Gli stereotipi sono nella testa dei giornalisti non nella casa di chi si ama

Voglio dire la mia sulla polemica ridicola nata a seguito della pubblicazione su media e social di una pagina di un libro per bambini della primaria. Esperti e giornalisti scandalizzati. Analisi ideologiche e caccia alle streghe. Smettetela! Cosa sarà successo mai! La mamma stira e il papà lavora. Forse un tempo. Ora la mamma stira e lavora. Bella conquista. Meglio così? Meglio prima? Non sta a me dirlo. Dico soltanto che osservo la mia sposa che insegna in una scuola media. Abbiamo quattro ragazzi. Abbiamo una casa da tenere in uno stato almeno dignitoso. Io la osservo. Si fa davvero in quattro per cercare di fare tutto bene. Poi nulla viene perfettamente. C’è sempre una certa confusione dovuta allo stress e al poco tempo disponibile. Lei ci prova. Non si risparmia mai. Io sinceramente non avrei problemi a vivere in una casa poco ordinata. Ho vissuto alcuni anni da solo prima di sposarmi e la mia casa era lo specchio del disordine che ho in testa. Cumuli di vestiti da saltare, piatti da lavare e letto perennemente disfatto. Mia moglie quando veniva a trovarmi la chiamava la tana. Una volta trovò una buccia di banana nell’armadio dei vestiti. Questo per dire quanto per me le priorità fossero altre. Ha deciso di correre il rischio e di sposarmi comunque. Questo per dire cosa? Mettiamoci bene in testa quando ci si sposa non sottoscriviamo un contratto di lavoro. Non mettiamo orari e mansioni. Non prendiamo la tessera sindacale per rivendicare i nostri diritti contro l’altro che diventa oppressore e sfruttatore. Ci stiamo sposando! Ci stiamo donando completamente in corpo e spirito. In tempo, in cura, in attenzioni, in pazienza e in sopportazione. Non esistono stereotipi o abitudini culturali e familiari che tengano. Nella famiglia investiamo tutto e diamo tutto. Quando io torno a casa e trovo la casa che fa schifo potrei anche fregarmene. Non ci soffro particolarmente. Invece no. Io so che lei non se ne frega. So che lei ci soffre e si sente una moglie e una madre fallita se non riesce a mantenere con un certo decoro la casa. Cosa faccio? La metto apposto per amore. Per vederla un po’ sollevata. Quando queste attività le fai per amore, per la tua sposa, acquistano anche un valore sacro. Sto offrendo il mio tempo e la mia fatica non per la casa, cosa di cui mi interessa poco, ma per la mia sposa. Per sgravarla di un peso. Così vale per il cucinare, per aiutare i figli con i compiti e per tutto il resto. Quando si è a casa la domanda non dovrebbe essere: Quali sono i miei obblighi e impegni da assolvere? Come un dovere qualsiasi. Come pagare una tassa per sentirsi apposto. No, la domanda di chi ama è: Cosa posso fare adesso per la mia sposa? Cosa posso fare adesso per i miei figli?

E’ importante entrare in questa prospettiva di amore che si fa dono e servizio. Amore che si fa preghiera che diventa operante. Io non voglio insegnare ai miei figli che non esistono lavori da maschio o da femmina. Questo significa implicitamente insegnare che c’è un conflitto tra uomo e donna. No! Io voglio insegnare loro a spostare sempre lo sguardo sulla fatica e sulle necessità dell’altro/a. Solo così possono imparare a prendersi cura, e gli stereotipi, ove ci fossero, sarebbero naturalmente superati, perchè l’attenzione sarà rivolta alla persona e non all’attività da compiere.

Antonio e Luisa

Due mani per una melodia

Mio figlio sta studiando da alcuni anni pianoforte. Non ne capisco nulla, chiedo scusa se scriverò inesattezze. Seguire il percorso di Pietro mi ha permesso di entrare, anche se solo superficialmente, nelle dinamiche che lo studio di questo strumento comporta. Sarò fissato perchè anche qui ho visto attinenze con il matrimonio. Ci ho visto tanto della coppia e della relazione che caratterizza il matrimonio cristiano. Innanzitutto il pianoforte si suona con due mani. Due mani controllate ognuna da un emisfero del cervello diverso. Emisferi che sono molto distanti e diversi tra loro per caratteristiche e funzioni. Diversi e complementari come lo sono l’uomo e la donna. Due mani che non sono dipendenti l’una dall’altra. C’è il rischio che una mano si adegui al ritmo dell’altra. Non che suoni la sua parte col suo tempo, ma che si conformi all’altra. Che ne diventi una copia, un doppione. Così però andiamo a stravolgere la melodia. Quello che suoniamo non è più lo spartito che ci ha preparato il compositore. Il compositore della nostra vita che è Dio. Dio che ha un progetto per la nostra coppia e ci lascia liberi di seguirlo e di suonare una melodia che sarà balsamo per la nostra anima e quella delle persone che ci ascoltano oppure suonarne un’altra che non sarà mai bella come quella che Dio ha scritto per noi. Così la coppia diventa tanto forte e capace di relazionarsi quanto più gli sposi saranno capaci di non dipendere l’uno dall’altra. Due mani, due pentagrammi diversi, due chiavi diverse, per un’unica e bellissima melodia. Una mano sola potrebbe produrre una musica molto meno ricca e meno piena. Solo dalle note di entrambe le mani viene la pienezza e la bellezza della composizione originale, quella del Maestro. Così è la coppia. Ognuno ha la sua identità, la sua mascolinità o femminilità, la sua storia, il suo ritmo.  La bellezza viene dal mettere tutto questo al servizio di un’esistenza comune. Dove non esiste solo il mio tempo da seguire, ma si deve accordare con il tempo dell’altro per non stravolgere il risultato d’insieme. Così devo tendere l’orecchio, prestare attenzione e volgere lo sguardo ad un’alterità diversa e complementare. Tutto ciò è possibile perchè la nostra vita ha un faro. Un punto di riferimento imprescindibile. La Parola, i sacramenti e l’intimità con Gesù. Nel pianoforte c’è il Do centrale che permette una volta individuato di riconoscere tutti gli altri tasti e note. Ecco, Gesù è il nostro Do centrale, attraverso di Lui tutta la melodia che vogliamo e dobbiamo suonare acquista significato e senso. La nostra vita e il nostro matrimonio può diventare melodia meravigliosa e affascinare per la bellezza. Può essere mezzo per arrivare al Maestro, per arrivare a Gesù.

Antonio e Luisa