Recuperiamo la bellezza dell’amore


E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?
Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.»

Matteo 21, 42-45

E’ importante contestualizzare il momento. Da un po’ di settimane ci troviamo nel mezzo della disputa tra i sacerdoti, rappresentati dai sadducei e dai capi del popolo, e il rabbinismo, rappresentato tra gli altri dai farisei. I rabbini sono coloro che impegnano la loro vita nello studio e nella trasmissione della Scrittura. Gesù naturalmente veniva associato dai suoi contemporanei a questa seconda categoria. Anche se Gesù non è catalogabile. Gesù sappiamo bene è anche sacerdote. Vive il suo sacerdozio proprio nel dono di se stesso per la nostra salvezza, lo vive nella sua passione e morte in croce. Gesù dai suoi discepoli era chiamato Rabbi, maestro mio. Addentriamoci ora nella parabola di questa domenica. Gesù enuncia la parabola dei vignaioli e di quel figlio del padrone che non viene accolto dai lavoratori della vigna, ma viene ucciso da essi.

Naturalmente Gesù sta parlando di se stesso e di quelle persone, che sono esponenti proprio delle due categorie influenti in quel tempo, che inveiscono contro di lui e tramano per la sua morte. Alla fine del Vangelo Gesù cita un salmo. Esattamente il Salmo 118 dal versetto 22 al 25:

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso. Dona, Signore, la tua salvezza,
dona, Signore, la vittoria!

In questa riflessione ho deciso di concentrarmi proprio su questo salmo. Aiutato da fra Andrea che mi ha offerto spunti molto interessanti e illuminanti. C’è una contrapposizione forte tra i due attori principali. Ci sono i costruttori e c’è Dio che recupera quanto scartato dai primi per farne la sua meraviglia e la nostra salvezza. I costruttori sono naturalmente immagine dei capi del popolo. Sono coloro che fanno le leggi. Coloro che costruiscono la società secondo il loro metro e i loro valori ( o disvalori), che evidentemente non sono quelli di Dio.

Se contestualizziamo questo salmo ai nostri giorni, i costruttori possono essere anche coloro che hanno definito l’istituto matrimoniale. Lo hanno spogliato, legge dopo legge, di tutta la sua struttura fondante. Il matrimonio è diventato qualcosa di fragile e di instabile. In nome del progresso e della libertà il matrimonio è stato spogliato della sua ricchezza e fortezza. E’ stata cancellata l’indissolubilità, è stata negata l’unicità dell’unione tra un uomo e una donna, anche la fedeltà è diventata qualcosa di poco importante. Un esponente politico della maggioranza l’ha definita un retaggio di una cultura sorpassata e vecchia.

La nostra società ha gettato tutto questo. Abbiamo nel tempo dilapidato un tesoro. Noi abbiamo dentro il desiderio di vivere un amore radicale. Un amore gratuito che duri per sempre e che sia fedele. Un amore solo con quella donna o solo quell’uomo. Non è un retaggio. E’ ciò che desideriamo proprio per come siamo fatti.

Tutte queste leggi sono state introdotte per renderci più liberi e felici, debbo dire che non mi sembra sia andata così. Viviamo in una società dove è sempre più difficile essere felici e dove c’è sempre più solitudine, ansia e mancanza di senso.

Gesù ci dice di recuperare quella pietra scartata dai costruttori e di renderla nostra testata d’angolo. La nostra ricchezza più grande. Solo recuperando il desiderio di un amore che sia davvero radicale e sperimentandolo nel matrimonio, che è l’unione più profonda che ci possa essere tra un uomo e una donna, possiamo ritrovare quella stabilità e quel senso che a tanti purtroppo manca. Solo impegnandoci a fondo nel vivere il nostro matrimonio in tutta la sua pienezza e verità, nella fedeltà, nell’indissolubilità e nell’unicità saremo davvero liberi e felici. Anzi Dio ci dice di più: saremo salvi. E’ la nostra strada per la santità e la gioia.

Antonio e Luisa

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Un amore eterno. Ma in paradiso?

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In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.
Allora la prese il secondo
e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.
Da ultimo anche la donna morì.
Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;
ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito;
e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». (Luca 20,27-38.)

Cerchiamo di contestualizzare questo Vangelo. Chi erano i sadducei? I sadducei erano l’elitè della società ebraico-palestinese del tempo di Gesù. Da loro proveniva quella classe dirigente e sacerdotale che spesso rappresentava gli ebrei di fronte ai romani. Erano pochi ma molto influenti. Non credevano, ed è quello che più ci interessa, nella vita eterna e nella resurrezione dai morti. Gesù, attraverso questa parola, ha voluto mettere in evidenza come su questo punto i sadducei sbagliano e conferma che siamo invece fatti per vivere in eterno. Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Questo blog aiuta a riflettere sulla nostra chiamata all’amore sponsale e questo Vangelo pone una questione importante. Come sarà la nostra vita nell’eterno di Dio? Come sarà la relazione tra gli sposi?

Non lo sappiamo come non sappiamo quasi nulla della vita eterna. E’ qualcosa che non ci appartiene ancora e che non possiamo comprendere. Ci sono però alcune riflessioni che possiamo fare assumendo alcune realtà e verità che conosciamo.

Il matrimonio è una vocazione. Attraverso il matrimonio possiamo rispondere all’amore di Dio. L’altro/a diventa mediatore tra noi e Dio. Amando l’altro/a possiamo amare Dio. Amando il fratello/la sorella che vediamo e che tocchiamo possiamo riamare Dio che non vediamo. Il matrimonio è un sacramento del corpo. Il corpo è parte integrante del matrimonio. Noi possiamo vivere il nostro matrimonio solo attraverso il corpo. Non basta la nostra parte più profonda e spirituale (la volontà, l’anima, il cuore) ma serve che l’amore che nasce nella nostra parte più profonda ed intima possa diventare visibile e concreto attraverso il corpo. Non c’è infatti matrimonio senza il primo rapporto fisico.

Da queste verità della nostra fede è chiaro che il matrimonio cessa con la morte. In paradiso potremo amare Dio direttamente senza più nessuna mediazione. Viene meno quindi lo scopo principale del matrimonio. Anche il nostro corpo sarà diverso, sarà trasfigurato, non sappiamo come ma sappiamo che sarà diverso. E’ quindi poco sensato e plausibile credere che la nostra sessualità possa essere vissuta come la viviamo ora.

Quindi non ci sarà più matrimonio, lo conferma anche Gesù, ma davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

Antonio e Luisa

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