L’amore di Gesù è radicale. Così il nostro matrimonio.

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?
Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:
Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Il Vangelo di questa domenica ha un filo conduttore unico: la radicalità. Gesù ci ricorda come essere suo discepolo, cioè suo amico, cioè cristiano, significa mettere tutto di noi e Lui sopra ogni altra cosa. Non perchè sia un Dio geloso che non sopporta di stare dietro, ma perchè altrimenti non saremo capaci di vivere il Vangelo e quindi la nostra umanità e il nostro matrimonio in pienezza.

Gesù sta salendo a Gerusalemme. Sa che dovrà affrontare la sua passione e morte. Chi lo segue ha capito cosa significa essere cristiano? O lo segue solo perchè ha fatto miracoli e parlato bene? Gesù mette in chiaro le cose. Prendiamo una per una le affermazioni di Gesù. Ognuna di esse mette in evidenza un aspetto importante della nostra vita su cui dobbiamo riflettere per comprendere dove siamo deboli e perché non riusciamo a progredire nella nostra fede e nella nostra capacità di amare.

  1. Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Questa affermazione va spiegata. La traduzione esatta non è odiare, ma amare di meno. Gesù ci chiede di essere al primo posto. Perché? Cosa vuole dirmi? Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.
  2. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. La croce è la sofferenza. La sofferenza è sempre un argomento difficile. Dirò solo una cosa. Chi è Gesù per noi? E’ il talismano che ci deve proteggere da ogni male? Se è così non funziona. Questo non è Cristo. Il nostro Dio non cancella la sofferenza ma gli dà un senso. Spesso la sofferenza non possiamo evitarla. Gesù ci insegna a renderla feconda per noi e per tutti. La croce ci ricorda che amare significa anche, a volte, abbracciarla. La croce appesa al muro ci mette con le spalle a quel muro. Ci ricorda un Dio che ne ha fatto il suo trono d’amore. Ci ricorda che l’amore è fatica, che l’amore è una scelta, che l’amore ci chiede tutto. Ci chiede di morire a noi stessi. Ci chiede di perdonare tutto. La croce è segno dell’amore di Gesù.
  3. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Cosa significa? Tutti dobbiamo fare come san Francesco? Gettare i nostri beni dalla finestra ai poveri? No. Non tutti siamo chiamati a questo tipo di povertà. Gesù ci dice altro. Ci chiede di abbandonare le nostre certezze e le nostre sicurezze. In un altro passo del Vangelo sono rappresentate dal mantello. Ecco dobbiamo essere capaci di gettare il mantello per rivestirci di Cristo. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Questo Vangelo è davvero ricco di spunti. Lo dico prima di tutto a me stesso. Anch’io leggendo quanto ho scritto mi sono accorto quanta strada devo ancora percorrere per essere davvero cristiano. Per essere tutto di Gesù. Buon cammino.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Sposi sacerdoti. Mi han tolto il mantello. (57 capitolo)

Mi han trovato le guardie che perlustrano la città;
mi han percosso, mi hanno ferito,
mi han tolto il mantello
le guardie delle mura.
[8]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
se trovate il mio diletto,
che cosa gli racconterete?
Che sono malata d’amore!

Siamo ancora nella notte dell’anima. Le tenebre avvolgono la relazione d’amore dei due giovani. I momenti di profonda intimità vissuti nell’unione dei corpi sembrano lontani, cancellati. Eppure anche questo momento non solo è inevitabile nella vita degli sposi, ma è una grande occasione per crescere come coppia. E’ il momento della distanza. Lui non c’è. Non c’è come non c’è tante volte nella nostra coppia. Non fa differenza tra lui e lei. La coppia si allontana per tante ragioni. A volte neanche direttamente collegate alla relazione sponsale. Succede. L’altro/a non è sempre magnifico/a e accogliente. A volte si crea distanza. Magari sofferenza. Avvertiamo freddezza e mancanza di dialogo e intimità. Tutte le nostre certezze vacillano. Non è la persona giusta. Non credevo fosse così. Perchè è così freddo? Perchè si ostina a tenersi tutto dentro?

Credo che tutti, esclusi forse gli sposi novelli, ci siamo passati. Le nostre certezze sono come le guardie della città. Guardie poste a difesa del matrimonio perfetto che ci siamo costruiti nella testa. Guardie a difesa del marito o della moglie ideale che credevamo di aver sposato. Quelle stesse guardie, che avevamo posto come custodi della nostra vita e che ci davano quel senso di sicurezza di cui avevamo bisogno, ci picchiano e ci fanno male. Ci strappano il mantello di dosso. Il mantello che i coniugi Gillini spiegano in modo molto bello e acuto. Il mantello sono tutte le attenzioni, la cura, la considerazione e il riguardo di cui siamo convinti di aver diritto. Le guardie ci strappano quel mantello. Restiamo al freddo. Sicuramente anche un po’ sconvolti e impreparati. L’amore non si basa su queste sicurezze. La notte dell’anima può distruggerci e allontanarci, ma può anche aiutarci ad amare davvero l’altra persona. Ci può aiutare a rivestire la nostra relazione di un altro mantello. Un mantello nuovo. Rivestirci del mantello di Cristo. Amarci come Lui, con la Sua Grazia. Amarci nonostante tutto. Amarci gratuitamente, anche quando ci costa fatica e sofferenza e l’altro/a non se lo merita.

Luisa ed io, come gli sposi del Cantico, abbiamo avuto un inizio di matrimonio molto bello. Era perfetto. Il primo figlio dopo 10 mesi dal matrimonio e il secondo dopo 18 mesi dal primo. Forse abbiamo corso troppo. Io sono entrato in una crisi profonda ed improvvisa. Come lo sposo del Cantico me ne sono andato. Non fisicamente, ma con il comportamento e con la testa. Mi sentivo ingabbiato. Mi sentivo soffocare da troppe responsabilità. Mi sentivo inadeguato. Ho cominciato a passare tanto tempo fuori casa tra lavoro e sport. Quando ero in famiglia ero spesso nervoso e freddo. La mia sposa, come la Sulamita, non mi ha riconosciuto più. Si è trovata d’improvviso spogliata di quelle certezze che credeva di poter trovare in me. Non ha mollato. Ha tenuto duro e mi ha sempre trattato come il marito più bravo del mondo. Si, a volte c’erano piccoli nervosismi da parte sua, ma nulla in confronto ai miei. Questo, giorno dopo giorno, mi ha riattirato a lei e mi ha permesso di superare quel momento davvero difficile della mia vita. Lei ha affrontato la notte della nostra relazione, ha sofferto, ha faticato per due facendo anche il mio lavoro, ma alla fine ne è uscita alla grande. E li mi ha definitamente conquistato. Ho ringraziato Dio per avermi donato una donna meravigliosa.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa

Getta il mantello e sarai rivestito di Gesù.

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».
E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

Alcuni passaggi del Vangelo di questa domenica meritano un’attenzione particolare. Gesù incontra un cieco lungo la strada. Il cieco non vede. Non vede il senso della sua vita. Non vede la bellezza del mondo.  E’ un mendicante. Un mendicante di amore, di desiderio di riempire quel vuoto del cuore. Un mendicante fermo. Seduto. Non è più capace di fare un passo. Dispera di riuscire a rialzarsi. Una condizione in cui tante persone possono trovarsi. Tante coppie di sposi. Come fare? Il mendicante riconosce la propria miseria. Questo è il primo passo. Non si vergogna e non la nasconde. Cerca aiuto. Questo dà fastidio. Non importa il mendicante non si lascia frenare da questo.

Secondo punto importante: Gesù non chiama direttamente il mendicante. Lo fa chiamare da qualcun’altro. Presumibilmente dai suoi discepoli. Non è un dettaglio secondario. Il Vangelo vuole evidenziare come Gesù solitamente abbia bisogno della mediazione di qualcuno per aiutare chi grida aiuto. Possiamo essere noi quel qualcuno. Con la nostra vicinanza, con le nostre parole, con il nostro aiuto materiale. Ultimamente ricevo tantissimi messaggi di aiuto da parte di tante persone. A volte mi sembra che sia troppo, che non posso farmi carico di tanta sofferenza e difficoltà. Poi, ripenso, a tutte le persone che Gesù ha messo sulla mia strada, persone che mi hanno sostenuto e aiutato ad uscire da situazioni di dolore e povertà in cui mi trovavo. Questo mi dà la forza di provare a dare il mio sostegno ora. Con tutti i miei limiti, ma mi fido di Dio.

Terzo punto. Il cieco getta il mantello. Butta tutto quello che ha. Tutta la sua ricchezza. Butta l’unica protezione che aveva per il freddo della notte. Sembra nulla, ma è tutto. Un significato simbolico grandissimo. Sì. Perché Il mantello per i mendicanti era ciò che sono i cartoni per i barboni di oggi: casa, materasso, coperta. Era l’unica sicurezza. Bartimeo se ne priva, e riacquista la vista. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Antonio e Luisa

 

Quando il matrimonio perde sangue

Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia
e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando,
udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti:
«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita».
E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?».
I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?».
Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo.
E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.
Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male».

Il Vangelo di questa domenica è da leggere con il cuore aperto. Che donna questa emorroissa! Dodici anni di continue perdite di sangue. Dodici anni e lei è restata con tanta determinazione in vita. Quella condizione avrebbe potuto ucciderla. Lei non ha mollato di un millimetro. Non ha mai perso la speranza di trovare una cura. Ha dovuto sopportare il dolore fisico e il dolore causato dall’emarginazione sociale. Era considerata impura e indegna. Prima di proseguire concedetemi un piccola riflessione sulla donna. Come avete potuto comprendere ho un’ammirazione smisurata per la donna.   La donna ha una caratteristica tra le tante che Dio le ha donato. Ha le mestruazioni e perde sangue.  Spesso la vive come una condanna, ma ha un senso molto profondo che va oltre il mero dato biologico.  Ci sono alcuni giorni al mese che perde sangue e soffre. Alcune di più altre di meno. Il sangue è segno di vita. Gli ebrei non possono mangiare carne al sangue perchè il sangue indica l’inizio della vita (Levitico 19, 26). La donna per sua natura è predisposta a offrire la vita. Lo dice tutto il suo corpo. La vita si genera in lei. Custodisce la vita nascente per nove mesi. Si sacrifica completamente per i figli. L’uomo è diverso. Parlo per me, ma credo di parlare a nome anche di tanti altri. L’uomo ha bisogno di sperimentare l’amore di una donna che si dona completamente a lui. L’uomo non è naturalmente portato a farlo. E’ pronto a grandi cose, ma solo dopo aver sperimentato la bellezza dell’amore. Non si fida subito. E’ più geloso della sua libertà, dei suoi spazi e delle sue cose. E’ anche più egoista.  Riserva sempre qualcosa per se stesso. Non a caso è più restio a sposarsi. Matrimonio che presuppone il dono totale. Quando però sperimenta questo amore autentico della donna, quando si sente amato in questo modo incondizionato e immeritato, matura il desiderio e la volontà di ricambiare quell’amore così bello e pieno. Tutto parte però dalla donna. Esistono eccezioni, ne conosco alcune, ma solitamente funziona così. Non voglio divagare troppo. Torniamo all’emorroissa. Quanti spunti il Vangelo di oggi. L’emorroissa sono tante coppie di sposi. Tante coppie che stanno perdendo la vita. La relazione sta morendo. Relazione abitata dalla sofferenza, dal peccato, dalla incapacità di farsi dono o di accettare il dono. Relazioni che non danno gioia, ma che sono difficili. Tutti intorno magari vi dicono di mollare. Vi dicono che non ne vale la pena. Avete provato in tanti modi, tanti medici e tante soluzioni, ma niente. Non ne venite fuori. Cosa può fare la differenza in questi casi? L’emorroissa si è salvata per due motivi. Per la sua determinazione e per la sua fede. Solo questo può salvare un matrimonio che sembra morto, che da tanti anni continua a sanguinare. Bisogna trovare la forza di perseverare. Forza che viene dalla convinzione che da quella relazione dipende la mia santità e la mia salvezza. Abbandonare significa smettere di lottare per l’unica cosa che conta: l’amore. L’unica cosa che ci porteremo come ricchezza nella vita eterna. Questa lotta non sarebbe però possibile senza la speranza di poter vincere. Speranza che può nascere solo dalla fede. Fede in una persona, in Gesù. Fede nell’amore di Gesù che lui stesso ci ha donato e che mai smetterà di donarci. Fede che ci permette di sentirci deboli, impotenti e fragili e nel contempo sicuri di poter contare su una forza dirompente che non viene da noi. Questo ci salverà. Mi piace terminare con un cenno sul tocco. Ciò che dona forza all’emorroissa è poter toccare il mantello di Gesù. Significa fare concreta esperienza dell’amore. Gesù, proprio grazie al matrimonio, ci può amare concretamente nel nostro sposo e nella nostra sposa.  Abbiamo bisogno di toccare l’amore. C’è bisogno del contatto. Cosa c’è di più bello di un abbraccio tra due sposi. Io lo cerco spesso con Luisa. Ne ho bisogno. Sento davvero l’energia dell’amore che passa attraverso quel gesto. Nel Vangelo si parla di potenza. E’ davvero così. Nell’abbraccio c’è uno scambio di potenza tra gli sposi. E’ come se si caricassero a vicenda. Fossero uno il caricabatterie dell’altro. Ricordiamoci di ricaricare il cuore della persona che amiamo. Ne ha bisogno e ne ha diritto. Glielo abbiamo promesso. L’amore passa anche attraverso questo scambio di energia positiva o, per chi come noi crede, di Spirito Santo.

Antonio e Luisa.