Adesso non è il momento. Parlare di sessualità ai figli. (prima parte)

L’ imbarazzo di noi genitori nel parlare di sessualità ai figli. Tutti i bambini fin da piccoli esprimono interesse nei confronti della sessualità e appena sanno parlare fanno domande sul sesso. Ciò avviene un po’ per curiosità ma in gran parte è dovuto al fatto che essi dal primo istante della loro esistenza vivono la sessualità come il mezzo privilegiato di comunicazione tra essi ed i loro genitori. Per esempio, nell’accudire il bimbo (pensiamo all’allattamento) è presente una fortissima componente emotiva che scorre tra la mamma ed il suo bambino, sono gesti densi di reazioni corporee che generano piacere reciproco. Il cambio del pannolino, il bagnetto e tanti altri gesti ancora sono ricchi di affettuosità ed intimità: si instaura una intensa relazione fatta di gesti pieni di affetto. Il messaggio che il genitore dà a suo figlio attraverso tutte queste azioni è: “Io ti voglio bene. Tu sei importante per me”. Dunque la sessualità è una dimensione che ci ha accompagnato fin dal primo istante della nostra vita e così accompagna anche i nostri figli. Alla luce di tutto ciò quindi non ci dovrebbe sorprendere che le prime domande arrivino presto, prestissimo, appena il bimbo comincia a comunicare, a due anni, due anni e mezzo e a questa età il nostro bambino ha già fatto un sacco di scoperte sulla sessualità, sa già molto. E’ interessato ad alcune parti del proprio corpo, al corpo del papà e della mamma, è incuriosito dall’arrivo di un fratellino che lo spinge a fare le prime grandi domande: “Com’è entrato nella pancia? Anch’io ero lì dentro?”, ecc. Queste sono domande relativamente facili; poi arrivano anche le domande difficili, quando sono più dirette e toccano ambiti della sessualità più intimi. Vi porto un esempio di domanda difficile tratto dal libro del Prof. Veglia, “C’era una volta la prima volta”: «Durante un corso di educazione sessuale un’insegnante che vi stava partecipando racconta che la sua bambina di quattro anni, in un momento di intimità e di grande tenerezza le ha chiesto: “Mamma, vuoi che ti lecchi la topina?” La mamma, con notevolissima presenza di spirito resa possibile dal corso che stava frequentando le risponde: “Sei proprio un tesoro, ma mi piace soltanto se me lo fa papà.”» Non tutte sarebbero state pronte a dare una risposta così equilibrata ad una domanda del genere perché domande del genere avrebbero bisogno di un determinato spazio per essere accolte: in questo modo la mamma, al di là del contenuto della risposta che ha dato, ha saputo accogliere una dimensione emotiva importante della bambina senza lasciarsi spaventare. I bambini ci chiedono e ci parlano fin dalla prima infanzia: tutti i bambini chiedono e tutti i genitori forniscono delle risposte ai loro figli. Alcuni genitori sostengono che i loro bambini non fanno domande, la verità invece è che tutti i bambini chiedono e tutti i genitori rispondono, anche quando “non rispondono”, quando cioè manifestano imbarazzo, esitazione, senso di smarrimento. Non si può non comunicare: anche il silenzio è una forma di comunicazione.  Quando si parla di imbarazzo, esitazione, senso di smarrimento, silenzio, si parla di vere e proprie forme di comunicazione che il bambino sa cogliere perfettamente e che traduce all’incirca in questo modo: “Quando parlo a mamma e papà di queste cose, che in genere si dimostrano forti, sicuri, hanno sempre una risposta pronta, sanno sempre tutto, si mostrano invece deboli e incerti”. Per il bambino percepire questi stati d’animo dei suoi genitori può essere estremamente faticoso, si ritiene un po’ responsabile di questa situazione, capisce che sono certi argomenti a creare queste situazioni e di conseguenza ne trae che se parlare di sesso suscita queste situazioni spiacevoli ai genitori, allora è preferibile fare per essi azione di confinamento, è preferibile porre certi argomenti nel silenzio e di conseguenza essi diventano argomenti proibiti. Da questo punto in poi il bambino non farà più domande perché in questo modo è come se il bambino cerchi di tutelare il genitore e se stesso da situazioni destabilizzanti. Allo stesso modo anche l’imbarazzo del genitore a suo modo nasce da un desiderio di tutelare il bambino: con la sua risposta il genitore teme di anticipare i suoi tempi, di turbarlo, di contaminare il mondo dell’infanzia, l’innocenza dei bambini. Sembra molto complicato parlare di sessualità ad un bambino, ma quando ci troveremo di fronte al figlio divenuto adolescente ci si renderà conto che è molto più facile parlare di sesso con un bambino che con un adolescente di 11-13 anni. Verso figli di questa età il genitore si sente più disponibile a parlare di queste cose (bisogna volersi bene, non c’è nulla di cui vergognarsi, si deve aspettare), vorrebbero che i figli si confidassero con loro, parlassero dei loro dubbi e problemi, ma ora sono i figli a rifiutare il dialogo. Quando si domanda a ragazzi di questa fascia di età con chi parlano di sesso, emerge che i genitori vengono quasi sempre rifiutati perché provano verso di essi imbarazzo e vergogna: da un’indagine statistica è emerso che più della metà dei ragazzi non era disponibile a trattare questi argomenti in famiglia, anche se la maggior parte dei genitori dichiarava di essere disponibile e di sentirsi a suo agio nei confronti di questi argomenti. La maggior parte degli adolescenti preferisce cercare risposte all’argomento del sesso da amici (42%) anziché alla mamma (28%) o al papà (5%). Dunque se a questa età non chiedono nulla a riguardo del sesso non è perché non abbiano nulla da chiedere e da dire: la preadolescenza è il periodo di massima confusione, ma ormai si è alzata come una barriera tra loro e i loro genitori, mentre è assolutamente aperto il dialogo con i coetanei. Certamente questa è una difficoltà “fisiologica” del periodo, nel quale uno dei compiti evolutivi importanti per loro è proprio quello di rimarcare la differenza tra loro ed i loro genitori, hanno bisogno di intimità personale, di riservatezza, hanno paura di reazioni spiacevoli da parte dei genitori e di essere presi in giro: il tono ironico, a volte usato nei loro confronti, è spesso deleterio. Nonostante ciò se i ragazzi, stimolati ad aprirsi ai loro genitori, riescono a parlare con i genitori, rivelano di avere fatto un’esperienza positiva e soddisfacente.

Gli stereotipi sono nella testa dei giornalisti non nella casa di chi si ama

Voglio dire la mia sulla polemica ridicola nata a seguito della pubblicazione su media e social di una pagina di un libro per bambini della primaria. Esperti e giornalisti scandalizzati. Analisi ideologiche e caccia alle streghe. Smettetela! Cosa sarà successo mai! La mamma stira e il papà lavora. Forse un tempo. Ora la mamma stira e lavora. Bella conquista. Meglio così? Meglio prima? Non sta a me dirlo. Dico soltanto che osservo la mia sposa che insegna in una scuola media. Abbiamo quattro ragazzi. Abbiamo una casa da tenere in uno stato almeno dignitoso. Io la osservo. Si fa davvero in quattro per cercare di fare tutto bene. Poi nulla viene perfettamente. C’è sempre una certa confusione dovuta allo stress e al poco tempo disponibile. Lei ci prova. Non si risparmia mai. Io sinceramente non avrei problemi a vivere in una casa poco ordinata. Ho vissuto alcuni anni da solo prima di sposarmi e la mia casa era lo specchio del disordine che ho in testa. Cumuli di vestiti da saltare, piatti da lavare e letto perennemente disfatto. Mia moglie quando veniva a trovarmi la chiamava la tana. Una volta trovò una buccia di banana nell’armadio dei vestiti. Questo per dire quanto per me le priorità fossero altre. Ha deciso di correre il rischio e di sposarmi comunque. Questo per dire cosa? Mettiamoci bene in testa quando ci si sposa non sottoscriviamo un contratto di lavoro. Non mettiamo orari e mansioni. Non prendiamo la tessera sindacale per rivendicare i nostri diritti contro l’altro che diventa oppressore e sfruttatore. Ci stiamo sposando! Ci stiamo donando completamente in corpo e spirito. In tempo, in cura, in attenzioni, in pazienza e in sopportazione. Non esistono stereotipi o abitudini culturali e familiari che tengano. Nella famiglia investiamo tutto e diamo tutto. Quando io torno a casa e trovo la casa che fa schifo potrei anche fregarmene. Non ci soffro particolarmente. Invece no. Io so che lei non se ne frega. So che lei ci soffre e si sente una moglie e una madre fallita se non riesce a mantenere con un certo decoro la casa. Cosa faccio? La metto apposto per amore. Per vederla un po’ sollevata. Quando queste attività le fai per amore, per la tua sposa, acquistano anche un valore sacro. Sto offrendo il mio tempo e la mia fatica non per la casa, cosa di cui mi interessa poco, ma per la mia sposa. Per sgravarla di un peso. Così vale per il cucinare, per aiutare i figli con i compiti e per tutto il resto. Quando si è a casa la domanda non dovrebbe essere: Quali sono i miei obblighi e impegni da assolvere? Come un dovere qualsiasi. Come pagare una tassa per sentirsi apposto. No, la domanda di chi ama è: Cosa posso fare adesso per la mia sposa? Cosa posso fare adesso per i miei figli?

E’ importante entrare in questa prospettiva di amore che si fa dono e servizio. Amore che si fa preghiera che diventa operante. Io non voglio insegnare ai miei figli che non esistono lavori da maschio o da femmina. Questo significa implicitamente insegnare che c’è un conflitto tra uomo e donna. No! Io voglio insegnare loro a spostare sempre lo sguardo sulla fatica e sulle necessità dell’altro/a. Solo così possono imparare a prendersi cura, e gli stereotipi, ove ci fossero, sarebbero naturalmente superati, perchè l’attenzione sarà rivolta alla persona e non all’attività da compiere.

Antonio e Luisa