Non per dominio ma per amore

Oggi voglio riprendere il famigerato e criticatissimo passo di Efesini 5 dove San Paolo scrive:

 Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore;  il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo.  E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.

Un passo che ho già analizzato e proposto altre volte. Oggi vorrei dare una lettura ancora diversa. Una lettura che è nuova anche per me. Una riflessione che mi è stata provocata da don Mario, un sacerdote che ha proposto una Lectio Divina sul capitolo 3 delle Genesi dove possiamo leggere:

Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà».

Quale differenza c’è tra questi due passi della Bibbia? Dicono esattamente la stessa cosa! Sembrano dire la stessa cosa! In realtà tutta la prospettiva è capovolta.

Partiamo ad analizzare il secondo, quello di Genesi. La donna ha la sindrome del principe azzurro. Può far finta che non sia vero, può cercare di cancellare e di rinnegare questa verità. La donna è fatta così. Vuole trovare l’uomo che la salva, l’uomo che riempie tutto il bisogno di amore e di completamento che sente come desiderio profondo.  Badate bene Dio non sta condannando la donna in questa sua affermazione. Le sta dicendo che lei è fatta in quel modo. Tutte le volte che si attaccherà al suo uomo in modo viscerale e possessivo nascerà in lei la paura di perderlo. Tutte le volte che la donna si metterà in questa condizione avrà già perso. Quell’uomo che ha sposato non sarà mai capace di riempire quel vuoto. Non sarà mai perfetto. Non esiste nella realtà il Richard Gere dei film. Quell’uomo non sazierà mai quella fame di amore e quella sete di infinito che sente forte in lei. Fateci caso: proprio per questa sua natura costitutiva la donna è portata a sopportare maltrattamenti e tradimenti da parte del marito. Quanti casi di cronaca ci raccontano questa dinamica. Anche certe femministe ideologicamente molto impostate che fanno una guerra di genere, che considerano gli uomini tutti stronzi, in realtà hanno paura di questa cosa che sentono nel loro profondo. Hanno paura di innamorarsi per non farsi dominare. Ecco il significato di questa profezia di genesi: Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.

Paolo disinnesca questa realtà. Paolo dice alla donna sì che continuerà ad essere sottomessa. Sarà, però, sottomessa all’amore. Non per paura di perdere qualcuno. Paolo ci sta dicendo che la donna che incontra Cristo sarà libera. Sarà libera di amare. Sarà libera dalle paure di perdere ciò che dà senso e valore alla sua vita. Non sarà più il marito ad essere dominante. La donna non si farà più dominare. Al contrario proprio perchè ha incontrato l’Amore infinito che disseta e sazia sarà capace di non cercare nel suo sposo qualcosa che lui non può darle. Avendo trovato l’Amore in Dio sarà capace di sottomettersi all’amore che, in un discorso di coppia, significa concretamente riuscire a mettersi sotto al marito. Mettersi al servizio, non perchè dominata in un rapporto di forza, ma perchè volontariamente, avendo assaporato l’amore di Dio, vuole riamare Dio attraverso il suo sposo, nel suo sposo e per il suo sposo. Può sembrare un discorso maschilista, ma vi ricordo che io ho un compito altrettanto difficile con la mia sposa, forse ancora più del suo. Devo amarla come Gesù ha amato la Chiesa. Amarla fino alla croce. Che non significa altro che morire per lei, mettere lei prima di me. Come vedete, detto in modo diverso, ci viene chiesta la stessa identica cosa. Perchè questa è la dinamica dell’amore cristiano, un amore che si dona e che non  possiede.

Antonio e Luisa

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Sposi sacerdoti. Gesù ci sposa sulla croce (3 articolo)

Dopo la doverosa e indispensabile premessa cercherò ora di addentrarmi nella nostra specifica dimensione sacerdotale. Come gli sposi vivono e esprimono il loro essere sacerdoti.  Gesù, abbiamo visto è l’unico ed eterno sacerdote. La sua dimensione sacerdotale si concretizza nel dono di sè. Dona tutto se stesso. Dove? Sulla croce. Sulla croce Gesù fa offerta di tutto se stesso. E’ offerente, ma è anche offerta.  E’ mediatore presso Dio: dà tutta la sua vita per la nostra salvezza. L’offerta di Cristo non deve essere vista solo in senso negativo, come espiazione. Prende su di sè tutto il peccato per riscattare la nostra salvezza. Cerchiamo di scorgere in questo momento un estremo e bellissimo gesto d’amore. Gesù ci sta amando. Dietro il significato di espiazione c’è un altissimo e supremo amore. Un amore incondizionato e totale. Non c’è gesto più grande, che Dio ci abbia donato per esprimere il suo amore, della croce. In quel momento Dio nel Figlio ci sta amando fino alla fine. Nel Vangelo troviamo scritto Non c’è Amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Gesù sta facendo esattamente questo.

Che caratteristiche ha l’amore di Gesù? E’ un amore totale. Quindi è un amore sponsale. In quel momento Gesù manifesta la sua sponsalità, il suo desiderio di unirsi sponsalmente, in modo totale, definitivo e per sempre, ad ognuno di noi. La nuova ed eterna alleanza. Vi invito, da adesso in poi, a meditare le prossime parole che dirò guardando alla croce, a Gesù che è lo sposo divino che, attraverso il suo sacrificio, vuole unire a sè la Chiesa, ognuno di noi, in un patto d’amore eterno, in un patto sponsale. Sta a noi accogliere questo dono e dire il nostro sì. Capite ora come la nostra sponsalità, il sacramento del matrimonio sia molto legato al sacerdozio di Cristo e al mistero della croce? Efesini 5 esprime esattamente questa realtà di Dio, questo patto sponsale tra Gesù sposo e la sua Chiesa sposa:

E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei.

Proseguiamo e aggiungiamo un tassello. Noi, abbiamo visto, facciamo parte del sacerdozio di Cristo attraverso il battesimo. Cosa significa? Tutti i gesti che possiamo compiere nella nostra vita da battezzati, offrendoli come gesti d’amore a Gesù,  sono gesti sacerdotali. In quel momento stiamo esercitando il nostro sacerdozio. Il nostro lavoro, il nostro impegno, le nostre difficoltà, le nostre parole, le nostre opere e tutto quello che facciamo, se fatto con amore autentico e offerto a Gesù, esprime il nostro sacerdozio.

Chiara Corbella, a questo proposito, non riuscendo a curare la preghiera come avrebbe voluto, trovò una modalità bellissima per vivere il suo sacerdozio:

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Avete capite cosa intendo? Non sono concetti campati in aria, ma molto terreni e concreti. Il nostro ruolo sacerdotale è il nostro rispondere al desiderio di Dio Attraverso i gesti d’amore compiuti verso il prossimo dovremmo (poi la realtà spesso è un’altra) portare l’amore di Dio al mondo e portare il mondo a Dio. Il battesimo ci abilita ad essere sposi di Cristo, cioè a vivere il nostro rapporto con lui come quello che possiamo sperimentare e osservare nell’amore di un uomo e una donna.

Nei prossimi articoli ci addentreremo ancora di più nella nostra specifica condizione di sposi.

Antonio e Luisa