Il nostro matrimonio è terra santa

Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”.
Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”.
Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”.

Questo brano è tratto dalla liturgia di oggi. Si tratta dell’Esodo. C’è un concetto molto importante. Il concetto di terra santa, di luogo sacro, di luogo dove è presente Dio stesso.

Il nostro matrimonio è tutto questo. E’ terra santa e luogo sacro. L’ho capito quando mi sono sposato. Nella relazione con la mia sposa mi devo togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me.  In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo.  Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre le mie idee, il mio modo di pensare, la mia volontà. Quante volte ho pensato che lei dovesse essere come io volevo, o che dovesse comportarsi come io credevo. Questa è una delle tentazioni più pericolose, soprattutto all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore.   L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva, non per farne ciò che volevo, ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

C’è un momento che ho avvertito forte questa verità. Anzi quattro momenti: il parto dei miei figli. Quando sono entrato in sala parto mi hanno fatto indossare i copriscarpe. Si tratta di quei sacchettini azzurri da mettere sopra le scarpe per non introdurre sporco. Ecco indossandoli mi sono sentito come Mosè quando si è tolto i calzari. Stavo calpestando un terreno sacro. Stavo calpestando il terreno dove la mia sposa stava dando alla luce il frutto del nostro amore. Un amore sacro e benedetto nel sacramento del matrimonio. Un amore diventato capace di renderci partecipi della creazione. Un amore davanti al quale non posso che inchinarmi e nel quale riconoscere qualcosa di grande che va oltre le mie capacità e la mia comprensione.

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Antonio e Luisa

Sposarsi per servire, non per essere serviti.

Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».

Vi ho riportato l’ultima parte del Vangelo che ci offre la liturgia di oggi. Lo stavo leggendo, come spesso mi capita di fare, nel silenzio della chiesa vuota, davanti al tabernacolo. Ho subito trovato un forte richiamo al matrimonio. In particolare alla promessa matrimoniale. Io non mi sono sposato per essere onorato ed amato. Certo lo desidero, ma non dipende da me. Io mi sono sposato per amare ed onorare la mia sposa.  Ho promesso questo, null’altro. Questo si che dipende da me. Certo anche la mia sposa ha promesso di onorarmi ed amarmi. Questo è però il suo impegno, non il mio. Non è la stessa cosa. Cambia prospettiva. Non mi concentro su ciò che fa o non fa lei, ma su quello che faccio o non faccio io. Io ho promesso di servire. Non mi sono sposato per essere servito, ma per servire. Non ci si sposa per essere amati, ma per amare. Capite bene che se non ci si sposa con questa convinzione il matrimonio sarà un sicuro fallimento. La mia sposa non sarà mai all’altezza di riempire in pienezza quel desiderio di amore infinito che ho dentro. Non può farlo. Non posso metterle sulle spalle questo peso che non può portare. Non può una creatura finita, imperfetta e mortale riempire un desiderio di infinito. Anche solo per il fatto che muore. Invece dove posso trovare l’infinito? Lo posso trovare nel farmi servo per amore della mia sposa. Lo posso trovare nel dono. Solo dando tutto posso trovare l’infinito che è Dio. Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Solo morendo a me stesso posso risorgere come nuova creatura capace di amare davvero. Solo così potrò vedere Dio nella mia vita.  Sentire il suo amore e la sua presenza nella mia vita. Accrescere la fede e la speranza che la vita non avrà fine. Siamo nati e non moriremo mai più (ci insegna la storia di Chiara Corbella). Ecco che il senso di tutto non può essere Luisa, la mia sposa. Lei è troppo fragile ed imperfetta. La distruggerei se pretendessi che lei fosse la risposta a tutto. Lei è però colei che mi conduce al tutto, alla pienezza. Facendone il centro delle mie attenzioni e del mio amore. Per questo lo sposo e la sposa che vivono il dramma dell’abbandono e restano fedeli non sono sposi falliti. Al contrario possono continuare ad amare ed onorare il loro coniuge come hanno promesso. Nella sofferenza della croce e nella lontananza, certo, ma il loro matrimonio non è fallito. Perchè nel farsi servi dell’amore si stanno avvicinando sempre più alla pienezza e all’infinito amore di Gesù. Per questo possono avere più pace nel cuore di chi ha una relazione “felice”, che però conta solo sulle sue forze e sulla forza di quella relazione che non può profumare di eterno, ma solo di umano;  quindi destinata a finire.

Antonio e Luisa 

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Trasfigurate il vostro matrimonio

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo». Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Oggi il Vangelo ci propone la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di quaresima. La quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto. Non vale solo per la persona, vale anche per la coppia. Noi abbiamo bisogno di fare spazio nel nostro cuore per aprirci di nuovo alla meraviglia che siamo. Si perchè la coppia di sposi è una meraviglia. Se non siamo più capaci di scorgere questa meraviglia forse è davvero giunto il momento di salire sul monte. Lo so! La nostra vita è un casino. Figli piccoli o figli grandi, lavoro, impegni, scadenze, burocrazia. Non c’è tempo! E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non ci credo che non si possa trovare un momento per fermarsi e guardarsi negli occhi. Fermarsi per raccontarsi quanto per noi sia importante la presenza dell’altro/a. Fermarsi per pregare insieme. Fermarsi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro/a e il suo sguardo che si posa su di noi. Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno se necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

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Antonio e Luisa

Attraversare il deserto per scoprire di essere uomo.

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame.

Oggi non voglio soffermarmi su tutto il Vangelo. Solo su una parola. Il deserto. Il deserto è importante nel cammino spirituale delle persone. Almeno per la maggior parte di esse. Sicuramente per me lo è stato. Il deserto non è un luogo geografico. Il deserto è, prima di tutto, un’esperienza del cuore umano.  Una settimana fa ho iniziato il percorso dei 10 comandamenti. Un percorso che tanto bene ha fatto in tante città d’Italia. Padre Andrea ci ha lasciato con queste parole: Se credete che la vostra vita vada già bene così come è questo non è il vostro posto. Non siete ancora pronti. E’ proprio così. Il deserto si affronta quando si è pronti, quando si vuole una vita piena e non ci si accontenta più di una vita mediocre. Quando non ci si accontenta più di una schiavitù che garantisce cibo e un tetto sulla testa, come quella degli Ebrei in Egitto. Il deserto è presente costantemente nella Parola. E’ presenta nell’Antico Testamento. In tantissimi passaggi.  Il deserto è anche luogo di connessione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra l’ultimo dei profeti  Giovanni il Battista e Gesù, colui che inaugura il nuovo regno.  Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con se stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Una ricerca di senso, una ricerca di amore, ma dell’amore pieno ed autentico, non di surrogati che ne sono solo una pallida immagine. L’amore quello che nutre, che disseta, che una volta sperimentato non puoi farne a meno,  perchè non c’è nulla che sia altrettanto bello e grande, non c’è nulla di altrettanto autenticamente umano e divino.  Sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi da solo. Ho tradito la legge di Dio, di conseguenza ho tradito le persone e me stesso, l’ho fatto nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Per comprenderlo ho dovuto abbandonare le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta. Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura, ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola vuota, che nascondeva  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono finalmente aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo la possibilità di farlo. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e fragile come me. Solo quando ho affrontato il deserto e ne sono uscito diverso e finalmente consapevole dell’amore sperimentando il perdono amorevole di un Padre tenero, solo dopo tutto questo, sono stato pronto e capace di amare la mia sposa. Benedetto deserto.

Antonio e Luisa

Una legge che parla al cuore degli sposi.

In quel tempo, Gesù, partito da Cafarnao, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito fare.
E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;
per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.
Sicché non sono più due, ma una sola carne.
L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:
«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei;
se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

Questo è il Vangelo che la liturgia proponeva ieri. Un Vangelo che ho già approfondito altre volte. Uno di quelli che offre tantissimi spunti agli sposi essendo direttamente rivolto a loro. Vorrei soffermarmi su un punto fondamentale che non ho mai affrontato in modo specifico.

La prospettiva dell’uomo è sbagliata. I farisei leggono l’indissolubilità come un peso. Si capisce da come pongono la domanda. Anche gli stessi discepoli non capiscono, tanto che poi  interrogano Gesù perchè sono confusi. I farisei incarnano il modo di pensare di tutti gli uomini. Ci siamo dentro tutti. Anche noi oggi. Uomini e donne che faticano a sposarsi e percepiscono il per sempre come una catena che imprigiona e non come chiave che apre la gabbia in cui abbiamo chiuso il nostro cuore e lo libera. Tante convivenze nascono per questa forte paura di fondo. Invece Gesù è straordinario. Gesù parla al cuore dell’uomo. Sta rispondendo ai farisei, ma sta rispondendo anche ad ognuno di noi. Gesù va dritto al cuore e ci chiede di essere onesti. Ci chiede di credere a quel desiderio che ci ha messo dentro Dio stesso. Fin dalle origini. Il nostro cuore desidera un amore radicale. Abbiamo bisogno di amare in modo totale, abbiamo bisogno di amare in anima, in corpo, in tempo, in dedizione, insomma in tutto.  Abbiamo bisogno di amare nella vita di tutti i giorni e per tutti i giorni. Abbiamo bisogno di essere amati così. Quando si ha il coraggio di superare la paura e di sposarsi, cioè di promettere di amarsi in questo modo è davvero meraviglioso. Si comprende finalmente chi siamo e perchè siamo al mondo. Si comprende la nostra umanità e si scoprono parti di noi sconosciute a noi stessi. E’ bellissimo il giorno del matrimonio, ma forse lo è ancor di più ogni mattina che ci sveglia insieme e si rinnova quella promessa. Con uno sguardo, con una parola, anche nel silenzio riempito dalla presenza del’altro/a. Una promessa che si rinnova sempre anche quando ci sono stati giorni in cui non abbiamo dato il meglio di noi, anzi forse abbiamo mostrato il peggio. Proprio grazie a questa esperienza di amore gratuito, fedele e indissolubile ho capito cosa Gesù intendesse dire ai farisei.

Vi regalo un capitolo del libro L’ecologia dell’amore che Luisa ed io abbiamo scritto proprio per sottolineare la conversione sul matrimonio che Gesù ci chiede di concretizzare.

A riprova di quanto scritto nel capitolo precedente ho cercato nel passato esempi di un amore vissuto in modo pieno e autentico. In modo ecologico. Si tratta di persone di epoche, popoli, tradizioni e religioni molto diverse tra loro. Iniziamo con un bellissimo epitaffio di Panthia, una donna greca del II secolo d.C., epitaffio scritto dal marito straziato dal dolore:

Panthia, tuo marito ti dice addio. Da quando te ne
sei andata, non cesso di soffrire della tua morte crudele.
Hera, dea del matrimonio, non ha mai visto sposa pari
a te, bellezza, saggezza, castità pari alle tue. Mi hai dato
figli a mia immagine. Ti sei presa cura dei figli e del
marito. Hai retto il timone della vita nella nostra casa, e
hai levato alta la nostra fama in campo medico: anche se
eri una donna, le tue abilità in medicina non erano
inferiori alle mie. In riconoscimento di questo, il tuo
sposo Glicone ti ha eretto questa tomba. Ho seppellito
qui anche il corpo di mio padre, l’immortale Filadelfo, e
anch’io giacerò qui quando sarò morto. Come solo con te
ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra
che copre anche te.

Anche gli antichi romani non furono da meno nel raccontare l’amore profondo. In una struggente, ma bellissima iscrizione funeraria, scoperta lungo una delle vie consolari
che conducevano a Roma, possiamo leggere:

Alla moglie Antonia: Per amor mio, hai attraversato
mari e terre e cieli inclementi; attraverso i nemici trovasti
arditamente la via; hai sopportato incredibili rigori del
cielo, o dolce sposa, diletta all’anima mia. Simile a un
fiore nel nome, felice del nostro legame, casta e pudica,
non avevi ancora saziato il fuoco del mio amore, poiché
lasciasti prima del tempo il talamo consacrato. La sola
cosa che io posso fare, sventurato, è stringermi a te, cara,
nella tomba, fino a che mi resta da vivere. Credo che ciò
ti sia gradito, se qualche notizia di noi giunge al Tartaro.

Passiamo ora alle sepolture e ai ritrovamenti archeologici più antichi risalenti fino a 8000 anni fa. Amanti turchi di 8000 anni. Nel 2007 in Turchia fu scoperta una coppia semi mummificata avvinta in un tenero abbraccio amoroso che risaliva al 6100 a.C.  Lui
aveva circa trent’anni al momento della morte, lei venti. Si tratta della più antica coppia di innamorati mai scoperta sinora. La tomba appartiene ad un complesso di 22 tombe
preistoriche dissotterrate in Anatolia, presso la città di Diyarbakir.

Nel 2007 a Valdaro, in provincia di Mantova, vengono rinvenuti gli scheletri di un uomo e una donna sepolti di fianco, faccia a faccia, abbracciati sia con gli arti superiori sia con gli arti inferiori. L’uomo e la donna, risalenti al Neolitico, sono stati ritrovati nell’ambito degli scavi di una villa romana. I resti dei due amanti furono asportati con il terreno circostante e gli scavi furono terminati presso un laboratorio a Como, in collaborazione con il Museo Archeologico della città. Dalle analisi degli antropologi risulta che prima è stata deposta la donna e poi l’uomo, che i corpi erano stati avvolti in un lenzuolo separatamente e che gli amanti erano piuttosto giovani, infatti avevano circa vent’anni (un’età considerata adulta nel neolitico). Si tratta di un ritrovamento eccezionale non soltanto per la qualità della conservazione dei corpi, ma anche per la romantica posizione in cui gli amanti sono stati ritrovati. Le fotografie scattate fecero il giro del mondo e, complice anche l’avvento di San Valentino, la coppia diventa molto popolare.

Risalgono invece al tardo romanico gli scheletri rinvenuti nel 2009 in viale Ciro Menotti a Modena, sepolti mano nella mano e guardandosi reciprocamente per 1500 anni. L’uomo porta al dito un anello di bronzo che lo contraddistingue come cives romanus; ha il palmo della mano rivolto verso l’alto che sorregge quello femminile, rivolto verso il basso. È evidente che l’intento della coppia sia stato quello di traslare oltre la morte uno stretto rapporto sentimentale con un gesto intimo e quotidiano e che i corpi sono stati sepolti contemporaneamente. Antichi amanti rumeni. In una tomba medioevale della Romania sono stati rinvenuti nel Cluj. Lui è morto in seguito ad una ferita allo sterno, mentre della morte di lei non si sa nulla.

Nel 1972, a Teppe Hasanlu, in Iran, è stata fatta una scoperta archeologica sbalorditiva.
È stata rinvenuta una tomba con due scheletri. Ma la cosa sorprendente è che la coppia è rimasta sepolta per oltre 2800 anni. Secondo il sito web Rarehistoricalphotos, gli archeologi ipotizzano che i due fossero in fuga durante una guerra. Quando il villaggio è stato bruciato, la coppia ha trovato rifugio nel bunker in cui sono stati ritrovati. Purtroppo però sono morti per asfissia. Ma perché questa scoperta archeologica ha suscitato così tanto clamore? Gli scheletri sono stati ritrovati nella stessa posizione in cui
sono morti. I due si sono scambiati un bacio prima di morire, un bacio lungo 2800 anni.

Come non citare poi il famoso sarcofago degli sposi etrusco? In realtà ne esistono diversi. Uno è conservato anche al Louvre di Parigi. Questa meraviglia è come un fermo immagine, sembra voler cristallizzare la vita degli sposi in quel momento di unità e serenità, sembra voler rendere il loro amore eterno, che supera i limiti della morte. Potrei continuare per ore, ma mi fermo.

Permettetemi un ultimo esempio. Nel 2018, durante il festival di Sanremo, il cantautore Max Gazzè ha presentato una bellissima canzone: La leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Pizzomunno è un imponente monolite in pietra calcarea alto 25 metri situato in una spiaggia di Vieste. L’artista racconta con tutta la poesia di cui è capace questa meravigliosa leggenda. Un testo che lascia nel cuore una sensazione di eternità e di bellezza.

Ma io ti aspetterò
Fosse anche per cent’anni aspetterò
Fosse anche per cent’anni aspetterò
Fosse anche per cent’anni
Io ti aspetterò
Fosse anche per cent’anni
Si dice che adesso e non sia leggenda
In un’alba d’agosto la bella Cristalda
Risalga dall’onda a vivere ancora
Una storia stupenda

Come potete intuire la storia dell’umanità è costellata di queste testimonianze di amore autentico, perché il nostro cuore anela ad un amore così bello, esclusivo, totalizzante e senza fine. Questo desiderio a volte si realizza, e ciò accade in ogni tempo e in ogni popolo, anche quando le strutture sociali e giuridiche hanno costruito altri modelli di matrimonio. Noi cristiani siamo dei privilegiati: Gesù, attraverso la Grazia del matrimonio sacramento, ci ha donato tutto ciò che ci occorre per poter vivere un amore così, pieno ed autentico.

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Antonio e Luisa

Amate i vostri nemici (anche quando è il vostro coniuge)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano,
benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.
Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;
date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ».

Questa Parola è una cartina tornasole del nostro rapporto di coppia! E’ amore o sono due egoismi che si usano a vicenda? Ci amiamo come una delle tante coppie che si separano o come Cristo ci ha insegnato? In questo Vangelo c’è l’amore a cui siamo chiamati. Questo è l’unico atteggiamento che esprime amore autentico. Quante persone sono capaci di amare così? Quante persone sono capaci di passare sopra un’offesa, una mancanza, una carenza di affetto e di tenerezza e continuano ad amare il loro sposo o la loro sposa? Quante persone se subiscono un tradimento hanno il desiderio, e si impegnano per riuscirci, di perdonare e di riattirare a sé la persona amata?

Possiamo cercare tutte le giustificazioni che vogliamo, e che magari ci sono. Magari è vero che l’altro/a si è comportato male, che non merita nulla, che sta dando molto meno di quello che noi diamo a lui/lei. Eppure questo Vangelo ci dice di essere misericordiosi come lo è Dio Padre. Come lo è Dio Padre? Ce lo mostra il Figlio. Inchiodato ad una croce.  Messo lì da persone che non meritano nulla, ma che Lui continua ad amare e a perdonare fino all’ultimo momento. Nella nostra vita di coppia possiamo aver vissuto momenti di sofferenza più o meno pesanti. Sofferenze che ci siamo dati l’un l’altra. Ecco è lì che possiamo sentirci profondamente amati. Proprio quando non meritiamo nulla. Proprio quando ci comportiamo in modo che fa un po’ schifo anche a noi stessi. E l’altro ci tende una mano. Continua a volerci bene. E noi con meraviglia ci chiediamo perchè ci ami nonostante il nostro comportamento.  E lì, in quei momenti, che ti rendi conto di essere amato per chi sei, non per quello che fai. E lì che ti rendi conto di essere amato in modo speciale e gratuito. E lì che ti rendi conto di come ti ama Dio. E lì che la coppia diventa più salda che mai perché non c’è nulla che unisce tanto quanto la consapevolezza di essere amati sempre anche quando non siamo splendidi e mostriamo la parte peggiore di noi. Queste crisi sono necessarie per crescere sempre più nell’amore. Il nostro amore di coppia è una casa costruita con tanti mattoncini di tenerezza e di cura che ci siamo dati e ci continuiamo a dare. Sappiamo bene però che i mattoncini non basterebbero in caso di un terremoto. Ciò che sono sicuro ci tiene insieme e ci terrà insieme qualsiasi cosa accada, il nostro cemento armato, è l’aver sperimentato questi momenti di amore e misericordia immeritati che siamo stati capaci di donarci l’un l’altra. Si parla tanto di Grazia del sacramento. La Grazia del sacramento si concretizza anche in questa capacità di non vivere più l’amore come i peccatori, che sono anch’essi capaci di amare gli amici, ma come cristiani, che sono capaci di amare i nemici, di amare il coniuge anche quando si comporta da nemico.

PS Prima che lo contestiate voi lo dico io. Ci sono situazioni di particolare gravità dove la separazione non solo è consentita, ma consigliata. Ad esempio la violenza fisica. Non riguarda però la maggior parte di noi.

Antonio e Luisa

Le Beatitudini degli sposi

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.»

Il Vangelo di oggi ci propone le Beatitudini. Voglio farlo anche io, ma in modo originale e diverso. Vi propongo le beatitudini degli sposi. Una riflessione molto bella tratta da un libro della Comunità di Caresto.

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Antonio e Luisa

Che terreno è il nostro matrimonio?

In quel tempo, Gesù si mise di nuovo a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva.
Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento:
«Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare.
Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo;
ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò.
Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto.
E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno».
E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!».

Vorrei leggere questa parabola in chiave sponsale, so benissimo che forse è una lettura un po’ forzata, ma è comunque utile per permettere una riflessione su come ci prepariamo al matrimonio.

Il seme è l’amore divino, lo Spirito Santo, la Grazia del sacramento. Il seme è quella presenza di Dio che germoglia e rende la terra feconda e fruttuosa. La terra siamo noi, la nostra relazione e il nostro cuore.

Se ci presentiamo alle nozze senza aver chiare le caratteristiche di un amore sponsale autentico, e non ci sposiamo volendo e desiderando con tutto il cuore di amarci in quel modo, saremo impermeabili al seme, all’amore di Dio. Il matrimonio sacramento si poggia sul matrimonio naturale, che a sua volta poggia su 5 pilastri. Se manca uno solo di questi pilastri, crolla tutto. L’unicità: un solo uomo e una sola donna. La poligamia non è ammessa. L’indissolubilità: non dobbiamo prevedere vie d’uscita, anche nella cattiva sorte. La fedeltà: il nostro corpo e il nostro cuore appartengono a quell’uomo o a quella donna. La socialità: ci sposiamo nella comunità, perchè siamo risorsa per la società e dobbiamo essere tutelati da essa. La fecondità: la relazione deve essere aperta alla vita.

Se ci si sposa escludendo anche una sola di queste caratteristiche, di questi pilastri, la Grazia non può entrare in noi, perchè manca l’amore autentico e totale  per accoglierla.

Celebriamo un sacramento a secco, anzi peggio, celebriamo una bella sceneggiata che non ha nessun valore,  anche se presenziata dal parroco e arricchita di testimoni e di tante persone. Ricordo che il diritto canonico verifica, tra le altre cose,  la sussistenza di queste caratteristiche per decretare se un matrimonio sacramento sia valido oppure nullo, cioè sia un sacramento che non ha prodotto effetti.

Veniamo ora al terreno sassoso. Subito germogliò. Il matrimonio è valido. Gli sposi credono nei 5 pilastri e si sono sposati in Cristo. La Grazie è arrivata e ha permesso loro di sperimentare l’unione come presenza di Cristo. Ma cosa succede?

Gli sposi non hanno preparato bene il terreno. Non hanno preparato un terreno fecondo, un amore profondo basato sul rispetto, sul sacrificio, sulla castità che sa aspettare e accogliere l’altro. Un amore fatto di apertura al mistero dell’alterità e non di ripiegamento su di sè che usa l’altro per provare sensazioni ed emozioni,  per soddisfare i bisogni affettivi e sessuali. Non importa se vestiamo tutto con l’abito dell’amore, certi gesti nel fidanzamento sono oggettivamente frutto dell’egoismo ed intrinsecamente sbagliati. Se prepariamo il nostro terreno così non saremo capaci, oppure faremo una gran fatica a recuperare questa capacità, di amare autenticamente, ma solo di vivere di emozioni e di sentimenti che sembrano dare valore e senso a tutto, ma che in realtà sono un’effimera illusione. E’ un amore  destinato, come tutte le emozioni, a picchi e crolli e alla fine a spegnersi se non alimentato da qualcosa di più solido. Ed è questa la fine del germoglio piantato in un terreno così. Poche radici e il sole lo brucia.

Ultimo terreno, di cui voglio parlare, è quello con le spine. Questo è il terreno di chi si sposa in Cristo, e magari si è preparato anche bene, ma poi non comprende che il matrimonio è un sacramento non solo tra i  due sposi, ma dove Cristo ha un ruolo fondamentale. Se non si mette Cristo al centro tutto diventa difficile e in certi casi impossibile da sostenere. Il matrimonio, un rapporto che dura tutta la vita e basato su un abbandono fiducioso, intimo ed esclusivo dell’uno verso l’altra, quando arrivano le prove, quelle dure che ti buttano a terra, rischia di dissolversi in dolore, sofferenza, accuse, sensi di colpa e risentimento. Se non si ha una fede e una relazione concreta con Gesù, la coppia  entra in una spirale che la porta inesorabilmente alla separazione, se non sempre fisica, sicuramente dei cuori.

Noi su che terreno abbiamo accolto il seme? Ad ognuno la risposta. Mi fermo qui.

Antonio e Luisa

Le nozze di Cana. Una Pentecoste che diventa Epifania.

 

Oggi ho avuto qualche minuto di pace. I bambini giocavano nell’altra stanza, la mia sposa finiva di sistemare in cucina e io sono entrato nella mia caverna. Farò un articolo sulla caverna, sulla necessità degli uomini, dei maschi di avere una caverna dove trovare tranquillità e stare con se stessi. Non oggi. Oggi voglio raccontare di ciò che ho meditato. Pensavo alle nozze di Cana, al primo vino che finisce e poi al nuovo, quello di Gesù che è molto più buono del primo. Ecco pensavo che la parabola è concentrata in un breve lasso di tempo. E’ concentrata in una festa di nozze, che, per quanto lunga fosse a quei tempi, non racconta che l’inizio del cammino degli sposi. E poi? Vissero felici e contenti come nelle fiabe? Non finì più quel vino? So che sono strano, mi metto a ragionare su queste. Mi sono dato, però, anche la risposta. Il vino buono quello di Gesù non finisce mai a patto che noi non smettiamo di portare l’acqua nelle giare. Ogni volta che io amo la mia sposa, ogni volta che perdono la mia sposa, ogni volta che decido che lei vale più di ogni mio stupido orgoglio, ogni volta che mi metto al suo servizio, ogni volta che mi impegno per ascoltarla, accoglierla e mostrarmi tenero. Ogni volta che lei fa tutto questo nei miei confronti, siamo come quei servi che portano l’acqua e la rovesciano nelle giare che si stanno svuotando. Il resto lo farà Gesù con la Sua Grazia, trasformerà il nostro amore, la nostra acqua, in nuovo vino, in una vita piena e bella. La festa non finirà. Come non è finita per Chiara Corbella che nonostante abbia visto morire i suoi primi due bambini, e lei stessa sia morta pochi anni dopo per un brutto male (ritardando le cure per permettere al terzo figlio Francesco di nascere), non ha mai perso la pace. Il marito Enrico non ha mai negato la grande sofferenza che hanno vissuto, ma ha sempre ribadito l’abbandono fiducioso nel Signore e nella sicurezza che non sarebbe finito tutto qui. Chiara diceva:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Perchè l’amore non è qualcosa di inesauribile, non si autogenera, non è qualcosa che si cristallizza al momento della celebrazione del matrimonio e resta come pietra ferma, ma è qualcosa che va rinnovato e perfezionato. Il vino se non viene rinnovato si guasta e diventa aceto.  Invece rinnovando ogni giorno il nostro amore ci accorgeremo, con sorpresa, che più passa il tempo e più il vino sarà buono. Siamo diventati degli intenditori e sappiamo godere maggiormente del piacere che ci può regalare. Soprattutto lasciamoci inebriare da quel vino perchè non c’è nulla di più bello nel donarsi e nell’accogliersi reciproco in una Pentecoste che a volte riusciamo a mostrare e trasformare in Epifania dell’amore di Dio anche in chi ci guarda.

Antonio e Luisa

E luce fu! Il miracolo della vita.

In quei giorni, Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo
ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».

Il Vangelo di oggi mi permette di poter fare una riflessione particolare. Non è direttamente collegata alla vicenda raccontata nel Vangelo. Non riguarda solo Maria ed Elisabetta. Riguarda tutte le mamme. Voglio parlare della gravidanza. Voglio parlarne non da persona direttamente coinvolta, ma da uomo, sposo e padre. Quindi come osservatore con un punto di vista privilegiato.

Papa Francesco scrive al punto 168:

168. La gravidanza è un periodo difficile, ma anche un tempo meraviglioso. La madre collabora con Dio perché si produca il miracolo di una nuova vita. La maternità proviene da una «particolare potenzialità dell’organismo femminile, che con peculiarità creatrice serve al concepimento e alla generazione dell’essere umano».[183]Ogni donna partecipa «del mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana».[184] Come dice il Salmo: «Mi hai tessuto nel grembo di mia madre» (139,13). Ogni bambino che si forma all’interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5). Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. Pensiamo quanto vale l’embrione dall’istante in cui è concepito! Bisogna guardarlo con lo stesso sguardo d’amore del Padre, che vede oltre ogni apparenza.

La gravidanza è una realtà che ho sempre invidiato alle donne. Scherzo, non è vero!! Non l’ho mai invidiata, ma l’ho sempre ammirata, questo si. Nel grembo materno avviene un miracolo. Anche in un avvenimento naturale come il concepimento, se ci si ferma un attimo a riflettere, non si può non scorgere la presenza di Dio creatore. Dio, che ha plasmato tutto e che continua a farlo anche oggi attraverso un uomo e una donna, che nel gesto più alto e bello dell’amore sensibile  corporeo, si fanno cocreatori con Lui. L’amore erotico che si intreccia con l’amore spirituale, l’Eros che si intreccia con l’Agape, la passione che si intreccia con l’oblazione e genera nuova vita sempre, sia essa amore o una nuova creatura.

Recentemente alcuni ricercatori hanno scoperto che lo spermatozoo, quando entra nell’ovulo femminile, provoca una scintilla di luce. Tutto questo ha una spiegazione chimica, ma, per quanto ci riguarda, rimanda direttamente al primo giorno della creazione descritta nella Genesi: Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.

Dio che ha sempre amato quel cucciolo e aspetta noi che liberamente diciamo il nostro sì per accoglierlo.  Senza di noi, questo nuovo miracolo donato al mondo non potrebbe avvenire.

Quanta ignoranza nel mondo, quanta sofferenza, perchè non si comprende più la nostra natura e il disegno di Dio nascosto dentro di essa. Le parole del Papa sono bellissime, poetiche e autentiche, ma quanta poca gente è capace di capirle. Ringrazio Papa Francesco per il dono di questa bellissima esortazione e tutti i vescovi che nel Sinodo hanno collaborato all’approfondimento per la sua stesura. Il nostro mondo ha bisogno di parole di verità. Ha ancora più bisogno di testimoni. Come non pensare a Chiara Corbella Petrillo, che ha accolto i suoi primi due bimbi Maria Letizia e Davide Giovanni, li ha potuti abbracciare solo per pochi minuti, ma ha riconosciuto subito in loro la perfezione dell’amore creatore di Dio. Lei ha visto questa perfezione anche nelle loro imperfezioni e menomazioni, così gravi da renderli incompatibili con la vita, ma non con il progetto e l’amore di Dio, quell’amore che Lui ha per ognuno dei suoi figli.

Antonio e Luisa

 

Il nostro matrimonio si fonda sul battesimo

La Parola di questa domenica di Avvento ci mostra tutta la potenza del battesimo. Non di quello di Giovanni Battista fatto solo con acqua, ma di Gesù fatto con il fuoco dello Spirito Santo. Giovanni non poteva che dare un segno, seppur bello e significativo, della volontà di cambiamento presente nel cuore del battezzato. Gesù non dà un segno, Gesù ci dà la forza e la capacità di sconfiggere la morte e il peccato.

 Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

Dio scese su Giovanni non su Tiberio.

Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène,
sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.
Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,
com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Quello di questa domenica è un Vangelo che riempie il cuore di speranza. Non è un caso che il Vangelo inizia elencando tutte le persone più influenti e detentrici del potere politico, militare e religioso. Quelli che contano, quelli che sono nella stanza dei bottoni. Quelli sotto cui è la vita di una moltitudine di persone. L’imperatore di Roma Tiberio, il governatore Ponzio Pilato, i tetrarchi Erode, Filippo e Lisània. Infine i sommi sacerdoti Anna e Caifa. Non manca nessuno! Dio non scende su di loro. Dio scende su Giovanni. Scende sul figlio di Zaccaria. Scende su una famiglia normale, ordinaria, che non si distingue da tante altre del posto. Quella famiglia può essere la nostra. In un tempo dove anche nella Chiesa c’è tanta confusione. Dove, nonostante il Papa cerchi si governare la barca nella burrasca, tanti si perdono. Dove non c’è più una parola chiara e netta sull’amore umano, sulla fedeltà, sulla castità e sulla sessualità. In una Chiesa, dove si alzano mille voci che dicono l’una il contrario dell’altra, noi sposi cristiani possiamo essere chiamati a dare testimonianza. Esattamente come Giovanni. Un uomo che non aveva grande potere ma spaventava un tiranno come Erode. Uno che parlava con un’autorevolezza che veniva, non da una forza politica o militare, ma dalla forza della Verità, dalla forza di Dio. Non curiamoci di tutte le voci nella Chiesa, non possiamo farci nulla. Qualcosa che possiamo fare c’è. Facciamo parlare la nostra vita, il nostro matrimonio e la nostra relazione. Solo così potremo cambiare davvero qualcosa.

Antonio e Luisa

Possiamo essere tutti santi. Basta allenarsi.

Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti,
mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso;
come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Questo Vangelo lo troviamo, non a caso, nella prima domenica di Avvento. L’Avvento tempo di attesa. Attesa che non deve essere sterile. Attesa che diventa preparazione. Attesa che diventa allenamento. Attesa che diventa esercizio e relazione. E’ importante per noi e per la nostra relazione sponsale. Mi viene in mente la serva di Dio (è in corso il processo canonico per la sua beatificazione) Chiara Corbella. Una ragazza normale, come tante. Una ragazza con le sue paure e le sue fatiche. Una ragazza che ha avuto tanti dubbi anche durante il suo fidanzamento con Enrico. Un fidanzamento burrascoso, a detta di Padre vito, il padre spirituale della coppia. Enrico che poi è diventato suo sposo. Chiara era una ragazza normale, ma nello stesso tempo era speciale. E’ riuscita ad affrontare con Enrico prove molto difficili. Ha portato in grembo due piccole vite, quella di Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni,  che si sono spente poco dopo averle date alla luce. Ha scoperto di essere malata di cancro proprio quando aspettava il suo terzo bimbo Francesco (nato poi sano). E’ riuscita ad affrontare tutto nella semplicità di chi sa qual’è la cosa giusta. Ha affrontato tutto nell’abbandono a Dio e nella certezza che la sua vita non sarebbe finita con la morte. Chiara non era una supergirl con poteri straordinari o magici. Non era la santa che ogni tanto leggiamo su certe biografie che ne fanno un’immaginetta perfetta. Chiara era una di noi. Era come noi. Chiara è tanto amata dal popolo di Dio perchè dà a tutti la consapevolezza di potercela fare. Qual’è allora  il segreto di Chiara? Chiara si è preparata. Fin da piccola ha cercato una relazione d’amore con il suo Dio, con Gesù. Ha vissuto i suoi 28 anni in una relazione sempre più bella con Gesù. Questo sicuramente non le ha evitato fatiche, sofferenze e difficoltà- Questo però le ha permesso di sentire nella sua vita la presenza di un Dio che ti ama infinitamente, che ha dato la sua vita per te. L’avrebbe data anche solo per te, per ognuno di noi. Un Dio che ci desidera e ci trova meravigliosi. Un Dio che non aspetta altro che accoglierci nel suo abbraccio d’amore tenero e misericordioso. Chiara si è preparata tutta la vita. Quando, poi, sono arrivate le difficoltà ha saputo affrontarle, ha trovato in quella relazione con Gesù e con Gesù nel suo sposo, la forza, la consapevolezza, la sicurezza e il senso di fare determinate scelte e di vivere la malattia e la morte in un modo straordinario. Chiara era una persona normale che ha fatto cose straordinarie. Anche noi possiamo farlo, ma non dobbiamo perdere tempo. Chiara ci ha mostrato come si fa. Relazione con Dio, preghiera, sacramenti, dono di sè ai fratelli e al marito in particolare. Seguendo l’esempio di Chiara ognuno di noi potrà fare cose straordinarie. Ognuno di noi potrà affrontare tutte le prove che la vita ci metterà davanti.  Questo è il messaggio più grande del Vangelo di oggi, questo è quello che Chiara ha saputo mostrarci con la sua vita.

Antonio e Luisa

Gesù è il Re del nostro universo

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?».
Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?».
Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Cristo è re. Re dell’Universo. Detto così sembra qualcuno di lontano ed irraggiungibile. Tutto assume un altro valore quando lo accogliamo come Re della nostra vita e del nostro matrimonio. Cosa significa concretamente? Significa essere liberi ed essere liberati da un peso che non possiamo sostenere. Ogni persona, proprio per la natura umana che la costituisce, non si basta. Spesso nelle coppie si generano dinamiche pericolosissime. Due dinamiche diverse, ma ugualmente dannose. Credersi il dio dell’altro/a o fare dell’altro il proprio dio. Questo può accadere quando il trono è vacante, quando si è scacciato Gesù dalla nostra vita di coppia.

Nel libro di Christiane Singer Elogio del matrimonio, c’è un passaggio che merita attenzione e una riflessione attenta. Un passaggio che mi interroga e mi provoca sulla mia relazione e su come la intendo.

Se uno dei due sposi non sopporta che l’altro vibri, viva e ami al di fuori della sua presenza, se si mette a sognare di essere la sola fonte della sua felicità, può avere almeno una certezza: quella di diventare molto presto la sola fonte della sua disgrazia.

Parole pesanti come macigni. Pesanti, ma che possono davvero permetterci di fermarci e pensare. Chi voglio che sia il sole per la mia sposa? Qual’è il sole per me? Quale sorgente della luce vogliamo per noi e per l’altro? La tentazione di chiudersi nella coppia dove l’uno è la sorgente per l’altro è molto forte. L’amore che resta chiuso è destinato a stagnare e a diventare palude. Un’acqua malsana per un amore malsano. L’amore è acqua che ha bisogno di scorrere, di entrare e di uscire. Poi la fonte non è mai nella coppia. La fonte è altro, la fonte è in alto. Per tutti la fonte è Dio, la differenza è che noi cristiani lo sappiamo. La coppia è immagine di Dio, dell’amore di Dio. La coppia è immagine anche della forza creatrice di Dio. La coppia è vita ed è amore. Tutto l’amore degli sposi, che non si genera nella coppia (la fonte è Dio), ma che cresce e si perfeziona nella coppia, ha poi bisogno di uscire per irrigare, per fecondare il mondo. Così la mia gelosia per gli interessi e per i successi dell’altro/a non avrebbe senso. Significherebbe non aver capito  nulla di cosa sia il matrimonio. Se la mia sposa ha impegni ed interessi al di fuori della coppia, dove riscuote successo e che le danno gratificazione, devo esserne felice. Perché in quelle attività sta portando tutta la sua ricchezza. Ricchezza che è data dalla sua unicità e individualità, impreziosita però,  del nostro amore vicendevole e della nostra relazione sponsale. Tutto quello che lei porta nel lavoro, nella comunità, nelle amicizie, nella preghiera, nella Chiesa e in tutto quello che fa,  ci sono anche io. Come potrei esserne geloso? Naturalmente questo è possibile quando comprendo e mi libero dal peso e di essere il dio di mia moglie. C’è una frase che ho letto su una maglietta. Una frase divertente ma che nasconde una grande verità: Dio c’è, ma non sei tu. Rilassati. Ricordiamoci che vale anche per il matrimonio. Ricordiamoci che il Re dell’Universo è Gesù. Re anche del nostro universo.

Antonio e Luisa

Offriamo il nostro poco.

Fratelli, ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati.
Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio,
aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi.
Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.
Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più bisogno di offerta per il peccato.

La seconda lettura di questa domenica riguarda tutte le persone. Difficilmente credo che si possa però trovare una lettura sponsale. Invece è importante farla. In questa lettera ci viene semplicemente detto che il nostro amore può essere redento. Ci viene semplicemente detto che il nostro peccato può essere sconfitto anche nella nostra relazione sponsale. Ci viene semplicemente detto che attraverso il matrimonio possiamo, se lo vogliamo con tutte le nostre forze, sconfiggere il peccato originale che ci abita nel profondo, e tornare ad essere capaci di amarci e desiderarci come era nelle origini, come era nel progetto di Dio. Certo non significa che non sbaglieremo mai o che non ci feriremo mai con le nostre parole, con i nostri atteggiamenti e con le nostre mancanze. Questo è chiaramente impossibile per delle  creature finite come noi. Significa, però,  che ogni male che ci potremo fare nella nostra relazione, ogni deserto relazionale, ogni freddezza e divisione, ogni volta che sceglieremo di non amare e di essere egoisti, non sarà per forza la vittoria del male. Significa che possiamo prendere tutta quella miseria relazionale e darla a Lui. Lui che può fare del nostro poco offerto un’occasione di Grazia e di resurrezione.  Lui può fare della nostra miseria un’offerta gradita a Dio perchè la arricchisce di se stesso. Arricchisce la nostra povertà del dono della sua vita. La vita di un uomo che è Dio. La vita di un Re. Allora si che la nostra povera offerta diventa sufficiente per pagare i nostri peccati. Lui può pagare per noi, ma serve sempre che noi siamo disposti ad offrire il nostro poco. Vuole il nostro amore imperfetto e fragile. In sostanza il sacramento del matrimonio è questo. Un amore che è la somma di due povertà, arricchite però del sacrificio misericordioso del Re. Per questo il sacramento del matrimonio non può essere lontanamente paragonato a  qualsiasi altra relazione affettiva. Il nostro amore, se solo lo vogliamo, può essere elevato e perfezionato perchè è un amore redento dal sangue di Cristo. Ogni volta che tradiamo questa verità, per il nostro egoismo e la nostra incapacità di metterci tutto, stiamo vanificando quel sacrificio. Attraverso la passione e la croce Gesù ci ha offerto la ricchezza e la regalità, ci ha reso stirpe regale,  e noi rifiutiamo tutto, decidiamo  di continuare a vivere da mendicanti. Questo è il peccato più grande che possono commettere due sposi.

Come disse Chiara Corbella ricordando il miracolo di Cana, avvenuto guarda caso durante un matrimonio:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Non possiamo trasformare l’acqua in vino, la nostra difficoltà in gioia, la nostra divisione in unità, la nostra aridità in fecondità ecc. Possiamo però offrire tutto a Dio. Solo allora Gesù potrà fare il miracolo anche nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Lo testimoniano tante storie vere di relazioni distrutte rifiorite grazie alla fede in Dio e alla convinzione della forza della Grazia del sacramento.

Antonio e Luisa

Dai anche gli ultimi spiccioli

E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte.
Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

A volte ci sentiamo poveri. Esattamente come quella vedova. Abbiamo relazioni difficili in famiglia. Litighiamo con i figli, ci sono incomprensioni. A volte c’è il peccato e la divisione nella nostra famiglia. Non sembra una casa abitata dal Signore. Ci sentiamo in affanno, sempre inadeguati. Le cadute ci sono e spesso non riusciamo ad essere accoglienti e disponibili verso la nostra sposa (sposo). In quei momenti magari invidiamo un po’ altre coppie che sembrano essere molto meglio di noi. Che sembrano aver costruito qualcosa di molto più solido e bello di noi. Sembrano poter offrire molto più di quello che possiamo fare noi. Eppure qui il Signore ci dona una parola di speranza e di amore. Ci sta dicendo di non temere. Ci sta dicendo di offrire quel poco che abbiamo. Lui lo sa quanto ci costa farlo alcune volte. Lui sa quanto ci costa andare da Lui. Per questo non giudicherà misera la nostra offerta, ma  non potrà che avere uno sguardo di misericordia e compiacimento per noi. Ciò che spaventa Dio non è la nostra miseria. Ciò che lo spaventa è il nostro rifiuto. E’ la nostra incapacità di affidarci e di affidarli quel poco che abbiamo. Perchè solo facendo sua la nostra imperfezione può farne una meravigliosa storia di amore e di resurrezione. Non ci chiede di dare più di quello che possiamo. Ricordiamocelo.

Questo Vangelo ci insegna anche qualcos’altro. Quando nella mia giornata ho dato tutto e mi restano in mano due spiccioli cosa faccio? Me li tengo oppure li offro. Quando torno a casa stanco e mio figlio mi chiede di fare le divisioni con lui cosa faccio? Lo aiuto o lo mando dalla mamma lavandomene le mani? Quando, dopo cena, non ho voglia che di sedermi al computer e la mia sposa mi comincia a spiegare per l’ennesima volta i problemi con i suoi alunni cosa faccio? La ascolto o taglio corto? Tanto sono sempre le stesse cose. Potrei proseguire con tanti altri esempi. La famiglia è così. Per questo è difficile. Ti rende reali e concreti gli insegnamenti evangelici. Lì, devi dare quegli ultimi due spiccioli oppure non va bene, non stai vivendo pienamente la verità della vocazione che hai scelto. Sono cose importanti. Chi non sa donarsi totalmente non riuscirà mai a vivere la bellezza del matrimonio fino in fondo. Il matrimonio è certamente Grazia, ma c’è dentro anche tanta fatica e volontà da parte nostra. Ricordiamocelo. Se fosse solo Grazia non si spiegherebbero i tanti fallimenti e separazioni. Ogni volta che siamo poveri, senza più forze, lucidità e  tempo e non ci restano in mano che due miseri spiccioli. Ogni volta che riusciamo a dare anche quelli, beh Gesù è soddisfatto di noi. Questo è certo. Perché così stiamo imparando ad amare veramente.

Antonio e Luisa

Getta il mantello e sarai rivestito di Gesù.

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».
E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

Alcuni passaggi del Vangelo di questa domenica meritano un’attenzione particolare. Gesù incontra un cieco lungo la strada. Il cieco non vede. Non vede il senso della sua vita. Non vede la bellezza del mondo.  E’ un mendicante. Un mendicante di amore, di desiderio di riempire quel vuoto del cuore. Un mendicante fermo. Seduto. Non è più capace di fare un passo. Dispera di riuscire a rialzarsi. Una condizione in cui tante persone possono trovarsi. Tante coppie di sposi. Come fare? Il mendicante riconosce la propria miseria. Questo è il primo passo. Non si vergogna e non la nasconde. Cerca aiuto. Questo dà fastidio. Non importa il mendicante non si lascia frenare da questo.

Secondo punto importante: Gesù non chiama direttamente il mendicante. Lo fa chiamare da qualcun’altro. Presumibilmente dai suoi discepoli. Non è un dettaglio secondario. Il Vangelo vuole evidenziare come Gesù solitamente abbia bisogno della mediazione di qualcuno per aiutare chi grida aiuto. Possiamo essere noi quel qualcuno. Con la nostra vicinanza, con le nostre parole, con il nostro aiuto materiale. Ultimamente ricevo tantissimi messaggi di aiuto da parte di tante persone. A volte mi sembra che sia troppo, che non posso farmi carico di tanta sofferenza e difficoltà. Poi, ripenso, a tutte le persone che Gesù ha messo sulla mia strada, persone che mi hanno sostenuto e aiutato ad uscire da situazioni di dolore e povertà in cui mi trovavo. Questo mi dà la forza di provare a dare il mio sostegno ora. Con tutti i miei limiti, ma mi fido di Dio.

Terzo punto. Il cieco getta il mantello. Butta tutto quello che ha. Tutta la sua ricchezza. Butta l’unica protezione che aveva per il freddo della notte. Sembra nulla, ma è tutto. Un significato simbolico grandissimo. Sì. Perché Il mantello per i mendicanti era ciò che sono i cartoni per i barboni di oggi: casa, materasso, coperta. Era l’unica sicurezza. Bartimeo se ne priva, e riacquista la vista. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Antonio e Luisa

 

Se sei forte fatti servo.

Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il Vangelo di questa domenica è da leggere e meditare tutto, come sempre. Quello su cui noi sposi dobbiamo maggiormente soffermarci sono le ultime quattro righe. Quelle senza dubbio più indigeste. Essere il servo di tutti. Essere il servo della persona che amiamo. Sembra una richiesta ingiusta. Qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore. Ricorda maggiormente l’essere usati. l’essere soggiogati, l’essere sfruttati. E’ vero spesso succede questo. Spesso l’egoismo umano porta la parte più forte della coppia a sottomettere l’altra. Questo non è amore. Questo non è quello che ci sta chiedendo Cristo. Gesù ci chiede di farci servi. E’ vero. C’è però una grande differenza. Lui ci chiede di farlo liberamente, di servire in libertà e piena volontà. Non per l’egoismo dell’altro. Non per la prepotenza dell’altro. Solo per amore. Solo per dare concretezza a quella promessa che abbiamo donato al nostro coniuge il giorno del matrimonio. Nessuno ci ha obbligato. Nessuno ci deve obbligare a servire. Così il più forte si farà servo. Non il più debole! Il più forte! Il primo! Quello più avanti dei due. Questo è il paradosso del Vangelo e del messaggio di Gesù. Dio, la potenza assoluta, che si fa servo fino a lavare i piedi di persone indegne. Il più forte che si fa servo non diventa vittima di una prepotenza. Lo sarebbe il più debole. Il più forte che si fa servo diventa sostegno per il debole e per il povero. Il forte che si fa servo diventa forza per l’altro/a. Tutte le volte che il nostro sposo (sposa) è debole. è fragile, è incapace di amare, ricordiamoci di questo passo del Vangelo. L’essere più forti, più giusti, più bravi, non ci dà il diritto di far pesare l’errore e l’atteggiamento sbagliato dell’altro/a. Questa non è correzione fraterna, ma solo ergersi a giudice e a persona migliore. L’essere più forti è innanzitutto responsabilità. E’ il dovere di abbassarci e farci servi di chi è più debole e più fragile. Solo così, dopo esserci fatti misericordia e accoglienza, avremo l’empatia necessaria, la strada aperta verso il cuore dell’altro/a,  per condurlo a comprendere i suoi errori. Questa è la vera correzione fraterna. L’unica che può aiutare il nostro coniuge a progredire verso la strada della salvezza.

Antonio e Luisa

 

Il matrimonio è rinuncia o ricchezza?

In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Cosa ci può dire il Vangelo di questa domenica a noi sposi? Tantissimo. Cercherò ora di condividere con voi alcuni passi passi che mi hanno aiutato a riflettere sul mio matrimonio.

Si avvicina un tale, una persona anonima, senza nome. Quel tale sono io, quel tale è la mia sposa. Gesù sta lasciando un villaggio. Quel tale gli si pone in ginocchio. Prostrato. Non lo ha cercato subito. Ha atteso l’ultimo momento. Come in un impeto del cuore. Questo giovane è una persona che ha tanto, è molto ricco, sapremo poi proseguendo nella lettura. Ha tutto ma non è felice. La sua vita non ha senso. Quante volte mi sono sentito così. Cercavo qualcosa, qualcuno che potesse dare un senso a tutto, che potesse riempirmi il cuore. Questo ricco avrà sentito parlare tanto di Gesù, di come era speciale, di come parlava, dei miracoli che faceva, e si è gettato ai suoi piedi come tentativo estremo di trovare quel senso. Gesù sembra un po’ freddo e infatti risponde alla sua richiesta: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Gesù vuole capire se quell’impeto che ha portato quel giovane da lui è consapevole, è una scelta definitiva oppure se è solo la disperazione del momento. Gesù vuole far comprendere a quel giovane che solo riconoscendo in lui il Dio della sua vita tutto potrà cambiare. Il giovane ricco potrà finalmente trovare la vera ricchezza.  Questo vale per il giovane ricco. Non solo. Vale per ognuno di noi. Vale per il nostro matrimonio. Gesù ci insegna anche altro.  Non basta osservare la legge. Diventerebbe qualcosa di frustrante e di deflagrante alla lunga. Non si può accogliere la verità e la legge di Dio per dovere, ma solo per amore.  Il salto di qualità della nostra vita e del nostro matrimonio avviene quando decidiamo di osservare la legge perchè comprendiamo che quello è il modo per riamare Dio. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. (Gv 14, 21) Perchè capiamo che attraverso quella legge possiamo crescere nell’amore verso Dio e verso la persona che ci ha donato nel nostro matrimonio. Soltanto se riusciamo in questo cambio di prospettiva e di orizzonte possiamo davvero trovare quello che cerchiamo. Possiamo trovare il tesoro della nostra vita. Possiamo trovare il senso di ogni cosa e la verità che ci costituisce: L’AMORE. 

Il mio matrimonio è partito così. Come il giovane ricco cercavo qualcosa di grande. Avevo un desiderio molto forte di sposarmi, e con tutta la mia volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei riconosceva Gesù come suo Dio davvero. Era il Signore della sua vita. Io non ancora.  Non ero così. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita. 

Antonio e Luisa

L’amore è anche pagare per l’altro

Ieri durante la Messa ho ascoltato il Vangelo. Non l’avevo letto prima come di solito faccio, anche per preparare i miei articoli. E’ stata quindi una sorpresa. Il sacerdote ha proclamato la parabola del buon samaritano. Ascoltata decine se non centinaia di volte. La Parola è però meravigliosa perchè ti parla sempre in modo diverso. Ti dice quello di cui hai bisogno in quel momento. Oggi ho colto qualcosa su cui non mi ero mai soffermato prima.

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Quello che mi ha colpito è tutto l’agire del samaritano, ma in modo particolare l’ultima parte. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Sappiamo che il prossimo più prossimo per noi sposi è la persona che abbiamo accanto. Prima ancora dei figli stessi. Queste parole di Gesù sono una potenza. Mi hanno svelato d’improvviso qualcosa che già sapevo, ma non con questa chiarezza e senza possibilità di fraintendere. Quando l’altro/a non può pagare, non ne è capace, non è pronto, non è in grado di farsi dono dobbiamo pagare noi per lui. Questo è la forza e lo scandalo dell’amore. Scandalo perchè risulta indigesto e ingiusto, non è facile da accettare e digerire. Forza perchè chi riesce ad amare in questo modo diventa davvero luce per il mondo. Questo vale per le piccole divisioni come per le grandi. Nel mio matrimonio non ho mai dovuto pagare molto per la mia sposa. E viceversa naturalmente. Non ci sono mai stati grandi dolori o sofferenze che ci siamo procurati l’un l’altra. C’è chi, però, è stato chiamato a pagare davvero tanto. Chi abbandonato continua ad offrire la sua vita nella fedeltà ad una persona che, oggettivamente, non merita un dono tanto grande. Eppure, per la Grazia di Cristo, lo fa. Per carità! Io non voglio giudicare che fa scelte diverse e cerca nuove relazioni. Io stesso sinceramente non so come mi comporterei. In certe situazioni ti devi trovare. Se mi permetto di scrivere queste righe è perchè ho in mente diverse persone, reali, che stanno pagando giornalmente per l’altro, per le ferite e l’egoismo dell’altro che causano dolore a tutti. Giulia, Anna, Paola, Francesco e tanti altri. Tutti volti di uno stesso amore grande. Tutti volti che si somigliano. Somigliano a quel volto del crocefisso, al volto di chi ha dato la vita per gli altri. Per questo sono bellissimi.

Stanno pagando non solo per loro, ma affinché, fosse anche all’ultimo respiro, la persona che Dio gli affidato per prepararsi alla vita eterna, possa trovare la forza e la volontà di dire finalmente il suo sì a Gesù. Stanno pagando per la salvezza di entrambi. Questo genera scandalo, ma questa è la grandezza del matrimonio cristiano, questa è la grandezza di una fede che crede in un Dio che si fa uccidere per pagare ogni nostro misero errore. Senza nessun nostro merito, ma solo per sacrificio d’amore.

Voglio concludere con le parole del Papa a Santa Marta:

«Ma c’è un’altra cosa — ha proseguito il Pontefice — che forse si può spiegare più avanti, in altre occasioni: alcuni teologi antichi dicevano che in questo passo è racchiuso tutto il Vangelo. Ognuno di noi è l’uomo lì, ferito, e il samaritano è Gesù. E ci ha guarito le ferite. Si è fatto vicino. Si è preso cura di noi. Ha pagato per noi. E ha detto alla sua Chiesa: “Ma se c’è bisogno di più, paga tu, che io tornerò e pagherò”». È importante dunque pensarci bene, ha ripetuto il Papa, perché «in questo brano c’è tutto il Vangelo».

Io concludo affermando che ogni volta che paghiamo per il nostro sposo o la nostra sposa, in quel gesto c’è tutto il Vangelo.

Antonio e Luisa

Per la durezza del vostro cuore

In quel tempo, avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;
per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.
Sicché non sono più due, ma una sola carne.
L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:
«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei;
se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

Noi sposi dobbiamo leggere e rileggere il Vangelo di questa domenica. Dobbiamo approfondirlo e cercare di capire cosa Gesù ci vuole dire.

Ci sono 2 passaggi chiave, che mi hanno colpito profondamente:

  1. Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
  2. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; Sicché non sono più due, ma una sola carne.

Parto dal secondo punto. Il matrimonio è il sacramento delle origini. Giovanni Paolo II lo definisce sacramento primordiale. Detto in parole più semplici attraverso il sacramento del matrimonio Gesù, in virtù della sua morte e resurrezione e, attraverso  la Grazia salvifica e redentiva scaturita dal suo sacrificio, ci permette di tornare lì, di tornare alle origini.  Giovanni Paolo II arriva a definire questa realtà viva ed operante del sacramento una ri-creazione, una nuova creazione, intesa come creare di nuovo quell’ordine, quella pienezza, quella autenticità che rendeva l’unione tra Adamo ed Eva un paradiso. C’è una differenza ora rispetto alle origini. Noi abbiamo il peccato originale. Abbiamo la concupiscenza che ci insinua continuamente l’istinto di dominare l’altro, di farlo cosa nostra. Il sacramento del matrimonio per poterci condurre a quelle origini, che tanta gioia e pienezza potrebbero darci, necessita del nostro costante impegno, della nostra volontà a combattere il male per farci dono. Quel paradiso va conquistato e lavorato con fatica ogni giorno della nostra relazione sposale. Nel rito del matrimonio non promettiamo di amare e onorare l’altro ogni giorno della nostra vita? Con la Grazia di Cristo? Servono Grazia e volontà. Ogni fiore e ogni pianta aromatica e profumata va coltivata con gesti di tenerezza e dolcezza. Ogni animale che rende il giardino vivo e prosperoso va nutrito con le attenzioni reciproche. Non esiste più il giardino che si mantiene e si perfeziona da solo. La nostra relazione è quel giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa, perchè è arricchita della Grazia di Dio.

Arriviamo al primo punto. Tutti si chiederanno perchè Dio, attraverso la Legge di Mosè, ha permesso il ripudio. La risposta ci viene direttamente da Gesù: per la durezza del vostro cuore.

E’ sempre stato sbagliato ripudiare la propria moglie, ma Dio non chiede mai più di quello che il suo popolo possa sopportare e comprendere, almeno in parte. Conduce alla verità con pazienza e attende che i tempi siano maturi. L’atto di ripudio è una pratica che serviva alla donna, la parte più debole, che non contava nulla, che non aveva nessun tipo di considerazione nella società del tempo. Una donna cacciata di casa era destinata a una vita di miseria, di disprezzo e isolamento sociale. Era condannata a una vita da mendicante se non da prostituta. L’atto di ripudio era una pratica formale e un atto legale che liberava la donna, le permetteva di presentarsi in società come donna libera. Grazie a quel documento poteva sperare di trovare un nuovo marito, e rifarsi così una vita dignitosa. Quello che sembrava essere un arrendersi da parte di Dio alla meschinità e cattiveria dell’uomo era in realtà un modo per educarlo per condurlo alla pienezza delle origini. Un po’ come la legge del taglione. Dio non considerava buona la vendetta, ma comprendeva che il suo popolo non avrebbe capito il perdono. Per questo chiese almeno che la vendetta fosse proporzionale all’offesa. Non fare all’altro più di quanto subito. Solo con Gesù si è raggiunta la pienezza, il perdono misericordioso. Pienezza delle origini che viene ripresa da Gesù anche per il matrimonio. Gesù, vero uomo e vero Dio, che attraverso il suo esempio, la sua testimonianza, il suo amore e soprattutto la sua forza redentiva che viene dalla sua passione, morte e resurrezione, ci dice: ora non avete più scuse. Non solo ci ha mostrato come si fa, ma ci ha dato anche  la forza per farlo. Non si accontenta più dell’atto di ripudio, del divorzio diremmo oggi, ma è morto in croce perchè noi possiamo fare altrettanto, se necessario. Ci ha mostrato la via, che è stretta e a volte dolorosa e ingiusta, ma è la sola via per vivere in modo autentico e pieno, senza accontentarsi di una via di mezzo che è tiepidezza e non sa di nulla. Come Gesù stesso dice, non è venuto ad abolire la legge ma a portarla a compimento. La crisi delle relazioni e dei matrimoni è figlia di una crisi ancora più grande: non riconosciamo più Gesù come Signore della nostra vita.

Antonio e Luisa

La sapienza nel matrimonio è saper restare piccoli.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Perchè i sapienti e gli intelligenti non riescono ad accogliere in loro la verità evangelica? Dio non ha nascosto niente a nessuno. Dio c’è per tutti. Tutti siamo figli suoi. Cosa ci vuole dire Gesù? I sapienti, in questo caso, è una parola usata con un’accezione negativa. Sono coloro che fanno di ciò che sanno il proprio dio. Fanno del loro sapere il loro unico sostegno. La fede è roba da gente ignorante. I sapienti più difficilmente accolgono la verità, più difficilmente accolgono lo stesso Gesù. I sapienti sono pieni di ciò che sanno. I sapienti sono pieni di ciò che fanno. I sapienti si bastano. Non hanno bisogno di Dio. Non hanno bisogno di essere salvati. Non ne sentono né il desiderio né la necessita. I piccoli invece non si bastano. Vedono la loro fragilità, la loro inadeguatezza per tante cose della vita. I piccoli cercano la salvezza perché da soli non ce la fanno. Nel matrimonio è esattamente così. Esistono i sapienti. Quelli che non hanno bisogno di Dio. Non hanno bisogno della Sua Grazia e dei Suoi insegnamenti. Quelli che, quando le cose vanno bene, è perchè loro sono bravi, hanno capito più degli altri. Quando le cose vanno invece male è colpa dell’altro/a, che non è abbastanza, che non merita di aver al fianco una persona come loro. Tutto il mondo ruota attorno a loro, al loro ego. Poi ci sono i piccoli quelli che sono consapevoli delle proprie miserie. Quelli che ammettono errori e passi falsi. Quelli che non cercano sempre le responsabilità fuori di sé, ma cercano sempre di guardare in faccia la propria imperfezione. Questi, a prima vista, sono i deboli, i perdenti. Non è così! Questa loro consapevolezza li porta a meravigliarsi del dono dell’altro/a. A meravigliarsi della gratuità dell’altro/a. Questa consapevolezza li porta a rendere grazie a Dio e al loro sposo (sposa) per il dono ricevuto, per l’amore gratuito e non sempre meritato. In questo senso il giogo è leggero. Quando si fa esperienza dell’amore di Dio e lo si sperimenta attraverso un’altra creatura (sposo o sposa) tutto è più sopportabile. Quando invece il mondo che ci siamo costruiti a nostra immagine, dove noi siamo centro e dio, quando questo mondo crolla tutto diventa troppo pesante e insostenibile. Non abbiamo più nulla a cui aggrapparci. Solo Dio salva. Noi da soli non possiamo allungarci la vita di un solo secondo. Figuriamoci salvarci.

Antonio e Luisa

Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti

Lo so siamo a martedì. Voglio, però, ritornare alla Parola di domenica. E’ troppo importante per noi sposi per non rifletterci sopra. Il Vangelo ci diceva:

Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?».
Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».

Concetto che si comprende meglio se letto alla luce della seconda lettura tratta dalla Lettera di San Giacomo:

Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?
Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete;
chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri.

Spesso il matrimonio è così, è una guerra. Una guerra per assoggettare l’altro, per renderlo nostro, per possederlo. Per renderlo più aderente possibile all’idea del nostro uomo o della nostra donna ideale. Tutti abbiamo in testa come dovrebbe essere  e cosa dovrebbe fare l’altro. Molto più difficile è accoglierlo. Accoglierlo così com’è. D’altronde l’abbiamo sposato/a conoscendolo/a. Abbiamo preso il pacchetto completo. Se l’abbiamo sposato/a con l’idea di cambiarlo/a o senza conoscerlo/a bene è solo colpa nostra. Non possiamo accusarlo/a di essere così. Non possiamo pretendere che lui/lei cambi. Possiamo solo donarci completamente. Possiamo prendere quelle spigolature, quei difetti, quelle cose che non ci piacciano e accoglierle, perchè accogliendo la parte meno bella dell’altro gli stiamo dicendo qualcosa di grande. Stiamo dicendo che il nostro amore è gratuito, il nostro amore è incondizionato. Che lui/lei non deve dimostrare nulla. Che noi ci saremo sempre. Che non deve continuamente dimostrare di meritare il nostro amore. Non sarebbe amore. Vi assicuro che spesso quel cambiamento che non otterremmo mai pretendendolo per forza diviene possibile per amore, per dono. A me è successo così. Non sarei mai cambiato se non per il desiderio di rispondere a quell’amore grande che la mia sposa mi ha sempre mostrato. A volte si è umiliata per me e per questo si è dimostrata molto più grande di me.

Antonio e Luisa

Riconoscersi miseri.

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;
e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure».
«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.
Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».
Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.
Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?».
Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».

Nel Vangelo di oggi c’è una riflessione importante da porre in evidenza. E’ chiara la difformità di comportamento tra il fariseo e la donna che si accovaccia ai piedi di Gesù.

Il fariseo ha un atteggiamento di distacco da Gesù. Chiaramente lo ha invitato, non perchè trova qualcosa di importante per la sua vita in quell’uomo, ma forse per curiosità, o soltanto per poter dire di aver avuto alla sua tavola un personaggio che andava per la maggiore. La donna ha tutt’altro atteggiamento. Entra non dice una parola. Sente di non essere degna di Gesù, non è degna di sedere con lui, di parlare con lui. Come un cagnolino si pone ai suoi piedi in attesa di uno sguardo o di una buona parola. A lei basta poter accarezzare anche i piedi di quell’uomo.  Alcuni identificano questa donna con Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro, altri con Maria Maddalena. In realtà non è chiaro. Io preferisco pensare che questa peccatrice non abbia volto e non abbia nome affinchè ognuno di noi possa immedesimarsi in lei. In lei oppure nel fariseo. Neanche lui ha nome e volto. Gli atteggiamenti di questi due personaggi indicano, non a caso, le due inclinazioni che possiamo seguire nel nostro matrimonio. Possiamo pensare come il fariseo. Possiamo quindi credere di non avere bisogno di perdono, di sentirci delle persone apposto, di essere migliori di tanti altri, anche del nostro coniuge. Questo atteggiamento non ci può consentire di aprirci all’amore. Questo atteggiamento non ci renderà capaci nè di amare Dio nè di amare il nostro coniuge. La nostra superbia ci porrà sempre su un piedistallo. La nostra sposa o il nostro sposo non saranno mai abbastanza, dovranno continuamente dimostrare di essere degni del nostro amore. In fondo crediamo abbiano fatto un affare a sposare una persona come noi.

La peccatrice del Vangelo ha un atteggiamento completamente opposto al fariseo. E’ consapevole della propria miseria, dei peccati commessi e degli errori fatti. Lo sguardo di Cristo che si è posato su di lei l’ha fatta sentire amata, desiderata e bellissima. Nonostante tutta la sua storia e il disprezzo della sua gente. Ecco, anche noi nel nostro matrimonio possiamo sperimentare lo stesso amore. Quando nonostante i nostri errori, che ci sono tutt’ora, riusciamo a guardarci con lo sguardo di Cristo l’un l’altra, e  sentiamo sulle nostre ferite la freschezza del perdono e dell’accoglienza, nasce in noi il desiderio di fare come la peccatrice. Nasce il desiderio di versare il nardo sui piedi dell’altro/a. Per ringraziare lui/lei e Dio attraverso lui/lei del dono del perdono e dell’amore gratuito, incondizionato e non sempre meritato. Nardo che è segno dello spreco. Attraverso quel gesto la peccatrice vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re della sua vita. La peccatrice, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto. Solo se ci sentiremo indegni del dono di Cristo e della nostra sposa (sposo) attraverso Cristo saremo capaci di amarci così.  Ogni tanto io e Luisa sembriamo dei matti. Ognuno dice all’altro: Non merito uno sposo/una sposa come te. Credo che questo sia il nostro segreto. Questo è il segreto che ci permette di rompere il vaso di nardo. E voi l’avete rotto?  Oppure siete avari e date qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Vi sprecate in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitate tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che vi unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

La fede si concretizza nelle opere

Questa domenica c’è una Parola che non può lasciarci indifferenti. Come uomini, come donne, ma soprattutto come sposi. Mi riferisco alla seconda lettura che riprende la Lettera di San Giacomo.

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?
Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano
e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.
Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.

Parole senza possibilità di fraintendimento! Parole che non lasciano scampo e vie di fuga. Parole che ci mettono con le spalle al muro! La nostra è una vera fede, un vero rapporto personale con Gesù, oppure è tutta una sceneggiata? Non è difficile da scoprire. Ognuno di noi può comprenderlo senza difficoltà. Quali sono le nostre opere? Come ci comportiamo in famiglia, nella relazione di coppia, nel rapporto con i nostri figli? Siamo capaci di metterci al servizio? Siamo capaci di morire a noi stessi per innalzare l’altro/a?

La fede senza opere non può esistere. La vera fede senza opere non può esistere. Già, perchè a volte siamo bravissimi a costruirci una nostra fede di superficie, che non ha contenuto. Fatta di una serie di riti che servono a silenziare la nostra coscienza. Magari facciamo anche tanto per la parrocchia o per i movimenti. Coro, caritas, centro di ascolto, ecc. Non è questo che conta. La fede è autentica quando si concretizza principalmente nelle opere che possono rispondere alla nostra vocazione. Quindi al nostro essere marito e moglie, padre e madre. Ciò significa che sto davvero vivendo la Santa Messa se, e solo se, questo incontro intimo con il Signore, e questa comunione d’offerta con tutta la mia comunità, mi aiuta a farmi dono, servizio, sostegno e ascolto per la mia sposa e per i miei figli. Non posso fuggire da questa verità fondamentale della mia vita. Quando mi inginocchio davanti al Santissimo, durante la  consacrazione del pane e del vino eucaristico, sto implicitamente chiedendo di essere capace di inginocchiarmi davanti a Gesù presente, reale e vivo, che abita il mio matrimonio. Inginocchiarmi davanti alle fragilità della mia sposa, ai suoi bisogni, alle sue gioie e ai suoi dolori. Inginocchiarmi per essere tenerezza, cura, servizio e ascolto per lei.

Inginocchiarmi durante la Messa e poi non provare a vivere tutto questo nel mio matrimonio, significa prendere  in giro il Signore e anche me stesso. Sto recitando una bella sceneggiata, ma non ho idea di cosa sia la fede e non ho mai incontrato Cristo.

Concludendo: La mia fede può trasparire solo dal modo con cui amo, rispetto e servo la mia sposa. La Santa Messa non è per questo superflua. Al contrario. Attraverso la Santa Messa, e l’incontro intimo con Gesù, divento sempre più capace di amare la mia sposa. La Santa Messa non è quindi il fine della mia fede, ma il mezzo attraverso cui la mia fede diventa più vera, più forte e più grande, e può, così, manifestarsi nelle opere, nella capacità di santificare sempre più e meglio il mio matrimonio.

Nella lettera di San Giovanni è espresso benissimo, ma in modo differente, lo stesso concetto:  Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 

Dopo la Santa Messa di oggi tornate a casa e regalatevi un abbraccio, un bacio, una carezza. Sarà un piccolo gesto, piccolo ma che racchiude tutto il grandissimo significato della nostra fede.

Antonio e Luisa

Sono il nemico di mia moglie.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano,
benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.
Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;
date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ».

Amate i vostri nemici! Questo differenzia noi cristiani dai pagani. Questo differenzia il sacramento del matrimonio da ogni altra unione affettiva. Almeno dovrebbe differenziarci dagli altri. Spesso non è così. Spesso noi cristiani non siamo meglio degli altri. Non dobbiamo cercare nemici lontani. Non dobbiamo pensare a grandi guerre, alla devastazione e alla forza distruttrice degli eserciti. La pace inizia in famiglia. Papa Francesco è chiarissimo su questo punto.

Nel 2017 nel discorso preparato per la Giornata della Pace il Papa disse:

Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società

La famiglia e, prima ancora, la coppia di sposi che è il nucleo fondante della famiglia, sono luogo dove incontrare il nemico e dove imparare ad amarlo. Il nemico è il nostro coniuge. Il nemico è l’imperfezione del mio sposo e della mia sposa. Il nemico sono i lati oscuri del suo carattere. Il nemico è la sua parte meno simpatica, la parte che mi provoca sofferenza e disagio. Il nemico sono i suoi peccati, le sue mancanze, le sue omissioni, le sue incapacità di amare, le sue fragilità, le sue parole dure e ingenerose, i suoi umori, i suoi silenzi carichi di rabbia. Ognuno metta il suo nemico. Gesù ci chiede, con la grazia del matrimonio, di amare anche quello che di nostro marito e nostra moglie non è bello e non è cosa buona. Amare al modo di Gesù. Non significa accettare ogni cosa. Significa essere capaci di guardare il nostro coniuge con lo sguardo di Cristo. Guardarlo/a con quello sguardo di chi vede attraverso tutte quelle brutte cose e riesce a cogliere, anche in quei momenti, la bellezza dell’altro/a. Riesce a cogliere quanto bene ci sia nell’altro anche se non del tutto espresso e manifestato. Non c’è nulla di più bello e gratificante per una persona di essere guardato così. Ve lo assicuro. Tutte le volte che non sono stato capace di farmi amore per la mia sposa, lei non ha mai smesso di guardarmi con quello sguardo. Mi sono sentito profondamente amato, amato in tutto, anche in quei lati del mio carattere che io stesso non amavo e che preferivo nascondere ai più. Quel suo sguardo d’amore mi ha sostenuto e mi ha dato la forza di combattere. La forza di combattere i miei difetti e i miei peccati per cercare di essere una persona migliore. Non l’ho fatto per me. L’ho fatto per amore e riconoscenza. L’ho fatto per amore di Gesù e per amore della mia sposa, le due persone che più di tutte mi hanno amato sempre, anche nei momenti in cui io stesso faticavo a vedermi amabile. Credo che sia questa la grande forza dell’essere capace di amare i propri nemici. La forza dell’amore che sconfigge le tenebre. L’amore che come un’onda travolge e distrugge tutte le fortezze di male che l’altro si porta dentro.

Antonio e Luisa

I beati amano con l’amore di Dio.

In quel tempo, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.»

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa?  Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi  con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi,  riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio.  Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Io sono il pane vivo!

In quel tempo, Gesù disse alla folla dei Giudei: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

L’Eucarestia, per noi sposi, è un nutrimento fondamentale. Non possiamo pensare di essere ciò che siamo, senza la forza che viene dal pane eucaristico. Non possiamo pensare di poter essere pane spezzato l’uno per l’altra se non ci sfamiamo di Gesù pane spezzato. Eucarestia e matrimonio due sacramenti in apparenza così diversi, ma che hanno davvero tanto in comune. Hanno un senso profondo comune.  L’Eucarestia è segno reale del sacrificio di Cristo per ognuno di noi. Rinnova e riattualizza in ogni Messa il sacrificio di Cristo. Gesù si è dato completamente fino a farsi mangiare per amore. Di nuovo torna presente, in modo misterioso, in quel pane e quel vino. Il matrimonio non è forse la stessa cosa? Il matrimonio non è forse il dono totale dell’uno per l’altra e viceversa? Nel matrimonio non mi consegno completamente alla mia sposa? Nell’amplesso, che ricordo essere parte integrante del sacramento e gesto sacro, non si verifica una vera e propria compenetrazione dei corpi? Non si è forse l’uno nell’altra. Non a caso l’amplesso fisico degli sposi riattualizza il sacramento del matrimonio. Ogni volta che io e la mia sposa ci amiamo carnalmente stiamo rinnovando il nostro matrimonio, stiamo rinnovando un sacramento. Riuscite a capire come matrimonio ed Eucarestia siano entrambi sacramento del dono totale e radicale. Per questo gli sposi sono immagine dell’amore di Dio. Nell’amore radicale, totale, fecondo, indissolubile degli sposi si rende presente e visibile Dio.

La Messa diventa quindi nutrimento per amare di più Gesù in Luisa. Se non comprendo questo sto perdendo tempo.

Mi capita spesso, dopo aver assunto l’Eucarestia, di inginocchiarmi e prendere la mano della mia sposa. E’ un gesto spontaneo. Ha un duplice significato, almeno per me. Significa dire a Cristo: Voglio sempre essere più uno con lei, saldaci sempre più con il tuo Santo Spirito. Significa dire a lei: ti ho affidata a chi ti ama più di me.  

La grandezza del matrimonio non finisce mai di sorprendermi e stupirmi.

Gesù, da quell’attimo importantissimo della nostra vita, in cui ci ha donato l’uno all’altra, ci ama non più solo come Antonio e Luisa, ma ci ama come coppia, e noi a nostra volta ricambiamo il suo amore amandolo insieme, con un solo cuore, nutrendoci di Lui e di noi,  nutrendo l’amore per Lui con il nostro amore sponsale e il nostro amore sponsale con l’amore per Lui.

In questo contesto la mia preghiera, il mio partecipare all’Eucarestia, il mio aprirmi a Gesù diventa salvifico e fonte di grazia e di forza anche per la mia sposa.

In quante situazioni di suo scoraggiamento e sconforto  l’ho affidata nelle mani di Gesù partecipando alla Santa Messa. Noi battezzati siamo tutti legati  gli uni agli altri come i tralci alla vite, ma gli sposi di più. Ricordiamocelo.

Antonio e Luisa

Ti farò mia sposa per sempre

Così dice il Signore:
Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone.
Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

La prima lettura di oggi ci rimanda al deserto. Quando ci sono momenti di crisi, di lontananza e di aridità non dobbiamo ascoltare il mondo. Il mondo ci porta lontano. Spesso gli amici stessi ci consigliano strade che ci consolidano nell’idea che il nostro matrimonio è sbagliato, che dobbiamo pensare alla nostra felicità e a noi stessi prima di ogni altra cosa. Che nostro marito o nostra moglie non meritano il nostro sacrificio e la nostra fedeltà. Dio ci dice di non ascoltare tutte queste parole. Ci chiede di cercare il silenzio, il deserto. Il deserto dove fare i conti con tutte le bestie velenose che lo abitano. Con i serpenti e gli scorpioni che non sono altro che la nostra incapacità di amare. Sono il nostro egoismo, il nostro orgoglio, le nostre ferite che ci induriscono il cuore. Il deserto luogo del silenzio, luogo del nulla. Luogo dove possiamo entrare profondamente in ascolto di ciò che siamo e di Dio in noi. Abbiamo bisogno del deserto per mettere ordine. Solo attraverso il deserto, attraverso la sofferenza e il combattimento del deserto possiamo tornare alla verità, a leggere distintamente quale sia la verità di noi stessi e il progetto di Dio su di noi e sul nostro matrimonio. Non a caso la Parola prosegue: Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza.  La vigna curata e rigogliosa è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio e lo manifesta nel suo comportamento.  Israele, il popolo di Dio, siamo anche noi, lo è anche il nostro matrimonio. Ancor più forte l’immagine successiva, l’immagine della valle di Acòr. La valle di Acòr rimanda a Gerico e alle sue altissime e invalicabili mura. Dio ci dice che con lui nulla è impossibile. Anche il matrimonio più compromesso può essere salvo. Che non significa, ahimè, che non ci saranno separazioni, ma che anche nella divisione, se si confida in Dio e si rimane saldi nella fedeltà alla promessa, si troverà senso, pace e salvezza, anche nella sofferenza.

Solo passando attraverso il deserto si può vivere una vera conversione. Almeno per me è stato così. Passare da un Dio padrone che mi impone regole e leggi. Passare da un Dio che mi impone una fedeltà che a volte ho sentito come stretta, a un Dio che mi ama come uno sposo ama la sua sposa. Un Dio che non mi impone nulla, ma mi offre la sua legge, il suo desiderio di vedermi completamente uomo nella mia relazione e nella mia vita. I suo comandamenti sono parole d’amore, sono sussurri di tenerezza e di pazienza che mi insegnano ad essere ciò che davvero sono e di non essere schiavo delle mie errate valutazioni, dei miei peccati e delle mie ferite. Solo dopo aver attraversato il deserto finalmente posso capire e accogliere con gratitudine queste parole: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. 

Antonio e Luisa

Sei bellissimo. Devi solo scoprirlo.

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Un Vangelo che non può lasciare indifferenti. Tocca il messaggio più profondo della nostra fede. Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Matteo. Gesù vede oltre. Matteo era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo. Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo guarda dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama. Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può è deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa