San Francesco, il lupo…e noi

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”

(To read in English)

Carissimi, quello che vi condividiamo oggi è frutto di diversi giorni di preparazione, preghiera e riflessione.

Speriamo possiate gustare questo articolo…che possa essere per voi una lettura fruttuosa.

Buona lettura e…”Il Signore vi dia Pace”.

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Al capitolo XXI dei Fioretti della vita di San Francesco (Fonti Francescane n.1852) si narra della famosa vicenda del grandissimo, terribile e feroce Lupo che apparve fuori dalle mura di Gubbio nel periodo in cui Francesco dimorava in quella città.

Lupo che divorava animali e uomini tanto che la gente del luogo ormai non aveva più il coraggio di andare nelle campagne.

Per compassione di queste persone ma anche del lupo, Francesco volle andare in contro a questo animale nonostante tutti glielo sconsigliassero…

…e facendosi il segno della santissima croce (…) santo Francesco prese il cammino verso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che (…) il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli fa il segno della croce, e chiamollo a sé e disse così:

«Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona».

(…) appena che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere. E santo Francesco gli parlò così:

«Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e (…) hai avuto ardire d’uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se’ degno delle forche (…).

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed essi ti perdonino ogni passata offesa, e né li omini né li cani ti perseguitino più».

E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare.

Allora santo Francesco disse: «Frate lupo, poiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch’io ti farò dare le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male.

(…) Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciò ch’io me ne possa bene fidare».

E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo Francesco, dandogli quello segnale ch’egli potea di fede.(…)

Questo bellissimo avvenimento della vita di san Francesco di Assisi ha molto da insegnare alla nostra vita di tutti i giorni, ha molto da dire al nostro modo di vivere le relazioni con le persone.

Certo non viviamo nel 1200 e per vedere un lupo ormai bisogna fare chilometri ed addentrarsi nelle riserve, ma oggi come allora la malvagità esiste ed ogni giorno ne facciamo esperienza.

Lupi in giro ne vediamo molti, ma i problemi iniziano quando una certa dose di cattiveria la troviamo nei nostri cari, quando ad esempio il lupo ha il volto di un figlio che ci maltratta, quando il lupo ha il volto di un’amica che ci tradisce, quando il lupo somiglia a nostro marito che urla o a nostra moglie che non ci parla più.

Come ha fatto san Francesco ad avvicinare il Lupo?

Seguendo il suo esempio, forse possiamo trovare la chiave per uscire vivi noi e salvare il lupo…già…Francesco infatti non propone (poteva farlo) di organizzare una squadra di gente armata per ammazzare il lupo; lui sa che questa non è la vera soluzione del conflitto umano.

Facciamo un passo per volta immaginando di essere insieme a san Francesco, lì…nei nelle campagne e nei boschi fuori della città di Gubbio.

1) Il Segno della Croce.

La prima cosa che vediamo è questa: San Francesco fa il segno della Croce. Prima su di sé e poi sul lupo.

Questo gesto è molto significativo che ci evoca un fatto ben preciso.

Tempo prima san Francesco era un giovane ricco di Assisi che quando vedeva i lebbrosi scappava via come un fulmine.

Un giorno Francesco incontra, a san Damiano, lo sguardo di Cristo crocifisso. Una tavola di legno in cui è rappresentata l’immagine di Gesù, conosciuto come il “Crocifisso di San Damiano”.

Dall’incontro con quello sguardo Francesco rinasce. Inizia una nuova vita col pentimento dei suoi peccati. Innanzi agli occhi di Gesù, Francesco riconosce il male che ha nel cuore e se ne pente amaramente.

Potremmo dire che Francesco era un Lupo. Poi incontrando il Cristo diventa un Lupo perdonato.

Ma torniamo alla storia:

Francesco si fa il Segno di Croce. Non è una gesto portafortuna…col segno di Croce Francesco fa memoria di essere un Lupo perdonato da Cristo…ed è solo allora che può andare ad incontrare il Lupo della selva che lo attende con la bocca spalancata.

Francesco si reca dal lupo e riesce ad avvicinarlo poiché lo vede simile a sé stesso.

Egli conosce il lupo che ha difronte, sa come parlargli poiché conosce benissimo il lupo che vive nel suo cuore.

Francesco è un peccatore come tutti gli uomini, ma grazie all’incontro con il Cristo Crocifisso, grazie al perdono che Gesù gli offre ogni volta nella confessione…lui può smettere di aver paura di sé stesso e di tutti gli uomini del mondo…fossero anche i più feroci, i più cattivi, i più lebbrosi.

Ed è così che il lupo si sente riconosciuto e trattato per quello che è: una creatura di Dio affamata.

Francesco sa che è la fame che fa compiere al lupo i suoi omicidi; ma sa anche che il lupo ha fame di carezze, di tenerezza…che in fondo al suo cuore c’è un cucciolo ferito dalla vita, che in fondo al cuore del Lupo c’è Cristo che aspetta di venire fuori, di vivere e di ridare vita vera al Lupo.

Come ciascuno di noi, come in ciascuno di noi.

E allora…e allora…anche nelle nostre relazioni umane (amicizie, matrimonio, ecc.) siamo chiamati a riconoscere il lupo che ci portiamo nel cuore e a portarlo da Cristo nella confessione.

Cristo con il Suo Perdono sacramentale ammansirà il nostro lupo e così potremo andare verso il Lupo che vive nel cuore dell’altro senza giudizio e senza rancore.

2) “…io ti comando da parte di Cristo…”

Francesco entra in dialogo con il lupo non da solo, ma con Cristo.

…nel nome di Cristo…” Francesco ci insegna a vivere tutte le relazioni ponendo Gesù al centro.

Francesco comanda al lupo di non fare più del male e lo fa nel nome di Cristo.

Tra lui ed il lupo c’è Cristo, come Cristo c’è tra lui e i suoi frati, tra lui e i suoi genitori, tra lui e santa Chiara, tra lui ed il sultano quando andrà in terra santa. In tutte le sue relazioni Francesco fa entrare Cristo.

Francesco ci dice che si entra in relazione con il prossimo in un modo non solamente umano, ma anche divino.

Porre Cristo al centro, così come accade sacramentalmente nel Matrimonio Cristiano, vuol dire voler vivere alla presenza di Dio, voler parlare, voler salutare, voler spazzare la casa, volersi amare e voler anche litigare sempre alla presenza di Cristo.

Vuol dire far trasformare a Cristo la nostra vita di tutti i giorni in una strada per diventare santi.

Se decideremo di entrare in relazione con il prossimo passando da Cristo allora le nostre relazioni si rinnoveranno, saranno più autentiche perché noi in compagnia di Cristo siamo chiamati ed aiutati ad essere autentici.

Sottolineiamo ancora che Francesco pronuncia il Nome di Cristo.

A tal proposito va ricordato che il Santissimo Nome di Gesù Cristo è potente. Nel Suo nome c’è la Sua stessa presenza e nominarLo Lo rende presente. Il Nome di Gesù scaccia i demoni, guarisce e risana, nel Suo Nome siamo salvati.

Francesco lo sa benissimo e “va in battaglia armato”, va in battaglia per ristabilire la pace insieme a Gesù stesso.

Facciamolo anche noi quando vogliamo che Cristo operi nella nostra vita; affinché torni la pace nel nostro cuore e nelle nostre relazioni: “Gesù, aiutami a perdonare quella persona che…”, oppure “Anche se mi hai ferito, ti do un bacio nel Nome di Gesù”. Proviamoci e vedremo i risultati.

3) “Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti…”

Seguendo il nostro caro Francesco d’Assisi, vediamo che si rivolge al Lupo chiamandolo “Frate”.

Il Lupo ha fatto i voti di castità, povertà e obbedienza? Certo che no.

Francesco lo chiama frate, ovvero fratello. Riconosce in lui la dignità di creatura di Dio e quindi suo fratello, anche se questo suo fratello si sta comportando male.

E non si fa scrupoli a ricordare al suo fratello lupo tutto il male che ha fatto al prossimo.

Francesco non fa finta di nulla, egli sa che la pace si costruisce con due ingredienti: giustizia e perdono.

Francesco chiama per nome il male, non ha paura di farlo. Il male è male. Il lupo ha sbagliato, ha commesso atti che hanno fatto soffrire gli altri e questo Francesco glielo dice chiaramente.

La verità è necessaria.

Dire a chi ci ha fatto del male che ha sbagliato è importante.

Come mai però il lupo non sbrana Francesco dopo che questo lo ha anche rimproverato?

Ecco forse una risposta: Francesco in tutta la sua vita ha dimostrato di non volersi sentire migliore di qualsiasi lupo cattivo ed è così, partendo dall’umiltà che può dire al lupo queste parole di verità perché in esse non c’è condanna verso il lupo, ma solo verso le sue azioni.

In altre parole, il lupo non si sente dire: “fai schifo!”…ma il cuore del lupo sente dire: “Quello che hai fatto fa schifo, ma tu non sei quello che hai fatto…tu sei prezioso nonostante il male che hai commesso”.

E’ il peccato che viene condannato, non il peccatore.

E’ il tradimento del nostro coniuge che va condannato, non il nostro coniuge…è la calunnia ingiusta fatta dal nostro amico che va condannata…non va condannato il nostro amico. E’ il mobbing sul lavoro che abbiamo subito che va condannato, non il datore di lavoro che ci ha fatto mobbing.

Questo è lo stile di Cristo e Francesco lo sa bene. E applica ciò che da Cristo ha imparato.

4) “…che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male.”

Altro passo che Francesco compie è quello di comprendere le motivazioni che hanno potuto portare il lupo a comportarsi in modo malvagio.

Anche noi, se vogliamo veramente perseguire la Pace e camminare nella via insegnata da Cristo, dobbiamo cercare di metterci nei panni altrui…anche nei panni del nostro peggior nemico e provare a comprendere ciò che può averlo portato a peccare, a compiere quel male.

Francesco sa che il lupo ha agito così per fame: fame di cibo, ma – forse – anche fame di attenzioni, fame di sicurezze, di potere…

Francesco riconosce ciò che ha nel cuore il lupo facendo memoria di tutti gli “appetiti” che hanno portato lui in passato ad essere un giovane superficiale ed egocentrico.

Francesco sa che il cuore del lupo è simile al suo. E non sbaglia, perché è così.

Entrambi hanno cuori di carne.

Il cuore di Francesco ha solo una differenza rispetto a quello del lupo: il cuore di Francesco sa che nonostante la sua miseria, il Signore perdona la sua “fame”…i suoi appetiti peccaminosi.

La Misericordia precede il pentimento…giacché Francesco non si è convertito perché qualcuno lo abbia fatto sentire in colpa, ma perché guardando all’amore di Cristo sapeva di buttarsi tra le braccia di chi lo amava nonostante tutto il peso del suo cuore malato.

Quante volte ci capita in famiglia…quando sgridiamo qualcuno (marito, moglie, figli) sentendoci migliori ecco che quella persona non cambia.

Quando invece riconosciamo che siamo tutti “fallibili” e tutti sbagliamo…e facciamo notare con amore e dolcezza l’errore all’altro…ecco che da quell’atteggiamento amorevole e accogliente nasce il pentimento della persona che ha sbagliato.

Ora il lupo, dopo essersi sentito accolto come un fratello, dopo che qualcuno gli ha parlato nella verità e gli ha donato misericordia…ora il Lupo deve fare un passo decisivo:

5) “…Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa”

Il Lupo è un fratello accolto, è riabilitato…ma ad una condizione imprescindibile: deve pentirsi e prendere la ferma decisione di non fare più male al prossimo.

E’ l’atto di volontà richiesto a ciascuno di noi e nessuno può essere “salvato” senza il proprio consenso.

Il Lupo è lì. Francesco ha detto e fatto ciò che Cristo gli ha insegnato. Ora tocca al Lupo. Il Lupo può scegliere se rifiutare o se accettare il perdono.

Accettare il perdono vuol dire per lui avere una vita nuova con l’aiuto della gente del paese – i quali si impegnano ad aiutarlo, a nutrirlo e a volergli bene e questo ci dice che il bene e la guarigione del prossimo non è facile, ma richiede sempre il nostro impegno ed il nostro aiuto.

Rifiutare il perdono vuol dire invece scegliere di continuare a vivere da solo, nei boschi e morire di fame e di cattiveria.

La scelta sta al lupo. E Francesco non può decidere al suo posto. Neanche Cristo può scegliere al posto di una persona che non vuol pentirsi nonostante la possibilità di farlo.

Sappiamo che nella storia narrata il Lupo accetta il perdono e fa promessa di non commettere mai più il male che aveva fatto in precedenza.

Ma come sarebbe andata se il lupo avesse rifiutato il perdono?

Cosa avrebbe dovuto fare Francesco per il lupo?

Francesco avrebbe dovuto pregare ogni giorno per lui…e chissà quanti lupi Francesco si portava nel cuore…gente per cui pregava ogni giorno perché avevano rifiutato il pentimento ed il perdono.

Anche nelle nostre relazioni è così.

Amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano”…l’atto di amore della preghiera è sempre necessario affinché ogni lupo…compresi noi…possiamo accogliere il perdono anche in punto di morte.

Conclusioni:

Chiediamo al Signore di avere una vera visione di noi stessi, di vedere che non siamo migliori o peggiori del nostro coniuge, dei nostri figli, dei nostri amici, dei nostri nemici…

Chiediamo il dono di percorrere un cammino verso la guarigione del cuore…una guarigione che inizia quando non ci giudichiamo e non giudichiamo il prossimo, quando diciamo:

Tu frate lupo sei ladro e assassino”…proprio come me. Vieni fratello, camminiamo insieme nel segno della Croce, camminiamo insieme nel Nome di Gesù Cristo e sarà Lui a condurci alla vera Pace.

A lode di Cristo e del poverello di Assisi,

Pietro e Filomena, Sposi e Spose di Cristo.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il beato sa riempirsi di Dio.

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

(Matteo 5, 1-12)

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa Parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa? Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi, riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio. Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Un racconto sul Perdono

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise “Sposi&Spose di Cristo”.

Carissimi, oggi torniamo ad affrontare il tema del Perdono e lo facciamo attraverso un piccolo racconto scritto da Pietro un po’ di tempo fa, tratto dal suo libro “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

E’ un racconto semplice che speriamo possa esservi utile per la riflessione personale e di coppia.

Buona lettura, il Signore vi dia Pace!

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Erano circa le due di notte ed Andrea, come molti altri camionisti dormiva sulla branda del suo camion. Un cane che abbaiava lo svegliò di soprassalto. Sollevò il capo fino al finestrino, si assicurò che tutto fosse apposto e si rigirò dall’altra parte.

Chiuse gli occhi. Ma, come a volte accade, quando il sonno è rotto da uno spavento, ecco che a fatica ci si riaddormenta. Era così anche per Andrea. Mentre cercava di riaddormentarsi, ecco che un ricordo lontano riaffiorava nel suo cuore. Poi un altro ed un altro ancora.Fino a giungere a quel ricordo tanto lontano, tanto lontano nel tempo.

Ed ecco, più vivo che mai, il viso di Nicola, compagno di scuola che all’epoca si divertiva a prendersi gioco del piccolo Andrea per la sua fobia dei cani. “Bau!!!”, gli urlava all’improvviso nell’orecchio mentre erano in classe. E mentre lui saltava per lo spavento, molti dei suoi compagni scoppiavano a ridere e a fargli il verso del cane.

Cercò allora di cambiare pensiero ed ecco sopraggiungere il viso di Antonio, che un giorno gli aveva soffiato la ragazza di cui Andrea era innamorato. Ed ancora il volto di Michele, suo ex datore di lavoro che lo aveva licenziato senza motivo. Quanta agitazione gli ritornò nel cuore, quanto rancore; allora prese a maledire il cane che lo aveva svegliato per gettarlo in preda a questi duri ricordi.

Nel frattempo su era fatta l’alba e non aveva chiuso occhio. Andò in bagno, poi prese un caffè e poi riaccese il motore del suo grande Tir per riprendere la strada. Trasportava mattoni e doveva arrivare a destinazione per mezzogiorno.

Lungo la strada scorse come sempre qualche giovane sfaticato che chiedeva un passaggio; ma questa volta non era un ragazzaccio a domandargli un passaggio, ma si trattava di una donna sui sessant’anni con una grossa croce cucita sul cappotto, che quando lo vide arrivare iniziò a sbracciarsi per farlo fermare.

“Salga signora!” le disse Andrea.

“Dove vai?”, le chiese lei.

“A Bologna!”.

“Bene, ci andrò anche io” disse la donna che si presentò col suo nome: “Mi chiamo Maddalena”, mentre prendeva posto a bordo.

Riprese il viaggio e la donna si addormentò per pochi minuti. Si svegliò cantando una vecchia filastrocca che aveva imparato da bambina, poi fissò Andrea e gli disse: “Che brutto aspetto che hai figlio mio! Ti senti bene?”

Il giovane camionista le disse che ultimamente stava lavorando troppo e che era solo un po’ stanco; ma Maddalena, la donna con la croce cucita sul cappotto, gli replicò: “Stupido ragazzo, non mi riferivo al tuo viso, ma alla tua anima! Hai gli occhi di uno che ha qualcosa che lo tormenta!”.

Andrea scattò nervosamente: “Non chiamarmi stupido! Non permetterti mai più!”.

Maddalena gli rispose agitando le braccia: “Fermati, fammi scendere! I tuoi occhi sono pieni d’ira! Non vorrei che tu mi facessi del male! Ferma questo aggeggio!” urlò sbattendo i suoi piccoli pugni sul cruscotto del Tir.

Andrea accostò e spense il motore e le disse sommessamente: “Sta’ tranquilla, non voglio farti del male, voglio solo che non mi si manchi di rispetto con le parole!”.

Maddalena riprese a fissarlo con i suoi occhi grandi e annuendo con la testa prese a dirgli: “Sai ragazzo, mi ricordi mio figlio. Aveva lo stesso tuo sguardo. Era tanto arrabbiato con la vita e con i tanti esseri umani che lo avevano maltrattato durante la sua esistenza. Era ammalato da molti anni e pian piano tutti i suoi amici avevano iniziato ad abbandonarlo. Un po’ era colpa loro e un po’ era colpa di mio figlio, perché la rabbia ed il rancore per la sua condizione avevano iniziato a divorarlo e a farlo diventare sempre più antipatico ed inavvicinabile.


Accadde però che quando mancavano poche ore alla sua morte, iniziò a ripetermi che era pieno di gioia e davvero aveva cambiato aspetto. Era accaduto che una donna che aveva perso da poco suo marito, spesso andava a far visita agli ammalati nell’ospedale in cui era mio figlio. Un giorno passò anche da lui e diventarono amici. Lui si confidava con lei e probabilmente le parlò di quanto fosse arrabbiato un po’ con tutti. Allora lei, che era una donna che amava Gesù, le insegnò una specie di preghiera che anche io ora ho imparato a memoria”.

Andrea la ascoltava e si dimenticava dei mattoni da consegnare e del tempo che correva veloce come le auto su quel tratto di autostrada dell’A14.

La donna si fece il segno della croce e iniziò a ripetere con la sua voce stridula e con tono solenne quelle parole che suo figlio aveva imparato e le aveva insegnato:

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Signore Gesù Cristo,
durante la mia vita ho ricevuto tante ferite da diverse persone che mi hanno fatto del male; così, per difendermi, le ho catturate, condannate all’ergastolo e imprigionate nel mio cuore.
Signore Gesù,
Tu ci inviti a perdonare, a “restituire la vita” a chi a noi ha cercato di strapparla.
Sai bene quanta paura ho ancora di soffrire, ma ORA voglio fidarmi di Te.
Signore Gesù,
Tu mi hai fatto la grazia di comprendere che questo “carcere” che ho nel cuore mi pesa e toglie vita a me e ai miei cari e toglie vita anche ai miei “nemici” e non consente al Tuo Regno di venire in me e sulla terra.
Signore Gesù,
che dalla croce perdonasti i tuoi assassini liberandoli così dalla condanna eterna, manda il Tuo Spirito Santo ad aprire le celle e a spezzare le catene in cui ho rinchiuso e legato i miei “nemici”.
Insieme a Te li chiamo per nome UNO PER UNO, e li guardo negli occhi.
Insieme a Te ricordo per l’ultima volta il male che mi hanno fatto e Te lo consegno UNA VOLTA PER TUTTE.
Signore Gesù Cristo, Tu puoi guarirmi ed io voglio guarire dal rancore per questi Tuoi e miei fratelli e sorelle.
Per Tua benevolenza sia sanata ogni ferita che mi hanno fatto e queste diventino feritoie da cui “sgorga acqua viva” per me e per il prossimo.
Signore Gesù Cristo,
ecco tutti i miei prigionieri, li consegno all’abbondanza del Tuo Amore; e che liberati dal mio rancore, possano vivere in Pace.
Signore Gesù Cristo, Ti prego per me e per ognuno di loro:
ABBI PIETÁ DI NOI.
Amen.”

Maddalena la recitò tutta d’un fiato e alla fine, mentre chiudeva sistematicamente la preghiera con un ampio Segno della Croce, si accorse subito che Andrea ora aveva gli occhi luminosi e il suo viso era disteso ed in pace. Stettero zitti per un po’ mentre le auto sfrecciavano accanto alla piazzola di sosta e una debole pioggia bagnava il parabrezza del Tir, quasi a voler essere un segno di benedizione e di purificazione.

Maddalena dentro di sé ringraziò il Signore che si vedeva che in qualche modo aveva parlato a quel giovane camionista e simulando uno scatto d’ira iniziò ad urlare contro Andrea: “Stupido camionista smettila di portar rancore, chiedi perdono a Dio e accendi questo dannato camion e portami a Bologna che ho un appuntamento importante e non posso far tardi!”.

Andrea girò la chiave e riavviò il suo bestione di un Tir; sorrise ingenuamente a Maddalena e ripartì di corsa verso la meta. Ora i mattoni sul rimorchio sembravano leggeri.
Si era fatto mezzogiorno di quel Giovedì Santo e i piedi dei nemici erano stati lavati e baciati.

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Vangelo secondo Giovanni 13, 3-15

Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.

Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».

Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

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Se ti è piaciuto quanto hai letto e vuoi leggere il libro intero clicca qui:  “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Quarta tappa: il posto preparato e atteso.

Giovanni 14, 1 “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”

Abbiamo concluso la tappa più dura di tutte. Circa dieci chilometri di salite e discese in mezzo ad un paesaggio di campagna bellissimo, con tratti soleggiati che ci cuocevano e tratti all’ombra che sembrava il paradiso.

il posto preparato e atteso.jpg

E se non cambiasse niente dentro di me? E se restasse solo stanchezza e nervosismo? E se alla fine di questa esperienza rimanesse solo il peggio che sono stata in grado di tirare fuori, che delusione e amarezza vivrei. Non sto marciando solo per me stessa, ma offro tutto per i miei figli e le persone che soffrono di più. Ma spero di non dover concludere questo cammino così imbruttita, perché io e Dio non ce lo meritiamo. Posso custodire la fiducia che c’è un ritorno preparato e atteso per me, nonostante tutte le sensazioni e le esperienze che sto vivendo remano contro? Ma non voglio arrendermi, voglio dare tutto e chiedere tutto. È arrivato il momento di lasciarmi andare e appoggiarmi. E finalmente mi dedico un colloquio con fra Alessandro, in cui piango tutte le lacrime ingoiate in quest’anno così duro. Condivido la solitudine di certi momenti e l’angoscia per la salute di mio figlio. Parlo delle mie chiusure e del bisogno di essere tenuta e stretta. Il colloquio si conclude con un abbraccio sincero e sento dentro che qualcosa si sta sciogliendo, perché ho capito che non è la debolezza che devo combattere, ma l’amore che devo cercare!! Perché Gesù mi sprona a proteggere la fiducia in Lui e nel suo amore, affinché il mio cuore non sia vinto dal turbamento. Voglio credere e dare e nutrire la speranza che Gesù Cristo sia il mio Signore e salvatore. Siamo quasi arrivati all’ “entrata” della Porziuncola dove ogni anno possiamo fare memoria del Posto preparato per noi da Cristo e custoditi dal nostro Francesco: “Fratelli voglio mandarvi tutti in Paradiso”. Il tuo posto è il Paradiso. Il mio posto è Paradiso. E comincio a gustarmelo da oggi: perché quest’anno i frati hanno deciso che la confessione di ciascuno si concluderà non con una penitenza, ma con l’abbraccio del sacerdote. Tutti questi abbracci mi sembrano un segno, un regalo per me. Quella porzione di Paradiso che desideriamo già ci abita dentro, ma spesso il peccato e il dolore delle prove, la solitudine e la mancanza d’amore ce lo fa dimenticare. La vita famigliare spesso è faticosa e dura, proprio come i muscoli indolenziti e le notti insonni di questo cammino. E la relazione con marito o moglie e figli non profuma di gelsomino, ma puzza di sudore. Ma è proprio lì che il Signore Gesù Cristo ti aspetta: La tua Porziuncola, dove celebrare la festa del Perdono è tuo marito, è tua moglie. Lì ti aspetta Gesù per far festa e accoglierti. Perché quando tua moglie ti perdona tutte le tue mancanze e gli egoismi, e tuo marito ti perdona le tue nevrosi e le sentenze continue che fai, ecco che lì l’amore può rifiorire. La gioia del perdono dato e ricevuto è il miglior vino di questa festa, e porta frutto non solo per la coppia e i figli, ma anche per tutte le persone che la tua e la mia casa accolgono. La Fatica di questo cammino, che lentamente si sta trasformando in sorriso pieno, non è solo per me. Penso alla mia famiglie e al mio matrimonio come luogo in cui chi viene ospitato e accolto possa intuire qualcosa del “posto” che Dio ha già in serbo per lui.

Claudia Viola

Qui l’articolo originale sul blog amatiperamare.it

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Piccoli Perdoni Quotidiani

..di Sposi&Spose di Cristo..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Amarsi come all’inizio è un fallimento

Il 29 giugno abbiamo festeggiato  il nostro diciassettesimo anniversario di matrimonio. Una data che in tutti questi anni ci ha trovato sempre insieme con il desiderio di ringraziare Dio per il miracolo che ha compiuto nelle nostre vite. Quindi tanta riconoscenza verso Dio, ma non solo. Riconoscenza verso l’altro/a. Per un altro anno ci siamo amati certo, ma cosa significa in concreto? Non è sempre facile volerci bene. A volte, anzi spesso, non è semplice. Significa ascoltare lamentele quando si è stanchi, significa sopportarsi e passare sopra tante cose. Significa semplicemente accogliere l’altro/a. Accoglierlo quando è fantastico nei suoi pregi e nella sua parte migliore e accoglierlo quando non è per nulla fantastico, nelle sue fragilità e debolezze, nelle sue asperità e nelle sue ombre. Perchè farlo? Perchè stare insieme è meraviglioso nonostante tutto questo. E’ meraviglioso perchè forse dovremmo leggere il nostro matrimonio da un’altra prospettiva. Non dalla persona che deve sopportare, ma da persona che è sopportata. Nel matrimonio non c’è, almeno non dovrebbe esserci, finzione. Sono libero di essere io, senza maschere, con tutte le mie stranezze e le mie fragilità. Sono libero perchè sono accolto dalla mia sposa senza dover mostrare ciò che non sono. Ed è meraviglioso. Sentirsi accolto così è davvero qualcosa che riempie il cuore e dona forza e pace. Per questo quando sento qualcuno dire che si ama come il primo giorno penso che qualcosa in quella coppia non funziona. Amarsi come il primo giorno è una sconfitta. E’ come quel servitore del Vangelo che sotterra il talento e non lo fa fruttare. Oggi, dopo diciassette anni, amo la mia sposa molto più di quanto l’amavo il giorno delle nozze. La amo di più proprio in virtù delle nostre imperfezioni e debolezze. Anni di vita insieme, di perdoni reciproci, di accoglienza reciproca ci hanno regalato una relazione libera, senza finzioni basata sull’amorevole sostegno e mai sul giudizio e sulla condanna. Questo non ha prezzo. Certo il nostro amore non è andato sempre verso l’alto, ci sono stati momenti di alti e bassi, ma i bassi con il tempo diventano sempre meno bassi e gli alti sempre più alti. E’ un circolo d’amore che non si chiude mai perché ogni giro, ogni giorno,  ci troveremo un po’ più in alto nel cammino verso l’abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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Un abbraccio per ricominciare

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Don Rocchetta dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene. Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di una fiamma tenace come la morte, che le grandi acque non possono spegnere e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Antonio e Luisa

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Non è mai tardi per germogliare

Caro lettore, tu puoi “germogliare” in qualsiasi momento, anche ora!

Ti sembra strano? Ti sembra tardi?

Eppure puoi germogliare,  puoi rinnovare il tuo cuore e te stesso, puoi.

Anche se hai una “certa età” e ti sei etichettato con un grande “ormai”… puoi germogliare. Anche se ti sembra a volte o spesso di essere troppo “schiacciato” o rassegnato a sofferenze, prove, e problemi che secondo te tolgono del tutto la tua libertà per reagire  (e scegliere) diversamente a ciò che stai affrontando.

Si, puoi germogliare.

Anche se non ti perdoni alcuni errori, e ti sembra di non riuscire a fare cose buone, e forse hai una idea di te come persona che non sa fare molto, che non sa amare, che sbaglia troppo spesso. Si, puoi germogliare.

“Anche se”…mettici ogni situazione che ritieni nella tua vita e su te stesso un grande “ormai”, un “è tutto inutile”, un “impossibile”….e aggiungici poi la frase: “posso lo stesso germogliare”… perché è così, è davvero così.

Il germogliare che intendo io non riguarda il cambiare con una bacchetta magica e sicuramente situazioni ed eventi o problemi che hai davanti e nella tua vita, non riguarda un tuo poter diventare perfetto, non riguarda non avere più fatiche, dolori, preoccupazioni, incomprensioni e problemi, o momenti di scoraggiamento.

No.

Riguarda il germogliare, nel senso di cambiare, con piccoli grandi “passi”, (che sono possibili anche se a volte a te non sembra proprio) qualcosa di te e del tuo cuore, dei tuoi pensieri, tanto o poco, ma cambiare per essere più libero, più sereno, più felice: pensa che bello poter davvero guardare con occhi e cuore nuovo ciò che sei e che vivi, gli altri e Dio, pensa che bello poter fare scelte più vicine a ciò che sei veramente, nel profondo di te, fare scelte che ti portano ad amare e quindi a immergerti in una libertà, gioia e pace interiore profonde, che sanno convivere in te anche in mezzo e contemporaneamente a “tempeste”, problemi, paure, dolori…

Cambia la parola “ormai” con “posso”, e cambia in te la parola “impossibile, è tardi”, con “è possibile”…è possibile che tu ci riesca, è possibile che tu possa guardare, scegliere e affrontare qualcosa e te stesso in un modo diverso, più bello e vero. In cosa puoi germogliare? Il germogliare riguarda un po’ tutti gli aspetti di te e della tua vita. Un primo modo secondo me per permetterti di germogliare è iniziare a fare piccole scelte nuove, diverse, in qualche aspetto della tua vita e con gli altri: ad esempio, se non hai mai o quasi mai chiamato tu per primo qualcuno, forse per timore di non essere accettato, se da tanto tempo non parli più con qualcuno, ed eviti di interagire con chi ti ha ferito, preferendo chiuderti ed escluderlo dicendo a te stesso che “lui/lei lo sa il male che mi sta facendo o mi ha fatto, e se mi volesse bene o fosse pentito/a si muoverebbe per primo, mi cercherebbe, cambierebbe, smetterebbe di avere quegli atteggiamenti verso di me”, se da tempo ignori qualcuno perché non si comporta con te come vorresti, perché non ti viene incontro per primo, se da tempo conservi nel tuo cuore rancore, rabbia, per qualcuno, puoi fare qualcosa di diverso.

Puoi “stupire” di gioia e libertà  te stesso ritrovando nel tuo cuore e nella tua vita  la voglia, la curiosa amorevolezza per conoscere di più e davvero gli altri, anche chi ti ferisce o sembra ignorarti, anche chi secondo te è “solo” fatto in quel modo, anche coloro dei quali pensi che “tanto non ci si può aspettare di più, sono cattivi, strani, egoisti”; puoi decidere di fare piccoli grandi gesti di attenzione, aiuto, vicinanza, e puoi decidere di farli senza prima aspettare (potrebbe passare molto tempo a volte) che tu sia del tutto sereno, in pace, bravo, capace, perché puoi decidere che può bastare un “granellino di senape” di volontà di amore, di voglia di fare diversamente dalle solite reazioni che scegli e che fanno male prima di tutto a te, e puoi cosi darti la libertà e la gioia di scoprire e sperimentare che spesso nasce e germoglia in te serenità, pace, amore, gioia, anche “mentre” inizi a costruire “strade nuove” per raggiungere gli altri e renderti raggiungibile da loro, si anche raggiungibile, perché forse a volte sei convinto che ti esprimi già abbastanza chiaramente, sia su chi sei e sia su cosa vuoi e su cosa ti ferisce, e forse a volte dai per scontato che gli altri se ti vogliono davvero bene o ci tengono un po’ a te sappiano già come interagire con te, come “raggiungerti”….

Ma spessissimo gli altri, come succedete anche a te, a me, a ognuno di noi, sono a volte ripiegati in loro pensieri, distrazioni, obiettivi, desideri, e quindi ciò che per te è evidente, chiaro, scontato, certo, visibile, di te e di ciò che fai, potrebbe non essere guardato e colto con evidenza, con chiarezza e stessa interpretazione e comprensione da parte degli altri, anche da coloro per te affettivamente importanti. Siamo esseri umani, solo Dio sa davvero sempre capirci subito e chiaramente, tutti gli altri, compresi noi stessi, hanno bisogno di essere “coccolati” e ricoccolati con una amorevole nostra pazienza di farci nuovamente conoscere, esprimerci, comunicare e dialogare anche su ciò che per noi è importante, e su quale significato c’è per noi nei vari aspetti e situazioni della vita, senza spazientirci ogni volta che l’altro o gli altri non ci capiscono, o interpretano in un altro modo, e accettando con amore e pazienza che hanno anche loro  il diritto di avere tempi, gusti, desideri, abitudini, modalità e priorità diverse dalle nostre, non per cattiveria o indifferenza o dispetto verso di noi, ma perché sono diversi, creature amate come noi, e dalle quali possiamo imparare cose, modalità e aspetti nuovi della vita e dell’essere se stessi. Anche questo è germogliare!

Caro lettore, da quanto tempo non costruisci gioia, serenità, da quanto tempo aspetti prima che siano gli altri o l’altro a farti sentire felice, capace, amato? Da quanto tempo non provi a germogliare facendo qualcosa di diverso dal solito “copione” che usi ogni giorno in determinate situazioni e con le persone e te stesso, perfino con Dio? Ognuno ha il nostro “personale” copione, che sembra più facile, veloce, meno faticoso e più efficace da usare con se stesso, con gli altri e perfino con Dio….ma spesso così invece di germogliare ci avvizziamo un po’, ci irrigidiamo, e ci perdiamo tutti tanto, tantissimo della possibilità di dare più bellezza, colore, gioia e pace alla nostra vita e agli altri…

Puoi germogliare.

Puoi per esempio decidere che quelle stesse cose, gesti, azioni ripetitive che devi fare ogni giorno, in famiglia, al lavoro, con gli altri, in un gruppo, e dovunque, risplendano di una luce e di un senso nuovo, che porta frutto, in modi misteriosissimi a volte e non evidenti, ma reali, realissimi: puoi metterci cioè amore, e non solo noia o senso del dovere. Puoi germogliare.

Puoi decidere di avere un atteggiamento e sguardo diverso verso le tue perdite, le perdite che nel corso della vita tutti purtroppo dobbiamo vivere: può essere la perdita di una età giovane, la perdita della salute, la perdita di persone care, può essere la perdita di tempi, occasioni e abitudini a cui eravamo abituati, per noi consolidate  e che avevamo deciso in noi che fossero per noi rassicuranti,  e senza le quali crediamo di non poter più essere sereni e fare altro.

Puoi germogliare. Puoi decidere per esempio di guardare gli altri in un altro modo, non per accaparrarti la loro attenzione o per far vedere quanto sei preoccupato ( che spesso all’esterno sembra solo un tuo essere imbronciato, respingente  e chiuso), ma per guardarli come li guarda Dio, con amore, con nuova speranza, con fiducia. Puoi decidere di parlare e agire in un modo diverso, con meno parole distruttive, anche a volte per attirare l’attenzione su di te, o parole amare, provocatorie, e puoi invece decidere di parlare evidenziando il bene e la bellezza di una persona, anche con chi, per esempio con te o in un gruppo, sta parlando alle sue spalle con la scusa che “deve far capire” quanto è spiacevole, strana egoista quella determinata persona: e tu invece puoi fare una scelta diversa:  puoi evidenziare il bene e la preziosità di fondo  di quella persona assente, esprimendo per esempio   il dubbio che potrebbe non avere cattive intenzioni, e facendo  cosi ciò che piacerebbe  fosse fatto per te se qualcuno parlasse male di te alle tue spalle con qualcuno, con la scusa di “avvisarlo” su di te.

Puoi germogliare.

Puoi per esempio decidere di fare qualcosa di diverso con la tua famiglia, con i tuoi figli, con i tuoi parenti, amici, conoscenti, qualcosa che non sia solo un distratto sguardo a loro alzato da un cellulare o computer da cui ti vuoi far distrarre, ma puoi giocare, parlare, costruire, passeggiare, o fare piccoli passi, concreti o interiori, per interagire con te stesso, con gli altri e con Dio in un modo diverso. Puoi germogliare, e per esempio decidere che la tua vita non è solo quell’insuccesso, quel “non risolto”, ma è anche molto, molto di più.

Puoi germogliare.

E Finalmente permetterti di farti conoscere davvero, anche nella tua tenerezza, gioia, amorevolezza, nella tua capacità di comprendere, aiutare, ascoltare, senza aspettare di ricevere tu per primo tutto questo, ma decidendo di gustarti la libertà interiore di amare senza dipendere dal fatto se gli altri ti amano, ti salutano, ti apprezzano e ti considerano o no. Puoi germogliare.

Puoi decidere di dire parole nuove, puoi decidere di cercare tu per primo una persona che vorresti sentire o vedere, anche se è passato molto tempo…. Puoi germogliare, e puoi decidere di capire se davvero Dio è quel dio poco vicino, che vuole solo annullarti o darti dolore, o assente che a volte sei convinto o tentato di credere: puoi decidere di andare alla “caccia al Tesoro”, mettendoti anche ad amare come ci chiede Lui per il nostro bene (un amare che non dipende da se sei sereno, senza problemi, con l’umore giusto, o da quanto e se sei già amato, capito, cercato, ascoltato), e  puoi cosi darti la immensa gioia di scoprire e sperimentare chi è davvero  Dio e che Tesoro è, che Amico e Alleato, che Padre è anche per te, e che è sempre con te davvero, anche quanto credi di essere solo ad affrontare tutto.

Puoi germogliare.

Puoi decidere di valorizzare gli altri invece di criticarli e notare solo i loro difetti e sbagli, puoi decidere di aiutare qualcuno che sbaglia e che non ti capisce smettendo di punirlo, rimproverarlo con durezza, per paura che non capisca e non cambi, puoi aiutarlo mettendoti accanto a lui davvero, amandolo, aiutandolo a correggersi dove sbaglia, con empatia e sincerità, e accettandolo anche quando non vuole capire, correggersi o ascoltarti, anche quando non vuole cambiare: succede anche a te a volte di non voler cambiare, correggerti, ascoltare,  e in quei casi come ti senti se qualcuno vuole farti cambiare per forza, o correggerti con durezza e vendette? Puoi germogliare: puoi decidere per esempio di non dare più concentrazione e importanza al tuo atteggiamento ripiegato su te stesso, togliendoti dalle responsabilità e da ciò che potresti fare perché ti senti l’unico a soffrire e impotente e senza risorse interiori  finché non risolvi prima i tuoi problemi, ma puoi decidere di mettere da parte per amore il tuo ripiegamento interiore per dare spazio agli altri, e usare la tua creatività per dare attenzione, costruire strade nuove e belle per comunicare con gli altri e gli altri tra loro.

Puoi germogliare. Come? Decidendo sostanzialmente di amare, e amando, nel momento presente, dando importanza ad ogni momento presente.

Puoi germogliare: puoi decidere per esempio , quando sbagli o ferisci qualcuno, di ricominciare subito ad amare, di chiedere scusa tu per primo, puoi decidere di non far passare troppo tempo per fare pace, per capire e farti capire con amore.

Puoi germogliare, e decidere di perdonare te stesso, non perché sei perfetto,  non perché non sbagli, ma perché…sei amato, sei amatissimo, sempre, anche ora, in questo momento, nel punto esatto del tuo cuore e della tua vita in cui ti trovi. Puoi germogliare, soprattutto se non conti soprattutto solo sulle tue capacità o sulla tua bravura, perché prima o poi sarai deluso dalle tue imperfezioni e dalle imperfezioni degli altri. Puoi germogliare non perché sei perfetto, non perché sei buono, non perché sei capace o più sensibile o bravo degli altri, ma puoi germogliare perché…Dio ti ama. Dio ti ama davvero. Anche ora. Anche in passato. Anche nel futuro, sempre e per sempre. Dio è l’unico che sa fare nuove tutte le cose, anche il nostro cuore, ogni istante, spesso siamo noi che non ce ne accorgiamo anche perché non Gli crediamo veramente, non lo crediamo veramente possibile, soprattutto se stiamo vivendo dolori e problemi. Nel nostro modo di pensare, spesso crediamo che si possa cambiare, migliorare, amare, germogliare solo se siamo sereni, senza problemi e imprevisti da affrontare contemporaneamente, solo se non ci sentiamo schiacciati da “tempeste” che ci sembrano a volte più forti di Dio e della possibilità che abbiamo di amare anche in quei momenti e periodi. Ma Dio, è meraviglioso, ci ama più di quanto crediamo, ed è l’Unico che sa far germogliare noi e la nostra vita, la tua vita, anche contemporaneamente” a dolori, problemi, tempeste, anche contemporaneamente a contraddizioni e incoerenze nostre  e degli altri. Fidati di Lui! Anche quanto hai paura, anche quando non Lo capisci, anche quando ti credi solo. Fidati, e ricomincia ad amare, ricomincia a germogliare, Con Dio è sempre possibile, anche ora: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? ” (Isaia, 43, 19).

Francesca Bisogno

www.albastellata.it

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Impariamo a ricordare il bene

Un sacerdote fu trasferito in una nuova parrocchia. Fu invitato a cena da una famiglia. Una di quelle che fanno tanto in parrocchia. Alla fine di quell’incontro volle fare una domanda ai due sposi prima di andarsene. Chiese se anche a loro ogni tanto capitava di litigare e se c’erano momenti di tensione e di crisi. Era rimasto infatti molto colpito dall’amore e dall’intesa che i due sposi trasmettevano a chi li guardava. Rispose prontamente lei: Certo che sì caro don, ma abbiamo un segreto. Il nostro tesoro. Detto questo scomparve in un’altra camera e fece ritorno con in mano un diario. Disse quindi al sacerdote: Vedi questo diario, qui annoto tutte le volte che mio marito mi ha voluto bene. Ogni volta che litighiamo vado in camera, prendo il diario, lo sfoglio e mi viene subito il desiderio di fare pace e di ricominciare.

Cosa ci insegna questo breve racconto? Diciamocelo! Siamo bravissimi a legarci al dito qualsiasi mancanza da parte dell’altro/a e siamo altrettanto bravi a dare per scontate tutte le volte che nostro marito o nostra moglie ci ama, ci dimostra il suo amore, fa qualcosa di gratuito, si fa servizio, si fa tenerezza e cura verso di noi. E’ importante invece che impariamo a ricordare il bene. Non semplicemente fare memoria, ma ricordare. Ricordare è un verbo molto più forte e significativo. Nella sua etimologia riporta al cuore dell’uomo. Al nostro cuore. Significa letteralmente richiamare nel cuore. Rendere attuale e presente il bene che l’altra persona ci ha gratuitamente donato. Con tutti i benefici, la bellezza, la forza, il nutrimento e la pace che quel gesto ci ha dato. Ricordare tutte le volte che la persona amata ci ha guardato con amore, tutte le volte che ci ha carezzato, tutte le volte che ci ha benedetto con le sue parole, tutte le volte che ci ha sostenuto con il suo ascolto, con i suoi consigli e con la sua presenza. Tutte le volte che si è donato/a e ha accolto il nostro dono nell’incontro intimo. Tutte le volte che ci ha perdonato e che ci ha permesso di sperimentare la bellezza di essere amati anche quando non lo meritiamo. Essere capaci di ricordare tutti questi momenti e tutti questi gesti è determinante. Significa costruire un tesoro da spendere all’occorrenza. Da spendere tutte le volte che l’altro/a non sarà capace di darci nulla, tutte le volte che ci sembrerà povero, tutte le volte che ci ferirà e che sarà difficile da amare. Tutte quelle volte attingiamo al ricordo del bene. Attingiamo al tesoretto del nostro matrimonio e sarà più facile non farci dividere da quel non amore, perchè l’amore c’è anche se non si vede e non si sperimenta in quel momento più o meno lungo. C’è in tutti questi gesti che custodiamo come un tesoro. Questa consapevolezza rende più semplice anche perdonare, amare sempre e ricominciare.

Antonio e Luisa

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Sposi re e regina. 2) Gesù ci rende liberi e degni.

Nel precedente articolo abbiamo visto come Gesù si svela come Re durante la passione, e come la croce sia l’immagine più alta e più forte della sua regalità. E’ il suo trono. Facciamo un passo avanti. Veniamo a noi. Noi siamo parte di un popolo sacerdotale, regale e profetico in virtù del nostro battesimo. Il popolo di Dio non appartiene ad uno stato particolare, non appartiene ad una etnia particolare, non ad una razza. Si entra a far parte di questo popolo non per sangue e per nascita, ma per fede e per il battesimo. Come dice San Paolo noi nasciamo a vita nuova, diventiamo parte del popolo di Dio. per mezzo dell’acqua e dello Spirito Santo. Cristo è l’unico e vero Re e attraverso il battesimo ciò che appartiene al capo (Gesù) passa al suo corpo (la Chiesa). Anche noi siamo resi capaci di essere re, sacerdoti e profeti. Questa appartenenza ci dona due caratteristiche molto importanti: la dignità e la libertà. Per essere re, come Gesù è re, devo recuperare, custodire e sviluppare questi due valori: la mia dignità e la mia libertà.  Solo così potremo accogliere il dono di Dio di essere re con Cristo. Il re ha una legge: la legge dell’amore. Il re ha una missione: essere sale e lievito. Essere quindi luce. Essere testimoni. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della sua Legge.  Il re  perdona non perchè sia debole e non sia capace di combattere e di lottare, ma perchè il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. La vendetta fa male a chi la perpetra e a chi la subisce. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re e la perdono continuando a farle del bene. Perchè sono libero da quel male che mi ha fatto. Perchè sono degno, nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. La mia regalità viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito. Attenzione! Riscoprire e riconoscere la mia dignità e la mia regalità non mi serve per innalzarmi sopra gli altri. Non mi serve per sentirmi meglio di mia moglie e di mio marito. Non mi serve per giudicarlo/a, per umiliarlo/a, per montare in superbia e sentire di meritare più di quell’uomo o quella donna. No! La consapevolezza del mio valore, della mia dignità, della mia regalità mi consente di servire meglio quella persona che ho sposato. Mi consente di liberare il mio amore dall’obbligo della reciprocità! Il re e la regina sono capaci di amare anche quando l’altro non dà o non dà abbastanza.

Antonio e Luisa

Introduzione

Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia.

Alcuni giorni fa il Vangelo del giorno riproponeva l’episodio dell’adultera. Un episodio molto conosciuto e che si presta alle più svariate interpretazioni. Bellissima la riflessione di Sant’Agostino. Sant’Agostino probabilmente si sentiva particolarmente toccato da questo episodio, considerato che lui è stato particolarmente adultero con il suo corpo. Anche io mi sento particolarmente toccato da questo episodio. Credo anche molti di voi che leggete. Quante volte siamo stati adulteri con il nostro corpo. Quante volte non ce ne siamo serviti per amare, ma per ricercare un piacere fine a se stesso o solo mascherato d’amore. Sant’Agostino ci dona una riflessione meravigliosa. Una volta che Gesù ha zittito e disperso gli accusatori della donna con la semplice frase Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei, resta solo con la peccatrice. In quel momento di eternità Sant’Agostino riconosce l’incontro decisivo che può cambiare la vita ad ognuno di noi. Sant’Agostino dice: Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia.  In una frase ha sintetizzato il senso della vita umana. La peccatrice ha incrociato lo sguardo di Cristo. Non l’ha incrociato in un momento qualsiasi. Ha incontrato Cristo quando era a terra, nella polvere, condannata dagli uomini, forse lei stessa si condannava e non si perdonava quella vita lontana dalla verità dell’amore. Lì avviene il miracolo. Lì l’adultera non evita solo la morte per lapidazione. Lì l’adultera nasce a vita nuova. Era spiritualmente morta e Gesù le ridona vita. Le ridona la verità di se stessa. Le ridona dignità e regalità. Lo fa solo con uno sguardo. E’ bastato lo sguardo di un innamorato. Lo sguardo di Dio che va oltre la miseria e la fragilità dell’uomo e riesce a vederne la bellezza costitutiva, che è fatta da Dio, fatta ad immagine di Dio. Mi piace immaginare l’adultera che sentendosi guardata così in un istante riacquista la vista. Lo sguardo di Cristo le rende d’improvviso evidente la falsità dello sguardo dell’altro. Lo sguardo della persona che fino a poco tempo prima condivideva il letto con lei. D’improvviso si è resa conto che ciò che stava vivendo non era amore. Si è sentita, probabilmente per la prima volta, profondamente amata e desiderata. Non per il suo corpo o per quello che poteva fare e dare, ma perchè era lei. Gesù amava lei senza chiederle nulla in cambio. Questo è lo sguardo che io e Luisa abbiamo imparato a scambiarci. Anche quando non sono l’uomo perfetto e mostro le mie fragilità e le mie durezze, lei non smette mai di guardarmi con lo sguardo di Cristo. Uno sguardo che va oltre la miseria e diventa misericordia. Uno sguardo che tocca profondamente il mio cuore. Uno sguardo che mi permette di innamorarmi di lei sempre di più e di ringraziare Dio per avermela donata. 

Antonio e Luisa.

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L’amore scrive gli errori dell’altro sulla sabbia

Nella Bibbia c’è un insegnamento che noi sposi dovremmo scrivere e appendere in casa: la legge di Dio è scritta sulla pietra, il nostro peccato sulla sabbia. Noi spesso abbiamo un comportamento che è simile a quello dei farisei. Vorrebbero prendere l’adultera e lapidarla. Ucciderla colpendola con le pietre. Pietre che rimandano alla legge, al decalogo scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra. Quante volte anche noi sposi usiamo la legge di Dio come pietra da usare contro l’altro/a. Gesù invece non lo fa. Gesù si mette a scrivere sulla sabbia. Non lancia alcuna pietra contro l’adultera. Cosa ho imparato da tutto questo? La legge è scritta sulla pietra perchè noi potessimo costruire la nostra casa, il nostro matrimonio su di essa. Non per prenderla e darla in testa all’altro. La legge serve per costruire una relazione e non per distruggere l’altra persona. Noi sposi siamo spesso come l’adultera o come i farisei, A volte siamo come l’adultera perchè adulteriamo il nostro amore, mettiamo il nostro egoismo davanti alla relazione. Altre volte siamo come i farisei, pronti a giudicare e condannare l’altro non appena scivola in qualche debolezza o semplicemente sbaglia più o meno consapevolmente. Gesù ci ricorda che tante volte siamo stati l’adultera nei suoi confronti. Tante volte ci ha perdonato. Gesù vero Dio ha scritto nuovamente con il suo dito, ma questa volta sulla sabbia. I nostri peccati per Lui non sono altro che scritte sulla sabbia. Lui non giudica i nostri errori, ma ci guarda con quello sguardo dell’innamorato che vede la meraviglia della persona e non la zozzura del peccato. Lui ci indica la strada: l’adultera non è il suo peccato. Infatti nel Vangelo non troverete mai scritto l’adultera, ma una donna sorpresa in adulterio. Non l’avrebbe mai chiamata adultera Gesù. Non avrebbe mai limitato una persona al suo peccato. Gesù ha saputo guardare quella donna non con disprezzo, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memomia. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio.

Antonio e Luisa

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Lavanda dei piedi. Gesto sacerdotale degli sposi.

Oggi inizia il triduo pasquale. Inizia subito con il botto. Si ricorda la lavanda dei piedi. Un episodio che spesso passa quasi inosservato. Se non fosse per quella strana tradizione che nelle nostre chiese vede il parroco inginocchiarsi per lavare i piedi a 12 fedeli. In realtà questo è un episodio fondamentale. Giovanni lo aveva capito benissimo. Non so se ci avete mai pensato. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente. Cosa ci vuole dire Giovanni? L’amore di Dio è presente nella chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita. Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro/a attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico. Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo, in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere, possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

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Preghiera di coppia. Un abbraccio misericordioso.

Oggi mi sento di scrivere di una dinamica di coppia ovvia, ma che pochi prendono in considerazione. Parlo di dinamica di coppia cristiana. E’ importante non avere segreti tra di noi. E’ importante non avere nel cuore qualcosa che possa impedire una piena apertura verso l’altro/a. Qualsiasi peccato possiamo aver commesso solo smascherandolo ammettendolo con umiltà all’altro, può aiutarci a perdonarci. Sì, perchè nel perdono dell’altro possiamo trovare la forza di perdonare noi stessi. Voi direte: Ma non è più importante chiedere perdono a Dio nella confessione? Certo che si. Quello è sottinteso. Per il credente accedere ai sacramenti è la via principale per raggiungere la salvezza. La forza redentrice e salvifica di Cristo entra nel nostro cuore attraverso i sacramenti. Per noi sposi non basta. C’è un altro sacramento di mezzo. C’è il nostro matrimonio. Sacramento che ci rende mediatori tra noi e Dio l’uno con l’altra. In parole semplici Dio desidera farsi trovare nell’altro e attraverso l’altro. Ciò significa che Dio desidera amarci ed essere amato attraverso l’altro/a. Significa che vuole perdonarci attraverso l’altro. Solo così il nostro matrimonio può essere pienamente cristiano. Dovremmo abituarci a pregare insieme. La preghiera di coppia non è purtroppo molto frequente tra gli sposi. Quando c’è spesso si limita al rosario. Che è già tantissima roba, sia chiaro. Sarebbe bello però andare oltre. Adesso sto parlando anche a me stesso. Anche io lo faccio raramente. Sarebbe bello mettersi davanti a Gesù. Nella camera matrimoniale. Lì dove c’è il talamo consacrato. Luogo sacro, immagine visibile del tabernacolo. Ricordate che Dio è presente nella relazione sponsale in modo simile all’Eucarestia. Mettersi lì, come foste davanti al Santissimo, perchè lo siete davvero, e aprire il cuore l’uno all’altra. Non state più parlando alla vostra sposa, al vostro sposo, ma a Gesù attraverso la vostra sposa e il vostro sposo. Chiedete perdono per i vostri peccati, raccontate le vostre difficoltà, i vostri limiti. Raccontate anche le cose belle, ringraziate Dio per il dono dell’altro/a e di tutte i doni che ogni giorno vi offre. Raccontate tutto e ascoltate tutto dall’altro. Quando vi racconterà di avervi ferito con il suo comportamento, il suo parlare, le sue azioni e le sue omissioni, chiedete a Dio di avere la forza di perdonare. Aprite il cuore e abbracciatevi. Come il padre misericordioso ha perdonato il figlio, così voi abbracciatevi e accoglietevi con tutte le fragilità che avete. Personalmente dopo questo articolo che mi è venuto dal cuore, in modo spontaneo, quasi non voluto e non pensato prima, cercherò di farlo con Luisa almeno una volta a settimana.  Sono sicuro che la nostra  relazione cambierà e diventerà sempre più simile all’amore di Dio.

Antonio e Luisa

Un caffè per uscire dal deserto

Voglio soffermarmi un attimo su quello che ha significato concretamente per me avere il sostegno della mia sposa nel deserto. Anche io ho dovuto attraversare deserto. L’ho attraversato prima del matrimonio e anche dopo. Ci sono momenti in cui ti senti solo. Momenti in cui ti senti mancare le forze e non trovi gioia in ciò che fai. Momenti dove la famiglia sembra un peso più che una ricchezza. Ci sono passato anche io diverse volte. Spesso sono state piccole crisi. Crisi superate senza grossi problemi. Una volta però la crisi è stato molto profonda. Non è stato per nulla facile affrontarla e vincere. Senza il sostegno della mia sposa avrei probabilmente  fallito. Invece mi è servita per crescere come uomo, come marito e come padre. Certo che pazienza e che amore ha dimostrato la mia diletta (per usare un’espressione del Cantico). Ero sposato con Luisa da circa tre anni. Avevamo avuto già Pietro e Tommaso. Erano molto piccoli ed erano nati a pochi mesi l’uno dall’altro. Mi sono sentito oppresso e inadeguato. Ho cominciato a sentire la casa e la famiglia come una prigione. Ho cominciato a stare spesso fuori casa, a trovarmi attività che mi impegnassero e a lasciare Luisa spesso da sola. Quando ero in casa ero freddo e distaccato. Mi comportavo davvero male. Luisa non ha mai smesso di sostenermi. Aveva tutto il diritto di arrabbiarsi con me. Non lo ha fatto. Mi ha sempre fatto appoggiare a lei. Ha capito che in quel momento era lei la più forte dei due e non si è tirata mai indietro. Aveva capito che stavo attraversando il mio deserto. Sapete qual è uno dei gesti d’amore più belli  che mi ricordo di aver ricevuto da mia moglie? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. La trattai male, come altre volte durante quel periodo di crisi,  su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato, un amore che se ne fregava dell’orgoglio e che se ne fregava di chi aveva ragione o  torto. Con quel gesto mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo. Quello è stato un momento di svolta. Da lì, con l’aiuto della mia sposa, sono riuscito ad uscire dal deserto.

Antonio e Luisa

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La pagliuzza nel’occhio del coniuge

Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Cosa significa questo Vangelo per noi sposi? Non possiamo più esercitare la correzione fraterna con nostro marito o nostra moglie? Eppure in un altro passo del Vangelo Gesù invita ad ammonire il fratello se commette una colpa contro di te. Credo si debba fare un po’ di chiarezza. Volevo condividere due punti con voi.

Mettiamo più impegno a rimarcare le mancanze dell’altro/a o a correggere le nostre? Non è una domanda qualunque. Ce la dovremmo porre prima di sposarci e ce la dovremmo porre spesso anche dopo. Diciamocelo senza essere ipocriti: noi abbiamo in testa un’idea precisa di come dovrebbe essere lui o come dovrebbe essere lei. Cosa dovrebbe fare per renderci felici. Come dovrebbe parlare, come dovrebbe amarci e  in cosa non dovrebbe mai cadere. Sempre pronti a confrontare la nostra idea sublimata di una persona che esiste solo nella nostra testa con la persona viva e concreta che ci sta accanto. Ci rendiamo così conto, con nostra sorpresa, che non dice sempre quello che vorremmo, che non si comporta sempre come ci aspetteremmo da lui e che, soprattutto,  sbaglia. A volte ci tratta anche male e non è sempre amorevole e disponibile ad assecondarci. Se amiamo davvero, il nostro primo pensiero dovrebbe essere un altro. Come posso io rendermi amorevole e piacevole per lui/lei? Cosa posso fare per accoglierlo/la sempre di più nella mia vita? Cosa posso fare per non provocargli/le sofferenza? Il matrimonio è meraviglioso anche perchè, con il tempo, ci permette di conoscere sempre più chi abbiamo accanto. Così impariamo cosa gli piace, cosa invece non ama, cosa lo offende e cosa lo gratifica. Una conoscenza fondamentale per essere sempre più dono e sostegno.

Christiane Singer in un suo libro scrive:

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Guardatevi e ditevelo l’uno all’altra. Può essere l’inizio di una rivoluzione evangelica nel vostro modo di vivere la vostra relazione.

Come correggiamo l’altro? Questa è la seconda importantissima domanda da porci. L’altro sbaglia, su questo non c’è dubbio. E’ importante farglielo capire. Anche su questo non c’è dubbio.  Possiamo porci con lo sguardo giudicante e sprezzante di chi, mettendo in evidenza le fragilità e i peccati dell’altro, si vuole in realtà esaltare. Come faccio a sopportarti? Come fai a non capire? E’ così semplice. Fai sempre le stesse cose. Sono stufa di te. Oppure possiamo avere lo sguardo di Dio, di chi vede oltre l’errore. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede  ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità, ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto. Prima di puntare l’indice guardiamo il nostro anulare e la fede che portiamo, segno della nostra promessa e unica via per la nostra santità e quella del nostro coniuge.

Antonio e Luisa

Amate i vostri nemici (anche quando è il vostro coniuge)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano,
benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.
Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;
date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ».

Questa Parola è una cartina tornasole del nostro rapporto di coppia! E’ amore o sono due egoismi che si usano a vicenda? Ci amiamo come una delle tante coppie che si separano o come Cristo ci ha insegnato? In questo Vangelo c’è l’amore a cui siamo chiamati. Questo è l’unico atteggiamento che esprime amore autentico. Quante persone sono capaci di amare così? Quante persone sono capaci di passare sopra un’offesa, una mancanza, una carenza di affetto e di tenerezza e continuano ad amare il loro sposo o la loro sposa? Quante persone se subiscono un tradimento hanno il desiderio, e si impegnano per riuscirci, di perdonare e di riattirare a sé la persona amata?

Possiamo cercare tutte le giustificazioni che vogliamo, e che magari ci sono. Magari è vero che l’altro/a si è comportato male, che non merita nulla, che sta dando molto meno di quello che noi diamo a lui/lei. Eppure questo Vangelo ci dice di essere misericordiosi come lo è Dio Padre. Come lo è Dio Padre? Ce lo mostra il Figlio. Inchiodato ad una croce.  Messo lì da persone che non meritano nulla, ma che Lui continua ad amare e a perdonare fino all’ultimo momento. Nella nostra vita di coppia possiamo aver vissuto momenti di sofferenza più o meno pesanti. Sofferenze che ci siamo dati l’un l’altra. Ecco è lì che possiamo sentirci profondamente amati. Proprio quando non meritiamo nulla. Proprio quando ci comportiamo in modo che fa un po’ schifo anche a noi stessi. E l’altro ci tende una mano. Continua a volerci bene. E noi con meraviglia ci chiediamo perchè ci ami nonostante il nostro comportamento.  E lì, in quei momenti, che ti rendi conto di essere amato per chi sei, non per quello che fai. E lì che ti rendi conto di essere amato in modo speciale e gratuito. E lì che ti rendi conto di come ti ama Dio. E lì che la coppia diventa più salda che mai perché non c’è nulla che unisce tanto quanto la consapevolezza di essere amati sempre anche quando non siamo splendidi e mostriamo la parte peggiore di noi. Queste crisi sono necessarie per crescere sempre più nell’amore. Il nostro amore di coppia è una casa costruita con tanti mattoncini di tenerezza e di cura che ci siamo dati e ci continuiamo a dare. Sappiamo bene però che i mattoncini non basterebbero in caso di un terremoto. Ciò che sono sicuro ci tiene insieme e ci terrà insieme qualsiasi cosa accada, il nostro cemento armato, è l’aver sperimentato questi momenti di amore e misericordia immeritati che siamo stati capaci di donarci l’un l’altra. Si parla tanto di Grazia del sacramento. La Grazia del sacramento si concretizza anche in questa capacità di non vivere più l’amore come i peccatori, che sono anch’essi capaci di amare gli amici, ma come cristiani, che sono capaci di amare i nemici, di amare il coniuge anche quando si comporta da nemico.

PS Prima che lo contestiate voi lo dico io. Ci sono situazioni di particolare gravità dove la separazione non solo è consentita, ma consigliata. Ad esempio la violenza fisica. Non riguarda però la maggior parte di noi.

Antonio e Luisa

..sopportarsi a VicenZa..e nel resto del mondo

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”:

Lei alzò gli occhi al cielo e gli urlò: “Ma te l’ho detto che è così, che tu non capisci niente, che lo shampoo anti-forfora non va bene per lavarsi i piedi!!!”

Lui le urlò duramente: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia…noi, eh eh…noi si che sapevamo vivere! Non voi, anzi…non tua madre…che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”

E finirono per farsi davvero molto male con parole taglienti, vere a metà (quindi false), senza pietà.

Le discussioni a volte potrebbero andare avanti così all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili. Matrimoni come campi di battaglia. Mariti contro mogli, che più che alleati e complici nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino da poter insultare meglio.

Cosa succede a noi sposi quando accade questo? Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, al quando si era uno per l’altra. Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. Nei tempi buoni e in quelli cattivi.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

E per fare questo bisogna chiedere l’aiuto al Signore…per imparare ad amarsi veramente e profondamente…per sopportarsi a vicenZa. Ma anche a Crotone e nel resto del mondo. 🙂

 

“Portate i pesi gli uni degli altri,

così adempirete la legge di Cristo.”

(Lettera ai Galati 6,2)

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FATEVI UN REGALO, ANZI “IL MIGLIOR REGALO” : IL PERDONO E’ AL CINEMA

IlMigliorRegaloCopertina

Ho avuto l’onore di poter guardare l’ultima creazione del regista Juan Manuel Cotelo, e il vostro meteorologo di coppia è rimasto fulminato.

IL MIGLIOR REGALO – Non è un film, è un dono, un dono che Cotelo ha voluto fare all’umanità, a tutti noi. Stiamo vivendo nel mondo, quella che Papa Francesco ha ribattezzato la “Terza guerra mondiale a pezzi”. Sui giornali e TV non facciamo altro che leggere di guerre, persecuzioni, stragi, vendette. La cronaca nera è sempre stampata in prima pagina: un papà uccide il proprio bambino, un fidanzato da fuoco alla sua ex, i cristiani sono perseguitati in ogni parte del mondo, a New York si festeggia per una legge che permetterà l’uccisione dei bambini al 9° mese di concepimento.

Le tenebre sembrano prendere il sopravvento sulla luce, l’odio sull’amore, la paura sulla speranza e il nostro cuore diventa sempre più pesante e amareggiato.

Cotelo ha detto “BASTA”! Non possiamo riportare solo notizie di morte e distruzione, è arrivato il momento di dar voce alla foresta silenziosa che ogni giorno cresce e dona a questo mondo nuovo ossigeno.

IL TRAILER 

QUANDO AL CINEMA? – In Italia è il 28 Febbraio che uscirà l’attesissimo film sui supereroi… No, non sono gli Avengers, questi di cui vi parlo sono veri supereroi in carne ed ossa, e la loro arma segreta è il PERDONO.

LE STORIE RACCONTATE – Un pugile lasciato dalla madre e picchiato dal padre; vittime di terrorismo, di guerre, di carneficine, come quella del Rwanda, di tradimenti, tutti hanno vinto i loro villains (per intenderci i cattivi dei fumetti Marvel) odio, rancore, vendetta, con l’arma del perdono.

Ma la storia che più mi ha toccato il cuore, e non solo perché sono il vostro meteorologo di coppia, è il perdono di un marito tradito. Una catechesi sull’amore e sulla coppia in carne ed ossa.

LA STORIA DI FRANCISCO E GABY – Francisco era felicemente sposato con sua moglie Gaby, la classica favola d’amore, mai un litigio, una discussione, tutto assolutamente perfetto, poi i primi problemi: la paura di affrontare la malattia del figlio, il marito assorbito dal lavoro, e lei che si sente sempre più messa da parte. La crisi è servita: Gaby ingannata da un mondo che le parlava di autodeterminazione, di una donna libera e disinibita, lascia la famiglia, i tre figli e scappa con l’amante…

Fin qui la classica storia di tradimento, divorzio e… vendetta del marito? No, Francisco contro tutti ha deciso di aspettare il suo ritorno. Ha pregato, apparecchiando ogni giorno la tavola anche per la sua dolce metà e credendo fermamente che un giorno Dio gli avrebbe permesso di riabbracciarla…

E dopo 5 anni, qualcosa è accaduto… Cosa? Beh questo vi consiglio di andare a vederlo al Cinema, ne rimarrete piacevolmente fulminati, come lo è rimasto il sottoscritto.

I TEMI TRATTATI SULLA COPPIA? Non sposarsi mai quando tutto è una favola o hai le farfalle nello stomaco; dialogo e duro lavoro nel fidanzamento; l’essenzialità della coppia composta da 1+1, e non di due metà che si reggono malamente uno sull’altro; il perdono reciproco e il non giudicare l’altro; infine la preghiera e la centralità di Dio nella vita di coppia, perché è Lui che ci fa accettare l’altro, è Lui che ci fa compiere scelte impossibili, proprio come quella di Francisco, nella totale fiducia di un Padre che compie prodigi.

COME VEDERLO? Se volete essere contagiati dal perdono, non aspettate altro e correte al Cinema, al seguente link potrete vedere se è in programmazione anche nella vostra città ➡ https://www.elmayorregalo.com/it/prossime-proiezioni/

PORTA IL PERDONO NELLA TUA CITTA’ – Se invece, come dice il regista alla fine del film, volete essere voi a fare la prima mossa e riscrivere il lieto fine, contattate la casa di produzione a questo link ➡ https://www.elmayorregalo.com/it/chiedilo-qui/. Ognuno di voi, come il sottoscritto, può portare il film nella propria città e far parte delle locomotive di Infinito+1: divulgatori di storie di speranza e di perdono.

Perdono e libertà

Il perdono è sicuramente uno dei gesti più difficili e più complicati, ma che più profondamente rimandano a Cristo.

 

Lungi dall’essere un obbligo morale o una legge a cui sottostare, il perdono nella vita di coppia è quanto mai necessario per crescere nell’amore reciproco, ma soprattutto per eliminare quel continuo rodimento e rimuginio interiore che ci fa sentire perennemente vittime abusati dell’altro che non ci capisce e ci fa del male. Il perdono è un cammino a breve termine per le questioni più semplici, a lungo termine per le sofferenze più complicate. Esso ci apre a qualcosa di ancora più importante che è la riconciliazione. Per riconciliarsi occorre che la persona ferita apra lo spazio della possibilità e perdoni, e la persona che ha fatto male ripari secondo il linguaggio d’amore dell’altro. Ma quante volte questa storia del perdono o del perdonare ci apre lo scenario dello zerbino sottomesso che permette all’altro di fare come gli pare?! Soprattutto la donna secondo me rischia di rimanere incastrata nello stereotipo di DONNA-ZERBINO che subisce ogni tipo di atteggiamento menefreghista dell’UOMO-STRAFOTTENTE, salvo poi fargliela pagare con quei tipici atteggiamenti passivo-aggressivi tipo musi lunghi e silenzi interminabili o sfoghi isterici che l’uomo, con una maestria direi forse evolutiva, è capace di ignorare, distratto dalla televisione o dalla gazzetta dello sport. Alla fine il risultato è quello di una solitudine che raggiunge le proporzioni di una voragine di incomunicabilità, piena di dolore, tristezza e dispiacere.

Nella vita di coppia non siamo chiamati a fare gli zerbini. Siamo chiamati ad essere UOMINI e DONNE LIBERI, che nella libertà scelgono di fare un regalo a se stessi e all’altro rompendo le catene del rancore, del covare, dell’astio. La LIBERTA’ è la caratteristica fondamentale di ogni dono d’amore nella relazione.

Nel mio matrimonio ho vissuto parecchio tempo come la donna-zerbino che resisteva senza alternative ad un marito troppo preso da se stesso per accorgersi. La vita insieme era come uno scontrino troppo lungo che tiravo fuori dopo anni di sopportazione, con un conto troppo alto da pagare per mio marito e relativo mio senso di frustrazione e delusione. Mi sembrava di perdonare tutte le volte che si ricominciava, ma non era così perché in fondo covavo rancore e mi sentivo imprigionata in questo stereotipo cattolico della donna che tutto regge e sostiene. Lo devi fare! Questa è la tua croce a vita e te la devi tenere!!! Che prospettiva misera se la relazione di coppia fosse solo questa. Non si può perdonare per paura di perdere l’altro, o per mancanza di rispetto verso di sé, o perché non hai altra scelta, o per paura della solitudine. Ho scoperto qualcosa di più grande nella mia storia che per prima, ha liberato me stessa dalla schiavitù di un cliché riduttivo e dannoso. Questo è uno spazio sacro dentro di me, tutto pieno della mia relazione d’amore con Dio. Li sono sempre amata, preziosa e sostenuta, li niente mi può fare del male e nessun attacco esterno mi può affondare, neanche la strafottenza di mio marito. Quando ho cominciato a pensare a me stessa e al mio valore, senza ribellioni e colpi di testa, ho trovato la pace e mi sono sentita libera di tenere con serenità quei pesi che prima mi distruggevano. E di fronte a quelle fragilità sempre uguali di mio marito ero veramente libera di perdonare, perché mi sentivo libera e amata. Quello che distingue uno zerbino da una persona è la libertà da cui partono le azioni. Mio marito dal canto suo, ha scelto di rispondere positivamente a questo amore che a volte in modo duro, a volte con dolcezza gli ho regalato. Così, la nostra relazione si è davvero trasformata. Ma non sempre tutte le storie vanno così. Ci sono donne che perdonano, e tengono pesi indicibili aspettando un cambiamento che non arriva. Io dedico questo articolo a queste splendide donne cristiane e non, perché non si arrendano mai alla speranza dell’amore, e perché continuino ad amare non da schiave e prigioniere ma da donne libere e piene di Spirito Santo, amate e custodite da Dio. Il Signore ricompensi con la pace il dolore delle vostre ferite.

Claudia Viola e Roberto Reis

Amati per Amare

 

Riconoscersi miseri.

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;
e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure».
«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.
Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».
Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.
Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?».
Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».

Nel Vangelo di oggi c’è una riflessione importante da porre in evidenza. E’ chiara la difformità di comportamento tra il fariseo e la donna che si accovaccia ai piedi di Gesù.

Il fariseo ha un atteggiamento di distacco da Gesù. Chiaramente lo ha invitato, non perchè trova qualcosa di importante per la sua vita in quell’uomo, ma forse per curiosità, o soltanto per poter dire di aver avuto alla sua tavola un personaggio che andava per la maggiore. La donna ha tutt’altro atteggiamento. Entra non dice una parola. Sente di non essere degna di Gesù, non è degna di sedere con lui, di parlare con lui. Come un cagnolino si pone ai suoi piedi in attesa di uno sguardo o di una buona parola. A lei basta poter accarezzare anche i piedi di quell’uomo.  Alcuni identificano questa donna con Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro, altri con Maria Maddalena. In realtà non è chiaro. Io preferisco pensare che questa peccatrice non abbia volto e non abbia nome affinchè ognuno di noi possa immedesimarsi in lei. In lei oppure nel fariseo. Neanche lui ha nome e volto. Gli atteggiamenti di questi due personaggi indicano, non a caso, le due inclinazioni che possiamo seguire nel nostro matrimonio. Possiamo pensare come il fariseo. Possiamo quindi credere di non avere bisogno di perdono, di sentirci delle persone apposto, di essere migliori di tanti altri, anche del nostro coniuge. Questo atteggiamento non ci può consentire di aprirci all’amore. Questo atteggiamento non ci renderà capaci nè di amare Dio nè di amare il nostro coniuge. La nostra superbia ci porrà sempre su un piedistallo. La nostra sposa o il nostro sposo non saranno mai abbastanza, dovranno continuamente dimostrare di essere degni del nostro amore. In fondo crediamo abbiano fatto un affare a sposare una persona come noi.

La peccatrice del Vangelo ha un atteggiamento completamente opposto al fariseo. E’ consapevole della propria miseria, dei peccati commessi e degli errori fatti. Lo sguardo di Cristo che si è posato su di lei l’ha fatta sentire amata, desiderata e bellissima. Nonostante tutta la sua storia e il disprezzo della sua gente. Ecco, anche noi nel nostro matrimonio possiamo sperimentare lo stesso amore. Quando nonostante i nostri errori, che ci sono tutt’ora, riusciamo a guardarci con lo sguardo di Cristo l’un l’altra, e  sentiamo sulle nostre ferite la freschezza del perdono e dell’accoglienza, nasce in noi il desiderio di fare come la peccatrice. Nasce il desiderio di versare il nardo sui piedi dell’altro/a. Per ringraziare lui/lei e Dio attraverso lui/lei del dono del perdono e dell’amore gratuito, incondizionato e non sempre meritato. Nardo che è segno dello spreco. Attraverso quel gesto la peccatrice vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re della sua vita. La peccatrice, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto. Solo se ci sentiremo indegni del dono di Cristo e della nostra sposa (sposo) attraverso Cristo saremo capaci di amarci così.  Ogni tanto io e Luisa sembriamo dei matti. Ognuno dice all’altro: Non merito uno sposo/una sposa come te. Credo che questo sia il nostro segreto. Questo è il segreto che ci permette di rompere il vaso di nardo. E voi l’avete rotto?  Oppure siete avari e date qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Vi sprecate in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitate tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che vi unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

I beati amano con l’amore di Dio.

In quel tempo, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.»

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa?  Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi  con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi,  riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio.  Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

L’abbraccio del perdono

Abbiamo appena ascoltato le testimonianze di Felicité, Isaac e Ghislain, che vengono dal Burkina Faso. Ci hanno raccontato una storia commovente di perdono in famiglia. Il poeta diceva che «errare è umano, perdonare è divino». Ed è vero: il perdono è un dono speciale di Dio che guarisce le nostre ferite e ci avvicina agli altri e a lui. Piccoli e semplici gesti di perdono, rinnovati ogni giorno, sono il fondamento sul quale si costruisce una solida vita familiare cristiana. Ci obbligano a superare l’orgoglio, il distacco e l’imbarazzo a fare pace. Tante volte siamo arrabbiati tra di noi e vogliamo fare la pace, ma non sappiamo come. E’ un imbarazzo a fare la pace, ma vogliamo farla! Non è difficoltoso. E’ facile. Fai una carezza, e così è fatta la pace!

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Per noi cristiani non è solo così, o non dovrebbe esserlo. Don Carlo Rocchetta, sacerdote in prima linea nel sostenere le coppie di sposi,  dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento per abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, quando hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Non solo siamo razionali, siamo spesso tremendamente orgogliosi. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo, che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo, che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale, che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene.  Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di <una fiamma tenace come la morte>, che <le grandi acque non possono spegnere> e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Il Papa parla di fare una carezza. Va benissimo. E’ comunque rompere il muro che divide e ritrovare un contatto fatto di tenerezza. Il gesto che più manifesta il perdono è però l’abbraccio. Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Queste realtà non le può insegnare un libro. Anche bello e interessante come quello di Rocchetta. Il libro può solo confermarle. Queste dinamiche dell’amore si possono comprendere solo vivendole, solo facendone esperienza. Quanti musi lunghi i miei primi anni di matrimonio. Poi, pian piano, se ci si abbandona, l’amore ti educa e ti cambia. In questi tanti anni le nostre crisi non ci hanno allontanato, ma al contrario, ci hanno unito sempre più. Già, perchè ora abbiamo un bagaglio di vita, fatto di tanti perdoni che ci siamo donati l’un l’altra. Tanti momenti in cui abbiamo fatto esperienza dell’amore gratuito e misericordioso. Questo bagaglio è prezioso e ci permette di fare subito la pace. Sì, perchè anche se in quel momento il nostro sposo (sposa) ha sbagliato, ci ha magari anche ferito, abbiamo una memoria, una storia di bene. Basta fare memoria di tutte le volte che siamo stati noi a ferire e siamo stati perdonati. Facendo memoria di questo il rancore scompare e quella carezza che il Papa ci chiede di fare diventa non solo facile, ma l’unico nostro desiderio in quel momento.

Antonio e Luisa

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Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

 

 

 

Sono imperfetto e so di esserlo. Ferita che diventa feritoia per la Grazia.

I social sono ingannevoli. E’ facile trasmettere un’immagine di se stessi che non corrisponde a verità. E’ facile passare per un uomo che non esiste.   Cerco di non farlo, ma a volte il messaggio passa comunque. Per questo cerco di scrivere anche pensieri non filtrati. Attraverso quei pensieri si manifesta la parte di me più immatura e più tamarra. Rivendico il diritto di mostrarmi per quello che sono. Un uomo in cammino che sbaglia, che esprime pensieri non sempre cristianamente perfetti. Un uomo che si arrabbia, e che a volte è anche intollerante e facilmente irritabile e irritante. Ho le mie contraddizioni come tutti. Mia moglie, la persona che mi conosce più di tutti, può confermarlo.   Spesso starmi accanto non è stato facile per lei. Il matrimonio è bellissimo per questo. Pensateci bene. E’ commovente.  Una donna, che io vedo meravigliosa (ma vale anche l’inverso), ha deciso in libertà di donarsi completamente a me. Si è data totalmente. Si è data tutta e, cosa ancora più sconvolgente, ha accolto tutto di me, anche quella parte di cui mi vergogno e con cui fatico a convivere. Ha deciso di abbracciarmi nelle mie doti e nel mio positivo, ma ha deciso di fare suoi anche i miei difetti, le mie tenebre e le mie contraddizioni. Si è presa tutto. Ai nostri giorni c’è una grande povertà. Ci si spoglia, ci si mostra nudi e  si fa sesso con persone che neanche si conoscono bene, molte giovani (e anche meno giovani) persone hanno perso completamente il pudore e  si svendono allegramente. Questo porta però a una grande miseria. Porta all’incapacità di mostrare la propria anima. Di mostrarsi per quello che sono senza maschere e filtri. Incapacità dovuta alle tante ferite che fanno sanguinare il loro cuore e  alla loro paura di trovarsi indifese e vulnerabili. Troppe volte mostrare il fianco le ha portate a soffrire e a sentirsi profondamente deluse.  Il matrimonio quando vissuto autenticamente  libera da tutto questo.Nella mia sposa ho la certezza di trovare lo sguardo di Cristo. Di chi non giudica, ma che al contrario compatisce e perdona. Una persona che vuole sostenermi e che vede oltre qualsiasi errore io possa aver fatto. Vede in potenza chi posso diventare con l’amore dato e ricevuto. Così la ferita diventa feritoia. Il balsamo del perdono ricevuto penetra nella ferita che brucia  e arriva dritto al cuore. Diventa energia positiva che mi dà forza, determinazione e desiderio di rispondere a quel perdono con l’impegno di cambiare. Questo è possibile quando Gesù abita la relazione.    Gesù abita la nostra vita, abita nella nostra famiglia e ci guarda con tenerezza. Tenerezza di chi ha capito che queste sue creature, così desiderose di amare di farsi amare, non sono capaci di farlo, e si sentono spesso inadatte ad essere immagine di quell’amore per cui sono state consacrate con il matrimonio. Ma Gesù non ci vuole perfetti, sa che peccheremo ancora, e che non saremo mai degni del suo Amore e del suo sacrificio. Gesù non vuole questo, Gesù vuole che ci riconosciamo piccoli e deboli. Solo allora lo cercheremo per affidargli la nostra vita  e riconosceremo nel nostro sposo o sposa una persona anch’essa  imperfetta , limitata e fragile. Solo allora potremo avere uno sguardo di comprensione e perdono l’uno verso l’altra.

Solo allora Gesù potrà entrare  in noi, e potrà trasformare con la Sua Grazia quel nostro amore imperfetto  in qualcosa di radicale e stupendo, che faremo fatica a credere venga da noi perché non è nostro ma è lo Spirito che  ci dona l’uno all’altra.

Antonio e Luisa

Papa Francesco al Forum. La santità che perdona tutto.

Un’altra cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza: saper aspettare. Aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi – crisi forti, crisi brutte – dove forse arrivano anche tempi di infedeltà. Quando non si può risolvere il problema in quel momento, ci vuole quella pazienza dell’amore che aspetta, che aspetta. Tante donne – perché questo è più della donna che dell’uomo, ma anche l’uomo a volte lo fa – tante donne nel silenzio hanno aspettato guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. E questa è santità. La santità che perdona tutto, perché ama. Pazienza. Molta pazienza, l’uno dell’altro. Se uno è nervoso e grida, non rispondere con un altro grido… Stare zitti, lasciar passare la tempesta, e poi, al momento opportuno, parlarne.

Voglio soffermarmi su una frase in particolare:  La santità che perdona tutto, perché ama. Perdonare tutto? Quanti di voi sono d’accordo con questa frase? Immagino pochi. Queste parole di Papa Francesco non  si accordano molto bene al sentire comune dei nostri tempi. Il sacrificio, il perdono e la pazienza non sono più di moda. Il matrimonio cristiano non è più compreso nel suo significato profondo. Non è più accolto come vocazione, come sacramento di salvezza. Il matrimonio è concepito solo come relazione che conduce al benessere personale. Quando non c’è più benessere non ha più senso stare insieme. Questo è il pensiero di tutti o quasi. Il Papa dice altro. Ci chiede di comportarci da perdenti e, concedetemi il termine, da sfigati.  Si, perchè chi perdona un tradimento e si volta dall’altra parte è un perdente. E’ un debole che si lascia ferire e maltrattare dal coniuge forte. Gesù ribalta la prospettiva. Il debole è chi tradisce. Chi perdona è forte. Perchè l’amore è forte come la morte. Gesù è salito su quella croce e si è fatto uccidere come agnello al macello. Gesù ha perdonato chi lo ha tradito. Ha perdonato chi ha ricevuto tutto il suo amore e lo ha ripagato con sputi ed ingiurie. Allora se non crediamo che sia giusto perdonare il coniuge che ci  tradisce dobbiamo avere il coraggio di dire che Gesù è un povero sfigato. Invece no. Sappiamo che non è così. Gesù è Dio. Perdonare è da Dio ed è opera di Dio. E’ una pazzia lo so. Padre Botta dice con un’espressione molto chiara: Gesù o è un pazzo o è Dio. Essere cristiani è una pazzia per il nostro mondo senza Dio. Sempre padre Botta spiega benissimo cosa significa sposarsi e il suo discorso si riallaccia benissimo alle parole del Papa. Matrimonio è santità quando:

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Santità è amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Significa perdonare sempre. Significa che se lui/lei si allontana devo amarlo/la ancora di più per riattirarlo a me con la forza della verità e dell’amore.

Antonio e Luisa

Papa Francesco al Forum. Non fate la guerra fredda.

E poi, ai giovani sposi che mi dicono: “Noi siamo sposati da un mese, due mesi…”, la domanda che faccio è: “Avete litigato?” Di solito dicono: “Sì”. “Ah va bene, questo è importante. Ma è anche importante non finire la giornata senza fare la pace”. Per favore, insegnate questo: è normale che si litighi, perché siamo persone libere, e c’è qualche problema, e dobbiamo chiarirlo. Ma non finire la giornata senza fare la pace. Perché? Perché la “guerra fredda” del giorno dopo è molto pericolosa.

Altro concetto fondamentale. Non fatevi la guerra fredda. Il Papa ha espresso con la sua caratteristica dialettica creativa un’immagine chiarissima. Litigare è normale, capita a tutti, soprattutto alle coppie di sposi novelli. Devono trovare il loro equilibrio ed è normale scontrarsi. Litigate, ma non dormiteci sopra. La rabbia, il risentimento tende a sedimentare. Come il cemento si indurisce. Poi diventa più difficile ritrovare l’intesa, la pace e l’unità. Papa Francesco lo ha ricordato in diverse occasioni. Papa Francesco ha più volte detto che possiamo litigare più o meno veementemente (lui parla di piatti che volano), ma non dobbiamo mai, e ripeto mai, far passare la notte sui nostri litigi. Quanta saggezza in queste parole. Appena sposato ero uno molto permaloso. La mia sposa ha più volte dovuto sopportare i miei musi, i miei silenzi e le mie parole ficcanti e acide. Quante volte ci siamo addormentati senza guardarci  e senza parlarci. Era il mio modo di fargliela pagare. Aveva commesso un reato di lesa maestà. Io, il re, ero stato offeso. Ma quanto ero cretino, infantile e superficiale. Con il tempo ho capito. Non abbiamo smesso di avere incomprensioni, questo è impossibile. Ho smesso, invece, di comportarmi come una persona immatura. Non sono più capace di dormire senza aver dato un abbraccio alla mia sposa. E’ più forte di me. Cosa serve aver ragione? Nulla se questo deve comportare una divisione e una situazione che fa male al mio cuore e a quello della mia sposa. Chi se ne frega di aver ragione! Sempre che io abbia ragione! Molto meglio fare un passo indietro, dare una spallata al mio orgoglio e al mio egocentrismo e andare incontro all’unica cosa che davvero conta: il mio matrimonio, la mia sposa, la mia vocazione, la mia accoglienza. Aver ragione e vivere nel rancore e nella divisione davvero non ha senso. Ho capito che prima ci si perdona e meglio è. Inutile far passare troppo tempo. Tante separazioni sono dovute a mancati perdoni. Il rancore cresce, l’altro si allontana e giorno dopo giorno ci si perde. In realtà è più facile di quello che sembra. Dio mi ha perdonato tanto e tante volte. Come ricambiare il suo amore fedele e misericordioso? Per noi sposi è molto semplice. L’altro/a è mediatore tra noi e Dio. Per questo ogni volta che perdono e accolgo il mio sposo o la mia sposa sto accogliendo Gesù e sto restituendo una piccola parte del tanto che Lui mi ha dato gratuitamente e per primo! Ce n’è da meditare per tutti. La strada è una sola. Non fate gli stolti. Non fate passare la notte sopra la vostra ira. Fatelo perchè è la cosa migliore per tutti ed è l’unica cosa giusta.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti 1) Guardarsi negli occhi    2) Chi di voi ha avuto più pazienza

Il nemico lo abbiamo in casa

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. »

Credo che con queste parole Gesù non ci lasci via d’uscita. Questo Vangelo è difficile ed indigesto. I nemici non sono sempre lontani da noi, Spesso li abbiamo in casa. Nella coppia non si va sempre d’accordo. Ci sono momenti difficili. Ci sono litigi, incomprensioni, freddezze, musi, silenzi carichi di tensione. Si può arrivare al tradimento e a ferire profondamente l’altro/a. Quando l’altro/a ci fa del male, volontariamente o anche solo per superficialità, diventa un nemico nel nostro cuore. Con il tempo si rischia davvero di saltare. Non ci sono spesso grandi battaglie come causa di separazioni e divorzi. Ci sono piccole imboscate, piccole contese. Piccole incomprensioni che con il tempo uccidono sempre di più. A volte si smette anche di litigare. L’altro/a diventa indifferente e invisibile. Lo cancelliamo dal nostro cuore tanto è nemico. Don Antonello Iapicca ha scritto qualcosa che mi ha colpito molto. E’ vero quello che dice. Scrive:

 Certo, hai provato ad amarlo, ma in realtà cercavi di raggiungere l’obiettivo del demonio, cioè conquistare e possedere l’altro, perché la felicità che cercavi era diventare come il dio che ti aveva dipinto lui. Un dio che fa ciò che vuole, riverito, compreso, adorato. E quando i tuoi limiti si sono scontrati con la differenza e i peccati dell’altro hai sperimentato la morte, ti sei impaurito chiudendoti in un cerchio nel quale vorresti difenderti, ma che invece ti avvolge come una prigione. L’obiettivo che ti aveva fissato il demonio era falso; inducendoti a ribellarti e a farti nemico di Dio ha trasformato ogni persona in un tuo nemico. E li hai uccisi per riprenderti la vita che ti hanno tolto, anche stamattina, giudicando tua moglie per esempio.

Questo è il mondo. Questo è il modo dei pagani di vivere l’amore. Pagani che magari si sono anche sposati in chiesa. Una cerimonia non ci rende cristiani. Questo è l’inganno in cui tanti credono e cadono. Cosa differenzia un matrimonio sacramento vissuto alla luce di Cristo da qualsiasi altra unione? Il cristiano sa che il peccato può essere trasformato in amore. Il peccato che allontana, che divide, che crea distanze, ferite e tradimenti può essere un modo privilegiato di vivere l’amore. Possiamo, grazie a Dio e allo Spirito Santo effuso in noi, vivere un amore gratuito e incondizionato. Quell’amore che travolge tutto e può davvero frantumare le resistenze dell’altro. Mi spiego meglio. Io non sono stato un marito facile per la mia sposa. Avevo tanti pregiudizi, tante ferite e peccati che mi avvelenavano il cuore. Non mi comportavo sempre bene con lei, non ero spesso amorevole, ma scontroso e acido. Alla fine ha vinto lei. Mi ha fatto sentire profondamente amato tutte le volte che mi ha mostrato un sorriso, mi ha donato una carezza, mi ha sempre accolto anche nei momenti in cui non meritavo nulla. Questo mi ha cambiato. Mi ha aiutato a capire che lei era nella verità e che in quel momento io stavo sbagliando. Noi sposi cristiani siamo chiamati a questo. Io amo Luisa e lei ama me. Ci siamo scelti per quello che siamo. Ci siamo scelti con tutte le nostre debolezze, le nostre incoerenze e i nostri spigoli. L’amore sponsale va oltre tutto questo. Ogni volta che riusciamo ad amarci profondamente è un’esperienza meravigliosa di unità e di fraternità. Ogni volta che non riusciamo è bellissimo comunque, perchè sperimentiamo la grandezza del perdono e dell’amore incondizionato dell’altro. Ci sentiamo amati per ciò che siamo e non solo per quello che facciamo e che diamo. Credo che questa sia la differenza grande tra un matrimonio autentico e qualsiasi altra unione. Nel matrimonio si acquisisce il modo di amare di Dio. Per Grazia e per dono, non per merito. Il matrimonio diventa una piccola e imperfetta Trinità. Piccola e imperfetta, ma pur sempre una scintilla che mostra il fuoco dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

Molte cose ho ancora da dirvi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

Quello che Gesù dice ai discepoli in questo passo del Vangelo, che ci viene offerto dalla liturgia odierna, ci riguarda tantissimo. Noi sposi siamo così. Ogni tanto ci penso. Quanta consapevolezza avevo il giorno delle mie nozze? Molto poca. Il matrimonio non può lasciarti uguale. Quando sento frasi del tipo Ti amo come il giorno in cui ti ho sposato/a, non posso che pensare che non sia possibile. Nel matrimonio sacramento non c’è lo stallo. Si sale o si scende. Si cresce o ci si indebolisce. Si perfeziona o si distrugge. Non si può restare gli stessi. Io, e lo dico con convinzione e certezza, amo molto di più la mia sposa oggi, dopo quasi 16 anni di vita insieme. Capitemi bene! Non è un crescere costante. Non è una retta che non ha mai cambi di direzione. Nel matrimonio si cade, si litiga, ci si allontana. Ci sono momenti difficili e di crisi. Guai a negarlo e a pensare che la famiglia perfetta va sempre d’accordo. La famiglia così è solo negli spot in tv, non nella vita reale. C’è qualcosa, però, che accade. Quando si cade e si riesce a vivere l’amore misericordioso anche in quei momenti di flessione, la caduta diventa una spinta. Una spinta per risalire più in alto di prima. Vivere il perdono, l’amore gratuito e incondizionato nei momenti difficili accresce l’amore e non lo distrugge. Questa è la differenza tra una coppia che regge e una che crolla. Nella prima si va oltre le miserie dell’altro e si ama sempre e comunque. Nell’altra, invece, la famiglia diventa luogo delle rivendicazioni, dei rancori che crescono, del rinfacciare e del non sapersi perdonare. Non servono grandi fratture per scoppiare. Bastano tante piccole scosse non affrontate nel modo giusto. Ed è così che lo Spirito Santo si manifesta e ci mostra la grandezza della nostra unione e relazione. In questi anni, in diversi corsi e ritiri, ci è capitato diverse volte di rinnovare le nostre promesse davanti al sacerdote. Ogni volta è più bella di quella precedente. Perchè c’è più amore e più consapevolezza. C’è una storia di esperienze di perdono e di accoglienza reciproca. Ci sono gesti che ci siamo donati impressi a fuoco nel cuore. Tutto questo mi permette oggi di comprendere l’importanza del mio si. Mentre il giorno delle nozze ero spaventato dalla promessa del per sempre oggi ne sono affascinato perchè ho visto pian piano svelarsi il disegno di Dio e la presenza dello Spirito Santo nel nostro amore sponsale. Ogni mattina ringrazio Dio per ciò che ha fatto nella nostra vita. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quante cose ci hai detto in questi anni di matrimonio insieme.

Antonio e Luisa

Accoglierla è anche incassare.

Oggi ho messo in pratica quello di cui tanto parlo in questo blog. Luisa si è alzata di pessimo umore. Sono giorni che, poveretta, è costretta a svegliarsi prestissimo per correggere i compiti e preparare le lezioni. Durante il giorno ha quattro figli da seguire e non riesce. Stamattina probabilmente si è svegliata con tutto il peso di queste giornate addosso. Una casa poco curata e tante attività da approntare. Io collaboro, ma anche in due si fa fatica. Fatto sta che non le andava bene niente. Era nervosa. Non potevo mettere un po’ di musica che veniva ad abbassarla a livelli minimi e impercettibili. Perchè? Perchè la musica che mettevo faceva schifo. Poi questo non andava bene, quello andava fatto meglio. Insomma per lei era tutto un disastro. Anni fa avrei dato fuori. L’avrei mandata a quel paese. Oggi, grazie proprio al nostro matrimonio, non ho avuto questo impulso. Il matrimonio ti cambia e ti educa. L’ho detto tante volte. Ma perchè, proprio come oggi, l’ho sperimentato in tante occasioni. Ho, invece, visto tutta la sua fragilità. Ho avvertito il suo momento di scoraggiamento. Momento in cui si sentiva inadeguata e impreparata a svolgere tutto nel modo migliore, o almeno accettabile. Si sentiva schiacciata sotto il peso del dover fare tante, troppe cose. Non mi sono arrabbiato. Ho compreso che in quel momento non serviva nessun discorso. Silenziosamente ho incassato tutte le critiche e ho cercato di fare quanto più potevo per sollevarla da qualche peso. Senza dire nulla. Nulla se non qualche battuta, giusto per alleggerire l’atmosfera. A mezzogiorno il miracolo. E’ tornata quella di sempre. Ci siamo abbracciati. Un abbraccio che è valso più di tante parole. Basta davvero poco per far sentire amata la propria sposa. Accoglierla sempre, anche quando non è amabile, anche quando è nervosa e all’apparenza chiusa. E’ proprio in quei momenti, quando non ti sta dando nulla, che desidera essere amata e accolta. Così si sentirà desiderata e voluta non per quello che dà o che fa, ma per la persona che è, con tutte le sue fragilità, debolezze, spigoli e anche difetti e atteggiamenti non sempre belli e buoni.

Antonio e Luisa

La resurrezione fa paura.

In quel tempo, di ritorno da Emmaus, i due discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma.
Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?
Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;
egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».
Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse:
«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno
e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.
Di questo voi siete testimoni.

Il Vangelo di oggi mi provoca alcune considerazioni. La resurrezione fa paura. La resurrezione fa paura perché va contro ogni logica del mondo. Abitiamo un mondo disilluso, dove non esiste la pienezza, ma esistono le briciole. Prendi quelle finchè puoi. Questo vale in tutto, ma ancor maggiormente nelle relazioni affettive. Prendi quello che ti capita, ma non ti illudere. Durerà poco, sicuramente non per sempre. Non vedete quanta miseria nelle nostre famiglie. Litigi, separazioni, ripicche, tensioni e tanto altro. Come facciamo a credere alla resurrezione? Come facciamo a credere che lì, proprio in quella relazione così imperfetta, posso trovare Cristo e la pienezza. Quanti lo pensano?

Invece il Vangelo di oggi ci dice che la resurrezione c’è ed è possibile anche per ognuno di noi. E’ possibile per le nostre famiglie. Mettere Cristo al centro è il segreto. Possiamo perdonarci e ricominciare giorno dopo giorno. Quando abbiamo incontrato Gesù nella nostra vita, quando abbiamo fatto esperienza della sua misericordia e del suo amore, nulla è impossibile. Qualsiasi cosa possa accadere tra noi sposi non potrà mai spezzare la nostra unione. Io ho poche certezze. Una di queste è che quando Luisa ed io ci siamo scambiati la promessa, Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi. Fa parte della squadra. E ci chiede una cosa. Ci chiede di restituire l’amore che lui ci ha dato, attraverso il nostro coniuge. Vuole essere riamato nel nostro coniuge. Così quando io devo perdonare, devo ingoiare bocconi amari, devo guarire ferite e sofferenze che la persona che ho sposato mi ha provocato, devo guardare il crocefisso e dire: ti sto restituendo qualcosa del tuo grande dono. Da qui parte la resurrezione. Per noi è stato così. Tanto mi è stato perdonato quando non meritavo nulla da parte della mia sposa. La gratuità del suo perdono è stata devastante. Ha distrutto tutte le mie difese e mi ha aperto alla bellezza. Il suo dono mi ha aperto al desiderio di farmi io stesso dono per lei. La nostra è una piccola testimonianza. Questa è la resurrezione. Esistono tante storie di resurrezioni, tante coppie che si sono fatte strumento di Grazia. Coppie che erano segnate dalla divisione e dalla sofferenza. Coppie che sono state capaci di rialzarsi, di cambiare e di aprirsi a Dio. Coppie che sono diventate luce. Le persone che le guardano restano ammirate. Come è possibile? Non sembrano più quelli di qualche tempo fa? Cosa è successo? Coppie che escono dalla logica del mondo per dire che la separazione non è che un’illusione e un inganno. Dio ci chiede di ricostruire la sua casa. Esattamente come disse a San Francesco quasi mille anni fa. La sua casa che noi sappiamo essere il nostro matrimonio. Non dobbiamo aver paura, lui ci darà tutto per riuscire a farlo. Quando poi la resurrezione sarà compiuta, attraverso la nostra gioia, si potrà vedere, come in filigrana, la sua presenza. La coppia sarà immagine di Dio. La coppia, proprio perchè fragile ed imperfetta, mostrerà la grandezza di Dio. Perchè si vedrà da dove  partita. Si vedrà la differenza tra la povertà dell’inizio e l’abbondanza che avrà raggiunto, con tanta fatica. Quando sento dire che è questione solo di fortuna, quando due sposi restano insieme, mi viene da sorridere. Non è fortuna, ma lavoro di volontà e abbandono a Cristo. Non c’è altro.

Antonio e Luisa