Il Papa vuole curare l’idropisia del cuore.

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Questo Vangelo è una provocazione troppo bella per non accoglierla. Ho subito pensato a Papa Francesco. Papa Francesco tanto attaccato e poco compreso da tante persone. Ammetto che ho fatto fatica anche io. Non comprendevo dove volesse arrivare. Poi mi sono informato, ho ascoltato diverse opinioni, alcune a  favore altre contrarie. Ho combattuto contro me stesso. Le mie convinzioni e pregiudizi. Ho raggiunto una nuova consapevolezza. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Certo ci sono tante spinte, soprattutto interne alla curia romana, che premono e pressano. Il Papa non cede. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Amoris Laetitia, perchè è sul matrimonio che mi sono concentrato, è un documento meraviglioso. Approfondisce e prosegue la via di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II. Il matrimonio non ne esce ridimensionato. Tutt’altro. Vi assicuro che ho letto il libro del card. Kasper sul matrimonio.  Il Papa non ha preso quasi nulla di quel libro (fortunatamente) che effettivamente riduceva di molto il significato sacramentale delle nozze cristiane. Kasper, indicato come il vero vincitore del Sinodo. Non è vero. Porto solo un esempio della grandezza di Amoris Laetitia. Papa Francesco finora è il primo e unico pontefice che ha scritto nero su bianco, su un documento ufficiale, una verità fino ad ora solo ipotizzata. Un documento che è la sintesi di due sinodi. Ha scritto che il rapporto fisico degli sposi è parte integrante del sacramento. Dopo sessant’anni dal Concilio ci siamo arrivati. Neanche san Giovanni Paolo II l’aveva detto così chiaramente. L’aveva fatto intendere, ma non detto o scritto. Il rapporto fisico non è solo qualcosa di necessario per rendere valido ed efficace il matrimonio, ma è parte di un sacramento. Vi rendete conte della dignità e importanza riconosciuta a questo gesto, spesso tollerato e sottovalutato?

Tornando al Vangelo ho voluto fare una verifica. Che malattia sia l’idropisia. Ecco cosa ho trovato:

L’idropisia consiste nell’accumulo di liquidi nei tessuti interni. Non è una vera e propria malattia, ma un sintomo che accompagna altri problemi di salute, come le malattie dell’apparato circolatorio e dell’apparato digerente o difficoltà nel funzionamento dei reni.

Le parole nel Vangelo non sono mai scritte a caso. C’è solo il necessario, niente di superfluo. Riportare il nome della malattia curata da Gesù è quindi importante. E’ troppo significativo. L’acqua segno dell’amore, della vita e della Grazia che resta all’interno e non riesce ad uscire, a liberarsi, a scaturire dalla persona. Il desiderio di amore che resta inespresso per incapacità di aprirci all’altro/a, ma solo di usarlo. Questo provoca problemi soprattutto ad alcuni organi tra cui i reni. Reni che filtrano il sangue e lo purificano. Gesù guarisce dall’incapacità di amare. Gesù guarisce da chi non riesce a purificare le proprie relazioni, il proprio sguardo, la propria propensione che lo porta all’incontro, al dono e all’accoglienza dell’altro. Lo fa di sabato. Andando apparentemente contro la dottrina, la legge.

Papa Francesco opera così. Va da quelle coppie e quelle persone che soffrono di idropisia. Che non sono capaci di amare e di donarsi. Che hanno matrimoni feriti, sofferenza alle spalle. Gente incapace di amare e per questo infelice e alla ricerca della pienezza. Persone che si stanno uccidendo nello spirito. Le periferie esistenziali. Le povertà del nostro opulento mondo occidentale. E si abbassa. Sembra dimenticare la legge. Non è così. Il Papa conosce la legge e la ama. Comprende però che quello non è il momento di proporla, perchè bisogna rispettare la persona che non è in grado di accoglierla in quel momento. Bisogna prima guarire il cuore. Allora l’accompagna con l’obiettivo di prepararla, educarla amorevolmente ad accogliere il progetto di Dio su di lei. Accogliere la Verità e la vita piena. Il Papa ha ragione. C’è un unico grande pericolo. Servono sacerdoti santi. Sacerdoti che mettano in pratica questa modalità suggerita dal Papa e che non diventino semplici dispensatori di sacramenti a chiunque li chieda.

Proprio in questi giorni sono arrivate le parole del Card. Muller che mi confermano nella mia nuova consapevolezza.

Una analisi accurata mostra che il Papa in Amoris laetitia non ha proposto nessuna dottrina da credere in modo vincolante che stia in contraddizione aperta o implicita alla chiara dottrina della Sacra Scrittura e ai dogmi definiti dalla Chiesa sui sacramenti del matrimonio, della penitenza e della eucarestia.Viene confermata, al contrario, la dottrina della fede sulla indissolubilità interna ed esterna del matrimonio sacramentale rispetto a tutte le altre forme che lo «contraddicono radicalmente» (AL 292) e tale dottrina viene messa a fondamento delle questioni che riguardano l’atteggiamento pastorale da tenere con persone in relazioni simili a quella matrimoniale. Cliccate qui per leggere tutto l’articolo

Il Papa ha bisogno del sostegno della Chiesa, di tutti noi.

Antonio e Luisa

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Non cali la notte sull’ira degli sposi

Papa Francesco ha più volte ricordato alle coppie come sia importante riappacificarsi dopo aver litigato prima della fine del giorno. Non cali la notte sull’ira degli sposi. Naturalmente ha ragione. Non è grave la litigata, ma diventa pericoloso lasciare che la ferita procurata alla relazione  si infetti con il passar del tempo. Saturarla subito con un gesto di amore e di pace. Secondo me dovremmo andare più a fondo. Questo è il minimo sindacale per far funzionare una coppia. Il Papa conoscendo la situazione del matrimonio e delle coppie del nostro tempo chiede giustamente il minimo. Noi che cerchiamo di vivere in pienezza il nostro matrimonio non possiamo accontentarci di questo. Dobbiamo andare più a fondo. Ogni sera, ma anche ogni tanto basterebbe, fare un piccolo esame di coscienza della nostra risposta all’amore.

Siamo fragili e sbagliamo parecchio. Almeno per me è così. Questi miei errori e quelli della mia sposa possono diventare occasioni per nutrire l’amore.

Dobbiamo essere capaci di riconoscere e chiedere perdono delle nostre mancanze, dei nostri peccati all’amore sponsale.

Riconoscere quei momenti in cui siamo stati insensibili, non abbiamo compreso una fatica, una difficoltà dell’altro. Riconoscere le volte in cui avremmo potuto dare un abbraccio, una parola di conforto, uno sguardo e non l’abbiamo fatto. Riconoscere le volte che non abbiamo aiutato. Le volte che non abbiamo compreso.  Riconoscerci, insomma, imperfetti e pieni ancora di lacune e limiti. Questo è bellissimo. Come? E’ bellissimo essere piccoli e imperfetti? Si, perchè ci permette di sperimentare l’amore gratuito dell’altro, ci permette di sperimentare il perdono e la Grazia che entra nella nostra relazione. Ci permette di sentire l’abbraccio misericordioso dell’altro come vita che entra in noi e ci rigenera. Vita e amore non a caso sono parole spesso affiancate.

Dobbiamo avere carità verso l’altro e non pretendere che capisca tutte le volte che ci ha fatto un torto e generato sofferenza. Spesso ne è inconsapevole. Soprattutto all’inizio di un matrimonio. In questo caso la carità tra gli sposi esige sincerità. Devo avere la carità di esprimere al mio sposo o alla mia sposa ciò che nei suoi comportamenti o atteggiamenti mi ha fatto male e ferito. Solo così la nostra fragilità può diventare occasione per crescere e non motivo di divisioni e sofferenze.

Allora cosa aspettate? Anzi cosa aspettiamo? La sera, dopo aver sistemato a letto i bimbi, nell’intimità del talamo nuziale. Talamo segno del noi generato nel matrimonio. Talamo segno dell’unione profonda dei corpi diventa con il perdono reciproco luogo di unione o riunione profonda anche dei cuori. Un sol corpo e un solo spirito.

Antonio e Luisa

Una risata ti salva la vita!

Un pomeriggio vagavo per una libreria in cerca di un libro interessante. DIO RIDE. Di Papa Francesco. E’ una racconta di molti degli interventi del Papa sulla gioia e l’humor nella fede del credente. “La severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé” (discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2014).  

L’umorismo è la possibilità di trovare il lato comico di qualcosa che sta succedendo. La risata è un processo in cui, in risposta a un certo stimolo che viene percepito come comico, si innesca un’esperienza di piacere. Attraverso una battuta divertente, possiamo creare uno spazio felice, in qualsiasi momento, qualsiasi cosa stia succedendo.  

A me questo ha salvato la vita. La mia famiglia d’origine è stata segnata da grosse difficoltà, fonte spesso di sofferenza e lacrime. Ma quando tutto sembrava insopportabile e incontenibile, la nostra capacità di prenderci in giro, di fare una battuta scherzosa, ci strappava quella risata fonte di forza ed energia per poter ricominciare e mai mollare nell’affrontare i problemi.  

Questa mia capacità di autoironia, ridere e scherzare, di saper tirar fuori una battuta anche nei momenti più duri l’ho desiderata e portata anche nel mio matrimonio. Se avessi dovuto affrontare con gravità e serietà tutte le nostre crisi e i nostri conflitti non avrei retto molto. Sicuramente sono molto seria sull’importanza che ha per me risolvere e affrontare i problemi nel modo giusto. Perché essere ironici non significa far finta di nulla o sminuire l’importanza di qualcosa che sta succedendo. E’ una questione di modalità. Perché se è vero che i problemi desidero affrontarli e superarli, sicuramente mi piace farlo anche sorridendo e mantenendo dentro di me uno spazio di gioia. L’esempio top di questo discorso è il film di Benigni “La vita è bella”: se è possibile strappare un sorriso di fronte ad un’orrida tragedia come quella del nazismo, forse posso farmi una risata di fronte ad un difetto ingestibile di mio marito, o di fronte alle incomprensioni.  

Farsi una risata aiuta a sdrammatizzare il momento, ad abbassare la rabbia o l’irritazione, aiuta a ridimensionare le emozioni negative per affrontare semmai con maggiore lucidità ciò che sta capitando. Durante il conflitto fare questo è difficile, se poi lo scontro è molto aspro fare una battuta sembra impossibile! Passata la turbolenza può essere più semplice, ma occorre predisporsi, essere flessibili, rispettosi e soprattutto lo devi scegliere. Puoi scegliere di tenere il muso e stare depresso o arrabbiato oppure provare a trovare un lato divertente nella situazione.  

Quando eravamo fidanzati con Roberto facevamo un percorso ad Assisi con un frate. Lui ci diceva che se trovavamo il modo di litigare per bene e fare pace come si deve, avevamo fatto tre quarti di strada verso un matrimonio felice. Problemi a litigare non ne avevamo perché litigavamo molto spesso. Un giorno ad un colloquio raccontiamo uno dei nostri scontri. Premesso che io sono una nanetta di 1,57 mt e mio marito e un watusso di 1,90 mt. Ci troviamo in cucina a casa sua e scoppia una lite furibonda non so perché. Siccome dalle mie “bassezze” non riesco a esprimermi come voglio, prendo una sedia, la metto davanti a lui, ci salgo su e comincio a dirgliene quattro!! Così sono alta qualche centimetro in più di lui. Di fronte a quel gesto Roberto scoppia in una risata e mi dice “tu sei matta scatenata! Ti amo sei la donna della mia vita”. Scoppio a ridere pure io che effettivamente non mi sto rendendo conto della comicità della situazione, e alla fine una lite furibonda si trasforma in un momento di intesa e complicità che stempera i nostri animi focosi. Il nostro padre spirituale si fa due risate e ci dice che sicuramente quella scena se la sarebbe rivenduta a qualche corso per fidanzati! Ci dice anche che siamo due tipi focosi, passionali e con due storie difficili alle spalle, ma la nostra simpatia e capacità di scherzare ci salverà tante volte. E così è stato. 

Nella vita a due ne succedono tante, ogni giorno. Forse se capita una sciocchezza, come le mutande lasciate in giro da tuo marito, o sull’isteria serale di tua moglie, una bella risata te la puoi fare! Perché non devi per forza dare peso a tutto e affrontare seriamente e gravemente ogni cosa. Le situazioni pesanti e serie vanno riconosciute, affrontate e se Dio vuole, risolte, ma diamoci il permesso di sorridere mentre lo facciamo perché la vita è un dono troppo prezioso per non esprimere la gioia della nostra esistenza. L’ironia è sapienza, la fede è festa del cuore, perché tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. “La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere” (Evangelii Gaudium, 84) e questa gioia risiede nella splendida notizia che sei amato, desiderato e voluto da un Dio che da la sua vita per te. Così di fronte alle difficoltà della vita di coppia, di fronte ad una crisi, ai problemi con i tuoi figli o familiari, strappati un sorriso, perché non c’è buio e ombra in cui il Signore Gesù Cristo non sia li con te per starti accanto e sostenerti. Ieri, Oggi e per sempre sei amato. Dona questo amore con un sorriso. 

Claudia Viola (moglie, madre, psicoterapeuta di coppia)

Consacrati ad essere educatori

Oggi mi sento di riflettere sul nostro ruolo di genitori. Pensavo a tutto il baccano mediatico della questione vaccini. I miei figli sono tutti vaccinati, anzi ci vacciniamo tutti, ogni anno, anche contro l’influenza di stagione. Non è questo il punto. Quello che mi chiedo e a cui non riesco a dare una risposta certa è quanto lo stato possa escludere la famiglia su determinate scelte relative ai figli. Mi ha spaventato un giornalista del Corriere (almeno penso fosse il Corriere) che scriveva in sostanza che i bambini devono capire che la volontà dello stato viene prima di quella dei genitori. Mi spaventa questa cosa. Mi spaventa e mi ricorda i miei studi, mi ricorda la Hitlerjugend, mi ricorda i balilla. Tutti i regimi scippavano i figli ai genitori perchè la gioventù credesse, parlasse, si comportasse allo stesso modo e fosse docile al governo del momento. Mi accorgo che cercano di fare la stessa cosa oggi, nella nostra democratica Italia inserita nella ancor più democratica Europa. Cercano in tutti i modo di distruggere la famiglia, unica struttura sociale e antropologica che si frappone fra lo stato e l’individuo. Cercano di aumentare il tempo scolastico anche al pomeriggio e, come da ultime novità introdotte dall’ex ministro dell’istruzione Giannini, ed ora allo studio di fattibilità, cercano di prendersi i nostri figli anche in estate. Con la persuasione di quelli che vogliono aiutare i genitori ci scippano il nostro ruolo educativo. Ed ecco che a scuola ci sono miriadi di educazioni e di esperti che plasmano la testa dei nostri figli senza che noi ci opponiamo, anzi ringraziamo  perchè qualcuno ci sgrava di un impegno. Educazione alla cittadinanza, all’affettività, al rispetto, alla diversità, alla parità di genere e non so quante altre educazioni esistono. Quanti di noi si informano realmente dei contenuti? Quanti si informano sulla reale provenienza degli esperti? Non va bene così. Il Papa nel 2015 in udienza ebbe a dire:

Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto; e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca. I sintomi sono molti. Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti. A volte ci sono tensioni e sfiducia reciproca; e le conseguenze naturalmente ricadono sui figli. D’altro canto, si sono moltiplicati i cosiddetti “esperti”, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli “esperti” sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: “Tu non puoi correggere il figlio”. Tendono ad affidarli sempre più agli “esperti”, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo!

Ci rendiamo conto? Ci stiamo facendo escludere dall’educazione dei nostri figli  ringraziamo pure lo stato. E’ normale tutto questo? Noi sposi e genitori cristiani in virtù del battesimo siamo re, profeti e sacerdoti. In virtù del battesimo acquistiamo, grazie al sacrificio di Cristo. la regalità di Cristo. In virtù del matrimonio questa regalità diventa missione educativa nei confronti dei figli. Dio affida a me padre e alla mia sposa madre quel suo figlio, affinchè noi gli insegniamo ad essere un vero uomo e una vera donna. Affinchè lo aiutiamo ad incontrare Gesù nella sua vita e ad innamorarsi dell’amore. Affinchè possa essere pronto a vivere una vita piena. Siamo consacrati anche per questo. E’ una missione che è nostro impegno e nostro dovere. Se abdichiamo e lasciamo allo stato il nostro ruolo e compito stiamo disobbedendo a Dio ed al suo progetto sulla nostra famiglia.

Oggi sono i vaccini, domani potrebbe essere il gender, dopodomani chissà cos’altro. Svegliamoci!! Riappropriamoci dell’educazione, che è nostro compito. La scuola come la parrocchia o altre realtà possono essere dei validi supporti, ma nulla di più.

Antonio e Luisa

Di seguito un nostro vecchio video sull’argomento

Perdonarsi sempre e subito!

Il Papa insiste molto sulla misericordia. Sulla misericordia sempre. Come si fa a vivere la misericordia nel mondo, nel posto di lavoro, con i fratelli della parrocchia o del gruppo di preghiera, con i colleghi? Come si fa se non si fa pratica in casa con la propria sposa? Non si può. La famiglia è una palestra. Se non ci si allena in casa non si vince fuori. Le nostra mura domestiche sono la prova che ci viene offerta ogni giorno per essere costruttori di pace fuori. Abbattere muri e costruire ponti in casa per farlo anche fuori. Lo dico con convinzione perchè io stesso sono poco incline alla pace e molto allo scontro. In famiglia sto imparando. Sono un po’ tardo e ci sto mettendo anni, ma questa è la strada. Papa Francesco ha più volte detto che possiamo litigare più o meno veementemente (lui parla di piatti che volano), ma non dobbiamo mai, e ripeto mai, far passare la notte sui nostri litigi. Quanta saggezza in queste parole. Appena sposato ero uno molto permaloso. La mia sposa ha più volte dovuto sopportare i miei musi, i miei silenzi e le mie parole ficcanti. Quante volte ci siamo addormentati senza guardarci  e senza parlarci. Era il mio modo di fargliela pagare. Aveva commesso un reato di lesa maestà. Io il re ero stato offeso. Ma quanto ero cretino, infantile e superficiale. Con il tempo ho capito. Non abbiamo smesso di avere incomprensioni, questo è impossibile. Ho smesso, invece, di comportarmi come una persona immatura. Non sono più capace di dormire senza aver dato un abbraccio alla mia sposa. E’ più forte di me. Cosa serve aver ragione? Nulla se questo deve comportare una divisione e una situazione che fa male al mio cuore e a quello della mia sposa. Chi se ne frega di aver ragione! Sempre che io abbia ragione! Molto meglio fare un passo indietro, dare una spallata al mio orgoglio e al mio egocentrismo e andare incontro all’unica cosa che davvero conta: il mio matrimonio, la mia sposa, la mia vocazione, la mia accoglienza. Aver ragione e vivere nel rancore e nella divisione davvero non ha senso. Ho capito che prima ci si perdona e meglio è. Inutile far passare troppo tempo. Tante separazioni sono dovute a mancati perdoni. Il rancore cresce, l’altro si allontana e giorno dopo giorno ci si perde. In realtà è più facile di quello che sembra. Dio mi ha perdonato tanto e tante volte. Come ricambiare il suo amore fedele e misericordioso? Per noi sposi è molto semplice. L’altro/a è mediatore tra noi e Dio. Per questo ogni volta che perdono e accolgo il mio sposo o la mia sposa sto accogliendo Gesù e sto restituendo una piccola parte del tanto che Lui mi ha dato gratuitamente e per primo! Come non pensare alla parabola del servo spietato:

A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

Ce n’è da meditare per tutti. La strada è facile. Non fate gli stolti. Non fate passare la notte sopra la vostra ira. Fatelo perchè è la cosa migliore per tutti ed è l’unica cosa giusta.

Antonio e Luisa

Piccoli passi possibili (La profezia del matrimonio 10 puntata)

L’articolo sulla fedeltà ha generato non pochi commenti. Poche critiche, ma tanta paura e senso di inadeguatezza. La fedeltà implica a volte di abbracciare la croce e non ci sentiamo in grado, non vogliamo, c’è la nostra umanità che si ribella. Perchè soffrire? Perchè l’amore ci chiede questo? Non è giusto? L’amore non è giusto, chiede tutto, ma è ciò a cui siamo chiamati, per essere nella pace e nella verità. Dio ha dato tutto per noi, ha dato se stesso e noi abbiamo il desiderio intimo di rispondere a quell’amore così grande. E’ questo che ci dona il senso di tutto come abbiamo visto in precedenza. Amare per primi e amare sempre. Così come Dio fa con noi. Amare Dio attraverso nostro marito e nostra moglie. Amarlo in modo gratuito e incondizionato. Amarlo/a anche quando lei/lui è infedele perchè amando lui/lei sto ricambiando e restituendo l’amore di Dio che ho ricevuto e sperimentato in tante occasioni. Non è facile, non è umano. E’ un modo di amare divino e che solo Dio può sostenerci ed aiutarci per realizzarlo nella nostra vita. Abbiamo la Grazia sacramentale che ricordo è un dono di nozze. E’ l’impegno di Dio che ha promesso di sostenerci e di darci tutti gli aiuti necessari per vivere il nostro matrimonio. C’è la Grazia santificante che ci permette di sperimentare la vera gioia, un anticipo di paradiso e di relazione intima con il nostro Dio. Dobbiamo chiederle questi aiuti. Dobbiamo arrabbiarci con Dio, gridare il nostro dolore, la nostra impreparazione, la nostra paura e la nostra rabbia. Dio ci vuole vivi, ci vuole aperti alla sua Grazia e non chiusi in una rassegnazione senza speranza. Sono importanti le parole di Papa Francesco in Amoris Laetitia. Al punto 122 parla di gradualità:

Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»

C’è una gradualità, si arriva a queste vette a piccoli passi. Piccoli passi possibili, citando un concetto caro a Chiara Corbella. Dobbiamo innanzittutto essere coscienti di essere chiamati a questo e poi impegnarci in una vita di dono e accoglienza dell’uno verso l’altra. Dobbiamo lasciare agire lo Spirito Santo che è maestro. Non dobbiamo spaventarci, anche se vediamo la povertà del nostro amore. Gradualmente continueremo a crescere e se mai dovessimo affrontare situazioni complicate e cariche di sofferenza dobbiamo avere la certezza che se metteremo la nostra forza e la nostra volontà, Dio farà miracoli con quel poco che potremo dare. Non siamo soli, Gesù è con noi nei momenti belli e a maggior ragione in quelli dolorosi perchè abbiamo più bisogno del suo aiuto. Non vergognamoci di dare i nostri pochi pani e pochi pesci. Attraverso quella miseria Gesù ha già sfamato una moltitudine di persone. A noi non chiede più di ciò che possiamo dare, il di più lo mette lui. Si è fatto uccidere perchè il suo sacrificio potesse alleggerire le nostre sofferenze e le nostre croci. Ha già portato una croce pesante per essere con noi e con le nostre croci ogni giorno.  Voglio terminare con una parola di Chiara  che spiega così il significato di piccoli passi possibili:

Per arrivare al Signore non devi correre né camminare troppo piano: devi avere un passo costante, continuo e soprattutto sul presente; perché la stanchezza viene se pensi al passato e al futuro, mentre se cammini pensando soltanto al piccolo passo possibile che tu ora puoi fare, a un certo punto arrivi alla meta e dici: “Sono già arrivata! Incredibile, Signore, ti ringrazio!”

Antonio e Luisa

1 puntata Chi è il profeta 2 puntata Gli sposi rivelano che Dio è amore 3 puntata L’amore di Dio: per primo, per sempre e per tutti 4 puntata Missionari dell’amore 5 puntata Lo Spirito: comandamento ed impulso. 6 puntata Un aquilone che vola alto nel cielo 7 puntata Sposi profezia della vita intima di Dio 8 puntata Come Gesù sulla croce 9 puntata Fedeli fino alla morte

 

Come Gesù sulla croce (La profezia del matrimonio 8 puntata)

La seconda profezia di cui noi sposi siamo portatori è l’amore di Cristo per la sua Chiesa. C’è un passo di San Paolo nel capitolo cinque della lettera agli Efsini che afferma:

E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. […] Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.32Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!

C’è una chiara analogia tra l’amore di Gesù che ha dato tutto di sè e l’amore degli sposi, in questo caso il marito, ma il riferimento vale anche per la moglie. Un’analogia tanto incredibile e difficile da portare Paolo ad esclamare con meraviglia che si tratta di un mistero grande. E’ una realtà che possiamo comprendere solo in piccola parte, ma è nel progetto di Dio che noi sposi possiamo riprodurre, rendere attuale e visibile ciò che è accaduto sulla croce.  Croce dove Gesù ha dato la sua vita, dove si è donato fino a versare il suo sangue e a sacrificare il suo corpo per la sua amata, la sua sposa: la Chiesa. Chiesa che comprende ognuno di noi singolarmente e tutta la comunità. Questa seconda profezia è davvero qualcosa di troppo grande, che ci fa sentire piccoli e ci fa tremare i polsi. Questo tipo di profezia a cui siamo chiamati e abilitati, resi capaci dallo Spirito, davvero si solleva dal piano terra e comincia ad andare verso l’alto, le vette divine dell’amore. Questo amore esigente, probabilmente, ci spaventa, perchè sembra chiederci troppo, eppure se ci pensate bene, e magari lo avete sperimentato, è meraviglioso. Pensiamo subito a gesti eroici. Non servono gesti eroici per vivere questo tipo di amore che dà la vita. Penso alla mia sposa quando dopo un giorno di lavoro torna a casa e trova una famiglia da curare. Penso a quando torno a casa e lei mi accoglie con il sorriso, un sorriso che mi riempie il cuore e mi fa sentire a casa, in famiglia. Sapete quando la mia sposa mi appare bellissima? Quando, come torno a casa, è lei, distrutta da una giornata di lavoro, ancora riesce a mantenere una dolcezza che mi lascia senza parole. Mi piace guardarla , perchè è davvero bella nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che forse posso percepire solo io perchè conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Questo è l’amore di Gesù per la sua Chiesa. E’ come una candela. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: ” preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. E’ esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che fatichi a ricordarli tutti. Questa bellezza non teme il tempo che passa, non teme le rughe o le smagliature. E’ bellissima una persona che si consuma d’amore, è affascinante e irradia qualcosa che non viene solo da lei, una luce particolare nello sguardo e nel viso che è riverbero della luce di Dio. Mi torna in mente quanto diceva Chiara Corbella:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. L’amore ti consuma ma è bello morire consumati proprio come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo. Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna.

La candela è un’immagine bellissima e concreta di ciò che siamo. Una candela nuova e spenta non si consuma ma non fa luce e non scalda. Una candela accesa, piano piano si fa piccola e si consuma perdendo la propria perfezione, coprendosi di strisce si colata di cera, che ricordano tanto le rughe di un viso consumato dalla vita. Ma qui accade il miracolo. Consumandosi la candela illumina e scalda chi è vicino e quella candela accesa appare molto più bella di una candela nuova e spenta. Questa è la bellezza degli sposi che si amano e si donano mettendo se stessi dopo l’altro/a. Essendo felici di spendersi e consumarsi per la gioia dell’altro/a. La mia sposa è magnifica ogni giorno di più perchè la sua luce illumina la mia vita e il suo calore scalda il mio cuore ed è vero che esistono tante candele più nuove e perfette di lei ma non potranno mai sprigionare il fascino e la bellezza che riesce a sprigionare lei quando non si risparmia, spendendo tutto di sè, cuore, corpo e spirito, per la mia gioia e la mia pace.

Concludendo Gesù afferma che non c’è un amore più grande che dare la vita per i propri amici e l’amica più importante che io ho è Luisa, come io lo sono per lei. E allora se Luisa è la mia compagna, la mia amica, la mia sposa e mia sorella (come viene chiamata nel Cantico dei Cantici), non posso fermarmi al romanticismo, che va bene, ma devo trasformare il mio amore in dono e in vita. Devo essere pronto a dare la mia vita per lei, perchè lei possa essere santificata e giungere alle nozze eterne. Se riusciamo ad amarci così diventiamo una luce incredibile. Gli sposi che si amano con questa qualità di amore divino irradiano e irraggiano luce intorno a loro, nei figli. E’ una coppia che profuma di amore e di Dio.

Antonio e Luisa

1 puntata Chi è il profeta 2 puntata Gli sposi rivelano che Dio è amore 3 puntata L’amore di Dio: per primo, per sempre e per tutti 4 puntata Missionari dell’amore 5 puntata Lo Spirito: comandamento ed impulso. 6 puntata Un aquilone che vola alto nel cielo 7 puntata Sposi profezia della vita intima di Dio

Sposi profezia della vita intima di Dio. (La profezia del matrimonio 7 puntata)

Cerchiamo ora di approfondire gli aspetti concreti della profezia che ci costituisce e che è nostra missione e impegno quotidiano.

La verità della profezia del matrimonio è costituita da cinque aspetti principali.

Profezia della vita intima di Dio

Il primo aspetto della nostra missione è l’essere profezia della vita intima di Dio. Dio chi è? Sappiamo che Dio è amore. E’ un Dio solitario? No, è un Dio trinitario. Sono tre persone che formano una comunità. Una comunità divina, ma costituita da tre persone distinte. Non si confonde il Padre con il Figlio. Padre, Figlio e Spirito Santo non si annullano tra di loro. Sant’Agostino spiegava questa realtà comunitaria dicendo che il Padre è l’amante, il Figlio l’amato e lo Spirito Santo l’amore, che tiene unito il Padre con il Figlio. La Trinità è una realtà troppo grande, avvicinabile solo con grande approssimazione per noi, ma una cosa è certa: è una comunità di amore e di vita. Ecco l’analogia con la famiglia cristiana. Quando si dice che gli sposi sono icona della Trinità, si intende proprio questa analogia. Vedendo una famiglia si vede (si dovrebbe) Dio, o meglio, un riflesso di Dio, come una scintilla può essere immagine del Sole. Quindi noi sposi raccontiamo nel modo che abbiamo di amarci, di servirci e di prenderci cura l’uno dell’altra la vita intima di Dio. Noi siamo sacramento vivente proprio per mostrare questa intima comunione trinitaria nella nostra vita di sposi. Lo Spirito Santo è l’amore che unisce il Padre al Figlio. Questo rende ancora più evidente quanto sia importante per noi sposi mantenere l’amicizia con lo Spirito Santo. E’ lui che permette una comunione autentica tra di noi. Così come è il vincolo dell’amore di Dio nella Trinità stessa.

Papa Francesco al riguardo scrive in Amoris Laetitia:

Il matrimonio è un segno prezioso, perché «quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del Matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza».[119] Questo comporta conseguenze molto concrete e quotidiane, perché gli sposi, «in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei».

Il Papa ci ricorda che questa manifestazione dell’amore di Dio è reso visibile dagli sposi nelle piccole cose di ogni giorno, in una vita ordinaria. Così attraverso una carezza, un bacio, una parola di conforto mostriamo l’amore di Dio che si fa tenero. Ordinare la casa, alzarsi a prendere una bottiglia d’acqua in cucina durante la cena, alzarsi dal letto quando il bimbo piange sono gesti di servizio che se fatti per sgravare l’altro diventano l’amore che si fa dono e cura. Non rispondere a una provocazione e al contrario comprendere che i modi sgarbati del marito o della moglie nascondono un malessere e rendersi ancora più amorevoli è l’amore che si fa misericordia e accoglienza. In una vita ordinaria possiamo rivelare la grandezza dell’amore di Dio e vivere il nostro rapporto secondo le modalità e le dinamiche della Trinità, trasformando la nostra vita in una epifania di Dio.

Antonio e Luisa

1 puntata Chi è il profeta 2 puntata Gli sposi rivelano che Dio è amore 3 puntata L’amore di Dio: per primo, per sempre e per tutti 4 puntata Missionari dell’amore 5 puntata Lo Spirito: comandamento ed impulso. 6 puntata Un aquilone che vola alto nel cielo

Un dono totale! (7° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Riprendendo il discorso iniziato la puntata precedente, dopo aver elencato e spiegato i 5 pilastri, le cinque caratteristiche che sono necessarie perchè un matrimonio possa definirsi naturale (rispondente in pienezza alle esigenze ecologiche della sessualità umana), come possiamo concludere? Semplicemente che questo tipo di unione chiede agli sposi tutto. L’amore coniugale comporta necessariamente una TOTALITA’.

L’amore coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della persona – richiamo del corpo e dell’istinto, forza del sentimento e dell’affettività, aspirazione dello spirito e della volontà –; esso mira a una unità profondamente personale, quella che, al di là dell’unione in una sola carne, conduce a non fare che un cuore solo e un’anima sola; (CCC 1643)

Abbiamo una canzone anche per la totalità.

 

Canzone molto famosa, un tormentone oserei dire, essendo la sigla della storica soap Sentieri e ultimamente anche colonna sonora per una pubblicità di una banca. Billy Joel dice: “Mi hai dato il meglio di te, ma ora ho bisogno del resto di te”.

Quando c’è il desiderio intimo di completarsi con qualcuno, di soddisfare il proprio bisogno di sessualità (intesa come abbiamo spiegato precedentemente) non ci si può accontentare di una parte dell’altro, ma si vuole tutto, si vuole essere uno in tutto, sempre, anche nell’ordinarietà di una vita normale. Questo è il senso.

Cosa succede se uno dei pilastri viene escluso? Si perde la pienezza dell’amore. La mancanza anche di una sola delle componenti naturali impedisce il sorgere e l’instaurarsi del matrimonio naturale. Ripercorriamo velocemente i cinque pilastri.

Escludere l’unicità significa avere un’amante fissa già al momento del matrimonio e volere mantenerla. Mi viene come esempio famoso il principe Carlo d’Inghilterra che, quando si sposò con lady D, aveva già Camilla. Significa anche essere aperti alla poligamia. Questo è il caso della società islamica.

Escludere l’indissolubilità significa contemplare il divorzio in caso le cose non funzionino. Questa è la mentalità divorzista, secondo la quale a parole si promette di essere fedele nella buona e cattiva sorte, in realtà si intende solo nella buona, lasciando aperta la porta in ogni momento. Questo pilastro era il cruccio di Padre Raimondo, perché il più disatteso e meno compreso nella nostra società individualista.

Papa Francesco scrive al riguardo:

Siamo sinceri e riconosciamo i segni della realtà: chi è innamorato non progetta che tale relazione possa essere solo per un periodo di tempo, chi vive intensamente la gioia di sposarsi non pensa a qualcosa di passeggero; coloro che accompagnano la celebrazione di un’unione piena d’amore, anche se fragile, sperano che possa durare nel tempo; i figli non solo desiderano che i loro genitori si amino, ma anche che siano fedeli e rimangano sempre uniti. Questi e altri segni mostrano che nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo. L’unione che si cristallizza nella promessa matrimoniale per sempre, è più che una formalità sociale o una tradizione, perché si radica nelle inclinazioni spontanee della persona umana; e, per i credenti, è un’alleanza davanti a Dio che esige fedeltà: «Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto: […] nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio» (Ml 2,14.15.16).

(AMORIS LAETITIA 123)

Escudere la fecondità significa non voler procreare, non voler cercare figli. Attenzione, non riuscire ad avere figli non invalida il matrimonio, ma  solo la volontà personale, anche solo di uno dei due, di non averne.

Escludere la fedeltà è sposarsi con l’idea che il rapporto intimo non sia un gesto escluvivo da vivere all’interno della coppia, solo con la moglie o con il marito, ma è un piacere da ricercare anche al di fuori. Vedremo più avanti che in realtà la fedeltà richiesta dal sacramento è molto più esigente e completa.

Escludere la socialità è abbastanza raro e un concetto poco usuale. Significa sposarsi di nascosto, rendendo il patto conosciuto solo ai contraenti e al massimo a chi celebra, senza darne comunicazione pubblica. Sappiamo come invece anche nella nostra legislazione sia necessaria la presenza di un funzionario pubblico (o dell’autorità religiosa), dei testimoni e che preventivamente vadano affisse le pubblicazioni.

E’ importante ribadire questi concetti perchè, come già più volte scritto, legge naturale e legge rivelata aderiscono perfettamente. Questo significa che, se non si instaura il matrimonio naturale, per la coppia non può essere valido neanche il sacramento.  L’assenza di questi pilastri nell’unione sono spesso presi a motivo di dichiarazione di nullità del matrimonio da parte della Sacra Rota. In altre parole la Sacra Rota approfondisce più che la realtà soprannaturale dell’unione, le fondamenta naturali di essa.

Ultimissima cosa da dire sul matrimonio naturale è come si celebra. Molti pensano che il matrimonio sia un rito, una celebrazione pubblica e che tutto si esaurisca lì. Non è così, quello è solo l’inizio. La celebrazione ha inizio con lo scambio pubblico del consenso, ma si ritiene concluso ed efficace solo dopo il primo rapporto fisico ecologicamente svolto. Cosa significa? Con il deposito del seme dell’uomo nella vagina della donna. Con il corpo si esprime e si conferma, ciò che si è detto a parole. L’unione dei corpi conferma e sigilla l’unione dei cuori. Pensate che Padre Raimondo, tra i vari anedotti, ci ha raccontato di una coppia da lui seguita, dove i due sposi dopo aver celebrato il matrimonio in chiesa, hanno usato sempre il preservativo durante i loro rapporti intimiFinalmente, dopo il suo intervento un anno dopo,  hanno avuto il primo rapporto completo ecologico. Si sono sposati un anno dopo il rito. C’era lo Spirito Santo che era lì che aspettava di entrare in loro.

Per concludere abbiamo mostrato il quadro dei coniugi Arnolfini, che è stato oggetto di un mio precedente articolo che potete leggere cliccando qui. Non lo ripropongo ma vi consiglio di leggerlo, conoscere questo quadro è stato molto interessante anche per me.

Cosa ci hanno insegnato questi due ultimi articoli sul matrimonio naturale?

Solo dando tutto si può essere felici. Noi sposi dobbiamo mostrare questa felicità alle persone che sono timorose e disincantate in questa nostra epoca.  E’ altrettanto importante rendere conto della nostra gioia, poter spiegare che è un tesoro che possono vivere tutti e non qualcosa destinato solo a chi è bravo o fortunato. Basta volere e cercare queste caratteristiche del matrimonio e difficilmente, se entrambi i coniugi ne sono consapevoli e si impegnano per vivere un amore così, il rapporto si esaurirà e si divideranno.

Antonio e Luisa.

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

 

 

 

I Santi, testimoni e compagni di Speranza

Oggi riporto per intero l’udienza del Papa di mercoledì 21 giugno. E’ un capolavoro. Da leggere e meditare. Non mi permetto di aggiungere nulla.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel giorno del nostro Battesimo è risuonata per noi l’invocazione dei santi. Molti di noi in quel momento erano bambini, portati in braccio dai genitori. Poco prima di compiere l’unzione con l’Olio dei catecumeni, simbolo della forza di Dio nella lotta contro il male, il sacerdote ha invitato l’intera assemblea a pregare per coloro che stavano per ricevere il Battesimo, invocando l’intercessione dei santi. Quella era la prima volta in cui, nel corso della nostra vita, ci veniva regalata questa compagnia di fratelli e sorelle “maggiori” – i santi – che sono passati per la nostra stessa strada, che hanno conosciuto le nostre stesse fatiche e vivono per sempre nell’abbraccio di Dio. La Lettera agli Ebrei definisce questa compagnia che ci circonda con l’espressione «moltitudine dei testimoni» (12,1). Così sono i santi: una moltitudine di testimoni.

I cristiani, nel combattimento contro il male, non disperano. Il cristianesimo coltiva una inguaribile fiducia: non crede che le forze negative e disgreganti possano prevalere. L’ultima parola sulla storia dell’uomo non è l’odio, non è la morte, non è la guerra. In ogni momento della vita ci assiste la mano di Dio, e anche la discreta presenza di tutti i credenti che «ci hanno preceduto con il segno della fede» (Canone Romano). La loro esistenza ci dice anzitutto che la vita cristiana non è un ideale irraggiungibile. E insieme ci conforta: non siamo soli, la Chiesa è fatta di innumerevoli fratelli, spesso anonimi, che ci hanno preceduto e che per l’azione dello Spirito Santo sono coinvolti nelle vicende di chi ancora vive quaggiù.

Quella del Battesimo non è l’unica invocazione dei santi che segna il cammino della vita cristiana. Quando due fidanzati consacrano il loro amore nel sacramento del Matrimonio, viene invocata di nuovo per loro – questa volta come coppia – l’intercessione dei santi. E questa invocazione è fonte di fiducia per i due giovani che partono per il “viaggio” della vita coniugale. Chi ama veramente ha il desiderio e il coraggio di dire “per sempre” – “per sempre” – ma sa di avere bisogno della grazia di Cristo e dell’aiuto dei santi per poter vivere la vita matrimoniale per sempre. Non come alcuni dicono: “finché dura l’amore”. No: per sempre! Altrimenti è meglio che non ti sposi. O per sempre o niente. Per questo nella liturgia nuziale si invoca la presenza dei santi. E nei momenti difficili bisogna avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo, pensando a tanti cristiani che sono passati attraverso la tribolazione e hanno custodito bianche le loro vesti battesimali, lavandole nel sangue dell’Agnello (cfr Ap 7,14): così dice il Libro dell’Apocalisse. Dio non ci abbandona mai: ogni volta che ne avremo bisogno verrà un suo angelo a risollevarci e a infonderci consolazione. “Angeli” qualche volta con un volto e un cuore umano, perché i santi di Dio sono sempre qui, nascosti in mezzo a noi. Questo è difficile da capire e anche da immaginare, ma i santi sono presenti nella nostra vita. E quando qualcuno invoca un santo o una santa, è proprio perché è vicino a noi.

Anche i sacerdoti custodiscono il ricordo di una invocazione dei santi pronunciata su di loro. È uno dei momenti più toccanti della liturgia dell’ordinazione. I candidati si mettono distesi per terra, con la faccia verso il pavimento. E tutta l’assemblea, guidata dal Vescovo, invoca l’intercessione dei santi. Un uomo rimarrebbe schiacciato sotto il peso della missione che gli viene affidata, ma sentendo che tutto il paradiso è alle sue spalle, che la grazia di Dio non mancherà perché Gesù rimane sempre fedele, allora si può partire sereni e rinfrancati. Non siamo soli.

E cosa siamo noi? Siamo polvere che aspira al cielo. Deboli le nostre forze, ma potente il mistero della grazia che è presente nella vita dei cristiani. Siamo fedeli a questa terra, che Gesù ha amato in ogni istante della sua vita, ma sappiamo e vogliamo sperare nella trasfigurazione del mondo, nel suo compimento definitivo dove finalmente non ci saranno più le lacrime, la cattiveria e la sofferenza.

Che il Signore doni a tutti noi la speranza di essere santi. Ma qualcuno di voi potrà domandarmi: “Padre, si può essere santo nella vita di tutti i giorni?” Sì, si può. “Ma questo significa che dobbiamo pregare tutta la giornata?” No, significa che tu devi fare il tuo dovere tutta la giornata: pregare, andare al lavoro, custodire i figli. Ma occorre fare tutto con il cuore aperto verso Dio, in modo che il lavoro, anche nella malattia e nella sofferenza, anche nelle difficoltà, sia aperto a Dio. E così si può diventare santi. Che il Signore ci dia la speranza di essere santi. Non pensiamo che è una cosa difficile, che è più facile essere delinquenti che santi! No. Si può essere santi perché ci aiuta il Signore; è Lui che ci aiuta.

È il grande regalo che ciascuno di noi può rendere al mondo. Che il Signore ci dia la grazia di credere così profondamente in Lui da diventare immagine di Cristo per questo mondo. La nostra storia ha bisogno di “mistici”: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza. Per questo auguro a voi – e auguro anche a me – che il Signore ci doni la speranza di essere santi.

Grazie!

Una misericordia che fa male!

La parola misericordia credo sia la più abusata dopo la parola amore. Papa Francesco, secondo il mio avviso, sta portando avanti una rivoluzione nella Chiesa. Ha compreso che non si può più proporre dogmi, leggi e magistero così, calandoli dall’alto o, come dice lui, mettendo pesi insostenibili sulle spalle dei fedeli che non riescono a portare, perchè non ne capiscono il senso. Papa Francesco, nel suo ospedale da campo, nella sua Chiesa della misericordia, vuole partire da ogni persona, dalla sua storia, dai suoi problemi, dalle sue ferite e i suoi errori, per accompagnarla e portarla alla pienezza. Fare in modo che l’accoglienza sia solo l’inizio di un cammino che conduce alla pienezza della vita. Un cammino difficile e di discernimento dove la Chiesa non impone nulla, ma aiuta ogni persona a scegliere la cosa giusta, la via stretta. Purtroppo accanto al Papa non vedo sempre un clero e una pastorale preparati alla sfida che il pontefice ha lanciato ai suoi preti. Vedo la misericordia che si ferma alla semplice accoglienza. Il sesto comandamento, quello più dimenticato e quasi irriso è stato nella pratica abolito. Ed ecco che rapporti prematrimoniali, uso di anticoncezionali, adulterio, seconde nozze, rapporti omosessuali vengono sempre più accolti nella Chiesa come se fossero espressioni d’amore e non di peccato. Come se nella Chiesa dovesse essere accolto il peccato oltre che il peccatore. E’ come se la Chiesa dicesse a quelle persone, ad ognuno di noi, tu sei il tuo peccato, per accogliere te devo accettare anche ciò che di sbagliato stai commettendo. Alcuni giorni fa in un’omelia un sacerdote, a cui voglio bene, ha affermato che la Chiesa non può lasciare indietro nessuno. E’ come se lui, durante una gita in montagna, non si fermasse con quelli che non riescono ad arrivare alla vetta. Avrei voluto dirgli che non basta fermarsi con quelle persone, accoglierle nel loro limite, nel loro peccato, nella loro fragilità e con tutte le loro ferite. Questo va bene, ma non basta. La misericordia è altro, la misericordia è dire a quella persona che Dio gli ha dato tutto per arrivare alla pienezza, ai duemila metri, alla vetta, e che non è meno degli altri. Misericordia vuol dire iniziare un cammino insieme a quella persona perchè possa ritrovare la forza e vivere nella realizzazione la propria vita. Ecco perchè si deve dire all’omosessuale che Dio lo ama, ma solo nella castità sarà felice. Così ai fidanzati si deve avere il coraggio di dire che il rapporto sessuale è un gesto falso se vissuto fuori dal matrimonio dove non c’è un’unione indissolubile. Avere il coraggio di accogliere i divorziati risposati, ma senza ipocrisia, senza cancellare la verità del male e il dolore che è stato seminato negli anni. Una misericordia che accoglie senza chiedere nulla trasmette due messaggi. Tu sei il tuo peccato e non puoi essere meglio di così. Sinceramente io di un’accoglienza così, che sa di elemosina, non saprei cosa farne. Fortunatamente nella mia vita ho incontrato pastori che mi hanno accompagnato e mi hanno aiutato a capire che non ero stato creato per vivere in quella miseria ma Dio mi voleva figlio di Re.

La Chiesa deve avere lo sguardo di Gesù, uno sguardo che ha colpito profondamente l’adultera, Uno sguardo che parlava e trasmetteva tutto il suo amore a quella donna. Uno sguardo che diceva: Non vedi come sei bella, come ti desidero. Tu sei molto di più di quello che stai facendo, tu sei una meraviglia. Sono pronto a dare la mia vita per te perchè tu possa ritrovare la tua umanità e vivere nella pienezza per cui sei stata creata.

Antonio e Luisa

Una pazienza che diventa azione

93 Segue la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”.

94. Nell’insieme del testo si vede che Paolo vuole insistere sul fatto che l’amore non è solo un sentimento, ma che si deve intendere nel senso che il verbo “amare” ha in ebraico, vale a dire: “fare il bene”. Come diceva sant’Ignazio di Loyola, «l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole».[106] In questo modo può mostrare tutta la sua fecondità, e ci permette di sperimentare la felicità di dare, la nobiltà e la grandezza di donarsi in modo sovrabbondante, senza misurare, senza esigere ricompense, per il solo gusto di dare e di servire.

Il Papa pone l’atteggiamento di benevolenza in stretta attinenza con la pazienza. L’amore è paziente. La pazienza sembra quasi qualcosa di passivo, da sopportare, invece il Papa non si limita ad affermare che l’amore accetta, sopporta e perdona in modo passivo, ma prende l’iniziativa e guarda oltre l’errore di quel momento, per sconfiggere il male e trasformarlo in bene. La benevolenza ci aiuta a non identificare il nostro coniuge con il suo comportamento o con il suo gesto. La benevolenza ci aiuta a continuare a guardarlo con gli occhi di Dio, che non si arrende mai e continua a considerare ogni persona come centro del suo amore. Anzi, Dio è straordinario. Dio ama ancora di più proprio quelle persone che lo rinnegano e si comportano indegnamente verso di lui e verso i fratelli. Li ama di più per riattirarli a sè, esattamente come un magnete. Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio sa quanto è potente e quanto ti “cattura” l’amore di Dio. Così dobbiamo fare noi. Non possiamo obbligare nessuno ad amarci, neanche chi ha promesso solennemente di farlo, ma possiamo amarlo nonostante tutto, amarlo più di prima. Questa è la modalità di Gesù e questa deve diventare la nostra modalità nel sacramento del matrimonio. Voglio fare un esempio dove io sono il “cattivo”, ma va bene comunque. E’ uno dei primi articoli che ho pubblicato su questo blog. Si tratta di un piccolo fatto, nulla di importante, ma esplica benissimo il concetto che ho cercato di proporre leggendo le parole del Papa. Mi ha lasciato senza parole perchè, forse per la prima volta, sono rimasto pieno di stupore e meraviglia, sperimentando come la mia sposa fosse capace di amarmi così autenticamente. Nessuna parola sdolcinata ma paziente e amorevole amore che si fa azione.

BASTA UN CAFFE’

Alzi la mano chi non è pronto a giudicare la moglie o il marito. In tantissime situazioni siamo bravissimi a cogliere una parola di troppo, un qualcosa non fatto o fatto male, a vedere comportamenti che non ci piacciono. Tendiamo a giudicare sempre, perché forse la nostra attenzione è più focalizzata su noi stessi e su come veniamo trattati che sull’altro e come lo trattiamo. Sapete qual’è uno dei gesti d’amore più belli d’amore che mi ricordo fatto da mia moglie a me? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. Erano i primi anni di matrimonio ed io non ero sempre amorevole e tenero con lei (si può imparare ad esserlo). La trattai male su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato , che andava oltre l’orgoglio, oltre la ragione o il torto e mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo.

Antonio e Luisa

L’amore è lento all’ira

Dopo aver riflettuto solo alcuni giorni fa su una delle caratteristiche della carità, la memoria corta sul male ricevuto, ho deciso di dire qualcosa su ognuna delle virtù dell’amore, secondo quanto scritto da San Paolo e ripreso sapientemente in Amoris Laetitia da Papa Francesco.

L’amore è lento all’ira, è paziente e sopporta. Il Papa a questo proposito scrive:

91. La prima espressione utilizzata è macrothymei. La traduzione non è semplicemente “che sopporta ogni cosa”, perché questa idea viene espressa alla fine del v. 7. Il senso si coglie dalla traduzione greca dell’Antico Testamento, dove si afferma che Dio è «lento all’ira» (Es 34,6; Nm 14,18). Si mostra quando la persona non si lascia guidare dagli impulsi e evita di aggredire. È una caratteristica del Dio dell’Alleanza che chiama ad imitarlo anche all’interno della vita familiare. I testi in cui Paolo fa uso di questo termine si devono leggere sullo sfondo del libro della Sapienza (cfr 11,23; 12,2.15-18): nello stesso tempo in cui si loda la moderazione di Dio al fine di dare spazio al pentimento, si insiste sul suo potere che si manifesta quando agisce con misericordia. La pazienza di Dio è esercizio di misericordia verso il peccatore e manifesta l’autentico potere.

92. Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.

Quanto scrive il Papa è già abbastanza chiaro, non c’è bisogno di aggiugere molto altro. Vorrei solo accentuare quanto scritto con un esempio, prendendo spunto da un mio precedente articolo di qualche mese fa.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

Non annotiamo il male

San Paolo nel suo famosissimo Inno alla carità, presente nella prima lettera ai Corinzi, scrive tra le alte cose che l’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco, nel capitolo quarto di Amoris Letitia, afferma in proposito:

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Antonio e Luisa

“Non tramonti il sole sopra la vostra ira”

Alcune volte mi è capitato di addormentarmi arrabbiato, soprattutto per delle banalità, nei confronti di mia moglie. Credetemi, ne ho sempre pagato il prezzo. Innanzitutto la fatica a prendere sonno, poi il sonno stesso agitato, con sogni in cui la fanno da padrone rabbia e risentimento. Il risultato è un risveglio ben più amaro e se la giornata non svolta, cioè se non affido quella giornata a Cristo, rischio di essere scontroso con chi mi capita a tiro senza alcun motivo e alla fine accumulo soltanto amarezza per aver sprecato una giornata. Tutto questo per una sciocchezza la sera prima. Credo che l’invito che San Paolo fa agli Efesini al capitolo 4, versetto 26, sia importante non solo per evitare di passare giornate brutte, ma ancor di più per impedire che nel nostro cuore si accumuli risentimento che poi diventa sempre più grande fino ad esplodere in un momento inopportuno, portandoci a dire cose che magari non vorremmo.

Anche Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di fare pace, lo ha fatto nel messaggio ai fidanzati che si preparavano al matrimonio, in Piazza San Pietro il 14 febbraio 2014, e lo fa in modo molto “paterno”, ricordandoci che noi per primi siamo peccatori e abbiamo bisogno del perdono di Gesù:

Esistiamo noi, peccatori. Gesù, che ci conosce bene, ci insegna un segreto: non finire mai una giornata senza chiedersi perdono, senza che la pace torni nella nostra casa, nella nostra famiglia. E’ abituale litigare tra gli sposi, ma sempre c’è qualcosa, avevamo litigato… Forse vi siete arrabbiati, forse è volato un piatto, ma per favore ricordate questo: mai finire la giornata senza fare la pace! Mai, mai, mai! Questo è un segreto, un segreto per conservare l’amore e per fare la pace. Non è necessario fare un bel discorso… Talvolta un gesto così e… è fatta la pace. Mai finire… perché se tu finisci la giornata senza fare la pace, quello che hai dentro, il giorno dopo è freddo e duro ed è più difficile fare la pace. Ricordate bene: mai finire la giornata senza fare la pace! Se impariamo a chiederci scusa e a perdonarci a vicenda, il matrimonio durerà, andrà avanti.

Mi piace sottolineare ciò che dice del giorno dopo: “quello che hai dentro è freddo e duro ed è più difficile fare la pace”. Questa frase rispecchia ciò che provo quando mi capita di lasciare che la rabbia prenda il sopravvento, almeno io tendo a lasciar correre per evitare lo scontro, proprio perché non mi piace litigare, anzi inizialmente, nel fidanzamento e nei primi anni di matrimonio, avevo paura del litigio, perché temevo che mi allontanasse da mia moglie, ma dentro stavo male e accumulavo, accumulavo finché non arrivavo a sbottare in momenti e con i modi sbagliati. Col tempo ho capito l’importanza di dire le cose all’altro, di fargli/le presente ciò che ci ferisce, perché l’altro non è nel nostro cuore e nella nostra testa e ha bisogno di tempo per imparare il nostro linguaggio e la nostra sensibilità, ha bisogno di capire dove può aver sbagliato, come inconsapevolmente ci ha ferito. Infatti l’esortazione si conclude invitandoci ad essere: “…benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.” (v. 32), dico quindi a me stesso per primo: ascolta la Parola, Marco!

Sia la luce!

Non riesco a scrivere di Amoris Laetitia velocemente, senza interruzioni. Ormai sono mesi che cerco di leggere questa esortazione, ma ogni piccolo capitolo ha una tale profondità di contenuti,  che mi perdo, che ho bisogno di giorni per decantarlo e farlo mio, renderlo non parole su carta, ma vita vissuta, ritrovarlo nelle dinamiche della mia storia e del mio matrimonio. Ho iniziato il capitolo quinto dell’opera, quello dedicato alla fecondità dell’amore. Papa Francesco scrive al punto 168:

168. La gravidanza è un periodo difficile, ma anche un tempo meraviglioso. La madre collabora con Dio perché si produca il miracolo di una nuova vita. La maternità proviene da una «particolare potenzialità dell’organismo femminile, che con peculiarità creatrice serve al concepimento e alla generazione dell’essere umano».[183] Ogni donna partecipa «del mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana».[184] Come dice il Salmo: «Mi hai tessuto nel grembo di mia madre» (139,13). Ogni bambino che si forma all’interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5). Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. Pensiamo quanto vale l’embrione dall’istante in cui è concepito! Bisogna guardarlo con lo stesso sguardo d’amore del Padre, che vede oltre ogni apparenza.

La gravidanza è una realtà che ho sempre invidiato alle donne. Scherzo, non è vero!! Non l’ho mai invidiata, ma l’ho sempre ammirata, questo si. Nel grembo materno avviene un miracolo. Anche in un avvenimento naturale come il concepimento, se ci si ferma un attimo a riflettere, non si può non scorgere la presenza di Dio creatore. Dio, che ha plasmato tutto e che continua a farlo anche oggi attraverso un uomo e una donna, che nel gesto più alto e bello dell’amore sensibile  corporeo, si fanno cocreatori con Lui. L’amore erotico che si intreccia con l’amore spirituale, l’Eros che si intreccia con l’Agape, la passione che si intreccia con l’oblazione e genera nuova vita sempre, sia essa amore o una nuova creatura.

Ultimamente alcuni ricercatori hanno scoperto che lo spermatozoo, quando entra nell’ovulo femminile, provoca una scintilla di luce. Tutto questo ha una spiegazione chimica, ma, per quanto ci riguarda, rimanda direttamente al primo giorno della creazione descritta nella Genesi: Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.

Dio che ha sempre amato quel cucciolo e aspetta noi che diciamo il nostro sì per accoglierlo.  Senza di noi, questo nuovo miracolo donato al mondo non potrebbe avvenire.

Quanta ignoranza nel mondo, quanta sofferenza, perchè non si comprende più la nostra natura e il disegno di Dio nascosto dentro di essa. Le parole del Papa sono bellissime, poetiche e autentiche, ma quanta poca gente è capace di capirle. Ringrazio Papa Francesco per il dono di questa bellissima esortazione e tutti i vescovi che nel Sinodo hanno collaborato all’approfondimento per la sua stesura. Il nostro mondo ha bisogno di parole di verità. Ha ancora più bisogno di testimoni. Come non pensare a Chiara Corbella Petrillo, che ha accolto i suoi primi due bimbi Maria Letizia e Davide Giovanni, li ha potuti abbracciare solo per pochi minuti, ma ha riconosciuto subito in loro la perfezione dell’amore creatore di Dio. Lei ha visto questa perfezione anche nelle loro imperfezioni e menomazioni, così gravi da renderli incompatibili con la vita, ma non con il progetto e l’amore di Dio, quell’amore che Lui ha per ognuno dei suoi figli.

Antonio e Luisa

L’amore sponsale è solo per sempre.

Vi ricordate un film di qualche anno fa che si intitolava “L’amore è eterno finchè dura”? Quello con Carlo Verdone e Stefania Rocca. Non mi interessa la trama, ma mi soffermo sul titolo. Alzi la mano chi non pensa che almeno un pochino sia vero. Il mondo ci dice questo, in tutto e dappertutto, in ogni situazione della nostra vita. Vale la pena fare qualcosa, intraprendere una sfida o un’attività se c’è la passione che ci spinge. Questo vale anche per il matrimonio. Quando finisce la passione e subentra la fatica, non vale più la pena restare insieme e la separazione è la strada più facile e veloce per ritrovare libertà e serenità. Questa è l’unica strada che ci sa offrire il mondo. Qualcosa di molto povero. Qualcosa che non interpella la  profondità spirituale, morale e costitutiva del nostro essere uomini e che  nel contempo ferisce e distrugge quella nostra stessa profondità. Restare in superficie significa ascoltare le passioni, le pulsioni  e i sentimenti che ci confondono e non ci permettono di metterci in dialogo con il nostro cuore e il nostro spirito. Quel cuore che è abitato da Dio e che anela a un amore fedele e infinito quale è quello di Dio e in Dio. Il Papa va anche oltre: in Amoris Laetitia,  interpreta benissimo questo concetto. In particolare al punto 123:

Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia».[122] E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. [..] L’unione che si cristallizza nella promessa matrimoniale per sempre, è più che una formalità sociale o una tradizione, perché si radica nelle inclinazioni spontanee della persona umana; e, per i credenti, è un’alleanza davanti a Dio che esige fedeltà: «Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto: […] nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio» (Ml 2,14.15.16).

L’amore sponsale, tornando al titolo della riflessione, per essere autentico, deve contenere il “per sempre”. Questo significa, che l’amore tra gli sposi è autentico e pieno, solo se è anche fedele e indissolubile. Se io decidessi di lasciare la mia sposa oggi, dopo 14 anni di matrimonio, non significherebbe che ho smesso di amarla, ma che non l’ho mai amata veramente. Sono stato innamorato di lei, sicuramente, sono stato attratto da lei, indubbiamente, c’è stata passione e sentimento tra di noi, innegabile,  ma non c’è mai stato vero amore. L’amore sponsale non può finire, perché non dipende dal sentire, ma è un agire, un atto libero della nostra volontà,  un mettere l’altro davanti a sé, questo non presuppone nessun tipo di sentimento. Infastidisce leggere queste cose? Non è romantico? Non è il tipo di amore che ci piace? No, non lo è; ma è forse romantica la crocifissione di Gesù? Eppure quello è il momento più alto in cui si è manifestato l’amore oblativo di Cristo. Il rapporto tra gli sposi va certamente curato. Come ho scritto tante volte sul blog. Perché amare nella gioia è tutta un’altra cosa. Tenerezza, intimità, eros, dolcezza e dialogo sono tutti fattori importantissimi per rendere la relazione più ricca e meravigliosa. Ma non sono necessari per amare. Per amare basta la volontà di restare fedeli al dono totale di sè, e agire di conseguenza. Esattamente come fanno tanti sposi e spose abbandonati, che nonostante tutto continuano ad amare il proprio coniuge nella fedeltà dolorosa.  Esattamente come fanno tanti sposi che curano il proprio coniuge malato. Dopo questo discorso, rispondete sinceramente: C’è più amore in una coppia di fidanzatini che romanticamete si scambia nomignoli e  bacetti o in una donna che nell’abbandono e nella sofferenza prega per il marito che sta con un’altra e si offre per lui? Riappropriamoci dell’amore, non limitiamolo al romanticismo, perchè così perde tutta la sua essenza e autenticità.  Coloro che amano veramente sono profeti per il nostro povero mondo. Il profeta non è un mago o un veggente, ma è una persona che mostra attraverso le sue parole e la sua vita qualcosa di Dio. Chi più di loro mostra l’amore fedele di Dio per ognuno di noi?

Antonio e Luisa

La Chiesa deve testimoniare e sostenere.

Bellissimo discorso di Papa Francesco che il 25 febbraio ha donato ai partecipanti al corso sul processo matrimoniale, da leggere tutto d’un fiato e che esplicita chiaramente qual’è il ruolo della Chiesa verso gli sposi cristiani.

 

Cari fratelli,

sono lieto di incontrarvi al termine del corso di formazione per i parroci, promosso dalla Rota Romana, sul nuovo processo matrimoniale. Ringrazio il Decano e il Pro Decano per il loro impegno in favore di questi corsi formativi. Quanto è stato discusso e proposto nel Sinodo dei Vescovi sul tema “Matrimonio e famiglia”, è stato recepito e integrato in modo organico nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia e tradotto in opportune norme giuridiche contenute in due specifici provvedimenti: il motu proprio Mitis Iudex e il motu proprio Misericors Jesus. È una cosa buona che voi parroci, attraverso queste iniziative di studio, possiate approfondire tale materia, perché siete soprattutto voi ad applicarla concretamente nel quotidiano contatto con le famiglie.

Nella maggior parte dei casi voi siete i primi interlocutori dei giovani che desiderano formare una nuova famiglia e sposarsi nel Sacramento del matrimonio. E ancora a voi si rivolgono per lo più quei coniugi che, a causa di seri problemi nella loro relazione, si trovano in crisi, hanno bisogno di ravvivare la fede e riscoprire la grazia del Sacramento; e in certi casi chiedono indicazioni per iniziare un processo di nullità. Nessuno meglio di voi conosce ed è a contatto con la realtà del tessuto sociale nel territorio, sperimentandone la complessità variegata: unioni celebrate in Cristo, unioni di fatto, unioni civili, unioni fallite, famiglie e giovani felici e infelici. Di ogni persona e di ogni situazione voi siete chiamati ad essere compagni di viaggio per testimoniare e sostenere.

Anzitutto sia vostra premura testimoniare la grazia del Sacramento del matrimonio e il bene primordiale della famiglia, cellula vitale della Chiesa e della società, mediante la proclamazione che il matrimonio tra un uomo e una donna è segno dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa. Tale testimonianza la realizzate concretamente quando preparate i fidanzati al matrimonio, rendendoli consapevoli del significato profondo del passo che stanno per compiere, e quando accompagnate con sollecitudine le giovani coppie, aiutandole a vivere nelle luci e nelle ombre, nei momenti di gioia e in quelli di fatica, la forza divina e la bellezza del loro matrimonio. Ma io mi domando quanti di questi giovani che vengono ai corsi prematrimoniali capiscano cosa significa “matrimonio”, il segno dell’unione di Cristo e della Chiesa. “Sì, sì” – dicono di sì, ma capiscono questo? Hanno fede in questo? Sono convinto che ci voglia un vero catecumenato per il Sacramento del matrimonio, e non fare la preparazione con due o tre riunioni e poi andare avanti.

Non mancate di ricordare sempre agli sposi cristiani che nel Sacramento del matrimonio Dio, per così dire, si rispecchia in essi, imprimendo la sua immagine e il carattere incancellabile del suo amore. Il matrimonio, infatti, è icona di Dio, creata per noi da Lui, che è comunione perfetta delle tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’amore di Dio Uno e Trino e l’amore tra Cristo e la Chiesa sua sposa siano il centro della catechesi e della evangelizzazione matrimoniale: attraverso incontri personali o comunitari, programmati o spontanei, non stancatevi di mostrare a tutti, specialmente agli sposi, questo “mistero grande” (cfr Ef 5,32).

Mentre offrite questa testimonianza, sia vostra cura anche sostenere quanti si sono resi conto del fatto che la loro unione non è un vero matrimonio sacramentale e vogliono uscire da questa situazione. In questa delicata e necessaria opera fate in modo che i vostri fedeli vi riconoscano non tanto come esperti di atti burocratici o di norme giuridiche, ma come fratelli che si pongono in un atteggiamento di ascolto e di comprensione.

Al tempo stesso, fatevi prossimi, con lo stile proprio del Vangelo, nell’incontro e nell’accoglienza di quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi. Essi, sul piano spirituale e morale, sono tra i poveri e i piccoli, verso i quali la Chiesa, sulle orme del suo Maestro e Signore, vuole essere madre che non abbandona ma che si avvicina e si prende cura. Anche queste persone sono amate dal cuore di Cristo. Abbiate verso di loro uno sguardo di tenerezza e di compassione. Questa cura degli ultimi, proprio perché emana dal Vangelo, è parte essenziale della vostra opera di promozione e difesa del Sacramento del matrimonio. La parrocchia è infatti il luogo per antonomasia della salus animarum. Così insegnava il Beato Paolo VI: «La parrocchia […] è la presenza di Cristo nella pienezza della sua funzione salvatrice. […] è la casa del Vangelo, la casa della verità, la scuola di Nostro Signore» (Discorso nella parrocchia della Gran Madre di Dio in Roma, 8 marzo 1964: Insegnamenti II [1964], 1077).

Cari fratelli, parlando recentemente alla Rota Romana ho raccomandato di attuare un vero catecumenato dei futuri nubendi, che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni immediatamente successivi. A voi parroci, indispensabili collaboratori dei Vescovi, è principalmente affidato tale catecumenato. Vi incoraggio ad attuarlo nonostante le difficoltà che potrete incontrare. E credo che la difficoltà più grande sia pensare o vivere il matrimonio come un fatto sociale – “noi dobbiamo fare questo fatto sociale” – e non come un vero sacramento, che richiede una preparazione lunga, lunga.

Vi ringrazio per il vostro impegno in favore dell’annuncio del Vangelo della famiglia. Lo Spirito Santo vi aiuti ad essere ministri di pace e di consolazione in mezzo al santo popolo fedele di Dio, specialmente alle persone più fragili e bisognose della vostra sollecitudine pastorale. Mentre vi chiedo di pregare per me, di cuore benedico ciascuno di voi e le vostre comunità parrocchiali. Grazie.

 

fonte:  http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/february/documents/papa-francesco_20170225_corso-processo-matrimoniale.html

La tentazione non va ascoltata!

Il Papa, durante la sua omelia a Santa Marta, ha affrontato il tema delle tentazioni. Ecco un breve passaggio di ciò che ha detto:

Il diavolo circuisce con il dialogo Le tentazioni portano a nasconderci dal Signore, rimanendo con la nostra “colpa”, col nostro ”peccato”, con la nostra “corruzione”. Partendo dall’odierna prima lettura dal Libro della Genesi, Papa Francesco si sofferma sulla tentazione di Adamo ed Eva, poi su quella di Gesù nel deserto. È il diavolo – spiega – che “si fa vedere in forma di serpente”: è “attraente” e con la sua astuzia cerca di “ingannare”, è “specialista” in questo, è il “padre della menzogna”, è un “bugiardo”. Sa quindi come ingannare e come “truffare” la gente. Lo fa con Eva: la fa “sentire bene”, spiega il Papa, e così comincia il “dialogo” e “passo dopo passo” Satana la porta dove vuole lui. Con Gesù è diverso, per il diavolo “finisce male”, ricorda Francesco. “Cerca di dialogare” con Cristo, perché “quando il diavolo circuisce una persona lo fa con il dialogo”: tenta di ingannarlo, ma Gesù non cede. Quindi il diavolo si rivela per quello che è, ma Gesù dà una risposta “che non è sua”, è quella della Parola di Dio, perché “col diavolo non si può dialogare”: si finisce come Adamo ed Eva, “nudi”:“Il diavolo è un mal pagatore, non paga bene! E’ un truffatore! Ti promette tutto e ti lascia nudo. Anche Gesù è finito nudo ma sulla croce, per obbedienza al Padre, un’altra strada. Il serpente, il diavolo è astuto: non si può dialogare col diavolo. Tutti noi sappiamo cosa sono le tentazioni, tutti sappiamo, perché tutti ne abbiamo. Tante tentazioni di vanità, di superbia, di cupidigia, di avarizia… Tante”.  (tratto da Avvenire).

E’ sorprendente come ci si ritrovi in queste parole. Almeno io ci sono dentro completamente. Se mi guardo indietro, nella mia vita matrimoniale, molte volte mi sono fatto raggirare da Satana. E avviene proprio come lo ha spiegato papa Francesco. Si inizia con poco, basta un torto presunto o reale ricevuto, una mancanza di attenzione, un tono di voce sbagliato. Con me Satana non faceva troppa fatica. Incominciavo quel dialogo interno sempre più o meno uguale: non mi considera abbastanza, perché non capisce che ne ho bisogno, non apprezza tutto quello che faccio, mi dà troppo per scontato, non si merita tutte le mie attenzioni, pretende troppo da me, lo sapeva che ero così e mille altri motivi. Tutte questi pensieri negativi se li tieni dentro ti intossicano. Bisogna avere la forza e la determinazione di buttarli fuori, per non lasciare spazio al diavolo che vuole dividere. Bisogna avere l’intelligenza e la capacità di non pretendere che l’altro/a capisca tutto ma parlarne in un dialogo franco e costruttivo. Può capitare di litigare, non tutti riescono a mantenere sempre il controllo e non è detto che sia sempre un male, ma non bisogna tenersi dentro la frustrazione e l’insoddisfazione. La preghiera è decisiva in questo. La preghiera non è una magia ma permette di spostare l’attenzione dal divisore, il diavolo, a colui che ci ha unito indissolubilmente, Gesù. La preghiera permette di tornare all’origine, di ricordare che quella persona che ti ha ferito, ti è stata donata da Dio perché in te potesse trovare un compagno di viaggio e che potesse accoglierla con tutte le sue fragilità. La preghiera ti offre un orizzonte non solo orizzontale ma ti permette di alzare gli occhi al cielo e di comprendere quanto piccola sia quella situazione che sta rischiando di rompere qualcosa nella relazione, in confronto alla bellezza di una vita insieme vissuta alla luce dell’eterno di Dio. La preghiera ti mostra la strada, ti cancella la nebbia che non permette di vedere l’unica via possibile che è quella del perdono. La preghiera rimette le cose al loro posto e davvero permette di cancellare il male subito e di aprire il cuore al perdono, rendendo quella situazione, di piccola o grande sofferenza, un’occasione per amare ancora di più e crescere nella relazione.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è meraviglioso: diciamolo

Sono arrabbiato e deluso. Il matrimonio è ormai da tempo sotto attacco. E’ considerato un istituto vetusto che odora di naftalina. Un istituto che non rappresenta più le esigenze della nostra società, sempre più libera ed emancipata. Non è più tempo di legarsi per la vita. Oggi è il tempo del fluido. Siamo sempre più fluidi, siamo fluidi nel lavoro, siamo fluidi nelle relazioni, siamo fluidi anche nella nostra identità di uomo e di donna. Ci vogliono far credere che per essere felici non bisogna accontentarsi mai, bisogna sempre cercare qualcosa di più, qualcosa che possa riaccendere la passione e le emozioni. Lo stato non fa nulla per evitare tutto ciò e si comporta come una madre stolta, che incapace di educare il proprio figlio lo vizia saziandolo dei suoi capricci e pulsioni ma rendendolo così debole ed infelice. Delibera il divorzio sempre più breve perchè si possa tornare liberi (come se bastasse per cancellare le ferite),  ma senza offrire nulla per cercare di recuperare una relazione in crisi. Delibera il matrimonio gay perchè nessuno si senta escluso, ma non fa nulla per quelle famiglie che faticano ad arrivare a fine mese. Ti offre l’aborto libero, anonimo  e gratuito ma non si impegna ad aiutare quelle mamme che non sanno come fare per gestire una gravidanza non attesa.  Ma non mi aspetto molto dal mio governo perchè ha dimostrato di non agire per il bene comune ma solo spinto da motivazioni ideologiche ed economiche. La delusione più grande è venuta da parte della Chiesa. Fortunatamente non dal Papa che è un dono del cielo per questi tempi, ma tanti vescovi e sacerdoti  si sono dimostrati miopi e ignoranti. Mi spiace doverlo dire, ma è così. Non si può commettere un errore tanto banale quanto dannoso come disprezzare il matrimonio cristiano. Non si può, in nome della misericordia, cancellare il profondo significato di un sacramento che mostra Dio in un uomo e una donna uniti in modo indissolubile dalla Grazia. Come se a rendere tutti poveri chi lo è si potesse sentire meglio. Non si può. Se si riduce tutto a una relazione tra un uomo e una donna con un vago coinvolgimento di Dio come si fa a rendere il matrimonio affascinante? Perchè un ragazzo di oggi dovrebbe accettare di giocare tutto di sè, dovrebbe accettare di impegnarsi per la vita con un’altra persona, se non gli si prospetta qualcosa di grande, per cui valga la pena spendersi?  Oggi manca proprio questo: la grandezza e la bellezza. Quanti si accontentano di relazioni precarie, di relazioni condizionate, di relazioni senza orizzonte, senza una meta. Quanti si accontentano di relazioni in cui si è sempre sotto esame, dove magari si deve fingere di volere ciò che l’altro/a vuole, dove non si è liberi di essere ciò che si è ma solo quello che l’altro si aspetta per paura di perderlo. Quanti si accontentano di relazioni basate sull’egoismo dove si diventa strumento di piacere emotivo, affettivo e sessuale per l’altro/a. Almeno la Chiesa non perda la forza di dire sempre che si può amare in modo diverso, che si può amare veramente e pienamente e che per la coppia questo si può fare nel matrimonio. Matrimonio sacramento di Dio, anzi aggiungo sacramento perenne di Dio. Diciamolo che è perenne!!! Scommetto che non sapete neppure cosa significa. I sacramenti perenni sono solo due: l’Eucarestia e il Matrimonio. In tutti gli altri c’è presenza reale di Cristo durante il rito ma poi terminato ne permangono solo gli effetti della Grazia. Nell’Eucarestia e nel matrimonio non è così. La presenza reale di Cristo non termina mai, finchè non si consuma quel pane e quel vino e finchè gli sposi sono in vita. Non a caso il vescovo di Bergamo Beschi per far capire questa verità ad alcuni giovani sposi si è inginocchiato davanti a loro dicendo che in loro stava adorando Gesù come davanti al Santissimo Sacramento. Così si fa! Solo se si saprà tornare a far comprendere la grandezza e la bellezza di questo sacramento tanto svilito, solo allora il matrimonio tornerà a piacere. Perchè i giovani, molto più di quello che crediamo, sono pronti a spendersi senza risparmio, ma solo se gli si prospetta  un ideale meraviglioso e possibile, che possono ammirare in tante coppie che già lo vivono. Ecco perchè la decisione di qualche giorno fa della diocesi di Milano, di non far festeggiare la festa della famiglia alle coppie con il rinnovo delle promesse, è stata una scelta idiota. La bellezza va mostrata, perchè la fede si trasmette per contagio. Solo facendo ammirare l’amore vissuto di tante coppie felici nonostante tutte le difficoltà che ci sono, potremo sperare di suscitare il desiderio di vivere un amore altrettanto grande ai nostri giovani. In Amoris Laetitia il Papa scrive, tra le altre cose, che per contrastare la crisi odierna servono non solo sacerdoti preparati che sappiano accompagnare e spiegare, ma soprattutto coppie che sappiano parlare ai giovani con la loro testimonianza di vita. Questa estate Luisa ed io ci siamo, per l’ennesima volta, rinnovato le promesse matrimoniali. I nostri figli erano lì accanto a noi, come frutto visibile e concreto del nostro amore. Erano più emozionati di noi e sono sicuro che, non tanto quello che ci siamo detti, ma i nostri sguardi, la nostra emozione, anche le nostre lacrime hanno lasciato in loro questa certezza che l’amore è una cosa grande. Sono sicuro che l’insegnamento più grande che siamo riusciti a trasmettere loro, è l’amore che ci siamo donati,  come io ho amato la loro mamma e come la loro mamma ha amato me. Quando saranno più grandi, e il mondo gli offrirà una vita da mendicanti d’amore, spero e confido che avranno la consapevolezza di non svendersi, di volere di più, perchè l’amore vero, quello di Cristo, non è fantascienza ma è qualcosa che hanno sperimentato nella loro casa.

Antonio e Luisa.

Quanto maggiore è stato il pericolo nella battaglia, tanto più intensa è la gioia nel trionfo

130. Per altro verso, la gioia si rinnova nel dolore. Come diceva sant’Agostino, «quanto maggiore è stato il pericolo nella battaglia, tanto più intensa è la gioia nel trionfo».[131] Dopo aver sofferto e combattuto uniti, i coniugi possono sperimentare che ne è valsa la pena, perché hanno ottenuto qualcosa di buono, hanno imparato qualcosa insieme, o perché possono maggiormente apprezzare quello che hanno. Poche gioie umane sono tanto profonde e festose come quando due persone che si amano hanno conquistato insieme qualcosa che è loro costato un grande sforzo condiviso.

Il Papa, in questo capitolo che ho deciso di tenere separato dagli altri, esprime un concetto profondamente cristiano. La coppia e la famiglia cristiana si costruiscono e si consolidano anche e soprattutto nei momenti difficili. La vita e anche la relazione di coppia non sono film o pubblicità. La famiglia del mulino bianco dove tutti sono sempre sorridenti, spensierati e senza stanchezza sul volto non esiste. E’ un concetto falso, figlio delle nostre aspettative e desideri puerili e superficiali. La famiglia è luogo di gioia, di gioia vera. Quella gioia che scaturisce dalla fatica, dalle incomprensioni, dallo stress, dalla consapevolezza di essere fragili e non perfetti. Strano vero? Invece è più semplice di quello che voi possiate pensare. La nostre fragilità e imperfezioni, i nostri peccati e sbagli sono in realtà importanti. Sono importanti perchè  ci permettono di sperimentare un amore vero orizzontale. Faremo esperienza di gratuità, di perdono, di solidarietà, di vicinanza, di condivisione, di calore umano che solo chi è fragile e ne è consapevole riesce ad accogliere e ad accetare. Poi facciamo esperienza di un  amore verticale, dell’amore di Dio. La Grazia. Quando le difficoltà sembrano insuperabili, la fatica è pesante e non vediamo vie d’uscita, ricordiamoci del nostro sacramento. Dio, il giorno delle nozze, ha fatto una promessa a noi sposi: non ci avrebbe fatto mai mancare il Suo aiuto per superare ogni difficoltà e consentirci di portare così in salvo la nostra vita e la nostra relazione. Ricordiamocene e chiediamo questa Grazia. Solo se la chiederemo nella preghiera e con il nostro abbandono, Dio potrà fare grandi cose. Una famiglia è bella non perchè è perfetta, ma perchè nonostante tutto riesce ad andare avanti con fiducia, amore e speranza. Che belle che sono quelle famiglie che nella tempesta non hanno perso l’unità. Che testimonianza luminosa per tutta la Chiesa. Vi allego un video preparato da due cari amici, prendendo come base il bellissimo corto “Il circo della farfalla”, che riassume benissimo tutto questo discorso. Perdete qualche minuto per guardarlo; ne vale la pena.

Antonio e Luisa.

Uno sguardo di meraviglia

Proseguiamo la riflessione di Amoris Laetitia  con i capitoli 128 e 129.

128. L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in sé stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili. Lo sguardo che apprezza ha un’importanza enorme e lesinarlo produce di solito un danno. Quante cose fanno a volte i coniugi e i figli per essere considerati e tenuti in conto! Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci. Questo è ciò che esprimono alcune lamentele e proteste che si sentono nelle famiglie. “Mio marito non mi guarda, sembra che per lui io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo”. “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i figli”. “A casa mia non interesso a nessuno e neppure mi vedono, come se non esistessi”. L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano.

129. La gioia di tale amore contemplativo va coltivata. Dal momento che siamo fatti per amare, sappiamo che non esiste gioia maggiore che nel condividere un bene: «Regala e accetta regali, e divertiti» (Sir 14,16). Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo. Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: «Come delizierai gli angeli!». È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere. Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda sé stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui.

Questi due capitoli di Amoris Laetitia sono incentrati sullo sguardo. Mi hanno fatto tornare alla mente alcuni passaggi del Cantico dei Cantici dove, attraverso uno sguardo non contaminato ed educato, i protagonisti riescono a contemplare tutta la bellezza della persona amata, la bellezza del corpo trasfigurato dalla dolcezza, dalla tenerezza e da tutte le doti dello spirito, rendendo sublime il desiderio dell’uno verso l’altra e inebriante l’attrazione erotica

Il Cantico dei Cantici ci presenta quindi,  il desiderio d’amore, che poggia sulla contemplazione della propria amata e del proprio amato. Il Cantico non racconta una storia lineare dove c’è un inizio e una fine, ma è un continuo ripetersi, un ciclo che ricomincia innumerevoli volte. L’attesa, il desiderio, l’incontro, lo scambio di tenerezze, carezze, profumi, la contemplazione l’uno dell’altra e, infine, l’appagamento totalizzante dell’amplesso fisico. Sembra tutto giunto al culmine, invece nel Cantico non c’è un lieto fine assoluto, ma dopo ogni incontro d’amore c’è la perdita di quanto sperimentato  e la sua nuova ricerca, perché l’assenza ci rende tristi, incompleti e non realizzati. Questo ciclo si ripete all’infinito , questa è la storia di ognuno di noi, una dinamica che possiamo  vivere nella nostra vita se solo riusciamo a incarnare un amore puro e casto (che nel matrimonio non significa astinenza). Il Cantico ci ricorda che l’amore e il desiderio non sono realtà che possiamo possedere ma vanno nutrite e perfezionate sempre di più.

Come evitare di perdere di vista il nostro amato o la nostra amata? Come evitare di non meravigliarci più della bellezza della nostra sposa e del nostro sposo? Come essere capaci di chiamare incantevole colei che Dio ci ha donato, anche dopo anni di matrimonio e un corpo che non è più nel fiore della giovinezza?

Dobbiamo seguire la strada del Cantico. Dobbiamo lavorare su un duplice aspetto. Renderci amorevoli verso il nostro coniuge e mantenere uno sguardo puro. Quest’ultimo riguarda soprattutto gli uomini. Dobbiamo evitare la pornografia diretta e indiretta. L’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di accessi a siti web porno. Ma non basta, anche siti di informazioni seri come Repubblica e Corriere, per citare i più famosi, sono pieni di gallerie fotografiche di modelle quasi totalmente scoperte. Corpi perfetti, giovani e spesso ritoccati con il mouse o con il bisturi. Nutrirci quotidianamente di immagini così,  conduce inesorabilmente a non essere più capaci di vedere nostra moglie come quella persona incantevole di cui ci siamo innamorati, ma come un corpo che non può competere con quelli di cui ci riempiamo gli occhi e la testa. Nostra moglie diventa qualcuno di cui ci accontentiamo, che non ci piace più e tutto diventa finto, brutto e senza desiderio.

Imparare a stare lontano da certe cose, significa riscoprire la bellezza della propria sposa. Tornerà  ad essere incantevole, perché è molto più di un corpo, e il suo corpo irradia tutta la sua dolcezza, accoglienza, femminilità, qualità che ci hanno fatto innamorare  e che continuano a farlo ogni nuovo giorno che Dio ci dona.

Altro fattore determinante è rendersi amabili, imparare a parlare il linguaggio d’amore del nostro sposo o della nostra sposa. Il Papa ne parlerà più approfonditamente nel proseguo del documento ma è bene farne un accenno. Parole di stima e d’amore, gesti di tenerezza, regali, momenti speciali o gesti di servizio possono nutrire il nostro sguardo che non sarà più oggettivo ma soggettivo cioè, influenzato e perfezionato da questo stile di volersi bene degli sposi. Una vera e propria gara a donarsi attenzioni, uno stile che mette l’altro al centro e soprattutto che permette di non perdersi di vista. Senza questa corte continua, che non finisce mai, si rischia seriamente di non guardarsi più, presi da mille impegni e preoccupazioni ci si ritrova presto estranei incapaci di riconoscere la persona di cui ci siamo innamorati rendendo le relazioni tristi e desolanti.

Le parole magiche sono sguardo puro e rendersi amabili; la grazia di Dio farà il resto.

Antonio e Luisa.

Dal piacere all’amore

Proseguiamo con la lettura di Amoris Laetitia.

126. Nel matrimonio è bene avere cura della gioia dell’amore. Quando la ricerca del piacere è ossessiva, rinchiude in un solo ambito e non permette di trovare altri tipi di soddisfazione. La gioia, invece, allarga la capacità di godere e permette di trovare gusto in realtà varie, anche nelle fasi della vita in cui il piacere si spegne. Per questo san Tommaso diceva che si usa la parola “gioia” per riferirsi alla dilatazione dell’ampiezza del cuore.[127] La gioia matrimoniale, che si può vivere anche in mezzo al dolore, implica accettare che il matrimonio è una necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri, sempre nel cammino dell’amicizia, che spinge gli sposi a prendersi cura l’uno dell’altro: «prestandosi un mutuo aiuto e servizio».[128]

127. L’amore di amicizia si chiama “carità” quando si coglie e si apprezza “l’alto valore” che ha l’altro.[129] La bellezza – “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso egoistico. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà. L’amore per l’altro implica tale gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, che esiste al di là dei miei bisogni. Questo mi permette di ricercare il suo bene anche quando so che non può essere mio o quando è diventato fisicamente sgradevole, aggressivo o fastidioso. Perciò, «dall’amore per cui a uno è gradita un’altra persona dipende il fatto che le dia qualcosa gratis».[130]

Il Papa cosa vuole dire con questi due capitoli? Vuole dirci che dobbiamo fare un salto di qualità nel nostro modo di vivere il matrimonio. Il matrimonio è vissuto da molti giovani come una ricerca di piacere, tutto funziona finchè la relazione ci serve a stare bene. Una relazione basata sui sentimenti, le emozioni e il piacere. Una relazione vissuta di pancia, dove non serve impegno e sacrificio. La fatica è avvertita come fine dell’amore e non come momento in cui il rapporto matura e cresce e ci rende persone migliori, più capaci di amare. L’amore è solo spontaneismo e passione, non certo sacrificio. Questo, probabilmente è dovuto alla mancanza di educazione affettiva .Il fidanzamento e le relazioni  prima del matrimonio sono vissute senza castità. La castità insegna ad aspettare, a rispettare l’altra persona, a mettere al centro della relazione il dialogo e anche a fare fatica, a non seguire necessariamente i nostri istinti. Senza castità, tutto diventa secondario, o comunque,  sempre finalizzato al rapporto sessuale. I gesti di tenerezza e di dolcezza hanno sempre questo fine ultimo. Il piacere. Ci si illude di voler bene all’altra persona ma non è così. Voler il bene significa spostare l’attenzione verso l’altro/a, significa amare in modo autentico, significa non far dipendere il nostro amore da quello che l’altro/a fa o non fa. Invece nel fidanzamento spesso impariamo a vivere l’amore in modo condizionato all’appagamento sessuale ed emotivo. Il matrimonio chiede un amore non condizionato. Il matrimonio richiede un cammino di perfezionamento e maturazione. Il matrimonio è fatto sopratutto di vita ordinaria, di impegni, di bambini, di stress. Questo significa che la nostra vita deve per forza essere una vita al servizio e di servizio. Le nostre esigenze passano in secondo piano, semplicemente perchè ci sono cose più importanti come una famiglia da curare e gestire. La vita ordinaria spesso manda in crisi. Ci si sente prigionieri di una vita che ti opprime. La vita familiare ti chiede una vera conversione. Conversione perchè devi cambiare orizzonte e prospettiva. Quando riesci però tutto cambia. Se riesci a mettere lo/la sposo/a al centro della tua vita e delle tue attenzioni non ci sarà momento della vita, dolore e difficoltà dove non potrai amare o essere amato, consolare o essere consolato, perdonare o essere perdonato, indipendentemente dal piacere che provi a farlo. In qualsiasi situazione l’amore autentico così costruito sarà nutrimento e sostegno.Il piacere non sarà più il motore del nostro matrimonio ma lo diventeranno la gioia e la pace che potremo sperimentare in ogni momento della vita, bello o brutto, donandoci e spendendoci per il bene della nostra famiglia.Questo penso si possa rappresentare con il miracolo delle nozze di Cana. Con il nostro impegno, riempiendo le giare di ciò che abbiamo, che è semplice acqua, e la grazia di Dio che trasforma la nostra acqua in vino, potremo davvero sperimentare la vera gioia.

Riuscire a spostare l’attenzione verso l’altro significa aprire lo sguardo alla sacralità dell’altro che non possiamo scorgere finchè siamo ripiegati su di noi.

Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro».

Nella relazione con la tua sposa ti devi togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da te.  In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo.  Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre la mia idea. Pensare che lei debba essere come io voglio, o comportarsi come io credo, è una delle tentazioni più pericolose, almeno all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. Questo è l’amore malato che nei casi più gravi porta alla violenza.  L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva non per farne ciò che volevo ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

A scrivere queste parole mi commuovo perchè penso a lei, al suo mistero, alla sua bellezza e mi sento indegno. Indegno di un dono così grande e non posso che lodare Dio e ringraziarlo per avermela messa accanto durante il mio cammino della mia vita.

Antonio e Luisa

Sposi: amici e amanti.

Proseguendo con Amoris Laetitia, ho letto e meditato i punti 123-124-125.

123. Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia».[122] E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. Siamo sinceri e riconosciamo i segni della realtà: chi è innamorato non progetta che tale relazione possa essere solo per un periodo di tempo, chi vive intensamente la gioia di sposarsi non pensa a qualcosa di passeggero; coloro che accompagnano la celebrazione di un’unione piena d’amore, anche se fragile, sperano che possa durare nel tempo; i figli non solo desiderano che i loro genitori si amino, ma anche che siano fedeli e rimangano sempre uniti. Questi e altri segni mostrano che nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo. L’unione che si cristallizza nella promessa matrimoniale per sempre, è più che una formalità sociale o una tradizione, perché si radica nelle inclinazioni spontanee della persona umana; e, per i credenti, è un’alleanza davanti a Dio che esige fedeltà: «Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto: […] nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio» (Ml 2,14.15.16).

124. Un amore debole o malato, incapace di accettare il matrimonio come una sfida che richiede di lottare, di rinascere, di reinventarsi e ricominciare sempre di nuovo fino alla morte, non è in grado di sostenere un livello alto di impegno. Cede alla cultura del provvisorio, che impedisce un processo costante di crescita. Però «promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l’intero futuro alla persona amata».[123] Perché tale amore possa attraversare tutte le prove e mantenersi fedele nonostante tutto, si richiede il dono della grazia che lo fortifichi e lo elevi. Come diceva san Roberto Bellarmino, «il fatto che un uomo e una donna si uniscano in un legame esclusivo e indissolubile, in modo che non possano separarsi, quali che siano le difficoltà, e persino quando si sia persa la speranza della prole, questo non può avvenire senza un grande mistero».[124]

125. Il matrimonio, inoltre, è un’amicizia che comprende le note proprie della passione, ma sempre orientata verso un’unione via via più stabile e intensa. Perché «non è stato istituito soltanto per la procreazione», ma affinché l’amore reciproco «abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità»[125]. Questa peculiare amicizia tra un uomo e una donna acquista un carattere totalizzante che si dà unicamente nell’unione coniugale. Proprio perché è totalizzante questa unione è anche esclusiva, fedele e aperta alla generazione. Si condivide ogni cosa, compresa la sessualità, sempre nel reciproco rispetto. Il Concilio Vaticano II lo ha affermato dicendo che «un tale amore, unendo assieme valori umani e divini, conduce gli sposi al libero e mutuo dono di sé stessi, che si esprime mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei coniugi».[126]

Il Papa colloca l’amore sponsale appena al di sotto di quello verso Dio, che è la sorgente e nutrimento per ogni relazione umana. Lo definisce anche come amore di amicizia, seppur un’amicizia molto particolare, perché ne ricomprende le caratteristiche. Gesù stesso chiama ognuno di noi amico, intendendo qualcosa di grande. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto quello ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere anche a voi”. Amicizia è un concetto altissimo. Amicizia è voler il bene dell’altro, è intimità,è tenerezza e stabilità. L’amore sponsale aggiunge a tutto questo l’indissolubilità. Il nostro sposo/a perché il matrimonio sia costruito su basi solide deve essere il nostro migliore amico e non solo la persona che ci attrae e con cui condividiamo l’intimità sessuale. Il linguaggio degli sposi è fatto di dialogo e tenerezza. Nel nostro sposo/a è importante trovare una persona con la quale condividere i nostri pensieri, paure, preoccupazioni e gioie, con la certezza di essere accolti e non giudicati, sostenuti e non feriti. Il matrimonio diventa luogo dove mostrarci per ciò che siamo, senza paura di mostrare le nostre debolezze perchè certi che saremo amati per ciò che siamo e non per ciò che facciamo. Il matrimonio presuppone una relazione complessa, un amore che sia espressione della passione e dell’amicizia, dell’eros e dell’Agape. Eros (l’amore carnale passionale) e Agape (l’amore oblativo di servizio e donazione) diventano due espressioni dello stesso amore e la crescita dell’uno perfeziona l’altro in un circolo virtuoso che porta gli sposi a maturare e accrescere il loro amore sponsale.

L’amore sponsale cristiano è una sfida perché difficile. Un amore che ti chiede tutto ma che è il solo capace di farti sperimentare scintille di eternità e di infinito non può che essere una sfida, una battaglia da vincere e un premio da conquistare.

Una sfida che non è possibile vincere senza la convinzione che ci sia un disegno più grande, una forza che ci sostiene, che per noi sposi cristiani viene da Gesù. Solo la Grazia può permettere di realizzare un progetto che sarebbe irraggiungibile con le fragilità e le ferite che tutti ci portiamo dietro. Senza la Grazia, c’è il concreto pericolo di non restare saldi e di abbandonarsi alla cultura del provvisorio, tipica del nostro tempo che ci impedisce di realizzare completamente il progetto di Dio per noi e di non vivere mai veramente in pienezza la nostra umanità che è stata creata per un amore radicale, totale e infinito. Siamo immagine di Dio, ricordiamolo.

Antonio e Luisa

Sposi: negativo di Dio da sviluppare

Sto approfondendo Amoris Laetitia con molta calma. Oggi riprendo i punti 120-121-122.

120. L’inno di san Paolo, che abbiamo percorso, ci permette di passare alla carità coniugale. Essa è l’amore che unisce gli sposi,[115] santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. È «un’unione affettiva»,[116] spirituale e oblativa, che però raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica, benché sia in grado di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si indebolissero. Il Papa Pio XI ha insegnato che tale amore permea tutti i doveri della vita coniugale e «tiene come il primato della nobiltà».[117] Infatti, tale amore forte, versato dallo Spirito Santo, è il riflesso dell’Alleanza indistruttibile tra Cristo e l’umanità, culminata nella dedizione sino alla fine, sulla croce: «Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale».[118]

121. Il matrimonio è un segno prezioso, perché «quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del Matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza».[119] Questo comporta conseguenze molto concrete e quotidiane, perché gli sposi, «in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei».[120]

122. Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio».[121]

L’amore sponsale è un amore completo. E’ un amore che comprende la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica. Amore che comprende entrambe queste componenti ma capace di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si dovessero indebolire, perché si fonda sulla volontà delle persone e sulla Grazia di Dio. L’amore sponsale è il riflesso dell’amore di Cristo, che non ha avuto come punto più alto un momento piacevole, bensì la croce. L’amore di Gesù per tutti noi ha raggiunto il punto più alto nella sua morte in croce.

Dobbiamo, quindi, levarci dalla testa che l’amore sia un sentimento da assecondare, l’amore è morire per l’altro, l’amore è farsi piccolo per fare grande l’altro, l’amore è abbassare per innalzare,l’amore è anche e soprattutto sacriificio. Il Papa continua ricordandoci che Dio ci consacra, per esprimere la profezia del suo amore. Consacrare significa rendere sacro, e in questo caso particolare, attraverso il battesimo (che ci rende profeti sacerdoti e re) e poi  più specificatamente nel matrimonio, Dio rende la nostra relazione sua. Attraverso la Grazia perfeziona il nostro amore umano e ne fa qualcosa di meraviglioso, tanto da far esclamare a San Paolo: “Mistero grande”.  Qui, il Papa fa una puntualizzazione importantissima; nonostante la Grazia, non si può gettare sopra i due sposi, che sono  fragili e limitati,  questo grandissimo e difficilissimo compito. Il Papa afferma che gli sposi iniziano con la celebrazione del matrimonio un cammino che li porterà sempre a una maggiore integrazione e apertura ai doni di Dio, con la Grazia. Ciò significa che la Grazia di Dio è in grado di riempire interamente  il nostro cuore ma tutto dipende da quanto esso  è aperto all’azione divina e quanto è grande. Più si cresce nella capacità di amare e più la Grazia sarà abbondante e visibile in noi. Per rendere chiaro questo concetto un santo padre cappuccino faceva un esempio. Ricordate le pellicole fotografiche di qualche anno fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro/a e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso. Pensiamo  ai tanti sposi santi che la Chiesa ci ha donato e sarà evidente la trasformazione da negativo a immagine verace di Dio. Pensiamo a Santa Gianna, i coniugi Quattrocchi o a Chiare ed Enrico e tutto sarà evidente. Guardiamo il nostro sposo e la nostra sposa con questo sguardo e cerchiamo di sviluppare sempre più il nostro matrimonio e la nostra vita insieme alla luce di questa determinazione a sviluppare sempre più l’immagine di Dio in noi.

Antonio e Luisa

Convertirsi è incontrare Cristo

Le religioni sono un tentativo dell’uomo di mettersi in rapporto con la divinità. Per questo assumono dalle civiltà circostanti molti dei loro segni espressivi, simboli, temi, parabole ecc. con cui esprimono la loro ricerca. Perciò la storia delle religioni è anche la storia del loro legame con le diverse culture. Naturalmente anche il cristianesimo assumerà qualcuno di questi segni e simboli. Ma il cristianesimo è molto più di una religione: esso nasce dall’iniziativa divina di entrare in contatto con l’uomo e di rivelargli se stesso.

Il cardinal Martini rispondeva con queste parole a un lettore del corriere che chiedeva cosa fosse il cristianesimo e cosa avesse di diverso dalle altre religioni.

E’ vero, il cristianesimo non è una religione fatta di norme, regole e dogmi ma è essenzialmente un incontro con Dio fatto uomo, con il Cristo. Questa è l’essenza del cristianesimo e questo è quello che Gesù rimproverava ai farisei. Non possiamo essere cristiani senza incontrare il Cristo nella nostra vita.  Tutti abbiamo bisogno di questa esperienza per convertirci, per evolvere da una religione della tradizione a una relazione trascendente. Da un Gesù astratto e lontano a un Gesù che ti ama intimamente e che senti vicino e presente nella tua vita. Solo l’incontro con il Cristo permette di cambiare i propri orizzonti e prospettive. Io Cristo l’ho incontrato in un frate cappuccino, padre Raimondo. Ero un ragazzo pieno di confusione nella testa e nella vita, che non riusciva a trovare il proprio posto e un senso. Un ragazzo che non si amava e non era capace di amare. Padre Raimondo mi ha accolto e mi ha amato così.Lui ha creduto in me più di quanto avessi mai creduto io. La meraviglia e la sorpresa di trovare qualcuno che mi amasse quando io stesso non vedevo nulla di amabile in me. Ho percepito come lui fosse pronto a spendersi completamente per me. Ho fatto esperienza dell’amore gratuito e incondizionato di Cristo. Non solo, Padre Raimondo mi ha mostrato il progetto di Dio su di me, mi ha fatto capire, anche dandomi delle gran bastonate che dovevo cambiare e farlo subito, ma aggiungendo subito dopo con la sua dolcezza che non avrei affrontato la fatica da solo ma che lui mi avrebbe accompagnato, consigliato e sostenuto. Da quel momento tutto è cambiato, ho ripreso in mano la mia vita e ho fatto quelle scelte radicali di cui la nostra vita ha bisogno per essere vissuta in pienezza. Tutto questo per dire che la misericordia è questo, è accompagnare, è aiutare, è non lasciare soli, è mostrare un orizzonte infinito, è radicalità e grandezza perchè di questo l’uomo ha bisogno. Spero in una Chiesa, in sacerdoti, vescovi, educatori e genitori che sappiano fare questo. Che sappiano mostrare la bellezza e la grandezza della proposta cristiana aiutando le persone ha fare esperienza di Dio e nel contempo una Chiesa che sappia accogliere senza giudicare, che sappia accompagnare senza condannare, che sappia aspettare i tempi e rispettare le modalità e sensibilità di ognuno. Una Chiesa che sappia usare la Parola come balsamo che cura le ferite e se serve anche come frusta che sferza per svegliare chi è addormentato. La Provvidenza ha voluto che il nostro Papa fosse Francesco che sta cercando di cambiare la Chiesa proprio in questa direzione. Amoris Laetitia ne è la prova. Solo se ci sarà una Chiesa fatta di pastori capaci non solo di parlare di Gesù ma di far fare esperienza di Gesù allora tutto cambierà e anche i matrimoni e le nostre famiglie saranno più salde e forti, perchè con Gesù tutto cambia e tutto è possibile.

Concludo con una riflessione del gesuita padre Silvano Fausti:

Il vino nuovo non si mette in otri vecchi: ha bisogno di cuori nuovi, di carne e non di pietra – di persone libere che sanno amare e rischiare, non di persone paurose che si chiudono nelle loro sicurezze scambiate per verità. Una comunità, come una persona, è viva non se osserva delle leggi, ma se ha esperienza di grazia e cerca di vivere di questa.

Antonio e Luisa.

 

Don Aldo Bertinetti su Amoris Laetitia

Sul bollettino del Santuario di Santa Rita è stata pubblicata un’intervista ad un nostro professore di morale, con cui sono legato da reciproca amicizia e che stimo molto. Tuttavia penso di dover intervenire su quello che ha scritto, anche con molta chiarezza, visto  che alla nostra età la “parresìa”, cioè il dire senza mezzi termini il proprio pensiero, deve essere ormai una regola costante… Premetto che “non sono teologo né figlio di teologi” (parafrasando un Profeta…), e quindi sono ben lontano da voler insegnare ad un professionista in un campo che non è il mio. Però, oltre ad aver altre competenze (come quelle psicologiche) che, pur essendo “esterne” a quelle morali, quest’ultime non ne possono non tenere conto, posso vantarmi di aver vissuto 50 anni di sacerdozio (e anche anni prima durante il seminario) negli ambiti pastorali più diversi e sempre in stretto contatto con le persone, tanto che posso affermare di sentire forte “l’odore delle pecore”, cosa non sempre così facile nei professori, non per colpa loro ma per evidenti limiti di tempo (anche se l’interessato ha sempre mantenuto l’impegno, che tutt’ora ha, di un servizio prezioso nel suddetto santuario). Detto ciò, mi sento di dover dire, con tutto il rispetto, che lo scritto pubblicato è un ottimo esempio di “teologia azzeccagarbugli”, che afferma tutto e nega tutto, senza distinguere i diversi livelli dei discorsi, tanto che alla fine chi legge è più disorientato di prima… Proprio per questo cerchiamo di distinguere appunti i livelli del discorso.

LIVELLO DOGMATICO: cioè delle verità di fede assolute, che non si possono in alcun modo discutere (quelle contenute in particolare nella Sacra Scrittura, nel Credo ma anche, secondo la fede cattolica, nella Tradizione con la “maiuscola”). E’ assolutamente chiaro che su queste cose il papa non solo non contraddice nulla ma anzi riafferma con forza alcune di esse, che riguardano in particolare il tema trattato: nello specifico con estrema chiarezza l’unicità e l’indissolubilità del sacramento del matrimonio. Questo è ribadito, non solo da lui stesso in più punti della Esortazione Amoris Laetitia e in altri suoi interventi successivi, ma anche da alcuni cardinali come Coccopalmerio e lo stesso Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina delle Fede, che ha risposto ai dubbi sollevati da quattro cardinali, e in specifico dal card. Burke, che continua in modo sottile a suggerire la possibilità che il papa stia cadendo verso qualche forma di eresia (!). Il papa, nel discorso all’apertura del Convegno Ecclesiale della diocesi di Roma (16/6/16), dice: “Per la vostra tranquillità, devo dirvi che tutto quello che è scritto nell’Esortazione – e riprendo le parole di un grande teologo che è stato segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Schönborn, che l’ha presentata – tutto è tomista, dall’inizio alla fine. E’ la dottrina sicura. Ma noi vogliamo tante volte, che la dottrina sicura abbia quella sicurezza matematica che non esiste, né con il lassismo di manica larga né con la rigidità”.

LIVELLO MORALE: innanzitutto mi permetto di ricordare che in tal ambito non esiste nulla di dogmatico in senso assoluto, SE NON DUE SOLE AFFERMAZIONI di Gesù: quella del Comandamento Nuovo e quella del “Siate perfetti come il Padre Vostro che è nei Cieli”. Gesù stesso infatti ha sempre evitato di definire in qualche modo delle soluzioni concrete: pensiamo all’episodio dell’adultera (nel suddetto discorso del papa al Convegno della diocesi di Roma: “Ha mancato verso la legge, Gesù, in quel caso…. «Donna, nessuno ti ha condannato? Neppure io». La morale qual è? Era di lapidarla. Ma Gesù manca, ha mancato verso la morale…”); o alla domanda se era dovere pagare le tasse a Cesare… Certo anche in campo morale ci sono delle verità che ormai, per la tradizione del pensiero della Chiesa (ma qui non uso appositamente la maiuscola…) possono ritenersi “certe e definitive”. Ma ricordiamoci che anche queste verità sono molto poche e talmente alte e ampie da non potersi usare immediatamente come delle norme concrete, quanto piuttosto come delle méte a cui guardare costantemente (e senza che siano mutate o abbassate) perché verso di esse deve essere sempre orientato il nostro “CAMMINO” (concetto  molto caro al papa, su cui basa tutte le sue indicazioni). In pratica, possiamo dire che il Signore non ci giudichi in base al punto in cui siamo arrivati ma alla tensione che abbiamo a continuare a crescere: altrimenti non si capirebbe il termine a cui tendere (la perfezione di Dio, oggettivamente e ontologicamente impossibile da raggiungere) e il discorso che le prostitute e gli scribi possono essere più in alto nei cieli di molti “giusti”. Inoltre il papa ha recentemente ricordato che (sempre nel Vangelo e quindi con valore assoluto di fede) Gesù dice che al giudizio finale, Mt 25, non ci chiederà né quante messe o preghiere abbiamo fatto, “neppure quanto abbiamo osservato i 10 Comandamenti o se eravamo sposati regolari o irregolari, o se eravamo omosessuali”… ma SOLO se “quando ero affamato, nudo, ecc…. mi avete aiutato.., perché in ciascuno di questi piccoli C’ERO IO”. Quindi tutte le norme morali devo essere relative, certo assolutamente necessarie e da osservare, ma non prese come degli assoluti, ma come strumenti di CAMMINO appunto, dei segnali del percorso, dei “paracarri”… da “interpretare” nella vita di ciascuno secondo la propria coscienza e quindi da continuamente riadattare alla storia e all’epoca in cui si vive, e anche alla concreta vita di ogni persona. Altrimenti ci mettiamo (come sovente ricorda lo stesso papa) sullo stesso piano dei Farisei (cfr il suo discorso sopra citato). E per questo che il papa afferma, con insolita durezza, che “non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta «irregolare» vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. […] E’ meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno ad una legge o a una norma universale. Pertanto un pastore non può sentirsi soddisfatto applicando solo leggi morali a quelli che vivono situazioni «irregolari», come se fossero pietre che si lanciano contro le persone” (con evidente riferimento all’episodio dell’adultera…).

LIVELLO GIURIDICO: le leggi sono leggi, anch’esse indispensabili per ogni vita sociale (anche nella Chiesa), ma da vedere, ancor più delle norme morali, in modo relativo (nel senso sopra detto). E su questo basti così…

LIVELLO PASTORALE: Inizio con alcune citazioni, sempre da quel discorso alla diocesi di Roma che ho sopra segnalato: “E come aiuta dare volto ai temi! E come aiuta ad accorgersi che dietro alle carte c’è un volto, come aiuta! Ci libera dall’affrettarci per ottenere conclusioni ben formulate ma molte volte carenti di vita, ci libera dal parlare in astratto, per poterci avvicinare e impegnarci con persone concrete. Ci protegge da ideologicizzare le fede mediante sistemi ben architettati ma che ignorano la Grazia. Tante volte diventiamo pelagiani! E questo si può fare soltanto in un clima di fede. E’ la fede che ci spinge a non stancarci di cercare la presenza di Dio nei cambiamenti della storia…. Nulla è paragonabile al realismo evangelico, che non si ferma alla descrizione delle situazioni, delle problematiche – meno ancora del peccato – ma che va sempre oltre e riesce a vedere dietro ad ogni volto, ogni storia, ogni situazione, un’opportunità, una possibilità…. E questo non significa non essere chiari nella dottrina, ma evitare di cadere in giudizi e atteggiamenti che non assumono la complessità della vita. Il realismo evangelico si sporca le mani perché sa che «grano e zizzania» crescono assieme, e il miglior grano – in questa vita – sarà sempre mescolato con un po’ di zizzania. [NB Quelle che seguono sono citazioni dirette della Esortazione Apostolica –NdR] «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione… Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada… capace di assumere la logica della compassione verso le persone fragili ed evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti»”. Credo che le parole del papa possano essere prese come la migliore definizione di che cosa debba essere la pastorale!

E’ dunque in base ai discorsi fatti sopra che bisogna interpretare la possibilità che il papa ha dato di una riammissione dei divorziati ai sacramenti. Ma andiamo per ordine.

1 – Il papa non solo non contraddice nessuna verità di fede, ma neanche va contro ai grandi principi morali, anzi addirittura non muta nulla neppure da un punto di vista canonico. Infatti le norme che riguardano i divorziati nel Codice sono rimaste tali e quali: anche la dichiarazione di “stato di irregolarità” (che popolarmente viene definito come “scomunica”) NON è stata abolita e resta valida, fino appunto ad un’eventuale assoluzione.

2 – Prima di affrontare con chiarezza qual è il tipo di “permesso” enunciato dal papa, anticipiamo il discorso – sottolineato dal nostro professore – che comunque deve restare valida la richiesta, per poter ottenere i benefici suddetti, di “vivere come fratello e sorella”, cioè evitando ogni rapporto sessuale. Mi si permetta una battuta birichina: perché, alla fin fine, tutto poi viene sempre ad essere condizionato, nella nostra ottica classica cattolica, dall’uso che si fa delle parti intime?… Chiusa la battuta, il papa non fa alcun accenno a questo discorso. Anzi, sembra presupporre il contrario, dal momento che, sia pure solo per accenno e senza approfondire tale situazione, parla persino di valutare il cammino dei conviventi. E certamente, siccome egli sente profondamente “l’odore della pecore”, certamente non immagina che essi si trovino a letto alla sera solo per recitare il rosario… Dall’Esortazione: “Da qui si ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile. Nella prospettiva della PEDAGOGIA DIVINA, la Chiesa li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro, a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano. […] La Chiesa non manca di valorizzare gli elementi positivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio. […] Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino”.

Non solo, ma nella prima bellissima parte, quella più generale sull’amore umano, egli ricorda che la sacralità della coppia esiste già in sé, nascendo dalla stessa creazione (e quindi cita il Genesi), tanto che ricorda (Codice di Diritto alla mano!) che quando una coppia, da qualsiasi situazione di altre religioni, tradizioni, ecc. provenga, chiede il Battesimo, “non deve essere più celebrato per loro il rito del sacramento del matrimonio, perché col Battesimo stesso la loro unione di prima, se aveva le caratteristiche volute dal Creatore (unicità e indissolubilità), diventa automaticamente sacramento.

Tutto ciò certo non nega che la continenza in alcuni casi possa essere proposta come un ideale di vita di alto valore, come ricorda il card. Müller e ribadiscono i vescovi della regione pastorale di Buenos Aires nel loro documento “Criteri fondamentali per l’applicazione del capitolo VIII di Amoris Laetitia”, documento esplicitamente approvato dal papa che riconosce che “non ci sono altre interpretazioni” e che noi citeremo nuovamente più avanti. Ma questo suona appunto come una proposta di alto livello ascetico, e non come una richiesta assoluta e incondizionata per concedere la riammissione ai sacramenti. Fosse così, si dovrebbe dire che allora nulla è cambiato: anche prima, se i divorziati e simili si impegnavano a tale astinenza piena, potevano essere riammessi ai sacramenti (sia pure con procedura allora considerata eccezionale, e con la condizione che riconoscessero comunque il loro stato di irregolarità e non ci fosse pericolo di scandalo – queste due ultime cose peraltro ribadite anche ora).

Analogamente il papa non dimentica “le persone divorziate e non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, che vanno incoraggiate e aiutate in questa loro scelta che ha un grande significato”.

Ma si può dare l’assoluzione a persone che vivono in una situazione di “peccato oggettivo” e non possono garantire che “non lo faranno più”?  Qui faccio due citazioni: un passaggio del nostro stesso professore che dice: “Seguendo gli accreditati criteri interpretativi, tra l’interpretazione che crea più problemi e quella che ne crea di meno, o non ne crea affatto, bisogna scegliere l’interpretazione meno problematica” (dottrina già di sant’Alfonso Maria de Liguori…). Ma cito anche una lezione a cui abbiamo assistito io e il suddetto professore, mentre facevamo il corso di morale durante il convitto nel primo anno di sacerdozio, lezione tenuta da un suo parente, esimio moralista, che rispondendo ad una domanda se si poteva assolvere un ragazzo che si accusava di praticare la masturbazione ma non si sentiva di promettere appunto “di non farlo mai più”, disse che bisognava chiedergli di impegnarsi il più possibile a “crescere”, ma dopo di che dargli e ridargli volentieri l’assoluzione, che non era un  regalo per gli eroi, ma un aiuto appunto per camminare sempre meglio nella Grazia.

3 – Ricordiamo ancora, per completezza, altre due cose che dice il papa. La prima è quella che in ogni caso di matrimonio fallito bisognerebbe indagare se non rientra nei casi di matrimonio “nullo”. Egli infatti sottolinea (in concordanza con quello che pensano i preti quando devono celebrare un matrimonio) che molti di essi non sono sacramento (al di là di altre motivazioni che possono comunque inficiarne la validità) perché non esiste negli sposi una fede vera e cosciente, talvolta neppure nel Signore e nella Chiesa, ma in particolare nel significato del matrimonio come sacramento con tutti gli annessi e connessi. Questo li rende appunto invalidi da un punto di vista sacramentale. Per questo egli ha già radicalmente riformato la procedura per la richiesta di nullità, rendendola molto più semplice  e veloce (tanto da concedere ai vescovi, nei casi che non fosse possibile la normale procedura “giuridica”, ma essi si rendessero certi in coscienza che tale matrimonio non era valido, di dichiararlo loro stessi senza ulteriore procedimenti). Tuttavia, naturalmente, come ha ricordato in uno degli ultimi discorsi fatti ai membri del Tribunale Centrale (la “Sacra Rota”), che non bisogna certamente pensare a questa strada per semplificare i discorsi, tanto da farla diventare una specie di “divorzio cristiano”: infatti si tratta di riconoscere l’eventualità che il matrimonio, al di là della celebrazione compiuta,  non sia effettivamente mai avvenuto (per gli svariati motivi possibili), ma non di “annullare” un matrimonio che invece era davvero valido, cosa assolutamente impossibile ora come prima.

Inoltre il papa ricorda che il sacramento del Matrimonio deve essere vissuto come una vera e propria vocazione, e quindi richiede una lunga e seria preparazione già a monte (fin dalla prima giovinezza) e poi nel periodo immediatamente precedente, in modo che avvenga un vero e sicuro discernimento, non solo verso la chiamata a tale vocazione, ma anche in particolare verso il fatto che il partner con cui ci si vuole legare sia veramente quello pensato da Dio per la propria vita.

4 – E arrivando finalmente a quanto concesso dal papa, citiamo nuovamente i vescovi suddetti: “Non conviene parlare di «permesso» per accedere ai sacramenti, ma di un processo di discernimento accompagnato da un pastore, che deve essere personale e pastorale… Dunque il sacerdote accoglie il penitente, lo ascolta attentamente e gli mostra il volto materno della Chiesa, mentre accetta la sua retta intenzione e il suo buon proposito di collocare la vita intera alla luce del Vangelo e di praticare la carità… Se si giunge a riconoscere che, in quel caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in una ulteriore mancanza provocando danno ai figli della nuova unione, Amoris Laetitia apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconcilazione e dell’Eucarestia…. Non bisogna pertanto intendere tale possibilità come un accesso illimitato ai sacramenti, o come se qualsiasi situazione lo giustificasse: si propone piuttosto un discernimento che distingua adeguatamente ogni caso e non si chiude, ma rimane sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in maniera più pura”.

5 – Concludendo, si tratta dunque di riconoscere se la coppia ha compiuto e sta compiendo un vero CAMMINO di fede e di carità (dice il papa: “un graduale sviluppo della capacità di amare”) e, in base al punto raggiunto di tale cammino, rilevato in coscienza nel dialogo fra la coppia e il pastore, egli può “discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale POSSANO già ESSERE SUPERATE in quel singolo caso”, compresa la possibilità di ritornare ai sacramenti.

 

6 – In sintesi, la più grande novità dell’Esortazione (che è in realtà un ritorno al genuino messaggio evangelico), come ha scritto in un articolo un teologo subito dopo la sua pubblicazione) è il fatto che il papa abbia nuovamente messo il discorso della COSCIENZA prima e al di sopra di quello della legge, superando il fariseismo dei “buoni”, così combattuto da Gesù stesso e stroncato negli scritti di san Paolo. Citando letteralmente: “Non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali e neppure pretendere d’imporre norme con la forza dell’autorità… Il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica… Piuttosto bisogna presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia… Soprattutto bisogna presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione, […] dando spazio alla COSCIENZA dei fedeli: siamo chiamati a formare le coscienze, NON A PRETENDERE DI SOSTITUIRLE”, ricordando che esistono DIVERSI MODI DI INTERPRETARE alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. […] Non esistono le famiglie perfette”.  E ancora: “La COSCIENZA delle persone deve essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del pastore. Ma questa coscienza può anche riconoscere con sincerità e onestà che PER IL MOMENTO LA PROPRIA VITA, COSÌ COM’È, È L’UNICA RISPOSTA GENEROSA CHE SI PUÒ OFFRIRE A DIO, E SCOPRIRE CON UNA CERTA SICUREZZA MORALE CHE QUELLA È LA DONAZIONE CHE DIO STESSO STA RICHIEDENDO IN MEZZO ALLA COMPLESSITÀ CONCRETA DEI LIMITI… Ricordiamo che la CARITÀ FRATERNA è la prima legge del cristiano, perché (1 Pt 4,8) «la carità copre una moltitudine di peccati»”. [NB Il maiuscolo è nostro e non nel testo originale – NdR].

Don Aldo Bertinetti

La fiamma dell’amore di Dio

Cosa è un sacramento? Cosa significa che due sposi sono immagine dell’amore di Dio. Immagine presente nella loro relazione d’amore sponsale. Vi porto un esempio di due cari amici. Giancarlo e Maria (che se leggono saluto caramente). Un sacramento è segno di una realtà altra che però è presente, reale concreta ed efficace.

Prendiamo il sole e prendiamo una candela accesa. La fiamma della candela è segno del sole. Attraverso la fiamma della candela possiamo vedere e capire, anche se molto limitatamente, qualcosa del sole. E’ un segno efficace, perché ne percepiamo la luce e se ci avviciniamo ne sentiamo il calore fino a scottarci.

Il sole è Dio naturalmente e noi sposi siamo la candela accesa. Dio è presente nel nostro amore.  Siamo la fiamma del Signore e chi si avvicina a noi dovrebbe sentire il calore di Dio. Papa Francesco ha espresso questa verità con la sua consueta semplicità ed acutezza:

..gli sposi, in forza del sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa.

Siamo consapevoli di essere quella candela?

Antonio e Luisa

 

Due Papi, due lettere, lo stesso Spirito.

Sento spesso contrapporre il magistero di Papa Francesco a quello di Benedetto XVI e ancor più marcatamente con quello di San Giovanni Paolo II. Basta! Non è giusto, La Chiesa non è riducibile a un uomo per quanto santo possa essere. Il cammino della Chiesa in questo nostro mondo è guidato dallo Spirito Santo che riesce nonostante le nostre tante miserie a sostenerla. Chiesa sposa di Cristo. Ho sentito ultimamente Mons Paglia affermare che Amoris Laetitia sostituisce Familiaris Consortio. Nulla di più sbagliato. Amoris Laetitia integra Familiaris Consortio, la arricchisce e la rende attuale. Non si può capire Amoris Laetitia se non la si legge alla luce di Familiaris Consortio e se non si è compreso quanto Giovanni Paolo II ci ha sapientemente insegnato con la sua lettera apostolica del 1981. San Giovanni Paolo II non ha soltanto spiegato la dottrina della Chiesa in modo chiaro e netto ma ha approfondito le verità più profonde dell’essere umano, della sessualità e del matrimonio.

Quanto scritto da Giovanni Paolo non può passare come dice Paglia, semplicemente perchè la verità non passa mai, la verità è vera sempre, l’uomo è sempre lo stesso, cambiano le società, le relazioni, le abitudini e gli usi ma l’uomo anela sempre a una relazione unica indissolubile e feconda. Questo ci insegna Giovanni Paolo II in tutto il suo magistero. Papa Francesco non è venuto a cambiare una virgola di quanto ha detto e scritto il suo santo predecessore ma ha aggiunto il suo carisma, quello della misericordia. Non che il nostro amato Karol non ne avesse ma Francesco ha intuito che il momento storico è tale che la misericordia, il balsamo del perdono e dell’accoglienza devono essere anteposti alla verità. Non perchè la verità sia meno importante ma perchè nel nostro mondo non è comprensibile se non dopo un accompagnamento misericordioso. La verità detta senza misericordia non è verità. La misericordia è la porta per arrivare alla verità. Papa Francesco non vuole arrendersi al mondo ma vuole parlare al mondo, e il linguaggio della misericordia  è il solo che può fare breccia in tanti cuori induriti dal peccato. Solo dopo, quando la persona avrà un cuore aperto dalla misericordia compassionevole della Chiesa e dal perdono sarà pronta a riempirlo di verità. Papa Francesco non cancella San Giovanni Paolo II ma al contrario offre a tutti, la possibilità  di conoscere la ricchezza della verità del cuore, del corpo, della sessualità e del matrimonio. Papa Francesco e San Giovanni Paolo II, due persone completamente diverse, due modi completamente diversi di essere Papa ma lo stesso Spirito di Dio che li riempie, li usa, li plasma e li guida.

Antonio e Luisa