Il nostro matrimonio va in otri nuovi

Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano

Il Vangelo di oggi mi riporta ad un’omelia di Papa Francesco. L‘omelia del 21 gennaio 2019 a Santa Marta. Papa Francesco ha focalizzato la sua meditazione su tre diversi aspetti di una stessa realtà: qual’è lo stile cristiano di vivere la nostra fede? O meglio: qual’è lo stile stile sbagliato di tanti cattolici?

Il Papa ha individuato tre atteggiamenti sbagliati più comuni tra i cattolici. Atteggiamenti che allontanano da un autentico stile cristiano. Proverò a riprendere ognuno di questi tre atteggiamenti e a declinarli nella vita degli sposi.

Stile accusatorio.

Stile di coloro che disprezzano le altre persone alla luce della Legge ergendosi a giudici. Il Papa non ci vuole dire che qualsiasi scelta è buona. Che non esiste il male. Che non esiste una verità. Ci sta dicendo altro. Ci chiede di guardare le altre persone alla luce della nostra umanità, alla luce della nostra imperfezione ed inadeguatezza. Se partiamo dalla legge certo che tutti ci sembreranno inadeguati. Nessuno è perfetto. Partiamo invece dalle nostre miserie. Dalle nostre mancanze. Dalle nostre incapacità di amare. Dai nostri peccati e allora potremo guardare anche l’altro con occhi diversi. Con gli occhi di chi non giudica, ma condivide la sofferenza per il peccato. Capite che rivoluzione anche nella coppia. Come questa nuova modalità di guardare l’altro/a possa aiutarci ad avvicinarci alle sue difficoltà e alle sue mancanze d’amore, anche nei nostri confronti, con atteggiamento di sostegno e non di condanna. Il Papa è straordinario. Condensa questo pericolo con una frase bellissima e molto esplicativa: tanti sono buoni cattolici ma non sono cristiani. Gente che non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Otri vecchi dove manca la prossimità di Gesù e la sua misericordia.

Stile mondano.

Il Papa ci dice che questo è lo stile di chi recita il Credo ma poi vive come se Dio non ci fosse. Questa affermazione di Papa Francesco mi permette una riflessione. Ricordate l’episodio evangelico sulla liceità del tributo a Cesare? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così. Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi conviene. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Gente che non ha cambiato l’uomo vecchio ed è rimasta incapace di accogliere il Vangelo di Gesù.

Stile egoistico.

Lo stile egoistico, ci ricorda il Papa, è quello di chi non guarda oltre se stesso Non si interessa di nulla di ciò che accade al di fuori dei suoi interessi. E’ lo stile di chi non riesce a decentrare lo sguardo. Di chi si sente il centro del mondo e che fa di se stesso il proprio Dio. Anche Dio spesso non è che uno strumento piegato alla nostra volontà e alla nostra personale idea di giusto e di bene. Giusto e bene che, naturalmente, coincidono sempre con ciò che desideriamo e che ci conviene. Anche la nostra sposa o il nostro sposo non sono che strumenti da usare. Chi ha questo stile non ama ma usa. Non si dona ma prende. Anche chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. E’ persona incapace di amare perchè non sa donarsi.

E noi? Abbiamo cambiato gli otri. Abbiamo cambiato il nostro cuore per poter accogliere il vino nuovo. Per poter accogliere Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio?

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Fidanzamento lungo matrimonio corto

C’è una consuetudine sempre più predominante tra i nostri giovani, anche cristiani. Una consuetudine assurda secondo me. Spesso i fidanzamenti durano più dei matrimoni. In Spagna c’è addirittura una massima che dice: Fidanzamento lungo matrimonio corto. Papa Francesco ha affrontato diverse volte questo problema e in un’occasione di queste ha detto:

In realtà, quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice”. “La famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani”, l’analisi di Francesco: “Ma, per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci: pur essendo cristiani, non pensano al matrimonio

Tantissime coppie vivono fidanzamenti decennali e poi, quando finalmente decidono di sposarsi, il loro matrimonio non regge e presto fallisce. Come è possibile? Il matrimonio non dovrebbe essere qualcosa di più solido? Non voglio generalizzare. Ogni persona e ogni relazione è diversa dalle altre. Credo però che spesso ci sia una dinamica comune a tante storie. Credo che la risposta sia in realtà semplice, comprensibile dal comportamento stesso dei due sposi. Spesso i giovani non si sposano, perchè ci sono reali problemi economici e lavorativi. Non voglio negarlo, ma non è solo questo. C’è qualcosa di più profondo. Qualcosa che tocca il desiderio nascosto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. La paura della scelta definitiva. La paura e l’incertezza che l’altro non sia quello giusto. La paura e l’incertezza di non essere altezza di quell’impegno e della persona che si ha accanto. Moltissimi giovani credono che la convivenza sia importante per preparare il matrimonio.  Per testarsi e mettersi alla prova.  Con queste premesse è normale che poi, quando i due finalmente decidono di fare il grande passo, le aspettative di entrambi sono altissime e insostenibili. Si rendono presto conto che il matrimonio non ha portato quella perfezione che si aspettavano. L’altro/a non è perfetto. La relazione non è perfetta.  Il sogno che gli sposi hanno coltivato per anni resta appunto un sogno, la realtà è altro. Il matrimonio diventa così una doccia fredda. Si svegliano dal sogno e si trovano in una realtà che è un incubo. C’è una grande differenza di prospettiva tra chi si sposa dopo un fidanzamento breve e chi dopo un lungo. E’ solo una mia supposizione, sostenuta però da tante storie che ho ascoltato. Chi opta per un fidanzamento breve non pretende la perfezione. Sa bene che non potrà mai conoscere l’altro/a  fino in fondo e che non potrà mai avere tutto sotto controllo. Quello che gli interessa è solo l’averlo/a scelta per iniziare un percorso. Non è ancora stato raggiunto nulla. Tutto è da costruire giorno per giorno. Il bello è proprio questo: essersi scelti senza chiedere il certificato di garanzia e il diritto di reso. Non c’è pretesa ma accoglienza dell’altro e della sua diversità.  Chi si sposa senza aver mai convissuto e senza aver mai consumato prima dovrebbe in realtà andare incontro ad un maggior rischio di fallimento. Le statistiche dicono l’opposto. I divorzi sono in costante aumento come lo sono i matrimoni preceduti da convivenza. La verità è un’altra. Quando siamo disposti a donarci completamente ad una un’altra persona in modo consapevole, ma senza che l’altro debba prima dimostrare di meritarci, stiamo compiendo un gesto di autentico amore che scalda nel profondo il cuore della persona amata. Io e Luisa ci siamo sposati dopo 16 mesi di fidanzamento. Se avessi dovuto prima convivere per dimostrarle di essere degno di lei mi sarebbe rimasto un dubbio. Mi sarei portato nel matrimonio l’idea di dovermi meritare costantemente il suo amore per non perderla. Naturalmente lo stesso vale per anche per lei. Invece tra noi è diverso. Io so che lei mi ama gratuitamente e senza condizioni. L’essere accolto da lei senza riserve e senza condizioni mi ha profondamente toccato il cuore il giorno del matrimonio e continua a farlo ogni giorno che Dio ci concede. Questo ha fatto nascere in me il desiderio radicato, e di conseguenza la volontà, di non venire mai meno alla promessa solenne di quel giorno di tanti anni fa che rinnovo ogni mattina. Cerco di meritarmi il suo amore non per paura di perderla, ma per restituirle quella gratuità che lei liberamente ha deciso di offrirmi 6158 volte fino ad oggi, una per ogni giorno  del nostro matrimonio. La soluzione è quindi una sola: non assecondare la paura, ma affrontarla e vincerla con l’aiuto delle persone e di Dio. Non ha caso Lui è il primo che ci ama sempre e comunque. Solo assaporando un amore davvero gratuito, senza che ci sia riserva alcuna, l’uomo e la donna possono riempire il loro cuore e possono così far sbocciare matrimoni meravigliosi.

Antonio e Luisa

 

Non perchè sono bravo io ma perchè sono scarsi loro

Ogni tanto, quando ho tempo, mi piace guardare programmi di inchiesta. In particolare mi piacciono quelli che raccontano la nostra società. Quindi con un’impronta più sociale che politica. In questo periodo mi capita di guardare Prima dell’alba, programma trasmesso da Rai 3 e condotto da Salvo Sottile. In questa trasmissione il giornalista ci conduce nella notte delle città italiane e ci presenta la vita e il lavoro di alcune persone. Lavori notturni come quello del panettiere o del metronotte. Tante storie e testimonianze di vita.

Alcuni giorni fa, seguendo questa trasmissione, sono stato catturato da una storia in particolare. Tra i lavori notturni raccontati quella sera c’era il gigolò. Non voglio soffermarmi su valutazioni morali su quel lavoro. Non è quello che mi interessa. Mi interessa maggiormente analizzare quello che questo gigolò ha raccontato. Questo gigolò si chiama Roy, e Salvo Sottile lo presenta come uno dei più richiesti in Italia. Persona normale, tra i 40 e i 50. Il giornalista gli chiede il perchè del successo che Roy conferma di riscuotere tra le donne, molte delle quali sposate.

Sentite la risposta di Roy, la riporto esattamente come l’ha detta il gigolò. E’ un pugno nello stomaco per tanti mariti incapaci di prendersi cura della propria sposa:

La tipologia delle tue clienti?

In linea di massima la fascia dai 35 ai 50 anni. Queste cercano più che altro di colmare una solitudine, una lacuna sentimentale, sessuale. Sono a volte delle mogli abbandonate dai mariti. Abbandonate in senso sessuale e/o sentimentale. Allora attraverso il mio mestiere trovano quello che cercano senza destabilizzare il loro matrimonio

Quanto prendi?

Dalle 500 alle 1000 euro per una sera 2/4 ore.

Ti è mai capitato che qualcuna si innamorasse di te?

Si, capita spessissimo. Non perchè sono bravo io ma perchè sono scarsi loro (i loro mariti ndr). Io sono un uomo normale però, occupandomi di lei al 100%, facendole delle carezze, toccandole la mano, spostandole i capelli, sono tutti atteggiamenti dove la donna si infatua di te, perchè lei poi è arsa di queste cose.

La deludi poi?

Si, la deludo. Perchè, quando c’è di mezzo il denaro, piano piano si delude da sola. Lei spera che in un futuro magari io possa uscire con lei gratis, ma questo non avviene mai e quindi capisce che l’innamoramento è solo da una parte.

Ho deciso di registrarmi questo video e di usarlo prossimamente per descrivere cosa intendo per corte continua e come questa sia assolutamente necessaria per mantenere vivo una relazione matrimoniale. Vi rendete conto? Le clienti di quest’uomo sono sicuramente economicamente benestanti. Non potrebbero altrimenti spendere 500 euro per 4 ore. Sono ricche di denaro, ma poverissime di ciò che davvero conta. Sono delle mendicanti d’amore. Mendicanti di attenzioni, di tenerezza e di cura. Pronte a pagare per averle. Salvo poi rivelarsi essere tutto solo un’illusione e per questo restano deluse. Perchè loro cercano qualcuno che le ami gratuitamente, per quello che sono e non per quello che fanno. In questo caso per quello che pagano. I mariti dove sono? A cosa pensano? Basterebbe davvero poco per mantenere vivo il nostro matrimonio. Come dice Roy. Una carezza, una tenerezza, una telefonata. Lui lo ha capito. Purtroppo tanti mariti no! Sveglia! Vi lascio con le parole di Papa Francesco che confermano e fanno la sintesi di tutto questo articolo:

Il matrimonio è come una pianta. Non è come un armadio, che si mette lì, nella stanza, e basta spolverarlo ogni tanto. Una pianta è viva, va curata ogni giorno: vedere come sta, mettere l’acqua, e così via. Il matrimonio è una realtà viva: la vita di coppia non va data mai per scontata, in nessuna fase del percorso della famiglia. Ricordiamoci che il dono più prezioso per i figli non sono le cose, ma l’amore dei genitori. E non intendo solo l’amore dei genitori verso i figli, ma proprio l’amore dei genitori tra loro, cioè la relazione coniugale.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Sotto il melo ti ho svegliata

Sotto il melo ti ho svegliata;
là, dove ti concepì tua madre,
là, dove la tua genitrice ti partorì.

Questi versetti sono un meraviglioso inno alla donna. Un inno alla sua femminilità. Perché affermo questo? Il melo è segno dell’albero dell’amore. Capite ora perché il frutto proibito di Adamo ed Eva nell’iconografia e nell’arte è spesso rappresentato come una mela. Ci sono varie ipotesi. Questa è una delle tante. Sotto il melo ti ho svegliata. Nel segno dell’amore, amata mia, nella nostra intimità d’amore, tu hai preso coscienza di chi sei. Nella relazione intima e profonda con me, una creatura complementare e diversa, con un uomo. Nel momento dell’intimità, vissuta in un abbandono autentico d’amore, la donna è pienamente se stessa. E’ libera di essere se stessa e di lasciarsi abbracciare dallo sguardo di meraviglia dell’uomo che la fa sentire bella per quello che è e per come è fatta. Attraverso il suo corpo la donna esprime tutta la sua capacità di accoglienza. La donna nell’intimità vissuta nella verità d’amore scopre che l’essere accogliente non la rende vulnerabile, ma la rende pienamente se stessa. Là, dove ti concepì tua madre. Un altro rimando meraviglioso alla grandezza della donna che nello scoprire la sua piena identità, nel generare se stessa, diventa generatrice di nuova vita. La vita si forma nel grembo della donna. L’utero diventa luogo santo e luogo di creazione. Oggi, che la maternità è vista come un intralcio alla realizzazione della donna, il Cantico richiama fortemente su questo punto. Donna se vuoi essere realizzata, se vuoi essere pienamente te stessa, riscopri la tua capacità di farti accogliente per l’uomo e per la vita. Là, dove la tua genitrice ti partorì. Come momento conclusivo c’è la nascita. La vita che vede la luce e diventa luce per il mondo. Ogni nuova vita è motivo di speranza per il mondo. Quindi tre immagini fortissime. Tre valori fortissimi legati tra loro e alla femminilità della donna. L’atto sessuale come momento d’amore e come risveglio della persona stessa. La donna come luogo dove si concepisce la vita. Infine la donna come luogo dove si annuncia la nascita. Questo è l’uomo che lo canta alla donna con meraviglia e stupore. Come per dire: Tu sei questo amata mia. Lo dice con grande ammirazione. Vede nella donna una grandezza che lui non ha. E la canta. Ne è affascinato e attratto irresistibilmente. In te amata mia cara c’è il luogo dell’amore e la sorgente della vita. Non a caso la creatura più bella e più grande è Maria, una donna, una donna pienamente donna. Come scrive Dante nel Paradiso: la più umile e la più alta di tutte le creature. Già! E’ la più grande proprio per essere stata donna fino in fondo. Ha accolto la vita in sè. Si è fatta grembo per dare alla luce il Figlio di Dio. Di nuovo un richiamo a Genesi. Di nuovo una nuova redenzione e guarigione del peccato originale. In Genesi tra le conseguenze che Dio preannuncia alla donna c’è anche: Partorirai con dolore. Qui non è più così. Qui non è più qualcosa da temere, ma da accogliere con gratitudine e gioia per riscoprirsi pienamente donna. Per riscoprirsi la creatura più bella che ci sia. Come ebbe a dire Papa Francesco nel 2017:

La donna è l’armonia del creato. La donna è il grande dono di Dio, capace di portare armonia nel creato. Mi piace pensare che Dio abbia creato la donna perchè noi tutti avessimo una madre. E’ la donna che ci insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza, che fa del mondo una cosa bella.

Capitemi bene! Non voglio certo dire che la donna deve stare solo in casa tra fornelli e panni da lavare. Sia chiaro! Non deve però sacrificare ciò che è per qualcosa che conta e vale di meno. Ci sono tante professioniste donne nel mondo del lavoro che sono anche mogli e madri. Proprio perchè sono mogli e madri portano una ricchezza nella società in cui vivono e nella loro professione che solo loro possono portare in quanto pienamente donne.

Giovanni Paolo II spiegava benissimo questa verità nella sua Lettera alle donne del 1995:

Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Antonio e Luisa

Clicca qui per entrare nel gruppo whatsapp del blog

Iscrivetevi al canale Telegram del blog

Sposi sacerdoti. Non mendicanti, ma re e regine.

Prima di proseguire con i prossimi versetti, dove Salomone decanta la bellezza della sua amata, è importante una precisazione. Dopo l’ammirazione generale per la bellezza della Sulamita tocca ora all’amato soffermarsi sui particolari. Il coro nei versetti precedenti cantava la bellezza che scaturiva dalla Sulamita, ma senza entrare nei particolari. Come a mettere in evidenza che la bellezza della Sulamita è qualcosa di cui tutti possono beneficiare, ma solo uno può conoscerla in profondità. La Sulamita desidera svelarsi al massimo delle sue capacità solo al suo sposo. Non si svelerà mai completamente e resterà sempre un mistero, non per sua volontà, ma per il semplice fatto che nessuno si conosce in modo completo, neanche lei. Non può svelare quindi ciò che non conosce. Certo però che da quel desiderio di svelarsi e da quella relazione d’amore in cui si dà completamente, anche lei si scopre sempre più donna e comprende sempre meglio ciò che è e il progetto che Dio ha su di lei. Come in un circolo virtuoso. Lei si apre al suo sposo nell’abbandono fiducioso e questo le permette di conoscersi sempre meglio. Queste sono le dinamiche positive in cui ogni coppia che vive un matrimonio sano si può riconoscere.

Papa Francesco espresse benissimo questo concetto parlando ai fidanzati nel 2014. In quell’occasione disse:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito

E’ esattamente questo a cui siamo chiamati nel nostro matrimonio.

Vorrei soffermarmi su un’altra caratteristica della persona consapevole che la Sulamita mette in evidenza: il pudore. La Sulamita, come ho scritto all’inizio di questo capitolo, si mostra nella sua interezza (conosciuta) solo al suo sposo. Questo è indice di una persona che ha pudore (vale per la donna e anche per l’uomo)

Il ​pudore è spesso visto come qualcosa da buttare, qualcosa di cui liberarci per essere felici. Il pudore è spesso confuso con complessi e tabù che ci impediscono di vivere naturalmente le nostre relazioni con le altre persone. Ma è davvero così?

Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, è una persona disposta a mettersi a nudo di fronte a chiunque pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro re o un’altra regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che fin dall’eternità è per nostro marito e nostra moglie anche se ancora non li conosciamo.

Il pudore e la purezza vengono esaltati anche dalla Bibbia in vari passaggi, in particolare proprio attraverso la Sulamita e Salomone nel  Cantico dei Cantici.

Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene. Non mendicanti, ma Re e Regine. Ecco cosa indica di noi il pudore.

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti

L’amore sponsale è consolazione per i sacerdoti.

Papa Francesco alcuni giorni fa ha parlato alla Rota Romana. Come tutti gli anni il Pontefice è chiamato ad aprire l’anno giudiziario con un discorso. Sono sempre discorsi molto interessanti. Discorsi che essendo rivolti a chi deve decidere della validità del sacramento entrano sempre nella profondità del matrimonio. Discorsi da cui imparare sempre qualcosa. Quest’anno Papa Francesco ha considerato tanti concetti fondamentali come la fedeltà e l’unità. A me ha colpito un altro passaggio. Il Santo Padre ha espresso un concetto poco considerato, ma fondamentale.

Gli sposi che vivono nell’unità e nella fedeltà riflettono bene l’immagine e la somiglianza di Dio. Questa è la buona notizia: che la fedeltà è possibile, perché è un dono, negli sposi come nei presbiteri. Questa è la notizia che dovrebbe rendere più forte e consolante anche il ministero fedele e pieno di amore evangelico di vescovi e sacerdoti; come furono di conforto per Paolo e Apollo l’amore e la fedeltà coniugale degli sposi Aquila e Priscilla.

Capito cosa sta dicendo il Papa? Gli sposi che si amano sono motivo di speranza per i consacrati e mostrano loro come Dio ama.

Matrimonio e verginità consacrata sono le due strade che Dio ha scelto per poter comunicare il suo amore, perché l’uomo possa dire l’amore di Dio. Perché Dio possa riprodurre se stesso e il suo amore nel mondo. Sicuramente in ombra, in modo imperfetto e limitato, ma questa analogia e somiglianza c’è, nonostante il peccato originale. Il matrimonio è una realtà naturale non introdotta da Cristo, Cristo ha invece introdotto, nella logica del suo amore redento, la seconda via: la verginità consacrata.

La vocazione alla verginità consacrata e il matrimonio sacramento sono due risposte all’amore di Dio entrambe importanti, entrambe necessarie e complementari tra loro. L’una completa l’altra. I consacrati cosa dicono al mondo e di conseguenza a noi sposi? Cosa ci mostrano? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Noi sposi cosa possiamo insegnare al mondo, e di conseguenza ai consacrati? La nostra è forse, come alcuni credono, una vocazione meno importante, per quelle persone chiamate a una vita ordinaria e meno santa?  Nient’affatto. La nostra è una vocazione necessaria e importante tanto quanto quella sacerdotale. Noi mostriamo ai nostri fratelli consacrati come devono amare Cristo se vogliono essere uniti sponsalmente con Lui già da questa terra. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.  Loro ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. Entrambe necessarie e forse la Chiesa attraverso i suoi documenti, il Concilio vaticano II e i sinodi, ci sta dicendo che in questi anni la profezia degli sposi è quanto mai necessaria e decisiva. La Chiesa non ci sta chiedendo come compito primario quello di fare tante opere di misericordia o di servizio per la nostra comunità e per i bisognosi che ci sono accanto. Certo è importante offrire il nostro tempo e il nostro impegno per la comunità, ma non è la prima cosa. Non è il nostro compito, ma una conseguenza del nostro compito più importante. La Chiesa ci chiede di amarci in modo autentico e credibile per poter essere profezia per la nostra comunità e per tutte le persone che incontriamo dell’amore di Dio. Chi vede come ci amiamo dovrebbe capire qualcosa di Dio e del Suo amore. Il nostro compito è quello di essere un Kerigma vivente dell’amore di Dio. Il Kerigma che annuncia che ogni persona è amata in modo unico, tenero e fedele da Dio. Noi siamo questo e sarebbe un vero peccato snaturare la nostra vocazione. Fare tanto per la comunità a discapito del nostro rapporto sponsale non è cosa gradita a Dio. Ogni impegno e servizio che vogliamo donare alla nostra comunità deve essere concordato con il nostro sposo o la nostra sposa e non deve compromettere o impoverire la nostra relazione. Ogni gesto di servizio deve scaturire dall’amore che generiamo nella nostra coppia, e non deve diventare modo per cercare altrove la gratificazione e l’amore che non siamo capaci di trovare nella nostra casa.

Sposi sacerdoti. Il matrimonio non è un armadio. (59 capitolo)

 

Ora il Cantico prosegue con una descrizione piena di meraviglia che la Sulamita fa dell’amato. E’ tornata la luce. La notte è passata. Prima di affrontare il testo è importante una precisazione. Come ho già avuto modo di scrivere nei capitoli precedenti il Cantico è così. Non è un racconto, non ha una sequenza temporale ben definita, non ha un inizio e una fine. E’ una storia d’amore dove alti e bassi si susseguono, dove ci si allontana e ci si riavvicina, dove c’è il giorno e la notte della relazione. E’ la nostra storia in un cerchio che non si chiude mai. La nostra storia non rimane mai piatta. Il nostro amore può solo salire e diventare più forte oppure scendere e diventare più debole o più fragile in una spirale ascendente o discendente. Mettiamocelo in testa! Papa Francesco ne ha parlato diverse volte. Una in particolare mi è sembrata particolarmente azzeccata e molto chiara. Si tratta di una parte del discorso che il Santo Padre ha rivolto ai dipendenti della Santa Sede in occasione del Natale 2015. Il Papa afferma:

Il matrimonio è come una pianta. Non è come un armadio, che si mette lì, nella stanza, e basta spolverarlo ogni tanto. Una pianta è viva, va curata ogni giorno: vedere come sta, mettere l’acqua, e così via. Il matrimonio è una realtà viva: la vita di coppia non va mai data per scontata, in nessuna fase del percorso di una famiglia. Ricordiamoci che il dono più prezioso per i figli non sono le cose, ma l’amore dei genitori. E non intendo solo l’amore dei genitori verso i figli, ma proprio l’amore dei genitori tra loro, cioè la relazione coniugale. Questo fa tanto bene a voi e anche ai vostri figli! Non trascurare la famiglia!

L’amore è come una pianta. Una pianta che va curata. Qui torna un parallelismo molto bello con Genesi che vorrei accennare. Una cosa mi ha sempre colpito del giardino dell’Eden. L’amore e la relazione tra Adamo ed Eva non costavano fatica. Non esisteva la fatica tra di loro. Tutto era naturale e puro. Adamo ed Eva vivevano già nel paradiso che spesso è rappresentato nell’iconografia cristiana come un luogo incontaminato, ricco di animali e piante di ogni genere. Quella natura così rigogliosa, colorata profumata e ricca di ogni genere di vita era come un giardino. Come un giardino che non necessitava che venisse curato, potato, innaffiato, seminato e coltivato. L’uomo e la donna beneficiavano di tutta quella magnificenza senza dover fare nulla per ottenerla. Il giardino non può forse essere una figura simbolica di altro? Ci viene in aiuto il Cantico dei Cantici. Nel terzo poema Salomone metteva in risalto come la sua sposa fosse come un giardino.

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Non vi ricorda nulla questa descrizione? A me si. Mi rimanda all’Eden, al giardino del paradiso perduto. Il giardino rappresenta l’amore dell’uomo verso la donna, l’amore erotico e oblativo, la tenerezza dei gesti e la dolcezza delle parole. Ogni frutto, sapore, odore e colore rimanda alla meraviglia, alla gioia e alla pienezza dei sensi e del cuore. Ma come è possibile ciò? Come fa l’uomo del Cantico, che è figlio di Adamo e della sua caduta, nato nel peccato e nella concupiscenza poter fare esperienza di tutto ciò. Si può tornare alle origini, nel paradiso terrestre. Il Cantico che è parola di Dio ci dice che si può. Ma non sarà più come prima. Quel paradiso va conquistato e lavorato con fatica ogni giorno della nostra relazione sposale. Ogni fiore e ogni pianta aromatica e profumata va coltivata con gesti di tenerezza e dolcezza. Ogni animale che rende il giardino vivo e prosperoso va nutrito con le attenzioni reciproche. Non esiste più il giardino che si mantiene e si perfeziona da solo. La nostra relazione è quel giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro?

Otri vecchi e vino nuovo

Durante l’omelia di ieri a Santa Marta Papa Francesco ha focalizzato la sua meditazione su tre diversi aspetti di una stessa realtà: qual’è lo stile cristiano di vivere la nostra fede? O meglio: qual’è lo stile stile sbagliato di tanti cattolici?

Il Papa ha individuato tre atteggiamenti sbagliati più comuni tra i cattolici. Atteggiamenti che allontanano da un autentico stile cristiano. Proverò a riprendere ognuno di questi tre atteggiamenti e a declinarli nella vita degli sposi.

Stile accusatorio.

Stile di coloro che disprezzano le altre persone alla luce della Legge ergendosi a giudici. Il Papa non ci vuole dire che qualsiasi scelta è buona. Che non esiste il male. Che non esiste una verità. Ci sta dicendo altro. Ci chiede di guardare le altre persone alla luce della nostra umanità, alla nostra imperfezione ed inadeguatezza.  Se partiamo dalla legge certo che tutti ci sembreranno inadeguati. Nessuno è perfetto. Partiamo invece dalle nostre miserie. Dalle nostre mancanze. Dalle nostre incapacità di amare. Dai nostri peccati e allora potremo guardare anche l’altro con occhi diversi. Con gli occhi di chi non giudica, ma condivide la sofferenza per il peccato.  Capite che rivoluzione anche nella coppia. Come questa nuova modalità di guardare l’altro/a possa aiutarci ad avvicinarci alle sue difficoltà e alle sue mancanze d’amore, anche nei nostri confronti,  con atteggiamento di sostegno e non di condanna. Il Papa è straordinario. Condensa questo pericolo con una frase bellissima e molto esplicativa: tanti sono buoni cattolici ma non sono cristiani. Gente che non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Otri vecchi dove manca la prossimità di Gesù e la sua misericordia.

Stile mondano.

Il Papa ci dice che questo è lo stile di chi recita il Credo ma poi vive come se Dio non ci fosse. Questa affermazione di Papa Francesco mi permette una riflessione. Ricordate l’episodio evangelico sulla liceità del tributo a Cesare? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi conviene. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Gente che non ha cambiato l’uomo vecchio ed è rimasta incapace di accogliere il Vangelo di Gesù.

Stile egoistico.

Lo stile egoistico, ci ricorda il Papa, è quello di chi non guarda oltre se stesso Non si interessa di nulla di ciò che accade al di fuori dei suoi interessi. E’ lo stile di chi non riesce a decentrare lo sguardo. Di chi si sente il centro del mondo e che fa di se stesso il proprio Dio. Anche Dio spesso non è che uno strumento piegato alla nostra volontà e alla nostra personale idea di giusto e di bene. Giusto e bene che, naturalmente, coincidono sempre con ciò che desideriamo e che ci conviene. Anche la nostra sposa o il nostro sposo non sono che strumenti da usare. Chi ha questo stile non ama ma usa. Non si dona ma prende. Anche chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. E’ persona incapace di amare perchè non sa donarsi.

E noi? Abbiamo cambiato gli otri. Abbiamo cambiato il nostro cuore per poter accogliere il vino nuovo. Per poter accogliere Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio?

Antonio e Luisa

È bene non fare il male, ma è male non fare il bene.

Voglio riprendere una riflessione del Papa, di un Angelus dell’estate scorsa. Una riflessione rivolta ai giovani, in vista dell’imminente Sinodo a loro dedicato.  Una riflessione che calza anche per noi sposi. Il Papa disse:

Tante volte capita di sentire alcuni che dicono: ‘Io non faccio del male a nessuno’. E si crede di essere un santo. D’accordo, ma il bene lo fai? Quante persone non fanno male, ma nemmeno il bene, e la loro vita scorre nell’indifferenza, nell’apatia, nella tiepidezza. Questo atteggiamento è contrario al Vangelo […] È bene non fare il male, ma è male non fare il bene. Questo lo diceva sant’Alberto Hurtado

Mi è capitato in questi giorni di ritrovare e rileggere per caso queste parole. Mi si è accesa una luce. Quante volte io potrei amare la mia sposa e non lo faccio? Quante volte mi lascio scappare delle occasione per mostrarle il mio amore, il mio desiderio, la sua preziosità? Ogni sposo/a dovrebbe farsi questa domanda. Non servirebbe un grande impegno. Solo un po’ di attenzione. Eppure, nonostante tutto, mi lascio scappare tantissime occasioni che non ritorneranno. Ogni gesto d’amore e di attenzione è come un mattoncino che rende più salda la casa della nostra relazione. Non metterlo è come indebolirla e renderla più fragile.

Quali sono le modalità per fare del bene alla persona amata e alla nostra relazione? John Grey, scrittore e saggista americano, distingue ciò che può fare l’uomo da quello che è l’impegno per la donna.

Un uomo nei confronti della moglie può attuare questi gesti o queste azioni:

  1. tornando a casa per prima cosa cercate, salutate e abbracciate la vostra sposa
  2. complimentatevi con lei per il suo aspetto
  3. regalatele dei fiori anche senza un motivo legato a date importanti
  4. abbracciatela spesso
  5. ditele “Ti amo” almeno due volte al giorno
  6. aiutatela quando la vedete stanca
  7. ringraziatela quando fa qualcosa per voi
  8. ogni tanto telefonatele anche dal posto di lavoro, magari solo per dirle “Ti amo”

Una donna verso il suo sposo può invece:

  1. non reagite quando commette un errore, dicendo “Te l’avevo detto”
  2. quando lui si chiude in se stesso (l’uomo ha bisogno di farlo) non fatelo sentire in colpa
  3. accoglietelo con il sorriso quando torna a casa
  4. non fatelo sentire un irresponsabile se dimentica di comprare qualcosa o perde le chiavi
  5. mostrate il desiderio di fare l’amore con lui

Quelle proposte dallo scrittore sono solo delle idee da prendere senza valore scientifico, hanno un valore puramente esemplificativo generale. Appare forse anche un po’ stereotipato però è importante, secondo me, rifletterci sopra. Quante di queste cose io potrei fare e invece non faccio? Alcune volte magari le penso anche ma restano dentro di me come lettera morta. Quando mi appare particolarmente bella con quel vestito o quel trucco, quando cucina qualcosa di particolarmente buono. Potrei dirlo, basta poco e non lo faccio. Perchè? Basta solo un po’ di attenzione. Con un po’ di attenzione potrei fare del bene alla mia sposa e alla mia relazione. Questo è un peccato. Questo è non curare il tesoro più grande che Dio mi ha affidato. Questo è non nutrire il mio amore. Non facciamo magari nulla di male, ma non far crescere il nostro amore è già un male. Pensateci!

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. La tenerezza è amare come Dio ci ama. (47 articolo)

Riprendendo gli articoli dei giorni precedenti, si può quindi dire che la tenerezza diventa uno stile di vita, un modo di amare in ogni momento, un modo che rispecchia lo stile di Dio e che permette a noi sposi di combattere il desiderio di possesso e di farci dono.

La tenerezza è un vero e proprio linguaggio che ci permette di comunicare attraverso il corpo, la tenerezza pone le basi per rendersi accogliente e aprirsi all’altro, ci permette in sostanza di instaurare un dialogo perpetuo d’amore.

Il nostro corpo diventa luogo e mezzo della tenerezza. Se non abbiamo un atteggiamento libero e sano nei confronti del corpo, non riusciremo ad esprimere la tenerezza. Prima cosa da fare è sicuramente educarci a vedere il nostro corpo come qualcosa non di estraneo all’anima ma qualcosa che ne è strettamente legato. Noi non abbiamo un corpo, ma noi siamo anche il nostro corpo. Non possiamo disporre del nostro corpo illudendoci che ciò non influenzi tutta la persona. Dice Rocchetta che ogni persona  ha due possibilità: fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile. E’ chiaro che con l’amata/o desidereremmo essere nella prima situazione, ma non è sempre facile. Ci portiamo dentro ferite, lacci, idee e vissuti che spesso ci rendono molto difficile aprirci totalmente al/la nostro/a sposo/a. Solo un vero dialogo d’amore, un progressivo abbandono all’altro e un atteggiamento costante di rispetto e non di prevaricazione possono aiutarci ad essere finalmente capaci di accogliere l’altro/a in noi e di darci all’altro/a in un contesto di fiducia ed abbandono reciproco. Per me e la mia sposa è stato esattamente così. Spesso si arriva al matrimonio con ferite da guarire e blocchi da rimuovere e solo con gli anni il rapporto di coppia diventa realmente totale e libero nella verità.

Ecco perché la castità è fondamentale. La castità prima del matrimonio (astinenza) e dopo il matrimonio (perfezionamento del rapporto fisico) permette di mantenere sempre un’aderenza tra anima e corpo e permette così di crescere nella tenerezza. Fortunati quei ragazzi che vivono un fidanzamento vero nella castità, impareranno a parlare il linguaggio della tenerezza, che nel matrimonio sarà fondamentale e farà la differenza nella qualità dell’unione. La nostra unione deve essere specchio del nostro rapporto con Dio e si può quindi dire che la tenerezza porta all’intimità con Dio e Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo.

Concludo con le parole di Papa Francesco, tratte dal suo discorso per i partecipanti al convegno promosso dalla “Casa della Tenerezza” di don Carlo Rocchetta. Discorso recentissimo, del settembre scorso. Discorso che sintetizza il messaggio di questo articolo.

Quando l’uomo si sente veramente amato, si sente portato anche ad amare. D’altronde, se Dio è infinita tenerezza, anche l’uomo, creato a sua immagine, è capace di tenerezza. La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana. La tenerezza di Dio ci porta a capire che l’amore è il senso della vita. Comprendiamo così che la radice della nostra libertà non è mai autoreferenziale. E ci sentiamo chiamati a riversare nel mondo l’amore ricevuto dal Signore, a declinarlo nella Chiesa, nella famiglia, nella società, a coniugarlo nel servire e nel donarci. Tutto questo non per dovere, ma per amore, per amore di colui dal quale siamo teneramente amati.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero

La carità non avrà mai fine

Perdonare vuol dire donare qualcosa di sé. Gesù ci perdona sempre. Con la forza del suo perdono, anche noi possiamo perdonare gli altri, se davvero lo vogliamo. Non è quello per cui preghiamo, quando diciamo il Padre nostro? I figli imparano a perdonare quando vedono che i genitori si perdonano tra loro. Se capiamo questo, possiamo apprezzare la grandezza dell’insegnamento di Gesù circa la fedeltà nel matrimonio. Lungi dall’essere un freddo obbligo legale, si tratta soprattutto di una potente promessa della fedeltà di Dio stesso alla sua parola e alla sua grazia senza limiti. Cristo è morto per noi perché noi a nostra volta possiamo perdonarci e riconciliarci gli uni gli altri. In questo modo, come persone e come famiglie, impariamo a comprendere la verità di quelle parole di San Paolo: mentre tutto passa, «la carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,8).

Il Papa, ora, si sofferma sul perdono. Altro tema che ho affrontato innumerevoli volte su questo blog. Non mi fermerò quindi sul perdono in sè, ma dirò qualcosa di grande. Parlerò del perdono come profezia dell’amore di Dio che ci è affidata in modo peculiare e specifico in quanto sposi. Il perdono, l’amore che si fa misericordia è la profezia più grande che noi sposi possiamo dare al mondo. La misericordia tra noi è ciò che ci rende profeti. I profeti non erano persone che prevedevano il futuro o che facevano chissà quale magia. I profeti nella cultura e nella religiosità ebraica erano coloro che manifestavano la volontà di Dio. Profezia è una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. Noi tutti siamo profeti. Lo siamo in virtù del battesimo. E’ uno dei doni di Gesù. Lo Spirito Santo ci rende profeti. Nel matrimonio questa nostra capacità profetica si traduce, tra le altre cose, nel mostrare l’amore fedele di Dio. L’amore fedele di Gesù che anche sulla croce continua ad amare i suoi carnefici.

Non c’è una situazione più pesante e dolorosa per il cuore di uno sposo o di una sposa dell’essere tradito. Il tradimento è la crocifissione di una persona. Non ho usato questa immagine a caso. Questa situazione ricalca in modo molto aderente quella che è stata la passione e morte di Gesù. La sofferenza più grande per Gesù non è stata la crocifissione fisica, seppur è stata dolorosissima, ma è stata la sofferenza del cuore nel vedere il suo popolo che lo tradiva, nel vedere i suoi apostoli che lo abbandonavano. Ciò che ha profondamente ferito Gesù è stato il vedersi ripudiato. Nonostante questo ha continuato ad amarci. Quando pronuncia quelle parola sulla croce “Perdona loro perchè non sanno quello che fanno”,è l’estremo tentativo che Gesù fa nei confronti del Padre di scusarci fino in fondo, come a dire li amo così tanto che ci passo sopra. Li voglio con me tutti. Questo è l’amore al quale potremmo essere chiamati. Ci sono tante spose e tanti sposi che vivono questo tradimento. Anche se non viviamo queste situazioni sulla nostra pelle, conosciamo certamente persone che vivono queste situazioni drammatiche. Cosa diciamo loro? Usiamo forse le parole del mondo? “Se ti ha fatto questo lascialo, devi rifarti una vita, non puoi restare solo/a devi pensare a te e alla tua felicità”. Noi come cristiani che diversità portiamo? Abbiamo il coraggio di dire: “Guarda, è terribile quello che ti è successo, ma devi confidare che sei sposa/o in Cristo. Gesù non ti abbandona e sei chiamata/o in un modo misterioso a vivere questa tua situazione in modo fedele. Vedrai che se ti aggrappi alla Grazia di Dio, Dio ne trarrà un bene più grande. Che non significa sempre che il coniuge tornerà, ma che in modo conosciuto solo da Dio questo dolore e amore fedele lavora il cuore dell’altro/a, e fosse anche all’ultimo respiro porterà alla conversione e alla salvezza della persona che hai sposato”

Gesù è come uno sposo abbandonato che vede la sua sposa avere una relazione  con un secondo e poi magari con un terzo uomo. Cosa fa Gesù con noi tutti, che siamo la sua sposa infedele? Ci abbandona alla nostra miseria? No, Gesù non ci abbandona, continua ad amarci e tutti gli anni, il giorno dell’anniversario, manda una lettera d’amore alla sposa. Gesù non ha fatto così con ognuno di noi?

Abbiamo il coraggio di dire questo? E ancor prima, ci crediamo a questo?

Mi permetto di fare una piccola critica all’Esortazione Amoris Laetitia. E’ un documento fantastico. Soprattutto nel capitolo quarto dove spiega benissimo le dinamiche dell’amore sponsale. E’, però, mancante di qualcosa. A una giusta attenzione per le situazioni irregolari e di fragilità non è seguito un doveroso riconoscimento a tutti  quegli sposi che nella fatica, nel dolore, nella incomprensione generale e nella solitudine vivono la fedeltà nel ripudio. Quelle persone sono profeti luminosi che dovrebbero essere ringraziati e mostrati al mondo. Stanno mostrando l’amore di Gesù nel momento del sacrificio più alto. Nel momento della croce.

Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno al mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

L’abbraccio del perdono

Dammi tre parole

 

Dammi tre parole.

E’ vero, mi piace dire che nelle famiglie abbiamo bisogno di imparare tre parole – tu [Ghislain] le hai dette – tre parole: “scusa”, “per favore” e “grazie”. Tre parole. Come erano le tre parole? Tutti: [Sorry, please, thank you] Another time: [Sorry, please, thank you] Non sento… [Sorry, please, thank youThank you very much! Quando litighi a casa, assicurati, prima di andare a letto, di aver chiesto scusa e di aver detto che ti dispiace. Prima che finisca la giornata, fare la pace. E sapete perché è necessario fare la pace prima di finire al giornata? Perché se non fai la pace, il giorno dopo, la “guerra fredda” è molto pericolosa! State attenti alla guerra fredda nella famiglia! Ma forse a volte tu sei arrabbiato e sei tentato di andare a dormire in un’altra stanza, solo e appartato; se ti senti così, semplicemente bussa alla porta e di’: “Per favore, posso entrare?”. Quel che serve è uno sguardo, un bacio, una parola dolce… e tutto ritorna come prima! Dico questo perché, quando le famiglie lo fanno, sopravvivono. Non esiste una famiglia perfetta; senza l’abitudine al perdono, la famiglia cresce malata e gradualmente crolla.

Ne ho già parlato in diversi articoli. Il Papa ne ha parlato innumerevoli volte. Lo ripete quasi in modo esagerato. Ripete incessantemente l’importanza di tre paroline per una relazione sponsale e familiare felice: grazie, per favore e scusa. Non mi dilungherò a ripetere ancora quanto ho già scritto in almeno tre articoli precedenti. Mi limiterò a caratterizzarle con una frase.

Permesso è la parola che riconosce nell’altro un mistero, un’alterità piena di dignità che non possiamo possedere, ma solo accogliere e a cui fare dono di noi.

Grazie è riconoscere di aver ricevuto un dono. La presenza dell’altro/a accanto a noi nella relazione sponsale è qualcosa di cui rendere grazie in ogni momento della vita, anche nei gesti più piccoli e scontati.

Per favore esprime il desiderio di essere accolti nell’altro e dall’altro. Per favore esprime il nostro desiderio di non prendere qualcosa con la violenza e la forza, ma di essere accolti nella piena libertà e volontà dall’altro. Nessuna violenza, ma solo la forza del nostro dono gratuito e del nostro linguaggio verbale e non verbale che nel matrimonio deve farsi tenero e dolce per rendere il nostro dono affascinante e desiderato dall’altro.

Comprendete bene come queste semplici tre parole aprano un mondo. In queste tre parole c’è tutto quello che serve per indirizzare un matrimonio verso l’autentico amore e la gioia piena.  Ecco perchè il Papa ne parla spesso. Ha capito che di questi tempi non serve fare tanti discorsi teologici sul significato del matrimonio nella storia della salvezza e della redenzione. Non serve innalzare la nostra umanità al divino. Pochi capirebbero. Serve piuttosto concretizzare tutto il significato trascendente del matrimonio nella nostra quotidianità. Una coppia di sposi che davvero vive e usa queste tre parole nella sua vita matrimoniale manifesta ed esprime meglio di ogni trattato il significato profondo del matrimonio. Racconta con la vita come Dio ama. Una coppia che vive queste tre parole racconta chi è Dio.

Una piccola riflessione anche sulla seconda parte di questo stralcio del discorso. Attenzione alla guerra fredda.

La mia sposa ha più volte dovuto sopportare i miei musi, i miei silenzi e le mie parole ficcanti e acide. Quante volte ci siamo addormentati senza guardarci  e senza parlarci. Era il mio modo di fargliela pagare. Aveva commesso un reato di lesa maestà. Io, il re, ero stato offeso. Ma quanto ero cretino, infantile e superficiale. Con il tempo ho capito. Non abbiamo smesso di avere incomprensioni, questo è impossibile. Ho smesso, invece, di comportarmi come una persona immatura. Non sono più capace di dormire senza aver dato un abbraccio alla mia sposa. E’ più forte di me. Cosa serve aver ragione? Nulla se questo deve comportare una divisione e una situazione che fa male al mio cuore e a quello della mia sposa. Chi se ne frega di aver ragione! Sempre che io abbia ragione! Molto meglio fare un passo indietro, dare una spallata al mio orgoglio e al mio egocentrismo e andare incontro all’unica cosa che davvero conta: il mio matrimonio, la mia sposa, la mia vocazione, la mia accoglienza. Aver ragione e vivere nel rancore e nella divisione davvero non ha senso. Ho capito che prima ci si perdona e meglio è. Inutile far passare troppo tempo. Tante separazioni sono dovute a mancati perdoni. Il rancore cresce, l’altro si allontana e giorno dopo giorno ci si perde. In realtà è più facile di quello che sembra. Dio mi ha perdonato tanto e tante volte. Come ricambiare il suo amore fedele e misericordioso? Per noi sposi è molto semplice. L’altro/a è mediatore tra noi e Dio. Per questo ogni volta che perdono e accolgo il mio sposo o la mia sposa sto accogliendo Gesù e sto restituendo una piccola parte del tanto che Lui mi ha dato gratuitamente e per primo! Ce n’è da meditare per tutti. La strada è una sola. Non fate gli stolti. Non fate passare la notte sopra la vostra ira. Fatelo perchè è la cosa migliore per tutti ed è l’unica cosa giusta.

Antonio e Luisa

 

L’abbraccio del perdono

Abbiamo appena ascoltato le testimonianze di Felicité, Isaac e Ghislain, che vengono dal Burkina Faso. Ci hanno raccontato una storia commovente di perdono in famiglia. Il poeta diceva che «errare è umano, perdonare è divino». Ed è vero: il perdono è un dono speciale di Dio che guarisce le nostre ferite e ci avvicina agli altri e a lui. Piccoli e semplici gesti di perdono, rinnovati ogni giorno, sono il fondamento sul quale si costruisce una solida vita familiare cristiana. Ci obbligano a superare l’orgoglio, il distacco e l’imbarazzo a fare pace. Tante volte siamo arrabbiati tra di noi e vogliamo fare la pace, ma non sappiamo come. E’ un imbarazzo a fare la pace, ma vogliamo farla! Non è difficoltoso. E’ facile. Fai una carezza, e così è fatta la pace!

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Per noi cristiani non è solo così, o non dovrebbe esserlo. Don Carlo Rocchetta, sacerdote in prima linea nel sostenere le coppie di sposi,  dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento per abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, quando hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Non solo siamo razionali, siamo spesso tremendamente orgogliosi. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo, che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo, che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale, che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene.  Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di <una fiamma tenace come la morte>, che <le grandi acque non possono spegnere> e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Il Papa parla di fare una carezza. Va benissimo. E’ comunque rompere il muro che divide e ritrovare un contatto fatto di tenerezza. Il gesto che più manifesta il perdono è però l’abbraccio. Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Queste realtà non le può insegnare un libro. Anche bello e interessante come quello di Rocchetta. Il libro può solo confermarle. Queste dinamiche dell’amore si possono comprendere solo vivendole, solo facendone esperienza. Quanti musi lunghi i miei primi anni di matrimonio. Poi, pian piano, se ci si abbandona, l’amore ti educa e ti cambia. In questi tanti anni le nostre crisi non ci hanno allontanato, ma al contrario, ci hanno unito sempre più. Già, perchè ora abbiamo un bagaglio di vita, fatto di tanti perdoni che ci siamo donati l’un l’altra. Tanti momenti in cui abbiamo fatto esperienza dell’amore gratuito e misericordioso. Questo bagaglio è prezioso e ci permette di fare subito la pace. Sì, perchè anche se in quel momento il nostro sposo (sposa) ha sbagliato, ci ha magari anche ferito, abbiamo una memoria, una storia di bene. Basta fare memoria di tutte le volte che siamo stati noi a ferire e siamo stati perdonati. Facendo memoria di questo il rancore scompare e quella carezza che il Papa ci chiede di fare diventa non solo facile, ma l’unico nostro desiderio in quel momento.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

 

 

 

Il contrario di famiglia è solitudine. 

In ogni celebrazione familiare, si avverte la presenza di tutti: padri, madri, nonni, nipoti, zii e zie, cugini, chi non è potuto venire e chi vive troppo lontano, tutti. Oggi a Dublino siamo riuniti per una celebrazione familiare di ringraziamento a Dio per quello che siamo: una sola famiglia in Cristo, diffusa su tutta la terra. La Chiesa è la famiglia dei figli di Dio. Una famiglia in cui si gioisce con quelli che sono nella gioia e si piange con quelli che sono nel dolore o si sentono buttati a terra dalla vita. Una famiglia in cui si ha cura di ciascuno, perché Dio nostro Padre ci ha resi tutti suoi figli nel Battesimo. Ecco perché continuo a incoraggiare i genitori a far battezzare i figli appena possibile, perché diventino parte della grande famiglia di Dio. C’è bisogno di invitare ciascuno alla festa, anche il bambino piccolo! E per questo va battezzato presto. E c’è un’altra cosa: se il bambino da piccolo è battezzato, entra nel suo cuore lo Spirito Santo. Facciamo una comparazione: un bambino senza Battesimo, perché i genitori dicono: “No, quando sarà grande”, e un bambino con il Battesimo, con lo Spirito Santo dentro: questo è più forte, perché ha la forza di Dio dentro!

Voi, care famiglie, siete la grande maggioranza del Popolo di Dio. Che aspetto avrebbe la Chiesa senza di voi? Una Chiesa di statue, una Chiesa di persone sole…

Oggi iniziamo una nuova serie di articoli. Cercherò di dire qualcosa sul discorso che il Santo Padre ha rivolto alle famiglie durante l’incontro di Dublino.

Cosa mi provocano queste prime righe del suo discorso? Mi rimandano al viaggio che ho appena concluso in Umbria. Ho visitato Assisi, Cascia e Perugia. Durante questo incontro ho avuto la grazia di incontrare Cristina e Marco. Entrambi scrivono su questo blog. Perchè vi riporto questo aneddoto personale? Perchè in entrambi mi ha colpito una realtà. Qualcosa di non visibile, ma perfettamente percepibile. Erano da soli. Giorgio, il marito di Cristina, era occupato a lavorare, mentre Ilaria, la moglie di Marco, era fuori con i figli. Ebbene non erano presenti, ma erano presenti. Cristina portava in sè la presenza di Giorgio. Marco quella di Ilaria. Non so spiegarla bene questa percezione, ma è qualcosa di cui tutti possono fare esperienza quando si avvicinano ad una persona sposata che vive autenticamente la sua vocazione. Io posso dire di aver conosciuto anche Ilaria e Giorgio. Come se in Cristina e Marco abitassero anche i rispettivi sposi. Penso che il Papa intenda questo quando dice che una persona porta con sè, anche nella celebrazione irlandese, tutta la famiglia. L’amore ti cambia, l’amore è l’unica cosa che ci si porta dappertutto anche nella morte. L’amore non è un concetto astratto. L’amore ha un volto. Per noi sposi ha il volto della famiglia. Questo vale per figli, nonni, genitori ecc. Vale anche, e soprattutto, tra marito e moglie, dove l’amore diventa sacramento e relazione sacra. La Chiesa di Gesù non può esistere senza le piccole chiese domestiche.  In famiglia si impara a condividere e compatire. Compatire sembra una brutta parola, ma in famiglia non lo è. Le gioie condivise diventano più belle e più grandi. I dolori compatiti da tutta la famiglia, che è sostegno e balsamo d’amore, sono meno pesanti e più sopportabili. In famiglia si impara inoltre a prendersi cura. Si impara a fare attenzione all’altro. Si impara a cercare di comprendere il punto di vista dell’altro. La famiglia permette di spostare il centro da me ad un tu. Ed è così che l’immagine più bella per definire la Chiesa è quella che usa il Papa in questo discorso: la Chiesa è la famiglia dei figli di Dio. Una grande famiglia dove si compatisce per ogni fratello (e sorella), dove si condivide la gioia di ogni fratello, dove ci si prende cura di ogni fratello. Se volete comprendere qualcosa della Chiesa, e di come l’ha pensata e voluta Gesù, guardate come si amano i membri di una famiglia. Il contrario di famiglia non è libertà o indipendenza, come molti credono. Il contrario di famiglia è solitudine.

Antonio e Luisa

 

Papa Francesco al Forum. L’amore è come fare la pasta.

L’amore è come fare la pasta: tutti i giorni. L’amore nel matrimonio è una sfida, per l’uomo e per la donna. Qual è la più grande sfida dell’uomo? Fare più donna sua moglie. Più donna. Che cresca come donna. E qual è la sfida della donna? Fare più uomo suo marito. E così vanno avanti tutti e due. Vanno avanti.

 

Il Papa prosegue il discorso con un esempio da prete di altri tempi.  Sembra parlare alle massaie. Molto diverso da Papa Benedetto e da Giovanni Paolo II. Usa parole diverse, ma altrettanto profonde e forse, in questi tempi così difficili, anche più comprensibili a tutte le persone, anche le meno avvezze a discorsi teologici. Parla a tutti gli sposi. Perchè dice che l’amore è come fare la pasta? Posso dare una mia personale interpretazione. La pasta si fa tutti i giorni. Fare la pasta è una delle attività più ordinarie che possiamo fare nella nostra vita di coppia. Attività ordinaria che nutre e riunisce intorno alla tavola tutta la famiglia. Un nutrimento che, quindi, nasce dall’ordinarietà della vita comune. L’amore è ordinarietà e servizio. Se non comprendiamo questo e non lo viviamo appieno rischiamo davvero di saltare. L’ordinarietà è la prova più importante per il matrimonio. La vita familiare è una serie infinita di impegni: la scuola, il lavoro, i figli, le faccende di casa e tanti altri. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, che è quasi una prigione. Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che si riempie di un senso e una dignità nuova. Gesù fa nuove tutte le cose anche quella più ordinaria. Ogni attività è via per fare esperienza di Dio, perchè diventa gesto d’amore per l’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario, in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni forti nello straordinario, magari in qualche relazione extraconiugale, ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perchè Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perchè lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e a lasciare spazio alla disperazione, se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Anche nell’ordinario è poi possibile trovare momenti di straordinaria bellezza, momenti che diventano nutrimento per la persona e per la coppia. Ridevo con Luisa pensando come tanti desiderino viaggi esotici per evadere. Noi ci accontentiamo di molto meno. Ci basta un caffè. Quando riesco a liberarmi dal lavoro e riesco ad accompagnarla a scuola la mattina ci fermiamo in un bar vicino. Per noi quei 20/30 minuti sono minuti di paradiso, di intima unione e complicità, dove possiamo guardarci, parlarci, sorriderci. Un momento bellissimo che vale più di ogni vacanza ai Caraibi.

Antonio e Luisa.

Articoli precedenti 1) Guardarsi negli occhi    2) Chi di voi ha avuto più pazienza 3) Non fate la guerra fredda

Papa Francesco al Forum. Non fate la guerra fredda.

E poi, ai giovani sposi che mi dicono: “Noi siamo sposati da un mese, due mesi…”, la domanda che faccio è: “Avete litigato?” Di solito dicono: “Sì”. “Ah va bene, questo è importante. Ma è anche importante non finire la giornata senza fare la pace”. Per favore, insegnate questo: è normale che si litighi, perché siamo persone libere, e c’è qualche problema, e dobbiamo chiarirlo. Ma non finire la giornata senza fare la pace. Perché? Perché la “guerra fredda” del giorno dopo è molto pericolosa.

Altro concetto fondamentale. Non fatevi la guerra fredda. Il Papa ha espresso con la sua caratteristica dialettica creativa un’immagine chiarissima. Litigare è normale, capita a tutti, soprattutto alle coppie di sposi novelli. Devono trovare il loro equilibrio ed è normale scontrarsi. Litigate, ma non dormiteci sopra. La rabbia, il risentimento tende a sedimentare. Come il cemento si indurisce. Poi diventa più difficile ritrovare l’intesa, la pace e l’unità. Papa Francesco lo ha ricordato in diverse occasioni. Papa Francesco ha più volte detto che possiamo litigare più o meno veementemente (lui parla di piatti che volano), ma non dobbiamo mai, e ripeto mai, far passare la notte sui nostri litigi. Quanta saggezza in queste parole. Appena sposato ero uno molto permaloso. La mia sposa ha più volte dovuto sopportare i miei musi, i miei silenzi e le mie parole ficcanti e acide. Quante volte ci siamo addormentati senza guardarci  e senza parlarci. Era il mio modo di fargliela pagare. Aveva commesso un reato di lesa maestà. Io, il re, ero stato offeso. Ma quanto ero cretino, infantile e superficiale. Con il tempo ho capito. Non abbiamo smesso di avere incomprensioni, questo è impossibile. Ho smesso, invece, di comportarmi come una persona immatura. Non sono più capace di dormire senza aver dato un abbraccio alla mia sposa. E’ più forte di me. Cosa serve aver ragione? Nulla se questo deve comportare una divisione e una situazione che fa male al mio cuore e a quello della mia sposa. Chi se ne frega di aver ragione! Sempre che io abbia ragione! Molto meglio fare un passo indietro, dare una spallata al mio orgoglio e al mio egocentrismo e andare incontro all’unica cosa che davvero conta: il mio matrimonio, la mia sposa, la mia vocazione, la mia accoglienza. Aver ragione e vivere nel rancore e nella divisione davvero non ha senso. Ho capito che prima ci si perdona e meglio è. Inutile far passare troppo tempo. Tante separazioni sono dovute a mancati perdoni. Il rancore cresce, l’altro si allontana e giorno dopo giorno ci si perde. In realtà è più facile di quello che sembra. Dio mi ha perdonato tanto e tante volte. Come ricambiare il suo amore fedele e misericordioso? Per noi sposi è molto semplice. L’altro/a è mediatore tra noi e Dio. Per questo ogni volta che perdono e accolgo il mio sposo o la mia sposa sto accogliendo Gesù e sto restituendo una piccola parte del tanto che Lui mi ha dato gratuitamente e per primo! Ce n’è da meditare per tutti. La strada è una sola. Non fate gli stolti. Non fate passare la notte sopra la vostra ira. Fatelo perchè è la cosa migliore per tutti ed è l’unica cosa giusta.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti 1) Guardarsi negli occhi    2) Chi di voi ha avuto più pazienza

Papa Francesco al Forum. Guardarsi negli occhi. (1 articolo)

Papa Francesco il 16 giugno  ha ricevuto in udienza una delegazione del Forum delle Famiglie. Ne è nato uno scambio molto bello e soprattutto interessante. Papa Francesco, provocato dalla passione del presidente del Forum Gigi De Palo, riposto il discorso formale che aveva pronto, ha risposto a braccio, guidato da quanto lo Spirito gli suggeriva. La risposta del Papa è una meraviglia da leggere e rileggere. Sento il desiderio di rileggerla con voi, approfondendo i punti più significativi.

Lui (Gigi De Palo ndr)  ha usato un’espressione: “guardarsi negli occhi”. L’uomo e la donna, il marito e la sposa, si guardano negli occhi. Racconto un aneddoto. A me piace salutare nelle udienze le coppie che fanno il cinquantesimo, il venticinquesimo…; anche quando vengono a Messa a Santa Marta. Una volta, c’era una coppia che faceva il sessantesimo. Ma erano giovani, perché si erano sposati a diciotto anni, come a quei tempi. A quei tempi si sposavano giovani. Oggi, perché si sposi un figlio… povere mamme! Ma la ricetta è chiara: non stirare più le camicie, e così si sposerà presto, o no? Mi trovo davanti questa coppia, e mi guardavano… Ho detto: “Sessant’anni! Ma ancora avete lo stesso amore?”. E loro, che mi guardavano, si sono guardati fra loro, poi sono tornati a guardarmi, e io ho visto che avevano gli occhi bagnati. E tutti e due mi hanno detto: “Siamo innamorati”. Non lo dimentico mai. “Dopo sessant’anni siamo innamorati”. Il calore della famiglia che cresce, l’amore che non è un amore di romanzo. È un vero amore. Essere innamorati tutta la vita, con tanti problemi che ci sono… Ma essere innamorati.

Papa Francesco si commuove pensando all’amore sponsale, quello autentico. Un amore che non cessa. Un amore che con il tempo cresce. L’amore non può essere un concetto fermo e statico. L’amore se non cresce muore. E’ come una pianta che va curata e nutrita giorno dopo giorno. L’amore si nutre di tenerezza. L’amore ha bisogno della tenerezza per non morire nel cuore degli sposi. Tenerezza che si concretizza nei gesti del corpo, nella cura e nelle attenzioni. Tenerezza che è anche sguardo. Il papa si sofferma sullo sguardo. Dimostra di essere attento a ciò che è davvero importante. Sa leggere bene il linguaggio non verbale degli sposi. Da come due sposi si guardano si può capire molto. Tanti sposi non si guardano più. La loro vita prosegue su binari paralleli e non si guardano più. Che tristezza. Due sposi che non si guardano più stanno gettando la loro bellezza e la loro ricchezza.

Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”:

Due sposi, due fidanzati, prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Suor Vinerba nel proseguo mette in evidenza la differenza tra i verbi guardare e vedere. Non hanno lo stesso significato. Perdersi di vista non è qualcosa che accade in pochi giorni. Perdersi di vista, non vedersi più è qualcosa che accade nei mesi, negli anni. Un matrimonio che diventa arido e vuoto. Vedere significa percepire con lo sguardo. Lei o lui sono così dati per scontati che non si vedono più. La Vinerba dice che non ci si accorge più della presenza, ma della assenza, tanto fanno parte della nostra vita ordinaria. Sono qualcuno a cui non dedichiamo tempo e attenzioni. Questo con il tempo porta a un passo successivo ovvio e scontato. Non ti vedo più e quindi non ti guardo più. Guardare inteso come cercare e fissare con lo sguardo. Un atto di volontà. Non ti guardo perchè sei così scontato/a che non mi interessi più. Il nostro rapporto è troppo impegnativo, non ne vale la pena. Meglio dedicarsi ad altro. Qualcosa di interessante, che mi sappia prendere e coinvolgere. Tu non mi prendi più. Si un tempo mi facevi battere il cuore, ma ora non è rimasto nulla, se non impegni e rotture di scatole e le tue lamentele che mi danno i nervi.  Ma quanto rompi. Meglio stare fuori. Quante famiglie si distruggono dopo anni di matrimonio perchè non sanno e non vogliono più guardarsi. Quante coppie buttano via una vita per cercare quelle emozioni che possono ritrovare tranquillamente tra di loro, iniziando un  percorso di guarigione che porta a guardarsi ancora.  Che bello rientrare a casa la sera e cercare il suo sguardo, e quando lo trovi sentirti pazzamente innamorato ed amato da quella donna che con un solo sguardo sa scaldarti e rigenerarti.

Antonio e Luisa

 

Il matrimonio nasce dal battesimo

Ieri, il Papa ha terminato il suo ciclo di catechesi sul battesimo. Cercherò di soffermarmi su alcuni punti della sua bellissima riflessione.

Che cosa significhi rivestirsi di Cristo, lo ricorda san Paolo spiegando quali sono le virtù che i battezzati debbono coltivare: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14).

Nel battesimo ci viene donata, come segno concreto, una veste bianca per simboleggiare che siamo rivestiti di Cristo. Il Papa continua è afferma che essere rivestiti di Cristo, essere rinati nella vita dello Spirito Santo, si deve concretizzare e manifestare. Come? Perfezionando alcune virtù. Virtù quali la tenerezza, la bontà, l’umiltà, la mansuetudine, la magnanimità. Imparando a sopportarsi e perdonarsi a vicenda. Non è bellissimo? Ci abbiamo mai pensato al battesimo in questa prospettiva?

Ed arriviamo a noi. Il matrimonio riprende questa realtà battesimale. Questa bellissima veste di Cristo. Bianca immacolata. La sposa si veste di bianco. Tra i tanti significati che si possono dare a questa consuetudine c’è anche il richiamo alla veste battesimale. Forse il significato più importante, ma meno conosciuto. Il matrimonio riprende quella realtà battesimale che ci ha così ben spiegato il Santo Padre e la perfeziona. Meglio le dà un nuovo fine e un nuovo significato. Nella consacrazione matrimoniale lo Spirito Santo ci aiuterà a perfezionare quegli stessi doni di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità verso la persona che ci è stata donata. La consacrazione matrimoniale lo Spirito Santo ci aiuterà a sopportarci e perdonarci.

Apriamo il cuore allo Spirito Santo. Lasciamoci plasmare e cambiare. Lasciamo che la Grazia trasformi la nostra vita e la nostra relazione. Attingendo al nostro battesimo possiamo davvero essere una piccola luce per il mondo, essere speranza per le persone che ci stanno vicine. Mi sovviene una bellissima esortazione di San Giovanni Paolo II che alle famiglie neocatecumenali in partenza per la missione disse:

Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Attraverso il sacramento dell’acqua e dello Spirito Santo, siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica

Attingiamo al battesimo e rivestiamoci di Cristo. Per la nostra felicità e per quella del mondo intero.

Antonio e Luisa

 

Il bacio di Giuda non è casto.

Nei miei articoli ho spesso affrontato il tema dell’ecologia umana. E’ ecologico un gesto che ci rende pienamente umani. C’è ecologia quando il corpo esprime la verità che abbiamo nel cuore. Quando c’è armonia tra ciò che esprime il corpo e quello che sorge e alberga nel nostro cuore. Esprimere con il corpo ciò che non crediamo e che non è autenticamente presente nel nostro cuore,  è uno degli atteggiamenti più odiosi che possiamo avere nei confronti delle persone che ci stanno vicino. Quante volte ci sentiamo feriti da persone che dicono di volerci bene, o anche solo di apprezzarci, e poi parlano male di noi dietro le spalle. Più sono persone vicine e più ci fanno del male. Ci sentiamo offesi, più che dalle parole che possono aver detto quelle persone, proprio dal loro atteggiamento falso. Il loro corpo, la loro voce, la loro espressione non sono coerenti con quanto hanno nel cuore. Ogni gesto, che sappiamo essere falso, ci disgusta e ci provoca sdegno. Come non pensare a Giuda. Gesù ha sempre amato Giuda. Era un prescelto. Era uno degli apostoli. Era una delle persone più vicine a Lui. Eppure Giuda  lo tradisce e lo tradisce con un bacio. Si avvicina e lo bacia come si fa con gli amici, quelli veri.

Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?

Gesù non lo dice con rabbia. Lo dice con tristezza. Con il cuore spezzato dal tradimento subito. Lui, uomo vero, non sopporta quel gesto così falso. Non riesce a non chiedere a Giuda il motivo di tanta falsità.

Perchè vi porto questo esempio? Perchè il bacio di Giuda è una degli atteggiamenti più lontani dal concetto di castità che ci possa essere. Questa parolina tanto incompresa, derisa e rifiutata forse è un po’ più comprensibile attraverso proprio il bacio di Giuda. La Chiesa ci insegna che solo nel matrimonio c’è una autentica e indissolubile unione dei cuori. La Chiesa non inventa nulla, ci aiuta solo a comprendere chi siamo. Dal momento in cui un uomo e una donna si dicono si, i loro cuori si appartengono, sono uno nell’altro, nell’uno c’è l’immagine dell’altro. Nei cuori degli sposi si è generato un noi. Un noi che ha bisogno di divenire concreto, di divenire carne. Ha bisogno di manifestarsi.  Ed ecco il meraviglioso dono del creatore: l’unione dei corpi. L’amplesso fisico permette agli sposi, sessuati maschio e femmina, di concretizzare nella carne ciò che è l’esperienza intima dei loro cuori. Nell’intima unione dei corpi, che si compenetrano, c’è l’immagine più vera ed autentica di ciò che i due sposi vivono nella loro relazione sponsale. Tanto è vero quello che dico, che non basta la promessa che i due sposi si scambiano in chiesa per fare un matrimonio valido. Serve il primo amplesso fisico. Solo dopo i due saranno sposi. Questo gesto non ha nulla di vergognoso. E’ un gesto bellissimo e altissimo d’amore. Come lo è un bacio. Torniamo all’inizio, al bacio. Un bacio non è sempre però un gesto d’amore. Abbiamo visto Giuda. Un bacio, può nascondere, tradimento, falsità, egoismo, invidia. Così lo è anche  l’intimità fisica. Quando non è vissuta nella verità di ciò che è e significa,  diventa come il bacio di Giuda. Un gesto che dovrebbe esprimere unione, nasconde, invece, l’egoismo e l’egocentrismo. Un gesto che non racchiude amore, ma al contrario, la volontà di usare l’altro/a per il piacere personale. Col corpo si comunica l’opposto di ciò che c’è nel cuore. Non importa se due persone credono davvero di amarsi e credono sinceramente di amarsi attraverso quel gesto. Non sono nella verità.  Stanno dicendo con il corpo di essere uno quando oggettivamente non lo sono. Un rapporto intimo fuori dal matrimonio non potrà mai essere casto ed esprimere verità ed autenticità. Diventa un gesto che non fa bene. Un gesto che dovrebbe essere vita diventa un gesto di menzogna. Un gesto che chiude il cuore e non permette una relazione vissuta in pienezza. Un gesto falso che induce a fondare la relazione solo sui sentimenti, sulle passioni e su quanto l’altro/a mi da. Una relazione, quindi, molto fragile e che quindi può crollare al primo soffio di vento. Purtroppo la maggior parte dei giovani vivono un fidanzamento non casto e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Papa Francesco lo ha urlato ai giovani nel 2015 a Torino

Ma l’amore è molto rispettoso delle persone, non usa le persone e cioè l’amore è casto. E a voi giovani in questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarla bene, fare bene la vita, io vi dico: siate casti, siate casti

Papa Francesco non vuole ragazzi tristi, frustrati e repressi. Per questo raccomanda la castità. Solo nella verità del gesto si può trovare gioia, senso, luce e amore autentico.

Antonio e Luisa

 

La fede si trasmette per contagio

Trasmettere la fede non vuol dire “dare informazioni”, ma “fondare un cuore”, “nella fede in Gesù Cristo”. Ben lontano da apprendere meccanicamente un libretto o alcune nozioni, essere un cristiano vuol dire essere “fecondo nella trasmissione della fede”, così come la Chiesa, che “è madre” e partorisce “figli nella fede”.

Questa breve riflessione, tratta da Avvenire, riprende l’omelia di alcuni giorni fa di Papa Francesco a Santa Marta.

Quanto c’è da imparare! Papa Francesco in poche righe ci dona un grande insegnamento. Gesù non si trasmette con i libri di catechismo. Non si trasmette con le belle parole di sacerdoti e operatori pastorali. Non si trasmette in chiesa o all’oratorio. Si! Momenti belli e importanti. Però non bastano. La fede si può trasmettere solo per contagio ai nostri figli, non per indottrinamento. Parlare di Gesù non serve a niente se quel parlare non è accompagnato da uno stile di vita, da un atteggiamento vissuto alla luce della sua presenza. I nostri figli hanno un cuore aperto all’incontro con Gesù. Un cuore, non la testa. Ci arrivano con il desiderio non con una teoria astratta. Dio è padre e madre. L’ha detto Giovanni Paolo I. Mostriamo questo volto di Dio ai nostri figli. Questo non significa non sbagliare mai con loro. Significa accoglierli e accompagnarli. Significa accoglierli sempre. Amarli sempre e comunque. Anche quando sbagliano. Soprattutto quando sbagliano. Solo sentendosi amati così, per quello che sono e non per quello che fanno di buono si sentiranno veramente amati. Facendogli comprendere l’errore, ma senza mai identificarli con l’errore. Loro sono e valgono molto di più di come si comportano e di ciò che fanno, sempre. Poi, hanno bisogno di respirare l’amore vicendevole dei genitori. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si abbracciano e che si scambiano tenerezze. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si prendono cura l’uno dell’altra e che si perdonano sempre. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si inginocchiano davanti a Gesù. Papà e mamma che sanno di non potere nulla senza la forza che viene dallo Spirito Santo. Lo sanno e la chiedono. Papà e mamma che sanno chiedersi scusa e sanno perdonarsi perchè si sono sentiti accolti e perdonati da Dio. Papà che quando sbaglia con loro è capace umilmente di riconoscersi imperfetto. Capace anche di insegnare che c’è un Padre che invece non sbaglia mai e che è capace, a differenza sua, di amarli in modo perfetto e infinito. Solo così le parole di un libro di catechismo non saranno nozioni vuote, ma saranno la spiegazione di ciò che si vive e si respira in famiglia. Coppie: non nascondete mai le vostre coccole ai figli. Baciatevi, abbracciatevi davanti a loro. Papà dite quanto la mamma è bella e importante per voi. Mamme fate altrettanto. Anche questo è trasmettere la fede. Dio è amore. Solo mostrando la bellezza di amarsi in modo gratuito e autentico potremo avvicinare i nostri figli a Gesù. Guardando noi avranno desiderio di conoscere la sorgente del nostro amore e della nostra gioia.

Antonio e Luisa

Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi.

In quel tempo, Gesù disse a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere.
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre».
Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio.
Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.»

Il Vangelo di ieri ci riporta al nocciolo del matrimonio sacramento. Gesù ci dice, tra le altre, due verità:

  • Chi ha visto me ha visto il Padre.
  • anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.

Noi sposi siamo interpellati in modo particolare. Uno dei doni del matrimonio è l’azione consacratoria della Spirito Santo. Attraverso questo dono noi siamo abilitati ad amarci come Dio. Diventiamo profeti dell’amore di Dio. Siamo abilitati ad essere presenza e immagine dell’amore di Dio nel mondo. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa di Dio. Con tutti i nostri limiti creaturali. Voi ci credete? Credete in questa verità che ci insegna la nostra Chiesa? Oppure pensate che sia una bella favola?

Certo vi guardate e cosa vedete? Due persone piene di difetti, di fragilità, e anche di peccati. Le nostre case non sono sempre un paradiso. Eppure abbiamo questo in germe, in potenza. Dio ci ha dato tutto per essere profeti del suo amore, nonostante tutti i nostri limiti. San Giovanni Paolo II, consapevole della grandezza che si nasconde in noi sposi, scriveva, anzi urlava in Familiaris Consortio: Famiglia, diventa ciò che sei!

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, integra questa affermazione. Non toglie nulla, ma aggiunge un passaggio fondamentale:

Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio

Qui, il Papa attuale fa una puntualizzazione importantissima: nonostante la Grazia, non si può gettare sopra i due sposi, che sono  fragili e limitati,  questo grandissimo e difficilissimo compito. Il Papa afferma che gli sposi iniziano, con la celebrazione del matrimonio, un cammino che li porterà sempre a una maggiore integrazione e apertura ai doni di Dio, alla Grazia. Ciò significa che la Grazia di Dio è in grado di riempire interamente  il nostro cuore, ma tutto dipende da quanto esso  è aperto all’azione divina e quanto è grande. Più si cresce nella capacità di amare e più la Grazia sarà abbondante e visibile in noi. Per rendere chiaro questo concetto Padre Raimondo Bardelli faceva un esempio. Ricordate le pellicole fotografiche di qualche anno fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate, ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro/a, alla vita e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso. Pensiamo  ai tanti sposi santi che la Chiesa ci ha donato e sarà evidente la trasformazione da negativo a immagine verace di Dio. Pensiamo a Santa Gianna, i coniugi Quattrocchi o a Chiara ed Enrico Petrillo e tutto sarà evidente. Guardiamo il nostro sposo e la nostra sposa con questo sguardo, e cerchiamo di sviluppare sempre più il nostro matrimonio e la nostra vita insieme alla luce di tutto questo.

Antonio e Luisa

Amare come Dio e al modo di Dio.

Oggi volevo proseguire con il Cantico. Poi, però, ho letto le parole della meditazione che il Papa ci ha donato ieri a Santa Marta. Sono rimasto folgorato. Parole semplici, ma di una sostanza e di una verità deflagranti. Una bomba. Bellissime. Condivido un passaggio del resoconto particolarmente decisivo.

«In questo congedo», ha sottolineato il Pontefice, il Signore compie «due gesti, che sono istituzioni: due gesti per i discepoli e per tutta la Chiesa che verrà. Due gesti che sono il fondamento, per così dire, della sua dottrina»: l’istituzione dell’Eucaristia e la lavanda dei piedi. Da questi gesti «nascono i due comandamenti: i due comandamenti che faranno crescere la Chiesa se noi siamo fedeli».

Innanzitutto, ha detto Francesco, c’è il «primo comandamento» che è quello «dell’amore». Ed è «nuovo» perché, ha spiegato, «c’era il comandamento dell’amore — amare il prossimo come me stesso — ma questo dà un passo in più: amare il prossimo come io vi ho amato». Quindi: «l’amore senza limiti», senza il quale «la Chiesa non va avanti, la Chiesa non respira. Senza l’amore, non cresce, si trasforma in una istituzione vuota, di apparenze, di gesti senza fecondità». Con l’Eucaristia, in cui Gesù «dà da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue», egli «dice come noi dobbiamo amare, fino alla fine».

Vi è poi l’altro gesto, quello della lavanda dei piedi, in cui «Gesù ci insegna il servizio, come strada del cristiano». Infatti, «il cristiano esiste per servire, non per essere servito». Ed è una regola che vale «tutta la vita». Tutto è racchiuso lì: infatti «tanti uomini e donne nella storia», che l’hanno «presa sul serio», hanno lasciato «tracce di veri cristiani: di amore e di servizio».

Ha sintetizzato il Papa: «L’eredità di Gesù è questa: “Amatevi come io ho amato” e “servite gli uni gli altri”. Lavate i piedi gli uni agli altri, come io ho lavato a voi i piedi».

Premessa: quando scrivo lui vale per lei, e viceversa.

Parole indirizzate a tutta la Chiesa. Noi sposi siamo, però, interpellati in modo particolare. Noi siamo piccola chiesa e noi siamo epifania di quell’amore portato da Cristo con la sua vita e con la sua persona. Le parole di Cristo non ci lasciano scampo. Il Papa lo ribadisce. Mi capita spesso di discutere di questo sui social, di persona, o anche attraverso questo blog. Le domande sono sempre le stesse. Non posso amare chi non mi contraccambia. Non è giusto che faccia tutto io. Lui non capisce e si comporta da egoista. Dio non vuole che io sia infelice in questa relazione. Io ce la metto tutta nell’accoglierlo, ma lui non fa nulla. Non c’è reciprocità. Così non si può andare avanti. Così via.

Abbiamo perso il vero senso del matrimonio. Crediamo che, attraverso quell’unione, risolviamo tutti i nostri vuoti e la nostra ricerca della felicità. Ovvio, un matrimonio felice è il desiderio di tutti e guai a non fare di tutto per averlo. Lo scopo del matrimonio è un altro. Lo scopo del matrimonio è prepararsi all’incontro e all’abbraccio eterno con Cristo. Imparando ad amare e a mettere l’altro davanti a noi. Gesù non ci dà, quindi,  ragione. Non ci segue in questi ragionamenti e in queste comuni lamentele. Gesù ama da Dio. Gesù ci mostra il suo amore in tutta la sua vita. Il culmine lo raggiunge, però,  nell’Eucarestia, nella lavanda dei piedi, nella sua passione e morte. Dà tutto. Tutto se stesso. E serve. E’ un re che serve i suoi discepoli. E’ un re che ama e che serve. Questo siamo chiamati ad essere. Per questo per il matrimonio non basta una semplice relazione naturale e umana, ma serve un sacramento. Noi siamo chiamati ad amare come Dio (senza misura e senza condizione) e al modo di Dio (nel servizio). Tuo marito si comporta male: amalo di più. Tuo marito si arrabbia e tiene il muso: sii dolce e accogliente. Tua moglie si lamenta: accogli le sue critiche e non smettere di servirla. Ognuno ha in mente i propri punti critici sui quali lavorare.

Se mettiamo condizioni al nostro amore sponsale, non stiamo amando da Dio, stiamo mettendo noi stessi davanti, il nostro egoismo. Stiamo dicendo a Dio: non voglio amare come te. Voglio amare come ama il mondo. Senza fatica e senza sacrificio. Così, però, perdiamo tutta la bellezza e la grandezza di un’unione vissuta nell’abbandono a Dio e vivacchiamo, come fanno tanti.

Potete essere d’accordo o meno con quanto ho scritto. Non cambia la sostanza. Dio ci chiede di amare come lui e nel modo in cui ama lui. Senza condizione, senza limite, e ponendosi al servizio dell’altro.

Amando così potrete fare miracoli. Cambiare voi stessi e, chissà, anche l’altro. Non c’è scelta. La strada è stretta, a volte difficile, forse impossibile,  ma fuori da questa strada non possiamo che perderci.

Antonio e Luisa

 

Attenti alle piccole volpi

Ieri il Papa ha fatto una bellissima omelia. Un parallelo tra Re Davide e Re Salomone. Il primo grande peccatore, ma capace di riconoscere i propri peccati ed umilmente chiedere perdono. Il secondo al contrario, non ha commesso grandi peccati, ma è scivolato pian piano, come fosse su un piano leggermente inclinato, verso la corruzione e il baratro. Queste parole del Papa mi hanno riportato alla memoria una mia vecchia riflessione, che in un certo senso, è simile seppur rivolta a realtà diverse. Le piccole volpi sono quelle che distruggono la maggior parte dei matrimoni. Non ci sono spesso peccati gravi come il tradimento. Spesso l’adulterio è una conseguenza di un rapporto già logorato e morente. Ah certo! Vi starete chiedendo cosa sono le piccole volpi. Sono un’immagine molto significativa del Cantico dei Cantici.

Prendeteci le volpi,
le volpicine che guastano le vigne,
poiché le nostre vigne sono in fiore!

La vigna è il nostro amore, la nostra relazione. La nostra relazione che sta maturando e crescendo nel tempo, nell’intensità e nella verità.

La vigna è in fiore, è rigogliosa, tutto è meraviglioso, tutto sembra andare nel migliore dei modi. Tutti noi o quasi, all’inizio della nostra vita matrimoniale, sperimentiamo questa gioia e questo amore che riempie, che dà sostanza e fondamento alla nostra vita.

Ma poi, a volte, senza che accadano fatti straordinari. Tutto appassisce, senza che avvenga qualche cosa di tanto grande da distruggere l’unione. La vigna non subisce gelate, incendi, uragani. La relazione degli sposi non ha dovuto superare grandi prove come gravi lutti, infedeltà o perdita del lavoro. La vigna è attaccata dalle piccole volpi. Piccoli animaletti che probabilmente i vignaioli sottovalutano, non se ne curano, ritengono poco importanti. La stessa cosa fanno molti sposi. Molti sposi sottovalutano le piccole volpi. Le piccole volpi che non sono altro che piccoli vizi, peccati e disimpegno che col tempo portano la vigna dall’essere rigogliosa a seccare. La relazione degli sposi è attaccata da tante piccole volpi e se non si presta attenzione si rischia di compromettere tutto. Le piccole volpi impediscono il nutrimento della vigna, impoveriscono tutto. Così la nostra relazione. E’ una piccola volpe non salutare la propria sposa quando si esce per il lavoro e quando si torna a casa. E’ una piccola volpe non cercare momenti di tenerezza con la propria sposa, è una piccola volpe passare la serata davanti alla tv, allo smartphone o al pc dopo che per tutto il giorno non ci si è visti e non cercare momenti di dialogo o di preghiera insieme. E’ una piccola volpe lasciarsi vincere dalla stanchezza e non cercare spesso l’unione fisica. Ognuno può pensare alla propria vita e trovare le sue piccole volpi che attentano alla sua felicità coniugale. E’ importante trovarle per poterle scacciare e ridonare nuova bellezza al matrimonio, alla vigna che il Signore ci ha affidato.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. U come umiltà.

Cosa significa essere umili? Io non sono umile, me ne dolgo, ma non lo sono. Giusto alcuni minuti fa su un social, dove a causa di un post sono stato accusato da una sorella nella fede, non ho resistito e le ho risposto con un altrettanto velenosa affermazione. L’ho fatto con gusto. Le ho dato quello che si meritava, per poi però sentirmi sconfitto e piccolo nel mio crasso orgoglio. Non va bene, ne ho di strada da mettere sotto i sandali ancora. Maestra di umiltà è Maria e, per me,  la mia sposa. La vedo spendersi per i suoi alunni, la vedo dare tutto senza risparmiarsi mai. La vedo alzarsi alle quattro del mattino per preparare le sue lezioni in modo che il pomeriggio possa dedicarsi a me e ai nostri figli. La vedo preparare le lezioni in modo che siano facili e comprensibili per i suoi ragazzi. La maggior parte di loro la apprezza per questo suo impegno che si percepisce. Ci sono sempre, però, studenti che non hanno voglia d’imparare, e come sempre, non è mai responsabilità loro, ma dell’insegnante; così quando arriva qualche genitore che la accusa di non essere abbastanza capace per interessare il suo ragazzo, lei chiede scusa. Io non riuscirei mai. Non solo: torna a casa e ringrazia. Ringrazia Dio per averle dato quella umiliazione, perchè solo così può restare aggrappata a Lui. L’umiliazione è nutrimento per il cuore. Luisa porta nel cuore la preghiera-testamento di Santa Bernadette che in un passaggio scrive:

Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,
per coloro che mi hanno presa per pazza,
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,
per coloro che mi hanno presa per interessata.
GRAZIE, MADONNA !

Giusto ieri a Santa Marta il Santo Padre ha riflettuto sull’umiltà e ha proprio detto che non ci può essere umiltà senza umiliazione.

Il Papa dice prendendo spunto dalla storia di Re Davide e di Simei:

Sempre — ha riconosciuto Francesco — c’è la tentazione di lottare contro quello che ci calunnia, contro quello che ci fa l’umiliazione, che ci fa passare vergogna, come questo Simeì» che nel brano biblico insulta pesantemente Davide. Ma «Davide dice “no”, il Signore dice “no”, quella non è la strada». Invece «la strada è quella di Gesù, profetizzata da Davide: portare le umiliazioni». E pensare che «forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Insomma, «portare le umiliazioni in speranza». Però, ha specificato il Papa, «se io, davanti a qualsiasi offesa, a qualsiasi umiliazione, mi giustifico subito e cerco di sembrare buono o fare, come si dice, “calligrafia inglese”, questa non è umiltà». E così, ha aggiunto, «pensiamo questo in modo giusto: se tu non sai vivere una umiliazione, tu non sei umile e questa è la regola d’oro».

Dura davvero da mettere in atto. Boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo?

S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile. L’amore sponsale è la nostra via per giungere all’abbraccio eterno con Cristo e l’umiltà è condizione essenziale per abbandonarci a Lui.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. T come tenerezza.

Tenerezza insieme a misericordia sono le due parole, o ancor meglio, i due concetti più ripresi da Papa Francesco. Riporto due sue riflessioni tra le tante, molto significative:

Tenerezza! Ma il Signore ci ama con tenerezza. Il Signore sa quella bella
scienza delle carezze, quella tenerezza di Dio. Non ci ama con le parole. Lui si avvicina e ci dà quell’amore con tenerezza. Vicinanza e tenerezza! Queste sono due maniere
dell’amore del Signore che si fa vicino e dà tutto il suo amore con le cose anche più
piccole: con la tenerezza. E questo è un amore forte, perché vicinanza e tenerezza ci
fanno vedere la fortezza dell’amore

e in un’altra occasione:

il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe

Queste due riflessioni, condivise in momenti diversi, sono molto significative, perchè aiutano a comprendere la tenerezza nelle sue componenti costitutive e profonde che abitano il cuore dell’uomo.

Prima di proseguire, è importante definire la tenerezza. Quale realtà si intende con questa parola tanto abusata? Rispondo con le parole di don Carlo Rocchetta, penso il maggior esperto vivente, che nel suo libro Teologia della Tenerezza scrive:

Il sentimento della tenerezza ci è dato come un ricco potenziale di sensibilità, volto
all’accoglienza e al dono, allo scambio amicale e all’amabilità, ma esige di essere
incanalato nella giusta direzione, in risposta al disegno di Dio sulla nostra vita e sul
mondo.
Vivere l’esistenza con tenerezza non è dunque un dato scontato: suppone un cammino e richiede una disciplina. La tenerezza ha bisogno di incontrarsi con la ricerca della maturità e viceversa. L’una sostiene l’altra e la manifesta. Solo assumendo la tenerezza in un’ottica di questo genere è possibile evitare il pericolo di viverla come una compensazione affettiva o un’acquiescenza ai vuoti del cuore umano, oppure ridurla a dipendenza psicologica o strumentalizzarla a fini di potere sull’altro/a da sé”

Si può quindi dire che la tenerezza, prima che un sentimento, è uno stile di vita, un modo di amare in ogni momento, un modo che rispecchia lo stile di Dio e che permette a noi sposi di combattere il desiderio di possesso, e quindi, ci permette di farci dono.

La tenerezza è un vero e proprio linguaggio attraverso il corpo, la tenerezza pone le basi per rendersi accogliente e aprirsi all’altro/a ed instaurare un dialogo perpetuo d’amore.

Il mio corpo diventa luogo e mezzo della tenerezza. Se non ho un atteggiamento libero e sano nei confronti del corpo, non riuscirò ad esprimere la tenerezza. Prima cosa da fare è quindi sicuramente educarmi a vedere il mio corpo come qualcosa non di estraneo all’anima, ma qualcosa che ne è strettamente legato. Dice Rocchetta che ogni persona  ha due possibilità: fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile. E’ chiaro che con la mia sposa desidererei essere nella prima situazione, ma non è sempre facile. Mi porto dentro ferite, lacci, idee e vissuti che spesso mi rendono molto difficile aprirmi totalmente a lei. Solo un vero dialogo d’amore, un progressivo abbandono all’altra e un atteggiamento costante di rispetto e non di prevaricazione possono aiutarmi ad essere finalmente capace di accoglierla in me e di darmi a lei in un contesto di fiducia ed abbandono reciproco. Io e Luisa abbiamo vissuto questo. Spesso si arriva al matrimonio con ferite da guarire e blocchi da rimuovere e solo con gli anni il rapporto di coppia diventa realmente totale e libero nella verità. Pensateci bene. Spesso le persone che più si spogliano, che più hanno violentato il pudore e che vivono rapporti disordinati e occasionali sono quelle che faticano maggiormente a svelare la profondità della propria anima alle altre persone. Sono quelle che vestono maschere e armature per difendersi e per la paura di mostrarsi nell’intimo del proprio cuore. E’ una drammatica disarmonia tra cuore e corpo che provoca sofferenza e chiusura.

Il matrimonio non è così. Grazie alla tenerezza ho imparato a guardare la mia sposa con occhi che amano, rispettano, valorizzano e accolgono. Non c’è paura, non c’è prevaricazione, non c’è violenza. Per questo c’è la libertà di essere ciò che siamo, senza paura di giudizio o di abuso da parte dell’altro/a. Qui c’è l’armonia di chi si sente di mostrarsi nudo nel corpo solo dopo essere riuscito a denudarsi nell’anima. Sembrano concetti astratti, ma sono al contrario molto concreti. Non c’è vergogna perchè non c’è giudizio, ma solo accoglienza. Davvero ci si sente liberi di mostrarsi nudi come solo lo sguardo di Dio consente. Neanche nella mia famiglia di origine sono mai stato tanto libero nel mostrarmi con tutti i miei difetti e tutte le mie fragilità. San Giovanni Paolo II dice che il matrimonio è una relazione redenta che consente di tornare alle origini, dove uomo e donna non sentivano la necessità di coprirsi, come invece accadde dopo la rottura del peccato originale. Linguaggio figurato per dire che ciò che ci impedisce di essere liberi è il peccato e la concupiscenza.

Ho parlato di fragilità, si perchè, come dice Papa Francesco nella seconda riflessione che ho riportato, la tenerezza si nutre delle piaghe del fratello e della sorella. E’ proprio lì dove lei è più debole, dove la mia sposa fa più fatica ad accettarsi che io devo amarla e curarla con il mio amore tenero. Giusto ieri sono tornato a casa alla sera, stanco morto. Ho trovato la casa in uno stato pietoso e lei che desolata si dispiaceva del fatto di non essere stata abbastanza brava nel pensare a tutto. Non ho più badato alla mia stanchezza, ma alla sua fragilità di quel momento, e mi sono impegnato per sostenerla ed aiutarla. Bastava un attimo per accendere un litigio. Stanco e nervoso io, stanca e desolata lei. Bastava una parola di troppo. Invece quel momento è diventata occasione di comunione e sostegno. Un amore tenero vissuto nel servizio vicendevole, E’ stato molto bello.

Per concludere si può affermare che la nostra unione deve essere specchio del nostro rapporto con Dio, e di conseguenza,  che la tenerezza porta all’intimità con Dio e che Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo.

Antonio e Luisa

 

 

 

L’alfabeto degli sposi. P come perdono.

Ogni matrimonio che funziona passa attraverso il perdono. Padre Maurizio Botta dice sempre ai fidanzati quando li prepara al matrimonio: Ricordati che quella persona che vuoi sposare è un peccatore come te, non è perfetto. Vuoi sposarlo comunque? Guarda che è un Caino. Veramente.

In questa frase di padre Maurizio Botta c’è tutto. Noi sposiamo un peccatore e una peccatrice che in modo più o meno grave ci ferirà, con cui avremo incomprensioni e cadute. Non sarà perfetto. Quanti danni ha fatto il film Love Story ad una generazione intera. Un amore puro, romantico e contrastato con una battuta che resta in testa: Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace.  Nulla di più falso. Amare è proprio ammettere costantemente la propria imperfezione e fragilità. Ammettere che sbaglio. Ammettere che neanche io sono perfetto. Solo Dio è fedele nell’amare sempre e in modo perfetto. Per questo il perdono è fondamentale. Senza perdono non c’è possibilità di amare.

Tant’è che San Paolo lo riporta anche nel suo famoso Inno all’amore.

L’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco riprende questo concetto nel suo bellissimo capitolo quarto di Amoris Laetitia.

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakonsignifica “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Voglio concludere con un aneddoto personale, oggetto di uno dei miei primi articoli.

Sapete qual’è uno dei gesti d’amore più belli d’amore che mi ricordo fatto da mia moglie a me? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. Erano i primi anni di matrimonio ed io non ero sempre amorevole e tenero con lei (si può imparare ad esserlo). La trattai male su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato , che andava oltre l’orgoglio, oltre la ragione o il torto e mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. N come natura.

Non dobbiamo dimenticare che il matrimonio, prima che essere un sacramento e un mezzo di salvezza e di redenzione che Cristo ci ha donato, è un’esigenza del cuore. E’ la nostra natura umana che desidera ardentemente un amore con le caratteristiche dell’unione sponsale. Un amore vissuto nel dono totale, tenero e incondizionato verso un’altra persona diversa e complementare. Un amore che desidera farsi vita e farsi fecondo. Un amore che chiede di dare tutto e aprirsi ad un’alterità in un incontro intimo e che non sottragga nulla, ma che chieda di darci completamente, in anima e corpo. Che ci chieda di saper non solo dare, ma anche accogliere il dono dell’altra persona. Solo così in un amore fedele e per sempre possiamo nutrire il nostro cuore in una relazione non solo sociale, ma anche sessuale.  Noi spesso dimentichiamo che l’uomo è il vertice del creato. Siamo attentissimi a non sprecare l’acqua, a raccogliere in modo differenziato i rifiuti per favorire il riciclo, ai gas serra e ai cambiamenti climatici, all’inquinamento dei mari e degli ecosistemi. Bellissimo!! Perchè non vedo la stessa attenzione per la salvaguardia dell’uomo e della sua natura? Questo concetto è ripreso da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato sii. Verità approfondita  anche  dal papa emerito Benedetto XVI nel discorso al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

Cercherò ora di concretizzare questo concetto con un piccolo aneddoto personale.

Oggi sono andato a correre, ci vado spesso, ogni volta che posso, un po’ perché ho passato i  quaranta e sono nel periodo di crisi che ogni uomo vive quando realizza di non essere più tanto giovane, ma anche perché correre in mezzo alla natura è bellissimo. L’ordine perfetto del creato che mi circonda mi parla di Dio, la sua opera mi mostra quanto è infinitamente grande e che anche io sono parte quell’idea perfetta della Sua fantasia, anzi sono il vertice di quella creazione. Oggi, mentre correvo, come spesso mi capita di fare, ho riflettuto sulla mia vita. Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica.

Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio all’altro, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

La Chiesa ha spesso rinunciato a dire queste cose, il mio parroco, a cui voglio bene e stimo tantissimo, dice che la Chiesa in camera da letto non ci deve entrare e che bisogna avere pudore, ma ci sono tantissime persone che per questo soffrono e si dividono. Sta a noi famiglie cristiane testimoniare la bellezza di una scelta d’amore radicale, la bellezza della castità che permette di vivere un amore pieno basato sul dono di sè e non sulla menzogna dell’egoismo.

Antonio e Luisa.

Famiglia di Nazaret: un esempio che illumina.

Oggi è Natale e riposo. Non vi lascio però a bocca asciutta. Vi riporto i punti 65 e 66 di Amoris Laetitia dove Papa Francesco ci dona una bella associazione tra la famiglia di Nazaret e tutte le famiglie cristiane. La santa famiglia ad esempio per tutte le altre.

65. L’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, a Nazaret, commuove con la sua novità la storia del mondo. Abbiamo bisogno di immergerci nel mistero della nascita di Gesù, nel sì di Maria all’annuncio dell’angelo, quando venne concepita la Parola nel suo seno; anche nel sì di Giuseppe, che ha dato il nome a Gesù e si fece carico di Maria; nella festa dei pastori al presepe; nell’adorazione dei Magi; nella fuga in Egitto, in cui Gesù partecipa al dolore del suo popolo esiliato, perseguitato e umiliato; nella religiosa attesa di Zaccaria e nella gioia che accompagna la nascita di Giovanni Battista; nella promessa compiuta per Simeone e Anna nel tempio; nell’ammirazione dei dottori della legge mentre ascoltano la saggezza di Gesù adolescente. E quindi penetrare nei trenta lunghi anni nei quali Gesù si guadagnò il pane lavorando con le sue mani, sussurrando le orazioni e la tradizione credente del suo popolo ed educandosi nella fede dei suoi padri, fino a farla fruttificare nel mistero del Regno. Questo è il mistero del Natale e il segreto di Nazaret, pieno di profumo di famiglia! E’ il mistero che tanto ha affascinato Francesco di Assisi, Teresa di Gesù Bambino e Charles de Foucauld, e al quale si dissetano anche le famiglie cristiane per rinnovare la loro speranza e la loro gioia.

66. «L’alleanza di amore e fedeltà, di cui vive la Santa Famiglia di Nazaret, illumina il principio che dà forma ad ogni famiglia, e la rende capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della storia. Su questo fondamento, ogni famiglia, pur nella sua debolezza, può diventare una luce nel buio del mondo. “Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi che cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile; ci faccia vedere come è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale” (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964)».

Della famiglia di Nazaret mi hanno colpito sempre due atteggiamenti in particolare. L’umiltà di Maria e il suo abbandono fiducioso al suo Dio e al suo sposo e Giuseppe che ha accolto Maria con la sua grande missione, dando tutto per lei. Dando tutto grazie alla fede in Dio e all’amore per la sua sposa, amore che lo induce a crederle contro ogni evidenza umana.  Proteggendola con tenera e dolce fermezza e determinazione. Due atteggiamenti che oggi potrebbero sembrare anacronistici in un mondo che vuole tutto uguale, cancellando il maschile e il femminile. Nella mia famiglia fortunatamente questi ruoli non sono stati cancellati anzi sono una ricchezza e una grazia per entrambi e per i nostri figli.

Antonio e Luisa

 

Siamo pronti?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome.
Questo vi darà occasione di render testimonianza.
Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;
io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;
sarete odiati da tutti per causa del mio nome.
Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.
Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime».

Questo Vangelo mi mette tanta paura. Non sono sicuro di essere pronto. Stiamo costruendo una società dove il desiderio diventa legge e dove la percezione individuale diventa reato. Un mondo dove lo stato entra pesantemente nella vita delle famiglie. Uno stato che vuole educare e omologare la testa dei nostri ragazzi. Esperti di affettività, sessualità, bullismo, cyberbullismo, educazione civica e alimentazione. Questo per citare quelli di cui ho avuto esperienza diretta nelle scuole frequentate dai miei figli. Tutte ottime iniziative all’apparenza. C’è però un grosso limite a tutto questo. Lo stato diventa educatore dei nostri figli e noi lo lasciamo fare perchè ci fa comodo così. Meno impegno per noi. Sarà per il lavoro, il poco tempo che possiamo spendere con i nostri ragazzi, le famiglie distrutte e tante altre motivazioni personali e sociali. Resta il fatto che la famiglia non è più il primo attore nella crescita morale e umana delle nuove generazioni. Prendiamo ad esempio l’educazione sessuale. In Inghilterra, dove è inserita da tempo come proposta curriculare, c’è un peggioramento netto nelle gravidanze di adolescenti. Vengono fornite informazioni di profilassi igienica, ma manca una vera sostanza. Manca l’esempio di papà e mamma che mostrano come in un rapporto fedele e casto si possa essere felici e vivere un amore che riempie e dona autenticità alla vita e che sanno rendere conto ai figli di questa bellezza.

Ho apprezzato molto, invece, una serie di incontri organizzati dal consultorio diocesano della mia città, dove la formazione era rivolta ai genitori. Così ha senso. Preparare i genitori perchè possano svolgere al meglio il loro compito, con competenza e preparazione. Vi lascio in fondo la trascrizione degli incontri. Molto interessanti.

Dobbiamo essere pronti a scontrarci con questa società quando i suoi insegnamenti contrastano con i nostri valori. Educazione su  orientamento, genere, religione, rispetto, libertà e tutte le altre componenti della profondità morale e costitutiva della persona umana spettano principalmente a noi genitori. Non dimentichiamolo. Dobbiamo essere pronti alla resistenza e alla disobbedienza se necessario. Io lo sono? Non ne sono sicuro, ma chiedo a Dio continuamente la forza di poter portare a termine il compito educativo che lui stesso mi ha assegnato facendomi genitore.

Termino con le parole di Papa Francesco durante l’udienza del 20 maggio 2015:

Intellettuali “critici” di ogni genere hanno zittito i genitori in mille modi, per difendere le giovani generazioni dai danni – veri o presunti – dell’educazione familiare. La famiglia è stata accusata, tra l’altro, di autoritarismo, di favoritismo, di conformismo, di repressione affettiva che genera conflitti.

Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto; e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca. I sintomi sono molti. Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti. A volte ci sono tensioni e sfiducia reciproca; e le conseguenze naturalmente ricadono sui figli. D’altro canto, si sono moltiplicati i cosiddetti “esperti”, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli “esperti” sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: “Tu non puoi correggere il figlio”. Tendono ad affidarli sempre più agli “esperti”, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo!

Meditiamo e ricordiamoci che non solo abbiamo diritto ad educare i nostri figli, ma ne siamo anche responsabili davanti a Dio.

Cliccate qui per scaricare il materiale degli incontri svolti al consultorio.

Antonio e Luisa