Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Oggi voglio ritornare sull’episodio dei discepoli di Emmaus che era raccontato nel Vangelo di ieri. Cosa sappiamo di queste persone? In realtà molto poco. Erano originari di Emmaus e ci stavano tornando. Erano due e uno di questi si chiamava Cleopa. Non sappiamo altro. Ci sono però degli indizi che possono farci pensare che quei due discepoli non fossero due uomini ma un uomo e una donna. Fossero una coppia di sposi. Quali sono questi indizi? Nella tradizione ebraica era normale, in caso di coppia di sposi, nominare solo l’uomo. Quindi la descrizione evangelica è completamente aderente al modo di pensare degli ebrei. Alcuni studiosi parlano della moglie di Cleopa come una delle Maria presenti sotto la croce (Maria di Cleofa o Cleopa). In realtà non lo sappiamo. Non possiamo dire che fossero una coppia, ma non possiamo neanche escluderlo. E’ sicuramente bello pensarlo.

I due erano in cammino. Come lo siamo noi. Come lo sono tutte le coppie di sposi. Erano in cammino ma erano tristi. Gesù era morto da poco. Si erano fidati di Lui. Avevano creduto che fosse proprio il Messia e il Salvatore. Magari avevano anche assistito a dei miracoli. Eppure era tutto finito. Non ci potevano credere. Eppure avevano visto morire Gesù e con Lui erano morte tutte le loro speranze. Una nuova fortissima delusione per loro. Era tutto finito. Tornavano alla vita di prima che avevano lasciato per seguire Gesù. Una vita che non dava loro il senso e la pienezza che aveva invece sperimentato con il Cristo.

Come succede a tante coppie di sposi. Si sposano. Tanto sentimento. Un matrimonio meraviglioso dove sinceramente affidano se stessi all’altro e la relazione a Gesù e poi? Poi arrivano le sfide. Arrivano magari i figli che sono una benedizione, ma sono anche uno tsunami per gli equilibri della coppia. Piano piano la quotidianità diventa sempre meno bella. Non riescono più a scorgere quella meraviglia che sono come persone e anche come coppia di sposi. Non scorgono più la meraviglia dell’essere un noi. La bellezza, le aspettative, la gioia sembrano morte come è morto Gesù. Quindi c’è tristezza. La vita diventa pesante e sempre più lontana da Gerusalemme, la città della pace e della pienezza. Nel Vangelo si dice che Emmaus dista circa sette miglia da Gesrusalemme. Sette un numero molto significativo per gli Ebrei ,ma anche sette come gli anni che comunemente vengono riferiti alla prima vera crisi matrimoniale.

Eppure Gesù c’è, cammina con loro, ma non lo riconoscono, presi come sono da loro stessi. Ripiegati sulle loro rivendicazioni e aspettative disattese. Gesù cammina con loro ma non cambia le cose. Non riesce a donare loro forza e sostegno. Perchè questo? Perchè Gesù aspetta che i due aprano il cuore e, solo dopo averlo fatto, anche i loro occhi potranno riconoscerlo. Così è il sacramento. Lo Spirito Santo è lì per sostenerci e darci forza, tanta forza, ma attende che il nostro cuore si apra per accoglierlo. Finchè siamo ripiegati su di noi non avremo la capacità di aprire il cuore.

Quando finalmente lo riconoscono? Quando Gesù spezza il pane. Questo gesto ha sicuramente una doppia valenza. Ci ricorda l’Eucarestia e ci ricorda l’importanza di farci pane spezzato per l’altro. Gesù Eucarestia che rimanda alla forza del sacramento ma non basta. Serve anche la capacità di donarci e di decentrare il nostro sguardo verso l’altro, cioè serve il nostro impegno personale. Solo così, facendoci pane spezzato e nutrendoci di Eucarestia, saremo capaci di riconoscere la presenza di Gesù nel nostro matrimonio. Riconoscerlo anche nelle fatiche e nei momenti più difficili.

Sappiamo poi come è finita. Gesù è morto ma è poi risorto. Così può essere il nostro matrimonio. Può sembrare morto per tanti motivi, ma se vissuto dai due sposi come pane spezzato allora potrà risorgere esattamente come è accaduto per Gesù, e i due sposi potranno finalmente dire come i discepoli di Emmaus: non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Antonio e Luisa

Resta con noi Signore perché si fa sera

Seconda parte. Per la prima parte clicca qui

“Resta con noi Signore” e noi l’abbiamo riconosciuto nello spezzare il pane

Resta con noi, ormai si fa sera e il giorno volge al declino…

Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (21).

Ecco la delusione! La speranza era così tanto legata ad una propria visuale che l’assenza o il silenzio di un Dio, che non attende ai desideri proiettati, fa sorgere una ovvia reazione di scoraggiamento.

I due discepoli sposi sono in un momento difficile, critico e stanno addirittura discutendo dell’ipotesi di separarsi. Non riescono più a sostenersi, sono diventati un peso l’uno per l’altra. Sono infastiditi di tutto, non c’e più molto da dirsi o da fare.

«Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo» (22-23).

Lui è Vivo. Gesù c’è. Sta camminando accanto a loro, ma essi non l’hanno riconosciuto.

Quanta strada ha già fatto con loro

Quante parole, sguardi e suggerimenti ha cercato di dare loro.

«Stolti e tardi di cuore nel credere alla Parola dei profeti» (25).

Ma quando con fervore “il forestiero” insistette per raccontare ciò che sta scritto, i due sposi non potevano più distaccarsi da Lui: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (29).

resta con noi Signore ormai si fa sera

Signore ti prego non ci lasciare, non ci abbandonare. Siamo finiti senza di te. Siamo sordi e muti alla verità che ci illumina e andiamo verso la notte, piena di pericoli e di insidie.

Signore, eravamo ad un passo dal baratro se non ci avessi affiancato, se non ci avessi tu parlato per primo e non avessi continuato a passeggiare nella nostra diffidenza.

Signore resta con noi. Ora sì che i nostri occhi sono aperti, dopo tutto questo tempo di lontananza da te.

Sì, Signore, ora siamo di nuovo a cena con te

Erano anni che non celebravamo l’Eucaristia, che non ti aprivamo il cuore nella riconciliazione.

Ora Signore vogliamo farlo perché solo Tu ci fai ardere forte il cuore nel petto (32).

Eccoci di nuovo missionari, riaperti al significato del nostro essere sposi, chiamati, vocati al matrimonio.

Torniamo di corsa a Gerusalemme, a casa nostra, a dire ai nostri figli che non l’abbiamo data vinta al nemico.

Noi non ci separeremo perché il Signore è con noi. Non ci ha lasciato soli nella notte. L’abbiamo riconosciuto.

«Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (34).

Simone sei tu, coppia discepola e sposa.

Fermati a cena e resta con Lui.

(fine)

Cristina

articolo scritto per il blog di Annalisa Colzi (www.annalisacolzi.it)

I due sposi di Emmaus in cammino

In cammino, ma sordi al grido dell’altro

«Ed ecco, in quello stesso giorno, due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto (13-14)».

Di che cosa stavano realmente parlando i due discepoli sposi in cammino?

Erano forse delusi da qualche cosa che riguardava la loro vita?

È come se i due fossero scoraggiati, non pienamente felici e incapaci di sostenersi a vicenda.

Così, cammin facendo e parlando, «Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?» (15-17).

Immaginiamo cosa accadesse se, con il proprio coniuge camminassimo per strada, discutendo animatamente o chiacchierando e si avvicinasse un “estraneo” ad impicciarsi dei fatti nostri.

Non credo che ci fermeremmo col volto triste, come continua Luca nel racconto, mettendoci a parlare come niente fosse con il forestiero.

in cammino con Gesù risorto

Immagino che cercheremmo di allontanarlo senza rivolgere troppa attenzione o forse penseremmo ad un pazzo che vuole intromettersi forse per rapinarci o comunque scocciarci.

Insomma, quando due sposi vivono momenti difficili non è sempre facile che un terzo possa “mettersi in mezzo a loro” senza intromettersi.

Tu solo sei così forestiero?

Del resto, semmai fosse stato quel Gesù che i medesimi sposi avessero invitato al loro matrimonio, il giorno della celebrazione, dopo tanto, non si sarebbero ricordati della sua esistenza a meno che lo avessero frequentato regolarmente, cioè non lo avrebbero appunto riconosciuto.

In ogni caso c’è un tempo, nel mezzo del cammin di nostra vita, in cui ci si trova a discutere su questo o quel problema. Magari, nella discussione, si è talmente avviluppati in se stessi e sordi al grido dell’altro che si diventa dimissionari, cioè si esce dalla missione primaria, che nasce nel matrimonio e si pensa di essere soli cavandosela soltanto con le proprie forze.

Gesù diventa il grande estraneo: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (18).

La tristezza dei due sposi discepoli è proprio questa domanda: essere così disillusi da considerare Gesù un forestiero, uno che non sa né può conoscere i fatti di quel territorio, di quella storia, di quella casa, di quelle vite.

In sostanza è come se prima, sposandosi, si invita a nozze il Signore e poi, camminando, si pensa che Lui non può avere il minimo spazio in quel matrimonio. Anzi lo si considera un perdente, un fallito, da essere incapace di sostenere, liberare, salvare il patatrac a cui si è arrivati!

(prima parte)

Cristina

articolo pubblicato per il blog di Annalisa Colzi (www.annalisacolzi.it)

“I loro occhi erano impediti a riconoscerlo.”

In questi giorni della settimana di Pasqua, mi colpisce come nei Vangeli ci sia una sorta
di filo rosso che accomuna i discepoli: “…i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.” (Lc 24,16), “…vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.”(Gv 20, 14) e così via…e mi dico, ma possibile che non lo riconoscete? avete vissuto con Lui! Ma la questione probabilmente è un po’ più profonda… Avete presente quando cercate una cosa? Soprattutto quando noi maschietti, ci aspettiamo di trovare una cosa in un determinato posto, se poco poco è spostata di qualche centimetro scatta la fatidica affermazione: “Non c’è!!!” e l’altrettanta famigerata risposta: “Lo vedo io da qui!”, che ovviamente arriva dalla donna di casa.

Con questo piccolo esempio, voglio riflettere insieme a voi sul fatto che se la nostra mente ha una determinata immagine dell’oggetto che si cerca e si pensa che sia in quel posto e la realtà non corrisponde a questa immagine mentale che ne abbiamo, difficilmente i nostri occhi “funzioneranno” a dovere. In pratica i discepoli e le donne che avevano sepolto Gesù si aspettavano di trovare e vedere il cadavere e non Gesù risorto, è per questo che non riconoscono Gesù subito. I discepoli di Emmaus sono un chiaro esempio di ciò, alcuni esegeti sostengono tra l’altro, che i due siano una coppia di marito e moglie che stanno tornando verso casa, e, finita la loro speranza, si allontanano da Gerusalemme. Proprio nella notte più buia dei due, Gesù si fa loro vicino e con pazienza ricapitola quanto era stato loro annunciato, un po’ come quando una coppia in crisi si rivolge a degli amici, dei fratelli di cammino e quei fratelli li aiutano a ricordare quanto Gesù ha operato nella loro vita, quante cose ha fatto per loro e perché li ha scelti e voluti insieme. Quando Lo riconosco? Allo spezzare del pane… penso
non ci sia messaggio più bello, Don Luigi Epicoco stamattina scriveva: “L’Eucarestia è un collirio che ci sana la vista.”, dove possiamo trovare la forza di ricordare, di fare memoria se non nell’Eucarestia? Dove si può ancorare un matrimonio se non nell’Eucarestia? A quale mensa cibarsi per poter alimentare la propria relazione sponsale? La mensa del Corpo di Cristo e della sua Parola.

Maria di Magdala riconosce Gesù risorto solo quando viene chiamata per nome, solitamente chi ci chiama per nome sono i nostri familiari, in particolare mamma, papà o anche il nostro sposo o sposa, cioè le persone a cui siamo più vicini e che più ci amano, l’essere chiamati per nome ci richiama a noi stessi, ci scuote, ci ridona la nostra identità e ci fa sentire amati, è come una carezza.

Gesù è sempre presente
vicino a noi, soprattutto quando ci stiam
o allontanando da Lui, ci parla, ci chiama per nome,  ed è allora che Lo riconosciamo, è allora che diciamo: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc
24, 32), è stando alla Sua presenza che viviamo veramente!

ALLELUIA!