L’invito a nozze è già in buchetta

Cari sposi, siamo arrivati alla domenica in “Gaudete”, nome derivante dalla prima parola dell’antifona in latino. Gaudere che proviene etimologicamente dal verbo “gustare”, cioè, mangiare cosa gradevoli. Sembra infatti pienamente in consonanza con il tempo che stiamo per vivere, dove l’appetito sarà saziato oltremodo tra pranzoni e cenoni.

Così, oggi nella Parola la gioia sta al primo posto: ogni lettura contiene un riferimento ad essa. Da “io gioisco nel Signore” a “il mio spirito esulta”, fino a “siate sempre lieti” … E tra tutti questi sinonimi di gioia ce n’è uno che mi ha colpito in particolare e si tratta di “letizia”. Mentre la gioia è lo stato interiore che si prova quando si “gioca”, cioè il fare qualcosa di gradevole e piacevole, la letizia è quella gioia che proviene dal sapersi fecondi. Difatti, pensate un po’, il lemma latino “laetitia” proviene da “laetamen” …ciò che rende fecondo un terreno.

Quindi siamo nella gioia quando sappiamo che tutto quanto facciamo e ci capita può essere fecondo, ossia, portare un frutto di bene per noi e per gli altri se lo viviamo in Cristo. Sarà forse per questo che Papa Francesco, pensando a voi sposi, ha voluto intitolare la sua Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia”? Allora, anche le tribolazioni e le croci possono essere vissute nella letizia. Ricordate quella spiegazione che fece Francesco a fra Leone su cosa consisteva appunto la “perfetta letizia”? E pensate anche a quale notte oscura si celava dietro a quel sorriso angelico di Madre Teresa a cui ci siamo abituati.

Ma andiamo ora ai testi della Liturgia. Dicevo che antifona, prima lettura, salmo e seconda lettura fanno eco, ognuno a suo modo, della gioia che proviene dal Natale così vicino. Ma poi il Vangelo vira in un’altra direzione. Il brano offerto dalla Liturgia è un estratto dell’incontro che Giovanni Battista ebbe con i capi religiosi di Israele. Dai toni si coglie che non dovette essere proprio un grande dialogo, all’insegna della cordialità e affabilità per tutta la serie di “no”, magari segno della sua poca voglia di stare lì a interloquire. Questo schermirsi dagli occhi puntati su di lui, lascia spazio poi alla meravigliosa dichiarazione: “non sono degno di slegargli il laccio del sandalo”.

A prima vista potremmo dedurre si tratti di un’immagine carica di umiltà e riverenza nei confronti di Gesù. Invece Giovanni, da buon ebreo, sta usando un’espressione “tecnica”, molto precisa, che si riferiva a un uso matrimoniale dell’epoca, ossia la legge del levirato.

Se un promesso sposo fosse morto prima della celebrazione, il suo parente più stretto avrebbe avuto il dovere di prendere la nubenda come moglie affinché la discendenza avvenisse secondo il proprio casato e non al di fuori di esso.Slegare i lacci del sandalo, quindi, è ben di più di un gesto umile. Voleva dire che il parente più prossimo allo sposo rinunciava al diritto/dovere di applicare la legge del levirato. Se avesse rinunciato a questo diritto avrebbe dovuto togliersi il sandalo. Dicendo quella frase, invece, Giovanni ammette di non poter togliere a Gesù il sandalo perché non ha alcun diritto di prendersi la sposa/Israele – Chiesa perché «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa» (Gv 3,9; cfr. 2,9).

Ed eccoci così giunti al senso grandioso che questa Parola ha per voi: lo Sposo vero e proprio non siete voi ma è Gesù! Come Giovanni si mise da parte per lasciare il posto a Cristo, anche voi siete chiamati a fare lo stesso a vicenda, togliervi dal centro, mettervi da parte per lasciarGli il posto di onore. Ecco il segreto del matrimonio “alla Cristo” e la via per essere davvero buoni coniugi. La grandezza di Giovanni, difatti, è proprio questa: essere piccolo, essere servitore, essere per un Altro…

Perciò, questa è la via della gioia nel matrimonio! Tutto quanto detto sulla gioia in precedenza non si può raggiungere se non si vive il matrimonio come Giovanni. In questo tempo di Avvento, oramai vicini al Natale, vi auguro di cuore di sapervi fare piccoli e umili come il Battista perché Cristo possa avere quella centralità che si merita nel vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Don Luca dice di lasciare posto a Gesù. Mettere Gesù al centro. Ha ragione! Sapete qual è il problema? Tanti – anche credenti e sposati sacramentalmente – non riescono a farlo perchè nel loro cuore non credono di averne bisogno. Credono di bastarsi. Per noi non è stato così. Noi siamo arrivati al matrimonio consapevoli che da soli non avremmo mai combinato nulla di buono. E questo ci ha aiutato a chiedere aiuto a Gesù. Noi siamo partiti con meno talenti rispetto a tanti altri che hanno fallito, ma questa conapevolezza ha fatto sì che non abbiamo mai fatto da soli. Abbiamo sempre affidato tutto a Gesù. Questo fa tutta la differenza del mondo!

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L’ultima bella notizia

Quando è stata l’ultima bella notizia che hai ricevuto? Una bella notizia è qualcosa che ti toglie un peso dal cuore, che ti allevia da una preoccupazione o una sorpresa che mai ti saresti immaginato.

Un bel voto all’esame, un referto medico che scaccia ogni timore, l’annuncio dell’arrivo di un figlio o un nipote, un lavoro che diviene a tempo indeterminato, l’aver perdonato di cuore un familiare, l’ottenimento di una grazia spirituale tanto anelata…

Se mi metto a pensare, quante belle notizie mi sono state condivise nella mia vita di sacerdote!

Ma mi chiedo: per me il Vangelo è buona notizia? Cioè, anche solo il leggere il brano del Vangelo della domenica mi suscita un effetto analogo a quella bella notizia di cui mi sono ricordato poc’anzi?

Tempo fa girava un video virale su YouTube di un gruppo di cristiani evangelici cinesi nel momento in cui ricevono valige piene di Bibbie. Dopo l’assalto a prenderne ciascuno una copia seguono momenti di commozione per avere tra le mani… la Parola di Dio. Ecco qui una buona notizia che giunge nella mia vita. Il Vangelo odierno arranca proprio con “inizio del vangelo di Gesù”, cioè “inizio della buona notizia di Gesù”.

Per prima cosa si menziona un “inizio”, eco della prima parola di Genesi: «bereshit», cioè l’inizio in senso assoluto. Quindi non si tratta del comincio di qualcosa di ordinario bensì che l’unica vera buona notizia è solo Gesù. Per cui, l’inizio non è tanto in senso cronologico piuttosto significa che Gesù è il pilastro, il fondamento dell’azione di Dio, che dalla creazione arriva fino al compimento, alla pienezza di vita.

Buona notizia è la Sua Persona, l’evento più grande e magnifico che ci poteva capitare. Gesù che in ebraico significa “Dio salva” è la buona notizia. Cosicché Dio viene a salvarmi, Dio in Persona si rende presente a mio fianco ogni giorno per essere la mia salvezza costante. Cari sposi, la presenza di Gesù è multiforme, come ci ricorda bene il Concilio vaticano II:

Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda” (Sacrosanctum Concilium 7).

Quindi se Gesù è presente “nei sacramenti”, Egli, la Buona Notizia fatta Persona è anche in voi sposi. Possa Egli essere detonante di amore, unità, pace, concordia, slancio per voi sposi prima di tutto e per noi che vi osserviamo e aspettiamo di vedere da voi un segno forte che Lui è vivo in mezzo a noi.

ANTONIO E LUISA

Il brano del Vangelo di oggi ci invita a riflettere sull’importanza del battesimo e del matrimonio. È meraviglioso pensare che la nostra unione matrimoniale abbia le sue radici nel sacramento del battesimo. Ogni giorno, il nostro amore si rigenera grazie alla fonte inesauribile dello Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci scambiamo diventa sacro poiché siamo stati battezzati. Quando ci doniamo reciprocamente, è Gesù stesso che ci dona l’uno all’altro. In ogni momento in cui ci doniamo, facciamo esperienza di Dio, poiché il nostro amore non appartiene solo a noi, ma è stato consacrato da Dio attraverso il battesimo e il matrimonio.

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Chi veglia ama (e viceversa)

Cari sposi, oggi iniziamo solennemente il tempo di preparazione al Natale, l’Avvento. Come ben sapete dall’esperienza personale, sebbene siamo abituati a questo periodo, tuttavia ogni volta non è mai esattamente la stessa cosa.

Il tempo cristiano procede non in modo strettamente lineare bensì a spirale perché questo è un moto che coniuga la diversità con la linearità. Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre ma il Suo modo di camminare con noi è pieno di sorprese e novità. Così, anche in questo Avvento 2023 prepariamoci ad essere toccati dalla Sua Grazia, senza pregiudizi, senza chiusure, senza freni.

La parola che attraversa le varie letture è “vegliare”. La parola viene dal latino “vigilare” che è l’azione del “vigil” ossia la sentinella. Colui che piantonava e controllava mura, ingressi, strade o anche persone o cose importanti. Il tempo più pericoloso per questo tipo di incarichi, va da sé, che fosse la notte. Per cui la sentinella, oltre a non vedere l’ora di finire il suo turno, attendeva con impazienza l’alba. E già qui si potrebbe fare un bellissimo aggancio all’attesa del “sole che sorge” (Lc 1, 78), cioè Cristo.

Ma al di là di questo, il vegliare contiene un senso affettivo importante. Chi veglia è in fondo colui che si prende cura, che ha a cuore qualcuno e per lui è disposto anche a perder sonno, a stare accanto tutta la notte. Quante volte voi genitori avete vegliato sui vostri figli o da piccoli o in attesa del loro ritorno serale!

Ecco allora che questa veglia di cui parla tutta la liturgia odierna è anche un profondo anelito di incontrarsi con Cristo. Ripensate a quando eravate fidanzati, a quante volte, pur facendo le solte cose ordinarie, il vostro pensiero andava a lui, a lei, e non si vedeva l’ora di incontrarsi, di uscire assieme…

Questo dovrebbe essere l’atteggiamento con cui prepararsi al Natale! Questo è il senso dell’Avvento cristiano, la riscoperta che l’evento più importante della nostra vita, assieme alla Risurrezione, ossia l’Incarnazione di Gesù non è un fatto cerebrale, non consiste in una fredda memoria storica. Gesù è l’Amato, lo Sposo che si attarda ma che certamente verrà e la Chiesa Sposa, di cui voi siete una chiara rappresentanza, è tutta impaziente di abbracciarLo.

In tale senso la miglior interpretazione dell’Avvento ce la dà il Cantico dei Cantici, dove tutto è un corrersi dietro, tutto è attendersi e bramare l’abbraccio finale.

Cari sposi, Gesù è già nel vostro amore e in mezzo a voi due ma come Innamorato non si accontenta di quello che è già stato. Vorrebbe tanto in questo Avvento che voi Gli ridiciate quanto Lo amate, quanto vi manca, quanto Lo vorreste rendere partecipe e presente della vostra esistenza.

ANTONIO E LUISA

Che bello l’aggancio che padre Luca ha fatto con il tempo del fidanzamento. Quanto è vero che i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altra, che eravamo impazienti di vederci, di parlarci, di stare vicino. La presenza dell’altro era per noi già motivo di gioia e di benessere. L’Avvento come la Quaresima sono dei periodi di corteggiamento. Ci vengono chieste rinunce, digiuni, piccole mortificazioni non per un sadico piacere della Chiesa. Perchè attraverso quelle rinunce possiamo fare spazio. Concentrarci più su Dio, sull’amante e sull’amato, che su di noi. Ecco che questo tempo di Avvento sia anche per noi occasione di fare spazio. Fare spazio a Gesù e fare spazio al nostro sposo o alla nostra sposa. Per recuperare quel desiderio che forse, in queste nostre giornate piene di cose da fare, abbiamo un po’ perso.

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“Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”

Fratelli! Ciò che facciamo in vita, riecheggia nell’eternità!” Questa frase messa in bocca a Decimo Meridio Massimo, il generale romano creato dalla penna di Daniel Mannix e protagonista di un ben conosciuto film, riassume con chiarezza il senso del Vangelo, epilogo di tutto l’anno liturgico. Care coppie, siamo giunti così dinanzi al nostro grande Re, Gesù, il quale con questa solennità ci ricorda il senso della nostra vita così come pure il senso di tutta storia umana: la nostra esistenza in un preciso momento avrà una fine ma soprattutto si troverà dinanzi al suo fine, cioè l’incontro personale con Cristo. Joseph Ratzinger diceva che i primi cristiani attendevano con gioia questa riunione con il Signore, mentre poi è divenuta sinonimo di paura e angoscia.

Certamente, nel vangelo di oggi vediamo due modalità diverse di porsi davanti a Cristo: una positiva di chi si è “allenato” tutta la vita nel rapporto con Lui e una negativa di chi invece Gesù non l’ha proprio considerato o l’ha trattato con superficialità. E ovviamente non parliamo qui di buddisti o induisti o qualche tribù animista africana ma di cristiani battezzati che nella loro vita non hanno voluto fare di Cristo l’amico, la persona con cui convivere abitualmente.

Ricordiamo che chi scrive questo Vangelo è Matteo e lui si rivolge ai cristiani di provenienza ebraica, per cui egli sta mettendo in parallelo le presenti parole di Gesù con il discorso della montagna. Riecco allora gli affamati, gli assetati, gli ignudi e stranieri… è bellissimo constatare che quella gioia e beatitudine promessa nel capitolo 5 e che tanto è stata criticata di utopica, astratta e inconsistente, qui ora è una realtà che sta per diventare eterna. Gesù sta veramente mantenendo la promessa! E le persone, elogiate nelle Beatitudini, considerate perdenti per il mondo, adesso sono quelli che formano parte per sempre del suo gregge amato.

Domandiamoci: chi è che ha l’occasione di praticare ogni giorno le beatitudini se non voi sposi? la vita di coppia e famiglia vi mette davanti quotidianamente tante occasioni per vivere le Beatitudini e preparare serenamente l’incontro finale con Cristo. Una volta Papa Francesco ha detto: “la famiglia è una grande palestra di allenamento al dono e al perdono reciproco senza il quale nessun amore può durare a lungo” (Udienza 4 novembre 2015).

Vi auguro di saper vedere nel vostro coniuge quell’affamato, assetato, ignudo, malato e carcerato affinché la beatitudine assicurata dal Signore si riversi sui vostri figli e attorno a voi. È questo il senso di quando il Papa Paolo VI parlava di “civiltà dell’amore” (Cfr. Omelia 17 maggio 1970), un dinamismo in cui la coppia diviene sorgente di amore diffusivo attorno a sé.

Oggi vediamo Gesù nuovamente insignito del suo carattere di Re Universale, una condizione che Egli ha sempre gelosamente occultato volendo anteporre piuttosto la condizione di servo. Il nostro sguardo così spazia su tutto il mondo, scosso da tanta guerra e instabilità e ci viene un po’ di vertigine se guardiamo alla nostra piccolezza. Eppure, ricordiamo Madre Teresa quando diceva: “Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”. Sì, la tua piccola coppia e famiglia ha il potere di essere lievito perché il Suo amore varchi l’uscio di casa tua e scaldi chiunque incontri ed è un bene di cui Gesù terrà scrupolosamente in conto nel momento del vostro incontro con Lui.

ANTONIO E LUISA

Saremo giudicati sull’amore. Noi sposi saremo giudicati primariamente sull’amore che nutriamo l’uno per l’altro. È una realtà ineludibile. Come possiamo servire Dio? Servendo i nostri fratelli e sorelle, i poveri e i bisognosi. Servendo il prossimo. Servendo soprattutto il nostro sposo o la nostra sposa, la persona più vicina a noi. Non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per ricevere dall’altro, ma per donarci reciprocamente. Non sposiamo per inseguire la felicità personale, ma per render felice l’altro, e da questa scelta nasceranno anche la nostra gioia e la nostra pace. Essere come re e regine significa compiere nel nostro matrimonio le opere di misericordia. Significa trasformare il nostro matrimonio in un luogo privilegiato dove amare Dio nell’altro.

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La prima coppia messicana verso gli altari

Cari sposi, finalmente la loro causa è passata a Roma ed è entrata nella fase finale dell’iter previsto per la beatificazione. Sto parlando dei servi di Dio Eugenio Balmori (1900-1946) e Marina Cinta (1909-1988), la prima coppia messicana ad avvicinarsi agli altari.

Eugenio nacque a San Luis Potosí proveniente da una famiglia numerosa e di umili origini. Proprio per questo non poté completare la sua formazione professionale e dovette iniziare a lavorare presso una compagnia petrolifera. Tuttavia, nel frattempo, si spendeva collaborando in parrocchia nonostante il Messico stesse vivendo una sempre maggior persecuzione contro la Chiesa Cattolica, che sfociò infine nella guerra Cristera (1926-1929). A dispetto dei rischi, Eugenio preparava segretamente catechisti, distribuiva la comunione ai malati e ai carcerati, visitava poveri e sacerdoti clandestini. Sebbene non fosse una persona particolarmente colta, partecipò alla difesa della libertà della Chiesa e del popolo scrivendo su questioni politiche, sociali ed economiche. Nel 1932 la sua compagnia petrolifera lo mandò in una nuova sede, a Coatzacoalcos, un porto fiorente sul Golfo del Messico, dove continuò il suo impegno per evangelizzare e catechizzare dato che il culto era ancora ristretto per le conseguenze della persecuzione anticattolica.

Nel 1937 Eugenio sposò Marina Cinta e dal loro matrimonio nacquero cinque figli. Catechista come lui, formarono una famiglia dove regnava l’amore e la serenità e dopo alterne vicende nell’ambito professionale nel 1942 si trasferirono nuovamente a Coatzacoalcos. Anche qui Eugenio mostrò il suo impegno concreto per promuovere la fede spendendosi per la costruzione della nuova parrocchia di S. Giuseppe. Ma il 12 maggio 1946 fu coinvolto in un incidente stradale e vi trovò la morte. Fu sepolto nella chiesa da lui costruita e che oggi è divenuta cattedrale della diocesi.

Una volta che Marina rimase vedova, iniziò a lavorare in una fabbrica per mantenere i figli, ai quali diede una solida formazione umana e cristiana e con grandi sforzi riuscì ad ottenere per loro borse di studio in scuole cattoliche. Con il loro esempio, sbocciò una vocazione sacerdotale in famiglia e così nel 1970 lei accompagnò il figlio Roberto a Roma per l’ordinazione sacerdotale. Anni dopo P. Roberto divenne vescovo e oggi può testimoniare la santità dei genitori: “I miei genitori furono una coppia che visse in mezzo a un clima di persecuzione religiosa, di sacerdoti perseguitati. Ciononostante, essi si adoperarono sempre affinché la fede fosse mantenuta viva in mezzo alle famiglie della città, insegnando loro il catechismo”.

Ecco ancora una volta una coppia che incarna la semplicità e autenticità nell’amore e nella fede e ci insegna che la pienezza del matrimonio è possibile, anche in mezzo a difficoltà oggettive e non richiede particolari doti umane ed intellettuali. Hanno detto sì a Gesù moltiplicando i talenti ricevuti e sono stati faro per tante altre persone e pietre vive nella Chiesa. Eugenio e Marina sono un’ulteriore conferma che il Signore chiama anche voi sposi a crescere come coppia e a mettere Gesù al centro del vostro amore.

Padre Luca Frontali

Il grande talento nuziale

Care coppie, quale reazione avreste se un bel giorno, consultando il vostro home banking sul cellulare, scopriste che uno dei vostri migliori amici, familiari o parenti vi ha voluto regalare, per il vostro compleanno o anniversario, ben 48.000 €! Perché a questo ammonta un talento biblico, tradotto in euro. Figuriamoci poi se il conto fosse il doppio o il quintuplo, non penso proprio che se ne rimarrebbe lì ozioso…

Ma cosa può aver spinto quel signore, dopo essersi accorto del dono ricevuto, a restare con le braccia incrociate? Il Vangelo dice che è stata la “paura”: ma paura di che? O meglio: di cosa avrebbe avuto timore? Chi o cosa lo stava minacciando se all’improvviso era diventato così ricco?

Ragioniamo un po’ su questo fatto: un padrone affida un sacco di soldi a dei servitori e non è un fatto di poco conto. Infatti, a chi daremmo una tale cifra se non persone di cui ci fidiamo pienamente? Il padrone non solo confida che non li useranno male ma in cuor suo sta scommettendo che li impiegheranno secondo il suo modo di fare, cioè, mettendoli a frutto. Si evince che tra queste persone vige una logica di famiglia e non tanto di legalismo esteriore.

Ecco allora che la “paura” del servitore non si giustifica in tale contesto, non ha motivi di esistere. È segno, piuttosto, che egli stesso non nutriva buoni sentimenti verso il suo padrone, non ricambiandolo della benevolenza e del credito dimostratogli. Una cosa va detta: questa paura, come in tante altre vicende evangeliche, appare ogniqualvolta si presenta una novità a cui aprirsi, una circostanza che il Signore usa perché ci lasciamo trasformare e allargare il cuore. I primi due l’hanno fatto, il terzo no.

Che vi ricorda tutto ciò? È esattamente lo stesso atteggiamento di Adamo ed Eva, la radice del peccato originale, che si ripresenta nel terzo servo verso il suo padrone: la sfiducia a cui segue la paura. Così, la colpa deplorata dal padrone è un omissione nata dalla non riconoscenza e dalla non valorizzazione del dono ricevuto, è in fondo un’alta aspettativa tradita.

Ma ora veniamo a voi, cari sposi. Di quanti talenti vi ha adornato il Signore! Oltre ai doni personali, alla grazia sovrabbondante, all’Eucarestia, a Maria Santissima… l’amore coniugale è la più alta forma di relazione esista tra le persone umane, tutte le altre (fraterna, materna/paterna, amicale…) prendono qualcosa ma non tutto dal vincolo matrimoniale. Abbiate il coraggio di riconoscere il dono che vi ha fatto il Signore donandovi il vostro coniuge!

Questo vangelo vi sprona ad essere attenti e vigilanti per saper tenere davanti agli occhi quanto bene è stato versato nella vostra vita personale e di coppia, renderne grazie di continuo ed essere fecondi nel donarvi vicendevolmente e alle persone che il Signore vi ha messo accanto. La paura la sentirete sempre, la paura di non giocarvi la vita di coppia e di famiglia fino in fondo, di non impegnarvi del tutto. Ma lo Spirito soffia di continuo per richiamarvi alla pienezza generosa della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

La parabola dei talenti può essere una bellissima immagine della fecondità della coppia. La coppia di sposi non può pensare di chiudersi. Non può credere di bastarsi. L’amore generato nella coppia va poi reso fecondo. Un amore autentico diventa genativo. Come un fiume in piena esonda, esce dalla coppia e si trasforma nella vita dei figli che gli sposi concepiscono ma non solo. L’amore generato nella coppia diventa servizio, accoglienza, ascolto, gentilezza, tenerezza, aiuto, empatia, prossimità per tutti. Se gli sposi si chiudono e non rendono feconda la relazione perderanno anche quel talento che Dio aveva dato loro. Anche il loro amore morirà.

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Anche oggi ti accogliamo in casa nostra

Cari sposi, la scena evangelica di oggi salta alla vita per la sua grande distanza dal nostro modo di celebrare un matrimonio. Se per noi è la sposa al centro dell’attenzione, colei che è attesa e sotto i riflettori per la sua bellezza e preziosità del vestito, nel mondo semitico questo ruolo spettava allo sposo.

Inoltre, vi sono alcuni elementi presenti che riflettono un preciso significato. Anzitutto l’olio, così largamente impiegato all’epoca ma detentore di un significato spirituale importante. Con l’olio si consacravano i re, i profeti e gli oggetti sacri a Dio; quindi, era un elemento naturale che rimandava sempre alla presenza di Dio. Il lumino acceso con olio poi evoca la donna forte lodata nell’ultimo capitolo del libro dei Proverbi, il cui valore e laboriosità risiede anche nel fatto che “neppure di notte si spegne la sua lampada” (Pr 31, 18). Alla luce di quanto detto e del contesto rappresentato dalle altre letture il grande messaggio di questa domenica gira attorno all’attesa e alla vigilanza. Sappiamo, infatti, di trovarci in prossimità della fine dell’anno, simbolo della conclusione e ricapitolazione che Gesù farà della storia.

Tuttavia, è assai fecondo considerare il tema dell’attesa non solo in vista dell’ultimo giorno ma rivolto anche alla presenza di Gesù con noi. Sappiamo che Lui è con noi, Gesù è vivo, è una Persona presente in continuazione nelle nostre vite. Eppure, presi da mille cose – lecite per carità – frastornati da preoccupazioni e incombenze familiari e di lavoro potremmo finire per trovarsi nella medesima condizione di un giovane e brillante avvocato romano, un tale Aurelio Agostino: “Io vagavo lontano da te (…). Tu, invece, eri più dentro di me della mia stessa parte più profonda e più alto della mia parte più alta” (Confessioni 3,6,11).

Saper attendere e tenere le lampade accese allora significa mantenere ogni giorno gli occhi e le orecchie su Cristo che ci parla. Non sia mai che trasformiamo Cristo in un’idea nostra, una sorta di proiezione mentale, un ologramma autoprodotto che dice e fa quello che in realtà pensiamo noi di Lui. Gesù è una Persona che anela a un rapporto autentico con voi ogni giorno: come lo state trattando? Lo ascoltate? Lo lasciate parlare dedicandoGli del tempo? Ha uno spazio reale nella vostra vita di coppia?

La grazia nuziale ha reso possibile che Cristo davvero abiti con voi in casa, che sussista dentro alla vostra relazione. Perciò la vigilanza e l’attesa è dato da questo vostro mettervi in ricerca di Gesù e di lasciarlo agire in voi. Che belle parole di Papa Francesco al riguardo: “La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede. La condizione per essere pronti all’incontro con il Signore non è soltanto la fede, ma una vita cristiana ricca di amore e di carità per il prossimo. Se ci lasciamo guidare da ciò che ci appare più comodo, dalla ricerca dei nostri interessi, la nostra vita diventa sterile, incapace di dare vita agli altri, e non accumuliamo nessuna scorta di olio per la lampada della nostra fede; e questa – la fede – si spegnerà al momento della venuta del Signore, o ancora prima. Se invece siamo vigilanti e cerchiamo di compiere il bene, con gesti di amore, di condivisione, di servizio al prossimo in difficoltà, possiamo restare tranquilli mentre attendiamo la venuta dello sposo” (Angelus, 12 novembre 2017).

Cari sposi, lo Sposo non deve venire o arrivare da nessuna parte, L’avete già presente. Possiate avere questo cuore grande per accoglierlo e tenerlo con voi ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha dato una dimensione verticale alla sua riflessione. Noi cerchiamo di integrare dandone una orizzontale. Durante il percorso del matrimonio, è importante mettere da parte l’olio nei piccoli vasetti del nostro cuore che ci saranno utili negli anni a venire. Come sposi, possiamo fare ciò donandoci reciprocamente senza aspettarci nulla in cambio. Dovremmo imparare ad essere teneri non solo quando siamo appagati sessualmente o emotivamente, ma in ogni momento della nostra vita insieme. L’amore tenero dovrebbe diventare il nostro vero stile di vita. Inoltre, dovremmo imparare a affidarci a Gesù attraverso la preghiera, anziché basare tutto solo sui sentimenti e la passione. La decisione di donarci l’un l’altro ogni giorno è fondamentale. Dobbiamo imparare ad amarci in modo gratuito e incondizionato. Questo renderà il nostro amore maturo e duraturo nel corso degli anni.

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Abbandonati alla Provvidenza

Cari sposi,

oggi vorrei parlarvi di due giovani sposi, i vercellesi Giovanni Gheddo (1900-1942) e Rosetta Franzi (1902-1934). Una coppia nata all’ombra dell’Azione Cattolica, e il cui breve matrimonio è stato forgiato da molto amore, fede e la presenza della croce. Della loro vicenda abbiamo un bel libro che ci svelta tanti dettagli.

Rosetta Franzi, dopo essersi diplomata come maestra, venne impedita dal padre all’insegnamento. Decise allora di spendere la sua capacità in modo gratuito presso le suore dell’asilo e le scuole serali per analfabeti. Inoltre, si spese in parrocchia come catechista e collaboratrice per l’accoglienza, l’aiuto e la formazione di tanti piccoli, soprattutto i poveri. Giovanni Gheddo, di famiglia meno agiata, divenne un geometra ed anch’egli decise di mettere a frutto il suo lavoro, specie per le persone meno fortunate. Di lui si diceva che non fosse in grado di farsi pagare il giusto laddove i suoi clienti patissero situazioni di miseria.

Si conobbero in modo semplice, forse nel partecipare assieme a Messa e si sposarono il 16 giugno 1928. La prima mèta del loro viaggio di nozze fu il santuario della Madonna Nera di Oropa. Dinanzi a Maria, chiesero la grazia di una famiglia numerosa e di almeno poter donare un figlio al Signore. Per questo decisero di donare a Lei la prima notte di nozze, dormendo in stanze separate. La loro vita nuziale fu breve, solo sei anni, vissuti intensamente tra il lavoro, la cura dei figli e l’aiuto ai poveri, sempre in un atteggiamento di profonda fede. Rosetta era solita dire: “La cosa più importante è fare la volontà di Dio” mentre Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.

Il 26 ottobre 1934 Rosetta morì di polmonite e setticemia in seguito al parto prematuro di due gemelli, che spirarono con lei. Affranto e solo, Giovanni si aggrappò alla sua fede ma non volle più sposarsi, dedicandosi alla famiglia, supportato dalla mamma e sorelle per crescere i tre piccoli orfani Piero, Francesco e Mario. Nuovi e cupi venti di guerra soffiavano sull’Europa e Giovanni, quasi quarantenne, viene richiamato alle armi. Per le sue note opinioni antifasciste venne inviato al fronte più difficile, in prima linea in Russia, in qualità di ufficiale di fanteria. Di quel periodo abbiamo alcune sue lettere che mettono in luce come anche in quel contesto non smise di aiutare un popolo che, sebbene ostile, viveva gli orrori della fame e della morte.

A metà dicembre 1942, il suo reparto, la 5ª regia divisione “Cosseria” prese parte alla seconda battaglia difensiva del Don. Ma il contingente italiano era oramai logorato dal freddo, lo scarso equipaggiamento e la pressione di soverchianti forze nemiche. Tutto ciò costrinse l’esercito a una rovinosa ritirata, sempre incalzato dalla pressione delle unità corazzate sovietiche. È in questo contesto che il 17 dicembre Giovanni morì, sebbene forse avrebbe potuto salvarsi. Uno dei pochissimi compagni superstiti raccontò poi alla famiglia che il capitan Gheddo aveva deciso di restare con i cannoni e i feriti intrasportabili, mandando via i militari sani, fra i quali c’era anche lui, Mino Pretti, sottotenente poco più che ventenne. Giovanni si congedò dicendogli: “Tu sei giovane, devi ancora fare la tua vita. Io la mia l’ho già fatta e i miei bambini sono in buone mani. Va’, salvati, con i feriti rimango io”.

Ancora una volta fu fedele alla sua fede, come spesso ripeteva: «Pazienza! Quando non c’è rimedio bisogna rassegnarsi. Siamo sempre nelle mani di Dio!». Come giglio profumato, da questa coppia germinò una santa vocazione, P. Piero Gheddo (1929-2017), grande missionario e giornalista: la Madonna aveva mantenuto la promessa! Anche questi sposi, i servi di Dio Giovanni e Rosetta Gheddo, ci mostrano la straordinaria fecondità di un matrimonio che si fonda sulla roccia di Cristo.

padre Luca Frontali

Un servizio che salva

Cari sposi, leggendo la Parola di oggi, a prima vista si direbbe che non vi riguardi per nulla e che tutto il peso del monito di Gesù ricada esclusivamente sui sacerdoti. In parte è così, il clericalismo è difatti una deformazione dell’esempio che Cristo ci ha dato. Tuttavia, andando più a fondo, si può cogliere un’importante lezione anche per voi coniugi.

Posto che il nocciolo del Vangelo sta nell’aver usato male il dono dell’insegnamento e della guida da parte dei sacerdoti, si può fare un parallelo per la vita matrimoniale. Voi sposi avete ricevuto pure grande capacità di fare il bene, più concretamente vi è stato conferito un ministero vero e proprio nella Chiesa grazie al sacramento del matrimonio. Vi segnalo solo due passaggi, di tanti altri, in cui il Magistero della Chiesa lo esprime chiaramente:

In questo saranno facilitati, se i genitori eserciteranno la loro irrinunciabile autorità come un vero e proprio «ministero», ossia come un servizio ordinato al bene umano e cristiano dei figli, e in particolare ordinato a far loro acquistare una libertà veramente responsabile, e se i genitori manterranno viva la coscienza del «dono», che continuamente ricevono dai figli” (Familiaris Consortio 21).

Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è la grandezza e lo splendore del ministero educativo dei genitori cristiani, che san Tommaso non esita a paragonare al ministero dei sacerdoti: «Alcuni propagano e conservano la vita spirituale con un ministero unicamente spirituale, e questo spetta al sacramento dell’ordine; altri lo fanno quanto alla vita ad un tempo corporale e spirituale e ciò avviene col sacramento del matrimonio, nel quale l’uomo e la donna si uniscono per generare la prole ed educarla al culto di Dio»” (Familiaris Consortio 38).

Quando si riceve un dono così grande, i casi sono due: o lo si mette a frutto per gli altri o lo si lascia inerte, come è ben descritto nella parabola dei talenti. Nel secondo caso però si diviene un peso e un fardello sia per il coniuge che per i figli anziché essere un ponte, una via che conduce a Dio. Pertanto, anche oggi Gesù vi esorta ad essere umili servitori, ministri appunto, della sua Grazia. Vi invita ad aiutarvi vicendevolmente nella sua sequela, consapevoli di quanto grande sia il dono ricevuto nel matrimonio e a farlo fruttificare nell’ordinario della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca con questa sua lettura ci invita a non sentirci arrivati. Forse ci sembra di aver costruito un bel matrimonio. Ecco non facciamo l’errore di sentirci arrivati. Padre Raimondo ci diceva sempre che la nostra relazione non può restare ferma, cristallizzata ad un determinato livello. Non è possibile. La nostra relazione è viva, cambia continuamente. Quindi possiamo crescere o decrescere. Nel momento in cui ci sentiamo arrivati corriamo il rischio di darci per scontati e cominciare un lento declino. Stiamo attenti!

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Le due dimensioni fondamentali della vita di coppia

Cari sposi, la rete abbonda di siti che elencano le basi solide di un matrimonio e di come mantenere un rapporto duraturo nel tempo. Davvero ce n’è per ogni gusto, in particolar modo quando a parlare è un noto psicologo o terapeuta di coppia. Non avendo quella competenza non mi azzardo ad esprimere un giudizio. Semmai faccio notare che, senza contraddire quanto affermato, piuttosto manca il grande presupposto ad un sano rapporto di coppia.

E la risposta è nel Vangelo di oggi. Difatti, Gesù, affrontando l’ultima delle dispute che la Liturgia ci ha presentato nelle ultime settimane, incontra un vero pezzo da novanta: un dottore della Legge, uno appartenente alla categoria dei massimi esperti della Torah. La domanda postagli non è banale come sembra, perché a quel tempo vi erano ancora due correnti di pensiero nel giudaismo quanto a come suddividere i precetti, eredità delle dispute dei grandi maestri Hillel e Shammai, vissuti qualche decennio prima di Gesù.

Il quesito quindi è pertinente, perché i rabbini avevano individuato, oltre alle dieci parole date da Dio a Mosè nel Decalogo, altri 613 precetti, motivo per cui, veniva da chiedersi: quali sono i più importanti? C’è un ordine? Da dove iniziare? Gesù non scende a casistiche, come forse quel dottore avrebbe voluto, ma va diritto al fondamento della vita del credente e cioè cita lo Shema‘ Israel, il comandamento che il fedele ebreo ripeteva, ieri come oggi, tre volte al giorno e che esprime il primato della fede in Dio. Ma ecco poi la novità! Subito dopo Egli accosta al comandamento dell’amore per Dio quello dell’amore per il prossimo, un fatto senza precedenti nella letteratura giudaica antica e che riprende un passaggio del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

Cosicché, la novità introdotta da Gesù è quella di aver messo in relazione diretta il comandamento dell’amore di Dio con quello del prossimo e, sebbene i due precetti fossero ricordati nella Torah, nessuno li aveva mai paragonati o considerati simili. Da tutto ciò ne emerge un quadro meraviglioso per la vita nuziale. Se da un lato ho bisogno davvero di Cristo per amare il mio coniuge, è pur vero che nel coniuge io incontro Cristo e questo in forza della grazia nuziale. Se è vero che un buon matrimonio deve possedere qualità nella comunicazione verbale, nella sessualità, nell’uso dei soldi… tutto ciò è infruttuoso per noi credenti se non si è al contempo radicati in Cristo. Senza Gesù tutta quella bella “solidità” un giorno finirà nella tomba o nel loculo.

La logica è la stessa della Croce: essa sta in piedi solo se il palo verticale è bel fissato nel terreno e così può mantenere la traversa orizzontale. È ciò vale anche per il matrimonio. Così, ogni coniuge è bene che si esamini sempre su quale rapporto ha con Gesù: se è personale, se è quotidiano, se si alimenta della Parola, se si basa sull’Eucarestia, se è aperto alla voce dello Spirito… e poi certamente se col proprio consorte vive la concretezza del rapporto, la complicità, la corte continua…

Oggi assistiamo, anche in seno alla Chiesa, a una sorta di schizofrenia: o fare della fede una questione talmente personale che non ha nessuna visibilità in chi ci vede, anzi, a volte con comportamenti contrari al Vangelo; oppure, voler vivere un matrimonio a prescindere da Cristo, facendo leva solo sulle proprie forze e lasciando il Signore per i momenti di emergenza e difficoltà. Cari sposi, la bella notizia è che in voi l’amore al Signore e l’amore al prossimo si coniugano perfettamente! Si potrebbe dire che voi siete chiamati ad essere gli esperti di come si ama Dio nel coniuge e come il coniuge mi può portare ad incontrare Gesù. Per questo lo Sposo Gesù vi ha donato la sua Presenza e conta su ogni vostro piccolo sforzo perché questa bellezza trapeli e sia visibile.

ANTONIO E LUISA

Ad integrazione di quanto scritto da padre Luca vorrei soffermarmi sull’ordine dei due comandamenti. Perchè amare Dio viene prima? Dio è geloso? No! Nulla di tutto questo. Siamo noi che abbiamo bisogno di quest’ordine. Perchè solo attingendo forza e consapevolezza dalla nostra relazione con Dio saremo capaci di amare l’altro gratuitamente e per primi, Se avessimo solo la dimensione orizzontale verso i fratelli non saremmo capaci di amare gratuitamente ma saremmo sempre alla ricerca di avere amore piuttosto che di darlo. Due poveri che vogliono arricchirsi l’uno con l’altro. Non potrebbe funzionare.

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Ciò che non muore mai

Cari sposi, anche stavolta vorrei farvi conoscere una coppia sul cammino verso gli altari e di cui si parla ben poco. Sono i coniugi, servi di Dio, Paolo Takashi (1908-1951) e Midori Marina Nagai (1908-1945) vissuti a Nagasaki.

Si sono conosciuti grazie al fatto che Takashi viene ospitato in casa dai genitori di Midori affinché potesse frequentare la facoltà di medicina. Lui è nato shintoista ma, respirando la cultura razionalista del tempo, perde anche quel poco di religiosità acquisito in famiglia.     Ma è la famiglia che lo accoglie a iniziare a pregare per lui. Difatti, i Midori, discendenti di lunga data da generazioni di cristiani che hanno sofferto le terribili persecuzioni che i sovrani del Giappone avevano scatenato contro tutto ciò che fosse estraneo alla cultura nipponica, sono profondamente credenti e intercedono per la sua conversione.

È in occasione del Natale del 1932 quando Takashi, su invito dei suoi anfitrioni, vive la sua prima Messa, rimanendone profondamente toccato per la percezione di una “Presenza”. L’indomani, la figlia Midori accusa fortissimi dolori al basso ventre e Takashi, intuendo trattarsi di peritonite, la salva in extremis portandola in ospedale. È l’inizio di un rapporto sempre più stretto che li porterà verso il matrimonio.

Tuttavia, la giovane Midori non ha fretta ma prega incessantemente per la sua incontro con Cristo, in particolar modo tramite la sua devozione a Maria. Nel frattempo, scoppiò la seconda guerra sino-giapponese e Takashi è chiamato alle armi. Sui campi di battaglia, oltre a mettere in atto la sua capacità di medico, si scontra con gli orrori della guerra rimanendone sconvolto e domandandosi il senso della sua giovane vita.

Quando ritornò sano e salvo a casa ebbe inizio il suo cammino di conversione. Così. nel 1934 ricevette il battesimo scegliendo come nuovo nome quello di Paolo. Ma ora l’amore per Midori non era più un segreto ed fu lo stesso sacerdote che lo aveva accompagnato alla fede ad incoraggiare il loro matrimonio. Seguirono anni felici, la nascita dei figli, la passione per la radiologia, il servizio a tanti poveri, l’impegno per servire la propria comunità.

Eppure Gesù li stava comunque chiamando a seguirLo più da vicino e un giorno Paolo scoprì l’insorgere della leucemia, frutto dell’eccessiva esposizione alle radiazioni sul lavoro. Ciò nonostante, continuò a condurre la vita ordinaria, supportato dalla cura amorevole e dal sostegno della moglie. Finché arrivò quel mercoledì 8 agosto 1945: come sempre, Paolo uscì di casa per recarsi in ospedale ma, avendo dimenticato di prendere il pranzo, ritornò subito indietro. Appena rientrato in casa, trovò Midori prostrata in lacrime davanti al crocefisso, quelle lacrime che gli aveva sempre nascosto per non gravare sulla sua già dura condizione fisica.

Un fatto molto significativo quello perché fu l’ultimo ricordo della moglie. Difatti, il 9 agosto 1945 alle ore 11:02 il B-29 americano sganciò la gigantesca bomba “Fat man” sul cielo di Nagasaki e della città non rimase quasi più nulla. Si salvarono sia Paolo, al riparo tra i muri di cemento armato della radiologia, che i loro figli, fatti sfollare lontano dalla città, ma entrambi dissero di avere intravisto il volto di Midori al momento dell’esplosione atomica.

Subito egli si mise al lavoro per curare più sopravvissuti possibili, senza aver nemmeno il tempo di correre a casa. Solo dopo qualche giorno potè tornare ma trovò solo della sua amatissima moglie le ossa carbonizzate vicino ad un rosario, deformato dal calore. Il Dottor Paolo Takashi potè vivere ancora alcuni anni, malato e povero, ma conducendo una vita di silenzio, preghiera, scrittura e soprattutto accogliendo centinaia e centinaia di persone che cercavano nel “santo di Urakami” un punto di riferimento spirituale.

Ancora una volta contempliamo coppia semplice, dalla vita ordinaria ma che ha affrontato una circostanza storica eccezionale grazie al rapporto cordiale e profondo con il Signore Gesù. “Ciò che non muore mai” è uno dei libri che meglio racconta la loro vicenda. Un titolo preso da una frase che Paolo Takashi ripeteva spesso, proprio a voler sottolineare che è Cristo la roccia inamovibile della nostra vita, anche laddove tutto viene distrutto e scompare.

Cari sposi, possiate anche voi fare l’esperienza quotidiana che solo in Cristo l’amore nuziale può sbocciare e fiorire per l’eternità.

padre Luca Frontali

Divina somiglianza

Cari sposi, in un momento in cui va di moda “pensare all’Impero Romano” la liturgia odierna cade a fagiolo. Mentre Matteo prosegue il suo racconto sull’ultimo periodo di Gesù prima della Pasqua, il vangelo di queste domeniche si centra su tre dispute con cui ora i sacerdoti ora gli erodiani ora i farisei vorrebbero inchiodarlo per una qualche mancanza nelle sue parole.

Un’occasione succulenta è data dal tema del rapporto con Roma. Si sa che da alcuni decenni il popolo ebraico era di nuovo sottomesso a un potere esterno, le “aquile” romane avevano annesso la Palestina al grande impero e che loro erano divenuti i nuovi nemici. Gran parte del malcontento veniva dal tributo pro-capite che veniva richiesto a tutti gli abitanti della Giudea, Samaria e Idumea (uomini, donne, schiavi) dai dodici fino ai sessantacinque anni. Cesare qui non è Giulio bensì l’imperatore Tiberio Cesare che regnò dal 14 al 37 d.C. Sappiamo che il pagamento non era per nulla facoltativo ma una richiesta ben precisa che riguardava a tutte le provincie esterne all’Italia, tra cui la Palestina. Certamente il valore di questa imposta corrisponderebbe oggi a circa 80-90€, quindi una cifra ragionevole che spezza una lancia in favore della moderazione dell’Imperatore. Difatti, consta storicamente che proprio Tiberio, alla sollecitazione dei suoi governatori di provincia di elevare la tassazione, rispose: “boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere”, cioè “è proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle” (Svetonio, Vita di Tiberio, 32).

Tuttavia, non mi voglio perdere nel discorso che proviene dal conflitto scaturito fin da allora tra potere statale e potere religioso. Mi interessa andare ad una lettura spirituale molto bella che emerge da quella moneta e che sorprendentemente tocca alquanto voi sposi. Sebbene il denaro esibito a Gesù porti impressa l’effigie del più potente uomo dell’epoca, ben più grane e maestosa è quella incarnata dall’uomo il quale riflette nientemeno che l’immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,27). Così, la Trinità ha voluto farsi conoscere principalmente tramite una coppia uomo/donna. Tutto ciò è semplicemente sbalorditivo! Quanto Dio abbia osato fare e si sia fidato di creature fallibili nel depositare in loro una così grande dignità ma anche una tale responsabilità.

È bello qui ricordare quanto dice il rituale del matrimonio: “O Dio, in te, la donna e l’uomo si uniscono, e la prima comunità umana, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio” (Rituale matrimonio, 85). Cioè, questa immagine divina non è cancellabile, resta come dono perenne per voi sposi, talento da far fruttificare, anche in mezzo alle proprie fragilità e limiti.

Guardate cosa scriveva Edith Stein, divenuta poi Suor Teresa Benedetta della Croce (1891-1942): “Nel dono reciproco di sé all’altro, essi [gli sposi] attuano concretamente poi anche la vocazione all’unità e alla comunione a cui tutto il genere umano è chiamato, diventando «la più intima comunità d’amore» sulla terra, sul modello di quella trinitaria in Cielo”. Come si nota qui la fonte di ispirazione da cui attinse il giovane filosofo Karol Wojtyła per elaborare la visione dell’esistenza umana come un dono!

Dire moneta significa denaro, quindi possesso e ricchezza. Mentre l’immagine e somiglianza divina che la coppia riflette non è un merito bensì un dono di amore. Se gli imperatori romani, tramite le tasse, ambivano ad aumentare l’erario e così ostentare la loro gloria, in cambio Dio si compiace nel vedere moltiplicarsi la sua presenza tramite coppie i cui tratti riverberano quelli divini: la mascolinità e la femminilità portati a pienezza dalla grazia nuziale. Dio riceve gloria dalla capacità di donazione di ciascuna di voi coppie, ovunque siate e qualsiasi lavoro facciate. L’immagine e somiglianza di Dio trapela e si comunica al mondo se comprendete bene e contemplate chi siete agli occhi di Dio. Ve lo dice bene San Giovanni Paolo II: “L‘uomo e la donna, creati come «unità dei due» nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero dell’unica vita divina” (Mulieris Dignitatem 7).

Quindi, cari sposi, valete più di un semplice denaro romano, valete l’amore sconfinato di Dio. Un dono ricevuto e un dono da condividere.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca dice bene. Io mi permetto di ricordarvi che è vero che noi siamo effige di Dio. Come una moneta romana noi rappresentiamo il volto del Re. Lo siamo fin dal giorno del matrimonio per grazia, per dono, grazie allo Spirito Santo. Ma lo siamo solo in potenza. Siamo come una moneta che è stata tanto tempo celata nel terreno. Una volta ritrovata l’effige scolpita su di essa non è riconoscibile. C’è bisogno di pulirla e lucidarla. Ecco quel lavoro spetta a noi. Spetta a noi ripulire il nostro corpo e lucidare il nostro cuore. Con il lavoro quotidiano fatto di volontà ed impegno. Solo così saremo capaci di brillare e di mostrare l’amore luminoso di Dio attraverso la nostra vita quotidiana.

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La difficoltà di lasciarmi stupire da Dio

Cari sposi, anche questa domenica tutta la liturgia è sfacciatamente nuziale, parla di voi in termini perfino troppo eloquenti per non essere compresi. Difatti, l’evangelista Matteo nel presentare un fatto abbastanza comune per l’epoca – il banchetto di nozze per il figlio del re – ci sta dicendo in realtà che il re è Dio, il banchetto simboleggia l’alleanza che Lui vuole instaurare con il suo popolo e che in Cristo diviene l’alleanza con l’umanità intera.

Per caso avete notato la Sposa? Non è che si è nascosta da qualche parte? La sposa è ben presente nella scena perché rappresentata dagli invitati, ossia ciascuna di voi coppie. Questa immagine del banchetto è bellissima! Rappresenta il sogno di Gesù di unirsi a ciascuna di voi coppie in una festa che non avrà fine, in cui la gioia supererà anzi cancellerà totalmente ogni ombra di tristezza e dolore.

Tuttavia, come vorrei che sobbalzaste nel vostro intimo nel vedere che la storia della salvezza, la storia a cui era stato chiamato Israele, e con lui tutti i popoli, è una storia di amore nuziale, cosicché il matrimonio diviene “il paradigma per comprendere tutta la storia della salvezza” (cfr. Mario Meruzzi, Lo sposo, le nozze e gli invitati. Aspetti nuziali nella teologia di Matteo, Cittadella 2008). Quindi non leggete il Vangelo di oggi da spettatori di una partita di calcio ma sentitevi dentro fino al collo. Voi siete quegli invitati – la Sposa – a cui Gesù vuole darsi in corpo e anima.

Papa Francesco commenta questo aspetto dell’Alleanza con delle espressioni quasi uniche nel suo genere: “Questo Sacramento (il matrimonio) ci conduce nel cuore del disegno di Dio, che è un disegno di alleanza col suo popolo, con tutti noi, un disegno di comunione. […] L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due. Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna” (Udienza 2 aprile 2014).

Ma a questo punto però bisogna comprendere che, come diceva Santa Teresina di Lisieux, “l’amore si paga solo con l’amore”. Per questo leggiamo nel Vangelo che agli invitati veniva richiesto di entrare nella grande stanza del banchetto ricoperti di mantello bianco, un vestito che lo sposo offriva gratuitamente, segno del proprio assenso e affetto nei confronti del re. Ma ora accade l’incredibile! Qualcuno vuole entrare ma senza accogliere il dono! Si potrà? Chi di noi ha rifiutato i regali trovati sotto l’albero di Natale? O quelli nel giorno di compleanno?

Questo rifiuto in realtà non è poi così stravagante ma è il frutto di un ben preciso atteggiamento di vita: la chiusura e la distrazione davanti ai doni di Dio. Cito qui don Fabio Rosini, prendendo alcune frasi del suo ultimo libro: “L’arte della buona battaglia”: “Come parla Dio? Dio comunica in noi in molti modi, ma per quanto riguarda la vita interiore bisogna rispondere con un’affermazione che dice e non dice: nel profondo. […] Ecco, la sfida del libro sarà cercare di difenderci da ciò che ci allontana dall’io profondo e cercare di assecondare ciò che ci porta lì, dove risiede la verità”.

E la verità è che lo Sposo abita nel vostro cuore e nella vostra relazione, è lì che va cercato ogni giorno altrimenti si rischia di sentirsi soli e abbandonati ma perché lo si cerca altrove. La grazia di certo non vi manca, difatti “la grazia dei Sacramenti alimenta in noi una fede forte e gioiosa, una fede che sa stupirsi «delle “meraviglie» di Dio e sa resistere agli idoli del mondo” (Udienza, 6 novembre 2013)

Cari sposi, può darsi che la solitudine e la tristezza spesso vi accompagnino e vi confondano, ma lo Sposo Gesù non cessa di chiamarvi e sollecitarvi a entrare in una preghiera più profonda come coppia per sperimentare di quali e quanti doni vuole riempire la vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Quando ci sposiamo in realtà, come ha così bene espresso padre Luca, siamo entrambi sposa di Gesù. Lo siamo insieme. Io ho sposato Luisa, ma insieme abbiamo sposato Cristo. Cristo non vedeva l’ora di rivestirci dell’abito nuziale. A noi la scelta, ad ogni sposo e sposa la scelta, decidere di indossarlo oppure farne a meno. Questo significa fare una scelta concreta. Significa mettere al centro del nostro matrimonio Cristo non a parole, ma amandolo davvero. E Lui ci dice come: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.” Una coppia che anche si sposa in chiesa ma poi non indossa l’abito nuziale, non conformando la propria vita agli insegnamenti della Chiesa, facilmente fallirà anche se i due si sono sposati sacramentalmente. Rispettare i comandamenti significa vivere una vita di dono e non una di possesso. Non uccidere significa tante cose nella coppia. Significa non mortificare, non umiliare, non essere capaci di perdonare. Non commettere atti impuri significa usare nostra moglie o nostro marito e non donarsi a lui/lei attraverso il corpo. Non rubare può significare rubare la libertà alla persona che abbiamo accanto, non permettendole di sviluppare i propri talenti e limitandola all’idea che noi abbiamo di come debba essere e cosa debba fare. Potrei andare avanti per ore. In sintesi, indossare l’abito nuziale significa mettere al centro del nostro agire il bene della persona che abbiamo accanto e non il nostro tornaconto e il nostro egoismo. Significa amare e non usare. Solo così la grazia di Dio potrà entrare nel nostro cuore e trasformarci in una vita trasfigurata verso la santità.

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Entrerò danzando in cielo

Cari sposi, anche oggi continuiamo il racconto di coppie in cammino verso gli altari. Si tratta dei venerabili coniugi Cyprien e Daphrose Rugamba i quali ci mostrano una storia del tutto singolare. Nella cultura africana l’origine tribale ha un grande peso e difatti essi erano assai diversi sotto molti aspetti, anzitutto per l’etnia: lui hutu e lei tutsi, lui riconvertitosi dopo anni di ateismo, lei di famiglia profondamente credente; lui intellettuale ed artista, lei dedicata alla famiglia e figli. Per tutto ciò non fu affatto un matrimonio facile, al punto che per un periodo vissero separati dopo che Cyprien accusò ingiustamente Daphrose di stregoneria. In quel periodo però fu lui a tradirla in più occasioni al punto da diventare padre di una figlia illegittima che Daphrose non esitò successivamente ad accogliere in casa.  

Per la sua grande fama di intellettuale e compositore di canzoni, poesie, balli ed opere teatrali, venne corteggiato dal governo che lo voleva rendere strumento di indottrinamento e manipolazione nelle lotte tribali ma Cyprien si schermiva rivendicando la sua appartenenza solo “al partito di Gesù”.

Come coppia furono esempio di unità e riconciliazione in un momento di crescente odio razziale. Il loro matrimonio divenne un esempio vivente di come l’amore di Cristo può superare ogni barriera culturale ed etnica. Inoltre, memori della loro crisi coniugale, seppero essere a loro volta consiglieri e accompagnatori di coppie in difficoltà.

Il martirio come sempre non è una casualità ma l’apice di un crescente amore e dedizione al Signore. Sono le 10:30 del 7 aprile 1994 – il presidente Habyarimana era stato assassinato da poche ore – quando un commando di paramilitari si presentò alle porte di casa Rugamba. Il comandante chiamò fuori Cyprien il quale si presentò sull’uscio con tutta la sua numerosa famiglia, un oscuro presentimento infatti pervadeva su di loro ma anziché scappare avevano passato la notte in preghiera. Dopo averlo pesantemente insultato gli chiese se fosse ancora cristiano. Al che lui replicò citando una delle sue più famose canzoni: “Sì, ed entrerò danzando in Cielo”. Furono le sue ultime parole: una raffica di pallottole uccise tutti loro meno il più piccolo, occultato dai cadaveri dei fratelli ed unico testimone oculare del martirio della sua famiglia. Questi fatti e tanto altro nel libro che racconta la loro vita e la loro santità. Un esempio meraviglioso che può essere di stimolo ed incoraggiamento per noi oggi a seguire Cristo Sposo nelle nostre circostanze e nel nostro ambiente.

Padre Luca Frontali

זֵיתִ֑ים סָ֝בִ֗יב לְשֻׁלְחָנֶֽךָ

Cari sposi, corro il serio rischio che nessuno legga la riflessione di oggi con un titolo del genere. Eppure altro non è che il versetto 3 del salmo 128 che alla lettera dice: “Tua moglie sarà nella tua casa come una fertile vigna”. Un’immagine, infatti, attraversa da lato a lato della liturgia della Parola odierna ed è proprio la vigna. Essa è il simbolo del popolo di Israele ed ha pertanto una significazione nuziale fortissima (lo dice Isaia 5,7 e poi soprattutto il Cantico 4,16). Come del resto anche le nozze di Cana hanno nel vino la figura più potente per esprimere l’amore derivante dal matrimonio.

Quindi cari mariti, ora non leggete questa liturgia pensando che il Signore stia facendo la ramanzina solo a vostra moglie così da sghignazzarle alle spalle! Piuttosto siete voi coppia la Sposa di Gesù e quindi semmai la paternale va applicata ad entrambi. Anzitutto, al centro dell’attenzione vi è la parabola dei vignaioli omicidi. Essi sono dei comuni operai in questa grande vigna, un fatto che accade ancora oggi, tanto che proprio in questi giorni si sta realizzando la vendemmia.

Come mai queste persone arrivano a supporre che, tolto di mezzo l’erede, tutti quei terreni sarebbero automaticamente passati a loro? Quale affittuario può mai pensare una cosa del genere? Può esistere una legge che avvalli un simile pensiero? È un ragionamento grottesco che però nasconde un preciso significato. Così si esprimeva al riguardo il card. Giacomo Biffi: “Ma chi è quel padre che sapendo di avere in casa dei briganti arrischia il suo unico figlio? E infatti i vignaioli decidono di uccidere anche lui, in modo da ereditare il patrimonio del padrone (chissà in quale codice sta scritto che l’eredità passa agli assassini dell’unico erede!)”.

L’unica spiegazione plausibile è che tali operai avevano smarrito il senso del loro essere in quel ruolo, il motivo ultimo del loro lavoro: essere a servizio di qualcuno e non di sé stessi, essere strumenti per un altro e non il fine ultimo. Ha ragione don Fabio Rosini quando dice: “E noi? Spesso siamo dominati dalla distrazione: siamo schizofrenici, multitasking, facciamo tante cose insieme. C’è una tendenza avida a prendere tutto…”. Finiamo così per avere nei confronti della Vigna – leggasi coppia – non l’amore di Cristo ma un atteggiamento possessivo. E qui ricordiamoci, come diceva San Francesco – celebrato poc’anzi -, che il contrario dell’amore non è l’odio né la vendetta né l’indifferenza bensì il possesso.

Peccato per questi operai! Non sono voluti entrati nella logica del padrone che di suo intendeva renderli partecipi del suo piano di amore. Difatti, quel padrone sognava di trovare tanti collaboratori così da aumentare a dismisura la produzione di vino, che come già sapete è il simbolo dell’amore, e diffondere la gioia in chi lo riceve.

Vivere da vignaioli omicidi significa spendere anni di vita nuziale ricercando solo il proprio comodo, i propri progetti, o anche solo la propria comodità. E l’esito magari non è la separazione o il divorzio (se vi va bene) ma anche solo una relazione apprezzabile di facciata che però sottende grigiore e insoddisfazione.

Per cui il Signore, a voi sposi come ai vignaioli, inizia a chiedere frutti: è il vostro amore fecondo? Cioè genera attorno a voi coesione, fede, benevolenza, carità? Un bel metro per “misurare” la fecondità di coppia è prendere i nove frutti dello Spirito Santo (Gal 5, 5) e vedere se noi come coppia generiamo queste virtù in noi per primi e attorno a noi.

Pensate a quella miriadi di santi sacerdoti e alla scia di fecondità spirituale avuta in tante persone! Bene, anche voi coppie siete chiamate a una simile fruttuosità. A questo fa riferimento Papa Francesco quado dice, in Amoris Laetitia: “La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” (184). È questa la vigna che sogna in voi il Signore!

Dicevo prima che tutte le letture possono sembrare un grande rimprovero, di quelli che ti lasciano stecchito e mogio per giorni, però alla fine Gesù conclude la parabola con un infuso di speranza. Mentre il giudizio che gli anziani ebbero riguardo agli operai infedeli è stato molto duro, specchio dei nostri soliti e ristretti parametri e che riflette esattamente quanto accade tra sposi quando ci si relaziona con un atteggiamento possessivo, Gesù non ci fa rimanere con l’amaro in bocca.

Gesù non pensa ed agisce così nemmeno davanti a casi disperati. Noi scarteremmo una coppia chiusa, egoista, superficiale, mondana. Invece Lui è disposto a prenderla, pulirla, levigarla, intagliarla, lisciarla, scalpellarla pur di imbellirla e trasformarla in una preziosità. Gesù non vuole scartare nulla e nessuno ma solo cambiare il nostro cuore in uno simile al Suo.

Cari sposi, così vede ciascuno di voi coppie, anche se all’interno si aggira un qualche modus vivendi da vignaiolo egoista. Sentiamoci tutti una vigna amata e lasciamoci fare dal divino Agricoltore.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha già scritto tante belle cose. Mi sento di aggiungere solo una piccola testimonianza. Tutte le volte che nel matrimonio ho fatto di testa mia con Luisa ho combinato sempre disastri. Quando invece mi sono fidato di Gesù e degli insegnamenti della Chiesa, pur non sempre capendoli fino in fondo, ho sperimentato gioia e pienezza. Il nostro matrimonio è vigna del Signore. Siamo felici di lasciare a Lui la Signoria della nostra relazione.

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Aspetto i tuoi “sì”

Nel Vangelo di oggi, chi fa la migliore figura è il primo fratello, non perché ha detto «no» a suo padre, ma perché, dopo il «no» si è convertito al «sì», si è pentito. Dio è paziente con ognuno di noi: non si stanca, non desiste dopo il nostro «no»; ci lascia liberi anche di allontanarci da Lui e di sbagliare. Pensare alla pazienza di Dio è meraviglioso! Come il Signore ci aspetta sempre; sempre accanto a noi per aiutarci, ma rispetta la nostra libertà. E attende trepidante il nostro «sì», per accoglierci nuovamente tra le sue braccia paterne e colmarci della sua misericordia senza limiti. La fede in Dio chiede di rinnovare ogni giorno la scelta del bene rispetto al male, la scelta della verità rispetto alla menzogna, la scelta dell’amore del prossimo rispetto all’egoismo. Chi si converte a questa scelta, dopo aver sperimentato il peccato, troverà i primi posti nel Regno dei cieli, dove c’è più gioia per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti (cfr. Lc 15,7) (Papa Francesco, Angelus 27 settembre 2020).

Questa diversità di atteggiamenti davanti a Dio è un fedele riflesso di quanto avviene ordinariamente nella coppia stessa. Si sa, spessissimo dovete fare i conti con marce diverse in tante cose e situazioni condivise, anche nella fede. Uno avanti e uno dietro, uno perspicace e intuitivo e l’altro riflessivo e lento, uno si butta in tutto e l’altro non prende iniziative… diversità di modi di concepire l’educazione dei figli, il modo di trattare le rispettive famiglie, di divertirsi, di porsi davanti all’intimità, di usare i soldi, gusti diversi, preferenze e inclinazioni, e così via. Si sa, “l’uomo viene da Marte e la donna da Venere”. E così ci possono essere vari “sì” a parole che diventano dei “no” di fatto, e viceversa, rendendo molto complessa la vita a due nel tempo.

Ciò che risalta però qui non è tanto la diversità – un dato ovvio e scontato – quanto come si pone Dio stesso dinanzi ad essa: usando la pazienza. Infatti, Dio ci aspetta, è paziente, è uno che sta a bussare alla nostra porta e aspetta che Gli apriamo, ma intanto Lui continua imperterrito. E così Lui vorrebbe tanto che la Sua Pazienza fosse anche la vostra. Che duro saper attendere quando l’altro dice “no”! Verrebbe voglia di mandare tutto a quel paese e ripagare con la stessa moneta.

Eppure, pazienza divina è pure “contenuta” nel vostro amore! Ecco la bella notizia: la magnanimità e generosità di Dio è stata comunicata ed effusa anche a voi. Anzi, il vostro amore, la vostra storia, la vostra relazione è stata “assunta” da quella di Cristo per tutta la Chiesa (cfr. Gaudium et spes 48 dice proprio così: “L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”). E quanti “no” Cristo Sposo si è sentito dire dalla Sposa Chiesa ma questo non Gli ha fatto cambiare idea!

Cari sposi, vi invito a considerare questa verità stupefacente e non arrendervi se entra la fatica o lo scoraggiamento per le barriere dei “no” che si possono essere innalzate tra voi. Facendo leva sulla forza divina che è in voi, mantenetevi aperti a quanto il Signore già sta operando nei vostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Quando amiamo qualcuno nonostante le difficoltà o le delusioni, dimostriamo una forma di amore autentico e libero. Questa è la modalità di Gesù, che ci ha amato fino alla croce, nonostante i nostri errori e peccati. Dobbiamo cercare di seguire il suo esempio e di amare gli altri con la stessa misura. In conclusione, nel matrimonio e nelle relazioni in generale, non possiamo obbligare gli altri ad amarci, ma possiamo scegliere di amarli nonostante tutto. Questo richiede impegno, sacrificio e amore incondizionato. Il sacramento del matrimonio ci chiama a vivere in questa modalità di amore, aprendo il nostro cuore e accettando l’altro nella sua interezza.

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Sì all’amore

Cari sposi, anche oggi vorrei rivolgere la vostra attenzione a una coppia che sta camminando spedita verso la gloria degli altari. Si tratta dei coniugi Sergio e Domenica Bernardini vissuti nel secolo scorso ma la cui vita è ancora una potente ispirazione per chi vuol vivere a fondo la vocazione matrimoniale.

Le loro vite promanano non pochi spunti di riflessione ed evidenziano che dal sacramento nuziale sgorga una scuola di fede e di sequela di Cristo (cfr. Familiaris Consortio 51).

Per prima cosa entrambi si domandarono, ciascuno con i suoi tempi e modi, se il Signore li voleva sposi o dediti unicamente a Lui. Sergio rimase vedovo dalla prima unione e venne sollecitato dal parroco ad entrare in seminario ma dopo un attento discernimento trovò nel matrimonio la sua strada. Ebbero una fede concreta e semplice, fatta di lavoro assiduo e di aiuto ai più poveri. Pur se non appartenenti a uno status sociale elevato, si aprirono alla vita confidando nella Provvidenza ed ebbero in dono dieci figli.

Tante braccia, a quei tempi, facevano comodo in casa, eppure Sergio e Domenica rimasero aperti ai disegni di Dio sui propri figli prima dei propri e così otto si consacrarono al Signore nella vita religiosa (cinque figlie entrarono nella Pia Società di S. Paolo e una tra le Ancelle Francescane del Buon Pastore; due figli diventarono sacerdoti cappuccini, uno dei quali, Giuseppe, fu Vescovo di Smirne in Turchia).

Colpisce l’atteggiamento cristiano davanti alla sofferenza ed alle tribolazioni. Sergio in pochi anni perse i genitori, la prima moglie con i figli e il fratello; affrontò la durezza della vita di migrante e le ristrettezze economiche ma senza mai perdere la fede. Ugualmente Domenica, la quale incontrò Sergio dopo il lutto del fidanzato con cui pensava di costruire una famiglia. Vivendo in un contesto politico avverso alla fede, quello del dopoguerra in Emilia, Sergio rischiò addirittura la vita per mano dei comunisti che erano a conoscenza della sua fede e del suo impegno sociale. E così, nella semplicità di una vita fatta di tanto lavoro e di rapporti autentici fuori e dentro al famiglia, i coniugi Bernardini non tardarono nel diventare un faro per tanti che da loro cercavano conforto, aiuto materiale e consiglio.

Chi volesse approfondire la loro vita trova in questo piccolo libro un ottimo approfondimento e spingo vivamente a chiedere la loro intercessione, in particolar modo per le necessità che riguardano il matrimonio e la famiglia.

Padre Luca Frontali

Rimandato in matematica

Cari sposi,

Gesù non conosce né finanza né economia. Nella parabola degli operai della vigna, il padrone paga lo stesso stipendio a chi lavora al mattino e a chi inizia a lavorare il pomeriggio. Ha fatto male i conti? Ha commesso un errore? No, lo fa di proposito, perché Gesù non ci ama rispetto ai nostri meriti o per i nostri meriti, il suo amore è gratuito e supera infinitamente i nostri meriti. Gesù ha i «difetti» perché ama. L’amore autentico non ragiona, non calcola, non misura, non innalza barriere, non pone condizioni, non costruisce frontiere e non ricorda offese”. Così affermava il Card. Nguyen Van Thuan nel gli esercizi spirituali predicati alla Curia Romana nel 2000, in presenza di San Giovanni Paolo II.

E in effetti un pochino di mancanza di leggi di mercato ci sta nella parabola odierna, a cui si potrebbe osservare che i dipendenti non hanno letto tutti termini e condizioni del contratto, un po’ come capita a noi quando clicchiamo di acconsentire ma poi non leggiamo decine di pagine di possibili conseguenze. Se confrontiamo il Vangelo in sintonia con le altre letture allora capiamo una cosa: Gesù viene a insegnaci un altro modo di amare. Se è vero che le “sue vie sovrastano le nostre vie” allora iniziamo a comprendere meglio il senso di questa strana “bontà” del padrone della vigna.

Nel fondo Gesù vuole dirci che, quando si ama, le misure non contano, i calcoli non servono, il “do ut des” non funziona più. Come scriveva il giovane teologo Joseph Ratzinger nel 1968, il cristianesimo e Cristo stesso si possono riassumere con la legge della “sovrabbondanza” (Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 1969, pp. 210-211), cioè un Dio che ama fino a perdere tutto di sé per amore.

Guardiamo alla moltiplicazione dei pani e pesci, non solo tutte quelle migliaia di persone ebbero cibo più che sufficiente ma ne avanzò pure! Oppure il segno nelle nozze di Cana consistette in quasi una tonnellata di vino di ottima qualità o la pesca miracolosa che quasi fece affondare le barche di Pietro… ma che bello pensare che Gesù mi sta amando così ogni giorno! E quanto ho ancora io da imparare!

Tra sposi Gesù anela che ci sia questo amore e non lo ve dice da moralista, cioè uno che scaglia ordini e imposizioni dall’alto ma in quanto è Lui che nel fondo anima e guida questo stesso amore. Il Risorto, grazie al sacramento nuziale, cammina con voi, discretamente ma veramente, e ogni giorno vi concede la grazia di donarvi un amore così.

Solo i santi hanno penetrato questo modo di amare che non è più umano ma discende dall’Alto. Santa Teresina di Lisieux vergava così una sua preghiera: “Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, poiché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Ogni nostra giustizia è imperfetta ai tuoi occhi. Voglio dunque rivestirmi della tua propria Giustizia e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Te stesso”. Cari sposi, possiate anche voi donarvi giornalmente il vostro nulla, la vostra finitezza affinché sia Cristo a rendervi ricchi e sovrabbondanti del Suo amore.

ANTONIO E LUISA

Chi è più fortunato? Chi va a lavorare dalla prima ora oppure chi si “gode” la vita e all’ultima ora arriva da Gesù? No perchè sentendo certi amici sembra che lo scapolone che cambia una donna a settimana sia in relatà più ganzo, più furbo. Ma siamo davvero sicuri che sia così? Cosa dice il padrone della vigna agli ultimi che raccoglie? Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Chi sono i fortunati allora? Loro che hanno vissuto una vita senza prospettiva o piuttosto chi lavora nella vigna fin dal mattino? La gioia non viene dai piaceri del mondo ma dallo sguardo di Gesù su di noi e dalla consapevolezza di star costruendo qualcosa di bello nella nostra vita. Dalla capacità di amare, accogliendo sempre più e sempre meglio quella persona che Dio ci ha messo accanto.

Si può amare così?

Cari sposi, non è una coincidenza ma una “Dio-incidenza” che scriva queste brevi righe nel bel mezzo del week-end di Retrouvaille.

Questo mi riporta a quando è iniziato per me questo cammino con gli sposi, l’input iniziale provocato proprio dal rimanere sbalordito dinanzi a una testimonianza ascoltata in quel ritiro. La coppia stava condividendo la fase della decadenza della relazione, in cui ci furono più episodi di tradimento e di violenza domestica. Ricordo assi bene il mio stupore commosso nel constatare che, nonostante la durezza e drammaticità del racconto, comunque loro due fossero proprio lì a raccontarlo e da allora mi sono chiesto sempre: “ma si può amare così?” Cioè, può una coppia perdonare così tanto, sopportare tutto quel dolore, arrivare a un tale abbassamento? Non è a rischio la dignità personale?

È esattamente quello che Gesù vuole trasmettere a Pietro con la parabola dei due servitori indebitati. Se traducessimo in Euro i due valori menzionati da Gesù avremmo da un lato i 10.000 talenti che corrisponderebbero circa a 6 miliardi del primo contro i circa 1800 € del secondo!

Ma perché tale sproporzione? Cosa vuole comunicarci Gesù? Che i peccati che commettiamo offendono anzitutto Lui, il Suo Cuore, la sua Bontà infinita. Finché non tocchiamo con mano il senso tremendo del peccato, non ci convertiremo mai: in noi “l’Amore non è amato!”, come gridava san Francesco in lacrime.

Santa Teresa D’Avila partì proprio da qui, è lei stessa a raccontarcelo: “Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più” (Il libro della mia vita).

Capiamo così perché Gesù ci preavvisa che ci vorrà addirittura la Persona divina dello Spirito Santo a convincerci del peccato, cioè a donarci il giusto sguardo su di esso, affinché poi possiamo ad aprirci alla Sua Misericordia. Senza questo convincimento interiore, tutti faremmo la fine del secondo servo, il quale sta a simboleggiare la cecità e chiusura del cuore che dimostriamo nel valutare e soppesare le mancanze altrui piuttosto che piangere e commuoverci per le nostre.

Per voi sposi è fondamentale questo passaggio! Di per sé il matrimonio è un campo di conflitti quotidiani. Ferite piccole o grandi possono essere all’ordine del giorno e se non si vive con la consapevolezza di essere stati redenti da Gesù, di essere stati perdonati sulla Croce una volta per tutte, il rischio di vittimizzarsi e di scaricare sul coniuge tutte le nostre frustrazioni e fastidi è sempre dietro l’angolo.

Concludo con una bella testimonianza di una moglie che nel suo percorso di guarigione di coppia ha incarnato bene l’insegnamento odierno di Gesù: “In un momento ben preciso ho percepito di avere un gran bisogno del perdono, prima di tutto del perdono di mio marito ma anche del perdono di Gesù, che si­curamente tanto avevo fatto soffrire. E quando mio marito mi ha confidato i suoi tradimenti occasionali ho potuto perdonarlo, in quanto ero ormai consapevole che anch’io avevo la responsabilità di non averlo ama­to abbastanza” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, pag. 139).

Quindi, care coppie, potete dirlo con coraggio: sì, si può amare così, come Gesù, perdonando 70 volte sette. Il dono è già nel vostro cuore e lo Spirito vi accompagna senza sosta per aiutarvi a raggiungere la mèta.

ANTONIO E LUISA

Non posso che cofermare le parole di padre Luca. Noi spesso non siamo capaci di rialzare il nostro coniuge. Quando lui/lei sbaglia, quando ci ferisce, quando tradisce il nostro amore noi non siamo capaci di rialzarlo. Facciamo come il servo malvagio. Paga ciò che devi. Non mi interessa ascoltarti, non mi interessa capire, non mi interessa starti vicino. Quante volte davanti all’errore dell’altro lo uccidiamo dentro di noi, non gli permettiamo di rialzarsi, non lo aiutiamo a rialzarsi, ma lo schiacciamo al suolo con la nostra durezza e con la nostra chiusura.

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“Uccisero anche i bambini”

Cari sposi,

            è proprio dell’altro giorno, domenica 10 settembre, una beatificazione senza precedenti nella storia della Chiesa: un’intera famiglia polacca, composta dai genitori e i loro 7 figli, ha raggiunto il penultimo gradino verso la gloria degli altari, per essere stati trucidati tutti assieme il 24 marzo 1944 da soldati nazisti. Erano stati considerati “colpevoli” di aver dato alloggio a due famiglie ebree, i Goldman e i Szall, nella soffitta di casa loro, nel tentativo di preservarli dai campi di sterminio.

È appena uscita la loro storia nel libro “Uccisero anche i bambini”, frutto di un’accurata inchiesta giornalistica compiuta dalla vaticanista dell’Ansa Manuela Tulli insieme con Pawel Rytel-Adrianik, responsabile della sezione polacca di Vatican News e di Radio Vaticana. Vi invito a leggerlo per cogliere tanti dettagli di questa meravigliosa storia di amore, culminata direttamente in Cielo.

Alla celebrazione, avvenuta proprio a Markowa, il loro villaggio natale, non era presente Papa Francesco bensì il Prefetto della Congregazione vaticana delle Cause dei Santi, il Card. Marcello Semeraro. Vorrei estrapolare due passaggi particolarmente significativi della sua omelia:

I nuovi Beati ci insegnano, prima di tutto, ad accogliere la Parola di Dio e sforzarci ogni giorno per compiere la sua volontà. Gli Ulma la ascoltavano come famiglia nella liturgia domenicale e poi prolungavano la sua meditazione a casa, come si evince dalla Bibbia da loro letta e sottolineata”. Questo per dire che non erano persone particolarmente dotte o colte ma vivevano una spiritualità semplice, cordiale, concreta e ordinaria. Ci insegnano ancora una volta che gli Sposi hanno tutti i mezzi per vivere santamente il loro amore reciproco non andando altrove ma vivendo la quotidianità.

Inoltre: “dall’ascolto della Parola del Signore fu plasmato, di giorno in giorno, il loro coraggioso programma di vita. In essi ha operato perfettamente la grazia santificante del Battesimo, dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, fra i quali emerge in maniera evidente la bellezza e la grandezza del sacramento del Matrimonio. Vissero dunque una santità non soltanto coniugale, ma compiutamente familiare”. Ed ecco i vostri grandi aiuti: i sacramenti e la Parola, con cui Gesù si rende presente nella vostra vita a prescindere dall’esserne degni.

Due ultimi dettagli molto belli sono che la loro memoria liturgica è stata fissata nientemeno che il 7 luglio, anniversario del loro matrimonio. Un segno che indica come la Chiesa riconosce nella grazia nuziale il punto di forza per la loro santità.

E in secondo luogo, sorprende particolarmente vedere incluso nei beati anche il più piccolo dei sette figli, senza nome perché morto quando ancora era nel grembo di mamma Wiktoria. La quale, proprio a causa del trauma delle uccisioni a cui assistette, ebbe spontaneamente le doglie al punto che il piccolino nacque solo parzialmente. Notate bene che è il primo feto ad essere dichiarato beato, un’ulteriore conferma della sacralità della vita, anche quella ancora non nata.

Cari sposi, abbiamo una nuova storia straordinaria e al contempo semplice, commovente per l’amore che promana. Un segno indelebile e senza inversioni di marcia che la Chiesa crede in voi, crede nella santità coniugale e familiare. E abbiamo degli amici in Cielo che intercederanno certamente per tutti quegli sposi che vogliono seguire Gesù nella concretezza della propria vita.

Padre Luca Frontali

“Non è la montagna avanti a te che ti consuma. È il sassolino nella scarpa”

Cari sposi, così disse Muhammad Alì, il celeberrimo pugile, uno che di sforzo e di ostacoli ne sapeva qualcosa. La Parola di oggi si focalizza sulle difficoltà relazionali e soprattutto sul senso di responsabilità che comunque abbiamo proprio nei confronti di chi ci rende la convivenza più complicata.

Il Vangelo in modo particolare tocca un punto rovente, cioè quello della correzione fraterna. una pratica abituale sia nelle comunità ebraiche che nella chiesa dei primi secoli.   Questo aspetto ben si collega a una galassia di piccole o grandi conflittualità nella coppia e nella famiglia e da credenti ci si chiede come viverle e come starci dentro.

Sappiamo bene che due estremi, ahimè largamente praticati oggigiorno non hanno il sapore evangelico: sia l’evitare il problema e quindi il conflitto sotteso come anche l’autogiustificazione del “io sono fatto così”. Abbiamo una responsabilità reciproca, su questo appunto la Parola è molto chiara, e al tempo stesso siamo peccatori: come amarsi stando così le cose?

Per prima cosa non è dando un giudizio, per quanto esatto e millimetrico possa essere. Quanti coniugi ho ascoltato, con le loro analisi chiare e precise, sui comportamenti sbagliati altrui! Che dire? Hai perfettamente ragione nel chiamare le cose per nome, ma forse è il tuo atteggiamento che non crea comunione. Mi ha colpito una frase del Beato Don Pino Puglisi, una persona che è nata ed ha operato in una zona estremamente difficile ma al cui cambiamento ha contribuito non certo a forza di anatemi. Diceva don Pino:

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi”.

L’amore, l’accoglienza, la benevolenza deve albergare nel nostro cuore e ce ne accorgiamo se una parola di verità su di noi è condita di amore o solo di rabbia o stizza. Grazie a Dio, ho conosciuto anche sposi proprio questo modo di amare, nella verità e nella bontà, ha favorito percorsi di guarigione e liberazione nell’altro coniuge.

Ma nel Vangelo invece pare che Gesù chieda un taglio netto quando l’altro non sente ragioni. In realtà “sia come il pagano e pubblicano” vuol dire che va amato così com’è, senza grandi attese e aspettative. E in questo senso è bello quanto dice Papa Francesco:

Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (Amoris Laetitia, 92).

Cari sposi, è proprio vera la frase del titolo! C’è a volte una fatica relazionale nella quotidianità che può scadere nel tedio o nell’indifferenza reciproca. Proprio qui allora Gesù vi esorta a chiederGli più amore, ad offrirGli di più tutto quanto vi fa soffrire dell’altro e a non smettere di cercare il passo giusto come coppia per crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Iniziamo con il dire che la correzione fraterna non funziona quasi mai. Per funzionare necessita di una condizione che non può assolutamente mancare. Chi ti corregge deve averti mostrato amore. Solo in una relazione d’amore, che può essere fraterna, familiare, amicale o anche di un padre spirituale, sei propenso ad accogliere una correzione. Almeno per me è così. E la relazione d’amore più profonda dovrebbe essere nel matrimonio. Capite quale responsabilità abbiamo verso il nostro coniuge? Come correggerlo/la quindi? Al modo di Dio. Nel matrimonio dovremmo imparare a non metterci in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità dell’altro dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. 

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Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto

So che mio marito ha una parte di me dentro di sé e questo ci rende più uniti e anche in grado di testimoniare che la malattia si può affrontare in maniera coraggiosa. Oggi Marco è una persona che vive grazie a a me, non mi pentirò mai di questo dono e non avrò mai rimpianti”. Così scriveva, per un’intervista, una moglie che aveva donato un rene al proprio marito.

La Parola di oggi pare sia tutta centrata sulla Croce e sul doverla accettare nella nostra vita. Senz’altro è vero, tuttavia guardando ogni singola lettura troviamo un interessante fil rouge che le attraversa ed è di taglio proprio nuziale. Geremia ammette che il Signore lo ha sedotto, il salmista riconosce che è la sua stessa carne a desiderare il Signore e San Paolo parla del dono del corpo al Signore…

Fin qui c’è un che di romantico nella Liturgia se non altro che Gesù porta ciascuna di queste letture alla pienezza: il dono di sé, il desiderio più ardente, la seduzione più travolgente diventano veri e completi se passano dal crogiuolo della croce, della sofferenza, del dolore. S. Francesco, in una celebre omelia rivolta al conte Orlando di Chiusi della Verna, disse: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”.

Cari sposi, non ce l’avete facile per nulla a vivere un amore così, circondati da stili di vita matrimoniale in cui lo sforzo, la fatica, la sofferenza sembrano perdite di tempo. Sebbene in tanti non vi capiscano, sappiate e state certi che dare la vita fino in fondo a Cristo, tramite il vostro coniuge, è la missione più bella che vi poteva capitare. E ciò che vi è costato e vi costa perché sia così, un domani sarà il vostro più bel trofeo.

ANTONIO E LUISA

Non so voi, io porto al collo una croce. Che significato do a quella croce? E’ come il cornetto rosso o il ferro di cavallo? Oppure indica un’appartenenza e una direzione? Io non lo so e ho un po’ paura di scoprirlo. Perchè la fede si misura con la croce non a parole. Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

Una vita in vacanza (?)

Cari sposi, eccoci qua, il mese più temuto è arrivato… settembre, che in ebraico si dice “Golgota” … Scherzi a parte, se è bene anelare a un prolungamento delle ferie e dei giorni di meritato riposo, è altrettanto importante per la vostra santificazione il ritorno alla vita ordinaria. Perché è soprattutto lì dove Gesù vuole che diate frutti di vita cristiana, frutti di santità.

Dice Papa Francesco: “Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (Gaudete et exsultate, 14).

Don Fabio Rosini, nel suo ultimo libro “L’arte della buona battaglia”, ricorda quanto il pensare e l’anelare di essere altrove, la sottile bramosia di qualcos’altro che non sia il mio hic et nunc costituisca una vera e propria tentazione del maligno che ruba o quantomeno sminuisce quelle energie che dovremmo dedicare all’adesso.

Quanto bene l’ha espresso Blaise Pascal quando scrisse: “Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati del passato e dell’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne lume al fine di predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine. Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali” (B. Pascal, Pensieri, Einaudi, Torino 1962).

Vi siete mai chiesti perché è proprio l’ordinario il momento più fecondo per crescere nella santità personale e di coppia? Direi che ci sono due grandi motivi, uno più generico che si applica ad ogni persona e uno invece totalmente sponsale.

In primo luogo, perché la virtù richiede una ripetizione di atti buoni. Solo così può trasformarsi in abitudine e quindi entrare a formar parte del mio modo di essere. C’è un detto che apprezzo moto e recita così: “dammi un atto e ti darò un atteggiamento, dammi un atteggiamento e ti darò un destino eterno”. Il Catechismo (n. 1803 e seguenti) esprime appunto questo concetto, il bene ha bisogno di essere reiterato per divenire costitutivo della mia personalità e questo non avviene saltellando qua e là ma è di gran lunga aiutato quando diamo una certa stabilità alla nostra vita. Per cui la monotonia, lungi dall’essere un male, può divenire un grande alleato per la vita di grazia.

Inoltre, per voi sposi la vita ordinaria è proprio l’alveo entro cui scorre il sacramento del matrimonio. Papa Francesco ce lo ricorda bene: “In forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei” (Udienza generale, 2 aprile 2014).

Voi sposi avete una vocazione laicale, cioè di trasformare con il vostro amore nuziale, il mondo. Non è facendo cose speciali che raggiungete tale meraviglioso obiettivo ma è nella quotidianità, nella ferialità, nel grigiore della ripetitività. E questo perché “lo Sposo è con voi” come scrisse Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie (1994).

Vi saluto e vi incoraggio ad iniziare il nuovo anno facendo leva proprio su questa verità di fede. Perciò vorrei citare per intero le parole di Papa Wojtyła, così cariche di gioia ed entusiasmo:

Il buon Pastore è con noi dappertutto. Com’era a Cana di Galilea, Sposo tra quegli sposi che si affidavano vicendevolmente per tutta la vita, il buon Pastore è oggi con voi come ragione di speranza, forza dei cuori, fonte di entusiasmo sempre nuovo e segno della vittoria della «civiltà dell’amore». Gesù, il buon Pastore, ci ripete: Non abbiate paura. Io sono con voi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Da dove tanta forza? Da dove la certezza che Tu sei con noi, anche se Ti hanno ucciso, o Figlio di Dio, e sei morto come ogni altro essere umano? Da dove questa certezza? Dice l’evangelista: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Tu dunque ci ami, Tu che sei il Primo e l’ultimo, il Vivente; Tu che eri morto ed ora vivi per sempre (cfr. Ap 1, 17-18)” (Lettera alle famiglie 18).

padre Luca Frontali

Chiesa Grande chiama chiesa piccola

Cari sposi, nonostante in queste date subentri una certa malinconia per la fine delle ferie e l’imminente ripresa dell’anno sociale, dobbiamo ricordarci che Gesù è sempre a nostro fianco, sia in vacanza che nella vita ordinaria e che Lui è la base di ogni nostra gioia e speranza.

In questa domenica tutta la Parola va proprio in questa direzione e concretamente ci parla del ruolo che Pietro e i suoi successori hanno avuto nella vita della Chiesa: essere roccia, basamento, cemento armato su cui Cristo ha voluto costituire la sua Chiesa come anche essere il punto di unione e convergenza visibile per tutti i cristiani.

Sappiamo che questa scelta non è avvenuta tramite una pesca ai bigliettini ma è stata frutto di assidua preghiera tra Lui e il Padre. E chi ha scelto alla fin fine? Un uomo, come direbbe Paolo Cevoli, un tantino “sborone”, uno che voleva farsi bello e forte davanti a tutti, finendo in seguito per cadere miseramente e rinnegare tre volte il Maestro. Ed ecco a voi il nostro bel fondamento visibile della Chiesa universale! Applausi per favore!

Pur potendo, non ha scelto né Giovanni, il bravo, il fedele, il più coccolato ma nemmeno il focoso Giacomo, così come neppure Natanaele, tanto elogiato per la sua sincerità e schiettezza. Ha proprio voluto quel pescatore testone e spavaldo. E difatti poi, fedele al suo capostipite, la storia dei Papi è davvero una sequela di casi umani tra i più disparati. Ce n’è di ogni: Papi santi e peccatori, intellettuali o asceti, di alta o bassa estrazione, impulsivi o remissivi… Consola tanto constatare come da Pio IX (1846-1878) ad oggi quasi tutti i Vicari di Cristo siano stati Santi o sono sulla via degli altari.

Ma voi sposi dovete ricordare che la Chiesa universale è fondata alla fin fine, certamente su diocesi e parrocchie, ma il tutto poi ha come ultimo piedistallo le piccole chiese, le chiese domestiche, cioè voi come coppia. Ed ecco qui il vostro luogo e il vostro compito nella Chiesa! Ciascuno di voi, nel suo piccolo, non importa se abbiate ricevuto ruoli o compiti dal parroco, se siete catechisti, incaricati della Caritas, se seguite il gruppo giovani o svolgete il ministero straordinario dell’Eucarestia. Fosse anche che questo e altro non ci fosse, per il solo fatto di essere uniti dal sacramento nuziale e quindi essere Presenza viva di Cristo, già coltivare questa amicizia tra voi e Lui e tentare di trasmetterla a chi vi è vicino sarebbe una magnifica missione. Tanto importante che, se mancasse, parrocchie, diocesi e in ultima istanza la Chiesa universale ne risentirebbe pesantemente in negativo.

Pensate a quanti “ecomostri” si trovano in Italia, cioè quegli edifici iniziati ma mai conclusi e che rimangono lì come ruderi a cielo aperto! Non sarà che questo a volte capita alla nostra Chiesa? Il fondamento c’è, lo sappiamo bene dal Vangelo di oggi, ma poi manca il resto, mancano tutte quelle rifiniture (infissi, porte, finestre, arredamenti…) necessari per abitarvi. E voi coppie avete proprio il compito originale di rendere accogliente e confortevole la Chiesa! Che appunto ci si senta amati e attesi, come in casa propria. Non importa se siete più o meno degni, ricordatevi di chi Gesù ci ha messo a capo, ma piuttosto che siate disposti a mettervi in gioco e continuare a provarci.

Cari sposi, per tutto questo che abbiamo visto, è chiaro che la Roccia di Pietro necessita di voi, piccole pietre vive. Gesù ha fiducia in voi e vi chiama ad aderirvi su di essa affinché la Sua Chiesa sia davvero salda in ogni sua parte.

ANTONIO E LUISA

Prendendo spunto dalla riflessione di padre Luca, vorrei aggiungere quanto, per me, Gesù si sia dimostrato un grande pedagogista nello scegliere Pietro. Se Pietro fosse stato perfetto, l’uomo senza difetti, l’uomo che non deve chiedere mai, forse non sarebbe stato un bene. Io sinceramente non avrei potuto identificarmi con la figura di Pietro. Avrei pensato che essere discepoli fosse solo per pochi, non per tutti. È un po’ quello che viene imputato alla Chiesa. La Chiesa? Piena di gente che ne combina di ogni. Eppure questa consapevolezza mi libera dalla mia limitatezza. Io sono povero, limitato, pieno di difetti eppure posso andare bene così. Se Gesù ha affidato la Sua Chiesa a un testone come Pietro, perché non può affidare una piccola chiesa domestica a Luisa e a me? Ed è così che tutte le mie paure e paranoie diventano superabili.

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“Ricordati chi sei, ricordati da dove vieni, ricorda il tuo passato senza subirlo mai”

Cari sposi, sarà anche una canzone di Max Pezzali, ma soprattutto il concetto proviene dalla Sacra Scrittura. Difatti, al popolo eletto, una volta giunto nella Terra Promessa Dio, tramite Mosè, disse: “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente” (Deuteronomio 5, 15). Dopo un favore così grande, il rischio di considerare “normale e dovuto” è molto grande. Al resto poi ci pensa l’onnipresente routine e lo stress e così il gioco è fatto: ci sentiamo i padroni della nostra vita.

La premessa era dovuta perché oggi vediamo un Gesù burbero e caustico. Avrà forse digerito male la cena? Magari il materasso era duro? Pietro ne ha sparata un’altra delle sue? Niente di tutto ciò. Gesù non perde mai il filo del discorso ed è sempre sul pezzo. Ma allora cosa avrà voluto trasmettere a questa mamma disperata e in definitiva a ciascuno di noi anche con tal contegno?

Difficile accettare il messaggio per la nostra (mi ci includo) mentalità buonista e pacioccona incapace ogni tanto di dir di “no”! Come sempre è il contesto che ci schiude il significato. Gesù si è rivolto anzitutto al suo popolo, alla sua stirpe e sarà successivamente lo Spirito che, tramite Paolo, aprirà la Chiesa anche ai non ebrei. Ma quello che è imprescindibile, per gli uni e per gli altri, rimane il fatto che Gesù ci porta un dono che non meritiamo. Lo si può chiedere, lo si può sperare ma non è mai un automatismo.

Gesù ci insegna che la salvezza, la redenzione, il Cielo, la vita eterna, la Grazia… è sempre un regalo da implorare umilmente. Eh lo so che è duro, abituati come siamo ad avere oramai tutto a portata di un “clic”: dalla banca, alla spesa, al lavoro, alla scuola, agli acquisti. Se da un lato “volere è potere”, quando siamo davanti a Dio non funziona più così e subentra la dolce legge della Grazia.

In definitiva il Vangelo di oggi ha un sapore battesimale. Ci ricorda che nella nostra vita c’è stato un prima e un dopo il Battesimo, l’incontro con Cristo, anche se nella maggioranza dei casi l’abbiamo ricevuto da infanti. In definitiva, il Vangelo ci ricorda l’immensa realtà del Battesimo con il quale siamo entrati fisicamente in contatto con Cristo e ne sia divenuti fratelli, figli nel Figlio. Ricevere la grazia della guarigione per la sua bambina, supponeva per questa donna entrare in un rapporto di fede con Gesù, voleva dire quindi cambiare vita, mollare i propri idoli, svuotarsi dell’amor proprio. Ecco perché Gesù si rivela esigente, un tale cambiamento presuppone una volontà decisa e risoluta e Lui non vuole essere trattato come un McDrive ma richiede una conversione continua affinché la Sua Grazia divenga davvero efficace e fruttuosa. Però, quando la sirofenicia dà il minimo segno di umiltà e apertura del cuore, Gesù non si risparmia e le dona ben di più di quanto Gli ha domandato, difatti non solo riceve la guarigione della figlia ma anche la fede stessa. Sei grande Signore!

E voi sposi? Dove vi situate qui? Direi che è giusto che meditiate sulla grandezza del Battesimo ricevuto. Sebbene la stragrande maggioranza di noi sia divenuta cristiana da infanti, ciò non toglie che siamo stati liberati dal male, dalle insidie del maligno, da idoli nefasti. Nel Battesimo, sia dei bambini che degli adulti, è contenuto un esorcismo, anzi per questi ultimi è ancora più forte:

Carissimi candidati, poiché per la vocazione e la grazia di Dio siete decisi ad onorare e adorare lui solo e il suo Cristo e a lui solo volete servire, è questo il momento di rinunziare pubblicamente a quelle potenze che sono avverse a Dio e ai culti con i quali non si onora il vero Dio. Mai, dunque, vi accada di abbandonare Dio e il suo Cristo e di servire ad altre potenze” (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, 80).

Poi, dal vostro essere rinati in Cristo, dal Battesimo, è sgorgato da un Matrimonio Unico e Irripetibile, l’unione ipostatica tra Cristo e la Chiesa, tra la sua carne e quella di ciascuno di noi, come ha scritto molto bene un grande teologo antico: “Negli ultimi tempi Cristo prese da Maria l’anima e la carne. […] Queste sono le nozze del Signore, contratte con una sola carne, perché Cristo e la Chiesa, secondo quel grande mistero, fossero due in una sola carne. Da queste nozze nasce il popolo cristiano, mentre dall’alto discende lo Spirito del Signore” (S. Paciano, Discorso sul Battesimo).

Dal Battesimo infine sgorga un’altra grazia che è il matrimonio sacramentale. Possiate quindi sempre ricordare da dove venite, il vostro retroterra, le vostre catene spezzate, il vostro fango. Non è un invito alla depressione ma un canto di lode alla Misericordia di Dio. Poiché Gesù ha usato tutto questo, non l’ha scartato, l’ha solo lavato con il suo sangue per fare di voi una meraviglia, un prodigio, cioè dare vita, generare e rigenerare continuamente vita attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Quanto ha ragione padre Luca. La nostra fragilità, i nostri errori, la nostra consapevolezza di come eravamo messi quando ci siamo incontrati, non sono stati un freno a sposarci ma al contrario ci hanno aiutato ad avere fede e fiducia. Eravamo due persone cariche di ferite e di idee sbagliate eppure ci siamo sentiti amati da Dio. Ecco! Fare esperienza dell’amore di Dio per te, quando ti senti di non aver nulla da dare se non la tua miseria, cambia la vita. Se ci siamo sposati con fiducia, se ci siamo aperti alla vita con generosità (potevamo averne anche di più) è perchè non contavamo solo sulle nostre forze ma eravamo sicuri della presenza di Dio nel nostro matrimonio.

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Le vere gioie sono dello Spirito

Cari sposi, vi scrivo mentre sto concludendo i miei esercizi spirituali ignaziani che ogni anno ho la grazia di vivere con la mia comunità di sacerdoti. Pensando a cosa scrivervi di attinente alla vostra vita nuziale non mi è venuto altro se non raccontarvi la mia esperienza di questi giorni di vera grazia!

Per me gli esercizi sono un punto di inizio e di arrivo di tutto un anno pastorale. Cerco di farli appunto ad agosto quando in genere gli impegni diminuiscono, la gente è in vacanza, per vivere con Gesù un tempo di incontro più profondo e personale. Venivo carico di preoccupazioni di vario tipo, pure con la “ciliegina sulla torta” dell’alluvione di maggio scorso…  In casi come questi viene spontaneo chiederti: “Signore, dove sei? So che Ti trovi lì ma non ti vedo bene…”.

Parte della metodologia degli esercizi ignaziani prevede saggiamente di riportare alla mente le grazie ricevute. Spesso, in momenti difficili queste ultime diventano come impercettibili e ci concentriamo solo su quello che affetta la nostra sensibilità, ovviamente in senso negativo. Ma quanto è saggio fare verità sui doni che il Signore ci regala! Se apriamo gli occhi e ci lasciamo guidare dallo Spirito iniziamo a valorizzare anche “piccolezze” che in realtà sono doni immensi: la vita, le persone care, l’eventuale salute, la natura… smettendo di darli per dovuti e gonfiando il nostro amor proprio.

Mentre riempivo il foglio di grazie e doni concreti, mi sono accorto che stava mancando qualcosa di molto grosso. Ho chiesto nuovamente luce allo Spirito e subito ho esclamato: “ma che distratto son stato!”. Ben più di cose concrete, il Signore mi dona di continuo beni ancora più grandi e preziosi: il dono dello Spirito, il dono della Sua Risurrezione, il dono dell’Eucarestia, il dono di sua Madre, il dono del sacerdozio e soprattutto l’essere figlio di Dio grazie al Battesimo.

I primi doni sono belli e importanti, giusto farne sempre memoria ed essere riconoscenti. Tuttavia, è pur vero che ci possono essere tolti secondo i misteriosi e sapienti disegni di Dio. Ma i veri beni dello Spirito profumano di eternità e niente e nessuno ce li potrà mai togliere! Sono essi a darci le vere gioie, quelle che solo lo Spirito può effondere.

Perciò, con commozione ho rivalorizzato tutti quei Beni che sono ben superiori ai primi annotati. Aveva proprio ragione san Paolo! Se prima, il suo vanto era di appartenere al popolo eletto, professarsi un fariseo integerrimo, ecc., nel momento in cui incontra Cristo cambia tutto e gioisce di poter: “conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3, 10).

Cari sposi, vi auguro di immergervi anche voi totalmente nella grazia degli esercizi spirituali in coppia. Quante menzogne cadono, quante nebbie si dissipano, quanta verità emerge nella nostra vita! Dio volendo, con il Progetto Mistero Grande, stiamo progettandoli per l’anno venturo. Sono certo che il Signore anela di donarvi un cumulo immenso di regali per la crescita della vostra vocazione nuziale!

Padre Luca Frontali

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Ci sei sempre, nonostante tutto

Cari sposi, pochi giorni fa il Signore ha chiamato a sé Madre Elvira, fondatrice della Comunità Cenacolo. Donna semplice e straordinaria, grazie alla quale il Signore ha ridato vita a migliaia di giovani e famiglie. Vorrei citare per intero una sua testimonianza offerta al Meeting di Comunione e Liberazione nel 2008:

Quando avevo 10, 12, 15 anni, mi vergognavo di parlare della mia famiglia, povera, senza casa. Mio padre (alcolizzato) è quello che ha fatto di me una donna capace di amare. Se papà fosse stato una persona dabbene, una persona affidabile, una persona che guardava la famiglia, che pensava alla famiglia, forse non ci sarei qui, perché in fondo mio padre mi ha insegnato la povertà, l’umiltà. Mi ricordo, veniva a prendermi a scuola in bicicletta, e i ragazzini di 9 anni, in terza elementare, mi dicevano: “Rita, to papà l’e tornà ciuc”, “Tuo padre è di nuovo ubriaco”. E io mi stringevo il cuore e con la cartella, con la testa bassa, me ne venivo via, veloce. Tutte cose che quando sono diventata adulta le ho pensate, e per tanto tempo mi sono vergognata di parlare di mio padre, di parlare della mia famiglia. Oggi ringrazio mio padre, perché mi ha insegnato la vita, la concretezza della vita, anche quando aveva bisogno delle sigarette e in piena notte mi svegliava: “Vamm’ accattà le sigarette” e non potevo dire no. Avevo paura, perché dovevo passare in posti dove c’erano gli alberi e vento e di notte, e correvo, correvo, correvo. Tutte queste cose, mi ricordano, mi dicono: com’è stato saggio mio padre, lui non lo sapeva ma intanto ha formato me all’ubbidienza, perché non potevo dire no al sacrificio, perché qualche volta d’inverno faceva freddo, avevo paura, il buio, lui non si curava, perché non era in sé, per il vino. Oggi dico grazie alla Divina Provvidenza che mi ha dato un padre così, perché se non avessi fatto quei sacrifici, ripeto, forse oggi non sarei qui in mezzo a voi. Ritengo che mio papà sia stato il primo drogato che la Divina Provvidenza mi ha messo fra le braccia”.

Strano vero? Dietro una donna così tutti penserebbero a genitori amorevoli e presenti… Eppure, il Signore aveva un altro piano. Analogamente, la Parola di oggi ci mostra un Gesù che provoca una scena drammatica per i suoi discepoli. Se c’è Uno che può prevedere il futuro e con esso gli eventi atmosferici è proprio Gesù. Lui sa bene che ci sarà una tempesta sul lago e, ciò nonostante, “costringe” gli apostoli a prendere il largo e andarci dritti contro. Impressionante!

Sappiamo che nella Bibbia il mare è un rimando simbolico al male, al peccato. Ciò che avviene qui ha il ricordo del passaggio del Mar Rosso, una scena simile in cui Dio spinge Mosè e il popolo ad oltrepassarlo per raggiungere la Terra Promessa. Potremmo quindi dire che, più che a un male oggettivo, il Signore sta incalzando i suoi verso una nuova tappa di vita, verso un cambiamento radicale e questo per forza passa dalla tempesta.

Non è forse vero che nella vita ci sono tanti snodi e passaggi che non vorremmo affrontare? Ma è necessario andare oltre la propria zona di comfort, accogliere la scomodità di un cambiamento, se vogliamo crescere nella fede personale e di coppia, nella relazione sponsale, nella capacità educativa. È commovente constatare che il centro di tutta la scena non sono le onde o la paura dei discepoli bensì quella voce forte e nitida che essi udirono nonostante il trambusto: “Sono io”. Qui vi è un chiaro riferimento a ciò che visse Elia sull’Oreb ma soprattutto a Mosè sul Sinai. Come a dire: “sono io che comando, ho io il controllo di tutto ciò che ti sta accadendo, sono più forte di ogni tempesta”. Il messaggio più bello di questo Vangelo è che Cristo è più grande di ogni mia paura ed angoscia. Ma, affinché lo capiamo, Lui ci porta e ci attende nel bel mezzo delle nostre paure affinché impariamo a fidarci.

Dinanzi alle prove che voi sposi affrontate, impariamo da Pietro il quale istintivamente si stava concentrando solo sui suoi problemi e li voleva risolvere da solo finendo così per affondare. Guardando invece a Cristo, per quanto i problemi siano reali, voi coppia potrete “camminare sulle acque” e fare esperienza di Cristo anche nel bel mezzo di una tempesta.

Cari sposi, come ai giovani riuniti nella GMG, anche oggi Gesù, tramite Francesco, vi incoraggia a trovarLo proprio nelle vostre burrasche: “vorrei guardare negli occhi ciascuno di voi e dirvi: non temete, non abbiate paura. Di più, vi dico una cosa molto bella. Non sono più io, è Gesù stesso che vi guarda ora, vi guarda, Lui che vi conosce, conosce il cuore di ognuno di voi, conosce la vita di ognuno di voi, conosce le gioie, conosce le tristezze, i successi e i fallimenti, conosce il vostro cuore. E oggi Lui dice a voi, […]: «Non temete, non temete, coraggio, non abbiate paura!»” (Omelia, 6 agosto 2023).

ANTONIO E LUISA

Ringrazio padre Luca per averci proposto questo aneddoto personale di suor Elvira. Mi ha tolto un grande peso dalle spalle. Io, che mi considero un genitore che commette una quantità enorme di errori con i figli, avevo bisogno di queste parole. Il tema del Vangelo è quindi la paura. Credo che a volte la paura della tempesta sia peggiore anche della tempesta stessa. Quanti non si sposano per paura di incontrare la tempesta, che le cose poi non funzionino. Per paura, non si mettono nemmeno sulla barca. Gesù invece ci spinge su quella barca. Ci invita a prendere il largo, a scommettere tutta la nostra vita per amore. E se la tempesta arriverà, ci sarà Lui con noi. Coraggio!

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Un tesoro da svelare

Cari sposi, si narra che in un piccolo paese della Thailandia ci fosse un imponente statua di Buddha composta di fango e alta quasi tre metri. Per generazioni era stata considerata sacra dagli abitanti del luogo. Un giorno, a causa della crescita della città, decisero di spostarla in un posto più appropriato. Questa delicata operazione fu affidata ad un monaco, il quale, dopo un’attenta pianificazione, iniziò la sua missione. Sfortunatamente, nello spostare la statua, questa scivolò e cadde, rompendosi in diverse parti.

Pieni di tristezza, il monaco ed i suoi collaboratori decisero di passare la notte meditando sulle possibili alternative. Furono delle lunghe ore, oscure e piovose. Il monaco, invece di disperarsi, puntava a cercare una via d’uscita. Improvvisamente, osservando la scultura infranta, notò che la luce della sua candela si rifletteva attraverso le fessure della statua. Pensava che fossero le gocce di pioggia. Si avvicinò alla crepa e notò che sotto il fango c’era qualcosa, ma non ero sicuro di cos’era. Si consultò con i suoi colleghi e decise di affrontare un rischio che sembrava una pazzia: chiese un martello e cominciò a rompere il fango, scoprendo che sotto di esso si celava un Buddha d’oro massiccio di quasi tre metri di altezza. Per secoli questo bellissimo tesoro era stato coperto dall’ordinario fango. Gli storici trovarono le prove che dimostravano che, in quell’epoca, il popolo stava per essere aggredito dai banditi. Gli abitanti, per proteggere il loro tesoro, lo avevano ricoperto di fango affinché sembrasse comune e ordinario.

La festa di oggi è fondata sulla volontà di Gesù di mettere in luce la sua vera identità: il Figlio Consostanziale al Padre, Dio fatto uomo. Un evento importante, in vista delle durissime prove a cui la fede degli apostoli sarà sottoposta. Analogamente, potremmo dire che per voi sposi questa festa rappresenta l’esplicitare della vostra vera identità. È pur vero che siete un uomo e una donna normali, uniti in matrimonio. Ma sotto queste apparenze, si cela in ciascuno di voi, pur con fragilità, meschinità, peccati… la Presenza di Cristo Vivo. Ecco il Tesoro che contenete! Ma quanto spesso ve lo dimenticate e vi fissate solo su quella sottile patina di fango che ricopre l’oro! Tuttavia, è un Tesoro che non resta scisso da voi, al contrario, vi può a sua volta trasformare in tesoro, se vi rendete conto di quanta bellezza c’è nel vostro amore, nella vostra differenza maschile e femminile, nella vostra capacità di amare.

San Giovanni Paolo II ha scritto: “L’insegnamento della Lettera agli Efesini stupisce per la sua profondità e per la sua forza etica. Indicando il matrimonio, ed indirettamente la famiglia, come il «grande mistero» in riferimento a Cristo e alla Chiesa, l’apostolo Paolo può ribadire ancora una volta quanto aveva detto in precedenza ai mariti: «Ciascuno, da parte sua, ami la propria moglie come se stesso». Aggiunge poi: «E la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5, 33). Rispettosa, perché ama e sa di essere riamata. È in forza di tale amore che gli sposi diventano reciproco dono. Nell’amore è contenuto il riconoscimento della dignità personale dell’altro e della sua irripetibile unicità: ciascuno di loro, infatti, in quanto essere umano, tra tutte le creature della terra è stato scelto da Dio per sé stesso; ciascuno però, con atto consapevole e responsabile, fa di sé libero dono all’altro e ai figli ricevuti dal Signore” (Lettera alle famiglie 19) e questo porta come conseguenza che “La stupenda sintesi paolina a proposito del « grande mistero » si presenta come il compendio, la summa, in un certo senso, dell’insegnamento su Dio e sull’uomo, che Cristo ha portato a compimento”.

Detto con parole semplici, l’amore nuziale tra uomo e donna, trasfigurato dal sacramento del Matrimonio, significa nientemeno che l’Amore che Dio ha riservato e riversato su ciascuna persona fin dall’eternità. Voi siete portatori di questo dono e Gesù vi chiama, parimenti a come fece Lui oggi sul Tabor, a rivelarlo e svelarlo nella vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Io e Luisa abbiamo nel nostro cuore la potenzialità di amare come Dio. Tutti gli sposi del mondo hanno questa grande occasione. Ma come è possibile? Io mi conosco. So i miei limiti. Conosco le mie cadute, i miei peccati, le mie fragilità. Eppure so che posso essere trasfigurato da Dio, per mezzo proprio del sacramento del matrimonio. Don Renzo Bonetti spiega molto bene questa trasfigurazione. Noi sposi siamo come una piccola goccia d’acqua. Quella è la nostra capacità di amare. Don Renzo dice che questa goccia può anche essere non tanto pura, può essere un po’ sporca. Con il sacramento del matrimonio cosa accade? Questa piccola goccia che siamo noi con il nosro amore diventa parte dell’oceano dell’amore di Dio. Resta una piccola goccia ma acquisisce la forza dirompete dell’oceano intero. Una goccia che diventa bella come l’oceano. Così nelle nostre miserie quotidiane possiamo essere capaci di mostrare l’amore trasfigurato di Dio.

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Sposi, perennemente nella GMG

Cari sposi, siamo nel pieno della GMG di Lisbona, iniziata lo scorso martedì e che si concluderà domani. Quanti ricordi evoca questa ricorrenza! Immagino che voi come me avrete partecipato almeno ad una delle edizioni passate e probabilmente avrete incontrato fatto l’esperienza di un Gesù vivo ed entusiasmante.

Nei discorsi del Papa o nelle domande poste dai giovani si nota la realtà attuale. Temi come l’ecologia, la guerra, la disabilità, le varie forme di disagio, il senso della vita… sono emersi in vario modo ed è giusto che sia così affinché la fede cristiana si incarni nell’oggi. Mi ha particolarmente colpito una frase del Papa, contenuta nel messaggio iniziale, scritta qualche mese fa e che riassume il filo rosso di tutto l’evento, ossia il viaggio di Maria verso la casa di sua cugina Elisabetta:

Cari giovani, è tempo di ripartire in fretta verso incontri concreti, verso una reale accoglienza di chi è diverso da noi, come accadde tra la giovane Maria e l’anziana Elisabetta. Solo così supereremo le distanze – tra generazioni, tra classi sociali, tra etnie, tra gruppi e categorie di ogni genere – e anche le guerre. I giovani sono sempre speranza di una nuova unità per l’umanità frammentata e divisa. Ma solo se hanno memoria, solo se ascoltano i drammi e i sogni degli anziani. «Non è casuale che la guerra sia tornata in Europa nel momento in cui la generazione che l’ha vissuta nel secolo scorso sta scomparendo» (Messaggio per la II Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani). C’è bisogno dell’alleanza tra giovani e anziani, per non dimenticare le lezioni della storia, per superare le polarizzazioni e gli estremismi di questo tempo” (Messaggio per la XXXVII giornata mondiale della gioventù).

Noi non siamo più giovani ventenni, per noi la vita ha preso una direzione concreta, abbiamo già fatto scelte definitive, siamo padri e madri, nella carne o anche solo nella fede. Parlare qui di GMG può sembrare piuttosto un po’ romantico per i ricordi che ci riporta ma cosa può dire a noi questo evento? Bello pensare di essere là a Lisbona ma forse quel tempo è passato e oramai siamo alle prese con figli o nipoti ed abbiamo bel altro da fare. Tuttavia, come sposi, anche voi siete chiamati, come ha appena scritto Francesco nel messaggio inaugurale, a mettervi in viaggio ogni giorno. Difatti, grazie al Papa si è coniata l’espressione “Chiesa in uscita” ma purtroppo la si comprende in modo riduttivo, come se implicasse solamente il dover viaggiare o spostarsi verso certi luoghi in cui vivere la missione specifica.

Impressionante ciò che ha detto il Concilio su voi sposi: “ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del Matrimonio” (Gaudium et spes, 48). Cioè, non siete voi sposi che dovete andare chissà dove per vivere la vostra missione, voi siete già Chiesa in uscita perché è proprio tramite il vostro sacramento vissuto che Gesù viene incontro ad ogni persona che vi vede.

La presenza di Cristo in voi sposi è del tutto particolare, è un Gesù che vuole amare qui ed ora ogni persona che toccate. Ditemi se questa non è Chiesa in uscita! E soprattutto ditemi se non è fondamentalmente il prolungamento di quanto il Papa vuole trasmettere ai giovani: essere portatori di Cristo. Voi già siete pienamente coinvolti in questo mistero di Amore trinitario che circola nella vostra relazione di coppia e che solo cerca di rendersi sempre più visibile e diffuso in voi e attorno a voi.            

Quindi cari sposi, guardando quelle immagini di tanti ragazzi e ragazze che sprizzano gioia, non sentitevi per nulla estranei o nostalgici ma assolutamente coinvolti nella stessa missione che Gesù continua a deporre ogni giorno nelle vostre mani: mettervi in viaggio per esportare il Suo amore.

padre Luca Frontali

Noi due scelti in Cristo

Cari sposi, nel bel mezzo dell’estate, il Signore vi conceda davvero momenti di riposo e di rigenerazione fisica e spirituale.

Il Vangelo di oggi ha per me un valore assai importante perché è quello che mi ha fatto dire di “sì” a Gesù tanti anni fa. Camminando sul litorale nei pressi di Ostia, durante il corso di discernimento spirituale, e notando varie conchiglie sul bagnasciuga mi resi conto che davvero Lui voleva essere la mia perla preziosa, per cui valeva davvero donare tutta la mia vita. Le letture di oggi hanno al centro il tema di saper scegliere, di avere la saggezza e sapienza per prendere la decisione giusta in ogni momento. Così come il re Salomone chiese quanto di meglio poteva esprimere al Signore, così anche quel mercante di perle e quei pescatori che fanno la cernita sul pescato.

Per voi sposi, il consenso reciproco è stato il coronamento di una scelta lungamente meditata e valutata. Sapete bene che esso si ripete ogni giorno, non può e non deve rimanere un ricordo nostalgico ma esige di essere rivissuto ogni giorno nella libertà. In effetti, la vita matrimoniale ha vari alti e bassi, colpi di scena, mutamenti inaspettati. Dinanzi ad ognuno di essi è importante ripetere la propria scelta davanti al Signore, come dice anche Papa Francesco: “Nella storia di un matrimonio, l’aspetto fisico muta, ma questo non è un motivo perché l’attrazione amorosa venga meno. Ci si innamora di una persona intera con una identità propria, non solo di un corpo, sebbene tale corpo, al di là del logorio del tempo, non finisca mai di esprimere in qualche modo quell’identità personale che ha conquistato il cuore. Quando gli altri non possono più riconoscere la bellezza di tale identità, il coniuge innamorato continua ad essere capace di percepirla con l’istinto dell’amore, e l’affetto non scompare. Riafferma la sua decisione di appartenere ad essa, la sceglie nuovamente ed esprime tale scelta attraverso una vicinanza fedele e colma di tenerezza” (Amoris Laetitia 164).

Tuttavia, la cosa bella di questa scelta di voi sposi non è tanto il fatto che la prolungate nel tempo bensì che essa è in realtà conseguenza di un’altra scelta: la scelta che Cristo ha fatto nei vostri confronti. Che pace, che serenità, che gioia sapere che il nostro “sì” è sostenuto perennemente da un “SÌ” eterno e indissolubile. Cristo si è legato a voi per sempre e non smette di ripetere la sua scelta nei vostri confronti, Lui che è “inizio e compimento del vostro amore” (Rito del matrimonio 71).

Non temete di ripetervi e rinnovarvi sempre il vostro “ti amo”, anche quando non ve la sentite o ci siano motivi anche validi per prendere le distanze. Alle vostre spalle c’è Gesù che immancabilmente vi darà sempre nuovo slancio e vigore perché siate eco del Suo amore per voi.

ANTONIO E LUISA

La promessa matrimoniale non è scritta in modo superficiale ma ogni parola è meditata e scelta con cura. Noi abbiamo promesso di amarci non per tutta la vita ma, e cito la formula, di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. C’è una differenza non da poco. Come espresso benissimo da padre Luca, noi ogni giorno siamo chiamati, nella nostra libertà, a scegliere la persona che abbiamo accanto. Nessuno ci obbliga, non ci obbliga il vincolo, non ci obbliga la Chiesa, non ci obbliga neanche Dio. Siamo noi che riconosciamo che l’amore per quella persona e la fedeltà alla promessa (quando si fa fatica a sentire l’amore) sono la via per la nostra salvezza e per incontrare Dio.

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