Perché io non sia come una vagabonda

Proseguiamo con la lettura del Cantico dei Cantici. Clicca qui per le puntate precedenti.

L’amata

Dimmi, o amore dell’anima mia,

dove vai a pascolare le greggi,

dove le fai riposare al meriggio,

perché io non sia come una vagabonda

che insegue i greggi dei tuoi compagni.

Dimmi, o amore dell’anima mia. Amore erotico, ma non solo. Qualcosa di molto più profondo. Un amore che nasce nella profondità della persona e che si manifesta attraverso il corpo. Il desiderio del corpo diviene modalità di esprimere l’amore più profondo. Quanto spesso questa armonia dell’amore viene disattesa. Quante volte il corpo viene usato per cercare piacere e per soddisfare pulsioni che nulla hanno a che fare con l’amore autentico descritto nel Cantico.

Quanta povertà. Quanta mancanza di consapevolezza. Quanta incapacità di comprendere il senso e il valore del corpo e di quello che si può esprimere attraverso il corpo.

Dove vai a pascolare le greggi, dove le fai riposare al meriggio, perché io non sia come una vagabonda che insegue i greggi dei tuoi compagni. Lui non è presente nel momento in cui lei pone questa domanda. Infatti alla domanda non risponderà l’amato, ma il coro. Lei è sola. Sta vivendo un dramma d’amore. Sa che non è perfetta. L’abbiamo visto nei versetti precedenti. Sa che ha commesso errori.

Sa anche che l’amato è l’unico che lei desidera. Sente dentro di sé la certezza che lui è l’uomo della sua vita. Solo lui. Nessun altro. Dimmi dove sei. Dove pascolano le tue greggi, affinché io non debba trovare un altro uomo. Se cercassi l’amore in altri uomini, non lo troverei mai. Sarei come una vagabonda alla continua ricerca di qualcosa che posso trovare solo in te. La mia anima anela solo a te.

Naturalmente qui c’è forte il richiamo simbolico a Dio per gli ebrei e a Gesù per noi. Solo Gesù può riempire quel vuoto d’amore a cui anela la nostra anima. C’è però, forte, anche una dinamica dell’innamoramento e dell’amore. Quando ci si innamora, questa forza misteriosa ti rapisce il cuore. Nient’altro ti può distogliere. Niente può essere altrettanto avvincente. Tutto il nostro pensiero e il nostro interesse è verso quella persona che ci ha conquistato. Per noi cristiani c’è qualcosa in più.

Soltanto con Luisa ho avvertito forte dentro di me la consapevolezza che quella donna era giusta per me. Lo sentivo. Se ho iniziato un cambiamento radicale nella mia vita è perché ho avvertito nel cuore che attraverso di lei avrei dato compimento alla mia vita e avrei incontrato Cristo. Per questo sono stato tenace. Non ho mollato.

Non è stato un fidanzamento facile. Ora, dopo diversi anni di matrimonio, ne ho la certezza. Se avessi lasciato perdere con Luisa, avrei perso il dono più grande che Dio aveva pensato per me.

Antonio e Luisa

Ri-Chiamati all’Amore

Cari sposi, dopo il tempo delle ferie ormai concluso e l’inizio di scuole e attività pastorali, ci sentiamo con le vertigini. Stiamo per addentrarci in un nuovo anno. Ci consola la Parola che oggi il Signore Gesù ci sta rivolgendo.

Inizio dicendo che in tutta questa scena evangelica vi è una coppia, sebbene non salti a prima vista. Una coppia è formata da un lato da Cristo Sposo. Dall’altro lato c’è Simon Pietro il quale fa parte e ci rappresenta come la Sposa di Cristo. Cioè la Chiesa.

Non è strano quindi che Pietro nel giro di pochi istanti è sia “croce che delizia” di Gesù. Perché per un verso ancora una volta si dimostra come colui che sa comunque guardare oltre gli altri. Difatti, è il primo e l’unico che ha capito chi è Cristo. In seguito, poi, dimostrerà di essere il più generoso. Vorrebbe subito dare la vita per Gesù. Si butta per primo. Non ha paura di fare figuracce.

Ma al contempo è proprio un testone. È un vero mulo che non sa ancora accogliere docilmente la Persona di Cristo nella sua vita. Cerca sempre di fare a modo suo, con le sue uscite impulsive.

Ecco due volti comuni della relazione nuziale. Ci sono momenti di picchi di gioia e di entusiasmo. Essi sono seguiti da fasi calanti e a volte deludenti. Vediamo allora come reagisce lo Sposo per eccellenza.

Gesù non sta mandando Simon Pietro a quel paese con l’espressione “va’ dietro a me satana”. Non è come in qualche omelia si è affermato. E men che meno si tratta di un epiteto raffinato, frutto della bile in eccesso del Maestro, che avrebbe di certo più di una ragione per scadere nell’impazienza. Cristo, invece, ancora una volta agisce da Uomo integro e virtuoso, da Sposo colmo di amore.

Che messaggio c’è in quell’espressione così tagliente di Gesù? Egli sta solo ripetendo a Pietro, con fermezza e senza perdere il controllo, quanto gli disse tempo addietro sulle rive del lago di Galilea, mentre stava riassettando le reti: seguimi!

Certo, usa tutta la passione di chi ama nell’esigergli di rimettersi alla Sua sequela. Gli chiede di starGli dietro, non davanti, come ha appena infelicemente ammesso. Né a fianco, quasi volesse mettersi al Suo livello, ma dietro perché è un discepolo. Pietro ancora fa fatica ad accettare questo. In fin dei conti, Pietro vorrebbe andare per conto suo. Vorrebbe farlo secondo il “suo” modo di intendere e comprendere. Vuole slegarsi dal rapporto ma Gesù gli oppone un rifiuto perché lo ama.

Cari sposi, qualsiasi sia la vostra situazione e condizione. Di fervore, di rilassamento, di prostrazione. Gesù continua a credere in voi e a ripetervi: seguimi, stammi dietro, non ti allontanare da Me!

Impariamo, quindi, da Gesù Sposo a sentirci Sposa amata e ricercata. Uno Sposo così innamorato non si scoraggia davanti alle sue deficienze e debolezze. Sa lottare per farsi comprendere. Vuole tornare ad un rapporto sempre più vero e autentico.

ANTONIO E LUISA

La cosa bella di questo Vangelo, rimarcata anche da padre Luca, è proprio l’atteggiamento di Gesù. Non è arrabbiato come siamo indotti a credere. Si comporta come il Maestro. Non dice a Pietro di andarsene. Gli dice di mettersi dietro. Ma perchè lo sa che noi tutti abbiamo bisogno di Lui. Non vuole essere il primo perchè superbo ma perché Lui è la luce. Quanti errori abbiamo fatto Luisa ed io perché abbiamo voluto passarGli davanti e fare di testa nostra. Soprattutto io. Ma poi, quando ho fatto esperienza di quanto sono piccolo e fallace, sono tornato dietro di Lui. E ho ritrovato la strada. Quanta pazienza Gesù. Quanta pazienza anche Luisa. Ma questo è il bello del matrimonio.

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Santa Gianna Beretta Molla: la tenerezza nel matrimonio e il “sì” alla vita

Non so quanti di voi hanno letto “Lettere”, a cura di Elio Guerriero (Edizioni San Paolo, 2012): è una raccolta di epistole che si sono scambiati Santa Gianna Beretta Molla e il suo Pietro. Sono lettere che raccontano il loro amore, dapprima nel fidanzamento e poi negli anni del matrimonio.

Pietro era spesso fuori per lavoro, non sempre per brevissimi periodi. Scrivere, in quei lunghi giorni di lontananza, era l’unico modo per restare in contatto, in un’epoca in cui non c’erano ancora tutte le tecnologie e i mezzi di comunicazione che conosciamo oggi.

I due sposi, nelle loro conversazioni, si mostrano attenti l’uno all’altra, proiettati verso la felicità del coniuge; si raccontano, si aprono, condividono stati d’animo, gioie e fatiche. E soprattutto si dimostrano l’un l’altra, in tutti i modi possibili, che si vogliono sinceramente bene.

L’ultima lettera è stata scritta da Pietro nel 1961, pochi mesi prima che la moglie morisse, dopo aver dato alla luce la loro quarta figlia. Gianna, infatti, ha sacrificato sé stessa per far nascere la sua bimba, Gianna Emanuela (oggi ancora viva e fervente testimone di fede).

Era sorto un fibroma: sarebbe stato sufficiente asportare l’utero per poter continuare a vivere, ma in quell’utero era custodita già una fragile vita, che Gianna voleva salvaguardare ad ogni costo. Proseguire la gravidanza ha significato per la donna una morte prematura, a 39 anni, e dover lasciare anche altri tre bambini.

Pietro, allora, ha assunto su di sé tutto il carico della famiglia, certo della vicinanza, in modo nuovo, della moglie, operante dal Cielo.

Ha trascorso quasi 50 anni da vedovo. Eppure, dopo la morte della sua amata, non ha mai smesso di ricordarla, di parlarne coi figli, di ringraziarla per averlo condotto ad una “vita nuova”. Geloso di quelle lettere, ha chiesto ai figli di non renderle pubbliche fino a che non avesse raggiunto la sua Gianna.

Oggi, quelle conversazioni sono un dono, soprattutto per i fidanzati e gli sposi: delle vere e proprie catechesi sulla vita coniugale. Questi sposi di Magenta, in provincia di Milano, si sono solo scelti ogni giorno: ed è il miracolo più grande che possa accadere in un matrimonio. Il loro segreto? Avevano Dio al centro.

È bellissimo questo: l’amore vissuto da Pietro e Gianna è cresciuto nel tempo, invece di consumarsi; non si è spento con l’arrivo dei figli, ma è maturato, diventando sempre più saldo. Gesù ha garantito anche a loro il vino buono negli anni.

La tenerezza di Pietro verso la moglie è toccante. È il 7 aprile 1957, si trova lontano da casa per un viaggio di lavoro e scrive: “Non saprei riposare se prima non mi mettessi in affettuosissima comunicazione con te, che vorrei avere sempre vicina, con te, affettuosissima sempre e premurosissima. Ti penso in questo momento con Pierluigi nelle braccia… E bacio e ribacio con tutto l’affetto la fotografia che ho di entrambi”.

La storia di Gianna Beretta Molla mi è entrata nel cuore, quando ero solo una ragazzina, grazie a mia madre, ora in Cielo anche lei. La venerava molto, la stimava, perché la ispirava.

Poco dopo la morte di mamma, decisi di dedicare un romanzo a Santa Gianna, a lei tanto cara. Così, venne alla luce “Tutto procede come imprevisto. Il tunnel diventato ponte grazie a Gianna Beretta Molla” (Mimep Docete, 2020).

Protagonista della storia è Gaia, una ragazza dei nostri giorni, diligente e studiosa, che frequenta l’università di medicina. Nel suo cassetto, tra i desideri da realizzare, ci sono un matrimonio felice e una laurea, magari a pieni voti, per poter diventare medico.

Un giorno, però, il mondo sembra crollare sulle sue spalle. Scopre, infatti, che il fidanzato la tradisce. È in quel momento che “perde la testa”. In un momento del tutto inaspettato, scopre che nel suo grembo c’è una nuova vita: che fare?

Una breve operazione e tutto sarà come prima”, le dicono le amiche, ma Gaia non ci riesce. I genitori la ricattano: non le pagheranno gli studi, se terrà quel figlio. Gaia rivuole indietro solo la sua vita: ha come obiettivo laurearsi. Non può occuparsi di un bambino, crede; di sicuro non senza l’appoggio di nessuno, come sta accadendo. Al tempo stesso non vuole abortire, lei è sempre stata sostenitrice della vita. Che dissidio, che sofferenza.

Nel reparto che la giovane protagonista definisce “il più inutile dell’ospedale” (una cappellina), farà un incontro inaspettato e decisivo, con una persona…

Non vi svelo come, ma anche Gianna Beretta Molla entra nella vita di Gaia e quel tunnel, che sembra senza fine, la condurrà, in realtà, ad una nuova luce.

“Il mondo ha più bisogno di testimoni, che di maestri”, diceva Paolo VI. È proprio così: l’esempio trascina più di mille parole…

Gianna è davvero una testimone credibile e ci ricorda che il nostro è il Dio delle sorprese. Gianna continua a dire con la sua storia di dolore e resurrezione: “Affidati alla Provvidenza e sarai felice”.

Cecilia Galatolo

Per avere maggiori informazioni sul romanzo: Tutto procede come imprevisto | Casa Editrice Mimep Docete

Maria e Giuseppe vergini e sposi. Perché?

Oggi affronto un tema di grande importanza. Spesso viene trascurato e può facilmente essere soggetto a fraintendimenti. Sto parlando della verginità di Maria e di Giuseppe. È importante sottolineare che entrambi erano vergini e non hanno mai avuto alcun tipo di rapporto sessuale tra di loro.

Questo è un fatto indiscutibile secondo la nostra fede cattolica, come anche dice Papa Giovanni Paolo II nella Redemptoris Custos: “Gli evangelisti, pur affermando chiaramente che Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo e che in quel matrimonio è stata conservata la verginità (cfr. Mt 1,18-24; Lc 1,26-34), chiamano Giuseppe sposo di Maria e Maria sposa di Giuseppe (cfr. Mt 1,16.18-20.24; Lc 1,27; 2,5)” (n. 7).

D’altro canto, la Santa Famiglia rappresenta un esempio e una guida per tutte le famiglie cristiane. Papa Francesco ha detto: “Quella di Nazaret è la famiglia-modello. In essa tutte le famiglie del mondo possono trovare il loro sicuro punto di riferimento e una sicura ispirazione” (Angelus, 27 dicembre 2020). Pertanto, è necessario chiedersi cosa possiamo trarre da questa premessa così significativa.

Questo può portare certi cristiani, che hanno già una concezione spiritualista della fede e magari hanno qualche problema ad accettare il proprio corpo, a confermare la propria convinzione che un matrimonio bianco sia più santo e virtuoso. Ma è davvero così? È lecito considerare il matrimonio senza consumazione sessuale tra Maria e Giuseppe come un ideale da perseguire? Potrebbe essere vero che l’introduzione della sfera sessuale in una relazione possa abbassarne il valore e renderla meno santa?

È interessante notare come alcune persone credano in queste teorie. Poi si trovano a fare i conti con disastri matrimoniali. Questo lascia spazio a riflessioni profonde sul nostro modo di concepire il rapporto di coppia e sulla sacralità dell’intimità fisica.

Aggiungiamo a quanto scritto fino ad ora un altro tassello molto significativo. Questo tassello è la teologia del corpo di San Giovanni Paolo II. Il Papa santo, con la sua straordinaria eloquenza, ha spiegato la sessualità in modo magistrale. Ha detto che il rapporto sessuale tra i due sposi ha una valenza incredibile. Questa valenza supera la semplice dimensione terrena e si apre al trascendente di Dio. È importante comprendere questo. Il significato più profondo del corpo e della sessualità consiste nel vivere la nostra sponsalità con Cristo.

In altre parole, quando ci uniamo in un intimo incontro, ci doniamo completamente l’uno all’altra. Non solo in anima ma anche nel corpo. Facciamo una straordinaria esperienza di Dio e del suo amore. Da quando ho scelto di sposare Luisa, abbiamo sposato anche Cristo, camminando insieme sulla via della spiritualità e dell’amore. Nel momento dell’intimità, ci uniamo come sposi. Ci avviciniamo sempre di più a Cristo. Avvertiamo la sua presenza con noi.

Perché Maria e Giuseppe non hanno avuto bisogno di fare l’amore? Questa domanda solleva un interessante spiegazione che possiamo desumere dalle catechesi di Giovanni Paolo II. Maria, in realtà, viveva già un’unione profonda e totale con Cristo. La Chiesa, infatti, non solo la considera madre di Gesù, ma anche Sposa di Dio. Questo concetto introduce un’idea intrigante. Per Maria, la possibilità di vivere un’intimità fisica con suo marito come mezzo per unirsi ancora di più a Cristo sarebbe stato per lei un passo indietro. Perché lei è già oltre.

Al contrario, il papa polacco sostiene che Maria abbia guidato Giuseppe verso il mistero verginale dell’unione con Dio. Questa è stata un’esperienza straordinaria. Ha portato entrambi in avanti nel loro cammino spirituale. Riflettendo su quanto discusso, emergono alcune conclusioni che possiamo trarre da questa prospettiva affascinante e unica.

Maria e Giuseppe sono esempi straordinari nel dono. La loro dedizione e amore reciproco sono un faro luminoso per tutte le coppie. Non si limitano semplicemente a mostrare un esempio di come vivere insieme. Incarnano anche l’essenza delle diverse vocazioni. Sia quella del celibato che quella del matrimonio. La loro unione è una sinfonia di amore e fede, che offre una testimonianza di speranza e di forza. Maria e Giuseppe ci insegnano che la vera grandezza sta nel dono di sé senza riserve, che supera ogni ostacolo e che si sostiene reciprocamente nella vita di coppia. Sono una coppia che incarna la bellezza e la sacralità dell’unione matrimoniale. Non sono però esempio nel modo di concretizzare questa donazione reciproca incarnando entrambe le vocazioni. Lo ha espresso appunto Giovanni Paolo II in una delle catechesi sulla teologia del corpo:

Il matrimonio di Maria con Giuseppe (in cui la Chiesa onora Giuseppe come sposo di Maria e Maria come sposa di lui), nasconde in sé, in pari tempo, il mistero della perfetta comunione delle persone, dell’Uomo e della Donna nel patto coniugale, e insieme il mistero di quella singolare “continenza per il regno dei cieli”: continenza che serviva, nella storia della salvezza, alla più perfetta “fecondità dello Spirito Santo” cioè “Solo Maria e Giuseppe, che hanno vissuto il mistero del suo concepimento e della sua nascita, divennero i primi testimoni di una fecondità diversa da quella carnale, cioè della fecondità dello Spirito” (Udienza del 24 marzo 1982).

Fare l’amore è bellissimo e sacro. Quindi, a meno che non siate Maria e Giuseppe (che comunque rimangono un caso UNICO nella storia) o abbiate una chiamata particolare (ma deve essere di entrambi e confermata da una guida e nel discernimento), fare l’amore è un atto di intimità profonda. Fatelo!

Non farlo non solo vi impedirebbe di fare un passo avanti come nel caso di Giuseppe, ma al contrario vi farebbe regredire nel matrimonio e nel cammino di fede. Perciò, non esitate a vivere pienamente l’amore nella vostra vita matrimoniale, perché è un’esperienza che porta gioia, intimità e connessione ancora più profonda tra voi e soprattutto con Dio.

Antonio e Luisa

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L’importanza di dare e di possedere il nome (anche per i bambini non nati)

Ci siamo mai fermati a pensare al nostro nome? Ci piace oppure no? Ne siamo affezionati? Lo usiamo per intero oppure ci facciamo chiamare con nomignoli o soprannomi? Abbiamo mai chiesto ai nostri genitori come e perché hanno scelto proprio quello e non un altro? Oppure siamo stati in difficoltà nel decidere come chiamare i nostri figli? Non sono domande banali. Dietro al nostro nome, al nome che possiede ciascun essere umano, c’è un mondo. È un mondo meraviglioso a cui vale la pena dare un’occhiata.

Partiamo dalla giornata di oggi, 12 settembre, in cui la Chiesa celebra la Festa del Santissimo Nome di Maria. Quanto si è scritto, detto e pregato sul nome della Santissima Madre di Gesù e Madre nostra! Un nome diffusissimo non solo in Italia dove, statistiche alla mano, lo portano ben 4.562.515 persone. Ossia il 7,5% della popolazione, tanto da farne il nome proprio femminile più utilizzato [1]. E’ un nome diffuso in tutti i Paesi del mondo, declinato secondo le varie lingue in Maryam, Mariam, Miren, Marie, Myriam, Marija, Máire ecc …

Perché il nome di Maria è così importante? Ce lo spiega bene un articolo pubblicato sul sito Holyart, di cui riporto i passaggi principali:

“La festa del Santissimo Nome di Maria ha radici antiche, risalenti almeno al XIII secolo. È stata ufficialmente introdotta nel calendario liturgico universale solo nel 1684 da papa Innocenzo XI. Questa festa, che nei secoli ha acquisito significati profondi non solo per la storia religiosa, ma anche quella politica dell’Europa, è stata istituita in risposta all’urgente bisogno di rendere omaggio alla Madonna e al suo nome, considerato un simbolo di grazia divina, speranza e protezione.

Originariamente nata in seno alla diocesi spagnola di Cuenca, dove veniva onorata il 15 settembre, la celebrazione si è diffusa per volontà di diversi pontefici ad altre diocesi spagnole. È diventata una festività universale della Chiesa Cattolica, durante il pontificato di Papa Innocenzo XI Odescalchi. Egli nel 1685 emise un decreto. Il decreto riconosceva la Festa del Santissimo nome di Maria come festa universale di tutta la Chiesa Cattolica. Esso spostava la data alla domenica all’interno dell’Ottava della Natività. Questo fu per commemorare l’alleanza. Essa fu siglata il 12 settembre del 1683 a Vienna dall’imperatore Leopoldo I d’Austria e il re di Polonia Giovanni III Sobieski. Erano uniti contro i Turchi che assediavano Vienna. […]Fu Papa Giovanni Paolo II, nella terza edizione del Messale Romano post-conciliare nel 2002, a ripristinare la festa come memoria facoltativa il 12 settembre”.[2]

I nomi di Maria o di Gesù non sono soltanto sequenze di lettere e suoni. Evocano la loro stessa natura di Cielo non appena li udiamo o li pronunciamo. La funzione del nome proprio è fondamentale nell’uomo e nella donna di tutti i tempi. È fondamentale in tutte le culture e le latitudini. Il nome ci caratterizza profondamente e fa di noi quello che siamo realmente. Io sono Fabrizia e mi sento Fabrizia, Fabrizia sono proprio io! E se anche ci sono altre bambine, ragazze o donne che si chiamano così, mi sento unica e speciale. Quando mi sento chiamare così o vedo scritto il mio nome, esso parla di me e mi identifica. Il nome mi identifica ai miei occhi – esteriori ed interiori – come a quelli degli altri.  Dare un nome significa esserci, per noi stessi e per quanti ci sono vicini. Ci dovranno chiamare e dovranno scriverci. Inoltre, avranno a che fare con noi. Per questo è basilare, e nello stesso tempo fondamentale, dare un nome ai bambini non nati; come scrivo nel mio libro, “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”[3]:

Dare un nome è un’esigenza stessa dell’uomo che, dalla notte dei tempi, ha sempre voluto chiamare le cose, gli animali, le manifestazioni della natura ed i suoi stessi simili perché nominare sottintende innanzitutto due concetti fondamentali: che qualcosa o qualcuno esistono e che potendoli definire a livello lessicale significa che li conosco, che posso farne esperienza, che sono catalogati e, per quanto riguarda le persone, sono definite in modo univoco e specifico con una parola in un certo senso “nobile” quale appunto è il nome proprio. Chiamare quella creatura, dunque, non solo la rendeva più nostra ma ci permetteva di rivolgerci a lei con sei meravigliose lettere che nessuno in famiglia aveva né avrebbe avuto: insomma, da quel momento in poi sarebbe stato Chicco, per tutti e per sempre”.

Diamo, quindi, sempre un nome a queste creaturine perché esistono e vivono nel Cuore di Dio! Chiamandole, infatti, non solo le sentiremo più nostre e più vicine. Le pregheremo di più e meglio. Faremo sapere a tutto il mondo che non solo ci sono state ma che ci sono, splendenti più che mai. E che sollievo sarà, per i genitori che hanno attraversato un aborto spontaneo, chiamare per nome quel loro figlio. Sarà come un dolce sussurro. Questo è sulla scia di quanto leggiamo nella Bibbia: “Non temere: ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43, 1).

Fabrizia Perrachon


[1] Dati disponibili al link.

[2] Articolo completo al link.

[3] Disponibile in tutte le librerie fisiche e online, sul sito della Tau Editrice e su Amazon al link

Un amore da favola? No, uno che salva!

Oggi vi condivido un articolo duro, indigesto, uno di quelli che certamente genererà tante critiche e commenti negativi. Ma io non sono sui social per raccontare un amore idealizzato fatto di farfalle e cuoricini. Non racconto un amore fatto di emozioni e pulsioni. Io cerco di interrogarmi sull’amore quello vero. Racconto quello di Dio che è incarnato da Gesù nella Sua vita terrena. In modo sublime si manifesta nella Sua Passione, morte e resurrezione. Quello è l’Amore a cui sono chiamato, siamo tutti chiamati.

Questa riflessione vuole essere la risposta a un commento che ho trovato sotto un articolo di qualche giorno fa. Una lettrice del blog ha scritto:

Gesù vuole amore, rispetto, complicità nella buona e nella cattiva sorte. Il matrimonio è una scelta come tutto il resto nella vita. Un impegno che deve essere preso da entrambi. Altrimenti diventa martirio! Gesù non ci chiama al martirio, alla mortificazione, alla malattia psichica e psichiatrica che ne deriva da una pessima relazione. Non è amore questo! Non va confuso! Un tradimento è un tradimento! Giuda si andò ad impiccare per aver tradito Gesù! Altro ché!

Quello che ha scritto questa persona è sicuramente giusto e sensato. Se uno ragiona in modo strettamente umano non fa una piega. Ora però lasciate che vi offra qualche provocazione. Qualche spunto di riflessione che credo possa essere importante. Almeno per me lo è. Io sono anni che cerco di interrogarmi su questi temi. Su cosa significhi amare, se la mia promessa sia valida solo in caso sia corrisposta.

La promessa matrimoniale.

Se crediamo che il nostro amore sia dovuto solo in caso sia corrisposto, dobbiamo avere il coraggio di rifiutare il matrimonio sacramento. Perchè la promessa matrimoniale è molto chiara. Prometto di esserti fedele sempre! Nella gioia e nel dolore. Prometto di amarti e onorarti tutti i giorni della vita. Non leggo nulla circa la reciprocità. Nulla può sciogliere la mia promessa. Noi promettiamo un amore gratuito e incondizionato.

Se non siamo convinti di questo è inutile andare in chiesa a fare una sceneggiata. Stiamo promettendo il falso. Per questo tanti matrimonio sono nulli. Papa Francesco sta martellando tanto sulla questione di nullità. Il Papa chiede essenzialmente due attenzioni. Processi più rapidi per dichiarare la nullità e una preparazione al matrimonio dei fidanzati fatta in modo più serio. Non basta qualche incontro serale per dare due nozioni. Manca la consapevolezza in tanti sposi.

Non ci sposiamo in chiesa per celebrare un matrimonio più bello e coinvolgente. Ci sposiamo in chiesa per offrire noi stessi, la nostra vita, la nostra relazione a Cristo. Perchè ne faccia cosa Sua. Perché il nostro amore possa essere immagine del Suo. Quindi, cara lettrice, sì possiamo essere chiamati anche al martirio. Lo stiamo promettendo implicitamente con la formula matrimoniale. Se non siamo disposti a questo c’è solo una cosa da fare: non sposarci sacramentalmente.

Una scelta libera!

La nostra lettrice pone l’attenzione su un fattore molto importante. L’amore non deve condurre alla malattia psichica. In questo le diamo pienamente ragione. Non a caso ci viene in aiuto ancora il rito del matrimonio. Noi promettiamo, come abbiamo visto, un amore incondizionato. Ciò è possibile, lo pronunciamo durante la promessa, solo con la grazia di Cristo. La grazia di Gesù non è una pozione magica che il giorno delle nozze inizia a scorrere nelle nostre vene e ci dona i siperpoteri. La grazia di Cristo presuppone un’apertura del cuore. Solo se coltiviamo una relazione con Gesù, personale e di coppia, saremo capaci di accogliere nel cuore lo Spirito Santo. Che altro non è che Amore. Solo nella relazione con Gesù ci sentiremo figli e figlie amati. Il matrimonio non è fatto da due poveri. Due persone che cercano l’uno nell’altro di riempirsi il serbatoio dei bisogni affettivi e sessuali. Il matrimonio è fatto da due figli di Re. Essi cercano nell’altro il modo di corrispondere a un amore che già hanno nel cuore. Nessuno potrà loro togliere questo amore. Solo così l’amore può essere autentico, incondizionato e gratuito. Altrimenti diventa solo una modalità tossica di stare insieme. Diventa dipendenza affettiva dove uno domina sull’altro.

Un amore che salva

Se saremo capaci di amare così allora il nostro amore diventa davvero sacro. Diventa davvero di Dio. L’amore di Cristo in croce ha redento il mondo intero. Così, noi potremo, nel nostro piccolo, partecipare a quella salvezza. L’ho raccontato tante volte. Se oggi sono qui a scrivere di amore dopo ventidue anni che sono sposato con Luisa è grazie all’amore gratuito di mia moglie. I primi anni di matrimonio sono andato in crisi. Troppi impegni e responsabilità. Ero diventato freddo, scostante, assente. Stavo in casa pochissimo e lasciavo spesso Luisa sola con due bimbi piccoli. Lei mi ha sempre amato senza condizioni. E’ vero avrei potuto approfittarne. Invece il suo amore gratuito mi ha commosso e mi ha spinto a maturare e a cercare di corrispondere Luisa con lo stesso amore. Sentirmi amato quando mi comportavo da stronzo mi ha sbloccato spiritualmente. Non sempre finisce bene è vero. Ci sono casi in cui ci si separa. Come nel caso di Ettore (autore in questo blog). Però il suo amore è comunque salvato e salvifico. Ettore, con la sua testimonianza e con l’offerta della sua sofferenza, sta contribuendo a rendere il nostro mondo migliore. Testimonia un amore libero da egoismo e capace di dono totale e incondizionato. E Ettore è nella pace. Perchè Ettore sa di essere figlio di Re. Sa di essere figlio amato. Non serve altro. Non è un mendicante. E’ più ricco di tanti sposi che magari stanno insieme perchè si usano a vicenda e hanno trovato un equilibrio.

Che piaccia o no, Gesù non offre un amore da favola. Dove tutto andrà sempre bene. Geù offre un amore che salva e questa salvezza, per tutti, passa da croci più o meno pesanti da portare.

Antonio e Luisa

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Il Sacramento del Matrimonio: fare della vita coniugale un canto nuziale

Sal 149 Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli. Gioisca Israele nel suo creatore, esultino nel loro re i figli di Sion. Lodino il suo nome con danze, con tamburelli e cetre gli cantino inni. Il Signore ama il suo popolo, incorona i poveri di vittoria. Esultino i fedeli nella gloria, facciano festa sui loro giacigli. Le lodi di Dio sulla loro bocca: questo è un onore per tutti i suoi fedeli.

Gli studiosi ci insegnano che i Salmi sono delle preghiere cantate. O almeno nella loro intenzione iniziale lo erano. Probabilmente, il cantore che li eseguiva era solito accompagnarsi con uno strumento musicale quale la cetra o similari.

Se dunque erano canti, che senso ha la parte iniziale: Cantate al Signore un canto nuovo?

Il cantore aveva forse esaurito la fantasia musicale? Dopo anni passati ad eseguire sempre lo stesso repertorio, sentiva la necessità di introdurre nuove composizioni? Sembra quasi che sia un invito fatto da un talent scout, al fine di scovare la nuova stella nel panorama musicale dell’epoca. O forse no?

Sicuramente la frase iniziale appare alquanto strana se si pensa al Salmo come ad una preghiera in canto. Forse il salmista intendeva un altro tipo di canto. Un cantautore cattolico ci insegnò tanti anni fa una lezione importante. Quando non riusciva a scrivere una nuova canzone, era un chiaro segno. Doveva far diventare la sua vita vissuta quel nuovo canto.

E per fare questo tipo di canto non serve aver partecipato ad alcuna accademia musicale. Non è necessario nemmeno conoscere il linguaggio musicale. Tanto meno essere intonati risulta un aiuto valido.

Cari sposi, la Chiesa ci ha consegnato una vera e propria missione col Sacramento del Matrimonio. Dobbiamo fare della nostra vita sponsale un canto nuziale di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa.

L’unico requisito richiesto è partecipare agli workshop dedicati a questo tipo di professione: la scuola dei santi. Dobbiamo imparare ad imitare le virtù dei santi. È una scuola di formazione in continuo aggiornamento. C’è sempre qualcosa da aggiustare nella nostra vita.

Come facevano i santi a crescere nell’intimità con Dio? Lo frequentavano sempre più spesso. Così anche tra noi: per crescere nell’arte di amarci a vicenda dobbiamo prima frequentare Colui che dell’amore ne è la fonte eterna. Di sicuro se andiamo alla fonte troviamo l’originale e non un amore taroccato.

Il nostro canto nuziale ha come pentagramma il consenso che ci siamo scambiati il primo giorno delle nozze, quello che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale. Ci siamo impegnati a scrivere le note del nostro canto sul pentagramma della fedeltà assoluta, dell’amarsi ed onorarsi tutti giorni della vita.

Coraggio sposi, il mondo ha bisogno di sentire questo nuovo canto nuziale perché deve assaporare la bellezza di Dio Creatore che ama gli uomini e la bellezza di Cristo che ama la Sua sposa, la Chiesa, fino alla follia della Croce.

Giorgio e Valentina.

Sordomutismo nuziale?

Cari sposi, in questi giorni siamo ancora scossi dalla notizia riguardante lo sterminio di un’intera famiglia ad opera di un suo membro. Un fatto dai contorni misteriosi, soprattutto perché avvenuto, pare, in un contesto di apparente normalità. Non ho voce in capitolo riguardo al campo della psicologia. Considero saggia la posizione di chi afferma che tale evento grida all’urgenza di saper comprendere a fondo sé stessi. È importante essere accolti e compresi, particolarmente da chi ci sta vicino.

Ma, ahimè, da decenni, almeno dall’avvento della cultura di massa, è in atto la cosiddetta “atomizzazione” della società, cioè una mentalità che, incentivando unicamente i bisogni, i vezzi e desideri dell’individuo, sta minando parallelamente ogni senso di responsabilità e di appartenenza sia sociale che familiare. Poi, il binomio Covid e iperconnessione da social ha inferto il colpo di grazia. Le nuove generazioni sono sempre più tentate di virtualizzare i rapporti. Faticano non poco ad andare a fondo nella conoscenza di sé e degli altri. Risultato? Siamo avvantaggiatissimi sulla quantità e velocità dei contenuti ma non nel riuscire di fatto a comunicare. Così, per assurdo, internet e i social non hanno generato persone integre, capaci di intessere sane relazioni ma piuttosto isole, monadi, atomi…

Come mai questo incipit di taglio piuttosto orizzontale? Perché la persona che il Vangelo mette al centro, il sordomuto, simboleggia – al di là dell’evidente patologia – proprio la persona tagliata fuori da ogni contatto sia con Dio che gli uomini. È un individuo fondamentalmente solo e chiuso a riccio a sé stesso. Questo individuo rassomiglia a quei personaggi che stanno caratterizzando sempre più le nostre città, quartieri e di conseguenza famiglie.

La malattia con cui fa i conti oggi Gesù è forse la più perniciosa e dannosa della vasta gamma che ha avuto dinanzi. Un ostacolo insormontabile per quell’epoca. Non esisteva la scrittura Braille né il linguaggio Lis. Questo cozza contro la vocazione dell’uomo di sentirsi amato per poi amare. Offende in pieno la chiamata alla comunione con Dio e con il prossimo.

Pertanto, in quest’epoca di analfabeti emotivi, di sensorialmente anestetizzati di quanto il Signore ci dice ogni giorno, di inesperti nell’uscire dal proprio guscio per cogliere la bellezza delle nostre vite e del mondo, accade paradossalmente che vi possano essere sordomuti anche tra i coniugi. Questo accade esattamente là dove si vive la massima relazione umana, quella che tocca ogni ambito vitale. È un dato di fatto che affetta anche gli sposi cristiani e che scuote la loro coscienza fino in fondo.

Ebbene sì, vi sono coniugi affetti da mutismo. Hanno atrofizzato la capacità di donare all’altro le proprie emozioni, vissuti e inquietudini più profonde. Vi sono anche sposi sordi che non sanno più ascoltare. Non riescono più a entrare in contatto profondo con l’io del proprio consorte. Essere sordomuti nel fondo è sinonimo di incomprensione profonda. Spesso anche gli sposi cristiani patiscono questo, sebbene ci sia innamoramento e ci si doni il proprio corpo.

Come fare perché un uomo e una donna che si sono promessi fedeltà ed hanno accolto la chiamata a donarsi per tutta la vita non piombino in un tale isolamento mortale? Questo isolamento è capace di desertificare e impoverire tutte le altre relazioni.

Il comportamento di Gesù con il sordomuto è assai istruente. Per prima cosa lo prende in disparte, cioè lo fa rientrare in sé stesso. È la via per cui sono passate tante conversioni… S. Paolo, S. Ignazio, S. Agostino… bisogna perciò allontanarsi dal rumore e caos circostanti per fare silenzio e poter connettere con il nostro io. A quel punto, in un contesto di tranquillità, Gesù può agire. Così opera una cosa significativa. Riattiva tutti i 5 sensi. Compie un’azione simile a quella di Dio Padre nella Creazione di Adamo quando impastò l’argilla e vi insufflò lo Spirito. In altre parole, Gesù lo fa “rinascere dall’Alto”. Bisogna quindi lasciarsi convertire da Gesù nello Spirito. Fatti condurre da Lui al Padre. Così ci accorgeremo che siamo anzitutto figli amati. Siamo anche capaci di riamare.

In particolar modo è lo Spirito che dà la stoccata finale. È lo Spirito che spezza l’isolamento. Abbatte quel muro invisibile tra il sordomuto e il resto del mondo. Lo rimette in piena comunione con Dio e i suoi fratelli. Non per nulla, proprio a Pentecoste, è il Paraclito che dona agli apostoli la capacità di parlare lingue completamente diverse dall’aramaico. Lo fa pur di annunciare che Cristo è risorto. Ed è il medesimo Spirito che finalmente apre, schiude e mette in contatto profondo le menti e i cuori degli sposi.

Ogni persona ma anche ogni coppia, oggi più che mai, è a rischio di incomunicabilità e atomizzazione. Il pericolo di retrocedere da coppia, cioè da unità sacramentale, da “una sola carne”, ad aggregato, ad accostamento di due individui, a cooperativa educativa a favore dei figli, a singles sotto uno stesso tetto costituisce una drammatica spada di Damocle, perennemente sospesa sulle vostre teste.

Cari sposi, quanta consolazione e speranza ci offre lo Sposo con questo vangelo! Ci sta dimostrando di essere pienamente in grado di spalancare i nostri cuori. Anche quelli più induriti. Ci restituirà la bellezza di una relazione matrimoniale piena, sotto tutti i punti di vista. Lasciamoci condurre dal Signore e lasciamolo libero di realizzare in noi la sua opera di apertura e liberazione.

ANTONIO E LUISA

Vi raccontiamo il nostro modo personale per non diventare sordi e muti l’uno con l’altra. Una cosa molto semplice. Una volta a settimana andiamo a fare colazione insieme. Solo noi. Come ha scritto padre Luca, ci mettiamo in disparte, lontani dai rumori e dalla confusione. Lontani dalle distrazioni e ci apriamo. Non è sempre piacevole ma è necessario. Giusto qualche giorno fa ci siamo raccontati delle difficoltà e delle sofferenze ma è importante fare anche questo. È importante non solo raccontarsi la bellezza di stare insieme. Bisogna anche raccontarsi la difficoltà per evitare che crei distanza e, alla lunga, rancore.

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Pinocchio diventa un ciuchino. Il matrimonio secondo Pinocchio /37

Cap XXXII A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.

Questo capitolo affronta la famosa trasformazione del burattino in asino e l’autore lo fa sempre con ironia sottile ma anche con tanta verità.

Si potrebbe scrivere a lungo sull’imbestiamento che si attua seguendo la via del male. Inoltre, si può parlare del fatto che l’uomo si trasnaturi e si degradi. Il diavolo dapprima ci attira con le sue lusinghe salvo poi presentare il conto al momento opportuno. Questi sono tutti argomenti seri. Aiutano a vedere il dramma dell’uomo che fa un uso improprio del libero arbitrio di cui è padrone.

Si potrebbe anche riflettere a lungo sul fatto che il Padre non intervenga. Il Padre rispetta sempre le nostre scelte, quand’anche queste si rivelino cattive scelte o addirittura contro di Lui. Se così non facesse, obbligandoci sulla via del Bene, noi saremmo ridotti a guisa di burattino… manco a farlo apposta.

Di questo capitolo abbiamo scelto un particolare. Il Nostro dapprima si vergogna della propria nuova situazione. Tuttavia, poi… il Collodi descrive così le due scene:

Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e la disperazione del povero Pinocchio!

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutti e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguiataggini finirono col dare in una bella risata.

Quella sopra descritta è un’esperienza che abbiamo fatto tutti. L’iniziale rimorso è seguito dal tentativo di soffocarlo con una bugia. Quando combiniamo qualche guaio, cioè quando pecchiamo, inizialmente la coscienza fa sentire la propria voce per richiamarci al pentimento. Se non seguiamo il suo consiglio circa il pentimento, parte il meccanismo di autodifesa. Questo meccanismo ci porta ad auto-assolverci cercando di sminuire la gravità del gesto (parola/pensiero/omissione) che abbiamo compiuto.

Siccome la voce della coscienza è dura da sopportare, è una violenza su noi stessi riconoscere le nostre responsabilità, allora si avvia questo meccanismo perverso.

Ma quando il male ha preso ormai dimora in noi, avviene anche un peggioramento. Se già non fosse abbastanza grave, il peggioramento comporta la necessità di essere confermati nella nostra scelta malvagia. Abbiamo bisogno di un connivente che se la rida come noi. Facendosi beffe della legge di Dio.

Ecco che accade così per il nostro sventurato burattino. Egli ha bisogno di Lucignolo. Lucignolo avverte il bisogno di condividere con Pinocchio la propria disgrazia. Il rimorso è troppo forte da sostenere da solo. Perciò, avvertiamo il bisogno di “un’associazione a delinquere” per sentirci meno a disagio con noi stessi.

Cari sposi, quando avvertiamo che in noi stessi, o nel nostro coniuge o nella nostra coppia, stanno accadendo questi passaggi, dobbiamo correre subito ai ripari. Coraggio, il primo passo è quello di non stupirsi se insieme, o solo noi stessi o solo il nostro coniuge, siamo caduti in qualche peccato più o meno grosso. Dovremmo invece stupirci del fatto che non vogliamo uscirne.

Ma il Buon Samaritano Gesù è sempre pronto a raccattarci dalla strada malconci come siamo per curarci e farci diventare il più bello spettacolo dopo il Big Bang.

Giorgio e Valentina.

Un matrimonio vincente? Impara a perdere

Siamo in una società che i media ci dicono essere ancora patriarcale. Dove l’uomo comanda. Di pochi giorni fa la polemica in Svezia. Alcuni esponenti della chiesa protestante hanno proposto di cancellare un’usanza che ritengono simbolicamente sbagliata. Il padre non deve più accompagnare la sposa all’altare. Non deve consegnarla all’uomo che la sposerà. Questo gesto avrebbe, secondo questi religiosi, il significato di consegnarla al suo nuovo “padrone”. E poi ci sono le barzellette e i luoghi comuni. Mariti pronti a dire sempre si alla moglie per evitare conflitti e problemi. Tanto alla fine decide sempre lei, tanto vale dire subito di sì.

Non è mio interesse giudicare queste situazioni ma in entrambe c’è un sottinteso pericoloso. Il matrimonio è un gioco di potere. C’è uno dei due che sottomette l’altro. M questo non è amore. Almeno non quello a cui dovremmo tendere noi cristiani che abbiamo in Gesù un esempio molto diverso.

Noi siamo abituati a credere che per essere realizzati e felici dobbiamo essere dei vincenti. Persone che mettono al primo posto sé stessi. Capite bene che così poi non funziona tanto nel matrimonio. Funziona finché l’altro è appunto funzionale alle nostre esigenze. Una frase che sento spesso e che sembra essere anche molto di buon senso è Sto con te perché mi fai stare bene. Attenzione questo presuppone che se non mi fai stare bene allora ti lascio. Non sposatevi se avete questa idea. La formula matrimoniale è chiara: prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore…… Quando ci siamo sposati lo vedevamo bene. In chiesa sull’altare c’era il crocifisso.

Nel matrimonio è invece bello perdere. E’ bello sapersi svuotare. Lo spiega molto bene don Renzo Bonetti:

La via del perdere e dello svuotarsi è la via dell’esperienza dell’amore infinito. Gli sposi non devono acquisire questa virtù con continui sforzi e tensione di volontà. Sono già partecipi dell’umiltà di Gesù nell’amare. Hanno lo Spirito Santo che fa dello svuotamento di Dio, del Verbo di Dio, l’unità con la carne umana in Maria. Se ci sono persone che sono chiamate a vivere l’umiltà, cioè a diventare grandi perdendo, sono gli sposi. Perché questa partecipazione, questo svuotamento, questa umiltà sono riempiti della forza e della qualità di amore con cui Gesù stesso ama.

Quindi la conclusione è molto evidente. Noi sposi non siamo realizzati quando troviamo una persona sottomessa che si rende disponibile a soddisfare ogni nostra richiesta e ogni nostro desiderio. Perché non riusciremo mai a svuotarci di noi stessi. Il matrimonio non ti dà una schiava o uno schiavo di cui disporre. Ti mette accanto una persona. Una persona diversa da te. Così diversa che tutto il corpo lo racconta. Così diversa che resterà sempre un mistero. La bellezza della sessualità: maschio e femmina. Una persona che ha idee, atteggiamenti, sensibilità diverse. Che fa scelte diverse. Che fa errori e che ti fa anche soffrire. Però è lì che impari a fare posto dentro di te. A svuotarti del tuo ego. A farti umile. Solo così ci sarà lo spazio per far entrare lo Spirito Santo. Solo così ci sarà in te una vera conversione.

Quindi un matrimonio riuscito non è quello dove trovi la persona che ti asseconda in tutto. Anzi un matrimonio così potrebbe non portare grandi frutti spirituali. Il matrimonio riuscito è quello di chi riesce a svuotarsi per fare posto allo Spirito Santo. Uno sposo come Ettore – autore di tanti articoli qui sul blog – ha scelto di svuotarsi completamente. Lo ha fatto per restare fedele a una moglie che ha scelto di lasciarlo e di unirsi ad un altro uomo. Credo che abbia un matrimonio più riuscito di tanti che magari restano insieme solo per soddisfare i propri reciproci bisogni.

Antonio e Luisa

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La campanella che suona è un richiamo per tutta la famiglia

I primi istituti scolastici hanno riaperto i battenti questa settimana. I restanti lo faranno tra la prossima e quella successiva. Possiamo, insomma, trasformare il famoso verso poetico “Settembre, andiamo. È tempo di migrare” in “Settembre, andiamo. È tempo di tornare in classe”. Meteorologicamente parlando siamo ancora in estate. Ormai il profumo del mare o gli aromi dei boschi sembrano solo un lontano ricordo. Quando la macchina dell’istruzione riparte, ricomincia un grande impegno non solo per gli studenti. È un grande impegno anche per i lori genitori ed i loro nonni.

Non è possibile scindere tempo e le energie utilizzate da nostri ragazzi nell’apprendere e nel fare i compiti. Questi sforzi non possono essere separati dagli sforzi che tutti i familiari compiono nell’accompagnarli a scuola e andarli a riprendere. Questo include l’impegno economico che l’istruzione stessa comporta. Include anche l’impegno mentale del supportarli nello studio. Ciò comprende interrogarli e aiutarli quando le espressioni o la consecutio temporum li mettono in difficoltà. A tutto ciò si aggiunge l’onere, in verità piuttosto antipatico e spiacevole, di riprenderli qualora dedicassero scarse attenzioni nella preparazione.

Possiamo quindi affermare che la campanella che suona è un richiamo per tutta la famiglia. I membri sono uniti per un obiettivo comune, importante e imprescindibile.

Studiare è un dovere ma anche un diritto. È un dispendio di energie ma anche una soddisfazione. È un sacrificio ma anche un potente strumento di emancipazione. E cos’è che nella vita si ottiene senza sforzi? Anche se la società sembra volerci dire – e soprattutto far vedere – il contrario, sappiamo che non è così.

Per questo ritengo che noi genitori dobbiamo mettercela tutta nel far capire ai nostri figli che l’impegno nello studio ci allena ai tanti impegni – ancor più importanti e gravosi – che la vita stessa a volte ci chiede e altre ci impone. Questo inizia proprio da quello nei confronti della famiglia stessa. Un impegno sano, però, deve essere costruttivo, motivato e motivante. Non si alimenta di premi “se prendi il massimo dei voti.” Questo impegno loda il provarci, lo sforzarsi e il dedicarsi. Se reali, questi sforzi non potranno che portare al risultato sperato (e voluto).

Nel matrimonio è lo stesso. A volte entrambi i coniugi s’impegnano al massimo. Altre volte sarà il marito a dover supportare la moglie e viceversa. Se si lavora per l’obiettivo comune, la promozione ci sarà. Con essa intendiamo il conseguimento di quanto desiderato, ossia la santità della famiglia, nella famiglia e per la famiglia. La scuola, insomma, è una grande maestra di vita. Ci abitua a dare il massimo. Ci allena a superare ostacoli e difficoltà. Ci mette in relazione con gli altri. Ci fa crescere.

Nella scuola ci facciamo “le ossa” per ciò che verrà dopo. Ci prepariamo per le tante prove – più o meno grandi – con le quali inevitabilmente c’imbatteremo. Solo se avremo imparato a prenderci carico con responsabilità dei compiti via via assegnati saremo in grado di superarle. A volte sbatteremo il naso, ahimè. Ma sapremo che possiamo rialzarci. Soprattutto nella forza e nella consapevolezza che non siamo da soli. Il Signore ci è accanto se sappiamo darGli il tempo e l’amore che merita per primo, sempre e comunque. Non è questa l’immagine stessa della coppia che vive con amore e sollecitudine la propria unione sponsale?

Tutto ciò, però, non deve farci perdere di vista che la vera meta non è unicamente una pagella perfetta a fine anno. La vera meta è l’aver imparato dei valori. È anche avere imparato delle nozioni le quali, se svuotate da quelli, a poco valgono e per poco tempo si ricordano. Non diamo priorità alla forma, insomma, senza il contenuto!

Insegniamo a nostri figli, o ai nostri studenti, che non si studia per fare un piacere a mamma e papà o ai professori. Studiare è per se stessi e nel continuo ringraziamento al Signore per averci donato l’intelligenza. Trasmettiamo ai giovani e ai giovanissimi la bellezza di crescere “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52) proprio come Gesù. Devono spendere le proprie capacità per qualcosa di impegnato, di concreto, di utile, di meritevole.. Se è vero che essere bravi a scuola non significa automaticamente essere delle brave persone, è altrettanto vero che se non si riescono a gestire piccoli impegni rapportati alla propria età si rischia, un domani, di diventare adulti sfuggevoli alle proprie responsabilità sociali, lavorative e familiari.

La campanella non suona solo in classe ma nella vita. Ci indica scadenze imprescindibili, orari da rispettare e impegni da mantenere. Ma com’è bello tutto questo se vissuto all’interno della famiglia, la scuola per eccellenza!

Fabrizia Perrachon

Segui ciò che senti. Va sempre bene?

Capita spesso di trovarmi in discussioni sui social dove il dialogo è molto difficile. Anche per il fatto di poter solo scrivere, non c’è un vero confronto faccia a faccia. Infatti spesso preferisco rimanere in silenzio e non commentare. Siamo ovviamente tutti diversi, con culture/formazioni diverse e soprattutto esperienze molto differenti. Tuttavia, ho notato che raramente si cerca di andare oltre alla propria visione. Raramente si cerca, almeno a grandi linee, di intercettare un punto di vista diverso.

Nessuno di noi può dire di “avere ragione” in maniera assoluta. Questo è particolarmente vero su temi così complessi come la fede. Vedo che tutta l’attenzione viene rivolta verso il “sentire” e verso la “felicità a tutti i costi”. Questo avviene qualsiasi strada si scelga di percorrere. 

Alcune frasi tipiche sono: “Se una persona si sente così, perché non dovrebbe farlo?”, oppure “Tu cosa ne sai della sofferenza che prova?” e se tento di spiegare quello che penso e ritengo giusto, ecco che arrivano le sentenze finali. “Sei del medioevo/un estremista religioso”. Oppure “Sei omofobo”. Queste sono etichette che non vogliono dire assolutamente nulla. Tuttavia, vanno di moda in questo periodo storico.

Non sono qui a scrivere per lamentarmi. Sono qui per riflettere un po’ sul “sentire” e sulle motivazioni che ci sono dietro.

Io credo che non ci sia niente di sbagliato nel comportarsi secondo quello che uno sente. Tuttavia, è necessario prima essere sicuri che questo avvenga nella piena libertà interiore. Quindi, non condizionati da ferite, confusione, narcisismo o simili. Inoltre, deve portare dei benefici. Deve portare la felicità vera (a lungo termine). Non deve danneggiare gli altri. Anzi, semmai che li possa aiutare. Da dove o da chi viene questo sentire? È qualcosa che mi avvicina all’eternità?

Parlavo poco tempo fa con un insegnante che lavora molto lontano dall’Italia. Mi raccontava di avere in classe una ragazza adolescente che crede di essere un gatto. Così le devono dare da mangiare su una ciotola in terra. Mi diceva che molte delle persone intorno a lei non ci vedevano niente di male. Se lei era contenta così e si sentiva di comportarsi in quel modo.

Anche tutte le persone che in questo momento stanno facendo la guerra nel mondo, credo che siano convinte e sentano di fare la cosa giusta. Addirittura non per beneficio o arricchimento personale, ma verso un popolo o una patria.

Se io “sento” qualcosa e devo prendere delle decisioni importanti, devo essere sicuro che questo sentire soddisfi le condizioni che ho citato sopra.

Quando ad esempio una donna sposata mi dice che vuole separarsi perché ha incontrato l’uomo della sua vita, domando: ”Sei sicura di quello che stai facendo?” Chiedo anche: ”Pensi che, a parte una passione momentanea, che potrà pure essere molto gratificante, questa scelta ti renderà felice per tutta la tua vita? Non solo per un breve tempo?” “Hai pensato alle conseguenze sulla tua famiglia (marito e figli)?”, “Dietro il tuo sentire c’è Dio o il diavolo (che vuol dire divisore) che ti tenta?”.

La società è formata da famiglie e per questo sposarsi non è un fatto privato. È un avvenimento pubblico. Tanto è vero che, sia in chiesa, sia in comune viene firmato un atto ufficiale alla presenza dei testimoni. Le separazioni, benché siano purtroppo molto diffuse, vanno a danneggiare la società. Incrinano quella che è la struttura portante e creano disagi a vari livelli. Questi disagi comprendono la povertà economica e morale (a beneficio ovviamente di altre figure/settori, che si arricchiscono su questi fallimenti).

Infatti, con la separazione avviene anche una frattura tra le famiglie di origine, i parenti e gli amici. Questi si schierano a favore dell’uno o dell’altra. Anche questo provoca sofferenza. Provoca particolare sofferenza quando avviene con quelle persone con cui si sono condivisi diversi momenti importanti della vita.

Per fare un altro esempio, tante persone sono in conflitto con il proprio corpo. Non lo apprezzano e addirittura non lo riconoscono. Pensano che per essere belli sia necessario essere tutti uguali e modelli perfetti. Non comprendono che quello che ci rende unici e irripetibili sono anche i nostri difetti. Anche quelle parti del corpo che non ci piacciono ci rendono unici.  Seguendo questo “sentire” e pensando in tal modo di superare queste insoddisfazioni, si assumono medicine. Si fanno operazioni che sono spesso irreversibili in caso di ripensamento. Così si rovina l’opera di Dio. 

Nei limiti del possibile, la cura del corpo è molto importante. Non deve essere mai trascurata (come il mangiare sano e l’attività fisica). La felicità non viene però dall’esterno in base a come siamo e a quello che possediamo. È il frutto di una relazione profonda e intima con Gesù. San Francesco ci insegna questo. Pur non avendo niente e non essendo bello, ha vissuto nella perfetta letizia.

Non ho le risposte per tante cose. Ho compreso però che quello che “sentiamo” deve essere vagliato attraverso un confronto con il nostro Signore. Cosa farebbe Gesù al mio posto? Quello che faccio aiuta davvero me stesso e gli altri? Dopo, sarò davvero più felice? Mi sono confidato con qualcuno esperto e competente? Ho pregato a lungo prima di decidere?

Dopo aver risposto a queste e ad altre domande, allora sì che possiamo decidere in tutta tranquillità!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Rialza anche noi?

Sal 144 (145) Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno. Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni. Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.

Questo Salmo ci è proposto nella S.Messa odierna ed è un inno che elogia le varie caratteristiche del Signore. Ma per oggi vi vorremmo proporre di focalizzare l’attenzione solo sull’ultima frase. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.

Ad una prima lettura superficiale sembrerebbe la solita frase di lode scontata. È logico che almeno Lui compia queste opere di misericordia. Ma sarà proprio vero che il Signore sostiene quelli che vacillano? E se sì, in quale modo?

La maggior parte delle volte l’azione divina non è plateale. Spesso infatti il Signore agisce nel nascondimento. Per questo il suo sostegno ai vacillanti si manifesta solitamente attraverso il dono della fortezza nelle prove. Sentiamo spesso testimonianze di persone che hanno passato momenti di grande dolore o travaglio. Ne sono uscite semplicemente affrontando la prova che ogni giorno si presentava loro. Non sanno spiegarsi razionalmente da dove arrivasse tutta questa forza. Sanno solo che la sentivano dentro come una spinta a non mollare, a non lasciarsi fagocitare dagli eventi avversi. Solo a distanza di anni forse riconoscono in quella forza l’aiuto da parte dello Spirito Santo.

Ma oltre a sostenere chi vacilla, il Salmo ci rassicura sul fatto che il Signore rialzi chiunque è caduto. Anche in questo caso di solito preferisce agire sotto mentite spoglie. Può essere un incontro, un’amicizia, un vicino di casa, una comunità o una cerchia di amicizie. Non dimentichiamo la parentela e la nostra sposa o il nostro sposo.

Un nostro amico sacerdote ci ha insegnato che la Provvidenza ha un volto. Ha un numero di telefono. Questo ci ricorda come il metodo preferito da Dio sia quello di agire attraverso l’umanità. Ovvero, la Chiesa sua sposa. Ciò non inficia in alcun modo il fatto che Dio rimane comunque assoluto padrone. Non deve chiedere il permesso a nessuno di operare prodigi o miracoli quando e come ritiene opportuno.

Un ultimo affondo su questa tematica: il Salmo sembra tenerci a ribadire che il Signore non faccia preferenze. Egli rialza chiunque è caduto. Ciò significa che possiamo stare tranquilli. Qualunque sia la nostra condizione e qualunque storia abbiamo alle spalle. Per il Signore siamo degni di essere rialzati.

La parabola del buon samaritano infatti ci conferma in questo. Quel buon samaritano è proprio il Signore Gesù. Egli ci raccatta dalla strada malconci e mezzi morti e paga le nostre cure. Ma per farlo non ci chiede di esibire la tessera del Suo partito.

Coraggio sposi, non preocupatevi di come siete oggi. Ora, in questo momento, mentre state leggendo, non ha importanza. Il Signore ci vede già per quello che potremo diventare. Egli ci raccatta malconci come siamo. Dobbiamo affidarci alle Sua cure.

Giorgio e Valentina.

Educare il cuore

Cari sposi, il vangelo di oggi ha come contesto un’altra discussione tra Gesù e i farisei. Questa volta si tratta delle norme igieniche da seguire prima dei pasti. Chi avrebbe da ridire oggi sul bisogno di lavarsi le mani? Figuriamoci, poi, dopo una pandemia! E come mai ne è stato fatto materia di diatriba?

È evidente che vi soggiace un problema ben più profondo, la vetusta questione già messa in luce dai profeti: la vera fede che oscilla tra religione e relazione. Spesso la parola religione per noi ha un’accezione negativa. Non scordiamoci che la religione è una virtù. Con essa noi diamo a Dio quello che gli spetta. Interessante scoprirne l’origine. Il verbo latino religare descrive una persona religiosa come colei che continuamente è rivolta a Dio. Si sta “legando” a Lui tramite una serie di gesti. Questo è il senso delle norme a cui tanto tenevamo i farisei ed è cosa giusta e buona.

Tuttavia, siamo consapevoli che la religione può avere sovente derive formalistiche e ipocrite finendo con il distaccare la fede dalla vita, scollando il cuore dalle azioni. Sappiamo bene che i nostri atti ci definiscono. Come diceva un grande padre della Chiesa, Gregorio di Nissa, “le nostre azioni sono i nostri genitori”. Un gesto, giusto o sbagliato che sia, è come la foglia di un albero. Presuppone tutto un procedimento che parte dalle radici, passa dal fusto e finisce nei rami. Nulla di quanto facciamo è slegato in fondo da ciò che siamo.

E quindi, dietro la preoccupazione di avere mani e piedi puliti, che immagine di Dio c’è? Che tipo di rapporto si vuole instaurare con Lui? Sembra chiedere Gesù ai farisei. Sappiamo bene che il Signore vuole abitare nel nostro cuore ed esserne il Re e questo affinché poi le nostre azioni Lo rivelino e ne siano una testimonianza.

Oggi più che mai il matrimonio è una forma di vita che il mainstream intende nei modi più svariati. La mentalità corrente, difatti, ha splittato il coniugio ora in una convivenza, se tra uomo e donna non si sa, ora in un legame intimo che non abbisogna di riconoscimenti esterni.

Ancora una volta voi sposi siete l’incarnazione della Parola che Gesù oggi ci rivolge. Voi avete la possibilità di sanare ed educare il cuore. Unite e ricucite l’amore autentico alla vita di tutti i giorni, in un modo chiaro e nitido.

E questo perché voi sposi, nel momento in cui avete celebrato il sacramento, siete diventati quello che avete professato. Non avete compiuto semplicemente un gesto. Non avete compiuto un rito rimasto appeso là in un quadro. Da allora siete quel gesto e quel rito. Con la grazia del sacramento Gesù vi ha concesso il dono di poter colmare il divario tra una fede di facciata e l’intimità del cuore. Potete sanare lo iato tra religione esteriore e relazione affettuosa con Lui.

Cari sposi, come vedete anche oggi il Signore non cessa di ricordarvi il grande dono che siete e continua ad incoraggiarvi a credere nella fecondità della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

Voglio affrontare il Vangelo di oggi e il puntuale approfondimento di padre Luca. Voglio mettere in evidenza una differenza sostanziale. Alcuni vivono un matrimonio fatto di riti di facciata. Altri invece ne fanno la casa di una relazione intima con Gesù. I primi vivono la religione come un peso. Devo andare a Messa, devo seguire i comandamenti. Devo sopportare mia moglie, mio marito. Ma resta qualcosa di sterile che non cambia la vita. Ed è quello che succede a tanti. E infatti tanti non reggono e il matrimonio salta. Mentre Gesù non vuole questo. Non lo vuole per noi, perché ci vuole bene. Sa perfettamente che la Sua proposta d’amore è esigente. Per questo un matrimonio può funzionare solo in un contesto relazionale. Non solo con il coniuge ma anche con Lui. Fare certe scelte è difficile non nascondiamolo. Il per sempre è difficile. Solo se sapremo inserire tutte le nostre scelte in una relazione d’amore. Allora non saranno più solo un dovere. Vorremo fare quella scelta. La vivremo come un rilancio d’amore. La vivremo come il dono gratuito di noi stessi. E la vivremo come il modo per essere ancora più vicini a chi ci ama immensamente, che è Gesù.

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Caro Nicodemo. La Lettura del nostro matrimonio

Caro Nicodemo,

ti vedo mentre aspetti il calar del sole, gli occhi di chi sa che questa notte sarà diversa da tutte le altre. Guardi nervosamente la gente rincasare, le botteghe chiudere, gli ultimi affanni del giorno finire, lo scalpicciare dei passi polverosi dei mendicanti che tendono la mano ai pochi rimasti in strada.

È notte, ora. E lo sappiamo bene che non dormirai. Ma ormai ci hai quasi fatto l’abitudine, l’insonnia si è moltiplicata ultimamente. Stavolta, però, non la combatterai. Hai un appuntamento importante.

Vorrei sapere se è più paura o scaltrezza quella che ti spinge fuori al buio, adesso: paura di esser riconosciuto dai tuoi, di perdere la tua reputazione, paura, in fondo, di esserti semplicemente sbagliato. O scaltrezza di chi intuisce che la meta è qualcosa di vero, ha capito la posta in gioco e vede le tenebre come alleate, non ostacoli, per procedere speditamente.

Vorrei davvero chiedertelo, Nicodemo, ma non ti rallenterò. Hai appena chiuso alle tue spalle la porta di casa, il cuore in gola, non è tempo di chiacchiere questo. Mi limito a seguirti, senza disturbare. Le tue domande sono le mie.

Perciò vai e ti vedo accelerare il passo ad ogni svolta, serrare più forte a te il mantello ad ogni incrocio. Il Sinedrio non approverebbe. Tira da tempo una brutta aria là dentro: un nome rimbalza sempre più spesso fra gli scribi e i farisei, la tensione sta salendo, i borbottii aumentano, la calma apparente scricchiola. Tu, per grazia, hai un cuore accogliente. Le parole del predicatore hanno risvegliato qualcosa che cercavi da tempo, interrogativi nuovi hanno fatto capolino. Una grandezza non umana… in parole umane.

Chissà quante volte lo avrai ascoltato parlare in pubblico, defilato, con crescente interesse ma senza osare avvicinarlo. Ora che, finalmente, hai ottenuto un incontro non ti sembra quasi vero.

Ecco che bussi alla porta di una vecchia casa. Hai il fiatone. Sono un paio di discepoli ad aprirti la porta, facendoti entrare rapidamente: assonnati ma felici, hanno visto il tuo buon cuore. La comprensibile diffidenza iniziale ha ceduto il passo all’accoglienza quando hanno capito le intenzioni che ti muovono.

Un breve scambio fra voi, cordiale. Consegni il mantello, ti ricomponi ma le mani tremano. I sorrisi dei discepoli ti avranno tranquillizzato ma non c’è tempo da perdere. Lui ti sta aspettando.

Sedermi al tavolo con voi è chiedere troppo? Lo vorrei davvero – osare come stai osando tu! – ma resto sulla soglia, mi basta. Sto per assistere ad un dialogo fra i più alti di tutto il Vangelo, nella luce tremolante di qualche candela. Si sente un buon profumo (saranno le bevande calde che avete di fronte?), la finestra è aperta, l’aria frizzante, la notte placida e senza vento. Ma di vento ti parlerà presto Gesù, il Cristo, che ti invita a sederti e accoglie il tuo fiume di parole.

Finalmente, Nicodemo, puoi dirgli tutto! Tutte le tue domande, i tuoi dubbi, le tue riflessioni, ciò che ti ha portato fin lì, davanti all’uomo di cui tutti parlano e che tutti cercano. Farfugli un po’, ti mangi qualche parola, l’emozione è palpabile: organizzare quell’incontro non è stato semplice e sai che sarà difficile ripeterlo.

Hai fretta di dirgli tutto e subito, sintetizzando mesi di notti bianche, da quando lo hai sentito parlare per la prima volta. Piano piano, poco alla volta, il tremolio cede il posto alla pace che quell’uomo infonde. Lo immagino guardarti sorridendo: sa bene da dove vieni, che non sei uno sprovveduto, che hai studiato molto. E difatti non ti nasconde niente: rinascere dall’alto, ma che significa, vuoi capire, carne e spirito, vento e direzione. Il dialogo si fa serrato, fitto, pieno. Vorresti prendere appunti. Niente parabole con te, ma una Verità che fatichi ad afferrare. Dritto al punto eppure così profondo.

Parla di Mosè e del serpente nel deserto, del Figlio dell’Uomo, del mondo salvato per mezzo di Lui, di vita eterna. Gesù risponde a domande che non sapevi di avere. Spiega luce e tenebre, verità e menzogne, profetizza e fa memoria. E tu, frastornato, comprendi ancora poco ma senti che quest’uomo è degno di fede.

Quanto sarà durato il vostro dialogo? Quante ore? Non lo sai. Ad un certo punto noti che la notte si sta facendo più chiara. Gesù ti guarda rinascere dall’alto. Il cammino è ancora lungo ma non sei già più lo stesso, Nicodemo. Ti alzi, sentendoti pesante e leggero al tempo stesso. Un abbraccio che dura quanto basta per farti sciogliere in un pianto liberatorio, forse di sollievo, forse di stupore. Nessuno dei due sembra avere sonno: avete acceso un fuoco eterno, stanotte, e scritto una pagina di Vangelo che non passerà.

Ti guardo ricomporti, rivestirti, salutare, uscire, seguito dallo sguardo amorevole di Gesù di Nazareth, che chissà quando rivedrai ma sei certo succederà. Capisci la portata enorme di quello che ha detto, intuisci che il Sinedrio è ben lontano dalla logica del Messia, pensieri su pensieri ti affollano la mente e ti chiedi come vivrai d’ora in poi.

Sai, Nicodemo – mi permetto di riaccompagnarti discretamente a casa – questo dialogo lo abbiamo letto nel giorno del nostro Matrimonio e, ancora oggi, interroga e stupisce i cristiani nel mondo. Sei stato coraggioso. Se tutti finora eravamo convinti di avere una sola vita, adesso e grazie a te Gesù ce ne svela un’altra, che non ci possono dare i nostri genitori ma solo il Cielo. Abbiamo bisogno di entrare in questa seconda vita, un cammino nuovo, controcorrente, di fede.

Questo passo ha accompagnato anche le nostre notti, sai? I nostri deserti. Come sposi, accompagna il nostro cammino insieme. E, in particolare, proprio a chi sceglie la vocazione matrimoniale è richiesta una rinascita dal Cielo: solo così possiamo puntare al ‘per sempre’ che ci siamo promessi, che Gesù ci conferma.

Hai intravisto i misteri del Regno, Nicodemo. Ti saremo sempre grati di aver disobbedito ai tuoi pari percorrendo una via diversa, di notte, sulle orme della Verità.

Ti guardo rincasare e hai una luce nuova negli occhi. Sappiamo già che non la lascerai andare. Mi scuso ancora per l’invadenza, spero di non averti disturbato. Resto qui, davanti al Vangelo di stanotte, a contemplare la grandezza e la potenza delle parole vive del Signore, sentendomi decisamente minuscola di fronte a tanto.

Ehi, aspetta…

Nascere dallo Spirito, rinascere dal Cielo, come si fa? Questo non te lo ha detto con chiarezza! Sorridendo divertito, ti ha lasciato altre domande. Forse nell’accoglienza di questa Parola nuova? Lo vedrai, lo vedremo, nel cammino. Con Lui.

Sorridi anche tu. È tempo di riposo, Nicodemo. Finalmente, quello vero.

Giada

Rinascere insieme: il percorso Retrouvaille per rafforzare il legame di coppia

Spesso, quando ci veniva chiesto: “Come va? Come state?” tendevamo a rispondere: “Tutto bene, grazie”, o “Non c’è male…”. La verità è che negli ultimi tempi entrambi stavamo molto male, e la nostra risposta era solo di facciata.

Ci sembrava strano dover ammettere la nostra crisi e le nostre difficoltà davanti ai nostri amici e conoscenti. Era molto più semplice far finta di niente. Mostrare una facciata di serenità e allegria. La sofferenza e il disagio ci sembravano cose da nascondere, cose non “onorevoli”.

Dopo la nascita dei primi due figli, piano piano avevamo perso l’abitudine di parlare. Non condividevamo in profondità i nostri sentimenti. Ci mancava il tempo, il desiderio e forse avevamo anche paura. In verità, alcune piccole crepe, non risolte, negli anni si erano trasformate in fratture prima e in crepacci dopo.

Una coppia di amici, che aveva fatto il percorso di Retrouvaille, ci aveva suggerito di partecipare. Inizialmente ci eravamo detti: “Beh, non siamo mica una coppia in crisi”. Ma la crisi che loro vedevano in nuce, si è poi manifestata in maniera evidente.

Questo accadde dopo la nascita del quarto figlio. Abbiamo avuto litigate furiose, scambi di accuse e offese. Eravamo completamente rassegnati a dover vivere una relazione apatica. Fino a quando, ad un certo punto, ognuno di noi due avrebbe voluto essere altrove, rispetto al proprio matrimonio.

Poi c’è stata la svolta del percorso di Retrouvaille. Abbiamo capito che ognuno di noi doveva mettere il proprio 100% per recuperare la relazione. Ci ha aiutato molto condividere senza pregiudizi i nostri sentimenti. È stato utile avere un metodo chiaro per gestire i conflitti. Abbiamo compreso che una crisi sviluppata in anni non può risolversi facilmente in poche settimane. Ci vuole uno sforzo costante e la decisione di cominciare e ricominciare.

Il programma Retrouvaille ci ha aiutato a guardare le nostre ferite da un punto di vista diverso. Gli strumenti che abbiamo imparato ad usare durante il percorso ci stanno aiutando a dipanare le nostre incomprensioni. Ci aiutano anche a riflettere sulle nostre personali problematiche e responsabilità. Tutto questo accompagnati da altre coppie che prima di noi hanno patito le difficoltà della crisi e della separazione. 

Abbiamo capito meglio che la cosiddetta “mistica del magari” era semplicemente una scusa. Questo è stato possibile con la chiave di volta di questo approccio. Magari non avessi sposato questa persona. Magari il mio coniuge non fosse così. Magari avessi più tempo. Tutto ciò serviva per cercare degli alibi al nostro disimpegno sulla nostra relazione.

Come tutte le cose serie, anche il programma di Retrouvaille non è una formula magica. Non risolve i problemi una volta per tutte. Sappiamo ora che ciascuno di noi due deve all’altro un impegno continuo. Non bisogna farsi scoraggiare dai sentimenti spiacevoli che possono ripresentarsi. L’amore è una decisione, che va presa ogni giorno.  Pensavamo di poter risolvere la nostra crisi e tornare alla nostra relazione di prima… in verità ora stiamo cercando di costruire una nuova relazione, più forte e più intima di quella precedente.

Maria Alessandra e Marco B. (Retrouvaille Italia)

“Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima”

Ventitré anni fa un noto gruppo musicale italiano pubblicava una canzone. Ben presto divenne un tormentone estivo, passato in tutte le radio e canticchiato da persone di tutte le età. Una delle frasi del ritornello recitava: “Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima nella lunga estate caldissima”.

Risentendolo, dopo tanto tempo, mi ha fatto venire in mente alcune domande che desidero condividere con voi: in questa lunga estate caldissima (tra l’altro non ancora terminata!) abbiamo lasciato posto a Dio? Il nostro cuore si è riempito solo di svaghi, divertimenti e buona compagnia o anche di momenti spirituali?

Abbiamo curato la salute spirituale o solo la tintarella? Ci siamo riempiti di buon cibo o anche di buoni momenti di preghiera? Siamo riusciti a ritagliare attimi di qualità con Lui e il coniuge, i figli, il fidanzato o la fidanzata?

Le risposte non sono, evidentemente, banali né scontate. Esse toccano le note più intime e importanti del nostro io interiore. Influisce infatti il nostro “senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima”. L’estate troppo spesso è un pretesto per mettere in standby i buoni propositi. Per mettere in standby le buone abitudini o i progressi spirituali che avevamo – più o meno faticosamente – raggiunto nei mesi precedenti. Rischiamo di perdere tempo prezioso e slanci autentici che ci avevano sorretto e incoraggiato.

L’antidoto, dunque, quale può essere? Secondo me sono importanti almeno tre “farmaci spirituali”: la preghiera, la Parola di Dio e la condivisione della vita interiore con il proprio partner.

Andando nell’ordine, sappiamo bene che senza l’orazione la nostra anima si assopisce e atrofizza. Si riduce fin quasi a seccare. È come una delle tante piantine che, se non annaffiate, rischiano di morire sui nostri balconi proprio mentre siamo in vacanza.

L’anima è viva e per questo motivo va alimentata continuamente. Le tante bellezze del creato, che durante i mesi estivi possiamo apprezzare e sfruttare appieno, non devono trasformarsi in divinità neo-pagane o entità a se stanti. Devono trasformarsi in tramiti attraverso cui accorgersi del Creatore, lodandolo ed esaltandolo per ciò che ci ha donato.

La preghiera, insomma, non deve andare in vacanza ma venire in vacanza con noi. È il contenuto principale del nostro bagaglio spirituale. Nel quale non può certo mancare la Parola di Dio. Può essere ascoltata durante la Santa Messa. Può essere letta all’ombra di una pineta, a bordo lago o sotto l’ombrellone. La Parola di Dio è una compagnia soave. È un dolce ospite dell’anima. Permette di elevarsi fino al Cielo pur abitando ancora questa terra.

Infine, il mutuo scambio con la persona con cui condividiamo la vita è l’ingrediente speciale per una ricetta di successo. Questo ci allontana dal rischio di chiuderci in noi stessi e nella nostra autoreferenzialità.

Sarebbe triste e riduttivo, infatti, comprimere “Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima” in sprazzi d’illuminazione dalla durata estemporanea. Lasciamoci guidare e approfittiamo delle rimanenti giornate lunghe e soleggiate prima dell’inverno. Facciamo scorta non soltanto di sole e aria aperta ma del bello che ancora c’è attorno a noi. Questo bello resistite al buio e al sudiciume di cui questo mondo è così minacciosamente circondato e inquinato.

Facciamo di “Questo senso di vita che scende e che va” non un’inquietudine di fine estate. Facciamolo uno slancio che ci dia la forza per affrontare l’inverno. Non tanto e non solo quello meteorologico ma piuttosto quello dell’anima..

Disfiamo le valige senza gettare quanto di vero e autentico abbiamo raggiunto, portandolo con noi tra i ricordi più preziosi e come proposito concreto per il prossimo mese di settembre, da molti considerato un secondo capodanno.

Non gettiamo al vento, in questi ultimi scorci d’estate, ciò che lo Spirito ci ha suggerito. Non gettiamo al vento ciò che abbiamo ricevuto. Non gettiamo al vento ciò che siamo riusciti a donare agli altri. Prendiamo questo generico “senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima” e facciamocene un tesoro prezioso. Facciamocene un bagaglio che senza pesare sulle spalle sarà in grado di sorreggerci, giorno dopo giorno.

Non dimentichiamo che “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio. Essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito. Fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”. (Eb 4, 12). L’intento della canzone, forse, non sarà stato esattamente questo. Cogliamone lo spunto e impariamo ad apprezzare – in noi come negli altri – tutti gli istanti benedetti. In questi momenti, pur camminando nel mondo, sappiamo di appartenere al Cielo.

Fabrizia Perrachon

Dì ti amo senza dire ti amo

L’amore non è fatto di parole. Anzi è fatto di parole, perché l’amore va manifestato. Io sono felice quando Luisa mi esprime il suo amore e la sua gioia di avermi accanto e lei lo è altrettanto quando sono io a farlo nei suoi confronti. Le parole non dette sono – certo sto estremizzando – un peccato che va confessato. Perché le parole buone non dette rientrano pienamente in tutte quelle omissioni d’amore che commettiamo spessissimo ogni giorno.

Quando, durante l’esame di coscienza prima di una confessione, non riusciamo a trovare grosse mancanze, forse dovremmo concentrarci di più sulle nostre omissioni. Io ne trovo tantissime.

Ma torniamo all’inizio di questa riflessione. L’amore non è fatto solo di parole. Quelle parole hanno bisogno di una concretezza. Una concretezza fatta di altre parole, di gesti e di scelte. Vediamo ora alcuni modi di esprimere amore senza pronunciare la parola amore.

Di che ti manca

Quando l’altro è lontano ci sentiamo più poveri. Quando si vive una relazione piena godiamo della presenza vicendevole. È piacevole sentire la voce dell’altro, sfiorarsi reciprocamente in casa, trovare conforto negli abbracci o anche nel semplice sguardo. È gratificante potersi raccontare reciprocamente le proprie esperienze, sapendo di avere un sostegno e una persona intima con cui confrontarsi. Non c’è dubbio che, nonostante le tecnologie moderne possano avvicinare le persone a distanza, non si paragonano mai al calore e alla vicinanza fisica. Dopo una lunga giornata di lavoro o una trasferta, è un vero sollievo poter finalmente rientrare a casa e esprimere quanto ci sia mancata o mancato l’altra persona. È un modo di rimarcare quanto l’altro sia prezioso e unico, consolidando il legame speciale che si condivide.

Chiedigli delle sue cose e ascolta cosa ha da dirti

Un altro modo di far sentire amata la persona che hai accanto consiste nel mostrarti interessato a lei. Chiedi come sta, come si sente, cosa è successo sul lavoro. Come è andata quella riunione a cui teneva molto. Ascolta le sue gioie, le sue preoccupazioni e mostrati sinceramente interessato. Ricorda sempre di essere genuino nell’esprimere la tua empatia e di essere presente in modo autentico, in modo che lei possa sentirsi supportata e amata in ogni momento. E ricorda che ogni situazione va tarata con il peso dell’altro e non con il tuo. Se tua moglie si preoccupa per quella che per te è una stupidata non darle poco peso. Il centro è quello che tua moglie prova e non il problema in sé. E viceversa. Noi spesso non possiamo risolvere i problemi dell’altro ma possiamo renderli meno pesanti con la nostra presenza ed empatia.

Ringrazia

Ringraziare è uno dei segreti di una relazione che funziona, è un modo per coltivare gratitudine e apprezzamento reciproco. Oltre a far sentire l’altro prezioso e importante, il ringraziamento crea un ciclo positivo all’interno della relazione. Quando si ringrazia, si riconosce il valore dell’altro e si sottolinea l’importanza dei gesti di gentilezza e dei momenti condivisi. Questo atteggiamento permette a chi ringrazia di focalizzare lo sguardo non solo su ciò che manca, ma anche su tutto ciò che riceve in dono, riuscendo a cogliere l’essenza del dono gratuito. Ogni gesto di servizio, ogni piccola attenzione e ogni manifestazione di affetto diventano così motivo di gratitudine e stupore. In questo modo, impariamo a valorizzare e riconoscere l’amore gratuito che ci circonda, riducendo la tendenza alla lamentazione e allontanando i fattori di negatività dalla relazione, per avvicinarci sempre di più l’uno all’altro.

Chiedi perdono

Chiedere perdono è un gesto di volontà. Non deve essere per forza sentito. Significa riconoscere dignità e valore all’altro. Che non è una cosa nostra ma è una persona da amare. Non da usare. Una persona a cui relazionarsi con rispetto. Spesso non lo facciamo. Siamo egoisti ed egocentrici. Chiedere perdono è un atto di volontà che ci permette di riconsegnare dignità e valore all’altro. Ci permette quindi di restituire bellezza all’altro. E perdonare significa riconoscere l’altro come prezioso ma fragile. Riconoscere nella fragilità dell’altro un’opportunità per rilanciare e per rendere la relazione più forte e più bella di prima. Il perdono genera in chi lo riceve gratitudine ed amore. Possiamo testimoniarlo nella nostra personale storia, ma credo che ognuno di voi possa confermare.

Abbiamo cercato di esprimere alcune scelte che si sono rivelate importanti nella nostra vita matrimoniale. Speriamo possa esservi utile per una riflessione magari condivisa in coppia. Molte volte ci allontaniamo per delle omissioni. Basta poco per vivere più felici.

Antonio e Luisa

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L’oggi eterno

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie. Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi. Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli. 

A molti sarà sembrato un titolo piuttosto bizzarro quello di oggi. È un titolo che unisce due avverbi di tempo in antitesi l’uno con l’altro. Un avverbio parla del giorno che stiamo vivendo e presto finirà per sempre. Il secondo avverbio parla di eternità che non finisce mai per definizione. Ma ad un occhio attento non sfugge che il secondo avverbio messo lì si trasforma in aggettivo qualificativo.

Sembra un paradosso: come può un giorno essere eterno? Un giorno per definizione è uno spazio temporale di 24 ore. Una volta finito, non si ripeterà mai più nella storia. Tranquilli, nessuna lezione di italiano oggi. Solamente abbiamo allargato la riflessione provocata dalla frase del Salmo: Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.

Cari sposi, vi ricordate il contenuto del nostro consenso che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale? Abbiamo promesso: “[…] amarti ed onorarti tutti i giorni della mia vita […]”, non con un generico “sempre“, il quale potrebbe essere frainteso per eccesso o per difetto. La Chiesa, che è Madre e conosce il cuore dell’uomo, non ci fa usare il generico “sempre“. Usa il più concreto “tutti i giorni della mia vita“. Ogni giorno devo svegliarmi ed impegnarmi a vivere nella mia carne ad amare ed onorare il mio coniuge.

Torniamo al Salmo e alla frase sottolineata. Per il salmista l’annuncio della salvezza deve avere le stesse caratteristiche del matrimonio. Cioè, tutti i giorni bisogna fare questo annuncio. Tutti i giorni bisogna annunciare la salvezza del Signore. E già qui si comincia ad intravedere qualcosa dell’iniziale paradosso temporale. Infatti, i fedeli sono chiamati ad annunciare nel giorno che stanno vivendo una salvezza che invece è eterna. In un tempo finito si annuncia un tempo infinito.

Ma per gli sposi sacramentati c’è di più. Se già questo aspetto potrebbe indurre molte coppie a porsi qualche domanda circa la propria identità di annunciatori di salvezza, come la mettiamo se questa identità di annunciatori di salvezza fosse proprio la loro identità di sposi sacramento vivente?

Gli sposi vivono la loro dimensione profetica in mezzo al popolo di Dio semplicemente vivendo appieno la loro vocazione. Ovvero quando lo sposo/la sposa ama ed onora tutti i giorni la propria sposa/il proprio sposo, non fa nient’altro che annunciare la salvezza del Signore in primis all’interno della coppia stessa. Poi a raggi concentrici da quell’iniziale nucleo fino ai figli. E via via fino ai più lontani e, grazie alla comunione dei santi, addirittura anche a chi non ci conosce.

Infatti, se tutti gli sposi sacramentati fossero più santi, per riflesso sarebbe più santo anche tutto il resto del corpo mistico di Cristo, della Chiesa quindi.

Coraggio sposi. L’annuncio di cui siamo profeti non necessita di lauree o diplomi speciali. Non necessita di particolari carismi di oratoria o di predicazione. Non necessita di alcun dono di retorica o di particolare eloquenza. Semplicemente ve lo diciamo con le parole di papa S.Paolo VI :

il mondo oggi non ha bisogno di maestri ma di testimoni e i maestri vengono riconosciuti come tali solo in quanto sono anche testimoni“.

Giorgio e Valentina.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde (6 puntata)

Proseguiamo come ogni lunedì con la pubblicazione dei capitoli del nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Cliccate qui per leggere le puntate già uscite.

L’amata

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde.

Per questo le ragazze si innamorano di te.

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi. Dal vino passiamo ai profumi. Dal gusto all’odorato. Vedete i sensi come entrano in gioco? Tutto il corpo è coinvolto, perché questo è un amore che chiede tutto e che dà tutto. L’immagine del profumo è molto significativa. Un’immagine che ricorrerà molto spesso in questo testo.

Il profumo sicuramente richiama la concretezza delle essenze con cui si sono cosparsi, ma c’è anche un altro significato più simbolico e molto più profondo. Il profumo ti avvolge, ma non lo vedi. Il profumo ti penetra, ti inebria e ti si appiccica addosso. Il profumo, tra i vari elementi che troviamo in natura, ha la caratteristica di essere etereo, invisibile, ma anche materiale, in quanto emanazione di qualcosa di concreto che può essere un liquido, una pianta o altro ancora.

Quando sento il profumo di un fiore l’aroma entra in me, anche se non vedo il fiore. C’è quindi questo connubio tra l’invisibile e il visibile che è molto interessante. Connubio tra spirito e corpo. Perché così è l’amore. Non lo vediamo eppure lo avvertiamo, lo sentiamo, ne facciamo esperienza. Qui la Sulamita sta cantando dell’amore del suo uomo: la tua presenza mi inebria come un profumo. Mi sei entrato dentro con il tuo amore e questo è meraviglioso. Il tuo amore mi entra dentro, mi avvolge tutta, è qualcosa che mi rimane addosso. Non solo: mi parla di te.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde. Qui non c’è nessuna parafrasi da fare. È già chiarissimo. Aroma che si espande con te. Il nome identifica la persona. Tu, mio Salomone, sei un profumo per me.

Per questo le ragazze si innamorano di te. La Sulamita mostra orgoglio: lui è così bello che le altre donne non possono che innamorarsi di lui. È il più bello di tutti. Non sappiamo se sia vero oppure no. Per lei, però, è così. Lui è il più bello di tutti.

Qui mi rivolgo alle spose, poi ce ne sarà anche per gli uomini. Capite qual è lo sguardo che dovete cercare di mostrare, recuperare, custodire e perfezionare? Lui è tanto bello e tanto amabile che è impossibile che le altre non si innamorino di lui. Dovete avere questo sguardo per vostro marito. Siete chiamate a questo nei confronti di vostro marito. Dovete entrare in questa sensibilità, in questo percorso, per comprendere come la gioia che vi può dare il vostro sposo nessun altro ve la può dare. Nonostante i suoi difetti, le sue fragilità, il fatto che sia burbero o chissà cos’altro. Come quell’uomo non c’è nessun altro.

Antonio e Luisa

Parole dure ma vere

Cari sposi, concludiamo oggi un capitolo epico di San Giovanni. Un lungo discorso tenuto nella sinagoga di Cafarnao, iniziato nel migliore dei modi e dal finale “disastroso”. Gesù ha appena detto che ci avrebbe donato la sua carne, il suo corpo, la sua esistenza, – il climax del suo discorso – , ottenendo in pratica fischi e quasi insulti.

Quando Gesù parla di “carne” lo fa da ebreo, con mentalità semitica, quindi con un riferimento alla persona nella sua integrità ma al tempo stesso attribuendo un senso di finitezza e di fragilità. E difatti il suo dono sarà totale, non trattenendo nulla per sé sulla Croce.

Dinanzi alla violenta reazione degli astanti, Gesù replica che ci vuole lo Spirito per comprendere la carne. Ma come? Sono due princìpi contrapposti, come la notte e il giorno. Chi ci può allora farci comprendere la nostra condizione umana?

Scriveva Papa Benedetto: “la costituzione dell’essere umano, è composto di corpo e di anima. L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza” (Deus caritas est, 5).

Gli ascoltatori di Gesù non avevano ancora capito che non si trovavano davanti a un cannibale ma all’Autore dell’umanità. Gesù è venuto a restaurare quella divisione inteiore tra corpo e spirito che tanti danni ancora oggi procura.

Gesù è venuto a darci una vita bella, piena, un’esistenza che profuma già d’ora di eternità. E tutto ciò perché Gesù ci porta lo Spirito, Colui che è Dono mutuo di Amore tra il Padre e il Figlio.

Questo Vangelo trova un’ottima contestualizzazione nel matrimonio! Su di esso la cultura nella quale viviamo ha fondamentalmente uno sguardo “carnale”, cioè orizzontale e immanente, portando inesorabilmente gli sposi a un’incompresione reciproca e alla fine del loro amore. D’altra parte, l’alternativa mondana di tipo “spirituale” è un rimando a religioni orientali che sfociano nel mondo della magia o del panteismo.

Siamo certi che Cristo, l’Uomo-Dio, la Persona che ha armonizzato in sé la carne e lo Spirito, può dare a voi sposi una via sicura, certa, infallibile per vivere un amore – realtà di per sé spirituale – saldamente ancorato e innestato nella vostra carne, senza scadere in alcun materialismo o spiritualismo. E tutto ciò si chiama “sacramento del matrimonio”.

In definitiva, il matrimonio non si capisce con e nella carne. Questo ce lo dice un gigante della fede come S. Agostino, un uomo che di “carne” aveva fatto parecchia esperienza, prima della sua conversione: “Non dobbiamo quindi intendere secondo la carne neppure la carne” (S. Agostino, Omelia 27,1).

Cari sposi, fidatevi di Gesù, sebbene siano parole ardue ed oggi più che mai controcorrente. Vedendo gli apostoli e chi oggi gli è rimasto accanto, abbiamo la certezza della fecondità e fruttuosità delle sue Parole.

ANTONIO E LUISA

Io non sono un fine teologo. Padre Luca è un vero studioso non solo della Parola. È anche un vero studioso della grandezza e della complessità del matrimonio. Io però ne ho fatto esperienza. Confermo ogni affermazione di padre Luca. Nel matrimonio, nell’amore che giornalmente do a mia moglie e ricevo da lei costruisco la mia intimità con lei. L’agape, l’amore oblativo fatto di cura e servizio, nutre e dà sostanza all’eros. Fare l’amore con lei è sempre più bello perchè la nostra intimità e riempita del nostro amore quotidiano. E l’eros, l’amore più carnale e passionale, dà calore e nutrimento al dono reciproco. Mettersi alla sequela di Cristo non è facile ma rende tutto più bello e più vero, anche e soprattutto l’amore.

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Il più grande dei comandamenti

Il Vangelo di ieri è bellissimo e ci offre la bussola per imparare ad amare. Vale per tutti! Ma forse noi sposi siamo coinvolti un po’ di più. Cosa abbiamo ascoltato ieri? Gesù risponde a un dottore della legge che gli domanda quale sia il comandamento più importante e afferma:

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Questo non perché Dio sia geloso e voglia essere il primo. Lo dice per noi. Questo significa che il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare autenticamente il nostro coniuge. Solo se saremo ricchi dell’amore di Dio saremo capaci di amare il nostro prossimo più prossimo. Lo faremo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Gesù risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el. Questa preghiera è la professione di fede che ogni credente ebreo ripete tre volte al giorno. Questa preghiera parte da un verbo: Ascolta Israele! Perché non possiamo conoscere se non ascoltiamo. Dio si racconta a noi attraverso la Sua Parola. Solo poi nascerà in noi il desiderio di conoscerlo ancora meglio e di intessere una vera relazione con Lui. Ma tutto parte dall’ascolto. Io con Luisa non ho avuto il colpo di fulmine. Si mi piaceva ma ciò che me l’ha fatta desiderare ardentemente è stato conoscerla. E più la conoscevo, più l’ascoltavo e più ne ero attratto e più volevo sapere di lei. Credo che con la fede sia la stessa cosa.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di Dio che ti ama. Dio che é presente in ogni momento della vita. Dio è pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento. Anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla o non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela. All’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo e attraverso la Parola. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi. Egli la descrive come aprire il cuore al dono che Dio ci fa di Se Stesso e del Suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il Suo amore misericordioso per noi.

Se la fede ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Dio in sé è uno e trino in virtù dell’amore. Così si realizza in noi la capacità di generare quell’unità d’amore divina. Si realizza anche la capacità di mostrare quell’unità d’amore divina.

Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio. Questo nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità. È lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? 

Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo. Per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti. Lo facevo con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni. Aspettavo le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo, la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più. Deve essere una gara a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente? Le faccio pesare ciò che faccio? Continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così. Questa modalità di amare porterà presto o tardi a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre. Ci permette di amarci sempre. Questo accade anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni.

È difficile, non lo nego. Anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa. Ora sono consapevole di questo. Chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia.

Attenzione! Gesù afferma, non senza ragione e non a caso, che l’amore per il prossimo va comparato all’amore per noi stessi. Ciò significa che per amare dobbiamo prima essere capaci di amarci. Che per donarci e non svenderci dobbiamo conoscere il nostro valore. Solo così amare per primo e amare gratuitamente saranno caratteristiche di un amore libero e maturo. Non saranno segni di una dipendenza affettiva. Solo così anche la croce può essere una scelta libera. Non deve mai essere una conseguenza della nostra paura di non essere amati. Non deve mai essere una conseguenza della nostra convinzione di non valere abbastanza.

L’ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creati, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da Lui creata: l’uomo. È una cosa molto buona. Anche noi vogliamo essere capaci di amarci così. Guardiamoci sempre con uno sguardo meravigliato. Uno sguardo riconoscente che coglie la bellezza. Questa bellezza è generata in noi e nella nostra vita dalla presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

E voi? Amate da Dio? Almeno ci provate? Mettete tutto il cuore, l’anima, la mente e il corpo?

Antonio e Luisa

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Il matrimonio secondo Pinocchio /36. L’avversario si mostra.

Cap XXXI Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran maraviglia, sente spuntarsi un bel pajo d’orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.

In questo capitolo compare finalmente l’avversario in persona, se prima aveva lasciato intravedere la sua misteriosa trama mimetizzato sotto le apparenze di personaggi come il Gatto e la Volpe, ora esce allo scoperto e il Collodi ne fa una descrizione che delinea le caratteristiche del perfido nemico infernale:

E il conduttore del carro?… Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Questo conduttore del carro è antropomorfo ma con caratteristiche corporee che ne sottolineano la malvagità e la doppiezza di intenti; e tra le sue caratteristiche vogliamo solo mettere in risalto quel “untuoso“.

Questo aggettivo ricorda molto il suo sinonimo “viscido”, e qual è la creatura che più delle altre corrisponde a “viscido” se non l’antico serpente tentatore di Adamo ed Eva?

Il Collodi non lascia spazio a fraintendimenti nel descrivere questo tizio come malvagio, e l’aggiunta di “untuoso” richiama immediatamente nell’immaginario collettivo ad un serpente, ad una creatura che ti sguscia via dalle mani, non riesci a catturare così facilmente. E lo dimostra il fatto che alle varie dimostranze dei bambini e di Pinocchio, lui non risponda direttamente, ma trovi sempre un nuovo inganno per scusare quello precedente.

Ecco cari sposi qual è la situazione che dobbiamo sempre rifuggire, proprio quel tentativo di scusare un inganno con un nuovo inganno; proviamo a tradurlo nella nostra epoca: non possiamo accettare che il mondo ci propini il libertinismo sessuale come la liberazione dal (presunto) oscurantismo della Chiesa, e se ne chiedi le ragioni che sostengono tale filosofia ti senti rispondere che le altre relazioni (adulterine o libertine) non fanno altro che rinsaldare i legami col proprio partner oppure che l’importante è che ci sia sentimento sincero. Un bieco tentativo di coprire un inganno con un altro peggiore del primo, come quando si dice che la pezza è peggio del buco.

Dobbiamo stare sempre vigili con l’attenzione molto alta per difendere l’istituzione stessa del matrimonio.

Il secondo appunto circa questo capitolo riguarda il fatto che il carro muove in direzione del Paese dei Balocchi nella notte, lontano dagli sguardi degli adulti, nel nascondimento.

E anche questa è una lezione da tenere bene a mente quando sentiamo dentro il suggerimento di un pensiero o una suggestione, se viene da Dio non ha problemi a venire allo scoperto, se invece l’azione suggerita è malvagia ecco che allora avvertiamo subito la voglia di nasconderci, di non farlo sapere a nessuno, di viverlo nella notte, ovvero quando ci illudiamo che nemmeno Dio ci possa vedere. Ma è un’illusione vera e propria.

Coraggio sposi, non temiamo di testimoniare il bene perché ciò che è bellezza, verità, amore, gioia e ogni benevolenza, viene solo da Dio.

Giorgio e Valentina.

I livelli del sesso: occasionale, in relazione stabile, e nel matrimonio sacramento

L’abbiamo scritto, credo, centinaia di volte in questo blog. Il sesso nel matrimonio è migliore. Attenzione! Non ne facciamo una questione meramente morale e religiosa. Non si tratta di affermare in modo astratto che il sesso all’interno del matrimonio è consentito mentre al di fuori è sempre peccato. Sappiamo bene che ormai le norme morali risultano ai più astratte e prive di senso. Per questo la gran parte dei cristiani non le segue. E mi ci metto anche io. Quando conobbi Luisa e lei mi propose la castità il mio primo pensiero fu di catalogare Luisa come repressa bigotta. Mi è servita la concretezza di un frate cappuccino che mi ha spiegato i motivi della castità. Mi ha spiegato il significato del sesso e del matrimonio. E da lì tutto è cambiato. Mi sono divertito, semplificando di molto le dinamiche umane, a raccontare tre livelli nei quali possiamo catalogare il sesso. Tre livelli crescenti in piacere e comunione.

Il sesso occasionale

Questo è il livello più povero. Forse il più esaltato ma il più povero. Cosa cerchi nel rapporto fisico? Cerchi conferme di essere una persona che piace? Cerchi di conquistare l’ennesima preda per sentirti forte? Cerchi di far cadere l’ennesimo uomo per sentirti desiderata e più bella? Questo è quello che guida uomini e donne a cercare rapporti occasionali. Ma è questo il significato del sesso? No, non è quello di riempire i nostri dubbi e i nostri bisogni di attenzione. In un rapporto occasionale il centro non è l’altro. Il centro sono io. Non c’è vera relazione ma solo un uso di una persona per ottenere piacere e conferme. Diventa una performance. Quando siamo in grado di superare la ricerca di gratificazione immediata, possiamo davvero scoprire la bellezza e la profondità dei rapporti umani. Dobbiamo concentrarci sulla costruzione di legami autentici. Possiamo davvero scoprire anche la bellezza e la profondità del sesso. Entriamo quindi nel secondo livello

Il sesso in una relazione stabile solo umana.

Non contempliamo ancora il matrimonio sacramento. Quando il sesso è vissuto all’interno di una relazione d’amore (sana) è tutto diverso. Non si cerca il semplice piacere fisico ma si cerca una relazione/connessione sempre più profonda. Non si cerca la performance ma si cerca la comunione. Il piacere più grande non viene dall’orgasmo ma dall’esperienza di sentirsi immersi in una comunione d’amore. Tanto che anche quando l’amplesso non riesce tecnicamente benissimo si può comunque vivere un’esperienza bellissima perché si dà corpo all’amore. Si dà concretezza sensibile all’amore. Questo amore è fondato in una relazione quotidiana. È fatta di continui gesti teneri di cura e di servizio vicendevoli. Ne è la prova il fatto che quando si vive una situazione di aridità e di distanza nella vita quotidiana di solito si fa di meno l’amore. Non perchè d’improvviso non si è più capaci di farlo. Non si fa più l’amore perchè scricchiola la base su cui verte la motivazione a cercarlo. Quando si vive questo tipo di sessualità solitamente il sesso diventa più appagante anche da un punto di vista meramente fisico. Ciò avviene perchè si supera la tensione di dover dimostrare e ci si concentra sulla comunione. Sul sentirsi sempre più complici e intimi. Sempre più uniti. La donna riesce ad abbandonarsi con fiducia ad un uomo che ama, che conosce e di cui si fida. L’uomo si libera dalla paura dinon essere abbastanza uomo, di fare brutte figure. E poi ci si conosce sempre meglio. Si sa come dare piacere a lui e a lei. Il sesso è un vestito da costruire su misura alla nostra coppia specifica.

Il sesso mel matrimonio sacramento

Questo è il livello top. Non c’è un gesto concreto e fisico che ti possa dare più piacere del sesso vissuto con tua moglie e tuo marito, sposi in Cristo. Davvero qui il sesso diventa un’esperienza di amore totale. Perché vale tutto quello che abbiamo già scritto nel livello precedente, ma c’è una componente in più. La componente più importante. In questo livello non mettiamo in gioco solo il nostro corpo e il nostro cuore (inteso come insieme di volontà, ragione e sentimenti) ma aggiungiamo il nostro spirito. La nostra parte più profonda e in contatto diretto con Dio. Due sposi che fanno l’amore bene, nel dono reciproco, stanno vivendo un’esperienza non solo umana ma trascendente. Stanno facendo esperienza dell’amore di Dio. Il sesso diventa preghiera e gesto sacro e liturgico. Il sesso diventa la modalità più bella per vivere il nostro sacramento. È la messa degli sposi.

Conclusioni

Capite ora cosa significa il concetto astratto di peccato? Significa non aderire alla pienezza dell’amore che Dio ha pensato e voluto per noi. Significa accontentarsi di una povertà grande nel caso del sesso occasionale e di una non pienezza nel caso di tante persone che si vogliono bene su un piano strettamente umano. La scelta è vostra. Noi abbiamo scelto di non accontentarci.

Antonio e Luisa

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Una regina umile? Possibile, se ti chiami …

La giornata odierna può sembrare un giovedì come tanti. È un giorno in cui l’estate, ancora nel pieno, inizia però ad avere il sapore del rientro dalle vacanze. Si percepisce già la normalità del quotidiano che sta per tornare. C’è il rientro a scuola e il termine ormai prossimo della tanto desiderata stagione calda. Un giovedì che può passare inosservato. In realtà, ha una protagonista assolutamente sui generis e diversa da ogni altra. Questa protagonista è una regina umile. Com’è possibile, vi chiederete? Si è mai sentita una sovrana tanto importante quanto modesta e semplice?

Le regine, fin dai tempi più remoti, hanno attirato interesse e curiosità. Componimenti epici, favole, fiabe e anche la Bibbia pullulano di queste figure femminili apicali. Spingono ciascuno di noi a fantasticare sulla loro bellezza e sulle loro virtù, ma anche sui limiti e sui difetti. Pensiamo anche alle loro crudeltà e ai lati oscuri. Queste figure riempiono sogni o incubi, immaginari e aspirazioni d’intere generazioni. Ci sono, infatti, sia regine buone che regine malvagie. Ciò che è molto raro da incontrare, però, è il binomio regalità-umiltà. Questo perfetto incontro si trova solo in Maria Santissima. Oggi, 22 agosto, festeggiamo Maria come Regina del Cielo e della terra, Regina dell’universo, nella gloria degli angeli e dei Santi. Un bellissimo articolo pubblicato nel sito internet di Famiglia Cristiana nel 2021 ben sintetizza quella che, a prima vista, può apparire come un’antitesi:

Dal punto di vista umano è difficile attribuire alla Vergine un ruolo di dominio e regalità, lei che si è proclamata serva del Signore. Ma è lei l’anello di congiunzione che tiene uniti al Risorto quegli uomini non ancora irrobustiti dai doni dello Spirito Santo. Ecco cosa c’è da sapere sulla festa mariana di oggi. Dovuta a papa Pio XII che la istituì con la lettera Enciclica Ad caeli Reginam nel 1954, la festa della Regalità di Maria Vergine nel calendario liturgico era inizialmente prevista il 31 maggio, a conclusione del mese mariano per eccellenza. Oggi, si celebra sette giorni dopo il 15 agosto e questa collocazione va letta come uno speciale prolungamento della celebrazione dell’Assunzione, con cui si contempla Colei che, assisa accanto al Re, splende come Regina. La data del 22 di agosto è dovuta a papa Paolo VI che, con l’attuazione delle norme generali per l’Anno Liturgico e il nuovo Calendario Romano, ha felicemente collocato la regalità di Maria a breve distanza dalla sua Assunzione in Cielo, facendola diventare una logica conseguenza del dogma promulgato da papa Pio XII nel 1950. Dal punto di vista umano è difficile attribuire alla Vergine un ruolo di dominio e regalità, lei che si è proclamata serva del Signore. Per gli Atti degli apostoli Maria dopo l’Ascensione si trova in mezzo agli Undici raccolta con essi in preghiera; ma non è lei che impartisce ordini, bensì Pietro. E tuttavia proprio in quella circostanza ella costituisce l’anello di congiunzione che tiene uniti al Risorto quegli uomini non ancora irrobustiti dai doni dello Spirito Santo. Maria è Regina perché è madre di Cristo, il Re, e distribuisce regalmente e maternamente quanto ha ricevuto dal Re poiché lo stesso Cristo ha disposto che ogni grazia passi per le sue mani di Regina. Per questo la Chiesa invita i fedeli a invocarla non solo col dolce nome di madre, ma anche con quello ossequioso di regina. 1

Non se la prendano le regine – attuali o future – di cui abbiamo fatto riferimento nell’immagine di copertina: non c’è nessuna stoccata nei loro confronti a livello personale perché ciò che ci interessa è riflettere insieme sul ruolo istituzionale che ricoprono; la regalità puramente umana, infatti, è composta da un mix di potere e di ricchezza, condito dalla gara senza sosta a chi è più bella, elegante, acculturata. Ma dal punto di vista squisitamente spirituale, tutto questo si ribalta completamente: nell’ottica di Dio, infatti, “chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11) e difatti Maria, l’umile ancella del Signore, può a ragione proclamare “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc , 52), preghiera che è parte del Magnificat.

Ed ecco perché oggi, 22 agosto, non è un giorno come tanti ma quello nel quale vediamo compiersi il trionfo della regalità di cuore, di animo e di spirito, il ribaltamento delle prospettive del mondo e la vittoria di quelle celesti. Care e amate regine, non preoccupatevi: continuerete a popolare la letteratura e i sogni, le notizie dei mass media e i gossip ma d’ora in poi sapremo che l’unica vera Regina – unica e vera perché umile – è la Beata Vergine Maria, incoronata , pregata e venerata come la Regina dei nostri cuori.

Fabrizia Perrachon

1 Articolo disponibile al link https://www.famigliacristiana.it/articolo/beata-vergine-maria-regina—santo-del-giorno.aspx

Ripartiamo dalla famiglia

Venerdì scorso (16 agosto) è terminato l’XI Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre a Loreto. Il tema era ”La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?” L’evento si è svolto sotto la guida di don Renzo Bonetti e con le catechesi di Don Salvatore Bucolo; eravamo 60 separati/divorziati, di cui quindici completamente nuovi, esclusi sacerdoti e accompagnatori.

Per la mia impressione e per i ritorni che ho ricevuto, è stato un bel convegno. È stato intenso, sia per le tematiche che per il programma serrato. È stato anche ricco e utile per approfondire, crescere e condividere. Come sempre, quando uno torna a casa, si porta con sé tutte le parole ascoltate, in particolare quelle delle persone con cui è stato più in contatto. Così le relazioni si rinsaldano e se ne creano di nuove.

Oltre alle cinque catechesi, i laboratori, i momenti di preghiera, la bellissima fiaccolata nella vigilia di Santa Maria Assunta, il rinnovo delle promesse matrimoniali e la serata ricreativa elegante con canti e balli, abbiamo fatto una prova pratica di CFE, comunità familiari di evangelizzazione, divisi in piccoli gruppi. Tutte le catechesi che don Renzo ha fatto a noi nell’ultimo anno hanno riguardato questo argomento.

Non è nulla di nuovo nella Chiesa. Non s’inventa niente. Già i primi cristiani si ritrovavano per condividere la fede. Nel tempo, per motivi vari, questo sistema è passato in secondo piano rispetto ad altri strumenti di evangelizzazione.

Le CFE sono uno strumento pastorale che rende le famiglie protagoniste della missione e coscienti di essere chiesa domestica. Gli sposi consacrati dal Sacramento ricevono la Grazia di essere segno reale dell’Amore di Gesù per la Chiesa. Sono chiamati ad annunciarlo nella loro vita. In poche parole, se gli sposi non evangelizzano, è come se avessero ricevuto in regalo una Ferrari nuova e la tenessero sempre spenta nel garage.

Come dice bene Papa Francesco in Amoris Laetitia n° 87: La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana”.

La CFE ha una struttura che aiuta gli sposi a sperimentare di essere Chiesa vivendone gli elementi essenziali: preghiera, ascolto della Parola, condivisione e comunione fraterna. La casa diventa quindi solo il luogo intimo dove accogliere, una volta a settimana, una decina di persone, in qualsiasi stato di vita. Singoli, fidanzati, sposati, separati e consacrati possono partecipare. L’incontro avviene tipicamente dopo cena e al massimo dura un’ora e mezza.

Non è possibile qui scendere ulteriormente in dettagli, mi piace solo sottolineare come si conclude la CFE: con la recita del padre nostro, in piedi, tenuti per mano, ma girati verso l’esterno. È un piccolo segno che sta a indicare la missione. È lo sguardo rivolto verso il mondo, verso le persone vicine e lontane. Infatti, quello che avviene durante l’incontro non è solo per i partecipanti. Deve dare i suoi frutti anche all’esterno, in modo che la Sua parola e i Suoi doni vadano anche agli altri.

Come ho scritto, in genere la CFE viene condotta da una coppia di sposi: quindi perché può essere condotta anche da un separato/divorziato fedele? Proprio perché, anche in caso di separazione o divorzio, il Sacramento del matrimonio rimane completamente. È come se il coniuge fosse assente a causa di un impegno. (L’unità è in Cristo, non nel letto matrimoniale). In forza del Sacramento sono Chiesa stabilmente riunita, anche se rimango solo.

Ora che è finita la formazione sulle CFE, non so quanti di noi stanno pensando seriamente d’iniziare. È sicuramente un impegno che richiede tempo, cura, preparazione e preghiera (anche su chi invitare). Sono stato contento di aver acquisito le basi per poterla mettere in pratica, prima o poi, a Dio piacendo.

Stiamo vivendo un periodo di calo di vocazioni sacerdotali. Le chiese sono sempre più vuote. Forse lo Spirito Santo ci sta suggerendo di ripartire dal basso, dalle famiglie, dalla quotidianità, dai nostri amici e colleghi, com’è successo all’inizio del cristianesimo. Sono convinto che, se faremo così, tornando a mettere Gesù al centro nelle famiglie, ci sarà un’inversione di tendenza anche per tutte le altre vocazioni. È bene ricordare che le vocazioni nascono spesso dalla qualità e dalla gratuità dell’amore sperimentato fra le mura domestiche.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Cuore nuovo, è possibile?

Dal Sal 50 (51) Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.

Oggi vi lasciamo un piccolo commento riguardo a pochi versi di questo Salmo, proclamato nella Messa di Sabato scorso. Per la nostra famiglia, questo Sabato è stato un giorno di bellezza. Abbiamo fatto una gita fuori porta ammirando diversi panorami sia all’andata che al ritorno. Il Signore ci ha concesso una giornata di consolazione e di riposo.

Sostando davanti alla bellezza del Creato ci è venuto spontaneo lodare il Signore per la Sua grandezza. Abbiamo lodato anche per la Sua magnanimità e la Sua magnificenza. Ci siamo chiesti infatti cosa ci venisse in tasca a noi del fatto di avere davanti monti o laghi così grandi e maestosi. Ci sarebbe bastato forse un laghetto piccolino o dei monticelli più modesti?

Per il Creatore no, perché l’amore è fantasioso, creativo, fa fare cose grandi (magnificenza), fa anche compiere azioni assurde o un po’strampalate… insomma l’amore è in continua donazione… e il Creatore è uno sprecone in amore, non bada a spese.

Ma c’è una seconda azione di Dio, che è ancora migliore della prima; se la creazione è considerata la sua prima azione, la seconda è dunque la Redenzione operata dal Figlio, con il Figlio e nel Figlio.

Ed il versetto: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” congiunge bene queste due azioni. Poiché un cuore Dio ce l’ha già donato nella Creazione. Ma ha bisogno di essere purificato nella Redenzione. Ove per “cuore” si intende la parte più intima di noi. Quella dove c’è il filtro che ci aiuta a scegliere la strada della libertà dei figli di Dio.

Quindi questo “crea” del Salmo riconosce in noi l’opera del Creatore. Ma ne chiede l’opera più mirabile della Redenzione. Dio non si limita a purificare dalle scorie il nostro cuore. Ce ne dona uno nuovo, proprio come una nuova creazione.

Forse per purificarlo potevano bastare penitenze di vario tipo, ma per crearne uno nuovo no. Le penitenze poi sono opera nostra. Sono seppur lodevoli e dovute, ma di nostra iniziativa. Il cuore nuovo (puro), invece, è solo opera della Redenzione di Dio. Naturalmente chiede il nostro consenso e la nostra adesione, ma Sua è l’opera… praticamente il Signore è un cardio chirurgo d’eccezione ed opera una sorta di trapianto, donandoci il Suo di cuore.

Cari sposi, non diamo mai per scontato il nostro matrimonio, non diamolo mai per finito, non diamolo mai per fallito, non diamolo mai per già pre-destinato ad infausta sorte… no !

Con il Signore nulla è perduto, perché la Sua specialità è far nuove tutte le cose: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5) e non vede l’ora di creare in noi e nel nostro sposo, nella nostra sposa un cuore nuovo, migliore di quello di prima.

Chi spera con fede è già a metà dell’opera. Coraggio.

Diamo il via ai trapianti di cuore : avanti il prossimo!

Giorgio e Valentina.

Mi baci con i baci della tua bocca (5 puntata)

Dopo una breve introduzione possiamo finalmente iniziare ad approfondire il testo di questo Libro. Partiamo dal Prologo. Clicca qui per recuperare gli articoli già pubblicati.

Cantico dei Cantici, che è di Salomone.
L’amata
Mi baci con i baci della tua bocca!
Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze.

Cantico dei Cantici, che è di Salomone. Fermiamoci subito sul titolo. Cantico dei Cantici. Canto sublime. Canto che supera tutti gli altri. Canto che tutti vorrebbero poter cantare. È il canto dell’amore nuziale pieno, che è scritto nel nostro cuore come desiderio più profondo. Tutti hanno desiderio di vivere quello che verrà cantato in questo libro. Tutti, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, hanno questa impronta incancellabile. Tutti, che siano credenti o no, hanno il desiderio profondo di vivere questa esperienza di amore. Chi riesce già su questa terra a vivere questo amore è una persona felice. Pienamente felice, pienamente realizzata, pienamente uomo, pienamente donna.1

Canto sublime di Salomone. Chiariamo subito che questo testo non è stato scritto dal re Salomone. Viene attribuito a Salomone, come avviene anche per altre opere, perché si vuole evidenziarne l’importanza. Questo è un canto regale. È il canto dell’amore pieno, di chi non si accontenta delle briciole, di chi non mendica amore, ma di chi vuole assaporarlo fino in fondo. Il canto dell’amore è il canto del re. Così come Cristo è re e Cristo è amore. Naturalmente questa è una lettura cristiana. Cristo è re perché ama. Così anche noi, più saremo capaci di amare nella nostra relazione sponsale e più saremo re e regine della nostra vita. Più vivremo questo amore e meno saremo schiavi.

Mi baci con i baci della tua bocca! Il Cantico inizia con l’amata che prende subito la parola. Per tanti esegeti, qui c’è la prosecuzione del racconto della Genesi. All’esclamazione ammirata di Adamo di fronte ad Eva, Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa, lei non risponde. Il racconto della Genesi aveva lasciato il discorso in sospeso. Ora la Sulamita, l’amata del Cantico, risponde all’amato. Torniamo con l’immaginazione nell’Eden. In questa grande armonia delle origini. Adamo esplode di gioia alla vista della donna, una creatura così simile a lui, ma allo stesso tempo diversa, misteriosa e affascinante. Lei non resta impassibile. La risposta alla gioia di Adamo si trova nel Cantico: che lui mi baci con i baci della sua bocca!

Un’immagine subito fortissima. Lei riconosce nell’amato la persona che può soddisfare quel desiderio di intimità profonda che alberga nel suo cuore. Non un bacio solo, ma tanti baci, come se non potesse accontentarsi, ma desiderasse che quel momento non finisse mai. Il bacio tra innamorati è un’immagine fortissima, perché tutti noi, che ne abbiamo fatto esperienza, possiamo capire come attraverso questo gesto si possa davvero assaporare l’intimo dell’altro. Non solo apriamo il nostro intimo all’altro, il nostro respiro, il nostro alito vitale, ma siamo desiderosi di ricevere quello dell’altro.

Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze. Le tenerezze sono tutte quelle espressioni d’amore che ci possono essere tra due innamorati: carezze, abbracci, baci ecc. Sono migliori del vino. Il vino ha una valenza simbolica molto definita. Il vino è la gioia. Nelle nozze di Cana è evidentissimo questo richiamo. Vino è gioia, abbondanza, ebrezza e festa. Le tenerezze dell’amato sono meglio del vino. Significa che non c’è nulla che doni piacere, gioia e pienezza alla donna quanto le tenerezze dell’amato. Io le desidero sta dicendo l’amata all’amato. Avete certamente notato la spregiudicatezza dell’amata, che esprime i suoi desideri, il suo amore, la sua passione e prende l’iniziativa. Inconcepibile per la mentalità maschilista dell’epoca in cui il Cantico è stato scritto. Mentalità che però non ha impedito di riconoscere questo testo come ispirato da Dio.

Antonio e Luisa

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  1. Il Cantico, quindi, deve accompagnare gli innamorati nelle tappe oscure e serene, nel riso e nelle lacrime di quella stupenda vicenda che è il loro amore. Ma il Cantico è nella sua meta terminale la figura suprema dell’amore tra Dio e la sua creatura, per cui esso diventa un testo capitale soprattutto per tutti i credenti. Perciò, aveva ragione il grande scrittore cristiano del III secolo Origene di Alessandria quando scriveva: «Beato chi comprende e canta i cantici delle Sacre Scritture! Ma ben più beato chi canta e comprende il Cantico dei Cantici!». (da l’Osservatore Romano – Gianfranco Ravasi) ↩︎

La Sapienza che proviene dall’Eucarestia

Cari sposi, un mio confratello sacerdote, tempo fa, era riuscito a organizzare nella sua parrocchia incontro con P. Ermes Ronchi, celebre predicatore e autore di numerosi testi di spiritualità. L’evento era andato molto bene, con una buona partecipazione di persone e tante domande alla fine. Al termine di tutto, una signora poi si avvicinò al mio confratello e gli disse: “Bello, ma nel fondo ha detto tutte cose che sapevo già…”.

Un fatto che pare banale ma che cela una tendenza tipica del nostro tempo: ridurre la nostra fede in Cristo in una serie di verità e conoscenze più che in una relazione con una Persona Viva.

In effetti oggi le Scritture sono tutte allineate da un concetto: la saggezza/sapienza. Cosicché ci pare ovvio che dobbiamo essere persone sensate, che fanno le cose bene, in modo prudente e non avventato, che sanno prevedere il futuro, che si comportano senza eccessi. Se questa fosse la sapienza cristiana, cosa c’è di diverso rispetto a quella buddista o induista, o cinese…? E’ chiaro che Cristo non ha voluto lasciarsi solo un’etica o delle norme molto belle.

Ma al contrario il Vangelo sembra cozzare frontalmente con la prima e seconda lettura perché di saggio Gesù non ha proprio nulla. Alla fine del lungo discorso sul pane arriva al dunque: “io sono il pane di vita, dunque, mangiatemi!”. Ditemi: cosa ha di saggio questa frase?

E gli effetti si sono visti: imbarazzo, sguardi confusi, mormorazioni… chissà che scompiglio in quella sinagoga! Gesù aveva appena firmato il suo fallimento come insigne predicatore. Quindi da lì in poi, non più applausi scroscianti, non più bagni di folla, addio a moltitudini in delirio per toccarlo. Eppure, in quel discorso sul Pane di vita è contenuta la Vera Saggezza e Sapienza, che solo può scendere dal Cielo e non certo venire dagli uomini. Solo a Dio poteva venire in mente di trasformare il suo Corpo in pane perché diventasse il nostro alimento vitale.

Così, anche voi sposi, non potete comprendervi senza fare riferimento costante a Gesù Pane di Vita, Corpo donato per Amore. In Lui è insita la vera sapienza che nessuna Enciclopedia o facoltà universitaria può darvi.

 Mi piace riportare un estratto di una condivisione che un marito ha fatto di una sua situazione di malattia. Si comprende chiaramente come lo Spirito lo stia educando ad un altro modo di guardare alla salute e di conseguenza a tutta la propria vita:

San Paolo dice: «quando sono debole è allora che sono forte». Parole difficili da comprendere ma in questo tempo di malattia le sto vivendo in modo particolare. La parola di oggi è debolezza. Sentirsi deboli e impotenti. Deboli, vulnerabili. In questo momento mi sento così debole e vulnerabile. Mi rendo conto di quanto noi umani siamo fragili e mi chiedo se questo è un dono che Dio ci ha fatto nel crearci. L’uomo non può bastare a sé stesso. Ha bisogno della debolezza della fragilità per relazionarsi per poter farsi amare. E così in questa mia debolezza godo della bellezza degli affetti che mi circondano che mi piace chiamarli «carezze di Dio»”.

Cari sposi, vi invito a cercare nell’Eucarestia la vera sapienza, quella luce che può illuminare pienamente ogni ambito e situazione della vostra vita di coppia.

ANTONIO E LUISA

La nostra fede è così. Sicuramente è importante conoscere, formarsi, ascoltare predicatori e teologi ma non può bastare. Lo dico da sposo. L’amore di Cristo non si può imparare dai libri. L’amore di Cristo è fatto di relazione, di presenza, di prossimità e di comunione. Per questo l’Eucarestia è il centro di tutto. Vale lo stesso nel matrimonio. Possiamo fare corsi, leggere libri, ascoltare testimonianze di chi ha anni di matrimonio alle spalle, ma poi non basta. Il matrimonio, come la fede, è fatto di relazione. Il matrimonio si conosce facendone esperienza. Non è la stessa cosa leggere in un libro che il matrimonio è fatto di un amore incondizionato e gratuito e farne davvero esperienza. Ciò che mi riempie il cuore non è la conoscenza ma è l’esperienza. L’esperienza di tutte le volte che Luisa mi ha accolto nelle mie povertà e miserie. Le volte che mi ha amato e basta, che lo meritassi o meno.

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Post coitum omne animale tristis est

Non è vero che è tutto oro ciò che luccica. Oggi cercheremo di dare una motivazione strettamente umana all’importanza di vivere il sesso all’interno di una relazione affettiva stabile e duratura. Perché solo così può essere un’esperienza davvero bella e appagante. Anche dopo, una volta finita.

Viviamo in una società ipersessualizzata che ci fa credere che fare l’amore sia un’attività bella e piacevole sempre. Basta essere consenzienti e farlo con chi ci piace. La pornografia ci insegna come la riuscita sia solo questione di misure e di tecnica. Come in ogni altra prestazione fisica o sportiva. Ma poi accade qualcosa che ci riporta alla realtà. Che ci dice che forse siamo fatti diversamente. Accade sovente che dopo avere avuto un rapporto fisico tante persone riferiscono di sentirsi tristi. E non dovete sentirvi strani se vi accade. Semplicemente non se ne parla ma è molto comune. Perché accade questo?

È una sensazione che riguarda maschio e femmina da sempre. Pensate che addirittura gli antichi romani avevano coniato un modo di dire riferito proprio a questo stato emotivo: “post coitum omne animal triste est” (“dopo il coito, ogni animale è triste”). Questo dimostra che non dipende da ciò che insegna la Chiesa. Non è una sensazione che nasce dalla nostra morale e dal nostro bigottismo che ci insinua sensi di colpa, ma nasce dall”incompiutezza di quel gesto.

Non ci sono molte ricerche al riguardo. Però qualcuna c’è. Una in particolare è un po’ datata ma molto significativa. 20 anni fa è stato registrato che almeno la metà delle donne sessualmente attive nel Regno Unito sperimentava tristezza, elevata irritabilità, ansia, malinconia o senso di colpa dopo aver avuto rapporti sessuali consensuali.

Il sesso illude

Il sesso catalizza tutta la nostra attenzione e tutti i nostri sensi. Nel nostro cervello ci sono strutture che si attivano durante il sesso e poi si “spengono”, generando uno squilibrio nelle emozioni. Pertanto, è probabile che una persona dimentichi i propri problemi durante l’atto sessuale e, dopo l’orgasmo, ritorni a uno stato di realtà che ricorda loro che sono ancora lì. I rapporti sessuali casuali e senza impegno aumentano questi sentimenti, poiché le emozioni negative vissute non trovano un luogo sicuro in cui esprimersi. Questo crea un vuoto maggiore nella persona, sia essa uomo o donna.

La delusione e la tristezza nascono dal senso di perdita di un’intimità emotiva profonda, ma che è durata un attimo; o ancora da un’intimità fisica così poco soddisfacente da lasciare un senso di lontananza remota, invece che di unione. È come se quell’incontro intimo ci avesse illuso di essere davvero in una comunione profonda con un’altra persona e poi una volta finito ci si ritrova soli come prima.

La tristezza post-coitale potrebbe essere quindi legata a una reazione chimica nel cervello o a sentimenti di vacuità dopo un’intimità fisica non supportata da un legame emotivo solido. Alcuni esperti suggeriscono che la chiave per evitare questo tipo di sentimento sia proprio quella di vivere l’intimità all’interno di una connessione più profonda e significativa, in cui l’atto sessuale sia solo uno dei tanti modi in cui due persone si esprimono reciprocamente amore e affetto. Questo approccio potrebbe portare a una maggiore soddisfazione e benessere emotivo anche dopo l’atto fisico, creando un ciclo virtuoso di connessione e felicità.

Che conclusioni possiamo trarre? Che come sempre la Chiesa non ci impone regole tanto per. C’è sempre una motivazione che coinvolge non solo la nostra fede ma la pienezza della nostra vita. Il sesso è fatto per rendere visibile, concreta e feconda una comunione più profonda e completa. La comunione dei corpi è vera quando esprime la comunione dell’intera persona fatta di anima, cuore, psiche, corpo, vita. Questo avviene in modo pieno nel matrimonio. Se viviamo quel gesto con persone con cui non abbiamo una relazione profonda non potremo che provare, una volta terminato, una nostalgia di una unione di cui abbiamo fatto esperienza per pochi minuti ma che non esiste.

Antonio e Luisa

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