L’abito della preghiera è la forza della misericordia: giocarsi il Tutto per Tutto! (2 parte)


Intanto, da dietro, una donna si accostò a Gesù e toccò l’orlo del suo mantello. Da dodici anni questa donna perdeva sangue; ma aveva pensato: ‘Se riesco anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita’.

Matteo 9, 20-21

Di che mantello di tratta, e di che lembo si tratta? Di norma il pio israelita, così come Gesù era, indossava gli abiti della preghiera, abiti rituali che avevano il compito di far presente al credente il bisogno di segni che lo preparassero all’incontro con Dio. Già in Nm 15 vi sono dettagliate descrizioni su come il tallit, il mantello rituale, dovesse essere fabbricato.

Soffermiamoci su due aspetti che riguardano il passo evangelico. Ognuno di questi mantelli aveva delle frange, quelle frange di cui si beavano i farisei nella loro purità e che anche Gesù portava con eleganza del tutto diversa. Durante la preghiera l’israelita era solito rivestirsi di questo mantello e impugnare le frange della parte superiore del tallit con la mano sinistra. Questo gesto rievocava il nome innominabile di Dio JHWH, poiché, secondo la scuola rabbinica di Shammai, le due frange avevano sedici fili e dieci nodi e questo equivaleva al valore numerico proprio del nome di Dio.

La donna tocca l’orlo del mantello, il titz, cioè le frange; Gesù sente uscire da Lui una forza, sente che qualcuno ha chiamato in causa un nome che non ha bisogno di essere nominato per essere vero, vivo ed efficace. Gesù dice: “Chi mi ha toccato, chi mi ha trafitto: chi ha pregato!?” Pregare, infatti, significa gridare il nome di Dio, non recitare formule o orazioni, ma stringere in mano ciò che si ha di Lui, cioè che rimane della propria vita, il proprio dolore, la propria gioia, le proprie lacrime non ancora sconfitte dalla rassegnazione; pregare è scegliere di provare il Tutto per Tutto, affidando la propria vita ad un Altro, dichiarandolo Signore della propria vita.

Questo ulteriore aspetto del vangelo illumina il concetto di sponsalità, troppe volte confuso o incastrato in quello della maritalità. Secondo alcune scuole rabbiniche il precetto delle frange di Dt 22 è seguito dal precetto del prendere moglie, per tale motivo il tallit è stato codificato anche come abito nuziale dello sposo. Analizzando il passo dell’emorroissa nulla riporta ad una maritalità tra Gesù e la donna, così come non può esserci tra Gesù e nessuna donna, nonostante ciò che qualche romanzata e bislacca ipotesi può avanzare. Salta, però, all’occhio che le frange e il mantello sembrano essere il punto di contatto, il veicolo con cui si instaura un rapporto tra Gesù e la donna e si fonda una relazione nuova tra la donna e se stessa. In quel momento la donna riconosce Gesù come sposo della sua umanità ferita, sposo della sua fede agli sgoccioli, suo sposo perché suo Signore e suo Tutto: la sua verità, Colui che con la Sua vita le dice: “Tu sei salvata!”

Ecco il gene della sponsalità: essere signore donando a chi si ha accanto la signoria di essere salvato e amato.


Ba’al in ebraico è usato per esprimere il significato di padrone, sposo, signore. Da notare che JHWH viene letto Adonai che ha il medesimo significato di Signore attribuito a Dio e non più ad un idolo. Gesù dona signoria alla donna, lo si desume da ciò che l’emorroissa dice dopo essere diventata colei che è la Salvata: “venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità”(Mc 5,33).
Il vangelo siriaco usa la parola šərārā-verità, che esprime anche il concetto di sanità e fermezza. Questa donna è investita della Signoria sponsale di Cristo, ormai è solida nella verità di se stessa, è sana nel parlare di ciò che è, nel suo relazionarsi, dice bene di sé! E’ sposa dell’amore!

Ogni uomo e ogni donna, ogni marito e ogni moglie che vivono una crisi del loro rapporto possono ritrovare il proprio elemento sponsale che genera in loro e tra di loro la Signoria di Cristo, rendendoli “signore” e “signora” l’uno dell’altra, senza paura, ma con il coraggio di aver bisogno di Dio e di chi si ha accanto.

Ecco l’abito della preghiera: attingere alla forza della misericordia per avere il coraggio di stringere tra le mani ciò che si ama, gridare il nome che riconosce la nostra voce e chiedere, nel nostro bisogno, che avvenga secondo lo sguardo amorevole di chi ci guarda. Gesù sposo e Signore!

Fra Andrea

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L’abito della preghiera è la forza della misericordia: giocarsi il Tutto per Tutto! (1 parte)

Molti sono i tentavi di riprendere per i capelli situazioni già perse, spesso consideriamo l’ultima spiaggia dei percorsi di recupero, si affollano nella nostra mente mille dubbi misti a domande: forse se avessi cambiato atteggiamento, forse se non avessi parlato in quel modo, forse se me ne fossi accorto/a prima. Pensiamo anche che rivolgendoci al terapeuta o al sacerdote di turno le cose possano cambiare, che la nostra vita nella coppia possa essere guarita, che le nostre sofferenze possano finire e l’ombra inesorabile e avanzante del fallimento possa veder sgretolarsi la mannaia che porta in mano. Cerchiamo e dobbiamo provarle tutte perché amiamo, ma oltre a provarle tutte, il vangelo ci invita a provare il Tutto: preghiamo e facciamo pregare, perché la preghiera può guarire anche dopo tanti anni, anche quando le abbiamo provate tutte con scarsi risultati.
Ma cosa significa pregare?!


Nel vangelo di Luca al capitolo 8 si narra di una donna che, affetta da croniche perdite di sangue, aveva investito molti beni in cure mediche senza migliorare le cose, anzi peggiorandole, secondo la versione degli altri evangelisti. Questa donna per dodici anni aveva speso tutto!
L’evangelista dà un tocco d’interiorità nel descrivere colei che soffriva. Ella aveva speso tutto, ma non semplicemente investendo una somma di denaro. Luca esprime un giudizio su quanto questa donna aveva fatto usando il verbo prosanalisko che vuole dire sperperare, dissipare. Luca ci parla del giudizio che forse la comunità, la famiglia, aveva di lei e al quale, per quella donna, era tragicamente facile credere. Un giudizio spietato, quando si è vittima di una malattia che ti rende impuro: sei maledetto. Maledetto perché nessuno crede che tu stia male, perchè vieni considerato un peso o, soprattutto, perché è Dio che dice che sei fuori! (cf. Lv 15,25)

Quando si è malati spesso si diventa anche pericolosi e colpevoli di aver speso tutto senza aver ottenuto alcun risultato. Questa realtà magari non si verifica davanti a malattie eclatanti, doveve curare il malato fa quasi chic. Tali aberrazioni si innescano davanti a infermità caratteriali, malesseri esistenziali: dubbi, critiche rendono il malato non qualcuno da accudire, ma una cellula tumorale da epurare per salvare la totalità del corpo, della famiglia, della coppia, del gruppo o della comunità.

La protagonista di questo brano rappresenta veramente ogni persona, ogni coppia e ogni famiglia lacerata da dodici anni, simbolo della totalità del popolo con cui Dio ha stretto alleanza, patto fatto di sconfitte, di perdita graduale del proprio valore, della propria dignità. Pensiamo per un attimo a quelle coppie dove un figlio che non arriva diventa la ragione della separazione, dove gli anni di alleanza diventano anni di tradimento, dove il flusso di sangue della negazione dell’altro non è fluente ma chiazzato, meno visibile ma non meno letale, poiché alla fine non si ha più niente di bello da condividere, non c’è più nessuno che si interessi a noi e la nostra bellezza, ciò che eravamo, il nostro entusiasmo viene gettato nella spazzatura in favore della ragione di stato, in favore di una facciata che sia chiama abitudine o solamente amore dipendente. Quella donna aveva dissipato tutto, era colpevole di averci creduto fino alla fine, di aver sperato che qualcuno si sarebbe accorto di lei dicendole che il suo dono era importante, ma quel qualcuno non era mai arrivato, per dodici anni. Nel popolo non si trovò nessuno in grado di salvare chi appartenesse al popolo; anche nella coppia o nella famiglia, spesso anche nella persona, non esiste quel “qualcuno” che possa salvare ciò che fa parte di loro.

Tale tremenda realtà ci lascia impietriti davanti alla truce assurdità che possono essere le nostre relazioni. Possiamo prendere un “io” magnifico e farlo diventare cimelio da pattumiera, ma la forza della grazia e la grandezza dell’Alleanza custodiscono l’incustodito: la donna compie due gesti fortissimi. Nonostante tutto quello che è successo, nonostante gli anni e ciò che quegli anni simboleggiano, nonostante ciò che gli uomini dicono di lei, continua a credere nel bene, continua a non rassegnarsi ad una alleanza vista come una prigione, ma rinnova l’Alleanza come luogo di fiducia capace di superare ed essere più grande di chi ha stipulato quel patto.

Quella donna va da Gesù! Lo tocca! Lo tocca, poiché crede ell’indissolubilità dell’amore, un Amore che si lascia toccare, che si lascia rompere, tagliare, sfilacciare, ma come una corda intrecciata con più fili, con un’anima di acciaio, che le consente di reggere l’urto dell’usura. L’alleanza può essere violata, l’amore può essere tradito, ma rimane sempre indissolubile, perché più grande del nostro cuore, più forte di una condanna, più coriaceo di qualsiasi violenza. L’emorroissa, dopo averle provate tutte, prova il Tutto: prega!

Continua…….

Fra Andrea Valori

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