Se io mi arrabbio…o se si arrabbia l’altro.

Se io mi arrabbio, e uso la mia rabbia per ferire, allontanare ed escludere, è perché ho dei “buonissimi” motivi per perdere la pazienza, e l’altro dovrebbe pure saperlo visto che ricasca sempre negli stessi errori, e visto che gli ho detto o fatto capire tante, troppe volte che certi suoi atteggiamenti e sbagli mi irritano profondamente …

Se io mi arrabbio, è perché “è il mio carattere e non posso farci niente, ma proprio niente”, e l’altro mi “deve” accettare cosi.

Se io mi arrabbio e tratto male l’altro, mi dico che non lo sto trattando male, sto “solo” esprimendo miei sacrosanti diritti (che però non si capisce bene perché io sia convinta che sia meglio urlarglieli e mettere tensione in ciò che dico) e arrivo a convincermi che aumentare la mia rabbia e buttargliela davanti sia ormai “l’unica” cosa da fare per far capire all’altro come mi sento, e che la rabbia espressa da me sia in realtà non tanto aggressiva…

Se io mi arrabbio e decido di usare la mia rabbia facendo finta di niente e scegliendo apparentemente atteggiamenti comunque “gentili” formalmente, ma covando rancore, (e un pizzico di vendetta per sentirmi anche “forte”), e scegliendo atteggiamenti apparentemente innocui ma che mettono muri, inviando il messaggio che l’altro non ha la mia considerazione e attenzione, e lo “merita” di non essere più considerato e avvicinato con amorevolezza, non sto usando ipocrisia e atteggiamenti un po’ subdoli per ferirlo a mia volta, per “punirlo”, ma sto secondo me “solo” usando modi indiretti per fargli capire (ma lo capirà così o si sentirà solo ferito e non amato?) che si sta comportando male, che mi ha fatto dispiacere, e anzi a volte mi giustifico dicendo che non è “educazione” cercare di chiarire, parlare di ciò che mi sta facendo dispiacere … ma mi convinco che sia più “educazione” ignorarlo e se possibile escluderlo in qualche modo con le mie scelte e atteggiamenti. Peccato che poi non solo l’altro a quel punto sta male e reagisce spesso a sua volta male, ma anche che la mia autostima e la mia pace interiore comincino a vacillare e non mi sento più in fondo in fondo contenta di me, e diminuisco in quei momenti la mia risorsa di poter amare e costruire gioia per me stessa e per gli altri, E quello che non faccio agli altri di bene, come un boomerang non lo faccio neanche per me, incattivendo e imbruttendo in quella interazione e situazione il mio cuore.

Se io mi arrabbio, è “normale” che non ho bisogno di dare occasioni all’altro per spiegarsi, per chiarire, per chiedermi scusa, ma sono “buona” se ancora gli parlo comunque, ma dentro me inizio a mettere enormi distanze tra me e l’altro, e chissà perché mi convinco che l’altro tanto non se ne accorge o che comunque se se ne accorge “meglio cosi”…

Se mi arrabbio, e decido di punire, non perdonare, mi sento a volte solo nel giusto, perché mi dico, mentendomi, che “solo” così otterrò un cambiamento e ravvedimento dall’altro.

Se mi arrabbio, e decido che non voglio chiedere “perché” all’altro, è perché altrimenti sarei una “debole”, l’altro non vedrebbe abbastanza il mio grande dolore e delusione.

Se mi arrabbio, e non rivolgo più la parola all’altro, è perché mi convinco che l’altro se mi vuole bene deve essere lui, e solo lui a fare il primo passo di riconciliazione verso di me, preferibilmente chiedendomi pure scusa altrimenti non lo perdono, perdendomi così la possibilità di amare gratuitamente, con la libertà preziosa interiore di non far dipendere il mio stato d’animo e la mia serenità da ciò che fa o non fa l’altro nei miei confronti …

Se invece è l’altro che si arrabbia con me e che mi ferisce, mi allontana e mi esclude, e mi tratta male ogni volta che ricasco negli stessi errori, è “sicuramente” perché è cattivo, cattivissimo, mi odia, non mi sopporta e dice le cose solo per umiliarmi.

Se è l’altro che si arrabbia con me, e nell’arrabbiarsi mi butta davanti la sua grande rabbia e mi tratta male, è “sicuramente” e “solo” perché vuole trattarmi male, è aggressivo e insensibile, e non perché forse ha paura di non essere preso in considerazione nel suo dolore e nelle sue fatiche. Pur sbagliando i modi di esprimermelo,

Se l’altro non mi affronta direttamente, e usa modi indiretti e subdoli per farmi capire che è arrabbiato, è perché in fondo è solo un ipocrita, bugiardo e finto, e non “merita” più neanche la mia considerazione e attenzione, perché troppo perfido e poco chiaro, diretto. Meglio evitarlo per non finire vittima delle sue cattiverie indirette. Invece di provare io per prima, con un po’ di semplicità, e chiarire, parlare apertamente e direttamente, aiutando così anche l’altro e rendersi conto del suo nascondersi, mentire, ferire indirettamente, invece di stimarlo comunque e cercare di aiutarlo ad avere più serenità e coraggio di parlare francamente, non smettere di creare ponti veri, solidi.

Se è l’altro ad arrabbiarsi ed escludermi, non è perché sta soffrendo e sta scegliendo modi non costruttivi per farmelo capire, ma è perché è troppo cattivo, duro, insensibile e anaffettivo …

Se è l’altro a non perdonarmi, ma mi punisce e rimprovera, è perché non è “capace” di perdono, perché non ha capacità di amare come invece io so fare, è perché non capisce niente ed è un “muro” vivente.

Se l’altro si arrabbia, e non mi rivolge più la parola, o cambia atteggiamento verso me, o mi tratta freddamente o non interagisce più con me, allora non vale la pena, secondo me a volte, di cercarlo, di capire cosa è successo, di amarlo comunque, ma trovo a volte “normale” comportarmi di conseguenza, magari aggiungendo pure dentro me la pesante sfumatura del “se l’e’ voluta lui “ questa mia reazione, questa mia passività e scelta di non cercarlo più di far finta di niente finché l’altro non cambia…

Se invece mi arrabbio con Dio, Lui non mi ignora, non si vendica, non mi aggredisce, ma mi corregge con amore, continua ad amarmi gratuitamente, e non fa dipendere il Suo Amore e la Sua attenzione e cura e sollecitudine verso me da come io lo tratto, da se lo ignoro o no, da se lo incolpo o odio, ma mi ama, mi aspetta a Braccia aperte, sempre, con infinita misericordia, sempre con quel suo Sguardo e Sorriso pieni di Amore per me.

Francesca Bisogno

Articolo originale su Albastellata

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L’alfabeto degli sposi. M come morire.

Brutta questa. Cosa c’entra la morte con il matrimonio che è amore e vita? C’entra tantissimo. Solo morendo a me stesso posso aprirmi al matrimonio in modo pieno ed autentico. Cosa significa? Ci sono tre distinte morti che devo riuscire a portare a termine.

Devo uccidere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Antonio e Luisa

Morire per essere vivi.

Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà.

Nel Vangelo di oggi Gesù lancia questa provocazione. Una frase che a pelle risulta parecchio indigesta. Devo perdere la mia vita per salvarmi. Cosa mi vuole dire Gesù?

A me personalmente dice tanto. Perdere la mia vita, non la intendo come la mia vita terrena. Certo c’è anche la morte, ma per giungere pronto alla morte devo perdere tante altre vite.

Devo perdere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Ho ancora tanto lavoro da fare, ma la vita che ci offre Gesù è meravigliosa perchè offre già su questa terra una pienezza e una prospettiva di eternità che nessun altro può offrire. Solo Dio può.

Antonio e Luisa