Morire per essere vivi.

Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà.

Nel Vangelo di oggi Gesù lancia questa provocazione. Una frase che a pelle risulta parecchio indigesta. Devo perdere la mia vita per salvarmi. Cosa mi vuole dire Gesù?

A me personalmente dice tanto. Perdere la mia vita, non la intendo come la mia vita terrena. Certo c’è anche la morte, ma per giungere pronto alla morte devo perdere tante altre vite.

Devo perdere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Ho ancora tanto lavoro da fare, ma la vita che ci offre Gesù è meravigliosa perchè offre già su questa terra una pienezza e una prospettiva di eternità che nessun altro può offrire. Solo Dio può.

Antonio e Luisa

 

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Mettersi nei suoi panni!

Spesso, negli articoli pubblicati in questo blog, ho scritto di quanto sia importante riuscire a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a comprendere le difficoltà e le motivazioni che portano ad un determinato comportamento o atteggiamento. Mi sono accorto che non basta. Anzi può anche consolidare un giudizio negativo sull’altro. Perchè questo esercizio, che dovrebbe essere di pura misericordia, spesso cela il nostro egoismo e il nostro egocentrismo. Sembra un controsenso, ma è così. A volte mettersi nei panni dell’altro ci serve per poterci confermare nella certezza che noi non avremmo fatto in quel modo o non avremmo tenuto quell’atteggiamento. Mettersi nei panni dell’altro per innalzare di nuovo se stessi. Vedete quale ipocrisia si può nascondere dietro un’apparenza di bene e di amore. La capacità autentica di comprendere l’altro è definita empatia. L’empatia è una dote importantissima per creare rapporti solidi e duraturi. L’empatia cresce con la conoscenza reciproca, con gli anni di matrimonio. Non si finisce mai di imparare. E’ sempre in agguato quella brutta bestia che è il nostro egoismo. Lo dico come autocritica. Giusto stamattina mi è capitato di comportarmi esattamente così con la mia sposa. La chiamo per sapere se il tecnico dell’impianto di riscaldamento avesse fatto tutto secondo quanto disposto e mi sono accorto che lei aveva fatto confusione. Mi sono sentito davvero arrabbiato con lei. Già abbiamo tante cose da fare, impegni imprevisti ed previsti, e per una sua mancanza ne abbiamo aggiunti altri. Ho pensato come io, invece, avrei risolto tutto in breve tempo e senza problemi. L’ho ripresa con malcelato fastidio e  ho messo giù frettolosamente la cornetta sbuffando. Mi sono davvero messo nei suoi panni? Certamente no. Ho valutato la situazione con le mie conoscenze, le mie esperienze pregresse. Non con le sue. Lei ci ha messo tutto l’impegno e io non l’ho preso in considerazione. Le ho già chiesto scusa. E’ una piccola cosa, ma è indicativo di come sia facile ferire le persone, soprattutto le più care. Certo capita anche il contrario. Quando cerco di sollevarla da alcune incombenze domestiche spesso non apprezza il mio impegno, ma evidenzia come avrei potuto lavorare in modo diverso e migliore.  Quando però c’è intimità, dialogo. sensibilità verso l’altro e ci si vuole bene queste sono solo occasioni per perdonarsi, accogliersi e ricominciare più uniti di prima.

Antonio e Luisa

Separazioni, divorzi, crisi familiari: amare è una forma di preghiera.

Le ultime riflessioni dalla trincea separazioni e divorzi sono, innanzitutto, che siamo sempre più fragili.

Se dovesse arrivare veramente l’ISIS, o chiunque l’altro, sarà sufficiente una piccola spintarella per farci cadere e andare completamente in frantumi. Magari, addirittura, non sarà nemmeno necessario, nel frattempo saremo caduti da soli.

Parliamo di noi stessi come di una civiltà e dei musulmani come di «incivili», mentre la realtà è – tutto all’opposto – che qui da noi ormai non c’è più nessuna civiltà (a meno di non ritenere segni di civiltà, ad esempio, le leggi europee sull’obbligo di mettere il cartello «toilette» sui bagni), ma solo una mandria di vacche, mentre quella islamica, per quanto da molti non condivisibile, è una vera civiltà, intesa come comunità osservante con profonda convinzione un nucleo fondamentale di regole comuni.

La mancanza di cose davvero serie e gravi da affrontare ci ha fragilizzato, ha determinato la venuta di una generazione debolissima, inadeguata ad affrontare la vita o anche solo a capirne il senso e, di conseguenza, a darsi significato, che è una cosa, per l’essere umano, irrinunciabile.

Nel grande libro magico, c’è scritta una cosa assolutamente fondamentale che oggigiorno non segue quasi più nessuno: «Per questo l’uomo abbandona suo padre e sua madre e si unisce alla sua donna e i due diventano una sola carne» (Genesi 2, 24).

Il punto irrinunciabile è dunque abbandonare la famiglia di origine, lasciare madre e padre e capire che la famiglia, dopo il matrimonio o la formazione della convivenza, è quella con il coniuge. Prendere questo estraneo, che è il partner, è diventare più che un parente di sangue con lui («una sola carne»).

I miei amici atei sostengono simpaticamente che la bibbia sarebbe solo un testo compilato da pastori ignoranti 8.000 anni fa, in realtà, se così fosse, a quei pastori andrebbe dato atto di aver capito, da ignoranti e 8 secoli fa, una cosa fondamentale, che oggi, che siamo tanto evoluti, non siamo più in grado di comprendere nè, tantomeno, interiorizzare. Quei pastori analfabeti erano molto più saggi dell’uomo occidentale medio, formato da anni di scuola, contemporaneo.

Ma torniamo al punto: abbandonare il padre e la madre. È vero, i nostri genitori ci hanno amato tantissimo, in modo assoluto, ma, per qualche strano mistero, non è a loro che dobbiamo restituire questo debito, bensì ai nostri figli, dando lo stesso amore. Senza esagerare, peraltro, chè se li amiamo troppo finiamo, anche noi, per rovinarli. Forse questo è il motivo per cui chi sceglie di non avere figli finisce poi per riempirsi la casa di gatti, o per prendere un cane e mettergli il cappottino. È per questo che la vita si vive all’avanti, senza guardarsi mai indietro, se non vogliamo diventare statue di sale come la moglie di Lot.

Il secondo punto è che amare davvero è qualcosa per la gente con le palle e purtroppo oggi ce ne sono davvero poche.

Amare non è affatto un rapporto sinallagmatico, io ti amo se tu mi ami, amare è una scelta, una promessa, un qualcosa che ha a che fare con il trascendente e ci mette in contatto con esso. Come ha detto Guillaumet, qualcosa che solo l’uomo può fare, perché l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Amare davvero è sicuramente una forma di preghiera, per lo più quotidiana, costante, dolce e vera. Non è per le cose e le persone del mondo che si ama, ma per qualcosa di superiore.

Invece è lunghissima la teoria di gente che mi trovo davanti tutti i giorni che si lamenta del coniuge, perché ha fatto, o non fatto, questa o quell’altra cosa. Il fatto è che per amare non dobbiamo dipendere da nessuno fuorché da noi stessi, o da Dio per chi crede: se vogliamo amiamo, decidiamo di amare, altrimenti pace, vaffanculo, basta, evidentemente non è una cosa per noi, siamo negati, meglio lasciar perdere.

Tutti sono capaci di amare chi li ricambia, tutti. Chi ama davvero prescinde da queste cose, chi è cristiano addirittura deve essere capace di amare il suo nemico; e notare che, tra i propri nemici, spesso bisogna annoverare noi stessi, per cui anche su questo il cristianesimo vince a mani basse.

Un qualche genio ha detto che saremo giudicati per come trattiamo gli animali. Posso dire che lo saremo anche per come trattiamo il nostro coniuge, o compagno, colui che abbiamo promesso di amare, la persona che ci è stata messa accanto nella vita, quella speciale, che può essere solo una, non possono essere né due, né tantomeno tre o quattro o oltre?

E poi basta pensare solo al giudizio o al regno dei cieli. Fare certe cose, fare la cosa giusta, è un piacere e una realizzazione già qui, sulla terra, è ciò che ci dà quel significato di cui oggi abbiamo disperato bisogno, che mendichiamo in continuazione ma che ricerchiamo in cose che non ce lo possono dare, come gli oggetti, come certe ideologie assolutamente demenziali e contrarie alla nostra natura, nelle quali tuttavia ci spertichiamo per credere e alle quali siamo istericamente attaccati.

C’è un piacere squisito nel fare quello che crediamo giusto, piuttosto che quello che ci piacerebbe fare secondo gli istinti, o che sarebbe più comodo e conveniente. È il piacere di chi si vuole bene e dà significato a sé stesso, accettando la sofferenza che serve a qualcosa e dimostrando a sé stesso che vale, che è qualcosa di diverso da una bestia; o, detto in altri termini, non è il solito povero coglione che va dove lo porta il suo cuore (salvo aver regolarmente bisogno, poco dopo, che il suo cervello lo vada a riprendere).

Amare è una scelta assoluta e senza compromessi. Non è possibile giustificarsi dicendo cose come «No, ma perché lei, quando io sono stato ammalato, non è andata nemmeno a prendermi la Tachipirina!». Se facciamo così, subordiniamo noi stessi, la nostra identità e il nostro significato a delle cazzate, ma soprattutto finiamo per rendere la nostra stessa vita una cazzata. Potete dire quel che volete, ma è così.

Non è giusto nemmeno dire «Io ho le mie colpe, ma anche lei/lui…». Va bene solo, ed esclusivamente, la prima parte: occupiamoci delle nostre colpe e lavoriamo su noi stessi. Se vogliamo convincere il nostro coniuge, continuiamo a guardare nella direzione che desideriamo, ma non facciamo altro. Quanto agli altri, infatti, dovranno essere loro ad occuparsi delle proprie eventuali colpe, sono cazzi loro.

Dio non ama e non aiuta chi si lamenta, questa è un’altra cosa che la nostra generazione di immaturi, abituati a lamentarsi per invocare l’aiuto di mamma, papà e, spesso, del coniuge – coniuge che nell’immaginario malato di molti li deve sostituire -, non capirà se non in rari casi e difficilmente.

Dio aiuta chi si aiuta da solo e per primo, secondo il noto, e verissimo, adagio. Ma anche secondo il Vangelo: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha (in questo passo c’è la chiave della vita, ci torneremo sopra).

Una volta che si sceglie di amare, comunque, bisogna farlo per sempre e fino in fondo a prescindere da quel che si riceve indietro, dalla meritevolezza dell’altro. Basta metterci sempre al centro, basta dire «Io», io ho fatto questo e quell’altro e anche lei o lui ha sbagliato. Ovviamente anche lei o lui ha sbagliato, grazie al cazzo, tutti sbagliano, non è questo il punto, il punto sono le palle che hai tu o non hai.

Le tue palle dipendono solo da te stesso, mai da nessun altro.

Non aspettate nessun altro per essere come vi sembra giusto, altrimenti la vostra vita sarà solo una processione di giustificazioni, intervallata da lamentele.

Tiziano Solignani (Avvocato)

 

Articolo tratto dal suo blog