San Giuseppe: padre del Redentore, perché sposo di Maria

Introducendo l’esortazione Redemptoris Custos, abbiamo detto che Giovanni Paolo II chiama san Giuseppe “Ministro della salvezza”, facendo sua un’espressione di san Giovanni Crisostomo. Questo titolo, assieme a quello di “Custode del Redentore”, delinea chiaramente la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa, quindi, nel piano divino dell’Incarnazione e della Redenzione. San Giuseppe è ministro della Redenzione in qualità di custode di Gesù, è al servizio di Dio mediante la sua paternità. Vi è qui una meravigliosa valorizzazione della paternità umana! 

Essa si approfondisce nell’esortazione di Giovanni Paolo II mediante uno sguardo ancora più ampio e profondo al numero 7, dove si legge: «la paternità di Giuseppe […] passa attraverso il matrimonio con Maria, cioè attraverso la famiglia». Perché questo dato è così importante? Proprio per il fatto che non viene dalla generazione naturale, la paternità di Giuseppe è possibile solo in virtù del matrimonio con la Vergine e rivela chiaramente come la paternità umana si esprima in pienezza nel contesto della famiglia. «Come si deduce dai testi evangelici, il matrimonio con Maria è il fondamento giuridico della paternità di Giuseppe. È per assicurare la protezione paterna a Gesù che Dio sceglie Giuseppe come sposo di Maria». Infatti, il Vangelo ci racconta che al momento dell’Annunciazione a Maria e del sogno di Giuseppe era già in atto il loro matrimonio, ossia la prima fase dello sposalizio, secondo l’usanza semitica. 

Tutto ciò rivela il matrimonio come vera vocazione, e ci permette di comprendere come l’esercizio della paternità di Giuseppe non possa essere disgiunto dalla maternità di Maria. Se questo è vero per la Sacra Famiglia, deve essere vero anche per ogni famiglia, di cui Gesù, Maria e Giuseppe ne sono il modello supremo.

Al contempo, non va dimenticato che la risposta fedele di Giuseppe alla sua chiamata di vergine, sposo e padre permette a Maria di vivere in pienezza la sua chiamata di vergine, sposa e madre! Vi è un reciproco sostegno tra le due vocazioni! Non può pensarsi l’una senza l’altra. Non a caso, quindi, nella Redemptoris Custos, Giuseppe è sempre considerato «insieme con Maria», mentre Gesù è posto al centro di questa relazione, che sussiste proprio in ragione di Lui. 

Attraverso il loro matrimonio, Maria e Giuseppe si donano totalmente a Dio, in un amore verginale e fecondo, facendo convergere tutti i loro interessi e il loro reciproco amore su Gesù. Essi, pertanto, sono il modello di ogni vocazione cristiana, e dimostrano che la vita si realizza nel modo più autentico solo quando è “persa” per Cristo, ossia donata interamente a Lui per amore. Ed è così che il loro matrimonio può essere contemplato quale simbolo della Chiesa, vergine e sposa di Cristo (cf. Redemptoris Custos n. 20). Come scrive san Josemaria Escrivà in una sua meditazione: «San Giuseppe doveva essere giovane quando sposò la Vergine Santissima, una donna che allora era appena uscita dall’adolescenza. Essendo giovane, era puro, limpido, castissimo. E lo era, giustamente, per amore. Solo riempiendo d’amore il cuore possiamo essere certi che non si risentirà né devierà, ma rimarrà fedele all’amore purissimo di Dio».

Nella vicenda di Giuseppe e Maria, dunque, incontriamo la prima coppia di sposi cristiani, guidati dallo Spirito a vivere il Vangelo prima ancora che Gesù lo predicasse. Illuminanti le parole di Paolo VI pronunciate nel 1970: «ecco che alle soglie del Nuovo Testamento, come già all’inizio dell’Antico, c’è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell’amore e questa culla della vita» (Paolo VI, Allocutio ad Motum “Equipes Notre-Dame, 4.5.1970). 

Certamente anche l’aspetto giuridico di questo matrimonio è importante per la Storia della salvezza. Infatti, Gesù appartiene alla discendenza di Davide, realizzando così le profezie sul Messia, proprio perché inserito legalmente in questa discendenza da Giuseppe, che gli dà il nome e lo fa iscrivere come suo vero figlio nel catalogo dei censiti a Betlemme. Tuttavia, ciò è possibile per Giuseppe solo in virtù del matrimonio con Maria, madre naturale del Figlio dell’eterno Padre.

Scrive il Papa Leone XIII, nell’enciclica Quamquam pluries al n. 3, che «poiché il matrimonio costituisce la società e il vincolo superiore a ogni altro, che per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro, se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei». Tra i beni del matrimonio vi è anche il “bene della prole”, sebbene generata verginalmente, pertanto, Giuseppe può essere considerato, a ragione, il «custode legittimo e naturale della Sacra Famiglia».

Pamela Salvatori

Che strana famiglia!

Cari sposi, puntualmente in occasione della festa della Sacra Famiglia, come del resto per ogni altra festività cristiana, i media non cessano di offrire argomentazioni più o meno capziose di come Essa non si possa considerare affatto modello per i coniugi cristiani. Motivo? Beh, Maria e Giuseppe non erano veri sposi, oppure che Gesù era un adottato, o che Maria era Vergine…

Credo che, poste le giuste premesse e non partendo da presupposti intrisi di razionalismo o criteri mondani, possiamo trovare, nella Liturgia odierna una bellissima chiave di lettura, per comprendere come mai da oltre 4 secoli la Chiesa additi Giuseppe, Maria e Gesù come l’ideale di ogni famiglia cristiana.

“Antipasto” al brano evangelico è la drammatica vicenda di Abramo. Un passaggio umanissimo e commovente, specchio di situazioni così nostre e attuali. Abramo è vecchio e senza figli, una vera e propria onta per quei tempi. La vita gli sta scivolando via tra le dita e non ha ancora una posterità, sebbene tanti anni prima Dio gli avesse promesso un figlio.

E così in una notte insonne, quando si rigirava nel suo letto, tartassato dai sensi di colpa, paure per il futuro e dubbi, non decide di fare due passi, prendere un po’ d’aria e sfogarsi filialmente con Jahvé. Chi non è passato da una circostanza simile nella propria vita?

Sotto quel cielo stellato – immaginate quante stelle si potevano vedere a occhio nudo a quei tempi, senza il minimo inquinamento – una scena mozzafiato e stupefacente, il Signore lo consola come un vero Padre. Proprio grazie alla sua angoscia Abramo poté vedere le stelle e così il Signore si avvalse della situazione per rincarare la dose: “non solo un figlio, ma una famiglia numerosissima come le stelle sopra di te”.

Abramo ci credette sul serio e il resto sappiamo bene come è andato e oggi possiamo dire che la Promessa è stata mantenuta. Che grande è stato Abramo! Ma dove sta la sua grandezza, in cosa consistono i suoi meriti? Forse perché “Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro” (Gen 13, 2)? Niente affatto, anzi, nemmeno così tante ricchezze gli poterono dare un figlio! La fecondità di una coppia non si misura sulla sua bellezza e prestanza fisica, su quanti titoli universitari e master ha conseguito, dallo status sociale o dalle case su isole tropicali o Alpi svizzere.

Principio della fecondità di coppia è la fede! Ce lo dice bene la seconda lettura. Una fede che non è una mera conoscenza mnemonica del Catechismo e dei 10 comandamenti ma vita, sequela, fiducia piena nel Signore, proprio come fecero Abramo e Sara.

E così, l’antipasto cede il posto al piatto forte: il Vangelo. Questa famiglia non è da meno quanto a fede. Per fede Maria e Giuseppe hanno già dovuto, in così poco tempo, affrontare prove e difficoltà importanti, senza che queste scalfissero il loro amore e la loro unità: un viaggio estenuante a piedi con Maria di nove mesi, la povertà della nascita, la povertà del dono offerto nel tempio, due colombi, cioè il livello più basso di quel che si poteva offrire. Per fede fuggiranno in Egitto e sempre per fede faranno ritorno a casa, a Nazareth.

Ecco allora perché questa famiglia è sacra ed è un modello. Ce lo dice chiaramente la preghiera colletta di oggi. Non è la perfezione umana o spirituale, non è per la singolarità delle situazioni che essa aveva al suo interno, come ho detto all’inizio, ma per le sue “virtù e amore”. Cioè la sacralità e l’essere modello per tutte voi coppie sta nel come si amavano, nel come affrontavano la vita di ogni giorno, nel modo di stare davanti alla sofferenza… per tutto ciò essi sono un modello abbordabile e vivibile anche oggi.

Da ultimo – dulcis in fundo – vorrei sottolineare un fatto del Vangelo. A Gesù bambino viene applicato un rito, tuttora presente nel mondo ebraico, il Pidyon haben o riscatto del primogenito. Era ed è un ricordo della notte di Pasqua, quando gli ebrei stavano per uscire dall’Egitto. Jahvé uccise tutti i primogeniti degli Egiziani ma risparmiò, col sangue di un agnello, quelli delle famiglie israelitiche. In riconoscenza, il popolo ebraico da allora offre a Dio il primo figlio nato.

Ma ecco che Gesù, il Primogenito del Padre, l’Agnello di Dio, si offre al Padre con il suo vero corpo umano, dopo che, come Verbo, Gli si è sempre offerto dall’eternità. In questo si vede come Gesù sia davvero il “Cristo”, cioè il consacrato a Dio, colui che è stato offerto per essere Suo. Una scena grandiosa, che solo gli occhi credenti di Simeone e Anna, oltre che di Maria e Giuseppe, seppero valorizzare e intuire.

L’essere modello, quindi per tutti voi sta anche in questo: offrire sé stessi e offrire i vostri figli, biologici e spirituali al Padre, come il vero datore dei doni. E al tempo stesso, accogliere i figli spirituali e biologici come un dono dal Padre e non come possesso e merito personale.

Per quanto questa Famiglia sia specialissima e altissima come santità di vita, la Chiesa non teme di indicarcela come modello ispiratore dei vostri comportamenti e stili di vita, consapevole che la pienezza cristiana è un cammino da intraprendere con coraggio e pazienza, qualsiasi siano le nostre circostanze o i nostri retaggi.

Cari sposi, affidiamoci a Gesù, Maria e Giuseppe, nostri compagni di viaggio per tentare ogni giorno di assomigliare sempre di più al loro modo di volersi bene.

padre Luca Frontali

Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore. (2 parte)

Proseguiamo con l’intervista a don Andrea Mardegan che continua a raccontarci qualcosa del suo libro e, attraverso di questo, della Santa Famiglia. (qui la prima parte)

Avrei desiderato sicurezza e silenzio di preghiera. Invece ci furono freddo e preoccupazione. Ma il mio Signore ci donò pazienza nell’ansietà, silenzio nella confusione e l’amore tra noi due e per il bambino in mezzo all’indifferenza della gente. Altro tema fondamentale che si può leggere nelle parole di Maria. Maria capisce che la Grazia di Dio non è una magia che cambia ciò che ci circonda, ma è una forza che cambia il nostro cuore. Le difficoltà restano ma Dio dà la forza per affrontarle. Un suo commento su questa riflessione.

Grazie anche per questa domanda, molto profonda. Immergendomi nella storia d’amore di Maria e di Giuseppe, come ce la presenta il Vangelo e la tradizione della pietà popolare, che mi hanno offerto la cornice degli avvenimenti nei quali ho tentato di immaginarmi stati d’animo, sentimenti, reazioni interiori, dialoghi, gioie e dolori, fatiche e speranze di Giuseppe e di Maria, mi sono accorto, con maggiore ampiezza e consapevolezza, delle notevoli difficoltà che hanno dovuto affrontare. Non solo quelle esterne che conosciamo dai Vangeli, anche se ammorbidite dallo stile essenziale e discreto delle fonti che risalgono come origine evidentemente a Maria e a Giuseppe, e degli evangelisti, ma soprattutto quelle interiori, il disagio di non poter dire la loro condizione, il timore di un futuro incerto e minaccioso e quelle non raccontate o solo accennate: le maldicenze che non li risparmiarono di certo, la povertà, e altro ancora. La provvidenza di Dio non ha risparmiato loro difficoltà e sofferenze. Tutto ha avuto comunque un risvolto di custodia e di difesa del figlio di Dio e di sua madre, e del loro mistero. Da loro possiamo imparare e soprattutto da loro possiamo ricevere conforto e aiuto nelle vicende della storia e in quelle personali quando non coincidono con i nostri desideri o i nostri sogni: l’aiuto dell’intercessione per la Grazia di cui tutti abbiamo immenso bisogno per vivere da figli di Dio le circostanze della nostra vita, in particolare le vicende del matrimonio e della famiglia.

Lo osservai teneramente e gli chiesi: “Che fai?” Giuseppe si voltò verso di me e mi guardò con un amore infinito. Mi rispose: “Niente, guardavo le stelle del mattino e pensavo a te”. E sorridendomi mi invitava a volgere lo sguardo a quella luce solitaria e meravigliosa nel cielo, dove l’oscurità stava per lasciare spazio all’aurora. Ci abbracciammo. Sentimmo fortissima la presenza dello Spirito Santo. Questo affresco mi ha trasmesso un grande senso di tenerezza. Giuseppe e Maria sono vergini ma questo non significa che tra loro non ci fossero manifestazioni di affetto e tenerezza. Quanto è importante riscoprire questo aspetto della coppia santa? Questa dimensione affettiva può farli sentire più vicini agli sposi cristiani? La tenerezza è un vero linguaggio dell’amore degli sposi? La mancanza di tenerezza indica una povertà anche spirituale?

Nella nostra fede sappiamo e custodiamo le verità del matrimonio verginale di Giuseppe e di Maria, e l’attenzione nel difendere questa verità, difficile da spiegare, può dare ragione della reticenza a immaginarsi e a parlare dell’unione spirituale e anche della vicinanza di tenerezza della madre di Dio e del suo sposo. Ma penso che possa essere molto utile, soprattutto in questo nostro tempo, immaginarsi la profonda unione degli sposi Maria e Giuseppe pur senza mettere in dubbio quella verità della fede. L’intimità che scaturisce dalla vicinanza, dal dialogo, e dai gesti di tenerezza di coloro che il vangelo di san Luca chiama “i genitori” di Gesù, perché così erano ritenuti e di fatto come tali vivevano il loro compito educativo, può aiutare gli sposi di oggi, e i fidanzati che si preparano al matrimonio. Siamo forse stati abituati dalla liturgia che festeggia prevalentemente Maria e Giuseppe in modo separato, così come in tante immagini sacre e dalla devozione popolare,  a rivolgerci all’uno o all’altra, singolarmente. Anche i libri di spiritualità o i documenti del Magistero sono su Maria o su Giuseppe, e limitano abitualmente a pochi cenni la presenza dello sposo Giuseppe o della sposa Maria nella vita dell’altro.  Il matrimonio verginale di Maria e di Giuseppe è evidente che sia stato accompagnato da grandi doni di Dio, grazie ai quali si può pensare che abbiano vissuto vissuto la tenerezza come espressione molto umana e tanto necessaria dell’amore reciproco e del suo svilupparsi. La tenerezza è dimensione che negli ultimi decenni è diventata oggetto di studio non solo delle scienze umane ma anche della teologia e della pastorale. Penso ai libri di Carlo Rocchetta e di altri autori. Papa Francesco la cita spesso come virtù che manifesta la carità, anche in Amoris Laetitia, e la attribuisce a san Giuseppe fin dall’omelia del 19 marzo 2013, giorno in cui ha iniziato ufficialmente il suo Pontificato. Scoprire che la coppia santa, Giuseppe e Maria, si è scambiata gesti di tenerezza, la fa uscire da un’aura di spiritualismo disincarnato in cui la devozione può averli collocati, e che non si spiega, anzi appare proprio in contrasto, con il loro stare insieme ed essere sposati proprio per dare accoglienza, calore, affetto e famiglia all’Amore di Dio che si è incarnato nel grembo di Maria, ed è stato accolto dalle braccia di Giuseppe. Penso che vedere la tenerezza con cui Giuseppe e Maria si trattavano può aiutare molto gli sposi cristiani a sentirli più vicini a sé, e a coltivare questo linguaggio tra loro, che può tanto contribuire a rafforzare l’amore manifestandolo nella tangibilità dei gesti che arricchiscono l’anima e rendono amabile il cammino della vita. La tenerezza richiama le prime esperienza di vita: il grembo materno e il seno che ci ha allattati. Si esprime e si manifesta in mille modi, nella cura dell’arredamento di una casa come di un ufficio o una città, nella musica, nei colori, nel tono e nel contenuto delle parole, in uno sguardo e in un sorriso, nei profumi. Attraverso il senso del tatto però ha forse il suo luogo principale di espressione. Mi colpì, leggendo il saggio, ormai classico, “La temperanza” del filosofo tedesco Joseph Pieper, come metteva in evidenza che il senso del tatto, secondo san Tommaso, e anche Aristotele, abbia un ruolo di eccezionale importanza e di fondamento degli altri sensi esterni, e che l’essere umano, nel mondo animale, sia la creatura dotato del senso del tatto più raffinato ed elevato, e anche che la bontà del senso del tatto è collegata alla profondità dell’intelligenza e della sensibilità di una persona. D’altra parte se riflettiamo sul fatto che la persona umana sia spirito incarnato, tutt’uno anima e corpo, comprendiamo che l’amore abbia bisogno di manifestarsi corporalmente attraverso la tenerezza, e che l’amore spirituale venga accresciuto e alimentato dalla sua espressione e comunicazione, anche attraverso la tenerezza dei gesti, delle parole, dei suoni, dei sapori, dei colori e dei profumi.

Antonio e Luisa

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