Vale anche col pensiero?

Vale anche col pensiero?

Quando si parla di tradimento, vale pure col pensiero? Questa è la domanda che mi rivolge una lettrice del blog. Siccome mi prega e mi scongiura di non rivelare il suo vero nome, la chiameremo Cunegonda. Sono pronta a scommettere che non conoscete nessuna che si chiami così. Cunegonda è sposata e la sua storia d’amore le sembrava perfettamente normale. Finché non ha scoperto che il marito ha una intensa relazione virtuale con una signorina, attraverso una app di incontri. Lui ha ammesso e minimizzato l’accaduto. Ma lei non trova pace. E chiede a chiunque le capiti a tiro (me compresa) se sia veramente così.

Se sia una cosa da niente. Mica un vero tradimento. Oppure, se l’infedeltà valga anche col pensiero. In linea di principio siamo tutti abbastanza concordi nell’affermare che un tradimento consumato fisicamente sia una ferita grave in un rapporto amoroso. Ci sono matrimoni che si sfasciano, a causa dell’infedeltà. Ma come classificare tutta quella zona grigia, che non è più del tutto innocente, ma non è ancora in flagranza di tradimento? È davvero così irrilevante?

Anche il pensiero ha il suo valore

Se lui mette i cuoricini a tutte le foto in cui l’altra appare ammiccante, sta tradendo la moglie o no? E se lei gli manda foto senza veli? O se entrambi condividono una fantasia compromettente? E’ tradimento anche se poi non succede niente? Il problema è che la virtualità ha innescato tutta una serie di interazioni impossibili nella vita reale. Interazioni che lusingano la vanità, rilasciano l’adrenalina, fanno assaporare il gusto della conquista, ma si fermano a un passo dalla realizzazione concreta di un adulterio. E allora? Questi comportamenti sono da condannare o li dobbiamo assolvere, ascrivendoli alla sfera dei giochi innocui? Nostro Signore, che conosceva il cuore umano, ha pensato bene di sgomberare il campo da ipocrisie:

Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore. Mt 5:27-28.

E quindi sì, vale anche con il pensiero. inutile girarci attorno.

Il tradimento del corpo e quello del cuore

Il tradimento del corpo è più tangibile, più immediato. È innegabile. Ma non è l’unico modo di tradire il coniuge. Né necessariamente il più grave. Esiste una forma di infedeltà altrettanto grave e distruttiva, che avviene anche se il partner non ha una relazione intima al di fuori del matrimonio. C’è un tipo di infedeltà che, addirittura, avviene anche in assenza di un/un’amante. Si tratta del tradimento del cuore. Avviene anche se il coniuge è fisicamente presente e la vita di coppia sembra normale. In questi casi, al di là dell’apparenza, quella persona non è emotivamente fedele. Questo significa che non prova sentimenti profondi o non è coinvolta affettivamente dal rapporto con l’altro.

In questi casi, si crea terreno fertile perché fra marito e moglie si insinui qualcun altro. Una persona estranea che gratifichi questi bisogni emotivi non soddisfatti nel matrimonio. I tradimenti del cuore o del pensiero sono altrettanto gravi e pericolosi di quelli fisici. Anche se potrebbero sembrare meno importanti. In questo vuoto affettivo, si crea spazio per una relazione parallela. È solo questione di tempo: appena le condizioni esterne lo renderanno possibile, ci sarà l’infedeltà. Una relazione affettiva parallela può minare le fondamenta del matrimonio, anche se con l’amante non c’è stato nemmeno un bacio.

Perché tradire col pensiero è grave?

In un matrimonio, ci si giura fedeltà reciproca. Esiste, fra marito e moglie, una sorta di patto di esclusività, che include l’amarsi, ma non solo. Anche l’onorarsi l’un l’altro e l’essere fedeli sempre. Il matrimonio non prevede che si intrattenga con nessun’altra persona un rapporto della profondità e dell’intimità che si ha con il coniuge. Spesso non si considera che, essendo gli sposi una carne sola, tradire l’altro equivale a commettere un gesto di slealtà. Non solo verso la moglie (o il marito) ma nei riguardi di sé stessi, verso l’impegno matrimoniale che si è assunto liberamente. E anche rispetto alle promesse fatte in prima persona. In definitiva si tradiscono i propri valori, oltre che l’altra persona. Questo indispensabile patto di lealtà con sé stessi e con il coniuge viene meno sia che il tradimento si consumi davvero, sia che rimanga allo stadio di pensiero.

Come affrontare la situazione

Alla nostra amica Cunegonda, io consiglierei di capire cosa ci sia dietro al tradimento del marito. Aveva bisogno di conferme? Questa nuova conoscenza ha lusingato il suo amor proprio? O lui sente che qualcosa nel rapporto matrimoniale gli manca, e ha pensato di cercarlo fuori? Se lui minimizza l’accaduto, può darsi che non voglia mettere in discussione il matrimonio. Questo non vuol dire che si debba fare finta che non sia accaduto nulla. Un tradimento, seppure realizzato solo col pensiero, è un segnale d’allarme. Una sorta di spia rossa nel cruscotto della relazione matrimoniale. Richiede comprensione della situazione e del contesto. Comprensione ancora prima del perdono, per fare sì che l’esperienza dolorosa aiuti a capire su cosa lavorare nella coppia, per evitare di tradirsi ancora e lasciarsi.

Anna Porchetti

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Chi veglia ama (e viceversa)

Cari sposi, oggi iniziamo solennemente il tempo di preparazione al Natale, l’Avvento. Come ben sapete dall’esperienza personale, sebbene siamo abituati a questo periodo, tuttavia ogni volta non è mai esattamente la stessa cosa.

Il tempo cristiano procede non in modo strettamente lineare bensì a spirale perché questo è un moto che coniuga la diversità con la linearità. Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre ma il Suo modo di camminare con noi è pieno di sorprese e novità. Così, anche in questo Avvento 2023 prepariamoci ad essere toccati dalla Sua Grazia, senza pregiudizi, senza chiusure, senza freni.

La parola che attraversa le varie letture è “vegliare”. La parola viene dal latino “vigilare” che è l’azione del “vigil” ossia la sentinella. Colui che piantonava e controllava mura, ingressi, strade o anche persone o cose importanti. Il tempo più pericoloso per questo tipo di incarichi, va da sé, che fosse la notte. Per cui la sentinella, oltre a non vedere l’ora di finire il suo turno, attendeva con impazienza l’alba. E già qui si potrebbe fare un bellissimo aggancio all’attesa del “sole che sorge” (Lc 1, 78), cioè Cristo.

Ma al di là di questo, il vegliare contiene un senso affettivo importante. Chi veglia è in fondo colui che si prende cura, che ha a cuore qualcuno e per lui è disposto anche a perder sonno, a stare accanto tutta la notte. Quante volte voi genitori avete vegliato sui vostri figli o da piccoli o in attesa del loro ritorno serale!

Ecco allora che questa veglia di cui parla tutta la liturgia odierna è anche un profondo anelito di incontrarsi con Cristo. Ripensate a quando eravate fidanzati, a quante volte, pur facendo le solte cose ordinarie, il vostro pensiero andava a lui, a lei, e non si vedeva l’ora di incontrarsi, di uscire assieme…

Questo dovrebbe essere l’atteggiamento con cui prepararsi al Natale! Questo è il senso dell’Avvento cristiano, la riscoperta che l’evento più importante della nostra vita, assieme alla Risurrezione, ossia l’Incarnazione di Gesù non è un fatto cerebrale, non consiste in una fredda memoria storica. Gesù è l’Amato, lo Sposo che si attarda ma che certamente verrà e la Chiesa Sposa, di cui voi siete una chiara rappresentanza, è tutta impaziente di abbracciarLo.

In tale senso la miglior interpretazione dell’Avvento ce la dà il Cantico dei Cantici, dove tutto è un corrersi dietro, tutto è attendersi e bramare l’abbraccio finale.

Cari sposi, Gesù è già nel vostro amore e in mezzo a voi due ma come Innamorato non si accontenta di quello che è già stato. Vorrebbe tanto in questo Avvento che voi Gli ridiciate quanto Lo amate, quanto vi manca, quanto Lo vorreste rendere partecipe e presente della vostra esistenza.

ANTONIO E LUISA

Che bello l’aggancio che padre Luca ha fatto con il tempo del fidanzamento. Quanto è vero che i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altra, che eravamo impazienti di vederci, di parlarci, di stare vicino. La presenza dell’altro era per noi già motivo di gioia e di benessere. L’Avvento come la Quaresima sono dei periodi di corteggiamento. Ci vengono chieste rinunce, digiuni, piccole mortificazioni non per un sadico piacere della Chiesa. Perchè attraverso quelle rinunce possiamo fare spazio. Concentrarci più su Dio, sull’amante e sull’amato, che su di noi. Ecco che questo tempo di Avvento sia anche per noi occasione di fare spazio. Fare spazio a Gesù e fare spazio al nostro sposo o alla nostra sposa. Per recuperare quel desiderio che forse, in queste nostre giornate piene di cose da fare, abbiamo un po’ perso.

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Il matrimonio secondo Pinocchio / 17

-A proposito, – soggiunse il burattino – per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa : anzi mi manca il più e il meglio. – Cioé ? – Mi manca l’Abbecedario.

[ Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli l’Abbecedario. ]

Il cardinal Biffi commenta così :

Un burattino che s’incammina con molta serietà verso la scuola ed è implicitamente biasimato perché non ci arriva, è un episodio grottesco, anzi è francamente un’assurdità […] Certo egli dall’origine è stato chiamato ad essere figlio, ma la sua è pur sempre una costituzione legnosa che sente prepotente il richiamo del teatrino.

Il richiamo del teatrino non è nient’altro che la ferita del peccato originale che non smette di farsi sentire, nonostante siamo dei battezzati, dobbiamo affrontare le conseguenze di tale condizione dopo il peccato delle origini. Cosicché il nostro cuore è sottoposto ad una tensione penosa come ci ricorda san Paolo : la carne ha desideri contrari allo spirito, sicché noi ci troviamo di volta in volta a combattere tra queste due inclinazioni dentro di noi.

Anche noi sposi dobbiamo fare i conti con questa condizione, non ne siamo esentati ; se per una persona che vive da sola le ricadute delle scelte personali sono limitate, nel caso di noi sposi c’è una gravità maggiore, poiché le cattive decisioni dello sposo hanno inevitabilmente delle ricadute sulla sua sposa e viceversa.

Se uno sposo (solo per fare un esempio di vita ahinoi molto diffuso) è un consumatore di pornografia a vari livelli -col telefonino e non, sui social e non- non può pensare che tale scelta non influenzi il proprio matrimonio. Poco a poco la moglie non sarà vista nella sua bellezza originale ed unica, ma sarà vista in funzione delle prestazioni o disponibilità sessuali oppure subirà sempre il paragone con le donne viste nel mondo della pornografia, le quali sono sempre giovani e belle, mai ammalate e sempre truccate. Se una sposa sgrana gli occhi nel far girare tutti i talk show televisivi dove il maschio è bello solo se ultra muscoloso e con attributi da superman, va da sè che quando si gira e vede sul divano l’uomo che ha sposato scatta il confronto ahimé impari.

Se un marito al contrario comincia a seguire le inclinazioni dello spirito, la sposa si sentirà guardata con occhi che scrutano nell’intimo del proprio cuore, si sentirà guardata con amore e non come oggetto del suo possesso, anch’essa comincierà a vedere la bellezza del marito, non quella che il mondo insegna, ma la bellezza della sua unicità, con le sue caratteristiche da amare, da rispettare, da comprendere e da accogliere.

Non fermatevi a questi poveri esempi, ci servono solo per dimostrare come ogni nostra decisione in ordine alle inclinazioni dello spirito o della carne porti con sé delle conseguenze per la coppia di sposi. Che fare dunque, siamo destinati a restare burattini ?

Naturalmente no, ma dobbiamo tenere i piedi ben piantati in terra e mai dimenticare la nostra natura “legnosa” che tenta sempre di riaffermare se stessa, lo sposo deve essere d’aiuto alla sposa e viceversa affinché non si decida per il teatro dei burattini.

Pinocchio prenderà questa scellerata decisione :

– Per quattro soldi l’Abbecedario lo prendo io, – gridò un rivenditore di panni usati, che s’era trovato presente alla conversazione. E il libro fu venduto lì sui due piedi. E pensare che quel pover’uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per comprare l’Abbecedario al figliuolo!

Perché il termine del baratto è proprio l’Abbecedario e non altro ? Perché il mondo -ovvero il Gran Teatro dei Burattini- ha bisogno di persone che non pensano da sole, ha bisogno di persone che hanno barattato la propria ragione -l’Abbecedario per l’appunto- per un po’ di spettacolo, ha bisogno di persone che si lascino manovrare con dei fili, ha bisogno di burattini.

Cari sposi, non lasciamoci sfuggire l’occasione di riprendere in mano il nostro Abbecedario, non barattiamolo per il palcoscenico del mondo… esso ci vuole illudere -per esempio- che la felicità stia nell’avere molte relazioni, che il matrimonio sia un retaggio del passato, solo uno stile culturale ormai decaduto… non lasciamoci ingannare !

Coraggio care coppie, le luci della ribalta del mondo sono finte e durano poco, puntiamo alla vera Luce, quella Eterna.

Giorgio e Valentina.

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Cuori adolescenti: alla ricerca di una identità! (nnn challenge 2023)

NNN. Sembra un refuso e invece è una sigla: No Nut November. Bisogna andare a spulciare l’Urban Dictionary per capire che Nut sta ad indicare l’eiaculazione. Già, perché questa è una challenge nata nel 2011 sul web e che sfida a non avere nessun tipo di orgasmo per tutto il mese di novembre.

Non stupisce che l’astinenza sia ridotta ad una sfida perché non esiste un orizzonte più ampio nel quale inserirla. Il mondo non conosce la castità: non ne apprezza il valore, non sa parlarne e non la contempla. Questo perché non conosce Cristo. Contempla invece astinenza e repressione, che diventano challenge mensili per sfidare i propri istinti dove perdere è la parte interessante.

In quanto insegnante, seguo svariate pagine di attualità e portali dedicati ai giovani, perché ritengo un valore aggiunto e un dovere l’essere informata su ciò che vivono, guardano e ascoltano ogni giorno. Magari non tutti seguiranno la NNN ma di certo la conoscono e ne leggono sui social: questa semplice esposizione contribuisce a formare la loro personalità, come percepiscono il mondo, la società, il proprio corpo.

All’età in cui ci divertivamo con le figurine, molti oggi fanno TikTok disinibiti e nel loro vocabolario la sfera sessuale è entrata da tempo. Non mi dilungo sulla deriva degradante in cui sono, anche involontariamente, immersi. Non parlerò nemmeno di responsabilità genitoriale, perché oltre ad essere scontata è anche tremendamente latente.

Pongo a te, caro sposo o cara sposa, qualche domanda: che giovane sei stato o stata? Quali domande si sono affacciate alla tua mente? Quali desideri? Al netto di tutta la tecnologia, i grandi subbugli adolescenziali iniziano dal cercare una propria identità. Dove cercavi le tue risposte? Io ho frequentato la Gioventù Francescana e questo legame ha impedito che prendessi strade ambigue: mi ritenevo una con la testa sulle spalle ma mi rendo anche conto di quante volte il Signore mi ha salvata.

Tramite alcuni amici ho frequentato, per un certo tempo, una compagnia che di cristiano aveva ben poco: si ritrovavano in un locale dallo stile goth, perennemente in penombra, con teschi e ragnatele finte ovunque, dove suonavano band metalcore, il trucco pesante e i vestiti, come gli avventori, molto eccentrici.

Per un po’ li frequentai: erano persone tranquille ma completamente sbandate. Non avevano fede ovviamente e questo comportava che i rapporti o le chiacchiere fossero molto superficiali. Quando tornavo in fraternità mi stupivo di come potessi, senza problemi, tenere il piede in due staffe, ossia frequentare due ambienti completamente opposti senza venir meno ai miei valori e alla mia fede. In effetti, era così: stavo in entrambi con semplicità, senza compromessi.

Per esempio, ancora oggi mi pare un miracolo non aver iniziato a fumare o bere frequentando chi lo faceva abitualmente. Ecco, ben presto quell’apparente armonia fra i due mondi mi apparve per ciò che realmente era, una crepa insanabile. Non mi sentivo a mio agio nel dividermi fra due compagnie così differenti: era fattibile ma non mi apparteneva. Non accadde niente di tragico, neanche ricordo bene i dettagli, semplicemente smisi di frequentare quell’ambiente dark (che, con il senno di poi, posso definire malsano sotto molteplici aspetti) perché capii che non era conciliabile con il mio credo.

Scelsi la Gioventù Francescana, al contrario di una mia amica che in Gifra non tornò più, preferendo la compagnia metallara. Ne fui molto dispiaciuta ma non tornai sui miei passi: in fraternità respiravo un clima sereno, disteso, senza ambiguità, pacifico e luminoso, che l’altro ambiente proprio non aveva. Ripeto, grazie al Signore ne sono uscita indenne, semmai rafforzata nella fede.

Il mio cuore giovane cercava pace: sebbene in cammino, il mio rapporto con Dio era ancora acerbo, non mi facevo ancora domande alte, non facevo discernimento sulla mia vita e conoscevo poco la Scrittura. Ero un’adolescente che si sentiva a casa in Chiesa e tra i frati, felice di esserlo, stop. Ecco, credo che ogni giovane sia in ricerca: una ricerca attiva, potente e fragile insieme. Che cerchi un luogo dove essere accolto e amato completamente. Da questa ricerca della propria identità si snodano tutte le sfumature e le paturnie tipiche di questa età.

Ripropongo le domande fatte inizialmente: che giovane sei stato o stata? Quali domande si sono affacciate alla tua mente? Dove cercavi le risposte? Fondamentale rifletterci, perché la NNN o altre assurde challenge sono un modo (sbagliato) dove tanti cercano le proprie risposte, l’accettazione altrui. Sono pensate folli e sterili, confezionate per il web, il luogo virtuale dove la maggior parte anela a modelli in cui identificarsi, fandom dove collocarsi.

D’altronde, è più facile imitare qualcuno che sviluppare il proprio, unico, potenziale (Carlo Acutis ci aveva visto lungo!). Se non possiamo prevenire qualche risposta (le domande è sacrosanto ci siano!) dobbiamo farci trovare pronti, come Chiesa: proposte accoglienti, decisione e tenerezza, ascolto e annuncio. Anche perché ad ogni challenge ne segue una più assurda e insensata, in un continuo rincorrersi: la NNN termina con novembre per lasciare il posto alla DDD di Dicembre… ne riparleremo.

Nella famiglia, cari sposi, inizia il lavoro più delicato, importante e difficile del mondo: non
siamo soli, questo è certo. Ma ciò non ci esime dalla responsabilità verso il benessere psico-fisico dei nostri ragazzi, alla disperata ricerca di punti di riferimento. I cuori giovani di noi sposi possono aiutarci a decifrare le domande dei ragazzi di oggi. Non dimentichiamoci che anche noi siamo stati adolescenti, che abbiamo attraversato le stesse tempeste e che Cristo era con noi sulla barca! Tramite noi credenti la fede attraversa le generazioni. Se Dio ce l’ha fatta per oltre duemila anni, non smetterà di operare adesso.

Giada di Ne senti la voce

L’ arte di imparare a ricevere.

Si dice che quando si torna da un viaggio si torna sempre un po’ cambiati. Un mese fa siamo tornati dal pellegrinaggio a Medjugorje. Era la prima volta per noi, ci siamo sentiti chiamati a calpestare quei sassi. La scorsa primavera una famiglia ci regalò un sassolino proveniente proprio da lì, dalla collina delle apparizioni.

Da quando quel sasso è entrato nella nostra casa il mio pensiero è andato subito a David Buggi, ma anche al nostro padre spirituale che ci aveva raccontato dei Festival della Gioventù di agosto. Diciamo che quel sasso ha rappresentato un po’ un invito, un ” vieni e seguimi”. È stato un viaggio quasi al buio, dove per la prima volta non sapevamo nulla, un viaggio libero dall’ansia e dalla fretta. Conoscevamo solo l’ orario del ritrovo in parrocchia per la partenza e poi tutto è stato una sorpresa. Un viaggio dove sentivo forte dentro di me la frase fidati e affidati.

Siamo partiti in nave e il pensiero ad un certo punto è andato a un’altra barca. E’ andato a Simone e Andrea e agli altri apostoli nella loro notte di paura. Ho pensato alla famosa frase di Gesù getta la rete a destra. Considerando la mia paura per la nave mi è venuto quasi spontaneo pensare a loro. Ma indubbiamente il vantaggio di un viaggio in nave è l’ alchimia e l’ unione che si crea con gli altri pellegrini. I pellegrinaggi comunitari sono importanti perché aiutano a conoscere delle persone che incrociamo spesso nella quotidianità dei servizi in parrocchia ma che non abbiamo mai conosciuto davvero. Si creani dei momenti speciali ed essenziali di dialogo a cuore aperto, per andare oltre la routine del proprio gruppo.

Riunire più parrocchie è stato un grande abbraccio dello Spirito Santo. La Chiesa c’è ed esiste, è viva. Potrei scrivere tanto su Medjugorje, sicuramente uno dei ricordi più belli è stata la confessione e l’ adorazione nella chiesa parrocchiale di San Giacomo. Così come recitare la Via Crucis nella collina delle apparizioni. Adesso che siamo tornati il bello sarà custodire quello che abbiamo ricevuto in quei giorni e renderlo frutto per quelli a venire.

Per chi risiede nei dintorni di Roma e ha modo di passare e raggiungerci inizierà il 24 novembre un itinerario di catechesi e preghiera presso la Parrocchia di San Tarcisio al Quarto Miglio. Noi vi aspettiamo in parrocchia oppure in onda, ogni primo lunedì del mese alle 12 30, su Radio Maria. Infine vi ricordiamo che potete trovare il nostro libro in tutti gli store online o potete chiederlo direttamente a noi attraverso il nostro profilo Instagram. A presto.

Simona e Andrea.

Il bimbo nel lettone! Fa bene alla coppia?

Ci è stata rivolta una domanda specifica. Premettiamo che non abbiamo competenze professionali ma in questo blog cerchiamo di riflettere con voi a voce alta come faremmo con gli amici o in parrocchia. La domanda che ci è stata posta è diretta: Il bimbo nel lettone sì o no?

Naturalmente ogni coppia è libera di fare come meglio crede. Ci permettiamo di dare alcuni spunti nati dalla nostra esperienza personale di genitori e dall’ascolto di tante coppie durante questi anni.

Ecco in questo caso si scontrano due diverse necessità. Il bambino ha bisogno di sentire la vicinanza della mamma e la coppia ha bisogno di mantenere la propria intimità. Come fare quindi? I primi mesi di solito sono i più complicati. Il bambino si sveglia di notte e i genitori vivono una situazione innegabilmente di stress dovuta al poco riposo e al doversi prendere cura di una creatura che necessita di continue cure ed attenzioni. È un periodo inevitabilmente intenso e che richiede un grande adattamento da entrambe le parti. Per questo è facile che momentaneamente le esigenze della coppia siano un po’ messa da parte per vivere come mamma e papà più che come sposi. Bisogna però dare un limite temporale.

Meglio una culla vicino al letto. I primi mesi di vita, diciamo fino ai 12/18 mesi, il piccolo ha bisogno di sentire la mamma vicino a lui. Si sveglia di notte e non sentire la presenza materna è per lui un trauma. Si sente abbandonato. Questo bisogno di vicinanza non è diverso da quello che si osserva tra i cuccioli di animali. Anche loro cercano la compagnia della madre per sentirsi al sicuro e protetti. E’ quindi un bene che il bimbo stia vicino alla mamma, ma non nello stesso letto. Una culla accanto al letto della mamma è l’ideale. Anche perchè, se il bimbo dormisse nel lettone, nel sonno uno dei due genitori potrebbe schiacciarlo e fargli del male.

Poi solo a richiesta. Dopo i diciotto mesi del bimbo è bene che questi vada nella sua cameretta. Fino ai tre anni (ma anche oltre) è però provato che a volte il bambino ha ancora bisogno della vicinanza della mamma. Quando ha paura, ha ansia, è malato o per altre situazioni che possono accadere. In quei casi il nostro consiglio è di non portare il bambino nel lettone ma di mettere una brandina accanto al lettino del bimbo. Così mamma o papà possono dormire vicino a lui senza per questo dover sacrificare l’intimità di coppia. Noi abbiamo fatto così!

Ed ora analizziamo due punti che ogni coppia di neo genitori dovrebbe prendere in considerazione.

Il primo figlio della coppia è il noi. Il sacramento del matrimonio non è un sacramento della famiglia ma della coppia. Cosa significa? Che il centro del sacramento è la relazione della coppia. L’amore della coppia che diventa fecondo. Fecondità che si concretizza anche nel concepire dei bambini ma non si esaurisce in quello. I figli non sono il fine del matrimonio ma un frutto dell’amore sponsale. Dedicare ogni energia e pensiero al frutto rischia di togliere linfa vitale alle radici. Così facendo si inaridisce tutto, compreso i frutti. I figli nascono dalla coppia mentre la coppia non nasce dai figli. I nostri figli hanno sì bisogno di sentire il nostro amore ma ancor di più di sentirsi al centro di una storia d’amore. Hanno bisogno di sentire che papà e mamma si vogliono bene perchè da quel bene sono nati loro. I nostri figli hanno bisogno che noi non facciamo mancare nutrimento alle radici del nostro amore. Trovare tempo per noi non significa toglierlo ai nostri figli ma glielo stiamo dedicando in altro modo. Non sentiamoci in colpa. Fare l’amore fa bene alla coppia e di conseguenza anche ai figli. Lasciarli per anni nel lettone come può essere una cosa buona per loro?

Ci sono problemi? Sempre più spesso, una amica terapeuta me lo ha confermato, il figlio nel lettone è più una scusa della mamma che una necessità del bambino. Tante donne fanno fatica a vivere l’essere moglie e amante quando sono diventate mamme. Quando accade significa che già prima c’erano delle difficoltà inascoltate nella coppia, difficoltà non espresse, che con la maternità si sono manifestate in modo esplicito con il comportamento della donna. Il figlio diventa così una barriera per non vivere l’intimità con il marito. Se accade questo c’è solo una strada da percorrere: tanto dialogo! Cosa non funziona nella coppia? Cosa vorreste cambiare e migliorare nel vostro rapporto intimo? Spesso tante sofferenze sono dovute al modo con il quale i due sposi fanno l’amore. Di questo ne abbiamo già parlato in tanti articoli ed è un tema che affrontiamo approfonditamente nel nostro libro Sposi re nell’amore.

Abbiamo cercato di darvi alcune dritte e sicuramente degli spunti di riflessione. Con la consapevolezza che l’arte di educare è molto personale e da scoprire giorno per giorno nella coppia e nel rapporto con i nostri figli. Quindi vi auguriamo di trovare la vostra strada. Coraggio!

Antonio e Luisa

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Contemplare per mostrare l’ amore

Come sposi cristiani non possiamo non fare della conteMplazione il punto di partenza per MOSTRARE l’Amore dello Sposo, proprio perché questa è la missione che il Sacramento del Matrimonio porta con sé. Come sempre, ricorriamo al vocabolario della lingua italiana: esso ci dice che il verbo mostrare deriva dal latino monstrāre, cioè far vedere, rivelare, dar conoscenza di qualcosa, indicare il volere divino. Ricordiamo che san Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, afferma che l’amore tra i coniugi è immagine dell’amore tra Cristo (Sposo) e la Chiesa (sua Sposa) (Ef 5,32)

Cristianamente parlando, tutte le coppie che si sposano in chiesa non celebrano il loro amore (quello lo fanno al ristorante con un brindisi) ma celebrano l’amore di Dio che si insinua nel loro amore umano rendendolo nuovo, innalzandolo appunto a Sacramento. Quindi, ciò che noi sposi dovremmo impegnarci a mostrare nel nostro amore umano è l’amore stesso di Dio, in quanto è Lui che ci ha resi sposi; è Lui che ci ha costituiti suoi amanti: “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,10).

Potremmo dire che noi sposi siamo come la luna, che non brilla di luce propria ma riflette quella del sole. La luce che, per vocazione, siamo chiamati a rivelare, visibile a tutti, non sgorga da noi ma dal fianco squarciato del Signore Gesù Cristo che, come dice il Cantico di Zaccaria, è quel “Sole che sorge dall’alto”. E quando quella Luce ci intercetta ci consente di mostrare i sette colori dell’amore, come fa l’arcobaleno: il rosso “l’amore umano”, l’arancione “l’amore divino”, il giallo “l’amore fecondo”, il verde “l’amore fraterno”, l’azzurro “l’amore ecclesiale”, il blu “l’amore eterno” e il viola “l’amore che nasce dall’ alleanza del Sacramento dell’Ordine con il Sacramento del Matrimonio”. Tanto più saremo consapevoli di questo, tanto più faremo conoscere la luminosa bellezza del Suo amore. Tuttavia bisogna far attenzione, ci dice papa Francesco al n. 122 di Amoris Laetitia:

“Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»”.

Perciò, se da una parte la consapevolezza di dover testimoniare la presenza di Gesù nella nostra storia d’amore (già inclusa nella prima domanda del consenso nel rito matrimoniale: siete venuti a celebrare il Matrimonio consapevoli del significato della vostra decisione?) sicuramente va coltivata affinché maturi la coscienza di coppia, dall’altra è vero però che, nella quotidianità, anche il più piccolo raggio di luce viene colto solo da chi sa discernere con gli occhi dello Spirito, altrimenti si rischia di fare solo raccomandazioni di sapore mondano. Per questo, forse, sarebbe più santo augurare ad ogni coppia cristiana che non escano mai, nel loro cammino insieme, dal giardino del Crocifisso Risorto; che restino in quel giardino, perché lì c’è la vita vera. Ma se dovesse accadere che, in un determinato momento, non riescano più ad essere felici sappiano che Gesù è lì, in loro soccorso, cammina con loro, come fece con i due discepoli di Emmaus. E così, dopo che lo Sposo avrà scaldato il loro cuore con la sua Parola e avrà mangiato con loro riscopriranno una gioia troppo grande che non potrà rimanere per loro soltanto, torneranno a mostrare a tutti il Suo amore e ancora sarà “… gioia piena alla Tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra…” (Sal 15,11).

ESERCIZIO PER MOSTRARE AMORE

Per rendere visibile l’amore di Dio non bisogna fare chissà quale grande opera ma essere testimoni credibili anche solo con la nostra presenza e vicinanza di sposi cristiani immersi nel mondo. Come esercizio vi invitiamo a leggere e fare vostra la “Predica in Silenzio” di san Francesco d’Assisi.

PREGHIERA DI COPPIA

Grazie Signore Gesù perché ci hai resi segno visibile della Tua reale presenza. Fa che guardandoci allo specchio, mentre gli anni passano, ci ricordiamo che non siamo stati noi ad amarci per tutta la vita ma da Te siamo stati amati. Per questo non contempliamo le nostre rughe o i nostri capelli bianchi che già splendono di eternità, ma abbiamo deciso di mostrare il Volto dello Sposo celeste rimanendo fedeli al suo fianco poiché li abbiamo ricevuto le nozze che non si consumano. Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Un regno che stritola

Dal libro del profeta Daniele (Dn 2,31-45) In quei giorni, Daniele disse a Nabucodònosor: «Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte d’argilla. […] Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre. Questo significa quella pietra che tu hai visto staccarsi dal monte, non per intervento di una mano, e che ha stritolato il ferro, il bronzo, l’argilla, l’argento e l’oro. Il Dio grande ha fatto conoscere al re quello che avverrà da questo tempo in poi. Il sogno è vero e degna di fede ne è la spiegazione».

Abbiamo da poco vissuto la solennità di Cristo Re dell’universo, ma nella settimana che le segue la Liturgia non termina di proporre alla nostra riflessione il tema di un regno che dovrà essere instaurato da un re atteso da secoli, e per farlo usa un linguaggio di immagini note al tempo in cui viene redatto il testo, ma alcune ci hanno colpito ed oggi vogliamo sottoporre alla vostra attenzione un piccolo ma significativo passaggio: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre.

Quello che ci ha colpito non è tanto la seconda parte della frase, ovvero che il regno instaurato da Cristo duri per sempre, quanto l’uso dei verbi nella prima parte. Se ci fermiamo un attimo a rievocare immagini con qualcuno che stritola un altro oppure che lo annienta, ci balzano subito alla mente le tante scene dei film di supereroi, nei quali il giustiziere di turno arriva e fa piazza pulita dei cattivi con armi superlative o dopo lunghi e strenuanti combattimenti corpo a corpo.

Questo tipo di visioni ha influenzato anche la nostra concezione della divina giustizia e la modalità con cui essa opera. In questo mondo in subbuglio e impegnato in uno sfrontato duello con la legge del Signore, non è raro che ci passino per la testa pensieri simili ai registi dei film di cui sopra: sentiamo spesso persone scandalizzarsi per questa o quella situazione fuori o dentro la Chiesa, i quali auspicano una retata del Signore degna di tali eroi cinematografici, affiorano domande del tipo: perché il Signore non stermina i cattivi, perché non fa piazza pulita di costoro?

E’ una domanda legittima, ma contiene una trappola, una tentazione nella quale già gli Apostoli erano caduti: ” Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?“(Lc 9,54). Anche loro, pur non essendo mai stati al cinema hanno avuto la stessa reazione dei giorni nostri, forse perché erano anche a conoscenza di passi della Scrittura come quello proposto oggi, in cui i termini usati sono piuttosto forti.

Ma cosa succede quando uno stritola qualcun altro? Cosa significa che lo annienta? Potremmo evocare tante immagini eloquenti come quelle di una pressa da 10 tonnellate che stritola automobili da rottamare, in ogni caso ciò che succede è uguale, ovvero che il più forte non si limita a rendere inoffensivo l’altro, ma non gli dà nemmeno la possibilità di riprendersi in futuro così da restare per sempre un cumulo di macerie, praticamente esso viene annientato.

Cari sposi, il regno che deve essere stritolato e annientato è quello del maligno, è il regno di Satana e dei suoi angeli, è il regno del peccato. Semplice a dirsi, ma come si traduce per noi sposi tutto ciò? In una vita che si sottomette continuamente e costantemente al regno del più forte, il regno di Cristo Re, non è sufficiente proclamarsi una volta dalla parte del Signore per cantar vittoria, è necessario che ogni giorno poniamo il nostro cuore sotto il dominio del Re dei Re.

Così come la relazione sponsale deve crescere ogni giorno, deve essere continuamente e costantemente alimentata, non può restare ferma al primo giorno altrimenti muore, analogamente la conversione non può restare ferma al primo giorno, non può accontentarsi della prima decisione, ma ha bisogno di rinnovare tale decisione giorno dopo giorno.

Da dove cominciare? Dal difetto o dal vizio che più disturba la coppia, senza pretendere di cambiare tutto subito, combattiamo ogni giorno vivendo la virtù contraria a tale vizio o difetto. Cari sposi, non abbiate paura di cominciare questo meraviglioso percorso, perché vedrete il regno del peccato stritolato dal regno di Cristo Re, se lascerete spazio a Lui non ci sarà posto per nessun altro regno, le vostre virtù fioriranno e i vizi saranno annientati. La vittoria totale e definitiva sarà solo in Paradiso, ma bisogna cominciarla già qui, buon combattimento!

Giorgio e Valentina

Quante volte ti sei sentita forestiera!

Non era forse tu affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Ogni volta che mi sono reso conto di questa tua fame e l’ho soddisfatta, ho nutrito Gesù in te e in noi. Questa fame del cuore, così profonda e innata, spesso passa inosservata nella frenesia della vita di tutti i giorni. Ma quando abbiamo la fortuna di riconoscerla, non lasciamo scappare l’opportunità di diventare strumenti di Dio per amare.

Non era forse assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non sia buttata al vento. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che ci avvicina alla sua fonte. Un amore che ci apre a Dio. Solo così possiamo spegnere la nostra sete. Per questo riconosco in Luisa uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto e sono sicuro che sia lo stesso per lei.

Quante volte ti sei sentita forestiera. Incompresa. Quasi come se parlassi una lingua straniera. Quante volte ti ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho ascoltato le stesse storie, le stesse lamentele. La mia tentazione è sempre quella di interromperti o fingere di ascoltarti. Ma tu hai bisogno di dirle quelle cose, di essere ascoltata e compresa. Hai bisogno di condividere e trovare compassione e sostegno. Devi sapere che almeno io desidero ascoltarti.

Quando l’ho rivestita? Questa domanda non ha una risposta semplice. Ho rivestito la tua bellezza con la mia meraviglia, più di qualche volta spero. Attraverso il mio sguardo, ho cercato di restituirti la tua unicità e la tua femminilità. Uno sguardo che non si affievolisce con il passare degli anni, ma anzi si rafforza. Uno sguardo carico di desiderio e di gratitudine. Ti ho rivestita con il mio sguardo.

Eri malata e carcerata. Nessuno è privo di sofferenza e fragilità. Tutti noi portiamo con noi pesi e difficoltà che talvolta rendono complicato aprirsi agli altri. Le ferite, le esperienze passate, i pregiudizi e anche il peccato che fa parte della nostra esistenza rischiano di ostacolare la possibilità di vivere un amore autentico. Solo una relazione libera, in cui la persona amata ci sostiene anziché giudicarci per i nostri errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a liberarci dalle prigioni in cui noi stessi ci siamo imprigionati. Siamo tutti bisognosi di comprensione e di un amore sincero che ci aiuti a superare le nostre difficoltà.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio. Prendiamo coscienza della profonda connessione esistente tra un matrimonio felice e la spiritualità. Quando ci impegniamo a vivere la nostra relazione nel rispetto, nell’amore e nella fedeltà, stiamo onorando non solo il nostro partner, ma anche Dio.

Antonio e Luisa

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“Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”

Fratelli! Ciò che facciamo in vita, riecheggia nell’eternità!” Questa frase messa in bocca a Decimo Meridio Massimo, il generale romano creato dalla penna di Daniel Mannix e protagonista di un ben conosciuto film, riassume con chiarezza il senso del Vangelo, epilogo di tutto l’anno liturgico. Care coppie, siamo giunti così dinanzi al nostro grande Re, Gesù, il quale con questa solennità ci ricorda il senso della nostra vita così come pure il senso di tutta storia umana: la nostra esistenza in un preciso momento avrà una fine ma soprattutto si troverà dinanzi al suo fine, cioè l’incontro personale con Cristo. Joseph Ratzinger diceva che i primi cristiani attendevano con gioia questa riunione con il Signore, mentre poi è divenuta sinonimo di paura e angoscia.

Certamente, nel vangelo di oggi vediamo due modalità diverse di porsi davanti a Cristo: una positiva di chi si è “allenato” tutta la vita nel rapporto con Lui e una negativa di chi invece Gesù non l’ha proprio considerato o l’ha trattato con superficialità. E ovviamente non parliamo qui di buddisti o induisti o qualche tribù animista africana ma di cristiani battezzati che nella loro vita non hanno voluto fare di Cristo l’amico, la persona con cui convivere abitualmente.

Ricordiamo che chi scrive questo Vangelo è Matteo e lui si rivolge ai cristiani di provenienza ebraica, per cui egli sta mettendo in parallelo le presenti parole di Gesù con il discorso della montagna. Riecco allora gli affamati, gli assetati, gli ignudi e stranieri… è bellissimo constatare che quella gioia e beatitudine promessa nel capitolo 5 e che tanto è stata criticata di utopica, astratta e inconsistente, qui ora è una realtà che sta per diventare eterna. Gesù sta veramente mantenendo la promessa! E le persone, elogiate nelle Beatitudini, considerate perdenti per il mondo, adesso sono quelli che formano parte per sempre del suo gregge amato.

Domandiamoci: chi è che ha l’occasione di praticare ogni giorno le beatitudini se non voi sposi? la vita di coppia e famiglia vi mette davanti quotidianamente tante occasioni per vivere le Beatitudini e preparare serenamente l’incontro finale con Cristo. Una volta Papa Francesco ha detto: “la famiglia è una grande palestra di allenamento al dono e al perdono reciproco senza il quale nessun amore può durare a lungo” (Udienza 4 novembre 2015).

Vi auguro di saper vedere nel vostro coniuge quell’affamato, assetato, ignudo, malato e carcerato affinché la beatitudine assicurata dal Signore si riversi sui vostri figli e attorno a voi. È questo il senso di quando il Papa Paolo VI parlava di “civiltà dell’amore” (Cfr. Omelia 17 maggio 1970), un dinamismo in cui la coppia diviene sorgente di amore diffusivo attorno a sé.

Oggi vediamo Gesù nuovamente insignito del suo carattere di Re Universale, una condizione che Egli ha sempre gelosamente occultato volendo anteporre piuttosto la condizione di servo. Il nostro sguardo così spazia su tutto il mondo, scosso da tanta guerra e instabilità e ci viene un po’ di vertigine se guardiamo alla nostra piccolezza. Eppure, ricordiamo Madre Teresa quando diceva: “Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”. Sì, la tua piccola coppia e famiglia ha il potere di essere lievito perché il Suo amore varchi l’uscio di casa tua e scaldi chiunque incontri ed è un bene di cui Gesù terrà scrupolosamente in conto nel momento del vostro incontro con Lui.

ANTONIO E LUISA

Saremo giudicati sull’amore. Noi sposi saremo giudicati primariamente sull’amore che nutriamo l’uno per l’altro. È una realtà ineludibile. Come possiamo servire Dio? Servendo i nostri fratelli e sorelle, i poveri e i bisognosi. Servendo il prossimo. Servendo soprattutto il nostro sposo o la nostra sposa, la persona più vicina a noi. Non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per ricevere dall’altro, ma per donarci reciprocamente. Non sposiamo per inseguire la felicità personale, ma per render felice l’altro, e da questa scelta nasceranno anche la nostra gioia e la nostra pace. Essere come re e regine significa compiere nel nostro matrimonio le opere di misericordia. Significa trasformare il nostro matrimonio in un luogo privilegiato dove amare Dio nell’altro.

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La prima coppia messicana verso gli altari

Cari sposi, finalmente la loro causa è passata a Roma ed è entrata nella fase finale dell’iter previsto per la beatificazione. Sto parlando dei servi di Dio Eugenio Balmori (1900-1946) e Marina Cinta (1909-1988), la prima coppia messicana ad avvicinarsi agli altari.

Eugenio nacque a San Luis Potosí proveniente da una famiglia numerosa e di umili origini. Proprio per questo non poté completare la sua formazione professionale e dovette iniziare a lavorare presso una compagnia petrolifera. Tuttavia, nel frattempo, si spendeva collaborando in parrocchia nonostante il Messico stesse vivendo una sempre maggior persecuzione contro la Chiesa Cattolica, che sfociò infine nella guerra Cristera (1926-1929). A dispetto dei rischi, Eugenio preparava segretamente catechisti, distribuiva la comunione ai malati e ai carcerati, visitava poveri e sacerdoti clandestini. Sebbene non fosse una persona particolarmente colta, partecipò alla difesa della libertà della Chiesa e del popolo scrivendo su questioni politiche, sociali ed economiche. Nel 1932 la sua compagnia petrolifera lo mandò in una nuova sede, a Coatzacoalcos, un porto fiorente sul Golfo del Messico, dove continuò il suo impegno per evangelizzare e catechizzare dato che il culto era ancora ristretto per le conseguenze della persecuzione anticattolica.

Nel 1937 Eugenio sposò Marina Cinta e dal loro matrimonio nacquero cinque figli. Catechista come lui, formarono una famiglia dove regnava l’amore e la serenità e dopo alterne vicende nell’ambito professionale nel 1942 si trasferirono nuovamente a Coatzacoalcos. Anche qui Eugenio mostrò il suo impegno concreto per promuovere la fede spendendosi per la costruzione della nuova parrocchia di S. Giuseppe. Ma il 12 maggio 1946 fu coinvolto in un incidente stradale e vi trovò la morte. Fu sepolto nella chiesa da lui costruita e che oggi è divenuta cattedrale della diocesi.

Una volta che Marina rimase vedova, iniziò a lavorare in una fabbrica per mantenere i figli, ai quali diede una solida formazione umana e cristiana e con grandi sforzi riuscì ad ottenere per loro borse di studio in scuole cattoliche. Con il loro esempio, sbocciò una vocazione sacerdotale in famiglia e così nel 1970 lei accompagnò il figlio Roberto a Roma per l’ordinazione sacerdotale. Anni dopo P. Roberto divenne vescovo e oggi può testimoniare la santità dei genitori: “I miei genitori furono una coppia che visse in mezzo a un clima di persecuzione religiosa, di sacerdoti perseguitati. Ciononostante, essi si adoperarono sempre affinché la fede fosse mantenuta viva in mezzo alle famiglie della città, insegnando loro il catechismo”.

Ecco ancora una volta una coppia che incarna la semplicità e autenticità nell’amore e nella fede e ci insegna che la pienezza del matrimonio è possibile, anche in mezzo a difficoltà oggettive e non richiede particolari doti umane ed intellettuali. Hanno detto sì a Gesù moltiplicando i talenti ricevuti e sono stati faro per tante altre persone e pietre vive nella Chiesa. Eugenio e Marina sono un’ulteriore conferma che il Signore chiama anche voi sposi a crescere come coppia e a mettere Gesù al centro del vostro amore.

Padre Luca Frontali

Quella tomba che non c’è e la potenza del perdono cristiano

Novembre è il mese dedicato al ricordo e alla preghiera dei defunti: i campisanti si riempiono di fiori, candele e persone che, sfidando il freddo dell’autunno che rapidamente porterà all’inverno, si ritrovano al cospetto di lapidi in grado di far ricordare chi siamo e da dove veniamo; c’è una categoria, però, alla quale tutto questo è, troppe volte, reso impossibile: i genitori di bambini non nati.

In Italia, infatti, purtroppo ancora non esiste una legge nazionale in merito al seppellimento di queste creature; ci sono delle norme regionali che dovrebbero disciplinare la materia ma sono poco conosciute e, soprattutto, poco applicate. Ecco allora che, nella quasi totalità dei casi, le coppie devono affrontare un dramma nel dramma: oltre ad aver perso un figlio si ritrovano senza possibilità di un luogo fisico in cui poterlo visitare, piangere o pregare.

Parlo per esperienza diretta perché mio marito ed io abbiamo attraversato il dramma dell’aborto spontaneo nel 2012; allora non sapevano tutto quello che in seguito abbiamo appreso dolore dopo dolore, conoscenza dopo conoscenza, aiuto dopo aiuto, vivendo sulla nostra pelle e nel nostro cuore ogni sfaccettatura di questa problematica aperta e particolarmente dolorosa, specchio di quanto accade alla maggior parte delle coppie: o si è in già qualche modo informati su quello che è a tutti gli effetti un diritto, anche se quasi sconosciuto, o si rischia di essere risucchiati in questo vortice di mancanza di notizie, empatia e sensibilità. Il risultato è che ci si trova non solo ad affrontare una morte improvvisa e dolorosissima – quella del frutto del proprio amore e dono di Dio – ma non di non vedersi restituire neanche quel corpicino che, per piccolo o piccolissimo che sia, non solo è tuo figlio ma è un figlio di Dio e, come tale, merita tutta la dignità possibile, al pari di qualsiasi altro essere umano.

Avere la certezza di un posto nel quale riposa un parente o un amico defunto, infatti, non è solo una pratica di pietà – sociale e cristiana – ma un’esigenza insita nella nostra stessa natura umana nonché una delle tappe fondamentali per l’elaborazione del lutto. In quest’ottica ben capiamo che negare il seppellimento dei bambini non nati si configura non solo come una mancanza civile ma come una vera e propria cattiveria inflitta con una superficialità che lascia davvero sgomenti e soli davanti ad un gigantesco punto interrogativo.

Umanamente tutto ciò è avvilente perché va a scontrarsi contro ogni logica ed ogni buon senso, rischiando di aprire ulteriori lacerazioni nei cuori di quelle persone che si vedono privati di tutto nel giro di poche ore o pochi giorni: vita e corpo del figlio. Risulta, dunque, comprensibile perché questo “lutto invisibile” – così come l’ho definito nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” – sia così duro da accettare ed affrontare e perché possano essere soltanto la forza della fede e della preghiera a permettere di offrire una sofferenza così acuta a Dio, nella certezza di Bene maggiore.

È solo l’insegnamento di Gesù, inoltre, che ci rende capaci di compiere un passo umanamente impossibile ma fondamentale nel percorso di guarigione interiore e di superamento del lutto prenatale: il perdono. Quanta forza si sprigiona quando riusciamo ad essere indulgenti con chi ci ha fatto del male! Che azione di Grazia avvolge noi e i nostri ex-nemici quando siamo in grado di dire: “Sì, mi hai fatto soffrire ma desidero essere indulgente con te a modello di Nostro Signore, che dalla croce ha perdonato i suoi uccisori”. Pur non essendo scontato è stato bellissimo, per me, offrire il perdono a chi non mi aveva proposto il seppellimento della creaturina, sicuramente non per cattiveria ma per una specie di “abitudine”, sulla scia del pensiero dominante che si allinea al meccanismo del “si è sempre fatto in certo modo, perché fare un’eccezione proprio per te e proprio adesso?”.

La tomba che non c’è, da evidenza allucinante e straziante, si trasforma nel mezzo più evidente che la via del perdono cristiano – pur non essendo né automatica né immediata – è possibile non se ci si crede i più forti e i più bravi ma se si mette tutto nelle mani di Gesù: perdonare è difficile quanto straordinario, impegnativo quanto liberatorio, costa fatica ma ci avvolge con un senso di amore e liberazione che possono venire solo dal Cielo.

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Non ho bisogno di trovare un’altra donna per essere felice.

Quando si fanno delle scelte controcorrente e incomprensibili per la maggior parte delle persone, ecco che arrivano subito i commenti: “Sei bigotto, del Medioevo, integralista, fissato, pensi solo ai preti e alla chiesa”, oppure c’è chi cerca di convincerti o psico-analizzarti, pensando così di aiutarti. Mi sono chiesto tante volte se avessero ragione, è sempre bene porsi delle domande, ma puntualmente mi sono risposto che la strada che ho scelto è quella giusta e la più grande conferma è la pace interiore e la felicità che provo.

E’ opinione comune che una persona sola non possa vivere serena e felice, ma che sia necessario un compagno o una compagna di vita, per aiutarsi in vari ambiti e per completarsi anche nell’aspetto sessuale. Questo in parte è vero, perché noi ci portiamo dentro il desiderio di reciprocità e di relazione, ma non possiamo delegare la nostra felicità agli altri, nonostante possano avere un ruolo importante per raggiungerla. Quando si vanno a trovare le suore di clausura, l’idea che ci facciamo è quella di incontrare persone tristi, stanche, depresse e invece le troviamo con il dono della gioia e della pace, perché il centro della nostra vita è la relazione, essenzialmente quella con il Nostro Signore.

Riflettevo in questi giorni che, con lo sguardo del mondo, non dovrei essere felice, perché sono solo, vivo in castità, non vado a divertirmi o a sballarmi nei locali e dedico un certo tempo alla messa quotidiana e alla preghiera. Eppure, nonostante tutto, io provo nel cuore tanta pace e tanta gioia, perché sto bene in salute, respiro l’aria fresca della mattina, ho un lavoro, una casa in cui vivere, due figlie bellissime, tanti amici veri, riesco a condurre una vita dignitosa, mi piace ascoltare la musica, andare a correre, aiutare gli altri e alla fine non mi manca niente: mi sento tanto amato e so che, qualsiasi cosa accada, Dio si prenderà cura di me.

Ovviamente tutti i giorni sono diversi, alcuni più difficili e impegnativi, ci sono momenti di dubbio e stanchezza in cui penso: “Ma chi me lo fa fare?”, ma la mattina dopo mi sveglio con il sorriso, contento, anche se la giornata sarà piena d’impegni e con qualche situazione complicata. Questo non è oggettivamente “normale”, ma è così: ho scelto di fidarmi di Dio e di seguire i suoi insegnamenti e fra i tanti doni ho ricevuto anche la Sua pace e la Sua gioia.

La logica di soffrire su questa terra per essere poi gratificato in Paradiso non è che mi attragga più di tanto, io voglio essere felice oggi, non voglio aspettare un domani e questo può avvenire in qualsiasi luogo e situazione in cui mi trovo, come c’insegnano tante persone del passato. Con l’aiuto di Dio, siamo noi a scegliere se essere felici oppure no: certo, se passo la giornata a fare l’elenco di cosa mi manca, questo non avverrà mai, neanche se avessi tanti soldi, potere e possedimenti; ci sarà sempre, infatti, qualcosa che non ho e che invece ha qualcun altro. Quanti sposi guardano al matrimonio per quello che manca:Se avessi questo, i soldi, se mia moglie fosse così, se il lavoro, se i figli, se la casa…” e così aspettano una condizione favorevole che forse non arriverà mai, rimandando di essere felici.

Se esco e vedo una bella famiglia che va in giro, posso guardarla con tristezza perché vorrei essere al loro posto e mi manca la mia famiglia unita, oppure posso partecipare alla loro bellezza e felicità, augurando loro la benedizione di Dio. E’ necessario abbandonare la logica delle mancanze per passare all’accoglienza di una Presenza che rende tutto il resto soltanto un mezzo, uno strumento e non uno scopo (ce l’ha insegnato anche San Francesco con la sua “perfetta letizia”).

Se davvero i miei giorni fossero tristi, forse avrei davvero fatto meglio a “rifarmi una vita”, come fa la stragrande maggioranza delle persone, ma in realtà io mi vedo più felice di tanti altri che frequento ogni giorno e che convivono con nuove persone. Infatti anche il sesso, per quanto attraente, se vissuto al di fuori di un contesto di donazione totale e di Verità, può regalare momenti molto belli, ma alla fine non ti lascia niente.

Quindi le mie scelte derivano dal fatto di aver sperimentato su di me la grazia di Dio e di aver verificato che i comandamenti sono prima di tutto per il nostro bene, per la nostra felicità e per quella delle persone che abbiamo intorno, a partire dai figli. Aveva proprio ragione Blaise Pascal quando diceva che “Se Dio non c’è ed io ho creduto in lui, ho perso poco. Ma se Dio c’è e voi non avete creduto in lui, avete perso tutto”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Cancellare i segni.

Dal primo libro dei Maccabèi (1 Mac 1,10-15.41-43.54-57.62-64) In quei giorni, uscì una radice perversa […] In quei giorni uscirono da Israele uomini scellerati, che persuasero molti dicendo: «Andiamo e facciamo alleanza con le nazioni che ci stanno attorno, perché, da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali». Parve buono ai loro occhi questo ragionamento.[…] cancellarono i segni della circoncisione e si allontanarono dalla santa alleanza. Si unirono alle nazioni e si vendettero per fare il male.[…] Anche molti Israeliti accettarono il suo culto, sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato.[…] Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi impuri e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza, e per questo appunto morirono. Grandissima fu l’ira sopra Israele.

Nella divina Liturgia di oggi troviamo questo brano che potrebbe indurre al pessimismo, ma in realtà la Chiesa ci ripropone questi avvenimenti del popolo di Israele perché anche noi, uomini del nuovo millennio, siamo un po’ come il popolo di Israele, anche noi siamo dei capoccioni, anche noi ritorniamo al Signore con entusiasmo che assomiglia al fuoco di paglia, anche noi ci costruiamo degli idoli quando non avvertiamo la presenza di Dio, anche noi spesso ci lasciamo suggestionare dalle nostre fragilità e cadiamo in peccati di varia natura e gravità.

Quando leggiamo queste righe non dobbiamo compiere l’errore di sentirci superiori a questo popolo scelto da Dio, non dobbiamo guardare a loro con disprezzo o con altezzosità, dobbiamo fare tesoro dell’insegnamento che ne deriva per restare sempre vigili, per non abbassare mai la guardia su noi stessi, per non dimenticarci che siamo creature finite e fallaci, spesso ingrati col nostro Creatore.

Il brano ci lascia almeno due insegnamenti: nel popolo di Dio ci sono uomini scellerati, che persuasero molti sulla via del male, Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicendaper non disonorare la santa alleanza. Sembra una constatazione banale e forse sempliciotta, ma non dobbiamo mai dimenticare che grano e zizzania vengono lasciati crescere insieme. Molti sarebbero i ragionamenti sulla situazione di forte paganesimo della società attuale che ci circonda e che, ahinoi, ha già contaminato anche l’interno della Chiesa. Quanti matrimoni a gambe all’aria, quante relazioni instabili e provvisorie, quanti figli/fratelli nati da diversi genitori -solo per fare qualche esempio-, la famiglia inventata dal Signore sta subendo una crisi senza precedenti nella storia della Chiesa; l’elenco sarebbe molto lungo, ma a noi non interessa fare una fotografia del dilagare del paganesimo, vogliamo invece far notare che quanto più gli uomini si allontanano dalla legge di Dio tanto più gli effetti devastanti di questo allontanamento si ripercuotono sull’intera società. E’ una società che pretende di cancellare il Creatore dall’orizzonte dell’uomo, sperano di fare con Dio Padre come si fa con la gomma da disegno, così come molti nel popolo cancellarono i segni della circoncisione.

Molte coppie di sposi si sono lasciati persuadere da uomini scellerati – uomini scellerati, che persuasero molti – e l’allontanamento da una vita di fede fa perdere anche la ragione Parve buono ai loro occhi questo ragionamento; sembra uno slogan ben costruito, ma se ci fermiamo un attimo a pensare o ad analizzare la storia umana scopriamo come il cristianesimo abbia elevato l’uomo a livelli mai raggiunti prima in ogni campo dell’umana scienza e della ragione. La fede cattolica rende l’uomo più bello, più grande perché destinato alla gloria eterna in Dio, tutto nella vita prende un senso nuovo cosicché ogni minuto ha il sapore dell’eternità; la perdita della fede, al contrario, degrada l’uomo, perché banalizza tutto e fa perdere il senso della vita, relativizza tutto a questa vita.

Cari sposi, se anche intorno a noi sembra trionfare il malcostume, l’immoralità, l’indecenza o altro, non perdiamoci d’animo, perché non tutto è perduto, non tutto il popolo si è degradato. Cosa fare, si può cambiare il mondo? Sì, purché il primo mondo da cambiare sia il nostro cuore, sia la nostra vita. La più grande opera che possiamo fare per il mondo è la nostra conversione, è rendere santo il nostro matrimonio. Noi sposi dobbiamo essere quella porzione di popolo descritta verso la fine del brano: Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicendaper non disonorare la santa alleanza. La prima santa alleanza che non dobbiamo disonorare è quella del nostro Battesimo che ci ha regalato la vita di Grazia, pagata col Sangue preziosissimo di Gesù.

Ma c’è anche un’altra alleanza per noi sposi, che è proprio quella della nostra vocazione matrimoniale, e non dobbiamo pensarla in modo ridotto, e cioè come l’alleanza d’amore tra noi due, ma l’alleanza che il Signore ha stipulato con noi: ci ha resi Sua icona nel mondo perché il mondo veda come si fa ad amare con lo stile di Dio e ci dona tutti gli strumenti per poter realizzare questo Suo disegno meraviglioso sulla nostra coppia. Coraggio sposi, la lotta è dura ma noi dobbiamo schierarci dalla parte del Vincitore.

Giorgio e Valentina.

Noi genitori cosa possiamo fare?

Vorrei tornare sulla bruttissima vicenda di Giulia e di Filippo. Credo che sia inutile ora indignarsi. Ho letto la solita sfilza di post contro l’assassino. Gridare al mostro ci piace tanto ma non risolve nulla. Filippo è stato preso e ci auguriamo tutti che la giustizia faccia bene il suo corso. Cosa possiamo imparare come genitori da questa storia?

Ci sono due famiglie distrutte, quella della vittima e quella del carnefice. Chissà che cosa passa per la testa dei genitori di Filippo. Si chiederanno dove possono aver sbagliato. Io non me la sento di condannare quei genitori. Spesso educare non è per nulla facile e i nostri figli sono influenzati da tantissimi altri fattori oltre alla famiglia. Siamo sicuri che la colpa sia della nostra cultura ancora patriarcale? Siamo sicuri che l’uomo debba perdere la propria virilità per non diventare una bestia? Credo che l’uomo debba appunto diventare uomo. Cosa non funziona quindi? Cosa possiamo fare noi genitori?

Non accettano il rifiuto. Tanti ragazzi non accettano un rifiuto. Sono cresciuti avendo tutto. Mangiando quando hanno fame, soddisfando gli impulsi sessuali quando ne hanno voglia, avendo quel telefono o quel paio di scarpe. Difficilmente si sudano qualcosa. Difficilmente imparano ad accettare un rifiuto. E noi genitori? Spesso per noi, presi da tanti impegni, è più facile dar loro quello che vogliono senza perderci troppo tempo. Questo poi nelle relazioni non funziona, e quando arrivano i rifiuti e le rotture i ragazzi crollano e si sentono persi. Non sono capaci di affrontare il rifiuto. Questo è drammatico. Anche io quante volte ho sbagliato con i miei figli. Educare costa fatica. Dar loro quello che vogliono è facile e ci da una gratificazione immediata. Ma non facciamo il bene dei nostri figli. È importante insegnare loro il valore del lavoro, la resilienza e la capacità di accettare e superare il rifiuto. Dobbiamo aiutarli a sviluppare una mentalità forte e ad affrontare le sfide che la vita presenta.

Relazioni virtuali. Oggi ci troviamo di fronte a una sfida significativa nella costruzione delle connessioni sociali, poiché gran parte di esse avviene online. Socializziamo principalmente attraverso interazioni virtuali, dove le conseguenze delle azioni violente e aggressive non sono immediatamente visibili per chi le compie. Sappiamo che in questo mondo virtuale i giovani si affidano alla musica, ai social media come Instagram o TikTok e anche a concetti culturali che a volte possono essere molto violenti e degradanti nei confronti delle donne. Sfera Ebbasta, strafamoso tra i millenials, in una sua canzone dice: Solo con le buche, solo con le stupide, ’ste put**** da backstage sono luride. Che simpaticone! Vogliono un ca*** che non ride, sono scorcia-troie. Siete facili, vi finisco subito. Mentre la Dark Polo Gang, gruppo trap italiano, dice in un brano: Metti un guinzaglio alla tua ragazza, ci vede e si comporta come una tro**. Capite cosa ascoltano tanti ragazzi. E poi ci meravigliamo che, se una ragazza dice loro di no o se li lascia, non sappiano fare un passo indietro? Tante volte sì ma altre no purtroppo. Questa situazione ci pone di fronte a una depersonalizzazione e deumanizzazione delle relazioni, dove manca quella risonanza emotiva e in cui gli esseri umani, soprattutto le donne, sono oggettivati e trattati come semplici oggetti. È importante tener conto di tutti questi fattori, poiché possono generare situazioni critiche nelle relazioni interpersonali.

I nostri figli ci guardano. Noi abbiamo tre maschi e una femmina. Parto con lei. Maria, nostra figlia, deve comprendere da me papà come una donna deve essere considerata, curata e rispettata da parte di un uomo. E’ importante certamente come io mi rapporto con lei. E’ importante quanto io riesco a darle tenerezza, la giusta parola, mi accosti a lei con la sensibilità dovuta e tutte queste belle e giuste cose. Ma c’è qualcosa di altrettanto importante che lei osserva e di cui si nutre. Lei guarda come io tratto sua madre, la mia sposa. Lei osserva tutte le volte che ci abbracciamo, tutte le volte che ci baciamo, tutte le volte che  alla sua mamma faccio un complimento, che la ascolto, che la vedo stanca e cerco di fare di più per sollevarla da qualche impegno. Lei guardando me e Luisa si sta costruendo una sua idea precisa di come dovrà essere la persona da amare. Si sta facendo un’idea di cosa significa amare e essere amati. Si sta costruendo una consapevolezza di quanto sia preziosa in quanto donna. Spero e prego affinché l’amore che cerco di mostrarle ogni giorno, insieme all’amore di cui è spettatrice  tra me e Luisa, possa aiutarla a non svendersi a uomini che non hanno nessuna intenzione di amarla, ma solo di usarla. Spero che possa comprendere che nessuno merita il suo dono totale  se non chi mostra di volersi donare a sua volta totalmente a lei nel matrimonio.

Per i miei tre maschi vale quanto scritto per Maria. Per loro però c’è una prospettiva differente. Un uomo è fisicamente più forte di una donna, almeno solitamente, ma questa forza deve essere utilizzata per custodire e aiutare, non per dominare. Il nostro corpo parla. Come ci spiegano bene Tommaso e Giulia nel loro libro Il cielo nel tuo corpo. I gameti maschili, gli spermatozoi, sono simbolo di forza, vitalità e virilità. Quando partono alla volta della cellula uovo sono tantissimi. E’ una corsa sfrenata in una competizione dove vincerà solo uno. Ma quando arrivano all’ovulo è come se si fermassero. Non cercano di ottenere l’accesso all’ovulo con la forza, ma attendono umilmente che sia il gamete femminile a scegliere chi far entrare in lei. C’è una sorta di rispetto. Quando un uomo gestisce la sua forza al servizio della donna e della vita, diventa una creatura meravigliosa in grado di generare vita. L’aggressività controllata e incanalata diventa generatività. Essere uomo significa fare scelte definitive, sacrificarsi per il bene delle persone amate e spostare lo sguardo da sé all’altro. Essere uomo è ciò che Dio vuole da noi. Possiamo pensare a San Giuseppe come esempio di uomo che ha fatto tutte queste cose quando ha protetto e custodito la Santa Famiglia.

E poi, lo dico come ultimo ma andrebbe al primo posto, è incredibilmente importante riconoscersi dentro una storia d’amore. Solo così, se i nostri figli incontreranno il Padre di tutti noi, io avrò davvero fatto la mia parte. Posso commettere mille errori con loro, ma ciò che realmente conta è che abbiano l’opportunità di incontrare l’amore del Padre, che non fa mai errori. Solo in questo modo saranno in grado di avere uno sguardo pieno di rispetto verso se stessi e verso gli altri.

Antonio e Luisa

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Il grande talento nuziale

Care coppie, quale reazione avreste se un bel giorno, consultando il vostro home banking sul cellulare, scopriste che uno dei vostri migliori amici, familiari o parenti vi ha voluto regalare, per il vostro compleanno o anniversario, ben 48.000 €! Perché a questo ammonta un talento biblico, tradotto in euro. Figuriamoci poi se il conto fosse il doppio o il quintuplo, non penso proprio che se ne rimarrebbe lì ozioso…

Ma cosa può aver spinto quel signore, dopo essersi accorto del dono ricevuto, a restare con le braccia incrociate? Il Vangelo dice che è stata la “paura”: ma paura di che? O meglio: di cosa avrebbe avuto timore? Chi o cosa lo stava minacciando se all’improvviso era diventato così ricco?

Ragioniamo un po’ su questo fatto: un padrone affida un sacco di soldi a dei servitori e non è un fatto di poco conto. Infatti, a chi daremmo una tale cifra se non persone di cui ci fidiamo pienamente? Il padrone non solo confida che non li useranno male ma in cuor suo sta scommettendo che li impiegheranno secondo il suo modo di fare, cioè, mettendoli a frutto. Si evince che tra queste persone vige una logica di famiglia e non tanto di legalismo esteriore.

Ecco allora che la “paura” del servitore non si giustifica in tale contesto, non ha motivi di esistere. È segno, piuttosto, che egli stesso non nutriva buoni sentimenti verso il suo padrone, non ricambiandolo della benevolenza e del credito dimostratogli. Una cosa va detta: questa paura, come in tante altre vicende evangeliche, appare ogniqualvolta si presenta una novità a cui aprirsi, una circostanza che il Signore usa perché ci lasciamo trasformare e allargare il cuore. I primi due l’hanno fatto, il terzo no.

Che vi ricorda tutto ciò? È esattamente lo stesso atteggiamento di Adamo ed Eva, la radice del peccato originale, che si ripresenta nel terzo servo verso il suo padrone: la sfiducia a cui segue la paura. Così, la colpa deplorata dal padrone è un omissione nata dalla non riconoscenza e dalla non valorizzazione del dono ricevuto, è in fondo un’alta aspettativa tradita.

Ma ora veniamo a voi, cari sposi. Di quanti talenti vi ha adornato il Signore! Oltre ai doni personali, alla grazia sovrabbondante, all’Eucarestia, a Maria Santissima… l’amore coniugale è la più alta forma di relazione esista tra le persone umane, tutte le altre (fraterna, materna/paterna, amicale…) prendono qualcosa ma non tutto dal vincolo matrimoniale. Abbiate il coraggio di riconoscere il dono che vi ha fatto il Signore donandovi il vostro coniuge!

Questo vangelo vi sprona ad essere attenti e vigilanti per saper tenere davanti agli occhi quanto bene è stato versato nella vostra vita personale e di coppia, renderne grazie di continuo ed essere fecondi nel donarvi vicendevolmente e alle persone che il Signore vi ha messo accanto. La paura la sentirete sempre, la paura di non giocarvi la vita di coppia e di famiglia fino in fondo, di non impegnarvi del tutto. Ma lo Spirito soffia di continuo per richiamarvi alla pienezza generosa della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

La parabola dei talenti può essere una bellissima immagine della fecondità della coppia. La coppia di sposi non può pensare di chiudersi. Non può credere di bastarsi. L’amore generato nella coppia va poi reso fecondo. Un amore autentico diventa genativo. Come un fiume in piena esonda, esce dalla coppia e si trasforma nella vita dei figli che gli sposi concepiscono ma non solo. L’amore generato nella coppia diventa servizio, accoglienza, ascolto, gentilezza, tenerezza, aiuto, empatia, prossimità per tutti. Se gli sposi si chiudono e non rendono feconda la relazione perderanno anche quel talento che Dio aveva dato loro. Anche il loro amore morirà.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /16

Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove stava disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza. – Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, – disse Pinocchio al suo babbo, – voglio subito andare a scuola. – Bravo ragazzo! – Ma per andare a scuola ho bisogno d’un po’ di vestito. Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane.

Il primo vestito di Pinocchio non è proprio un vestito ma forse più una bozza di vestito, sembra quasi che Geppetto abbia confezionato questo vestito con materiali di fortuna come fosse una prova prima del vero vestito futuro. In fondo Pinocchio non è che ancora un burattino, e dimostrerà nelle pagine seguenti se meritare o no il passo successivo; Geppetto sembra che doni poco, in realtà scopriamo che non ha altro materiale per confezionare un bel vestitino, scopriamo inoltre che per Pinocchio questo è già tanto:

Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d’acqua e rimase così contento di sé, che disse pavoneggiandosi: – Paio proprio un signore! – Davvero, – replicò Geppetto, – perché, tienlo a mente, non è il vestito bello che fa il signore. ma è piuttosto il vestito pulito.

Se da un lato quindi Geppetto dona tutto ciò che ha, questo tutto si rivela perfetto per Pinocchio, addirittura si rivela già oltre ogni sua aspettativa; viene quindi mostrata la gradualità degli insegnamenti nell’educare di Geppetto, il quale non si fa prendere dall’entusiasmo bambinesco del figliuolo ma concede a piccole dosi tarando bene l’agire in base alle capacità recettive di Pinocchio.

Trasportando il tutto nella nostra vita scopriamo quanto l’agire di Geppetto sia sovrapponibile all’agire del Padre: non è forse vero che nella sua grande pazienza il Padre si accontenta dei piccoli passi di santità che riusciamo a fare ogni giorno e ci dona la Sua Grazia nella misura in cui siamo capaci di sopportarla, di portarne la responsabilità? Molte volte abbiamo visto coppie di sposi travolte dall’entusiasmo – come Pinocchio con i suoi nuovi piedi – di un corso intenso oppure dopo un seminario sui temi matrimoniali, sembra che ormai abbiano capito dove stanno i loro problemi relazionali, somigliano a Pinocchio quando si specchia col nuovo vestito di carta fiorita. Salvo poi rivederli dopo 1 o 2 anni con gli stessi problemi se non addirittura peggiorati.

Cos’è successo ?

Il Signore ci conosce bene, ed il Suo dono è tarato non sulla Sua bontà, che è infinita, ma sulla capacità nostra di accoglienza di tale dono; ecco che le coppie di cui sopra avvertono quest’attenzione speciale di Dio nei loro confronti che inonda il loro cuore di gioia ed entusiasmo, ma non si rendono conto che quello è solo un vestitino di carta fiorita.

Ciò che li aspetta è un vestito di prim’ordine di una sartoria elegantissima, si illudono che il vestitino di carta fiorita possa bastare “-Paio proprio un signore-” , ma quando arriva la prima pioggia – di problemi, di incomprensioni, di ostacoli di varia natura – ecco che tutto finisce in una pozzanghera e tanti saluti ai bei propositi sprecando così il dono iniziale.

Cari sposi, il vestitino di carta fiorita che il Signore ci dona è solo una spinta iniziale per cominciare a mettere mano sul serio al nostro matrimonio, non è sufficiente “specchiarsi in una catinella piena d’acqua“, se il Signore ci ha messo nel cuore il desiderio di cambiare per rendere più bello e santo il nostro matrimonio, per risolvere i problemi dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci tutta la volontà di cui siamo capaci, altrimenti rischiamo di crogiolarci per qualche giorno gustando quell’entusiasmo iniziale come Pinocchio “così contento di sé, che disse pavoneggiandosi:” senza poi mettere a frutto il dono inziale.

Non perdiamoci d’animo, coraggio: aiutiamoci che il Ciel ci aiuta!

Giorgio e Valentina.

Il senso è nel dono di sé. Anche quando non è corrisposto

Vi condivido oggi la seconda riflessione che abbiamo preparato per la pagina delle Mamme e Mogli per vocazione. Se volete qui trovate la prima.

Siamo re quando sappiamo donarci per primi e sempre.

Settimana scorsa abbiamo introdotto le tre dimensioni battesimali. Oggi cercheremo di approfondire la prima. Siamo re con Gesù. Una dimensione che abbiamo approfondito nel nostro libro Sposi re nell’amore. Cosa significa? L’appartenenza a Cristo ci dona due qualità molto importanti per vivere ed incarnare la regalità di Gesù nel nostro matrimonio: la dignità e la libertà. Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare questi due valori: la nostra dignità e la nostra libertà. Solo così potremo accogliere il dono di Dio di essere re con Cristo.

Cristo re ha una sola legge: la legge dell’amore. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della sua Legge. Il re perdona non perché sia debole e non sia capace di imporsi e di lottare, ma perché il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re quando sono capace di perdonarla senza smettere di avere uno sguardo benedicente su di lei. Sono re quando riesco a non ridurla al suo errore. Perché sono libero da quel male che mi ha fatto. Perché sono degno nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. Questo è un punto fondamentale. La mia regalità non viene da lei e dal suo riconoscimento, ma viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito.

Attenzione! Riscoprire e riconoscere la nostra dignità e la nostra regalità non ci serve per innalzarci sopra gli altri. Non ci serve per sentirci migliori di nostra moglie e di nostro marito. Non ci serve per giudicare, per umiliare, per montare in superbia e sentire di meritare più di quell’uomo o quella donna che ci sta accanto. No! La consapevolezza del nostro valore, della nostra dignità, della nostra regalità ci consente di servire meglio quella persona che abbiamo sposato. Ci consente di liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità! Sembra una bestemmia di questi tempi. Eppure è così! Il re e la regina sono capaci di amare anche quando l’altro non dà o non dà abbastanza.

Vi racconto un aneddoto personale. Ero sposato con Luisa da circa tre anni. Avevamo avuto già Pietro e Tommaso. Erano molto piccoli ed erano nati a pochi mesi l’uno dall’altro. Mi sono sentito oppresso e inadeguato. Ero ancora giovane. Mi sono sposato che avevo 27 anni. Vedevo i miei amici continuare a fare la vita da ragazzi. Uscire la sera, divertirsi, calcetto, discorsi idioti. Insomma le cose che facevo anche io prima. Ho cominciato a sentire la casa e la famiglia come una prigione. Ho cominciato a stare spesso fuori casa, a trovarmi attività che mi impegnassero e a lasciare Luisa spesso da sola. Giocavo a calcio a cinque. Luisa non mi ha mai impedito di farlo. Beh mi sono trovato una seconda squadra per stare di più fuori casa. Quando ero in casa ero freddo e distaccato. Mi comportavo davvero male. Luisa non ha mai smesso di sostenermi. Aveva tutto il diritto di arrabbiarsi con me. Non lo ha fatto. Mi ha sempre fatto appoggiare a lei. Ha capito che in quel momento era lei la più forte dei due, era la regina, io non ero re, e non si è tirata mai indietro. Aveva capito che stavo attraversando il mio deserto. Sapete qual è uno dei gesti d’amore più belli che mi ricordo di aver ricevuto da mia moglie? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. La trattai male, come altre volte durante quel periodo di crisi, su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato, un amore che se ne fregava dell’orgoglio e che se ne fregava di chi aveva ragione o torto. Con quel gesto mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo. Quello è stato un momento di svolta. Da lì, con l’aiuto della mia sposa, sono riuscito ad uscire dal deserto. Lei aveva tutto il diritto di mandarmi a quel paese e di tirarmi la caffettiera in testa. Altro che prepararmi il caffè. Ma l’amore non ragiona così con la giustizia umana. Avrebbe avuto ragione ma non mi avrebbe “salvato”. Sarei rimasto quello di prima. Invece lei ha scelto di amarmi comunque.

E qui arriva l’obiezione la sento. E ma così è andata contro la propria dignità. I nostri ragazzi direbbero che è stata una sottona. A volte è davvero così. In alcune relazioni tossiche si crea una forte dipendenza che non è amore. Dove sta la differenza tra una regina e una sottona? Nella consapevolezza del proprio valore. Se Luisa lo avesse fatto per paura di perdermi o perché incapace di affrontare un conflitto con me sarebbe stata davvero una sottona. Lei lo ha fatto nella sua libertà di figlia amata. Ha deciso di donarsi a me tenendo fede alla sua promessa matrimoniale (nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia) perché così stava rispondendo all’amore di Dio prima che al mio. E’ stata una vera regina e l’amore della regina mostra l’amore di Cristo. Io ho compreso il matrimonio quel giorno perché ho fatto esperienza dell’amore di Dio attraverso di lei.

Ed io? Cosa ho imparato dal matrimonio? Non mi sono sposato per essere servito, ma per servire. Non ci si sposa per essere amati, ma per amare. Capite bene che se non ci si sposa con questa convinzione il matrimonio sarà un sicuro fallimento. La mia sposa non sarà mai all’altezza di riempire in pienezza quel desiderio di amore infinito che ho dentro. Non può farlo. Non posso metterle sulle spalle questo peso che non può portare. Non può una creatura finita, imperfetta e mortale riempire un desiderio di infinito. Anche solo per il fatto che muore. Invece dove posso trovare l’infinito? Lo posso trovare nel farmi servo per amore della mia sposa. Lo posso trovare nel dono. Solo dando tutto posso trovare l’infinito che è Dio. Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Lei non è il mio tutto, ma con lei, attraverso la nostra relazione, posso arrivare al tutto. Più sono riuscito a staccarmi dal bisogno del suo amore e più sono stato capace di amarla.

Antonio e Luisa

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Bambini mai nati o bambini non nati? Facciamo chiarezza

Della perdita dei figli prima della nascita si parla, ahimè, ancora troppo poco mentre il dibattito sull’aborto volontario è piuttosto acceso, anzi, alcune volte persino infuocato! Sentiamo quindi parlare spesso di “bambini mai nati” ma anche di “bambini non nati”: queste due espressioni sono sinonimo uno dell’altra oppure no?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza; da un punto di vista linguistico vanno bene entrambe, nel senso che tutte e due indicano quelle creature che non vengono messe al mondo ma che muoiono prima della nascita. Da un punto di vista liturgico, invece, c’è una differenza abissale: in lingua italiana la parolina “mai” – tecnicamente un avverbio di tempo – indica qualcosa che non si è verificata né si verificherà nel futuro, portando con sé un significato perentorio e senza alcuna alternativa; chiunque di noi scrivendo, parlando o leggendo quando utilizza – o si imbatte – nel “mai” subito comprende di trovarsi davanti ad una porta chiusa, ad una strada sbarrata. È proprio in questa sfera di significato che l’espressione “bambini mai nati” immediatamente ci porta la mente ed il cuore a qualcosa di negativo e senza margini di speranza: si tratta di bambini che non sono potuti nascere, persi nel vero senso del termine, quasi che si trattasse di stelle cadenti che appunto spariscono poco dopo averci fatto vedere, per pochi istanti, la loro luce.

In un’ottica cristiana, però, tutto questo è molto, troppo limitato e limitante: questi bimbi, sono individui a tutti gli effetti, pur nel grembo, infatti, sono persone in potenza. Hanno un’anima eterna ed immortale donata da Dio, dal quale proviene e al quale ritorna. Il “mai”, quindi, suona stonato perché la vita c’è stata, anche se solo per un passaggio veloce e nascosto nel corpo della madre; come magistralmente ha detto Chiara Corbella Petrillo: Siamo nati e non moriremo mai più.

Il “mai”, insomma, appartiene alla morte e non all’esistenza ed ecco perché è più corretto rivolgersi a loro chiamandoli “bambini non nati”: è vero che non hanno abitato questo mondo ma la loro anima è viva e presente in Cielo. La morte fisica nel pancione è un mistero, oltre che una sofferenza acuta, ma non ha l’ultima parola; anche il macigno posto a sigillo del sepolcro di Gesù, enorme e pesante che sembrava sbarrare ogni speranza, è rotolato via, spalancandoci così le porte della vita eterna.

Lo stesso avviene per quella piccola parolina di tre lettere, il “non”: tecnicamente è una negazione e in effetti ben indica che quei bambini non sono nati a questa vita ma porta con sé anche una potentissima carica di speranza proprio perché va a significare che non siamo al cospetto di un’impossibilità definitiva (il “mai”) ma di uno squarcio sull’eterno che è il centro della cristianesimo cioè la speranza nella salvezza dell’anima. Il “mai” tarpa ogni fiducia e ogni anelito d’immortalità mentre il “non”, da semplice sfumatura linguistica, si carica di una potenzialità immensa, cuore della vita di fede, vissuta nella prospettiva del Cielo. Vi sembra poco? In realtà è tutto, è proprio ciò per cui Gesù ha sofferto ed è morto in croce: darci la Vita, quella vera, eterna e definitiva con Lui.

Impariamo, quindi, a sostituire l’espressione “mai nati” con “bambini non nati” e spiegandone la scelta, non solo linguistica ma anche religiosa, aggiungeremo un tassello importante in quella che chiamo la “cultura prenatale”, di cui parlo nel mio libro dal titolo Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale.

È dalle piccole cose che, con l’aiuto di Dio, scaturiscono quelle grandi, proprio come il granellino di senape di cui ci ha parlato Gesù nella parabola; proviamoci, tutti insieme: cominceremo davvero a fare la differenza!

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Un corpo per amare

Un weekend per tutti i ragazzi e tutte le ragazze dai 18 ai 35 anni. Fidanzati o single non fa differenza. Un itinerario per scoprire la bellezza dell’amore a cui tutti siamo chiamati. Un amore vissuto attraverso il corpo. Si parlerà di castità, intimità, significato sponsale del corpo, differenza tra maschile e femminile. Si parlerà di sessuologia e fisiologia. Si riscoprirà la meraviglia di una sessualità vissuta in pienezza e verità. Il weekend è organizzato dalla nostra associazione (Intercomunione delle famiglie) con la collaborazione di don Gianni Castorani e Cuori Puri.

Per info contattate su whatsapp il numero 3318325412

Nel matrimonio siamo servi inutili

Oggi sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sulla gratuità dell’amore. Gratuità significa liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità. Non capire questo è non capire il sacrificio di Cristo. Cristo che ha fatto della croce il suo trono d’amore.

Perché indossiamo la catenina con la croce? Perché appendiamo al muro di casa nostra il crocifisso e vogliamo guardarlo sentendoci sicuri quando c’è? Perché è così importante che ci sia nei luoghi di sofferenza come gli ospedali? La croce rappresenta un supplizio, uno strumento di dolore e di morte. Cosa ci troviamo di tanto affascinante? La risposta è semplice: Gesù ha dato un nuovo significato a quello strumento di morte. Ha dimostrato come l’amore sia più grande della morte ed ora quella croce non ci provoca sentimenti negativi ma ci fa sentire amati e desiderati dal nostro Dio. Noi quando ci sposiamo promettiamo di amarci così! Se non ne siamo convinti non c’è consapevolezza in quello che stiamo promettendo.

Ecco il Vangelo di oggi (ieri per voi che leggete) mi ha confermato chiaramente in quello che voglio dirvi.

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Siamo servi inutili! Sembra brutto detto così. Non serviamo a nulla quindi? Non è questo che ci vuole dire Gesù. Anzi tutti noi ci impegniamo a fondo nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di fare del nostro meglio. Cerchiamo di dare tutto e spesso riusciamo anche a fare tante cose incastrando come dei veri maghi i tanti impegni della giornata. Non significa che siamo dei buoni a nulla. Il significato di inutile può essere anche quello di senza utile, senza aver bisogno di una contropartita. Può tradursi con servi gratuiti. Ecco l’amore gratuito dell’inizio dell’articolo. L’amore gratuito della croce. L’amore gratuito del matrimonio.

Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi interessa quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non pretendo più. Ora ogni mio pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Senza mettere sulla bilancia ciò che ottengo in cambio. Questo è essere servi inutili. Questo significa amare nella libertà e nella gratuità. E non sono io che sono bravo. Io sono pieno di difetti e ferite come tutti, ogni tanto sbrocco come tutti, ma mi riconosco un merito. Mi sono fidato di Gesù. Questo mi ha permesso di capire come sia più bello un matrimonio così dove metti in gioco tutto.

Coraggio riconoscetevi servi inutili per essere capaci di amare gratuitamente in un amore slegato dall’obbligo della reciprocità.

Antonio e Luisa

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Non accontentarsi!

Dal libro della Sapienza (Sap 2,23-3,9) Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti.

Nelle scorse puntate abbiamo riflettuto un poco sul rapporto tra anima e corpo, abbiamo messo in risalto il primato dell’anima sul corpo, tuttavia questo primato dell’anima si deve vedere vissuto nel corpo finché siamo in questa vita. Questo legame è talmente stretto che non si può pensare di fare e disfare del corpo a proprio piacimento senza che sull’anima si riflettano le conseguenze delle nostre azioni. Anche questo brano proposto dalla Liturgia odierna insiste su questo tema dandoci una chiave di lettura propositiva, nasce tutto dalla verità bella e tanto impegnativa della creazione : Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura.

Cari sposi, sembra una frase ad effetto per ottenere grande plauso dagli ascoltatori/lettori, ma in realtà questa verità ha a che fare con noi sposi; non è specificato il sesso dell’uomo altrimenti avrebbe usato termini come “maschio” e “femmina“, invece qui si intende l’uomo nella sua interezza di maschio e femmina. Certamente anche il singolo sesso maschile o femminile è immagine della natura di Dio, ma la completezza la si raggiunge solo con l’unione delle due “versioni” – perdonateci questo termine un po’ rozzo ma esplicativo – dell’uomo, la “versione” femminile unita indissolubilmente alla “versione” maschile… altro modo per ridefinire il matrimonio.

Quindi, se l’uomo, nella sua interezza maschile e femminile, è stato creato per l’incorruttibilità, e questa interezza è incarnata in una coppia nel matrimonio, allora significa che il destino di ogni coppia sposata è l’incorruttibilità. Capite sposi a quale grandezza siamo chiamati, siamo destinati?

Quando vi chiedono le motivazioni del perché vi siete sposati, tra le risposte di sicuro avrete quelle nobili e cariche di affetto e sentimento reciproco, anche di fede sincera nel Signore, ma vi siete mai detti l’un l’altra che la vostra coppia è stata pensata e “creata” per l’incorruttibilità? Non per sentimenti che oggi ci sono e domani chissà, non per sfuggire alla tristezza o alla solitudine, non per vivere insieme le stesse passioni per tutta la vita, non per filantropia, non per fare da crocerossina all’altro, non per colmare un vuoto affettivo, niente di tutto ciò… per giungere insieme all’incorruttibilità.

Abituati come siamo a spiegare tutto col sentimento, è difficile entrare nella logica della carità che ti spinge a compiere addirittura gesti contrari ai tuoi sentimenti momentanei, quella carità che ti muove a far morire ogni giorno qualcosa di te affinché l’altra/o viva, quella carità che ti spinge a violentare i desideri del tuo corpo affinché possano regnare nel tuo corpo i desideri dello spirito, quella carità che rende casto l’amore sponsale, carità fa rima con castità non solo per questioni linguistiche. Nel brano sopra riportato c’è un lungo elenco delle grazie che il Signore concede alle persone che compiono tale cammino di purificazione del proprio ego.

Cari sposi, come capire se stiamo vivendo dentro questo meraviglioso cammino di castità, ovvero di purificazione? Dobbiamo confrontare la nostra vita di coppia con la seconda frase del testo: Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

La morte di cui si parla è certamente la morte fisica, ma prima che sopraggiunga quella, c’è una morte ben peggiore che è quella dell’anima. Quando si vive lontano da Dio si comincia a sperimentare la morte in vari aspetti dell’esistenza: la morte degli affetti, la morte dei buoni sentimenti, la morte del perdono, la morte del sacrificio, la morte della nostra relazione sponsale, la morte della nostra castità, ecc… sperimentiamo come la morte caratterizzi tutti gli aspetti della nostra vita.

Cari sposi, non accontentatevi mai del matrimonio che vi dà il mondo, noi siamo fatti per qualcosa di più, siamo fatti per l’eternità, per l’incorruttibilità, anche del corpo. Puntate più in alto, come ci esortò san Giovanni Paolo II: prendete il largo! Non restate ancorati a riva.

Come cominciare? Con la presa di coscienza che dobbiamo convertirci e con la decisione risoluta di accettare Gesù come unico Salvatore. Abbiamo degli amici che ci hanno preceduto in questo cammino di incorruttibilità, i quali ci sono di sprono e aiuto: i santi, molti di loro hanno ancora il loro corpo incorrotto come la beata Imelda Lambertini, morta il 12 maggio 1333 alla sua prima – ed ultima – Comunione Eucaristica, il suo corpo non ha conosciuto la corruzione perché si riflette nel corpo la virtù dell’anima verginale. C’è da imparare per tutti.

Giorgio e Valentina.

L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare

Oggi ritorniamo sul Vangelo di ieri. Daremo sempre una lettura sponsale e ci soffermeremo su un passaggio in particolare della Parola che ieri ci è stata già così ben spezzata da padre Luca.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Perché le vergini sagge si dimostrano così poco misericordiose ed empatiche verso le vergini stolte? In età giovanile mi stavano antipatiche queste donne che pensavano solo a sé stesse. Poi con il tempo sono maturato e ho cercato di comprendere meglio il messaggio che c’è dietro a questo racconto. Naturalmente il Vangelo si riferisce all’amore di Dio, ma ciò si sposa perfettamente con l’amore sponsale.

Noi sposi insieme siamo la sposa di Cristo. Lo siamo come coppia. Quindi, la vergine saggia è quella coppia di sposi che costruisce sulla verità la propria relazione. È quella coppia che costruisce la propria relazione costruendo la relazione con Gesù. È quella coppia che sa attingere alla grazia del sacramento e dove ognuno dei due sposi vuole mettere il bene dell’altro prima del suo. Attenzione: non sono coppie perfette. Queste coppie sbagliano come tutte le altre. I due sposi sanno però perdonarsi e ricominciare, con gratitudine e con volontà, perché sanno di essere amati e perdonati da Dio. Per questo non possono dare il loro olio alle vergini stolte.

Perchè le vergine stolte non saprebbero usarlo. Le coppie che vivono un matrimonio autentico non possono condividere il loro olio con le vergini stolte perché l’amore vero non è qualcosa che si può prendere in prestito o trasferire. Ogni persona deve coltivare la propria relazione con Dio e con il proprio coniuge. È attraverso un impegno personale che otteniamo l’olio necessario per le nostre lampade, dove l’olio rappresenta la fede, le virtù e le qualità che sostengono una relazione amorosa e duratura. L’olio è fatto di volontà. Dobbiamo volerlo. Per questo le coppie che costruiscono la relazione su altro non possono attingere al nostro olio.

Noi, cari sposi, possiamo testimoniare, mostrare come sia bello custodire l’olio per lo Sposo, ma non possiamo sostituirci nella fatica personale che tocca ad ogni coppia. Quante coppie ci sembrano così belle e inarrivabili. Tante coppie di sposi santi che hanno vissuto un amore fecondo e bello. Eppure conosciamo la fatica che c’è dietro o ne vediamo solo i frutti? Anche nel nostro piccolo possiamo fare esperienza dell’incomprensione. Quanti non ci capiscono? Molte volte le nostre scelte non sono comprese. Non è compreso l’amore capace di perdonare sempre, non è compreso chi si dona senza misurare quanto riceve. Non è compreso perché non se ne conosce la bellezza che ne scaturisce. Non è compreso perché non si è capaci di aprire il cuore all’altro e di conseguenza a Dio. Non è compreso perché non si è capaci di capire che la pace e la gioia vengono dal dono di noi stessi e non dal prendere dall’altro. Solo nel dono incontriamo Dio, infinito amore e infinita vita. L’altro non potrà mai darci ciò che ci serve: un amore infinito. Diceva san Giovanni Paolo II che L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare.

Per questo le vergini sagge non possono dare il loro olio. L’olio va acquistato con il nostro impegno quotidiano. Impegno fatto di scelte coerenti con la nostra fede, di amore gratuito, di dono e di volontà. Solo così, cari sposi, non avremo timore di rimanere senza olio e saremo sempre pronti ad accogliere il nostro Sposo tra di noi. Solo facendo esperienza di questo amore potremo comprendere quanto sia più bello di tutto il resto. Ma all’inizio dobbiamo fare la più grande fatica: quella di fidarci di Gesù ed incominciare ad amare seguendo il suo esempio. Dando tutto di noi!

Antonio e Luisa

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Anche oggi ti accogliamo in casa nostra

Cari sposi, la scena evangelica di oggi salta alla vita per la sua grande distanza dal nostro modo di celebrare un matrimonio. Se per noi è la sposa al centro dell’attenzione, colei che è attesa e sotto i riflettori per la sua bellezza e preziosità del vestito, nel mondo semitico questo ruolo spettava allo sposo.

Inoltre, vi sono alcuni elementi presenti che riflettono un preciso significato. Anzitutto l’olio, così largamente impiegato all’epoca ma detentore di un significato spirituale importante. Con l’olio si consacravano i re, i profeti e gli oggetti sacri a Dio; quindi, era un elemento naturale che rimandava sempre alla presenza di Dio. Il lumino acceso con olio poi evoca la donna forte lodata nell’ultimo capitolo del libro dei Proverbi, il cui valore e laboriosità risiede anche nel fatto che “neppure di notte si spegne la sua lampada” (Pr 31, 18). Alla luce di quanto detto e del contesto rappresentato dalle altre letture il grande messaggio di questa domenica gira attorno all’attesa e alla vigilanza. Sappiamo, infatti, di trovarci in prossimità della fine dell’anno, simbolo della conclusione e ricapitolazione che Gesù farà della storia.

Tuttavia, è assai fecondo considerare il tema dell’attesa non solo in vista dell’ultimo giorno ma rivolto anche alla presenza di Gesù con noi. Sappiamo che Lui è con noi, Gesù è vivo, è una Persona presente in continuazione nelle nostre vite. Eppure, presi da mille cose – lecite per carità – frastornati da preoccupazioni e incombenze familiari e di lavoro potremmo finire per trovarsi nella medesima condizione di un giovane e brillante avvocato romano, un tale Aurelio Agostino: “Io vagavo lontano da te (…). Tu, invece, eri più dentro di me della mia stessa parte più profonda e più alto della mia parte più alta” (Confessioni 3,6,11).

Saper attendere e tenere le lampade accese allora significa mantenere ogni giorno gli occhi e le orecchie su Cristo che ci parla. Non sia mai che trasformiamo Cristo in un’idea nostra, una sorta di proiezione mentale, un ologramma autoprodotto che dice e fa quello che in realtà pensiamo noi di Lui. Gesù è una Persona che anela a un rapporto autentico con voi ogni giorno: come lo state trattando? Lo ascoltate? Lo lasciate parlare dedicandoGli del tempo? Ha uno spazio reale nella vostra vita di coppia?

La grazia nuziale ha reso possibile che Cristo davvero abiti con voi in casa, che sussista dentro alla vostra relazione. Perciò la vigilanza e l’attesa è dato da questo vostro mettervi in ricerca di Gesù e di lasciarlo agire in voi. Che belle parole di Papa Francesco al riguardo: “La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede. La condizione per essere pronti all’incontro con il Signore non è soltanto la fede, ma una vita cristiana ricca di amore e di carità per il prossimo. Se ci lasciamo guidare da ciò che ci appare più comodo, dalla ricerca dei nostri interessi, la nostra vita diventa sterile, incapace di dare vita agli altri, e non accumuliamo nessuna scorta di olio per la lampada della nostra fede; e questa – la fede – si spegnerà al momento della venuta del Signore, o ancora prima. Se invece siamo vigilanti e cerchiamo di compiere il bene, con gesti di amore, di condivisione, di servizio al prossimo in difficoltà, possiamo restare tranquilli mentre attendiamo la venuta dello sposo” (Angelus, 12 novembre 2017).

Cari sposi, lo Sposo non deve venire o arrivare da nessuna parte, L’avete già presente. Possiate avere questo cuore grande per accoglierlo e tenerlo con voi ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha dato una dimensione verticale alla sua riflessione. Noi cerchiamo di integrare dandone una orizzontale. Durante il percorso del matrimonio, è importante mettere da parte l’olio nei piccoli vasetti del nostro cuore che ci saranno utili negli anni a venire. Come sposi, possiamo fare ciò donandoci reciprocamente senza aspettarci nulla in cambio. Dovremmo imparare ad essere teneri non solo quando siamo appagati sessualmente o emotivamente, ma in ogni momento della nostra vita insieme. L’amore tenero dovrebbe diventare il nostro vero stile di vita. Inoltre, dovremmo imparare a affidarci a Gesù attraverso la preghiera, anziché basare tutto solo sui sentimenti e la passione. La decisione di donarci l’un l’altro ogni giorno è fondamentale. Dobbiamo imparare ad amarci in modo gratuito e incondizionato. Questo renderà il nostro amore maturo e duraturo nel corso degli anni.

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Abbandonati alla Provvidenza

Cari sposi,

oggi vorrei parlarvi di due giovani sposi, i vercellesi Giovanni Gheddo (1900-1942) e Rosetta Franzi (1902-1934). Una coppia nata all’ombra dell’Azione Cattolica, e il cui breve matrimonio è stato forgiato da molto amore, fede e la presenza della croce. Della loro vicenda abbiamo un bel libro che ci svelta tanti dettagli.

Rosetta Franzi, dopo essersi diplomata come maestra, venne impedita dal padre all’insegnamento. Decise allora di spendere la sua capacità in modo gratuito presso le suore dell’asilo e le scuole serali per analfabeti. Inoltre, si spese in parrocchia come catechista e collaboratrice per l’accoglienza, l’aiuto e la formazione di tanti piccoli, soprattutto i poveri. Giovanni Gheddo, di famiglia meno agiata, divenne un geometra ed anch’egli decise di mettere a frutto il suo lavoro, specie per le persone meno fortunate. Di lui si diceva che non fosse in grado di farsi pagare il giusto laddove i suoi clienti patissero situazioni di miseria.

Si conobbero in modo semplice, forse nel partecipare assieme a Messa e si sposarono il 16 giugno 1928. La prima mèta del loro viaggio di nozze fu il santuario della Madonna Nera di Oropa. Dinanzi a Maria, chiesero la grazia di una famiglia numerosa e di almeno poter donare un figlio al Signore. Per questo decisero di donare a Lei la prima notte di nozze, dormendo in stanze separate. La loro vita nuziale fu breve, solo sei anni, vissuti intensamente tra il lavoro, la cura dei figli e l’aiuto ai poveri, sempre in un atteggiamento di profonda fede. Rosetta era solita dire: “La cosa più importante è fare la volontà di Dio” mentre Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.

Il 26 ottobre 1934 Rosetta morì di polmonite e setticemia in seguito al parto prematuro di due gemelli, che spirarono con lei. Affranto e solo, Giovanni si aggrappò alla sua fede ma non volle più sposarsi, dedicandosi alla famiglia, supportato dalla mamma e sorelle per crescere i tre piccoli orfani Piero, Francesco e Mario. Nuovi e cupi venti di guerra soffiavano sull’Europa e Giovanni, quasi quarantenne, viene richiamato alle armi. Per le sue note opinioni antifasciste venne inviato al fronte più difficile, in prima linea in Russia, in qualità di ufficiale di fanteria. Di quel periodo abbiamo alcune sue lettere che mettono in luce come anche in quel contesto non smise di aiutare un popolo che, sebbene ostile, viveva gli orrori della fame e della morte.

A metà dicembre 1942, il suo reparto, la 5ª regia divisione “Cosseria” prese parte alla seconda battaglia difensiva del Don. Ma il contingente italiano era oramai logorato dal freddo, lo scarso equipaggiamento e la pressione di soverchianti forze nemiche. Tutto ciò costrinse l’esercito a una rovinosa ritirata, sempre incalzato dalla pressione delle unità corazzate sovietiche. È in questo contesto che il 17 dicembre Giovanni morì, sebbene forse avrebbe potuto salvarsi. Uno dei pochissimi compagni superstiti raccontò poi alla famiglia che il capitan Gheddo aveva deciso di restare con i cannoni e i feriti intrasportabili, mandando via i militari sani, fra i quali c’era anche lui, Mino Pretti, sottotenente poco più che ventenne. Giovanni si congedò dicendogli: “Tu sei giovane, devi ancora fare la tua vita. Io la mia l’ho già fatta e i miei bambini sono in buone mani. Va’, salvati, con i feriti rimango io”.

Ancora una volta fu fedele alla sua fede, come spesso ripeteva: «Pazienza! Quando non c’è rimedio bisogna rassegnarsi. Siamo sempre nelle mani di Dio!». Come giglio profumato, da questa coppia germinò una santa vocazione, P. Piero Gheddo (1929-2017), grande missionario e giornalista: la Madonna aveva mantenuto la promessa! Anche questi sposi, i servi di Dio Giovanni e Rosetta Gheddo, ci mostrano la straordinaria fecondità di un matrimonio che si fonda sulla roccia di Cristo.

padre Luca Frontali

Un figlio che non c’è: invisibile ma non assente

Della famiglia fanno parte anche i bambini non nati, ossia tutte quelle creaturine che non hanno visto la luce della vita; come membri del focolare domestico vanno non solo ricordati e pregati ma “celebrati” cioè inseriti nel contesto dal quale provengono e nel quale devono trovare spazio, memoria ed affetto.
Dico questo perché ci sono passata: ho avuto un aborto spontaneo nel 2012 alla settima settimana di gravidanza e quel figlio – o figlia, era troppo presto per saperlo – è non solo nel mio cuore ogni giorno ma nella quotidianità della nostra famiglia in modo molto spontaneo, semplice ma autentico. Quel figlio che non c’è, insomma, potrà anche essere invisibile ma non è assente: ha lasciato un segno e ogni giorno ci accompagna dal Cielo perché, come leggiamo nel Vangelo di Matteo: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli (Mt 18, 10).
L’aborto spontaneo rimane indelebile nella storia clinica di una donna tant’è che bisogna sempre parlarne con dottori e ginecologi dopo che è avvenuto, cioè, lascia una traccia medica che va sempre riportata ed è riportata tra gli occorsi sanitari; permane anche – indelebile – nella mente e nel cuore di chi ci è passato e allora perché non dovrebbe lasciare una scia non solo nella rete familiare ma nell’intero reticolato sociale di cui ognuno di noi fa parte?
Tacere che quel figlio c’è stato è un grande torto a tanti livelli: innanzitutto nei confronti della creatura stessa la quale, essendo stata creata a immagine e somiglianza del Creatore, ne porta impresso il più alto e nobile sigillo e, subito dopo, nei confronti dei genitori che l’hanno attesa, desiderata, cercata o ai quali magari è “capitata” ma che in ogni caso l’hanno accolta. Quel bimbo, inoltre, avrà dei parenti: fratelli o sorelle, nonni, zii, cugini, ecc … oltre che amici o conoscenti: non tacciamo della sua vita, per brevissima o breve che sia stata proprio perché “è stata”; pur parlando al passato, solo tenendo quell’esistenza in considerazione saremo in grado di aprirci al futuro, futuro che con il sostegno della fede può nuovamente essere di speranza, fiducia e felicità perché, dopo tutto, è il fine per il quale ciascuno di noi è voluto da Dio.
Etimologicamente, la parola assenza significa mancanza dal luogo nel quale ci si dovrebbe trovare abitualmente; un bambino non nato incarna perfettamente questo concetto sotto due aspetti: sia perché sarebbe dovuto stare nel grembo per tutta la gravidanza ma questo non è avvenuto e secondo perché dovrebbe abitare una casa nella quale manca, non c’è. Ecco perché dobbiamo sforzarci di renderlo presente: non possiamo vederlo con gli occhi umani ma, nella fede, abbiamo la certezza del suo essere spiritualmente con noi sempre, nella nostra casa e nella nostra famiglia perché l’anima supera qualsiasi confine spaziale e si fa prossima – vicina – a coloro che la amano. L’assenza di contatto fisico, insomma, non è un’assenza totale o definitiva ma un limite che si può superare con il Signore.
Il bambino non nato non deve, insomma, lasciare dietro di sì solamente tristezza, amarezza, rabbia o sentimenti negativi; la sua perdita, se offerta a Gesù e Maria e abbandonata alla Loro volontà, può trasformarsi in qualcosa di bello, di grande, di fruttuoso e portare nuova vita, sia in senso fisico che spirituale. Certo, non è facile, ma con la forza ed il coraggio che solo la preghiera possono dare, i miracoli arrivano perché nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 37).
Nessuna gravidanza, precedente o successiva, può in qualche modo riempire il vuoto lasciato da un aborto spontaneo ma quello spazio che si viene ad aprire, nel cuore e nell’anima, sarebbe davvero infelice lasciarlo in balia delle emozioni solamente umane perché rischierebbe di essere colmato poco o male o entrambe le cose; la ferita può guarire solo con il balsamo della fede e l’affidamento in Dio che, essendo bontà infinita, ha sempre un fine di amore più grande e più certo, anche se magari questo fine non riusciamo subito a vederlo o a scorgerlo con la dovuta lucidità o maturità. Fidiamoci del Signore, non rimarremo mai delusi!

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Fabrizia Perrachon

Il matrimonio sacramento nasce dal battesimo

L’associazione Mogli e Mamme per Vocazione ci ha chiesto quattro brevi riflessioni per questo mese di novembre. Condividiamo la prima anche qui sul blog.

In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Aggiungiamo a questo passo del Vangelo alcune righe della catechesi di Papa Francesco di mercoledì 16 maggio 2018. In quell’occasione il Papa ha terminato il suo ciclo di catechesi proprio sul Battesimo. Ecco un passaggio di quella riflessione: Che cosa significhi rivestirsi di Cristo, lo ricorda san Paolo spiegando quali sono le virtù che i battezzati debbono coltivare: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14).

Questo per dire cosa? Che il nostro matrimonio è iniziato lì. Si è una forzatura ma il battesimo è quella realtà da cui tutto trae origine che ci permette poi anche di sposarci in Gesù e di sviluppare i doni battesimali nella relazione matrimoniale. Nel battesimo ci viene donata, come segno concreto, una veste bianca per simboleggiare che siamo rivestiti di Cristo. Il Papa afferma che essere rivestiti di Cristo, essere rinati nella vita dello Spirito Santo non è solo una realtà invisibile ma si può rendere visibile e concretizzare Come? Perfezionando alcune virtù. Virtù quali la tenerezza, la bontà, l’umiltà, la mansuetudine, la magnanimità. Imparando a sopportarsi (nel senso di sostenersi non di tollerarsi) e perdonarsi a vicenda. Non è bellissimo? Ci abbiamo mai pensato al battesimo in questa prospettiva? Certo il sacramento non è una magia. Non è la lampada di Aladino o la fata Smemorina di Cenerentola. Lo Spirito Santo richiede un cuore aperto ad accoglierlo. Serve il nostro impegno quotidiano.

Ed arriviamo al tema di queste quattro riflessioni che ci sono state chieste durante questo mese di novembre. Il matrimonio riprende e si fonda sulla realtà battesimale. Pensate alla bellissima veste di Cristo con cui siamo stati rivestiti. Bianca e immacolata come il vestito della sposa. Anche questo è un segno che il matrimonio riprende quella realtà battesimale che ci ha così ben spiegato il Santo Padre e la perfeziona. Le dà un nuovo fine e un nuovo significato.

Il matrimonio è una consacrazione. Lo dice Humanae Vitae: i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l’adempimento fedele dei propri doveri, per l’attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo. Cosa significa consacrazione? Perché il sacerdote, le suore e i frati sono tutti dei consacrati? Consacrazione deriva dal latino e significa semplicemente rendere sacro. Rendere di Dio. I Sacerdoti e i religiosi in genere si caratterizzano perché hanno scelto di donarsi completamente a Dio. Appartengono a Dio. Anche noi con il matrimonio siamo consacrati. Apparteniamo a Dio insieme. Il nostro amore e la nostra relazione non sono più nostri ma di Dio. Questo cosa significa?

Lo Spirito Santo ci aiuterà a perfezionare quegli stessi doni di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità verso la persona che ci è stata donata. Nella consacrazione matrimoniale lo Spirito Santo ci aiuterà a sopportarci (nel senso di supportarci – sostenerci) e perdonarci. Ci aiuterà ad amarci come Gesù ama. Perché il nostro amore è Suo. L’abbiamo affidato a Lui sposandoci. Questo cosa comporta? Ogni volta che siamo coerenti con la nostra promessa stiamo compiendo un sacrificio a Dio. Stiamo cioè rendendo sacro ciò che facciamo, i nostri gesti, le nostre parole, le nostre scelte diventano strumento di Cristo. Tutte le volte che invece ci comportiamo da egoisti, prepotenti o ci usiamo l’uno con l’altro compiamo un sacrilegio. Ci riprendiamo qualcosa che non è più nostro ma di Dio. Capite che cosa grande che è il matrimonio? Non ci siamo solo noi due sposi ma c’è Dio stesso con noi in tutto e per tutto.

Proseguiamo ora con la nostra riflessione. Gesù è profeta, re e sacerdote. Queste sono le tre dimensioni in cui si sviluppa l’umanità di Cristo e che saranno argomento specifico di tutte le nostre riflessioni. Tutte dimensioni che esprimono l’amore di Cristo. Il battesimo ci rende uno con Cristo come i tralci con la vite. No ricordate questa immagine evangelica? Con il battesimo tutti noi acquisiamo la regalità, il profetismo e il sacerdozio di Cristo. Siamo tutti re, profeti e sacerdoti. Il vostro don ha il sacerdozio ordinato che è una cosa diversa (che deriva però sempre da Cristo) ma tutti noi siamo sacerdoti. Abbiamo il cosiddetto sacerdozio comune.

Siamo anche tutti profeti. Sapete che l’ultimo dei profeti chiamati è stato Giovanni Battista? Sapete perché non ci sono stati più profeti dopo Gesù? Perché con la venuta di Gesù e con il battesimo non serve più una chiamata specifica e personale, siamo tutti profeti. Lo sono io lo sei tu. Lo siamo in virtù del battesimo. Ecco nel matrimonio portiamo il nostro essere re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate. Fino qui sembra il catechismo fatto da bambini. Che noia. Nelle prossime tre riflessioni cercheremo di tirare le somme e di essere concreti. Affronteremo una per una tutte e tre le dimensioni approfondite in chiave sponsale.

Antonio e Luisa

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Nulla è scontato!

Martedì della scorsa settimana mi sono svegliato all’incirca alla stessa ora e dovevo portare le figlie, una al treno e l’altra a scuola, non prima di essere passati a riportare alcune loro cose nella casa in cui vivono. Come al solito le ho dovute sollecitare, perché si stava facendo tardi, ma alla fine siamo partiti; tuttavia, dopo nemmeno due chilometri ci siamo trovati di fronte a un incidente appena successo, dove un’auto era uscita fuori strada ad una curva, a causa anche dell’asfalto bagnato.

Siamo giunti quando la ragazza che guidava (senza particolari danni evidenti) stava aiutando ad uscire l’altra ragazza dal lunotto posteriore dell’auto: quest’ultima aveva il volto completamente ricoperto di sangue per una evidente ferita alla fronte, oltre a tagli nelle mani. Ho accostato subito l’auto con le doppie frecce accese, ho preso il kit di pronto soccorso che per fortuna tengo sempre in auto e, insieme a un altro ragazzo sopraggiunto, abbiamo cercato di medicare, tamponare e tranquillizzare, nell’attesa dell’arrivo dell’ambulanza (che sarebbe arrivata dopo almeno quindici minuti). Sono quelle situazioni in cui, uno come me che non ha conoscenze mediche, non vorrebbe mai trovarsi, ma ho cercato di fare il possibile.

La ragazza che guidava ha telefonato subito al marito che è arrivato prima dell’ambulanza, l’altra cercava di scrivere al fidanzato, ma non era in grado, poi è stata aiutata ed è riuscita anche lei. Questo evento mi ha fatto molto riflettere, oltre ovviamente al dispiacere per queste due ragazze che spero stiano bene e per le quali ho pregato.

Innanzitutto, ho riflettuto che entrambe le ragazze hanno sentito la necessità di contattare qualcuno che voleva loro bene e che le avrebbe potute aiutare, assistere, consolare. Mi ricordo che anche io, quando mio padre morì nel lontano anno duemila, la prima cosa che feci, nonostante fosse sera tardi, fu telefonare dall’ospedale, alla mia fidanzata (ora moglie), per avere una parola amica, di conforto: quando sei nel dolore e nella sofferenza, solo chi ti ama davvero può capirti (si condividono infatti le gioie e le cose belle, ma anche le sofferenze e quello che ci fa stare male).

Tornando all’evento, in un primo momento, ho pensato che purtroppo io non avrei avuto una dolce metà da chiamare e mi sono un po’ rattristato; successivamente ho riflettuto meglio e mi sono accorto che invece sono tanto fortunato. Infatti, una mattina ti alzi e dai per scontato che la giornata sarà come tutte le altre, poi basta una curva perché tutta la tua vita cambi completamente, anche solo per un certo periodo e affinché le tue aspettative e desideri mutino improvvisamente.

Nulla è scontato nella vita, la salute, la casa, gli amici, le gioie, il lavoro….solo che spesso noi perdiamo tempo ad arrabbiarci per quello che non abbiamo e a trovare colpevoli della nostra infelicità: è un atteggiamento che porta in un vicolo cieco e non cambia le cose.

Se io passo le giornate a incolpare mia moglie del mio malessere, della mia solitudine, della mancanza di tenerezza e del mio vivere in castità, oppure me la prendo con me stesso per gli errori commessi o per non aver capito prima i problemi, quale beneficio ottengo? Nessuno! Il comportamento invece che fa crescere è fare il massimo possibile, cioè quello che riesco in base alle mie qualità e capacità: Dio non mi chiede di fare miracoli, ma di fare solo la mia parte. Ci sono delle cose che dobbiamo fare noi, non possiamo delegare altri o Dio.

Ultimamente poi, forse per le guerre, forse per le calamità naturali anche vicino a me (come la recente alluvione in Toscana), sento che è necessario non perdere tempo a lamentarsi, ma rimboccarsi le maniche e agire, guardando dritto alla meta e affidando la nostra vita a Dio, l’Unico che la può custodire.

Infine ho avuto modo di sperimentare, in diversi anni, quanto sia importante avere amici veri, non quelli che ti scaricano alla prima difficoltà, ma quelli che davvero ti considerano un fratello. Ho imparato tanto ad esempio all’interno della Fraternità Sposi per Sempre su quest’aspetto: quando uno di noi ha avuto un problema o si è ammalato, c’è chi è andato a fargli la spesa e chi si è preoccupato di cucinare o chi semplicemente gli ha fatto compagnia o lo ha accompagnato.

Quindi sono ben consapevole che se avessi bisogno, avrei tanti amici da poter chiamare e sui quali posso contare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Facciamo una gara

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,5-16a)  Fratelli, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri.
Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile.

Come di consueto, la Parola di Dio è talmente ricca che tocca scegliere una piccola porzione per le nostre riflessioni, ma questa porzione seppur piccola si rivela una miniera per la nostra vita. Questa brano di san Paolo ci offre una lunga serie di consigli molto pratici per la vita di comunità, sia essa di grandi dimensioni oppure piccola come la famiglia, il primo nucleo della società; ma la famiglia stessa ha la sua origine in una coppia, quindi la comunità umana e cristiana nasce da una coppia, ciò che vale quindi per la grande comunità trae origine e si sviluppa dalla comunità originaria: la coppia.

Tra i molteplici consigli e le esortazioni oggi scegliamo quello che ci sembra essere più urgente per le coppie del nostro tempo: gareggiate nello stimarvi a vicenda.Incontriamo tante coppie con diversi problemi relazionali, è vero che ogni coppia ha una storia a sé, ma è pur vero che spesso i problemi che sentiamo raccontarci sono riconducibili ad una mancanza di “corte continua“, ossia quell’arte di non darsi mai per scontati l’un l’altra giorno dopo giorno.

In questa delicata arte della “corte continua” c’è un aspetto, tra gli altri, che è quello che vogliamo mettere in luce con queste poche righe, ed è proprio il tema della gara a chi stima di più l’altro/a. Ci sono alcuni aspetti di carattere psicologico e non, legati alla scelta del proprio probabile futuro coniuge quando la storia dei due è ancora all’inizio. Tra i vari aspetti che sicuramente hanno influito nell’innamoramento iniziale c’è quello del riconoscere i vari pregi della persona che ci attrae, ed infatti nella fase dell’infatuazione iniziale l’altro ci appare privo di difetti.

Man mano poi che il rapporto va avanti i difetti cominciano ad affiorare, ma i pregi non è che se ne siano andati, se poi la coppia non alimenta l’amore quotidianamente attraverso il dialogo profondo insieme ai gesti della castità, ecco che allora l’altro pian piano diventa solo un ostacolo alla nostra libertà, un peso alle caviglie da portarsi dietro, un essere da sopportare… cosa è venuto a mancare? Sicuramente la risposta è multipla, non è di facile risoluzione, non bisogna banalizzare né ingigantire ma cominciare da piccoli passi ogni giorno.

Uno di questi passi iniziali è sicuramente valorizzare ciò che fa l’altro, non importa che siano gesti di servizio in casa piuttosto che altro, l’importante è riconoscere l’apporto del suo contributo per la gestione domestica, cominciando dal riconoscere le qualità dell’altro più evidenti. Quando la coppia comincia a perdere la comunione spesso succede che la moglie sente elogiare da altre persone le doti del proprio marito, essa si stupisce di tali racconti pensando di aver sposato un altro uomo, perché con i suoi occhi non vede tutte quelle qualità raccontate dagli altri.

Cari sposi, per cominciare questo percorso bisogna tenere sempre il focus del nostro amore sul nostro consorte: non deve diventare la fonte della nostra felicità ma essere colui/colei che vogliamo rendere felice. Perché dobbiamo fare a gara nello stimarci l’un l’altra? Perché l’altro si senta al centro delle nostre attenzioni, delle nostre delicatezze, dei nostri pensieri, si senta valorizzato per quello che è e per le proprie capacità o i propri pregi.

Care mogli, quando vostro marito finalmente sostituisce la lampadina del bagno, invece di fargli notare che aspettavate questo momento da ben 5 settimane, mostrate la vostra gioia per la luce meravigliosa che ora c’è nella stanza, fategli i complimenti per la scelta della lampada che ha quella luce che proprio vi serviva per il vostro maquillage. Si sentirà valorizzato e stimato, la prossima volta non aspetterà 5 settimane per fare un lavoretto ma darà sempre di più il meglio di sé per farvi sentire orgogliosa di lui.

Cari mariti, quando alla sera vostra moglie dopo aver sopportato il capufficio o le colleghe per diverse ore, dopo aver fatto la tassista per i vostri figli, dopo aver fatto la babysitter, dopo aver fatto la spesa, dopo aver steso due lavatrici e riordinato i letti e le camere… se per cena riesce a preparare anche solo una pasta in bianco, ringraziatela con un bel bacio tenero e riconoscente -od un altro gesto che a lei piace- toglietevi dalla faccia quell’espressione di insoddisfazione e ringraziatela che è riuscita a preparare pure la cena.

Cominciamo da queste piccole attenzioni, non sono tutto ma sono solo l’inizio così come è successo a Belle che ha visto una bellezza dentro la Bestia. Quando -per esempio- c’è da risolvere un problema, prima di affannarci analizziamo insieme al nostro coniuge chi dei due ha le doti migliori per affrontarlo e risolverlo e poi diamogli/le fiducia piena… pensaci tu che è il tuo pane! Coraggio sposi, come dice il saggio: l’amore è concreto!

Giorgio e Valentina.