La famiglia come rifugio di montagna

Sono una siciliana atipica, perché odio il caldo, il mare mi distrugge e le mie vacanze rigeneranti sono in montagna. In questi giorni regalati in Valtellina, non solo mi sto godendo il fresco, il profumo intenso di alberi e prati, ma anche l’intimità e il calore di famiglie con cui camminare insieme verso il GUSTO DELL’AMORE.

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A fare da collante Don Roberto Secchi, un sacerdote giovane e simpatico, che nella mia fantasia immaginavo grasso, pelato, vecchio e noioso, responsabile della Pastorale Familiare per la diocesi di Como. Prima di cominciare i nostri interventi come relatori, il Don (…lo chiamiamo tutti così) fa il masterchef della Bibbia, guidandoci sul significato dei cibi e dei banchetti nella Parola. Quando parla sentenzia. Il don non si rende conto di quanto è bravo e capace, e di quanta passione e intensità mette in ogni suo intervento. E comincia così. Quanto la mia famiglia è tavola imbandita per le persone che mi circondano e che incontro. Con quale cura e attenzione preparo la tavola per i miei figli, per mio marito. E non si tratta solo della tavola materiale, dei cibi cucinati, ma di ingredienti come l’accoglienza, lo spazio e il calore emotivo per ciascuno. L’altra pomeriggio ho sbottato con mio figlio grande lamentandomi che mentre gli altri bambini delle altre famiglie collaboravano al laboratorio, i miei figli si facevano beatamente gli affari loro. Lui mi guarda e affonda il colpo: “mamma il mondo non è perfetto come lo vuoi tu!”. Figlio 1 madre 0. Quanto spesso le mie aspettative, i miei schemi, il mio bisogno di controllare, diventano gli ingredienti principali della relazione con la mia famiglia, di quel banchetto che diventa solo una rigida porta stretta. Ma non è la porta stretta che porta al paradiso. È la strettoia che chiude la relazione con l’altro quando non è come voglio io. Che spazio do alla personalità di cui ogni figlio, ogni membro della mia famiglia è portatore, e che lo può portare a dire si o dire no a cose che per me magari sono importanti e per loro secondarie. Fosse anche il loro rapporto con Dio, su cui ho aspettative altissime, che loro però hanno il diritto di scoprire, digerire e scegliere, in un incontro personale che possono avere in base alla loro età, e a partire dalla loro libertà e dal modello che io gli offro. Che tavola imbandisco per la mia famiglia. Per i miei genitori. I miei suoceri. Le mie cognate. I miei nipoti. Gli occhi del don brillano quando predica e ci parla dritto al cuore. Possano le vostre famiglie essere come rifugi di montagna, che sono luoghi di passaggio, di ristoro, tra un’impervia salita e una discesa. Possa la mia e la tua famiglia avere sempre un posto vuoto a tavola, apparecchiato per chiunque ha bisogno di conforto, appoggio, sostegno, consiglio. Famiglie aperte che camminano insieme, il cui cibo in sovrabbondanza non è solo per me, ma posso condividerlo con chi mi è prossimo.

Claudia e Roberto Reis

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