Una sacra promessa

Quando parlo di mia moglie mi piace descriverla come la mia sposa. Alcuni mi prendono in giro dicendo che si tratta di un modo vecchio di parlare. Un modo di altri tempi, un modo un po’ bigotto. A me, al contrario, piace moltissimo. Sapete perchè? Perchè sposare deriva dal termine latino spōnsus che è il participio passato di spondēre che significa promettere. Ciò significa che Luisa è la promessa d’amore di Dio per me. Una promessa che investe la mia libertà di accoglierla e la libertà di Luisa di rinnovare il suo amore per me ogni giorno della nostra vita.

Capite la grandezza che c’è dietro tutto questo? Tutta la nostra relazione sponsale è una promessa. E’ la mia promessa per Luisa. La mia promessa che diventa vocazione. Attraverso la mia scelta d’amore, una scelta d’amore irrevocabile, che vale quando mi viene facile onorarla e anche e soprattutto quando mi costa fatica, posso vivere la mia vocazione. Cosa è la vocazione? E’ il nostro personale modo di rispondere all’amore di Cristo per noi. Io mi sento amato e per questo amo. Nella vocazione matrimoniale mi sento amato da Dio e restituisco questo Suo amore donandomi alla mia sposa. Per questo il matrimonio è amore incondizionato. Perchè ciò che importa non dovrebbe essere quello che ricevo dall’altro/a ma il desiderio di donarmi. Facile a dirsi, molto più difficile comprenderlo e vivere questo modo d’amare.

E’ la promessa di Luisa per me. Promessa che diventa manifestazione concreta dell’amore di Gesù. Attraverso la sua promessa posso fare esperienza dell’amore visibile e tenero di Dio per me. Le sue mani diventano quelle di Dio per accarezzarmi, i suoi occhi diventano quelli di Dio per specchiarmi nel suo sguardo e sentirmi bello e amato. Le sue parole diventano sostegno e balsamo nei momenti di scoraggiamento e difficoltà. Tanto più lei sarà capace di farsi strumento di Dio per me e più starà camminando verso la sua santità perchè vivrà pienamente la sua vocazione.

Le nostre promesse diventano alleanza. Le nostre due promesse, quella di Luisa e la mia insieme, diventano immagine dell’alleanza stessa di Dio. Il nostro matrimonio, come quello di tutti gli sposi cristiani, se vissuto fino in fondo, può raccontare al mondo come Dio ci ama. Le nostre promesse diventano epifania dell’amore misericordioso e fedele di Dio per ognuno dei Suoi figli. Ogni coppia di sposi può, nella sua semplicità e ordinarietà, essere una piccola luce per tutti. Nonostante le nostre fragilità che non sono ostacolo, ma diventano occasione per fare esperienza del perdono e della misericordia.

Infine la promessa di Gesù per me e Luisa. La promessa che rende sacra la nostra unione. La più importante di tutte. Durante le nostre nozze non ci sono stati solo i nostri due si bensì tre. Anche Gesù ha pronunciato il suo personale sì promettendo di non abbandonarci mai. Con quella promessa ha posto la Sua tenda nella nostra relazione stessa. Dal giorno delle nozze Gesù abita il nostro noi. Dal giorno delle nozze la nostra relazione non è più nostra ma l’abbiamo donata a Dio che l’ha fatta sua. Il nostro matrimonio è diventato strumento di salvezza per il mondo. Ogni nostro gesto d’amore è un sacrificio elevato a Dio. Diventa sacrificio un abbraccio, una parola buona, cambiare il pannolino, fare la spesa ecc. ecc.

Antonio e Luisa

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Un servizio che salva

Cari sposi, leggendo la Parola di oggi, a prima vista si direbbe che non vi riguardi per nulla e che tutto il peso del monito di Gesù ricada esclusivamente sui sacerdoti. In parte è così, il clericalismo è difatti una deformazione dell’esempio che Cristo ci ha dato. Tuttavia, andando più a fondo, si può cogliere un’importante lezione anche per voi coniugi.

Posto che il nocciolo del Vangelo sta nell’aver usato male il dono dell’insegnamento e della guida da parte dei sacerdoti, si può fare un parallelo per la vita matrimoniale. Voi sposi avete ricevuto pure grande capacità di fare il bene, più concretamente vi è stato conferito un ministero vero e proprio nella Chiesa grazie al sacramento del matrimonio. Vi segnalo solo due passaggi, di tanti altri, in cui il Magistero della Chiesa lo esprime chiaramente:

In questo saranno facilitati, se i genitori eserciteranno la loro irrinunciabile autorità come un vero e proprio «ministero», ossia come un servizio ordinato al bene umano e cristiano dei figli, e in particolare ordinato a far loro acquistare una libertà veramente responsabile, e se i genitori manterranno viva la coscienza del «dono», che continuamente ricevono dai figli” (Familiaris Consortio 21).

Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è la grandezza e lo splendore del ministero educativo dei genitori cristiani, che san Tommaso non esita a paragonare al ministero dei sacerdoti: «Alcuni propagano e conservano la vita spirituale con un ministero unicamente spirituale, e questo spetta al sacramento dell’ordine; altri lo fanno quanto alla vita ad un tempo corporale e spirituale e ciò avviene col sacramento del matrimonio, nel quale l’uomo e la donna si uniscono per generare la prole ed educarla al culto di Dio»” (Familiaris Consortio 38).

Quando si riceve un dono così grande, i casi sono due: o lo si mette a frutto per gli altri o lo si lascia inerte, come è ben descritto nella parabola dei talenti. Nel secondo caso però si diviene un peso e un fardello sia per il coniuge che per i figli anziché essere un ponte, una via che conduce a Dio. Pertanto, anche oggi Gesù vi esorta ad essere umili servitori, ministri appunto, della sua Grazia. Vi invita ad aiutarvi vicendevolmente nella sua sequela, consapevoli di quanto grande sia il dono ricevuto nel matrimonio e a farlo fruttificare nell’ordinario della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca con questa sua lettura ci invita a non sentirci arrivati. Forse ci sembra di aver costruito un bel matrimonio. Ecco non facciamo l’errore di sentirci arrivati. Padre Raimondo ci diceva sempre che la nostra relazione non può restare ferma, cristallizzata ad un determinato livello. Non è possibile. La nostra relazione è viva, cambia continuamente. Quindi possiamo crescere o decrescere. Nel momento in cui ci sentiamo arrivati corriamo il rischio di darci per scontati e cominciare un lento declino. Stiamo attenti!

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Il matrimonio secondo Pinocchio /15

Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a bofonchiare e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi. Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse: – E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappare di nuovo da casa tua?

Siamo all’inizio del capitolo ottavo e il Collodi ci presenta un Geppetto che sa anche usare l’arma del castigo per educare il proprio figliolo, ma ne fa un uso corretto, senza lasciarsi travolgere dall’impeto della passione, dall’ira o dalla ripicca; egli vuole purificare l’agire di Pinocchio ma senza mai avvilirlo o denigrandone la dignità, il suo unico scopo è quello di rendere puro il suo cuore. La parola castigo deriva dal latino castus puro e agere rendere = rendere puro; e questa purezza è l’unico obiettivo di Geppetto, il suo castigo non è mosso da rancore, vendetta, ripicca o altre cattiverie.

Quanti di noi possono dire di ricorrere al castigo -nell’arte dell’educare i figli- sempre nel modo corretto?

Spesso il motivo principale per cui sbagliamo tante volte nell’arte dell’educare non è perché non ne siamo capaci ma perché la collera ottenebra la ragione per cui agiamo seguendo gli stati d’animo e/o i sentimenti e non seguendo l’obiettivo principale. Quando il focus del nostro educare rimane sull’educando – sia esso nostro figlio o no – allora tutto procede abbastanza bene; nel momento in cui spostiamo il focus su noi stessi ecco che nascono errori madornali e, a volte, di non facile risoluzione… se il focus di quel castigo è la soddisfazione del nostro ego, così da autoproclamarci bravi educatori o solo per godere del potere sugli altri o qualsiasi altro motivo perverso derivante dalle nostre ferite emotive non risolte, ecco che allora i guai cominciano ad affiorare e sono dolori.

Gli articoli di questa serie non sono un manuale di pedagogia ma solo un tentativo – forse un po’ goffo – di aiutare le coppie a fare un poco di luce sul proprio vissuto per accelerare il cammino di santità all’interno del matrimonio. Cari sposi, se notiamo che il nostro consorte compie un’azione sbagliata nell’educazione dei nostri figli, non dobbiamo anzitutto denigrarlo né svilirlo – tantomeno davanti ai figli a meno che si renda necessario fermarlo per l’incolumità dei figli stessi – ma dobbiamo aiutarlo a far luce su ciò che l’ha spinto a compiere tale gesto o tale scelta, aiutiamolo cominciando a capire insieme se il focus del castigo era rendere puro l’agire del figliolo oppure soddisfaceva solo la propria autostima di “bravo educatore” o la rabbia repressa di una giornata nera al lavoro, solo per fare un esempio. Questo dialogo profondo tra gli sposi gioverà alla loro relazione, si sentiranno più coppia, potranno sperimentare cosa significhi essere un solo cuore, ne uscirà vincitore il NOI, non ci sarà la maestrina che aiuta lo scolaretto o viceversa, ma ci saranno finalmente due genitori che d’ora in poi sentiranno forte il desiderio di decidere insieme l’educazione dei propri figli, saranno una sola voce con due caratteristiche: quella femminile e quella maschile.

Se finora abbiamo visto come l’arte dell’educare metta in moto diverse dinamiche nell’agire umano – specialmente all’interno dell’esperienza di coppia – proviamo a scostare un poco il nostro sguardo sull’agire di Dio Padre. Talvolta capita di credere di non sopportare neppure un’ora in più, quando invece passano anche anni nell’apparente nostro deserto senza che nessuno si faccia vivo. Il cardinal Biffi si esprime così a tal riguardo: “Sembra una crudeltà del Padre, ed è invece un modo per farci crescere. Dio, che per amore interviene nella nostra storia, per amore si ritrae e resta nascosto. C’è nell’uomo anche questo paradosso: noi, che ci sentiamo spesso oppressi dall’invadenza del Signore, siamo oppressi anche dal suo silenzio e dalla sua latitanza“.

Il Padre non ha tutti i nostri umani problemi irrisolti, siano essi di stampo psicologico o morale, affettivo o altro; in Lui tutto è perfezione perciò il suo intervento o il suo nascondimento sono il comportamento corretto e migliore per la nostra purificazione, chi meglio del buon Dio ci vuole rendere puri, ricordate l’etimologia di castigo? A volte fa come Geppetto che lascia Pinocchio lagnarsi e piangersi addosso per una mezza giornata, il problema è che con Dio il tempo è molto relativo.

Cari sposi, quando cominciamo a lagnarci e disperarci alla guisa di Pinocchio, dobbiamo chiederci il motivo del nostro lamento. Se siamo sposi in Cristo, Lui ci ha piazzati nel mondo come Sua icona, Lui ci ha donati e consacrati l’uno all’altra, ci ha scelti Lui… perché mai dovrebbe abbandonarci quasi si sia dimenticato di noi? Coraggio mariti, non temiamo di metterci in ginocchio con dignità e fierezza davanti al nostro Re per rimetterci alla Sua volontà. Coraggio mogli, non abbiate timore di consegnare il vostro dolore nel Cuore del Padre come quando da piccoline correvate dal vostro papà terreno e lui vi abbracciava. E se ci lascia mezza giornata come Pinocchio avrà i suoi motivi !

Giorgio e Valentina.

Ha parlato per mezzo dei profeti

Oggi vorrei focalizzare l’attenzione sulla nostra professione di fede che recitiamo ad ogni Messa. Si forse non sempre sotto questa forma ma poco importa. Non so voi ma io non avevo mai fatto caso ad un passaggio del testo. Rivolgendoci alla terza Persona della Trinità proclamiamo: Credo nello Spirito santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio È adorato e glorificato: e ha parlato per mezzo dei profeti.

Fino a domenica scorsa io ripetevo questa frase un po’ a pappagallo senza pensarci troppo. Quando leggevo la parola profeti pensavo subito ai profeti dell’Antico Testamento. Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele e a tutti gli altri. Ecco l’ultima volta ho avuto un pensiero diverso. Ho pensato: ma ora lo Spirito Santo non parla più? La risposta che mi sono dato è che i profeti siamo noi. Noi battezzati siamo chiamati a dare voce allo Spirito Santo. Sapete che l’ultimo dei profeti chiamati è stato Giovanni Battista? Sapete perché non ci sono stati più profeti dopo Gesù? Perché con la venuta di Gesù e con il battesimo non serve più una chiamata specifica e personale, siamo tutti profeti. Lo siamo noi e lo siete voi che leggete. Lo siamo in virtù del battesimo.

Comprendete ora come quella professione di fede ci interpelli direttamente. Non stiamo parlando di persone terze ma di noi! E noi sposi lo siamo in modo del tutto particolare. Vi diamo due spunti veloci sulla nostra profezia

Siamo profeti della vita intima di Dio. Dio è Trinità. La Trinità è una realtà troppo grande, avvicinabile solo con grande approssimazione, ma una cosa è certa: è una comunità di amore e di vita. Ecco l’analogia con la famiglia cristiana. Quando si dice che gli sposi sono icona della Trinità, si intende proprio questa analogia. Osservando una famiglia si vede (si dovrebbe) in filigrana Dio, o meglio, un riflesso di Dio, come una scintilla può essere immagine del Sole. Quindi noi sposi raccontiamo nel modo che abbiamo di amarci, di servirci e di prenderci cura l’uno dell’altra la vita intima di Dio. Così attraverso una carezza, un bacio, una parola di conforto mostriamo l’amore di Dio che si fa tenero. Ordinare la casa, alzarsi a prendere una bottiglia d’acqua in cucina durante la cena, alzarsi dal letto quando il bimbo piange sono gesti di servizio che diventano l’amore che si fa dono e cura. Non rispondere a una provocazione e al contrario comprendere che i modi sgarbati del marito o della moglie nascondono un malessere e rendersi ancora più amorevoli è l’amore che si fa misericordia e accoglienza. In una vita ordinaria possiamo rivelare la grandezza dell’amore di Dio e vivere il nostro rapporto secondo le modalità e le dinamiche della Trinità, trasformando la nostra vita in una epifania di Dio.

La seconda profezia di cui noi sposi siamo portatori è l’amore di Cristo per la sua Chiesa. È una realtà che possiamo comprendere solo in piccola parte, ma è nel progetto di Dio che noi sposi possiamo riprodurre, rendere attuale e visibile ciò che è accaduto sulla croce. Croce dove Gesù ha dato la sua vita, dove si è donato fino a versare il suo sangue e a sacrificare il suo corpo per la sua amata, la sua sposa: la Chiesa. Chiesa che comprende ognuno di noi singolarmente e tutta la comunità. Questa seconda profezia è davvero qualcosa di troppo grande, che ci fa sentire piccoli e ci fa tremare i polsi. Questo tipo di profezia a cui siamo chiamati e abilitati, resi capaci dallo Spirito, davvero si solleva dal piano terra e comincia ad andare verso l’alto, le vette divine dell’amore. Questo amore esigente, probabilmente, ci spaventa, perché sembra chiederci troppo, eppure se ci pensate bene, e magari lo avete sperimentato, è meraviglioso.Pensiamo subito a gesti eroici. Che ci sono. Come quello di Ettore che collabora con noi. Lui è stato lasciato dalla moglie che si è fatta una nuova vita ma continua a restare fedele perché è consapevole che Cristo è fedele ed è lì con lui in quel matrimonio che sembra morto e sepolto. E guardate che vive nella pace. Certo ha momenti di solitudine e sofferenza ma è una persona realizzata che rende fecondo quel matrimonio che sembra un fallimento donandosi ai fratelli e alle sorelle. Pensate tutte le estati va in montagna per fare animazione ai bambini mentre i genitori frequentano dei corsi per sposi. Sembra incredibile come non provi invidia ma desiderio di aiutarli. Oppure Anna che durante una chiacchierata ci disse di continuare a pregare per il marito che l’aveva lasciata e viveva con un’altra donna con cui aveva avuto due bambini. Ci disse queste testuali parole: Faccio fatica a stare una vita senza lui non posso immaginare una eternità senza di lui. Comunque fortunatamente non tutti siamo chiamati a questo. Non servono gesti eroici per vivere questo tipo di amore che dà la vita. Alla sera mi piace guardare mia moglie. Mi piace guardarla, perché è davvero bella nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che mi commuove perché conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Questo è l’amore di Gesù per la sua Chiesa. È come una candela che consumandosi fa luce e calore. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: “Preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. È esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che fatichi a ricordarli tutti.

Ora quando durante la Messa proclamerete la vostra fede ecco spero vi ricordiate anche che siete profeti e che lo Spirito Santo chiede proprio a voi di dare voce a Dio attraverso la vostra vita.

Antonio e Luisa

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Ho partorito un figlio morto, ma con Gesù ho vissuto un’esperienza di Cielo

Mi scusi… volevo chiederle: non c’è un orario per le visite?”. Ero stremata dalle pillole che stavo assumendo per favorire l’espulsione del feto, dopo aver scoperto un aborto spontaneo alla quindicesima settimana. Ero sola dalle 8, ora si erano fatte le 14 e l’infermiera era entrata in stanza con il mio zaino pieno di cambi, mentre a lui, mio marito, lo avevano lasciato fuori. Speravo di vederlo entrare, invece.

Premetto che avevo il cuore in mille pezzi. Ero arrivata nel reparto maternità con gli occhi gonfi e faticavo a voltarmi verso le stanze abbellite dai fiocchi con i nomi dei piccoli. Che belle le neomamme, stanche, ma felici, con i loro bimbi in braccio o nelle culle. Perché io – che pure dovevo ringraziare il Signore per il dono di due figli stupendi a casa – non potevo più rivivere quei momenti unici e irripetibili? Mi ero seduta nel posto letto numero 17, di una stanza vuota, iniziando a piangere ancora di più, prima di assumere le pillole. Davanti a me un fasciatoio che non mi sarebbe servito, perché mio figlio l’avrei partorito morto. Che calvario, che pena. Che orrore la morte.

In altre circostanze è permesso, sì, che entri qualcuno. – mi ha risposto l’infermiera non senza imbarazzo, vedendomi contorcere dal dolore e con il viso pallido – I compagni delle neomamme sono ammessi dall’una di pomeriggio alle diciannove, generalmente, ma nei casi come il tuo… beh, nel caso di un intervento per un aborto interno le regole anti-covid, teoricamente, non permettono visite…

Ricapitolando la crudeltà che mi era appena stata riferita: siccome io non avrei messo al mondo un bimbo vivo, potevo pure essere abbandonata col mio piccolo morto (e vi assicuro che di abbandono si tratta, visto che, con un personale sottorganico, nessuno mi faceva compagnia, nessuno mi rivolgeva la parola, nessuno svolgeva in qualche modo un’opera di accompagnamento nei miei confronti). La logica utilitaristica di quella regola apparentemente stupida e insulsa mi è stata subito chiara: io non avevo nessuno da prendere in braccio, allattare, cullare… quindi non serviva che un compagno sgravasse il lavoro del personale sanitario. Potevo pure restare sola su quel letto, ingoiando le pillole e il mio lutto in silenzio.

Voi non sapete cosa sia l’umanità. – ho detto – Non avete idea di come mi senta io. I figli, vivi o morti che siano, si fanno in due! Mio marito ha diritto ad esserci, come tutti gli altri papà di questo reparto! Lo capite che sto vivendo un lutto in completa solitudine? Nemmeno i cani si trattano così… Domani sarete su tutte le testate giornalistiche per cui lavoro… è una promessa!”, ho tuonato. “Mi dispiace, sono le regole – ha ribadito l’infermiera, scura in volto – Tu hai ragione, io sono d’accordo con te, ma i protocolli prevedono questo…

Che vergogna!”, ho detto infine, scuotendo il capo. Non ero in me. L’infermiera, capendo la situazione, è andata dalla caposala e ha ottenuto un’eccezione: mio marito, con un tampone negativo fatto a sue spese, è potuto entrare e restare con me. Una norma di buonsenso – che varrebbe pure nel regno animale – non dovrebbe essere “concessa” come una eccezione ad un essere umano: dovrebbe essere un diritto garantito dalla legge non restare sole (dalle tre alle quindici ore per l’espulsione, e poi altrettante per l’operazione di raschiamento della placenta e la conseguente ripresa dall’anestesia) a partorire un figlio morto. Due giorni in ospedale da sole con un macigno del genere: chi può pensare simili atrocità?

Ringrazio, tuttavia, il reparto dell’ospedale che al protocollo ha anteposto la salute mentale ed emotiva di una paziente. Anche perché, grazie a quell’eccezione, ho ricevuto un vero e proprio miracolo. È stato mio marito, infatti, che, vedendomi tormentata in tutti i sensi, verso le 17.30 mi ha chiesto se volessi farmi portare la comunione in stanza dal cappellano dell’ospedale. Io ho detto di sì, il sacerdote è dunque arrivato prestissimo e, subito dopo aver accolto Gesù in me, il mio cuore è cambiato. “Ora che ci sei tu posso tutto”, gli ho detto. E Lui non si è fatto attendere.

Credevo che quel parto mi avrebbe segnata per tutta la vita; credevo che avrei avuto gli incubi per settimane, e invece, quando è successo (esattamente due minuti dopo aver ricevuto l’Eucaristia ho avuto la contrazione definitiva!), non ho visto la morte, ho visto solo mio figlio. Non avevo più rimpianti per la sua vita spezzata, ma solo gratitudine per averlo chiamato all’esistenza. In quella stanza, che odorava di morte fino a un minuto prima, con l’Eucaristia, era entrata la resurrezione.

Non mi sentivo più furiosa con il personale, ma grata per avere comunque un’assistenza sanitaria, non scontata in tutte le parti del mondo. Sono seguite ore intrise di una pace vera, salda, profonda, che non avrei mai immaginato in una situazione simile. Quella pace, surreale per ciò che stavo vivendo, ma realissima, perché mi scaldava il cuore, è durata fino alle dimissioni avvenute la mattina dopo. Mi sentivo così unita a Dio che non avevo più bisogno di nulla. Non avevo più paura di nulla. Tutto potevo, in Colui che mi dava forza. Riuscivo persino a sorridere, senza per questo banalizzare il momento, alle infermiere o alla nuova compagna di stanza, giunta la sera. Ero un’altra, stravolta da una serenità disarmante che mi faceva sentire già un po’ in Paradiso.

Ho vissuto quella Eucaristia come un dono grande, immenso, inaspettato, che non ha cambiato la realtà, ma ha cambiato me. Radicalmente. Sapevo che morendo con Cristo sarei risorta con Cristo, ma non pensavo di vedere la luce nel punto che doveva essere il più buio di quella storia. E, tutto questo, grazie alla violazione di una norma che ha permesso a mio marito di prendersi cura di me, quando io invece non ero in grado di prendermi cura di me stessa. La potenza del matrimonio: Dio che si serve dello sposo, della sposa, per farci arrivare il suo amore. Il sacramento del matrimonio e quello dell’Eucaristia così strettamente uniti, ancora una volta, nella nostra famiglia.

La ripresa da questo lutto non è ancora avvenuta del tutto: Dio mi ha tolto il peso più grande, mi ha sgravato della parte più pesante della croce, quella che mi terrorizzava di più, prendendosela davvero tutta lui e lasciandomi un ricordo di cielo anche per questo parto, (pure se tutto avrebbe dovuto gridare morte), ma non mi ha tolto la mia umanità.

Il vuoto rimane. Questo bambino, che abbiamo chiamato Emanuele (“Dio-con-noi”) deve essere pianto, anche per tutti i bambini che nessuno piange. Ora, però, so, ancora più di prima, da dove ripartire quando la vita mi schiaccia. Quando quel vuoto mi toglie il respiro. Da Gesù. Che è e resterà per sempre, Via, Verità e Vita.

Cecilia Galatolo

Abbiamo tutto per essere santi. Crediamoci!

Spesso tendiamo a idealizzare i santi e ad attribuir loro una sorta di onnipotenza. Ci sembra più facile considerarli come dei supereroi, dotati di straordinari poteri e capacità che noi non abbiamo. Tuttavia, questa visione può distorcere la realtà e toglierci la responsabilità personale di lavorare per la nostra crescita spirituale. Mettere i santi su un piedistallo può farci sentire al sicuro, come se la santità fosse un traguardo irraggiungibile per noi comuni mortali. Ma se davvero riflettiamo sulla vita dei santi, possiamo notare che molti di loro sono nati e cresciuti in situazioni molto simili alle nostre. Erano persone come noi, con le stesse tentazioni, le stesse debolezze e le stesse difficoltà. Quello che li ha resi santi è stata la loro risposta alle sfide della vita, la loro fede in Dio e il loro impegno nel perseguire la virtù.

Iniziamo con il dire che noi abbiamo tutto ciò che serve per diventare santi. Il battesimo ci ha fatto santi. Sei battezzato? Hai tutto per essere santo. La santità, secondo don Fabio Rosini, è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi. Significa lasciare che Dio operi attraverso di noi, perchè Lui è l’unico e vero santo. La santità è di Dio e noi possiamo parteciparvi. Non per merito nostro, ma per abbandono alla Sua volontà. Siamo tutti destinati alla santità e ne abbiamo tutte le capacità per raggiungerla. Certo, ognuno è chiamato alla santità in modo originale. Esistono santi dotti e santi analfabeti, santi uomini e sante donne, santi bambini e santi anziani, santi re e santi mendicanti, santi consacrati e santi laici. Non dobbiamo copiare nessuno, dobbiamo trovare la nostra personale strada verso la santità. La santità è sempre originale. Preoccupiamoci non tanto quando siamo un po’ strani ma piuttosto quando ci omologhiamo troppo agli altri. Ognuno è chiamato alla santità attraverso la propria storia e la propria vita.

Noi sposi cristiani ci santifichiamo nel matrimonio. Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita, oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo vivendo. Don Oreste Benzi, diceva che dobbiamo sposarci con l’idea di diventare santi. Non si può pensare di esserci “sistemati” una volta per tutte. Il matrimonio presuppone una conversione continua, ogni giorno della nostra vita, il matrimonio presuppone che decidiamo coscientemente di mettere Dio al centro del nostro cuore. Come? Donandoci al nostro amato o alla nostra amata. A volte riusciremo e a volte invece non ce la faremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione, senza cercare di perseguire la nostra santità in questo modo così ordinario e straordinario contemporaneamente, fatto di gesti semplici ma perseveranti nel tempo, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nella nostra vita. La testimonianza di tanti sposi abbandonati che hanno trovato pace e gioia nella fedeltà a Gesù e al sacramento del matrimonio ci mostra che il dono di sé è il vero antidoto per la tristezza e il senso di vuoto nella nostra vita. Quando ci impegniamo ad amare il nostro coniuge con un amore totale e incondizionato, anche se siamo stati feriti o traditi, invochiamo l’azione divina nella nostra relazione e permettiamo a Dio di lavorare in noi e attraverso di noi per compiere la sua volontà. Più invece non riusciremo a donarci e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Se gli sposi cercano soltanto di “sistemarsi” e non vivono la propria vocazione all’amore, resteranno magari insieme per tutta la vita, ma come semplici compagni, che cercano appunto compagnia, che vogliono solo riempire la loro solitudine. Come disse bene Chiara Corbella:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

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Senza sforzi… è possibile ?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,18-25) Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

La liturgia insiste sui temi escatologici perché vuol cominciare a preparare i cuori al grande giorno di Cristo Re, ultima domenica dell’anno liturgico, domenica nella quale si celebra la Signoria di Cristo su tutto e tutti. Negli altri articoli di questo blog sono stati toccati più volte argomenti vari attorno alla tematica del corpo, attraverso cui abbiamo compreso quanto il nostro corpo sia imprescindibile per noi uomini nel nostro cammino di fede, visto che non siamo angeli i quali, al contrario di noi, sono puri spiriti senza corpo.

Oggi vorremmo affrontare una tematica del corpo che raramente si sente nelle predicazioni moderne, non sarà nulla al di fuori del Magistero di sempre, ma in quest’epoca in cui il corpo è idolatrato pare che anche molti cristiani si siano dimenticati della redenzione del nostro corpo. Infatti ci soffermeremo sulla frase centrale: Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

San Paolo ci ricorda il primato della nostra anima (in altri capitoli) ma non per questo sminuisce il corpo, così da collocarlo nella sua giusta dimensione a servizio dell’anima, ricordandoci che ci si santifica con il corpo e mai senza di esso. Ogni azione corporea ha un riflesso anche nell’anima, pensiamo ad esempio come sia benèfico per la nostra anima anche un solo segno di croce (ben fatto) oppure una bella genuflessione davanti al tabernacolo; sono gesti corporei che però esprimono ciò che abbiamo dentro o ciò a cui aneliamo.

Si ripete spesso in questo blog che il corpo è il mezzo espressivo dell’amore, ma ciò non vale solo nella relazione coniugale, vale anche nel rapporto con Dio. La mia genuflessione quindi è il mezzo che il corpo ha per esprimere a Dio la mia adorazione di Lui presente nell’Ostia dentro il tabernacolo, e così via… ad ogni gesto corrisponde una particolare manifestazione del mio amore per Dio o della mia fede in Lui.

Ma cosa significa che aspettiamo la redenzione del nostro corpo?

Innanzitutto ce lo possono testimoniare i moltissimi convertiti da una vita viziosa, poiché hanno dovuto lottare col corpo per redimere l’anima che a sua volta ha redento il corpo… non si esce dalle catene della pornografia né in un secondo né senza il corpo (visto che in quel girone ci siamo entrati proprio a causa del corpo), non ci si purifica dal ladrocinio senza corpo, non ci si libera dell’avarizia o dell’ira senza lo sforzo, senza la tenacia e la lotta del nostro corpo. Ma se questo è vero, cioè che ciò che compiamo con il corpo ha delle ricadute sulla nostra anima, vale anche per gli atteggiamenti virtuosi. E qui casca l’asino!

Molti sposi anelano ad una vita di Grazia, di pace e serenità, di amore autentico tra di essi, ma vogliono raggiungerla senza sforzi, men che meno se richiedono sforzi corporei. Molti ammirano la serenità, la pace e la gioia che sprizzano dalle molte suore di clausura -per fare un esempio – ma pensano che sia frutto di fortuna o di ottimismo? Per accettare una suora in convento non fanno mica un test di ammissione nel quale devono dimostrare di essere ottimiste, inclini al buon umore o altro. Dietro quel sorriso sereno, pacifico, solare e tenero ci sono molte ore passate ogni giorno in ginocchio a sgranare il rosario, a pregare il Breviario, ad assistere alla Santa Messa, ad adorare il Santissimo Sacramento; ci sono le dure lotte della perseveranza per scandire la giornata secondo i ritmi claustrali. Questo è il modo con cui le suore di clausura dell’esempio attendono la redenzione del proprio corpo, sottoponendolo ad un un duro allenamento quotidiano ed implacabile, è così che poi gemono interiormente – il riflesso nell’anima -.

Ma qual è il modo degli sposi ?

Gli sposi devono avere lo stesso atteggiamento di dura lotta, di perseveranza, di allenamento quotidiano ed implacabile, quel che cambia invece sono i gesti corporei: forse non tutti gli sposi riescono ad assistere alla Messa quotidianamente o a passare tante ore in ginocchio come le suore dell’esempio, ma possono passare molte ore accucciati davanti all’oblò della lavatrice, altrettante in piedi per stendere i panni, altre per stirare, tante altre ore passate a preparare pranzi e cene… quando ci chiedono a quale Madonna siamo devoti, rispondiamo che siamo devoti alla Madonna “delle pentole”. E questa è solo una parte del lavoro per redimere il nostro corpo, per imporre al nostro corpo la regola del servizio, la regola dell’abbassarsi perché l’altro si innalzi.

Poi c’è tutto il lavoro meticoloso della lotta per la castità matrimoniale, ovvero per la purezza. E qui molti sposi non capiscono che se vogliono purificare il proprio corpo, esso va dominato negli istinti e nelle passioni veneree, cominciando ad allenare i nostri 5 sensi affinché siano essi domati e non piuttosto padroni loro.

Come può la nostra anima purificata, alla fine dei tempi – nel giorno tremendo e maestoso della risurrezione finale dei morti – riunirsi al nostro corpo se esso ha lasciato questo mondo nella corruzione del peccato mortale, nell’impurità, nella volgarità, nel vizio, nell’immoralità, nell’impudicizia, nella depravazione, nella libidine, nella lussuria? Cari sposi, non temiamo di prendere decisioni risolute per affrontare con coraggio e vigore il cammino della redenzione del nostro corpo, ne gioverà in automatico anche l’anima, ne trarrà indescrivibile vantaggio la nostra relazione di sposi che si riprenderà come le braci sotto la cenere, anzi, la nuova fiamma sarà più vivida di quella di prima… cominciamo finché siamo in tempo. Quando cominciare? Appena finito di leggere questo articolo.

Giorgio e Valentina.

Vuoi amare? Prima impara ad ascoltare

Il Vangelo di ieri è bellissimo e ci offre la bussola per imparare ad amare. Vale per tutti! Ma forse noi sposi siamo coinvolti un po’ di più. Cosa abbiamo ascoltato ieri? Gesù risponde a un dottore della legge che gli domanda quale sia il comandamento più importante e afferma:

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Questo significa, come abbiamo già scritto ieri, che il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare il nostro coniuge. Solo se saremo ricchi dell’amore di Dio saremo capaci di amare il nostro prossimo più prossimo, con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Gesù risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el. Questa preghiera è la professione di fede che ogni credente ebreo ripete tre volte al giorno. Questa preghiera parte da un verbo: Ascolta Israele! Perchè non possiamo conoscere se non ascoltiamo. Dio si racconta a noi attraverso la Sua Parola. Solo poi nascerà in noi il desiderio di conoscerlo ancora meglio e di intessere una vera relazione con Lui. Ma tutto parte dall’ascolto. Io con Luisa non ho avuto il colpo di fulmine. Si mi piaceva ma ciò che me l’ha fatta desiderare ardentemente è stato conoscerla. E più la conoscevo, più l’ascoltavo e più ne ero attratto e più volevo sapere di lei. Credo che con la fede sia la stessa cosa.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di un Dio che ti ama. Un Dio presente in  ogni momento della vita, un Dio pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento, anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla, non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il suo amore misericordioso per noi.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa

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Le due dimensioni fondamentali della vita di coppia

Cari sposi, la rete abbonda di siti che elencano le basi solide di un matrimonio e di come mantenere un rapporto duraturo nel tempo. Davvero ce n’è per ogni gusto, in particolar modo quando a parlare è un noto psicologo o terapeuta di coppia. Non avendo quella competenza non mi azzardo ad esprimere un giudizio. Semmai faccio notare che, senza contraddire quanto affermato, piuttosto manca il grande presupposto ad un sano rapporto di coppia.

E la risposta è nel Vangelo di oggi. Difatti, Gesù, affrontando l’ultima delle dispute che la Liturgia ci ha presentato nelle ultime settimane, incontra un vero pezzo da novanta: un dottore della Legge, uno appartenente alla categoria dei massimi esperti della Torah. La domanda postagli non è banale come sembra, perché a quel tempo vi erano ancora due correnti di pensiero nel giudaismo quanto a come suddividere i precetti, eredità delle dispute dei grandi maestri Hillel e Shammai, vissuti qualche decennio prima di Gesù.

Il quesito quindi è pertinente, perché i rabbini avevano individuato, oltre alle dieci parole date da Dio a Mosè nel Decalogo, altri 613 precetti, motivo per cui, veniva da chiedersi: quali sono i più importanti? C’è un ordine? Da dove iniziare? Gesù non scende a casistiche, come forse quel dottore avrebbe voluto, ma va diritto al fondamento della vita del credente e cioè cita lo Shema‘ Israel, il comandamento che il fedele ebreo ripeteva, ieri come oggi, tre volte al giorno e che esprime il primato della fede in Dio. Ma ecco poi la novità! Subito dopo Egli accosta al comandamento dell’amore per Dio quello dell’amore per il prossimo, un fatto senza precedenti nella letteratura giudaica antica e che riprende un passaggio del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

Cosicché, la novità introdotta da Gesù è quella di aver messo in relazione diretta il comandamento dell’amore di Dio con quello del prossimo e, sebbene i due precetti fossero ricordati nella Torah, nessuno li aveva mai paragonati o considerati simili. Da tutto ciò ne emerge un quadro meraviglioso per la vita nuziale. Se da un lato ho bisogno davvero di Cristo per amare il mio coniuge, è pur vero che nel coniuge io incontro Cristo e questo in forza della grazia nuziale. Se è vero che un buon matrimonio deve possedere qualità nella comunicazione verbale, nella sessualità, nell’uso dei soldi… tutto ciò è infruttuoso per noi credenti se non si è al contempo radicati in Cristo. Senza Gesù tutta quella bella “solidità” un giorno finirà nella tomba o nel loculo.

La logica è la stessa della Croce: essa sta in piedi solo se il palo verticale è bel fissato nel terreno e così può mantenere la traversa orizzontale. È ciò vale anche per il matrimonio. Così, ogni coniuge è bene che si esamini sempre su quale rapporto ha con Gesù: se è personale, se è quotidiano, se si alimenta della Parola, se si basa sull’Eucarestia, se è aperto alla voce dello Spirito… e poi certamente se col proprio consorte vive la concretezza del rapporto, la complicità, la corte continua…

Oggi assistiamo, anche in seno alla Chiesa, a una sorta di schizofrenia: o fare della fede una questione talmente personale che non ha nessuna visibilità in chi ci vede, anzi, a volte con comportamenti contrari al Vangelo; oppure, voler vivere un matrimonio a prescindere da Cristo, facendo leva solo sulle proprie forze e lasciando il Signore per i momenti di emergenza e difficoltà. Cari sposi, la bella notizia è che in voi l’amore al Signore e l’amore al prossimo si coniugano perfettamente! Si potrebbe dire che voi siete chiamati ad essere gli esperti di come si ama Dio nel coniuge e come il coniuge mi può portare ad incontrare Gesù. Per questo lo Sposo Gesù vi ha donato la sua Presenza e conta su ogni vostro piccolo sforzo perché questa bellezza trapeli e sia visibile.

ANTONIO E LUISA

Ad integrazione di quanto scritto da padre Luca vorrei soffermarmi sull’ordine dei due comandamenti. Perchè amare Dio viene prima? Dio è geloso? No! Nulla di tutto questo. Siamo noi che abbiamo bisogno di quest’ordine. Perchè solo attingendo forza e consapevolezza dalla nostra relazione con Dio saremo capaci di amare l’altro gratuitamente e per primi, Se avessimo solo la dimensione orizzontale verso i fratelli non saremmo capaci di amare gratuitamente ma saremmo sempre alla ricerca di avere amore piuttosto che di darlo. Due poveri che vogliono arricchirsi l’uno con l’altro. Non potrebbe funzionare.

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Ciò che non muore mai

Cari sposi, anche stavolta vorrei farvi conoscere una coppia sul cammino verso gli altari e di cui si parla ben poco. Sono i coniugi, servi di Dio, Paolo Takashi (1908-1951) e Midori Marina Nagai (1908-1945) vissuti a Nagasaki.

Si sono conosciuti grazie al fatto che Takashi viene ospitato in casa dai genitori di Midori affinché potesse frequentare la facoltà di medicina. Lui è nato shintoista ma, respirando la cultura razionalista del tempo, perde anche quel poco di religiosità acquisito in famiglia.     Ma è la famiglia che lo accoglie a iniziare a pregare per lui. Difatti, i Midori, discendenti di lunga data da generazioni di cristiani che hanno sofferto le terribili persecuzioni che i sovrani del Giappone avevano scatenato contro tutto ciò che fosse estraneo alla cultura nipponica, sono profondamente credenti e intercedono per la sua conversione.

È in occasione del Natale del 1932 quando Takashi, su invito dei suoi anfitrioni, vive la sua prima Messa, rimanendone profondamente toccato per la percezione di una “Presenza”. L’indomani, la figlia Midori accusa fortissimi dolori al basso ventre e Takashi, intuendo trattarsi di peritonite, la salva in extremis portandola in ospedale. È l’inizio di un rapporto sempre più stretto che li porterà verso il matrimonio.

Tuttavia, la giovane Midori non ha fretta ma prega incessantemente per la sua incontro con Cristo, in particolar modo tramite la sua devozione a Maria. Nel frattempo, scoppiò la seconda guerra sino-giapponese e Takashi è chiamato alle armi. Sui campi di battaglia, oltre a mettere in atto la sua capacità di medico, si scontra con gli orrori della guerra rimanendone sconvolto e domandandosi il senso della sua giovane vita.

Quando ritornò sano e salvo a casa ebbe inizio il suo cammino di conversione. Così. nel 1934 ricevette il battesimo scegliendo come nuovo nome quello di Paolo. Ma ora l’amore per Midori non era più un segreto ed fu lo stesso sacerdote che lo aveva accompagnato alla fede ad incoraggiare il loro matrimonio. Seguirono anni felici, la nascita dei figli, la passione per la radiologia, il servizio a tanti poveri, l’impegno per servire la propria comunità.

Eppure Gesù li stava comunque chiamando a seguirLo più da vicino e un giorno Paolo scoprì l’insorgere della leucemia, frutto dell’eccessiva esposizione alle radiazioni sul lavoro. Ciò nonostante, continuò a condurre la vita ordinaria, supportato dalla cura amorevole e dal sostegno della moglie. Finché arrivò quel mercoledì 8 agosto 1945: come sempre, Paolo uscì di casa per recarsi in ospedale ma, avendo dimenticato di prendere il pranzo, ritornò subito indietro. Appena rientrato in casa, trovò Midori prostrata in lacrime davanti al crocefisso, quelle lacrime che gli aveva sempre nascosto per non gravare sulla sua già dura condizione fisica.

Un fatto molto significativo quello perché fu l’ultimo ricordo della moglie. Difatti, il 9 agosto 1945 alle ore 11:02 il B-29 americano sganciò la gigantesca bomba “Fat man” sul cielo di Nagasaki e della città non rimase quasi più nulla. Si salvarono sia Paolo, al riparo tra i muri di cemento armato della radiologia, che i loro figli, fatti sfollare lontano dalla città, ma entrambi dissero di avere intravisto il volto di Midori al momento dell’esplosione atomica.

Subito egli si mise al lavoro per curare più sopravvissuti possibili, senza aver nemmeno il tempo di correre a casa. Solo dopo qualche giorno potè tornare ma trovò solo della sua amatissima moglie le ossa carbonizzate vicino ad un rosario, deformato dal calore. Il Dottor Paolo Takashi potè vivere ancora alcuni anni, malato e povero, ma conducendo una vita di silenzio, preghiera, scrittura e soprattutto accogliendo centinaia e centinaia di persone che cercavano nel “santo di Urakami” un punto di riferimento spirituale.

Ancora una volta contempliamo coppia semplice, dalla vita ordinaria ma che ha affrontato una circostanza storica eccezionale grazie al rapporto cordiale e profondo con il Signore Gesù. “Ciò che non muore mai” è uno dei libri che meglio racconta la loro vicenda. Un titolo preso da una frase che Paolo Takashi ripeteva spesso, proprio a voler sottolineare che è Cristo la roccia inamovibile della nostra vita, anche laddove tutto viene distrutto e scompare.

Cari sposi, possiate anche voi fare l’esperienza quotidiana che solo in Cristo l’amore nuziale può sbocciare e fiorire per l’eternità.

padre Luca Frontali

La dolcezza rivela chi siamo

Parliamo spesso di padre Raimondo Bardelli, il quale per noi è stato come un secondo padre. Gli siamo infinitamente grati per la sua pazienza nel guidarci alla comprensione dell’amore e nel fare chiarezza nei nostri cuori. Ci siamo avvicinati a lui partecipando a numerosi corsi, ognuno dei quali portava inevitabilmente al momento della prova specchio. In questo contesto, padre Raimondo sceglieva accuratamente due immagini da appendere al muro: l’immagine della Madonna di Medjugorje e l’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Queste due immagini rappresentavano per lui l’essenza dell’amore divino e materno, invitandoci a contemplarli e a metterli a confronto con il nostro volto e il nostro sguardo.

Ci diceva che l’amore deve essere visibile. L’amore trasfigura il corpo. L’amore casto. L’amore vissuto nella castità e nella verità trasfigura anche lo sguardo e il volto. Il suo insegnamento era questo. Più saremo capaci di abbandonarci all’amore e di combattere il peccato e più incarneremo la tenerezza e la dolcezza non solo con il nostro agire ma anche con il nostro corpo. Poi ci dava il colpo di grazia. Voi – terminava – esprimete la freddezza dei ghiacciai dell’Adamello (monte situato nei pressi del Gaver dove si svolgevano i corsi). Naturalmente aveva ragione lui. Io con tutta l’immagine di cristiano perfettino che volevo costruirmi nascondevo un cuore egoista e concupiscente e il mio sguardo mi tradiva.

La dolcezza non è innata ma si conquista. È un attributo prezioso che dona al corpo un’aura di fascino e grazia. Essa si irradia attraverso la delicatezza e l’armonia delle sensazioni ed emozioni, arricchendo i gesti di tenerezza. Segno di maturità e libertà interiore, la dolcezza è la manifestazione di una persona che possiede un’autentica sicurezza in se stessa e una profonda capacità di aprirsi all’altro. È un linguaggio non verbale che trasmette un messaggio cristallino: desidero la tua presenza, ti accoglierò. Questo linguaggio silenzioso parla al cuore e alla mente della persona amata.

L’aumento della dolcezza in noi rivela molto di più di una semplice crescita spirituale. È una testimonianza di un impegno personale costante nel percorso verso la consapevolezza spirituale e l’amore incondizionato. La dolcezza del nostro carattere e la capacità di amare gli altri attraverso il nostro cuore, il nostro corpo e la nostra anima sono il risultato di uno sguardo aperto verso chi ci circonda. Nel contrasto, la durezza nel nostro modo di essere può spesso indicare un’anima chiusa e incapace di aprirsi agli altri. Può essere segno di un cuore pesante a causa del peccato o delle ferite non risolte. Questa rigidità può ostacolare il nostro cammino verso una crescita spirituale autentica e un’esperienza profonda della vita.

È solo attraverso un lavoro interiore profondo e onesto che possiamo sviluppare la dolcezza in noi stessi. La dolcezza è un dono prezioso che possiamo coltivare in noi stessi. È un riflesso della nostra apertura verso il divino e della nostra capacità di amare e comprendere gli altri. Quindi, cerchiamo di coltivare la dolcezza nelle nostre relazioni e nella nostra vita di ogni giorno, e guardiamo come questa qualità trasforma noi stessi e il mondo intorno a noi.

La dolcezza può essere un indicatore importante sul vostro matrimonio e sulla vostra relazione. Siete diventati più dolci nel tempo? E vostro marito o vostra moglie? Il nostro sguardo e il nostro viso sono sinceri anche quando noi non lo siamo, rivelano chi siamo e come siamo.

Antonio e Luisa

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I social non sono il nostro album fotografico

Sharenting, ossia quell’abitudine dei genitori di postare e condividere sui social foto dei loro figli, più o meno regolarmente. Lo fanno anche gli influencer per fatturare e pubblicizzare prodotti: è stato dimostrato che un figlio aumenta interazioni e like, nonché opportunità lavorative con i brand dedicati ai piccoli. Basti pensare all’esempio più ovvio, i Ferragnez, tramite i quali abbiamo ecografie, parti e momenti quotidiani dei loro due bambini. Altri esempi? Paola Turani (modella e influencer), Sophie Codegoni (influencer e volto noto dei reality), Sofia Crisafulli (giovane mamma popolarissima nella GenZ), Mariano di Vaio (modello, che ha aperto un profilo per ogni figlio) … I bambini esposti hanno, fin dalla gravidanza, un proprio dossier digitale e, manco a dirlo, nessuna tutela dalle piattaforme su cui i genitori sono liberi di creargli addirittura profili privati già zeppi di followers e pronti a fatturare. Persino volti meno famosi hanno ripreso vita grazie ad una gravidanza o al figlioletto catturato da ogni tenera angolazione, a favore dello spettatore social.

Non serve essere cristiani per comprendere quanto sia radicalmente (alla radice!) ingiusto tutto questo. Se il Battesimo talvolta salta perché “sceglierà lui da grande”, come mai sull’esposizione social non può valere lo stesso principio? Perché costruire un grande album fotografico per milioni di followers sconosciuti (basti pensare ai quasi 30 della Ferragni), che possono in qualsiasi momento salvare foto e video sui propri dispositivi? Dal momento che la maggioranza dei social è accessibile dai 14 anni, come inquadrare i profili dei minori creati dai loro genitori? Proprio dai social la pedofilia e la pedopornografia traggono, purtroppo, la maggior parte dei contenuti. La generazione Alpha, i nati dopo il 2012, è la prima totalmente esposta digitalmente e si troverà ad affrontare contenuti che non ha scelto di condividere e che impatteranno su personalità e socialità. Quale immagine avranno di sé stessi e dei propri genitori, questi figli cresciuti sotto la fotocamera del genitore? Quali saranno le loro reazioni a vedere la loro infanzia spiattellata, giorno dopo giorno, sui social media? Quali conseguenze fisiche e psicologiche? Quali sensazioni proveranno a vedere ogni loro attività e capriccio postato su Instagram, seguito da migliaia di commenti?

Gli studi medici e psicologici sono già iniziati e non ci stanno dicendo niente di buono. Ho smesso da tempo di seguire gli influencer. Non voglio essere influenzata da chi esercita una violazione della privacy dei minori così grande. Cosa ancora più grave, nessuna norma a proteggere queste attività che non si limitano a qualche foto ogni tanto ma sono regolari, studiate, strategicamente pianificate. Controllate quanti commenti hanno le foto dei bimbi degli influencer e quanti le altre foto, senza bimbi. Ci vuole davvero poco a rendersi conto che il pericolo siano usati è ben presente e reale. Digital marketing, un mondo a parte (di cui noi vediamo solo la punta dell’iceberg, nei vari feed).

Ampliamo il discorso, parliamo di noi sposi cristiani. In che modo ci poniamo davanti ai social, con i nostri figli (più o meno grandi)? Quanto e come li esponiamo, in foto o video, sui nostri profili? Con quale fine? Penso siano domande che ogni genitore dovrebbe porsi. Noi ce le siamo fatte e abbiamo deciso di non esporre nostra figlia sui social (salvo qualche foto ai parenti, tramite messaggio). In realtà, è stato abbastanza scontato. Anzitutto, non abbiamo il suo consenso, da minorenne è sotto la nostra tutela e non ha consapevolezza di cosa sia internet, di cosa sia un’immagine; una foto postata sui social non è più solo nostra ma può fare giri immensi e incontrollabili (basti pensare alla velocità di uno screenshot). Siamo amanti degli album fotografici (io in particolare sono una grande fan delle foto stampate, rigorosamente opache!), che mostriamo con entusiasmo ad amici e parenti: i social non sono il nostro album fotografico (perché abbiamo deciso così) e non intendiamo mettere in circolazione foto di una bambina che avrà, se vorrà, tutto il tempo per costruirsi un suo profilo in futuro. Paranoia? Buonsenso, per noi.

Ogni famiglia dovrebbe, se necessario, chiedersi come comportarsi di fronte ad un’era digitale che ci ha posto davanti possibilità e pericoli – senza ignorare che questi esistano con un “ma sì, che pesantezza, è una foto, i bambini portano gioia, che male c’è”. Siamo super attenti a cosa mangiamo, vogliamo trasparenza negli ingredienti e nella provenienza dei prodotti, cerchiamo di essere sostenibili negli acquisti e controlliamo di aver messo le mandate alla porta di casa quando usciamo. E poi, senza pensarci, diamo foto su foto in pasto ai social (alzi la mano chi ha letto i Termini e Condizioni di un qualsiasi social media!). In quanto cristiani, seguaci di Cristo, non possiamo restare indifferenti di fronte all’uso, spesso spropositato, dei bambini su queste piattaforme. Il primo strumento è il nostro cervello: chiediamoci, con onestà, cosa ci spinge a pubblicare foto (non censurate) dei nostri figli sui social. La voglia di condividere? La voglia di apparire? La voglia di suscitare invidia? La voglia di far vedere quanto siamo bravi come genitori? Se ti ho punzecchiato un po’, forse da qualche parte ci ho preso… Il secondo strumento che abbiamo è sempre il nostro “Segui”: gli influencer sono ciò che sono grazie ai followers. Se non si condivide lo stile di vita o gli interessi di un certo profilo, inutile seguirlo. Se seguissi Chiara Ferragni mi sentirei complice dello sharenting che, quotidianamente, offre ai suoi followers: non penso farei il bene di Leone e di Vittoria, contribuendo a questa sistematica condivisione della loro infanzia (compresi momenti ripresi da telecamere casalinghe o capricci).

Se voglio stare sui social in modo cristiano, voglio scegliere chi seguire facendomi guidare anche dalla fede. E voglio scegliere per me come starci, sviscerando i motivi che mi portano a fare una scelta piuttosto che un’altra. Perciò, cari sposi, forse sui social più che a “spegnere” il cervello siamo chiamati ad accenderlo: a far sì che la nostra presenza sia bella, evangelica, sicura e affidabile nei contenuti. Che questi ultimi non danneggino nessuno (anche e soprattutto in modo indiretto), specie chi ancora non può difendersi o esprimere preferenze. Il diritto all’oblio esiste per un motivo e tanto spesso sono figli esposti a richiederlo. Siamo responsabili di ciò che postiamo ma, ancor prima, siamo genitori: non prendete, ve ne prego, alla leggera questo mondo virtuale! Contribuiamo a far sì che sia un luogo sicuro per tutti, bambini compresi.

Giada di Ne senti la voce

Un intreccio d’amore

Oggi vorrei parlare di un argomento su cui don Renzo Bonetti ci ha fatto riflettere ultimamente, la differenza tra religione e relazione. È un argomento che credo debba far riflettere tutti, perché dobbiamo davvero chiederci in cosa crediamo e con quale intensità. Non voglio urtare la sensibilità di qualcuno, ma riporto alcune frasi che ho sentito: “Vado alla messa tutte le domeniche, perché altrimenti è peccato”, “Devo recitare quella preghiera per quaranta giorni o fare quella novena, perché hanno detto che, se lo faccio, andrò sicuramente in Paradiso”, “Faccio il digiuno perché l’ha detto la Madonna”.

Ho citato tutte cose buone di cui non voglio assolutamente sminuire l’importanza (e che cerco di fare anch’io), ma noi seguiamo delle pratiche religiose per abitudine o per amore? Perché se le facciamo per abitudine, tradizione o perché se non le facciamo ci manca qualcosa, allora forse hanno perso il loro significato più profondo. Faccio un esempio: fra poco dovremo pensare ai regali di Natale e quello che mi spinge a farli è perché non posso presentarmi a cena dai parenti senza regali e perché è una tradizione, oppure perché amo e scelgo qualcosa di bello anche per chi mi sta un po’ sulle scatole, per comunicargli che comunque è importante per me, è mio fratello, poiché abbiamo lo stesso Padre?

Credo ci sia molta differenza e un diverso valore di fronte a un regalo esternamente identico. Io credo che dobbiamo tornare all’essenziale, al centro della nostra fede, cioè a curare le relazioni, in particolare quella con Dio, altrimenti è una farsa, anche se siamo brave persone e facciamo belle cose.

La nostra vita comincia grazie a una relazione tra un ovulo e uno spermatozoo, la crescita continua nella relazione con la madre, dopo la nascita impariamo a parlare e a camminare grazie alla relazione con i nostri genitori, etc….tutto è legato a una relazione. L’uomo cerca la donna e la donna cerca l’uomo, perché è scritto dentro di noi, ancora prima che nel DNA: siamo una relazione perché nasciamo da una relazione, la Santa Trinità (Padre, Figlio e l’Amore che li lega).

Quando moriremo, non porteremo con noi beni o soldi, ma tutte le relazioni che abbiamo curato e custodito, in particolare con il nostro coniuge: io non mi ricordo i regali che mi ha fatto mia moglie, ma non potrò mai dimenticare quel momento particolare, quella situazione, quelle parole in cui mi è entrata dentro e ha cominciato ad abitare nel mio intimo.

È interessantissimo notare che negli ultimi anni, anche la fisica quantistica ha rivelato cose per noi illogiche, ma che riconducono a quello che ho appena detto: in seguito a esperimenti è stato dimostrato che due particelle, se interagiscono fra se’ per un certo tempo, anche se vengono spostate a migliaia di chilometri, rimangono in qualche modo legate e una variazione su una delle due, viene replicata anche nell’altra. Il principio si chiama Entanglement (intreccio) ed è decisamente poco comprensibile per noi, che siamo abituati a interazioni fra oggetti vicini (principio di località) e che pensiamo che la realtà sia semplicemente fatta da blocchi/atomi che si uniscono (tipo costruzioni Lego).

E’ un fenomeno ancora da approfondire, tuttavia può essere sperimentato (in linea di massima) anche tra le persone che hanno avuto una forte relazione (sia nella gioia, che nel dolore): ad esempio due gemelli o anche fratelli/sorelle riescono a volte a provare le stesse emozioni, anche se si trovano molto lontano, oppure a una mamma si forma il latte nel seno se il figlio piccolo si ammala, nonostante non sia lì vicino; oppure, quando viene a mancare una persona cara a cui eravamo molto legati, non sentiamo a volte un certo legame, anche se non è più insieme a noi? Ecco, ci sono tante cose che ancora non riusciamo a comprendere e anzi, man mano che le scoperte scientifiche progrediscono, è maggiormente evidente la nostra piccolezza e quanto ancora dobbiamo imparare!

Però una cosa è chiara, le relazioni sono importanti, anzi fondamentali e per questo siamo portati a non restare soli, ma a creare “intrecci” con Dio e con gli altri; in particolare gli sposi, uniti in Dio e quindi indivisibili, anche se si separano, non possono cancellare definitivamente dalla loro vita il legame affettivo profondo che li unisce (anche secondo la fisica quantistica), tanto che ognuno dei coniugi può dire: “Io sono noi”.

Purtroppo devo constatare che tante volte Gesù, anziché essere al centro, è il grande escluso, perché si dà la precedenza a immagini, cerimonie, riti e organizzazioni, dimenticandoci che non sono l’obbiettivo, ma solo uno strumento per ricordarci che Gesù è vivo in mezzo a noi!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il treno passa…

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 5,12-15b.17-19.20b-21) Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata anche la morte, poiché tutti hanno peccato, molto più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. […] Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Ci avviamo verso la fine dell’anno liturgico e pian piano le tematiche della Liturgia ci aiutano a fare un po’ di resoconto finale, ma per farlo bisogna riconsiderare le fondamenta; quando a fine anno un’azienda analizza il consuntivo non può solo guardare dei grafici con dei numeri, ma deve innanzitutto verificare se ha raggiunto gli obiettivi posti ad inizio anno, ed è con questo spirito che intendiamo affrontare questo brano paolino.

All’inizio dell’anno liturgico come ci siamo posti di fronte ad un nuovo anno di grazia? Ed ora che stiamo giungendo a grandi passi verso la sua fine possiamo dire di essere stati attenti a raccogliere tutte le grazie che il Cielo ci ha inviato o ne abbiamo scartate troppe a priori?

Innanzitutto è proprio lo stesso Paolo che ci ricorda le fondamenta che dovrebbero guidare ogni inizio di anno liturgico: la grazia di Dio viene riversata abbondantemente solo per i meriti di Gesù Cristo, non c’è un altro salvatore. Senza troppi giri di parole gli scritti paolini vanno dritti al punto, ribadendo, qualora ce ne fossimo dimenticati lungo il trascorrere dell’anno, che non ci salviamo per le nostre opere ma per la grazia del Signore -per precisione ci salviamo con le nostre opere, esse sono meritorie, ma non hanno l’ultima parola sulla nostra salvezza, altrimenti Gesù non sarebbe più il Salvatore ma lo sarebbero le sole nostre opere.

Incontriamo molti sposi impegnati come noi in attività pastorali di vario genere, parrocchiali e non, tra di essi sono molti quelli che fanno un cammino di fede serio e donano ad altri ciò che gratuitamente hanno ricevuto loro stessi per primi, ma ci sono anche coppie che riversano nella comunità ecclesiale tanto impegno ed energia che invece dovrebbe essere indirizzato prima all’interno della coppia.

Quando partecipano ad incontri o attività pastorali sono tutto un fermento, ma poi quando sono nell’intimità della propria relazione saltano fuori i veri problemi. Cari sposi, per risolvere i nostri problemi relazionali non dobbiamo illuderci che la soluzione arrivi riempiendo le nostre giornate di distrazioni: buttarsi a capofitto in un’attività pastorale può rivelarsi una distrazione anche se fatta di opere buone, queste opere buone faranno certamente del bene a chi le riceve ma se per la coppia si rivela una distrazione allora il gioco non vale la candela.

Naturalmente è sempre nobile, buono e lodevole compiere un gesto di solidarietà o di altruismo, di volontariato o di servizio -soprattutto quando è reso all’interno della Chiesa- ma per compiere alcune attività non serve chissà quale fede; al contrario, per esprimere la fede attraverso un’attività pastorale va da sé che la fede debba esserci, altrimenti esprimiamo noi stessi.

Prossimi alla fine di quest’anno liturgico dobbiamo chiederci se tutte le attività in cui siamo stati coinvolti sono state occasione per esprimere e testimoniare la nostra fede e l’amore di Dio nel nostro matrimonio, oppure se abbiamo nascosto la polvere sotto il tappeto.

La grazia di Dio si riversa abbondantemente, ma dobbiamo imparare a coglierla; una Grazia non colta è come un treno che è passato: non torna più indietro. Se Dio ce ne concede un’altra sarà appunto un’altra ma non quella; non abbiamo la certezza di vivere abbastanza da riceverne un’altra, tantomeno possiamo dirci sicuri di avere le disposizioni giuste per coglierla al momento opportuno, e men che meno siamo certi che -qualora il Signore si degni di donarcene un’altra- sia della medesima portata.

Per alcune coppie si può rivelare una grazia essere chiamati ad un servizio all’interno della propria realtà ecclesiale, potrebbe essere l’inizio di una conversione grazie a delle amicizie nuove ; per altri si può rivelare una grazia non ricevere proposte di servizio, forse perché il Signore sta dicendo a loro che hanno bisogno di aggiustare prima se stessi piuttosto che buttarsi a capofitto in un’attività così da perdere di vista la loro vocazione specifica del matrimonio.

Ma S. Paolo non ci lascia mai a bocca asciutta, infatti la frase finale è di grande conforto, perché ci ricorda che il Signore non si dà per vinto, le prova tutte per salvarci dalla morte eterna, addirittura ci assicura che l’abbondanza della grazia è inversamente proporzionale alla nostra condizione peccaminosa. Si sa che la matematica del Signore Gesù non corrisponde ai nostri canoni: dove c’è da dare, Lui dà senza misura, l’unica misura che usa Lui è dare senza misura.

Coraggio sposi carissimi, non lasciamoci scappare l’opportunità di cogliere grazia su grazia; mentre facciamo il consuntivo dell’anno trascorso, programmiamo l’anno a venire con il cuore aperto a non lasciarci scappare nessun treno. Ne va della nostra vocazione. P.S. : Chi ha bisogno di aiuto non abbia timore di farsi aiutare perché la Chiesa è una comunità di amici dove l’amicizia tra noi è basata sull’amicizia con Cristo Salvatore.

Giorgio e Valentina

Gli sposi missionari a casa loro

Ieri la Chiesa ha celebrato la Giornata mondiale missionaria. Ma chi sono i missionari? Sono solo quei sacerdoti o laici che preparano le valigie e partono per qualche luogo lontano? Sono solo quelle persone che vanno ad annunciare il Vangelo a chi ancora non ha incontrato Cristo? Forse un tempo era davvero così. Oggi non lo è più. Tutti i credenti sono chiamati ad essere missionari. Anche noi, anche voi. Essere missionari può accadere ovunque: in famiglia, sul posto di lavoro, tra gli amici, nella comunità locale. Portare il messaggio di Cristo non richiede solo grandi gesti, ma può essere realizzato attraverso piccoli atti di gentilezza, di amore e di compassione. Persino le parole gentili, l’ascolto, il supporto e il perdono possono essere strumenti potentissimi per diffondere la parola di Dio.

Essere missionari significa testimoniare la nostra fede e vivere in modo coerente con i principi evangelici. Ogni credente ha la responsabilità di essere un riflesso dell’amore di Cristo e di essere un faro di speranza nella società. La missione non è riservata a una categoria ristretta di persone, ma è un invito aperto a tutti. Noi sposi siamo chiamati ad essere missionari in un modo del tutto particolare. Ci viene chiesto di far intravedere Cristo attraverso il nostro amore di coppia e familiare. Attraverso la vita di tutti i giorni fatta di lavoro, di figli, di impegni e di tutto quello che è ordinario e comune. Non è il gesto ma l’amore che mettiamo nel gesto che dovrebbe incuriosire le persone che ci stanno accanto.

Noi dovremmo essere portatori di una modalità d’amore che attrae il cuore dell’uomo e della donna dei nostri tempi. Viviamo in un mondo post-cristiano dove l’ateismo è ormai la prima religione e dove le relazioni umane sono caratterizzate dalla precarietà, dalla confusione e dall’individualismo. Nonostante le sfide che ci troviamo ad affrontare, è cruciale che noi, come individui e come coppia, cerchiamo di incarnare un amore fedele e gratuito. In un’epoca in cui l’ottimismo sembra svanire e in cui le persone sono sempre più disilluse riguardo alla possibilità di relazioni che durano nel tempo, dobbiamo trasmettere un messaggio di speranza. Dobbiamo dimostrare che l’amore sincero e appassionato esiste ancora e che può superare le difficoltà che incontriamo lungo il cammino.

E per chi come noi cerca di raccontare l’amore attraverso dei seminari dal vivo, i libri e il blog? Per essere davvero capaci di essere testimoni non basta saper parlare bene, non basta conoscere perfettamente la teologia, il catechismo e la morale cattolica. Non basta! L’ingrediente che non può mancare per essere credibili è vivere l’amore che si vuole raccontare e testimoniare. Luisa ed io non abbiamo una preparazione teologica specifica. Mi succede spesso di chiedere consiglio e dritte a padre Luca quando ho dubbi ed incertezze su alcune tematiche. Io non parlo neanche così bene. Balbetto anche un po’ quando sono agitato. Però quello che passa credo sia la nostra coerenza. La bellezza che raccontiamo non è un’idea astratta ma ne abbiamo fatto esperienza concretamente nel nostro matrimonio.

Insomma si può sintetizzare che per essere missionari e testimoni, in questo nostro mondo dove le relazioni sono sempre più fragili e dove c’è tanta sofferenza, dobbiamo prima di tutto essere degli sposi realizzati, sposi capaci di fare l’amore, di donarsi ed accogliersi, capaci di perdonarsi e di ricominciare con più forza di prima. Degli sposi consapevoli dei propri limiti ma anche della forza dello Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Divina somiglianza

Cari sposi, in un momento in cui va di moda “pensare all’Impero Romano” la liturgia odierna cade a fagiolo. Mentre Matteo prosegue il suo racconto sull’ultimo periodo di Gesù prima della Pasqua, il vangelo di queste domeniche si centra su tre dispute con cui ora i sacerdoti ora gli erodiani ora i farisei vorrebbero inchiodarlo per una qualche mancanza nelle sue parole.

Un’occasione succulenta è data dal tema del rapporto con Roma. Si sa che da alcuni decenni il popolo ebraico era di nuovo sottomesso a un potere esterno, le “aquile” romane avevano annesso la Palestina al grande impero e che loro erano divenuti i nuovi nemici. Gran parte del malcontento veniva dal tributo pro-capite che veniva richiesto a tutti gli abitanti della Giudea, Samaria e Idumea (uomini, donne, schiavi) dai dodici fino ai sessantacinque anni. Cesare qui non è Giulio bensì l’imperatore Tiberio Cesare che regnò dal 14 al 37 d.C. Sappiamo che il pagamento non era per nulla facoltativo ma una richiesta ben precisa che riguardava a tutte le provincie esterne all’Italia, tra cui la Palestina. Certamente il valore di questa imposta corrisponderebbe oggi a circa 80-90€, quindi una cifra ragionevole che spezza una lancia in favore della moderazione dell’Imperatore. Difatti, consta storicamente che proprio Tiberio, alla sollecitazione dei suoi governatori di provincia di elevare la tassazione, rispose: “boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere”, cioè “è proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle” (Svetonio, Vita di Tiberio, 32).

Tuttavia, non mi voglio perdere nel discorso che proviene dal conflitto scaturito fin da allora tra potere statale e potere religioso. Mi interessa andare ad una lettura spirituale molto bella che emerge da quella moneta e che sorprendentemente tocca alquanto voi sposi. Sebbene il denaro esibito a Gesù porti impressa l’effigie del più potente uomo dell’epoca, ben più grane e maestosa è quella incarnata dall’uomo il quale riflette nientemeno che l’immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,27). Così, la Trinità ha voluto farsi conoscere principalmente tramite una coppia uomo/donna. Tutto ciò è semplicemente sbalorditivo! Quanto Dio abbia osato fare e si sia fidato di creature fallibili nel depositare in loro una così grande dignità ma anche una tale responsabilità.

È bello qui ricordare quanto dice il rituale del matrimonio: “O Dio, in te, la donna e l’uomo si uniscono, e la prima comunità umana, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio” (Rituale matrimonio, 85). Cioè, questa immagine divina non è cancellabile, resta come dono perenne per voi sposi, talento da far fruttificare, anche in mezzo alle proprie fragilità e limiti.

Guardate cosa scriveva Edith Stein, divenuta poi Suor Teresa Benedetta della Croce (1891-1942): “Nel dono reciproco di sé all’altro, essi [gli sposi] attuano concretamente poi anche la vocazione all’unità e alla comunione a cui tutto il genere umano è chiamato, diventando «la più intima comunità d’amore» sulla terra, sul modello di quella trinitaria in Cielo”. Come si nota qui la fonte di ispirazione da cui attinse il giovane filosofo Karol Wojtyła per elaborare la visione dell’esistenza umana come un dono!

Dire moneta significa denaro, quindi possesso e ricchezza. Mentre l’immagine e somiglianza divina che la coppia riflette non è un merito bensì un dono di amore. Se gli imperatori romani, tramite le tasse, ambivano ad aumentare l’erario e così ostentare la loro gloria, in cambio Dio si compiace nel vedere moltiplicarsi la sua presenza tramite coppie i cui tratti riverberano quelli divini: la mascolinità e la femminilità portati a pienezza dalla grazia nuziale. Dio riceve gloria dalla capacità di donazione di ciascuna di voi coppie, ovunque siate e qualsiasi lavoro facciate. L’immagine e somiglianza di Dio trapela e si comunica al mondo se comprendete bene e contemplate chi siete agli occhi di Dio. Ve lo dice bene San Giovanni Paolo II: “L‘uomo e la donna, creati come «unità dei due» nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero dell’unica vita divina” (Mulieris Dignitatem 7).

Quindi, cari sposi, valete più di un semplice denaro romano, valete l’amore sconfinato di Dio. Un dono ricevuto e un dono da condividere.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca dice bene. Io mi permetto di ricordarvi che è vero che noi siamo effige di Dio. Come una moneta romana noi rappresentiamo il volto del Re. Lo siamo fin dal giorno del matrimonio per grazia, per dono, grazie allo Spirito Santo. Ma lo siamo solo in potenza. Siamo come una moneta che è stata tanto tempo celata nel terreno. Una volta ritrovata l’effige scolpita su di essa non è riconoscibile. C’è bisogno di pulirla e lucidarla. Ecco quel lavoro spetta a noi. Spetta a noi ripulire il nostro corpo e lucidare il nostro cuore. Con il lavoro quotidiano fatto di volontà ed impegno. Solo così saremo capaci di brillare e di mostrare l’amore luminoso di Dio attraverso la nostra vita quotidiana.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /14

Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse: – Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia. – Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle. – Sbucciarle? – replicò Geppetto meravigliato. […] – Voi direte bene, – soggiunse Pinocchio, – ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire.

Siamo di fronte ad un altro mistero del cuore dell’uomo: il Padre non fa in tempo ad usare misericordia che già avanziamo delle pretese. I nostri anziani erano soliti apostrofare “non sei mai contento” al ragazzo che avanzava sempre più pretese, ed in effetti siamo un po’ tutti così, ma proviamo a scavare un poco più a fondo per capirne meglio le dinamiche.

Ci sono molte scene di film in cui l’imperatore amministra la giustizia ed il suo giudizio è inappellabile, spesso il suddito aspetta con timore e riverenza la decisione, la maggior parte delle volte col viso a terra perché non degno nemmeno di guardare negli occhi il suo re; quando poi arriva la sentenza, il suddito si vede costretto a lodare la saggezza dell’imperatore nonostante possa risultare sconveniente per sé o per la propria famiglia; il suddito obbedirà senza se e senza ma.

Spesso riteniamo una scena simile come normale e in fin dei conti giusta -poiché al re spetta la dovuta riverenza ed il suddito deve rispettare ossequiosamente le leggi- ma quando il re non è un monarca terreno ma è il Re dei Re -cioè Dio- allora cambia tutto, ci sentiamo in diritto di replicare alla giusta sentenza o alla scelta fatta, e ci impuntiamo come Pinocchio che non vuole le bucce delle pere.

Le persone che usano l’arroganza come via per ottenere spesso sono persone che sono state trattate coi “guanti bianchi” fin dalla più tenera età; senza fare di queste righe un trattato di psicologia comportamentale né di pedagogia proviamo solo a mettere a fuoco alcune dinamiche familiari sperando di essere d’aiuto a tante coppie.

Qualche esempio di “figli unici” spesso tanto attesi e desiderati dai genitori:

  • unici dopo innumerevoli tentativi di gravidanza andati a vuoto
  • oppure sono i primi ma ahimè restano anche gli ultimi perché sopraggiunge una malattia che rende impossibile una nuova gravidanza
  • a volte succede invece che sono i secondi e ultimi dopo il fratellino-la sorellina abortito/a
  • altre volte ancora sono gli ultimi di sei figli ma hanno col quinto 10 anni di differenza e quindi sono arrivati quando la mamma pensava di essere quasi in menopausa

Come si può notare i casi sono svariati e sicuramente non li abbiamo menzionati tutti, ma non è così importante la casistica quanto invece vedere cosa abbiano in comune queste situazioni.

Nel primo caso sono visti come i figli del miracolo e quindi trattati alla stregua di un gioiello prezioso da mettere in cassaforte, con i genitori pronti a dar battaglia a chiunque osi anche solo sfiorarli, vengono protetti da tutto e da tutti, anche dalle sanissime esperienze di sbucciarsi le ginocchia o di prendersi una sonora sgridata dagli insegnanti.

Nel secondo caso sono un dono immenso -almeno sono percepiti come dono- e quindi i genitori confluiscono su quell’unica creatura tutto l’amore, l’affetto e le attenzioni che avrebbero voluto riversare sui loro 5 figli ipotetici del loro iniziale progetto, ma siccome dentro hanno tanto amore da dare non si accorgono che il troppo stroppia ed il rapporto si trasforma in ansietà assillante per il figlio.

Nel terzo caso invece i genitori vivono il mortifero dramma dell’aborto, esperienza che lascia dietro di sé tanta angoscia e senso di colpa che tormenta, per compensare questo vuoto compensano con un nuovo figlio che diventa quindi il figlio tappa-buchi.

Nel quarto caso i genitori sono troppo anziani e/o stanchi per sopportare la fatica dell’educare: le notti agitate o insonni, i pianti a squarciagola per un nonnulla, i primi no, ecc…

Il comune denominatore in tutti questi casi è che il figlio riceve troppe attenzioni, abituato com’è ad avere tutto e subito, cresce convinto che anche il mondo fuori casa funzioni così, ottiene qualsiasi cosa a qualunque costo -anche con l’arroganza- come quando da piccolo pestava i piedi o urlava a squarciagola finché non otteneva la soddisfazione del capriccio immediato.

Questi vissuti infantili sono un po’ alla base di alcuni atteggiamenti arroganti di molte persone, le quali si sentono sempre più onnipotenti fino a sfidare l’unico davvero Onnipotente. Naturalmente queste poche righe non hanno lo scopo di risolvere gravi situazioni ma le offriamo come un aiuto per capire da dove potrebbe partire la nostra presunzione; presunzione che si traduce in comportamenti malsani nella relazione col nostro coniuge, il quale poco a poco diventa il servo dei nostri capricci e non il destinatario del nostro amore.

Intanto il buon Geppetto saprà saggiamente aspettare che passi il capriccio del momento finché Pinocchio si faccia andar bene persino le bucce delle pere dapprima scartate con tanta sufficienza.

Cari sposi, stiamo attenti a come ci comportiamo col nostro coniuge, perché spesso quell’atteggiamento arrogante è sintomo di un cattivo rapporto col Padre. Un ultima considerazione: noi genitori siamo -anche dal punto di vista psicologico- la prima pallida icona, la prima forma vissuta di rapporto con Dio Padre -dal quale proviene ogni paternità quindi anche la nostra- perciò se noi abituiamo i figli ad avere tutto e subito, essi penseranno che anche il vero Genitore, il Padre celeste, sia uno da cui pretendere che ci tolga le bucce dalle pere! Chi ha orecchi per intendere…

Giorgio e Valentina.

L’intimità femminile è un giardino chiuso

Oggi riprendiamo un po’ di Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II. In particolare un versetto tratto dal Cantico dei Cantici che è stato approfondito dal papa polacco. Un versetto che racchiude tanta di quella ricchezza che merita di essere decifrata.

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.

In tre righe c’è un mondo, quello femminile. Giovanni Paolo II ha approfondito questi versetti nell’udienza del 30 maggio 1984. Sottolineo solo alcuni passaggi che mi hanno particolarmente colpito.

Le parole dello sposo, mediante l’appellativo “sorella”, tendono a riprodurre, direi, la storia della femminilità della persona amata, la vedono ancora nel tempo della fanciullezza e abbracciano il suo intero “io”, anima e corpo, con una tenerezza disinteressata. 

La donna ha un profondo bisogno di sentirsi non solo desiderata per il suo corpo, ma anche come persona intera. È un tratto fondamentale che va oltre l’aspetto fisico e richiede un amore disinteressato e autentico. Quando una donna si sente accolta completamente, in tutte le sue sfaccettature, si apre completamente al suo partner. L’amore autentico e profondo richiede un cammino di crescita che entrambi i coniugi devono percorrere insieme. È un impegno costante verso l’empatia, l’ascolto, la comprensione reciproca e la dimostrazione continua di affetto. Nel mio rapporto con Luisa ho imparato che non basta cercarla fisicamente, ma devo anche essere tenero, empatico e attento alle sue esigenze emotive. Ho imparato a dimostrarle il mio amore nel modo che le è più vicino e a farla sentire unica. Questo richiede sforzo e volontà, ma col tempo diventa più naturale e spontaneo. L’amore vero, quello che è dato e ricevuto sinceramente, ci cambia e ci rende migliori. È proprio questo amore autentico che ha permesso a Luisa di sentirsi sempre più amata ed accolta, e soprattutto, di abbandonarsi a me con piena fiducia. Inizialmente, all’inizio del nostro matrimonio, è stato più difficile. Sia per Luisa che per me. Non ero ancora in grado di donarmi completamente e in alcuni momenti potevo sembrarle distante o addirittura la usavo per colmare i miei bisogni affettivi e sessuali. Lei se ne accorgeva e questo la bloccava sempre un po’. Contrariamente a ciò che si sente dire, il matrimonio non è la tomba dell’amore con la sua quotidianità e la sua routine, ma può essere un luogo di crescita, di connessione profonda e di amore incondizionato. Abbiamo imparato a trasformare la stabilità e la consuetudine in una base solida per costruire una vita insieme, con amore e passione, giorno dopo giorno. Solo così ci sarà pieno abbandono reciproco. Quando oltre che amanti ci si potrà sentire anche fratello e sorella, così disarmati da mostrarsi nudi non solo nel corpo ma nell’intera persona perchè esiste comunione ed intimità dei cuori prima ancora che dei corpi.

Le metafore appena lette: “giardino chiuso, fonte sigillata” rivelano la presenza di un’altra visione dello stesso “io” femminile, padrone del proprio mistero. Si può dire che ambedue le metafore esprimono la dignità personale della donna che, in quanto soggetto spirituale si possiede e può decidere non solo della profondità metafisica, ma anche della verità essenziale e dell’autenticità del dono di sé, teso a quell’unione di cui parla il libro della Genesi.

Questo bellissimo passaggio sottolinea la sacralità e l’intimità dell’amore, raffigurandolo come un giardino che può essere aperto e condiviso solo con chi realmente lo merita. Parla della Sulamita, la protagonista del Cantico, che attende pazientemente il suo Salomone, colui che cerca un amore autentico e capace di promettere per sempre. Questo amore non è possessivo, ma piuttosto un totale dono di sé. Un giardino chiuso perchè l’apertura avviene solo dall’interno. Non può essere aperto da chiunque. Si può bussare ma poi solo la donna decide a chi aprire. Un giardino che non è per tutti. E’ solo per il re. Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. La Sulamita sta aspettando il suo Salomone. Aprirà il proprio giardino solo a lui. Lui che è desideroso di un amore autentico. Un amore che costa, impegnativo, ma che sarà un giardino dove il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende Salomone pazzo di gioia.  Non perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore. E’ quello a cui tutti noi siamo chiamati e chi ne fa esperienza può rivivere il Cantico dei Cantici nel proprio matrimonio.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio ha senso solo nella reciprocità. È davvero così? (2 parte)

Riprendiamo da dove ci siamo lasciati ieri. Se non avete letto la prima parte vi lascio il link. L’umiltà ha come prima conseguenza quella di fare chiarezza su noi stessi. Di mettere in evidenza i nostri difetti, le nostre mancanze ma non solo. L’umiltà ci aiuta a comprendere anche i nostri talenti per metterli a disposizione di Dio, di noi stessi e degli altri. L’umiltà vera richiede la comprensione dei doni di DIO. La vera umiltà ce la insegna Gesù stesso. Gesù non si sente piccolo, Gesù sa benissimo di essere figlio di Dio, di essere Dio, eppure decide di farsi piccolo. Gesù non è piccolo ma si fa piccolo per amore. Gesù è colui che sa di essere perfetto come il Padre, di poter con una parola far piegare le ginocchia a qualsiasi potente e re della terra e cosa fa? Si inginocchia Lui a lavare i piedi sudici di quei dodici amici che non sono per nulla perfetti come Lui. Tra loro c’è chi lo tradirà, c’è chi sarà incredulo, c’è chi lo rinnegherà tre volte. Gesù per amore si fa più piccolo di loro per rialzarsi con loro. Si fa piccolo per aiutare loro a diventare grandi.

Solo chi è capace di umiltà, ed è quindi capace di abbassarsi al di sotto del proprio coniuge anche quando questi non si comporta bene, può amare sempre. Solo così si può restare fedeli alla promessa matrimoniale. Solo così saremo capaci di un amore che salva noi, l’altro e il mondo intero. Anche quando sembra non servire a nulla. Abbassarsi per poter considerare l’altro sempre degno di tutto il nostro amore.

L’umiltà ci aiuta a non scoraggiarci per le nostre debolezze ma ci conduce ad abbandonarci completamente tra le braccia del Padre. L’umiltà ci permette di non distruggere nel nostro cuore la persona che abbiamo sposato proprio perchè ci dà una prospettiva di gratuità e non di confronto. L’umiltà ci permette di servire con amore, un amore gratuito e non sempre meritato che suscita gioia in chi è servito e si riverbera nel cuore di chi serve in una continua e reciproca crescita nell’amore. E se l’altro non corrisponde? La gioia arriverà dalla consapevolezza che con quell’amore che costa sto riamando Gesù, la persona che più di tutte ha dimostrato di amarmi.

Questo farsi piccoli cura progressivamente l’orgoglio e la superbia (che sono la morte dell’amore). Luisa porta nel cuore la preghiera-testamento di Santa Bernadette che in un passaggio scrive: Ma per le beffe, per coloro che mi hanno presa per pazza, per coloro che mi hanno presa per bugiarda, per coloro che mi hanno presa per interessata. GRAZIE, MADONNA!

L’umiltà s’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

L’umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

L’umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile. L’amore sponsale è la nostra via per giungere all’abbraccio eterno con Cristo e l’umiltà è condizione essenziale per abbandonarci a Lui. Quindi smettiamola di lamentarci e incominciamo ad amare davvero. Solo così ci faremo santi! Non possiamo essere davvero cristiani se non impariamo l’umiltà.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio ha senso solo nella reciprocità. È davvero così? (1 parte)

Riprendo il mio breve video sul Vangelo domenicale dove ho affermato che rivestirsi di Cristo significa non solo rivestirsi della sua Grazia, ma anche conformarsi al Suo modo di amare che è chiaramente rappresentato dalla croce, dalla Sua passione, dalla Sua morte e dalla resurrezione. Come al solito ho ricevuto nei commenti la solita obiezione: eh ma serve reciprocità! Se l’altro non dimostra amore o peggio tradisce il mio amore io non devo essere obbligata a stare con lui. Io devo essere felice non umiliarmi. L’amore a senso unico non regge. Il concetto è questo più o meno. Ed è quello che tanti pensano. Io stesso, prima di sposarmi e di fare un cammino di conoscenza del matrimonio e di esperienza di un amore autentico poi nel matrimonio attraverso mia moglie, credevo che fosse umiliante ed ingiusto stare con una persona che non corrisponde il tuo amore. Mi sono ricreduto. Quello che scriverò di seguito a tanti non piacerà! Ma ne frego! Questo è il cammino verso la santità che tutti dobbiamo imboccare, io per primo che ancora pecco tanto in umiltà!

Iniziamo con il dire che non serve reciprocità per amare. Serve reciprocità per restare innamorati, per non perdere la passione, per tenere viva accesa la fiamma dell’eros. Non serve la reciprocità per mantenere fede alla mia promessa matrimoniale. Lì serve la nostra libera scelta. L’ho scritto tante volte. Noi promettiamo di restare innamorati? NO. Noi promettiamo di non perdere mai sentimento e attrazione verso l’altro? NO. Noi promettiamo di avere sempre un desiderio incontrollabile l’uno verso l’altra? NO. Non potremmo farlo semplicemente perchè non possiamo controllare del tutto i nostri sentimenti e i nostri desideri. Noi promettiamo di amare sempre. Questo possiamo farlo. Perchè amare è un verbo non una condizione. E’ una scelta.

Solo se sono consapevole che scegliendo di amare quella persona che ho accanto sto amando Dio, o meglio sto ricambiando l’amore di Dio, allora tutto acquista senso. Acquista senso amare mio marito che non mi fa un complimento, che non nota la fatica che faccio a lavorare e a stare dietro ai figli, che sembra interessato più alla Champions che a me. Acquista senso amare quella donna sempre pronta a lamentarsi, che non apprezza il mio impegno, che sembra un ghiacciaio quando la cerco fisicamente. Tutto acquista senso. Anche per chi come Ettore (che scrive su questo blog) decide di rimanere fedele ad una donna che si è fatta una nuova vita con un altro uomo. Ma serve umiltà!

La parola umiliazione ricorre spesso nei commenti che obiettano un rifiuto ad accogliere come modalità d’amore quella cristiana incondizionata e fedele. L’umiliazione ci abbassa nella nostra considerazione personale solo quando manchiamo di umiltà. L’umiltà è caratteristica delle due persone del Vangelo più perfette che ci siano: Gesù (Imparate da me che sono mite e umile di cuore – Mt 11,29) e Maria (ha guardato l’umiltà della sua serva …. Lc 1,28). L’umiltà non è per nulla una condizione di persone misere e miserabili, ma al contrario è di chi è ben consapevole del proprio valore e dei propri talenti. L’umiliazione, in tanti di noi, ha come conseguenza il disprezzo, ci fa sentire disprezzati. Ecco chi è umile, ma è davvero umile, non viene ferito da questo disprezzo. Può sicuramente avere una sofferenza per il comportamento della persona amata, ma non si sentirà toccato nella propria consapevolezza di essere prezioso. Umiltà ci permette di abbassarci innalzandoci. Cosa significa? Lo vederemo domani.

Antonio e Luisa

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I nuovi screenshot!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 1,16-25) Fratelli, io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. […]. Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità dell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. […]Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, […] e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.

Le lettere paoline hanno il pregio di toccare diversi temi con uno spiccato senso pratico, oltre a delineare un identikit del cristiano che si ritrova a vivere in una società a lui ostile. Per questo motivo tale brano risulta particolarmente adatto al nostro tempo di confusione dove il mondo vuole appianare tutto, livellare tutto, vuole una moralità fluida, capace di adattarsi alle varie circostanze non avendo una propria identità.

Ci vorrebbe così assuefatti alla moda del momento presente, ma pronti a confluire in una nuova moda l’indomani per poi assecondarne una terza appena se ne presenti l’occasione; va da sé che in questo modo vengono distrutti tutti i valori cristiani ed umani, le persone diventano pronte a tutto ed al contrario di tutto, ponendo sullo stesso piano scelte morali ed immorali, anzi togliendo il concetto stesso di moralità asservendolo ai propri desideri. Ce lo conferma la fine di questo brano: “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore“.

Oltre ai disastri sul piano morale e sociale, ci sono disastri ben più gravi sul piano spirituale, c’è in gioco quindi non tanto la felicità e la pace del cuore su questa terra, quanto la beatitudine eterna; il cuore dell’uomo anela alla felicità, e come non bramarne il possesso per l’eternità? Impossibile!

Ma come restarne alla larga da questa pericolosa onda fluida? Ci viene in soccorso San Paolo con questo brano: innanzitutto ci conferma che il Vangelo “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” ma esso ha bisogno di trovare accoglienza nel cuore dell’uomo, altrimenti sarebbe una dittatura da parte di Dio, il Quale vuole essere ricambiato nella libertà. Paolo ci ricorda che la prima lettera di Dio all’uomo è la Creazione, attraverso la quale è possibile col solo intelletto, con la sola ragione umana ancor prima della fede divina, conoscere che Dio esiste arrivando così ad una primordiale conoscenza di Dio e della Sua potenza.

Viviamo in una società che è stata sistematicamente sempre più scristianizzata e perciò è disorientata, il nostro compito come sposi è quello di essere come delle fotografie del Signore in giro per il mondo, come se fossimo dei Suoi continui screenshot viventi che camminano per le strade del mondo in cui siamo chiamati a vivere.

Se contemplando la creazione, con la sola propria ragione l’uomo può arrivare alla certezza che Dio esiste, il nostro compito di sposi è aiutare i “lontani” a capire che la prima creazione da contemplare sono loro stessi con la meravigliosa, unica ed irripetibile miscela tra il proprio corpo e la loro anima, un sapiente connubio che anela all’eternità.

La nostra castità matrimoniale vissuta in tutte le sue forme deve essere un punto di riferimento per essi, aiutarli a capire -anche con le parole- che il proprio anelito di vita felice si realizza pienamente nel rispetto del proprio corpo e non nella mercificazione di esso; il mondo li spinge invece verso la mercificazione del corpo su vari livelli: pornografia, vestiario provocante e sexy, corpi sempre performanti e muscolosi per lui, sempre in linea e magri per lei, maternità e paternità a comando per soddisfare se stessi e non come dono totale e gratuito, scorporazione del sesso dalla sessualità così da trasformare il corpo in un continuo “Luna-Park” aperto H24.

Cari sposi, molte coppie sono state ingannate da questo mondo e non si accorgono di aver cercato risposte sbagliate alle domande giuste del proprio cuore e del proprio matrimonio. La nostra vicinanza li può aiutare a intravedere una speranza bella, una speranza di felicità piena che troverà il suo compimento solamente in Paradiso. L’orizzonte piccolo e povero di questo mondo non riesce a soddisfare pienamente l’anelito del loro cuore, ed è così che passano da un piacere all’altro in cerca di un significato ultimo, ma i piaceri di questo mondo durano pochi istanti e ci si trova impigliati in una ossessionata ricerca di qualcosa che colmi il vuoto lasciato dall’assenza di Dio.

San Paolo ammonisce severamente i pagani del suo tempo ed anche oggi c’è bisogno di tanti sposi che ammoniscano i pagani del nostro tempo, aldilà del linguaggio usato la verità resta tale, per cui dobbiamo trovare il modo, le parole e gli atteggiamenti più idonei per ammonire i pagani del nostro tempo. Dobbiamo ammonirli ricordando loro che non si può adorare e servire le creature anziché il Creatore.

Non a tutti gli sposi è chiesto di ammonire con la parola, si può ammonire anche con uno sguardo, con un silenzio, con un gesto di disapprovazione, ma mai dobbiamo far l’errore di ergerci a superiori, il nostro ammonimento deve avere come unico scopo la loro salvezza, e sperimenteremo che davvero il Vangelo è potenza di Dio, ovvero l’annuncio che Gesù Cristo ci ha salvati per fare nuove tutte le cose, anche il nostro matrimonio. Coraggio sposi, la prima verità da rispettare è dentro noi stessi.

Giorgio e Valentina.

Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto

Due sposi che celebrano un matrimonio, che celebrano il sacramento del matrimonio, sono convinti che tutto andrà bene. Non si sposerebbero se non fosse così. Quasi tutti i matrimoni ormai sono liberi. È una scelta non più obbligata, non più dettata da motivazioni culturali o conseguente al rispetto di una tradizione. Non più. Chi si sposa lo fa perché vuole farlo. Magari non è pienamente consapevole di cosa significhi, ma vuole farlo. Se poi i due sposi celebrano un sacramento con fede e nella convinzione che Gesù stia davvero partecipando in prima persona, credono di poter davvero sperimentare una relazione meravigliosa e unica attraverso quella scelta definitiva e radicale che stanno compiendo davanti al sacerdote e all’assemblea.

Ed è davvero così, ad una condizione però. Che i due sposi non credano di poter accollare tutto il lavoro a Gesù. Lo Spirito Santo eleva l’amore naturale dei due sposi. Lo Spirito Santo perfeziona e potenzia l’amore dei due sposi. Un amore che però ci deve essere e che deve essere custodito ed aumentato nel lavoro quotidiano. La matematica ci insegna che zero moltiplicato per qualsiasi numero dà sempre zero. Quindi se i due sposi non curano quella relazione giorno per giorno lo Spirito Santo non potrà evitare sofferenze e allontanamenti che possono portare fino a separazioni e divorzi. Tanti matrimoni, anche celebrati sacramentalmente, partiti con tante buone intenzioni e tante speranze nel cuore, poi falliscono miseramente.

Non è questione di fortuna, non è questione di chimica o tantomeno di destino. No, nulla di tutto questo. Noi sposi siamo artefici in prima persona della qualità della nostra relazione. Gesù opera, ma solo insieme a noi. Lui mette tutto il Suo amore che diventa nostro, ma noi dobbiamo mettere il nostro povero, limitato e incoerente amore. Dobbiamo mettere tutto quello che abbiamo e solo dopo Lui può fare il miracolo. Come alle nozze di Cana, dove i servi riempirono le giare di acqua, per permettere a Lui dii trasformare quell’acqua in vino. Il matrimonio è costruito sullo Spirito Santo ma anche sulla nostra fede, sul nostro impegno, sulla nostra volontà, sulla nostra perseveranza. Sulla cura giornaliera e tenera dell’uno verso l’altro Lo spiega benissimo Wilferd A. Peterson nel suo bellissimo componimento.

L’ARTE DEL MATRIMONIO di Wilferd A. Peterson
La felicità nel matrimonio non è qualcosa che semplicemente accade.
Un buon matrimonio deve essere creato.
Nel matrimonio le piccole cose sono le grandi cose.
É non essere mai troppo vecchi per tenersi per mano.
É ricordarsi di dire “Ti amo” almeno una volta al giorno.
É non andare mai a dormire arrabbiati.
É non dare mai l’altro per scontato;
il corteggiamento non dovrebbe finire con la luna di miele,
dovrebbe continuare nel corso degli anni.
É avere un senso reciproco di valori e obiettivi comuni.
È stare insieme di fronte al mondo.
É formare un cerchio d’amore che riunisce tutta la famiglia.
É fare le cose l’uno per l’altro, non nell’atteggiamento del dovere o del sacrificio, ma nello spirito di gioia.
É dire parole di apprezzamento
e dimostrare gratitudine in modi gentili.
Non è cercare la perfezione l’uno nell’altro.
É coltivare la flessibilità, la pazienza, la comprensione e il senso dell’umorismo.
É avere la capacità di perdonare e dimenticare.
É dare l’un l’altro un’atmosfera in cui ognuno può crescere.
É trovare spazio per le cose dello spirito.
È una ricerca comune per il bene e il bello.
É stabilire una relazione in cui l’indipendenza è uguale,
la dipendenza è reciproca e l’obbligo è vicendevole.
Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto
É scoprire cosa il matrimonio può essere, al suo meglio.

Capito cari sposi? Se le cose non funzionano bene tra di voi non smettete di pregare e di affidarvi a Gesù, ma non smettete neanche di rimboccarvi le maniche e fare di tutto per sanare le vostre ferite e per ridurre la distanza tra voi. Ricominciate a volervi bene nei piccoli gesti dii ogni giorno. Solo così Gesù potrà guarire voi e il vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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La difficoltà di lasciarmi stupire da Dio

Cari sposi, anche questa domenica tutta la liturgia è sfacciatamente nuziale, parla di voi in termini perfino troppo eloquenti per non essere compresi. Difatti, l’evangelista Matteo nel presentare un fatto abbastanza comune per l’epoca – il banchetto di nozze per il figlio del re – ci sta dicendo in realtà che il re è Dio, il banchetto simboleggia l’alleanza che Lui vuole instaurare con il suo popolo e che in Cristo diviene l’alleanza con l’umanità intera.

Per caso avete notato la Sposa? Non è che si è nascosta da qualche parte? La sposa è ben presente nella scena perché rappresentata dagli invitati, ossia ciascuna di voi coppie. Questa immagine del banchetto è bellissima! Rappresenta il sogno di Gesù di unirsi a ciascuna di voi coppie in una festa che non avrà fine, in cui la gioia supererà anzi cancellerà totalmente ogni ombra di tristezza e dolore.

Tuttavia, come vorrei che sobbalzaste nel vostro intimo nel vedere che la storia della salvezza, la storia a cui era stato chiamato Israele, e con lui tutti i popoli, è una storia di amore nuziale, cosicché il matrimonio diviene “il paradigma per comprendere tutta la storia della salvezza” (cfr. Mario Meruzzi, Lo sposo, le nozze e gli invitati. Aspetti nuziali nella teologia di Matteo, Cittadella 2008). Quindi non leggete il Vangelo di oggi da spettatori di una partita di calcio ma sentitevi dentro fino al collo. Voi siete quegli invitati – la Sposa – a cui Gesù vuole darsi in corpo e anima.

Papa Francesco commenta questo aspetto dell’Alleanza con delle espressioni quasi uniche nel suo genere: “Questo Sacramento (il matrimonio) ci conduce nel cuore del disegno di Dio, che è un disegno di alleanza col suo popolo, con tutti noi, un disegno di comunione. […] L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due. Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna” (Udienza 2 aprile 2014).

Ma a questo punto però bisogna comprendere che, come diceva Santa Teresina di Lisieux, “l’amore si paga solo con l’amore”. Per questo leggiamo nel Vangelo che agli invitati veniva richiesto di entrare nella grande stanza del banchetto ricoperti di mantello bianco, un vestito che lo sposo offriva gratuitamente, segno del proprio assenso e affetto nei confronti del re. Ma ora accade l’incredibile! Qualcuno vuole entrare ma senza accogliere il dono! Si potrà? Chi di noi ha rifiutato i regali trovati sotto l’albero di Natale? O quelli nel giorno di compleanno?

Questo rifiuto in realtà non è poi così stravagante ma è il frutto di un ben preciso atteggiamento di vita: la chiusura e la distrazione davanti ai doni di Dio. Cito qui don Fabio Rosini, prendendo alcune frasi del suo ultimo libro: “L’arte della buona battaglia”: “Come parla Dio? Dio comunica in noi in molti modi, ma per quanto riguarda la vita interiore bisogna rispondere con un’affermazione che dice e non dice: nel profondo. […] Ecco, la sfida del libro sarà cercare di difenderci da ciò che ci allontana dall’io profondo e cercare di assecondare ciò che ci porta lì, dove risiede la verità”.

E la verità è che lo Sposo abita nel vostro cuore e nella vostra relazione, è lì che va cercato ogni giorno altrimenti si rischia di sentirsi soli e abbandonati ma perché lo si cerca altrove. La grazia di certo non vi manca, difatti “la grazia dei Sacramenti alimenta in noi una fede forte e gioiosa, una fede che sa stupirsi «delle “meraviglie» di Dio e sa resistere agli idoli del mondo” (Udienza, 6 novembre 2013)

Cari sposi, può darsi che la solitudine e la tristezza spesso vi accompagnino e vi confondano, ma lo Sposo Gesù non cessa di chiamarvi e sollecitarvi a entrare in una preghiera più profonda come coppia per sperimentare di quali e quanti doni vuole riempire la vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Quando ci sposiamo in realtà, come ha così bene espresso padre Luca, siamo entrambi sposa di Gesù. Lo siamo insieme. Io ho sposato Luisa, ma insieme abbiamo sposato Cristo. Cristo non vedeva l’ora di rivestirci dell’abito nuziale. A noi la scelta, ad ogni sposo e sposa la scelta, decidere di indossarlo oppure farne a meno. Questo significa fare una scelta concreta. Significa mettere al centro del nostro matrimonio Cristo non a parole, ma amandolo davvero. E Lui ci dice come: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.” Una coppia che anche si sposa in chiesa ma poi non indossa l’abito nuziale, non conformando la propria vita agli insegnamenti della Chiesa, facilmente fallirà anche se i due si sono sposati sacramentalmente. Rispettare i comandamenti significa vivere una vita di dono e non una di possesso. Non uccidere significa tante cose nella coppia. Significa non mortificare, non umiliare, non essere capaci di perdonare. Non commettere atti impuri significa usare nostra moglie o nostro marito e non donarsi a lui/lei attraverso il corpo. Non rubare può significare rubare la libertà alla persona che abbiamo accanto, non permettendole di sviluppare i propri talenti e limitandola all’idea che noi abbiamo di come debba essere e cosa debba fare. Potrei andare avanti per ore. In sintesi, indossare l’abito nuziale significa mettere al centro del nostro agire il bene della persona che abbiamo accanto e non il nostro tornaconto e il nostro egoismo. Significa amare e non usare. Solo così la grazia di Dio potrà entrare nel nostro cuore e trasformarci in una vita trasfigurata verso la santità.

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Entrerò danzando in cielo

Cari sposi, anche oggi continuiamo il racconto di coppie in cammino verso gli altari. Si tratta dei venerabili coniugi Cyprien e Daphrose Rugamba i quali ci mostrano una storia del tutto singolare. Nella cultura africana l’origine tribale ha un grande peso e difatti essi erano assai diversi sotto molti aspetti, anzitutto per l’etnia: lui hutu e lei tutsi, lui riconvertitosi dopo anni di ateismo, lei di famiglia profondamente credente; lui intellettuale ed artista, lei dedicata alla famiglia e figli. Per tutto ciò non fu affatto un matrimonio facile, al punto che per un periodo vissero separati dopo che Cyprien accusò ingiustamente Daphrose di stregoneria. In quel periodo però fu lui a tradirla in più occasioni al punto da diventare padre di una figlia illegittima che Daphrose non esitò successivamente ad accogliere in casa.  

Per la sua grande fama di intellettuale e compositore di canzoni, poesie, balli ed opere teatrali, venne corteggiato dal governo che lo voleva rendere strumento di indottrinamento e manipolazione nelle lotte tribali ma Cyprien si schermiva rivendicando la sua appartenenza solo “al partito di Gesù”.

Come coppia furono esempio di unità e riconciliazione in un momento di crescente odio razziale. Il loro matrimonio divenne un esempio vivente di come l’amore di Cristo può superare ogni barriera culturale ed etnica. Inoltre, memori della loro crisi coniugale, seppero essere a loro volta consiglieri e accompagnatori di coppie in difficoltà.

Il martirio come sempre non è una casualità ma l’apice di un crescente amore e dedizione al Signore. Sono le 10:30 del 7 aprile 1994 – il presidente Habyarimana era stato assassinato da poche ore – quando un commando di paramilitari si presentò alle porte di casa Rugamba. Il comandante chiamò fuori Cyprien il quale si presentò sull’uscio con tutta la sua numerosa famiglia, un oscuro presentimento infatti pervadeva su di loro ma anziché scappare avevano passato la notte in preghiera. Dopo averlo pesantemente insultato gli chiese se fosse ancora cristiano. Al che lui replicò citando una delle sue più famose canzoni: “Sì, ed entrerò danzando in Cielo”. Furono le sue ultime parole: una raffica di pallottole uccise tutti loro meno il più piccolo, occultato dai cadaveri dei fratelli ed unico testimone oculare del martirio della sua famiglia. Questi fatti e tanto altro nel libro che racconta la loro vita e la loro santità. Un esempio meraviglioso che può essere di stimolo ed incoraggiamento per noi oggi a seguire Cristo Sposo nelle nostre circostanze e nel nostro ambiente.

Padre Luca Frontali

Come resistere alle tentazioni?

Buongiorno, leggendo i vostri articoli mi è nata una richiesta dovuta anche ad una mia necessità personale e spero che sia di spunto per una riflessione più approfondita….
Io mi domandavo come vivere in grazia nel matrimonio, oltre seguire i precetti come andare a messa ecc , con tutte le tentazioni e le provocazioni che ci dà il mondo; per esempio dopo anni di matrimonio, e di conoscenza dell’altro, non è tanto , magari, una persona che ti porta a tradire ma proprio il concetto del tradimento in senso assoluto che ti dà sensazioni particolari e contrastanti . Leggendo qui e lì la scienza ammette che l’uomo essendo un mammifero è normale la poligamia in senso sessuale… davanti a tutto ciò come ci parla Dio, come dobbiamo fare? E la domanda conclusiva , se il sesso a livello cattolico è un fine solo per la procreazione come ci dobbiamo comportare se non ci sentiamo pronti per mettere al mondo un figlio?

Ho deciso di rispondere a questa serie di domande ricevute da un lettore (credo sia un uomo) perché ha espresso esattamente i dubbi di tante persone del nostro tempo. Viviamo immersi in una cultura che non vede più nella fedeltà una virtù importante ma anzi esalta spesso il tradimento e la promiscuità come manifestazione di libertà e di emancipazione. Ora con calma cercherò di rispondere punto per punto.

Dopo anni di matrimonio il tradimento diventa attraente.

Chi ha posto la domanda non dice di essersi innamorato di un’altra donna ma di trovare l’idea del tradimento stimolante, un modo per uscire dalla monotonia di una relazione che dura da diversi anni di matrimonio. Ecco mi sento di proporre due diverse riflessioni su questo punto. Quanti anni ha il lettore? E’ sposato da diversi anni ma usa i social abitualmente. Deve verosibilmente trattarsi di un uomo dai quaranta ai cinquanta. O giù di lì. Esattamente l’età in cui l’uomo entra in un tunnel, in una crisi. Ne ho già parlato. Succede che tutto d’un tratto, non in modo graduale ma improvvisamente, ed è questo che ci fa particolarmente barcollare nelle nostre sicurezze, prendiamo coscienza di stare invecchiando. Ci sono passato anche io che di anni ne ho 49. Non siamo più i ventenni che credevamo di essere. Voi direte bella scoperta. Eppure è un trauma. Questa consapevolezza arriva e ti colpisce. Rischia di affondarti. Non siamo più quelli di prima e il nostro corpo ce lo dice. Abbiamo accanto mogli che non sono più quelle di prima e che ci ricordano come uno specchio che anche noi non siamo più così giovani. Ecco che d’un tratto quella donna ci sta stretta, abbiamo bisogno di sentirci vivi e belli sentendoci attraenti per altre donne. E’ una tipica dinamica maschile. Non dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo però agire da uomini e non da maschi complessati e testosteronici. Mia moglie non mi piace in determinati momenti? E’ lì che sono chiamato a donarmi più di prima. Ad abbracciarla e a mantenere quel contatto fisico che è fondamentale. A volere l’intimità con lei. Certo all’inizio non mi viene spontaneo ma lo faccio perchè lei è l’amore per me ed in lei, attraverso la nostra relazione, posso fare un’esperienza incredibile. Sempre. Con la tenerezza, con il dono e la cura reciproca, è più facile riuscire a scorgere di nuovo la bellezza della mia sposa. Perchè lei è bella, è meravigliosa. Sono io che non riesco sempre a vederla come tale. Il problema non sta in lei ma in me. E’ importante prenderne coscienza per poi non nascondere questo problema ma affrontarlo e superarlo. Ora un’ulteriore riflessione. Desiderare il tradimento può essere un campanello d’allarme che indica che non sto vivendo una sessualità piena ed appagante nel matrimonio. Ne ho parlato già in diversi articoli che potete trovare sul blog. L’intimità se non diventa comunione, ma resta solo uno sfogo a livello fisico, difficilmente alla lunga resterà appagante per entrambi. E’ il problema di tanti matrimoni che nel tempo arrivano al deserto sessuale.

La scienza ammette che l’uomo essendo un mammifero ha una normale inclinazione verso la poligamia in senso sessuale

Questa è una delle obiezioni maggiori. Ne parlano tutti. E’ vero che ci sono molti mammiferi, la maggior parte ma non tutti, che hanno un comportamento sessuale poligamo. E’ vero anche che questi mammiferi hanno dei periodi di “calore” dove il corpo li predispone ad avere rapporti sessuali per fecondare le femmine. Capite bene che tutto il “desiderio” o sarebbe meglio chiamarla pulsione si verifica a livello fisico. Pur ammettendo che noi fisicamente siamo mammiferi e abbiamo una componente fisica ed ormonale che ci genera pulsioni verso diverse donne e altrettanto vero che siamo uomini. Siamo una complessità fatta di anima, cuore e corpo. Abbiamo un desiderio pulsionale che va educato e condotto all’amore. Noi siamo padroni delle nostre pulsioni e non schiavi di esse. Ho parlato anche di questo diverse volte. Noi abbiamo la nostalgia nel cuore di vivere un amore totale, dove ci mettiamo tutto in anima, cuore e corpo. E la relazione monogamica e fedele ne è la più piena realizzazione. Solo se riusciamo a vivere questo tipo di amore siamo appagati autenticamente. E questo vale anche nell’intimità. Io sono attratto da innumerevoli donne fisicamente più giovani di mia moglie ma mia moglie è la più bella per me. Perché? Perché di lei conosco molto (non tutto). Perchè ho vissuto anni in cui ci siamo donati ed accolti, in cui ci siamo amati, aperti, perdonati. Io non vedo più solo il suo corpo ma vedo un corpo trasfigirato da anni di amore quotidiano dato e ricevuto. Per questo lei è la più bella per me.

Se il sesso a livello cattolico è un fine solo per la procreazione come ci dobbiamo comportare se non ci sentiamo pronti per mettere al mondo un figlio?

Questa è un’idea sorpassata e sbagliata. La Chiesa non dice che il sesso ha il solo fine procreativo. La Chiesa dice che il sesso ha bisogno del tutto per essere autentico e il tutto presuppone anche la nosta componente procreativa. Detto in altre parole: per poter vivere nella verità il nostro incontro intimo, e di conseguenza fare esperienza di una vera comunione, il rapporto deve essere aperto alla vita (seme in vagina e senza barriere fisiche o chimiche). La Chiesa ci invita altresì ad una maternità e paternità responsabile. Essere cioè generosi ma senza mettere in pericolo la tenuta psicofisica dei due sposi e dei figli che già ci sono. La soluzione sono i metodi naturali. Il che significa avere rapporti nei periodi infertili, se si crede di non poter avere figli in quel momento per tanti motivi che la coppia ha ponderato e su cui ha fatto discernimento. Solo così in ogni rapporto ci uniremo senza escludere nulla di noi e se non potremo farlo aspetteremo di poterlo fare. Questo è amore: se non ti posso avere tutta/o aspetterò il giorno che potrò averti tutta/o.

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Perdete tempo!

Due giorni fa il Vangelo proponeva il brano della visita di Gesù a due amiche. Marta e Maria sono le sorelle di Lazzaro e sono tra le persone più vicine a Gesù. Due donne molto interessanti perchè mostrano un atteggiamento completamente opposto. Maria si disinteressa di ogni attività in casa e si dedica completamente a Gesù. Marta invece continua ad affaccendarsi senza riuscire ad approffittare della presenza di Gesù e a godere della vicinanza di Cristo.

È vero, ne ho già scritto tante volte. Però è anche vero che, presi da mille cose da fare nella nostra quotidianità, ci dimentichiamo spesso di ciò che è davvero importante. Quindi repetita iuvant dicevano i latini. Oggi vorrei prenderla da una prospettiva diversa che non ho mai specificatamente approfondito qui sul blog.

Quanto siamo Marta e quanto siamo Maria nella nostra relazione? Cosa mettiamo al primo posto? Abbiamo la capacità di comprendere che l’altro è una meraviglia e a volte serve lasciare lì i nostri impegni e serve “perdere tempo” per stare con l’altro, per parlare, per guardarsi, per riconoscersi, per fare l’amore? L’amore è dare ciò costa fatica dare. Amare è dare il tempo che non abbiamo. Anche per fare l’amore! Serve “togliere” tempo ad altro, serve “togliere” tempo ai figli, al lavoro, agli impegni. E dobbiamo comprendere che non siamo cattivi genitori se lo facciamo. In realtà stiamo mantenendo fede alla promessa matrimoniale. Stiamo permettendo al nostro amore di vivere, di alimentarsi, di non seccare, di crescere. Alla fine questo è il nostro impegno più grande ed importante. Tutto il resto può e deve venire dopo. Se non riusciamo a mettere al posto giusto la cura dell’amore verso Dio certo, ma anche verso Dio attraverso l’altro, inutilmente stiamo faticando. Nel Siracide troviamo scritto: C’è chi lavora, fatica e si affanna: eppure resta tanto più indietro.

Questo non significa disprezzare l’impegno, il lavoro e la cura dei figli. Questo significa farlo nel modo giusto. Perchè alla lunga, se non nutriamo il nostro amore “perdendo tempo” tutto diventerà più difficile. La nostra famiglia perderà la sua bellezza ai nostri occhi e diventerà un peso, una serie di impegni da fare per forza. Capite che non è il modo giusto?

Quindi ripeto: dedicate del tempo per attività che sembrano non servire a nulla concretamente. Faccio un esempio personale. Luisa ed io siamo sposati da ventuno anni. Il lunedì mattina ho deciso di accompagnarla al lavoro. Questo per me significa alzarmi prima, mettermi in mezzo al traffico che in quell’ora è intenso, e farmi un bel po’ di coda soprattutto al ritorno. Questo per cosa? Per stare solo con lei in auto all’andata e per stare dieci minuti al bar a fare colazione. Sembrerebbe inutile. Eppure è uno dei nostri segreti per non perderci di vista.

E poi, non dobbiamo dimenticare che l’amore fisico è più di un semplice piacere momentaneo. È un atto di intimità profonda che va oltre il semplice soddisfare i desideri del corpo. È un’esperienza che coinvolge l’anima e il cuore in modo unico. Quindi, invece di affrettarsi e considerarlo come un semplice dovere da svolgere di fretta, dedichiamo del tempo a questa esperienza sacra. Facciamo l’amore come Maria e non come Marta. In quel momento tra noi c’è Gesù, stiamo rinnovando un sacramento. L’amore merita di essere celebrato con attenzione, tenerezza e delicatezza. Non limitiamoci solo al piacere fisico, ma cerchiamo di creare un legame intimo che vada al di là delle apparenze esterne. L’amore autentico richiede contemplazione reciproca, comprensione profonda e parole dolci che nutrano l’anima. Non lasciamo che questo gesto d’amore diventi un’attività di routine da inserire in mezzo a tante altre. Dedichiamo del tempo di qualità a questa esperienza, troviamo momenti di intimità in cui ci sentiamo pienamente presenti e connessi con il nostro partner. Non importa se siamo stanchi o impegnati, cerchiamo di trovare spazio, ripeto di qualità, nella nostra vita per celebrare l’amore con tutta l’attenzione che merita. Altrimenti anche fare l’amore diventerà un peso alla lunga. Invece, se vissuto bene, diventerà sempre più bello e pieno.

Alla fine vi accorgerete che tutto questo “tempo perso” è servito a costruire una casa solida ed accogliente, la casa del vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Riuscire nella vita significa perdere la vita

Oggi voglio tornare sullo spot Esselunga “La pesca” che ha destato polemiche e opinioni contrastanti: innanzitutto secondo me è un piccolo capolavoro, dove il regista ha giocato tutto sugli sguardi, della bambina e dei genitori. Ma lo spot può piacere o non piacere, come tutte le produzioni, non è ciò che m’interessa: quello che invece mi sta a cuore è ribadire che la separazione è una sofferenza per i figli. Non lo dico per sentito dire, ma per esperienza personale e di tanti altri genitori che si trovano nelle mie stesse condizioni.

È inutile che ci sia qualcuno che cerchi di sminuire e dica ad esempio che i figli si abitueranno, capiranno, cresceranno più in fretta etc., mi sembra solo un vano tentativo di giustificarsi e diminuire i sensi di colpa. Come una pianta non può crescere bene senza che le radici siano a contatto con la terra e con l’acqua, così i figli per crescere correttamente dal punto di vista psico fisico hanno bisogno di vivere in una famiglia composta da papà e mamma che si vogliono bene.

Qualcuno penserà: “Meglio per loro che i genitori si separino, piuttosto che vivano in una famiglia dove ci sono continuamente litigi”. Anche qui, cosa vuol dire questo? Non esistono famiglie dove non ci siano discussioni, dove non ci siano decisioni importanti da prendere e difficoltà da superare, è questa la realtà in cui viviamo (anzi, ritengo che se in una famiglia non ci siano discussioni, vuol dire che c’è chi prevale e chi è sottomesso, oppure che ormai ognuno fa la sua vita e non gli importa niente dell’altro). Vogliamo far credere ai figli che il matrimonio è una strada in discesa e che esiste sempre il “vissero felici e contenti”? Se facciamo così, li illudiamo soltanto, ci rimarranno molto male quando si accorgeranno che le cose sono diverse e alla prima difficoltà si tireranno indietro, pensando così di aver sbagliato persona.

Certo, i genitori devono creare un clima sereno in famiglia, non devono volare i piatti in casa, facendosi anche aiutare da esperti, se necessario. “I bambini non dovrebbero intromettersi nelle questioni dei grandi”, hanno commentato e questo è vero, ma anche a 50 anni un figlio desidera che i propri genitori tornino insieme, perché è nato dal loro amore e la sua identità nasce dall’unione di due persone, questo nessuno lo può cancellare (anche se il mondo cerca di farci credere il contrario). Mi ricordo che nella mia adolescenza uno dei miei film preferiti era “Il cowboy con il velo da sposa” (The Parent Trap, 1961), dove due ragazze adolescenti scoprono in un campeggio di essere sorelle gemelle, separate da piccole a causa del divorzio dei genitori, ognuno dei quali aveva scelto una figlia: si organizzano per scambiarsi i ruoli in modo da conoscere l’altro genitore e poi fanno di tutto per farli tornare insieme, addirittura facendo dispetti alla fidanzata del papà, fino a raggiungere il loro obbiettivo. Questa commedia della Disney che è stata molto apprezzata a suo tempo, ha soltanto ribadito una cosa ovvia, il desiderio dei figli di stare con entrambi i genitori e non mi risulta che siano nate delle polemiche, nonostante le protagoniste abbiano utilizzato qualsiasi mezzo per raggiungere il loro scopo. L’aspetto interessante è che queste due ragazze all’inizio non erano tanto gentili o buone, tanto che la scoperta di essere gemelle avviene quando vengono messe insieme in punizione perché si odiavano, mentre subito dopo cambiano completamente, scoprendo che erano state amate e desiderate dagli stessi genitori e quindi legate da un vincolo fortissimo.

La stragrande maggioranza delle separazioni avviene per egoismo, narcisismo, tradimenti e ferite personali, le motivazioni che riguardano violenze sono una piccolissima parte (questo per rispondere a chi tira in ballo questa “giusta” motivazione a dividersi). Solo che qualcuno non vuole che si dica la verità, bisogna tenere alcune cose nascoste per non “disturbare”, risvegliare le coscienze o per far credere che la separazione sia “normale” (Dio quando unisce una coppia di sposi non vorrebbe che si separassero mai, ma questo avviene per il limite umano).

Quando un uomo e una donna decidono di generare una vita collaborando con Dio, dovrebbero dare la vita fino in fondo, mettendo questa creatura, che è la più indifesa, davanti a tutto, fosse anche necessario rinunciare a tante cose: solo che in questo periodo storico l’individualismo è predominante ed è difficile trovare persone che agiscono oltre sé stessi per un bene superiore o comune (“Se non sto bene o non sono felice, perché non posso andarmene e frequentare altre persone?” è una frase molto diffusa, pensando erroneamente che la felicità sia cambiare treno e non tenendo in considerazione le conseguenze della propria scelta in tutte le persone vicine).

Io credo che riuscire nella vita sia essenzialmente perderla, donarla per Dio e per gli altri: che questo avvenga nel sacerdozio, nel matrimonio o in persone single ha poca importanza, quello che conta è ciò che ci muove e ci spinge a fare tutte le nostre scelte.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Giona nella balena…

Dal libro del profeta Giona (Gio 1,1 – 2,1.11) In quei giorni, fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore. Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. […] Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia». […] Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. […] Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia.

Sono in molti ad aver imparato al Grest la simpatica canzonetta che racconta di Giona nella balena, ma forse non tutti sanno com’è andata la storia. Negli spezzoni del brano sopra citato -letto nella Messa di ieri- si narra la vicenda di come Giona si imbarchi per Tarsis al fine di sfuggire alla missione affidatagli dal Signore. Dopo qualche peripezia, Giona si ritrova sulla spiaggia e riceve per la seconda volta il comando del Signore di andare a Nìnive.

Aldilà della disquisizione sulla balena, quello che ci interessa è che il Signore voglia salvare gli abitanti di Nìnive perché stanno rischiando grosso, costi quel che costi; è disposto a tutto pur di salvare il salvabile, scatena addirittura una tempesta per bloccare la fuga di Giona, si inventa di farlo inghiottire da una “balena-grosso pesce” per riportarlo a riva… insomma quando il Signore si mette in testa un progetto niente e nessuno lo può fermare e non desiste dal Suo intento perché il Suo intento è salvezza. Ora, ci si presentano tre riflessioni:

  • la malvagità degli uomini scatena il progetto di salvezza del Signore prima ancora dei Suoi castighi
  • la nostra resistenza -come Giona- al comando del Signore ovvero la ribellione alla propria vocazione
  • la meravigliosa notizia che il Signore le escogita tutte pur di raggiungerci con la Sua salvezza.

Sono tre argomenti che meriterebbero approfondimenti dedicati e ci porterebbero molto lontano ma per necessità di sintesi cercheremo di focalizzare ognuno in un aspetto.

  1. La malvagità degli uomini -la nostra malvagità- non cade nel vuoto, non è inascoltata dal Cielo, non è che Dio si giri dall’altra parte e faccia finta di niente, i nostri peccati feriscono il Suo Cuore Sacratissimo; troppi sposi cristiani si lasciano sedurre dalle sirene della lussuria pensando di agire nel nascondimento, illudendosi che Dio non li veda e che poi si azzeri tutto come quando arrivi in cassa e ti fanno lo sconto del 50%.
  2. Molte coppie di sposi si ribellano alla propria vocazione su tematiche come quella del sacrificio di se stesso, la rinuncia alle proprie vedute in vista del bene maggiore che è il “noi”, non vogliono fare la fatica di cambiare il proprio ego affinché l’altro sia amato, non si vogliono rendere amabili per l’altro e pretendono che lei/lui li ami, li accetti, li perdoni così come sono: ruvidi, acidi, spinosi, scontrosi, burberi, sgarbati e scortesi.
  3. Tanti sposi rinunciano -peggio ancora se snobbano- troppe volte alle molteplici occasioni di Grazia che il Signore elargisce loro -ostinato com’è nel Suo progetto di salvezza- pensando che le occasioni di salvezza siano infinite… ci penserò un’altra volta… si atteggiano come con la famosa “dieta del Lunedì” che non comincia mai. Anche noi sposi siamo a volte come Nìnive, ed ogni coppia ha il proprio Giona che viene ad annunciare la salvezza del Signore: non dobbiamo commettere il gravissimo errore di non ascoltarlo, di non cogliere l’occasione propizia per convertirci, il Signore cercherà di salvarci ad ogni costo ma ogni Grazia è come un treno che passa, quando è perso non torna più indietro.

Cari sposi, il Signore ci ha costituiti Suo sacramento vivente affinché siamo l’uno per l’altra strumento della Sua Grazia. Riprendiamo con coraggio il cammino del matrimonio sapendo che il Signore si fida di noi per amare l’altro al posto suo.

Giorgio e Valentina.

È la fantasia che trasforma i pianeti in sassi.

Eccoci qui a condividere con voi tutti che seguite quotidianamente il blog un grande passo che abbiamo compiuto grazie a voi. Il dieci Ottobre uscirà nelle librerie e negli store online, il nostro libro Montagna, maestra di vita. Spiritualità per coppie in cerca di figli, con la prefazione di don Rocco Malatacca ed edito da Tau Editrice.

L’ uscita di questo libro è un passo compiuto con la spinta di Carlo Acutis. Perchè come abbiamo già scritto in molti articoli pubblicati da questo blog, ogni nostro passo e ogni nostra scelta sono stati presi sostando in preghiera nella Chiesa Nuova ad Assisi e dinanzi alla reliquia del cuore di Carlo nel duomo di San Rufino.

E dono più bello non poteva esserci che presentare il libro proprio nei giorni della sua festa. È un libro particolare, frutto di un cammino umano e spirituale. Pensate: la prefazione è stata scritta per le vie di Santiago. Un segno chiaro del percorso spirituale del libro. Cosa troverete all’ interno? Una strada da percorrere, un pozzo da scavare, vi do un indizio; preparate il vostro zaino con il kit del pellegrino: vangelo, matita e rosario.

Non mi dilungo volutamente oltre perché avremo modo sicuramente di incontrarci per l’Italia dal vivo.

Nell’ attesa vi aspettiamo sul nostro profilo Instagram e nel nostro programma radiofonico in onda su Radio Maria ogni primo lunedì del mese alle 12:30 e infine per chi abita a Roma ci trova presso la parrocchia del San Giuseppe al Trionfale. A presto Simona e Andrea.

ANTONIO E LUISA

Non parliamo del libro perché non abbiamo ancora avuto il privilegio di leggerlo, ma vi parleremo degli autori. Sì, perché anche se il libro riporta in copertina il nome di Simona come autrice, è un lavoro che nasce dal matrimonio e dalla relazione con Andrea. Simona è incredibile. Difficilmente nella mia vita ho incontrato persone tanto positive, pronte a mettersi in gioco e senza paura di affrontare il futuro. Una donna sempre di corsa, ma senza mai perdere il sorriso. Un vulcano di iniziative e di idee. Insomma, sembra una persona che non sia mai stata ferita dalla vita. Eppure ha dovuto affrontare, come molti di voi sanno, uno dei dolori più grandi per una donna: l’impossibilità di portare a termine una gravidanza. È dovuta passare in mezzo a quel mare di dolore, di domande, di confusione, di incomprensione, eppure non si è persa. Ne è uscita forte e capace di non piangersi addosso, perché capace di far fruttare i talenti che ha e non rimpiangere ciò che le manca. Credo che possa essere un esempio positivo per tante spose e sposi che vivono questo dramma o anche altri. Noi siamo una meraviglia e anche se ci manca qualcosa, Dio è pronto a far fruttare i talenti che ha celato in noi. Ecco, Simona l’ha capito e nel libro credo lo racconti. La sua testimonianza può essere un punto di riferimento per tanti che non vedono luce e futuro.

Per preordinare il libro clicca qui

זֵיתִ֑ים סָ֝בִ֗יב לְשֻׁלְחָנֶֽךָ

Cari sposi, corro il serio rischio che nessuno legga la riflessione di oggi con un titolo del genere. Eppure altro non è che il versetto 3 del salmo 128 che alla lettera dice: “Tua moglie sarà nella tua casa come una fertile vigna”. Un’immagine, infatti, attraversa da lato a lato della liturgia della Parola odierna ed è proprio la vigna. Essa è il simbolo del popolo di Israele ed ha pertanto una significazione nuziale fortissima (lo dice Isaia 5,7 e poi soprattutto il Cantico 4,16). Come del resto anche le nozze di Cana hanno nel vino la figura più potente per esprimere l’amore derivante dal matrimonio.

Quindi cari mariti, ora non leggete questa liturgia pensando che il Signore stia facendo la ramanzina solo a vostra moglie così da sghignazzarle alle spalle! Piuttosto siete voi coppia la Sposa di Gesù e quindi semmai la paternale va applicata ad entrambi. Anzitutto, al centro dell’attenzione vi è la parabola dei vignaioli omicidi. Essi sono dei comuni operai in questa grande vigna, un fatto che accade ancora oggi, tanto che proprio in questi giorni si sta realizzando la vendemmia.

Come mai queste persone arrivano a supporre che, tolto di mezzo l’erede, tutti quei terreni sarebbero automaticamente passati a loro? Quale affittuario può mai pensare una cosa del genere? Può esistere una legge che avvalli un simile pensiero? È un ragionamento grottesco che però nasconde un preciso significato. Così si esprimeva al riguardo il card. Giacomo Biffi: “Ma chi è quel padre che sapendo di avere in casa dei briganti arrischia il suo unico figlio? E infatti i vignaioli decidono di uccidere anche lui, in modo da ereditare il patrimonio del padrone (chissà in quale codice sta scritto che l’eredità passa agli assassini dell’unico erede!)”.

L’unica spiegazione plausibile è che tali operai avevano smarrito il senso del loro essere in quel ruolo, il motivo ultimo del loro lavoro: essere a servizio di qualcuno e non di sé stessi, essere strumenti per un altro e non il fine ultimo. Ha ragione don Fabio Rosini quando dice: “E noi? Spesso siamo dominati dalla distrazione: siamo schizofrenici, multitasking, facciamo tante cose insieme. C’è una tendenza avida a prendere tutto…”. Finiamo così per avere nei confronti della Vigna – leggasi coppia – non l’amore di Cristo ma un atteggiamento possessivo. E qui ricordiamoci, come diceva San Francesco – celebrato poc’anzi -, che il contrario dell’amore non è l’odio né la vendetta né l’indifferenza bensì il possesso.

Peccato per questi operai! Non sono voluti entrati nella logica del padrone che di suo intendeva renderli partecipi del suo piano di amore. Difatti, quel padrone sognava di trovare tanti collaboratori così da aumentare a dismisura la produzione di vino, che come già sapete è il simbolo dell’amore, e diffondere la gioia in chi lo riceve.

Vivere da vignaioli omicidi significa spendere anni di vita nuziale ricercando solo il proprio comodo, i propri progetti, o anche solo la propria comodità. E l’esito magari non è la separazione o il divorzio (se vi va bene) ma anche solo una relazione apprezzabile di facciata che però sottende grigiore e insoddisfazione.

Per cui il Signore, a voi sposi come ai vignaioli, inizia a chiedere frutti: è il vostro amore fecondo? Cioè genera attorno a voi coesione, fede, benevolenza, carità? Un bel metro per “misurare” la fecondità di coppia è prendere i nove frutti dello Spirito Santo (Gal 5, 5) e vedere se noi come coppia generiamo queste virtù in noi per primi e attorno a noi.

Pensate a quella miriadi di santi sacerdoti e alla scia di fecondità spirituale avuta in tante persone! Bene, anche voi coppie siete chiamate a una simile fruttuosità. A questo fa riferimento Papa Francesco quado dice, in Amoris Laetitia: “La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” (184). È questa la vigna che sogna in voi il Signore!

Dicevo prima che tutte le letture possono sembrare un grande rimprovero, di quelli che ti lasciano stecchito e mogio per giorni, però alla fine Gesù conclude la parabola con un infuso di speranza. Mentre il giudizio che gli anziani ebbero riguardo agli operai infedeli è stato molto duro, specchio dei nostri soliti e ristretti parametri e che riflette esattamente quanto accade tra sposi quando ci si relaziona con un atteggiamento possessivo, Gesù non ci fa rimanere con l’amaro in bocca.

Gesù non pensa ed agisce così nemmeno davanti a casi disperati. Noi scarteremmo una coppia chiusa, egoista, superficiale, mondana. Invece Lui è disposto a prenderla, pulirla, levigarla, intagliarla, lisciarla, scalpellarla pur di imbellirla e trasformarla in una preziosità. Gesù non vuole scartare nulla e nessuno ma solo cambiare il nostro cuore in uno simile al Suo.

Cari sposi, così vede ciascuno di voi coppie, anche se all’interno si aggira un qualche modus vivendi da vignaiolo egoista. Sentiamoci tutti una vigna amata e lasciamoci fare dal divino Agricoltore.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha già scritto tante belle cose. Mi sento di aggiungere solo una piccola testimonianza. Tutte le volte che nel matrimonio ho fatto di testa mia con Luisa ho combinato sempre disastri. Quando invece mi sono fidato di Gesù e degli insegnamenti della Chiesa, pur non sempre capendoli fino in fondo, ho sperimentato gioia e pienezza. Il nostro matrimonio è vigna del Signore. Siamo felici di lasciare a Lui la Signoria della nostra relazione.

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