Ciò che non muore mai

Cari sposi, anche stavolta vorrei farvi conoscere una coppia sul cammino verso gli altari e di cui si parla ben poco. Sono i coniugi, servi di Dio, Paolo Takashi (1908-1951) e Midori Marina Nagai (1908-1945) vissuti a Nagasaki.

Si sono conosciuti grazie al fatto che Takashi viene ospitato in casa dai genitori di Midori affinché potesse frequentare la facoltà di medicina. Lui è nato shintoista ma, respirando la cultura razionalista del tempo, perde anche quel poco di religiosità acquisito in famiglia.     Ma è la famiglia che lo accoglie a iniziare a pregare per lui. Difatti, i Midori, discendenti di lunga data da generazioni di cristiani che hanno sofferto le terribili persecuzioni che i sovrani del Giappone avevano scatenato contro tutto ciò che fosse estraneo alla cultura nipponica, sono profondamente credenti e intercedono per la sua conversione.

È in occasione del Natale del 1932 quando Takashi, su invito dei suoi anfitrioni, vive la sua prima Messa, rimanendone profondamente toccato per la percezione di una “Presenza”. L’indomani, la figlia Midori accusa fortissimi dolori al basso ventre e Takashi, intuendo trattarsi di peritonite, la salva in extremis portandola in ospedale. È l’inizio di un rapporto sempre più stretto che li porterà verso il matrimonio.

Tuttavia, la giovane Midori non ha fretta ma prega incessantemente per la sua incontro con Cristo, in particolar modo tramite la sua devozione a Maria. Nel frattempo, scoppiò la seconda guerra sino-giapponese e Takashi è chiamato alle armi. Sui campi di battaglia, oltre a mettere in atto la sua capacità di medico, si scontra con gli orrori della guerra rimanendone sconvolto e domandandosi il senso della sua giovane vita.

Quando ritornò sano e salvo a casa ebbe inizio il suo cammino di conversione. Così. nel 1934 ricevette il battesimo scegliendo come nuovo nome quello di Paolo. Ma ora l’amore per Midori non era più un segreto ed fu lo stesso sacerdote che lo aveva accompagnato alla fede ad incoraggiare il loro matrimonio. Seguirono anni felici, la nascita dei figli, la passione per la radiologia, il servizio a tanti poveri, l’impegno per servire la propria comunità.

Eppure Gesù li stava comunque chiamando a seguirLo più da vicino e un giorno Paolo scoprì l’insorgere della leucemia, frutto dell’eccessiva esposizione alle radiazioni sul lavoro. Ciò nonostante, continuò a condurre la vita ordinaria, supportato dalla cura amorevole e dal sostegno della moglie. Finché arrivò quel mercoledì 8 agosto 1945: come sempre, Paolo uscì di casa per recarsi in ospedale ma, avendo dimenticato di prendere il pranzo, ritornò subito indietro. Appena rientrato in casa, trovò Midori prostrata in lacrime davanti al crocefisso, quelle lacrime che gli aveva sempre nascosto per non gravare sulla sua già dura condizione fisica.

Un fatto molto significativo quello perché fu l’ultimo ricordo della moglie. Difatti, il 9 agosto 1945 alle ore 11:02 il B-29 americano sganciò la gigantesca bomba “Fat man” sul cielo di Nagasaki e della città non rimase quasi più nulla. Si salvarono sia Paolo, al riparo tra i muri di cemento armato della radiologia, che i loro figli, fatti sfollare lontano dalla città, ma entrambi dissero di avere intravisto il volto di Midori al momento dell’esplosione atomica.

Subito egli si mise al lavoro per curare più sopravvissuti possibili, senza aver nemmeno il tempo di correre a casa. Solo dopo qualche giorno potè tornare ma trovò solo della sua amatissima moglie le ossa carbonizzate vicino ad un rosario, deformato dal calore. Il Dottor Paolo Takashi potè vivere ancora alcuni anni, malato e povero, ma conducendo una vita di silenzio, preghiera, scrittura e soprattutto accogliendo centinaia e centinaia di persone che cercavano nel “santo di Urakami” un punto di riferimento spirituale.

Ancora una volta contempliamo coppia semplice, dalla vita ordinaria ma che ha affrontato una circostanza storica eccezionale grazie al rapporto cordiale e profondo con il Signore Gesù. “Ciò che non muore mai” è uno dei libri che meglio racconta la loro vicenda. Un titolo preso da una frase che Paolo Takashi ripeteva spesso, proprio a voler sottolineare che è Cristo la roccia inamovibile della nostra vita, anche laddove tutto viene distrutto e scompare.

Cari sposi, possiate anche voi fare l’esperienza quotidiana che solo in Cristo l’amore nuziale può sbocciare e fiorire per l’eternità.

padre Luca Frontali

Divina somiglianza

Cari sposi, in un momento in cui va di moda “pensare all’Impero Romano” la liturgia odierna cade a fagiolo. Mentre Matteo prosegue il suo racconto sull’ultimo periodo di Gesù prima della Pasqua, il vangelo di queste domeniche si centra su tre dispute con cui ora i sacerdoti ora gli erodiani ora i farisei vorrebbero inchiodarlo per una qualche mancanza nelle sue parole.

Un’occasione succulenta è data dal tema del rapporto con Roma. Si sa che da alcuni decenni il popolo ebraico era di nuovo sottomesso a un potere esterno, le “aquile” romane avevano annesso la Palestina al grande impero e che loro erano divenuti i nuovi nemici. Gran parte del malcontento veniva dal tributo pro-capite che veniva richiesto a tutti gli abitanti della Giudea, Samaria e Idumea (uomini, donne, schiavi) dai dodici fino ai sessantacinque anni. Cesare qui non è Giulio bensì l’imperatore Tiberio Cesare che regnò dal 14 al 37 d.C. Sappiamo che il pagamento non era per nulla facoltativo ma una richiesta ben precisa che riguardava a tutte le provincie esterne all’Italia, tra cui la Palestina. Certamente il valore di questa imposta corrisponderebbe oggi a circa 80-90€, quindi una cifra ragionevole che spezza una lancia in favore della moderazione dell’Imperatore. Difatti, consta storicamente che proprio Tiberio, alla sollecitazione dei suoi governatori di provincia di elevare la tassazione, rispose: “boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere”, cioè “è proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle” (Svetonio, Vita di Tiberio, 32).

Tuttavia, non mi voglio perdere nel discorso che proviene dal conflitto scaturito fin da allora tra potere statale e potere religioso. Mi interessa andare ad una lettura spirituale molto bella che emerge da quella moneta e che sorprendentemente tocca alquanto voi sposi. Sebbene il denaro esibito a Gesù porti impressa l’effigie del più potente uomo dell’epoca, ben più grane e maestosa è quella incarnata dall’uomo il quale riflette nientemeno che l’immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,27). Così, la Trinità ha voluto farsi conoscere principalmente tramite una coppia uomo/donna. Tutto ciò è semplicemente sbalorditivo! Quanto Dio abbia osato fare e si sia fidato di creature fallibili nel depositare in loro una così grande dignità ma anche una tale responsabilità.

È bello qui ricordare quanto dice il rituale del matrimonio: “O Dio, in te, la donna e l’uomo si uniscono, e la prima comunità umana, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio” (Rituale matrimonio, 85). Cioè, questa immagine divina non è cancellabile, resta come dono perenne per voi sposi, talento da far fruttificare, anche in mezzo alle proprie fragilità e limiti.

Guardate cosa scriveva Edith Stein, divenuta poi Suor Teresa Benedetta della Croce (1891-1942): “Nel dono reciproco di sé all’altro, essi [gli sposi] attuano concretamente poi anche la vocazione all’unità e alla comunione a cui tutto il genere umano è chiamato, diventando «la più intima comunità d’amore» sulla terra, sul modello di quella trinitaria in Cielo”. Come si nota qui la fonte di ispirazione da cui attinse il giovane filosofo Karol Wojtyła per elaborare la visione dell’esistenza umana come un dono!

Dire moneta significa denaro, quindi possesso e ricchezza. Mentre l’immagine e somiglianza divina che la coppia riflette non è un merito bensì un dono di amore. Se gli imperatori romani, tramite le tasse, ambivano ad aumentare l’erario e così ostentare la loro gloria, in cambio Dio si compiace nel vedere moltiplicarsi la sua presenza tramite coppie i cui tratti riverberano quelli divini: la mascolinità e la femminilità portati a pienezza dalla grazia nuziale. Dio riceve gloria dalla capacità di donazione di ciascuna di voi coppie, ovunque siate e qualsiasi lavoro facciate. L’immagine e somiglianza di Dio trapela e si comunica al mondo se comprendete bene e contemplate chi siete agli occhi di Dio. Ve lo dice bene San Giovanni Paolo II: “L‘uomo e la donna, creati come «unità dei due» nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero dell’unica vita divina” (Mulieris Dignitatem 7).

Quindi, cari sposi, valete più di un semplice denaro romano, valete l’amore sconfinato di Dio. Un dono ricevuto e un dono da condividere.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca dice bene. Io mi permetto di ricordarvi che è vero che noi siamo effige di Dio. Come una moneta romana noi rappresentiamo il volto del Re. Lo siamo fin dal giorno del matrimonio per grazia, per dono, grazie allo Spirito Santo. Ma lo siamo solo in potenza. Siamo come una moneta che è stata tanto tempo celata nel terreno. Una volta ritrovata l’effige scolpita su di essa non è riconoscibile. C’è bisogno di pulirla e lucidarla. Ecco quel lavoro spetta a noi. Spetta a noi ripulire il nostro corpo e lucidare il nostro cuore. Con il lavoro quotidiano fatto di volontà ed impegno. Solo così saremo capaci di brillare e di mostrare l’amore luminoso di Dio attraverso la nostra vita quotidiana.

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La difficoltà di lasciarmi stupire da Dio

Cari sposi, anche questa domenica tutta la liturgia è sfacciatamente nuziale, parla di voi in termini perfino troppo eloquenti per non essere compresi. Difatti, l’evangelista Matteo nel presentare un fatto abbastanza comune per l’epoca – il banchetto di nozze per il figlio del re – ci sta dicendo in realtà che il re è Dio, il banchetto simboleggia l’alleanza che Lui vuole instaurare con il suo popolo e che in Cristo diviene l’alleanza con l’umanità intera.

Per caso avete notato la Sposa? Non è che si è nascosta da qualche parte? La sposa è ben presente nella scena perché rappresentata dagli invitati, ossia ciascuna di voi coppie. Questa immagine del banchetto è bellissima! Rappresenta il sogno di Gesù di unirsi a ciascuna di voi coppie in una festa che non avrà fine, in cui la gioia supererà anzi cancellerà totalmente ogni ombra di tristezza e dolore.

Tuttavia, come vorrei che sobbalzaste nel vostro intimo nel vedere che la storia della salvezza, la storia a cui era stato chiamato Israele, e con lui tutti i popoli, è una storia di amore nuziale, cosicché il matrimonio diviene “il paradigma per comprendere tutta la storia della salvezza” (cfr. Mario Meruzzi, Lo sposo, le nozze e gli invitati. Aspetti nuziali nella teologia di Matteo, Cittadella 2008). Quindi non leggete il Vangelo di oggi da spettatori di una partita di calcio ma sentitevi dentro fino al collo. Voi siete quegli invitati – la Sposa – a cui Gesù vuole darsi in corpo e anima.

Papa Francesco commenta questo aspetto dell’Alleanza con delle espressioni quasi uniche nel suo genere: “Questo Sacramento (il matrimonio) ci conduce nel cuore del disegno di Dio, che è un disegno di alleanza col suo popolo, con tutti noi, un disegno di comunione. […] L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due. Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna” (Udienza 2 aprile 2014).

Ma a questo punto però bisogna comprendere che, come diceva Santa Teresina di Lisieux, “l’amore si paga solo con l’amore”. Per questo leggiamo nel Vangelo che agli invitati veniva richiesto di entrare nella grande stanza del banchetto ricoperti di mantello bianco, un vestito che lo sposo offriva gratuitamente, segno del proprio assenso e affetto nei confronti del re. Ma ora accade l’incredibile! Qualcuno vuole entrare ma senza accogliere il dono! Si potrà? Chi di noi ha rifiutato i regali trovati sotto l’albero di Natale? O quelli nel giorno di compleanno?

Questo rifiuto in realtà non è poi così stravagante ma è il frutto di un ben preciso atteggiamento di vita: la chiusura e la distrazione davanti ai doni di Dio. Cito qui don Fabio Rosini, prendendo alcune frasi del suo ultimo libro: “L’arte della buona battaglia”: “Come parla Dio? Dio comunica in noi in molti modi, ma per quanto riguarda la vita interiore bisogna rispondere con un’affermazione che dice e non dice: nel profondo. […] Ecco, la sfida del libro sarà cercare di difenderci da ciò che ci allontana dall’io profondo e cercare di assecondare ciò che ci porta lì, dove risiede la verità”.

E la verità è che lo Sposo abita nel vostro cuore e nella vostra relazione, è lì che va cercato ogni giorno altrimenti si rischia di sentirsi soli e abbandonati ma perché lo si cerca altrove. La grazia di certo non vi manca, difatti “la grazia dei Sacramenti alimenta in noi una fede forte e gioiosa, una fede che sa stupirsi «delle “meraviglie» di Dio e sa resistere agli idoli del mondo” (Udienza, 6 novembre 2013)

Cari sposi, può darsi che la solitudine e la tristezza spesso vi accompagnino e vi confondano, ma lo Sposo Gesù non cessa di chiamarvi e sollecitarvi a entrare in una preghiera più profonda come coppia per sperimentare di quali e quanti doni vuole riempire la vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Quando ci sposiamo in realtà, come ha così bene espresso padre Luca, siamo entrambi sposa di Gesù. Lo siamo insieme. Io ho sposato Luisa, ma insieme abbiamo sposato Cristo. Cristo non vedeva l’ora di rivestirci dell’abito nuziale. A noi la scelta, ad ogni sposo e sposa la scelta, decidere di indossarlo oppure farne a meno. Questo significa fare una scelta concreta. Significa mettere al centro del nostro matrimonio Cristo non a parole, ma amandolo davvero. E Lui ci dice come: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.” Una coppia che anche si sposa in chiesa ma poi non indossa l’abito nuziale, non conformando la propria vita agli insegnamenti della Chiesa, facilmente fallirà anche se i due si sono sposati sacramentalmente. Rispettare i comandamenti significa vivere una vita di dono e non una di possesso. Non uccidere significa tante cose nella coppia. Significa non mortificare, non umiliare, non essere capaci di perdonare. Non commettere atti impuri significa usare nostra moglie o nostro marito e non donarsi a lui/lei attraverso il corpo. Non rubare può significare rubare la libertà alla persona che abbiamo accanto, non permettendole di sviluppare i propri talenti e limitandola all’idea che noi abbiamo di come debba essere e cosa debba fare. Potrei andare avanti per ore. In sintesi, indossare l’abito nuziale significa mettere al centro del nostro agire il bene della persona che abbiamo accanto e non il nostro tornaconto e il nostro egoismo. Significa amare e non usare. Solo così la grazia di Dio potrà entrare nel nostro cuore e trasformarci in una vita trasfigurata verso la santità.

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Entrerò danzando in cielo

Cari sposi, anche oggi continuiamo il racconto di coppie in cammino verso gli altari. Si tratta dei venerabili coniugi Cyprien e Daphrose Rugamba i quali ci mostrano una storia del tutto singolare. Nella cultura africana l’origine tribale ha un grande peso e difatti essi erano assai diversi sotto molti aspetti, anzitutto per l’etnia: lui hutu e lei tutsi, lui riconvertitosi dopo anni di ateismo, lei di famiglia profondamente credente; lui intellettuale ed artista, lei dedicata alla famiglia e figli. Per tutto ciò non fu affatto un matrimonio facile, al punto che per un periodo vissero separati dopo che Cyprien accusò ingiustamente Daphrose di stregoneria. In quel periodo però fu lui a tradirla in più occasioni al punto da diventare padre di una figlia illegittima che Daphrose non esitò successivamente ad accogliere in casa.  

Per la sua grande fama di intellettuale e compositore di canzoni, poesie, balli ed opere teatrali, venne corteggiato dal governo che lo voleva rendere strumento di indottrinamento e manipolazione nelle lotte tribali ma Cyprien si schermiva rivendicando la sua appartenenza solo “al partito di Gesù”.

Come coppia furono esempio di unità e riconciliazione in un momento di crescente odio razziale. Il loro matrimonio divenne un esempio vivente di come l’amore di Cristo può superare ogni barriera culturale ed etnica. Inoltre, memori della loro crisi coniugale, seppero essere a loro volta consiglieri e accompagnatori di coppie in difficoltà.

Il martirio come sempre non è una casualità ma l’apice di un crescente amore e dedizione al Signore. Sono le 10:30 del 7 aprile 1994 – il presidente Habyarimana era stato assassinato da poche ore – quando un commando di paramilitari si presentò alle porte di casa Rugamba. Il comandante chiamò fuori Cyprien il quale si presentò sull’uscio con tutta la sua numerosa famiglia, un oscuro presentimento infatti pervadeva su di loro ma anziché scappare avevano passato la notte in preghiera. Dopo averlo pesantemente insultato gli chiese se fosse ancora cristiano. Al che lui replicò citando una delle sue più famose canzoni: “Sì, ed entrerò danzando in Cielo”. Furono le sue ultime parole: una raffica di pallottole uccise tutti loro meno il più piccolo, occultato dai cadaveri dei fratelli ed unico testimone oculare del martirio della sua famiglia. Questi fatti e tanto altro nel libro che racconta la loro vita e la loro santità. Un esempio meraviglioso che può essere di stimolo ed incoraggiamento per noi oggi a seguire Cristo Sposo nelle nostre circostanze e nel nostro ambiente.

Padre Luca Frontali

זֵיתִ֑ים סָ֝בִ֗יב לְשֻׁלְחָנֶֽךָ

Cari sposi, corro il serio rischio che nessuno legga la riflessione di oggi con un titolo del genere. Eppure altro non è che il versetto 3 del salmo 128 che alla lettera dice: “Tua moglie sarà nella tua casa come una fertile vigna”. Un’immagine, infatti, attraversa da lato a lato della liturgia della Parola odierna ed è proprio la vigna. Essa è il simbolo del popolo di Israele ed ha pertanto una significazione nuziale fortissima (lo dice Isaia 5,7 e poi soprattutto il Cantico 4,16). Come del resto anche le nozze di Cana hanno nel vino la figura più potente per esprimere l’amore derivante dal matrimonio.

Quindi cari mariti, ora non leggete questa liturgia pensando che il Signore stia facendo la ramanzina solo a vostra moglie così da sghignazzarle alle spalle! Piuttosto siete voi coppia la Sposa di Gesù e quindi semmai la paternale va applicata ad entrambi. Anzitutto, al centro dell’attenzione vi è la parabola dei vignaioli omicidi. Essi sono dei comuni operai in questa grande vigna, un fatto che accade ancora oggi, tanto che proprio in questi giorni si sta realizzando la vendemmia.

Come mai queste persone arrivano a supporre che, tolto di mezzo l’erede, tutti quei terreni sarebbero automaticamente passati a loro? Quale affittuario può mai pensare una cosa del genere? Può esistere una legge che avvalli un simile pensiero? È un ragionamento grottesco che però nasconde un preciso significato. Così si esprimeva al riguardo il card. Giacomo Biffi: “Ma chi è quel padre che sapendo di avere in casa dei briganti arrischia il suo unico figlio? E infatti i vignaioli decidono di uccidere anche lui, in modo da ereditare il patrimonio del padrone (chissà in quale codice sta scritto che l’eredità passa agli assassini dell’unico erede!)”.

L’unica spiegazione plausibile è che tali operai avevano smarrito il senso del loro essere in quel ruolo, il motivo ultimo del loro lavoro: essere a servizio di qualcuno e non di sé stessi, essere strumenti per un altro e non il fine ultimo. Ha ragione don Fabio Rosini quando dice: “E noi? Spesso siamo dominati dalla distrazione: siamo schizofrenici, multitasking, facciamo tante cose insieme. C’è una tendenza avida a prendere tutto…”. Finiamo così per avere nei confronti della Vigna – leggasi coppia – non l’amore di Cristo ma un atteggiamento possessivo. E qui ricordiamoci, come diceva San Francesco – celebrato poc’anzi -, che il contrario dell’amore non è l’odio né la vendetta né l’indifferenza bensì il possesso.

Peccato per questi operai! Non sono voluti entrati nella logica del padrone che di suo intendeva renderli partecipi del suo piano di amore. Difatti, quel padrone sognava di trovare tanti collaboratori così da aumentare a dismisura la produzione di vino, che come già sapete è il simbolo dell’amore, e diffondere la gioia in chi lo riceve.

Vivere da vignaioli omicidi significa spendere anni di vita nuziale ricercando solo il proprio comodo, i propri progetti, o anche solo la propria comodità. E l’esito magari non è la separazione o il divorzio (se vi va bene) ma anche solo una relazione apprezzabile di facciata che però sottende grigiore e insoddisfazione.

Per cui il Signore, a voi sposi come ai vignaioli, inizia a chiedere frutti: è il vostro amore fecondo? Cioè genera attorno a voi coesione, fede, benevolenza, carità? Un bel metro per “misurare” la fecondità di coppia è prendere i nove frutti dello Spirito Santo (Gal 5, 5) e vedere se noi come coppia generiamo queste virtù in noi per primi e attorno a noi.

Pensate a quella miriadi di santi sacerdoti e alla scia di fecondità spirituale avuta in tante persone! Bene, anche voi coppie siete chiamate a una simile fruttuosità. A questo fa riferimento Papa Francesco quado dice, in Amoris Laetitia: “La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” (184). È questa la vigna che sogna in voi il Signore!

Dicevo prima che tutte le letture possono sembrare un grande rimprovero, di quelli che ti lasciano stecchito e mogio per giorni, però alla fine Gesù conclude la parabola con un infuso di speranza. Mentre il giudizio che gli anziani ebbero riguardo agli operai infedeli è stato molto duro, specchio dei nostri soliti e ristretti parametri e che riflette esattamente quanto accade tra sposi quando ci si relaziona con un atteggiamento possessivo, Gesù non ci fa rimanere con l’amaro in bocca.

Gesù non pensa ed agisce così nemmeno davanti a casi disperati. Noi scarteremmo una coppia chiusa, egoista, superficiale, mondana. Invece Lui è disposto a prenderla, pulirla, levigarla, intagliarla, lisciarla, scalpellarla pur di imbellirla e trasformarla in una preziosità. Gesù non vuole scartare nulla e nessuno ma solo cambiare il nostro cuore in uno simile al Suo.

Cari sposi, così vede ciascuno di voi coppie, anche se all’interno si aggira un qualche modus vivendi da vignaiolo egoista. Sentiamoci tutti una vigna amata e lasciamoci fare dal divino Agricoltore.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha già scritto tante belle cose. Mi sento di aggiungere solo una piccola testimonianza. Tutte le volte che nel matrimonio ho fatto di testa mia con Luisa ho combinato sempre disastri. Quando invece mi sono fidato di Gesù e degli insegnamenti della Chiesa, pur non sempre capendoli fino in fondo, ho sperimentato gioia e pienezza. Il nostro matrimonio è vigna del Signore. Siamo felici di lasciare a Lui la Signoria della nostra relazione.

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Aspetto i tuoi “sì”

Nel Vangelo di oggi, chi fa la migliore figura è il primo fratello, non perché ha detto «no» a suo padre, ma perché, dopo il «no» si è convertito al «sì», si è pentito. Dio è paziente con ognuno di noi: non si stanca, non desiste dopo il nostro «no»; ci lascia liberi anche di allontanarci da Lui e di sbagliare. Pensare alla pazienza di Dio è meraviglioso! Come il Signore ci aspetta sempre; sempre accanto a noi per aiutarci, ma rispetta la nostra libertà. E attende trepidante il nostro «sì», per accoglierci nuovamente tra le sue braccia paterne e colmarci della sua misericordia senza limiti. La fede in Dio chiede di rinnovare ogni giorno la scelta del bene rispetto al male, la scelta della verità rispetto alla menzogna, la scelta dell’amore del prossimo rispetto all’egoismo. Chi si converte a questa scelta, dopo aver sperimentato il peccato, troverà i primi posti nel Regno dei cieli, dove c’è più gioia per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti (cfr. Lc 15,7) (Papa Francesco, Angelus 27 settembre 2020).

Questa diversità di atteggiamenti davanti a Dio è un fedele riflesso di quanto avviene ordinariamente nella coppia stessa. Si sa, spessissimo dovete fare i conti con marce diverse in tante cose e situazioni condivise, anche nella fede. Uno avanti e uno dietro, uno perspicace e intuitivo e l’altro riflessivo e lento, uno si butta in tutto e l’altro non prende iniziative… diversità di modi di concepire l’educazione dei figli, il modo di trattare le rispettive famiglie, di divertirsi, di porsi davanti all’intimità, di usare i soldi, gusti diversi, preferenze e inclinazioni, e così via. Si sa, “l’uomo viene da Marte e la donna da Venere”. E così ci possono essere vari “sì” a parole che diventano dei “no” di fatto, e viceversa, rendendo molto complessa la vita a due nel tempo.

Ciò che risalta però qui non è tanto la diversità – un dato ovvio e scontato – quanto come si pone Dio stesso dinanzi ad essa: usando la pazienza. Infatti, Dio ci aspetta, è paziente, è uno che sta a bussare alla nostra porta e aspetta che Gli apriamo, ma intanto Lui continua imperterrito. E così Lui vorrebbe tanto che la Sua Pazienza fosse anche la vostra. Che duro saper attendere quando l’altro dice “no”! Verrebbe voglia di mandare tutto a quel paese e ripagare con la stessa moneta.

Eppure, pazienza divina è pure “contenuta” nel vostro amore! Ecco la bella notizia: la magnanimità e generosità di Dio è stata comunicata ed effusa anche a voi. Anzi, il vostro amore, la vostra storia, la vostra relazione è stata “assunta” da quella di Cristo per tutta la Chiesa (cfr. Gaudium et spes 48 dice proprio così: “L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”). E quanti “no” Cristo Sposo si è sentito dire dalla Sposa Chiesa ma questo non Gli ha fatto cambiare idea!

Cari sposi, vi invito a considerare questa verità stupefacente e non arrendervi se entra la fatica o lo scoraggiamento per le barriere dei “no” che si possono essere innalzate tra voi. Facendo leva sulla forza divina che è in voi, mantenetevi aperti a quanto il Signore già sta operando nei vostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Quando amiamo qualcuno nonostante le difficoltà o le delusioni, dimostriamo una forma di amore autentico e libero. Questa è la modalità di Gesù, che ci ha amato fino alla croce, nonostante i nostri errori e peccati. Dobbiamo cercare di seguire il suo esempio e di amare gli altri con la stessa misura. In conclusione, nel matrimonio e nelle relazioni in generale, non possiamo obbligare gli altri ad amarci, ma possiamo scegliere di amarli nonostante tutto. Questo richiede impegno, sacrificio e amore incondizionato. Il sacramento del matrimonio ci chiama a vivere in questa modalità di amore, aprendo il nostro cuore e accettando l’altro nella sua interezza.

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Sì all’amore

Cari sposi, anche oggi vorrei rivolgere la vostra attenzione a una coppia che sta camminando spedita verso la gloria degli altari. Si tratta dei coniugi Sergio e Domenica Bernardini vissuti nel secolo scorso ma la cui vita è ancora una potente ispirazione per chi vuol vivere a fondo la vocazione matrimoniale.

Le loro vite promanano non pochi spunti di riflessione ed evidenziano che dal sacramento nuziale sgorga una scuola di fede e di sequela di Cristo (cfr. Familiaris Consortio 51).

Per prima cosa entrambi si domandarono, ciascuno con i suoi tempi e modi, se il Signore li voleva sposi o dediti unicamente a Lui. Sergio rimase vedovo dalla prima unione e venne sollecitato dal parroco ad entrare in seminario ma dopo un attento discernimento trovò nel matrimonio la sua strada. Ebbero una fede concreta e semplice, fatta di lavoro assiduo e di aiuto ai più poveri. Pur se non appartenenti a uno status sociale elevato, si aprirono alla vita confidando nella Provvidenza ed ebbero in dono dieci figli.

Tante braccia, a quei tempi, facevano comodo in casa, eppure Sergio e Domenica rimasero aperti ai disegni di Dio sui propri figli prima dei propri e così otto si consacrarono al Signore nella vita religiosa (cinque figlie entrarono nella Pia Società di S. Paolo e una tra le Ancelle Francescane del Buon Pastore; due figli diventarono sacerdoti cappuccini, uno dei quali, Giuseppe, fu Vescovo di Smirne in Turchia).

Colpisce l’atteggiamento cristiano davanti alla sofferenza ed alle tribolazioni. Sergio in pochi anni perse i genitori, la prima moglie con i figli e il fratello; affrontò la durezza della vita di migrante e le ristrettezze economiche ma senza mai perdere la fede. Ugualmente Domenica, la quale incontrò Sergio dopo il lutto del fidanzato con cui pensava di costruire una famiglia. Vivendo in un contesto politico avverso alla fede, quello del dopoguerra in Emilia, Sergio rischiò addirittura la vita per mano dei comunisti che erano a conoscenza della sua fede e del suo impegno sociale. E così, nella semplicità di una vita fatta di tanto lavoro e di rapporti autentici fuori e dentro al famiglia, i coniugi Bernardini non tardarono nel diventare un faro per tanti che da loro cercavano conforto, aiuto materiale e consiglio.

Chi volesse approfondire la loro vita trova in questo piccolo libro un ottimo approfondimento e spingo vivamente a chiedere la loro intercessione, in particolar modo per le necessità che riguardano il matrimonio e la famiglia.

Padre Luca Frontali

Rimandato in matematica

Cari sposi,

Gesù non conosce né finanza né economia. Nella parabola degli operai della vigna, il padrone paga lo stesso stipendio a chi lavora al mattino e a chi inizia a lavorare il pomeriggio. Ha fatto male i conti? Ha commesso un errore? No, lo fa di proposito, perché Gesù non ci ama rispetto ai nostri meriti o per i nostri meriti, il suo amore è gratuito e supera infinitamente i nostri meriti. Gesù ha i «difetti» perché ama. L’amore autentico non ragiona, non calcola, non misura, non innalza barriere, non pone condizioni, non costruisce frontiere e non ricorda offese”. Così affermava il Card. Nguyen Van Thuan nel gli esercizi spirituali predicati alla Curia Romana nel 2000, in presenza di San Giovanni Paolo II.

E in effetti un pochino di mancanza di leggi di mercato ci sta nella parabola odierna, a cui si potrebbe osservare che i dipendenti non hanno letto tutti termini e condizioni del contratto, un po’ come capita a noi quando clicchiamo di acconsentire ma poi non leggiamo decine di pagine di possibili conseguenze. Se confrontiamo il Vangelo in sintonia con le altre letture allora capiamo una cosa: Gesù viene a insegnaci un altro modo di amare. Se è vero che le “sue vie sovrastano le nostre vie” allora iniziamo a comprendere meglio il senso di questa strana “bontà” del padrone della vigna.

Nel fondo Gesù vuole dirci che, quando si ama, le misure non contano, i calcoli non servono, il “do ut des” non funziona più. Come scriveva il giovane teologo Joseph Ratzinger nel 1968, il cristianesimo e Cristo stesso si possono riassumere con la legge della “sovrabbondanza” (Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 1969, pp. 210-211), cioè un Dio che ama fino a perdere tutto di sé per amore.

Guardiamo alla moltiplicazione dei pani e pesci, non solo tutte quelle migliaia di persone ebbero cibo più che sufficiente ma ne avanzò pure! Oppure il segno nelle nozze di Cana consistette in quasi una tonnellata di vino di ottima qualità o la pesca miracolosa che quasi fece affondare le barche di Pietro… ma che bello pensare che Gesù mi sta amando così ogni giorno! E quanto ho ancora io da imparare!

Tra sposi Gesù anela che ci sia questo amore e non lo ve dice da moralista, cioè uno che scaglia ordini e imposizioni dall’alto ma in quanto è Lui che nel fondo anima e guida questo stesso amore. Il Risorto, grazie al sacramento nuziale, cammina con voi, discretamente ma veramente, e ogni giorno vi concede la grazia di donarvi un amore così.

Solo i santi hanno penetrato questo modo di amare che non è più umano ma discende dall’Alto. Santa Teresina di Lisieux vergava così una sua preghiera: “Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, poiché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Ogni nostra giustizia è imperfetta ai tuoi occhi. Voglio dunque rivestirmi della tua propria Giustizia e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Te stesso”. Cari sposi, possiate anche voi donarvi giornalmente il vostro nulla, la vostra finitezza affinché sia Cristo a rendervi ricchi e sovrabbondanti del Suo amore.

ANTONIO E LUISA

Chi è più fortunato? Chi va a lavorare dalla prima ora oppure chi si “gode” la vita e all’ultima ora arriva da Gesù? No perchè sentendo certi amici sembra che lo scapolone che cambia una donna a settimana sia in relatà più ganzo, più furbo. Ma siamo davvero sicuri che sia così? Cosa dice il padrone della vigna agli ultimi che raccoglie? Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Chi sono i fortunati allora? Loro che hanno vissuto una vita senza prospettiva o piuttosto chi lavora nella vigna fin dal mattino? La gioia non viene dai piaceri del mondo ma dallo sguardo di Gesù su di noi e dalla consapevolezza di star costruendo qualcosa di bello nella nostra vita. Dalla capacità di amare, accogliendo sempre più e sempre meglio quella persona che Dio ci ha messo accanto.

Si può amare così?

Cari sposi, non è una coincidenza ma una “Dio-incidenza” che scriva queste brevi righe nel bel mezzo del week-end di Retrouvaille.

Questo mi riporta a quando è iniziato per me questo cammino con gli sposi, l’input iniziale provocato proprio dal rimanere sbalordito dinanzi a una testimonianza ascoltata in quel ritiro. La coppia stava condividendo la fase della decadenza della relazione, in cui ci furono più episodi di tradimento e di violenza domestica. Ricordo assi bene il mio stupore commosso nel constatare che, nonostante la durezza e drammaticità del racconto, comunque loro due fossero proprio lì a raccontarlo e da allora mi sono chiesto sempre: “ma si può amare così?” Cioè, può una coppia perdonare così tanto, sopportare tutto quel dolore, arrivare a un tale abbassamento? Non è a rischio la dignità personale?

È esattamente quello che Gesù vuole trasmettere a Pietro con la parabola dei due servitori indebitati. Se traducessimo in Euro i due valori menzionati da Gesù avremmo da un lato i 10.000 talenti che corrisponderebbero circa a 6 miliardi del primo contro i circa 1800 € del secondo!

Ma perché tale sproporzione? Cosa vuole comunicarci Gesù? Che i peccati che commettiamo offendono anzitutto Lui, il Suo Cuore, la sua Bontà infinita. Finché non tocchiamo con mano il senso tremendo del peccato, non ci convertiremo mai: in noi “l’Amore non è amato!”, come gridava san Francesco in lacrime.

Santa Teresa D’Avila partì proprio da qui, è lei stessa a raccontarcelo: “Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più” (Il libro della mia vita).

Capiamo così perché Gesù ci preavvisa che ci vorrà addirittura la Persona divina dello Spirito Santo a convincerci del peccato, cioè a donarci il giusto sguardo su di esso, affinché poi possiamo ad aprirci alla Sua Misericordia. Senza questo convincimento interiore, tutti faremmo la fine del secondo servo, il quale sta a simboleggiare la cecità e chiusura del cuore che dimostriamo nel valutare e soppesare le mancanze altrui piuttosto che piangere e commuoverci per le nostre.

Per voi sposi è fondamentale questo passaggio! Di per sé il matrimonio è un campo di conflitti quotidiani. Ferite piccole o grandi possono essere all’ordine del giorno e se non si vive con la consapevolezza di essere stati redenti da Gesù, di essere stati perdonati sulla Croce una volta per tutte, il rischio di vittimizzarsi e di scaricare sul coniuge tutte le nostre frustrazioni e fastidi è sempre dietro l’angolo.

Concludo con una bella testimonianza di una moglie che nel suo percorso di guarigione di coppia ha incarnato bene l’insegnamento odierno di Gesù: “In un momento ben preciso ho percepito di avere un gran bisogno del perdono, prima di tutto del perdono di mio marito ma anche del perdono di Gesù, che si­curamente tanto avevo fatto soffrire. E quando mio marito mi ha confidato i suoi tradimenti occasionali ho potuto perdonarlo, in quanto ero ormai consapevole che anch’io avevo la responsabilità di non averlo ama­to abbastanza” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, pag. 139).

Quindi, care coppie, potete dirlo con coraggio: sì, si può amare così, come Gesù, perdonando 70 volte sette. Il dono è già nel vostro cuore e lo Spirito vi accompagna senza sosta per aiutarvi a raggiungere la mèta.

ANTONIO E LUISA

Non posso che cofermare le parole di padre Luca. Noi spesso non siamo capaci di rialzare il nostro coniuge. Quando lui/lei sbaglia, quando ci ferisce, quando tradisce il nostro amore noi non siamo capaci di rialzarlo. Facciamo come il servo malvagio. Paga ciò che devi. Non mi interessa ascoltarti, non mi interessa capire, non mi interessa starti vicino. Quante volte davanti all’errore dell’altro lo uccidiamo dentro di noi, non gli permettiamo di rialzarsi, non lo aiutiamo a rialzarsi, ma lo schiacciamo al suolo con la nostra durezza e con la nostra chiusura.

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“Uccisero anche i bambini”

Cari sposi,

            è proprio dell’altro giorno, domenica 10 settembre, una beatificazione senza precedenti nella storia della Chiesa: un’intera famiglia polacca, composta dai genitori e i loro 7 figli, ha raggiunto il penultimo gradino verso la gloria degli altari, per essere stati trucidati tutti assieme il 24 marzo 1944 da soldati nazisti. Erano stati considerati “colpevoli” di aver dato alloggio a due famiglie ebree, i Goldman e i Szall, nella soffitta di casa loro, nel tentativo di preservarli dai campi di sterminio.

È appena uscita la loro storia nel libro “Uccisero anche i bambini”, frutto di un’accurata inchiesta giornalistica compiuta dalla vaticanista dell’Ansa Manuela Tulli insieme con Pawel Rytel-Adrianik, responsabile della sezione polacca di Vatican News e di Radio Vaticana. Vi invito a leggerlo per cogliere tanti dettagli di questa meravigliosa storia di amore, culminata direttamente in Cielo.

Alla celebrazione, avvenuta proprio a Markowa, il loro villaggio natale, non era presente Papa Francesco bensì il Prefetto della Congregazione vaticana delle Cause dei Santi, il Card. Marcello Semeraro. Vorrei estrapolare due passaggi particolarmente significativi della sua omelia:

I nuovi Beati ci insegnano, prima di tutto, ad accogliere la Parola di Dio e sforzarci ogni giorno per compiere la sua volontà. Gli Ulma la ascoltavano come famiglia nella liturgia domenicale e poi prolungavano la sua meditazione a casa, come si evince dalla Bibbia da loro letta e sottolineata”. Questo per dire che non erano persone particolarmente dotte o colte ma vivevano una spiritualità semplice, cordiale, concreta e ordinaria. Ci insegnano ancora una volta che gli Sposi hanno tutti i mezzi per vivere santamente il loro amore reciproco non andando altrove ma vivendo la quotidianità.

Inoltre: “dall’ascolto della Parola del Signore fu plasmato, di giorno in giorno, il loro coraggioso programma di vita. In essi ha operato perfettamente la grazia santificante del Battesimo, dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, fra i quali emerge in maniera evidente la bellezza e la grandezza del sacramento del Matrimonio. Vissero dunque una santità non soltanto coniugale, ma compiutamente familiare”. Ed ecco i vostri grandi aiuti: i sacramenti e la Parola, con cui Gesù si rende presente nella vostra vita a prescindere dall’esserne degni.

Due ultimi dettagli molto belli sono che la loro memoria liturgica è stata fissata nientemeno che il 7 luglio, anniversario del loro matrimonio. Un segno che indica come la Chiesa riconosce nella grazia nuziale il punto di forza per la loro santità.

E in secondo luogo, sorprende particolarmente vedere incluso nei beati anche il più piccolo dei sette figli, senza nome perché morto quando ancora era nel grembo di mamma Wiktoria. La quale, proprio a causa del trauma delle uccisioni a cui assistette, ebbe spontaneamente le doglie al punto che il piccolino nacque solo parzialmente. Notate bene che è il primo feto ad essere dichiarato beato, un’ulteriore conferma della sacralità della vita, anche quella ancora non nata.

Cari sposi, abbiamo una nuova storia straordinaria e al contempo semplice, commovente per l’amore che promana. Un segno indelebile e senza inversioni di marcia che la Chiesa crede in voi, crede nella santità coniugale e familiare. E abbiamo degli amici in Cielo che intercederanno certamente per tutti quegli sposi che vogliono seguire Gesù nella concretezza della propria vita.

Padre Luca Frontali

“Non è la montagna avanti a te che ti consuma. È il sassolino nella scarpa”

Cari sposi, così disse Muhammad Alì, il celeberrimo pugile, uno che di sforzo e di ostacoli ne sapeva qualcosa. La Parola di oggi si focalizza sulle difficoltà relazionali e soprattutto sul senso di responsabilità che comunque abbiamo proprio nei confronti di chi ci rende la convivenza più complicata.

Il Vangelo in modo particolare tocca un punto rovente, cioè quello della correzione fraterna. una pratica abituale sia nelle comunità ebraiche che nella chiesa dei primi secoli.   Questo aspetto ben si collega a una galassia di piccole o grandi conflittualità nella coppia e nella famiglia e da credenti ci si chiede come viverle e come starci dentro.

Sappiamo bene che due estremi, ahimè largamente praticati oggigiorno non hanno il sapore evangelico: sia l’evitare il problema e quindi il conflitto sotteso come anche l’autogiustificazione del “io sono fatto così”. Abbiamo una responsabilità reciproca, su questo appunto la Parola è molto chiara, e al tempo stesso siamo peccatori: come amarsi stando così le cose?

Per prima cosa non è dando un giudizio, per quanto esatto e millimetrico possa essere. Quanti coniugi ho ascoltato, con le loro analisi chiare e precise, sui comportamenti sbagliati altrui! Che dire? Hai perfettamente ragione nel chiamare le cose per nome, ma forse è il tuo atteggiamento che non crea comunione. Mi ha colpito una frase del Beato Don Pino Puglisi, una persona che è nata ed ha operato in una zona estremamente difficile ma al cui cambiamento ha contribuito non certo a forza di anatemi. Diceva don Pino:

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi”.

L’amore, l’accoglienza, la benevolenza deve albergare nel nostro cuore e ce ne accorgiamo se una parola di verità su di noi è condita di amore o solo di rabbia o stizza. Grazie a Dio, ho conosciuto anche sposi proprio questo modo di amare, nella verità e nella bontà, ha favorito percorsi di guarigione e liberazione nell’altro coniuge.

Ma nel Vangelo invece pare che Gesù chieda un taglio netto quando l’altro non sente ragioni. In realtà “sia come il pagano e pubblicano” vuol dire che va amato così com’è, senza grandi attese e aspettative. E in questo senso è bello quanto dice Papa Francesco:

Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (Amoris Laetitia, 92).

Cari sposi, è proprio vera la frase del titolo! C’è a volte una fatica relazionale nella quotidianità che può scadere nel tedio o nell’indifferenza reciproca. Proprio qui allora Gesù vi esorta a chiederGli più amore, ad offrirGli di più tutto quanto vi fa soffrire dell’altro e a non smettere di cercare il passo giusto come coppia per crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Iniziamo con il dire che la correzione fraterna non funziona quasi mai. Per funzionare necessita di una condizione che non può assolutamente mancare. Chi ti corregge deve averti mostrato amore. Solo in una relazione d’amore, che può essere fraterna, familiare, amicale o anche di un padre spirituale, sei propenso ad accogliere una correzione. Almeno per me è così. E la relazione d’amore più profonda dovrebbe essere nel matrimonio. Capite quale responsabilità abbiamo verso il nostro coniuge? Come correggerlo/la quindi? Al modo di Dio. Nel matrimonio dovremmo imparare a non metterci in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità dell’altro dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. 

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Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto

So che mio marito ha una parte di me dentro di sé e questo ci rende più uniti e anche in grado di testimoniare che la malattia si può affrontare in maniera coraggiosa. Oggi Marco è una persona che vive grazie a a me, non mi pentirò mai di questo dono e non avrò mai rimpianti”. Così scriveva, per un’intervista, una moglie che aveva donato un rene al proprio marito.

La Parola di oggi pare sia tutta centrata sulla Croce e sul doverla accettare nella nostra vita. Senz’altro è vero, tuttavia guardando ogni singola lettura troviamo un interessante fil rouge che le attraversa ed è di taglio proprio nuziale. Geremia ammette che il Signore lo ha sedotto, il salmista riconosce che è la sua stessa carne a desiderare il Signore e San Paolo parla del dono del corpo al Signore…

Fin qui c’è un che di romantico nella Liturgia se non altro che Gesù porta ciascuna di queste letture alla pienezza: il dono di sé, il desiderio più ardente, la seduzione più travolgente diventano veri e completi se passano dal crogiuolo della croce, della sofferenza, del dolore. S. Francesco, in una celebre omelia rivolta al conte Orlando di Chiusi della Verna, disse: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”.

Cari sposi, non ce l’avete facile per nulla a vivere un amore così, circondati da stili di vita matrimoniale in cui lo sforzo, la fatica, la sofferenza sembrano perdite di tempo. Sebbene in tanti non vi capiscano, sappiate e state certi che dare la vita fino in fondo a Cristo, tramite il vostro coniuge, è la missione più bella che vi poteva capitare. E ciò che vi è costato e vi costa perché sia così, un domani sarà il vostro più bel trofeo.

ANTONIO E LUISA

Non so voi, io porto al collo una croce. Che significato do a quella croce? E’ come il cornetto rosso o il ferro di cavallo? Oppure indica un’appartenenza e una direzione? Io non lo so e ho un po’ paura di scoprirlo. Perchè la fede si misura con la croce non a parole. Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

Una vita in vacanza (?)

Cari sposi, eccoci qua, il mese più temuto è arrivato… settembre, che in ebraico si dice “Golgota” … Scherzi a parte, se è bene anelare a un prolungamento delle ferie e dei giorni di meritato riposo, è altrettanto importante per la vostra santificazione il ritorno alla vita ordinaria. Perché è soprattutto lì dove Gesù vuole che diate frutti di vita cristiana, frutti di santità.

Dice Papa Francesco: “Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (Gaudete et exsultate, 14).

Don Fabio Rosini, nel suo ultimo libro “L’arte della buona battaglia”, ricorda quanto il pensare e l’anelare di essere altrove, la sottile bramosia di qualcos’altro che non sia il mio hic et nunc costituisca una vera e propria tentazione del maligno che ruba o quantomeno sminuisce quelle energie che dovremmo dedicare all’adesso.

Quanto bene l’ha espresso Blaise Pascal quando scrisse: “Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati del passato e dell’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne lume al fine di predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine. Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali” (B. Pascal, Pensieri, Einaudi, Torino 1962).

Vi siete mai chiesti perché è proprio l’ordinario il momento più fecondo per crescere nella santità personale e di coppia? Direi che ci sono due grandi motivi, uno più generico che si applica ad ogni persona e uno invece totalmente sponsale.

In primo luogo, perché la virtù richiede una ripetizione di atti buoni. Solo così può trasformarsi in abitudine e quindi entrare a formar parte del mio modo di essere. C’è un detto che apprezzo moto e recita così: “dammi un atto e ti darò un atteggiamento, dammi un atteggiamento e ti darò un destino eterno”. Il Catechismo (n. 1803 e seguenti) esprime appunto questo concetto, il bene ha bisogno di essere reiterato per divenire costitutivo della mia personalità e questo non avviene saltellando qua e là ma è di gran lunga aiutato quando diamo una certa stabilità alla nostra vita. Per cui la monotonia, lungi dall’essere un male, può divenire un grande alleato per la vita di grazia.

Inoltre, per voi sposi la vita ordinaria è proprio l’alveo entro cui scorre il sacramento del matrimonio. Papa Francesco ce lo ricorda bene: “In forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei” (Udienza generale, 2 aprile 2014).

Voi sposi avete una vocazione laicale, cioè di trasformare con il vostro amore nuziale, il mondo. Non è facendo cose speciali che raggiungete tale meraviglioso obiettivo ma è nella quotidianità, nella ferialità, nel grigiore della ripetitività. E questo perché “lo Sposo è con voi” come scrisse Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie (1994).

Vi saluto e vi incoraggio ad iniziare il nuovo anno facendo leva proprio su questa verità di fede. Perciò vorrei citare per intero le parole di Papa Wojtyła, così cariche di gioia ed entusiasmo:

Il buon Pastore è con noi dappertutto. Com’era a Cana di Galilea, Sposo tra quegli sposi che si affidavano vicendevolmente per tutta la vita, il buon Pastore è oggi con voi come ragione di speranza, forza dei cuori, fonte di entusiasmo sempre nuovo e segno della vittoria della «civiltà dell’amore». Gesù, il buon Pastore, ci ripete: Non abbiate paura. Io sono con voi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Da dove tanta forza? Da dove la certezza che Tu sei con noi, anche se Ti hanno ucciso, o Figlio di Dio, e sei morto come ogni altro essere umano? Da dove questa certezza? Dice l’evangelista: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Tu dunque ci ami, Tu che sei il Primo e l’ultimo, il Vivente; Tu che eri morto ed ora vivi per sempre (cfr. Ap 1, 17-18)” (Lettera alle famiglie 18).

padre Luca Frontali

Chiesa Grande chiama chiesa piccola

Cari sposi, nonostante in queste date subentri una certa malinconia per la fine delle ferie e l’imminente ripresa dell’anno sociale, dobbiamo ricordarci che Gesù è sempre a nostro fianco, sia in vacanza che nella vita ordinaria e che Lui è la base di ogni nostra gioia e speranza.

In questa domenica tutta la Parola va proprio in questa direzione e concretamente ci parla del ruolo che Pietro e i suoi successori hanno avuto nella vita della Chiesa: essere roccia, basamento, cemento armato su cui Cristo ha voluto costituire la sua Chiesa come anche essere il punto di unione e convergenza visibile per tutti i cristiani.

Sappiamo che questa scelta non è avvenuta tramite una pesca ai bigliettini ma è stata frutto di assidua preghiera tra Lui e il Padre. E chi ha scelto alla fin fine? Un uomo, come direbbe Paolo Cevoli, un tantino “sborone”, uno che voleva farsi bello e forte davanti a tutti, finendo in seguito per cadere miseramente e rinnegare tre volte il Maestro. Ed ecco a voi il nostro bel fondamento visibile della Chiesa universale! Applausi per favore!

Pur potendo, non ha scelto né Giovanni, il bravo, il fedele, il più coccolato ma nemmeno il focoso Giacomo, così come neppure Natanaele, tanto elogiato per la sua sincerità e schiettezza. Ha proprio voluto quel pescatore testone e spavaldo. E difatti poi, fedele al suo capostipite, la storia dei Papi è davvero una sequela di casi umani tra i più disparati. Ce n’è di ogni: Papi santi e peccatori, intellettuali o asceti, di alta o bassa estrazione, impulsivi o remissivi… Consola tanto constatare come da Pio IX (1846-1878) ad oggi quasi tutti i Vicari di Cristo siano stati Santi o sono sulla via degli altari.

Ma voi sposi dovete ricordare che la Chiesa universale è fondata alla fin fine, certamente su diocesi e parrocchie, ma il tutto poi ha come ultimo piedistallo le piccole chiese, le chiese domestiche, cioè voi come coppia. Ed ecco qui il vostro luogo e il vostro compito nella Chiesa! Ciascuno di voi, nel suo piccolo, non importa se abbiate ricevuto ruoli o compiti dal parroco, se siete catechisti, incaricati della Caritas, se seguite il gruppo giovani o svolgete il ministero straordinario dell’Eucarestia. Fosse anche che questo e altro non ci fosse, per il solo fatto di essere uniti dal sacramento nuziale e quindi essere Presenza viva di Cristo, già coltivare questa amicizia tra voi e Lui e tentare di trasmetterla a chi vi è vicino sarebbe una magnifica missione. Tanto importante che, se mancasse, parrocchie, diocesi e in ultima istanza la Chiesa universale ne risentirebbe pesantemente in negativo.

Pensate a quanti “ecomostri” si trovano in Italia, cioè quegli edifici iniziati ma mai conclusi e che rimangono lì come ruderi a cielo aperto! Non sarà che questo a volte capita alla nostra Chiesa? Il fondamento c’è, lo sappiamo bene dal Vangelo di oggi, ma poi manca il resto, mancano tutte quelle rifiniture (infissi, porte, finestre, arredamenti…) necessari per abitarvi. E voi coppie avete proprio il compito originale di rendere accogliente e confortevole la Chiesa! Che appunto ci si senta amati e attesi, come in casa propria. Non importa se siete più o meno degni, ricordatevi di chi Gesù ci ha messo a capo, ma piuttosto che siate disposti a mettervi in gioco e continuare a provarci.

Cari sposi, per tutto questo che abbiamo visto, è chiaro che la Roccia di Pietro necessita di voi, piccole pietre vive. Gesù ha fiducia in voi e vi chiama ad aderirvi su di essa affinché la Sua Chiesa sia davvero salda in ogni sua parte.

ANTONIO E LUISA

Prendendo spunto dalla riflessione di padre Luca, vorrei aggiungere quanto, per me, Gesù si sia dimostrato un grande pedagogista nello scegliere Pietro. Se Pietro fosse stato perfetto, l’uomo senza difetti, l’uomo che non deve chiedere mai, forse non sarebbe stato un bene. Io sinceramente non avrei potuto identificarmi con la figura di Pietro. Avrei pensato che essere discepoli fosse solo per pochi, non per tutti. È un po’ quello che viene imputato alla Chiesa. La Chiesa? Piena di gente che ne combina di ogni. Eppure questa consapevolezza mi libera dalla mia limitatezza. Io sono povero, limitato, pieno di difetti eppure posso andare bene così. Se Gesù ha affidato la Sua Chiesa a un testone come Pietro, perché non può affidare una piccola chiesa domestica a Luisa e a me? Ed è così che tutte le mie paure e paranoie diventano superabili.

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“Ricordati chi sei, ricordati da dove vieni, ricorda il tuo passato senza subirlo mai”

Cari sposi, sarà anche una canzone di Max Pezzali, ma soprattutto il concetto proviene dalla Sacra Scrittura. Difatti, al popolo eletto, una volta giunto nella Terra Promessa Dio, tramite Mosè, disse: “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente” (Deuteronomio 5, 15). Dopo un favore così grande, il rischio di considerare “normale e dovuto” è molto grande. Al resto poi ci pensa l’onnipresente routine e lo stress e così il gioco è fatto: ci sentiamo i padroni della nostra vita.

La premessa era dovuta perché oggi vediamo un Gesù burbero e caustico. Avrà forse digerito male la cena? Magari il materasso era duro? Pietro ne ha sparata un’altra delle sue? Niente di tutto ciò. Gesù non perde mai il filo del discorso ed è sempre sul pezzo. Ma allora cosa avrà voluto trasmettere a questa mamma disperata e in definitiva a ciascuno di noi anche con tal contegno?

Difficile accettare il messaggio per la nostra (mi ci includo) mentalità buonista e pacioccona incapace ogni tanto di dir di “no”! Come sempre è il contesto che ci schiude il significato. Gesù si è rivolto anzitutto al suo popolo, alla sua stirpe e sarà successivamente lo Spirito che, tramite Paolo, aprirà la Chiesa anche ai non ebrei. Ma quello che è imprescindibile, per gli uni e per gli altri, rimane il fatto che Gesù ci porta un dono che non meritiamo. Lo si può chiedere, lo si può sperare ma non è mai un automatismo.

Gesù ci insegna che la salvezza, la redenzione, il Cielo, la vita eterna, la Grazia… è sempre un regalo da implorare umilmente. Eh lo so che è duro, abituati come siamo ad avere oramai tutto a portata di un “clic”: dalla banca, alla spesa, al lavoro, alla scuola, agli acquisti. Se da un lato “volere è potere”, quando siamo davanti a Dio non funziona più così e subentra la dolce legge della Grazia.

In definitiva il Vangelo di oggi ha un sapore battesimale. Ci ricorda che nella nostra vita c’è stato un prima e un dopo il Battesimo, l’incontro con Cristo, anche se nella maggioranza dei casi l’abbiamo ricevuto da infanti. In definitiva, il Vangelo ci ricorda l’immensa realtà del Battesimo con il quale siamo entrati fisicamente in contatto con Cristo e ne sia divenuti fratelli, figli nel Figlio. Ricevere la grazia della guarigione per la sua bambina, supponeva per questa donna entrare in un rapporto di fede con Gesù, voleva dire quindi cambiare vita, mollare i propri idoli, svuotarsi dell’amor proprio. Ecco perché Gesù si rivela esigente, un tale cambiamento presuppone una volontà decisa e risoluta e Lui non vuole essere trattato come un McDrive ma richiede una conversione continua affinché la Sua Grazia divenga davvero efficace e fruttuosa. Però, quando la sirofenicia dà il minimo segno di umiltà e apertura del cuore, Gesù non si risparmia e le dona ben di più di quanto Gli ha domandato, difatti non solo riceve la guarigione della figlia ma anche la fede stessa. Sei grande Signore!

E voi sposi? Dove vi situate qui? Direi che è giusto che meditiate sulla grandezza del Battesimo ricevuto. Sebbene la stragrande maggioranza di noi sia divenuta cristiana da infanti, ciò non toglie che siamo stati liberati dal male, dalle insidie del maligno, da idoli nefasti. Nel Battesimo, sia dei bambini che degli adulti, è contenuto un esorcismo, anzi per questi ultimi è ancora più forte:

Carissimi candidati, poiché per la vocazione e la grazia di Dio siete decisi ad onorare e adorare lui solo e il suo Cristo e a lui solo volete servire, è questo il momento di rinunziare pubblicamente a quelle potenze che sono avverse a Dio e ai culti con i quali non si onora il vero Dio. Mai, dunque, vi accada di abbandonare Dio e il suo Cristo e di servire ad altre potenze” (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, 80).

Poi, dal vostro essere rinati in Cristo, dal Battesimo, è sgorgato da un Matrimonio Unico e Irripetibile, l’unione ipostatica tra Cristo e la Chiesa, tra la sua carne e quella di ciascuno di noi, come ha scritto molto bene un grande teologo antico: “Negli ultimi tempi Cristo prese da Maria l’anima e la carne. […] Queste sono le nozze del Signore, contratte con una sola carne, perché Cristo e la Chiesa, secondo quel grande mistero, fossero due in una sola carne. Da queste nozze nasce il popolo cristiano, mentre dall’alto discende lo Spirito del Signore” (S. Paciano, Discorso sul Battesimo).

Dal Battesimo infine sgorga un’altra grazia che è il matrimonio sacramentale. Possiate quindi sempre ricordare da dove venite, il vostro retroterra, le vostre catene spezzate, il vostro fango. Non è un invito alla depressione ma un canto di lode alla Misericordia di Dio. Poiché Gesù ha usato tutto questo, non l’ha scartato, l’ha solo lavato con il suo sangue per fare di voi una meraviglia, un prodigio, cioè dare vita, generare e rigenerare continuamente vita attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Quanto ha ragione padre Luca. La nostra fragilità, i nostri errori, la nostra consapevolezza di come eravamo messi quando ci siamo incontrati, non sono stati un freno a sposarci ma al contrario ci hanno aiutato ad avere fede e fiducia. Eravamo due persone cariche di ferite e di idee sbagliate eppure ci siamo sentiti amati da Dio. Ecco! Fare esperienza dell’amore di Dio per te, quando ti senti di non aver nulla da dare se non la tua miseria, cambia la vita. Se ci siamo sposati con fiducia, se ci siamo aperti alla vita con generosità (potevamo averne anche di più) è perchè non contavamo solo sulle nostre forze ma eravamo sicuri della presenza di Dio nel nostro matrimonio.

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Le vere gioie sono dello Spirito

Cari sposi, vi scrivo mentre sto concludendo i miei esercizi spirituali ignaziani che ogni anno ho la grazia di vivere con la mia comunità di sacerdoti. Pensando a cosa scrivervi di attinente alla vostra vita nuziale non mi è venuto altro se non raccontarvi la mia esperienza di questi giorni di vera grazia!

Per me gli esercizi sono un punto di inizio e di arrivo di tutto un anno pastorale. Cerco di farli appunto ad agosto quando in genere gli impegni diminuiscono, la gente è in vacanza, per vivere con Gesù un tempo di incontro più profondo e personale. Venivo carico di preoccupazioni di vario tipo, pure con la “ciliegina sulla torta” dell’alluvione di maggio scorso…  In casi come questi viene spontaneo chiederti: “Signore, dove sei? So che Ti trovi lì ma non ti vedo bene…”.

Parte della metodologia degli esercizi ignaziani prevede saggiamente di riportare alla mente le grazie ricevute. Spesso, in momenti difficili queste ultime diventano come impercettibili e ci concentriamo solo su quello che affetta la nostra sensibilità, ovviamente in senso negativo. Ma quanto è saggio fare verità sui doni che il Signore ci regala! Se apriamo gli occhi e ci lasciamo guidare dallo Spirito iniziamo a valorizzare anche “piccolezze” che in realtà sono doni immensi: la vita, le persone care, l’eventuale salute, la natura… smettendo di darli per dovuti e gonfiando il nostro amor proprio.

Mentre riempivo il foglio di grazie e doni concreti, mi sono accorto che stava mancando qualcosa di molto grosso. Ho chiesto nuovamente luce allo Spirito e subito ho esclamato: “ma che distratto son stato!”. Ben più di cose concrete, il Signore mi dona di continuo beni ancora più grandi e preziosi: il dono dello Spirito, il dono della Sua Risurrezione, il dono dell’Eucarestia, il dono di sua Madre, il dono del sacerdozio e soprattutto l’essere figlio di Dio grazie al Battesimo.

I primi doni sono belli e importanti, giusto farne sempre memoria ed essere riconoscenti. Tuttavia, è pur vero che ci possono essere tolti secondo i misteriosi e sapienti disegni di Dio. Ma i veri beni dello Spirito profumano di eternità e niente e nessuno ce li potrà mai togliere! Sono essi a darci le vere gioie, quelle che solo lo Spirito può effondere.

Perciò, con commozione ho rivalorizzato tutti quei Beni che sono ben superiori ai primi annotati. Aveva proprio ragione san Paolo! Se prima, il suo vanto era di appartenere al popolo eletto, professarsi un fariseo integerrimo, ecc., nel momento in cui incontra Cristo cambia tutto e gioisce di poter: “conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3, 10).

Cari sposi, vi auguro di immergervi anche voi totalmente nella grazia degli esercizi spirituali in coppia. Quante menzogne cadono, quante nebbie si dissipano, quanta verità emerge nella nostra vita! Dio volendo, con il Progetto Mistero Grande, stiamo progettandoli per l’anno venturo. Sono certo che il Signore anela di donarvi un cumulo immenso di regali per la crescita della vostra vocazione nuziale!

Padre Luca Frontali

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Ci sei sempre, nonostante tutto

Cari sposi, pochi giorni fa il Signore ha chiamato a sé Madre Elvira, fondatrice della Comunità Cenacolo. Donna semplice e straordinaria, grazie alla quale il Signore ha ridato vita a migliaia di giovani e famiglie. Vorrei citare per intero una sua testimonianza offerta al Meeting di Comunione e Liberazione nel 2008:

Quando avevo 10, 12, 15 anni, mi vergognavo di parlare della mia famiglia, povera, senza casa. Mio padre (alcolizzato) è quello che ha fatto di me una donna capace di amare. Se papà fosse stato una persona dabbene, una persona affidabile, una persona che guardava la famiglia, che pensava alla famiglia, forse non ci sarei qui, perché in fondo mio padre mi ha insegnato la povertà, l’umiltà. Mi ricordo, veniva a prendermi a scuola in bicicletta, e i ragazzini di 9 anni, in terza elementare, mi dicevano: “Rita, to papà l’e tornà ciuc”, “Tuo padre è di nuovo ubriaco”. E io mi stringevo il cuore e con la cartella, con la testa bassa, me ne venivo via, veloce. Tutte cose che quando sono diventata adulta le ho pensate, e per tanto tempo mi sono vergognata di parlare di mio padre, di parlare della mia famiglia. Oggi ringrazio mio padre, perché mi ha insegnato la vita, la concretezza della vita, anche quando aveva bisogno delle sigarette e in piena notte mi svegliava: “Vamm’ accattà le sigarette” e non potevo dire no. Avevo paura, perché dovevo passare in posti dove c’erano gli alberi e vento e di notte, e correvo, correvo, correvo. Tutte queste cose, mi ricordano, mi dicono: com’è stato saggio mio padre, lui non lo sapeva ma intanto ha formato me all’ubbidienza, perché non potevo dire no al sacrificio, perché qualche volta d’inverno faceva freddo, avevo paura, il buio, lui non si curava, perché non era in sé, per il vino. Oggi dico grazie alla Divina Provvidenza che mi ha dato un padre così, perché se non avessi fatto quei sacrifici, ripeto, forse oggi non sarei qui in mezzo a voi. Ritengo che mio papà sia stato il primo drogato che la Divina Provvidenza mi ha messo fra le braccia”.

Strano vero? Dietro una donna così tutti penserebbero a genitori amorevoli e presenti… Eppure, il Signore aveva un altro piano. Analogamente, la Parola di oggi ci mostra un Gesù che provoca una scena drammatica per i suoi discepoli. Se c’è Uno che può prevedere il futuro e con esso gli eventi atmosferici è proprio Gesù. Lui sa bene che ci sarà una tempesta sul lago e, ciò nonostante, “costringe” gli apostoli a prendere il largo e andarci dritti contro. Impressionante!

Sappiamo che nella Bibbia il mare è un rimando simbolico al male, al peccato. Ciò che avviene qui ha il ricordo del passaggio del Mar Rosso, una scena simile in cui Dio spinge Mosè e il popolo ad oltrepassarlo per raggiungere la Terra Promessa. Potremmo quindi dire che, più che a un male oggettivo, il Signore sta incalzando i suoi verso una nuova tappa di vita, verso un cambiamento radicale e questo per forza passa dalla tempesta.

Non è forse vero che nella vita ci sono tanti snodi e passaggi che non vorremmo affrontare? Ma è necessario andare oltre la propria zona di comfort, accogliere la scomodità di un cambiamento, se vogliamo crescere nella fede personale e di coppia, nella relazione sponsale, nella capacità educativa. È commovente constatare che il centro di tutta la scena non sono le onde o la paura dei discepoli bensì quella voce forte e nitida che essi udirono nonostante il trambusto: “Sono io”. Qui vi è un chiaro riferimento a ciò che visse Elia sull’Oreb ma soprattutto a Mosè sul Sinai. Come a dire: “sono io che comando, ho io il controllo di tutto ciò che ti sta accadendo, sono più forte di ogni tempesta”. Il messaggio più bello di questo Vangelo è che Cristo è più grande di ogni mia paura ed angoscia. Ma, affinché lo capiamo, Lui ci porta e ci attende nel bel mezzo delle nostre paure affinché impariamo a fidarci.

Dinanzi alle prove che voi sposi affrontate, impariamo da Pietro il quale istintivamente si stava concentrando solo sui suoi problemi e li voleva risolvere da solo finendo così per affondare. Guardando invece a Cristo, per quanto i problemi siano reali, voi coppia potrete “camminare sulle acque” e fare esperienza di Cristo anche nel bel mezzo di una tempesta.

Cari sposi, come ai giovani riuniti nella GMG, anche oggi Gesù, tramite Francesco, vi incoraggia a trovarLo proprio nelle vostre burrasche: “vorrei guardare negli occhi ciascuno di voi e dirvi: non temete, non abbiate paura. Di più, vi dico una cosa molto bella. Non sono più io, è Gesù stesso che vi guarda ora, vi guarda, Lui che vi conosce, conosce il cuore di ognuno di voi, conosce la vita di ognuno di voi, conosce le gioie, conosce le tristezze, i successi e i fallimenti, conosce il vostro cuore. E oggi Lui dice a voi, […]: «Non temete, non temete, coraggio, non abbiate paura!»” (Omelia, 6 agosto 2023).

ANTONIO E LUISA

Ringrazio padre Luca per averci proposto questo aneddoto personale di suor Elvira. Mi ha tolto un grande peso dalle spalle. Io, che mi considero un genitore che commette una quantità enorme di errori con i figli, avevo bisogno di queste parole. Il tema del Vangelo è quindi la paura. Credo che a volte la paura della tempesta sia peggiore anche della tempesta stessa. Quanti non si sposano per paura di incontrare la tempesta, che le cose poi non funzionino. Per paura, non si mettono nemmeno sulla barca. Gesù invece ci spinge su quella barca. Ci invita a prendere il largo, a scommettere tutta la nostra vita per amore. E se la tempesta arriverà, ci sarà Lui con noi. Coraggio!

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Un tesoro da svelare

Cari sposi, si narra che in un piccolo paese della Thailandia ci fosse un imponente statua di Buddha composta di fango e alta quasi tre metri. Per generazioni era stata considerata sacra dagli abitanti del luogo. Un giorno, a causa della crescita della città, decisero di spostarla in un posto più appropriato. Questa delicata operazione fu affidata ad un monaco, il quale, dopo un’attenta pianificazione, iniziò la sua missione. Sfortunatamente, nello spostare la statua, questa scivolò e cadde, rompendosi in diverse parti.

Pieni di tristezza, il monaco ed i suoi collaboratori decisero di passare la notte meditando sulle possibili alternative. Furono delle lunghe ore, oscure e piovose. Il monaco, invece di disperarsi, puntava a cercare una via d’uscita. Improvvisamente, osservando la scultura infranta, notò che la luce della sua candela si rifletteva attraverso le fessure della statua. Pensava che fossero le gocce di pioggia. Si avvicinò alla crepa e notò che sotto il fango c’era qualcosa, ma non ero sicuro di cos’era. Si consultò con i suoi colleghi e decise di affrontare un rischio che sembrava una pazzia: chiese un martello e cominciò a rompere il fango, scoprendo che sotto di esso si celava un Buddha d’oro massiccio di quasi tre metri di altezza. Per secoli questo bellissimo tesoro era stato coperto dall’ordinario fango. Gli storici trovarono le prove che dimostravano che, in quell’epoca, il popolo stava per essere aggredito dai banditi. Gli abitanti, per proteggere il loro tesoro, lo avevano ricoperto di fango affinché sembrasse comune e ordinario.

La festa di oggi è fondata sulla volontà di Gesù di mettere in luce la sua vera identità: il Figlio Consostanziale al Padre, Dio fatto uomo. Un evento importante, in vista delle durissime prove a cui la fede degli apostoli sarà sottoposta. Analogamente, potremmo dire che per voi sposi questa festa rappresenta l’esplicitare della vostra vera identità. È pur vero che siete un uomo e una donna normali, uniti in matrimonio. Ma sotto queste apparenze, si cela in ciascuno di voi, pur con fragilità, meschinità, peccati… la Presenza di Cristo Vivo. Ecco il Tesoro che contenete! Ma quanto spesso ve lo dimenticate e vi fissate solo su quella sottile patina di fango che ricopre l’oro! Tuttavia, è un Tesoro che non resta scisso da voi, al contrario, vi può a sua volta trasformare in tesoro, se vi rendete conto di quanta bellezza c’è nel vostro amore, nella vostra differenza maschile e femminile, nella vostra capacità di amare.

San Giovanni Paolo II ha scritto: “L’insegnamento della Lettera agli Efesini stupisce per la sua profondità e per la sua forza etica. Indicando il matrimonio, ed indirettamente la famiglia, come il «grande mistero» in riferimento a Cristo e alla Chiesa, l’apostolo Paolo può ribadire ancora una volta quanto aveva detto in precedenza ai mariti: «Ciascuno, da parte sua, ami la propria moglie come se stesso». Aggiunge poi: «E la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5, 33). Rispettosa, perché ama e sa di essere riamata. È in forza di tale amore che gli sposi diventano reciproco dono. Nell’amore è contenuto il riconoscimento della dignità personale dell’altro e della sua irripetibile unicità: ciascuno di loro, infatti, in quanto essere umano, tra tutte le creature della terra è stato scelto da Dio per sé stesso; ciascuno però, con atto consapevole e responsabile, fa di sé libero dono all’altro e ai figli ricevuti dal Signore” (Lettera alle famiglie 19) e questo porta come conseguenza che “La stupenda sintesi paolina a proposito del « grande mistero » si presenta come il compendio, la summa, in un certo senso, dell’insegnamento su Dio e sull’uomo, che Cristo ha portato a compimento”.

Detto con parole semplici, l’amore nuziale tra uomo e donna, trasfigurato dal sacramento del Matrimonio, significa nientemeno che l’Amore che Dio ha riservato e riversato su ciascuna persona fin dall’eternità. Voi siete portatori di questo dono e Gesù vi chiama, parimenti a come fece Lui oggi sul Tabor, a rivelarlo e svelarlo nella vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Io e Luisa abbiamo nel nostro cuore la potenzialità di amare come Dio. Tutti gli sposi del mondo hanno questa grande occasione. Ma come è possibile? Io mi conosco. So i miei limiti. Conosco le mie cadute, i miei peccati, le mie fragilità. Eppure so che posso essere trasfigurato da Dio, per mezzo proprio del sacramento del matrimonio. Don Renzo Bonetti spiega molto bene questa trasfigurazione. Noi sposi siamo come una piccola goccia d’acqua. Quella è la nostra capacità di amare. Don Renzo dice che questa goccia può anche essere non tanto pura, può essere un po’ sporca. Con il sacramento del matrimonio cosa accade? Questa piccola goccia che siamo noi con il nosro amore diventa parte dell’oceano dell’amore di Dio. Resta una piccola goccia ma acquisisce la forza dirompete dell’oceano intero. Una goccia che diventa bella come l’oceano. Così nelle nostre miserie quotidiane possiamo essere capaci di mostrare l’amore trasfigurato di Dio.

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Sposi, perennemente nella GMG

Cari sposi, siamo nel pieno della GMG di Lisbona, iniziata lo scorso martedì e che si concluderà domani. Quanti ricordi evoca questa ricorrenza! Immagino che voi come me avrete partecipato almeno ad una delle edizioni passate e probabilmente avrete incontrato fatto l’esperienza di un Gesù vivo ed entusiasmante.

Nei discorsi del Papa o nelle domande poste dai giovani si nota la realtà attuale. Temi come l’ecologia, la guerra, la disabilità, le varie forme di disagio, il senso della vita… sono emersi in vario modo ed è giusto che sia così affinché la fede cristiana si incarni nell’oggi. Mi ha particolarmente colpito una frase del Papa, contenuta nel messaggio iniziale, scritta qualche mese fa e che riassume il filo rosso di tutto l’evento, ossia il viaggio di Maria verso la casa di sua cugina Elisabetta:

Cari giovani, è tempo di ripartire in fretta verso incontri concreti, verso una reale accoglienza di chi è diverso da noi, come accadde tra la giovane Maria e l’anziana Elisabetta. Solo così supereremo le distanze – tra generazioni, tra classi sociali, tra etnie, tra gruppi e categorie di ogni genere – e anche le guerre. I giovani sono sempre speranza di una nuova unità per l’umanità frammentata e divisa. Ma solo se hanno memoria, solo se ascoltano i drammi e i sogni degli anziani. «Non è casuale che la guerra sia tornata in Europa nel momento in cui la generazione che l’ha vissuta nel secolo scorso sta scomparendo» (Messaggio per la II Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani). C’è bisogno dell’alleanza tra giovani e anziani, per non dimenticare le lezioni della storia, per superare le polarizzazioni e gli estremismi di questo tempo” (Messaggio per la XXXVII giornata mondiale della gioventù).

Noi non siamo più giovani ventenni, per noi la vita ha preso una direzione concreta, abbiamo già fatto scelte definitive, siamo padri e madri, nella carne o anche solo nella fede. Parlare qui di GMG può sembrare piuttosto un po’ romantico per i ricordi che ci riporta ma cosa può dire a noi questo evento? Bello pensare di essere là a Lisbona ma forse quel tempo è passato e oramai siamo alle prese con figli o nipoti ed abbiamo bel altro da fare. Tuttavia, come sposi, anche voi siete chiamati, come ha appena scritto Francesco nel messaggio inaugurale, a mettervi in viaggio ogni giorno. Difatti, grazie al Papa si è coniata l’espressione “Chiesa in uscita” ma purtroppo la si comprende in modo riduttivo, come se implicasse solamente il dover viaggiare o spostarsi verso certi luoghi in cui vivere la missione specifica.

Impressionante ciò che ha detto il Concilio su voi sposi: “ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del Matrimonio” (Gaudium et spes, 48). Cioè, non siete voi sposi che dovete andare chissà dove per vivere la vostra missione, voi siete già Chiesa in uscita perché è proprio tramite il vostro sacramento vissuto che Gesù viene incontro ad ogni persona che vi vede.

La presenza di Cristo in voi sposi è del tutto particolare, è un Gesù che vuole amare qui ed ora ogni persona che toccate. Ditemi se questa non è Chiesa in uscita! E soprattutto ditemi se non è fondamentalmente il prolungamento di quanto il Papa vuole trasmettere ai giovani: essere portatori di Cristo. Voi già siete pienamente coinvolti in questo mistero di Amore trinitario che circola nella vostra relazione di coppia e che solo cerca di rendersi sempre più visibile e diffuso in voi e attorno a voi.            

Quindi cari sposi, guardando quelle immagini di tanti ragazzi e ragazze che sprizzano gioia, non sentitevi per nulla estranei o nostalgici ma assolutamente coinvolti nella stessa missione che Gesù continua a deporre ogni giorno nelle vostre mani: mettervi in viaggio per esportare il Suo amore.

padre Luca Frontali

Noi due scelti in Cristo

Cari sposi, nel bel mezzo dell’estate, il Signore vi conceda davvero momenti di riposo e di rigenerazione fisica e spirituale.

Il Vangelo di oggi ha per me un valore assai importante perché è quello che mi ha fatto dire di “sì” a Gesù tanti anni fa. Camminando sul litorale nei pressi di Ostia, durante il corso di discernimento spirituale, e notando varie conchiglie sul bagnasciuga mi resi conto che davvero Lui voleva essere la mia perla preziosa, per cui valeva davvero donare tutta la mia vita. Le letture di oggi hanno al centro il tema di saper scegliere, di avere la saggezza e sapienza per prendere la decisione giusta in ogni momento. Così come il re Salomone chiese quanto di meglio poteva esprimere al Signore, così anche quel mercante di perle e quei pescatori che fanno la cernita sul pescato.

Per voi sposi, il consenso reciproco è stato il coronamento di una scelta lungamente meditata e valutata. Sapete bene che esso si ripete ogni giorno, non può e non deve rimanere un ricordo nostalgico ma esige di essere rivissuto ogni giorno nella libertà. In effetti, la vita matrimoniale ha vari alti e bassi, colpi di scena, mutamenti inaspettati. Dinanzi ad ognuno di essi è importante ripetere la propria scelta davanti al Signore, come dice anche Papa Francesco: “Nella storia di un matrimonio, l’aspetto fisico muta, ma questo non è un motivo perché l’attrazione amorosa venga meno. Ci si innamora di una persona intera con una identità propria, non solo di un corpo, sebbene tale corpo, al di là del logorio del tempo, non finisca mai di esprimere in qualche modo quell’identità personale che ha conquistato il cuore. Quando gli altri non possono più riconoscere la bellezza di tale identità, il coniuge innamorato continua ad essere capace di percepirla con l’istinto dell’amore, e l’affetto non scompare. Riafferma la sua decisione di appartenere ad essa, la sceglie nuovamente ed esprime tale scelta attraverso una vicinanza fedele e colma di tenerezza” (Amoris Laetitia 164).

Tuttavia, la cosa bella di questa scelta di voi sposi non è tanto il fatto che la prolungate nel tempo bensì che essa è in realtà conseguenza di un’altra scelta: la scelta che Cristo ha fatto nei vostri confronti. Che pace, che serenità, che gioia sapere che il nostro “sì” è sostenuto perennemente da un “SÌ” eterno e indissolubile. Cristo si è legato a voi per sempre e non smette di ripetere la sua scelta nei vostri confronti, Lui che è “inizio e compimento del vostro amore” (Rito del matrimonio 71).

Non temete di ripetervi e rinnovarvi sempre il vostro “ti amo”, anche quando non ve la sentite o ci siano motivi anche validi per prendere le distanze. Alle vostre spalle c’è Gesù che immancabilmente vi darà sempre nuovo slancio e vigore perché siate eco del Suo amore per voi.

ANTONIO E LUISA

La promessa matrimoniale non è scritta in modo superficiale ma ogni parola è meditata e scelta con cura. Noi abbiamo promesso di amarci non per tutta la vita ma, e cito la formula, di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. C’è una differenza non da poco. Come espresso benissimo da padre Luca, noi ogni giorno siamo chiamati, nella nostra libertà, a scegliere la persona che abbiamo accanto. Nessuno ci obbliga, non ci obbliga il vincolo, non ci obbliga la Chiesa, non ci obbliga neanche Dio. Siamo noi che riconosciamo che l’amore per quella persona e la fedeltà alla promessa (quando si fa fatica a sentire l’amore) sono la via per la nostra salvezza e per incontrare Dio.

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Gli spaghetti alla zizzania

Cari sposi, il contesto di questo capitolo è un insieme di parabole in cui si parla di semina e raccolta, di pesca, di lievito, di tesori e di perle. Sono svariate immagini, vicine alla sensibilità di quelle persone semplici e senza una grande formazione, che Gesù usa per spiegare in cosa consiste il Regno di Dio.

Oggi al centro c’è il grano e la zizzania e mi impressiona la saggezza di Gesù nell’utilizzare questo paragone per introdurci al senso profondo di come nel Regno di Dio si possa insinuare il male. Un’interpretazione classica di questo brano è di come la Chiesa deve fare i conti con le forze del maligno nella storia, da cui la pazienza per i credenti nel sopportare il male ed attendere il giudizio finale, ecc. Ma credo che ci sia anche una lettura nuziale molto interessante. Difatti, cosa è nel fondo la zizzania? La zizzania, anche detta “loglio cattivo”, è una pianta erbacea simile al frumento al punto che, nella fase ancora verdeggiante, è difficile distinguere. Esso cresce in forma spontanea e si insinua anche nei campi coltivati, confondendosi così con il grano.  Tuttavia, nuoce ai vegetali che vi crescono assieme, e soprattutto, se mai venisse colta e usata come cibo, avrebbe un effetto tossico. Quindi, niente spaghetti alla zizzania!

Ma che genio ha avuto Gesù nell’usare questa immagine! È esattamente ciò che fa il Maligno nella nostra vita. Agire in modo subdolo e surrettizio, passare inosservato per poi, una volta dentro al nostro modo di vivere, svelare tutto il suo carico malefico. Oggi si moltiplicano i tipi di famiglia, esattamente come i generi di sesso. La famiglia, immagine e somiglianza della Trinità, composta da uomo e donna, viene imitata se non scimmiottata da altri modi di convivenza. Qui il binomio frumento-zizzania ci sta tutto. Certamente non intendo invocare nessuna crociata contro qualcuno. Si tratta di chiamare le cose per nome e saper interpretare i segni dei tempi in modo evangelico per capire cosa succede e saper stare, come starebbe Gesù, nel tempo di oggi.

Ma questo appunto resterebbe del tutto sterile e farisaico se il richiamo del Vangelo odierno per voi coppie non divenisse piuttosto quello di prevenire la zizzania, esattamente come qualsiasi coltivatore, di ieri e oggi, fa per avere una raccolta abbondante di puro grano. Come? In quale modo? Abbiamo visto che il loglio è assolutamente infecondo, mangiarlo non nutre, anzi, porta gravi conseguenze. Il mondo ha un estremo bisogno di vedere che voi coppie credenti, voi frumento seminato dal Signore, siete fecondi, cioè sapete trasmettere quello per cui Lui vi ha voluti assieme, e cioè Amore Divino. La zizzania abbonderà ovunque finché due cristiani si sposeranno solo per stare bene, per installarsi nella loro comodità. O peggio, se due cristiani si uniranno per poi vivere il matrimonio seguendo l’andazzo del mondo.

I semi di grano in realtà sono i semi dell’amore alla Cristo, un amore che sa dare tutto fino a morire per l’altro. Il grano buono per voi coniugi è il vero amore tra marito e moglie, quello cioè che “implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino”. È solo in questo amore che “Cristo Signore viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio e con loro rimane” dal momento che “nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità” (Amoris Laetitia 67).

Cari sposi, sia che viviate una situazione di crisi o che abbiate il vento in poppa, siate certi di essere grano buono e di contenere un alto grado di fecondità sempre a patto che mettiate Cristo al centro della vostra vita personale e di coppia.

ANTONIO E LUISA

Il nostro cuore contiene frumento buono e zizzania. Abbiamo nel cuore entrambi. Abbiamo il male e il bene. Sarebbe ingiusto verso noi stessi, e ancor di più verso nostro marito o nostra moglie, pretendere un cuore coltivato solo con seme buono. L’importante è non permettere alla zizzania di avvelenarci. Lasciamo che il seme buono cresca e possa renderci fecondi nonostante l’imperfezione che ci costituisce e gli errori che possiamo fare.

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Estate, tempo di crescita e formazione

Cari sposi, due anni fa Papa Francesco, durante un Angelus estivo, diceva così:

Se impariamo a riposare davvero, diventiamo capaci di compassione vera; se coltiviamo uno sguardo contemplativo, porteremo avanti le nostre attività senza l’atteggiamento rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi, le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci” (18 luglio 2021).

Ho avuto la grazia di partecipare a una vacanza formativa, organizzata dal Progetto Mistero Grande e devo dire che il Papa ha proprio ragione. Per tante coppie, paradossalmente, i figli, specie se piccoli, possono trasformarsi, senza alcuna malizia, in una sorta di ostacolo alla propria crescita umana e spirituale. Si era partiti, nella vita matrimoniale, con le migliori intenzioni ma poi, dopo qualche anno, eccoci stanchi, stressati, prosciugati nelle energie mentali e fisiche arrivando a sera senza la forza nemmeno di guardarsi in faccia e dirci: “come stai?”. Il ménage familiare può veramente “divorare” mente, anima e cuore, se non ci sono momenti di stacco e recupero.

Difatti, il vero riposo è anzitutto la pace del cuore, o come direbbe S. Agostino: “la pace è la tranquillità dell’ordine” (La Città di Dio, 19, 13: PL 41, 640), dove l’ordine è mettere Dio al centro e poi per una sana gerarchia di valori, tutto il resto al suo posto. Che posso dirvi di quanto ho vissuto? Che quando una coppia mette (o rimette) Gesù al centro della propria vita, e nella coppia, allora si riposa davvero, anche se si è con i figli che piangono e fanno la lagna.

Sono davvero colpito da tutte le coppie convenute, perché hanno avuto il coraggio di fare le ferie in modo alterativo, dando a Gesù facoltà di parlare e di essere ascoltato; di mettersi in gioco in un dialogo profondo in coppia, come probabilmente non si faceva da anni; di confrontarsi con altre coppie in piccoli gruppi di condivisione; di aprirsi nella direzione spirituale e confessione con i sacerdoti presenti; di farsi coinvolgere dagli insegnamenti e catechesi. La meravigliosa natura che ci circondava, la Val di Fassa, con il suo incanto e la sua freschezza, non ha che propiziato ancora di più i frutti che Gesù voleva donare a ciascuno di loro.

Vi invito di cuore, cari sposi, ad approfittare dell’estate per fare attività simili, ciascuno secondo il proprio percorso. Ho visto tanta sete di Dio, di crescere, di non conformarsi con quanto fatto finora. È l’augurio che faccio anche a voi, perché la vostra coppia continui a camminare verso la propria pienezza vocazionale.

padre Luca Frontali

Noi e la Parola fatta Carne

Cari sposi,

un mio confratello sacerdote, da seminarista, in colloquio con il padre spirituale disse: “Padre, ma a me il Signore non parla!” Senza scomporsi quest’ultimo lo guarda e gli iniziò a fare una serie di domande: “Stamattina ti sei alzato?”, “Hai fatto colazione?”, “Ti sei accorto di avere una casa?” Ed altre domande simili, per poi concludere: “Il Signore ti ha già detto diverse cose tramite la realtà, forse sei tu che non ascolti bene”.

Già, l’ascolto. Fiumi di inchiostro si sono spesi per sviscerare questo argomento in chiave interpersonale ma poco nei confronti del Signore. In questa Parola odierna, Gesù esprime tutto il suo desiderio profondo di aprire la nostra mente e il nostro cuore perché finalmente possiamo entrare in piena empatia e dialogo con Lui. Quanto è importante questo! Personalmente ho incontrato svariate coppie che vivono all’oscuro della Parola di Gesù, che non sanno, come quel seminarista, quanto Gesù stia tentando di connettersi con loro. Gesù è un innamorato matto di ciascuna di voi coppie, si è già unito a voi sacramentalmente per cui vi considera realmente come la sua Sposa. E da Sposo affascinato dalla Sposa vorrebbe ogni giorno avere con lei un colloquio intimo, affettuoso. Ve ne rendete conto di Chi vi sta parlando e quanto ci tiene anche solo a un saluto, un atto di affidamento, una richiesta di aiuto…

Parliamo qui di un rapporto sponsale con Gesù, in coppia, non solo a livello personale. Vediamo allora come, in base alla parabola del Vangelo la coppia può porsi in relazione alla Parola viva che è Cristo. Una coppia può essere “strada”. Vuol dire che è chiusa, impenetrabile alla Parola. Ci sono eventualmente peccati gravi od ostacoli alla Grazia che rendono il sacramento del matrimonio bloccato e non fruttuoso.

Oppure una coppia può essere “terreno sassoso”, che si traduce in una vita spirituale superficiale, mediocre, di modo che il rapporto con lo Sposo è epidermico e quindi le difficoltà, invece di rafforzare, indeboliscono il legame con Lui.

Infine, ci sono le coppie immerse tra i “rovi”. Se ci fate caso i rovi non crescono mai sulla strada e nemmeno tra i sassi (si seccherebbero con il sole) ma solo sulla buona terra. Forse questo è il caso più comune: coppie che si sforzano di vivere con Gesù e in Gesù la propria vita nuziale ma ecco che arrivano un sacco di distrazioni (siano il lavoro, il mutuo, i figli da crescere, la salute di papà e mamma…) ed esse finiscono col prendere il sopravvento. Per chi ha un minimo di dimestichezza con l’orto, sa che le erbacce (a cui possiamo accomunare tranquillamente i rovi) sono di fatto ineliminabili, o meglio, dobbiamo sempre sradicarle e toglierle al tempo stesso che coltiviamo le verdure e i frutti. Così è la vita di coppia con Gesù, è un continuo cercarLo, ascoltarLo, parlarGli e al tempo stesso coabitare pazientemente con ciò che vorrebbe allontanarcene.

Finisco con un accenno alla prima lettura che si coniuga molto bene con il Vangelo. Lo Sposo ha mandato in voi la Sua Parola e non cessa di agire ed operare in voi affinché Essa dia frutto. Questo vi basti per non scoraggiarvi mai per tutti gli ostacoli che ci sono sul cammino, certi di poter coronare il vostro sogno: crescere ogni giorno nell’amore e in una relazione vitale con lo Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il terreno buono non è questione di fortuna. Sant’Agostino diceva che i cristiani che sono terreno buono sono quelli che sono consapevoli di essere stati strada, sassi e rovi. Solo affrontando le proprie fragilità e i propri peccati si può diventare terreno buono. Una terra che in partenza non ha nulla più delle altre, ma che è stata preparata bene, che non è impermeabile. È una terra dove, con tanta fatica, sono stati tolti sassi e spine. Una terra quindi feconda. Dove non resta che dare il nostro poco e lasciare spazio a Lui, il seminatore che trasformerà il terreno del nostro matrimonio in un giardino meraviglioso.

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Soggiogati da Cristo

Cari sposi,

            oggi Gesù ci mette davanti un oggetto oramai relegato a vecchie case di campagna o ai musei della civiltà contadina. Il giogo, strumento fondamentale per realizzare l’aratura dei campi, oggi totalmente rimpiazzato da trattori e aratri. Perché mai Gesù parla di “giogo”? Come ci insegna San Paolo, esso era il simbolo di tutta la legge ebraica a cui ogni fedele era chiamato ad osservare. Se noi ci lamentiamo dei 10 comandamenti, figurarsi gli ebrei con i 613 mitzvòt da mettere in pratica! È chiaramente quasi impossibile ma appunto questo era il piano di Dio, cioè, mettere in evidenza la nostra debolezza, non per umiliare ma per condurci a riconoscere la nostra fragilità.

Fin qui, in due parole, il senso originale del simbolo del giogo. Eppure, esso ha un potentissimo valore nuziale e, preso nel contesto del cap. 10 e 11 di Matteo, offre una connotazione stupenda per voi sposi. Poco prima Gesù ha appena detto che la rivelazione del Mistero di Dio, cioè della relazione tra Padre e Figlio nello Spirito non è una conquista personale ma un dono gratuito e libero di Dio stesso. Non è il solo sforzo umano che può farci entrare in Dio ma è Lui che ce lo concede perché è infinitamente buono e misericordioso. Chi è che ha la chiave per accedere alle intimità della Trinità se non voi sposi, che Ne siete l’immagine? Voi che avete il dono di riflettere le caratteristiche dell’unità e distinzione di Dio, con la vostra unione tra uomo e donna?

Questo non avviene ipso facto per essere credenti o per essersi sposati in chiesa e quindi formar parte dei “bravi” ma bisogna prima divenire poveri in spirito. Chi sono le persone per cui Gesù oggi gioisce e si rallegra di avere attorno a sé? Sono gli afflitti, gli stanchi, gli sfiniti, quelli che stanno toccando il fondo ed accettano di essere aiutati, coloro che hanno compreso di non bastarsi più e quindi di dover essere sollevati da un Altro. Quando vi trovate in queste circostanze esistenziali, non è una maledizione perché nel fondo siete nelle condizioni migliori per entrare in relazione con Dio!

Ecco allora che il “giogo” si comprende qui come una magnifica chiave ermeneutica del matrimonio. Il “coniugio” o matrimonio, infatti, è il portare assieme il giogo, “cum-iugum”. Subito si può pensare che voi facciate le veci dei buoi, tuttavia, il paio è formato anzitutto da Cristo Sposo e poi ci siete voi coppia come Sua Sposa. Vediamo, perciò, uno che ha capito bene di essere, con la propria moglie, unito sacramentalmente a Cristo nel matrimonio. Si tratta di Tertulliano, uno dei teologi dei primi secoli: “Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»” (Tertulliano «Ad uxorem», II; VIII, 6-8: CCL I, 393).

Così, voi coppia formate una sola carne per poi divenire uniti a Cristo nel matrimonio. Ogni volta che percepite la fatica di stare assieme e tirare avanti la baracca della coppia e della famiglia, pensate questo: Lui sta spingendo molto più di voi, sudando e soffrendo con voi ogni giorno, e la cosa bella è che non vi mollerà mai.

ANTONIO E LUISA

Vorrei completare la bella riflessione di Padre Luca con una testimonianza personale. Io credo che i piccoli citati dal Vangelo non siano gli stupidi o gli ignoranti. Sono le persone che non pretendono di poter comprendere tutto per fidarsi ed avere fede. I piccoli sono quelli che scorgono una bellezza e si abbandonano ad essa. Per noi è stato così. Io non avevo capito tante cose che la Chiesa mi stava chiedendo. Non capivo la castità, non capivo l’indissolubilità, non capivo tante altre cose, ma Luisa ed io ci siamo fidati ed affidati e abbiamo fatto esperienza della bellezza e in quell’esperienza abbiamo finalmente capito come Gesù non ci chiede fatiche inutili ma ci chiede ciò che serve per vivere un amore pieno ed autentico.

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Famiglia diventa ciò che sei, con l’Eucarestia

Cari sposi,

            ritorno su un tema che Ettore ha già trattato qualche giorno fa. Entrambi, infatti, abbiamo partecipato al XII convegno pastorale teologico che il Progetto Mistero Grande organizza annualmente. Vorrei restituire un po’ i doni e le grazie che ho ricevuto in quei giorni e che sto ancora assimilando e meditando nel mio cuore. Fondamentalmente ho percepito la Presenza di Gesù in mezzo a noi, in forza certamente dell’Eucarestia che abbiamo messo al centro, ma anche grazie a voi sposi che siete il prolungamento del Suo essere nel mondo, voi che “rendete manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore” (Gaudium et Spes 48).

Attività come questa non sono per pochi eletti, per chi viene raccomandato dal proprio vescovo o possiede un titolo in teologia. Sono felice di avere convissuto con sposi molto semplici, gente comune, che però non si accontenta e vuole crescere nella fede come coniugi. Ho proprio visto, durante quei giorni, lievitare la grazia del matrimonio. Che bisogna fare per crescere e andare oltre il tran tran di ogni giorno?

Anzitutto bisogna conoscere la grazia che Gesù vi ha donato. Non mi vergogno di dirvi che da quando sono in questo percorso con le coppie, ho imparato cose che i libri di teologia non mi avevano dato. Così, sono state dette cose meravigliose sul rapporto tra matrimonio ed Eucarestia, a partire dalla Scrittura, dalla storia della Chiesa, dalle catechesi di Giovanni Paolo II… il matrimonio è una miniera di perle preziose che svelano la grandezza di Dio Trinità! Come vorrei che possiate non dico bere ma tracannare l’acqua di questa sorgente perenne!

Ma noi non siamo credenti razionalisti, che pensano che la fede consista in tante belle nozioni apprese. La verità che Gesù ha svelato sul matrimonio va poi contemplata in ginocchio. Ecco allora che l’Eucarestia diventa lo specchio dinanzi al quale gli sposi vedono il loro vero volto. Se marito e moglie si fissano su quello che non va in loro, stanno solo cominciando la lunga e lenta discesa verso la morte della coppia. È piuttosto Gesù che nell’Eucarestia rivela l’altissima vocazione degli sposi di essere un corpo vivo, donato per amore. Quindi, quanto è importante contemplare e lasciarsi stupire dal dono di queste verità che non ce le siamo date noi ma che discendono dal Cielo. Che meraviglia è stata poter vivere due adorazioni con un taglio nuziale e percepire quanto Gesù desideri “uscire” da quell’Ostia per continuare ad incarnarsi ancora oggi in ciascuno di voi!

E infine tutto ciò va vissuto e condiviso. Non si può essere coppia in solitario, non si vive il matrimonio per sé stessi, rinchiusi al calduccio della propria casa ma è stato bellissimo vedere gli sposi assieme che condividono ciò che sono, la propria fede, la propria vita, le attese, speranze, difficoltà. Ci vogliono momenti così, in cui ci si rende conto di essere tutti un unico Popolo in cammino, a prescindere da appartenenze ecclesiali, gruppi, carismi… Quanto è necessario che gli sposi si uniscano tra loro in forza del sacramento ricevuto, prima ancora di altre “suddivisioni” e questo si è colto molto bene ad Assisi. Non mi resta che augurarvi di continuare anche voi, nella vostra ferialità, a crescere nella conoscenza della Grande Bellezza che vi è stata data, nel contemplarla per stupirvi del Dono e infine nel condividerla con altre coppie, formando un corpo unito.

padre Luca Frontali

Signore Dio, nella semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto

Cari sposi,

chi di voi non ha mai scherzato con uno dei vostri figli con la domanda: “vuoi più bene a papà o mamma?”. Ci sono dei simpatici reels su Instagram con risposte esilaranti… ma di per sé è una domanda mal posta. Pare però che oggi Gesù ci stia mettendo un po’ nella stessa situazione e non sta scherzando affatto.

Difatti, nella logica del Regno “si dà un superamento dei legami familiari nell’amore per il Messia. Il verbo usato per amare (il padre o la madre, il figlio o la figlia) è quello che designa l’amore naturale (philéo), non quello teologale (agapáo). L’amore paterno, fraterno, filiale, dev’essere trasceso dalla dilezione divina che si è manifestata nel Messia” (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo). A ben vedere Gesù non sta mettendoci con le spalle al muro. Se pensiamo a quello che per noi hanno detto i nostri genitori, padrini/madrine nel Battesimo, troviamo solo conferme.

Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti ha liberato dal peccato e ti ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, unendoti al suo popolo; egli stesso ti consacra non il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, tu sia sempre membro del suo corpo per la vita eterna” … “N. sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo”.

Siamo di Cristo, Gli apparteniamo, ne siamo diventati consanguinei… è chiaro che Lui si aspetti ora molto, moltissimo da noi. Qui però non si tratta di fare freddo calcolo di gerarchie e priorità nei rapporti ma di permanere in una relazione vitale ed esistenziale. Cosa c’è in gioco infatti? La priorità da donare a Cristo è necessaria se vogliamo amare davvero i nostri cari. L’amore di Cristo è infatti partecipativo, cioè, coltivando una profonda relazione con Lui ricevo il dono di divenire un vero strumento di amore per chi mi sta vicino, il suo è un Amore performante che lentamente mi trasforma in Lui. Come diceva Santa Teresina di Gesù: “Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me” (Storia di un’anima).

Per questo nel nostro cuore, nelle sue profondità recondite, deve esserci una sincera dimensione filiale-sponsale nei confronti di Cristo, prima di ogni altra relazione. È quanto ha fatto Abramo, lasciando la sua amata terra di origine e seguendo una chiamata da Dio verso qualcosa di sconosciuto. Il risultato è stata un’enorme fecondità umana e spirituale. Per voi sposi, ogni volta che “lasciate dietro la vostra terra” per andare incontro a Cristo, ogni qual volta vi sacrificate per amore a Cristo, vi si prospetta una ricompensa simile, nel senso di un amore dilatato e amplificato. Solo così il legame con Lui può precedere e fondare ogni altro legame. Ecco allora Papa Francesco ci ricorda che: “Lo stesso con Gesù: quando l’amore [per i familiari] è più grande di [quello per] Lui non va bene. Tutti potremmo portare tanti esempi al riguardo. Senza parlare di quelle situazioni in cui gli affetti familiari si mischiano con scelte contrapposte al Vangelo. Quando invece l’amore verso i genitori e i figli è animato e purificato dall’amore del Signore, allora diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là di essa” (Angelus, 28 giugno 2020).

Cari sposi, che anche voi possiate dire a Cristo ogni giorno “Signore Dio, nella semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto” affinché Lui vi ricompensi abbondantemente nella vostra relazione e nella vostra famiglia.

ANTONIO E LUISA

Io avevo una fede debole prima di incontrare Luisa. Andavo a Messa qualche volta, ma senza avere una vera relazione con Gesù. Riconoscevo alcune cose belle della Chiesa e ne ignoravo altre. Quando Luisa è arrivata con tutto il suo bagaglio di esperienze e di storia personale, fatto di una fede molto più salda e consapevole della mia, mi sono innamorato, mi sono innamorato di lei e anche del suo Gesù. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio Dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicità su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti? Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo, non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza sono riposti in una persona. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? È una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo, le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perché nessun essere umano può farlo. Vieni da me.

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Mi fido di voi, potete farcela

Cari sposi,

            ci troviamo oggi alla fine del cosiddetto “discorso missionario” che occupa il cap. 10 del Vangelo di Matteo. Difatti, in queste righe l’evangelista mostra Gesù che da un lato predica il regno di Dio e poi lo manifesta con i miracoli. Tutto bello sotto applausi scroscianti ma alla fine della fiera Gesù passa il testimone ai Dodici per continuare la sua opera, per annunciare il Vangelo, per compiere le opere della salvezza di Dio. E così ha inizio la missione della Chiesa, la nostra missione.

Quale senso di timore e smarrimento avrà colto gli apostoli! Da quel momento in poi avrebbero dovuto loro mettersi in prima linea e non più attaccati alla “gonna” del Maestro. Proprio per questo, il senso ultimo del brano odierno è limpido, quasi come un ritornello: “Non temete”. Sembra fare apposta il Signore a voler costituire la sua Chiesa sulle nostre povertà umane e spirituali, sulla provvisorietà, sul non attaccamento a dei beni materiali purché viva di pura fiducia in Lui. Se ci pensate, all’origine di tutte le nostre paure vi è un misero attaccamento alle nostre esigue sicurezze umane, invece di ergersi sulla Roccia della fede in Cristo.

Comunque, umanamente parlando, i Dodici non l’hanno avuta facile affatto. Nel vivere il Vangelo e nell’annunciarlo alle genti, i discepoli di Gesù hanno incontrato diffidenza, chiusura, ostilità e rifiuto. In queste situazioni la tentazione è tacere la speranza che portiamo nel cuore, restare silenti e nascondere la propria identità, magari fino a fuggire. D’altronde, i nostri veri nemici non stanno tanto fuori di noi ma appunto vengono da dentro, è la nostra poca fede, è quella sottile idolatria a cose materiali (lavoro, stipendio, salute…) o anche immateriali (cosa pensano gli altri di me…). Dobbiamo aver paura, invece, di perdere il senso della nostra vita, dobbiamo aver paura di perdere l’anima, che è la vita, l’anima è proprio la vita. E la nostra vita è lo Spirito Santo, è la vita dei figli di Dio, che fa amare i fratelli, questa è la vita da non perdere comunque.

A questo punto, se mai ci vedessimo un po’ persi, rincuora tanto leggere le parole di Gesù quando usa due verbi – «sarà rivelato» e «sarà conosciuto» – i quali, essendo due passivi teologici, significano che è Dio in persona a farsi garante che il Vangelo sia affermato e predicato. Per cui niente e nessuno potrà impedirne la diffusione, sebbene il Signore conti certamente su di noi.

Così, carissimi sposi, la prima paura da perdere è di essere testimone verso il coniuge e verso i figli perché sono i primi ambiti vitali. Ci possono essere tanti ostacoli come la diversità di percorsi di vita, la provenienza distinta in materia di fede, il senso di smarrimento che oggi più che mai un genitore sperimenta verso i figli. Ma anche qui Gesù vi dice: non temete! Io sono con voi. Lui ben conosce il timore di non venire capito e accettato, o magari un senso di colpa per non sentirsi all’altezza di testimoniarLo per sbagli ed errori del passato. Eppure, a Gesù importa l’adesso, l’oggi, il cosa farete d’ora in poi per Lui e quindi ben vale la pena ogni giorno ricominciare ad essere una piccola Chiesa domestica in cui cercate di mettere Gesù è al centro delle vostre vite. Sì, perché in fin dei conti, per tutte le volte che Gesù ci dice: “non temere e non abbiate paura”, in realtà sta affermando: “mi fido di voi, provateci ancora, io vi sto accanto”.

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio è sacramento per la missione. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Benedetto XVI lo ha ribadito in diverse circostanze. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Padre Bardelli quando ci seguiva da fidanzati e poi da sposi ci ammoniva sempre su un punto: non andate in giro ad evangelizzare se non avete almeno un’esperienza di dieci anni di matrimonio. E’ inutile blaterare di qualcosa che non conoscete. Aveva ragione. Noi sposi non siamo dei predicatori. Almeno non tutti e non deve comunque essere la prima attività del nostro impegno nella Chiesa. Noi siamo prima di tutto sposi. E’ importante prendere coscienza di questo. Non dobbiamo fare, dire, presentare, ma dobbiamo essere. Essere sempre di più quella comunione di amore e di vita 

La Sinodalità si impara in famiglia

Cari sposi,

            lo scorso martedì 20 giugno è uscito l’attesissimo l’Instrumentum Laboris, o documento base per affrontare la questione centrale che si è prefissata il Sinodo che si terrà in due sessioni, una a ottobre 2023 e l’altra esattamente l’anno successivo nello stesso mese. Ho seguito la conferenza stampa dei prelati, delle religiose/i e laici che guideranno i lavori e poi ho letto sia il testo come anche il documento che l’ha ispirato, ossia quanto ha pubblicato la Commissione teologica internazionale (CTI) nel 2018 con il titolo: “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”.

Non sono qui a complicarvi la vita con dei paroloni teologici ma tutto il contrario, vorrei anzi fare chiarezza e rendervi comprensibile quello di cui stiamo parlando. Anzitutto è bello vedere che il Sinodo cerca solo e unicamente la comunione con Cristo nella Chiesa, da cui il titolo che ne svela il senso profondo: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”, cioè solo dalla comunione in Cristo può nascere la missione di predicarLo al mondo. È quindi interessante notare quante volte ricorre la parla “Comunione” nei due testi e nel documento della Commissione teologica ben 126 volte e nell’Instrumentum Laboris 13.

Leggiamo agli inizi del documento della CTI questo bell’esordio per spiegare come nasce la comunione: “L’Antico Testamento attesta che Dio ha creato l’essere umano, uomo e donna, a sua immagine e somiglianza come un essere sociale chiamato a collaborare con Lui camminando nel segno della comunione, custodendo l’universo e orientandolo alla sua meta (Gen 1,26-28)” (n° 12). E poi ancora: “Dio realizza l’alleanza nuova che ha promesso in Gesù di Nazaret, il Messia e Signore, il quale rivela con il suo kérygma, la sua vita e la sua persona che Dio è comunione di amore che con la sua grazia e misericordia vuole abbracciare nell’unità l’umanità intera” (n° 15).

Non lo dice mai chiaramente in entrambi i testi ma Amoris Laetitia è lapalissiana circa il modo con cui si inizia a “esportare” in terra la Comunione che sgorga da Dio, infatti: “Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente” (n° 11). È poi da qui, dalla coppia-famiglia, che si irradia la comunione attorno a sé: “La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana»” (Amoris Laetitia 87).

È questo il senso ultimo dell’espressione che Francesco usa sempre in Amoris Laetitia, “la Chiesa famiglia di famiglie”. Parafrasando l’espressione, vale a dire che è in famiglia, grazie all’esempio, seppur imperfetto, dei genitori che tutti, coniugi e figli, imparano il linguaggio dell’amore e dalla famiglia si può contagiare il mondo circostante. Per cui, cari sposi, sappiate che la Chiesa, nel fondo, conta su di voi, sul vostro dono di essere strumenti di comunione, per imparare a camminare assieme (appunto sinodo) verso Cristo.

padre Luca Frontali

Grazie per averci chiamati alla missione!

Cari sposi,

            quando è stata l’ultima volta che avete provato una forte empatia per una situazione accaduta ai vostri figli? Penso a un esame difficile, oppure un problema lavorativo o magari una malattia. Da buoni genitori il loro dolore e sofferenza sono divenuti vostri, di sicuro amplificati dal desiderio di alleviarli o toglierli! Qualcosa di molto simile successe a Gesù. Egli, come al solito, si sta spostando di villaggio in villaggio nella sua Galilea. Ci troviamo alla fine della narrazione che Matteo dedica ai miracoli e quindi la fama del Maestro è davvero alle stelle. Di conseguenza tutti volevano vederLo e toccarLo. È in questo contesto che avviene la scena odierna; ad un certo punto Gesù si trova davanti migliaia di persone pronte ad ascoltarlo e lì è accaduto quanto abbiamo letto or ora. Vorrei fare due semplici sottolineature al riguardo.

La prima. Gesù dimostra di avere un cuore profondamente capace di connettere con i veri bisogni delle persone, possiede il talento di immergersi con tutto sé stesso alle situazioni altrui. Già questo è degno di nota e per noi stimolo a chiederGli spesso un cuore simile al Suo. Ma cosa sta provando esattamente Gesù? Non è meraviglia per la folla di fans, nemmeno un atteggiamento superficiale – tipo “poverini!” – per le difficoltà di essere in quel posto in così tanti. Il verbo che usa Matteo è “esplanchnìsthe”, cioè, “ne ebbe profonda compassione”. Molto interessante rilevare come sia lo stesso verbo usato nella Parabola del Figlio Prodigo per indicare la reazione del padre quando intravede di lontano il ritorno del figlio pentito. Ma c’è di più: questo verbo fa proprio riferimento al sostantivo “σπλάγχνα” ossia le “viscere” che a sua volta traduce l’ebraico רחמים “rahamim”, ossia il grembo materno. Questo per mostrare come Dio è, a un tempo, Padre e Madre, è la fonte ultima dell’autentica paternità e maternità.

Prima di agire davanti a questo urgente bisogno di guide e pastori, Gesù prova nel suo cuore un sincero senso di com-passione, cioè si fa carico dei loro problemi e necessità, entrando nel più profondo del loro vissuto. Ecco qui il punto cari sposi: davanti a un mondo pieno di difficoltà, specie per i vostri figli; al constatare quanto soffrano giovani, coppie, famiglie, come vi ponete voi? Cosa provate nel cuore? Qual è il vostro atteggiamento più intimo? State provando in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù? (cfr. Fil 2, 5). Quel Gesù che abita in voi per il sacramento, Colui che ha trasformato, trasfigurato, il vostro amore nuziale, vorrebbe in voi e con voi ancora oggi provare quegli stessi sentimenti per le “folle stanche e sfinite”.

In secondo luogo, vediamo la conseguenza di quella commozione profonda di Gesù. Sembra quasi che si sia chiesto tra sé e sé: “Cosa posso fare per loro?”. Ecco allora che Lui si “moltiplica” e chiamando uno per uno gli apostoli, quasi fa sì che il Suo amore divenga il loro. Anche voi nel matrimonio vi siete chiamati per nome, cioè, avete risposto a un appello del Signore a seguirLo in questa passione di amore infinito. Sì, in effetti, il matrimonio è una vocazione all’amore e per questo anche all’apostolato. È un grande dono quello che Gesù vi ha fatto, segno della fiducia che Lui ripone in voi. Possiate cari sposi oggi sentirvi sempre più coinvolti con Gesù nel suo desiderio ardente di raggiungere tutti e già lo sapete che, con la grazia del matrimonio, Lui conta pienamente su di voi.

ANTONIO E LUISA

Sapete una cosa? La nostra missione non consiste nel fare qualcosa. Non consiste nel predicare, neppure nel fare opere di misericordia e di volontariato. Sì sono tutte cose buone ma che devono essere una conseguenza della nostra missione primaria. Gesù ci ha chiamato e ci ha inviato per essere ciò che siamo. Siamo sposi cioè una comunione d’amore. Più sapremo diventare questa comunione, con tutte le nostre fragilità umane ma con la forza dello Spirito Santo, e più mostreremo al mondo chi è Dio e come Dio ama. Questa è la nostra missione: diventare ciò che siamo!

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Caro Cardo salutis

Cari sposi, così Quinto Settimio Fiorente meglio conosciuto come Tertulliano affermava: “Caro salutis est cardo”, cioè, “la carne è il cardine della salvezza” (De carnis resurrectione, 8,3: PL 2,806).

La salvezza, cioè la vita beata, la vita eterna in Dio è passata dall’Incarnazione del Verbo, dall’offerta di Gesù sulla Croce e con la Risurrezione. Conseguenza di tutto ciò è il dono dei sacramenti che ci uniscono alla vita stessa di Gesù. Se ci fate caso, i sacramenti sono sempre legati al corpo, a un contatto fisico (l’acqua nel Battesimo, il Crisma nella Confermazione, l’Eucarestia…). A prima vista, pensare che la vostra carne sponsale possa portare salvezza può destare meraviglia, eppure è proprio così. E quale salvezza allora portate voi sposi?

La risposta ce la dà un grande sacerdote, un mistico della spiritualità nuziale, p. Enrico Mauri (1883-1967). In una lettera scritta ad una sua figlia spirituale, coniugata, proprio nel giorno del Corpus Domini scrisse così:

Il «Corpus Domini» è la festa del «Corpo del Signore», di quel Corpo che tutto se stesso ha donato alla sua mistica Sposa, la Chiesa vergine, castissima, impolluta, segregata dal peccato; di quel Corpo che, se a tutti i cristiani dona per l’amore che, a loro porta, alle sue mistiche spose dona per impulso di amore nuziale, come alla sua Chiesa. […] L’amplesso nuziale fa concorporei e consanguinei con l’uomo, con il cristiano, con l’immagine di Cristo Sposo, a seconda del piano in cui è visto l’amplesso. L’amplesso eucaristico fa concorporei e consanguinei di Cristo chi di Cristo si nutre, nel suo particolare rapporto con Lui che, se nuziale, è in luce nuziale. L’analogia che si vorrebbe rilevare è la seguente: non solo l’amplesso nuziale adombra, attraverso l’immagine, l’amplesso con Cristo e consuma il contratto sacramentale, ma è figura dell’amplesso eucaristico in quanto la concorporeità e la consanguineità che attua fa pensare alla concorporeità e consanguineità che opera l’amplesso eucaristico nel cristiano che, se è legato a Lui da vincoli nuziali misticamente stabiliti, diventa amplesso nuziale che consuma il suo patto di amore. Così dall’amplesso eucaristico si scende a santificare l’amplesso nuziale sacramentale, e da questo si sale a coronarlo nell’amplesso eucaristico” (P. Mauri, lettera a CE 050-1960).

Dall’incontro fisico con l’Eucarestia, con il Corpo Risorto di Cristo, al contatto intimo coniugale vi è un mare di grazie che si riversano su voi sposi. Dice su questo punto P. Raimondo Bardelli: “L’esercizio dell’intimità fisica degli sposi, riattualizzando il sacramento nuziale, aumenta in essi la comunione instaurata dalla consacrazione dello Spirito Santo, che li ha costituiti sacramento della nuova Alleanza, cioè favorisce negli sposi la crescita della vita divina (grazia santificante), il progresso nella virtù della castità, determinando una più intensa presenza dello Spirito Santo, “nuova effusione”, che li unisce più profondamente a Cristo” (R. Bardelli, L’amore sponsale, vita vera di Dio e degli uomini, Elledici, Torino 2005, p. 153).

Tutte queste grazie, tra cui anche una rinnovata fedeltà, la gioia profonda, un benessere psicofisico, la sana autostima… sono a loro volta pronte ad essere ridonate a chi vi sta intorno. Gesù non vuole donare solo a voi questi tesori ma tramite voi moltiplicarli ancora nelle persone con cui entrerete in contatto. Quindi, dalla Carne di Cristo alla carne nuziale il passaggio è breve e Gesù vuole che poi il frutto si espanda e che voi siate diffusori di questo Amore Grande.

Cari sposi, il Signore non vi chiede omelie o lezioni magistrali, ma vi concede il dono di essere presenza viva di Lui. I pulpiti da cui si predica e si predicherà sempre più il Suo Amore sono certamente gli Altari eucaristici ma anche i talami nuziali dai quali può sgorgare quell’acqua viva che il mondo, assetato e riarso, ha sempre più bisogno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha messo in evidenza uno dei punti a cui noi teniamo particolarmente. Amplesso ed Eucarestia hanno molto in comune. Per questo noi sposi abbiamo nella nostra intimità un’esperienza unica per comprendere l’Eucarestia. Nel dono totale vicendevole che ci fa una sola carne, possiamo capire qualcosa del dono totale di Cristo nel pane e nel vino che si fa uno con noi. Non è meraviglioso? Per questo è importante vivere l’intimità nel suo significato autentico di comunione.

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