Maria nostra Madre

Nelle mie giornate di lavoro mi sposto in auto da dove vivo ad Assisi e dintorni e sono poco più di 20 km. Nel tragitto di andata, al mattino, ho preso l’abitudine di fare il rosario, preghiera in cui affido la giornata e tutte le persone che porto nel cuore. Inoltre, spostandomi nei vari paesi limitrofi, incontro spesso delle edicole con statue o piccoli affreschi di Maria Santissima.

Questi incontri mi hanno portato a fare questa riflessione: Maria, nostra Madre, è sempre presente lungo il nostro cammino, prega incessantemente per noi…ma noi ce ne accorgiamo? Voglio dire, le edicole stanno lì lungo le strade, costruite dai contadini anni fa e mi piace immaginarli sostare al mattino, pregando per affidare la giornata a Maria. Noi la vediamo questa presenza? Vediamo le edicole lungo il cammino? Riusciamo a scorgere Maria che ci accompagna nella nostra vita? Le edicole che troviamo lungo le strade sono simbolo di questa Presenza materna e costante nel cammino di noi, figli e pellegrini.

Io ho sperimentato questa presenza materna soprattutto nei momenti difficili, mi sono letteralmente aggrappato al rosario per non perdermi e dal cuore è nata anche una preghiera che i miei fratelli Big, i quali già vi ho fatto conoscere, hanno messo splendidamente in musica. Il rosario e il mio affidarmi a Maria, alla sua protezione e intercessione, è stata la mia salvezza.

Se guardate il testo (lo trovate nella descrizione del video), il passaggio che mi ha guidato maggiormente è stato “Tu sei la speranza contro ogni speranza”, non ricordo dove io abbia letto o sentito questa bellissima affermazione, ma essa mi ha sostenuto e guidato in un periodo molto buio, di sofferenza, la Sua dolce mano mi ha sostenuto, mi ha accompagnato dove io non vedevo speranza, ma Lei era lì con me, facendomi alzare lo sguardo verso Gesù.

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La preghiera nella coppia

Riprendo un mio post di poco tempo fa perché voglio sottolineare l’importanza della preghiera in coppia. È facile pensare che basti la preghiera personale, pregare per il coniuge…si giusto, ma la preghiera in coppia si aggiunge ad essa e la completa, perché in quel momento, in quel luogo che gli sposi hanno scelto per loro stessi, il Signore parla con potenza e stare in coppia davanti a Lui ci permette di conoscersi a vicenda, di parlare in profondità del sacramento, affrontare con maggiore serenità le sfide della vita quotidiana.

“Non dire: Dio è silenzioso, se la tua Bibbia è chiusa.”

Anonimo

Posso confermare questa frase che mi piace molto con una piccola testimonianza, io e mia moglie un giorno stavamo pregando le lodi mattutine, eravamo preoccupati per alcune piccole questioni economiche, dopo la lettura breve, dico a lei: “vogliamo leggere anche il Vangelo del giorno?” Abbiamo preso la Parola e il passo era il seguente:

“25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.”

Mt 6,25-34

Non vi dico le nostre facce appena richiusa la Bibbia!

Lode a Dio!

“Alzati e mettiti nel mezzo!”

Ora c’era la un uomo, che aveva la mano destra inaridita (Lc 6,6)

Questo versetto del Vangelo mi ha fatto pensare alle mie aridità, alla mia incapacità di stendere la mano. L’ho già detto altre volte, la lotta contro il mio egoismo è sempre accesa, spesso mi lascio sopraffare. Perché? Perché me ne sto in disparte e non accolgo l’invito di Gesù a mettermi al centro, cioè ad essere presente a me stesso e non passivo rispetto alla vita. Questo invito voglio farlo mio, voglio che riecheggi più forte nel mio cuore, ogni qualvolta l’egoismo, la superficialità nei rapporti torna a farsi sentire. Quell’uomo era in disparte chissà da quanto tempo, immaginate come possa essersi sentito ad essere chiamato proprio da Gesù a mettersi al centro, pensate che brivido, che scossa!

Ecco, a me serve proprio quella, una voce che mi svegli dal torpore e dall’apatia. Poco tempo fa quella voce è arrivata da mia moglie, l’ho ringraziata per avermi scosso e riportato a me stesso, per avermi rimesso al centro. Certo, non è giusto aspettare sempre che qualcuno mi svegli, anzi la lotta dovrebbe essere per non lasciarmi prendere dall’egoismo e subire la vita passivamente, senza slancio, senza entusiasmo. Sapete qual è l’etimologia (la mia fissa…) della parola entusiasmo? Viene dal greco en = dentro, thèos = Dio. L’ho scoperto leggendo il meraviglioso libro di Francesco Lorenzi, cantante e autore dei The Sun, “La strada del sole”. Ho sempre pensato all’entusiasmo come un sentimento superficiale, uno slancio che dura poco e invece la sua etimologia mi ha dato la carica, mi ha dato uno sguardo nuovo sulle cose che faccio, perché se le faccio con entusiasmo, cioè con Dio dentro allora tutto cambia, tutto ha un altro sapore.

Per usare una frase cara ad un mio fratello, ho vissuto un’estate da pollo piuttosto che da aquila. Il pollo sta a terra, becca ciò che trova, difficilmente il suo sguardo è rivolto verso l’alto. L’aquila vola alto, fa il nido sulle vette delle montagne, ha un punto di vista privilegiato sulle cose, cerca attentamente ciò di cui ha bisogno e non si accontenta. Ecco, la discussione con mia moglie ha riacceso il desiderio di tornare al centro, con Gesù, davanti a Gesù e a frequentare le alte vette.

Il cammino della coppia

L’esistenza degli sposi è un viaggio di due solitudini, un uomo e una donna, che, amandosi, desiderano superare la loro condizione di io-soli, formando un “noi” nuziale, una comunità di amore e di vita ad’immagine di Dio-trinità; il viaggio di due libertà che si sono consegnate l’una all’altra, con il sogno di imparare ad amarsi con quella stessa tenerezza con cui il signore Gesù amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei.

Queste poche righe mi hanno folgorato mentre leggevo il libro di Don Carlo Rocchetta “Gesù medico degli sposi”. Nel vederle ho spalancato gli occhi ed esultato come se avessi fatto meta! Mi sono detto: ecco l’essenza del matrimonio cristiano! Esso è un viaggio in cui si impara ad amarsi con la stessa tenerezza di Cristo. È un viaggio lungo, a volte faticoso e doloroso, ma che porta gli sposi che scelgono di fondarsi su Cristo, alla meta desiderata.

Chi non vorrebbe essere amato con la stessa tenerezza che Gesù ha per noi? Poi, quando c’è la reciprocità degli intenti, gli stessi sentimenti di Cristo ci permettono di accogliere anche le miserie dell’altro. Durante il viaggio ci sono soste, salite e discese, momenti in cui uno dei coniugi ha bisogno di essere sostenuto, atteso…attimi in cui entrambi hanno bisogno di immergersi nell’amore di Cristo per poterlo ridonare al coniuge, qui svolge il suo ruolo di madre la Chiesa che si sta accorgendo sempre più dell’importanza di curare con più attenzione la pastorale familiare. Non sono da meno in questo importante ambito, anche coppie di sposi mossi dallo Spirito Santo che si mettono al servizio degli altri, basti pensare ad Antonio e Luisa o a Cristina e Giorgio Epicoco.

Ritengo che le salite siano importanti quanto le discese e le soste, senza la fatica non si può gustare a fondo la bellezza e la gioia di arrivare in cima e godersi il panorama. Ovviamente tutto questo circolo virtuoso ricade con effetti benefici sui figli, i quali possono nutrirsi di questo amore ed essere specchio per i genitori.

Grazie…

Ho scritto il testo di questa canzone in un periodo molto bello della mia vita, dove ho potuto riscoprire un Gesù intimo a me stesso, con il quale vivere un’amicizia profonda e quotidiana. Da questo rapporto è arrivata la guarigione da tante ferite della vita e, non meno importante, piano piano è rifiorito anche il nostro matrimonio. Voglio condividere con voi questa gioia, ricordando anche la fatica e la sofferenza come parte del cammino, che si sono fatte sentire prima di questo seminario di vita nuova. Ovviamente così conoscerete anche i miei fratelli Big – Brothers in God che hanno splendidamente scritto la musica di questa mia preghiera.

Grazie

Quando ti ho incontrato non sapevo bene chi fossi

ma Tu con pazienza ti sei rivelato ed io mi son sentito amato.

Mi hai preso per mano, siamo scesi fino in fondo al cuore,

laddove dominavano il peccato e la morte sei diventato il mio Signore.

GRAZIE GESÙ PER IL TUO AMORE. GRAZIE GESÙ, TU SEI MISERICORDIA.

GRAZIE GESÙ, TU SEI GUARIGIONE.

Il soffio del tuo spirito ha riacceso la mia fede

ogni giorno il mio cuore ti loda e ti benedice.

Benedetto Tu Signore mia roccia. Benedetto Tu Signore mia fortezza.

Benedetto Tu Signore mia roccia.

Benedetto Tu Signore mia fortezza (grazie Gesù).

Conviene ancora sposarsi?

Alcuni giorni fa, ho buttato l’occhio alla tv e una di quelle trasmissioni pomeridiane ha catturato la mia attenzione con un titolo: “Conviene ancora sposarsi?”, poi non ho potuto seguire il dibattito, ma la domanda mi ha suscitato delle riflessioni che vorrei condividere con voi.

Partiamo dal presupposto che ogni persona che si sposa, ha nel cuore un desiderio di felicità e ha tutta la speranza di realizzarlo con il matrimonio. Questo desiderio è giustissimo, ma il problema si presenta quando pensiamo e pretendiamo che debba essere l’altro a rispondere a questo desiderio. Chi ci sta a fianco e ha scelto insieme a noi di fare questo cammino, non è in grado di rispondere a questo desiderio, come non lo siamo noi, in quanto creature limitate e ferite. La forza di entrambi sta nel sacramento del matrimonio, perché in quel benedetto giorno abbiamo promesso “con la Grazia di Cristo…”, ma questa Grazia la chiediamo tutti i giorni? È la Grazia sulla quale abbiamo giocato la nostra vita che ci riveste degli stessi sentimenti di Cristo, è quella Grazia che ci insegna a morire a noi stessi, a mettere da parte il nostro egoismo. Ed è facendo felice l’altro che ci si riempie il cuore, quando queste attenzioni reciproche ci sostengono, allora quella felicità che tanto desideriamo, possiamo viverla veramente.

Non è facile, lo so, io per primo lo dico! Ma proviamo a pensare a questa grazia, come ad un immenso dono da scartare tutte le mattine! Allora se facciamo questo piccolo sforzo, si, conviene ancora sposarsi!

Il buon pastore

Ascolteranno la mia voce…

La figura del buon pastore mi è sempre piaciuta moltissimo, perché è colui che non fa mancare nulla, è colui che protegge, ma soprattutto il nostro buon Pastore non usa il bastone, ma gli basta il solo suono della voce per farsi seguire dalle pecore.

Già…proprio questo, in quanto padre, mi colpisce nel profondo, quante volte ho usato il bastone, in senso figurato ovviamente, quante volte sono stato fin troppo autoritario, anziché avere cura dei miei figli…credo che ci sia una differenza sostanziale tra disporre e avere cura, molto spesso dai semplicemente dei comandi, anche bruscamente, senza avere la cura di spiegare il motivo di certe richieste o divieti.

Mi sono accorto, col tempo, che i bambini recepiscono meglio il messaggio quando riescono a vedere la cura, l’amore che c’è dietro. Quante volte per stanchezza, per egoismo si fa prima ad alzare la voce e concludere con: “perché è così e basta!”… quanta fatica nell’essere amorevole, docile, spiegare con serenità.

Un sacerdote mi ha fatto riflettere sul punto di vista dei bambini, dicendo: “magari i bambini si chiedono, come tornerà a casa papà oggi? Sarà arrabbiato? Sarà stanco? Sarà sereno?” Tutti interrogativi che purtroppo non li lasciano tranquilli di relazionarsi con noi. Questo fa molto male, fa male perché tocca una ferita viva, questo modo sbagliato di relazionarsi con i figli…ma c’è la certezza di avere IL medico, colui che sana le ferite e poi possiamo sempre ricordarci della sua infinita misericordia nei nostri confronti, allora ci verrà più facile, per gratitudine, avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo, come ci dice San Paolo nella lettera ai Filippetti, capitolo 2, versetto 5.

La Misericordia nella coppia

Domenica scorsa siamo stati testimoni di uno splendido matrimonio di una coppia di amici celebrato proprio nel giorno della festa della Divina Misericordia, l’eco della gioia di questo sacramento si è fatta sentire per molti giorni, tanto che quando raccontavo ad altri di questo matrimonio facevo fatica a non commuovermi.

La celebrazione è stata occasione per riflettere sul significato della misericordia e sono partito dal suo significato letterale: avere a cuore le miserie dell’altro. Ecco, credo che qui si giochi molto del rapporto di coppia, tenere a cuore le miserie di chi ci sta vicino ci aiuta a non usarle come arma in un diverbio, ci blocca prima di recriminare qualcosa, conoscendo le debolezze dell’altro.

Averle a cuore significa anche prendersene cura, proprio come ha fatto il buon samaritano, cioè non facendo finta di niente, ma curando e fasciando le ferite. Quando l’altro è più propenso ad un dialogo o è in un momento in cui si può parlare serenamente, la misericordia può spingerci a far presente i limiti dell’altro che magari ci feriscono. Personalmente mi sforzo molto e cerco di non partire sempre da me stesso, ma, seppur con molta fatica, perché il mio egoismo vince spesso, cerco di mettermi nei panni dell’altro e mi chiedo il perché di certi atteggiamenti o parole.

Certo è che se non attingiamo da Colui che è Misericordia possiamo anche sforzarci quanto vogliamo, ma non andremo molto lontano. Teniamo sempre presente il suo amore e la sua misericordia per noi, cercando di vivere nella gratitudine, tutto il resto lo vedremo con altri occhi. E come diceva Don Francesco all’omelia siamo chiamati a fidarci, fidarci di Dio, fidarci del fatto che dove non arriviamo noi arriva Lui, con la Sua forza, con la Sua grazia e con il Suo amore!

Marta e Maria nella coppia

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». MaGesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Luca 10, 38-42

Questa pagina del Vangelo mi ha sempre colpito, soprattutto immaginandomi Maria seduta ai piedi di Gesù, completamente assorbita dall’ascoltare Nostro Signore.

In questi giorni ho riflettuto calando le due figure delle sorelle nella coppia, mi spiego meglio: molto spesso i coniugi sono molto indaffarati a gestire i figli, la casa, tutte occupazioni legittime, ma il problema nasce quando tutto ciò prende il sopravvento, quando diventa pre-occupazione. Ci viene molto facile essere la Marta della situazione. Purtroppo ci sono situazioni in cui si fa fatica a lasciare il comando della barca a Gesù, penso ad esempio alle famiglie in cui si vive una situazione di disabilità, ma tante altre piccolezze meno degne della nostra attenzione ci assorbono e perdiamo di vista “la parte migliore”, trascuriamo quello che Cristina Epicoco chiama il primo figlio della coppia, cioè il “noi”. Anche i discorsi tra coniugi diventano un elenco o un riepilogo delle cose da sbrigare, non lasciando spazio ad un dialogo vero e costruttivo.

Mi piacerebbe chiedere a Gesù di bussarmi sulla spalla ogni tanto e dirmi: “Marco Marco tu ti preoccupi e agiti per molte cose…”, così mi distoglierei dalle occupazioni quotidiane, non mi porterei il lavoro a casa, che a volte occupa la mia mente, distoglierei la mia attenzione dallo smartphone che sembra diventato indispensabile anche quando sono in casa e sarei più attento, disponibile e amabile per mia moglie e i miei figli.

La crisi, una benedizione?

Leggendo il bellissimo libro di Alessandro D’Avenia “Ogni storia è una storia d’amore”, che mi ha regalato mia moglie per Natale, mi ha colpito in particolare un passaggio in cui l’autore parla della crisi nella relazione di coppia e mi ha fatto riflettere.

I greci usavano il termine crisi per indicare il procedimento messo in atto per separare il grano dalla pula, cioè separare una cosa essenziale, importante, dall’altra che non serve. Molto spesso la crisi in un rapporto di coppia è il preludio alla fine della relazione, questo perché purtroppo esse, tranne in alcuni casi particolari, non vengono affrontate, ma si fugge.

Il problema sta nella confusione che si fa tra l’innamoramento e l’amore. L’innamoramento è una fase bella e necessaria che ha una certa durata, ma ad un certo punto finisce, mentre l’amore è una scelta consapevole di tutti i giorni che mette da parte l’egoismo, senza la pretesa che l’altro soddisfi la nostra sete di infinito.

Quando la prima fase termina, iniziamo a vedere anche i limiti dell’altro, se io lo/la amo veramente, cioè se voglio il suo bene, accolgo questa persona per poter crescere insieme, la crisi in questo caso, può essere un modo per ridare tempo alla relazione e diventare un’occasione di crescita. Un tempo per fermarsi a guardare di nuovo l’amato/a, riscoprirlo/la e ripartire insieme.

Pensieri…

Mi sono successe diverse cose in questi giorni e vorrei fissarle con due riflessioni.

La prima è che è bellissimo, dopo anni che ci conosciamo, lasciarsi sorprendere dalla bellezza e dal cammino di crescita umana e spirituale che il tuo coniuge compie con te, al tuo fianco. Purtroppo diamo spesso per scontato, non solo tratti dell’aspetto fisico, ma anche quello caratteriale. Mi piace molto, ogni tanto, soffermarmi a guardare la mia sposa in silenzio e accarezzarla con lo sguardo, cosa ancor più bella è quando mi sorprende con reazioni diverse, più mature, più aderenti a Gesù, nelle varie situazioni della vita.

La seconda riflessione che voglio fare riguarda la gioia che si prova nell’anticipare i bisogni dell’altro. A volte capita di porgere un tovagliolo prima che venga chiesto, oppure una maglia in più perché si nota che chi ci sta vicino ha freddo, però la gioia vera arriva quando si anticipano richieste più importanti, come quelle di una preghiera per una situazione o un momento importante, o si coglie con uno sguardo uno stato d’animo e con una parola si riescono a sciogliere dubbi e pensieri.

Tutto ciò è molto bello perché ci si sente strumenti dell’amore di Dio per l’altro, questo amore che ci attraversa lascia sicuramente il segno anche dentro di noi.

Il sogno di Giuseppe

Alcuni giorni fa, ad un incontro di preghiera per le coppie, ci è stata donata questa Parola:

«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino».

Dopo un cammino di guarigione e perdono durato anni, non vi dico la gioia, la commozione che abbiamo provato io e mia moglie nel ricevere questa Parola. Per noi è stato come sentire veramente la voce di Dio Padre che ci invitava ad entrare in Israele, senza più alcun pericolo per quel Bambino, potevamo tornare con serenità a vivere il sacramento del matrimonio insieme a Gesù, senza essere più minacciati da tutto il male che in un certo modo ci aveva allontanati. Credo sia importante ora tenere stretto con noi questo Bambino, custodirlo e stare più possibile con Lui, io e lei, come coppia, vivere i sacramenti e l’adorazione eucaristica insieme.

Vorrei dire col cuore in mano a chi soffre, di non disperare, anche quando ci si sente lontani da casa, ci si sente lontani dagli affetti, quando la relazione col nostro coniuge non funziona e ci sentiamo estranei, quando il nostro rapporto personale con Gesù è in pericolo, non dubitate di Dio! Siate attenti agli angeli che vi manda, perché Egli è il Dio vivente, parla e opera nella nostra vita se ci fidiamo di Lui.

L’uomo forte

Nel Vangelo di ieri (lunedì 22 gennaio, Marco 3,22-30) mi ha colpito particolarmente un versetto:

Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega.

Mi sono visto come in una immagine, legato fortemente dal peccato, schiavo delle mie passioni e del mio egoismo, mentre il mio matrimonio rischiava di essere depredato dal ladro di vita, dal divisore. È un ladro furbo, subdolo, che ti ammalia con le parole, con la contro catechesi, facendoti apparire buono ciò che è male, facendoti vedere quanto sia un tuo diritto fare determinate azioni che in realtà ti nuocciono e ti fanno trovare legato e schiavo senza che tu te ne renda conto.

Ero legato, vedevo la nostra unione che si sgretolava, senza poter far nulla, proprio come se avessi le mani legate. Provate ad immaginare anche lo stato d’animo di uno schiavo, senza speranza, con lo sguardo rivolto sempre alle catene e mai verso l’alto… A causa del mio peccato, rischiavo seriamente di perdere la pietra preziosa, ma per grazia ho avuto la forza di chiedere aiuto al Salvatore, per intercessione di Maria, di liberarmi.

Non che ora non pecchi più, sia chiaro, ma il peccato non mi domina più, perché il Signore della mia vita è diventato Gesù Cristo e con Lui mi sento quell’uomo forte, insieme a Lui posso essere vigile sulla mia casa, sul mio cuore, sul mio matrimonio. Stando con Lui, unito a Lui nei Sacramenti e nell’adorazione eucaristica, sono attento a non lasciarmi incatenare di nuovo dal peccato. Mi viene in mente l’immagine che usa San Paolo nella lettera agli Efesini (cap. 6, 10-20), un guerriero rivestito delle armi della luce, che non teme alcun male “contro i principati, le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre…”, un’immagine che mi ha aiutato molto nel punto di svolta della nostra storia, quando ho deciso realmente di combattere contro il peccato che mi dominava.

Ogni giorno è una lotta, ogni giorno abbiamo bisogno di questa armatura e delle sue armi.

“…mi piace questa famiglia!”

Ieri sera mio figlio più grande , 7 anni e mezzo, ci ha detto una cosa che ci ha colpito dritti al cuore: “papà mi piace tanto questa famiglia, mi piace che ci siete voi, mi piace tantissimo questa famiglia insieme”.

Io sono rimasto senza parole, poi ho accolto con gioia questa cosa e gli ho detto che è un figlio speciale con un cuore grande. Nel corso della serata questa cosa ha lavorato dentro di me, mi sono chiesto che ho fatto di così speciale perché mio figlio sia arrivato a dire questo? Sostanzialmente niente, nel senso che credo che ciò non dipenda dai miei meriti, anzi penso che molto sia frutto di una grazia immeritata. Poi, in risposta a questa grazia, faccio i conti con i miei limiti, li ho accettati e li combatto ogni giorno e cerco di vivere il Vangelo. Inoltre con mia moglie, dopo un periodo faticoso, stiamo riscoprendo e vivendo la grazia del sacramento, piccoli gesti di attenzione, che ci dicono l’amore reciproco e questo si riversa anche sui nostri figli.

Mi viene da riflettere su una cosa che sento spesso ultimamente è cioè che molte volte ci affanniamo e pensiamo di doverci guadagnare qualcosa ogni giorno, come ad esempio l’attenzione del coniuge, l’affetto dei figli, la stima dei colleghi…quando poi non riceviamo tutto questo, allora sì che son dolori! Ma se siamo affannati in questa ricerca perdiamo di vista la cosa più importante è cioè che siamo figli di Dio! Da questo deriva che siamo amati da Lui, che Egli ci ha voluto nel mondo per un motivo ben preciso, ci ha donato suo Figlio Gesù Cristo che per noi ha vinto la morte. La nostra vita dovrebbe essere una conseguente risposta a tutto questo, con un cuore profondamente grato. Dico dovrebbe perché spesso ci si mette di mezzo la ferita del peccato, la vita che a volte ci appare in salita…ma se accogliamo tutto sotto questo sguardo d’amore di Dio, tutto ha un significato ben più profondo.

“…e subito gli parlarono di lei.”

Nel Vangelo di oggi (Mc 1,29-39), questo versetto mi ha colpito molto, lo ha sottolineato anche don Luigi Epicoco, nella sua riflessione di stamattina: subito! Don Luigi dice che questa è una delle definizioni più belle della Chiesa, quando noi cristiani vediamo qualcuno che sta male, non solo fisicamente, il nostro primo pensiero dovrebbe essere portargli subito Gesù.

Credo che questa sia un buona cosa anche per le coppie, portare Gesù al nostro coniuge perché ogni giorno possa guarirlo/la. È bello nei momenti intimi dell’adorazione eucaristica presentare il nostro coniuge a Gesù, con tutte le sue bellezze, i suoi doni, le sue fatiche e i suoi difetti, questo ci aiuta a guardarlo/la pian piano con gli stessi occhi del Salvatore. Certo, per me è un pochino più facile, dato che condividiamo la fede in famiglia, ma penso alle tante donne soprattutto, che versano lacrime amare per i loro mariti che non credono nella salvezza di Gesù… quanta sofferenza può generare una divisione come questa?

Inoltre don Luigi pone l’accento sul fatto che il grosso del lavoro, nella guarigione della suocera di Simone, lo fa Gesù, egli fa tutto il necessario per la nostra salvezza se solo siamo accostati a Lui, poi questa immensa grazia genera una risposta, infatti ella si mette poi a servirli. Tante volte pensiamo di dovere/potere fare da soli, ma almeno per me, è stata la volta in cui ho fatto più danni. Invece con la sua Grazia è tutto diverso! Ci sentiamo sollevati da una responsabilità che non ci appartiene e siamo partecipi di una vittoria definitiva, che ci è già stata ottenuta da Cristo e noi siamo chiamati a dire il nostro si con la nostra vita a questa grazia.

Buon Natale del Signore!

Carissimi voglio farvi i miei auguri di buon Natale del Signore riprendendo le parole di Papa Francesco: “Quando pregherete a casa, davanti al presepe con i vostri familiari, lasciatevi attirare dalla tenerezza di Gesù Bambino, nato povero e fragile in mezzo a noi, per darci il suo amore. Questo è il vero Natale. Se togliamo Gesù, che cosa rimane del Natale? Una festa vuota. Non togliere Gesù dal Natale! Gesù è il centro del Natale, Gesù è il vero Natale! Capito?”

Possono sembrare parole banali, scontate, ma io credo che siano stupende nella loro semplicità. La tenerezza e l’amore con cui si rivolge ai bambini degli oratori romani tocca il cuore. Egli invita i bambini a pregare davanti al presepe perché sa che, a differenza di qualche adulto come me, i bambini hanno anche il cuore disposto ad ascoltare e poi a mettere in pratica. Faccio mio questo invito e lo giro anche a voi, riunite e i vostri familiari davanti al presepe per un momento di preghiera, dando anche spazio al cuore dei bambini, sono certo che vi stupiranno! Personalmente ho sperimentato la bellezza della preghiera con mia moglie e i figli, preghiere semplici, dirette, chiare senza tanti giri di parole, come solo i bimbi sanno fare. Una vera grazia.

Dicevo che può sembrare banale esortare a non togliere Gesù dal Natale, ma, rifletteteci un attimo, quante volte avete visto la scritta XMas? Purtroppo la si trova spesso! Per me personalmente non significa nulla, anzi mi da fastidio! Sono andato a cercare le origini di questa abbreviazione, secondo alcune interpretazioni si tratta dell’utilizzo della lettera dell’alfabeto greco X, che si legge “chi”, cioè la prima lettera del nome Christos, ma la

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chiesa delle origini usava un simbolo più chiaro, che incorporava le prime due lettere del nome, oltre alla X, veniva usata anche la P che si legge “rho” per così rappresentare il nome di Cristo. Questo simbolo era usato in tempo di persecuzioni, come del resto il pesce. In sostanza questa mi sembra una giustificazione forzata per quella che è una brutta abbreviazione della parola Christmas. Appena ho sentito le parole del Papa ho pensato subito a questa scritta… allora un altro piccolo gesto che possiamo fare è quello di augurare ai nostri cari buon Natale del Signore e accogliere la Luce che viene a rischiarare le tenebre, contemplando il grande mistero dell’incarnazione.

Cosa può dirci ancora il Natale?

Voglio condividere con voi una riflessione che ci ha guidato nel sabato sera dopo l’Immacolata, con il nostro amico Padre Mariano, frate cappuccino. La sua premessa è stata: “voglio rovinarvi il Natale…”, aprendo la Bibbia ha preso il famoso passo della lettera di San Paolo ai Filippesi:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana,

umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato

e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome;

perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra;

e ogni lingua proclami

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Passo molto bello che abbiamo sentito diverse volte, ma di cui forse ci sfuggiva il senso. Padre Mariano ha voluto sottolineare il Natale dal punto di vista di Gesù, Egli per amore nostro, ha deciso di rinunciare totalmente al suo essere Dio, ha assunto la condizione umana, ma non è venuto sulla terra da pari con gli uomini, no! Ha scelto la condizione di servo, di colui che a quel tempo non poteva disporre neanche della propria vita. Se ci pensiamo bene la sua nascita è avvenuta in un contesto quasi drammatico, Maria si ritrova incinta per opera dello Spirito Santo al di fuori del matrimonio, Giuseppe non sa come gestire questa situazione, un viaggio all’ottavo mese di gravidanza, il parto in un luogo non adatto, neanche con le minime condizioni igieniche, cioè Gesù non ha avuto neanche il minimo indispensabile per vivere tranquillamente. Si è spogliato di tutto fino ad accettare la morte in croce, il suo passaggio tra noi si è umanamente concluso nella maniera più indegna, sulla croce ci finivano i peggiori delinquenti. Gesù, il nostro Salvatore, ha rinunciato a se stesso profondamente, scegliendo la via del fallimento, sin dalla nascita, se non avesse rinunciato alla sua regalità non avrebbe potuto comunicare con noi.

Cosa può dire ad ognuno di noi? Il passo comincia dicendo “abbiate gli stessi sentimenti di Cristo”, se vogliamo che le nostre relazioni siano vive, vere e vogliamo dimostrare il vero amore al nostro prossimo, dobbiamo essere disposti a rinunciare a noi stessi, ma non a qualche cosa che ci costa un pochino di fatica, ma al nostro egoismo, al nostro modo di essere, spogliarci di noi, abbassarci per poter innalzare la persona che amiamo. Cerchiamo di tornare alla radice, di commuoverci per questo immenso dono, in modo da portarlo agli altri, poi potremo vivere la gloria del Natale.

“Vi gettava due monetine…”

Il Vangelo di lunedì 27, quello sulla vedova che getta tutto ciò che aveva nel tesoro del tempio, mi ha fatto riflettere molto su come gestisco il mio tempo. Don Luigi ci faceva riflettere sul fatto che molto spesso noi doniamo il superfluo travestendolo da carità, diamo via vestiti che non usiamo più o scarpe troppo strette. Io, invece, ho pensato a come impiego il mio tempo…lo dono o me lo tengo per sopravvivere? Quando i miei figli mi chiedono qualcosa, molto spesso, e lo ammetto con dolore, la mia risposta è “si, aspetta” o “si, lo facciamo un giorno”. Io quegli spiccioli che mi permettono di “conservarmi” me li tengo stretti, non li dono. Questo per dire che, soprattutto in casa, tendo a risparmiare il mio tempo per me, mettendo quello che voglio fare io al primo posto. Un piccolo esempio per farvi capire è stato quando mia moglie mi ha chiesto di accompagnare mio figlio con la febbre a letto, me lo ha chiesto mentre stavo infilando il giubbotto per uscire a prendere la legna. Anche in quel momento stavo per rispondere “si, arrivo, un attimo”, ma mentre lo dicevo mi sono bloccato, ho tolto il giubbotto e ho fatto quello che mi era stato chiesto, posticipando quello che volevo fare. Può sembrare una ben poca cosa, perché chiunque avrebbe accompagnato il proprio figlio senza pensarci, ma per me è stata una piccola vittoria sul mio egoismo e sul mio modo di fare le cose. Credo che a volte con i figli ci è chiesto anche di sprecare il tempo, giocare con loro piuttosto che cambiare una lampadina che aspetta lì da giorni…

Che Grazia!

Sabato io e mia moglie abbiamo partecipato ad un incontro organizzato per le coppie dalla nostra unità pastorale. I sacerdoti e il frate ci hanno chiesto di portare il nostro libretto del matrimonio. All’inizio, alla presenza del Santissimo Sacramento, abbiamo meditato delle letture che solitamente si scelgono per la celebrazione del matrimonio, come la casa sulla roccia (Mt 7,21.24-27) e le nozze di Cana (Gv 2,1-11). Fra’ Damiano ci ha chiesto quali fossero, nella nostra relazione, i punti di roccia e i punti di sabbia, ovvero dove siamo più forti e dove siamo più deboli. Poi, riferendosi al miracolo di Gesù durante le nozze, ci ha fatto riflettere su quando e dove ci siamo abituati a bere acqua o vino scadente quando possiamo avere il vino più buono che abbiamo mai assaggiato, cioè dov’è che la quotidianità ci appiattisce e non lasciamo entrare Cristo. Dopo queste meditazioni don Francesco ci ha aiutato con la lettura da Efesini 5, ricordandoci quale grande mistero siamo noi coppie, siamo immagine dell’amore di Cristo alla sua Chiesa e abbiamo in questo mistero una dignità grandissima.

Ammetto sinceramente che delle nostre letture ricordavo solo il Vangelo, ma delle altre letture poco o nulla. Quale Grazia è stata riprenderle in mano e meditarle con la mia sposa! La liturgia aveva come tema una frase di Sant’Agostino scelta da mia moglie: “un cuor solo, un’anima sola protesi verso Dio” e le letture erano:

Ez 36, 24-28
“…metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.”

Sal 40, 2-4.6.17
“Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,
dal fango della palude;”

Ef 4,1-6
“Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione;”

Gv 21, 1-14
“Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete.”

Nella lettura di Ezechiele mi ha colpito maggiormente il fatto che non siamo noi a dover fare chissà cosa, ma è Dio che ci promette il Suo Spirito, ci promette un cuore nuovo, promette di purificarci da tutti i nostri idoli. È Lui che opera nel sacramento, noi dobbiamo solo dirgli il nostro si.

Il salmo è stata una profezia, nel versetto iniziale dice “Ho sperato, ho sperato nel Signore e su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido”, Dio Padre ha veramente ascoltato le nostre preghiere in un periodo molto difficile, dove il nostro egoismo stava vincendo, Egli ci ha tratto veramente da un pozzo da cui non sembrava esserci via d’uscita, da un fango che stava distruggendo la nostra relazione.

Nella lettera agli Efesini c’è l’esortazione a vivere la speranza come un corpo solo è uno spirito solo è la speranza, la Salvezza sta nella nostra vocazione, nel nostro caso nel sacramento del matrimonio.

Il Vangelo l’ho sempre portato nel cuore, anche se in alcuni momenti è stato difficile credere a questa promessa di Gesù, soprattutto perché era difficile fidarsi, fare una cosa fuori dal comune. Le reti solitamente venivano gettate dalla parte sinistra per facilitarne il recupero, ma Gesù ci chiede di cambiare abitudine, di cambiare rotta, modo di fare e fidarsi della sua Parola che riempie le reti, la vita, il cuore e quel vuoto che tutti portiamo dentro, finché non lo incontriamo. Questo Vangelo è stato quello che ci ha fatto iniziare un serio e profondo cammino verso il matrimonio, all’interno del percorso dei dieci comandamenti, per questo ci è molto cara, ma ora la stiamo vivendo, nonostante i nostri limiti, ci impegniamo a vivere questa promessa che Gesù ci ha fatto…e le reti si riempiono!

Per meditare meglio le nostre letture ci hanno lasciato del tempo con delle domande che vi riporto:

  1. Cosa vi ha portato a scegliere “quelle” letture per il giorno del vostro matrimonio? Perché proprio “quelle” letture?
  2. Quali pensieri e riflessioni vi suggerivano?
  3. In che modo è diventata vera, cioè vissuta, quella Parola di Dio che voi avete scelto?
  4. Rileggendole ORA che riflessioni ti suggeriscono per il periodo che stai vivendo adesso?

Ripeto è stata una grande Grazia poter vivere questo momento!

La Salvezza

Mi trovo a fare i conti con Gesù che con la sua Parola mi ripete da diverso tempo che la salvezza non dipende da me. Durante le varie catechesi, le omelie alle Messe torna frequentemente questo messaggio e non riuscivo a capirne il motivo. Un giorno mi sono confrontato con un confessore e mi ha fatto riflettere sul fatto che forse mi affanno troppo e sono centrato su ciò che faccio e non su chi sono, cioè un figlio amato dal Padre.

Credo che ci sia un grande bisogno di tornare ad annunciare con forza e testimoniare con l’esempio la misericordia di Dio. In un modo che ragiona sul profitto, sui risultati e sul merito, c’è forte necessità di affermare che siamo salvati gratuitamente! Dobbiamo solo accogliere questa salvezza che ci viene dal sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, è necessario soltanto il nostro si. Purtroppo questo si ci risulta difficile pronunciarlo perché ci viene più facile meritare qualcosa, mi impegno quindi ho diritto ad una ricompensa. No! Con Dio Padre non funziona così! Non ci salviamo per le nostre opere, che pur aiutano, ma siamo già salvi per il si di Gesù Cristo!

Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo. (Efesini 2,4-10)

La salvezza è una grazia, cioè una cosa gratuita che sta lì per noi e dobbiamo soltanto accoglierla.

Penso che la famiglia cristiana abbia questo dovere nei confronti dei propri figli, farli sentire amati, donare ai figli l’amore “fuso” dei due sposi, cioè amarsi per primi per poi poter amare con completezza i figli. Certo il nostro amore è limitato, forse potrà ferirli, allora il passo ulteriore è mostrare a loro la via verso l’Amore Vero. Farli sentire amati da un Padre che li ama così come sono, non perché sono bravi o perché si comportano bene. Un Padre che è pronto a effondere i suoi doni, che sa correggere per far crescere. Da padre dico che non è facile, spesso i miei limiti e il mio peccato prendono il sopravvento, ma confido nei Sacramenti, soprattutto nell’Eucarestia come farmaco.

Voglio lodarti Signore…

Oggi voglio fare memoria, mi metto davanti al Santissimo e Lo lodo, benedico e ringrazio per tutto ciò che ha operato e opera nella mia vita. Oggi voglio ricordare (ri-cor/cordis, cioè riportare al cuore) tutte le mie esperienze della vita alla luce del Signore Gesù. Ricordo con gioia i momenti in cui mi ha ascoltato e ha guidato la mia vita, quando mi sono messo nelle Sue mani. Mi ha donato un padre e una madre che con i loro limiti mi ha amato e non hanno fatto mancare nulla, mi ha donato dei fratelli che insieme a Lui hanno dato senso alla mia giovinezza, mi ha donato una sposa e una famiglia bellissima e altre famiglie con cui condividere questo cammino, ma più di tutto mi ha donato il Suo Santo Spirito, che mi guida tutti i giorni e mi fa scegliere Gesù Cristo come Signore della mia vita.

Voglio benedirlo anche per le ferite, per le lacrime, per i momenti bui, perché sono stati i momenti in cui più l’ho cercato, attraverso i quali Egli si è rivelato, nei quali Egli mi ha accompagnato per portarmi ad essere pienamente uomo, per staccarmi, anche dolorosamente, dal peccato, perché in fondo il peccato ci affascina, ne siamo attratti perché siamo carne, almeno finché non decidiamo di vivere la nostra vita nello Spirito e non essere più dominati da essa (cfr. Rm 8).

Quando ero ferito mi sono aggrappato a Lui, ho gridato, ho pianto e ho ricevuto la forza di restare dove ero e non fuggire. Già, fuggire. Ora è la prima soluzione a cui si pensa quando ci va tutto stretto, quando egoisticamente crediamo di non essere amati come vogliamo. E se mi fermassi a pensare cosa vuole l’altro da me? E se facessi dei gesti gratuiti senza aspettarmi nulla in cambio (cfr. Lc 14, 12-14)? Sono convinto che le cose cambino! 

Gesù è passato per quelle ferite, attraverso di esse mi ha salvato e io le benedico, perché oggi, con la sua grazia, mi sono messo sulla strada per vivere in pieno la mia vocazione, il sacramento del matrimonio come Dio lo ha pensato. Su questo cammino siamo accompagnati da tanti fratelli che porto nel cuore e nella preghiera, ma anche dai beati coniugi Beltrame Quattrocchi che stiamo imparando a conoscere ed amare.

Il buon samaritano 

Non mi ero mai soffermato sul fatto che il buon samaritano non abbia mai parlato, se non con il locandiere, dopo aver fatto tutto ciò che era necessario per curare il povero uomo che aveva incontrato. Egli agisce, opera, non si ferma a pensare perché questo uomo sia in queste condizioni, perché non è stato aiutato da altri, non fa elucubrazioni sulle possibili colpe o cause dell’accaduto. Così fa con noi Gesù: non ci chiede perché abbiamo peccato, perché ci siamo fatti del male, ma ci raccoglie e ci medica.

I gesti che compie sono bellissimi e significativi, nei tempi antichi l’olio serviva per ammorbidire le ferite e far sì che non si seccassero, il vino ha una leggera potenza disinfettante mentre con le fasciature si impediva la nuova infezione.

Ora è bello vedere la lettura che ne danno i santi e consultando il sito italiamedievale.org su questo argomento, ho trovato scritti di Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Il vescovo di Milano ci dice: “La sua parola è un balsamo. Un genere di parole fascia le ferite, un altro le ammorbidisce con l’olio, un altro ancora versa sopra il vino. Egli tien strette le ferite quando comanda alquanto severamente, ammorbidisce quando rimette i peccati, pizzica come fa il vino, quando minaccia il giudizio”.  Sulla stessa linea è il vescovo d’Ippona: “La fasciatura delle ferite è il freno imposto ai peccati, l’olio è la consolazione derivante dalla buona speranza che viene dalla remissione della colpa e porta alla riconciliazione e alla pace; il vino è l’esortazione ad agire con spirito il più possibile fervente”. Nella lettera sinodica mandata nel febbraio 591 ai quattro patriarchi e all’ex patriarca Anastasio, il pontefice ammaestra: “Per questo, come insegna la Verità, l’uomo semivivo è trasportato, per lo zelo del Samaritano, nella locanda. Si adopera per le sue ferite il vino e l’olio, perché le ferite, con il vino, siano perfettamente disinfettate e, con l’olio, siano lenite. È necessario che colui il quale è preposto a sanare le ferite adoperi il morso del dolore simboleggiato dal vino e il lenimento della bontà rappresentato dall’olio, in quanto con il vino si disinfettano le parti putride e con l’olio si leniscano quelle che debbono essere sanate. Vi sia amore che non renda fiacchi e vi sia vigore che non esasperi”.

Gesù è anche medico degli sposi, come spesso lo chiama Don Carlo Rocchetta, responsabile della Casa della Tenerezza di Perugia. La sua Parola può risanare una relazione morta, putrefatta, l’olio del suo Verbo ammorbidisce i cuori e lenisce il dolore delle reciproche ferite, il vino disinfetta da ciò che aveva portato la relazione a quel punto di morte e ci fascia con la sua infinita misericordia, per proteggerci dal male che opera nel mondo. Questo posso dirlo a gran voce e lodare Dio per le sue meraviglie!

La misericordia

imageVi ho già detto che mi piace molto addentrarmi nel significato delle parole, andare a fondo nella loro etimologia, anche se purtroppo non ho studiato greco e latino, né tantomeno l’ebraico.

La settimana scorsa un frate mi ha fatto riflettere sull’origine della parola correggere, dal latino cum regere cioè reggere insieme, aiutare chi è in difficoltà in quella situazione, chi ha sbagliato, chi ci ha fatto del male. Come possiamo portare anche il peso degli altri? Soprattutto se l’altro è chi ci sta vicino tutti i giorni e ci ha ferito?

Credo sia importante riflettere sulla misericordia, forse l’attributo più grande di Dio nostro Padre. La traduzione latina (misereor = pietà e cor-cordis = cuore) ci induce a pensare ad un atteggiamento legato al cuore, ad un sentimento, ma come sottolinea Don Fabio Rosini nel suo libro “Solo l’amore crea”, essa non può essere legata alla sola buona volontà o finché “me la sento” perché sarebbe limitata nel tempo. La misericordia di Dio è eterna! In greco aiôn e in ebraico olam, la parola “eterna” ci dice la completezza, l’assenza di limite.

Partiamo dai termini ebraici usati nella Scrittura per capirne un po’ di più: hesed e raham. Il primo termine è il più usato nella Bibbia ed indica l’amore di Dio, la sua tenerezza, la sua postura di fronte all’uomo. (p. 20) Il salmo 136 elenca una serie di azioni che Dio fa per misericordia, Egli fa qualcosa con noi, usa la sua tenerezza fedele per guidare la storia, ci dice la sua premura, si occupa di noi, provvede a noi come un Padre. Il secondo termine, raham, viene dal verbo e dal sostantivo relativi a “viscera”, “utero” e sembra guidarci verso un atteggiamento di amore più tipicamente femminile, viscerale appunto. Pensate care mamme a quando i vostri figli si sbucciano un ginocchio, ecco, quello che provate può dirci qualcosa su come si sente Dio quando ci facciamo del male. Diceva don Luigi Epicoco che Dio si duole profondamente per il male che ci facciamo nel peccare e non tanto per il peccato in se. Allora parliamo di un amore che ri-genera l’altro, che lo accoglie, anzi lo raccoglie e lo riporta alla vita. Ci basterebbe leggere tutte le mattine questo versetto di Isaia al capitolo 49 “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.”

Come possiamo allora avere questo atteggiamento? Gesù stesso ci invita ad essere “…misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” Lc 6, 36. Credo che tutto si giochi nella relazione che abbiamo con Dio, la misericordia per il prossimo nasce dal rapporto che abbiamo con Dio nostro Padre, quando sentiamo la sua misericordia su di noi, il suo cercare il nostro bene, anche correggendoci in maniera forte qualche volta, possiamo avere lo stesso atteggiamento nei confronti di chi ci sta vicino, allora ci prendiamo a cuore quel fratello, quella situazione perché Dio ci ha scelto per continuare ad essere presente nel mondo. Gesù ci ha dato lo Spirito Santo per inviarci ad essere la misericordia di Dio nel mondo. Capite quale compito abbiamo nel mondo? Se non lo facciamo noi, chi lo fa? Personalmente cerco di vivere questa relazione soprattutto partecipando più possibile alla S. Messa durante la settimana e essendo presente all’adorazione Eucaristica. Poi sono un poveraccio e non sempre riesco a vivere questa misericordia, ma ho deciso di giocarmi la vita in questa relazione con Dio Padre.

Quale strumento immediato abbiamo per fa sentire questa misericordia al prossimo? È l’abbraccio! Un giorno, da qualche parte, ho letto che se un abbraccio è fatto bene, è in grado di rimettere insieme tutti i pezzi di chi lo riceve. Sono d’accordo perché credo che esso abbia una potenza tale da rimettere in piedi una persona. Mi sento di consigliarvi di essere attenti a chi abbiamo vicino, perché spesso essi non sono così espliciti come nella foto…

Ho letto solo le prime pagine, ma mi sento di consigliarvi questo libro, perché questa mia piccola riflessione che ne trae spunto non basta!

Il perdono

imageSono sempre stato colpito e affascinato dall’etimologia delle parole perché credo che andare a scavare nell’origine di esse ci aiuti a comprendere meglio il significato di ciò che ci viene detto, non rimanendo sulla superficie del messaggio.
Don Carlo Rocchetta nel suo libro “Abbracciami” (ed. EDB), prende in esame la parola perdono e scrive: “La preposizione per implica, in latino, l’idea di compimento, di pienezza. Il per-dono, dunque, è un dono completo, all’altro e a se stessi.” Mi piace l’idea di un dono completo che riguarda entrambe le persone coinvolte, quella che fa il torto e quella che lo subisce. Chi fa il torto viene liberato dal senso di colpa, viene riabilitato a quella relazione e si rialza in piedi. Chi subisce il torto sceglie di fare un dono anche a se stesso, getta alle spalle tutti i sentimenti negativi che ne scaturiscono come rabbia, risentimento, addirittura odio. Molte ricerche scientifiche dimostrano come il rancore causi una serie di malanni fisici, dall’emicrania alle ulcere. Chi perdona va oltre, dona la pace all’altro e a se stesso e quale gesto migliore se non l’abbraccio per sancire questo dono, per ristabilire l’armonia nella relazione?
Nella relazione sponsale l’abbraccio è fondamentale, coinvolge tutto il corpo del coniuge, abbraccia tutto il suo essere e lo fa sentire amato. Non mi soffermo su tutti i benefici a livello fisico che l’abbraccio scatena nel relazione, piuttosto mi chiedo quante volte siamo disposti ad accogliere tra le nostre braccia il coniuge, oppure a lasciarci accogliere da lui/lei? Purtroppo la mancanza di questi abbracci è velenosa in una relazione così importante per la vita umana, spesso questa mancanza porta alla creazione di muri, di ferite e si instaura una monotonia del vissuto sponsale. L’abbraccio è in questo caso il linguaggio amorevole che fa sentire vivi, rassicura e rende gli sposi unici l’uno per l’altro.

Gettate le reti…

image“Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano.” (Matteo 5, 4-7)

Questa è la lettura del nostro matrimonio che mi è tornata alla mente qualche giorno fa e sulla quale voglio condividere qualche pensiero. Ho immaginato i pescatori distrutti e demoralizzati da una faticosa notte di lavoro che non ha portato frutto, prendere nuovamente il largo e gettare ancora le reti. Quante notti faticose senza raccogliere nulla si affrontano in un matrimonio, spesso esse portano a mollare reti e barche… Gli sposi più coraggiosi e fiduciosi sperimentano che queste notti, quelle più dure, ci purificano con le lacrime, ci chiariscono i pensieri mettendoci all’ascolto di noi stessi e dell’altro, ripensando alle parole che ci ha detto e riuscendo a leggere realmente qual era il messaggio, perché spesso tra le urla e la rabbia si nasconde il profondo desiderio di ognuno di noi di essere accolto, capito e amato e nei litigi, se siamo attenti, ci viene anche indicata la modalità per fare queste cose. Non dico sia, facile, è un lavoro faticoso che ci chiama a mettere da parte noi stessi ed ascoltare in profondità l’altro. Alla fine, all’alba, arriva Gesù con la sua Parola. Quale forza essa deve aver avuto! Credo ne abbia avuta molta per smuovere i poveri pescatori. La stessa forza smuove noi sposi a fare l’ennesimo viaggio, ma di giorno e con Lui sulla barca! Gesù ci conduce fuori dal nostro egoismo, perché si, purtroppo siamo profondamente egoisti, tendiamo a preservarci, ma Egli ci chiede di fidarci, di gettare le reti dalla parte destra, cioè fare una cosa mai fatta, una cosa nuova che porta alla pienezza!

Quale bicchiere berreste?

imageSono sicuro che la risposta di molti è il bicchiere a sinistra, un bel
bicchiere di acqua fresca quando si ha sete è la cosa migliore. Se invece vi dicessi che dal primo mattino, appena apriamo gli occhi ciò che ci viene automatico è trangugiare il bicchiere a destra? Spesso ci svegliamo pensando alla giornata che ci aspetta e partiamo con le preoccupazioni, con le recriminazioni, con il vittimismo. Tutto questo avvelena la nostra vita senza che ce ne accorgiamo, beviamo una cosa schifosa, cosa che non faremmo se fossimo coscienti del danno che ci arreca questo gesto. È più bello svegliarsi e lamentarsi o svegliarsi e lodare Dio, anche nella prova? Vi invito a scegliere, anche con fatica, di bere al mattino questo bicchiere di acqua fresca che è la Parola di Dio e lodarlo e benedirlo.
“Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca la sua lode sempre” Sal 33,2
“Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora,
a chi cammina per la retta via
mostrerò la salvezza di Dio.” Sal 49,23
E ancora: “A lui ho rivolto il mio grido,
la mia lingua cantò la sua lode.”
Sal 65,17

L’altra sera, mentre ascoltavo l’omelia del sacerdote, ho avuto come un flash, don Nazzareno ci sottolineava la parola di Gesù che dice: “Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo.” (Mt, 15,17-18) Questo bicchiere di acqua sporca può anche rappresentare il nostro cuore! Un cuore torbido, appesantito dai detriti, sporcato dalla terra… ma il nostro cuore può essere il luogo per la sorgente di questa acqua fresca e limpida sempre pronta a dissetarci e darci la vita: “ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.” (Gv 4,14)
Sappiamo bene quanto poco tempo possiamo stare senza bere, allora chiediamo a Gesù di inondare il nostro cuore con la grazia del suo Santo Spirito, alla quale attingere ogni momento della giornata. In questo modo possiamo essere benedizione per gli altri, soprattutto per chi ci sta vicino!
Vi dono un versetto a me tanto caro, decisivo in una fase della mia vita: “Il cuore del re è un canale d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.” (Proverbi 21,1) Se questo canale si ostruisce, si buca, si interrompe, può arrivare acqua sporca, avvelenata o non arrivare per niente, quindi è importante vigilare sempre sul nostro cuore, altrimenti: “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie.” (Mt 15, 18) Purtroppo mi è successo di non vigilare su questo cuore e ne ho pagato le conseguenze, ma per grazia di Dio ho incontrato sul mio cammino persone che mi hanno teso la mano e mi hanno aiutato a rialzarmi, prima fra tutte la mia sposa. Quel periodo della mia vita mi ha insegnato molto, in particolare mi ha insegnato l’umiltà di riconoscersi creatura e di potersi rivolgere ad un creatore che è Padre.
Credo che gli sposi debbano ricordarsi a vicenda la gratitudine a Dio, al mattino possiamo essere per il nostro coniuge un bicchiere, magari anche piccolo, ma possibilmente non bucato, per portare questa acqua che diventa, per grazia di Cristo, sorgente di vita eterna.

“…perché l’amore con cui mi hai amato, sia in essi e Io in loro.”

La preghiera di Gesù, contenuta nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, mi è sempre piaciuta molto e in particolare questo versetto risuona spesso in me. Alcuni giorni fa ho letto un articolo di Costanza Miriano, che si rivolgeva ad un’amica in occasione del matrimonio di quest’ultima. E’ una lettera molto bella, che dice tanto dell’amicizia che ci può essere tra famiglie cristiane. Vi lascio il link così potete leggerla https://costanzamiriano.com/2017/06/24/cara-benedetta/

Mentre scorrevo queste parole di benedizione subito le ho collegate al versetto 26 del capitolo 17 e si formavano nella mia mente tanti volti familiari e sorridenti, i volti dei miei fratelli, di quelle coppie che con gioia, con la loro testimonianza ci stanno vicino ogni giorno, sono amicizie fraterne importanti perché ci dicono incessantemente di questo amore del Padre che Gesù ha voluto restasse in noi. Io credo che questo sia uno dei modi più diretti, dopo l’Eucarestia, di vivere questo sentimento profondo che Gesù ci ha testimoniato con la sua vita. Nei momenti di difficoltà essi sono stati un “muro di bronzo” difronte al nemico, porto sicuro e fresco ristoro per l’anima. Lo stesso, la gioia ha un sapore indescrivibile quando viene condivisa con loro.

Ogni famiglia – una coppia aperta alla vita è già una famiglia – dovrebbe adottarne un’altra, perché è importante avere come famiglia altre famiglie intorno che ti dicono voi – non tu e Federico, ma proprio voi due, una carne sola – siete importanti per noi, ed è importante che siate sostenuti nella fatica, quando arriverà, e nella gioia, perché sia resa a sua volta feconda per altri.

Questo è un passaggio bellissimo, dove io ci vedo tanto Costanza e il suo modo di essere sorella ai tanti che le stanno intorno, vi invito a seguire questo suo consiglio e vi posso dire della bellezza e della profonda gratitudine nell’essere scelti come coppia che accompagna, noi con tanti nostri limiti e il nostro essere imperfetti, siamo una piccola luce per alcuni amici, portando la nostra fatica quotidiana, ma cercando di viverla in Cristo ed essendo consapevoli che nel giorno del nostro matrimonio abbiamo promesso “con la grazia di Cristo…”.

La preghiera per l’altro

imageOggi voglio essere un po’ critico, concedetemelo. Tranquilli, lo sarò nei miei confronti! Mentre guardavo un film, alcuni giorni fa, mi sono interrogato sul mio modo di pregare per mia moglie. Mi sono accorto che le mie preghiere alla fine ruotavano sempre intorno ai miei desideri, cioè chiedevo per lei delle cose che in fondo avrebbero fatto felice me, erano delle preghiere che chiedevano un cambiamento negli atteggiamenti, nei gesti. Mi sono scoperto egoista anche in questo frangente, allora aiutato dal film in questione ho iniziato a pregare veramente PER lei, chiedendo a Cristo di abitare il suo cuore, di donarle il Suo Santo Spirito,di ricolmarla di ogni bene e benedizione! Così le cose cambiano, pregando in questo modo si scopre piano piano il desiderio di vero bene per la propria moglie! Purtroppo per tanti motivi, invece, siamo portati a vedere l’altro/a come un nemico, come colui o colei che non ci dà abbastanza, non riempie a sufficienza il mio vuoto, ma chi ci sta a fianco è un forte alleato nella ricerca di Colui che può dare la pienezza che cerchiamo, solo Egli può riempire il vuoto e non un’altra realtà ferita come la mia. Questa alleanza sancita nel matrimonio cristiano, unita e immersa nella grazia di Cristo è la via per la salvezza e la felicità che tanto desideriamo. Ovvio, a volte la via è in salita, ci sono dei pericoli, ma possiamo sempre guardare a Gesù Cristo che ha fatto prima di noi il cammino sulla terra tenendo sempre fisso lo sguardo sul Padre.

Il titolo del film è “Le armi del cuore”, ma quello in inglese rende meglio l’idea: “War Room”, cioè la stanza della guerra. Direte voi, cosa c’entra? Beh, la stanza in questione è un piccolo stanzino dove la protagonista si rinchiude per combattere la buona battaglia, pregando Dio per il proprio coniuge e pregando contro il male che ogni giorno purtroppo opera nella vita di ognuno di noi. Non voglio svelarvi molto di più, ma anzi vi consiglio la visione di questa pellicola.  Al di là del dipanarsi della vicenda, mi ha colpito molto il modo di pregare perché punta forte sul fatto di avere un quotidiano rapporto personale con Gesù e la Sua Parola. Egli dice “Io sono la via, la verità e la vita.”, bene mio Gesù io ti rispondo “Signore da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna.”. Ma come si fa a percorrere questa via? Dice un mio amico che significa STARE con Lui, cercare di avere più tempo possibile per ascoltare la Sua Parola, per incontrarLo nei sacramenti, nell’adorazione eucaristica, invocarLo nel proprio cuore durante la giornata, anche richiamando alla mente un versetto del Vangelo. Questi momenti però, non devono essere lasciati al caso o alla momentanea voglia di pregare, ma devono essere degli appuntamenti fissi, ve lo dice uno che non è costante per niente! Però ci provo, perché in questo rapporto personale con Lui sto scoprendo la mia gioia, la mia forza e che posso essere benedizione per le persone che incontro, a partire da colei che ho sposato.

 

Per voi, donne!

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In foto, Madonna della Carbonara, conservata nella cattedrale di Viterbo, protettrice dei giovani sposi e delle famiglie cristiane.

Gesù era l’unico rabbì ebreo che aveva al seguito donne e bambini. A questo non avevo mai prestato attenzione, nonostante la consapevolezza della grande importanza che Gesù dà alla figura femminile e ai fanciulli.

Perché Gesù permetteva alle donne di seguirlo? Innanzitutto perché il suo messaggio è universale e riguarda la persona nella sua totalità, a prescindere dal genere maschile e femminile o dall’età. Partendo dalla Genesi, vediamo che la donna per il Dio Creatore ha pari dignità rispetto all’uomo perché essa è carne della sua carne e osso delle sue ossa, ma ci è voluto Gesù per restituire questa dignità profonda alla donna, solo nel cristianesimo essa riacquista la giusta considerazione. Purtroppo il femminismo è stato una grande menzogna, che paradossalmente ha reso la donna schiava del dover essere a tutti i costi come l’uomo, snaturando se stessa. Io vedo donne felici quando generano vita tutti i giorni, portando calore e sorriso nella propria casa, mettendosi a servizio dei membri della famiglia.

Nella relazione uomo donna si realizza il disegno di salvezza dell’umanità perché gli sposi sono chiamati a generare la vita, ma non solo, sono chiamati ad essere immagine dell’amore trinitario. Dobbiamo considerare anche che la vita non si genera solo fisicamente ed ecco allora che consacrati e consacrate spesso collaborano per accogliere gli ultimi dando vita ad opere splendide, immagine anch’esse dell’amore trinitario.
Guardando al Nuovo Testamento ci sono diverse occasioni in cui sono protagoniste le donne, mi piace sottolineare il fatto che il messaggio della Resurrezione di Cristo viene affidata ad esse, la prima apparizione del Risorto avviene sotto gli occhi di Maria di Magdala, ma è soprattutto in Maria di Nazareth che si realizza in pieno la figura femminile, Ella si fa spazio, accoglienza, con il suo sì a Dio, genera, anche nella carne, il Salvatore. Tutte voi, care donne, siete chiamate ad accogliere e generare Cristo nel vostro cuore, avendo come modello e Madre Maria! Lo generate quando dite sì alla vostra vocazione, lo generate quando vi consumate per essa, lo generate quando vi spendete per la vostra famiglia o la vostra comunità. Auguro a tutte voi donne di trovare sempre conforto, ascolto e ristoro dalla fatica, nell’abbraccio del vostro sposo di carne e in quello dello Sposo che attende tutti nei Sacramenti.

P.s. Ovviamente anche noi maschi siamo chiamati a generare Cristo in noi per portarLo agli altri, nella nostra specificità di essere uomini, ma questo mio pensiero di oggi è rivolto alle donne, perché guardo a mia moglie che si sta spendendo tra lavoro, tirocinio e famiglia e vuole essere per lei e per tutte le donne, amiche, mogli, madri e consacrate un grazie e un incoraggiamento a tenere sempre lo sguardo fisso su Gesù.

Pensieri e gesti

Non vorrei risultare scontato e banale, ma in questi giorni mi sono trovato a riflettere su quanto tempo passiamo “fuori” casa, su quanto ci spendiamo nel mondo, poi una volta rientrati mettiamo i motori al minimo e perdiamo di vista le relazioni più importanti, che lasciamo avanzare quasi per inerzia, cioè quelle col coniuge e con i figli.

Ci si saluta in fretta prima di uscire la mattina, per poi rivedersi la sera, con i figli che ti assalgono e devi prenotare il turno per parlare con tua moglie, specialmente i miei pargoli che in questo periodo la vedono poco, ci si attaccano con voracità e tu tenti invano di preservarla. Poi una volta messi a letto i bimbi, si crolla entrambi o ci si assenta difronte ad un libro o ad uno smartphone.

Con i figli, all’improvviso ci troviamo davanti adolescenti che ci sfidano (non è ancora il mio caso, ma sento tanti racconti), i quali stentiamo a riconoscere.

Credo che il danno più grande lo abbia fatto la rivoluzione femminista, lo dico senza remore, perché ha portato fuori di casa la moglie e la madre, che deve dividersi tra lavoro, casa e figli senza avere il modo di spendersi a fondo per la famiglia, con gioia. Indubbiamente c’è anche chi trova un discreto equilibrio e riesce a destreggiarsi tra gli allenamenti e la cena, ma comunque questa società iper produttiva riesce a far sentire in colpa chi fatica a trovare un equilibrio tra famiglia, casa e lavoro. Personalmente stento a credere che la maggior parte delle donne non abbia il desiderio di occuparsi in pieno dei figli e della casa, questo posso affermarlo per esperienza diretta, molte mie colleghe manifestano spesso questa esigenza. Io sostengo che quello che fa la donna in casa ha un valore inestimabile, non parlo solo di faccende domestiche, ma della serenità e della vita che può generare ogni giorno quando è messa nelle condizioni ottimali per farlo.

Quale può essere la chiave per far fronte a questa routine veloce che sembra trascinarci via? Innanzitutto penso che si possa tirare un bel sospiro la domenica a Messa, perché rinnoviamo la nostra fiducia in Colui che guida la nostra vita. Dal nostro canto possiamo sforzarci a fare dei “piccoli passi possibili”, come diceva Chiara Corbella. Per me questi piccoli passi sono dei piccoli gesti che fanno sentire il coniuge amato, piccoli segni che corrispondano al suo linguaggio, per essere tramite dell’amore di Dio. Credo sia fondamentale anche ritagliarsi degli spazi da vivere come coppia, una mia amica, dopo aver passato una sera a cena con il proprio marito dopo tanto tempo, mi ha detto: “ho ritrovato mio marito, abbiamo riso e passato una bella serata”. Anche una semplice cena può aiutare a ri-guardare l’altro, a guardarlo di nuovo con quegli occhi che desiderano vedere il bello, per poter ripartire nella vita di tutti i giorni, senza dare per scontato chi ci sta vicino.