rivisti. E’ nata così la nostra storia d’amore! Come un angelo è apparso nella mia vita e mi ha aiutato a smettere di bere e di fumare, mi ha salvato dai vizi e da una vita senza senso. Solo oggi, a distanza di anni, capisco il progetto di Dio”

“UNA LETTURA MI HA PORTATO CONSIGLIO”

Con Domenico, Annalisa vive un periodo spensierato, della sua giovinezza, sono felici! Lui la protegge e la consiglia. E lei è sempre più innamorata. Ma il loro amore doveva perfezionarsi per volare in alto. “Nel 2007 mia madre si reca per la prima volta a Medjugorje. Era settembre. Io la prendevo in giro perchè mi parlava sempre di Radio Maria e padre Livio. Ma io non la ascoltavo proprio. Ma accadde qualcosa di davvero particolare. Mentre lei era in pellegrinaggio, sento l’impulso di leggere il libro di Antonio Socci Mistero Medjugorje che si trovava nella libreria di casa. Lo feci di nascosto dal mio fidanzato , da mio fratello, che sapevano quanto fossi scettica sull’argomento. Che figura avrei fatto! Non riuscivo a interrompere la lettura, me lo sono portato anche al lavoro. In due giorni l’ho finito. L’effetto è stato travolgente. A un tratto ho aperto gli occhi e ho sentito il fortissimo desiderio di andare a Medjugorje. Chiamo mia mamma al telefono, le chiedo di portarmi una corona del rosario da quella terra benedetta. E dissi a Maria: “Se tu vorrai, mi farai venire da te!” Iniziai a pregare ogni giorno il santo Rosario. Era la mia nuova forza! Poi a novembre di quello stesso anno, arriva l’occasione tanto attesa da me e Domenico, di partire in pellegrinaggio con un gruppo. Il signore fa perfette tutte le cose e chiamò a nuova vita anche il mio ragazzo. E’ stata una meraviglia! Abbiamo sperimentato la gioia di essere amati per quello che siamo, pieni di peccati, fragili e umani. Ricordo l’atmosfera, l’allegria, i canti, le preghiere, le adorazioni. E’ iniziato il nostro sì a Gesù. E da allora sono arrivati fiumi di Grazie.

UN INCONTRO DECISIVO

“Quando siamo tornati a casa, la nostra vita non era più la stessa. Gesù e Maria ci avevano trasformato. Non potevamo tacere un amore così grande. E con entusiasmo abbiamo organizzato gruppi di preghiera coinvolgendo altre persone. Ogni giorno recitavamo tutti insieme il Rosario, la coroncina alla Divina Misericordia e i sette Pater Ave e Gloria. Intanto sentivamo anche il desiderio di amarci come Dio ci insegna per la nostra vera felicità. Abbiamo fatto voto di castità.In attesa di capire cosa volesse da noi il Signore. Sentivo da una parte il desiderio di seguire Dio in maniera totale, ma allo stesso tempo provavo un grande sentimento per Domenico. Durante la Santa Messa, la recita del Rosario, chiedevo al Signore la Grazia di farci capire che cosa voleva fare con  noi. Molto importanti furono le preghiere davanti al crocefisso di San Damiano, a cui rivolgevo la stessa preghiera di San Francesco: “Signore cosa vuoi che io faccia?”Un giorno, nel mio negozio di dolci e caramelle in centro a Bari, conosco per caso sorella Cristina. Mi racconta della loro Fraternità Francescana di Betania composta da fratelli e sorelle consacrati a Dio, della loro spiritualità mariana, del loro carisma di preghiera e accoglienza molto legata a Medjugorje (dove peraltro la veggente Marija ha avuto l’apparizione più lunga in assoluto), e del loro fondatore, padre Pancrazio, figlio spirituale di san Pio da Pietralcina che a Terlizzi (Bari), nella casa madre, riceveva chiunque avesse bisogno di un consiglio. Inoltre, grazie ai doni ricevuti per bontà divina, aiutava tanti a trovare la loro strada. Così a settembre 2008 decisi di andare per la prima volta a conoscere questa realtà religiosa. Era una vera oasi di pace e nel mio cuore sentii una voce che mi diceva, questa è casa tua. E lo era davvero, ma non nel modo che allora immaginavo”.

Continua……..

 

 

“Per sempre” è un dono, non un giogo.

Entriamo nel cuore dell’esortazione Amoris Laetitia. Dopo esserci soffermati sul quadro generale tracciato dal Papa che ha disegnato con fedeltà e accuratezza la situazione delle famiglie nel mondo, entriamo nella parte del documento che tratta il matrimonio nel suo significato naturale e cristiano.

Ecco cosa scrive il Santo Padre al punto 62.

I Padri sinodali hanno ricordato che Gesù, «riferendosi al disegno primigenio sulla coppia umana, riafferma l’unione indissolubile tra l’uomo e la donna, pur dicendo che “per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così” (Mt 19,8). L’indissolubilità del matrimonio (“Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”: Mt19,6), non è innanzitutto da intendere come “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio. […] La condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annunciò il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»

Il Papa e i padri sinodali ribaltano la questione, non con un gioco di prestigio, ma facendo leva sul buon senso e sulle esigenze più profonde del nostro cuore.

Noi, se siamo onesti fino in fondo, dobbiamo ammettere che desideriamo essere amati in pienezza e fedeltà. Essere amati senza condizioni, tempo, limite. Desideriamo essere amati così, ogni altro tipo di amore ci appare insufficiente e in qualche modo falso. Dio ci ha creati così come Lui, capaci di amare come Lui e desiderosi nel profondo di essere amati come Lui ama e, se a parole possiamo raccontare che la precarietà della convivenza o il rischio del divorzio sono ancore di salvezza per scappare da situazioni soffocanti e frustranti, il nostro cuore non mente. Il nostro cuore anela a un amore che ci lega per sempre e fondato sulla forza della volontà e della Grazia e non sulla voluttà dei sentimenti e del solo eros.

Il divorzio e l’avanzare delle convivenze ci hanno condannato a questo. Ci hanno condannato a scappare, ci hanno condannato a soccombere alla paura di affrontare la croce, ci hanno condannato a non abbandonarci all’amore, ci hanno condannato all’incapacità di amare fino in fondo.

In una mentalità non decisa per il “per sempre” anche il rapporto fisico diventa menzogna e falsità, un gesto che dovrebbe essere segno dell’unione dei cuori nella geografia del corpo, diventa un segno vuoto e privo di significato. Ecco quello che ha detto in merito San Giovanni Paolo II:

«La donazione fisica sarebbe menzogna se non fosse frutto e segno della donazione personale totale, nella quale tutta la persona è presente, se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente.»

 

Antonio e Luisa

Crisi di speranza

Proseguendo la lettura di Amoris Laetitia, arriviamo al punto 43. Siamo ancora nella prima parte dell’esortazione, dove Papa Francesco cerca di rappresentare un quadro della realtà attuale, prendendo spunto da quanto emerso durante il Sinodo.

Saltiamo dai punti 36 e 37 al punto 43 che ha attirato la mia curiosità ed interesse:

«L’indebolimento della fede e della pratica religiosa ha effetti sulle famiglie e le lascia più sole con le loro difficoltà (..) una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni.»

Il Papa evidenzia come, prima che una crisi economica, c’è una crisi religiosa e sociale. Denatalità, difficoltà educative, difficoltà nell’accogliere la vita nascente fino ad arrivare a sentire gli anziani come un peso sono tutte conseguenze della crisi in cui versa il nostro occidente.

Riassumendo tutto in un concetto, ci manca la virtù della speranza come singoli e come coppia. Mi soffermo sulla speranza degli sposi.

Il sacramento del matrimonio, perfezionando la fede e la carità battesimali, abilita gli sposi a realizzare uniti il cammino verso le nozze eterne. L’azione consacratoria dello Spirito Santo unisce le loro virtù, aprendoli uniti alla vita eterna.

La speranza permette agli sposi di amarsi nel tempo, per congiungersi con Dio eternamente. Essi infatti, stimolati e sorretti dalla certezza contenuta nella speranza, si immergono gioiosamente in Cristo sposo, così tutto diventa per loro possibile.

L’esistenza degli sposi, senza questa speranza, non ha più senso. Si comprende allora la voglia di cogliere e sfruttare l’attimo, in tutta la sua valenza di possesso, piacere e divertimento.

La crisi dei matrimoni attuale è soprattutto una crisi di speranza. Il matrimonio senza speranza è come due occhi presbiti e miopi allo stesso tempo; è privo di respiro e di orizzonti, che vanno oltre l’attimo presente, perciò, non ha senso vivere insieme quando l’amore coniugale è diminuito o è reso difficile da situazioni esistenziali cariche di sofferenze e di rinuncia.

Solo la buona sorte rende uniti, la cattiva sorte divide.

Le difficoltà del matrimonio esigono dagli sposi tanta speranza, cioè, uno sguardo verso la meta finale della vita, unito a una fiducia illimitata di poterla raggiungere con Cristo, che sempre vive in loro e nel loro amore, per sostenerli in tutte le difficoltà e renderli pronti all’abbraccio eterno con Dio.

Gli sposi cristiani che vivono la speranza saranno portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa

 

Tocca a noi!

Siamo rientrati sabato dalla settimana di approfondimento per gli sposi che abbiamo seguito al Gaver. Siamo ancora pieni di tutta la bellezza che abbiamo visto e sperimentato, siamo colmi di quell’esperienza di Dio che veramente riempie in profondità il nostro cuore e ci dona forza e rinnovata fiducia nell’altro/a e nel nostro matrimonio.

Come potete vedere nella foto che ho scelto per questo articolo in cattedra ci sono tre coppie di sposi. Padre Francesco che ci ha accompagnato tutta la settimana, anche se è una delle persone più sapienti e sagge che io conosca, dopo una breve introduzione, si è seduto tra le famiglie e si è messo ad ascoltare e prendere appunti. Non parlavamo, infatti, della sua vita e della sua vocazione, ma della nostra vita e della nostra vocazione. E chi più di una coppia di sposi può parlare del Cantico dei Cantici? Chi più di una coppia di sposi può parlare della meraviglia della contemplazione del corpo della propria moglie e del proprio marito ogni volta che si riattualizza il sacramento del matrimonio con l’amplesso fisico? Chi più di una coppia di sposi può parlare dell’importanza della tenerezza e dolcezza nella vita di ogni giorno? Chi più di una coppia di sposi può raccontare della sofferenza della distanza che si può creare tra i due, della difficoltà nel recuperare quel desiderio e quella voglia di donarsi quando le cose non vanno bene? Chi meglio di una coppia di sposi può testimoniare i miracoli che lo Spirito Santo ha compiuto in loro?

Ci sono alcuni sacerdoti che si sono presi cura delle famiglie e delle tante ferite che si portano dentro, ma per quanto io  sia grato per quanto mi hanno insegnato e fatto capire, non possono incarnare quello di cui parlano. Noi sposi abbiamo questo grande compito che Dio ha affidato ad ognuno di noi. Rendere conto, con la nostra vita e le nostre parole, della bellezza del matrimonio, della bellezza della vita piena di un’unione sponsale in Dio.

Ed ecco che durante questa settimana che è appena terminata c’erano tre famiglie in cattedra ma solo perchè la cattedra non poteva contenere tutte le coppie.

Questa settimana è stato un momento importante di condivisione e di confronto, nel quale, specchiandoci nella bellezza di tutte le coppie presenti, abbiamo potuto contemplare anche la nostra bellezza. Siamo saliti pieni di concetti da portare e siamo scesi pieni di esperienza di Dio, con il cuore aperto e pieni di meraviglia per la bellezza del nostro sposo e della nostra sposa. Siamo scesi lodando Dio per la ricchezza che ci ha dato, donandoci l’uno all’altra. Siamo scesi con la consapevolezza che il Cantico dei Cantici non è solo un libro della Bibbia, ma può diventare la nostra storia d’amore. Il Gaver è così, ti dà sempre più di quello che t’aspetti e realtà che pensavi di conoscere ti si svelano trasfigurate in una bellezza da lasciare senza fiato. Ci porteremo nel cuore ogni coppia, perché ognuna di loro ci ha insegnato qualcosa. Lode e gloria a Dio!

Antonio e Luisa

 

Educare all’amore

Di cosa hanno bisogno i nostri figli? Leggiamo libri, ascoltiamo esperti, cerchiamo per loro le migliori scuole, li iscriviamo a calcio, danza, violino, pianoforte e chissà cos’altro.

Tutte ottime cose ma non sono l’essenziale, almeno per noi.

I nostri figli hanno bisogno di due cose: vedere il papà e la mamma che si vogliono bene e vedere il papà e la mamma che insieme vogliono bene a Gesù.

Sembrerà riduttivo ma vi assicuro che questo è l’essenziale. Tutto il resto sarà più facile se sapremo dare questi due insegnamenti ai nostri figli.

Vedere i genitori che si vogliono bene li farà sentire forti e sicuri e impareranno ad amare attraverso l’amore dei genitori. L’amore, diceva San Giovanni Paolo II, non si può insegnare ma è la cosa più importante da imparare. L’esempio dei genitori è formidabile per trasmettere ai figli l’amore. Noi abbiamo notato che quando ci abbracciamo i nostri figli più piccoli corrono e si immergono in quell’abbraccio. Per loro è bellissimo. Diceva padre Raimondo che dobbiamo mettere i nostri figli al centro del nostro amore e non farne il centro del nostro amore personale. E’ molto diverso.

I nostri figli hanno bisogno  di eternità, di Dio, tutto ciò che è di questo mondo è troppo piccolo per loro, per dare un senso alla loro esistenza, tutto ciò che è di questo mondo è finito e li deluderà. Anche i genitori, si renderanno conto crescendo, non sono perfetti e hanno mille difetti e fanno mille errori. Ma noi non siamo perfetti, perchè non siamo noi a dover rispondere alla sete di infinito e di grandezza che ogni ragazzo ha dentro di sé. Dio ci ha dato un grande compito. Educare i suoi figli e portarli a Lui. Vedere papà e mamma che pregano, che si affidano a Dio, che credono nella vita eterna, che credono che ogni persona che muore in questo mondo potrà essere riabbracciata, vedere che si chiedono scusa e rimettono fatiche e gioie nelle mani di Dio, non ha prezzo. I nostri figli pregano male, non hanno voglia, si lamentano e sbuffano ma se per caso ci dimentichiamo di fare la preghiera della sera sono loro a ricordarcela. Padre Pio scriveva ai suoi figli spirituali: <all’educazione della mente, procurate che vada sempre accoppiata l’educazione del cuore e della nostra santa religione. Quella, senza di questa, miei cari, dà una ferita mortale al cuore umano!>

Antonio e Luisa

 

Il mondo dice che……

Il mondo dice che l’amore è un sentimento.

Dio dice che l’amore è sacrificio.

Il mondo dice che il sesso è sempre positivo se consensuale e protetto.

Dio dice che il sesso è l’espressione corporea di un’unione sacra e solo nel matrimonio è benedetto.

Il mondo dice che  basta l’amore e non serve sposarsi.

Dio ti dice che solo nel matrimonio troverai la forza per amare sempre.

Il mondo dice che il peccato non esiste.

Dio ti dice che se vivi nel peccato sei già morto anche nel matrimonio.

Il mondo ti dice che la legge di Dio ti schiavizza e ti impedisce di essere felice.

Dio ti dice che solo rispettando la Sua legge potrai essere libero anche d’amare.

Il mondo ti dice che tu sei il centro e se tu sarai felice lo saranno anche gli altri intorno a te.

Dio ti dice che devi fare dell’altro il centro del tuo amore e solo se ti spenderai per gli altri potrai essere felice anche tu.

Noi siamo stati del mondo per tanti anni, abbiamo vissuto come il mondo ci faceva credere fosse giusto per noi e non abbiamo trovato altro che solitudine e infelicità. Solo quando ci siamo arresi a Dio, abbiamo compreso che da soli non ce la facevamo, abbiamo cercato di amarlo con tutto noi stessi, rispettando le Sue leggi, e abbiamo trovato la gioia e la pace.

Dopotutto anche il mondo ha le sue leggi che tutti seguono sentendosi originali e trasgressivi ma lasciatemelo dire quelli originali e trasgressivi siamo noi. Siamo noi che abbiamo messo in discussione tutto, siamo noi che ci siamo fidati di una persona che è morta massacrata e inchiodata su una croce, siamo noi che sentiamo di essere di più di quello che il mondo vuole farci credere, siamo noi cristiani i veri rivoluzionari in questo mondo grigio e triste.

 

Ogni comandamento di Dio sembra togliere un po’ della nostra libertà, sembra che ci renda difficile realizzarci, ma lui è un Padre che ci ama e ogni sua parola è detta per noi, per aiutarci ad essere persone libere e profondamente capaci di amare come solo Gesù ci ha insegnato a fare. Gesù nel Vangelo dice: Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.

Gesù, crediamo profondamente che solo in Te possiamo essere sposi veri e capaci di amare. Aiutaci a vivere la tua Legge con la tua Grazia e la redenzione che hai portato in noi e nel nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Una sinfonia d’amore

Oggi, traggo spunto da un altro bellissimo libretto, molto breve ma non per questo povero, anzi, molto ricco di spunti. Il libro è: “E vissero felici e contenti” di Roberto Marchesini.

Mi ha incuriosito un passaggio dove riprende le catechesi di Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo. Il santo Papa polacco azzarda un paragone molto impegnativo per noi sposi.

Il sacramento del matrimonio, come è noto, si realizza in due momenti: il primo momento è rappresentato dagli sposi che si dichiarano vicendevolmente le promesse matrimoniali , mentre il secondo è rappresentato dalla consumazione del matrimonio, cioè dal primo rapporto intimo tra gli sposi. Questi due momenti ricalcano il matrimonio redentore di Cristo con la Sua Chiesa, sua sposa. Gesù si offerto alla Sua sposa nell’ultima cena e questa offertasi è consumata  sul Calvario, quando Cristo è morto in croce per ognuno di noi.

Il sacramento del matrimonio si vive con due linguaggi, entrambi importanti ed entrambi necessari per vivere nella verità l’unione matrimoniale. C’è un linguaggio verbale, con il quale si comunica il nostro amore alla persona amata, si usano parole di incoraggiamento, di lode, parole tenere e dolci. Poi, c’è un linguaggio del corpo che deve essere in sintonia con ciò che diciamo e non solo fungere da supporto ma instaurare un vero e proprio dialogo d’amore anche indipendentemente dal linguaggio verbale. I nostri silenzi, il modo di avvicinarci, lo sguardo, le carezze, tutto ciò che il nostro corpo trasmette deve essere una sinfonia. Devono essere più strumenti, tra cui la voce, e, suonando insieme, devono riempire d’amore il cuore della persona amata.