Un regno poco visibile ma reale

Cari sposi, oggi l’anno liturgico si conclude. Che significa? Vuol dire che la Chiesa ci insegna a vivere il tempo presente nella prospettiva dell’eternità, della Vera Vita. Perciò, la solennità odierna ci ricorda che tutto è in mano al Signore e nulla di quanto accade Gli sfugge.

Eppure, è altrettanto vero che rivolgersi a Gesù dandogli del “Re, Sire o Maestà” non era lì per lì di Suo gradimento. In effetti, Gesù ha rifuggito ogni occasione in cui il popolo, intendeva proclamarlo re e sovrano di Israele, essendo un titolo sconveniente ai fini della comprensione autentica del Vangelo. Tuttavia, il Suo non è un rifiuto assoluto perché come vediamo oggi, Cristo sa benissimo di essere re.

Ma vediamo più in dettaglio: quando Gesù accetta di definirsi re e in quali condizioni? Perché questo ci dice molto su come egli concepisce la Sua regalità. A ben vedere, Egli si fregia della corona reale nel momento di massima debolezza e umiliazione dal punto di vista umano. La scena che oggi la liturgia focalizza nel Vangelo è quando Lui è stato flagellato e coronato di spine, con un mantello e una canna in mano come scherno dei soldati. In tali condizioni pietose e strazianti fu portato davanti a Pilato.

Solo adesso Gesù può svelare la sua regalità: non certo durante la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro, la guarigione di Bartimeo o l’entrata trionfale in Gerusalemme… troppo facile e scontato.

Qualcosa di simile lo possiamo affermare della prima letture. Lì il profeta Daniele preannuncia il Messia esattamente in un tempo di grande sofferenza e persecuzione quale fu il regno di Antioco IV Epìfane nei confronti del popolo ebraico.

Come mai che la proclamazione dell’onnipotenza di Dio avviene per lo più nei momenti di insicurezza, di debolezza, di incertezza, di povertà? Sarà che aveva ragione Marx nel definire la religione una sorta di stordimento per alleviare il dolore e dorare la pillola?

O piuttosto che forse solo nella fede pura possiamo credere che il re del mondo sia davvero Cristo? Pare proprio così: è nella fede che riceviamo il dono di vedere oltre le circostanze nelle quali siamo immersi e che potrebbero facilmente confonderci o darci uno sguardo errato. Il Suo Regno pertanto è quanto mai vero e reale benché poco visibile a certi occhi sbadati…

Ma veniamo a voi sposi: quando e come vivete la regalità di Cristo? Magari tra chi legge ci sarà pure qualcuno dal sangue blu, imparentato con nobili casati… Questo non è affatto rilevante perché voi sposi partecipate per la grazia sacramentale della regalità di Cristo. Ma attenzione! Di questa regalità che abbiamo appena visto.

Ce lo spiega bene S. Giovanni Paolo II, il quale ha pubblicato l’Esortazione apostolica Familiaris consortio proprio durante la festività di Cristo Re, ha scritto: “Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell’edificazione del Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (Familiaris consortio, 49) e il Concilio Vaticano II osa molto di più nel dire: “La famiglia cristiana proclama a voce alta le virtù del Regno” (Lumen gentium, 35).

Ecco allora che voi sposi, similmente a Gesù, vivete la vostra regalità nella misura in cui tentate tenacemente di essere chiesa domestica, sebbene tutto ciò passi a volte da un apparente fallimento, tra sofferenze e problemi. Come Gesù ci ha dato la vita non tra applausi e premi, pure voi siete fedeli seguaci del Re quando vi amate con il Suo amore anche in mezzo a difetti e mancanze.

Cari sposi, abbiate fiducia che la grazia divina può attecchire e fruttificare in voi nonostante l’umana imperfezione ma a patto che i vostri cuori siano decisi e motivati nel lasciarvi guidare ed essere al servizio di Gesù, Re delle nostre vite e dei nostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio cristiano, il verbo regnare si declina in “servire”. Servire assume una duplice valenza. Mettersi al servizio del coniuge significa offrirsi con gratuità, mettendo l’altro al centro, come Cristo che lava i piedi ai discepoli. Questo servizio non è sottomissione, ma dono reciproco, una scelta quotidiana di amore che si rinnova nel dialogo e nel sacrificio. Al tempo stesso, servire vuol dire essere utili: contribuire alla crescita dell’altro, sostenendolo nelle sue fragilità e gioendo dei suoi successi. In questa prospettiva, il matrimonio diventa un luogo di santificazione, dove il servizio si trasforma in comunione e l’amore diventa riflesso dell’amore di Dio.

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Un Cammino di Rinascita: la scoperta di una sessualità santa

Ciao, sono Paolo, e voglio condividere con voi un pezzo importante della mia vita insieme a Grazia, mia moglie da nove anni. Abbiamo sei figli e una storia che ci ha fatto riscoprire il significato profondo del matrimonio e dell’apertura alla vita.

Quando ci siamo sposati, eravamo consapevoli che il matrimonio cristiano implica l’apertura alla vita. Tuttavia, inizialmente pensavamo che questo significasse semplicemente avere figli. Questa visione limitata ci ha portato a vivere momenti di difficoltà dopo la nascita del nostro secondo figlio, venuto al mondo a soli 14 mesi di distanza dal primo.

Accogliere i nostri primi due bambini è stato un momento di gioia immensa, ma presto le fatiche hanno preso il sopravvento. Eravamo stanchi e impauriti all’idea di avere altri figli. Ci domandavamo: “Perché Dio ci chiede questo? Non vede i costi, le difficoltà, la fatica di crescere una famiglia?

Abbiamo così iniziato a usare i metodi naturali, ma con una mentalità contraccettiva. Non li vivevamo come un’apertura alla volontà di Dio, ma come un mezzo per evitare nuove gravidanze. Questo atteggiamento non ha fatto che peggiorare la nostra situazione, portandoci infine a ricorrere al coito interrotto, una scelta che ha avuto conseguenze devastanti.

Una Crisi Profonda

Questa pratica, oltre a essere contro natura, ci faceva sentire infelici e insoddisfatti. Io mi sentivo frustrato, mentre Grazia si sentiva usata. Questo si rifletteva pesantemente sulla nostra relazione: io ero sempre più egoista, poco presente in casa, e le liti tra noi si facevano sempre più frequenti e pesanti.

La distanza emotiva tra di noi crebbe a tal punto che iniziai una relazione con un’altra donna. Questo tradimento, durato nove mesi, raggiunse il culmine quando sia mia moglie sia la mia amante rimasero incinte nello stesso periodo.

Queste due gravidanze non pianificate hanno aperto una ferita profonda. Dopo tre mesi, entrambe le donne hanno avuto aborti spontanei a una settimana di distanza l’una dall’altra. È stato un momento di grande dolore, ma anche di riflessione.

Ricominciare da Zero

Quei due bambini in cielo sono stati per noi degli angeli, strumenti che Dio ha usato per darci una seconda possibilità. Questo dolore condiviso ci ha spinto a rimettere in discussione tutto: il nostro matrimonio, la nostra fede, il nostro approccio alla vita. Abbiamo capito che l’apertura alla vita non è solo avere figli, ma lasciarsi guidare dal grande mistero dell’amore di Dio, anche nelle difficoltà.

Abbiamo riscoperto il valore del sacramento del matrimonio, un luogo dove Dio si manifesta e trasforma le fragilità in occasioni di salvezza. L’intimità coniugale non è solo il luogo dove si generano figli, ma un’alleanza in cui Cristo è presente, trasformando ogni gesto d’amore in un dono reciproco.

Una Nuova Vita

Tre mesi dopo questi eventi, Grazia rimase incinta di due gemelli, che sono nati esattamente un anno dopo gli aborti spontanei. La loro nascita è stata per noi un segno concreto della misericordia di Dio e della Sua fedeltà al nostro cammino di coppia.

Sul muro della nostra camera, dietro al letto matrimoniale, abbiamo posto un quadro con una frase del preconio pasquale: “O felice colpa che meritò un così grande Salvatore.” Questa frase ci ricorda ogni giorno che, attraverso le nostre fragilità, Dio può compiere grandi cose, trasformando il peccato in grazia e il dolore in redenzione.

Il Nostro Augurio

Oggi siamo consapevoli che vivere l’apertura alla vita ci rende più fedeli, più uniti, e più vicini al progetto che Dio ha per noi. Speriamo che la nostra testimonianza possa essere di aiuto a chi vive momenti di difficoltà nel matrimonio, mostrando che è sempre possibile ricostruire, quando ci si affida alla potenza dell’amore di Dio.

Con affetto,
Paolo e Grazia

Contraccezione e Matrimonio: Riscoprire l’Amore Autentico

L’avvento della pillola contraccettiva nel 1959 ha segnato un punto di svolta nella percezione della sessualità. Da quel momento, vivere il sesso indipendentemente dalla possibilità di procreare è diventato socialmente accettato. Tuttavia, la Chiesa cattolica, con il suo Magistero, ha mantenuto salda la sua posizione, ribadendo che la contraccezione non giova al matrimonio. Ma perché?

San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale trova nella donazione totale e reciproca la sua verità più profonda”. In questo contesto, l’enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI, pubblicata nel 1968, ha profeticamente descritto le “gravi conseguenze dei metodi di regolazione artificiale delle nascite”. Conseguenze che, allora, sembravano lontane, ma che oggi si rivelano drammaticamente attuali.

La formazione: un’urgenza per i cattolici

Una scena memorabile del film “Divorzio all’italiana” recita: “In amore non ci sono regole, ma il cuore… il cuore non mente mai”. Tuttavia, senza una corretta formazione, anche il cuore può essere sviato. La mancanza di educazione a una sessualità autentica rappresenta uno dei maggiori ostacoli per molte coppie. Senza una guida, sia i laici che i consacrati possono considerare la contraccezione come una soluzione praticabile, ignorando il danno che arreca alla relazione coniugale.

San Giovanni Paolo II, con la sua Teologia del Corpo, ci ha lasciato un tesoro inestimabile per comprendere come la sessualità sia parte del disegno divino. La mancanza di formazione su questi temi rischia di minare il solido insegnamento della Chiesa, portando molti a sottovalutare le conseguenze della contraccezione.

La contraccezione e le sue implicazioni

1. La donazione completa viene compromessa

La sessualità, spiega Papa Francesco in Amoris Laetitia, è un linguaggio che comunica amore e dedizione totale: “Ogni atto sessuale nel matrimonio dovrebbe essere aperto alla trasmissione della vita”.

Tuttavia, la contraccezione impedisce questa apertura, trattenendo una parte essenziale di sé. Un matrimonio non diventa più libero eliminando la fertilità; al contrario, si allontana dalla pienezza dell’unione. Il sesso, ridotto a ricerca del piacere, perde il suo significato più profondo e rischia di diventare vuoto e egoistico. Nel celebre film “La vita è bella”, Guido sussurra a Dora: “La tua presenza rende ogni momento eterno”. Analogamente, l’atto coniugale dovrebbe rappresentare questa eternità nella sua apertura alla vita.

2. Il corpo diventa un oggetto

Papa Paolo VI, in Humanae Vitae, aveva previsto: “Si potrebbe temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche contraccettive, finisca per perdere il rispetto per la donna”.

Oggi, questa profezia trova conferma in molte testimonianze di donne che si sentono usate, percependo il proprio corpo come mero strumento di piacere. La contraccezione non solo altera la dinamica della relazione, ma può anche ridurre il partner a un oggetto, privando il rapporto di rispetto e amore autentico. Un celebre dialogo di “Matrimonio all’italiana” illustra questa dinamica: “Mi hai usata come una cosa, e le cose si buttano via quando non servono più”. Un monito che invita a riflettere sull’importanza di riscoprire il valore dell’altro come persona. Il tutto è naturalmente aggravato dalla diffusione capillare della pornografia.

Un invito a riscoprire l’autenticità del matrimonio

Molte coppie, inizialmente scettiche, hanno scoperto che eliminare i contraccettivi dalla loro vita coniugale ha portato a una rinascita del loro rapporto. La condivisione della fertilità diventa così un simbolo di fiducia e apertura, un dono reciproco che rafforza l’unione. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Non possiamo fare grandi cose, ma piccole cose con grande amore”. Anche la scelta di vivere la sessualità in modo autentico e aperto alla vita è una piccola grande azione che costruisce l’amore coniugale.

La nostra testimonianza

In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Dopo un anno siamo tornati, con molta più consapevolezza e convizione, ai metodi naturali.

In conclusione, le parole di Papa Paolo VI risuonano come una chiamata alla riflessione: “L’autentico amore coniugale esige la pienezza e la generosità della donazione reciproca”. Solo abbracciando questa visione possiamo sperare in matrimoni più forti, uniti e fecondi e in una sessualità davvero appagante e vivificante.

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Un dolore non condiviso è un dolore sprecato

Un dolore non condiviso è un dolore sprecato

Un dolore non condiviso è un dolore sprecato”, recita Retrouvaille. Nella società odierna, dominata dall’apparenza e dai social media, nascondere le proprie debolezze è diventata quasi una necessità. Come coppie, spesso ci sforziamo di dare l’immagine che tutto vada bene, anche quando la realtà è ben diversa.

Sogni infranti e realtà quotidiana

Ci siamo sposati con le migliori intenzioni del mondo, desiderosi di coronare i nostri sogni d’amore coltivati durante il fidanzamento: non litigare mai, creare armonia tra di noi e con i figli che sarebbero nati.

Ma ben presto ci siamo scontrati con la realtà. Orari di lavoro incompatibili ci impedivano di trascorrere tempo insieme. Il poco tempo a disposizione lo passavamo comunicandoci le cose da fare in casa o con i figli, ma senza dialogo. Sembravamo estranei sotto lo stesso tetto.

Così, senza accorgercene, abbiamo costruito un muro trasparente di incomprensioni. La nostra relazione era diventata stanca e pesante, con litigi e conflitti frequenti, spesso per futili motivi. All’esterno, però, mantenevamo una facciata di perbenismo, da coppia perfetta.

Stavamo innaffiando un sottile rancore, un “non ti sopporto” crescente che ci faceva star male. Costruivamo il nostro rapporto come un castello di sabbia: apparentemente solido, ma destinato a crollare alla prima onda.

Il momento della svolta

Poi è arrivato quel benedetto momento. Consapevoli di aver naufragato il nostro matrimonio, con l’acqua alla gola, siamo approdati a Retrouvaille. Lì abbiamo ricevuto aiuto, desiderando riprovarci. Abbiamo riscoperto che quell’amore, che ci eravamo promessi, era vero. Era sepolto da una coltre di cenere, ma c’era ancora.

Grazie a Retrouvaille, abbiamo imparato a comunicare davvero. Ci sono stati dati strumenti pratici per riscoprire il dialogo e l’intimità, fondamentali per superare i conflitti.

Un cammino che continua

Oggi stiamo continuando questo percorso, tutt’altro che semplice, rimuovendo mattone dopo mattone quel muro di separazione. Stiamo lasciandoci alle spalle quella sofferenza che, però, non va dimenticata.

Quel dolore è prezioso. Ci ha umiliato, ferito e portato alla consapevolezza della nostra crisi. Ci ha obbligato a prenderla in mano, facendoci scendere dal piedistallo in cui ci eravamo posti. Ora siamo più sensibili verso quelle coppie che vivono le loro difficoltà, senza emettere giudizi o sentenze.

Un dolore fecondo

Il nostro dolore non è stato vano. È diventato fecondo, un dono per chi, come noi, cerca di ritrovarsi. Abbiamo imparato che non è una debolezza soffrire, ma non condividerlo lo è. Quando abbiamo scelto di condividere il nostro passato di crisi, abbiamo trovato la forza di rinascere.

Orazio e Cinzia – Retrouvaille

La differenza del e nel matrimonio

Nelle ultime settimane mi sono trovata, con mio figlio, a ripassare regole, definizioni e proprietà delle quattro operazioni matematiche. Quando siamo arrivati alla sottrazione, il termine differenza ha attirato la mia attenzione. Lo utilizziamo moltissimo nella vita quotidiana, in espressioni come “Che differenza c’è/fa?”, “Non capisco che differenza fa”, “Vogliamo fare la differenza”, “Non c’è alcuna differenza”, “A differenza di”, “La differenza tra te e me”, “Per me non fa differenza”, “C’è una bella differenza tra”, ecc …

Ma allora questa differenza, è solo il risultato di una sottrazione di qualcuno da qualcuno, di qualcuno da qualcosa o di qualcosa da qualcos’altro? È sempre e solo sinonimo del termine matematico “resto”? Oppure può essere qualcosa di più?

Sono convinta che la differenza, del e nel matrimonio, sia molto di più che il semplice risultato di un’espressione o di un’equazione. Nell’unione sponsale la differenza la fa il sacramento.

Non il semplice patto tra persone, quasi fosse un accordo esclusivamente economico, materiale e di comodo. È l’alleanza tra un uomo, una donna e Dio, tra un “noi” e “Lui”, tra “noi” e “Te”. Dove il “noi” non è semplicemente un “io+io” o un “tu+tu” ma un mistero di unione fisica e spirituale che riceve una benedizione enorme, duratura, forte. La differenza è Cristo!

La differenza è che “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18). La differenza è che “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (Gn 2, 18). La differenza è che io senza di te sono meno che io con te. La differenza è che insieme siamo più che “1+1”, siamo una potenza, una potenza non solo matematica ma di cuore, di corpo, di anima. La differenza è che un uomo e una donna diventano l’immagine dell’amore di Dio.

Differenza che senza la benedizione del sacramento troppe volte si sgretola, si spezza, si deteriora, si consuma. Insinuando dubbi che il matrimonio sia realmente una cosa bella, che vale la pena fare o per il quale vale la pena lottare. Rompendo le speranze di quanti ci credevano. Ferendo il cuore, non solo umano ma anche quello divino.  

Certo, potrete obiettare, anche sposi cristiani di dividono. Purtroppo accade, non possiamo negarlo. Ma siamo pienamente consapevoli di che cosa significhi “sposarsi in Chiesa”? Lo facciamo per convenzione sociale, per assecondare qualcuno o perché siamo autenticamente liberi e consapevoli della scelta? Sappiamo che senza la nostra partecipazione la Grazia non compie il miracolo? Sappiamo che senza la fede quella benedizione, non accolta nell’intimo, non può fare ciò che non facciamo noi? Come affermava Sant’Agostino: “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te “(Sermo CLXIX, 13).

Siamo, dunque, ancora convinti che “Non c’è alcuna differenza” tra un’unione esclusivamente umana ed una arricchita, abbellita, adornata dal divino? Davvero ci poniamo ancora la domanda “Che differenza c’è/fa?” tra un matrimonio civile e uno religioso? Siamo ancora del parere che “Per me non fa differenza”, basta che due persone si vogliano bene? Altrettanto, sappiamo essere misericordiosi e non giudicare, affermando che “La differenza tra te e me” è che siamo sposati in chiesa e voi no? Oppure che “A differenza di” io sono bello e bravo e tu sei brutto e cattivo? Non possiamo promuovere la Verità accantonando la carità.

Un caro amico sacerdote me lo ha ripetuto più volte che nel dire la verità del Vangelo bisogna sempre usare modalità adeguate e un atteggiamento mite e cordiale perché non sempre siamo pronti ad accogliere la verità nuda e cruda. E sbatterla in faccia provocherebbe l’effetto contrario. Questo non significa che dobbiamo tradire, sovvertire o travisare la Parola ma diffonderla con dolcezza perché “uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8).

Il più delle volte è l’esempio a dire più di mille parole. Quasi sempre fa più la testimonianza di tanti discorsi. Non solo perché “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” ma perché il Vangelo fatto carne tocca veramente i cuori. Anche quelli più induriti. Come magistralmente ha scritto San Paolo: “Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3, 22-24). La differenza, ben prima e ben più di noi, la fa il Signore. Noi possiamo farla se, e solo se, rimaniamo in Lui e noi il Lui. Il noi sponsale, il noi più grande, il noi più bello!

Fabrizia Perrachon

Fecondità oltre la fertilità

Un privilegio frainteso

Qualche settimana fa ho condiviso su Instagram lo stato di una ragazza che scriveva di quanto fosse stanca di leggere commenti di adulti ricorsi alla pratica dell’utero in affitto, i quali sostenevano che i loro figli erano felici. La ragazza sottolineava che bisogna aspettare che questi figli crescano e scoprano l’inganno che c’è dietro. Il giorno dopo, tra i vari commenti, ho trovato un messaggio di una mia cara amica: “Giorgia, ma dal nostro punto di vista privilegiato non possiamo dire nulla… e poi non c’è niente di male…”

Di questa frase mi hanno colpito due cose. La prima è la parola privilegio, come se noi fossimo al di sopra di altre coppie. Non è così! La seconda è l’espressione “non c’è niente di male”. Questo è un grande inganno.

I figli non sono un diritto

I figli sono un dono, per tutti!
I miei figli sono un dono per me, per mio marito, per i loro fratelli e per tutta la società.
I tuoi figli sono un dono per te, per tuo marito, per i loro fratelli e per la società.
I nostri figli sono un dono anche per quelle coppie che naturalmente non li possono avere.

I figli non sono una risposta a un bisogno.
I figli non sono un capriccio da soddisfare.
I figli non sono una merce.

Noi siamo cooperatori della creazione. Siamo creature, non creatori. Siamo noi stessi figli e siamo chiamati a guardare tutti come figli, essendo corresponsabili della crescita degli altri.

Fecondità e fertilità: due realtà diverse

Fecondità e fertilità non sono sinonimi. La fertilità è il dono di generare vita nella carne. Ripeto: dono. La fecondità, invece, è un atteggiamento. È il riconoscimento che il nostro amore ha un’origine divina ed è destinato a essere donato al di fuori di noi.

Essere fecondi ci richiama alla corresponsabilità: la nostra paternità e maternità vanno oltre i nostri figli. La mia prima responsabilità è verso il mio coniuge. Sono chiamata a farlo crescere, a farlo sentire più uomo e più padre, così come lui è chiamato a far crescere me, a farmi sentire più donna e più madre. Il primo “figlio” della coppia è il noi. È il donarsi reciproco che diventa sorgente di vita. Poi, insieme, ci apriamo al mondo là fuori, dove ci sono i figli, di carne e di cuore.

Educare alla fecondità

Si è smesso di educare e insegnare che si può essere fecondi e generativi anche senza avere figli naturali. Una grande testimonianza d’amore viene proprio da quelle coppie che non hanno figli, ma ci ricordano che tutto è dono! Bisogna ricordarsi che una coppia senza figli può essere feconda e generare vita, così come una coppia con figli può essere sterile, non feconda.

Se cadiamo nell’errore di pensarci privilegiati, rischiamo di credere che il compimento dell’amore di coppia sia avere dei figli. Non è così.

Una testimonianza personale

In molti articoli del mio blog ho scritto che è un privilegio avere Chiara come figlia, ma lo scrivo nell’ottica della sua Sindrome di Down. Ancora oggi, non mi capacito del fatto di essere stata scelta come sua mamma. Lei, con la sua vita e la Sindrome di Down, è un dono per me, per Cosimo, per la nostra coppia e per tutti quelli che incontra. Ma nessuno dei nostri figli è nato per riempire un vuoto; non sono stati un “bisogno”.

Come dice una coppia che conosco bene: “Non si diventa padri e madri per meriti sul campo. Non si ama per avere figli. L’amore non ha bisogno di giustificazioni; non perché dà la vita l’amore è buono, ma perché è buono che dà la vita!”

Fecondità oltre la fertilità

Ho cercato di affrontare questo tema con delicatezza, consapevole che non mi appartiene del tutto. Tuttavia, mi sento chiamata a condividere storie di fecondità oltre la fertilità. Ho scritto ad alcune coppie che per noi sono importanti. Le loro storie e testimonianze sono luce. Una coppia di amici mi ha risposto così:

Come abbiamo scoperto la fecondità matrimoniale? Bevendo da un calice amaro che ci ha permesso di scoprire la volontà di Dio per noi. Sì, avete letto bene: Famiglia lo siamo anche senza figli che portano il nostro DNA. Abbiamo aperto il nostro cuore ai giovani, prima in una Casa Famiglia, poi nel servizio al nostro oratorio. Essere genitori e famiglia per un oratorio è la cosa più bella del mondo per noi. Dio ha realizzato le nostre preghiere in un modo inaspettato e moltiplicato. Affidatevi a Lui.

Essere fecondi significa riconoscere che il nostro amore, che è dono, è destinato a essere condiviso. Che si abbiano figli di carne o no, la fecondità matrimoniale è una chiamata a generare vita e amore nel mondo. Ognuno può scoprire questa vocazione unica affidandosi alla volontà di Dio.

Giorgia e Cosimo

Amen all’Eucaristia: Accogliere la Grazia e Trasformare la Vita

Saulo è caduto nella polvere sulla strada di Damasco. Solo in quel momento, accecato dalla luce divina, ha potuto udire le parole di Gesù: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9,4). Parole che gli hanno chiuso il vecchio sguardo e, al contempo, gli hanno aperto una vista nuova, quella della fede. La sua caduta rappresenta un’esperienza che molti di noi conoscono. Spesso è necessario cadere nella polvere del fallimento, del dolore e dell’umiliazione. Solo così possiamo scoprire il nostro bisogno di Dio. Come scrive Sant’Agostino: “Il Signore si è chinato fino a noi per sollevarci, e noi, nell’umiltà, siamo chiamati a riconoscere la nostra fragilità” (Confessioni).

Anche io, come molti, ho dovuto assaporare la polvere dell’insuccesso. Solo così ho capito la mia debolezza e il mio bisogno di Cristo. Gesù lo sa, e proprio per questo ha scelto di farsi piccolo. “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse partecipare alla vita divina” (San Leone Magno). Si è fatto piccolo al punto da divenire una semplice particola. Così può entrare nel nostro cuore durante la Santa Eucarestia. Egli ci dona la vera forza, quella che non viene dal mondo ma dal cielo. Papa Francesco ci ricorda: “Gesù viene a noi non in forma maestosa, ma in un pezzo di pane, per essere parte della nostra vita, per condividere con noi la nostra umanità” (Evangelii Gaudium, 24).

Quando riceviamo l’Eucarestia, Gesù entra in noi con commozione e trepidazione, aspettando il nostro “amen”. Questo piccolo assenso è spesso pronunciato distrattamente. Tuttavia, ha un significato profondo. Significa accoglierlo nel nostro cuore e riconoscerlo come nostro Signore e Salvatore. San Tommaso d’Aquino scrive: “Nell’Eucarestia, Cristo si dona totalmente, ma attende il nostro sì per dimorare in noi. È un dono di amore che chiede di essere accolto” (Summa Theologiae, III, q. 73).

Quell’amen, così semplice, è il nostro lasciapassare per ricevere la grazia e tornare a casa trasformati. Non siamo più gli stessi quando accettiamo Cristo in noi. Siamo rinnovati, capaci di amare con un amore che va oltre le nostre forze. Come afferma San Giovanni Paolo II: “L’Eucarestia è fonte e culmine di tutta la vita cristiana. In essa, l’amore di Cristo ci rinnova, rendendoci capaci di amare come Lui ha amato” (Ecclesia de Eucharistia, 11).

Non dobbiamo illuderci di essere bravi o di poter amare davvero senza l’aiuto dell’Amore stesso, che è Dio. Senza di Lui, torneremo presto a mangiare la polvere delle nostre cadute e dei nostri limiti. Gesù ci avverte: “Senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15,5). Solo affidandoci completamente a Lui possiamo sperimentare il vero amore. Questo amore ci permette di amare il nostro coniuge, i nostri figli e i nostri fratelli con un cuore puro e sincero.

In questo percorso di fede, riconoscere la nostra debolezza è la chiave per aprirci alla forza di Cristo. San Paolo scrive: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.” (2 Corinzi 12,9). È nella nostra debolezza, nel nostro “mangiare la polvere”, che possiamo incontrare il Signore. Egli si fa vicino a noi, piccolo come una particola. È grande come l’Amore infinito che ci rinnova.

Quando diciamo “amen” all’Eucarestia, diciamo “amen” alla vita nuova che Dio ci offre, una vita che è capace di trasformare non solo noi stessi, ma anche le nostre famiglie e il mondo intorno a noi.

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Di che parliamo noi sposi?

Sal 14 (15) Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua. Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Questo è il Salmo proposto nella S.Messa odierna, come potete notare è piuttosto corto ma denso e racchiude in poche frasi tutta una vita di santità. Noi limiteremo la nostra riflessione ad una sola espressione: “dice la verità che ha nel cuore“. Essa non può essere estrapolata dal suo contesto, e quindi la evidenziamo ma tenendola sempre collegata alle altre espressioni, così come succede nella vita dei santi.

I santi sono coloro che hanno vissuto le virtù in modo eroico. Ogni santo è un’eccellenza in una virtù o in un aspetto particolare di essa. Tuttavia, anche le altre virtù sono state vissute e praticate nella sua vita santa. Per esempio non esiste un santo vergine che sia stato avaro, oppure un santo campione dell’umiltà che sia stato iracondo. Quindi anche noi prenderemo in esame solo un’espressione ma dobbiamo considerarla come un tassello di un puzzle.

Il nostro carissimo padre Bardelli ci ripeteva spesso il famoso proverbio: “la lingua batte dove il dente duole“. Stava parlando a dei giovani in cammino verso la scoperta dell’autentica verità sulla propria sessualità maschile o femminile, e ci mostrò la verità di questo proverbio facendoci notare come spesso la pornografia (con i suoi derivati come l’impudicizia) era entrata a pieno titolo non solo nella testa, ma anche nel costume e nei discorsi, come ad esempio nei modi di parlare, le allusioni nascoste dietro l’ironia, le risatine impure, le barzellette e così via.

Così c’insegnò a vivere la castità anche della lingua. Bastava misurare quanto quella impurità fosse presente nel proprio parlare. In questo modo, si poteva capire a che punto si stesse del cammino personale verso la virtù della castità.

Ecco quindi che l’espressione del Salmo che abbiamo preso in esame trova il suo giusto collocamento dentro la nostra vita di sposi.

Cari sposi, ognuno faccia verità su se stesso/a per poter cominciare quel bellissimo cammino di liberazione dalla schiavitù dell’impurità. E questo cammino renderà ancora più bello, vero e profondo il nostro rapporto sponsale. Esso arricchirà anche l’atto coniugale che è il gesto più intimo degli sposi. È quell’unione dei corpi che il Creatore ha pensato per noi.

Coraggio sposi, le nostre parole siano traboccanti dell’amore di Cristo che alberga nel nostro cuore così come ci insegna Gesù nel vangelo di Luca: “La bocca dell’uomo infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6,45).

Dipende da noi cosa vogliamo far sovrabbondare nel cuore. Buon cammino di purificazione.

Giorgio e Valentina.

L’amore si nutre nel rispetto

Dopo esserci soffermati sulla ambabilità possiamo iniziare oggi il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Un rumore…! Il mio diletto!

Eccolo, viene,

a salti per i monti,

a balzi per le colline.

Somiglia, il mio diletto, a un capriolo

o a un cerbiatto.

Eccolo, si è fermato, in piedi,

dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia tra le inferriate.

Dopo aver messo in chiaro i presupposti necessari per rispondere alla chiamata all’amore, al desiderio di amore della Sulamita, possiamo addentrarci nel secondo poema. Da queste prime righe traspare tutta la gioia, la sorpresa e l’emozione che l’avvicinarsi dell’amato provoca nella Sulamita. Arriva dai monti. Eccolo è dietro al muro.

La Sulamita ripensa ai momenti di intimità e complicità che già ha vissuto con lui. Momenti che hanno lasciato un segno indelebile nel cuore. Momenti che sono ricchezza messa da parte. Ricchezza da spendere nei periodi di aridità. Fare memoria della gioia per desiderare di viverla ancora. “La memoria dell’amore è una forza che spinge a camminare avanti, anche nei momenti di difficoltà” (Amoris Laetitia).

L’amato è immagine della giovinezza. Viene paragonato infatti ad un cerbiatto. La giovinezza, nell’amore, non si perde. Se ci prendiamo cura della nostra relazione, il nostro amore non diventerà mai qualcosa di vecchio e grinzoso. Non deperirà fino a morire. Resterà giovane per sempre. Come mi è capitato di vedere alcuni giorni fa. Ho incrociato, lungo la strada, una coppia di sposi anziani. Si tenevano per mano come due ragazzini. Il loro amore era ancora giovane, bello, vivo. L’amore dà forza, l’amore dà energia, l’amore è una spinta ad andare verso l’amata, a donarsi a lei.

L’amato, Salomone, non arriva faticando, arriva saltando su per i monti. L’innamoramento è così. Rende sopportabile e bella qualsiasi fatica. Questo innamorato non è però un predatore. Non è uno che si prende con la forza quello che vuole. È, al contrario, un uomo che, rapito dalla meraviglia di quella donna, si pone con grande rispetto innanzi a lei. Percepisce in lei un mistero grande. Percepisce in lei la sua stessa dignità regale. È una regina, è figlia di Re. È figlia di Dio. “L’amore non è mai qualcosa di imposto, ma sempre una scelta libera, rispettosa e attenta” (Mulieris Dignitatem)

Così, seppur stia bruciando dal desiderio di unirsi a lei, non entra d’improvviso. Non vuole violare la sensibilità di quella creatura tanto bella. Non vuole spaventarla. Allora non entra e aspetta dietro al muro che sia lei a chiamarlo. Guarda dalla finestra e attraverso le inferriate per riuscire almeno a vederla e a godere della sua vista. Lo fa per farsi presente. Tuttavia, attende che sia lei ad aprire. Aspetta che sia lei a chiamarlo al di là di quel muro che li divide. Quanto possiamo imparare, noi uomini, da questo atteggiamento di autentico rispetto di Salomone! Lo sposo del Cantico è maestro per noi. Siamo capaci di accostarci con lo stesso rispetto alla nostra sposa? Sappiamo attendere che sia lei ad aprirci il suo cuore e la sua intimità? La pazienza nell’amore è la dimostrazione più alta del rispetto che si può offrire all’altro (Sant’Agosino)

Ci impegniamo per renderci amabili e per ravvivare il fuoco dell’amore con una continua cura e attenzione verso la nostra sposa? La mettiamo al centro della nostra tenerezza? La tenerezza è l’amore reso tangibile, il linguaggio silenzioso che parla al cuore (Deus Caritas Est). Sono domande importanti da farsi e su cui riflettere. Noi uomini siamo molto diversi dalla donna. La donna ha bisogno di sentirsi amata, desiderata e curata per abbandonarsi all’intimità.

Noi uomini spesso pretendiamo invece di vivere l’intimità senza alcuna preparazione. Questo distrugge la relazione e umilia profondamente la donna. La fa sentire usata e non amata. Questo atteggiamento, poco rispettoso e che nulla ha in comune con l’amore, alla lunga provoca il deserto sessuale nella coppia. Lei si scoprirà arida. Non avrà più alcun desiderio di unirsi a lui. Lui cercherà altrove il modo di riempire il vuoto sessuale. Questa è la fine di tanti matrimoni. È triste dirlo. Questa è la povertà in cui tante coppie versano. Basterebbe poco per essere felici. Basterebbe nutrire quella relazione con un amore autentico.

Antonio e Luisa

Il fine non coincide con la fine

Cari sposi, sebbene ci troviamo nel bel mezzo dell’anno civile, oramai a un niente dal vortice natalizio, con tutte le feste, cene, saggi, regali… e l’estate con le ferie risulti un lontanissimo miraggio, per la liturgia c’è aria di fine. Infatti, domenica prossima la solennità di Cristo Re chiuderà il tempo ordinario per dare inizio all’attesa della Venuta di Cristo. Già da alcune domeniche quindi stiamo odorando questo clima ed oggi lo viviamo in modo particolare.

Gioia e Speranza

Tutto ciò non deve creare un senso di ansia bensì di gioia perché stiamo andando incontro alla Verità, a Colui che dà il senso ultimo alla nostra vita. Ci ricorda Papa Francesco:

Non è in primo luogo un discorso sulla fine del mondo, piuttosto è l’invito a vivere bene il presente, ad essere vigilanti e sempre pronti per quando saremo chiamati a rendere conto della nostra vita. […] La storia dell’umanità, come la storia personale di ciascuno di noi, non può essere compresa come un semplice susseguirsi di parole e di fatti che non hanno un senso. Non può essere neppure interpretata alla luce di una visione fatalistica, come se tutto fosse già prestabilito secondo un destino che sottrae ogni spazio di libertà, impedendo di compiere scelte che siano frutto di una vera decisione. Nel Vangelo di oggi, piuttosto, Gesù dice che la storia dei popoli e quella dei singoli hanno un fine e una meta da raggiungere: l’incontro definitivo con il Signore” (Angelus 18 novembre 2018).

Il Significato Sponsale

L’incontro con Gesù è visto nella Sacra Scrittura come un vero e proprio matrimonio; il libro dell’Apocalisse ce lo descrive come le nozze dell’Agnello (Cristo) con la sua Sposa (la Chiesa). Questo è l’orizzonte delle nostre vite e la liturgia ce lo ricorda, casomai il ritmo delle nostre giornate ce lo facesse dimenticare.

La Grazia del Matrimonio

Voi sposi avete ricevuto il dono del vincolo matrimoniale, questa grazia che rende presente in voi l’Amore di Cristo per la Chiesa. In effetti, avete già ricevuto l’anticipo, la caparra delle nozze definitive. Ecco allora che per voi questa liturgia vi sprona e vi motiva a fare memoria quotidiana che il dono ricevuto è da scartare e coltivare continuamente, senza mai darlo per assodato e scontato, una conquista da raggiungere di continuo.

Vivere il Regno di Dio

Cari sposi, il tempo presente è un regalo che il Signore vi concede per incarnare e mettere in pratica già da adesso il Regno di Dio. Chiediamo la grazia di saper cogliere ogni opportunità, per piccola che sia, che il Signore vi offre per essere riflesso di quel volto di Gesù che ama la sua Chiesa Sposa.

ANTONIO E LUISA

“Il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore”. Queste parole possono ricordare i momenti più difficili della vita matrimoniale, quando sembra che la luce della gioia e della speranza si spenga. Il cammino degli sposi è segnato da tribolazioni e incertezze, ma è proprio in questi momenti che si è chiamati a una fede più grande. La crisi può essere vista come un’occasione di purificazione e di rinnovamento, un invito a vegliare insieme, a sostenersi e a ricordare che la promessa d’amore fatta nel sacramento è una realtà che supera ogni oscurità. Il matrimonio riuscito non è quello che non viene toccato dal dolore e dalle incertezze, ma è quello dove gli sposi riescono a non smettere di credere che il loro amore, sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere più forte di tutto.

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«Cari genitori, a voi è affidato … abbiatene cura»

Proseguiamo a raccontare il sacramento del Battesimo in riferimento alla Chiesa tutta e alla Chiesa domestica in particolare. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati

Rinascere dallo Spirito: Il rito della vestizione

Il battezzato, dopo essere stato “denudato” e immerso nelle acque per rinascere dallo Spirito, viene ricoperto dalle nuove vesti di salvezza. Il sacerdote proclama:

«Sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna».

La chiesa domestica può vedere in questa monizione la riformulazione della promessa iniziale assunta nei riti di accoglienza.

“Nuova creatura e ti sei rivestita di Cristo”

Anticamente questo momento liturgico era molto visibile. Oggi dobbiamo immaginarlo: il bambino, dopo aver ricevuto un poco d’acqua sul capo, viene rivestito di una piccola vestina bianca che di solito è a modo di cappa.

«Che diremo dunque? … anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Romani 6, 1-4).

Se il battezzato è un bambino, la chiesa domestica accoglierà la nuova creatura rivestita di Cristo impegnandosi ad educarla nei sentimenti di Cristo Gesù del servizio e dell’obbedienza: «spogliò se stesso assumendo la condizione di servo», «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce» (cfr Filippesi 2,5-11).

“Questa veste bianca è segno della tua nuova dignità”

Questa veste è particolare poiché «né tarma né ruggine consumano» (Mt 6, 20).

La dignità di figlio di Dio è indelebile, nessuno potrà annullarla perciò si viene battezzati una sola volta. A questo punto l’assemblea potrebbe esclamare il suo stupore: «ossa delle mie ossa, carne della mia carne»! Sta partecipando ad un nuovo innesto in Cristo, sta dando alla luce un nuovo figlio di Dio. È uno stupore nuziale! Sì, perché il mistero della vestizione manifesta la grazia nuziale.

«Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,25-27).

“Con le parole e con l’esempio dei tuoi cari portala senza macchia per la vita eterna”

Quando Dio ad Adamo chiese dopo il peccato «dove sei?» la reazione fu il nascondimento. Adamo ebbe paura di Dio e della sua domanda, invece Dio avrebbe voluto mostrargli le conseguenze della sua scelta, il fatto che stava percorrendo la strada angusta e mortifera. Il battezzato, invece, è reso nuovamente la persona capace di rivolgersi a Dio e «affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: “Mi sono nascosto”. Qui inizia il cammino dell’uomo. Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell’uomo l’inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino umano» (M. Buber, il cammino dell’uomo).

La monizione liturgica della vestizione è l’invito a riprendere il cammino interrotto a causa del peccato originale. Ora il vecchio Adamo non c’è più, il nuovo Adamo-Cristo, il Primogenito, l’ha giustificato per farlo nuovamente dialogare con Dio, con l’altro e con il creato, e uscito dal nascondimento immetterlo sulla via del ritorno alla casa del Padre. La veste candida ci ricorda il cammino della vita che attende il battezzato: «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito» (Galati 5,25).

Fin quando, arrivati dalla grande tribolazione, rivestiti di queste vesti candide lavate nel sangue dell’Agnello, saremo accolti insieme alla moltitudine proveniente da ogni parte della terra, «non avremo più fame né avremo più sete, non ci colpirà il sole né arsura alcuna perché l’Agnello che sarà il nostro pastore ci guiderà alle fonti delle acque della vita e Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi» (Ap 7,16-17).

La luce di Cristo: il cero pasquale

Dopo la vestizione il sacerdote consegna il cero che uno della famiglia accenderà al cero pasquale.

«A voi è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che il vostro bambino, illuminato da Cristo, viva sempre come figlio della luce; e perseverando nella fede, vada incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli».

La realtà battesimale non è una benedizione che agisce esteriormente alla persona come la promessa di Dio ad accompagnare, ma è il rinnovamento interiore, sempre presente e certo di Dio, disponibile ad illuminare il cammino «dentro e fuori» per la visione della Realtà.

La chiesa domestica: cura e perseveranza nella fede

La chiesa domestica si prenderà cura della perseveranza del battezzato nel servizio e nell’obbedienza alla fede affinché, rivestito di Cristo e illuminato da Cristo, insieme ai santi, vada incontro al Signore che viene.

Don Antonio Marotta

Il matrimonio secondo Pinocchio /42

Cap XXXVI Finalmente Pinocchio cessa d’essere un burattino e diventa un ragazzo

Siamo giunti quasi alla fine del libro ed in questo capitolo si rivedono un po’ tutti i personaggi che hanno animato il racconto, quasi fosse una veduta aerea, una carrellata finale per vedere la sorte di ciascuno di essi.

Oggi ci soffermiamo sulla sorte infausta del Gatto e della Volpe, i cattivi irreversibili che compaiono come peccatori puniti. Pinocchio sembra trattarli quasi crudelmente, al contrario di ciò che fa con gli altri personaggi, con i quali, invece, si lascia commuovere.

Non sarà che il cuore di Pinocchio si sia così indurito da non provare più compassione anche per chi lo ha tradito, al punto da sembrare un atto vendicativo? Oppure questo atteggiamento nasconde un’altra verità dell’ortodossia cattolica?

Noi propendiamo più per la seconda senza forzare il testo a libro di teologia e senza nominare teologo ipso facto il Collodi. Però non possiamo escludere a priori che l’autore abbia voluto dare un messaggio educativo ai ragazzi, in una società in cui gli adulti sentivano forte la responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni.

Ad ogni modo, il testo ci rimanda al problema escatologico dell’Inferno, ossia la dannazione eterna senza possibilità di riscatto, di pentimento. Questo ci aiuta a riflettere su quanto sia importante ed urgente il tema della conversione.

Molti sposi manifestano i loro problemi di coppia rivolgendosi a diverse persone in cerca di aiuto, partecipano ad incontri, corsi di spiritualità, conferenze X o Y, pellegrinaggi, catechesi… e poi sono sempre a punto daccapo.

I nostri nonni ci hanno insegnato che a forza di mettere la polvere sotto al tappeto, dopo un po’ il tappeto si alza e fa la gobba. E’ inutile che nascondiamo i nostri problemi di coppia sotto al tappeto della spiritualità se non ci prendiamo cura del nostro NOI dentro le nostre mura domestiche.

Come accorgersi? Solitamente queste coppie (spesso più lei che lui, ma non è una regola) sono sempre alla ricerca di esperienza spirituali all’insegna del sensazionale, e li vedi al gruppo X e poi si stancano e vanno al gruppo Y, poi cambiano e vanno al movimento Z e poi ad un altro ancora…l’importante è che l’esperienza mi fornisca sensazioni forti che stordiscono per un po’ il malessere dentro la coppia, quando il giochetto non funziona più cambio esperienza.

Cari sposi, se vi accorgete che c’è da mettere mano alla relazione di coppia, se c’è bisogno che il meccanico metta le mani nel motore per ripararlo, bisogna che gli portiamo l’auto. Non possiamo dormire con le mani in mano aspettando che dal Cielo arrivi chissà quale Grazia, poiché chi dorme non piglia pesci.

Se si avverte il bisogno di recuperare il NOI della coppia (che è sacramento di Cristo) dobbiamo farlo subito. Domani è già troppo tardi. Dobbiamo prendere il toro per le corna, prendere il coraggio di mollare le esperienze sensazionali e concentrarci sul nostro matrimonio. I gruppi di preghiera, associazioni o movimenti che siano, non devono essere il tappeto sotto cui cacciamo la polvere della nostra relazione malata, devono invece essere al servizio della coppia; quando individuiamo l’esperienza ecclesiale che ci aiuta a diventare più santi nel matrimonio e a guarire le relazioni malate seguiamola con costanza.

La cosa più urgente nella vita è la conversione, prima che sia troppo tardi per tornare indietro come è successo al Gatto e la Volpe. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

L’amore si moltiplica

Test positivo, emozioni, paure (tante), un corpo in cambiamento, un cuoricino che cresce (e la pancia pure!), poi l’incontro, i primi giorni, le prime settimane di una nuova vita.

La maternità trasforma profondamente una donna, dandole il nuovo vestito di madre. Per me la vita ha acquistato un senso nuovo, profondo e inequivocabile, facendomi capire che l’Amore si moltiplica e che è meravigliosamente bello! Ma perché tanti dubbi se avere un figlio? Perché tante paure? Perché tante attese?” mi chiedevo, incantata dal frugoletto che avevo fra le braccia. Ogni coppia è unica, tuttavia la bellezza di ciò che stavo sperimentando staccava di gran lunga qualsiasi paura o aspettativa.

Sì, ok, parliamone. La casa perennemente in disordine (ci ho fatto pace a fatica), i virus ormai non li contiamo più, la pianificazione familiare subisce trentacinque cambi ogni due giorni per imprevisti e incastri, il tempo va letteralmente rincorso e la Marta in noi prende spesso il sopravvento. Per non parlare di pannolini, lavaggi nasali, dentizione, sonno (quale?), scatti di crescita, pianti, cadute.

Visto che però non mi va di incrementare la denatalità galoppante, vorrei pure elencare la pienezza che c’è: risate tutto il giorno, giochi e canzoncine, un mondo di libri coloratissimi, prime parole e primi passi, un piccolo cucciolo d’uomo pieno di Amore incondizionato, nuovi ritmi lenti, sorrisoni, occhi pieni di vita e tenerezza infinita. Ma davvero c’è qualcosa di meglio?

Quando abbiamo scoperto di essere in attesa, eravamo sposati da poco più di un mese. Non abbiamo mai avuto intenzione di chiuderci alla vita, semplicemente non ne vedevamo il senso. Le aspettative con cui la società ‘carica’ la coppia che desidera un figlio sono innumerevoli: avete un lavoro stabile, a tempo indeterminato? Avete casa di proprietà? Avete un trio, la next, il tiralatte, almeno venti cambi stagionali, la palestrina, i giochi…? Avete, in buona sostanza, i soldi necessari?

In realtà, il bebè non ha bisogno delle migliaia di euro che siamo pronti a spendere. E non occorrono mille garanzie (che oggi ci sono, domani chissà). Quando arriva un bambino, si porta dietro lui stesso il necessario: faremo assieme passi mai fatti, troveremo soluzioni, scopriremo il favoloso mondo dell’usato, avremo ben più di quanto ci serve. C’è solo da accogliere.

I figli sono benedizioni, frecce che riempiono faretre, meraviglie che ci mostrano il vero volto del Padre. Dai bambini abbiamo solo da imparare, e quanto! Il Signore chiama alla vita, Lui stesso provvederà ai suoi figli. “Noi restiamo accoglienti” – ci dicevamo – “ma tu pensa al resto!”.

La paura è il freno principale, un vero freno a mano. E così, di paura in paura, gli anni passano, il desiderio soffoca, la fertilità cala. Salvo poi, un bel giorno, svegliarsi con l’urgenza di far figli perché, ebbene sì, è tardi! Il fisico non è più giovanissimo, la fatica si avverte maggiormente. Magari si scopre un problema di infertilità di coppia, che mai si sarebbe potuto immaginare.

Ecco, non possiamo saltare di paura in paura. Dalla paura di fare figli alla paura di doverli crescere, dalla paura di consegnarli ad un mondo mezzo matto alla paura di non dargli gli strumenti necessari… Non si vive di paura.

Non possiamo passare la vita a mettere pezze sui vari squarci che si aprono nel nostro Matrimonio o nella nostra genitorialità. O si fa un vestito nuovo oppure il vecchio alla fine cederà – Gesù lo spiega molto bene.

Sinceramente non so quanto le parole siano utili per fugare ogni timore: certamente servono le Sue. La preghiera, soprattutto di coppia. Tuttavia, voglio portare un pizzico della mia esperienza: avere un figlio va oltre ogni possibile paura e immaginazione. Anche nei giorni che sembrano infiniti, a sera si arriva e neanche troppo male. È un viaggio senza fine in noi stessi ma quello migliore. Non c’è nulla che possa eguagliare la gioia di una paternità e maternità, perché è una condizione che davvero ci avvicina al Creatore.

Non mi capacito che sia esistito un tempo in cui mia figlia non c’era: semplicemente perché un figlio ci parla di Eterno, di Dio! La scienza può spiegare come si moltiplicano le cellule e come procede una gravidanza – ma non potrà mai spiegarci perché accade. Ci sono leggi preesistenti che può soltanto studiare, non dettare. Quel che fa è prenderne atto, chiarirle, dare un nome ad ogni cosa e basta. Perché un cuore inizia a battere, questo trova senso solo nella fede. Perché l’unione fra uomo e donna è generativa, anche.

Goccia di Cielo” nasce dal voler raccontare, in parole semplici, ad ogni bambino, che è stato pensato da Dio ben prima di babbo e mamma. Che è amato da sempre. Che ha, in sé, la nostalgia di Dio. È un albo illustrato splendidamente da Ilaria Pasqua, di cui ho curato testo e impaginazione: una piccola perla che, spero, potrà essere sfogliata con gioia da tanti bimbi e dai loro genitori. La genesi di questo lavoro è racchiusa in tutto quello che ho scritto sopra: la bellezza di scoprire il mondo dei piccoli, da mamma.

Da martedì 12 novembre potete trovare “Goccia di Cielo” in libreria o su Amazon (e sfogliarne un’anteprima sul sito della Mimep-Docete, la casa editrice!).

I nostri figli sono, prima di tutto, figli di Dio. Noi abbiamo la responsabilità di crescerli, ammirarne lo sbocciare e vederli spiccare il volo, facendo il meglio che possiamo con ciò che abbiamo. E sì, questa è una missione davvero speciale.

Giada (Ne senti la voce)

Per farla crescere così, ci sono voluti anni di cura e attenzione

C’è un modo per raccontare la bellezza e la profondità del matrimonio a dei bambini, ai nostri figli? Ci ho provato. Se impariamo ad amare così esercitiamo davvero la nostra regalità battesimale e quindi possiamo benissimo considerarci dei re e delle regine.

C’era una volta, in un regno lontano, una giovane principessa di nome Alba, famosa per la sua bellezza e la sua grazia. Quando compì vent’anni, suo padre, il re, decise che era giunto il momento di trovarle un marito. Tra i nobili del regno, il re scelse Davide, un giovane conte che, pur non appartenendo alla famiglia reale, era noto per la sua intelligenza e il suo aspetto affascinante.

Al primo incontro, Alba e Davide provarono una forte attrazione reciproca: lui rimase colpito dal sorriso luminoso della principessa, mentre lei fu affascinata dal suo sguardo profondo e dalla sua figura elegante. Anche se non era ancora amore, tra loro vi era una scintilla che rendeva piacevole la compagnia dell’altro. Alba si sentiva emozionata al pensiero di rivederlo, e Davide, non appena le era vicino, sentiva il cuore accelerare. Entrambi, però, erano consapevoli che la loro attrazione, seppur forte, non era sufficiente per sostenere un matrimonio duraturo.

Qualche giorno prima delle nozze, Alba ebbe una lunga chiacchierata con Ennio, il vecchio giardiniere del palazzo, che conosceva da quando era bambina. Il giardiniere la vide pensierosa e le chiese cosa la turbasse. Alba gli raccontò delle sue emozioni contrastanti: sentiva una forte attrazione per Davide, ma non era sicura di cosa volesse dire davvero sposarlo e condividere la vita con lui.

Ennio sorrise e, indicando una rosa nel giardino, disse: “Vedi questa rosa, mia cara principessa? È bellissima, e sicuramente all’inizio la sua bellezza può conquistare chiunque la osservi. Ma per farla crescere così, ci sono voluti anni di cura e attenzione. Ogni giorno mi sono preso cura di lei, proteggendola dal freddo, irrigandola e tagliando via le parti appassite. Così è il matrimonio: non è un fiore che sboccia per caso, ma una scelta quotidiana, un impegno costante, che trasforma l’attrazione iniziale in qualcosa di duraturo e prezioso.”

Le parole di Ennio rimasero nel cuore di Alba, e quando il giorno delle nozze finalmente arrivò, lei e Davide si scambiarono le promesse con la consapevolezza che l’attrazione da sola non sarebbe bastata. Decisero di affrontare il matrimonio come un impegno reciproco, una scelta di costruire qualcosa insieme.

Nei primi anni di matrimonio, ci furono momenti di gioia e momenti di difficoltà, giorni in cui la scintilla iniziale sembrava essersi affievolita e giorni in cui, attraverso piccoli gesti, la ritrovavano. Davide imparò a rispettare le passioni di Alba, e lei apprezzò la gentilezza e la pazienza del marito. Col tempo, la loro attrazione si trasformò in un affetto profondo e in un amore che non dipendeva più solo dalla bellezza o dalle emozioni di un momento.

Un giorno, ormai anziani, Alba e Davide passeggiavano nei giardini del palazzo, ricordando i loro primi incontri e la freschezza dell’attrazione giovanile. “Ricordi, Davide?” disse Alba. “Quando ci siamo incontrati, c’era qualcosa di speciale tra di noi, ma mai avrei immaginato quanto sarebbe diventato profondo con il passare del tempo.”

Davide le prese la mano e sorrise: “È stato l’impegno, giorno dopo giorno, a renderci ciò che siamo. La nostra attrazione è stato il primo seme, ma l’amore è nato dal cammino che abbiamo fatto insieme.”

E così, nel regno lontano, la principessa Alba e il suo principe vissero felici per molti anni, ricordando a tutti che l’amore e il matrimonio non sono solo scintille iniziali, ma una scelta e un impegno che, se curati con dedizione, possono fiorire e durare nel tempo.

Antonio e Luisa

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Nella salute e nella malattia. Quando l’amore sponsale è chiamato a qualcosa di più

Una formula solenne che va oltre le parole

Chiunque abbia assistito a un matrimonio cattolico conosce la formula dello scambio delle promesse, in cui gli sposi dichiarano:

«Io accolgo te [nome], come mia/mio sposa/sposo. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita».

Tuttavia, spesso la forte emozione di quel giorno rischia di ridurre questa formula a parole ripetute meccanicamente. In realtà, queste frasi contengono un impegno profondo e rivoluzionario che merita tutta la concentrazione e la preghiera possibile, perché un giorno “nella malattia” potrebbe bussare davvero alla porta.

Un’esperienza personale: quando l’amore diventa sostegno concreto

Recentemente, mi sono fermata a riflettere su questo impegno grazie anche a un episodio personale. Un mese fa, un forte mal di schiena mi ha immobilizzata a letto per giorni. In quei momenti difficili, il supporto di mio marito è stato fondamentale: mi aiutava ad alzarmi dal letto, mi accompagnava in bagno, mi vestiva, preparava i pasti, e si assicurava che avessi tutto ciò di cui avevo bisogno. Questi gesti, che possono sembrare banali nella quotidianità, sono diventati la dimostrazione tangibile dell’amore che va oltre le promesse.

“Nella salute e nella malattia”: il vero metro dell’amore

Il supporto reciproco nei momenti di difficoltà è il cuore dell’amore sponsale. Se non c’è solidarietà quando uno dei due è vulnerabile, come possiamo affermare di essere una cosa sola? Gli acciacchi e le difficoltà, sia fisiche che psicologiche, mettono alla prova ogni coppia, e la tentazione di scappare è sempre in agguato. Tuttavia, la formula nuziale ci ricorda che la promessa viene fatta “con la grazia di Cristo”. Questa forza divina è ciò che ci permette di rimanere, di agire e di sostenere l’altro anche nei momenti più bui.

L’esempio di Maria sotto la croce

Il Vangelo di Giovanni ci mostra un esempio di amore autentico e perseverante: “Maria stava sotto la croce” (Gv 19, 25). È l’immagine dello stare presente, del rimanere nonostante il dolore. Questo è l’amore a cui ogni coppia è chiamata. La vita matrimoniale non sarà sempre una passeggiata; ci saranno giorni difficili e momenti in cui la tentazione di abbandonare sembra più facile. Ma rimanere è una scelta consapevole e coraggiosa.

Non un segno di debolezza, ma di forza

Restare accanto al proprio coniuge nella malattia o nelle difficoltà non è segno di debolezza, ma di forza. Significa agire per amore, senza rassegnazione. È una promessa che si realizza ogni giorno, anche quando le circostanze sembrano remare contro. È in quei momenti che la benedizione del sacramento del matrimonio ci dona un “surplus” di coraggio, di pazienza e di forza.

Una metafora dal passato: la leggenda del “barbuto” di Praga

Un’immagine potente di questa resistenza e unione nella difficoltà ci viene dal “barbuto” sul muraglione del Ponte Carlo a Praga. Quando le acque del fiume Moldava salivano fino alla sua barba, era segno che l’inondazione era imminente. Similmente, “con la grazia di Cristo”, gli sposi sono dotati della forza necessaria per affrontare insieme le prove della vita, non per fuggire, ma per superarle e uscirne ancora più uniti.

Conclusione: l’amore che cresce nella prova

Gesù ha detto: “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto” (Lc 6, 10). Questo principio è particolarmente vero nel matrimonio. Solo restando accanto al proprio coniuge nei momenti di fragilità, si riesce a godere appieno dei momenti di gioia e salute. Il matrimonio è una palestra in cui l’amore viene allenato, fortificato e reso più profondo proprio nelle sfide che la vita ci presenta. L’unione che si rinsalda nella prova è un “noi” che esce più forte. La promessa matrimoniale non è un semplice impegno, ma una scelta di vita che, sostenuta dalla grazia divina, diventa l’essenza stessa dell’amore.

Fabrizia Perrachon

Divorce regret. C’è chi torna indietro

Mentre navigavo in rete, mi sono imbattuto in un articolo intrigante che parlava di una tendenza sempre più diffusa chiamata “Divorce regret”: il pentimento per il divorzio. Questa realtà, resa popolare da casi celebri tra i VIP, sta prendendo piede anche tra le persone comuni. Ma cosa spinge davvero le coppie a separarsi e, dopo anni, a decidere di tornare insieme?

Tornare indietro: un cammino possibile?

Ho visto accadere qualcosa di simile anche a cari amici. Si arriva a una rottura dolorosa, ma con il tempo, e magari grazie all’aiuto di terapeuti e professionisti, alcune coppie riescono a ricostruire un legame. Le motivazioni? Spesso complesse e stratificate: dalla consapevolezza economica al desiderio di ritrovare un nucleo familiare stabile per il bene dei figli.

Una donna una volta confessò: “Pensavo di trovare qualcosa di più grande in un altro uomo. Ma dopo la passione iniziale, la quotidianità si rivelò la stessa di prima. Rimpiangevo il mio matrimonio, nonostante i suoi difetti, e avrei voluto avere la pazienza di affrontare le difficoltà.”

La tentazione di cercare l’ideale

In un momento di crisi matrimoniale, è facile pensare che altrove ci sia qualcuno di meglio: un partner che sembra rispondere ai nostri bisogni e sogni. E, oggettivamente, è vero: ci sarà sempre qualcuno più affascinante o più empatico. Ma se il nostro obiettivo è la ricerca infinita della perfezione, la nostra insoddisfazione non avrà mai fine. Quando ci sposiamo, la persona accanto a noi è quella scelta per condividere il cammino della vita e per crescere nella “palestra” dell’amore. Non è la perfezione che fa durare un matrimonio, ma la decisione quotidiana di lottare per esso.

Ricordi che non si possono cancellare

Ripenso ai momenti che hanno segnato la mia vita con mia moglie: la nascita delle nostre figlie, istanti irripetibili e di valore incalcolabile. Nessuna esperienza esterna potrebbe mai offuscare quelle emozioni vissute insieme. Il Piccolo Principe esprime perfettamente questa verità: “Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei sola è più importante di tutte voi… perché è la mia rosa.”

La ferita della separazione

Separarsi è doloroso perché implica la rottura di una connessione intima. Solo chi ha condiviso la propria vulnerabilità può sapere quanto possa ferire vedere i propri punti deboli usati come armi in un momento di crisi. È una delle realtà più difficili da affrontare e può lasciare cicatrici profonde. Eppure, per amare davvero, è necessario abbassare tutte le difese e donarsi totalmente, pur sapendo di rischiare.

L’amore vero richiede coraggio

Nonostante tutto, se tornassi indietro rifarei le stesse scelte. Amare significa essere disposti a essere vulnerabili, senza maschere e senza filtri. Forse è per questo che, dopo altre esperienze e riflessioni, alcune persone decidono di tornare sui loro passi. Capiscono che l’amore vero non è solo attrazione o complicità fisica, ma una connessione profonda costruita con fatica, perdono e comprensione reciproca.

In un mondo dove le relazioni sono sempre più volatili, il “divorce regret” può essere una lezione importante: prima di cercare soluzioni altrove, guardiamo con occhi nuovi alla nostra “rosa”, quella che abbiamo scelto di curare, giorno dopo giorno.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Diario dal giubileo. Niente Panico

Miracoli come Dio che risponde al coraggio rimuovendo gli ostacoli è la legge dell’amore. È l’amore che fa muovere gli atomi e la vita ti riserva dei regali che tu neanche immagini.

Siamo a metà novembre e il countdown per la prima domenica di Avvento è iniziato. “Niente panico,” come suggerisce la nuova hit di Ghali. Mentre scrivo al PC, questa canzone sembra descrivere perfettamente il momento. Non vi nascondo che è un periodo un po’ da sorridi e respira piano.

Siamo in pellegrinaggio per questo Giubileo e, come in ogni cammino che si rispetti, arriva il tratto di buio: la strada da percorrere nella notte, la notte delle notti, quella che vorresti rimandare anche se sai che fa parte della tappa. Un po’ come Gesù che da Betania torna a Gerusalemme. Questa tappa, sì, avete capito bene, è la nostra sorella morte.

Diventa una sorella quando iniziamo a conoscerla e a non temerla. La morte è come il buio: spaventa, ma si impara a vivere con coraggio, come nelle prove al buio dei campi estivi per ragazzi, dove si scopre che c’è sempre qualcuno che ti tiene la mano.
Perché scrivo di sorella morte? Semplicemente, mi sono accorta che è un mezzo per entrare ancora di più in relazione con il Padre. Quando temiamo di perdere qualcuno che amiamo, non corriamo forse subito a pregare? Quante volte chi è più lontano dalla parrocchia è proprio colui che ti chiede di pregare per qualcuno?

L’unica cosa che si può fare è rendere grazie per il miracolo che Dio sta operando. Ogni volta che opera nel segreto del nostro cuore, è un miracolo. La preghiera ha un duplice beneficio: sia per chi chiede, sia per chi riceve. Gli ostacoli sono le cose che ci teniamo dentro, e il Giubileo è un’occasione per dedicare del tempo a noi stessi e ascoltarci nel profondo.

Quest’anno, alcuni avranno l’opportunità di varcare la Porta Santa di San Pietro o quella di Rebibbia. Sì, il Papa ha deciso di aprire una porta santa anche nel carcere di Rebibbia. Nel mio piccolo, mi auguro che tante persone possano attraversare la Porta Santa con la speranza nel cuore, sapendo che dopo il buio arriva l’alba.

Alla prossima tappa del nostro pellegrinaggio. Vi aspettiamo, come sempre, nel nostro programma radiofonico su Radio Maria

Simona e Andrea

Il mantello diviso in due

Dal Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo è il Salmo proposto ieri nella memoria liturgica di S. Martino di Tours, quello famoso per il suo mantello. Una breve biografia di questo santo ci aiuterà a capire meglio una frase del Salmo.

Nel rigido inverno del 335 d.C. Martino incontrò un mendicante seminudo. Vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise col mendicante. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia. Il termine latino medievale per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all’oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

Concentriamo la riflessione sulla frase centrale : Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.

Il monte del Signore indicava il monte sacro sul quale vi era costruito il tempio santo del popolo di Israele, quello ove si conservava “l’Arca dell’alleanza”. Per noi ora è rimasta la simbologia di quel monte, ossia potremmo paragonarlo al Regno dei cieli, al Paradiso. Monte simbolico o no, poco importa, perché ciò che ci interessa sono le condizioni che il salmista detta, e cioè mani innocenti e cuore puro.

S. Martino ci è di un esempio lampante in questo: nonostante non fosse battezzato ha seguìto subito l’intuizione della coscienza, aveva certamente un cuore aperto al bene, ma non ha esitato a seguirne le indicazioni. E la frase di Gesù ci conferma che quel gesto fatto al mendicante, Gesù se lo sente fatto su di sé.

Cari sposi, molte volte il mendicante seminudo può essere il nostro consorte, e noi come agiamo di fronte a questa nudità? Si faccia caso che il mendicante non ha chiesto aiuto a Martino, però non ha rifiutato l’atto di carità. Inoltre, si faccia caso al fatto che Martino divida in due il mantello, non sarà un richiamo per gli sposi?

La grazia sacramentale ha il potere di trasformare ogni sposo nel S.Martino per la propria sposa e viceversa. Nell’amare il nostro coniuge non preoccupiamoci per il nostro mantello rotto a metà perché al risveglio S.Martino ritrovò ancora intatto il proprio mantello, dove non arriva la natura, interviene la Grazia di Cristo. Coraggio

Giorgio e Valentina.

Amore e amabilità: chiavi per un matrimonio felice

Prima di proseguire con l’approfondimento delle parole del Cantico (clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati), mi fermo un attimo su un concetto fondamentale che emerge da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita.

Dialogo verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro, tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo, che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Di cosa voglio parlare quindi? Dell’amabilità.

Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che esprimono l’amabilità: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi di esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principale degli sposi. L’amabilità non è meno importante. È il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata.

Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro? Quanto percepiamo che l’altro ha stima di noi?

Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bello o più bella per lui o per lei. Ciò non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro.

Significa arrendersi all’amore. Decidere per amore di cambiare se stessi. Io sono libero ed è l’amore che ho per quella donna che mi sta al fianco da diversi anni che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia, che sento per il dono di sé che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla, mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare le parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe sempre, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità.

Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare il nostro coniuge. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che ognuno di noi, nessuno escluso, si porta dentro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro.

La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividere oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro?

Se saremo capaci di essere amabili saremo anche belli, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate e affascinanti. L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma allo stesso tempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sé. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio, perché continuiamo a metterli in atto? È nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono, perché continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita, perché continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi capaci di correggere se stessi per amore.

Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo, non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Seconda riflessione. È importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio – che ci deve essere – di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare a ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Può essere anche la fede. Partecipare a pellegrinaggi e incontri. Ogni coppia trovi la sua attività preferita. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altra.

Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza, perché Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera insieme durante i quali cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altra. È bello pregare con te. È bello vivere insieme questo momento di spiritualità.

Papa Francesco in Amoris Laetitia dedica ben due punti all’amabilità. Il Santo Padre evidenzia come l’amabilità sia parte dell’amore e come permetta una relazione tra gli sposi fondata su uno sguardo positivo e benevolo dell’uno verso l’altra:

Amare significa anche rendersi amabili […] Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. […] Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».

Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. […] Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.

Quali sono i frutti dell’amabilità? Essenzialmente tre.

Continua ricerca l’uno dell’altra.

Lo sposo e la sposa del Cantico sono per noi modello di amore. I due giovani continuano a cercarsi l’un l’altra. Si perdono e si ritrovano. Anelano alla presenza e alla compagnia dell’amato/a. Perché è bello stare con lui, è bello stare con lei. La Sulamita cerca il suo Salomone non per una semplice attrazione fisica. C’è molto di più. Lui è tutto bello. Lui è amabile. Lui la fa sentire amata, protetta e desiderata. Lui è rispettoso della sua sensibilità femminile e della sua persona. Lei sa come accoglierlo. Lei sa come farlo sentire uomo. Non c’è desiderio di possedersi reciprocamente, c’è invece il desiderio di essere l’uno nell’altra, perché l’amore e l’amabilità li attraggono come magneti. Esercitare l’amabilità può essere impegnativo e a volte risultarci difficile. In cambio riceviamo però tantissimo. Otteniamo che l’altro ci cerca, ci vuole, sta bene con noi, ci desidera. Non è poco. Fa la differenza tra un matrimonio che dà gioia rispetto ad uno che si trascina stancamente. Quando ci pesa mantenere un certo atteggiamento o compiere un certo gesto, pensiamo che lo stiamo facendo per lei/lui e che poi sarà più contento di amarci.

Contemplazione del bello.

Quando in una coppia si è amabili l’uno verso l’altra, è più facile vedere nell’altro/a il bello. Si esalta il bello. Non ci si sofferma sui difetti. Non ci si lamenta di ciò che l’altro/a non è, ma si impara a godere del bello dell’altro/a. Nel Cantico è un continuo esaltare la bellezza dell’altro/a: Come sei bello, Come sei incantevole, I tuoi occhi sono come colombe. Una contemplazione dell’amato/a che è frutto del sacrificio d’amore, dell’esercizio sacerdotale di questi sposi, che si amano e sono capaci di farsi dono nel modo che l’altro/a desidera. Riflettere sulla nostra relazione è fondamentale. Stiamo vivendo nella continua lamentazione verso l’altro/a o stiamo godendo della sua bellezza? È una cartina al tornasole che può farci capire su cosa è improntata la nostra relazione. Smettiamo di lamentarci e iniziamo noi per primi ad essere più amabili verso di lui/lei. Può essere l’inizio per tornare a scambiarsi parole di stupore e di meraviglia e non le solite lamentele e critiche.

L’unicità.

Esisti solo tu. Il giglio nelle valli. Il melo nel bosco. Tutte immagini per affermare che lui è l’unico. Lei è l’unica. L’amabilità rende l’altro una persona unica. Gli altri, seppur bellissimi e affascinanti, non saranno mai come il mio sposo. Le altre non saranno mai come la mia sposa. L’esercizio di questo sacrificio d’amore ci può davvero rendere felici. Non desideriamo nessun altro/nessun’altra.

Dobbiamo esercitare il nostro sacerdozio in questo modo, per rendere il nostro matrimonio un giardino fiorito. La felicità della nostra relazione dipende da come entrambi (purtroppo uno non basta) ci impegniamo a diventare sempre più amabili verso l’altro/a. Avanti tutta! Il matrimonio non è a termine, per cui, se siete rimasti indietro, potete tranquillamente recuperare.

Antonio e Luisa

Un salto nel vuoto? Bastano 2 monetine

Cari sposi, i due protagonisti del vangelo sono da un lato la oramai nota categoria degli scribi e questa povera donna, una vedova che per vivere doveva mendicare. Si tratta chiaramente di due figure contrapposte.

Lo scriba rappresenta una persona, magari anche credente e praticante, che fa della ricchezza – ma ci sta anche qualsiasi altro bene – il cardine della propria sicurezza di vita. Cosicché la fede diventa una verniciatura esteriore ma nel proprio cuore ci afferriamo a degli idoli, uno di questi potrebbero essere i soldi, ma anche l’opinione altrui, la salute, la cultura, il proprio status, quel che dicono di me, ecc.

È pericoloso vivere in tale situazione perché ci si sta poggiando su basamenti vani, ma soprattutto ci si autoinganna perché si sta dedicando la vita a un ideale apparentemente buono ma, a ben vedere, intriso di vanagloria.

A questa categoria di persone, Gesù oppone la vedova anziana. Assieme ai bambini, agli orfani e ai prigionieri esse formano parte della categoria dei “poveri” per eccellenza, coloro che non possono vivere per conto proprio ma dipendono in tutto da altri. Così premiante era la loro situazione di vita che per soccorrerle la Chiesa ha istituito il diaconato e in seguito, nei primi secoli, le vedove andarono addirittura a comporre un “ordo”, vale a dire una categoria specifica nel corpo ecclesiale.

Gli spiccioli che essa getta nel tesoro erano quasi sicuramente due lepton, cioè monetine in rame o in bronzo e valevano la metà di un quadrante. Per formare un asse ci volevano 4 quadranti. Invece, 16 assi erano il valore di un denaro d’argento, ossia l’equivalente della paga giornaliera di un bracciante agricolo. Facendo le dovute conversioni, ad oggi un lavoratore agricolo viene remunerato al massimo sugli 80€ a giornata e così possiamo dedurre che il valore attuale di un lepton (o prutah in ebraico) sarebbe di circa 0,60 €. In conclusione, la vedova possedeva solo 1,20€ e tutto quello l’ha donato al Signore.

Da qui che l’elogio di Cristo vada alla sua fiducia incondizionata nella bontà dell’Altissimo, un gesto che nella storia della Chiesa sarà ripetuto così tante volte dai santi, da don Bosco, a Giuseppe Cottolengo, a Madre Teresa, a Gaetano da Thiene…

Quanto è importante per noi questo insegnamento! Difatti, o impariamo a vivere davvero, sul serio affidati al Signore, soprattutto quando le circostanze si mettono male oppure restiamo impiglianti nelle nostre misere certezze e, a conti fatti, non viviamo da figli ma da scribi calcolatori.

Che ripercussione può avere questa magnifica pagina evangelica sulla coppia? Si può concludere facilmente che i due spiccioli offerti alludano a voi sposi che avete scelto una via di donazione totale. In altre parole, nel momento in cui avete iniziato la vita assieme, la vostra donazione ha preso progressivamente tutto di voi.

Tutto vero ma io vorrei piuttosto sottolineare l’atteggiamento della vedova che sa scommette contro ogni calcolo umano ma solo per amore. In effetti, sovente nella coppia finché l’amore è corrisposto, se a tale gesto generoso e magnanimo del marito equivale una risposta altrettanto nobile della moglie, tutto fila liscio. Davvero i miei complimenti e auguri a tutte quelle coppie che vivono così!

Tuttavia, in molti altri casi ciò non succede. Abbondano situazioni in cui un coniuge deve remare da solo, per periodi più o meno lunghi, mentre l’altro è chiuso, si è allontanato o non è sensibile a quanto sta facendo il proprio consorte… sono i momenti in cui amare somiglia ad un apparente salto nel vuoto.

Che si fa? È qui che dobbiamo ricordarci della vedova che si fida, che si lancia comunque, che non fa più calcoli ma solo spera e attende tutto dal buon Dio. Sono questi i momenti in cui si inizia veramente ad amare e a vivere il matrimonio in Cristo.

Una cosa è certa: gli atti di amore vissuti apparentemente a senso unico in queste circostanze, fatte con lo spirito di oblazione che ebbe la vedova, non andranno mai persi e saranno fonte di grazie e benedizioni, secondo l’infinita Sapienza di Dio.

Dice Papa Francesco: “Panta hypomenei significa che sopporta con spirito positivo tutte le contrarietà. Significa mantenersi saldi nel mezzo di un ambiente ostile. Non consiste soltanto nel tollerare alcune cose moleste, ma in qualcosa di più ampio: una resistenza dinamica e costante, capace di superare qualsiasi sfida. È amore malgrado tutto, anche quando tutto il contesto invita a un’altra cosa. Manifesta una dose di eroismo tenace, di potenza contro qualsiasi corrente negativa, una opzione per il bene che niente può rovesciare” (Amoris laetitia, 118).

Perciò, nel 2024 si può vivere un matrimonio solido se si adotta lo spirito di questa anziana vedova, sapendo quindi scommettere sulla propria relazione di amore solo se radicati in Cristo, con un abbandono pieno nelle Sue mani provvidenti.

ANTONIO E LUISA

Quello che ha appena scritto padre Luca. Che ha compreso studiando le pagine del Vangelo e magari ha visto in famiglia o in tante coppie che ha incontrato in questi anni di apostolato e ministero sacerdotale, io l’ho compreso nella mia relazione con Luisa. Quando ho fatto esperienza dell’amore di Luisa in modo chiaro e forte? Quando mi ha amato anche quando io non lo meritavo. Quando la ricchezza dei nostri sentimenti non era al massimo ma anzi c’era un po’ di aridità. E lei ha lanciato quelle due monetine che le erano rimaste. Lì ho capito la grandezza dell’amore e del matrimonio in Cristo. Come le monetine della vedova nel Vangelo, l’amore donato nei momenti di aridità è il gesto più prezioso agli occhi di Dio. Concludo con una riflessione di don Luigi Maria Epicoco tratta da La forza della mitezza: Quando ci sembra che l’amore non ci basta, che la fatica ci assale, è proprio allora che siamo chiamati a fare il gesto più grande, quello di offrire l’amore pur nella nostra aridità, come la vedova che ha dato tutto. Questo è il vero amore in Cristo.

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Impatto della Pornografia sui Giovani e sulle Relazioni

Perché non si punta il dito contro uno dei principali colpevoli delle violenze sulle donne? Perché si accusa un fantomatico e astratto patriarcato senza andare al cuore del problema? Una delle principali cause di tutta questa vilolenza di genere è la diffusione capillare della pornografia. Anche uno come Rocco Siffredi, che della pornografia ha fatto un business, dice apertamente in un’intervista dell’anno scorso che la pronografia andrebbe vietata ai minori. Siffredi ha affermato: Perché hanno permesso la proliferazione di siti pornografici in rete accessibili e gratuiti, fruibili con facilità da ragazzini giovanissimi, trasmettendo loro messaggi distorti sulla sessualità?

Questa è una tematica complessa e urgente, connessa alla diffusione della pornografia e al suo impatto sulle relazioni umane e, in particolare, sulla violenza di genere. La tesi è chiara e provocatoria: la pornografia non solo stimola una visione oggettificante dell’altro, ma contribuisce a radicare dinamiche di possesso e dominio che, in alcuni casi estremi, sfociano in atti di violenza.

L’influenza della pornografia sulle percezioni di genere

Molti studi clinici e sociologici hanno cercato di indagare il legame tra consumo di pornografia e atteggiamenti violenti o oggettificanti. La pornografia, soprattutto quella più accessibile su internet, propone una rappresentazione ipersessualizzata, in cui la persona – spesso la donna – è ritratta come mero oggetto di piacere. Il professor Neil Malamuth, psicologo e ricercatore della University of California, ha condotto studi che dimostrano una correlazione tra l’esposizione ripetuta a contenuti pornografici e un aumento di atteggiamenti aggressivi e oggettificanti nei confronti delle donne, specialmente tra gli uomini con predisposizioni psicologiche preesistenti.

Questa tesi è supportata da ricerche che suggeriscono come la pornografia, attraverso un processo di “desensibilizzazione”, contribuisca a rendere la violenza percepita come normale o addirittura desiderabile. Nel 2018, uno studio pubblicato sul Journal of Communication ha analizzato come la frequente esposizione alla pornografia riduca l’empatia e aumenti la tendenza a percepire le donne come oggetti sessuali.

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo italiano, ha espresso opinioni molto critiche sulla pornografia, soprattutto in relazione all’impatto che può avere sui giovani e sulla loro visione delle relazioni. Crepet sostiene che la pornografia offra un’immagine distorta e superficiale della sessualità, priva di affetto, emozioni e reciprocità, trasmettendo un modello basato sulla mera gratificazione fisica. Questo, secondo Crepet, rischia di “anestetizzare” la capacità dei giovani di provare empatia e di sviluppare relazioni sane e significative. Paolo Crepet, ritiene che la pornografia, soprattutto se consumata in età precoce, possa influenzare negativamente la costruzione dell’identità sessuale e affettiva. Ha più volte sottolineato come la pornografia introduca nelle relazioni aspettative irrealistiche e modelli di dominio e sottomissione che ostacolano la comprensione del sesso come momento di condivisione e intimità autentica. In questa dinamica si assiste a una normalizzazione della violenza e a una progressiva perdita di rispetto per la persona.

Impatti psicologici e relazionali: dai giovani adulti agli adolescenti

Un aspetto allarmante riguarda l’età sempre più precoce con cui i giovani accedono alla pornografia, una problematica che spesso sottovalutiamo. Secondo l’indagine dell’Università di Padova, la maggior parte dei ragazzi di vent’anni fa un uso abituale della pornografia, e l’età media di esposizione è scesa a 12 anni. Questo significa che molti giovani costruiscono la propria visione della sessualità basandosi su modelli stereotipati e lontani dalla realtà, dove la reciprocità e il rispetto sono elementi assenti.

In questa direzione, diversi psicoterapeuti hanno sollevato preoccupazioni. Philip Zimbardo, celebre psicologo e autore di “Il declino dei maschi”, sostiene che i giovani uomini, esposti a una pornografia sempre più “disumanizzante”, sviluppano una visione distorta delle relazioni. Il costante accesso a contenuti pornografici, afferma Zimbardo, ostacola lo sviluppo di una sana intimità e predispone i ragazzi a un approccio utilitaristico nei confronti delle partner, dove il desiderio personale sovrasta l’empatia.

Questi effetti negativi non si limitano solo alle relazioni sentimentali, ma hanno conseguenze profonde sulla percezione del genere e sull’autostima degli stessi fruitori. La dottoressa Gail Dines, sociologa ed esperta di pornografia, ha studiato come il consumo di pornografia influisca sull’autostima delle giovani donne, le quali finiscono per adeguarsi a stereotipi che considerano normale essere oggettivate e sottomesse. In un suo intervento, ha affermato: “La pornografia ha effetti distruttivi, soprattutto sulle adolescenti, spingendole a imitare atteggiamenti stereotipati che vedono nei media, riducendo la propria autostima e la capacità di sentirsi apprezzate per ciò che realmente sono”.

Il consumo di pornografia e il rischio di violenza di genere

Se osserviamo le statistiche, i numeri confermano la serietà della questione. Secondo i dati ISTAT, oltre 650.000 donne in Italia hanno subito violenze sessuali gravi. La violenza di genere è quindi un fenomeno sistemico, e la pornografia sembra giocare un ruolo significativo nell’alimentare atteggiamenti di possesso e abuso.

Uno studio condotto dall’Università di Montreal ha esplorato come la pornografia incrementi il rischio di comportamenti violenti, specialmente in individui con scarsa stabilità emotiva e bassa capacità empatica. Questo legame è confermato anche dall’approccio terapeutico: molti psicoterapeuti notano che chi consuma frequentemente pornografia tende a sviluppare, col tempo, una minor capacità di riconoscere le esigenze dell’altro, sfociando in atteggiamenti manipolativi e, in alcuni casi, aggressivi.

La soluzione: educazione e consapevolezza

In conclusione, questo articolo sostenuto da studi seri ci invita a considerare il consumo di pornografia non come un innocuo svago, ma come una pratica che può alimentare atteggiamenti di violenza e dominio. Vogliamo questo per i nostri figli? Non arrendiamoci a questa povertà e iniziamo a proporre loro una modalità diversa, più bella, più ricca e più appagante. Parliamo loro di sesso come espressione di un amore fedele, come una modalità per donarsi e per accogliersi. Testimoniamolo prima che con le parole con la nostra vita. Non c’è nulla di più bello che vedere incarnato un amore autentico e incondizionato in papà e mamma.

Antonio e Luisa

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Perché il bacio di Klimt? La stessa bellezza del Cantico dei Cantici

Perché ho scelto questa opera come copertina della home page del blog? Mi è stato chiesto da alcuni. E credo che sia bello dare una risposta. Perché non è una scelta casuale o puramente estetica. C’è molto di più. Si tratta di un’opera che, a prima vista, sembra aver poco a che fare con un blog cristiano. Eppure c’è tanta verità. Come cerco di raccontare nei miei articoli non c’è contraddizione tra fede e amore naturale. Un uomo e una donna che si amano nella verità esprimono perfettamente il progetto di Dio e l’amore di Dio. E Klimt questo amore naturale lo esprime ai massimi livelli con una simbologia chiara.

Gustav Klimt non era noto per essere particolarmente religioso. Era sì cresciuto in una Vienna ancora profondamente cattolica ma non sembra avesse particolari contatti con ambienti religiosi. Tuttavia, Klimt era profondamente affascinato dal simbolismo e dall’idea del sacro come concetto astratto.

La sua opera pittorica Il bacio, dipinta tra il 1907 e il 1908, è uno dei capolavori più iconici dell’Art Nouveau e simbolo della rappresentazione dell’amore umano. L’opera esplora il tema della fusione amorosa in una forma avvolta da un’aura di sacralità e mistero, accentuata da una straordinaria ricchezza di simboli e colori. Osservata attraverso una lente cristiana cattolica, Il bacio si presta a un’interpretazione che rispecchia la visione dell’amore umano come riflesso dell’amore divino, un’unione che va oltre la mera dimensione fisica per toccare quella spirituale. Un po’ come avviene nel Cantico dei Cantici. Il bacio raffigura in una immagine piena di simbolismi la bellezza del Cantico. Anche se, ripeto, Klimt non era religioso, ma questa bellezza di un amore pieno l’abbiamo come desiderio del cuore. Siamo stati creati per vivere questo tipo di amore. E la nostalgia di amare e di essere amati così ci accompagna tutta la vita. Per questo il matrimonio è così bello! E’ una risposta a questa nostalgia.

Osservando quest’opera attraverso la lente del Cantico dei Cantici, il celebre libro poetico della Bibbia, emergono sorprendenti parallelismi che mostrano come l’arte e la Scrittura possano dialogare nell’esplorare il mistero dell’amore.

Il Cantico dei Cantici è un testo unico nella Bibbia, distinto per la sua espressione poetica e passionale dell’amore umano e divino. Lungi dall’essere un trattato teologico o morale, è un inno alla bellezza dell’amore tra un uomo e una donna, visto come riflesso dell’amore di Dio per il suo popolo. La sensualità celebrata nel Cantico e il linguaggio simbolico ricco di immagini floreali, giardini e momenti di intimità, trovano un’eco visiva nel dipinto di Klimt.

Nel dipinto, l’abbraccio della coppia è avvolto in un manto decorato con motivi geometrici e floreali che ricordano la descrizione del giardino e dei fiori presenti nel Cantico dei Cantici: “Come un giglio fra i rovi, così è l’amica mia tra le fanciulle” (Ct 2,2). Il prato fiorito su cui la coppia poggia, simbolo di fecondità e bellezza, evoca il giardino simbolico della Scrittura, luogo di incontro tra l’amato e l’amata, spazio di comunione e armonia. In entrambi i casi, l’ambiente naturale diventa teatro e simbolo di un amore che è puro e totalizzante.

La posizione dei due amanti nell’opera di Klimt, in cui l’uomo si piega verso la donna per baciarla mentre lei si abbandona con fiducia, richiama i versi del Cantico: “Mi baci con i baci della sua bocca!” (Ct 1,2). Questo verso esprime la profondità del desiderio e la bellezza dell’amore vissuto pienamente. Allo stesso modo, il dipinto di Klimt sembra fermare il tempo in un momento di connessione totale, una fusione delle anime oltre che dei corpi.

Il colore oro, dominante nell’opera, richiama l’idea di sacralità. Nel Cantico dei Cantici, il valore dell’amore è paragonato all’oro e a pietre preziose. L’uso dell’oro da parte di Klimt suggerisce che l’amore umano, pur essendo terreno, possiede un’essenza sacra. La luminosità dell’oro non è solo un ornamento estetico ma eleva la scena, conferendole una qualità divina e immortale.

La donna appare abbandonata e fiduciosa, con gli occhi chiusi e una lieve inclinazione del capo, mentre l’uomo, delicato ma deciso, accarezza e bacia la guancia della sua compagna. Questa postura si accorda con le parole dell’amata nel Cantico: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). È una dichiarazione di appartenenza reciproca, di amore che non conosce timore ma solo dono. Questo abbraccio è simile al simbolismo della unitas e della fides, fondamentali nel matrimonio cristiano: un amore che non solo si dona, ma accoglie con fiducia. San Giovanni Paolo II, nella sua catechesi sulla teologia del corpo, ha sottolineato che l’amore coniugale deve essere “libero, totale, fedele e fecondo” e nel dipinto di Klimt possiamo intuire la totalità e la dedizione presenti in un abbraccio che sembra eterno.

Infine, la fusione tra l’uomo e la donna, che sembrano diventare un tutt’uno, esprime visivamente la dimensione dell’amore perfetto, che è totale e indissolubile, come descritto nel Cantico dei Cantici: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6). L’opera di Klimt e il testo biblico condividono l’idea che l’amore sia una forza potente, capace di superare la semplice fisicità per entrare nella sfera del sacro, del divino. I motivi geometrici e i colori scelti da Klimt non sono casuali. I rettangoli sul manto dell’uomo e i cerchi e spirali che avvolgono la figura femminile possono rappresentare l’equilibrio tra la forza e la dolcezza, il maschile e il femminile, in una comunione che rispecchia la complementarità voluta da Dio.

In sintesi, Il bacio di Klimt e il Cantico dei Cantici convergono in un’esaltazione dell’amore umano come riflesso della bellezza e della sacralità dell’amore divino, esprimendo entrambi la pienezza e la forza di un legame che trasforma e trascende l’ordinario.

Antonio e Luisa

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La Bellezza del Matrimonio: Riflessioni dal Cuore

Sono passati due anni dall’ultimo articolo che ho avuto l’onore di scrivere per il blog di Antonio e Luisa. Non posso che esprimere gratitudine per il percorso condiviso. Antonio e Luisa sono stati una presenza costante. Prima come guida durante gli ultimi passi del fidanzamento e ora nel cammino quotidiano dei nostri primi anni di matrimonio.

Ricordo che, nel mio primo articolo, avevo l’intento di condividere periodicamente qualche riflessione sulla bellezza del sacramento del matrimonio. Volevo dimostrare che anche oggi, con tutte le sue sfide, il matrimonio cristiano rimane un’esperienza piena di significato e bellezza. Tuttavia, credo che Dio mi abbia voluto indicare una verità fondamentale. Prima di scrivere con sincerità sulla bellezza del matrimonio, occorre viverla. È necessario comprenderla nel profondo. Solo così, attraverso l’esperienza, posso offrire una testimonianza autentica.

Perché dunque è ancora bello il matrimonio cristiano nel 2024? Potrei elencare teorie o citare autori che ammiro. Tuttavia, scelgo di fare qualcosa di più personale. Questo è qualcosa che Carlo Acutis – il giovane beato che tanti di noi ammirano – avrebbe apprezzato. Lui, con le sue parole, ci ha ricordato che “tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Ed è proprio ciò che voglio evitare. Voglio parlare da originale. Voglio usare una voce che deriva dalla mia esperienza e dal mio percorso.

Il matrimonio è bello perché offre una compagnia autentica, un riflesso costante e sincero della propria anima. Attraverso il coniuge, che mi conosce nell’intimità della quotidianità, scopro ogni giorno aspetti di me. Sono cose che da solo non potrei vedere. Pregi e difetti diventano occasione di crescita. Mia moglie è quel riflesso, un dono di Dio che mi stimola a diventare una versione migliore di me stesso. Lo afferma anche papa Francesco in Amoris Laetitia: “Il coniuge diventa lo specchio della nostra interiorità, dove Dio si riflette e dove ci viene chiesto di amare e di migliorarci. L’amore coniugale ci aiuta a vedere il nostro io con occhi nuovi, ad accettare i nostri limiti e a lavorare su di essi” (Amoris Laetitia, 218-221).

Il matrimonio è bello anche perché mi mette accanto una persona diversa, dell’altro sesso, che con la sua femminilità complementare aggiunge una prospettiva differente e preziosa, arricchendo ogni momento di una bellezza unica. In questa complementarità tra maschio e femmina c’è la perfezione del progetto divino: Dio, nel crearci, ha pensato a tutto.

È bello perché è una vocazione alla comunione. In essa, scopriamo di non essere fatti per la solitudine. Siamo creati per l’unione indissolubile. Questo vincolo ci dà certezza e stabilità. L’indissolubilità del matrimonio, a lungo termine, è una fonte di forza e speranza. Ci dona la certezza che questo legame è destinato a durare. È destinato a crescere con noi e oltre noi.

Ai giovani, vorrei dire: vivete la castità nel fidanzamento, cercate la grazia di Dio nella preghiera e nei sacramenti. La bellezza che vi attende nel matrimonio è straordinaria, ma richiede preparazione e cura. Camminate nella fede, cercate testimonianze di coppie unite da anni, ascoltate chi vive con gioia e coerenza questa vocazione. Non accontentatevi di restare fermi. Impegnatevi a costruire una vita basata sulle virtù. Cercate esperienze che fortifichino la vostra capacità di amare e di perdonare.

Che ogni giovane, ma anche ogni adulto, possa trovare la gioia di vivere un matrimonio pieno. Che sia gioioso, e perché no, anche santo.

Andrea Belluschi

Un anno da blogger

Da diversi anni, ormai, tutti sentiamo parlare di blog e di blogger. La definizione che ne dà l’Enciclopedia Treccani online può aiutarci a capire meglio chi è davvero un/una blogger: “L’autore di un blog, ossia la persona che mantiene e aggiorna un (v.). Con la crescita della (v.), nell’ultimo decennio questa tipologia di scrittore ha goduto di un periodo di grande fortuna, tanto da essere considerata significativamente innovativa dal punto di vista della comunicazione e dei rapporti sociali. La semplicità con cui un b. può operare nella sua funzione è stato uno dei fattori che hanno portato alla diffusione a macchia d’olio della pratica del (v.). I b. riportano sul loro sito contenuti personali, informativi, discutono temi specifici e di attualità”.

A inizio novembre 2023, esattamente un anno fa, partiva la campagna di pre-ordine del mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”. Iimmediatamente, la nostra cara amica Simona Arcidiacono (anche lei facente parte della “squadra” di matrimoniocristiano.org nonché conduttrice su Radio Maria del programma “Dio che progetti hai per noi”) mi contattò sui social invitandomi a seguire un blog sul matrimonio.

Fu così che conobbi Luisa e Antonio e quest’ultimo, a stretto giro, mi invitò a scrivere per questo loro progetto così bello, così grande e già così collaudato. Fu per me una sorpresa – e insieme – un onore enorme ricevere immediata fiducia.

Oggi, dunque, posso dire che è trascorso il mio primo anno da blogger, un anno in cui sono cresciuta moltissimo. Ho imparato moltissimo. Ho conosciuto moltissimi fratelli e sorelle nella fede con disparati carismi.Tutti che lavorano nella vigna del Signore. Vogliono far scoprire al mondo quanto è bello amarsi in Cristo. È magnifico vivere l’autenticità della famiglia insieme all’essere cristiani. Si prova a essere testimoni di una resurrezione possibile. Questa resurrezione è vera e concreta, emergendo dalle macerie di una società sempre più sgretolata e sgretolante.

Che meraviglia poter far parte di tutto questo. Attraverso gli altri scopro cose di me che non sapevo. Scopro anche cose che avevo dimenticato. Questo è il sostegno reciproco. Provare a fare il bene gratuitamente, nella certezza promessa da Gesù: “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo” (Lc 6, 38).

Essere blogger non è un passatempo, per me. È un impegno verso il quale convoglio tutte le mie energie. So bene che sono in cammino, come tutti noi. Essere blogger non vuol dire impartire una lectio magistralis da chissà quale cattedra. Significa mettersi in gioco, per primi. Si invita a riflettere insieme, a pregare insieme, a costruire insieme qualcosa di bello. Vale la pena dedicare non solo cinque o sei minuti alla lettura, ma anche un tempo di qualità durante tutta la giornata, la settimana o, perché no, persino un periodo più esteso.

Quando scrivo un articolo, chiedo sempre ispirazione allo Spirito Santo. Egli mi guida nella scelta dell’argomento, del contenuto e della forma. Penso costantemente a quanti leggeranno le mie parole. So bene che impiegheranno momenti preziosi. Essere blogger, per me, è una cosa seria! E quando mi chiedono perché lo faccio, dato che a livello economico non ci “ricavo” nulla, rispondo che non è il riscontro immediato che mi interessa. Il poco che faccio sarà sicuramente vagliato dalla valuta più importante: quella del Cielo. Questa valuta non funziona con le logiche economiche a cui solitamente siamo abituati ma secondo il “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 7).

Il blogger cattolico, in ultima analisi, cerca di elevare i propri articoli dalle banalità e dalle volgarità che troppo spesso invadono i social. Lo scopo è fornire uno spunto e lanciare un sassolino per favorire la riflessione spirituale. Il blogger tiene ben in mente che anima e corpo, cammino spirituale e cammino terreno non sono dimensioni slegate o a se stanti. Queste dimensioni viaggiano costantemente assieme e quindi, come tali, vanno sempre viste in un’ottica d’insieme.

Al blogger cattolico, certo, serve una buona dose di coraggio. Deve onorare, innanzitutto, le Verità di fede. Questo, molto spesso, si colora d’impopolaritá. Va a scontrarsi con le logiche del mondo. Queste logiche non devono mai, e sottolineo mai, essere un freno, un deterrente, uno spauracchio. Bisogna andare oltre i like e gli apprezzamenti temporanei. Per quanto possano far piacere, non pagano nel lungo periodo. Bisogna cercare di portare la Parola a noi stessi e agli altri. Magari si può facilitare la sua applicazione nella quotidianità, ma senza mai stravolgerla o tradirla.

Quello che scrive un blogger cattolico, insomma, non è solo teoria ma anche pratica, per aiutare se stesso e gli altri e vivere un’esistenza più piena e autentica, più degna di svolgersi sotto il cielo ma con lo sguardo costantemente rivolto al Cielo, come insegnano San Giovanni Bosco e (l’ormai prossimo santo) Carlo Acutis.

Il blogger cristiano può fare la differenza. Sostenete ciascuno di noi in questa missione attraverso le vostre preghiere. Sentendoci reciprocamente parte di quella meravigliosa, unica famiglia che è la Chiesa Cattolica!

Fabrizia Perrachon

Imparare il matrimonio da Chiara ed Enrico

Chiara Corbella considerava il matrimonio come una via verso la santità. Era una scelta radicale. Richiedeva di vivere l’amore come dono. Questo era necessario anche quando le circostanze erano difficili e incomprensibili. Il suo esempio offre una visione del matrimonio che non si limita al semplice legame affettivo. Si apre all’idea di un amore totale. Questo amore accetta anche la sofferenza come parte del cammino verso la pienezza della vita cristiana. Chiara aveva compreso che il matrimonio è una promessa di amore incondizionato che si compie non solo nei momenti di gioia e benessere, ma anche nelle sofferenze e nelle difficoltà.

Ecco alcuni principi chiave che emergono dalla sua testimonianza e dai suoi scritti, che possono ispirare una visione del matrimonio centrata sull’amore autentico e la fiducia in Dio.

1. Amore incondizionato e accoglienza

Dio ci ha messo davanti a dei bambini che ci hanno portato verso di Lui, ed è con questa gioia che noi li abbiamo accompagnati fino alla loro morte.

Chiara ed Enrico hanno accolto ogni figlio come un dono di Dio. Anche quando hanno saputo che i primi due bambini, Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, avevano gravi problemi di salute. Sapevano che sarebbero vissuti solo per poco tempo. Hanno scelto di portare avanti queste gravidanze. Hanno accolto la vita dei loro figli, vedendo in loro la presenza di Dio, anche se per breve tempo. Questo è un esempio di amore incondizionato. Può ispirare le coppie ad accogliere l’altro con tutti i suoi pregi e difetti. Le coppie accettano anche le difficoltà e le sofferenze come parte della vita matrimoniale.

2. Sacrificio e donazione

Il Signore ci ha dato una missione nel nostro matrimonio: amarci e sostenerci, a costo di tutto.

Non è stato facile, ma Francesco valeva questo sacrificio. Dio ci ha chiesto di fidarci e noi ci siamo fidati. Abbiamo messo la sua vita prima della mia.

Chiara ha dimostrato un amore sacrificale nel modo in cui ha vissuto la sua malattia. Durante la terza gravidanza, ha scoperto di avere un tumore alla lingua. Ha scelto di rimandare le cure per proteggere la vita del figlio Francesco. Ha rinunciato a sé stessa per il bene di un altro. Questo tipo di sacrificio è un esempio concreto di come amare in matrimonio significhi donarsi per il bene dell’altro. Chiara e Enrico hanno vissuto il matrimonio non come uno spazio per realizzare se stessi. Lo hanno visto come un’opportunità per donarsi reciprocamente. E’ proprio questa scelta che ha reso il loro matrimonio realizzato e pieno. Nel dare la vita l’hanno trovata. E’ ciò a cui siamo chiamati anche noi.

3. Fiducia in Dio

Dio non toglie nulla, ma dona tutto. Quando sembra che ci chieda di rinunciare a qualcosa, è solo perché ci vuole donare qualcosa di più grande.

Chiara ed Enrico hanno attraversato situazioni estremamente dolorose con una fiducia incrollabile in Dio. Hanno affrontato le difficoltà affidandosi alla sua volontà, senza cadere nella disperazione o nel risentimento. Questa fiducia è un aspetto fondamentale del matrimonio cristiano. Si realizza quando entrambi i coniugi si impegnano a riconoscere Dio come fondamento del loro amore. Devono confidare nella sua provvidenza anche quando le cose non vanno come previsto. Chiara ha sempre detto che il Signore non toglie nulla. Quando sembra che lo faccia, in realtà prepara qualcosa di più grande.

4. Vivere il presente con gioia

La vita è bella non perché sia facile, ma perché è un dono, e Dio ci è vicino. Ogni giorno c’è qualcosa per cui ringraziare.

Chiara ha vissuto intensamente il presente. Non ha lasciato che la preoccupazione per il futuro la privasse della gioia di ciò che aveva davanti a sé. Questo atteggiamento è fondamentale in un matrimonio. Le difficoltà e le incertezze del futuro spesso possono mettere a rischio la serenità della coppia. Chiara ci insegna che vivere con fiducia e gratitudine ogni momento può portare una pace profonda e una gioia autentica.

5. Sostegno reciproco e comunitario

Nella preghiera insieme abbiamo trovato la forza di accogliere ogni cosa come un dono, anche ciò che non capivamo. Il Signore ci ha donato la grazia di amici che ci sono stati vicini con il cuore e con la fede.

Chiara ed Enrico si sono sostenuti a vicenda in ogni momento. Hanno pregato insieme e cercato la guida di persone di fede. Si sono anche rivolti ad amici che potessero aiutarli nel loro cammino. Questo aspetto sottolinea quanto sia importante per le coppie avere una comunità di supporto. È essenziale affidarsi a essa nei momenti di prova per ricevere sostegno. Inoltre, conforto e ispirazione derivano da una comunità solida. Il matrimonio non è un percorso solitario. Avere una rete di persone che condividono i valori cristiani è fondamentale per restare saldi nella fede e nell’amore.

6. Vivere l’amore come testimonianza

Se anche una sola persona si avvicina a Dio guardando a ciò che abbiamo vissuto, allora tutto questo dolore avrà un senso. Il matrimonio è una chiamata a essere luce, a mostrare la bellezza dell’amore che Dio ci ha insegnato.

Chiara e Enrico hanno vissuto il matrimonio in un modo che ha attirato molte persone. È diventato un esempio di fede e di amore per molti. Anche in un contesto di sofferenza, hanno continuato a testimoniare con la loro vita la bellezza dell’amore cristiano. Hanno dimostrato che il matrimonio può essere una vera vocazione e un cammino di santità. Il loro amore reciproco è stato profondo. Uniti alla fede in Dio, hanno creato una testimonianza che ha toccato profondamente il cuore di tanti.

7. Accogliere la croce con fede

La croce ci ha insegnato a fidarci di Dio e a darci l’un l’altro senza riserve. Quando accettiamo il dolore come parte dell’amore, scopriamo che la vera forza non è evitare la croce, ma portarla insieme.

Chiara ci insegna che ogni matrimonio avrà momenti di “croce”, cioè di sofferenza e difficoltà. Questi non devono essere visti come ostacoli. Bisogna vederli come opportunità per crescere nell’amore. Lei e suo marito hanno scelto di affrontare la croce con amore. Hanno trasformato la croce in un mezzo di unione e di crescita spirituale.

In sintesi

Il matrimonio di Chiara Corbella Petrillo e Enrico ci ricorda che l’amore coniugale cristiano non si basa solo su sentimenti o attrazioni. Si fonda su un impegno costante a donarsi reciprocamente. È un camminare insieme verso Dio.

Antonio e Luisa

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Hope. Siamo ancora in grado di sperare?

Siamo ancora in grado di sperare? Questa domanda sarà il cuore del 2025 e del prossimo Giubileo. Un Giubileo che, per chi vive quotidianamente Roma, può già apparire stancante per via dei lavori e del caos cittadino; tuttavia, a livello spirituale, meno male che c’è. Perché, in mezzo al trambusto dei cantieri e delle campagne mediatiche, spesso dimentichiamo che “l’essenziale è invisibile agli occhi.” Forse abbiamo perso l’abitudine di aprire il cuore alla Speranza.

La Speranza come virtù esiste da ben prima di questo Giubileo 2025, ma sembra che oggi ci siamo un po’ scordati di come si spera. Guardiamoci attorno: quante persone, persino andando a lavoro o partecipando alla Messa, incontriamo con lo sguardo triste e perso? Sono volti che non esprimono l’entusiasmo e la luce dei pellegrini in cammino, come simboleggiato dalla conchiglia del cammino di Santiago, così amata da Papa Benny XVI e rappresentata dalla mascotte di questo Giubileo, Luce. Sembrano invece attraversati da ombre, come se fossimo tutti affetti da una tristezza collettiva. Anch’io, tempo fa, mi sentivo così, con uno sguardo spento e malinconico.

Ma ciascuno di noi che sta leggendo queste parole sa, in fondo, che questo spazio è un modo per sentirsi più vicini, anche se distanti. Qui, ci rendiamo portavoce della Speranza. Quest’anno, desideriamo tenervi compagnia raccontando le esperienze che vivremo accogliendo i giovani pellegrini e condividendo, perché no, anche qualche catechesi. Approfittate di questo Giubileo per partecipare agli eventi diocesani in tutta Italia e, soprattutto, per varcare la porta del confessionale. Lasciate andare le ombre che oscurano il vostro sguardo e il vostro cuore. Siamo figli della Luce, e proprio come nei pellegrinaggi, troverete qualcuno che terrà la fiaccola accesa per illuminare il vostro cammino.

Ricordate: senza il buio, non ci sarebbe l’alba della Speranza. Coraggio, sentinelle del mattino. Nell’attesa di incontrarvi per le strade di Roma, vi diamo appuntamento nel nostro programma radiofonico su Radio Maria e tra le righe di questo blog.

A presto

Simona e Andrea.

A chi tocca la scelta?

«Non voi avete scelto me», dice il Signore, «ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». (Gv 15,16)

Questa è l’antifona alla Comunione che abbiamo sentito alla Messa di questi giorni. È una frase famosa. Gesù pronuncia questa frase in mezzo ad un discorso molto importante. In questo discorso c’è anche la parabola del tralcio e della vite.

Apparentemente sembra una frase ad effetto. Spesso ce la siamo sentita approfondire nelle predicazioni come un invito a gioire perché il Signore ci ha amati per primo. Ed in effetti è verissimo. Tuttavia, altrettanto spesso non siamo mai stati aiutati ad andare a fondo del suo significato.

Qualcuno si starà chiedendo come potremmo farlo noi, dal basso della nostra pochezza e per di più in un solo articolo da blog. Ed in effetti non ci tenteremo nemmeno. Vorremmo solo condividervi un piccolo affondo. Altri, più avanti nel cammino di noi, ci hanno aiutato a farlo.

Come sempre accade, la Parola di Dio ha un primo significato immediato. Tuttavia, questo significato serve da segno o simbolo per significati più profondi. Il più immediato si riferisce al fatto che in quel tempo erano i discepoli a scegliere un loro maestro/rabbino (oggi lo chiameremmo mentore, tutore, guida, padre spirituale), ed una volta scelto andavano praticamente a trasferirsi a casa sua, così da riceverne per osmosi di convivenza gli insegnamenti. Ed ovviamente non tutti i maestri erano uguali: c’erano quelli alla moda, quelli dei vip, quelli esclusivi, quelli più ricercati e quelli meno chic… ne abbiamo riprova nel fatto che S.Paolo si presenti come discepolo della scuola di Gamaliele, come a dire che la sua istruzione proveniva da un rabbino molto rispettato ed influente nella comunità, un po’ come esibire il certificato di laurea conseguita presso la prestigiosa università X.

Ora Gesù con quella frase si riferisce a questa pratica sociale del suo popolo, ma ne svela un significato più profondo. Non solo dice che è stato Lui a scegliere noi come oggetto del Suo amore, ma che ci ha costituiti affinché andiamo e portiamo frutto, ed il nostro frutto rimanga.

Molti sposi cristiani concepiscono il Sacramento nuziale solo come una benedizione da parte di Dio sul loro amore umano. È una sorta di parafrasi spirituale della concessione da parte del patriarca sulle nozze del figlio o della figlia. È simile a quando un organizzatore chiede il patrocinio del Comune o della Diocesi per un evento. Successivamente, si fregia di pubblicizzare l’evento come patrocinato da un ente prestigioso, mettendo in bella vista sul cartellone il logo.

Niente di tutto ciò si avvicina al Sacramento del Matrimonio, perché questo atteggiamento rivela che siamo ancora noi, carichi del nostro amore, gelosi del nostro amore umano, convinti che il nostro sia l’amore più bello di tutta la storia dell’umanità, a scegliere il maestro. In definitiva, con questo atteggiamento, i protagonisti siamo sempre noi con tutto il carico di superbia ed orgoglio che ci portiamo dietro.

Mentre invece, se è vera la frase di Gesù sopracitata, non siamo noi come coppia ad andare a scegliere il maestro, ma è Lui che ha scelto quella lei per amare quel lui e viceversa. Capite che così la frittata si capovolge, non siamo più noi i protagonisti del nostro amore col Signore che ci mette il suo patrocinio, ma è Lui che è protagonista dell’amore che ci scambiamo.

E’ come se noi prestassimo al Signore Gesù tutta la nostra femminilità per amare il nostro sposo e tutta la nostra mascolinità per amare la nostra sposa. E per farlo ci ha costituiti sacramento del Suo amore l’uno per l’altra.

Coraggio sposi, nel Sacramento nuziale abbiamo tutto il kit per amare il nostro coniuge di un amore che parli di un altro Amore.

Giorgio e Valentina.

La Sua Sinistra è Sotto il mio Capo e la Sua Destra mi Abbraccia

Proseguiamo la lettura del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e i due sembrano sfiniti dall’amore. Cosa significa? La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Sostenetemi con focacce d’uva passa,

ristoratemi con succo d’arance,

perché io sono malata d’amore.

La sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia.

L’amato

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle o per le cerve della campagna:

non destate, non scuotete dal sonno l’Amore,

finché non lo desideri!

Sostenetemi con focacce d’uva passa, ristoratemi con suc­co d’arance, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento di estasi. Sono probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sé, un momento di stordimento. Chiede di aver qualcosa da mangiare, perché si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e succo d’arance. Due immagini che rimanda­no all’amore. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Il suo è un amore che riempie e insieme consuma. Dona forza, ma al tempo stesso sfinisce. In una dinamica in cui l’unica medicina all’amore è l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi ab­braccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbando­nano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole, dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore con lui. In questo abbraccio silenzio­so possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. San Giovanni Paolo II commenta queste parole affermando che l’amore non è soltanto ‘fiamma ardente’, ma un amore che, per così dire, si struttura su una base indistruttibile di fedeltà e di donazione reciproca (Teologia del Corpo, Udienza del 13 giugno 1984). La mano sotto il capo è un segno tangibile di un legame duraturo. Il braccio che abbraccia dimostra che il legame va oltre la mera attrazione e si fonda sulla stabilità della relazione.

Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve della campagna: non destate, non scuotete dal sonno l’Amore, finché non lo desideri! Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gaz­zelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare, a quello erotico. Per tutta la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiu­ro, non svegliatela! Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta. Questa gioia è sensibile e scaturita dal nostro amore che si è fatto carne.

Queste nove righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che è più bello. È l’esperienza che due sposi possono avere nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di as­similare quel piacere appena vissuto! Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti esprime l’unità appena sperimentata. Questa unità sta riempiendo il loro cuore di gioia. Li colma di bellezza e di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno?

La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che l’amplesso fisico è un gesto voluto da Dio per noi. È il modo che Dio ha scelto affinché noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Commentando questi ultimi versetti Giovanni Paolo II dà anche una seconda interpretazione altrettanto bella. L’immagine della pazienza emerge quando l’amato esorta a non “destare” l’amore. Questo riflette il rispetto per i tempi e il mistero dell’altro. Il papa scrive: “L’amore non è qualcosa che si impone dall’esterno. Deve nascere dal cuore… richiede la capacità di rispettare l’interiorità della persona” (Teologia del Corpo, Udienza del 6 febbraio 1980). Il richiamo a non “svegliare l’amore finché non lo desideri” sottolinea che l’amore vero è un dono libero e consapevole. Non è qualcosa che può essere forzato o affrettato. Un forte richiamo al rispetto e alla castità. Lo riprenderemo in un altro articolo.

Antonio e Luisa

Vasi comunicanti

Cari sposi, oggi il Signore Gesù ha un insolito incontro con uno scriba. Questo scriba era “una sorta di laureato che aveva frequentato una scuola superiore, che aveva approfondito gli studi biblici, ma che poteva espletare anche le funzioni di segretario, di funzionario, di amministratore” come ci insegna Gianfranco Ravasi. Insolito perché non tira aria di polemica. Dal contesto si comprende essere un uomo alla ricerca. Ha la mente assetata di Sapienza. Vede in Gesù uno che poteva aiutarlo. Era un esperto biblista. Probabilmente sapeva a memoria i 613 divieti e precetti di tutta la Torah. Distinguendo bene tra i 365 negativi e i 248 positivi. Da Gesù, quindi, si aspettava un’illuminazione su come barcamenarsi in qu

In sostanza, cosa gli risponde Cristo? Stranamente rispetto ad altri incontri, Egli pronuncia una risposta “secca”. Fa una sintesi perfetta di una varietà così estesa di mizvot. Tutto si risolve nell’amare Dio e il prossimo.

Ma che significato ha questo in pratica? Camminare dietro a Cristo è andare verso una vita sempre più armoniosa e coerente tra tutte le sue sfaccettature, umane e spirituali. Mentre il male e il peccato creano divisione, confusione, complicazione, l’azione della Grazia unifica e aggrega ma senza appiattire o confondere.

Può accadere di diventare cristiani a “compartimenti stagni”, cioè persone in cui la fede ha toccato solo un po’ la mente o un po’ l’affettività o un qualche comportamento ma con lacune in altre parti della persona. E così, si potrebbe avere una certa mentalità cristiana ma poi trattare gli altri secondo l’andazzo del mondo, o essere molto onesti sul lavoro, con una sensibilità ecologica, ligi nei confronti dello Stato ma infischiarsene del valore della fede e della preghiera, e così via.

Gesù per mezzo dello Spirito riporta la persona umana a quell’ordine che aveva perso con il peccato e così scompaiono divisioni interiori e incoerenze di vita. Nella creatura nuova che Cristo vuol fare di noi non esiste divario tra l’amore a Dio e al prossimo, l’uno aiuta l’altro a crescere e a diventare concreto.

Ed ora si capisce bene come il matrimonio risulti un campo di azione magnifico per vivere questa azione amalgamante del Signore. Papa Francesco lo esprime così: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori” (Amoris laetitia 317).

Ossia, in coppia cristiana non si scappa e non ci si può mettere maschere su questo punto: amare Cristo passa dall’amore sponsale e l’amore sponsale o cerca Cristo come fine ultimo o si debilita nel tempo.

Cari sposi, possiate essere assetati di Verità allo stile di questo giovane scriba e come ha scritto Papa Francesco a suo riguardo: “Il Signore non cerca tanto degli abili commentatori delle Scritture, cerca cuori docili che, accogliendo la sua Parola, si lasciano cambiare dentro” (Angelus 31 ottobre 2021).

ANTONIO E LUISA

Vogliamo soffermarci solo su un versetto: Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici. Ecco il senso è tutto qui. Se non saremo capaci di partire dall’ascolto di Dio per arrivare all’amore autentico per il nostro coniuge non servirà a nulla ogni altra offerta ed olocausto. Saranno solo gesti vuoti, saranno inutili le nostre preghiere, le nostre devozioni, i nostri pellegrinaggi. L’amore è la sola cosa che conta. Il sacerdozio comune del battesimo abilita tutti i battezzati a offrire sacrifici a Dio. Noi sposi siamo chiamati a farlo in un modo unico. Vanno bene le nostre preghiere, le nostre piccole mortificazioni e i nostri fioretti. Va bene partecipare alla Santa Messa. Non basta! Abbiamo un modo solo nostro di vivere il sacerdozio. Rendere la nostra offerta a Dio attraverso il dono gratuito di noi stessi l’uno all’altro. Dono di tenerezza, di presenza, di ascolto, di servizio. Dono del nostro corpo attraverso l’amplesso. Tutti gesti sacerdotali e sacri.

Commemorare Amore e Perdita: Vedovi nella Messa di Anniversario

Ho ricevuto un messaggio che mi ha toccato. Una lettrice mi ha posto un quesito: Nella messa di anniversario dei matrimoni in parrocchia possono partecipare i anche i vedovi o le vedove? Nella sua parrocchia c’è una signora che avrebbe festeggiato 50 anni di matrimonio. Però, purtroppo, la morte del marito è giunta prima. Ora questa signora aggiunge al lutto della perdita anche il dolore per l’invisibilità della sua vita matrimoniale agli occhi della sua comunità parrocchiale. Il parroco non ha pensato a ricordare anche il suo matrimonio durante la Messa. Per lei questo è un dolore perché è come se vedesse cancellati tutti gli anni condivisi con suo marito.

La Chiesa è molto chiara. Si è espressa in diversi contesti e attraverso diversi pontefici. Sì, i vedovi possono partecipare alla Messa di anniversario del matrimonio in parrocchia. Anche se uno dei coniugi è deceduto, la Chiesa riconosce il valore e la sacralità del sacramento matrimoniale, che rimane significativo per chi è rimasto in vita. Partecipare a una Messa di anniversario offre al vedovo o alla vedova un modo di ricordare l’unione matrimoniale. È anche un’opportunità per pregare per l’anima del coniuge defunto e rinnovare la propria fede nel legame spirituale che continua oltre la morte. Con la morte cessa il vincolo ma l’amore resta.

Molte parrocchie offrono la possibilità di includere preghiere specifiche per i defunti durante la Messa. Questo fa sentire la presenza del coniuge defunto come parte della celebrazione. È un’occasione per la comunità parrocchiale di sostenere e confortare i vedovi nella loro memoria del matrimonio e nel loro cammino spirituale. Se il vedovo o la vedova desiderano partecipare attivamente, devono informare il sacerdote o il parroco. Possono suggerire eventuali intenzioni specifiche. Si possono includere preghiere particolari durante la liturgia.

So che alcuni non saranno d’accordo perché in tante parrocchie non si usa. Quindi è importante fornire le fonti di quanto affermo. I principali riferimenti magisteriali che riguardano la partecipazione dei vedovi alle celebrazioni legate al matrimonio, come una Messa di anniversario, sono legati al valore del matrimonio cristiano e alla dignità dei defunti nel contesto della comunità ecclesiale. Ecco alcuni testi rilevanti:

Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC): Il matrimonio sacramentale è un’unione indissolubile che riflette l’amore tra Cristo e la Chiesa (CCC 1617). Sebbene la morte ponga fine agli obblighi matrimoniali (CCC 2382), la Chiesa invita a pregare per i defunti e a ricordare i legami familiari anche dopo la morte (CCC 1689). Questo rende legittima e significativa la partecipazione dei vedovi a una Messa di anniversario matrimoniale, che celebra non solo il legame terreno, ma anche la dimensione eterna della comunione dei santi.

Esortazione apostolica “Familiaris Consortio” (1981) di Giovanni Paolo II: Giovanni Paolo II afferma che i vedovi “devono essere sostenuti spiritualmente e accolti con affetto dalla comunità ecclesiale” (n. 84). Anche dopo la morte del coniuge, il matrimonio rimane un’esperienza significativa che porta frutti spirituali, specialmente attraverso la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia.

Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia (1993): Il Direttorio italiano incoraggia la Chiesa a ricordare i defunti nelle celebrazioni matrimoniali e a integrare i vedovi nelle celebrazioni comunitarie. Le parrocchie sono invitate a celebrare momenti significativi come gli anniversari, che includono il ricordo del coniuge defunto, favorendo la preghiera e il sostegno alla persona rimasta in vita.

Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” (2016) di Papa Francesco: In Amoris Laetitia, Papa Francesco parla dell’importanza di sostenere coloro che hanno perso il coniuge. La comunità cristiana è chiamata a “offrire particolare vicinanza e conforto” (n. 253) ai vedovi, che trovano nel sacramento dell’Eucaristia una forza per vivere nella speranza cristiana.

Questi riferimenti indicano chiaramente che la Chiesa riconosce il valore spirituale di commemorare il matrimonio anche dopo la morte di un coniuge, e che i vedovi possono partecipare e trovare conforto nelle celebrazioni liturgiche legate al matrimonio.

Antonio e Luisa