Non posso buttare un dono tanto grande

Di seguito una testimonianza a mio parere meravigliosa. Meravigliosa anche se colma di sofferenza. Alessandra è una donna che ha deciso di amare davvero. Ha deciso di continuare ad affidarsi a Gesù e al dono del matrimonio che ha ricevuto. Anche se suo marito ha un’altra vita e un’altra donna. Io non so se il suo matrimonio fosse nullo. Sarebbe stato molto difficile appurarlo, visto i tanti anni di matrimonio già alle spalle e la presenza dei figli. La sua resta comunque una scelta di sacrificio e d’amore che non può non essere luce per tutti.

Buongiorno Antonio, ti seguo sempre con piacere e condivido molti dei tuoi post con qualcuno della mia parrocchia. Non so se ti ricordi di me, un giorno ti ho scritto che sentivo fortemente il peso del mio matrimonio fallito e che avrei voluto strapparmi di dosso questo matrimonio. Sai, ho intrapreso la strada per verificare la nullità del mio matrimonio, ho parlato con un sacerdote e con un avvocato, ma nel frattempo, parlavo soprattutto con Dio. Arrivò il giorno in cui l’avvocato mi fece sapere che era tutto pronto per iniziare l’iter di nullità matrimoniale. L’indomani mi disse che avrebbe presentato i documenti al tribunale. Lì, ebbi un ripensamento. Le dissi di aspettare ancora qualche giorno, non ero più sicura.

Ebbene, la domenica successiva, mentre eravamo in parrocchia a fare le prove del coro, fra una messa e l’altra, entrò in chiesa una coppia di sposi. Nella messa successiva avrebbero festeggiato il loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Ci chiesero di cantare per loro. Vuoi sapere cosa è successo? Il sacerdote durante l’omelia parlò loro del “dono” del matrimonio ricevuto dal Signore e che loro di questo dono, insieme a Dio, ne avevano fatto cose grandi.

Ecco, io ho sentito forte dentro di me la parola “dono”. Il Signore mi aveva accontentata donandomi il matrimonio, la famiglia, i figli e tanto altro ancora. Ed io cosa volevo fare? Volevo far finta che mai nulla fosse accaduto? Mi venne in mente un piccolo pensiero parallelo: sarebbe stato come se io avessi fatto un regalo prezioso a mio figlio e lui lo avesse buttato! Io mi sarei dispiaciuta molto!

Ebbene, non ho mai più telefonato all’avvocato, i miei documenti non sono mai stati presentati, mio marito continua a vivere la sua vita, io continuo a pregare il Signore che riempia con il Suo Amore questo vuoto che sento. Parliamoci chiaro, il vuoto c’è, l’amore è necessario per vivere, forse non sono pronta a “sentire” l’Amore del Signore (quell’Amore che tutto avvolge), per fortuna ci sono i miei figli, ma loro andranno via ed io mi farò “grande”.

Chissà se mai sarò “amata” su questa terra, di un amore vero e completo! Ma sai, sono felice di aver preso questa “croce” e avere la consapevolezza che non è poi così pesante, se non in alcuni momenti. So che c’è un motivo per tutto questo perché “tutto concorre al bene di coloro che amano il Signore” (San Paolo – Romani) , ma spero sempre in un miracolo.

Antonio e Luisa

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Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 2 parte

Lc 10,30 Gesù allora rispose e disse: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei ladroni
Veniamo ora all’uomo malcapitato che scende da Gerusalemme a Gerico. Quale senso si trova dentro questa direzione e cosa possiamo trovare in essa come rivelatrice di un’interiorità in balia del dissenno. Il tale si dirige a Gerico, troppo spesso vista semplicemente come la città icona del peccato e dunque di primo impatto potremmo affermare che l’uomo cade in balia dei perdoni a causa del suo peccato. Spesso nella Scrittura lectio facilior-la cosa più facile. non è la via più giusta da imboccare rispetto alla lectio-difficilior-la cosa più difficile.
Partiamo dal nome della città di Gerico che proviene dalla radice yrḥ che significa luna o mese. Non la stessa parola ma un concetto analogo viene usato in Es 12,2 quando viene Dio inizia ad istruire Israele su come avverrà la propria liberazione e come dovranno celebrarla. Altro particolare che possiamo notare, attingendo alla tradizione rabbinica, la radice yrḥ e la radice yrh-indicare-insegnare da cui poi viene la parola Torah, sono molto simili e anche facilmente associabili da un punto di vista fonetico. Al netto di tali dettagli capiamo che Gerico non è la città del peccato ma di una legge che è veramente se stessa perché conduce, accompagna e libera. Quando però abbiamo lo spirito abbattuto è facile equivocare la più bella e santa delle cose, come aver bisogno di amore, e cercarlo nel suo surrogato. Gerico è anche la prima città della conquista, dove una prostituta salvò gli esploratori del popolo e ne favori la presa. Una prostituta salva il popolo, dunque Gerico può apparire il luogo dove puoi essere trattato bene, senza supponenza dove vige il mal comune mezzo gaudio, poiché se siamo tra peccatori almeno nessuno ti giudica, se siamo tutti dei falliti almeno non c’è nessuno che ti tratta come tale. Quest’atteggiamento e di chi ormai non ha più voglia di lottare per difendere la sua dignità, di chi non ha più il coraggio di chiedere perdono, di chi ormai ha deciso di credere agli insulti e quindi fermo di andarsene, dove pensa possa essere peccatore tra peccatori per sentirsi un po’ amato.

Quando la vita di relazione diventa una legge che schiaccia, invece di accompagnare e liberare, chi vive la relazione può cadere nell’errore di credere nel giudizio posto su di lui e vedere nel peccato una via di fuga, una chiusa dietro la quale proteggersi.
33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione[…] 35estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
Questo gesto del Samaritano sembra qualcosa di scontato se guardiamo il suo agire precedente, appare come qualcosa che suona normale per la nostra odierna modernità abituata a pagare l’albergazione, ma se ci caliamo nel contesto di chi scrive e racconta questi versetti sono a dir poco innovativi e gestanti in se stessi la strada e la direzione che il Samaritano traccia per chiunque ha scelto di amare: tutti i personaggi di questa parabola seguono un strada, il Samaritano ne traccia una nuova!

Nella società antica l’accoglienza era qualcosa di sacro, ospitare il forestiero era come dare ospitalità a Dio, tanto che nella scrittura troviamo lo stesso Abramo contrapporsi agli uomini di Sodoma poi che è l’uno accolse l’angelo del Signore cf. Gn 18, mentre gli altri non accolsero il Signore ospite di Lot cf Gn 19: il peccato di Sodoma era anche la mancanza di accoglienza.
Se questa sacralità riempie la realtà dell’accoglienza possiamo immaginare quanto fosse dissacrante pagare per essere ospitati. Un ulteriore conferma sulla situazione di pagamento ci viene dalla parola usata da Luca per indicare l’albergo e cioè pandocheion, il quale si differenziava dal katalumata-alberghi non commerciali.
Tale particolare ci apre ad una realtà intrinseca del cuore misericordioso, egli paga ciò che sarebbe dovuto, rompe gli schemi disinteressandosi se la cultura o il pensiero dominante rilevi il suo gesto come uno scendere a patti con ciò che è inteso come sacrilego. La persona magnanime rischia per cambiare le cose, poiché è bello pensare che la promessa di ritornare per poi estinguere il debito possa aver incontrato un cambiamento nell’albergatore facendolo diventare uomo di accoglienza gratuita.
Spesso nelle nostre scelte generate e generanti misericordia possiamo trovarci davanti alla necessità di dire al “si è sempre fatto cosi” stai sbagliando, o mettersi contro a chi crede ciecamente di essere nel giusto, non ponendosi più il problema del giusto o sbagliato, ma vivendo nella verità di chi ritiene la persona il fine e il sommo bene. Essere misericordiosi in famiglia e nella coppia significa fare scelte incomprensibili, magare da parte della tua famiglia di origine, e porre chi ami sempre al centro del tuo cammino: “ne ebbe compassione” v.33, splachizomai e cioè ne fu toccato fino alle viscere. Ma dopo ciò arriviamo da dove avevamo cominciato: “Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: la “sliding door” un porta scorrevole che si apre piuttosto che chiudersi può cambiare la vita”.
Bhe la vita di chi crede in Gesù di Nazareth non è mai una “sliding door” non un caso che cambia la vita ma una scelta: amare e lasciarsi amare da chi vuole tracciare una via nuova che rende nuove tutte le cose! Cf Ap 21,5

Fra Andrea Valori

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E’ giusto che lei provi un senso di colpa?

Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e ha provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così. Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere a posto.

Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa, che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento, dovrebbe fare una bella confessione per sentirsi rigenerata e preziosa agli occhi di Dio, e poi dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa

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Torniamo alle origini del nostro matrimonio!

I sacramenti sono uno strumento dirompente che abbiamo a disposizione e, in molti casi, ne facciamo scarso uso. Perchè questo? Perchè in fondo non ci crediamo tanto. Mi ci metto anche io che faccio una gran fatica ad entrare nella realtà trascendente dei sacramenti. Eppure, se ci pensiamo un attimo, essi sono davvero un dono immenso che Gesù ci ha dato. Traggono forza da Lui direttamente, dal Suo sacrificio sulla croce, dove ha pagato per tutti. Ha pagato per salvarci. Cosa significa salvarci? Significa ridonarci lo sguardo delle origini. In tutta la nostra vita. Lo sguardo di chi era in armonia con Dio Padre e con i fratelli. Ecco, Gesù è morto in croce per restituirci quello sguardo.

Questo è vero in ogni ambito della nostra vita. Lo è ancor di più nel matrimonio, perchè la relazione sponsale stessa è sacramento perenne dove Gesù è presente in modo reale e misterioso, in modo simile all’Eucarestia. Due sposi hanno questa grande possibilità di tornare ad avere l’uno per l’altra lo sguardo di Dio.

Ecco che quando ci sono problemi in famiglia o nella coppia spesso non torniamo alla fonte del nostro amore redento, che sono appunto i sacramenti. Spesso ci sentiamo soli nella nostra sofferenza. Quando c’è qualche problema più grave ricorriamo a psicologi o psicoterapeuti. Che va benissimo. E’ importante capire la causa psicologica delle nostre fragilità per poterle conoscere, limitare e curare. Ma non basta.

Come prima cosa dovremmo tornare alle origini della nostra relazione, che sono proprio i sacramenti. Accostarci all’Eucarestia per essere uno con Gesù, riconciliarci con Lui attraverso la confessione e quando possibile fare l’amore tra noi sposi, perchè quello è il nostro rito sacramentale specifico del matrimonio. Sono tutti modi per ritrovare quello sguardo delle origini indispensabile per vedere l’altro/a con lo stesso sguardo di Gesù, che nonostante il male subito ha continuato ad amare i suoi carnefici chiedendo a Dio di perdonarli. Fino all’ultimo.

Certo a volte sembra non servire. Ho in mente tanti amici che nonostante questo si sono separati. Un caro saluto a Giuseppe, Francesco, Ettore, Anna. Eppure ha funzionato anche per loro. Sì, perchè, attraverso i sacramenti, hanno riacquistato quello sguardo che ha permesso loro di trovare la pace nella sofferenza dell’abbandono (che c’è e resta) e sono riusciti ad amare nonostante tutto il loro coniuge che li ha abbandonati, offrendo la loro sofferenza per lui/lei. Non è un miracolo questo?

Antonio e Luisa

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Perchè è così difficile fare l’amore?

Quando il sesso va bene, conta il dieci per cento in una relazione.

Quando va male, rappresenta il novanta per cento della relazione.

(Michael Broohs)

Perché per tante persone è così difficile fare l’amore? Perchè è così difficile abbandonarsi ad un gesto che dovrebbe essere la più grande e bella espressione concreta del loro amore? I corpi nell’intimità fisica diventano manifestazione di un’unità che i due sposi dovrebbero sentire nei loro cuori.

Ci sono tanti motivi. Escluse cause fisiologiche e ormonali mi soffermo su una dinamica fondamentale da cui la coppia non può non essere condizionata. Nell’intimità ti porti tutto. Non è questione solo di corpo, solo di gioco e di divertimento. Il corpo diventa davvero modalità per manifestare tutta la persona nella sua complessità e tutta la relazione sponsale.

Nell’intimità ti porti tutto e costa fatica portarsi tutto, se questo tutto è pesante. Costa fatica abbandonarsi. Costa fatica alla donna senz’altro che, anche per come è fatta fisicamente, è quella che più deve accogliere, ma è difficile anche per l’uomo che fa fatica ad essere tenero quando ci sono tensioni e problemi. Nell’intimità ti porti le piccole e grandi tensioni che nascono dalla convivenza, ti porti le famiglie di origine quando queste si intromettono troppo, ti porti le parole sbagliate, ti porte le indifferenze e le incomprensioni. Ti porti tutti gli errori che nella coppia si fanno.

Come fare allora? Si pensa spesso che il sesso possa allegerire la coppia. Questo può funzionare (in apparenza) all’inizio, ma poi quando passano gli anni, arrivano i figli, aumentano le responabilità e i piccoli e grandi rancori non perdonati si stratificano uno sull’altro, il sesso non basta più. Non solo non basta ma sparisce. Costa troppa fatica e non c’è desiderio. Allora si smette di farlo facendo finta che non sia così importante. Invece è importante si.

L’errore sta proprio a partire dal sesso. Bisogna invece partire dalla relazione. Ritrovarsi, riguardarsi, dialogare. Soprattutto perdonarsi, ma perdonarsi davvero. Solo così si potrà alleggerire la relazione e di conseguenza rendere più semplice l’incontro dei cuori e dei corpi. La medicina è’ semplice da trovare, ma difficile da mettere in pratica. Dare acqua e sole alla pianta del nostro amore. Dare l’acqua della tenerezza, anche se non viene spontaneo farlo. Senza guardare quello che fa o non fa l’altro/a. Decidersi e farlo. Senza desistere o scoraggiarsi. E poi lasciarsi curare dai raggi del sole del perdono. Perdonarsi, farlo tutte le sere, anche per le piccole cose, magari nel calore di un abbraccio.

Così il peso del rancore e delle tensioni pian piano si alleggerirà. Ora non vi resta che alleggerire il peso delle giornate piene di lavoro e di impegni familiari. Altrimenti arriverete a sera che sarete distrutti e non avrete voglia di fare nulla se non di dormire. Trovate tempo di qualità. Trovate significa che va trovato a discapito di altro. Prendetevi un giorno di ferie e dedicatelo a voi. Non è un giorno buttato. Non potrebbe essere tempo speso meglio.

Antonio e Luisa

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L’abito della preghiera è la forza della misericordia: giocarsi il Tutto per Tutto! (2 parte)


Intanto, da dietro, una donna si accostò a Gesù e toccò l’orlo del suo mantello. Da dodici anni questa donna perdeva sangue; ma aveva pensato: ‘Se riesco anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita’.

Matteo 9, 20-21

Di che mantello di tratta, e di che lembo si tratta? Di norma il pio israelita, così come Gesù era, indossava gli abiti della preghiera, abiti rituali che avevano il compito di far presente al credente il bisogno di segni che lo preparassero all’incontro con Dio. Già in Nm 15 vi sono dettagliate descrizioni su come il tallit, il mantello rituale, dovesse essere fabbricato.

Soffermiamoci su due aspetti che riguardano il passo evangelico. Ognuno di questi mantelli aveva delle frange, quelle frange di cui si beavano i farisei nella loro purità e che anche Gesù portava con eleganza del tutto diversa. Durante la preghiera l’israelita era solito rivestirsi di questo mantello e impugnare le frange della parte superiore del tallit con la mano sinistra. Questo gesto rievocava il nome innominabile di Dio JHWH, poiché, secondo la scuola rabbinica di Shammai, le due frange avevano sedici fili e dieci nodi e questo equivaleva al valore numerico proprio del nome di Dio.

La donna tocca l’orlo del mantello, il titz, cioè le frange; Gesù sente uscire da Lui una forza, sente che qualcuno ha chiamato in causa un nome che non ha bisogno di essere nominato per essere vero, vivo ed efficace. Gesù dice: “Chi mi ha toccato, chi mi ha trafitto: chi ha pregato!?” Pregare, infatti, significa gridare il nome di Dio, non recitare formule o orazioni, ma stringere in mano ciò che si ha di Lui, cioè che rimane della propria vita, il proprio dolore, la propria gioia, le proprie lacrime non ancora sconfitte dalla rassegnazione; pregare è scegliere di provare il Tutto per Tutto, affidando la propria vita ad un Altro, dichiarandolo Signore della propria vita.

Questo ulteriore aspetto del vangelo illumina il concetto di sponsalità, troppe volte confuso o incastrato in quello della maritalità. Secondo alcune scuole rabbiniche il precetto delle frange di Dt 22 è seguito dal precetto del prendere moglie, per tale motivo il tallit è stato codificato anche come abito nuziale dello sposo. Analizzando il passo dell’emorroissa nulla riporta ad una maritalità tra Gesù e la donna, così come non può esserci tra Gesù e nessuna donna, nonostante ciò che qualche romanzata e bislacca ipotesi può avanzare. Salta, però, all’occhio che le frange e il mantello sembrano essere il punto di contatto, il veicolo con cui si instaura un rapporto tra Gesù e la donna e si fonda una relazione nuova tra la donna e se stessa. In quel momento la donna riconosce Gesù come sposo della sua umanità ferita, sposo della sua fede agli sgoccioli, suo sposo perché suo Signore e suo Tutto: la sua verità, Colui che con la Sua vita le dice: “Tu sei salvata!”

Ecco il gene della sponsalità: essere signore donando a chi si ha accanto la signoria di essere salvato e amato.


Ba’al in ebraico è usato per esprimere il significato di padrone, sposo, signore. Da notare che JHWH viene letto Adonai che ha il medesimo significato di Signore attribuito a Dio e non più ad un idolo. Gesù dona signoria alla donna, lo si desume da ciò che l’emorroissa dice dopo essere diventata colei che è la Salvata: “venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità”(Mc 5,33).
Il vangelo siriaco usa la parola šərārā-verità, che esprime anche il concetto di sanità e fermezza. Questa donna è investita della Signoria sponsale di Cristo, ormai è solida nella verità di se stessa, è sana nel parlare di ciò che è, nel suo relazionarsi, dice bene di sé! E’ sposa dell’amore!

Ogni uomo e ogni donna, ogni marito e ogni moglie che vivono una crisi del loro rapporto possono ritrovare il proprio elemento sponsale che genera in loro e tra di loro la Signoria di Cristo, rendendoli “signore” e “signora” l’uno dell’altra, senza paura, ma con il coraggio di aver bisogno di Dio e di chi si ha accanto.

Ecco l’abito della preghiera: attingere alla forza della misericordia per avere il coraggio di stringere tra le mani ciò che si ama, gridare il nome che riconosce la nostra voce e chiedere, nel nostro bisogno, che avvenga secondo lo sguardo amorevole di chi ci guarda. Gesù sposo e Signore!

Fra Andrea

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L’abito della preghiera è la forza della misericordia: giocarsi il Tutto per Tutto! (1 parte)

Molti sono i tentavi di riprendere per i capelli situazioni già perse, spesso consideriamo l’ultima spiaggia dei percorsi di recupero, si affollano nella nostra mente mille dubbi misti a domande: forse se avessi cambiato atteggiamento, forse se non avessi parlato in quel modo, forse se me ne fossi accorto/a prima. Pensiamo anche che rivolgendoci al terapeuta o al sacerdote di turno le cose possano cambiare, che la nostra vita nella coppia possa essere guarita, che le nostre sofferenze possano finire e l’ombra inesorabile e avanzante del fallimento possa veder sgretolarsi la mannaia che porta in mano. Cerchiamo e dobbiamo provarle tutte perché amiamo, ma oltre a provarle tutte, il vangelo ci invita a provare il Tutto: preghiamo e facciamo pregare, perché la preghiera può guarire anche dopo tanti anni, anche quando le abbiamo provate tutte con scarsi risultati.
Ma cosa significa pregare?!


Nel vangelo di Luca al capitolo 8 si narra di una donna che, affetta da croniche perdite di sangue, aveva investito molti beni in cure mediche senza migliorare le cose, anzi peggiorandole, secondo la versione degli altri evangelisti. Questa donna per dodici anni aveva speso tutto!
L’evangelista dà un tocco d’interiorità nel descrivere colei che soffriva. Ella aveva speso tutto, ma non semplicemente investendo una somma di denaro. Luca esprime un giudizio su quanto questa donna aveva fatto usando il verbo prosanalisko che vuole dire sperperare, dissipare. Luca ci parla del giudizio che forse la comunità, la famiglia, aveva di lei e al quale, per quella donna, era tragicamente facile credere. Un giudizio spietato, quando si è vittima di una malattia che ti rende impuro: sei maledetto. Maledetto perché nessuno crede che tu stia male, perchè vieni considerato un peso o, soprattutto, perché è Dio che dice che sei fuori! (cf. Lv 15,25)

Quando si è malati spesso si diventa anche pericolosi e colpevoli di aver speso tutto senza aver ottenuto alcun risultato. Questa realtà magari non si verifica davanti a malattie eclatanti, doveve curare il malato fa quasi chic. Tali aberrazioni si innescano davanti a infermità caratteriali, malesseri esistenziali: dubbi, critiche rendono il malato non qualcuno da accudire, ma una cellula tumorale da epurare per salvare la totalità del corpo, della famiglia, della coppia, del gruppo o della comunità.

La protagonista di questo brano rappresenta veramente ogni persona, ogni coppia e ogni famiglia lacerata da dodici anni, simbolo della totalità del popolo con cui Dio ha stretto alleanza, patto fatto di sconfitte, di perdita graduale del proprio valore, della propria dignità. Pensiamo per un attimo a quelle coppie dove un figlio che non arriva diventa la ragione della separazione, dove gli anni di alleanza diventano anni di tradimento, dove il flusso di sangue della negazione dell’altro non è fluente ma chiazzato, meno visibile ma non meno letale, poiché alla fine non si ha più niente di bello da condividere, non c’è più nessuno che si interessi a noi e la nostra bellezza, ciò che eravamo, il nostro entusiasmo viene gettato nella spazzatura in favore della ragione di stato, in favore di una facciata che sia chiama abitudine o solamente amore dipendente. Quella donna aveva dissipato tutto, era colpevole di averci creduto fino alla fine, di aver sperato che qualcuno si sarebbe accorto di lei dicendole che il suo dono era importante, ma quel qualcuno non era mai arrivato, per dodici anni. Nel popolo non si trovò nessuno in grado di salvare chi appartenesse al popolo; anche nella coppia o nella famiglia, spesso anche nella persona, non esiste quel “qualcuno” che possa salvare ciò che fa parte di loro.

Tale tremenda realtà ci lascia impietriti davanti alla truce assurdità che possono essere le nostre relazioni. Possiamo prendere un “io” magnifico e farlo diventare cimelio da pattumiera, ma la forza della grazia e la grandezza dell’Alleanza custodiscono l’incustodito: la donna compie due gesti fortissimi. Nonostante tutto quello che è successo, nonostante gli anni e ciò che quegli anni simboleggiano, nonostante ciò che gli uomini dicono di lei, continua a credere nel bene, continua a non rassegnarsi ad una alleanza vista come una prigione, ma rinnova l’Alleanza come luogo di fiducia capace di superare ed essere più grande di chi ha stipulato quel patto.

Quella donna va da Gesù! Lo tocca! Lo tocca, poiché crede ell’indissolubilità dell’amore, un Amore che si lascia toccare, che si lascia rompere, tagliare, sfilacciare, ma come una corda intrecciata con più fili, con un’anima di acciaio, che le consente di reggere l’urto dell’usura. L’alleanza può essere violata, l’amore può essere tradito, ma rimane sempre indissolubile, perché più grande del nostro cuore, più forte di una condanna, più coriaceo di qualsiasi violenza. L’emorroissa, dopo averle provate tutte, prova il Tutto: prega!

Continua…….

Fra Andrea Valori

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Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!

Emis Killa , un rapper italiano abbastanza conosciuto, in uno dei suoi brani più famosi Parole di ghiaccio scrive: non esiste coppia perfetta perchè nessuno è perfetto da solo. Non sono d’accordo. E’ vero proprio il contrario. La coppia può essere perfetta proprio perchè siamo imperfetti.

Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a, semplicemente si basta. 

Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione. 

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo. E’ bellissimo potersi mostrare con tutte le nostre debolezze e fragilità ed essere comunque amati. Non ha prezzo. Non dovermi meritare il suo amore, ma sapere di averlo incondizionatamente. E’ una realtà davvero grande che fa del matrimonio, almeno per chi cerca di viverlo così, una relazione liberante e che permette di migliorarsi proprio perché non si è obbligati a farlo. Semplicemente si sceglie di cambiare per gratitudine e per restituire parte di quell’amore ricevuto gratuitamente.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così. Come ha scritto Giovanni Pascoli ne Il Fanciullino: Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!

Antonio e Luisa

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Non per scartare ma per includere!

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Matteo 10, 37-39

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Mi ha guardato e mi ha perdonato

Condivido la testimonianza di un lettore che vuole restare anonimo. E’ molto bella perchè mette in evidenza il potere redentivo dell’amore sponsale quando vissuto fino in fondo.

Ho tradito mia moglie e ho un matrimonio fantastico. Sento già il brusio scandalizzato. E’ così, ma va spiegata. Mi sono sposato ormai 25 anni fa. Mi sono sposato per amore. Volevo davvero bene a quella ragazza tanto solare e dolce. Con una fede grande in Gesù, a differenza mia che vivevo la fede in modo superficiale e immaturo. Mi piaceva e sinceramente volevo esserle fedele, amarla ed onorarla ogni giorno della mia vita. La mia promessa matrimoniale era sincera. Poi le cose cambiarono. Il lavoro, poi un bambino. Mi sentivo sempre preso da altro. Non c’era più tempo per mia moglie. Parlavamo poco, di solito per confrontarci su questioni pratiche di gestione familiare. Passi tu a prendere il bambino all’asilo? Vai a fare la spesa? Cose di questo tipo. Piano piano ho smesso di essere attratto da mia moglie. La vedevo più come una socia in affari. Non avevo tempo per guardarla. E poi litigavamo spesso. Non ero più capace di vedere quanto fosse bella. Lì successe. Conobbi l’altra. Come capita a tanti. Uscii a pranzo con i colleghi, come tante altre volte,  e lei si è aggiunse al tavolo. Era un’amica di una mia collega. Iniziammo a parlare. Parlammo di tante cose, parlammo di noi. Come non mi capitava più da tempo con mia moglie. Ci salutammo, ma lei mi restò dentro. Mi sentii  bene con una donna per la prima volta dopo tanto tempo. Il mio tradimento iniziò così. Non con il sesso, quello arrivò dopo. Non sono quel genere di uomo. Non vado in cerca di avventure. Quando si arriva al sesso è già troppo tardi per fermarsi, almeno per me lo fu. Per farla breve avemmo  una storia di alcuni mesi. Poi successe quello che temevo. Mia moglie scoprì la mia relazione extraconiugale. Non ero abbastanza furbo per non farmi beccare. Non fece scenate. Mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò mai. Un misto di sofferenza e delusione. Non disse nulla. Passarono i giorni. Io non sapevo cosa fare. Non riuscivo a dimenticare quello sguardo. Dormivamo in stanze diverse. Lei andò  a dormire nella camera di nostro figlio. Poi un giorno mi chiamò, aveva uno sguardo diverso. Non lo so spiegare. Era lo sguardo di chi sapeva cosa fare. Ricordo benissimo ciò che mi disse. Poche parole ma che ho scolpite nel cuore:

Non possiamo far finta che non sia successo nulla. Non è solo colpa tua. Anche io non ho saputo starti vicino. Abbiamo due possibilità. Lasciarci oppure fidarci di Gesù. Io ti ho perdonato, ci sto provando almeno. Ci vorrà tempo ma ti chiedo di credere ancora al nostro matrimonio. Mettiamocela tutta per essere felici insieme.

Decisi di troncare completamente con l’altra e di riprovare con mia moglie. Perchè? Quello sguardo mi ha toccato dentro. Ho intravisto di nuovo quanto lei fosse bella e preziosa. E quanto io le stessi facendo male. Iniziarono mesi non facili. Era difficile per lei ritrovare intimità e fiducia in me, e anche per me non fu semplice. Da soli non ce l’avremmo mai fatta. Fortunatamente Gesù non ci abbandonò mai. Trovammo sacerdoti e percorsi di coppia che ci fecero pian piano riavvicinare. Così accadde il miracolo. Non riesco a definirlo in altro modo. Con il tempo e l’impegno recuperammo un desiderio l’uno verso l’altra che non avevamo da molti anni, che forse non avevamo mai avuto. Rividi la donna meravigliosa che avevo sposato. Molto più bella di quando la sposai. Anche sessualmente piano piano ci ritrovammo. E’ stato molto difficile all’inizio ma ne è valsa la pena. Anche il rapporto fisico è tornato ad essere un’esperienza meravigliosa dove posso abbracciare la mia sposa e donarmi a lei con la gratitudine di chi ha ricevuto tanto amore, di chi è stato perdonato quando non lo meritava.  Anche la mia fede è cresciuta e maturata. Finalmente ho incontrato anche io Gesù. L’ho incontrato quel giorno in cui la mia sposa mi ha guardato e mi ha perdonato. Lì ho fatto per la prima volta l’esperienza dell’amore misericordioso di Dio. Questo è l’amore che salva. Non riesco ancora a ricordare questa esperienza senza che una lacrima mi scenda dal volto.

Lode a Dio

Antonio e Luisa

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Una “bastonata” non fa mai male, se ci dona una Promessa, serve a Risorgere!

Una delle bugie anestetiche più frequenti, che raccontiamo alla nostra vita, alle nostre scelte, alle vicende e che riguarda noi o le persone più care, è proprio quella di credere, in modo gobbo, che noi, lui o lei possa realmente cambiare. Addirittura, spesso deleghiamo ad un sacramento come il matrimonio il dovere di fare ciò che la solo grazia e libertà insieme possono fare: cambiare il cuore di qualcuno. Eppure, correggere i nostri difetti, smussare gli spigoli del nostro carattere, insomma diventare migliori è ciò che fin da piccoli ci è stato insegnato, ciò che la letteratura teologica e la predicazione cristiana ci invita a fare, ma qualcosa sembra andare sempre nel verso opposto. Forse perché l’uomo, la donna, la coppia non ha nel proprio DNA specifico il dover cambiare ma bensì il desiderio di voler risorgere: ecco cosa cambia un uomo, la risurrezione, anzi il Risorto! Nella scorsa riflessione ci siamo interrogati sul personaggio di Giuda. Giuda tradirà e si pentirà andando dai sommi sacerdoti dicendo di aver tradito sangue innocente (cf. Mt 27,4) usando un espressione molto forte: io ho consegnato un sangue che non meritava nessun castigo, una carne che non andava sacrificata. I sacerdoti gli risponderanno con un secco su opsei e cioè te la vedrai tu con te stesso d’ora in poi! Sappiamo tutti quale sarà la fine di Giuda, la fine di un uomo che deve vedersela da solo con il male che ha fatto, un uomo che forse voleva cambiare ma non ha trovato le persone giuste. E Pietro?!
Pietro non l’ha fatta molto diversa, tanto che lo stesso Gesù gli predice il suo tradimento con queste parole testuali: prima che il gallo canti mi rinnegherai tre volte, aparneomai, ossia per tre volte dirai NO, rigetterai tutto quello che siamo cf. Mt26,34. Più avanti l’apostolo dirà: “non lo conosco”, non l’ho mai conosciuto nel mio passato quest’uomo non c’è, e se c’è stato non conta nulla per me! Quante volte la rabbia verso la persona che ci è accanto, rabbia comprensibile poiché insanguinata di amore, ci ha fatto desiderare che nulla fosse mai esistito, ci ha fatto rimpiangere di averlo, averla, mai amata o amato.
Ma Pietro risorge, Pietro cambia, Pietro inizia a piangere come una fontana, i suoi occhi si incontrano con quelli del maestro e non si sente dire da quello sguardo che adesso erano affari suoi. Quelle palpebre si chiudono solo per il dolore di chi prova dolore del peccato e poi si riaprono per donare all’amico un nuovo Sabato, una nuova creazione, una Promessa: ora sei risorto perché hai capito che puoi sbagliare e che il mio amore è più grande del tuo errore. Una bella “batosta”, una “palata nei denti” che ci mette “ko” nella vita non fa mai male, può essere salutare, questo non significa andarsela a cercare, ma non presumere di noi stessi e degli altri ci conduce giorno per giorno in quel cammino che si chiama conversione, anzi Risurrezione! Pietro sbaglierà molte altre volte, se ne andrà a pescare, verrà rimproverato da Paolo (cf Gal 2), cercherà secondo la tradizione di scappare da Roma durante la persecuzione del 64 d.C., ma ormai Pietro è cambiato, Pietro è risorto lui è il vero penitente, il vero apostolo di Cristo. In ebraico pentirsi è di solito espresso con il verbo shuv, che vicino ad un altro verbo può aver un valore continuativo\ingressivo: cominciare di nuovo. Pietro è un penitente, un uomo nuovo, un risorto perché sa che vicino ad ogni errore e peccato, dovrà sempre accostare il verbo shuv: continuare ad amare e amare sempre di nuovo. Una coppia, un NOI risorto vive di questa potenza e non è più lo stesso di prima è Risorto, risorge ogni giorno, è passato dalla morte alla vita!

Fra Andrea Valori

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Solo Giuda ha tradito? Il tradimento nella coppia.

Troppo facile prendersela con qualcuno! Il Mistero di Giuda il traditore! In questi giorni i personaggi dei vangeli narrati dalla liturgia sono molteplici. Uno dei più difficili da capire, da tollerare e anche da accogliere nel mistero dell’amore è proprio un traditore. Un uomo come Giuda che portava nel suo nome la gloria delle profezie della sua tribù (cf. Gn. 49), un uomo che conosceva gli illustri del tempo ed era conosciuto da loro, un uomo che aveva lo spunto in più, il passo giusto e superiore agli altri tanto da poter amministrare la cassa e averne anche giurisdizione: “Alcuni infatti pensavano, poiché Giuda teneva la borsa, che Gesù gli avesse detto: “Compra le cose che ci occorrono per la festa”, oppure che dovesse dare qualcosa ai poveri”. Gv.13,29 .
Ma da cosa viene il tradimento, perché tradiamo, perché iniziamo a credere che la persona per la quale abbiamo vissuto ora è nostro nemico? Perché Giuda tradisce Gesù?
Perché i suoi fratelli Apostoli tradiscono lui? Si anche i discepoli tradiscono lui. Tradire infatti può anche significare lasciare che qualcuno che amiamo si faccia del male, tradire può significare anche lasciar solo chi ha bisogno di perdonarsi.
Gli undici avevano commesso un errore, avevano scelto la strada più facile, una strada in discesa anche se tinta di austerità obbediente, una presunta comunione che trafigge con il pungolo della colpa: erano stati così vicino al maestro da non aver imparato nulla, ma soprattutto così stretti a lui da aver allontanato qualcuno!
Perché gli apostoli tradiscono Giuda!? Perché per loro era un ladro! Cf. Gv 12,6.
Il vangelo usa questa espressione riferita alla ruberia di Giuda: oti kleptes en, che potremmo interpretare: è sempre stato uno che nascondeva tutto! Lui è uno che non è mai se stesso, e soprattutto uno che non la pensa come noi!
Nella coppia il tradimento nasce proprio da qui, spesso non è colpa di uno solo, ma di quella carne sola dove una parte ha deciso di non poter essere più se stessa, di non poter parlare, confidarsi perché essere se stessi significa soffrire troppo, e tradire è l’unico modo per difendersi: abissale come un baratro è il cuore umano! C’era un’altra domanda:” Perché Giuda ha tradito Gesù? A tale domanda non abbiamo dato risposta, semplicemente perché non è la domanda più importante!
L’importante è risposta giusta e cioè che Gesù ha sofferto per Giuda e con Giuda. Gesù ha sofferto per una persona che amava e che stava rifiutando l’amore. Gesù non ha smesso di chiamarlo amico! Gesù non l’ha mai giudicato ma l’ha sempre accolto per quello che era! Il maestro ci doni la grazia di capire che prendersela con qualcuno è troppo facile e lasciare che chi amiamo sia se stesso è il fascinoso rischio dell’amore e la grandezza impavida del Risorto: di una coppia che ama come carne Risorta!

Fra Andrea Valori

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Abbiamo solo l’oggi per amarci.

Non so quanti giorni sono che siamo chiusi in casa. Sabato mattina dalla finestra ho visto passare il triste corteo dei camion militari che trasportavano 60 salme in altri cimiteri per essere cremate. Una sensazione strana. Tanta tristezza e senso di abbandono. A Bergamo, la mia città, tutto questo dramma è palpabile e molto più concreto che in altre città. Questo ti porta a pensare. Ho pensato se davvero la mia vita fosse centrata su quello che davvero conta. Se le mie priorità fossero quelle giuste. Ho pensato a quelle persone morte da sole in un ospedale. Morte senza il conforto delle persone care vicino. Magari senza avere neanche avuto la possibilità di salutare i propri cari. Mi è venuta in mente una parabola. Io cosa sto mettendo da parte. Ciò che davvero conta? Ciò che mi posso portare dietro? Perchè questi giorni stanno frantumando tutte le mie certezze. Io ancora giovane e che mi sentivo immortale, con tanto tempo a disposizione, in un mondo dove la scienza può sconfiggere quasi tutte le malattie. D’improvviso questo virus mi ha messo con le spalle al muro. Siamo fragili e impotenti.

Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.  Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Il tempo è adesso. E’ adesso che posso dire alla mia sposa quanto la amo. E’ adesso che posso dirle grazie per tutte le volte che si è donata a me. E’ adesso che posso chiedere perdono per le volte che io non ho saputo donarmi. E’ adesso che posso darle una carezza, parlare con lei delle realtà più profonde, di noi e del nostro amore. E adesso perchè il presente è tutto ciò che abbiamo per amare. Madre Teresa lo spiega molto bene: Ieri è passato. Il domani non è ancora arrivato. Abbiamo solo l’oggi: cominciamo.

Ecco questi giorni mi stanno insegnando che possiamo rimandare tante cose. Possiamo rimandare il lavoro, la scuola, la corsetta all’aperto, ma c’è qualcosa che non possiamo rimandare: l’amore.

Antonio e Luisa

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Meglio pubblicano che perfetto!

In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Di solito commento solo il Vangelo della domenica. Oggi faccio un’eccezione. E’ un vangelo che mi colpisce dritto al cuore. Quante volte mi sono sentito meglio di altri. Quante volte mi è venuto di giudicare la vita di altre persone, che hanno buttato alle ortiche un matrimonio. Quante volte mi sono considerato bravo. Cosa c’è di male in questo? La mia famiglia è bella, ci vogliamo bene e cerchiamo di crescere nella vita buona i nostri figli. Non c’è nulla di male in queste cose, ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò avviene non grazie a noi, ma nonostante le nostre miserie. Dimenticare questo significa pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inerosabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Un po’ di tempo fa ho avuto una giornata difficile. Mi sono speso fino allo stremo per lavoro, famiglia e impegni. Mi sono sentito bravo. Cosa ho fatto? Ho ringraziato Dio per avermi aiutato? No, nulla di tutto questo. Sono tornato a casa e ho mortificato la mia sposa perchè non era ancora pronto in tavola. L’ho detto con la pretesa di chi si meritava di essere servito dopo una giornata così. Come se lei non avesse fatto nulla tutto il giorno. C’è rimasta male e io non ho potuto che abbassare la cresta e chiedere scusa perchè quel gesto ha vanificato tutto il resto. Dobbiamo riconoscerci come il pubblicano che si comporta male, ha miserie e fragilità, ma davanti a Dio si batte il petto e ringrazia perchè nonostante le sue miserie è amato come un figlio. Solo così potremo essere mariti e padri non perfetti ma prossimi alla nostra sposa e ai nostri figli. Persone capaci di perdonare e di compatire le difficoltà dell’altro/a. Nel senso di patire con. Condividere. Solo così, ammettendo la nostra miseria e sentendoci comunque amati, saremo capaci di accogliere e accettare quella del nostro coniuge.

Antonio e Luisa

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Amare è caricarsi dei suoi pesi.

Ci sono due parole nella Bibbia. Sono molto simili, hanno infatti la stessa radice. Hanno cioè le stesse consonanti. Cambiano le vocali. A seconda della vocalizzazione applicata in lingua ebraica, la radice [KVD] (o KBD) assume diversi significati, quali:

Kavòd = onore, gloria
Kavèd = pesante

Questo mi permette di fare una riflessione sponsale. Quando io onoro, rendo gloria al mio matrimonio? Quando assumo i pesi dell’altro/a. Quando sono felice di poterlo fare per rendere la vita della mia sposa più leggera. Noi sposi non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per prendere dall’altro/a ma per donarci all’altro/a. Non ci sposiamo per essere felici, ma per rendere felice l’altro e da questa consapevolezza trarremo anche la nostra gioia e la nostra pace.

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25, 35-40

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Un amore che apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando a mia sposa, e attraverso di lei anche Dio.

Antonio e Luisa.

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Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo sposo.

Durante la Santa Messa di ieri, il nostro parroco ci ha aiutato a riflettere su un passaggio della prima lettura. Siamo nel Levitico. Secondo la tradizione il Levitico è stato scritto da Mosè in persona. Sono norme e regole rivolte principalmente ai sacerdoti per rendere culto gradito a Dio. Il testo sacro narra l’Alleanza che Dio stabilì col suo popolo e come il suo popolo deve accogliere questa alleanza. Nel Levitico troviamo tantissime norme e precetti. Domenica abbiamo ascoltato una di queste. Mosè parla al popolo per conto di Dio e dice: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello. Per noi sposi, sappiamo bene, il fratello più vicino è il nostro coniuge. Mi soffermo sul verbo covare. Chi cova? La gallina cova il suo uovo. Il covare ha due finalità principalmente. Prima di tutto serve a proteggere l’uovo. Ecco! Noi facciamo lo stesso con il risentimento. Lo proteggiamo. Ci sono comportamenti dell’altro/a che non sono accettabili. Il risentimento che io sento verso di lui/lei non solo è giusto, è sacrosanto. Nessuno mi può dire che sbaglio ad essere risentito/a con lei/lui. Nessuno mi può dire che sbaglio a provare rancore. Se l’è meritato. Nessuno me lo può dire, neanche Dio. Per questo proteggo il mio rancore e non permeto allo Spirito Santo di penetrare e distruggerlo. Non permetto allo Spirito Santo di trasformare quel risentimento in misericordia, in occasione per amare chi non lo merita.

La seconda finalità è nutrire. La gallina che cova non solo protegge ma nutre con il suo calore l’uovo. Così facciamo noi. Quando siamo risentiti/e verso di lei/lui non cerchiamo di disinnescare la miccia. Al contrario cominciamo a rimuginare. Pensiamo a tutte quelle volte che già lo/la abbiamo perdonato/a. Già perchè difficilmente perdoniamo davvero. Al momento giusto sappiamo bene rinfacciare torti veri o presunti “perdonati” in passato. Perchè in realtà non perdoniamo davvero. I “reati” non vengono perdonati ma condizionati. Un po’ come le condanne penali. Ti perdono ma se me ne combini un’altra paghi questa e quella. Capite bene che questo non è perdono. Il rancore c’è ancora dentro che lavora. Se coviamo tutto questo risentimento arriverà il momento in cui tutto esplode e lì diremo e faremo cose di cui poi magari ci pentiremo, ma ormai il danno sarà fatto. Avremo ferito la persona che avremmo dovuto amare.

Ecco perchè è importante non covare l’odio, non proteggerlo e non nutrirlo. Aprire le porte del nostro cuore allo Spirito Santo. Aggrapparci alla forza del nostro sacramento che è Grazia. Solo così saremo capaci di perdonare davvero, di annientare quel risentimento, quel rancore che abbiamo dentro. Disinnescarlo prima che diventi odio, prima che ci divida, prima che rovini tutto. E poi facciamo memoria. Non del male però. Del bene. Di tutte le volte che l’altra persona ci ha voluto bene, ci ha protetto, si è donata e ci ha servito. Non meritiamo di essere trattati male, ma non diamo per scontato di dover essere trattati bene. Quando ciò accade ringraziamo l’altro/a e custodiamo nel cuore quella gratitudine.

Antonio e Luisa

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Piccoli Perdoni Quotidiani

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Nella gioia e nel dolore. Ma nel dolore di chi?

Youtube ormai mi conosce. Tra i vari video consigliati mi ha proposto una conferenza dello psicoterapeuta Roberto Marchesini. Mi ha incuriosito perchè ho letto alcuni suoi libri e li ho trovati molto veri e aderenti a quanto cerchiamo di raccontare anche noi attraverso questo blog, i nostri libri e i corsi. Ho iniziato ad ascoltarlo, un po’ distrattamente mentre facevo anche altro, quando mi ha catturato una frase! Marchesini ha affermato un’ovvietà, ma che io non avevo mai preso in considerazione. Quando, durante il rito del matrimonio, promettiamo di amare l’altro/a sempre nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia ci stiamo davvero mettendo in gioco tantissimo. Stiamo giocando tutta la nostra vita. Siamo portati a pensare che il dolore e la malattia sia dell’amato/a. Viene facile quindi promettere di restargli/le fedele quando si trova in una condizione di fragilità e di debolezza. Diverso è il punto di vista offerto da Marchesini. Prometto di amare ed onorare l’altro/a quando io sono nel dolore e nella sofferenza, quando io sono nella malattia. Capite che già così è un tantino diverso. Cominciamo ad avere qualche riserva. Come! Se io non sto più bene con lui/lei devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi fa star male, magari mi tradisce, devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi abbandona e se ne va devo continuare ad amarlo/a?

Esattamente così! La mia promessa mi chiede di continuare ad amare quella persona.

E qui casca l’asino. Quanti credono ancora che sia giusto continuare ad amare l’altro/a? Credo pochissimi. E’ normale che sia così! Marchesini stesso rileva che nel reparto di psicologia delle librerie la maggior parte dei testi tratta della cosiddetta self psychology. Testi che tratanno di come prendersi cura di sè per stare bene ed essere felici. Prendersi cura di sè va benissimo, sia chiaro, ma non è ciò che ci può davvero dare senso alla nostra vita. Questo tipo di atteggiamento porta a centrare su di sè ogni bisogno e ogni desiderio. Questo non è l’amore. Questa non è la felicità. Non si spiegherebbe altrimenti il motivo dell’aumento di persone che necessitano di cura psicologica nonostante nella nostra società occidentale ci si prenda molto più cura di se stessi e la cultura dominante ci renda sempre più narcisisti ed individualisti. Forse perchè la felicità risiede altrove. Dove quindi? Nell’amare gli altri, cioè nel decentrare l’attenzione da sè per concentrarla sull’altro/a. Io sono felice quando riesco a rendere felice l’altro/a, quando mi dono all’altro/a, quando sono capace di sacrificio per l’altro/a. La promessa matrimoniale, che è una promessa nostra di donarci complemente, diventa così promessa di Dio di farci trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. La felicità dei santi. Ed è così che anche la persona abbandonata dal coniuge, se entra in questa dinamica di sacrificio e dono gratuito, può riuscire a vivere la sua situazione in una pace e in un senso che molte coppie di sposi non riescono a trovare in una vita trascorsa insieme. Tanti matrimoni falliscono perchè ci si sposa per il motivo sbagliato dice Marchesini. Ci si sposa per essere felici! Quale illusione! Ci si deve sposare per rendere felice l’altro e se riusciamo in questo, troveremo anche noi la nostra felicità. Quella vera.

Racconto un aneddoto che al tempo in cui lo ascoltai la prima volta restai scandalizzato e turbato. Ora lo comprendo. La nostra guida spirituale padre Raimondo, a una donna che lamentava il tradimento da parte del marito e chiedeva cosa fare, disse: Amalo di più per riattirarlo a te. Questo Gesù ha fatto per noi e questo gli sposi sono chiamati a fare. Hanno promesso di farlo, con la Grazia di Dio. Dai la tua volontà di farlo e Dio ti darà la forza che adesso non credi di avere.

Antonio e Luisa

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Quei giorni che abbiamo voglia di litigare.

Parliamo di litigio. Oggi vorrei affrontare una dinamica che spesso accade in tante coppie. E’ una reazione umana che mette in evidenza tutte le nostre fragilità e miserie. Non so voi. Io ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta. Quando mi porto a casa problemi, incomprensioni, litigate dal mio lavoro. Oppure quando è stata una giornata semplicemente infruttuosa o frustrante per tanti motivi. Insomma quando torno da una brutta giornata  e non desidero altro che dormire e non pensarci. Quelle serate sono particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare. Cerco la litigata perchè quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica assurda del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria.  Più si è in intimità con una persona, più la si conosce e si è sicuri del suo amore incondizionato e più si rischia di ferirla, tanto lei ci sarà sempre. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che quella pasta è scotta forse perchè lei ha dovuto pensare nel frattempo ai figli. Dimenticando che tutto ciò che fa per me è dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.  Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

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Decisi di fidarmi un’ultima volta di Gesù

Di seguito potete trovare una testimonianza molto bella. Non solo bella, ma utile a tanti che non credono più nel matrimonio. A volte mollare sembra la soluzione più sensata e corretta, ma se siamo sposi in Cristo non dobbiamo mai dimenticarci che Lui è con noi e portare in salvo il nostro matrimonio è la Sua priorità. Per questo non si tirerà indietro e ci riempirà della Sua Grazia che è forza, speranza e vita. Ci chiede solo di fidarci, di impegnarci a fondo e di abbandonarci a Lui. Lui trasforma l’acqua in vino ma la fatica di riempire le giare dobbiamo farla noi (cit. Chiara Corbella). Giuseppina l’ha fatta!! Per lei e suo marito è avvenuta una resurrezione. Vi lascio alla testimonianza.

Buonasera, mi chiamo Giuseppina. Vorrei testimoniare anch’io la presenza di Cristo nella mia vita. Ho 46 anni, mi sono sposata giovanissima, a 20 anni, contro il volere di mio padre. Ho lasciato la mia terra, la mia famiglia e il mio lavoro per seguire mio marito. Siamo stati fidanzati cinque anni e per questo credevo di conoscere l’uomo che sposavo. Non era così. La nostra prima bambina è arrivata subito e con lei tante difficoltà che si sono aggiunte a quelle che una relazione matrimoniale comporta. Non accettavo la mia situazione, mi mancava la mia terra. In più ero sempre sola perché mio marito lavorava in un’altra città. Partiva la mattina e rientrava la sera. Non mi sentivo più amata e il nostro matrimonio stava velocemente naufragando. Ho trovato la forza per non arrendermi solo grazie alla messa domenicale dove potevo attingere alla sorgente della vita: l’Eucarestia. Quando avevo 26 anni nacque il nostro secondogenito, ma il matrimonio non migliorò, al contrario peggiorava sempre di più. Non volevo separarmi anche se la tentazione era forte. Ciò che mi legava era il voler restare fedele alla promessa che avevo fatto a Dio il giorno delle nozze. Sono andata avanti vent’anni così, non ce la facevo più, volevo gettare la spugna, volevo arrendermi! Avevo deciso: mi separavo da mio marito. Ormai non c’era più nulla in comune tra di noi, non avevamo nemmeno più neanche rapporti intimi. Più nulla! Io continuavo comunque ad amarlo nel mio cuore anche se non ero ricambiata. Un pomeriggio mi recai alla mia chiesetta, mi inginocchiai davanti al tabernacolo e piangendo chiesi perdono al Signore per quello che avevo deciso di fare. Decisi di fidarmi un’ultima volta di Gesù e di credere ancora nel mio natrimonio. In quel sacramento dove Gesù era presente tra noi. Ho messo ancora una volta tutto nelle mani del Signore. Quella sera io e mio marito, non so perchè, decidemmo di avere un ultimo rapporto intimo. Era forse un modo di dirci addio. Ovviamente prendemmo precauzioni e usammo un profilattico. Dopo 20 giorni scoprii di essere incinta. Non riuscivo a spiegarmi come fosse possibile concepire un figlio usando un profilattico, in un giorno che non doveva essere fertile, in una donna di 39 anni. Sono certa che è stato un dono di Dio, un’opera del Signore. E’ stato il modo che ha avuto di dirci che Lui credeva ancora in noi. In quel periodo, oltretutto, lavoravo solo io, mio marito era disoccupato da due anni. Sapevo benissimo che il mio titolare mi avrebbe licenziata non appena avesse saputo della gravidanza. Cosi fu, ma mi sono fidata del Signore, Lui avrebbe provveduto a far crescere questa bambina, non le sarebbe mancato nulla! Il Signore è fedele. Oggi lavoriamo entrambi, non ci manca nulla, ma il dono più bello che Dio ci ha fatto è la nostra conversione, ci ha donato un cammino neocatecumenale e siamo entrambi risorti. Lo scorso anno abbiamo festeggiato 25 anni di matrimonio ed è solo la Grazia di Dio che fa nuove tutte le cose, che ha trasformato il mio matrimonio da acqua (poca) in vino, il più delizioso. Amen!

Giuseppina.

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Dall’inizio al per sempre…..passando per Gesù

In volo verso il Principato di Monaco, per un incontro-testimonianza riguardante la nostra missione a favore delle famiglie, apro il piccolo Vangelo che reco sempre in borsa e una parola assai importante cade sotto il mio sguardo. È il Vangelo di Marco al capitolo 10, dal versetto 1 e seguenti. Subito mi colpisce il fatto che la folla, non una singola persona, accorreva numerosa per fare domande a Gesù, ma soprattutto per metterlo alla prova su una questione riguardante proprio un argomento matrimoniale: il ripudio! Senza entrare qui nel merito dell’argomento dell’atto di ripudio, vorrei porre l’attenzione sull’atteggiamento di coloro che hanno posto la questione, cioè sul modo di relazionarsi con la persona di Gesù. “Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”. Questo atteggiamento di prendere Gesù “in castagna” è assai frequente scorgerlo nella Sacra Scrittura e in varie occasioni ma, Lui risponde sempre partendo da altri punti di vista rispetto agli interlocutori. Qui ad esempio, sapendo dove volevano arrivare, è Gesù stesso che li conduce a ciò che avrebbero voluto sentirsi dire e torna indietro, torna alla legge data da Mosè. Vero infatti che Mosè scrisse quella norma ma fu “costretto” a causa della durezza dei cuori di chi aveva davanti. Gesù sposta l’attenzione e va diritto al centro del bersaglio e, a questo punto, è tutta una questione di cuore! All’inizio non era cosi perché, si legge più avanti, “… dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina, per questo l’uomo lascerà suo padre sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due ma una sola carne (Mc 10,6-8).
Vorrei condurre ogni coppia all’inizio, al principio della propria storia, al momento in cui gli occhi di quel maschio e di quella femmina, creati ad immagine e somiglianza di Dio, si sono incrociati e hanno desiderato continuare a guardarsi per sempre. Questo è il momento in cui occorre fermarsi perché il pensiero di Dio si è concentrato su due persone, proprio quelle e non altre, e ha plasmato un progetto che avesse un inizio e lo ha guardato come la sua migliore attuazione. Mettete i vostri nomi e vi ritroverete per primi all’inizio della creazione, perché Dio ama ciascuno e ciascuna coppia, come se non ve ne fosse nessun’altra al mondo! Voi siete speciali. Ma che straordinario mistero vi è in un Dio che addirittura si prostra dinanzi a due volontà, fragili, imperfette e ferite e concorre, come il tifoso più “accanito”, alla costruzione di una famiglia? Cosa è accaduto rispetto a questo inizio? Di sicuro quei tanti farisei che arrivavano in folla a domandare a Gesù sulla liceità del ripudio avevano motivi molto importanti. Molte coppie, quando giungono a vivere situazioni difficili sono inchiodate nella disperazione di non poter risolvere qualunque problema e rivolgono a Gesù la stessa domanda. Spesso il loro atteggiamento è proprio quello di metterlo alla prova cercando di convincere Gesù stesso
che non ci potrà essere alcuna soluzione se non quella evidente all’occhio umano e che il grado di sopportare è così alto da non ammettere replica di sorta. È lecito Signore abbandonare il campo ormai divenuto di battaglia? Non facciamo altro che litigare distruggendo ogni ambito nella nostra vita. Il mio coniuge è ormai un nemico e poi me l’ha fatta così grossa da non poter accettare nulla, assolutamente nulla. Sarei anche disposto a morire per l’altro ma non si può essere soli, cioè, se anche l’altro morisse per me allora sì ci sarebbe equilibrio ma così proprio non funziona. Quando si arriva alla frutta il primo pensiero è il rifiuto, il ripudio, e vorremo che questo diventasse una norma per sancire un criterio più giusto alla nostra personale fuga. Ma quando Gesù viene messo alla prova Lui sa come trasformare lo stato dell’uomo. Guarda il tuo cuore, dice il Signore e scruta nel profondo quel motivo che ti portò a scegliere ciò che adesso vorresti “ripudiare”. Tu non sei solo quello di oggi ma sei quello dell’inizio. Colui che ha camminato con i suoi passi verso l’altare del sì pronunciato e creduto. Perché vuoi mettermi alla prova, dice Gesù?

Tu devi usare la grazia che Io stesso sono per voi. Invitami nella vita ordinaria e in ciascuno di quei problemi che ti rendono l’altro un nemico. Te lo renderò amico se comprendi quanto quel simile ti è d’aiuto e ti sosterrò, gratuitamente, per consentirti di essere quella sola cosa che Io, il tuo Gesù, ho Benedetto. “…dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mc 10,9). È Dio che ha unito, messo insieme progettato la chiesa domestica di quell’uomo e quella donna che siete, con i vostri nomi, proprio voi due, diventati una sola carne. Gesù non mette alla prova ma sostiene nella prova. Ecco il punto di svolta del rapporto con Dio. Spesso siamo portati a colpevolizzarlo perché la sofferenza ci sta così stretta, ovviamente, che ce la prendiamo con Lui, come dire: “guarda che peso immenso è diventato la donna, o l’uomo che mi hai messo accanto”!!! Diverso sarebbe invece: “Signore, la situazione che vivo è difficilissima, insostenibile, ma tu c’eri all’inizio e ora ci sei ancora per aiutarmi, sostenermi, nutrirmi e concedermi tutte le capacità per far fronte a cose che da solo non potrei ma con la tua grazia, appunto perché grazia, io posso farcela e addirittura aiutare il misero che mi hai donato. Siamo tuoi figli e tu hai cura di noi. Non permettere che il nostro cuore, duro, si solidifichi sempre più ma rendilo vulnerabile, morbido, un cuore di carne, assetato di Spirito Santo.
Signore siamo noi che vogliamo essere messi alla prova, perché vogliamo modellarci al bene, vogliamo limare ogni callosità acquisita nel tempo e guardarci con occhi nuovi e soprattutto vedere. Siamo partiti con te nella regione della Giudea all’inizio di questo vangelo (Mc 10,1) e in tutto questo viaggio, gli anni del nostro matrimonio, le fatiche, le gioie ma soprattutto i dolori, siamo arrivati a Gerico, alla fine di questo Vangelo (Mc 10, 46). C’è un cieco che sta mendicando e quando “sente” che arrivi tu Gesù, comincia a gridare dicendo: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” (v. 47). Siamo noi quel cieco, caro Signore, siamo la coppia che hai benedetto quel giorno! Allora Gesù disse loro: “Cosa volete che io faccia per voi”? E se la coppia risponderà “Rabbuni, che noi vediamo di nuovo!”, Gesù potrà dire loro: “Andate figli miei, la vostra fede vi ha salvato” e subito videro di nuovo e lo seguirono lungo la strada. (Mc 10,51-52).

Cristina

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Posso amarlo/a senza chiedere nulla solo se mi sento amato/a da Dio.

Amare senza condizioni. Quante volte ne ho parlato nei miei articoli. Quante volte ho scritto che l’amore, quello sponsale in modo particolare, necessita della gratuità, della fedeltà e di non porre nessuna condizione per essere autentico. L’ultima volta, come accade spesso, ho trovato un commento critico rispetto a questo tipo di riflessione. Come si fa ad amare così senza per questo smettere di amare se stessi? Come posso accettare determinati comportamenti da parte del coniuge senza venir meno all’amore che debbo avere e conservare per me stesso/a? E’ un’obiezione sicuramente legittima e che mi ha provocato nel cercare di rispondere. La mia risposta non poteva essere troppo breve e sintetica e per questo ho deciso di dedicarle un articolo specifico. Sicuramente la Chiesa ci insegna due atteggiamenti che sembrano essere in contrasto tra di loro.

Noi sposi siamo chiamati ad amare il nostro coniuge come Gesù ha amato la sua Chiesa, cioè ognuno di noi. Noi siamo profezia dell’amore di Dio. Immagine dell’amore di Cristo. Lo siamo non per dovere, ma per Grazia. Cristo che vive il suo vertice d’amore terreno per ognuno di noi non mentre scambia parole e gesti di affetto con i suoi discepoli, ma mentre muore sulla croce abbandonato da quasi tutte le persone che avevano manifestato amore per lui. Non sono rimaste che poche donne e l’apostolo Giovanni sotto la sua croce. Questo è il modello di amore cristiano. Non l’amore romantico, ma l’amore di sacrificio. Non significa sperare di vivere la croce, ma significa non far dipendere la mia volontà di amare da nessuno. Significa tenere fede ad una promessa. Essere fedeli all’amore sempre. Se l’altro non mi da nulla perchè devo amarlo? Se l’altro mi tradisce? Avete ragione, non lo metto in dubbio. L’altro/a non è perfetto e magari, concedetemi il francesismo, è proprio uno/a stronzo/a. Quindi cosa vogliamo fare? Piangerci addosso o cogliere questa occasione per svoltare? Per fare quel salto di qualità che ci può rendere veri cristiani, cioè imitatori di Cristo. Non significa accogliere la sofferenza come dono di Dio. Se l’altro/a è uno/a stronzo/a non è Dio ad averlo fatto/a stronzo/a, ma una sua mancanza, fragilità, peccato, ferita, chiamatela come vi pare. L’amore solo se reciproco non è un concetto di amore cristiano. Per quello non serve un sacramento e non serve la morte di Cristo in croce. Se condizionate il vostro amare l’altro all’amore che ricevete in cambio non state amando davvero. State semplicemente usandovi a vicenda. Il contrario di amore è commercio. E’ dare un valore al vostro amare. Vi riempite vicendevolmente il vuoto del vostro cuore. Il vuoto affettivo e il vuoto sessuale. Siete voi al centro. Sono io al centro. Perchè anche io non mi pongo come maestro, ma come uomo che vive in questo mondo con tutte le sue fragilità e difficoltà.

Arriviamo quindi al quesito del commento alle mie riflessioni. Come posso amare me stesso/a nell’amare una persona che non mi dimostra rispetto e fedeltà? Amare me stesso è fondamentale. Non significa essere individualista ed egoista, ma essere consapevole del mio valore e della mia bellezza. Questo valore e questa bellezza vengono meno se li “spreco” verso chi non li merita? No! Perchè non dipende dall’altro/a ma dalla certezza di essere amato da Dio che è morto per me, lo avrebbe fatto anche solo per me. Noi sposi siamo come due serbatoi vuoti o pieni a metà. Cerchiamo l’uno nell’altra quella sorgente per riempirci. Così facendo però ci riempiamo di nulla se i nostri serbatoi sono vuoti, oppure prosciughiamo l’altro per riempire il nostro se pieni a metà. Capite che così le cose non funzionano. Nel rito del matrimonio non esiste la parola se. Ognuno dei due sposi fa una promessa solenne: prometto di amarti e onorarti, di esserti fedele sempre. Sempre e non solo fino a quando tu farai altrettanto. Questo è l’amore incondizionato, questo è l’amore di Cristo, questo è l’amore che salva e che illumina. Per questo nel rito è aggiunta la frase: con la Grazia di Dio. Michel Quoist (importante presbitero e scrittore) scriveva: Amare, non è prendere un altro per completarsi, bensì offrirsi ad un altro per completarlo. Questa affermazione va spiegata perchè qui sta tutta la differenza tra chi ama secondo Cristo e chi ama secondo il mondo. Come fare? Attingere all’unico amore che non delude, che non si esaurisce e che è davvero gratuito. Attingere allo Spirito Santo nei sacramenti e alla relazione con Gesù che diventa persona amica e conosciuta. Quindi amare il coniuge che non se lo merita non diventa degradante per il nostro amor proprio, ma al contrario ci unisce sempre più a Cristo e questo ci permette di diventare persone sempre più capaci di amare e di amarsi perchè persone capaci di sentirsi amate da Dio.

Alla fine potrete capire che possiamo amare l’altro senza condizioni e per questo non smettere di amare noi stessi solo se comprendete che il nostro bisogno di amore può essere riempito solo da Gesù. E’ un cammino che anche io sto facendo piano piano con tante difficoltà e resistenze da parte mia. Mi rendo conto però che è l’unica strada per essere felice. Dovete farvi una domanda: chi è al centro della mia vita? Chi o cosa dà senso alla mia vita? Se ciò che dà senso e pace alla vostra vita è l’amore del vostro sposo (o sposa) significa che avete sostituito Dio con lui/lei. Significa che ne avete fatto il vostro idolo. Gli idoli chiedono la vostra vita e non la danno. Solo Dio dà senza chiedere nulla. Vi state illudendo e state sbagliando tutto. Quella persona non potrà mai essere colei sulla quale costruire la vostra felicità, anche solo per il fatto che potete perderla in qualsiasi momento. E’ mortale e finita. Se invece troverete la risposta alla vostra sete di amore e di eternità in Gesù allora il vostro matrimonio diventerà luogo dove restituire quell’amore a Gesù che è presente nell’altro/a e nel matrimonio stesso. Non sarà più l’altro/a a dover riempire il vostro serbatoio perchè sarete attaccati all’acqua corrente dello Spirito Santo che è inesauribile ed infinitamente buona. Allora non avrete bisogno per riempirvi di attingere al serbatoio dell’altro ma sarete pronti a riempirlo del vostro quando l’altro si troverà a secco e non potrà o non vorrà darvi nulla.

Spero di avervi dato una lettura diversa da quella che dà il mondo. Senza la presunzione che voi l’accettiate e la facciate vostra ma sperando che vi provochi una riflessione e vi metta un po’ in crisi. Almeno per me è stato così. Termino con le parole di don Maurizio Botta:

Ai giovani che stanno per sposarsi indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Antonio e Luisa

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Dal dono al per..dono

UNA CARTA DI COLOR ORO

Come possiamo vivere l’ottica del dono? Il giorno del sì, quel giorno speciale dove non ho occhi che per te, dove l’emozione supera la realtà e la fantasia, dove mi avvicino al mio raggiunto sposo o sposa, nei pressi dell’altare, io so che l’altro è un dono. Me l’hanno spiegato benissimo i catechisti e il sacerdote durante l’itinerario prematrimoniale anzi, con una cura particolarissima, si sono prodigati nel far entrare nelle rispettive menti che, quel dono rimarrà per sempre un dono, un regalo che, liberamente scelto, il Signore mi impacchetterà con tutti i suoi talenti. Una cosa però viene sicuramente detta: il dono può avere dei difetti, può modificarsi rispetto all’attuale fattezza, ma loro, i futuri sposi, se ne infischiano di ciò che potrà essere perché, per il momento, vogliono quel dono costi quel che costi! Nessun avvertimento, nessuna ammonizione su qualche atteggiamento negativo, di legame, di immaturità o di altra natura potrà far scoraggiare lei o lui che desiderano accogliere quel dono perché i due che arrivano alla soglia delle nozze vogliono sposarsi. Io scelgo te e tu scegli me perché tutti gli altri non hanno ragione di esistere. Non ci sono altri doni oggi nel mio cuore, soltanto tu. E quando viene fuori il tuo difetto? Quando non riusciamo più a guardarci negli occhi? Quando io voglio essere felice per prima? Quando monetizzo il nostro amore? Quando comincio a scegliere altri doni? Quando me ne vado di casa perché non sono più innamorato? Ti prego, tu che mi stai a fianco, lotta infinitamente perché non debba perdere l’ottica del dono. Il Signore mi ha regalato proprio te affinché mi aiutassi a conservare e custodire il dono che sei. Gratuitamente siamo stati reciprocamente donati e non potremo regalarci ad altri, riciclando noi stessi. Quel dono era originario, “ex novo” per l’uno e per l’altra. Rivestiamoci di una nuova carta e regaliamoci con gli occhi di un giorno nuovo. Gratuitamente ricevo e gratuitamente dono, per questo, quel giorno, ti ho sposato. È come l’oro il mio dono!

UNA CARTA DI COLOR AZZURRO

Si nasce aridi, isolati, cioè soli nel proprio mondo e ci si incontra come due vastissimi deserti. Nel deserto il protagonista sono io che devo sopravvivere al caldo, al sole, alla sete e all’arsura. Può darsi che improvvisamente arriva una grande pioggia e debbo trovar riparo, devo sapermi difendere. Ognuno è un deserto con vari accampamenti raramente localizzati. Ci sono le tende della famiglia d’origine, dei fratelli, dei rapporti con l’autorità. Le tende della stima e della sottostima, della stabilità e della precarietà. Dell’idolatria, dell’instabilità emotiva, dell’ordine e del disordine. Le esigenze personali sono vastissime e a un certo punto i due deserti si ampliano perché due vastità diventano un deserto grandissimo. Solitudine, smarrimento. La mente si desertifica, azzerando qualsiasi barlume di soluzione del più piccolo dei problemi, ingigantendo lo scoraggiamento. Nel deserto dalla sete si ansima, si tira fuori la lingua per poter camminare. Ma ecco in lontananza si scorge l’oasi, non un miraggio, ma un’oasi vera, una speranza, un incontro. L’oasi è una perché siano una cosa sola e da essa zampilla acqua fresca e risanante. Può darsi che solo uno sarà particolarmente assetato e se l’altra non si occuperà di dissetare si arriverà ad un amore arido e infecondo. Se invece i due deserti si incontreranno nell’irrigarsi a vicenda sboccerà quel magnifico fiore che il matrimonio comporta! E il cielo si tinge d’azzurro.

UNA CARTA DI COLOR ROSSO

Tutto parte dal cuore, che è la sede dei nostri pensieri. Al capitolo 7 del Vangelo di Marco
si legge:… «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (v. 20-23). Se accogliamo la Parola di Dio, che è vera, certa e si compie, siamo già molto avvantaggiati perché proprio qui è la nostra salvezza. Gesù, nostro Medico, gratuitamente, ci attraversa con la radiografia e la visita cardiologica e ci fornisce la diagnosi esatta della patologia che ci appartiene. Che gioia conoscere ogni spazio del nostro cuore e poter essere guariti senza spesa ma con, addirittura, il guadagno, il centuplo fino al pensionamento completo dell’eternità. Se solo comprendessimo questo già saremmo tutti gioiosi e liberi. Invece occorre uno sforzo, un atto della volontà che risponda alla domanda che Gesù ci pone continuamente: “Vuoi guarire?”. Solo chi ha consapevolezza del proprio disagio, della propria malattia, ha necessità di guarigione perché, al contrario, chi ritiene di essere sano, non abbisogna di nulla. Ecco perché il Signore visita i nostri cuori e scende nel profondo senza farci male perché il suo “bisturi” è affilato con lo Spirito Santo. Lui, che conosciamo attraverso il nutrimento dell’eucaristia, ci rende noto chi veramente siamo e se ci lasciamo scrutare, noi stessi chiederemo a Lui cosa vogliamo diventare. Il Signore entra nella nostra vita così come ci trova ma vuole trasformarci come vuole Lui. Che bello aderire al suo progetto! Dunque, Signore nostro, vogliamo scrutare i nostri cuori, personalmente e come coppia, perché conoscendo quel piccolo “buco nero”, del nostro peccato più profondo, possiamo chiederti la grazia di un cambiamento radicale affinché la nostra gioia cresca e sia piena. Dov’è Gesù nostro il tuo ambulatorio? Dai a noi l’indirizzo preciso così che possiamo fissar l’appuntamento per il trapianto cardiaco, dal cuore di pietra al cuore di carne! E il cuore si tinge di rosso, di un rosso vivo e pulsante. Ecco tre piccoli pacchi dono, con la carta oro, azzurra e rossa. Forse se li scartiamo tutti e tre possiamo giungere al per-dono, perché un regalo non può che suscitare amore, alimentando, sempre più, il desiderio che al male occorre rispondere solo con il bene e più doni saranno reciprocamente elargiti tanto più i perdoni sgorgheranno in altrettanti pacchi!

Cristina Righi

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Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.

Questa domenica, la prima di Avvento, mi ha colpito particolarmente questo passaggio della seconda lettura. Siamo nella seconda lettera di San Paolo ai Romani. Questa lettera è caratterizzata da un filo conduttore. Paolo vuole spiegare a chi lo ascolta, alla comunità dei cristiani di Roma, che la salvezza non è qualcosa che possiamo meritarci con le opere, rispettando una legge, ma la salvezza è dono di Dio, che noi possiamo e dobbiamo accogliere. Null’altro! Cosa significa questo? Che posso vivere nel peccato, senza una legge, ed essere comunque salvo? Certo che no! Senza la legge di Dio viviamo l’inferno già da questa terra. C’è però un cambio di prospettiva fondamentale. La salvezza non viene dal mio rispettare la legge. Il mio rispetto della legge viene dall’aver accolto Gesù e la Sua salvezza nel mio cuore. Capite la differenza? Io non rispetto la mia relazione, il mio matrimonio, la mia promessa, la mia sposa perchè devo rispettare una legge. Lo faccio perchè Gesù mi ha amato. Io ho la grazia di avere una sposa che mi ama incondizionatamente e quindi lo faccio anche perchè la mia sposa mi ha amato. Io non sono castrato da una legge. Io non sono limitato dal mio matrimonio. Io non sono obbligato dalla mia sposa. Io ho accolto un dono grandissimo, un dono immeritato, un dono che cambia la vita: l’amore di Gesù e l’amore della mia sposa. Per questo la legge diventa non qualcosa che opprime, ma l’opportunità di essere capace di riamare. Non per obbligo ma per riconoscenza. Non per forza, ma per il desiderio di amare Gesù e la mia sposa fino in fondo. Questa consapevolezza mi dà la forza di respingere tante tentazioni. Quando desidero qualcosa mi faccio alcune domande. Sto amando Gesù se mi comporto così? Per capirlo mi faccio un’altra domanda: mi vergogno di questo gesto? Mi vergogno di raccontarlo alla mia sposa? Le procuro dolore e sofferenza? Sembra una stupidata, ma questo amore, questo modo di accogliere la legge mi hanno aiutato anni fa ad allontanarmi dalla pornografia. La motivazione non l’ho trovata in me, l’ho trovata nel desiderio di non far soffrire chi tanto mi amava e mi ama: Gesù e Luisa. Quindi Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno. Buon periodo di Avvento. Che sia tempo fecondo per crescere in unità e amore.

Antonio e Luisa

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San Francesco, il lupo…e noi

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”

(To read in English)

Carissimi, quello che vi condividiamo oggi è frutto di diversi giorni di preparazione, preghiera e riflessione.

Speriamo possiate gustare questo articolo…che possa essere per voi una lettura fruttuosa.

Buona lettura e…”Il Signore vi dia Pace”.

+++

Al capitolo XXI dei Fioretti della vita di San Francesco (Fonti Francescane n.1852) si narra della famosa vicenda del grandissimo, terribile e feroce Lupo che apparve fuori dalle mura di Gubbio nel periodo in cui Francesco dimorava in quella città.

Lupo che divorava animali e uomini tanto che la gente del luogo ormai non aveva più il coraggio di andare nelle campagne.

Per compassione di queste persone ma anche del lupo, Francesco volle andare in contro a questo animale nonostante tutti glielo sconsigliassero…

…e facendosi il segno della santissima croce (…) santo Francesco prese il cammino verso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che (…) il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli fa il segno della croce, e chiamollo a sé e disse così:

«Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona».

(…) appena che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere. E santo Francesco gli parlò così:

«Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e (…) hai avuto ardire d’uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se’ degno delle forche (…).

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed essi ti perdonino ogni passata offesa, e né li omini né li cani ti perseguitino più».

E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare.

Allora santo Francesco disse: «Frate lupo, poiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch’io ti farò dare le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male.

(…) Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciò ch’io me ne possa bene fidare».

E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo Francesco, dandogli quello segnale ch’egli potea di fede.(…)

Questo bellissimo avvenimento della vita di san Francesco di Assisi ha molto da insegnare alla nostra vita di tutti i giorni, ha molto da dire al nostro modo di vivere le relazioni con le persone.

Certo non viviamo nel 1200 e per vedere un lupo ormai bisogna fare chilometri ed addentrarsi nelle riserve, ma oggi come allora la malvagità esiste ed ogni giorno ne facciamo esperienza.

Lupi in giro ne vediamo molti, ma i problemi iniziano quando una certa dose di cattiveria la troviamo nei nostri cari, quando ad esempio il lupo ha il volto di un figlio che ci maltratta, quando il lupo ha il volto di un’amica che ci tradisce, quando il lupo somiglia a nostro marito che urla o a nostra moglie che non ci parla più.

Come ha fatto san Francesco ad avvicinare il Lupo?

Seguendo il suo esempio, forse possiamo trovare la chiave per uscire vivi noi e salvare il lupo…già…Francesco infatti non propone (poteva farlo) di organizzare una squadra di gente armata per ammazzare il lupo; lui sa che questa non è la vera soluzione del conflitto umano.

Facciamo un passo per volta immaginando di essere insieme a san Francesco, lì…nei nelle campagne e nei boschi fuori della città di Gubbio.

1) Il Segno della Croce.

La prima cosa che vediamo è questa: San Francesco fa il segno della Croce. Prima su di sé e poi sul lupo.

Questo gesto è molto significativo che ci evoca un fatto ben preciso.

Tempo prima san Francesco era un giovane ricco di Assisi che quando vedeva i lebbrosi scappava via come un fulmine.

Un giorno Francesco incontra, a san Damiano, lo sguardo di Cristo crocifisso. Una tavola di legno in cui è rappresentata l’immagine di Gesù, conosciuto come il “Crocifisso di San Damiano”.

Dall’incontro con quello sguardo Francesco rinasce. Inizia una nuova vita col pentimento dei suoi peccati. Innanzi agli occhi di Gesù, Francesco riconosce il male che ha nel cuore e se ne pente amaramente.

Potremmo dire che Francesco era un Lupo. Poi incontrando il Cristo diventa un Lupo perdonato.

Ma torniamo alla storia:

Francesco si fa il Segno di Croce. Non è una gesto portafortuna…col segno di Croce Francesco fa memoria di essere un Lupo perdonato da Cristo…ed è solo allora che può andare ad incontrare il Lupo della selva che lo attende con la bocca spalancata.

Francesco si reca dal lupo e riesce ad avvicinarlo poiché lo vede simile a sé stesso.

Egli conosce il lupo che ha difronte, sa come parlargli poiché conosce benissimo il lupo che vive nel suo cuore.

Francesco è un peccatore come tutti gli uomini, ma grazie all’incontro con il Cristo Crocifisso, grazie al perdono che Gesù gli offre ogni volta nella confessione…lui può smettere di aver paura di sé stesso e di tutti gli uomini del mondo…fossero anche i più feroci, i più cattivi, i più lebbrosi.

Ed è così che il lupo si sente riconosciuto e trattato per quello che è: una creatura di Dio affamata.

Francesco sa che è la fame che fa compiere al lupo i suoi omicidi; ma sa anche che il lupo ha fame di carezze, di tenerezza…che in fondo al suo cuore c’è un cucciolo ferito dalla vita, che in fondo al cuore del Lupo c’è Cristo che aspetta di venire fuori, di vivere e di ridare vita vera al Lupo.

Come ciascuno di noi, come in ciascuno di noi.

E allora…e allora…anche nelle nostre relazioni umane (amicizie, matrimonio, ecc.) siamo chiamati a riconoscere il lupo che ci portiamo nel cuore e a portarlo da Cristo nella confessione.

Cristo con il Suo Perdono sacramentale ammansirà il nostro lupo e così potremo andare verso il Lupo che vive nel cuore dell’altro senza giudizio e senza rancore.

2) “…io ti comando da parte di Cristo…”

Francesco entra in dialogo con il lupo non da solo, ma con Cristo.

…nel nome di Cristo…” Francesco ci insegna a vivere tutte le relazioni ponendo Gesù al centro.

Francesco comanda al lupo di non fare più del male e lo fa nel nome di Cristo.

Tra lui ed il lupo c’è Cristo, come Cristo c’è tra lui e i suoi frati, tra lui e i suoi genitori, tra lui e santa Chiara, tra lui ed il sultano quando andrà in terra santa. In tutte le sue relazioni Francesco fa entrare Cristo.

Francesco ci dice che si entra in relazione con il prossimo in un modo non solamente umano, ma anche divino.

Porre Cristo al centro, così come accade sacramentalmente nel Matrimonio Cristiano, vuol dire voler vivere alla presenza di Dio, voler parlare, voler salutare, voler spazzare la casa, volersi amare e voler anche litigare sempre alla presenza di Cristo.

Vuol dire far trasformare a Cristo la nostra vita di tutti i giorni in una strada per diventare santi.

Se decideremo di entrare in relazione con il prossimo passando da Cristo allora le nostre relazioni si rinnoveranno, saranno più autentiche perché noi in compagnia di Cristo siamo chiamati ed aiutati ad essere autentici.

Sottolineiamo ancora che Francesco pronuncia il Nome di Cristo.

A tal proposito va ricordato che il Santissimo Nome di Gesù Cristo è potente. Nel Suo nome c’è la Sua stessa presenza e nominarLo Lo rende presente. Il Nome di Gesù scaccia i demoni, guarisce e risana, nel Suo Nome siamo salvati.

Francesco lo sa benissimo e “va in battaglia armato”, va in battaglia per ristabilire la pace insieme a Gesù stesso.

Facciamolo anche noi quando vogliamo che Cristo operi nella nostra vita; affinché torni la pace nel nostro cuore e nelle nostre relazioni: “Gesù, aiutami a perdonare quella persona che…”, oppure “Anche se mi hai ferito, ti do un bacio nel Nome di Gesù”. Proviamoci e vedremo i risultati.

3) “Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti…”

Seguendo il nostro caro Francesco d’Assisi, vediamo che si rivolge al Lupo chiamandolo “Frate”.

Il Lupo ha fatto i voti di castità, povertà e obbedienza? Certo che no.

Francesco lo chiama frate, ovvero fratello. Riconosce in lui la dignità di creatura di Dio e quindi suo fratello, anche se questo suo fratello si sta comportando male.

E non si fa scrupoli a ricordare al suo fratello lupo tutto il male che ha fatto al prossimo.

Francesco non fa finta di nulla, egli sa che la pace si costruisce con due ingredienti: giustizia e perdono.

Francesco chiama per nome il male, non ha paura di farlo. Il male è male. Il lupo ha sbagliato, ha commesso atti che hanno fatto soffrire gli altri e questo Francesco glielo dice chiaramente.

La verità è necessaria.

Dire a chi ci ha fatto del male che ha sbagliato è importante.

Come mai però il lupo non sbrana Francesco dopo che questo lo ha anche rimproverato?

Ecco forse una risposta: Francesco in tutta la sua vita ha dimostrato di non volersi sentire migliore di qualsiasi lupo cattivo ed è così, partendo dall’umiltà che può dire al lupo queste parole di verità perché in esse non c’è condanna verso il lupo, ma solo verso le sue azioni.

In altre parole, il lupo non si sente dire: “fai schifo!”…ma il cuore del lupo sente dire: “Quello che hai fatto fa schifo, ma tu non sei quello che hai fatto…tu sei prezioso nonostante il male che hai commesso”.

E’ il peccato che viene condannato, non il peccatore.

E’ il tradimento del nostro coniuge che va condannato, non il nostro coniuge…è la calunnia ingiusta fatta dal nostro amico che va condannata…non va condannato il nostro amico. E’ il mobbing sul lavoro che abbiamo subito che va condannato, non il datore di lavoro che ci ha fatto mobbing.

Questo è lo stile di Cristo e Francesco lo sa bene. E applica ciò che da Cristo ha imparato.

4) “…che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male.”

Altro passo che Francesco compie è quello di comprendere le motivazioni che hanno potuto portare il lupo a comportarsi in modo malvagio.

Anche noi, se vogliamo veramente perseguire la Pace e camminare nella via insegnata da Cristo, dobbiamo cercare di metterci nei panni altrui…anche nei panni del nostro peggior nemico e provare a comprendere ciò che può averlo portato a peccare, a compiere quel male.

Francesco sa che il lupo ha agito così per fame: fame di cibo, ma – forse – anche fame di attenzioni, fame di sicurezze, di potere…

Francesco riconosce ciò che ha nel cuore il lupo facendo memoria di tutti gli “appetiti” che hanno portato lui in passato ad essere un giovane superficiale ed egocentrico.

Francesco sa che il cuore del lupo è simile al suo. E non sbaglia, perché è così.

Entrambi hanno cuori di carne.

Il cuore di Francesco ha solo una differenza rispetto a quello del lupo: il cuore di Francesco sa che nonostante la sua miseria, il Signore perdona la sua “fame”…i suoi appetiti peccaminosi.

La Misericordia precede il pentimento…giacché Francesco non si è convertito perché qualcuno lo abbia fatto sentire in colpa, ma perché guardando all’amore di Cristo sapeva di buttarsi tra le braccia di chi lo amava nonostante tutto il peso del suo cuore malato.

Quante volte ci capita in famiglia…quando sgridiamo qualcuno (marito, moglie, figli) sentendoci migliori ecco che quella persona non cambia.

Quando invece riconosciamo che siamo tutti “fallibili” e tutti sbagliamo…e facciamo notare con amore e dolcezza l’errore all’altro…ecco che da quell’atteggiamento amorevole e accogliente nasce il pentimento della persona che ha sbagliato.

Ora il lupo, dopo essersi sentito accolto come un fratello, dopo che qualcuno gli ha parlato nella verità e gli ha donato misericordia…ora il Lupo deve fare un passo decisivo:

5) “…Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa”

Il Lupo è un fratello accolto, è riabilitato…ma ad una condizione imprescindibile: deve pentirsi e prendere la ferma decisione di non fare più male al prossimo.

E’ l’atto di volontà richiesto a ciascuno di noi e nessuno può essere “salvato” senza il proprio consenso.

Il Lupo è lì. Francesco ha detto e fatto ciò che Cristo gli ha insegnato. Ora tocca al Lupo. Il Lupo può scegliere se rifiutare o se accettare il perdono.

Accettare il perdono vuol dire per lui avere una vita nuova con l’aiuto della gente del paese – i quali si impegnano ad aiutarlo, a nutrirlo e a volergli bene e questo ci dice che il bene e la guarigione del prossimo non è facile, ma richiede sempre il nostro impegno ed il nostro aiuto.

Rifiutare il perdono vuol dire invece scegliere di continuare a vivere da solo, nei boschi e morire di fame e di cattiveria.

La scelta sta al lupo. E Francesco non può decidere al suo posto. Neanche Cristo può scegliere al posto di una persona che non vuol pentirsi nonostante la possibilità di farlo.

Sappiamo che nella storia narrata il Lupo accetta il perdono e fa promessa di non commettere mai più il male che aveva fatto in precedenza.

Ma come sarebbe andata se il lupo avesse rifiutato il perdono?

Cosa avrebbe dovuto fare Francesco per il lupo?

Francesco avrebbe dovuto pregare ogni giorno per lui…e chissà quanti lupi Francesco si portava nel cuore…gente per cui pregava ogni giorno perché avevano rifiutato il pentimento ed il perdono.

Anche nelle nostre relazioni è così.

Amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano”…l’atto di amore della preghiera è sempre necessario affinché ogni lupo…compresi noi…possiamo accogliere il perdono anche in punto di morte.

Conclusioni:

Chiediamo al Signore di avere una vera visione di noi stessi, di vedere che non siamo migliori o peggiori del nostro coniuge, dei nostri figli, dei nostri amici, dei nostri nemici…

Chiediamo il dono di percorrere un cammino verso la guarigione del cuore…una guarigione che inizia quando non ci giudichiamo e non giudichiamo il prossimo, quando diciamo:

Tu frate lupo sei ladro e assassino”…proprio come me. Vieni fratello, camminiamo insieme nel segno della Croce, camminiamo insieme nel Nome di Gesù Cristo e sarà Lui a condurci alla vera Pace.

A lode di Cristo e del poverello di Assisi,

Pietro e Filomena, Sposi e Spose di Cristo.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il beato sa riempirsi di Dio.

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

(Matteo 5, 1-12)

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa Parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa? Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi, riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio. Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Un racconto sul Perdono

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise “Sposi&Spose di Cristo”.

Carissimi, oggi torniamo ad affrontare il tema del Perdono e lo facciamo attraverso un piccolo racconto scritto da Pietro un po’ di tempo fa, tratto dal suo libro “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

E’ un racconto semplice che speriamo possa esservi utile per la riflessione personale e di coppia.

Buona lettura, il Signore vi dia Pace!

+++

Erano circa le due di notte ed Andrea, come molti altri camionisti dormiva sulla branda del suo camion. Un cane che abbaiava lo svegliò di soprassalto. Sollevò il capo fino al finestrino, si assicurò che tutto fosse apposto e si rigirò dall’altra parte.

Chiuse gli occhi. Ma, come a volte accade, quando il sonno è rotto da uno spavento, ecco che a fatica ci si riaddormenta. Era così anche per Andrea. Mentre cercava di riaddormentarsi, ecco che un ricordo lontano riaffiorava nel suo cuore. Poi un altro ed un altro ancora.Fino a giungere a quel ricordo tanto lontano, tanto lontano nel tempo.

Ed ecco, più vivo che mai, il viso di Nicola, compagno di scuola che all’epoca si divertiva a prendersi gioco del piccolo Andrea per la sua fobia dei cani. “Bau!!!”, gli urlava all’improvviso nell’orecchio mentre erano in classe. E mentre lui saltava per lo spavento, molti dei suoi compagni scoppiavano a ridere e a fargli il verso del cane.

Cercò allora di cambiare pensiero ed ecco sopraggiungere il viso di Antonio, che un giorno gli aveva soffiato la ragazza di cui Andrea era innamorato. Ed ancora il volto di Michele, suo ex datore di lavoro che lo aveva licenziato senza motivo. Quanta agitazione gli ritornò nel cuore, quanto rancore; allora prese a maledire il cane che lo aveva svegliato per gettarlo in preda a questi duri ricordi.

Nel frattempo su era fatta l’alba e non aveva chiuso occhio. Andò in bagno, poi prese un caffè e poi riaccese il motore del suo grande Tir per riprendere la strada. Trasportava mattoni e doveva arrivare a destinazione per mezzogiorno.

Lungo la strada scorse come sempre qualche giovane sfaticato che chiedeva un passaggio; ma questa volta non era un ragazzaccio a domandargli un passaggio, ma si trattava di una donna sui sessant’anni con una grossa croce cucita sul cappotto, che quando lo vide arrivare iniziò a sbracciarsi per farlo fermare.

“Salga signora!” le disse Andrea.

“Dove vai?”, le chiese lei.

“A Bologna!”.

“Bene, ci andrò anche io” disse la donna che si presentò col suo nome: “Mi chiamo Maddalena”, mentre prendeva posto a bordo.

Riprese il viaggio e la donna si addormentò per pochi minuti. Si svegliò cantando una vecchia filastrocca che aveva imparato da bambina, poi fissò Andrea e gli disse: “Che brutto aspetto che hai figlio mio! Ti senti bene?”

Il giovane camionista le disse che ultimamente stava lavorando troppo e che era solo un po’ stanco; ma Maddalena, la donna con la croce cucita sul cappotto, gli replicò: “Stupido ragazzo, non mi riferivo al tuo viso, ma alla tua anima! Hai gli occhi di uno che ha qualcosa che lo tormenta!”.

Andrea scattò nervosamente: “Non chiamarmi stupido! Non permetterti mai più!”.

Maddalena gli rispose agitando le braccia: “Fermati, fammi scendere! I tuoi occhi sono pieni d’ira! Non vorrei che tu mi facessi del male! Ferma questo aggeggio!” urlò sbattendo i suoi piccoli pugni sul cruscotto del Tir.

Andrea accostò e spense il motore e le disse sommessamente: “Sta’ tranquilla, non voglio farti del male, voglio solo che non mi si manchi di rispetto con le parole!”.

Maddalena riprese a fissarlo con i suoi occhi grandi e annuendo con la testa prese a dirgli: “Sai ragazzo, mi ricordi mio figlio. Aveva lo stesso tuo sguardo. Era tanto arrabbiato con la vita e con i tanti esseri umani che lo avevano maltrattato durante la sua esistenza. Era ammalato da molti anni e pian piano tutti i suoi amici avevano iniziato ad abbandonarlo. Un po’ era colpa loro e un po’ era colpa di mio figlio, perché la rabbia ed il rancore per la sua condizione avevano iniziato a divorarlo e a farlo diventare sempre più antipatico ed inavvicinabile.


Accadde però che quando mancavano poche ore alla sua morte, iniziò a ripetermi che era pieno di gioia e davvero aveva cambiato aspetto. Era accaduto che una donna che aveva perso da poco suo marito, spesso andava a far visita agli ammalati nell’ospedale in cui era mio figlio. Un giorno passò anche da lui e diventarono amici. Lui si confidava con lei e probabilmente le parlò di quanto fosse arrabbiato un po’ con tutti. Allora lei, che era una donna che amava Gesù, le insegnò una specie di preghiera che anche io ora ho imparato a memoria”.

Andrea la ascoltava e si dimenticava dei mattoni da consegnare e del tempo che correva veloce come le auto su quel tratto di autostrada dell’A14.

La donna si fece il segno della croce e iniziò a ripetere con la sua voce stridula e con tono solenne quelle parole che suo figlio aveva imparato e le aveva insegnato:

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Signore Gesù Cristo,
durante la mia vita ho ricevuto tante ferite da diverse persone che mi hanno fatto del male; così, per difendermi, le ho catturate, condannate all’ergastolo e imprigionate nel mio cuore.
Signore Gesù,
Tu ci inviti a perdonare, a “restituire la vita” a chi a noi ha cercato di strapparla.
Sai bene quanta paura ho ancora di soffrire, ma ORA voglio fidarmi di Te.
Signore Gesù,
Tu mi hai fatto la grazia di comprendere che questo “carcere” che ho nel cuore mi pesa e toglie vita a me e ai miei cari e toglie vita anche ai miei “nemici” e non consente al Tuo Regno di venire in me e sulla terra.
Signore Gesù,
che dalla croce perdonasti i tuoi assassini liberandoli così dalla condanna eterna, manda il Tuo Spirito Santo ad aprire le celle e a spezzare le catene in cui ho rinchiuso e legato i miei “nemici”.
Insieme a Te li chiamo per nome UNO PER UNO, e li guardo negli occhi.
Insieme a Te ricordo per l’ultima volta il male che mi hanno fatto e Te lo consegno UNA VOLTA PER TUTTE.
Signore Gesù Cristo, Tu puoi guarirmi ed io voglio guarire dal rancore per questi Tuoi e miei fratelli e sorelle.
Per Tua benevolenza sia sanata ogni ferita che mi hanno fatto e queste diventino feritoie da cui “sgorga acqua viva” per me e per il prossimo.
Signore Gesù Cristo,
ecco tutti i miei prigionieri, li consegno all’abbondanza del Tuo Amore; e che liberati dal mio rancore, possano vivere in Pace.
Signore Gesù Cristo, Ti prego per me e per ognuno di loro:
ABBI PIETÁ DI NOI.
Amen.”

Maddalena la recitò tutta d’un fiato e alla fine, mentre chiudeva sistematicamente la preghiera con un ampio Segno della Croce, si accorse subito che Andrea ora aveva gli occhi luminosi e il suo viso era disteso ed in pace. Stettero zitti per un po’ mentre le auto sfrecciavano accanto alla piazzola di sosta e una debole pioggia bagnava il parabrezza del Tir, quasi a voler essere un segno di benedizione e di purificazione.

Maddalena dentro di sé ringraziò il Signore che si vedeva che in qualche modo aveva parlato a quel giovane camionista e simulando uno scatto d’ira iniziò ad urlare contro Andrea: “Stupido camionista smettila di portar rancore, chiedi perdono a Dio e accendi questo dannato camion e portami a Bologna che ho un appuntamento importante e non posso far tardi!”.

Andrea girò la chiave e riavviò il suo bestione di un Tir; sorrise ingenuamente a Maddalena e ripartì di corsa verso la meta. Ora i mattoni sul rimorchio sembravano leggeri.
Si era fatto mezzogiorno di quel Giovedì Santo e i piedi dei nemici erano stati lavati e baciati.

+++

Vangelo secondo Giovanni 13, 3-15

Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.

Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».

Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Quarta tappa: il posto preparato e atteso.

Giovanni 14, 1 “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”

Abbiamo concluso la tappa più dura di tutte. Circa dieci chilometri di salite e discese in mezzo ad un paesaggio di campagna bellissimo, con tratti soleggiati che ci cuocevano e tratti all’ombra che sembrava il paradiso.

il posto preparato e atteso.jpg

E se non cambiasse niente dentro di me? E se restasse solo stanchezza e nervosismo? E se alla fine di questa esperienza rimanesse solo il peggio che sono stata in grado di tirare fuori, che delusione e amarezza vivrei. Non sto marciando solo per me stessa, ma offro tutto per i miei figli e le persone che soffrono di più. Ma spero di non dover concludere questo cammino così imbruttita, perché io e Dio non ce lo meritiamo. Posso custodire la fiducia che c’è un ritorno preparato e atteso per me, nonostante tutte le sensazioni e le esperienze che sto vivendo remano contro? Ma non voglio arrendermi, voglio dare tutto e chiedere tutto. È arrivato il momento di lasciarmi andare e appoggiarmi. E finalmente mi dedico un colloquio con fra Alessandro, in cui piango tutte le lacrime ingoiate in quest’anno così duro. Condivido la solitudine di certi momenti e l’angoscia per la salute di mio figlio. Parlo delle mie chiusure e del bisogno di essere tenuta e stretta. Il colloquio si conclude con un abbraccio sincero e sento dentro che qualcosa si sta sciogliendo, perché ho capito che non è la debolezza che devo combattere, ma l’amore che devo cercare!! Perché Gesù mi sprona a proteggere la fiducia in Lui e nel suo amore, affinché il mio cuore non sia vinto dal turbamento. Voglio credere e dare e nutrire la speranza che Gesù Cristo sia il mio Signore e salvatore. Siamo quasi arrivati all’ “entrata” della Porziuncola dove ogni anno possiamo fare memoria del Posto preparato per noi da Cristo e custoditi dal nostro Francesco: “Fratelli voglio mandarvi tutti in Paradiso”. Il tuo posto è il Paradiso. Il mio posto è Paradiso. E comincio a gustarmelo da oggi: perché quest’anno i frati hanno deciso che la confessione di ciascuno si concluderà non con una penitenza, ma con l’abbraccio del sacerdote. Tutti questi abbracci mi sembrano un segno, un regalo per me. Quella porzione di Paradiso che desideriamo già ci abita dentro, ma spesso il peccato e il dolore delle prove, la solitudine e la mancanza d’amore ce lo fa dimenticare. La vita famigliare spesso è faticosa e dura, proprio come i muscoli indolenziti e le notti insonni di questo cammino. E la relazione con marito o moglie e figli non profuma di gelsomino, ma puzza di sudore. Ma è proprio lì che il Signore Gesù Cristo ti aspetta: La tua Porziuncola, dove celebrare la festa del Perdono è tuo marito, è tua moglie. Lì ti aspetta Gesù per far festa e accoglierti. Perché quando tua moglie ti perdona tutte le tue mancanze e gli egoismi, e tuo marito ti perdona le tue nevrosi e le sentenze continue che fai, ecco che lì l’amore può rifiorire. La gioia del perdono dato e ricevuto è il miglior vino di questa festa, e porta frutto non solo per la coppia e i figli, ma anche per tutte le persone che la tua e la mia casa accolgono. La Fatica di questo cammino, che lentamente si sta trasformando in sorriso pieno, non è solo per me. Penso alla mia famiglie e al mio matrimonio come luogo in cui chi viene ospitato e accolto possa intuire qualcosa del “posto” che Dio ha già in serbo per lui.

Claudia Viola

Qui l’articolo originale sul blog amatiperamare.it

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Piccoli Perdoni Quotidiani

..di Sposi&Spose di Cristo..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Amarsi come all’inizio è un fallimento

Il 29 giugno abbiamo festeggiato  il nostro diciassettesimo anniversario di matrimonio. Una data che in tutti questi anni ci ha trovato sempre insieme con il desiderio di ringraziare Dio per il miracolo che ha compiuto nelle nostre vite. Quindi tanta riconoscenza verso Dio, ma non solo. Riconoscenza verso l’altro/a. Per un altro anno ci siamo amati certo, ma cosa significa in concreto? Non è sempre facile volerci bene. A volte, anzi spesso, non è semplice. Significa ascoltare lamentele quando si è stanchi, significa sopportarsi e passare sopra tante cose. Significa semplicemente accogliere l’altro/a. Accoglierlo quando è fantastico nei suoi pregi e nella sua parte migliore e accoglierlo quando non è per nulla fantastico, nelle sue fragilità e debolezze, nelle sue asperità e nelle sue ombre. Perchè farlo? Perchè stare insieme è meraviglioso nonostante tutto questo. E’ meraviglioso perchè forse dovremmo leggere il nostro matrimonio da un’altra prospettiva. Non dalla persona che deve sopportare, ma da persona che è sopportata. Nel matrimonio non c’è, almeno non dovrebbe esserci, finzione. Sono libero di essere io, senza maschere, con tutte le mie stranezze e le mie fragilità. Sono libero perchè sono accolto dalla mia sposa senza dover mostrare ciò che non sono. Ed è meraviglioso. Sentirsi accolto così è davvero qualcosa che riempie il cuore e dona forza e pace. Per questo quando sento qualcuno dire che si ama come il primo giorno penso che qualcosa in quella coppia non funziona. Amarsi come il primo giorno è una sconfitta. E’ come quel servitore del Vangelo che sotterra il talento e non lo fa fruttare. Oggi, dopo diciassette anni, amo la mia sposa molto più di quanto l’amavo il giorno delle nozze. La amo di più proprio in virtù delle nostre imperfezioni e debolezze. Anni di vita insieme, di perdoni reciproci, di accoglienza reciproca ci hanno regalato una relazione libera, senza finzioni basata sull’amorevole sostegno e mai sul giudizio e sulla condanna. Questo non ha prezzo. Certo il nostro amore non è andato sempre verso l’alto, ci sono stati momenti di alti e bassi, ma i bassi con il tempo diventano sempre meno bassi e gli alti sempre più alti. E’ un circolo d’amore che non si chiude mai perché ogni giro, ogni giorno,  ci troveremo un po’ più in alto nel cammino verso l’abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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