Il buon pastore

Ascolteranno la mia voce…

La figura del buon pastore mi è sempre piaciuta moltissimo, perché è colui che non fa mancare nulla, è colui che protegge, ma soprattutto il nostro buon Pastore non usa il bastone, ma gli basta il solo suono della voce per farsi seguire dalle pecore.

Già…proprio questo, in quanto padre, mi colpisce nel profondo, quante volte ho usato il bastone, in senso figurato ovviamente, quante volte sono stato fin troppo autoritario, anziché avere cura dei miei figli…credo che ci sia una differenza sostanziale tra disporre e avere cura, molto spesso dai semplicemente dei comandi, anche bruscamente, senza avere la cura di spiegare il motivo di certe richieste o divieti.

Mi sono accorto, col tempo, che i bambini recepiscono meglio il messaggio quando riescono a vedere la cura, l’amore che c’è dietro. Quante volte per stanchezza, per egoismo si fa prima ad alzare la voce e concludere con: “perché è così e basta!”… quanta fatica nell’essere amorevole, docile, spiegare con serenità.

Un sacerdote mi ha fatto riflettere sul punto di vista dei bambini, dicendo: “magari i bambini si chiedono, come tornerà a casa papà oggi? Sarà arrabbiato? Sarà stanco? Sarà sereno?” Tutti interrogativi che purtroppo non li lasciano tranquilli di relazionarsi con noi. Questo fa molto male, fa male perché tocca una ferita viva, questo modo sbagliato di relazionarsi con i figli…ma c’è la certezza di avere IL medico, colui che sana le ferite e poi possiamo sempre ricordarci della sua infinita misericordia nei nostri confronti, allora ci verrà più facile, per gratitudine, avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo, come ci dice San Paolo nella lettera ai Filippetti, capitolo 2, versetto 5.

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La Misericordia nella coppia

Domenica scorsa siamo stati testimoni di uno splendido matrimonio di una coppia di amici celebrato proprio nel giorno della festa della Divina Misericordia, l’eco della gioia di questo sacramento si è fatta sentire per molti giorni, tanto che quando raccontavo ad altri di questo matrimonio facevo fatica a non commuovermi.

La celebrazione è stata occasione per riflettere sul significato della misericordia e sono partito dal suo significato letterale: avere a cuore le miserie dell’altro. Ecco, credo che qui si giochi molto del rapporto di coppia, tenere a cuore le miserie di chi ci sta vicino ci aiuta a non usarle come arma in un diverbio, ci blocca prima di recriminare qualcosa, conoscendo le debolezze dell’altro.

Averle a cuore significa anche prendersene cura, proprio come ha fatto il buon samaritano, cioè non facendo finta di niente, ma curando e fasciando le ferite. Quando l’altro è più propenso ad un dialogo o è in un momento in cui si può parlare serenamente, la misericordia può spingerci a far presente i limiti dell’altro che magari ci feriscono. Personalmente mi sforzo molto e cerco di non partire sempre da me stesso, ma, seppur con molta fatica, perché il mio egoismo vince spesso, cerco di mettermi nei panni dell’altro e mi chiedo il perché di certi atteggiamenti o parole.

Certo è che se non attingiamo da Colui che è Misericordia possiamo anche sforzarci quanto vogliamo, ma non andremo molto lontano. Teniamo sempre presente il suo amore e la sua misericordia per noi, cercando di vivere nella gratitudine, tutto il resto lo vedremo con altri occhi. E come diceva Don Francesco all’omelia siamo chiamati a fidarci, fidarci di Dio, fidarci del fatto che dove non arriviamo noi arriva Lui, con la Sua forza, con la Sua grazia e con il Suo amore!

Marta e Maria nella coppia

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». MaGesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Luca 10, 38-42

Questa pagina del Vangelo mi ha sempre colpito, soprattutto immaginandomi Maria seduta ai piedi di Gesù, completamente assorbita dall’ascoltare Nostro Signore.

In questi giorni ho riflettuto calando le due figure delle sorelle nella coppia, mi spiego meglio: molto spesso i coniugi sono molto indaffarati a gestire i figli, la casa, tutte occupazioni legittime, ma il problema nasce quando tutto ciò prende il sopravvento, quando diventa pre-occupazione. Ci viene molto facile essere la Marta della situazione. Purtroppo ci sono situazioni in cui si fa fatica a lasciare il comando della barca a Gesù, penso ad esempio alle famiglie in cui si vive una situazione di disabilità, ma tante altre piccolezze meno degne della nostra attenzione ci assorbono e perdiamo di vista “la parte migliore”, trascuriamo quello che Cristina Epicoco chiama il primo figlio della coppia, cioè il “noi”. Anche i discorsi tra coniugi diventano un elenco o un riepilogo delle cose da sbrigare, non lasciando spazio ad un dialogo vero e costruttivo.

Mi piacerebbe chiedere a Gesù di bussarmi sulla spalla ogni tanto e dirmi: “Marco Marco tu ti preoccupi e agiti per molte cose…”, così mi distoglierei dalle occupazioni quotidiane, non mi porterei il lavoro a casa, che a volte occupa la mia mente, distoglierei la mia attenzione dallo smartphone che sembra diventato indispensabile anche quando sono in casa e sarei più attento, disponibile e amabile per mia moglie e i miei figli.

La crisi, una benedizione?

Leggendo il bellissimo libro di Alessandro D’Avenia “Ogni storia è una storia d’amore”, che mi ha regalato mia moglie per Natale, mi ha colpito in particolare un passaggio in cui l’autore parla della crisi nella relazione di coppia e mi ha fatto riflettere.

I greci usavano il termine crisi per indicare il procedimento messo in atto per separare il grano dalla pula, cioè separare una cosa essenziale, importante, dall’altra che non serve. Molto spesso la crisi in un rapporto di coppia è il preludio alla fine della relazione, questo perché purtroppo esse, tranne in alcuni casi particolari, non vengono affrontate, ma si fugge.

Il problema sta nella confusione che si fa tra l’innamoramento e l’amore. L’innamoramento è una fase bella e necessaria che ha una certa durata, ma ad un certo punto finisce, mentre l’amore è una scelta consapevole di tutti i giorni che mette da parte l’egoismo, senza la pretesa che l’altro soddisfi la nostra sete di infinito.

Quando la prima fase termina, iniziamo a vedere anche i limiti dell’altro, se io lo/la amo veramente, cioè se voglio il suo bene, accolgo questa persona per poter crescere insieme, la crisi in questo caso, può essere un modo per ridare tempo alla relazione e diventare un’occasione di crescita. Un tempo per fermarsi a guardare di nuovo l’amato/a, riscoprirlo/la e ripartire insieme.

Pensieri…

Mi sono successe diverse cose in questi giorni e vorrei fissarle con due riflessioni.

La prima è che è bellissimo, dopo anni che ci conosciamo, lasciarsi sorprendere dalla bellezza e dal cammino di crescita umana e spirituale che il tuo coniuge compie con te, al tuo fianco. Purtroppo diamo spesso per scontato, non solo tratti dell’aspetto fisico, ma anche quello caratteriale. Mi piace molto, ogni tanto, soffermarmi a guardare la mia sposa in silenzio e accarezzarla con lo sguardo, cosa ancor più bella è quando mi sorprende con reazioni diverse, più mature, più aderenti a Gesù, nelle varie situazioni della vita.

La seconda riflessione che voglio fare riguarda la gioia che si prova nell’anticipare i bisogni dell’altro. A volte capita di porgere un tovagliolo prima che venga chiesto, oppure una maglia in più perché si nota che chi ci sta vicino ha freddo, però la gioia vera arriva quando si anticipano richieste più importanti, come quelle di una preghiera per una situazione o un momento importante, o si coglie con uno sguardo uno stato d’animo e con una parola si riescono a sciogliere dubbi e pensieri.

Tutto ciò è molto bello perché ci si sente strumenti dell’amore di Dio per l’altro, questo amore che ci attraversa lascia sicuramente il segno anche dentro di noi.

Il sogno di Giuseppe

Alcuni giorni fa, ad un incontro di preghiera per le coppie, ci è stata donata questa Parola:

«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino».

Dopo un cammino di guarigione e perdono durato anni, non vi dico la gioia, la commozione che abbiamo provato io e mia moglie nel ricevere questa Parola. Per noi è stato come sentire veramente la voce di Dio Padre che ci invitava ad entrare in Israele, senza più alcun pericolo per quel Bambino, potevamo tornare con serenità a vivere il sacramento del matrimonio insieme a Gesù, senza essere più minacciati da tutto il male che in un certo modo ci aveva allontanati. Credo sia importante ora tenere stretto con noi questo Bambino, custodirlo e stare più possibile con Lui, io e lei, come coppia, vivere i sacramenti e l’adorazione eucaristica insieme.

Vorrei dire col cuore in mano a chi soffre, di non disperare, anche quando ci si sente lontani da casa, ci si sente lontani dagli affetti, quando la relazione col nostro coniuge non funziona e ci sentiamo estranei, quando il nostro rapporto personale con Gesù è in pericolo, non dubitate di Dio! Siate attenti agli angeli che vi manda, perché Egli è il Dio vivente, parla e opera nella nostra vita se ci fidiamo di Lui.

L’uomo forte

Nel Vangelo di ieri (lunedì 22 gennaio, Marco 3,22-30) mi ha colpito particolarmente un versetto:

Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega.

Mi sono visto come in una immagine, legato fortemente dal peccato, schiavo delle mie passioni e del mio egoismo, mentre il mio matrimonio rischiava di essere depredato dal ladro di vita, dal divisore. È un ladro furbo, subdolo, che ti ammalia con le parole, con la contro catechesi, facendoti apparire buono ciò che è male, facendoti vedere quanto sia un tuo diritto fare determinate azioni che in realtà ti nuocciono e ti fanno trovare legato e schiavo senza che tu te ne renda conto.

Ero legato, vedevo la nostra unione che si sgretolava, senza poter far nulla, proprio come se avessi le mani legate. Provate ad immaginare anche lo stato d’animo di uno schiavo, senza speranza, con lo sguardo rivolto sempre alle catene e mai verso l’alto… A causa del mio peccato, rischiavo seriamente di perdere la pietra preziosa, ma per grazia ho avuto la forza di chiedere aiuto al Salvatore, per intercessione di Maria, di liberarmi.

Non che ora non pecchi più, sia chiaro, ma il peccato non mi domina più, perché il Signore della mia vita è diventato Gesù Cristo e con Lui mi sento quell’uomo forte, insieme a Lui posso essere vigile sulla mia casa, sul mio cuore, sul mio matrimonio. Stando con Lui, unito a Lui nei Sacramenti e nell’adorazione eucaristica, sono attento a non lasciarmi incatenare di nuovo dal peccato. Mi viene in mente l’immagine che usa San Paolo nella lettera agli Efesini (cap. 6, 10-20), un guerriero rivestito delle armi della luce, che non teme alcun male “contro i principati, le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre…”, un’immagine che mi ha aiutato molto nel punto di svolta della nostra storia, quando ho deciso realmente di combattere contro il peccato che mi dominava.

Ogni giorno è una lotta, ogni giorno abbiamo bisogno di questa armatura e delle sue armi.

“…mi piace questa famiglia!”

Ieri sera mio figlio più grande , 7 anni e mezzo, ci ha detto una cosa che ci ha colpito dritti al cuore: “papà mi piace tanto questa famiglia, mi piace che ci siete voi, mi piace tantissimo questa famiglia insieme”.

Io sono rimasto senza parole, poi ho accolto con gioia questa cosa e gli ho detto che è un figlio speciale con un cuore grande. Nel corso della serata questa cosa ha lavorato dentro di me, mi sono chiesto che ho fatto di così speciale perché mio figlio sia arrivato a dire questo? Sostanzialmente niente, nel senso che credo che ciò non dipenda dai miei meriti, anzi penso che molto sia frutto di una grazia immeritata. Poi, in risposta a questa grazia, faccio i conti con i miei limiti, li ho accettati e li combatto ogni giorno e cerco di vivere il Vangelo. Inoltre con mia moglie, dopo un periodo faticoso, stiamo riscoprendo e vivendo la grazia del sacramento, piccoli gesti di attenzione, che ci dicono l’amore reciproco e questo si riversa anche sui nostri figli.

Mi viene da riflettere su una cosa che sento spesso ultimamente è cioè che molte volte ci affanniamo e pensiamo di doverci guadagnare qualcosa ogni giorno, come ad esempio l’attenzione del coniuge, l’affetto dei figli, la stima dei colleghi…quando poi non riceviamo tutto questo, allora sì che son dolori! Ma se siamo affannati in questa ricerca perdiamo di vista la cosa più importante è cioè che siamo figli di Dio! Da questo deriva che siamo amati da Lui, che Egli ci ha voluto nel mondo per un motivo ben preciso, ci ha donato suo Figlio Gesù Cristo che per noi ha vinto la morte. La nostra vita dovrebbe essere una conseguente risposta a tutto questo, con un cuore profondamente grato. Dico dovrebbe perché spesso ci si mette di mezzo la ferita del peccato, la vita che a volte ci appare in salita…ma se accogliamo tutto sotto questo sguardo d’amore di Dio, tutto ha un significato ben più profondo.

“…e subito gli parlarono di lei.”

Nel Vangelo di oggi (Mc 1,29-39), questo versetto mi ha colpito molto, lo ha sottolineato anche don Luigi Epicoco, nella sua riflessione di stamattina: subito! Don Luigi dice che questa è una delle definizioni più belle della Chiesa, quando noi cristiani vediamo qualcuno che sta male, non solo fisicamente, il nostro primo pensiero dovrebbe essere portargli subito Gesù.

Credo che questa sia un buona cosa anche per le coppie, portare Gesù al nostro coniuge perché ogni giorno possa guarirlo/la. È bello nei momenti intimi dell’adorazione eucaristica presentare il nostro coniuge a Gesù, con tutte le sue bellezze, i suoi doni, le sue fatiche e i suoi difetti, questo ci aiuta a guardarlo/la pian piano con gli stessi occhi del Salvatore. Certo, per me è un pochino più facile, dato che condividiamo la fede in famiglia, ma penso alle tante donne soprattutto, che versano lacrime amare per i loro mariti che non credono nella salvezza di Gesù… quanta sofferenza può generare una divisione come questa?

Inoltre don Luigi pone l’accento sul fatto che il grosso del lavoro, nella guarigione della suocera di Simone, lo fa Gesù, egli fa tutto il necessario per la nostra salvezza se solo siamo accostati a Lui, poi questa immensa grazia genera una risposta, infatti ella si mette poi a servirli. Tante volte pensiamo di dovere/potere fare da soli, ma almeno per me, è stata la volta in cui ho fatto più danni. Invece con la sua Grazia è tutto diverso! Ci sentiamo sollevati da una responsabilità che non ci appartiene e siamo partecipi di una vittoria definitiva, che ci è già stata ottenuta da Cristo e noi siamo chiamati a dire il nostro si con la nostra vita a questa grazia.

Buon Natale del Signore!

Carissimi voglio farvi i miei auguri di buon Natale del Signore riprendendo le parole di Papa Francesco: “Quando pregherete a casa, davanti al presepe con i vostri familiari, lasciatevi attirare dalla tenerezza di Gesù Bambino, nato povero e fragile in mezzo a noi, per darci il suo amore. Questo è il vero Natale. Se togliamo Gesù, che cosa rimane del Natale? Una festa vuota. Non togliere Gesù dal Natale! Gesù è il centro del Natale, Gesù è il vero Natale! Capito?”

Possono sembrare parole banali, scontate, ma io credo che siano stupende nella loro semplicità. La tenerezza e l’amore con cui si rivolge ai bambini degli oratori romani tocca il cuore. Egli invita i bambini a pregare davanti al presepe perché sa che, a differenza di qualche adulto come me, i bambini hanno anche il cuore disposto ad ascoltare e poi a mettere in pratica. Faccio mio questo invito e lo giro anche a voi, riunite e i vostri familiari davanti al presepe per un momento di preghiera, dando anche spazio al cuore dei bambini, sono certo che vi stupiranno! Personalmente ho sperimentato la bellezza della preghiera con mia moglie e i figli, preghiere semplici, dirette, chiare senza tanti giri di parole, come solo i bimbi sanno fare. Una vera grazia.

Dicevo che può sembrare banale esortare a non togliere Gesù dal Natale, ma, rifletteteci un attimo, quante volte avete visto la scritta XMas? Purtroppo la si trova spesso! Per me personalmente non significa nulla, anzi mi da fastidio! Sono andato a cercare le origini di questa abbreviazione, secondo alcune interpretazioni si tratta dell’utilizzo della lettera dell’alfabeto greco X, che si legge “chi”, cioè la prima lettera del nome Christos, ma la

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chiesa delle origini usava un simbolo più chiaro, che incorporava le prime due lettere del nome, oltre alla X, veniva usata anche la P che si legge “rho” per così rappresentare il nome di Cristo. Questo simbolo era usato in tempo di persecuzioni, come del resto il pesce. In sostanza questa mi sembra una giustificazione forzata per quella che è una brutta abbreviazione della parola Christmas. Appena ho sentito le parole del Papa ho pensato subito a questa scritta… allora un altro piccolo gesto che possiamo fare è quello di augurare ai nostri cari buon Natale del Signore e accogliere la Luce che viene a rischiarare le tenebre, contemplando il grande mistero dell’incarnazione.

Cosa può dirci ancora il Natale?

Voglio condividere con voi una riflessione che ci ha guidato nel sabato sera dopo l’Immacolata, con il nostro amico Padre Mariano, frate cappuccino. La sua premessa è stata: “voglio rovinarvi il Natale…”, aprendo la Bibbia ha preso il famoso passo della lettera di San Paolo ai Filippesi:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana,

umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato

e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome;

perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra;

e ogni lingua proclami

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Passo molto bello che abbiamo sentito diverse volte, ma di cui forse ci sfuggiva il senso. Padre Mariano ha voluto sottolineare il Natale dal punto di vista di Gesù, Egli per amore nostro, ha deciso di rinunciare totalmente al suo essere Dio, ha assunto la condizione umana, ma non è venuto sulla terra da pari con gli uomini, no! Ha scelto la condizione di servo, di colui che a quel tempo non poteva disporre neanche della propria vita. Se ci pensiamo bene la sua nascita è avvenuta in un contesto quasi drammatico, Maria si ritrova incinta per opera dello Spirito Santo al di fuori del matrimonio, Giuseppe non sa come gestire questa situazione, un viaggio all’ottavo mese di gravidanza, il parto in un luogo non adatto, neanche con le minime condizioni igieniche, cioè Gesù non ha avuto neanche il minimo indispensabile per vivere tranquillamente. Si è spogliato di tutto fino ad accettare la morte in croce, il suo passaggio tra noi si è umanamente concluso nella maniera più indegna, sulla croce ci finivano i peggiori delinquenti. Gesù, il nostro Salvatore, ha rinunciato a se stesso profondamente, scegliendo la via del fallimento, sin dalla nascita, se non avesse rinunciato alla sua regalità non avrebbe potuto comunicare con noi.

Cosa può dire ad ognuno di noi? Il passo comincia dicendo “abbiate gli stessi sentimenti di Cristo”, se vogliamo che le nostre relazioni siano vive, vere e vogliamo dimostrare il vero amore al nostro prossimo, dobbiamo essere disposti a rinunciare a noi stessi, ma non a qualche cosa che ci costa un pochino di fatica, ma al nostro egoismo, al nostro modo di essere, spogliarci di noi, abbassarci per poter innalzare la persona che amiamo. Cerchiamo di tornare alla radice, di commuoverci per questo immenso dono, in modo da portarlo agli altri, poi potremo vivere la gloria del Natale.

“Vi gettava due monetine…”

Il Vangelo di lunedì 27, quello sulla vedova che getta tutto ciò che aveva nel tesoro del tempio, mi ha fatto riflettere molto su come gestisco il mio tempo. Don Luigi ci faceva riflettere sul fatto che molto spesso noi doniamo il superfluo travestendolo da carità, diamo via vestiti che non usiamo più o scarpe troppo strette. Io, invece, ho pensato a come impiego il mio tempo…lo dono o me lo tengo per sopravvivere? Quando i miei figli mi chiedono qualcosa, molto spesso, e lo ammetto con dolore, la mia risposta è “si, aspetta” o “si, lo facciamo un giorno”. Io quegli spiccioli che mi permettono di “conservarmi” me li tengo stretti, non li dono. Questo per dire che, soprattutto in casa, tendo a risparmiare il mio tempo per me, mettendo quello che voglio fare io al primo posto. Un piccolo esempio per farvi capire è stato quando mia moglie mi ha chiesto di accompagnare mio figlio con la febbre a letto, me lo ha chiesto mentre stavo infilando il giubbotto per uscire a prendere la legna. Anche in quel momento stavo per rispondere “si, arrivo, un attimo”, ma mentre lo dicevo mi sono bloccato, ho tolto il giubbotto e ho fatto quello che mi era stato chiesto, posticipando quello che volevo fare. Può sembrare una ben poca cosa, perché chiunque avrebbe accompagnato il proprio figlio senza pensarci, ma per me è stata una piccola vittoria sul mio egoismo e sul mio modo di fare le cose. Credo che a volte con i figli ci è chiesto anche di sprecare il tempo, giocare con loro piuttosto che cambiare una lampadina che aspetta lì da giorni…

Che Grazia!

Sabato io e mia moglie abbiamo partecipato ad un incontro organizzato per le coppie dalla nostra unità pastorale. I sacerdoti e il frate ci hanno chiesto di portare il nostro libretto del matrimonio. All’inizio, alla presenza del Santissimo Sacramento, abbiamo meditato delle letture che solitamente si scelgono per la celebrazione del matrimonio, come la casa sulla roccia (Mt 7,21.24-27) e le nozze di Cana (Gv 2,1-11). Fra’ Damiano ci ha chiesto quali fossero, nella nostra relazione, i punti di roccia e i punti di sabbia, ovvero dove siamo più forti e dove siamo più deboli. Poi, riferendosi al miracolo di Gesù durante le nozze, ci ha fatto riflettere su quando e dove ci siamo abituati a bere acqua o vino scadente quando possiamo avere il vino più buono che abbiamo mai assaggiato, cioè dov’è che la quotidianità ci appiattisce e non lasciamo entrare Cristo. Dopo queste meditazioni don Francesco ci ha aiutato con la lettura da Efesini 5, ricordandoci quale grande mistero siamo noi coppie, siamo immagine dell’amore di Cristo alla sua Chiesa e abbiamo in questo mistero una dignità grandissima.

Ammetto sinceramente che delle nostre letture ricordavo solo il Vangelo, ma delle altre letture poco o nulla. Quale Grazia è stata riprenderle in mano e meditarle con la mia sposa! La liturgia aveva come tema una frase di Sant’Agostino scelta da mia moglie: “un cuor solo, un’anima sola protesi verso Dio” e le letture erano:

Ez 36, 24-28
“…metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.”

Sal 40, 2-4.6.17
“Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,
dal fango della palude;”

Ef 4,1-6
“Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione;”

Gv 21, 1-14
“Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete.”

Nella lettura di Ezechiele mi ha colpito maggiormente il fatto che non siamo noi a dover fare chissà cosa, ma è Dio che ci promette il Suo Spirito, ci promette un cuore nuovo, promette di purificarci da tutti i nostri idoli. È Lui che opera nel sacramento, noi dobbiamo solo dirgli il nostro si.

Il salmo è stata una profezia, nel versetto iniziale dice “Ho sperato, ho sperato nel Signore e su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido”, Dio Padre ha veramente ascoltato le nostre preghiere in un periodo molto difficile, dove il nostro egoismo stava vincendo, Egli ci ha tratto veramente da un pozzo da cui non sembrava esserci via d’uscita, da un fango che stava distruggendo la nostra relazione.

Nella lettera agli Efesini c’è l’esortazione a vivere la speranza come un corpo solo è uno spirito solo è la speranza, la Salvezza sta nella nostra vocazione, nel nostro caso nel sacramento del matrimonio.

Il Vangelo l’ho sempre portato nel cuore, anche se in alcuni momenti è stato difficile credere a questa promessa di Gesù, soprattutto perché era difficile fidarsi, fare una cosa fuori dal comune. Le reti solitamente venivano gettate dalla parte sinistra per facilitarne il recupero, ma Gesù ci chiede di cambiare abitudine, di cambiare rotta, modo di fare e fidarsi della sua Parola che riempie le reti, la vita, il cuore e quel vuoto che tutti portiamo dentro, finché non lo incontriamo. Questo Vangelo è stato quello che ci ha fatto iniziare un serio e profondo cammino verso il matrimonio, all’interno del percorso dei dieci comandamenti, per questo ci è molto cara, ma ora la stiamo vivendo, nonostante i nostri limiti, ci impegniamo a vivere questa promessa che Gesù ci ha fatto…e le reti si riempiono!

Per meditare meglio le nostre letture ci hanno lasciato del tempo con delle domande che vi riporto:

  1. Cosa vi ha portato a scegliere “quelle” letture per il giorno del vostro matrimonio? Perché proprio “quelle” letture?
  2. Quali pensieri e riflessioni vi suggerivano?
  3. In che modo è diventata vera, cioè vissuta, quella Parola di Dio che voi avete scelto?
  4. Rileggendole ORA che riflessioni ti suggeriscono per il periodo che stai vivendo adesso?

Ripeto è stata una grande Grazia poter vivere questo momento!

La Salvezza

Mi trovo a fare i conti con Gesù che con la sua Parola mi ripete da diverso tempo che la salvezza non dipende da me. Durante le varie catechesi, le omelie alle Messe torna frequentemente questo messaggio e non riuscivo a capirne il motivo. Un giorno mi sono confrontato con un confessore e mi ha fatto riflettere sul fatto che forse mi affanno troppo e sono centrato su ciò che faccio e non su chi sono, cioè un figlio amato dal Padre.

Credo che ci sia un grande bisogno di tornare ad annunciare con forza e testimoniare con l’esempio la misericordia di Dio. In un modo che ragiona sul profitto, sui risultati e sul merito, c’è forte necessità di affermare che siamo salvati gratuitamente! Dobbiamo solo accogliere questa salvezza che ci viene dal sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, è necessario soltanto il nostro si. Purtroppo questo si ci risulta difficile pronunciarlo perché ci viene più facile meritare qualcosa, mi impegno quindi ho diritto ad una ricompensa. No! Con Dio Padre non funziona così! Non ci salviamo per le nostre opere, che pur aiutano, ma siamo già salvi per il si di Gesù Cristo!

Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo. (Efesini 2,4-10)

La salvezza è una grazia, cioè una cosa gratuita che sta lì per noi e dobbiamo soltanto accoglierla.

Penso che la famiglia cristiana abbia questo dovere nei confronti dei propri figli, farli sentire amati, donare ai figli l’amore “fuso” dei due sposi, cioè amarsi per primi per poi poter amare con completezza i figli. Certo il nostro amore è limitato, forse potrà ferirli, allora il passo ulteriore è mostrare a loro la via verso l’Amore Vero. Farli sentire amati da un Padre che li ama così come sono, non perché sono bravi o perché si comportano bene. Un Padre che è pronto a effondere i suoi doni, che sa correggere per far crescere. Da padre dico che non è facile, spesso i miei limiti e il mio peccato prendono il sopravvento, ma confido nei Sacramenti, soprattutto nell’Eucarestia come farmaco.

Voglio lodarti Signore…

Oggi voglio fare memoria, mi metto davanti al Santissimo e Lo lodo, benedico e ringrazio per tutto ciò che ha operato e opera nella mia vita. Oggi voglio ricordare (ri-cor/cordis, cioè riportare al cuore) tutte le mie esperienze della vita alla luce del Signore Gesù. Ricordo con gioia i momenti in cui mi ha ascoltato e ha guidato la mia vita, quando mi sono messo nelle Sue mani. Mi ha donato un padre e una madre che con i loro limiti mi ha amato e non hanno fatto mancare nulla, mi ha donato dei fratelli che insieme a Lui hanno dato senso alla mia giovinezza, mi ha donato una sposa e una famiglia bellissima e altre famiglie con cui condividere questo cammino, ma più di tutto mi ha donato il Suo Santo Spirito, che mi guida tutti i giorni e mi fa scegliere Gesù Cristo come Signore della mia vita.

Voglio benedirlo anche per le ferite, per le lacrime, per i momenti bui, perché sono stati i momenti in cui più l’ho cercato, attraverso i quali Egli si è rivelato, nei quali Egli mi ha accompagnato per portarmi ad essere pienamente uomo, per staccarmi, anche dolorosamente, dal peccato, perché in fondo il peccato ci affascina, ne siamo attratti perché siamo carne, almeno finché non decidiamo di vivere la nostra vita nello Spirito e non essere più dominati da essa (cfr. Rm 8).

Quando ero ferito mi sono aggrappato a Lui, ho gridato, ho pianto e ho ricevuto la forza di restare dove ero e non fuggire. Già, fuggire. Ora è la prima soluzione a cui si pensa quando ci va tutto stretto, quando egoisticamente crediamo di non essere amati come vogliamo. E se mi fermassi a pensare cosa vuole l’altro da me? E se facessi dei gesti gratuiti senza aspettarmi nulla in cambio (cfr. Lc 14, 12-14)? Sono convinto che le cose cambino! 

Gesù è passato per quelle ferite, attraverso di esse mi ha salvato e io le benedico, perché oggi, con la sua grazia, mi sono messo sulla strada per vivere in pieno la mia vocazione, il sacramento del matrimonio come Dio lo ha pensato. Su questo cammino siamo accompagnati da tanti fratelli che porto nel cuore e nella preghiera, ma anche dai beati coniugi Beltrame Quattrocchi che stiamo imparando a conoscere ed amare.

Il buon samaritano 

Non mi ero mai soffermato sul fatto che il buon samaritano non abbia mai parlato, se non con il locandiere, dopo aver fatto tutto ciò che era necessario per curare il povero uomo che aveva incontrato. Egli agisce, opera, non si ferma a pensare perché questo uomo sia in queste condizioni, perché non è stato aiutato da altri, non fa elucubrazioni sulle possibili colpe o cause dell’accaduto. Così fa con noi Gesù: non ci chiede perché abbiamo peccato, perché ci siamo fatti del male, ma ci raccoglie e ci medica.

I gesti che compie sono bellissimi e significativi, nei tempi antichi l’olio serviva per ammorbidire le ferite e far sì che non si seccassero, il vino ha una leggera potenza disinfettante mentre con le fasciature si impediva la nuova infezione.

Ora è bello vedere la lettura che ne danno i santi e consultando il sito italiamedievale.org su questo argomento, ho trovato scritti di Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Il vescovo di Milano ci dice: “La sua parola è un balsamo. Un genere di parole fascia le ferite, un altro le ammorbidisce con l’olio, un altro ancora versa sopra il vino. Egli tien strette le ferite quando comanda alquanto severamente, ammorbidisce quando rimette i peccati, pizzica come fa il vino, quando minaccia il giudizio”.  Sulla stessa linea è il vescovo d’Ippona: “La fasciatura delle ferite è il freno imposto ai peccati, l’olio è la consolazione derivante dalla buona speranza che viene dalla remissione della colpa e porta alla riconciliazione e alla pace; il vino è l’esortazione ad agire con spirito il più possibile fervente”. Nella lettera sinodica mandata nel febbraio 591 ai quattro patriarchi e all’ex patriarca Anastasio, il pontefice ammaestra: “Per questo, come insegna la Verità, l’uomo semivivo è trasportato, per lo zelo del Samaritano, nella locanda. Si adopera per le sue ferite il vino e l’olio, perché le ferite, con il vino, siano perfettamente disinfettate e, con l’olio, siano lenite. È necessario che colui il quale è preposto a sanare le ferite adoperi il morso del dolore simboleggiato dal vino e il lenimento della bontà rappresentato dall’olio, in quanto con il vino si disinfettano le parti putride e con l’olio si leniscano quelle che debbono essere sanate. Vi sia amore che non renda fiacchi e vi sia vigore che non esasperi”.

Gesù è anche medico degli sposi, come spesso lo chiama Don Carlo Rocchetta, responsabile della Casa della Tenerezza di Perugia. La sua Parola può risanare una relazione morta, putrefatta, l’olio del suo Verbo ammorbidisce i cuori e lenisce il dolore delle reciproche ferite, il vino disinfetta da ciò che aveva portato la relazione a quel punto di morte e ci fascia con la sua infinita misericordia, per proteggerci dal male che opera nel mondo. Questo posso dirlo a gran voce e lodare Dio per le sue meraviglie!

La misericordia

imageVi ho già detto che mi piace molto addentrarmi nel significato delle parole, andare a fondo nella loro etimologia, anche se purtroppo non ho studiato greco e latino, né tantomeno l’ebraico.

La settimana scorsa un frate mi ha fatto riflettere sull’origine della parola correggere, dal latino cum regere cioè reggere insieme, aiutare chi è in difficoltà in quella situazione, chi ha sbagliato, chi ci ha fatto del male. Come possiamo portare anche il peso degli altri? Soprattutto se l’altro è chi ci sta vicino tutti i giorni e ci ha ferito?

Credo sia importante riflettere sulla misericordia, forse l’attributo più grande di Dio nostro Padre. La traduzione latina (misereor = pietà e cor-cordis = cuore) ci induce a pensare ad un atteggiamento legato al cuore, ad un sentimento, ma come sottolinea Don Fabio Rosini nel suo libro “Solo l’amore crea”, essa non può essere legata alla sola buona volontà o finché “me la sento” perché sarebbe limitata nel tempo. La misericordia di Dio è eterna! In greco aiôn e in ebraico olam, la parola “eterna” ci dice la completezza, l’assenza di limite.

Partiamo dai termini ebraici usati nella Scrittura per capirne un po’ di più: hesed e raham. Il primo termine è il più usato nella Bibbia ed indica l’amore di Dio, la sua tenerezza, la sua postura di fronte all’uomo. (p. 20) Il salmo 136 elenca una serie di azioni che Dio fa per misericordia, Egli fa qualcosa con noi, usa la sua tenerezza fedele per guidare la storia, ci dice la sua premura, si occupa di noi, provvede a noi come un Padre. Il secondo termine, raham, viene dal verbo e dal sostantivo relativi a “viscera”, “utero” e sembra guidarci verso un atteggiamento di amore più tipicamente femminile, viscerale appunto. Pensate care mamme a quando i vostri figli si sbucciano un ginocchio, ecco, quello che provate può dirci qualcosa su come si sente Dio quando ci facciamo del male. Diceva don Luigi Epicoco che Dio si duole profondamente per il male che ci facciamo nel peccare e non tanto per il peccato in se. Allora parliamo di un amore che ri-genera l’altro, che lo accoglie, anzi lo raccoglie e lo riporta alla vita. Ci basterebbe leggere tutte le mattine questo versetto di Isaia al capitolo 49 “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.”

Come possiamo allora avere questo atteggiamento? Gesù stesso ci invita ad essere “…misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” Lc 6, 36. Credo che tutto si giochi nella relazione che abbiamo con Dio, la misericordia per il prossimo nasce dal rapporto che abbiamo con Dio nostro Padre, quando sentiamo la sua misericordia su di noi, il suo cercare il nostro bene, anche correggendoci in maniera forte qualche volta, possiamo avere lo stesso atteggiamento nei confronti di chi ci sta vicino, allora ci prendiamo a cuore quel fratello, quella situazione perché Dio ci ha scelto per continuare ad essere presente nel mondo. Gesù ci ha dato lo Spirito Santo per inviarci ad essere la misericordia di Dio nel mondo. Capite quale compito abbiamo nel mondo? Se non lo facciamo noi, chi lo fa? Personalmente cerco di vivere questa relazione soprattutto partecipando più possibile alla S. Messa durante la settimana e essendo presente all’adorazione Eucaristica. Poi sono un poveraccio e non sempre riesco a vivere questa misericordia, ma ho deciso di giocarmi la vita in questa relazione con Dio Padre.

Quale strumento immediato abbiamo per fa sentire questa misericordia al prossimo? È l’abbraccio! Un giorno, da qualche parte, ho letto che se un abbraccio è fatto bene, è in grado di rimettere insieme tutti i pezzi di chi lo riceve. Sono d’accordo perché credo che esso abbia una potenza tale da rimettere in piedi una persona. Mi sento di consigliarvi di essere attenti a chi abbiamo vicino, perché spesso essi non sono così espliciti come nella foto…

Ho letto solo le prime pagine, ma mi sento di consigliarvi questo libro, perché questa mia piccola riflessione che ne trae spunto non basta!

Il perdono

imageSono sempre stato colpito e affascinato dall’etimologia delle parole perché credo che andare a scavare nell’origine di esse ci aiuti a comprendere meglio il significato di ciò che ci viene detto, non rimanendo sulla superficie del messaggio.
Don Carlo Rocchetta nel suo libro “Abbracciami” (ed. EDB), prende in esame la parola perdono e scrive: “La preposizione per implica, in latino, l’idea di compimento, di pienezza. Il per-dono, dunque, è un dono completo, all’altro e a se stessi.” Mi piace l’idea di un dono completo che riguarda entrambe le persone coinvolte, quella che fa il torto e quella che lo subisce. Chi fa il torto viene liberato dal senso di colpa, viene riabilitato a quella relazione e si rialza in piedi. Chi subisce il torto sceglie di fare un dono anche a se stesso, getta alle spalle tutti i sentimenti negativi che ne scaturiscono come rabbia, risentimento, addirittura odio. Molte ricerche scientifiche dimostrano come il rancore causi una serie di malanni fisici, dall’emicrania alle ulcere. Chi perdona va oltre, dona la pace all’altro e a se stesso e quale gesto migliore se non l’abbraccio per sancire questo dono, per ristabilire l’armonia nella relazione?
Nella relazione sponsale l’abbraccio è fondamentale, coinvolge tutto il corpo del coniuge, abbraccia tutto il suo essere e lo fa sentire amato. Non mi soffermo su tutti i benefici a livello fisico che l’abbraccio scatena nel relazione, piuttosto mi chiedo quante volte siamo disposti ad accogliere tra le nostre braccia il coniuge, oppure a lasciarci accogliere da lui/lei? Purtroppo la mancanza di questi abbracci è velenosa in una relazione così importante per la vita umana, spesso questa mancanza porta alla creazione di muri, di ferite e si instaura una monotonia del vissuto sponsale. L’abbraccio è in questo caso il linguaggio amorevole che fa sentire vivi, rassicura e rende gli sposi unici l’uno per l’altro.

Gettate le reti…

image“Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano.” (Matteo 5, 4-7)

Questa è la lettura del nostro matrimonio che mi è tornata alla mente qualche giorno fa e sulla quale voglio condividere qualche pensiero. Ho immaginato i pescatori distrutti e demoralizzati da una faticosa notte di lavoro che non ha portato frutto, prendere nuovamente il largo e gettare ancora le reti. Quante notti faticose senza raccogliere nulla si affrontano in un matrimonio, spesso esse portano a mollare reti e barche… Gli sposi più coraggiosi e fiduciosi sperimentano che queste notti, quelle più dure, ci purificano con le lacrime, ci chiariscono i pensieri mettendoci all’ascolto di noi stessi e dell’altro, ripensando alle parole che ci ha detto e riuscendo a leggere realmente qual era il messaggio, perché spesso tra le urla e la rabbia si nasconde il profondo desiderio di ognuno di noi di essere accolto, capito e amato e nei litigi, se siamo attenti, ci viene anche indicata la modalità per fare queste cose. Non dico sia, facile, è un lavoro faticoso che ci chiama a mettere da parte noi stessi ed ascoltare in profondità l’altro. Alla fine, all’alba, arriva Gesù con la sua Parola. Quale forza essa deve aver avuto! Credo ne abbia avuta molta per smuovere i poveri pescatori. La stessa forza smuove noi sposi a fare l’ennesimo viaggio, ma di giorno e con Lui sulla barca! Gesù ci conduce fuori dal nostro egoismo, perché si, purtroppo siamo profondamente egoisti, tendiamo a preservarci, ma Egli ci chiede di fidarci, di gettare le reti dalla parte destra, cioè fare una cosa mai fatta, una cosa nuova che porta alla pienezza!

Quale bicchiere berreste?

imageSono sicuro che la risposta di molti è il bicchiere a sinistra, un bel
bicchiere di acqua fresca quando si ha sete è la cosa migliore. Se invece vi dicessi che dal primo mattino, appena apriamo gli occhi ciò che ci viene automatico è trangugiare il bicchiere a destra? Spesso ci svegliamo pensando alla giornata che ci aspetta e partiamo con le preoccupazioni, con le recriminazioni, con il vittimismo. Tutto questo avvelena la nostra vita senza che ce ne accorgiamo, beviamo una cosa schifosa, cosa che non faremmo se fossimo coscienti del danno che ci arreca questo gesto. È più bello svegliarsi e lamentarsi o svegliarsi e lodare Dio, anche nella prova? Vi invito a scegliere, anche con fatica, di bere al mattino questo bicchiere di acqua fresca che è la Parola di Dio e lodarlo e benedirlo.
“Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca la sua lode sempre” Sal 33,2
“Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora,
a chi cammina per la retta via
mostrerò la salvezza di Dio.” Sal 49,23
E ancora: “A lui ho rivolto il mio grido,
la mia lingua cantò la sua lode.”
Sal 65,17

L’altra sera, mentre ascoltavo l’omelia del sacerdote, ho avuto come un flash, don Nazzareno ci sottolineava la parola di Gesù che dice: “Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo.” (Mt, 15,17-18) Questo bicchiere di acqua sporca può anche rappresentare il nostro cuore! Un cuore torbido, appesantito dai detriti, sporcato dalla terra… ma il nostro cuore può essere il luogo per la sorgente di questa acqua fresca e limpida sempre pronta a dissetarci e darci la vita: “ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.” (Gv 4,14)
Sappiamo bene quanto poco tempo possiamo stare senza bere, allora chiediamo a Gesù di inondare il nostro cuore con la grazia del suo Santo Spirito, alla quale attingere ogni momento della giornata. In questo modo possiamo essere benedizione per gli altri, soprattutto per chi ci sta vicino!
Vi dono un versetto a me tanto caro, decisivo in una fase della mia vita: “Il cuore del re è un canale d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.” (Proverbi 21,1) Se questo canale si ostruisce, si buca, si interrompe, può arrivare acqua sporca, avvelenata o non arrivare per niente, quindi è importante vigilare sempre sul nostro cuore, altrimenti: “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie.” (Mt 15, 18) Purtroppo mi è successo di non vigilare su questo cuore e ne ho pagato le conseguenze, ma per grazia di Dio ho incontrato sul mio cammino persone che mi hanno teso la mano e mi hanno aiutato a rialzarmi, prima fra tutte la mia sposa. Quel periodo della mia vita mi ha insegnato molto, in particolare mi ha insegnato l’umiltà di riconoscersi creatura e di potersi rivolgere ad un creatore che è Padre.
Credo che gli sposi debbano ricordarsi a vicenda la gratitudine a Dio, al mattino possiamo essere per il nostro coniuge un bicchiere, magari anche piccolo, ma possibilmente non bucato, per portare questa acqua che diventa, per grazia di Cristo, sorgente di vita eterna.

“…perché l’amore con cui mi hai amato, sia in essi e Io in loro.”

La preghiera di Gesù, contenuta nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, mi è sempre piaciuta molto e in particolare questo versetto risuona spesso in me. Alcuni giorni fa ho letto un articolo di Costanza Miriano, che si rivolgeva ad un’amica in occasione del matrimonio di quest’ultima. E’ una lettera molto bella, che dice tanto dell’amicizia che ci può essere tra famiglie cristiane. Vi lascio il link così potete leggerla https://costanzamiriano.com/2017/06/24/cara-benedetta/

Mentre scorrevo queste parole di benedizione subito le ho collegate al versetto 26 del capitolo 17 e si formavano nella mia mente tanti volti familiari e sorridenti, i volti dei miei fratelli, di quelle coppie che con gioia, con la loro testimonianza ci stanno vicino ogni giorno, sono amicizie fraterne importanti perché ci dicono incessantemente di questo amore del Padre che Gesù ha voluto restasse in noi. Io credo che questo sia uno dei modi più diretti, dopo l’Eucarestia, di vivere questo sentimento profondo che Gesù ci ha testimoniato con la sua vita. Nei momenti di difficoltà essi sono stati un “muro di bronzo” difronte al nemico, porto sicuro e fresco ristoro per l’anima. Lo stesso, la gioia ha un sapore indescrivibile quando viene condivisa con loro.

Ogni famiglia – una coppia aperta alla vita è già una famiglia – dovrebbe adottarne un’altra, perché è importante avere come famiglia altre famiglie intorno che ti dicono voi – non tu e Federico, ma proprio voi due, una carne sola – siete importanti per noi, ed è importante che siate sostenuti nella fatica, quando arriverà, e nella gioia, perché sia resa a sua volta feconda per altri.

Questo è un passaggio bellissimo, dove io ci vedo tanto Costanza e il suo modo di essere sorella ai tanti che le stanno intorno, vi invito a seguire questo suo consiglio e vi posso dire della bellezza e della profonda gratitudine nell’essere scelti come coppia che accompagna, noi con tanti nostri limiti e il nostro essere imperfetti, siamo una piccola luce per alcuni amici, portando la nostra fatica quotidiana, ma cercando di viverla in Cristo ed essendo consapevoli che nel giorno del nostro matrimonio abbiamo promesso “con la grazia di Cristo…”.

La preghiera per l’altro

imageOggi voglio essere un po’ critico, concedetemelo. Tranquilli, lo sarò nei miei confronti! Mentre guardavo un film, alcuni giorni fa, mi sono interrogato sul mio modo di pregare per mia moglie. Mi sono accorto che le mie preghiere alla fine ruotavano sempre intorno ai miei desideri, cioè chiedevo per lei delle cose che in fondo avrebbero fatto felice me, erano delle preghiere che chiedevano un cambiamento negli atteggiamenti, nei gesti. Mi sono scoperto egoista anche in questo frangente, allora aiutato dal film in questione ho iniziato a pregare veramente PER lei, chiedendo a Cristo di abitare il suo cuore, di donarle il Suo Santo Spirito,di ricolmarla di ogni bene e benedizione! Così le cose cambiano, pregando in questo modo si scopre piano piano il desiderio di vero bene per la propria moglie! Purtroppo per tanti motivi, invece, siamo portati a vedere l’altro/a come un nemico, come colui o colei che non ci dà abbastanza, non riempie a sufficienza il mio vuoto, ma chi ci sta a fianco è un forte alleato nella ricerca di Colui che può dare la pienezza che cerchiamo, solo Egli può riempire il vuoto e non un’altra realtà ferita come la mia. Questa alleanza sancita nel matrimonio cristiano, unita e immersa nella grazia di Cristo è la via per la salvezza e la felicità che tanto desideriamo. Ovvio, a volte la via è in salita, ci sono dei pericoli, ma possiamo sempre guardare a Gesù Cristo che ha fatto prima di noi il cammino sulla terra tenendo sempre fisso lo sguardo sul Padre.

Il titolo del film è “Le armi del cuore”, ma quello in inglese rende meglio l’idea: “War Room”, cioè la stanza della guerra. Direte voi, cosa c’entra? Beh, la stanza in questione è un piccolo stanzino dove la protagonista si rinchiude per combattere la buona battaglia, pregando Dio per il proprio coniuge e pregando contro il male che ogni giorno purtroppo opera nella vita di ognuno di noi. Non voglio svelarvi molto di più, ma anzi vi consiglio la visione di questa pellicola.  Al di là del dipanarsi della vicenda, mi ha colpito molto il modo di pregare perché punta forte sul fatto di avere un quotidiano rapporto personale con Gesù e la Sua Parola. Egli dice “Io sono la via, la verità e la vita.”, bene mio Gesù io ti rispondo “Signore da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna.”. Ma come si fa a percorrere questa via? Dice un mio amico che significa STARE con Lui, cercare di avere più tempo possibile per ascoltare la Sua Parola, per incontrarLo nei sacramenti, nell’adorazione eucaristica, invocarLo nel proprio cuore durante la giornata, anche richiamando alla mente un versetto del Vangelo. Questi momenti però, non devono essere lasciati al caso o alla momentanea voglia di pregare, ma devono essere degli appuntamenti fissi, ve lo dice uno che non è costante per niente! Però ci provo, perché in questo rapporto personale con Lui sto scoprendo la mia gioia, la mia forza e che posso essere benedizione per le persone che incontro, a partire da colei che ho sposato.

 

Per voi, donne!

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In foto, Madonna della Carbonara, conservata nella cattedrale di Viterbo, protettrice dei giovani sposi e delle famiglie cristiane.

Gesù era l’unico rabbì ebreo che aveva al seguito donne e bambini. A questo non avevo mai prestato attenzione, nonostante la consapevolezza della grande importanza che Gesù dà alla figura femminile e ai fanciulli.

Perché Gesù permetteva alle donne di seguirlo? Innanzitutto perché il suo messaggio è universale e riguarda la persona nella sua totalità, a prescindere dal genere maschile e femminile o dall’età. Partendo dalla Genesi, vediamo che la donna per il Dio Creatore ha pari dignità rispetto all’uomo perché essa è carne della sua carne e osso delle sue ossa, ma ci è voluto Gesù per restituire questa dignità profonda alla donna, solo nel cristianesimo essa riacquista la giusta considerazione. Purtroppo il femminismo è stato una grande menzogna, che paradossalmente ha reso la donna schiava del dover essere a tutti i costi come l’uomo, snaturando se stessa. Io vedo donne felici quando generano vita tutti i giorni, portando calore e sorriso nella propria casa, mettendosi a servizio dei membri della famiglia.

Nella relazione uomo donna si realizza il disegno di salvezza dell’umanità perché gli sposi sono chiamati a generare la vita, ma non solo, sono chiamati ad essere immagine dell’amore trinitario. Dobbiamo considerare anche che la vita non si genera solo fisicamente ed ecco allora che consacrati e consacrate spesso collaborano per accogliere gli ultimi dando vita ad opere splendide, immagine anch’esse dell’amore trinitario.
Guardando al Nuovo Testamento ci sono diverse occasioni in cui sono protagoniste le donne, mi piace sottolineare il fatto che il messaggio della Resurrezione di Cristo viene affidata ad esse, la prima apparizione del Risorto avviene sotto gli occhi di Maria di Magdala, ma è soprattutto in Maria di Nazareth che si realizza in pieno la figura femminile, Ella si fa spazio, accoglienza, con il suo sì a Dio, genera, anche nella carne, il Salvatore. Tutte voi, care donne, siete chiamate ad accogliere e generare Cristo nel vostro cuore, avendo come modello e Madre Maria! Lo generate quando dite sì alla vostra vocazione, lo generate quando vi consumate per essa, lo generate quando vi spendete per la vostra famiglia o la vostra comunità. Auguro a tutte voi donne di trovare sempre conforto, ascolto e ristoro dalla fatica, nell’abbraccio del vostro sposo di carne e in quello dello Sposo che attende tutti nei Sacramenti.

P.s. Ovviamente anche noi maschi siamo chiamati a generare Cristo in noi per portarLo agli altri, nella nostra specificità di essere uomini, ma questo mio pensiero di oggi è rivolto alle donne, perché guardo a mia moglie che si sta spendendo tra lavoro, tirocinio e famiglia e vuole essere per lei e per tutte le donne, amiche, mogli, madri e consacrate un grazie e un incoraggiamento a tenere sempre lo sguardo fisso su Gesù.

Pensieri e gesti

Non vorrei risultare scontato e banale, ma in questi giorni mi sono trovato a riflettere su quanto tempo passiamo “fuori” casa, su quanto ci spendiamo nel mondo, poi una volta rientrati mettiamo i motori al minimo e perdiamo di vista le relazioni più importanti, che lasciamo avanzare quasi per inerzia, cioè quelle col coniuge e con i figli.

Ci si saluta in fretta prima di uscire la mattina, per poi rivedersi la sera, con i figli che ti assalgono e devi prenotare il turno per parlare con tua moglie, specialmente i miei pargoli che in questo periodo la vedono poco, ci si attaccano con voracità e tu tenti invano di preservarla. Poi una volta messi a letto i bimbi, si crolla entrambi o ci si assenta difronte ad un libro o ad uno smartphone.

Con i figli, all’improvviso ci troviamo davanti adolescenti che ci sfidano (non è ancora il mio caso, ma sento tanti racconti), i quali stentiamo a riconoscere.

Credo che il danno più grande lo abbia fatto la rivoluzione femminista, lo dico senza remore, perché ha portato fuori di casa la moglie e la madre, che deve dividersi tra lavoro, casa e figli senza avere il modo di spendersi a fondo per la famiglia, con gioia. Indubbiamente c’è anche chi trova un discreto equilibrio e riesce a destreggiarsi tra gli allenamenti e la cena, ma comunque questa società iper produttiva riesce a far sentire in colpa chi fatica a trovare un equilibrio tra famiglia, casa e lavoro. Personalmente stento a credere che la maggior parte delle donne non abbia il desiderio di occuparsi in pieno dei figli e della casa, questo posso affermarlo per esperienza diretta, molte mie colleghe manifestano spesso questa esigenza. Io sostengo che quello che fa la donna in casa ha un valore inestimabile, non parlo solo di faccende domestiche, ma della serenità e della vita che può generare ogni giorno quando è messa nelle condizioni ottimali per farlo.

Quale può essere la chiave per far fronte a questa routine veloce che sembra trascinarci via? Innanzitutto penso che si possa tirare un bel sospiro la domenica a Messa, perché rinnoviamo la nostra fiducia in Colui che guida la nostra vita. Dal nostro canto possiamo sforzarci a fare dei “piccoli passi possibili”, come diceva Chiara Corbella. Per me questi piccoli passi sono dei piccoli gesti che fanno sentire il coniuge amato, piccoli segni che corrispondano al suo linguaggio, per essere tramite dell’amore di Dio. Credo sia fondamentale anche ritagliarsi degli spazi da vivere come coppia, una mia amica, dopo aver passato una sera a cena con il proprio marito dopo tanto tempo, mi ha detto: “ho ritrovato mio marito, abbiamo riso e passato una bella serata”. Anche una semplice cena può aiutare a ri-guardare l’altro, a guardarlo di nuovo con quegli occhi che desiderano vedere il bello, per poter ripartire nella vita di tutti i giorni, senza dare per scontato chi ci sta vicino.

“Non tramonti il sole sopra la vostra ira”

Alcune volte mi è capitato di addormentarmi arrabbiato, soprattutto per delle banalità, nei confronti di mia moglie. Credetemi, ne ho sempre pagato il prezzo. Innanzitutto la fatica a prendere sonno, poi il sonno stesso agitato, con sogni in cui la fanno da padrone rabbia e risentimento. Il risultato è un risveglio ben più amaro e se la giornata non svolta, cioè se non affido quella giornata a Cristo, rischio di essere scontroso con chi mi capita a tiro senza alcun motivo e alla fine accumulo soltanto amarezza per aver sprecato una giornata. Tutto questo per una sciocchezza la sera prima. Credo che l’invito che San Paolo fa agli Efesini al capitolo 4, versetto 26, sia importante non solo per evitare di passare giornate brutte, ma ancor di più per impedire che nel nostro cuore si accumuli risentimento che poi diventa sempre più grande fino ad esplodere in un momento inopportuno, portandoci a dire cose che magari non vorremmo.

Anche Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di fare pace, lo ha fatto nel messaggio ai fidanzati che si preparavano al matrimonio, in Piazza San Pietro il 14 febbraio 2014, e lo fa in modo molto “paterno”, ricordandoci che noi per primi siamo peccatori e abbiamo bisogno del perdono di Gesù:

Esistiamo noi, peccatori. Gesù, che ci conosce bene, ci insegna un segreto: non finire mai una giornata senza chiedersi perdono, senza che la pace torni nella nostra casa, nella nostra famiglia. E’ abituale litigare tra gli sposi, ma sempre c’è qualcosa, avevamo litigato… Forse vi siete arrabbiati, forse è volato un piatto, ma per favore ricordate questo: mai finire la giornata senza fare la pace! Mai, mai, mai! Questo è un segreto, un segreto per conservare l’amore e per fare la pace. Non è necessario fare un bel discorso… Talvolta un gesto così e… è fatta la pace. Mai finire… perché se tu finisci la giornata senza fare la pace, quello che hai dentro, il giorno dopo è freddo e duro ed è più difficile fare la pace. Ricordate bene: mai finire la giornata senza fare la pace! Se impariamo a chiederci scusa e a perdonarci a vicenda, il matrimonio durerà, andrà avanti.

Mi piace sottolineare ciò che dice del giorno dopo: “quello che hai dentro è freddo e duro ed è più difficile fare la pace”. Questa frase rispecchia ciò che provo quando mi capita di lasciare che la rabbia prenda il sopravvento, almeno io tendo a lasciar correre per evitare lo scontro, proprio perché non mi piace litigare, anzi inizialmente, nel fidanzamento e nei primi anni di matrimonio, avevo paura del litigio, perché temevo che mi allontanasse da mia moglie, ma dentro stavo male e accumulavo, accumulavo finché non arrivavo a sbottare in momenti e con i modi sbagliati. Col tempo ho capito l’importanza di dire le cose all’altro, di fargli/le presente ciò che ci ferisce, perché l’altro non è nel nostro cuore e nella nostra testa e ha bisogno di tempo per imparare il nostro linguaggio e la nostra sensibilità, ha bisogno di capire dove può aver sbagliato, come inconsapevolmente ci ha ferito. Infatti l’esortazione si conclude invitandoci ad essere: “…benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.” (v. 32), dico quindi a me stesso per primo: ascolta la Parola, Marco!

Il luogo sacro

«Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!»

Mi è tornato alla mente questo versetto dell’Esodo (3,5) alcuni giorni fa e ci ho riflettuto sopra per un po’. Mi è venuto spontaneo rapportarlo alla mia vita di coppia e mi sono chiesto: “Quante volte ti sei tolto i sandali? Quante volte hai tenuto presente che tua moglie è “luogo sacro”, cioè tempio di Dio?

Onestamente non molte volte, soprattutto perché per natura siamo egoisti e pretendiamo di essere amati e guardati solo come noi desideriamo, senza fare lo sforzo di togliersi i sandali, di prendersi del tempo, di stare seduti per riflettere su chi abbiamo davanti, tanto che molte coppie arrivano a domandarsi: “ma chi ho sposato?”  Invece, per grazia di Dio, ho scoperto che è bello soffermarsi anche solo ad osservare il/la nostro/a coniuge, prestare attenzione all’amore che mette nei gesti quotidiani, con quali parole e quali movimenti ama i nostri figli. I linguaggi del mondo maschile e di quello femminile, proprio perché sono due mondi differenti, non combaciano ed è quindi necessario fare questo sforzo per imparare la lingua dell’altro. Piano piano ho imparato che il modo di manifestare i sentimenti di Ilaria non è lo stesso del mio, ci è voluto tempo, litigi e discussioni, ma ora iniziamo a capirci (non sempre eh!), ho compreso che il suo è un altro linguaggio e mi dice le cose che vorrei sentire in un altro modo. E’ uno sforzo, è vero, ma ne vale la pena.

Tornando a Mosè e Dio, la lettura continua raccontandoci che Dio stringe un alleanza con Mosè per liberare il popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto, ecco, da un ascolto attento, da un togliersi i sandali per rispetto alla sacralità del luogo, ne nasce una grande storia, simbolo di ciò che avviene quando due sposi accettano l’alleanza con Dio nel loro matrimonio.

Mio Fratello San Tommaso…

Come diceva il mio amico Antonio nel suo articolo precedente, San Tommaso è il nostro gemello, ma perché? Non perché non crede nella risurrezione, testimoniata dalle scritture e dalle opere di Gesù, ma perché non crede che “da un male così grande si possa risorgere”. In questi giorni ho sentito il bisogno di toccare e vedere Gesù Cristo nella storia, allora ho divorato libri e film che raccontano storie vere in cui Gesù si è manifestato con potenza, ho constatato come la mia fede sia fatta di “ciccia”, passatemi il termine, di come io abbia bisogno di toccare e vedere il Dio fatto carne. E credetemi ho visto la presenza viva e salvifica di Cristo nella storia di persone semplici come noi, ma che hanno dato tutto a Lui.

In pochi giorni mi sono letto il romanzo di Alessandro D’Avenia “Ciò che inferno non è” che mi è rimasto dentro per tanti motivi, per la storia di Padre Pino, per l’abilità narrativa dello scrittore che ti trasporta in quella Palermo, ti fa sentire sulla pelle il peso di una città che ingombra il cuore, ti fa sentire le emozioni che provano i personaggi che compaiono nel romanzo, rende perfettamente l’idea del motto che accompagna la statua simbolo della città: “Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri”. Non voglio svelarvi molto del romanzo, ma la figura di Padre Pino esce da questo libro con tutta la sua umanità e il suo essere uno con Cristo, è bellissimo! Anche il film “Alla luce del sole” racconta la sua storia, come tanti altri libri, ma personalmente mi è rimasto dentro il libro.

La sera della domenica di Pasqua, con gran fatica, ho visto Cristiada, il film che racconta della vicenda dei Cristeros messicani nel 1926, i quali decidono di reagire alla vera e propria persecuzione dei cristiani da parte dell’allora presidente Plutarco Calles. In quella che fu una vera e propria guerra spiccarono delle figure stupende come quella di José Sanchez del Rio, un ragazzino che fu catturato dai militari del presidente e torturato barbaramente, ma lui difronte a queste torture non rinnegò la propria fede e morì proferendo il grido dei Cristeros: “Viva Cristo Re!” Quanto coraggio e quanta fede in un ragazzino di quindici anni!

Un altra storia che voglio farvi conoscere è quella di Francesca Pedrazzini, una ragazza prima, attiva nella vita scolastica con Gioventù studentesca e con CL all’università, una donna, moglie e mamma poi, che nella malattia ha fatto un cammino, partendo dal rifiuto, dalla fatica, dal dolore, fino ad arrivare ad abbracciare la croce e camminare con Cristo, terminando il pellegrinaggio sulla terra con già negli occhi e nel cuore la meta, nonostante fosse consapevole di staccarsi dal marito, dai tre figli e da tanti amici cari. Come non pensare anche alla dolce Chiara Corbella?

Tutto questo per dirvi che è bello guardarsi intorno, è bello nutrirsi di queste storie che sono state scritte per noi, a testimonianza della presenza di Cristo che ancora opera nelle nostre vite solo se noi lo vogliamo. A volte va bene distrarsi con letture o film di altro genere, ma io in questo periodo mi sono arricchito tanto con queste bellissime storie, belle non perché ci fosse il lieto fine, ma belle perché queste persone hanno sparso nel mondo il profumo di Cristo e hanno reso reale la nostra fede.

“I loro occhi erano impediti a riconoscerlo.”

In questi giorni della settimana di Pasqua, mi colpisce come nei Vangeli ci sia una sorta
di filo rosso che accomuna i discepoli: “…i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.” (Lc 24,16), “…vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.”(Gv 20, 14) e così via…e mi dico, ma possibile che non lo riconoscete? avete vissuto con Lui! Ma la questione probabilmente è un po’ più profonda… Avete presente quando cercate una cosa? Soprattutto quando noi maschietti, ci aspettiamo di trovare una cosa in un determinato posto, se poco poco è spostata di qualche centimetro scatta la fatidica affermazione: “Non c’è!!!” e l’altrettanta famigerata risposta: “Lo vedo io da qui!”, che ovviamente arriva dalla donna di casa.

Con questo piccolo esempio, voglio riflettere insieme a voi sul fatto che se la nostra mente ha una determinata immagine dell’oggetto che si cerca e si pensa che sia in quel posto e la realtà non corrisponde a questa immagine mentale che ne abbiamo, difficilmente i nostri occhi “funzioneranno” a dovere. In pratica i discepoli e le donne che avevano sepolto Gesù si aspettavano di trovare e vedere il cadavere e non Gesù risorto, è per questo che non riconoscono Gesù subito. I discepoli di Emmaus sono un chiaro esempio di ciò, alcuni esegeti sostengono tra l’altro, che i due siano una coppia di marito e moglie che stanno tornando verso casa, e, finita la loro speranza, si allontanano da Gerusalemme. Proprio nella notte più buia dei due, Gesù si fa loro vicino e con pazienza ricapitola quanto era stato loro annunciato, un po’ come quando una coppia in crisi si rivolge a degli amici, dei fratelli di cammino e quei fratelli li aiutano a ricordare quanto Gesù ha operato nella loro vita, quante cose ha fatto per loro e perché li ha scelti e voluti insieme. Quando Lo riconosco? Allo spezzare del pane… penso
non ci sia messaggio più bello, Don Luigi Epicoco stamattina scriveva: “L’Eucarestia è un collirio che ci sana la vista.”, dove possiamo trovare la forza di ricordare, di fare memoria se non nell’Eucarestia? Dove si può ancorare un matrimonio se non nell’Eucarestia? A quale mensa cibarsi per poter alimentare la propria relazione sponsale? La mensa del Corpo di Cristo e della sua Parola.

Maria di Magdala riconosce Gesù risorto solo quando viene chiamata per nome, solitamente chi ci chiama per nome sono i nostri familiari, in particolare mamma, papà o anche il nostro sposo o sposa, cioè le persone a cui siamo più vicini e che più ci amano, l’essere chiamati per nome ci richiama a noi stessi, ci scuote, ci ridona la nostra identità e ci fa sentire amati, è come una carezza.

Gesù è sempre presente
vicino a noi, soprattutto quando ci stiam
o allontanando da Lui, ci parla, ci chiama per nome,  ed è allora che Lo riconosciamo, è allora che diciamo: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc
24, 32), è stando alla Sua presenza che viviamo veramente!

ALLELUIA!

“Neanche io ti condanno. Va e d’ora in poi non peccare più.”

imageMi commuove questa pagina del Vangelo perché immagino quello che può aver sentito la donna nel suo cuore. Il perdono l’ha salvata da una morte certa, l’intervento di Gesù l’ha tolta da quella situazione complicata in cui si era cacciata e la Scrittura ci dice che “il salario del peccato è la morte” (Rm 6,23), ma Gesù era lì pronto a difenderla e porgerle la mano, per tirarla fuori dalla buca in cui venivano poste le persone per poter poi essere lapidate (andate a leggere il seguito del versetto sopra citato). Mi piace anche soffermarmi sul fatto che all’inizio viene presentata come l’adultera, ma da Gesù viene chiamata semplicemente donna: il perdono ci ridà dignità, ci restituisce a noi stessi, Gesù Cristo ci dice di nuovo chi siamo e perché ci ama. Il suo perdono ci rimette in contatto con noi stessi, libera il cuore per fare posto a Lui.
Quante volte ho sperimentato questo perdono, un perdono che ti rimette in piedi e ci distoglie dalla tentazione di identificare noi stessi con il nostro peccato. Inoltre penso alle volte che ho ricevuto il perdono da mia moglie, come ad esempio quello che ha raddrizzato una giornata che per colpa mia, del mio peccato d’ira, stava andando per la peggio. La giornata è andata avanti con più gioia di prima, mi ha ridato la serenità perduta e mi ha permesso di essere il marito e il padre che voglio essere.
Nella nostra storia ci sono stati anche momenti più difficili in cui il perdono ci ha rimesso in piedi, certo un perdono faticoso, costato lacrime e sangue, ma che ora ci restituisce la dignità e la bellezza del nostro matrimonio.
Grazie Ilaria.

Il discepolo amato

La scorsa settimana ho passato un pomeriggio intero seduto al tavolo in cucina, con mio figlio che frequenta la prima elementare. Solitamente dopo pranzo controllo i quaderni e aprendo quello di italiano avevo visto che in tre ore, come scritto dalla maestra, aveva fatto poche frasi. Mi sono arrabbiato e il pomeriggio lo abbiamo dedicato a recuperare il mancato lavoro e a fare i compiti.

Perché vi racconto questo? Quello che mi ha scosso profondamente è stato il dopo. Ero seduto sul divano e mio figlio, venendo da dietro, mi ha baciato sulla guancia e mi ha detto: “papà ti voglio bene, sei il miglior papà del mondo”, poi è andato allegramente a giocare. Io mi sono sentito male, perché mi sono detto, come è possibile che dopo le arrabbiature e i vari rimproveri lui abbia potuto dirmi questo? Mi sono sentito indegno di questo amore gratuito, non lo meritavo e mi sono commosso. Allora ho pensato a quante volte mi sono sentito indegno del grande Amore gratuito che Gesù Cristo ha per noi, quanto non mi merito tutto questo Amore, ma questo infinito Amore è lì, gratuitamente per noi, non ci resta che abbracciarlo e testimoniarlo. Ho trovato grazia e benedizione, nonostante i miei limiti e il mio peccato, nel cercare di vivere con la testa appoggiata sul petto di Gesù, ascoltare il suo cuore e la sua Parola che per me è acqua viva che risana (Ez 47,8-9). Come facciamo ad assaporare questo amore? Io credo che bastino anche cinque minuti al giorno, mettersi davanti alla Parola in silenzio ad ascoltare, oltre a vivere la riconciliazione, l’Eucaristia, e l’Adorazione. Voi mi direte che non è possibile, che non avete tempo e vi capisco, anch’io pensavo di non avere tempo, ma poi pensandoci bene, sono riuscito a ritagliarmi dei piccoli momenti per questo tempo con Gesù, perché lo desideravo! Perché desidero ascoltarlo e conformarmi sempre più a Lui. Se c’è il desiderio, caro fratello, cara sorella, non aspettare domani per iniziare! Non giustificarti, anche se è il nostro sport preferito! Smettiamo di trovare sempre mille scuse, lasciamo spazio al desiderio! La parola desiderio deriva da desideribus, cioè stare sotto le stelle in attesa di qualcosa, per me significa alzare gli occhi al cielo e ascoltare. Cosa c’è di più bello che stare sotto le stelle con gli occhi verso il cielo?

Grazie ai fratelli della comunità Magnificat di Perugia!