Che progetto ha Dio per noi e per la nostra famiglia?

Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Giuseppe è un giusto! Chi sono i giusti nel Vangelo e nella Bibbia tutta? Sono coloro che fanno spazio a Dio. Sono coloro che aderiscono al progetto di Dio. Il progetto di Dio su di noi e sulla nostra famiglia non è quasi mai quello che noi pensiamo. Ciò che noi progettiamo difficilmente è quello che Dio ha pensato per noi. Giuseppe ne è l’esempio più eclatante. Probabilmente Giuseppe aveva tutta un’altra idea in testa. Era stata a lui promessa Maria, una giovane bella e buona di Nazareth. Giuseppe aveva il suo lavoro e una vita ordinaria come quella di tutti. Niente grilli per la testa. Come diremmo oggi, una vita casa lavoro e Chiesa. Probabilmente Giuseppe aveva già capito qualcosa. Aveva già compreso che Maria non era una sposa normale. Alcuni studiosi pensano che entrambi sentissero una vocazione speciale, che avessero capito che Dio li chiamasse a consacrarsi direttamente a Lui e, quindi, che si fossero accordati per vivere un matrimonio bianco, nella verginità. Sicuramente lo sapeva Maria. Lo si comprende dalla risposta data all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Era già promessa a Giuseppe e l’unica spiegazione possibile alla reazione della Madonna è proprio la volontà di restare vergine. Difficile credere che una scelta del genere potesse essere presa senza coinvolgere il suo sposo. Il Magistero della Chiesa e i teologi spiegano questo fermo proposito come frutto di una specialissima ispirazione dello Spirito Santo, che stava preparando Colei che sarebbe stata la Madre di Dio. Certo è che Giuseppe si è trovato a vivere un matrimonio unico e straordinario. Dio lo ha scelto per sostenere e accompagnare Maria in un compito unico nella storia dell’umanità: crescere ed educare Gesù, vero uomo e vero Dio. Giuseppe pensava che non sarebbe diventato padre e, invece, la sua santità si manifesterà soprattutto nella paternità. Immaginate il suo dolore e il suo sconcerto, quando ha scoperto la gravidanza di Maria. Un uomo giusto, un uomo che ha sempre rispettato quella ragazza pura a lui promessa. Un uomo che amava quella ragazza speciale. Immagino come possa essersi sentito tradito. Dio gli ha parlato e lui ha capito. Lui ha messo l’amore e la volontà di Dio prima di ogni altra cosa. Prima del suo orgoglio, prima delle malelingue che sicuramente avrebbero dileggiato e offeso lui e la sua sposa Maria, rimasta incinta prima della coabitazione. Ha messo l’amore prima di tutto. Questo gli ha permesso di fare spazio a Dio e di poter quindi ascoltare la Sua volontà. Guardate che anche noi siamo chiamati a questo. Non certo a crescere il figlio di Dio, ma ad ascoltare Dio e a realizzare il sogno che ha sulla nostra famiglia. Per farlo però dobbiamo metterci in gioco, dobbiamo essere capaci di fare spazio. Ed è così che la nostra famiglia prenderà strade diverse da quelle che credevamo di dover percorrere. Magari affidandoci compiti che non pensavamo di essere capaci di realizzare. Dio vede sempre oltre le nostre fragilità. Mi vengono in mente Chiara Corbella e suo marito Enrico Petrillo. Enrico, molto sinceramente, ha affermato che avrebbe voluto e desiderato una vita normale con Chiara. Invecchiare con Chiara, avere dei figli poi dei nipoti. Insomma una vita come quella di tanti altri. Invece Dio li ha spiazzati. Credete che loro non si siano posti domande? Quello che è successo loro sembra davvero un accanimento di Dio. Lutto su lutto, dolore su dolore. Loro hanno saputo mettersi in ascolto, hanno fatto spazio e hanno accolto il progetto di Dio. Certo la fatica e il dolore non sono stati tolti loro. Hanno avuto però la pace e la gioia di chi sa abbandonarsi all’amore e alla volontà di Dio. Questa loro adesione ha permesso di portare grandi frutti nella Chiesa di Roma e in tutto il mondo. Mi vengono in mente Claudia e Roberto, Cristina e Giorgio, Alessandra e Francesco e tante tante altre coppie di sposi. Tutte coppie che hanno stravolto la loro vita e la loro famiglia prendendo strade diverse da ciò che credevano e volevano. Hanno saputo mettersi in ascolto e Dio non li ha delusi. Ha dato loro molto più di ciò che avevano e credevano di poter avere e ha trasformato le loro vite. Vite che sono ora a servizio dei fratelli. Testimoni veraci e credibili del Suo amore. Tutti noi possiamo esserlo, tutti in modo diverso, come Dio ci vuole. Tutti però per la nostra gioia e per la Sua gloria.

Antonio e Luisa

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Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?

Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».
Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete:
I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella,
e beato colui che non si scandalizza di me».

Questo Vangelo provoca sentimenti contrastanti. Da un lato consola apprendere che anche Giovanni Battista, uno tra i più grandi santi, ha forse dei dubbi. Dall’altro acuisce una domanda che forse abita ancora il nostro cuore. Gesù è davvero il Dio del Cielo e della terra? Gesù è davvero il Dio della mia vita? Neanche Giovanni Battista è sicuro che Gesù sia il Cristo. Non è come se lo aspettava. Ognuno di noi ha un’idea di come debba essere Gesù e, solitamente, non coincide con il vero Gesù. Si lo sappiamo. Gesù è un Re atipico. Un Re messo in croce, un Re venuto per servire e non per essere servito. Lo sappiamo. L’abbiamo imparato in anni di pratica religiosa. La domanda è un’altra. Lo sa il nostro cuore? Non è una domanda banale. Quanto riconosciamo Gesù nella nostra vita? Anche quando c’è sofferenza, quando ci sono difficoltà, quando magari c’è la malattia o il lutto. In questi casi sapere chi è Gesù non serve a nulla se non lo si è accolto nel cuore. Non lo riconosciamo più. Perchè nel nostro intimo continuiamo ad avere un’altra idea di come dovrebbe essere. Non è possibile che Gesù, se è davvero Dio, permetta che nella mia vita accadano certe cose.  Queste dinamiche sono molto comuni e frequenti. Come allora accogliere dentro il cuore Gesù? Ci risponde il Vangelo. Dobbiamo fare esperienza di Lui. Fare esperienza di come davvero Lui ti cambia la vita. I ciechi recuperano la vista. Fare esperienza di come l’amore non sia un concetto astratto ma sia un atteggiamento del cuore che diventa volontà e azione. Fare esperienza di come questo modo di amare, fatto di servizio e di decentramento da sè, permetta di aprire gli occhi alla bellezza di una relazione matrimoniale permeata dalla presenza di Dio. Permette ai nostri occhi di vedere Dio nell’amore del nostro sposo e della nostra sposa e permette al nostro cuore di accogliere Gesù attraverso l’amore che doniamo all’amato/a. Gli storpi camminano. Senza Gesù i nostri passi sono incerti. Non sappiamo dove andare. Non sappiamo perchè camminare. Fare esperienza che un matrimonio, vissuto in una relazione autentica, sia una strada che permette di crescere, di trovare un senso, di avere una meta, beh cambia tutto. Il nostro cuore comincia ad accogliere quel Gesù a volte tanto indigesto. I lebbrosi sono guariti. Ci sentiamo brutti, inadeguati, fragili, incostanti, incapaci di tante cose. Spesso non ci piaciamo. Non ci amiamo. Fare esperienza di un Dio che ti ama incredibilmente per quello che sei. Un Dio che desidera il tuo amore come uno sposo desidera quello della sposa ti guarisce dalla lebbra del cuore e ti aiuta ad affrontare ogni situazione perchè hai la certezza di un amore che non puoi perdere. Un amore che non puoi meritare e per questo indissolubile, fedele e gratuito. I sordi riacquistano l’udito. La Parola di Dio va ascoltata. La Parola è feconda quando dice qualcosa a noi e alla nostra vita. Dice qualcosa al nostro matrimonio. Spesso non l’ascoltiamo o la ascoltiamo come qualcosa che non ci riguarda. Così la Parola non sarà modalità per fare esperienza di Dio ma un’esperienza vuota. Non basta aprire le orecchie! Va aperto il cuore. La Parola va interiorizzata e fatta nostra. Va custodita e meditata. Solo così incontreremo Gesù in quella Parola. I morti risuscitano. Incontrare Gesù ti restituisce la vita. Senza Gesù viviamo una vita che non è vera vita. La vita diventa un peso, una fatica. Smette di essere un dono. Come un matrimonio senza Gesù non è un vero matrimonio.  

Buon proseguimento di Avvento. Gesù è davvero il figlio di Dio. Ne siete convinti?

Antonio e Luisa

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Chi non vuol lavorare neppure mangi.

Fratelli, sapete come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi,
né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi.
Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare.
E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi.
Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione.
A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.

Questa domenica non mi soffermo sul Vangelo. Mi ha colpito la seconda lettura. Vengono riprese alcune righe della seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. San Paolo scrive ai Tessalonicesi mentre si trova a Corinto circa nel 50 d.C. Questa epistola, la seconda, tratta in particolare un tema decisivo per noi cristiani. Essere forti nella tribolazione con la speranza che presto verrà la Parusia, cioè la nuova venuta di Cristo. Un discorso escatologico molto complicato e astratto. Vediamo di renderlo concreto nella nostra vita di uomini e donne del nostro tempo, nella nostra storia di sposi cristiani. Per farlo credo sia importante soffermarci su un punto esatto di questa Parola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sembra quasi una minaccia, una punizione. Per certi versi lo è ma non è qualcosa che ci è inflitto ma che ci auto infliggiamo. Cosa voglio dire? La nostra relazione, il nostro matrimonio, la nostra famiglia sono come un campo molto fertile che ci viene affidato. Ci viene affidato da Gesù stesso. Non mancheremo di nulla. Gesù ci promette che ci darà tutto il necessario per coltivare quel campo e fargli dare frutti abbondanti. Unica richiesta che Dio fa a noi sposi è di metterci il nostro lavoro, la nostra fatica, la nostra volontà, la nostra determinazione e il nostro sudore. Spendere tutte le energie che abbiamo per rendere quel campo il più rigoglioso possibile. Per rendere quel campo un’esplosione di colori e di profumi. Per rendere quel campo ricco di ogni frutto per nutrire il nostro cuore e magari darne anche a chi non ne ha. Il matrimonio è questo. Il matrimonio è un sacramento che è in grado di restituire agli sposi l’ordine e la bellezza delle origini (grazie alla redenzione di Cristo) ma non sarà più come prima. Il giardino dell’Eden prima ci era dato ora va costruito giorno dopo giorno con la Grazia di Dio e con tutta la nostra volontà e la nostra dedizione.

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Un amore eterno. Ma in paradiso?

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In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.
Allora la prese il secondo
e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.
Da ultimo anche la donna morì.
Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;
ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito;
e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». (Luca 20,27-38.)

Cerchiamo di contestualizzare questo Vangelo. Chi erano i sadducei? I sadducei erano l’elitè della società ebraico-palestinese del tempo di Gesù. Da loro proveniva quella classe dirigente e sacerdotale che spesso rappresentava gli ebrei di fronte ai romani. Erano pochi ma molto influenti. Non credevano, ed è quello che più ci interessa, nella vita eterna e nella resurrezione dai morti. Gesù, attraverso questa parola, ha voluto mettere in evidenza come su questo punto i sadducei sbagliano e conferma che siamo invece fatti per vivere in eterno. Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Questo blog aiuta a riflettere sulla nostra chiamata all’amore sponsale e questo Vangelo pone una questione importante. Come sarà la nostra vita nell’eterno di Dio? Come sarà la relazione tra gli sposi?

Non lo sappiamo come non sappiamo quasi nulla della vita eterna. E’ qualcosa che non ci appartiene ancora e che non possiamo comprendere. Ci sono però alcune riflessioni che possiamo fare assumendo alcune realtà e verità che conosciamo.

Il matrimonio è una vocazione. Attraverso il matrimonio possiamo rispondere all’amore di Dio. L’altro/a diventa mediatore tra noi e Dio. Amando l’altro/a possiamo amare Dio. Amando il fratello/la sorella che vediamo e che tocchiamo possiamo riamare Dio che non vediamo. Il matrimonio è un sacramento del corpo. Il corpo è parte integrante del matrimonio. Noi possiamo vivere il nostro matrimonio solo attraverso il corpo. Non basta la nostra parte più profonda e spirituale (la volontà, l’anima, il cuore) ma serve che l’amore che nasce nella nostra parte più profonda ed intima possa diventare visibile e concreto attraverso il corpo. Non c’è infatti matrimonio senza il primo rapporto fisico.

Da queste verità della nostra fede è chiaro che il matrimonio cessa con la morte. In paradiso potremo amare Dio direttamente senza più nessuna mediazione. Viene meno quindi lo scopo principale del matrimonio. Anche il nostro corpo sarà diverso, sarà trasfigurato, non sappiamo come ma sappiamo che sarà diverso. E’ quindi poco sensato e plausibile credere che la nostra sessualità possa essere vissuta come la viviamo ora.

Quindi non ci sarà più matrimonio, lo conferma anche Gesù, ma davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

Antonio e Luisa

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Il beato sa riempirsi di Dio.

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

(Matteo 5, 1-12)

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa Parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa? Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi, riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio. Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Un matrimonio riuscito non grazie a noi ma nonostante noi.

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Il vangelo di oggi è uno dei miei preferiti. E’ un vangelo che mi colpisce dritto al cuore. Quante volte mi sono sentito meglio di altri. Quante volte mi è venuta la tentazione di giudicare la vita di altre persone, che magari hanno gettato alle ortiche un matrimonio. Quante volte mi sono considerato bravo. Cosa c’è di male in questo? La mia famiglia è bella, ci vogliamo bene e cerchiamo di crescere nella vita buona i nostri figli. Non c’è nulla di male in queste cose ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò avviene non grazie a noi ma nonostante le nostre miserie. Dimenticare questo significa pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inesorabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Giusto pochi giorni fa ho avuto una giornata difficile. Mi sono speso fino allo stremo per lavoro, famiglia e impegni. Mi sono sentito bravo. Cosa ho fatto? Ho ringraziato Dio per avermi aiutato? No, nulla di tutto questo. Sono tornato a casa e ho mortificato la mia sposa perchè non era ancora pronto in tavola. L’ho detto con la pretesa di chi si meritava di essere servito dopo una giornata così. Come se lei non avesse fatto nulla tutto il giorno. C’è rimasta male e io non ho potuto che abbassare la cresta e chiedere scusa perchè quel gesto ha vanificato tutto il resto. Dobbiamo riconoscerci come il pubblicano che si comporta male, ha miserie e fragilità ma davanti a Dio si batte il petto e ringrazia perchè nonostante le sue miserie è amato come un figlio. Solo così potremo essere mariti e padri non perfetti ma giusti.

Antonio e Luisa

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Siamo deboli ma non siamo soli!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:
«C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno.
In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno,
poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».
E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto.
E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?
Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Il Vangelo di oggi è un po’ più difficile del solito da declinare in chiave sponsale. Diventa più semplice ed intuibile se lo si legge alla luce della prima lettura della liturgia di oggi:

Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek.
Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.
Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo.

Cosa ci possono dire queste due Parole lette una alla luce dell’altra? A me sono arrivate forti e chiare due riflessioni.

  1. Chi si reca dal giudice è una vedova. Questo ha un significato simbolico molto chiaro. La vedova, al tempo di Gesù, era debole. Era tra le più deboli. Senza un marito non aveva riconoscimento sociale. Spesso non aveva diritto neanche ad ereditare i beni del marito defunto. Era destinata ad una vita ai margini. Una vita povera e misera. Ecco, spesso per essere capaci di pregare, di pregare davvero, ci si deve sentire come la vedova. Deboli e consapevoli della nostra inadeguatezza. Solo allora saremo capaci di aprire il cuore a Dio. Solo allora faremo spazio a Dio togliendo almeno un po’ del nostro io.
  2. Non dobbiamo dimenticare che non siamo da soli. Spesso tutto ci sembra così difficile che anche la preghiera diventa un grande peso. Non ci crediamo, siamo sconsolati e afflitti. Non riusciamo più a mantenere le braccia al cielo. Avremmo voglia di lasciarci andare. Non dimentichiamo che siamo parte di una grande famiglia che è la Chiesa dove ci si sostiene gli uni gli altri. Siamo parte anche di una chiesa più piccola, la nostra piccola chiesa domestica: la nostra famiglia. Quando non ce la facciamo possiamo contare non solo sull’aiuto materiale, psicologico ed emotivo dei nostri cari. Possiamo contare sulla loro preghiera di intercessione. Preghiera che diventa ancora più forte quando lo sposo prega per la sposa e viceversa. Gli sposi sono uniti in un cuore solo, la preghiera dell’una/o diventa forza potente per l’altro/a. Quando vediamo il nostro coniuge sofferente per qualche situazione cerchiamo di aiutarlo in tutti i modi possibili. Non dimentichiamo di pregare per lui/lei. Abbiamo questa grande opportunità. Crediamoci e usiamola.

Antonio e Luisa

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Siamo lebbrosi guariti contemplando la bellezza di Cristo nel nostro matrimonio

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Questa Parola è ricca di speranza, tutti possono essere salvati, ma è anche un monito a chi crede di avere una relazione con Dio riempiendola di gesti e di riti senza cercare la Sua presenza. I lebbrosi sono 10. Gli esegeti ci insegnano che 9 erano israeliti e uno solo era samaritano. I samaritani, saprete sicuramente, erano considerati alla stregua dei pagani. L’unico che torna è proprio il samaritano. Non chi è cresciuto nella tradizione del Dio d’Israele, ma quello lontano da Lui. Cosa possiamo intendere da ciò? Che la fede non serve? Che andare a Messa non serve? Certo che serve! Il nostro essere cattolici ci aiuta e ci dà sicuramente un vantaggio su chi non crede o crede in altro, ma non ci rende ancora cristiani. I cristiani sono coloro che riconoscono in Gesù il salvatore della vita, che hanno una relazione con Lui, che sanno contemplare la bellezza di Gesù e della loro umanità vissuta alla luce di Cristo. I cristiani sono coloro che non danno per scontato il dono della Grazia, della fede e della vita. Non tutti i cattolici sono cristiani. La lebbra, secondo la tradizione del tempo, era considerata una malattia impura, che toccava a chi aveva commesso peccati. Gesù guarisce la malattia, cancella quindi i peccati di queste persone. Solo una di queste persone sanate, si meraviglia, contempla il miracolo ricevuto, la grandezza del dono gratuito e immeritato che ha ricevuto, e torna indietro a ringraziare. E’ il samaritano, quello più lontano dal Dio d’Israele, più lontano e proprio per questo, forse, meno abituato alla bellezza della vita alla Sua presenza. Per questo resta senza parole e rapito dalla meraviglia di quello che ha sperimentato. Ecco, noi dobbiamo essere capaci di non perdere questa meraviglia. Di non dare mai per scontato nè Gesù, nè il nostro matrimonio. Quanti invece danno per scontato il matrimonio e la persona che hanno accanto? Quanti non hanno più voglia di prendersi cura della persona che hanno sposato? Quanti vogliono il massimo con il minimo sforzo? Dare per scontato è quanto di più triste ci possa essere in una relazione. Significa non essere più capaci di intravedere qualcosa di prezioso, significa non capirne il valore. Significa non essere più capaci di meravigliarsi. Significa volersi risparmiare per qualcosa di più importante, di più emozionante, di più coinvolgente. Insomma qualcosa che è di più. Cosa ci può essere di più importante, di più bello, di più coinvolgente dell’amore sponsale? Cosa ci può essere di più grande della risposta che possiamo dare alla nostra intima e profonda vocazione a dare e ricevere amore? Cosa ci può essere di più bello di una sposa che mi ha promesso di donarsi completamente a me ogni giorno della nostra vita! Proprio a me! Come posso disprezzare, deprezzare, scontare, dare per scontata questa realtà che è grande? Una meraviglia da riconoscere e di cui essere grati. Tutto il resto può esserci, anzi deve esserci, ma non deve sacrificare la mia relazione matrimoniale. Cercare i prezzi di saldo nell’impegno matrimoniale è ciò che più mi allontana dalla santità e dall’autentico senso della vita. Dare per scontato il mio matrimonio significa non vedere la ricchezza che posseggo. Significa cercare il tesoro altrove e sprecare tutto. Non devo sprecare invece. Non devo sprecare l’amore, ma devo sprecarmi in amore. Devo sprecarmi in tenerezza, devo sprecarmi in ascolto e dialogo, devo sprecarmi in servizio e cura. Non solo perchè devo. Non è una imposizione morale o di coscienza. E’ molto di più. Dando tutto sarò sempre più consapevole che il mio matrimonio è prezioso. Che la mia sposa è incantevole. Che è bello amare così e non è un peso o un dovere, anche se a volte lo sembra, ma la strada per incontrare sempre più l’Amore che è Cristo. Ho capito che la vita acquisterà sempre più senso e verità tanto più io saprò slegarmi da una logica di risparmio in amore.

Antonio e Luisa

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Piccoli come un chicco di senape.

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore:
«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe».
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?
Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Attraverso il Sacramento del Matrimonio, ogni comunità domestica si medesima nell’immagine del chicco di senape. E’ lo Sposo celeste che costantemente se ne prende cura dando la sua acqua di grazia, la sua luce di felicità in tutte le stagioni cristiane. Il chicco altro deve, che diventare un albero dalle forte radici, produrre sempre frutti della santità, mentre i rami che sono figli si estendono e danno cosi vita alla genealogia dell’amore infinito.

Non ricordo dove ho trovato questa riflessione. Certo è che in poche righe è sintetizzato quello che può essere il nostro matrimonio, se fondiamo la nostra unione sulla Grazia di Dio. Anche noi, quando ci siamo sposati, sentivamo di essere piccoli, come un seme di senape. Seme di senape che è molto piccolo. Mi sentivo piccolo, inadeguato, impreparato per promettere davanti al Signore un amore così radicale e grande. Sapevo benissimo però, che non ero solo, che la mia piccolezza, fragilità, limitatezza erano nelle mani di Dio. Sapevo che, affidandomi a Lui e non scoraggiandomi, Lui avrebbe reso capace e adeguato anche me. Ed ecco che ho visto il mio amore, la mia capacità di donarmi alla mia sposa e di accoglierla in me, diventare qualcosa di bello e vivo. Ho visto il mio amore crescere e diventare forte e saldo come l’albero di senape. Ogni tanto mi sorprendo e resto senza parole. Io, così fragile e pieno di difetti e peccati, sono stato capace fino ad ora di formare una famiglia dove ci si vuole bene e i bambini sono sereni? Si, ma devo ricordare ogni giorno, che tutto ciò è stato reso possibile da Gesù che la abita. Se mai dovessi montare in superbia e credere di poter fare a meno di Lui e della sua Grazia, so già che cadrei pesantemente e dolorosamente. Siamo come l’albero di senape, forte e rigoglioso, ma abbiamo bisogno del nutrimento per non seccare. Quel nutrimento è la Grazia di Dio. Non dimentichiamolo mai. Ah non dite di non aver abbastanza fede. Basta davvero un granello. Lo dice Gesù in Matteo 17, 20: In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. La vita in famiglia è difficile. Per alcuni molto difficile, quasi impossibile, per le prove che possono toccarci. Possono sembrare una montagna. Ecco! Gesù ci dice che affidando tutto a Lui, Lui può fare miracoli. Quante coppie possono testimoniare di aver superato prove difficilissime proprio grazie a quel chicco di fede che hanno saputo mettere nella loro vita e nel loro matrimonio. Coraggio la vita non sempre è facile, ma il matrimonio può essere sempre una meraviglia se lo leggiamo alla luce di Dio e della vita eterna.

Antonio e Luisa

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Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Matteo 9,9-13)

Un Vangelo che non può lasciare indifferenti. Tocca il messaggio più profondo della nostra fede. Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Matteo. Gesù vede oltre. Matteo era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo. Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo guarda dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama. Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

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L’amore di Gesù è radicale. Così il nostro matrimonio.

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?
Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:
Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Il Vangelo di questa domenica ha un filo conduttore unico: la radicalità. Gesù ci ricorda come essere suo discepolo, cioè suo amico, cioè cristiano, significa mettere tutto di noi e Lui sopra ogni altra cosa. Non perchè sia un Dio geloso che non sopporta di stare dietro, ma perchè altrimenti non saremo capaci di vivere il Vangelo e quindi la nostra umanità e il nostro matrimonio in pienezza.

Gesù sta salendo a Gerusalemme. Sa che dovrà affrontare la sua passione e morte. Chi lo segue ha capito cosa significa essere cristiano? O lo segue solo perchè ha fatto miracoli e parlato bene? Gesù mette in chiaro le cose. Prendiamo una per una le affermazioni di Gesù. Ognuna di esse mette in evidenza un aspetto importante della nostra vita su cui dobbiamo riflettere per comprendere dove siamo deboli e perché non riusciamo a progredire nella nostra fede e nella nostra capacità di amare.

  1. Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Questa affermazione va spiegata. La traduzione esatta non è odiare, ma amare di meno. Gesù ci chiede di essere al primo posto. Perché? Cosa vuole dirmi? Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.
  2. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. La croce è la sofferenza. La sofferenza è sempre un argomento difficile. Dirò solo una cosa. Chi è Gesù per noi? E’ il talismano che ci deve proteggere da ogni male? Se è così non funziona. Questo non è Cristo. Il nostro Dio non cancella la sofferenza ma gli dà un senso. Spesso la sofferenza non possiamo evitarla. Gesù ci insegna a renderla feconda per noi e per tutti. La croce ci ricorda che amare significa anche, a volte, abbracciarla. La croce appesa al muro ci mette con le spalle a quel muro. Ci ricorda un Dio che ne ha fatto il suo trono d’amore. Ci ricorda che l’amore è fatica, che l’amore è una scelta, che l’amore ci chiede tutto. Ci chiede di morire a noi stessi. Ci chiede di perdonare tutto. La croce è segno dell’amore di Gesù.
  3. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Cosa significa? Tutti dobbiamo fare come san Francesco? Gettare i nostri beni dalla finestra ai poveri? No. Non tutti siamo chiamati a questo tipo di povertà. Gesù ci dice altro. Ci chiede di abbandonare le nostre certezze e le nostre sicurezze. In un altro passo del Vangelo sono rappresentate dal mantello. Ecco dobbiamo essere capaci di gettare il mantello per rivestirci di Cristo. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Questo Vangelo è davvero ricco di spunti. Lo dico prima di tutto a me stesso. Anch’io leggendo quanto ho scritto mi sono accorto quanta strada devo ancora percorrere per essere davvero cristiano. Per essere tutto di Gesù. Buon cammino.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è vero solo quando accoglie anche le povertà dell’altro/a

Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.
Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola:
«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te
e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto.
Invece quando sei invitato, va a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.
Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Dal Vangelo di questa domenica possiamo trarre alcune riflessioni importanti per la nostra vita di coppia. Possiamo leggerlo in chiave sponsale. Chi invito al banchetto del mio matrimonio e della mia relazione con il mio sposo o con la mia sposa? Invito soltanto ciò che è bello, ciò che mi piace, ciò da cui posso trarre profitto oppure accolgo tutto dell’altro/a? Sono disposto ad accogliere il mio sposo o la mia sposa solo nei suoi lati che più mi gratificano, che più mi donano piacere, che più mi fanno stare bene? Sono capace di accogliere l’altro/a quando è povero, quando non riesce a darmi nulla, quando non c’è contraccambio al mio donarmi? Sono capace di accoglierlo/la anche quando lei/lui è storpia/o? Cioè quando è deforme nella sua capacità di amare, quando non mi accoglie, quando è scostante, quando è lontana/o? Sono capace di accogliere l’amato/a quando è zoppo/a, quando non si regge in piedi? Quando non è sostegno per me, ma io devo essere sostegno per lui/lei? Sono capace di accogliere il mio coniuge quando è cieco, quando non vede ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quando si comporta male nei miei confronti, quando mi provoca sofferenza?

Accogliere al proprio banchetto solo la parte migliore dell’altro/a non è difficile e non serve neanche l’amore, basta l’egoismo. E’ accogliere tutto dell’altro/a che diventa complicato e per questo non basta la nostra umanità ferita, ma serve un sacramento, serve la Grazia di Dio che ci fa forti, pazienti e perseveranti. Questa è la differenza tra chi sarà primo e chi sarà ultimo nel Regno dei Cieli. Solo chi avrà imparato a farsi ultimo, a mettere il bene dell’altro prima del suo, sarà pronto ad incontrare e abbracciare Cristo nell’eternità. Il matrimonio è una via privilegiata per imparare come superare l’egoismo e diventare dono per l’altro/a.

Antonio e Luisa

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Maria ci insegna che amare è più importante di fare.

In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola;
Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose,
ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Il commento di seguito non è mio, ma del buon Marco Chiavini che ringrazio.

Questa pagina del Vangelo mi ha sempre colpito, soprattutto immaginandomi Maria seduta ai piedi di Gesù, completamente assorbita dall’ascoltare Nostro Signore.

In questi giorni ho riflettuto calando le due figure delle sorelle nella coppia, mi spiego meglio: molto spesso i coniugi sono molto indaffarati a gestire i figli, la casa, tutte occupazioni legittime, ma il problema nasce quando tutto ciò prende il sopravvento, quando diventa pre-occupazione. Ci viene molto facile essere la Marta della situazione. Purtroppo ci sono situazioni in cui si fa fatica a lasciare il comando della barca a Gesù, penso ad esempio alle famiglie in cui si vive una situazione di disabilità, ma tante altre piccolezze meno degne della nostra attenzione ci assorbono e perdiamo di vista “la parte migliore”, trascuriamo quello che Cristina Epicoco chiama il primo figlio della coppia, cioè il “noi”. Anche i discorsi tra coniugi diventano un elenco o un riepilogo delle cose da sbrigare, non lasciando spazio ad un dialogo vero e costruttivo.

Mi piacerebbe chiedere a Gesù di bussarmi sulla spalla ogni tanto e dirmi: “Marco Marco tu ti preoccupi e agiti per molte cose…”, così mi distoglierei dalle occupazioni quotidiane, non mi porterei il lavoro a casa, che a volte occupa la mia mente, distoglierei la mia attenzione dallo smartphone che sembra diventato indispensabile anche quando sono in casa e sarei più attento, disponibile e amabile per mia moglie e i miei figli.

Marco

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Il nostro matrimonio va in otri nuovi

Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano

Il Vangelo di oggi mi riporta ad un’omelia di Papa Francesco. L‘omelia del 21 gennaio 2019 a Santa Marta. Papa Francesco ha focalizzato la sua meditazione su tre diversi aspetti di una stessa realtà: qual’è lo stile cristiano di vivere la nostra fede? O meglio: qual’è lo stile stile sbagliato di tanti cattolici?

Il Papa ha individuato tre atteggiamenti sbagliati più comuni tra i cattolici. Atteggiamenti che allontanano da un autentico stile cristiano. Proverò a riprendere ognuno di questi tre atteggiamenti e a declinarli nella vita degli sposi.

Stile accusatorio.

Stile di coloro che disprezzano le altre persone alla luce della Legge ergendosi a giudici. Il Papa non ci vuole dire che qualsiasi scelta è buona. Che non esiste il male. Che non esiste una verità. Ci sta dicendo altro. Ci chiede di guardare le altre persone alla luce della nostra umanità, alla luce della nostra imperfezione ed inadeguatezza. Se partiamo dalla legge certo che tutti ci sembreranno inadeguati. Nessuno è perfetto. Partiamo invece dalle nostre miserie. Dalle nostre mancanze. Dalle nostre incapacità di amare. Dai nostri peccati e allora potremo guardare anche l’altro con occhi diversi. Con gli occhi di chi non giudica, ma condivide la sofferenza per il peccato. Capite che rivoluzione anche nella coppia. Come questa nuova modalità di guardare l’altro/a possa aiutarci ad avvicinarci alle sue difficoltà e alle sue mancanze d’amore, anche nei nostri confronti, con atteggiamento di sostegno e non di condanna. Il Papa è straordinario. Condensa questo pericolo con una frase bellissima e molto esplicativa: tanti sono buoni cattolici ma non sono cristiani. Gente che non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Otri vecchi dove manca la prossimità di Gesù e la sua misericordia.

Stile mondano.

Il Papa ci dice che questo è lo stile di chi recita il Credo ma poi vive come se Dio non ci fosse. Questa affermazione di Papa Francesco mi permette una riflessione. Ricordate l’episodio evangelico sulla liceità del tributo a Cesare? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così. Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi conviene. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Gente che non ha cambiato l’uomo vecchio ed è rimasta incapace di accogliere il Vangelo di Gesù.

Stile egoistico.

Lo stile egoistico, ci ricorda il Papa, è quello di chi non guarda oltre se stesso Non si interessa di nulla di ciò che accade al di fuori dei suoi interessi. E’ lo stile di chi non riesce a decentrare lo sguardo. Di chi si sente il centro del mondo e che fa di se stesso il proprio Dio. Anche Dio spesso non è che uno strumento piegato alla nostra volontà e alla nostra personale idea di giusto e di bene. Giusto e bene che, naturalmente, coincidono sempre con ciò che desideriamo e che ci conviene. Anche la nostra sposa o il nostro sposo non sono che strumenti da usare. Chi ha questo stile non ama ma usa. Non si dona ma prende. Anche chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. E’ persona incapace di amare perchè non sa donarsi.

E noi? Abbiamo cambiato gli otri. Abbiamo cambiato il nostro cuore per poter accogliere il vino nuovo. Per poter accogliere Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio?

Antonio e Luisa

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Lascia che i morti seppelliscano i loro morti!

A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre».
Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va e annunzia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa».
Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Oggi ho deciso di soffermarmi sull’ultima parte del Vangelo che la liturgia ci propone questa domenica. Siamo tornati nel tempo ordinario. Nella vita di tutti i giorni. Il tempo ordinario è il tempo del matrimonio dove lo straordinario è nelle piccole cose. Gesù dice qualcosa di stonato. Almeno all’apparenza. Perché non permette al primo discepolo di tornare a seppellire suo padre e all’altro di congedarsi dai familiari. Qui ci sono diverse possibili interpretazioni. Io ne ho sentita forte una. Mi richiama alla mia vita e alla mia relazione con Luisa. C’è un forte simbolismo. Il padre indica la famiglia d’origine. Ci ricorda che noi abbiamo una storia che ci precede e che ci ha forgiato il carattere nel bene e nel male. Abbiamo ferite, traumi, fragilità che nascono dalla nostra storia. Gesù ci sta dicendo qualcosa di profondamente vero. Se lo abbiamo davvero incontrato non avremo più bisogno di guardarci indietro. Gesù fa nuove tutte le cose! Ciò non significa che le nostre ferite spariranno d’improvviso. Significa però che riusciremo a guardarle e ad affrontarle in un altro modo. Non saranno più qualcosa che può bloccare il nostro cammino. Potranno essere comunque causa di difficoltà e sofferenza, ma noi saremo più forti perchè avremo l’amore di Gesù che ci sostiene e ci dà forza e convinzione di potercela fare. Cosa intendo? Ognuno ha la sua storia e le sue ferite. Io ne avevo una in particolare. Ho avuto un padre bravissimo per tante cose, ma con un grande difetto: soffriva di attacchi d’ira e io avevo paura di lui e delle botte e delle urla che a volte prendevo. Gli ho voluto un mondo di bene, e sono felice di averglielo detto prima della sua morte. Però il danno c’è stato. Questo suo comportamento mi ha causato diversi problemi di autostima. Problemi che con il tempo e con la maturità ho per lo più risolto. C’è un però. Quando ho avuto il mio primo figlio mi sono reso conto di comportarmi allo stesso modo di mio padre. Avevo impresso dentro di me che quel modo di educare, quello che avevo subito, quello che un genitore per farsi rispettare doveva fare paura. Il mio primo figlio ha pagato questa mia incapacità ad essere un genitore autorevole e non autoritario. Ciò che mio ha salvato è stata Luisa, la mia sposa, che, con tanta pazienza e senza giudicarmi mai, ha cercato di farmi capire che stavo sbagliando. E poi la fede. La fede in un Dio che è Padre, ma non come lo ero io, in un altro modo, molto più tenero e vero. Lì è cambiato tutto, non ho lasciato che la mia storia mi segnasse la vita e quella dei miei figli, ma grazie a Gesù e alla mia sposa, ho cambiato direzione. Ho rotto la catena. Non ho lasciato che le mie ferite avessero l’ultima parola, ma ho voluto prendere in mano la mia vita ed aggrapparmi alla grazia del mio sacramento, del mio matrimonio. Ha funzionato. Sono un padre che commette ancora tantissimi errori, ma questo no, grazie a Dio i miei figli non mi vedono come qualcuno di cui avere paura, ma con serenità e fiducia. Credo che il Vangelo di oggi ci dica proprio questo, ci dice che Gesù è venuto a salvarci partendo dalla nostra storia, è venuto a sanare quelle ferite che ci portiamo dentro e non ci permettono di vivere appieno, ma ci lasciano ancora bloccati, morti, incapaci di camminare verso di Lui.

Antonio e Luisa

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Nel deserto per scoprire l’abbondanza

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevan bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».
C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta».
Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti.
Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

ll Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e sull’importanza di mettersi alla sequela di Gesù.

Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Da un altro evangelista sappiamo che sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

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Quid est veritas?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

La Verità! Quid est veritas? – domanda Pilato a Gesù. Mi immagino Pilato alzare l’occhio incuriosito, ma per riabbassarlo subito pensando che quel galileo che ha innanzi è un sognatore, un illuso, un idealista. Lui non può credere a quell’uomo. Lui che ne ha passate tante. Lui che ha visto l’ingiustizia e la violenza trionfare più volte. Lui che ha il cuore indurito dalla vita. La verità non esiste e se esiste non viene ascoltata e ricercata. Non siamo un po’ come Pilato anche noi? Il mondo, la violenza, le guerre, le malattie, l’egoismo, i muri, le divisioni non rischiano di renderci cinici? Non rischiano di farci perdere la speranza? Noi abbiamo il nostro matrimonio che ci può salvare da tutto questo. Il matrimonio è un luogo privilegiato dove lasciare libertà di azione allo Spirito Santo, dove imparare ad amare e a lasciarsi amare, dove ammettere che da soli non ce la si fa e dove sperimentare il bene che vince sul male. Dove sperimentare il perdono che vince sul peccato. Dove sperimentare la comunione che vince sul personalismo. Dove sperimentare che dare è altrettanto bello (se non di più) del ricevere. Così giorno dopo giorno lo Spirito ci parla attraverso l’altro/a, ci plasma, ci cambia, ci perfeziona, ci insegna e ci rende sempre più partecipi dell’Amore. Io non sono lo stesso. Il tempo e il matrimonio mi hanno cambiato profondamente ed è cambiata la mia percezione del matrimonio. Mi sono sposato perché Luisa mi piaceva (e mi piace tuttora) e perchè mi faceva stare bene. Con lei stavo bene. Con il tempo questa ha smesso di essere la motivazione principale. Ora l’importante è che lei sia felice. Il suo amore mi ha condotto a desiderare il suo bene prima del mio. Credo che il Vangelo ci voglia insegnare proprio questo: non siete capaci di comprendere tutto e solo facendo esperienza dell’amore potrete aprirvi sempre più perfettamente all’Amore. All’Amore che è Gesù, all’Amore che è via, vita e VERITA’.

Antonio e Luisa

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La Pentecoste degli sposi

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro;
ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apostoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti, come a ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità. Lo Spirito Santo scende e ci trova rinchiusi, impauriti, pieni di domande, nella tenebra. Abbiamo paura, aprire le finestre significa mostrarci e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio? A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare. Anche quest’anno la Pentecoste arriva  al momento giusto. Sono in un periodo di grande stress e fatica. Troppe cose. Ogni imprevisto rischia di scompaginare tutto. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente. La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono, e come fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai. Con Lui, con il suo sostegno potremo arrivare alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a. Termino con una strofa di un canto del rinnovamento che secondo me esprime benissimo la Pentecoste:

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

Antonio e Luisa

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Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia.

Alcuni giorni fa il Vangelo del giorno riproponeva l’episodio dell’adultera. Un episodio molto conosciuto e che si presta alle più svariate interpretazioni. Bellissima la riflessione di Sant’Agostino. Sant’Agostino probabilmente si sentiva particolarmente toccato da questo episodio, considerato che lui è stato particolarmente adultero con il suo corpo. Anche io mi sento particolarmente toccato da questo episodio. Credo anche molti di voi che leggete. Quante volte siamo stati adulteri con il nostro corpo. Quante volte non ce ne siamo serviti per amare, ma per ricercare un piacere fine a se stesso o solo mascherato d’amore. Sant’Agostino ci dona una riflessione meravigliosa. Una volta che Gesù ha zittito e disperso gli accusatori della donna con la semplice frase Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei, resta solo con la peccatrice. In quel momento di eternità Sant’Agostino riconosce l’incontro decisivo che può cambiare la vita ad ognuno di noi. Sant’Agostino dice: Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia.  In una frase ha sintetizzato il senso della vita umana. La peccatrice ha incrociato lo sguardo di Cristo. Non l’ha incrociato in un momento qualsiasi. Ha incontrato Cristo quando era a terra, nella polvere, condannata dagli uomini, forse lei stessa si condannava e non si perdonava quella vita lontana dalla verità dell’amore. Lì avviene il miracolo. Lì l’adultera non evita solo la morte per lapidazione. Lì l’adultera nasce a vita nuova. Era spiritualmente morta e Gesù le ridona vita. Le ridona la verità di se stessa. Le ridona dignità e regalità. Lo fa solo con uno sguardo. E’ bastato lo sguardo di un innamorato. Lo sguardo di Dio che va oltre la miseria e la fragilità dell’uomo e riesce a vederne la bellezza costitutiva, che è fatta da Dio, fatta ad immagine di Dio. Mi piace immaginare l’adultera che sentendosi guardata così in un istante riacquista la vista. Lo sguardo di Cristo le rende d’improvviso evidente la falsità dello sguardo dell’altro. Lo sguardo della persona che fino a poco tempo prima condivideva il letto con lei. D’improvviso si è resa conto che ciò che stava vivendo non era amore. Si è sentita, probabilmente per la prima volta, profondamente amata e desiderata. Non per il suo corpo o per quello che poteva fare e dare, ma perchè era lei. Gesù amava lei senza chiederle nulla in cambio. Questo è lo sguardo che io e Luisa abbiamo imparato a scambiarci. Anche quando non sono l’uomo perfetto e mostro le mie fragilità e le mie durezze, lei non smette mai di guardarmi con lo sguardo di Cristo. Uno sguardo che va oltre la miseria e diventa misericordia. Uno sguardo che tocca profondamente il mio cuore. Uno sguardo che mi permette di innamorarmi di lei sempre di più e di ringraziare Dio per avermela donata. 

Antonio e Luisa.

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Il matrimonio si costruisce sulla relazione, non sul legame.

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola.

Siamo alla quarta domenica di Pasqua, quella tradizionalmente dedicata al buon pastore. Gesù buon pastore. Questo brano del Vangelo è sintetizzato dalla prima frase: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Frase sulla quale è bene soffermarsi per capirla bene. Don Fabio Rosini la spiega benissimo. Le pecore seguono il pastore perchè lo conoscono. Perchè ascoltano la sua voce. Noi siamo le pecore. Perchè vi siete sposati? Solo per rispettare una regola, una morale, una legge? Se è così preparatevi a fallire. Presto o tardi vi sentirete soffocare da una relazione scelta per questo motivo. Oppure perchè vi siete sentiti conosciuti e avete accolto e ascoltato Gesù in una relazione personale con Lui? Se è questo il caso anche il matrimonio diventa luogo per incontrare Gesù. Anche le ferite diventano occasione di sperimentare l’amore di Dio. Anche le fragilità e le asprezze del coniuge diventano motivo per alzare lo sguardo a Gesù. Il matrimonio può resistere a qualsiasi tempesta, ma solo se noi, povere pecore, restiamo dietro il nostro buon pastore. Gesù non è pastore che vuole tenerci legati a Lui, non usa cani o catene per non farci scappare. Non funziona. L’amore deve essere lasciato libero per essere amore. Allora Lui ci sta dicendo di ascoltarlo. E ascoltandolo ci chiede di innamorarci di Lui. Solo così non ci perderemo. Il nostro matrimonio è vincente (anche nella sofferenza e nell’abbandono) quando lo costruiamo come relazione e non come legame. Come risposta d’amore a un Dio che ci ama sempre e comunque e non come sottomissione ad una legge di un dio padrone e ingiusto. La differenza è tutta qui. Nel matrimonio i nostri cuori sono diventati uno solo pur restando due. Senza essere fusi e legati. Questo è il miracolo del matrimonio. Il legame c’è ma non si vede. Il legame è la relazione. Il legame è la vita dell’uno che diventa parte del cuore dell’altro. Così si è uno pur restando due. Così è anche il legame delle tre persone di Dio Trinità. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Portare lo stesso giogo. Mi piace questa immagine. Perchè il giogo, alla luce, di quanto scritto fino ad ora, non è qualcosa che limita, ma qualcosa che sostiene e dà forza. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona, ma al contrario dà forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Lo sposo e la sposa uniti dal giogo non si guardano negli occhi. Non si chiudono in una relazione esclusiva. Per procedere devono guardare avanti, guardale l’obiettivo, la meta. Guardare lo Sposo di entrambi. Guardare Cristo. Il buon pastore.

Antonio e Luisa

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Noi siamo Tommaso

Tommaso era detto Didimo, gemello nella nostra lingua. Gemello di chi? Tutti noi siamo gemelli di Tommaso perchè ci comportiamo esattamente come lui. Tommaso non credeva quindi nella resurrezione? No, non è così. Tommaso credeva nella resurrezione, c’erano passi della scrittura che la preannunciavano, c’era una parte del popolo ebraico che la aspettava, aveva visto con i suoi occhi la resurrezione di Lazzaro. Cosa allora gli impedisce di credere? Ha visto il crocifisso. Sa che Gesù è stato picchiato, deriso, offeso, vilipeso, coronato di spine. Sa che è dovuto salire verso il Calvario, che è stato inchiodato ad una croce e che è morto. Non riesce a credere che da un male così grande si possa risorgere. Tommaso è esattamente come noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perchè nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo, perchè non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Spesso anche nel nostro matrimonio non riusciamo a vedere la presenza di Cristo. Eppure lui c’è. C’è da quel momento che abbiamo pronunciato il nostro sì con la bocca e lo abbiamo confermato con il corpo nel primo rapporto fisico. Poi il tempo passa, iniziano i problemi, i litigi, le incomprensioni. La relazione sembra tutto fuorché santa. Eppure Gesù è sempre lì, fedele. La nostra infedeltà non corrompe la sua. Il suo amore e la sua grazia sono sempre a nostra disposizione. Tanti non ci credono più e mollano. Cercano nuove strade. Invece, senza giudicare chi non riesce, beate quelle donne e beati quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perchè sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perchè non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custodiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù che salva e da senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

Ho una seconda riflessione. Dopo l’arresto e la morte di Gesù gli uomini sono impauriti. Pietro rinnega, gli altri si nascondono. Si chiudono nel cenacolo pieni di paura. Troviamo solo Giovanni che resta sotto la croce. A restare sotto la croce, senza esitazione, sono invece le donne. Chi si reca al sepolcro mentre gli apostoli sono nascosti sono sempre le donne. Solo dopo, alla notizia della tomba vuota, Giovanni e Pietro corrono a vedere. La donna ha una forza e una fede che l’uomo spesso fatica a raggiungere. Quando la vita diventa difficile dietro un uomo che non molla c’è spesso una donna che lo sostiene. Non c’è nulla che mi dà più forza della consapevolezza di avere al mio fianco la mia sposa. La fede di mia moglie è per me forza, la fiducia della mia sposa è per me sostegno. L’abbandono a Cristo in ogni situazione è per me esempio e fonte di meraviglia e stupore. Sono grato a Dio per la mia sposa. Mi lascia senza parole pensare che una creatura come lei, più forte di me, perchè chi ha più fede ha anche più forza, si consegni e si affidi alla mia cura. Questo suo dono fiducioso mi dà una carica grandissima per tirare fuori il massimo e per cercare di essere degno del suo dono.

Antonio e Luisa

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Se non ti laverò, non avrai parte con me.

Vorrei completare il discorso iniziato ieri. Durante l’omelia della Messa in Coena Domini il mio parroco ci ha aiutato a riflettere su un altro aspetto che non ho toccato con il mio precedente articolo, ma che integra e rende più comprensibile il tutto. Ieri ho scritto che la lavanda dei piedi è il sacramento degli sposi. Il sacerdote ci dona Cristo nell’Eucarestia mentre noi sposi mostriamo al mondo come Cristo ama. Quindi dovremmo mostrare un amore tenero che si china e serve. Uno/a sposo/a potrebbe obiettare che tutto questo non è giusto. Perché dovrebbe chinarsi sulle miserie dell’altro/a? Perché dovrebbe perdonare le ferite subite? Perché dovrebbe farsi carico delle incapacità dell’altro/a? Perché dovrebbe farsi piccolo/a? E’ solo un dovere? E’ solo un obbligo che gli/le impone la promessa che ha fatto davanti a Dio? Se fosse solo questo mi rendo conto che il peso non sarebbe sostenibile e facilmente il matrimonio scivolerebbe verso il fallimento. Allora cosa c’è di più? C’è la reazione di Pietro alla richiesta di Gesù. Pietro non vuole farsi lavare i piedi. Piedi sporchi dal cammino su strade non certo asfaltate, ma polverose e fangose. Pietro crede di essere bravo. Come tanti di noi credono. Pietro non crede di aver bisogno che Gesù lavi i suoi piedi, che Gesù lavi i suoi peccati. Pietro non capisce che solo riconoscendosi misero e bisognoso di Cristo può essere davvero suo discepolo. Tanto che Gesù gli dice: Se non ti laverò, non avrai parte con me. Se non ci riconosciamo peccatori e poveri non possiamo avere parte con Lui, non possiamo essere cristiani. Non possiamo portare nel nostro matrimonio lo stile di Gesù. Se ci sentiamo bravi non saremo capaci di accogliere le fragilità del nostro coniuge, ancor meno a chinarci su di esse. Solo se avremo fatto esperienza dell’amore misericordioso e incondizionato di Cristo che si è preso cura di noi, che ci ha amato quando non ci sentivamo amabili, che ci ha desiderato quando non c’era nulla di desiderabile in noi, solo se avremo fatto esperienza di tutto questo, saremo capaci di replicare questo stile nel nostro matrimonio. Non per dovere, ma per restituire quell’amore che ci ha scaldato il cuore e che ci ha fatto sentire belli come mai ci eravamo sentiti. Accogliere le fragilità del nostro sposo o della nostra sposa diventa più semplice, diventa possibile. Perchè Gesù ci ha messo accanto quella persona non per farci felici (anche, ma non è il fine del matrimonio) ma perchè potessimo rispondere al Suo amore. Amando lei/lui stiamo amando Lui. Capite bene che cambia tutta la prospettiva. Capite bene che ora ho risposto anche a tutte le obiezioni che ho elencato all’inizio. Buona continuazione e buona preparazione alla Pasqua.

Antonio e Luisa

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Accogliere non basta. La misericordia è uno sguardo che cambia la vita.

Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».
Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più».

La parola misericordia credo sia la più abusata dopo la parola amore. Papa Francesco, secondo il mio avviso, sta portando avanti una rivoluzione nella Chiesa. Ha compreso che non si può più proporre dogmi, leggi e magistero così, calandoli dall’alto o come dice lui mettendo pesi insostenibili sulle spalle dei fedeli che non riescono a portare, perchè non ne capiscono il senso. Papa Francesco, nel suo ospedale da campo, nella sua Chiesa della misericordia, vuole partire da ogni persona, dalla sua storia, dai suoi problemi, dalle sue ferite e DAI i suoi errori, per accompagnarla e portarla alla pienezza. Fare in modo che l’accoglienza sia solo l’inizio di un cammino che conduce alla pienezza della vita. Un cammino difficile e di discernimento dove la Chiesa non impone nulla, ma aiuta ogni persona a scegliere la cosa giusta, la via stretta. Purtroppo accanto al Papa non vedo sempre un clero e una pastorale preparati alla sfida che il Pontefice ha lanciato ai suoi preti. Vedo la misericordia che si ferma alla semplice accoglienza. Spesso perchè non c’è più la capacità di accompagnare. Soprattutto per quanto riguarda il sesto comandamento. Si parla di amore in modo spirituale come se il corpo non c’entrasse. Come se atti, atteggiamenti e comportamenti non fossero decisivi nel vivere in modo autentico o falso l’amore.  Il sesto comandamento, quello più dimenticato e quasi irriso è stato nella pratica abolito. Ed ecco che rapporti prematrimoniali, uso di anticoncezionali, adulterio, seconde nozze, rapporti omosessuali vengono sempre più accolti nella Chiesa come se fossero espressioni d’amore e non di fragilità e peccato, come se nella Chiesa dovesse essere accolto il peccato oltre che il peccatore. E’ come se la Chiesa dicesse a quelle persone, ad ognuno di noi, tu sei il tuo peccato, per accogliere te devo accettare anche ciò che di sbagliato stai commettendo. Un po’ di tempo fa in un’omelia, un sacerdote, persona di fede e a cui voglio bene, ha affermato che la Chiesa non può lasciare indietro nessuno. E’ come se lui, durante una gita in montagna, non si fermasse con quelli che non riescono ad arrivare alla vetta. Avrei voluto dirgli che non basta fermarsi con quelle persone, accoglierle nel loro limite, nel loro peccato, nella loro fragilità e con tutte le loro ferite. Questo va bene, ma non basta. La misericordia è altro, la misericordia è dire a quella persona che Dio gli ha dato tutto per arrivare alla pienezza, ai duemila metri, alla vetta, e che non è meno degli altri. Significa mettersi accanto a quella persona con pazienza ed allenarle giorno per giorno fino a farla arrivare in vetta. Misericordia vuol dire iniziare un cammino insieme a quella persona perchè possa ritrovare la forza e vivere nella realizzazione la propria vita. Ecco perchè si deve dire alla persona omosessuale che Dio la ama sempre e comunque, ma solo nella castità sarà felice e potrà vivere relazioni pienamente umane. Così ai fidanzati si deve avere il coraggio di dire che il rapporto sessuale è un gesto falso se vissuto fuori dal matrimonio dove non c’è un’unione indissolubile. Avere il coraggio di accogliere i divorziati risposati, ma senza ipocrisia, senza cancellare la verità del male e il dolore che è stato seminato negli anni. Una misericordia che accoglie senza chiedere nulla trasmette due messaggi.

  1. Tu sei il tuo peccato e non puoi essere meglio di così. Sinceramente io di un’accoglienza così, che sa di elemosina, non saprei cosa farne. Fortunatamente nella mia vita ho incontrato pastori che mi hanno accompagnato e mi hanno aiutato a capire che non ero stato creato per vivere in quella miseria in cui mi trovavo, ma Dio mi voleva figlio di Re.
  2. Non esiste una legge naturale. Il caos. Ognuno trova la sua verità. L’amore è tutto e niente. E’ inutile tutto il magistero e l’insegnamento della Chiesa. Legge da intendere come libretto delle istruzioni per diventare pienamente uomo e pienamente donna e non come dogma oppressivo

Vi piace una Chiesa così? E’ attraente? Certamente no. Non ti rende migliore. La Chiesa deve invece avere lo sguardo di Gesù, uno sguardo che ha colpito profondamente l’adultera, Uno sguardo che parlava e trasmetteva tutto il suo amore a quella donna. Uno sguardo che diceva: Non vedi come sei bella, come ti desidero. Tu sei molto di più di quello che stai facendo, tu sei una meraviglia. Sono pronto a dare la mia vita per te perchè tu possa ritrovare la tua umanità e vivere nella pienezza per cui sei stata creata. Io lo so che è così. Io conosco quello sguardo. Uno sguardo che ho trovato in padre Raimondo Bardelli e che mi ha dato la forza di cambiare la mia vita. Uno sguardo che trovo ogni giorno nella mia sposa che mi da la forza perseverare e di non tornare indietro.

Antonio e Luisa

Il nostro matrimonio è terra santa

Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”.
Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”.
Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”.

Questo brano è tratto dalla liturgia di oggi. Si tratta dell’Esodo. C’è un concetto molto importante. Il concetto di terra santa, di luogo sacro, di luogo dove è presente Dio stesso.

Il nostro matrimonio è tutto questo. E’ terra santa e luogo sacro. L’ho capito quando mi sono sposato. Nella relazione con la mia sposa mi devo togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me. In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo. Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre le mie idee, il mio modo di pensare, la mia volontà. Quante volte ho pensato che lei dovesse essere come io volevo, o che dovesse comportarsi come io credevo. Questa è una delle tentazioni più pericolose, soprattutto all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva, non per farne ciò che volevo, ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

C’è un momento che ho avvertito forte questa verità. Anzi quattro momenti: il parto dei miei figli. Quando sono entrato in sala parto mi hanno fatto indossare i copriscarpe. Si tratta di quei sacchettini azzurri da mettere sopra le scarpe per non introdurre sporco. Ecco indossandoli mi sono sentito come Mosè quando si è tolto i calzari. Stavo calpestando un terreno sacro. Stavo calpestando il terreno dove la mia sposa stava dando alla luce il frutto del nostro amore. Un amore sacro e benedetto nel sacramento del matrimonio. Un amore diventato capace di renderci partecipi della creazione. Un amore davanti al quale non posso che inchinarmi e nel quale riconoscere qualcosa di grande che va oltre le mie capacità e la mia comprensione.

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Antonio e Luisa

Sposarsi per servire, non per essere serviti.

Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».

Vi ho riportato l’ultima parte del Vangelo che ci offre la liturgia di oggi. Lo stavo leggendo, come spesso mi capita di fare, nel silenzio della chiesa vuota, davanti al tabernacolo. Ho subito trovato un forte richiamo al matrimonio. In particolare alla promessa matrimoniale. Io non mi sono sposato per essere onorato ed amato. Certo lo desidero, ma non dipende da me. Io mi sono sposato per amare ed onorare la mia sposa.  Ho promesso questo, null’altro. Questo si che dipende da me. Certo anche la mia sposa ha promesso di onorarmi ed amarmi. Questo è però il suo impegno, non il mio. Non è la stessa cosa. Cambia prospettiva. Non mi concentro su ciò che fa o non fa lei, ma su quello che faccio o non faccio io. Io ho promesso di servire. Non mi sono sposato per essere servito, ma per servire. Non ci si sposa per essere amati, ma per amare. Capite bene che se non ci si sposa con questa convinzione il matrimonio sarà un sicuro fallimento. La mia sposa non sarà mai all’altezza di riempire in pienezza quel desiderio di amore infinito che ho dentro. Non può farlo. Non posso metterle sulle spalle questo peso che non può portare. Non può una creatura finita, imperfetta e mortale riempire un desiderio di infinito. Anche solo per il fatto che muore. Invece dove posso trovare l’infinito? Lo posso trovare nel farmi servo per amore della mia sposa. Lo posso trovare nel dono. Solo dando tutto posso trovare l’infinito che è Dio. Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Solo morendo a me stesso posso risorgere come nuova creatura capace di amare davvero. Solo così potrò vedere Dio nella mia vita.  Sentire il suo amore e la sua presenza nella mia vita. Accrescere la fede e la speranza che la vita non avrà fine. Siamo nati e non moriremo mai più (ci insegna la storia di Chiara Corbella). Ecco che il senso di tutto non può essere Luisa, la mia sposa. Lei è troppo fragile ed imperfetta. La distruggerei se pretendessi che lei fosse la risposta a tutto. Lei è però colei che mi conduce al tutto, alla pienezza. Facendone il centro delle mie attenzioni e del mio amore. Per questo lo sposo e la sposa che vivono il dramma dell’abbandono e restano fedeli non sono sposi falliti. Al contrario possono continuare ad amare ed onorare il loro coniuge come hanno promesso. Nella sofferenza della croce e nella lontananza, certo, ma il loro matrimonio non è fallito. Perchè nel farsi servi dell’amore si stanno avvicinando sempre più alla pienezza e all’infinito amore di Gesù. Per questo possono avere più pace nel cuore di chi ha una relazione “felice”, che però conta solo sulle sue forze e sulla forza di quella relazione che non può profumare di eterno, ma solo di umano;  quindi destinata a finire.

Antonio e Luisa 

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Trasfigurate il vostro matrimonio

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo». Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Oggi il Vangelo ci propone la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di quaresima. La quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto. Non vale solo per la persona, vale anche per la coppia. Noi abbiamo bisogno di fare spazio nel nostro cuore per aprirci di nuovo alla meraviglia che siamo. Si perchè la coppia di sposi è una meraviglia. Se non siamo più capaci di scorgere questa meraviglia forse è davvero giunto il momento di salire sul monte. Lo so! La nostra vita è un casino. Figli piccoli o figli grandi, lavoro, impegni, scadenze, burocrazia. Non c’è tempo! E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non ci credo che non si possa trovare un momento per fermarsi e guardarsi negli occhi. Fermarsi per raccontarsi quanto per noi sia importante la presenza dell’altro/a. Fermarsi per pregare insieme. Fermarsi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro/a e il suo sguardo che si posa su di noi. Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno se necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

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Antonio e Luisa

Attraversare il deserto per scoprire di essere uomo.

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame.

Oggi non voglio soffermarmi su tutto il Vangelo. Solo su una parola. Il deserto. Il deserto è importante nel cammino spirituale delle persone. Almeno per la maggior parte di esse. Sicuramente per me lo è stato. Il deserto non è un luogo geografico. Il deserto è, prima di tutto, un’esperienza del cuore umano.  Una settimana fa ho iniziato il percorso dei 10 comandamenti. Un percorso che tanto bene ha fatto in tante città d’Italia. Padre Andrea ci ha lasciato con queste parole: Se credete che la vostra vita vada già bene così come è questo non è il vostro posto. Non siete ancora pronti. E’ proprio così. Il deserto si affronta quando si è pronti, quando si vuole una vita piena e non ci si accontenta più di una vita mediocre. Quando non ci si accontenta più di una schiavitù che garantisce cibo e un tetto sulla testa, come quella degli Ebrei in Egitto. Il deserto è presente costantemente nella Parola. E’ presenta nell’Antico Testamento. In tantissimi passaggi.  Il deserto è anche luogo di connessione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra l’ultimo dei profeti  Giovanni il Battista e Gesù, colui che inaugura il nuovo regno.  Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con se stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Una ricerca di senso, una ricerca di amore, ma dell’amore pieno ed autentico, non di surrogati che ne sono solo una pallida immagine. L’amore quello che nutre, che disseta, che una volta sperimentato non puoi farne a meno,  perchè non c’è nulla che sia altrettanto bello e grande, non c’è nulla di altrettanto autenticamente umano e divino.  Sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi da solo. Ho tradito la legge di Dio, di conseguenza ho tradito le persone e me stesso, l’ho fatto nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Per comprenderlo ho dovuto abbandonare le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta. Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura, ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola vuota, che nascondeva  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono finalmente aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo la possibilità di farlo. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e fragile come me. Solo quando ho affrontato il deserto e ne sono uscito diverso e finalmente consapevole dell’amore sperimentando il perdono amorevole di un Padre tenero, solo dopo tutto questo, sono stato pronto e capace di amare la mia sposa. Benedetto deserto.

Antonio e Luisa

Una legge che parla al cuore degli sposi.

In quel tempo, Gesù, partito da Cafarnao, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito fare.
E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;
per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.
Sicché non sono più due, ma una sola carne.
L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:
«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei;
se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

Questo è il Vangelo che la liturgia proponeva ieri. Un Vangelo che ho già approfondito altre volte. Uno di quelli che offre tantissimi spunti agli sposi essendo direttamente rivolto a loro. Vorrei soffermarmi su un punto fondamentale che non ho mai affrontato in modo specifico.

La prospettiva dell’uomo è sbagliata. I farisei leggono l’indissolubilità come un peso. Si capisce da come pongono la domanda. Anche gli stessi discepoli non capiscono, tanto che poi  interrogano Gesù perchè sono confusi. I farisei incarnano il modo di pensare di tutti gli uomini. Ci siamo dentro tutti. Anche noi oggi. Uomini e donne che faticano a sposarsi e percepiscono il per sempre come una catena che imprigiona e non come chiave che apre la gabbia in cui abbiamo chiuso il nostro cuore e lo libera. Tante convivenze nascono per questa forte paura di fondo. Invece Gesù è straordinario. Gesù parla al cuore dell’uomo. Sta rispondendo ai farisei, ma sta rispondendo anche ad ognuno di noi. Gesù va dritto al cuore e ci chiede di essere onesti. Ci chiede di credere a quel desiderio che ci ha messo dentro Dio stesso. Fin dalle origini. Il nostro cuore desidera un amore radicale. Abbiamo bisogno di amare in modo totale, abbiamo bisogno di amare in anima, in corpo, in tempo, in dedizione, insomma in tutto.  Abbiamo bisogno di amare nella vita di tutti i giorni e per tutti i giorni. Abbiamo bisogno di essere amati così. Quando si ha il coraggio di superare la paura e di sposarsi, cioè di promettere di amarsi in questo modo è davvero meraviglioso. Si comprende finalmente chi siamo e perchè siamo al mondo. Si comprende la nostra umanità e si scoprono parti di noi sconosciute a noi stessi. E’ bellissimo il giorno del matrimonio, ma forse lo è ancor di più ogni mattina che ci sveglia insieme e si rinnova quella promessa. Con uno sguardo, con una parola, anche nel silenzio riempito dalla presenza del’altro/a. Una promessa che si rinnova sempre anche quando ci sono stati giorni in cui non abbiamo dato il meglio di noi, anzi forse abbiamo mostrato il peggio. Proprio grazie a questa esperienza di amore gratuito, fedele e indissolubile ho capito cosa Gesù intendesse dire ai farisei.

Vi regalo un capitolo del libro L’ecologia dell’amore che Luisa ed io abbiamo scritto proprio per sottolineare la conversione sul matrimonio che Gesù ci chiede di concretizzare.

A riprova di quanto scritto nel capitolo precedente ho cercato nel passato esempi di un amore vissuto in modo pieno e autentico. In modo ecologico. Si tratta di persone di epoche, popoli, tradizioni e religioni molto diverse tra loro. Iniziamo con un bellissimo epitaffio di Panthia, una donna greca del II secolo d.C., epitaffio scritto dal marito straziato dal dolore:

Panthia, tuo marito ti dice addio. Da quando te ne
sei andata, non cesso di soffrire della tua morte crudele.
Hera, dea del matrimonio, non ha mai visto sposa pari
a te, bellezza, saggezza, castità pari alle tue. Mi hai dato
figli a mia immagine. Ti sei presa cura dei figli e del
marito. Hai retto il timone della vita nella nostra casa, e
hai levato alta la nostra fama in campo medico: anche se
eri una donna, le tue abilità in medicina non erano
inferiori alle mie. In riconoscimento di questo, il tuo
sposo Glicone ti ha eretto questa tomba. Ho seppellito
qui anche il corpo di mio padre, l’immortale Filadelfo, e
anch’io giacerò qui quando sarò morto. Come solo con te
ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra
che copre anche te.

Anche gli antichi romani non furono da meno nel raccontare l’amore profondo. In una struggente, ma bellissima iscrizione funeraria, scoperta lungo una delle vie consolari
che conducevano a Roma, possiamo leggere:

Alla moglie Antonia: Per amor mio, hai attraversato
mari e terre e cieli inclementi; attraverso i nemici trovasti
arditamente la via; hai sopportato incredibili rigori del
cielo, o dolce sposa, diletta all’anima mia. Simile a un
fiore nel nome, felice del nostro legame, casta e pudica,
non avevi ancora saziato il fuoco del mio amore, poiché
lasciasti prima del tempo il talamo consacrato. La sola
cosa che io posso fare, sventurato, è stringermi a te, cara,
nella tomba, fino a che mi resta da vivere. Credo che ciò
ti sia gradito, se qualche notizia di noi giunge al Tartaro.

Passiamo ora alle sepolture e ai ritrovamenti archeologici più antichi risalenti fino a 8000 anni fa. Amanti turchi di 8000 anni. Nel 2007 in Turchia fu scoperta una coppia semi mummificata avvinta in un tenero abbraccio amoroso che risaliva al 6100 a.C.  Lui
aveva circa trent’anni al momento della morte, lei venti. Si tratta della più antica coppia di innamorati mai scoperta sinora. La tomba appartiene ad un complesso di 22 tombe
preistoriche dissotterrate in Anatolia, presso la città di Diyarbakir.

Nel 2007 a Valdaro, in provincia di Mantova, vengono rinvenuti gli scheletri di un uomo e una donna sepolti di fianco, faccia a faccia, abbracciati sia con gli arti superiori sia con gli arti inferiori. L’uomo e la donna, risalenti al Neolitico, sono stati ritrovati nell’ambito degli scavi di una villa romana. I resti dei due amanti furono asportati con il terreno circostante e gli scavi furono terminati presso un laboratorio a Como, in collaborazione con il Museo Archeologico della città. Dalle analisi degli antropologi risulta che prima è stata deposta la donna e poi l’uomo, che i corpi erano stati avvolti in un lenzuolo separatamente e che gli amanti erano piuttosto giovani, infatti avevano circa vent’anni (un’età considerata adulta nel neolitico). Si tratta di un ritrovamento eccezionale non soltanto per la qualità della conservazione dei corpi, ma anche per la romantica posizione in cui gli amanti sono stati ritrovati. Le fotografie scattate fecero il giro del mondo e, complice anche l’avvento di San Valentino, la coppia diventa molto popolare.

Risalgono invece al tardo romanico gli scheletri rinvenuti nel 2009 in viale Ciro Menotti a Modena, sepolti mano nella mano e guardandosi reciprocamente per 1500 anni. L’uomo porta al dito un anello di bronzo che lo contraddistingue come cives romanus; ha il palmo della mano rivolto verso l’alto che sorregge quello femminile, rivolto verso il basso. È evidente che l’intento della coppia sia stato quello di traslare oltre la morte uno stretto rapporto sentimentale con un gesto intimo e quotidiano e che i corpi sono stati sepolti contemporaneamente. Antichi amanti rumeni. In una tomba medioevale della Romania sono stati rinvenuti nel Cluj. Lui è morto in seguito ad una ferita allo sterno, mentre della morte di lei non si sa nulla.

Nel 1972, a Teppe Hasanlu, in Iran, è stata fatta una scoperta archeologica sbalorditiva.
È stata rinvenuta una tomba con due scheletri. Ma la cosa sorprendente è che la coppia è rimasta sepolta per oltre 2800 anni. Secondo il sito web Rarehistoricalphotos, gli archeologi ipotizzano che i due fossero in fuga durante una guerra. Quando il villaggio è stato bruciato, la coppia ha trovato rifugio nel bunker in cui sono stati ritrovati. Purtroppo però sono morti per asfissia. Ma perché questa scoperta archeologica ha suscitato così tanto clamore? Gli scheletri sono stati ritrovati nella stessa posizione in cui
sono morti. I due si sono scambiati un bacio prima di morire, un bacio lungo 2800 anni.

Come non citare poi il famoso sarcofago degli sposi etrusco? In realtà ne esistono diversi. Uno è conservato anche al Louvre di Parigi. Questa meraviglia è come un fermo immagine, sembra voler cristallizzare la vita degli sposi in quel momento di unità e serenità, sembra voler rendere il loro amore eterno, che supera i limiti della morte. Potrei continuare per ore, ma mi fermo.

Permettetemi un ultimo esempio. Nel 2018, durante il festival di Sanremo, il cantautore Max Gazzè ha presentato una bellissima canzone: La leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Pizzomunno è un imponente monolite in pietra calcarea alto 25 metri situato in una spiaggia di Vieste. L’artista racconta con tutta la poesia di cui è capace questa meravigliosa leggenda. Un testo che lascia nel cuore una sensazione di eternità e di bellezza.

Ma io ti aspetterò
Fosse anche per cent’anni aspetterò
Fosse anche per cent’anni aspetterò
Fosse anche per cent’anni
Io ti aspetterò
Fosse anche per cent’anni
Si dice che adesso e non sia leggenda
In un’alba d’agosto la bella Cristalda
Risalga dall’onda a vivere ancora
Una storia stupenda

Come potete intuire la storia dell’umanità è costellata di queste testimonianze di amore autentico, perché il nostro cuore anela ad un amore così bello, esclusivo, totalizzante e senza fine. Questo desiderio a volte si realizza, e ciò accade in ogni tempo e in ogni popolo, anche quando le strutture sociali e giuridiche hanno costruito altri modelli di matrimonio. Noi cristiani siamo dei privilegiati: Gesù, attraverso la Grazia del matrimonio sacramento, ci ha donato tutto ciò che ci occorre per poter vivere un amore così, pieno ed autentico.

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Antonio e Luisa

Amate i vostri nemici (anche quando è il vostro coniuge)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano,
benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.
Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;
date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ».

Questa Parola è una cartina tornasole del nostro rapporto di coppia! E’ amore o sono due egoismi che si usano a vicenda? Ci amiamo come una delle tante coppie che si separano o come Cristo ci ha insegnato? In questo Vangelo c’è l’amore a cui siamo chiamati. Questo è l’unico atteggiamento che esprime amore autentico. Quante persone sono capaci di amare così? Quante persone sono capaci di passare sopra un’offesa, una mancanza, una carenza di affetto e di tenerezza e continuano ad amare il loro sposo o la loro sposa? Quante persone se subiscono un tradimento hanno il desiderio, e si impegnano per riuscirci, di perdonare e di riattirare a sé la persona amata?

Possiamo cercare tutte le giustificazioni che vogliamo, e che magari ci sono. Magari è vero che l’altro/a si è comportato male, che non merita nulla, che sta dando molto meno di quello che noi diamo a lui/lei. Eppure questo Vangelo ci dice di essere misericordiosi come lo è Dio Padre. Come lo è Dio Padre? Ce lo mostra il Figlio. Inchiodato ad una croce.  Messo lì da persone che non meritano nulla, ma che Lui continua ad amare e a perdonare fino all’ultimo momento. Nella nostra vita di coppia possiamo aver vissuto momenti di sofferenza più o meno pesanti. Sofferenze che ci siamo dati l’un l’altra. Ecco è lì che possiamo sentirci profondamente amati. Proprio quando non meritiamo nulla. Proprio quando ci comportiamo in modo che fa un po’ schifo anche a noi stessi. E l’altro ci tende una mano. Continua a volerci bene. E noi con meraviglia ci chiediamo perchè ci ami nonostante il nostro comportamento.  E lì, in quei momenti, che ti rendi conto di essere amato per chi sei, non per quello che fai. E lì che ti rendi conto di essere amato in modo speciale e gratuito. E lì che ti rendi conto di come ti ama Dio. E lì che la coppia diventa più salda che mai perché non c’è nulla che unisce tanto quanto la consapevolezza di essere amati sempre anche quando non siamo splendidi e mostriamo la parte peggiore di noi. Queste crisi sono necessarie per crescere sempre più nell’amore. Il nostro amore di coppia è una casa costruita con tanti mattoncini di tenerezza e di cura che ci siamo dati e ci continuiamo a dare. Sappiamo bene però che i mattoncini non basterebbero in caso di un terremoto. Ciò che sono sicuro ci tiene insieme e ci terrà insieme qualsiasi cosa accada, il nostro cemento armato, è l’aver sperimentato questi momenti di amore e misericordia immeritati che siamo stati capaci di donarci l’un l’altra. Si parla tanto di Grazia del sacramento. La Grazia del sacramento si concretizza anche in questa capacità di non vivere più l’amore come i peccatori, che sono anch’essi capaci di amare gli amici, ma come cristiani, che sono capaci di amare i nemici, di amare il coniuge anche quando si comporta da nemico.

PS Prima che lo contestiate voi lo dico io. Ci sono situazioni di particolare gravità dove la separazione non solo è consentita, ma consigliata. Ad esempio la violenza fisica. Non riguarda però la maggior parte di noi.

Antonio e Luisa

Le Beatitudini degli sposi

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.»

Il Vangelo di oggi ci propone le Beatitudini. Voglio farlo anche io, ma in modo originale e diverso. Vi propongo le beatitudini degli sposi. Una riflessione molto bella tratta da un libro della Comunità di Caresto.

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Antonio e Luisa