Sposi sacerdoti. I protagonisti del Cantico siamo noi. (18 articolo)

Chi sono i due protagonisti del canto d’amore. Non hanno un nome specifico, non sono identificati. Restano un po’ anonimi, Questo cosa suggerisce? Che in quell’uomo e quella donna possono rispecchiarsi tutti gli sposi. La coppia del Cantico è un esempio e una immagine per tutte le coppie del mondo. In altre letterature famose possiamo trovare la vicenda di Romeo e Giulietta, di Paolo e Francesca, di Orfeo ed Euridice, Dante e Beatrice, Tristano ed Isotta e così via. Quella raccontata è la loro storia. Nel cantico è diverso. Nel Cantico non si racconta la loro storia, ma la nostra storia. Siamo noi i protagonosti. Ognuno di noi si può identificare. Gli unici appellativi utilizzati nel testo non sono identificativi dei due protagonisti, ma hanno un forte richiamo simbolico. Lui Salomone, lei la sulamita. Poi, nel proseguo, vedremo il perchè di questi nomi. Posso subito anticipare la radice comune dei due nomi: la parola ebraica shalom, pace. I due protagonisti sono l’uomo e la donna della pace. In una dinamica relazionale, susseguente alla caduta e al peccato originale, dove c’è distanza e incomprensione tra uomo e donna, qui è diverso. Lui è l’uomo della pace per lei e viceversa lei è la donna della pace per lui. Si torna alle origini. All’armonia delle origini.

Altra considerazione importantissima e per nulla scontata: i due amanti sono posti sullo stesso piano di dignità. Un testo poetico di 500 anni prima di Cristo, dove c’era assoluta subordinazione della donna verso l’uomo, tratta la donna come pari dell’uomo. Un particolare spesso inosservato. Viene proposta una donna attiva, che ha desideri e volontà indipendenti e con pari dignità dell’uomo, in una società che invece era patriarcale, maschilista e con la donna sottomessa. Probabilmente questo è stato uno dei motivi che ha provocato tante opposizioni all’introduzione di questo testo nel canone sacro. La sulamita appariva troppo spregiudicata, tanto da essere vista quasi come una poco di buono per l’epoca.

Un’ultima riflessione prima di iniziare con il Prologo del Cantico. C’è un’altra storia della Bibbia dove ci sono un uomo e una donna non identificati. Noi li chiamiamo Adamo ed Eva, ma il testo di genesi li identifica come Ish e Isha. Anche in questo caso non sono nomi propri, ma hanno una forte valenza simbolica. Siamo sempre noi Ish e Isha.

Salomone e la sulamita sono Ish e Isha e sono Antonio e Luisa. Molti potrebbero pensare che l’amore narrato nel Cantico sia meraviglioso, ma non per loro. Sono pienamente d’accordo che per tanti, troppi sposi è così. Il matrimonio è spesso fatica, divisione, rottura e sofferenza.

Sentite questo commento ebraico alla genesi:

Quando Adamo peccò, la shekinah, la dimora di Dio, salì al primo cielo, allontanandosi dalla terra e dagli uomini. Quando peccò Caino, salì al secondo cielo. Con la generazione di Enoch, salì al terzo; con quella del diluvio, al quarto; con quella di Babele al quinto; con quella di Sodoma, al sesto; con la schiavitù di Egitto, al settimo, l’ultimo e il più lontano dagli uomini. Ma il giorno in cui il Cantico dei cantici fu donato ad Israele, la shekinah ritornò sulla terra.

Cosa significa questa bellissima riflessione?

Possiamo riportare Dio nella nostra casa o, meglio, possiamo tornare ad abitare la dimora di Dio, amando come Dio ci ha insegnato sapientemente nel Cantico in modo carnale e passionale, ma puro, senza sguardo di possesso e concupiscenza che rovina tutto e avvizzisce l’amore che stava germogliando tra gli sposi amanti. Il peccato rovina tutto, fa sì che l’essere nudi davanti al nostro amato o alla nostra amata diventi fastidioso e odioso perchè ci sentiamo vulnerabili e trasparenti, non possiamo nasconderci e il nostro egoismo è evidente a tutti. Abbiamo lasciato Ish e Isha rivestiti e coperti,dopo la caduta,  perchè sospettosi l’uno dell’altra. Ritroviamo Salomone e la sulamita che pian piano si svestono, assaporando la gioia e l’intimità attraverso la loro nudità, che non è più un pericolo e una vergogna, ma segno di una ritrovata armonia e verità.

Gesù ci ha redento, ha sconfitto il peccato e la morte con la sua morte e resurrezione e nel sacramento del matrimonio attraverso la Sua Grazia possiamo  liberarci delle catene del peccato e amare con lo stile di Gesù, che non tiene nulla per sé, ma si mette totalmente a nudo per noi donando tutto di Lui a noi che siamo la Chiesa e quindi la Sua sposa. Se riusciremo ad amarci come gli amanti del Cantico dei cantici, la nudità non sarà più motivo di disagio ma sarà via di donazione e relazione vera e piena. Dio potrà scendere nella nostra casa dalle altezze del cielo, dove era finito a causa del nostro peccato, e potremo finalmente vivere nella  pace e nell’amore di Dio.

Con il prossimo articolo, vi prometto, partiamo con il testo, e in particolare con il Prologo.

Antonio e Luisa

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Sposi sacerdoti. L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia. (16 articolo)

Dopo la premessa dell’articolo precedente, tenendo presente la storia e il significato di questo libro che attraverso la storia d’amore di due giovani sposi vuole raccontare la storia della relazione tra Dio e gli uomini, possiamo ora affrontare il tema del libro. Nel Cantico dei Cantici viene cantato l’amore. L’amore umano. E’ un libro che narra un’esperienza d’amore, concreta, tra un uomo e una donna. Un amore di tipo sponsale. Tutto il contesto lo fa credere. Non è solo un amore oblativo, di dono. Non è un amore platonico. E’ un amore prevalentemente carnale.  E’ un amore completo, totale. Un amore passionale con risvolti erotici, per nulla velati, ma molto espliciti. Dove, seppur in modo poetico e mai volgare, non viene tralasciato nulla del corpo dell’amato e dell’amata. Non viene tralasciato nulla di sensazioni, emozioni, sapori, odori e colori. Una bellezza che piano piano si svela, proporzionalmente allo svelarsi e all’accogliersi vicendevole dei due sposi,  in un crescendo di esperienza sempre più concreta ed intima dell’uno con l’altra. Cosa possiamo comprendere immediatamente da questa introduzione al testo. Per vivere questo amore cantato nel Cantico dobbiamo purificare il nostro sguardo. Dobbiamo essere capaci di eliminare una certa malizia che spesso si nasconde dietro certe idee di amore erotico. Dobbiamo eliminare anche un falso pudore che spesso nasconde la nostra chiusura all’altro e incapacità di farci dono. L’amore erotico tra due sposi non è nulla di vergognoso o di sporco. Certo possiamo sporcarlo noi con il nostro egoismo. L’amore erotico che Dio ha pensato per noi è qualcosa che apre alla meraviglia dell’amore che diventa esperienza concreta vissuta nel corpo. Lo sguardo di Dio sulla sessualità umana, da sempre, è uno sguardo buono e positivo. L’espressione che troviamo nella Genesi al cap. 1 E’ Dio vide che era cosa molto buona è posta proprio al termine della creazione dove aveva appena formato uomo e donna. Due creature sessuate, diverse e complementari, che, nell’unione intima, diventano una sola carne e diventano fecondi. Due creature fatte a somiglianza di Dio e che nella loro relazione sponsale riproducono la relazione d’amore di Dio Trinità in se stesso. Detto in altre parole Dio ci ha voluto sessuati perchè nell’unione intima e completa di due sposi si potesse scorgere, in maniera diversa e limitata, ma concreta, la relazione perfetta delle persone della Trinità. Il corpo, che non solo ci appartiene ma ci costituisce come persone insieme all’anima, diventa strumento per esprimere in modo chiaro e netto quell’amore che abbiamo nel profondo di noi. Il corpo rende visibile ciò che non è visibile. Una realtà non solo lecita, ma santissima. Santissima come lo è il Cantico.  Il Cantico parla di questo amore. Un libro da leggere con lo stupore di chi si addentra nella profondità del pensiero di Dio. Un libro che apre alle meraviglia di un’esperienza che noi sposi possiamo e dobbiamo vivere nella concretezza della nostra relazione e della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

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Sposi sacerdoti. Una meraviglia da ritrovare. ( 6 articolo)

Dopo queste prime riflessioni potremmo azzardare una definizione sul nostro ruolo sacerdotale di sposi: siamo sacerdoti dell’amore. Cerchiamo quindi di rischiararci le idee su cosa significhi amore e amare nella realtà cristiana. Sappiamo che questa parola è abusata e inflazionata e può acquisire significati molto soggettivi e diversi tra di loro. Per un cristiano non può essere così. Abbiamo visto come il gesto più alto di amore di Gesù, gesto sacerdotale, sia stato il suo dono totale sulla croce. Dono accolto dalla sua Chiesa, da ognuno di noi. L’amore è quindi: Un donarsi ed accogliersi reciproco di due persone, che determina un’unione profonda coinvolgente la totalità del loro essere, cioè cuore anima e corpo, in modo diverso secondo la finalità del dono. Capite bene che un amore di amicizia è diverso da quello tra fidanzati, tra genitori e figli, tra sposi e così via. Sono diversi i gesti, le modalità e l’intensità. Questo è il significato oggettivo e naturale della parola amore. Una riproduzione creata in ombra a quella divina. Tutte le diverse relazioni d’amore che possiamo intrecciare con altre persone mirano a rispondere al desiderio di socialità. Solo l’amore sponsale (nel quale inserisco anche la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata) risponde al desiderio di sessualità. Desiderio che richiede un’unione totale, fedele, feconda e indissolubile con una persona complementare e diversa da noi. Dio ci ha donato un libro dove ci insegna ad essere sacerdoti, si fa maestro dell’amore sponsale. E’ il Cantico dei Cantici. Ecco perchè questo libro della Bibbia sarà la base delle nostre riflessioni una volta terminata questa lunga introduzione. Dobbiamo farci provocare e interrogare dal testo. Noi siamo a livello di quanto descritto? Viviamo quel tipo di amore naturale, anche erotico e carnale, che è la base dell’amore soprannaturale e la Grazia del nostro sacramento? Non dobbiamo avere la presunzione di essere troppo spirituali. Spesso fare voli pindarici, scappare nella spiritualità, nella preghiera e nella trascendenza nasconde una incapacità di farsi dono nel corpo. Non si può costruire una casa dal tetto. Bisogna partire dalle fondamenta e poi si potrà arrivare anche al tetto. Se l’amore naturale è il concetto che ho espresso sopra, cosa sarà l’amore dei figli di Dio? L’amore dei battezzati e dei consacrati nel matrimonio? E’ l’amore naturale perfezionato, aumentato, plasmato dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo. Capite bene che se non abbiamo consolidato, compreso e vissuto l’amore naturale non esiste la base per l’azione dello Spirito Santo nella nostra unione sponsale. Dio ci rende capaci di amare come Lui si ama nella Trinità. Sposi icona della Trinità. Certo non siamo che una pallida immagine finita e imperfetta. Assumiamo però lo stile di Dio. Se, però, ci impegniamo e  ci abbandoniamo a Dio. Capite bene che noi, come genere umano, siamo stati creati per amare così. Siamo creati ad immagine di Dio. Il peccato originale ha distrutto questa armonia creata che da soli non possiamo recuperare, ma che con la Grazia del sacramento, possiamo rivivere nella nostra relazione sponsale. Il Cantico dei Cantici esprime pienamente l’amore delle origini, di cui noi abbiamo nostalgia e che possiamo conquistare con il matrimonio. Il Cantico dei Cantici, secondo alcuni esegeti, è la prosecuzione della Genesi. Ricordiamo che Adamo esclama: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Non sappiamo la risposta di Eva. La possiamo però trovare nel Cantico dei Cantici dove ritroviamo quella meraviglia e quello stupore di Adamo. Meraviglia e stupore recuperati.

Adesso stiamo davvero entrando in concetti meno astratti e più concreti. Stiamo entrando nella bellezza del nostro essere sposi che si esprime in un modo di amare, in atteggiamenti e gesti, che diventano non solo gesti d’amore, ma gesti sacerdotali.

Antonio e Luisa

Uno sguardo per dare e non per prendere

Ho finito il precedente articolo sulla fedeltà introducendo lo sguardo. Lo sguardo di una persona fedele è lo sguardo di Cristo sulla croce. Non ci avevo mai riflettuto in questi termini. Mi ha aiutato un sacerdote paolino che, venuto nella nostra parrocchia alcuni giorni fa, ha fatto una lectio divina proprio su questo tema. Lo sguardo di Gesù. Cosa possiamo capire? Partiamo da un passo del Vangelo di Giovanni.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. [26]Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». [27]Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Gesù vede la madre e il discepolo amato. Ma vi rendete conto? Gesù sta soffrendo come un cane, prova un dolore insopportabile. Il dolore del cuore è ancora più grande di quello del corpo. Sta morendo. E cosa fa? Guarda le persone che ha vicino. In un momento tanto difficile e drammatico ha ancora la forza per pensare agli altri, per decentrare l’attenzione da sè alle persone che ama. Noi sposi siamo chiamati ad amare così. Ne siamo consapevoli? Dobbiamo riuscire poco alla volta a decentrare il nostro sguardo. Solo così la stanchezza, l’ordinarietà della vita, gli impegni, lo stress e tutte queste “belle” cose che ci avvelenano la vita saranno disinnescate. Saremo felici di essere stanchi e di non reggerci in piedi dal sonno perchè vedremo che il nostro impegno serve a sollevare la fatica della nostra sposa e del nostro sposo. Vedremo che il nostro sonno mancato sarà ristoro per lei/lui. Mi commuovo a volte a guardare la mia sposa che cerca di fare mille cose. La scuola e la casa le risucchiano tutto. Lei ci tiene a presentare un pasto dignitoso ogni sera perchè pensa a noi prima che alla sua stanchezza. Anche io cerco, quando riesco, di accompagnarla a scuola o di andarla a prendere. Poco importa se poi resto immobilizzato nel traffico e devo recuperare il lavoro. Mi rende felice averle reso la vita più facile ed essere stato con lei da solo qualche minuto in più. Piccole cose, certo. Da queste piccole cose si costruisce però una meraviglia. Si costruisce una relazione che se affidata a Dio diventa luce.

Spesso, tante coppie, non hanno questo sguardo di Gesù. Tanti hanno lo sguardo di Adamo ed Eva.

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». [2]Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, [3]ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». [4]Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! [5]Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». [6]Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. [7]Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Che diversità!! Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile.

Qui lo sguardo è incentrato su di sè. Lo sguardo serve per prendere. Lo sguardo serve per dar sfogo alle proprie pulsioni, desideri ed egoismi. Questo è lo sguardo che porta alla disarmonia. Questo sguardo porta ad accorgersi di essere nudi e vulnerabili. Per questo dobbiamo coprirci. Non per vergogna, ma perchè ormai il rapporto è diventato un dominio sull’altro e non un dono di sè. Tutto è distrutto e tutto è perduto. Sembra così. Gesù è morto su quella croce per darci l’opportunità di cambiare le cose. Attraverso la sua redenzione e il sacramento del matrimonio possiamo imparare a guardare come Gesù. Possiamo trasformare il nostro sguardo che prende nel suo sguardo che dà. Costa fatica, lavoro, cadute, ma se riusciamo il matrimonio diventerà una realtà meravigliosa e grande, esattamente quello che Dio vuole per noi.

Antonio e Luisa

Gli sposi rivelano che Dio è amore (La profezia del matrimonio 2 puntata)

L’introduzione di ieri ci permette di andare a riflettere ora sul nostro particolare profetismo di sposi, che si innesta sul nostro profetismo battesimale. Per introdurre il nostro particolare profetismo partiamo da un’immagine. Partiamo da una frase di sant’Agostino che dice più o meno così:

Se tutte le Bibbie del mondo andassero distrutte, e di queste Bibbie ne restasse solo una. Se di quest’unica Bibbia rimanesse una sola pagina. Se di questa sola pagina rimanesse un unico versetto, quello della prima lettera di Giovanni, dove è scritto: Dio è amore. Se restassero solo queste tre parole, tutta la Bibbia sarebbe salva.

Con questo Sant’Agostino voleva far capire qual era il fulcro della rivelazione cristiana e quello a cui intorno ruota tutta la Parola di Dio.

Potremmo parafrasare questa intuizione di Agostino non solo per quella che è la Parola rivelata (la Bibbia), ma anche per quella che è la Parola naturale: l’umanità.  Potremmo quindi dire:

Se per qualche cataclisma tutta l’umanità andasse distrutta, ma rimanessero soltanto due persone e queste due persone fossero uno sposo e una sposa che si amano, tutta l’umanità sarebbe salva.

Questo perché attraverso quella coppia Dio potrebbe continuare a rivelare se stesso e il suo amore. Questa è la nostra profezia di sposi, profezia specifica scaturente dalla Grazia e dalla consacrazione conseguente al sacramento delle nozze. Noi sposi riveliamo e manifestiamo al mondo l’amore di Dio.

San Giovanni Paolo II commentando il capitolo secondo della Genesi scrisse nella Familiaris Consortio:

Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26s): chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore.

Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.

In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l’uomo è chiamato all’amore in questa sua totalità unificata. L’amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell’amore spirituale.

La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo «essere ad immagine di Dio».

Matrimonio e verginità consacrata sono le due strade che Dio ha scelto per poter comunicare il suo amore, perché l’uomo possa dire l’amore di Dio. Perché Dio possa riprodurre se stesso e il suo amore nel mondo. Sicuramente in ombra, in modo imperfetto e limitato, ma questa analogia e somiglianza c’è, nonostante il peccato originale. Il matrimonio è, come abbiamo visto in tutte le precedenti puntate, una realtà naturale non introdotta da Cristo, Cristo ha invece introdotto, nella logica del suo amore redento, la seconda via: la verginità consacrata.

La vocazione alla verginità consacrata e il matrimonio sacramento sono due risposte all’amore di Dio entrambe importanti, entrambe necessarie e complementari tra loro. L’una completa l’altra. I consacrati cosa dicono al mondo e di conseguenza a noi sposi? Cosa ci mostrano? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Noi sposi cosa possiamo insegnare al mondo, e di conseguenza ai consacrati? La nostra è forse, come alcuni credono, una vocazione meno importante, per quelle persone chiamate a una vita ordinaria e meno santa?  Nient’affatto. La nostra è una vocazione necessaria e importante tanto quanto quella sacerdotale. Noi mostriamo ai nostri fratelli consacrati come devono amare Cristo se vogliono essere uniti sponsalmente con Lui già da questa terra. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.  Loro ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. Entrambe necessarie e forse la Chiesa attraverso i suoi documeti, il Concilio vaticano II e i sinodi, ci sta dicendo che in questi anni la profezia degli sposi è quanto mai necessaria e decisiva. La Chiesa non ci sta chiedendo come compito primario quello di fare tante opere di misericordia o di servizio per la nostra comunità e per i bisognosi che ci sono accanto. Certo è importante offrire il nostro tempo e il nostro impegno per la comunità, ma non è la prima cosa. Non è il nostro compito, ma una conseguenza del nostro compito più importante. La Chiesa ci chiede di amarci in modo autentico e credibile per poter essere profezia per la nostra comunità e per tutte le persone che incontriamo dell’amore di Dio. Chi vede come ci amiamo dovrebbe capire qualcosa di Dio e del Suo amore. Il nostro compito è quello di essere un Kerigma vivente dell’amore di Dio. Il Kerigma che annuncia che ogni persona è amata in modo unico, tenero e fedele da Dio. Noi siamo questo e sarebbe un vero peccato snaturare la nostra vocazione. Fare tanto per la comunità a discapito del nostro rapporto sponsale non è cosa gradita a Dio. Ogni impegno e servizio che vogliamo donare alla nostra comunità deve essere concordato con il nostro sposo o la nostra sposa e non deve compromettere o impoverire la nostra relazione. Ogni gesto di servizio deve scaturire dall’amore che generiamo nella nostra coppia, e non deve diventare modo per cercare altrove la gratificazione e l’amore che non siamo capaci di trovare nella nostra casa.

Antonio e Luisa

1 puntata Chi è il profeta

 

Che cos’è la somiglianza?

Cresciamo con l’abitudine di  affermare, sempre , che qualcuno somigli a qualcun altro.

Guarda, è identico al padre, però solo gli occhi, la bocca è tutta la mamma, anzi esattamente la nonna paterna aveva gli stessi zigomi e forse anche il mento appuntito. Le gambe a ics e i fianchi larghi sono della zia.

Potremmo andare avanti all’infinito ma, vuoi o non vuoi, sotto gli occhi di tanti, le somiglianze sono all’ordine del giorno!

Tra l’altro tutte diverse. Noi abbiamo quattro figli che, guarda un po’ somigliano tutti a me, cioè è prevalente la mia caratteristica, tanto che si dice di averli generati con lo “stampino”.

Poi, improvvisamente, incontri una persona che afferma la somiglianza col padre.

Le somiglianze sono molto soggettive.

Se ci pensiamo, questo somigliare è qualcosa che ci rende certezza. Noi, somigliando, troviamo le nostre radici ed è bellissima questa discendenza somatica che ci accomuna.

Ed è così profonda tanto da essere addirittura biblica:

Genesi 1,26-28 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.

Cosa è allora questa somiglianza? E cosa è l’immagine?

La SOMIGLIANZA è la conformità a un modello o ad un termine di paragone

«Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza»

 

L’IMMAGINE è la figura, l’aspetto in quanto suscettibili di riproduzione o confronto

«L’uomo fu creato ad immagine di Dio»

 

Dov’è che realmente si svela il volto di Dio?

In Gesù di Nazareth , in Lui “il Verbo si fece carne” e venne a dimorare in mezzo al popolo che egli ama.

Attraverso questa incarnazione noi possiamo trarre il senso dell’immagine e somiglianza.

Ma ciò che più differisce il primo termine dall’altro è che l’immagine di Dio nell’ uomo rimane sempre, anche dopo il peccato, mentre la somiglianza potrebbe perdersi proprio a causa del permanere del peccato.

È come se ogni dono ricevuto che tende alla virtù, alla pienezza e alla santità venga allontanato e diversificato, fino a non “assomigliare” più al Creatore.

Quindi la somiglianza non è altro che la tensione a diventare sempre più simili, tanto che i Santi venivano chiamati i “somigliantissimi” e S. Agostino parlava della Regione della dissomiglianza.

A cosa serve a noi tutto questo?

Bene, considerando che l’immagine e la somiglianza riguardano proprio noi, come uomini e come donne, anche perché, maschio e femmina LO CREÒ ad immagine di Dio lo creò, questa faccenda ci interessa tantissimo e soprattutto è davvero una garanzia per la vita, molto più di un’assicurazione!

Se sono fatto ad immagine del Meglio del Meglio  ho la certezza che nulla potrà cancellare tale immagine.

Se sono fatto a Sua somiglianza significa che ho tutte, ma proprio tutte le carte in regola per essere conforme a Lui.

E allora, chi me lo fa fare di dissomigliare? Perché preferisco diventare molto più brutto della bellezza per cui sono stato creato? Perché soggiacere alle insidie di chi vuole imbruttirmi? Perché barattare le mie doti e le mie virtù con vizi e schiavitù?

Che strano, darei tutto il patrimonio per aggiustare esteticamente i caratteri somatici che non accetto e invece faccio fatica ad accogliere gratuitamente la somiglianza con il più bello dei figli di Adamo. Accendiamo allora la speranza che ci è data!

Vorrei somigliarti Signore Gesù, vorrei mantenere costante l’immagine con cui tu mi hai creato.

Non farmela rubare da colui che, pur essendo l’angelo più bello, portatore di Luce, divenne così ribelle da voler essere Te.

Io, Signore, non sono Dio, ma sono fatta ad immagine di Dio e voglio somigliarti, fino alla fine: questa è la vera Santa battaglia che voglio fare!

 

Salmo 8
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi;
tutti i greggi e gli armenti,
tutte le bestie della campagna;
Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
che percorrono le vie del mare.
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

Cristina Epicoca Righi

Articolo scritto per il blog Cristianitoday

Ish e Ishàh sono diversi.

Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.

Questo è un passo conosciutissimo della Genesi. L’uomo finalmente trova nella donna una compagna che può sanare, almeno in parte, quella solitudine ancestrale che si porta dentro. Nient’altro nella creazione può farlo. Analizzando il testo e cercando di rifletterci sopra mi ha subito interessato un passaggio: la condusse all’uomo.

La relazione uomo e donna è un mistero che coinvolge direttamente Dio. Non è l’uomo a prendere l’iniziativa e neanche la donna ma è Dio stesso che conoscendo il cuore umano con le sue inclinazioni, i suoi vuoti, i suoi desideri conduce l’uno verso l’altra perchè nella relazione sponsale possano riempire quel vuoto di relazione e di amore e fare esperienza di Dio stesso che è origine e meta di ogni uomo.

In un altro passaggio c’è una dinamica che ci può insegnare tanto: La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Letto così non ha molto senso, perchè si deve chiamare donna se deriva dall’uomo? In realtà il dilemma è presto risolto. Nell’originale l’uomo è chiamato אִשׁ, ish e la donna invece אִשָּׁה, ishàh. L’uomo non vede la differenza ma vede nella donna un altro sè.  Infatti dice anche: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.

In questa esclamazione dell’uomo si manifesta un grande pericolo che riguarda tutti noi. L’uomo non menziona Dio ma si focalizza solo sulla donna. L’attrazione verso di lei e il desiderio che inebria la sua mente e il suo cuore lo rendono incapace di comprendere l’importanza che sia stato Dio a condurla a lui. Pensa di conoscere già tutto e di non aver bisogno di imparare nulla. La donna è un altro sè e lui sa già cosa lei pensa, cosa lei vuole, cosa lei percepisce e come lo percepisce. Non vede in lei un’alterità ma un completamento di sè commettendo così un grande errore, solo riconoscendo la diversità dell’altra si può generare una vera unione, un’alleanza di vita e di amore.

Il rischio grande che ci portiamo dentro è proprio questo, riflettere e trasporre i nostri desideri, il nostro modo di pensare e di agire, le nostre necessita ed attitudini e i nostri interessi e sensibilità sull’altro. Così facendo non lo stiamo rispettando, non lo stiamo incontrando, non lo stiamo accogliendo, ma lo stiamo fagocitando, lo stiamo possedendo.

La soluzione ci viene data dal proseguo. Il narratore, quasi a voler mettere freno all’uomo, prosegue: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 

La spiegazione a questo passaggio la traggo da un libro di Curtaz:

Perciò: non ha alcun senso dal punto di vista grammaticale e logico! Trova senso solo se vuole porre rimedio a quanto scritto sopra.

l’uomo lascerà suo padre e sua madre: per incontrare l’altro si deve essere capaci di abbandonare la propria famiglia, intesa come avere il coraggio di abbandonare la propria idea di famiglia, la proiezione di rapporto uomo/donna ideale. Si deve ammettere di non conoscere l’altro, bisogna sapersi mettere in ascolto e rispettare il mistero racchiuso nell’altro.

e si unirà: verbo che indica l’alleanza, la ricerca, l’alterità e la diversità. Non ha capito tutto dell’altro e deve andare oltre, sempre oltre. L’incontro non è che l’inizio di un percorso che non finirà ma si perfezionerà giorno dopo giorno in una conoscenza sempre più profonda ma mai esauriente ed esaustiva.

e saranno una stessa carne: La carne nella Bibbia indica la parte fragile, riconosceranno quindi la loro fragilità , il proprio limite, ammettendo di non sapere, si apriranno alla disponibilità di generare nuova vita, sia affettivamente (nella relazione) sia geneticamente (un figlio).

L’uomo è portato a prendere possesso della propria sposa (e viceversa), solo se la si saprà accogliere come dono di Dio si potrà aprire la relazione alla meraviglia e al mistero di una alterità che ci completa in una relazione piena e appagante.

Antonio e Luisa