L’adultera era già morta, come tanti sposi

Nel Vangelo di oggi viene ripreso un brano molto conosciuto, sicuramente tra i più famosi. I farisei trovano una donna in flagranza di adulterio e la sottopongono al giudizio di Gesù. Ai farisei non importa nulla di quella donna, il loro intento è solo quello di mettere alla prova Gesù per poi poterlo accusare. I farisei fanno riferimento alla Legge data a Mosè. Una legge, come sappiamo, scritta sulla pietra. Gesù con il suo comportamento dimostra uno sguardo carico di misericordia. Riesce e guardare quella donna come solo uno sposo innamorato riesce a fare. Gesù ci dice che la legge di Dio è sì scritta sulla pietra, ma il nostro peccato sulla sabbia. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.

Gesù ci ricorda una verità cruciale che spesso trascuriamo: Egli non ci giudica in base ai nostri errori, ma ci guarda con amore infinito. Quanto è importante per noi separare la nostra identità dal peccato che commettiamo?

Noi spesso ci comportiamo in modi che non rispecchiano quello di Gesù, ma che assomigliano molto di più a quelli dei farisei che avrebbero voluto prendere l’adultera e lapidarla. Tentano di ucciderla lanciandole addosso delle pietre, pietre che rappresentano la Legge, il decalogo scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra. Il nostro giudizio a volte è spietato: “La Legge di Dio ti condanna perché l’hai tradita.” Quante volte, anche noi, in quanto coniugi, usiamo la Legge di Dio come un’arma contro l’altro. Invece, Gesù non lo fa. Gesù si china a scrivere sulla sabbia. Non lancia alcuna pietra contro l’adultera. Gesù non la definisce adultera. Egli vede una donna, vede quella donna e lei si sente osservata da Lui in tutta la sua interezza, non solo come colpevole di adulterio.

La legge è scritta sulla pietra perché noi potessimo costruire la nostra casa, il nostro matrimonio su di essa. Non per prenderla e darla in testa all’altro. La legge serve per costruire una relazione e non per distruggere l’altra persona. Ricordiamo bene che noi sposi possiamo essere come i farisei ma altre volte trovarci al posto dell’adultera.  A volte siamo come l’adultera perché adulteriamo il nostro amore, mettiamo il nostro egoismo davanti alla relazione. Altre volte siamo come i farisei, pronti a giudicare e condannare l’altro non appena scivola in qualche debolezza o semplicemente sbaglia più o meno consapevolmente.

Facciamo memoria delle tante volte in cui ci siamo sentiti come l’adultera di fronte a Gesù. Tante volte ci ha perdonato. I nostri peccati per Lui sono come scritte sulla sabbia. Egli non giudica i nostri errori, ma ci osserva con lo sguardo di chi è innamorato e vede la meraviglia della persona, non la bruttura del peccato. Egli ci mostra la strada: l’adultera non è il suo peccato. Infatti, nel Vangelo non troverete mai scritto “l’adultera”, ma “una donna sorpresa in adulterio”. Gesù non l’avrebbe mai chiamata “adultera”. Non avrebbe mai limitato una persona al suo peccato.

Gesù ha saputo guardare quella donna non con il disprezzo dei farisei, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio, per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memoria. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio.

Gesù poteva lanciarle una pietra ed ucciderla. Ha scelto di guardarla con amore affinché lei potesse sentirsi amata e così tornare a vivere abbandonando il peccato che la stava uccidendo giorno dopo giorno. Non l’ha uccisa perché era già morta ma con il Suo sguardo le ha restituito la vita.

Antonio e Luisa

Le tre effe

Cari sposi, uno dei ricordi più forti del grande Giubileo del 2000 per me, oltre all’indimenticabile veglia di Tor Vergata, è stata la commemorazione dei martiri della fede del XX secolo al Colosseo. Il testo che faceva da sfondo all’evento fu proprio quello del chicco di grano, come lo è anche nell’odierna liturgia.

In occasione di questo incontro con pellegrini di origine greca, venuti anch’essi a Gerusalemme per la Pasqua, Gesù utilizza un’immagine mutuata dal mondo agricolo per esprimere una logica di fede nuova: la morte che prepara una nuova vita.

Questa logica ben si adatta alla vita sponsale ed in essa troviamo le tre “effe”. La prima è FEDELTA’. La fedeltà sponsale è appunto promettere di “esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Questa fedeltà implica morire a sé stessi, rinunciare a qualcosa di noi, a volte buono, a volte meno buono, ma in definitiva che mi porta a crescere nella disponibilità e nella donazione reciproca. Nella mia vita sacerdotale ho visto persone trasfigurarsi con il matrimonio, diventare davvero migliori e più mature. Ma questo sempre è costato loro abbandonarsi all’Amore e lasciarsi “potare”.

Quello che sempre mi ha colpito del matrimonio è che non si fonda su rinunce perché esso si fonda su un costante “darsi e riceversi” (Catechismo 1626) e quindi nella misura in cui mi dono, ricevo anche e cresco come persona.

Il dono di sé, la fedeltà nell’amore fino alla rinuncia, apre la via alla FECONDITA’ e quindi ai frutti di bene che la nostra unione produce, sotto la spinta dello Spirito Santo. È questa la Gloria di cui parla Gesù. Egli ha un attimo di turbamento pensando all’imminente Passione ma sa anche che sarà feconda e darà Gloria al Padre. Così anche voi sposi, nella misura in cui vivete una fedeltà combattuta, incerottata e illividita per quanto vi è costata, sapete comunque che essa darà frutto secondo i piani di Dio, senza alcuna ombra di dubbio.

Da ultimo tutto ciò porta ad una conseguenza ineludibile, la terza effe: FELICITA’, ossia la gioia cristiana, uno dei frutti dello Spirito, segno della presenza di Dio in noi, anche in mezzo alle prove della vita. La gioia di aver dato tutto, di non essersi risparmiati nulla, di appartenere completamente a Cristo.

Cari sposi, Gesù oggi ci apre la strada per vivere anche noi questo percorso che, tramite il Calvario, porta diritto alla luce della Risurrezione. Lasciamoci guidare e corrispondiamo generosamente allo Sposo che ci invita.

ANTONIO E LUISA

La felicità cristiana non è una gioia vuota. Non viene da un’euforia effimera. Non viene dall’avere tutto e dal non avere problemi e preoccupazioni. La gioia cristiana viene dal dono. Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio che è relazione d’amore tra le tre Persone. La gioia viene nel morire per l’altro. Viene dal dare tutto. Perchè dando tutto troviamo Dio e il senso della nostra vita. Questo l’abbiamo capito non solo ascoltando delle catechesi ma soprattutto facendone esperienza.

Gelosia divina

Cari sposi, siamo approdati a metà del nostro cammino quaresimale. Abbiamo iniziato nel deserto per poi salire sul monte della trasfigurazione domenica scorsa ed oggi entriamo con Gesù nel tempio a Gerusalemme.

L’evangelista Giovanni colloca questo fatto nella prima Pasqua di Gesù e appena dopo il primo “segno” compiuto a Cana, discostandosi così dalla narrazione dei Sinottici.

Anzitutto vediamo il contesto in cui avviene il racconto. Siamo poco prima di Pasqua, quindi in piena primavera e per quella grande festa giungevano a Gerusalemme anche centomila persone, procedenti dalla Spagna al Medio Oriente. Ogni pellegrino poi offriva nel tempio generalmente un agnello e si calcola che in pochi giorni venivano immolati circa 18-20 mila agnelli. Immaginate il giro di soldi che questo comportava! E tutto questo trafficare avveniva proprio nel recinto del tempio. Siccome poi i pellegrini venivano da ogni parte dell’Impero Romano era chiaro che ci volevano pure i cambiavalute, come nei nostri aeroporti, che cambiassero i sesterzi, i denari, gli aurei in sheqel.

Un’ultima annotazione importante: la legge ebraica non proibiva affatto questo tipo di attività economica che avveniva appunto attorno al Tempio, nel cosiddetto emporion mentre Gesù è proprio lì che pronuncia il suo discorso e attua la cacciata. Se allora, Gesù non è venuto a cambiare nemmeno una virgola della Legge ebraica (cfr. Mt 5, 18), allora in ciò che dice e fa c’è un senso molto più profondo.

È molto interessante, nel testo greco del Vangelo, vedere come Giovanni, parlando del tempio, non usa il vocabolo comune, che è nàos, ma piuttosto ièron, cioè proprio quella parte intima in cui era custodita l’Arca dell’Alleanza e dimorava perennemente la Shekinah, la Presenza di Dio.

Detto questo si può già arrivare a un’importante conclusione. Gesù non sta dicendo banalmente di non fare sacrifici nel tempio, difatti essi erano un anticipo del Vero Sacrificio che Lui avrebbe fatto di lì a poco.

La sfuriata di Gesù non è affatto un colpo di testa, un segno di burn out o di accumulo di stress. Piuttosto, la collera di Gesù è quella di uno Sposo che si sente ingannato dalla Sposa e ha appena scoperto i segni del suo tradimento. È come quando un coniuge scopre certi messaggini sul cellulare o alcune chat sul computer oppure siti particolari nella cronologia di Google

Gesù in questa scena sta provando un’indignazione solenne per constatare che il Suo Amore è vilmente svenduto! Tutta quella gente lì stava correndo dietro a cose sacrosante ma in realtà stavano dimenticando per Chi lo facevano. Gesù Sposo, allora, reclama a grida il cuore della Sposa che al contrario è tutta dedita ad affari e sta mettendo in secondo piano l’Amore Vero.

Ecco allora che la parte più interna del tempio è direttamente collegata alla nostra coscienza, all’intimo del nostro cuore. Il Catechismo, difatti, afferma che: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (1777).

Gesù Sposo conosce meglio di chiunque altro il nostro cuore e in questa Quaresima è il più interessato a renderlo puro, cioè, innamorato di Lui. La scena evangelica odierna è esattamente quanto Gesù intende compiere nel cuore di voi sposi, come coppia e singolarmente. E come lo fa?

Anzitutto con i Sacramenti e con lo Spirito. Il Battesimo che abbiamo ricevuto è esattamente il lavacro che ci ha rigenerati e per voi esso è culminato nel Matrimonio, con cui Gesù vi ha uniti a sé in un’alleanza eterna di amore. L’Eucarestia è il Suo Corpo dato per amore che vi rende ogni volta che La ricevente concorporei, consanguinei a Lui. Ed infine lo Spirito è Colui che rende fruttuosi i sacramenti e vi guida in questo cammino di purificazione.

Cari sposi, dobbiamo accettare che il nostro cuore è perennemente visitato da idoli, da intrusi che tendono a farci distogliere dallo Sposo, la vita odierna non fa che bombardarci quotidianamente. Ci distraggono, ci confondono, ci disorientano e vogliono mettersi al posto di Cristo, vogliono rubarci l’anima. Gesù lo sa bene, non si scandalizza, anzi, perciò in questa Quaresima anela profondamente a darvi un cuore nuovo, un orientamento nuovo nella vostra via cristiana.

Lasciamoci guidare, permettiamo che lo Sposo continui a mondarci e a liberarci, anche se può far male, in modo che la vostra fede e il vostro amore sia sempre più simile all’amore con cui Cristo Sposo ama la Sua Sposa.

ANTONIO E LUISA

Gli idoli di cui parla padre Luca non sono necessariamente vizi o distrazioni. Può essere un idolo anche nostro marito o nostra moglie. Gesù è geloso quando facciamo dell’altro il nostro tutto, il nostro dio. In realtà sa bene che solo nella relazione con Lui – mettendo Lui al primo posto – potremo amare davvero l’altro nella gratuità e non fare del nostro matrimonio quel mercato che ha indignato Gesù. Perchè non solo noi siamo tempio di Dio ma lo è anche il nostro matrimonio che è abitato dalla reale presenza di Cristo.

La nostra fede tra i monti Moria e Tabor

Cari sposi, domenica scorsa vedevamo Gesù nel deserto, sospinto lì per fare l’esperienza della prova e tentazione. Si diceva appunto che il deserto è un luogo di passaggio nella Bibbia e non costituisce mai la dimora definitiva che invece è la Pasqua.

Ecco allora che anche oggi tutta la Parola ci presenta un passaggio, un viaggio. Non è in orizzontale ma in verticale, è una salita e poi una discesa da due monti. Nella prima lettura Abramo è chiamato a sacrificare il suo unico figlio Isacco sul monte Moria mentre nel Vangelo Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor. Queste due cime, per le vicende che vi accadono, costituiscono due modi ben precisi di vivere la fede.

Vediamo prima di tutto Abramo. Lui è da poco arrivato nella terra promessa, Canaan, un luogo in cui le popolazioni praticavano abitualmente il sacrificio dei propri figli alle loro divinità. Il gesto di Abramo è allora sconvolgente! Dopo tanto penare per avere un figlio, ecco che ora accetta che perisca in modo così cruento! Forse Abramo credeva che il suo Dio fosse come quelli cananei, un Dio assetato di sangue, un Dio che va placato a suon di sacrifici, un Dio spietato ed esigente, che fondamentalmente chiede e non dà, un Dio che non cerca il nostro bene.

Per cui, è affascinante la scena in cui invece Abramo scopre che il suo Dio ha solo voluto purificare ed aumentare la sua già grande fede e abbandono! Abramo sul monte Moria conosce chi è davvero Dio. Un po’ come accadde pure a Giobbe, Geremia, Giona…

Da contraltare a tutto ciò è appunto un’altra salita, quella di Gesù sul Tabor. In questo caso Dio non chiede ma dona tutto di sé. Infatti, Dio Padre non fa altro che donarci Gesù e l’unica cosa che ci chiede è di ascoltarlo. E questo perché il Dono possa essere davvero accolto da noi. In fin dei conti, cosa ci chiede il Padre se non abbandono e fiducia nella sua Parola?

Come cambia la prospettiva di vita tra il Moria e il Tabor! Dovremmo sostare a lungo in contemplazione su tale Parola! Tabor e Moria rappresentano due vissuti di fede che forse abbiamo un po’ sperimentato tutti noi. In questa domenica il Signore ci invita a passare da un Dio che chiede a un Dio che dona sé stesso. E tale passaggio avviene tramite una prova che però diviene così il momento per approdare a un rapporto con il Signore più vero e autentico.

Cari sposi, anche voi, assieme ad Abramo e ai tre apostoli, siete oggi chiamati ad un passaggio importante nella vostra vocazione nuziale. Siete già stati chiamati al matrimonio ma con questa Parola si coglie l’invito ad una “seconda chiamata”. Essa costituisce la maturità nella fede, quella fase adulta da sposi che implica essere disposti a perdere tutto, a mettere in secondo piano le nostre aspettative su o da Dio per accogliere invece Dio come dono.

Così, guardando Abramo si capisce quanto è costato al Padre donarci Gesù, lo stesso Gesù che abita con voi come Dono permanente e vivente di amore.

ANTONIO E LUISA

Noi abbiamo un sacco di aspettative quando ci sposiamo. Le coltiviamo nei confronti del nostro partner e della vita che sogniamo di costruire insieme. Con il tempo ho capito che c’è un passaggio fondamentale nel nostro matrimonio. È importante abbandonare tutte le nostre aspettative per incontrare veramente Gesù. Passare da una fede che cerca di soddisfare le nostre richieste a una fede che ascolta Gesù. In questo modo, il matrimonio diventa incredibilmente sorprendente. Ogni giorno diventa un’opportunità per donarsi reciprocamente, proprio come siamo e nelle circostanze in cui ci troviamo. Ed è meraviglioso, perché quando la vita ci porta lontano dalle nostre aspettative, sperimentiamo un amore che riempie, rigenera e diventa fecondo per noi e per gli altri. Questo vale per ogni coppia che si affida a Cristo! Ne conosciamo davvero tante.

Per acquistare la nuova edizione de L’ecologia dell’amore clicca

Il tuo matrimonio è malato? Lasciatevi toccare da Cristo.

Oggi desidero riprendere il Vangelo di ieri perchè offre diverse chiavi di lettura anche un po’ diverse da quelle che ha già dato padre Luca.

In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 

Quante volte ci siamo sentiti dei lebbrosi. Lebbrosi nello spirito, nei sentimenti e nell’egoismo che più o meno si manifesta in tutti. Quante volte io mi sono sentito uno sposo incapace di amare davvero la mia sposa altre volte mi sono sentito impreparato non sapendo come farle starle vicino. Siamo piccoli e miseri. Quante miserie nella nostra famiglia che cerchiamo di nascondere come polvere sotto il tappeto. Litigi, incomprensioni, egoismo, nervosismo e anche inettitudine. Le altre famiglie ci sembrano più belle della nostra. Come vorremmo avere la serenità di quegli amici o l’unità di quella coppia tanto bella che incontriamo a Messa. Invece ci sentiamo lebbrosi e impuri. Eppure questa è la nostra salvezza. Solo riconoscendo la lebbra nella nostra relazione possiamo trovare l’umiltà di abbassarci e inginocchiarci davanti al Cristo ed invocare la Sua Presenza e la Sua guarigione. La nostra piccolezza può darci la spinta a tendere la mano verso Dio.

 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Gesù ci guarda con compassione. Non prova disgusto per le miserie della nostra famiglia, ma il Suo sguardo va oltre e vede la nostra sofferenza e il nostro dolore. Soffre con noi come un innamorato per la sua amata. Il suo sguardo è già balsamo. La nostra famiglia è bella ai suoi occhi nonostante la povertà che la abita. Soffre  con noi e ci guarisce. Ci può guarire perchè abbiamo avuto la forza di domandare la sua Grazia. Abbiamo avuto il desiderio di alzare lo sguardo e specchiandoci in Lui – in una fede non fatta solo di riti e precetti ma fatta di relazione – ci vedremo belli e troveremo forza e sicurezza. Nel sacramento del matrimonio spesso non abbiamo l’umiltà di ammettere di non farcela e di aver bisogno di Gesù. Il nostro orgoglio ci fa credere che tutto dipende da noi, nel bene e nel male. Siamo sposati in Cristo, ma lui è, di fatto, sfrattato dalla nostra relazione.

E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Come intendere questa parte. Mi era difficile. Mi è venuto in aiuto il mio sacerdote che ha commentato come sia inutile parlare della nostra conversione a chi non ha sperimentato l’incontro con Gesù. L’incontro è personale e la nostra storia, l’incontro che ci ha salvato non può convertire nessuno se non noi. Noi siamo stati sanati da Gesù e possiamo testimoniare la  sua potenza e la sua bellezza non tanto raccontando la nostra conversione, che resta fatto privato e non comprensibile agli altri. E’ molto più efficace mostrare i frutti. Mostrare quelle piaghe che caratterizzavano la nostra famiglia e mostrare la loro guarigione. Mostrare senza vergogna le nostre miserie e mostrare come Dio le ha trasformate in feritoie da cui fuoriesce la sua luce che illumina il mondo. La famiglia perfetta non è quella del mulino bianco. La famiglia perfetta è piena di imperfezioni. Imperfezioni che diventano luogo dell’amore, della pazienza, dell’accettazione, della prossimità e della gratuità.

Antonio e Luisa

Sposi lebbrosi? Sì, siamo noi.

Cari sposi, in quattro e quattr’otto siamo giunti alle porte della Quaresima che avrà inizio proprio questo mercoledì e la Parola odierna sembra quasi anticipare lo spirito penitenziale dei 40 giorni di preparazione alla Pasqua.

La malattia sembra essere il fil rouge di ogni lettura, in particolar modo la lebbra. Meglio conosciuta come Morbo di Hansen essa consiste in un infezione della pelle e nervi periferici che porta alla perdita del tatto, forti dolori, debolezza muscolare ed anche deformità fisiche. Una bruttissima bestia, che 2000 anni fa veniva “curata” anzitutto con l’isolamento degli infetti.

Da qui che la malattia comporti anche un altro aspetto, latente nella mentalità biblica, ossia la sua connotazione spirituale. Dice il celebre biblista P. Silvano Fausti: “La lebbra è la morte visibile, e la morte è il nostro egoismo, il nostro non sapere amare che dà morte agli altri. Il lebbroso era il morto civile, escluso da tutti, perché era «morto» e la legge esclude ciò che è morto”.

Quindi la lebbra sta per peccato, morte, esclusione… ma anche inferno. Ecco allora che risuonano le parole di Dostoevskij: “Padri e maestri, io mi domando: «Che cos’è l’inferno?» E do la seguente risposta: «La sofferenza di non essere più capaci di amare»” (F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov). È un’esperienza che facciamo tutti, che la lebbra del peccato può generare davvero isolamenti mortali.

Se la lebbra-peccato genera segregazione, quindi distanziamento e morte, cosa non può originare tra sposi dove tutta la loro vita gira attorno a una relazione affettiva, santificata dal sacramento? Che succede quando la lebbra tocca il coniuge, o entrambi i coniugi nel loro rapporto? Ne consegue un legame malato, debole, fiacco, se non addirittura morto, sebbene mantenga una qualche apparenza di vita, forse più per i figli che per amore. Lebbra coniugale può darsi anche negli sposi che vivono al margine di una comunità, che hanno sotterrato il talento del sacramento per farne una cosa privata.

Gesù non è affatto estraneo a questi tipi di lebbra degli sposi e vorrebbe tanto guarirli. Gli basta una semplice richiesta sincera per entrare in azione, come accadde nella scena del Vangelo. È commovente vedere che la guarigione non è una qualcosa di astratto o da remoto ma passa dal tocco della sua mano. Una malattia corporea viene guarita proprio dal tocco del Corpo di Cristo.

Quanto è bello allora lasciarci toccare da Cristo nella preghiera, lasciarci toccare da Cristo nei sacramenti! E per voi sposi farvi toccare da Cristo anche tramite il coniuge per iniziare a guarire quella lebbra che paralizza il vostro matrimonio.

Constatare di essere lebbrosi può già essere il primo passo verso la vittoria. Così pare avvenne qualche secolo fa a un nobile giovanotto di Assisi, al secolo Giovanni di Pietro di Bernardone. È la Leggenda dei Tre Compagni a raccontarcela: “Un giorno che stava pregando fervidamente il Signore, sentì dirsi: «Francesco, se vuoi conoscere la mia volontà, devi disprezzare e odiare tutto quello che mondanamente amavi e bramavi possedere. Quando avrai cominciato a fare così, ti parrà insopportabile e amaro quanto per l’innanzi ti era attraente e dolce e dalle cose che una volta aborrivi, attingerai dolcezza grande e immensa soavità»”. Fu l’abbraccio di un lebbroso a mettere in atto un percorso di crescita verso la sua santità. Forse l’abbraccio della “lebbra” del tuo coniuge potrebbe essere nuovamente l’occasione per fare un salto in avanti come persona e come coppia.

Se vi scoprite lebbrosi, non è la fine del mondo! Non a caso nella Lettera agli Efesini S. Paolo non ci dice forse che lo sposo vuole purificare la sposa prima di unirla a sé nel matrimonio?

Perciò, in questa scena evangelica, come non vedervi un tratto nuziale? Ciascuno di voi siete quel lebbroso che significa la sposa di Cristo Sposo e che Lui vuole rendere partecipe del suo amore. Il tocco che lo guarisce è solo il primo passo di un rapporto che Gesù vorrebbe pienamente coinvolgente.

Ecco allora che questo Vangelo ci fa da preludio alla Quaresima, difatti nel messaggio del Papa vi è un chiaro riferimento sponsale:

La Quaresima è il tempo di grazia in cui il deserto torna a essere – come annuncia il profeta Osea – il luogo del primo amore (cfr. Os 2,16-17). Dio educa il suo popolo, perché esca dalle sue schiavitù e sperimenti il passaggio dalla morte alla vita. Come uno sposo ci attira nuovamente a sé e sussurra parole d’amore al nostro cuore” (Francesco, Messaggio per la Quaresima 2024).

Cari sposi, siete, siamo tutti lebbrosi, abbiamo bisogno assoluto della mano misericordiosa di Cristo che ci purifichi continuamente perché il nostro amore sia vero. Entriamo con Gesù, quindi, nei nostri deserti per essere guidati nel nostro cammino di conversione.

ANTONIO E LUISA

Che bello leggere la nostra storia attraverso il Vangelo e la bellissima spiegazione di padre Luca. Per me è stato davvero così. L’abbraccio di mia moglie che mi ha amato quando io non riuscivo a farlo è stato l’abbraccio di Cristo. Cristo mi ha sanato attraverso l’amore gratuito di una donna che ha scelto di starmi accanto sempre nella gioia e nel dolore.

Salvati & Salvanti

Cari sposi, seguendo una persona su Instagram, ho notato un bel post in cui appariva un semplice foglietto su cui era scritto, con una grafia disarmonica e scombinata, “il miglior momento della tua vita è adesso”. A prima vista nulla di ché se non fosse per trattarsi dell’ultimo messaggio di un papà, gravemente affetto dalla SLA, al suo unico figlio.

E così, il tema della malattia sembra pervadere ogni lettura, dal libro di Giobbe fino alla suocera del Vangelo. C’è tuttavia una bella differenza tra come è vissuta in ciascuna delle scene. Che significato sottendono questi due modi di essere malati – leggasi anche afflitti, turbati, angosciati, scoraggiati, disperati… – e che hanno da dire agli sposi?

C’è un modo di affrontare e vivere ciascuna delle suddette circostanze come viene descritto da Giobbe: “Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario”. Che vuol dire? Nel senso che sopporti e carichi i pesi, magari con estrema eleganza e nonchalance, che nemmeno chi ti è vicino si accorge di nulla, ma in fin dei conti non vedi l’ora che finisca. Per chi affronta la vita così il meglio, il bello, il buono…arriva sempre dopo la situazione attuale: si finisce così per vivere alienati nel futuro e scollegati dal presente.

Invece il quadro evangelico mostra come le prove della vita non esimono dal diventare comunque portatori di bene. La suocera, non appena rimessasi in piedi – e nel Vangelo ciò è simbolo di resurrezione – si mise a servire i commensali. La malattia, quindi, riporta comunque al presente e non permette fughe in un passato idealizzato e nemmeno in un futuro inesistente.

Cosicché, Gesù in questa scena è medico, sia delle anime che dei corpi. La sua missione è di guarire e di sanare chiunque abbia un problema, di qualsiasi ordine esso sia.

Il bello è che voi sposi questo stesso Gesù lo portate con voi ogni giorno. Lui in voi e tramite voi può compiere guarigioni perché “a sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza propria di questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù del sacramento, «hanno nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al Popolo di Dio». Perciò non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris Consortio 49).

Sarebbe bello che questo Vangelo vi portasse a domandarvi se le croci quotidiane sono un anelito verso Cristo Salvatore o un incentivo a ripiegarvi su sé stessi e in quale misura le difficoltà possono essere luogo per sperimentare la Presenza dello Sposo in voi.

Vi auguro di saper trarre con pazienza le lezioni che il Signore Gesù vuole consegnarvi in quelle circostanze e di essere portatori per altri di salvezza e guarigione.

ANTONIO E LUISA

La domanda che ci pone padre Luca è decisiva. Come affrontiamo le nostre croci, anche quelle piccole? Fuggendo nel passato o sperando nel futuro non vivendo il presente? Oppure immergendoci nell’oggi, nella quotidianità? Solo se saremo capaci di vivere il nostro matrimonio nella quotidianità, anche quando non è facile, decidendo di starci e di donarci completamente allora staremo vivendo un matrimonio vero. Io ero proprio quello che si rifugiava in un futuro ipotetico ed ideale. Ero quello del sabato del villaggio. Il matrimonio mi ha insegnato ad essere presente nel presente.

Un uomo tutto d’un pezzo

Cari sposi, oggi Gesù parte con il botto nel suo ministero pubblico, da subito fa un esorcismo pubblico, che sicuramente ha fortemente scosso la sensibilità di chi l’ha visto. Tutto ciò è stato letto come segno di autorità che in greco si dice exousia.

La sua etimologia è, alla lettera, “avere un’esistenza che proviene dall’essere”. Gesù, quindi, era una persona che appoggiava le sue certezze non da fuori ma da dentro. Cioè, era uno ben fondato e sicuro di sé ed è per questo motivo che suscitava così tanta ammirazione in chi lo vedeva e ascoltava.

Ma come mai Gesù possedeva tale autorità? Evidentemente per la sua condizione divina; eppure, essa si sposava integramente con il suo modo umano di vivere. Gesù è il Verbo, la Parola che si è fatta Carne. Quindi il suo vivere, la sua esistenza era allineata con il suo essere Dio. Ma questo non è stato affatto semplice e facile, per nulla scontato! Diciamo che Gesù se l’è guadagnato con sudore e fatica e da lì il grande merito e fascino che emanava.

Dice il Papa che exousia si riferisce non a “qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé” (Papa Francesco, 10 settembre 2013).

È per questo allora che Gesù si scontra con il demonio, la creatura bugiarda e falsa per eccellenza. Il suo modo di agire non è altro che la menzogna, l’inganno, la confusione, la complicazione, l’ipocrisia. È chiaro che dinanzi a Uno così retto e integro egli salta su per avvertire sempre più vicina la sua rovina.

Che significato può avere per voi sposi quanto espresso finora? Partiamo dal fatto che voi sposi siete un prolungamento, una figura concreta dell’Incarnazione (cfr. Leone XIII, Arcanum). La vostra vocazione è di rendere visibile il dono di Amore di Cristo che ha posto la sua dimora in mezzo a noi e vuole renderlo il più possibile diffusivo.

Il demonio, invece, ha estremo interesse di farvi fallire. Non necessariamente a suon di divorzi e scandali pubblici ma piuttosto facendovi scivolare in un’anonima mediocrità, anestetizzando la vostra coscienza.

Se Gesù in questo brano viene a liberarci levandoci le maschere di dosso, il demonio invece è il maestro del camouflage, dell’apparenza di bene che nasconde tutt’altro.

Allora, ben vengano tutte quelle situazioni di vita o persone che ci aiutano e stimolano ad essere noi stessi, a vivere a fondo la nostra vocazione e ci riportano sul sentiero giusto! Chiediamo al Signore di farci uscire dalla finta pace dei compromessi con il male e il peccato, sebbene sia costoso e difficile, ma è l’unica strada verso la pienezza di vita.

ANTONIO E LUISA

Ho pensato a quanto scritto da padre Luca. Mi sento di dare un consiglio. Cercate di essere trasparenti l’uno con l’altra. Se tra voi c’è verità e non ci sono segreti, per il diavolo sarà molto più difficile trovare un varco per distruggere il vostro matrimonio. Io parlo sempre a Luisa delle mie tentazioni. Questo le depotenzia e mi permette di affrontarle con lei. Questo atteggiamento mi permette di disinnescare tanti pericoli già in partenza.

Apritevi al Mistero

Cari sposi, siamo ancora, tutto sommato, all’inizio dell’anno nuovo. È un’occasione propizia per cogliere il tempo presente come la grande possibilità di fare un passo in avanti nel vostro cammino di crescita e maturazione umana e spirituale.

Ogni singola lettura odierna, in tal senso, contribuisce con un dettaglio a questo coro sinfonico che, assieme, esprime una medesima parola: “conversione”.

Il primo è Giona, il quale annuncia la Parola nientemeno che a Ninive. Oggi di questa immensa capitale non restano che pochi ruderi ma a quel tempo (IX secolo a.C.) era il centro di un grande impero, assai ostile a Israele. Gli Assiri furono infatti i primi a deportare gran parte del popolo ebraico e si guadagnarono così la fama di città nemica per eccellenza. Ninive sta anche a significare chi è più lontano, uno da cui non ti aspetteresti nulla e non gli daresti una cicca. Magari Ninive può divenire anche il coniuge dopo anni in cui le hai provate tutte e non ne hai cavato niente di buono. Ebbene, il caso di Giona sta a dire che anche per le “palle perse” la conversione è possibile, pure i casi disperati possono trasformarsi!

La seconda lettura ci parla, invece, di un tempo che sta per scadere, dobbiamo affrettarci nella conversione perché la vita è corta, le occasioni del Signore sono contate, “la grazia di Dio passa e non torna” direbbe S. Agostino. Quindi voi sposi sappiate valorizzare il tempo presente, vivendo ogni giorno come un dono di Dio da riempire di gesti autentici di amore, di accoglienza. Questo giorno passa velocemente e non torna più.

Ecco allora che il Vangelo viene a dare un senso pieno a quanto detto finora. Gesù, dopo che ha ricevuto il Battesimo, inizia a predicare l’urgenza della conversione. La parola “convertirsi” viene dal verbo greco “metanoeo” che si può anche tradurre con “andare oltre il proprio modo di pensare”, o anche l’uscire dai nostri schemi ristretti e fissi. È un cambio di direzione mentale e di vita verso quanto Cristo vuole insegnarci e che preclude l’assolutizzazione dei propri pensieri e modi di essere.

Sovente nella vita di coppia, soprattutto per chi è più in là con il tempo, subentra il “so già”, “mi basta uno sguardo per capirlo” … un bel modo di fissare il marito o la moglie entro uno schema. Invece Gesù ci insta ad essere aperti al Mistero e a lasciarsi modellare dallo Spirito che porta novità e vuol fare nuove tutte le cose. Per cui non puoi amare il coniuge senza lasciarti cambiare da lui ed accettare che il tuo modo guardarlo e conoscerlo, per quanto tempo sia passato, sarà sempre fallibile e incompleto.

Ci vuole questa umiltà di ricominciare ogni giorno, di convertirsi ogni giorno, andando oltre la realtà più immediata e sensibile che troppo spesso può indurre in inganno. Gesù vide Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo, uomini con tanti difetti. Se si fosse limitato all’esteriorità, la sua scelta forse sarebbe stata diversa ma Lui vedeva il loro cuore e amava la loro libertà.

Cari sposi, chiediamo il dono della conversione quotidiana, come quel modo di cogliere la Presenza di Cristo che si nasconde dietro tanti volti e fatti che conformano il nostro ordinario, e per voi, in primis nel coniuge. Concludo con questa bella preghiera:            

Ti prego, Signore, […] volgi a te il mio cuore dal vagare tumultuoso dei desideri e fa abitare in me la luce nascosta. I tuoi benefici nei miei confronti precedono sempre le mie volontà [volte] al bene e la prontezza del mio cuore alla rettitudine (S. Isacco di Ninive)

ANTONIO E LUISA

A me ha colpito tanto il luogo dove Gesù ha incontrato e chiamato i primi apostoli. Non li ha incontrati al Tempio o in chissà quale evento speciale. Li ha incontrati lì dove loro vivevano e lavoravano. Lì ha incontrati mentre non facevano nulla di speciale ma il loro lavoro quotidiano. Per noi sposi è così. La nostra relazione, abitata da Gesù, è fatta di tanta quotidianità e ordinarietà. Eppure è lì che incontriamo Gesù e da Lui siamo chiamati a seguirLo.

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Sposi, sapete chi cercate?

Cari sposi,

come in una scena di film al rallentatore, di fatto siamo ancora, come la domenica scorsa, sulle rive del Giordano dove Giovanni battezzava.

Avviene una scena tanto semplice quanto grandiosa. Gesù inizia la sua vita pubblica e accoglie i primi due discepoli. Come arriviamo a questo momento?

Suo cugino Giovanni aveva già al suo seguito varie persone che lo ammiravano e volevano ascoltare le sue parole. Quando si presenta Gesù lui è talmente umile da additarLo come l’Agnello di Dio, scatenando un’irresistibile attrazione in alcuni dei suoi a seguirlo. Ed è qui che inizia tutto. Andrea e Giovanni sono i primi a cercare Gesù e iniziare un colloquio con Lui.

Sorprende vedere Cristo che li accoglie non con un comune “Shalom” e men che meno con un “oh, finalmente i miei primi due followers”, bensì con una domanda. Come mai? Il quesito di Cristo li prepara davvero ad essere disposti a ricevere un dono. Gesù sa che Giovanni e Andrea sono in ricerca ma non è disposto a dare soluzioni facili; pertanto, li porta sempre più in profondità.

Quante altre volte Gesù ha posto domande impegnative! Al cieco: “Cosa vuoi che io ti faccia?”; al paralitico: “Vuoi guarire?”; a Pilato: “Dici questo da te o altri te l’hanno detto sul mio conto?” Nel fondo sta rivolgendo l’interlocutore al più profondo del suo cuore perché si apra davvero al dono della Verità che è Lui in persona.

Quindi, da Giovanni il Battista “la palla” passa a Giovanni e Filippo che restarono così affascinati da Lui che l’allora giovane discepolo, il quale scrive il vangelo sulla soglia dei 90 anni, ancora si ricordava l’ora esatta dell’incontro!

Questa esperienza così entusiasmante porta naturalmente Andrea a volerla condividere con suo fratello Simone. E in tal modo Andrea si converte nello strumento affinché Simone diventi Pietro. Che insegnamento possiamo ricavare per noi?

Anzitutto che Cristo, nell’anno 30 come nell’anno 2024, Lo incontriamo quando qualcuno ce lo presenta. Andrea e Giovanni hanno avuto bisogno del Battista; c’è voluto Andrea per Simon Pietro; Saulo è dovuto passare da Anania prima di diventare Paolo, Francesco Saverio non sarebbe santo senza Ignazio di Loyola… e così fino ad oggi.

Allora voi sposi siete in una condizione ottimale perché questo avvenga, voi che siete stati “con-vocati” dal Signore a seguirlo (cfr. Familiaris Consortio 38). Nel matrimonio la sequela di Cristo è fatta anche di un reciproco aiuto a incontrare Gesù, un mutuo sostegno nella sequela del Maestro. Laddove questo non avviene per un disallineamento nella fede, il coniuge credente ha però ha una grazia particolare per rimanere saldo in Cristo.

Inoltre, c’è un altro aspetto assai confortante. L’incontro con Cristo mi porta alla mia vera identità. Tutto il contrario di chi afferma che la fede cristiana aliena e impoverisce noi stessi. Quello magari avviene con un certo moralismo o letture parziali del Vangelo. Ma Cristo qui nel Vangelo non fa che esaltare e portare a pienezza il dono che già ognuno è.

E così Simone, che di suo era un capoccia e un superbo ma con un cuore grande, viene solo esaltato nel senso più vero da Cristo fino a renderlo “kefas”, cioè una roccia, un punto di riferimento per altri, una pietra che umilmente sostiene il peso altrui, che si mette sotto per servire e dare stabilità.

Quindi, chi cerca Cristo trova veramente se stesso. Ed anche voi sposi, seguendolo ogni giorno non diventerete certamente dei bigotti, basa banchi, bacchettoni e moralisti ma troverete la sorgente più pura di quell’amore che già avete cercato fin dall’inizio.

Questa la bellissima verità che ci svela oggi Gesù, detta in modo così chiaro nella Imitazione di Cristo: “cercando soltanto Te, e con retto amore, ho travato, ad un tempo, e me stesso e Te” (Libro III, cap. VIII).

ANTONIO E LUISA

Parto dalle conclusioni di padre Luca. Abbiamo bisogno di qualcuno per incontrare Cristo. Per me sono stati Luisa prima e padre Bardelli dopo. Ma senza Luisa non avrei incontrato neanche il caro padre Raimondo che tanto bene ci ha fatto. Quando riceviamo mail o commenti di giovani donne scoraggiate perchè non riescono a trovare un ragazzo che capisca e rispetti il loro desiderio di castità noi rispondiamo sempre di non mollare. Se Luisa avesse ascoltato le mie proteste e fosse scesa a compromessi non avrei fatto esperienza di una relazione casta e così bella. Il suo resistere mi ha fatto vedere tutta la bellezza di Luisa e mi ha fatto venir il desiderio di incontrare il suo Dio.

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Chi veglia ama (e viceversa)

Cari sposi, oggi iniziamo solennemente il tempo di preparazione al Natale, l’Avvento. Come ben sapete dall’esperienza personale, sebbene siamo abituati a questo periodo, tuttavia ogni volta non è mai esattamente la stessa cosa.

Il tempo cristiano procede non in modo strettamente lineare bensì a spirale perché questo è un moto che coniuga la diversità con la linearità. Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre ma il Suo modo di camminare con noi è pieno di sorprese e novità. Così, anche in questo Avvento 2023 prepariamoci ad essere toccati dalla Sua Grazia, senza pregiudizi, senza chiusure, senza freni.

La parola che attraversa le varie letture è “vegliare”. La parola viene dal latino “vigilare” che è l’azione del “vigil” ossia la sentinella. Colui che piantonava e controllava mura, ingressi, strade o anche persone o cose importanti. Il tempo più pericoloso per questo tipo di incarichi, va da sé, che fosse la notte. Per cui la sentinella, oltre a non vedere l’ora di finire il suo turno, attendeva con impazienza l’alba. E già qui si potrebbe fare un bellissimo aggancio all’attesa del “sole che sorge” (Lc 1, 78), cioè Cristo.

Ma al di là di questo, il vegliare contiene un senso affettivo importante. Chi veglia è in fondo colui che si prende cura, che ha a cuore qualcuno e per lui è disposto anche a perder sonno, a stare accanto tutta la notte. Quante volte voi genitori avete vegliato sui vostri figli o da piccoli o in attesa del loro ritorno serale!

Ecco allora che questa veglia di cui parla tutta la liturgia odierna è anche un profondo anelito di incontrarsi con Cristo. Ripensate a quando eravate fidanzati, a quante volte, pur facendo le solte cose ordinarie, il vostro pensiero andava a lui, a lei, e non si vedeva l’ora di incontrarsi, di uscire assieme…

Questo dovrebbe essere l’atteggiamento con cui prepararsi al Natale! Questo è il senso dell’Avvento cristiano, la riscoperta che l’evento più importante della nostra vita, assieme alla Risurrezione, ossia l’Incarnazione di Gesù non è un fatto cerebrale, non consiste in una fredda memoria storica. Gesù è l’Amato, lo Sposo che si attarda ma che certamente verrà e la Chiesa Sposa, di cui voi siete una chiara rappresentanza, è tutta impaziente di abbracciarLo.

In tale senso la miglior interpretazione dell’Avvento ce la dà il Cantico dei Cantici, dove tutto è un corrersi dietro, tutto è attendersi e bramare l’abbraccio finale.

Cari sposi, Gesù è già nel vostro amore e in mezzo a voi due ma come Innamorato non si accontenta di quello che è già stato. Vorrebbe tanto in questo Avvento che voi Gli ridiciate quanto Lo amate, quanto vi manca, quanto Lo vorreste rendere partecipe e presente della vostra esistenza.

ANTONIO E LUISA

Che bello l’aggancio che padre Luca ha fatto con il tempo del fidanzamento. Quanto è vero che i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altra, che eravamo impazienti di vederci, di parlarci, di stare vicino. La presenza dell’altro era per noi già motivo di gioia e di benessere. L’Avvento come la Quaresima sono dei periodi di corteggiamento. Ci vengono chieste rinunce, digiuni, piccole mortificazioni non per un sadico piacere della Chiesa. Perchè attraverso quelle rinunce possiamo fare spazio. Concentrarci più su Dio, sull’amante e sull’amato, che su di noi. Ecco che questo tempo di Avvento sia anche per noi occasione di fare spazio. Fare spazio a Gesù e fare spazio al nostro sposo o alla nostra sposa. Per recuperare quel desiderio che forse, in queste nostre giornate piene di cose da fare, abbiamo un po’ perso.

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

“Non è la montagna avanti a te che ti consuma. È il sassolino nella scarpa”

Cari sposi, così disse Muhammad Alì, il celeberrimo pugile, uno che di sforzo e di ostacoli ne sapeva qualcosa. La Parola di oggi si focalizza sulle difficoltà relazionali e soprattutto sul senso di responsabilità che comunque abbiamo proprio nei confronti di chi ci rende la convivenza più complicata.

Il Vangelo in modo particolare tocca un punto rovente, cioè quello della correzione fraterna. una pratica abituale sia nelle comunità ebraiche che nella chiesa dei primi secoli.   Questo aspetto ben si collega a una galassia di piccole o grandi conflittualità nella coppia e nella famiglia e da credenti ci si chiede come viverle e come starci dentro.

Sappiamo bene che due estremi, ahimè largamente praticati oggigiorno non hanno il sapore evangelico: sia l’evitare il problema e quindi il conflitto sotteso come anche l’autogiustificazione del “io sono fatto così”. Abbiamo una responsabilità reciproca, su questo appunto la Parola è molto chiara, e al tempo stesso siamo peccatori: come amarsi stando così le cose?

Per prima cosa non è dando un giudizio, per quanto esatto e millimetrico possa essere. Quanti coniugi ho ascoltato, con le loro analisi chiare e precise, sui comportamenti sbagliati altrui! Che dire? Hai perfettamente ragione nel chiamare le cose per nome, ma forse è il tuo atteggiamento che non crea comunione. Mi ha colpito una frase del Beato Don Pino Puglisi, una persona che è nata ed ha operato in una zona estremamente difficile ma al cui cambiamento ha contribuito non certo a forza di anatemi. Diceva don Pino:

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi”.

L’amore, l’accoglienza, la benevolenza deve albergare nel nostro cuore e ce ne accorgiamo se una parola di verità su di noi è condita di amore o solo di rabbia o stizza. Grazie a Dio, ho conosciuto anche sposi proprio questo modo di amare, nella verità e nella bontà, ha favorito percorsi di guarigione e liberazione nell’altro coniuge.

Ma nel Vangelo invece pare che Gesù chieda un taglio netto quando l’altro non sente ragioni. In realtà “sia come il pagano e pubblicano” vuol dire che va amato così com’è, senza grandi attese e aspettative. E in questo senso è bello quanto dice Papa Francesco:

Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (Amoris Laetitia, 92).

Cari sposi, è proprio vera la frase del titolo! C’è a volte una fatica relazionale nella quotidianità che può scadere nel tedio o nell’indifferenza reciproca. Proprio qui allora Gesù vi esorta a chiederGli più amore, ad offrirGli di più tutto quanto vi fa soffrire dell’altro e a non smettere di cercare il passo giusto come coppia per crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Iniziamo con il dire che la correzione fraterna non funziona quasi mai. Per funzionare necessita di una condizione che non può assolutamente mancare. Chi ti corregge deve averti mostrato amore. Solo in una relazione d’amore, che può essere fraterna, familiare, amicale o anche di un padre spirituale, sei propenso ad accogliere una correzione. Almeno per me è così. E la relazione d’amore più profonda dovrebbe essere nel matrimonio. Capite quale responsabilità abbiamo verso il nostro coniuge? Come correggerlo/la quindi? Al modo di Dio. Nel matrimonio dovremmo imparare a non metterci in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità dell’altro dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. 

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Chiesa Grande chiama chiesa piccola

Cari sposi, nonostante in queste date subentri una certa malinconia per la fine delle ferie e l’imminente ripresa dell’anno sociale, dobbiamo ricordarci che Gesù è sempre a nostro fianco, sia in vacanza che nella vita ordinaria e che Lui è la base di ogni nostra gioia e speranza.

In questa domenica tutta la Parola va proprio in questa direzione e concretamente ci parla del ruolo che Pietro e i suoi successori hanno avuto nella vita della Chiesa: essere roccia, basamento, cemento armato su cui Cristo ha voluto costituire la sua Chiesa come anche essere il punto di unione e convergenza visibile per tutti i cristiani.

Sappiamo che questa scelta non è avvenuta tramite una pesca ai bigliettini ma è stata frutto di assidua preghiera tra Lui e il Padre. E chi ha scelto alla fin fine? Un uomo, come direbbe Paolo Cevoli, un tantino “sborone”, uno che voleva farsi bello e forte davanti a tutti, finendo in seguito per cadere miseramente e rinnegare tre volte il Maestro. Ed ecco a voi il nostro bel fondamento visibile della Chiesa universale! Applausi per favore!

Pur potendo, non ha scelto né Giovanni, il bravo, il fedele, il più coccolato ma nemmeno il focoso Giacomo, così come neppure Natanaele, tanto elogiato per la sua sincerità e schiettezza. Ha proprio voluto quel pescatore testone e spavaldo. E difatti poi, fedele al suo capostipite, la storia dei Papi è davvero una sequela di casi umani tra i più disparati. Ce n’è di ogni: Papi santi e peccatori, intellettuali o asceti, di alta o bassa estrazione, impulsivi o remissivi… Consola tanto constatare come da Pio IX (1846-1878) ad oggi quasi tutti i Vicari di Cristo siano stati Santi o sono sulla via degli altari.

Ma voi sposi dovete ricordare che la Chiesa universale è fondata alla fin fine, certamente su diocesi e parrocchie, ma il tutto poi ha come ultimo piedistallo le piccole chiese, le chiese domestiche, cioè voi come coppia. Ed ecco qui il vostro luogo e il vostro compito nella Chiesa! Ciascuno di voi, nel suo piccolo, non importa se abbiate ricevuto ruoli o compiti dal parroco, se siete catechisti, incaricati della Caritas, se seguite il gruppo giovani o svolgete il ministero straordinario dell’Eucarestia. Fosse anche che questo e altro non ci fosse, per il solo fatto di essere uniti dal sacramento nuziale e quindi essere Presenza viva di Cristo, già coltivare questa amicizia tra voi e Lui e tentare di trasmetterla a chi vi è vicino sarebbe una magnifica missione. Tanto importante che, se mancasse, parrocchie, diocesi e in ultima istanza la Chiesa universale ne risentirebbe pesantemente in negativo.

Pensate a quanti “ecomostri” si trovano in Italia, cioè quegli edifici iniziati ma mai conclusi e che rimangono lì come ruderi a cielo aperto! Non sarà che questo a volte capita alla nostra Chiesa? Il fondamento c’è, lo sappiamo bene dal Vangelo di oggi, ma poi manca il resto, mancano tutte quelle rifiniture (infissi, porte, finestre, arredamenti…) necessari per abitarvi. E voi coppie avete proprio il compito originale di rendere accogliente e confortevole la Chiesa! Che appunto ci si senta amati e attesi, come in casa propria. Non importa se siete più o meno degni, ricordatevi di chi Gesù ci ha messo a capo, ma piuttosto che siate disposti a mettervi in gioco e continuare a provarci.

Cari sposi, per tutto questo che abbiamo visto, è chiaro che la Roccia di Pietro necessita di voi, piccole pietre vive. Gesù ha fiducia in voi e vi chiama ad aderirvi su di essa affinché la Sua Chiesa sia davvero salda in ogni sua parte.

ANTONIO E LUISA

Prendendo spunto dalla riflessione di padre Luca, vorrei aggiungere quanto, per me, Gesù si sia dimostrato un grande pedagogista nello scegliere Pietro. Se Pietro fosse stato perfetto, l’uomo senza difetti, l’uomo che non deve chiedere mai, forse non sarebbe stato un bene. Io sinceramente non avrei potuto identificarmi con la figura di Pietro. Avrei pensato che essere discepoli fosse solo per pochi, non per tutti. È un po’ quello che viene imputato alla Chiesa. La Chiesa? Piena di gente che ne combina di ogni. Eppure questa consapevolezza mi libera dalla mia limitatezza. Io sono povero, limitato, pieno di difetti eppure posso andare bene così. Se Gesù ha affidato la Sua Chiesa a un testone come Pietro, perché non può affidare una piccola chiesa domestica a Luisa e a me? Ed è così che tutte le mie paure e paranoie diventano superabili.

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovi libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Gli spaghetti alla zizzania

Cari sposi, il contesto di questo capitolo è un insieme di parabole in cui si parla di semina e raccolta, di pesca, di lievito, di tesori e di perle. Sono svariate immagini, vicine alla sensibilità di quelle persone semplici e senza una grande formazione, che Gesù usa per spiegare in cosa consiste il Regno di Dio.

Oggi al centro c’è il grano e la zizzania e mi impressiona la saggezza di Gesù nell’utilizzare questo paragone per introdurci al senso profondo di come nel Regno di Dio si possa insinuare il male. Un’interpretazione classica di questo brano è di come la Chiesa deve fare i conti con le forze del maligno nella storia, da cui la pazienza per i credenti nel sopportare il male ed attendere il giudizio finale, ecc. Ma credo che ci sia anche una lettura nuziale molto interessante. Difatti, cosa è nel fondo la zizzania? La zizzania, anche detta “loglio cattivo”, è una pianta erbacea simile al frumento al punto che, nella fase ancora verdeggiante, è difficile distinguere. Esso cresce in forma spontanea e si insinua anche nei campi coltivati, confondendosi così con il grano.  Tuttavia, nuoce ai vegetali che vi crescono assieme, e soprattutto, se mai venisse colta e usata come cibo, avrebbe un effetto tossico. Quindi, niente spaghetti alla zizzania!

Ma che genio ha avuto Gesù nell’usare questa immagine! È esattamente ciò che fa il Maligno nella nostra vita. Agire in modo subdolo e surrettizio, passare inosservato per poi, una volta dentro al nostro modo di vivere, svelare tutto il suo carico malefico. Oggi si moltiplicano i tipi di famiglia, esattamente come i generi di sesso. La famiglia, immagine e somiglianza della Trinità, composta da uomo e donna, viene imitata se non scimmiottata da altri modi di convivenza. Qui il binomio frumento-zizzania ci sta tutto. Certamente non intendo invocare nessuna crociata contro qualcuno. Si tratta di chiamare le cose per nome e saper interpretare i segni dei tempi in modo evangelico per capire cosa succede e saper stare, come starebbe Gesù, nel tempo di oggi.

Ma questo appunto resterebbe del tutto sterile e farisaico se il richiamo del Vangelo odierno per voi coppie non divenisse piuttosto quello di prevenire la zizzania, esattamente come qualsiasi coltivatore, di ieri e oggi, fa per avere una raccolta abbondante di puro grano. Come? In quale modo? Abbiamo visto che il loglio è assolutamente infecondo, mangiarlo non nutre, anzi, porta gravi conseguenze. Il mondo ha un estremo bisogno di vedere che voi coppie credenti, voi frumento seminato dal Signore, siete fecondi, cioè sapete trasmettere quello per cui Lui vi ha voluti assieme, e cioè Amore Divino. La zizzania abbonderà ovunque finché due cristiani si sposeranno solo per stare bene, per installarsi nella loro comodità. O peggio, se due cristiani si uniranno per poi vivere il matrimonio seguendo l’andazzo del mondo.

I semi di grano in realtà sono i semi dell’amore alla Cristo, un amore che sa dare tutto fino a morire per l’altro. Il grano buono per voi coniugi è il vero amore tra marito e moglie, quello cioè che “implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino”. È solo in questo amore che “Cristo Signore viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio e con loro rimane” dal momento che “nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità” (Amoris Laetitia 67).

Cari sposi, sia che viviate una situazione di crisi o che abbiate il vento in poppa, siate certi di essere grano buono e di contenere un alto grado di fecondità sempre a patto che mettiate Cristo al centro della vostra vita personale e di coppia.

ANTONIO E LUISA

Il nostro cuore contiene frumento buono e zizzania. Abbiamo nel cuore entrambi. Abbiamo il male e il bene. Sarebbe ingiusto verso noi stessi, e ancor di più verso nostro marito o nostra moglie, pretendere un cuore coltivato solo con seme buono. L’importante è non permettere alla zizzania di avvelenarci. Lasciamo che il seme buono cresca e possa renderci fecondi nonostante l’imperfezione che ci costituisce e gli errori che possiamo fare.

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovi libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Noi e la Parola fatta Carne

Cari sposi,

un mio confratello sacerdote, da seminarista, in colloquio con il padre spirituale disse: “Padre, ma a me il Signore non parla!” Senza scomporsi quest’ultimo lo guarda e gli iniziò a fare una serie di domande: “Stamattina ti sei alzato?”, “Hai fatto colazione?”, “Ti sei accorto di avere una casa?” Ed altre domande simili, per poi concludere: “Il Signore ti ha già detto diverse cose tramite la realtà, forse sei tu che non ascolti bene”.

Già, l’ascolto. Fiumi di inchiostro si sono spesi per sviscerare questo argomento in chiave interpersonale ma poco nei confronti del Signore. In questa Parola odierna, Gesù esprime tutto il suo desiderio profondo di aprire la nostra mente e il nostro cuore perché finalmente possiamo entrare in piena empatia e dialogo con Lui. Quanto è importante questo! Personalmente ho incontrato svariate coppie che vivono all’oscuro della Parola di Gesù, che non sanno, come quel seminarista, quanto Gesù stia tentando di connettersi con loro. Gesù è un innamorato matto di ciascuna di voi coppie, si è già unito a voi sacramentalmente per cui vi considera realmente come la sua Sposa. E da Sposo affascinato dalla Sposa vorrebbe ogni giorno avere con lei un colloquio intimo, affettuoso. Ve ne rendete conto di Chi vi sta parlando e quanto ci tiene anche solo a un saluto, un atto di affidamento, una richiesta di aiuto…

Parliamo qui di un rapporto sponsale con Gesù, in coppia, non solo a livello personale. Vediamo allora come, in base alla parabola del Vangelo la coppia può porsi in relazione alla Parola viva che è Cristo. Una coppia può essere “strada”. Vuol dire che è chiusa, impenetrabile alla Parola. Ci sono eventualmente peccati gravi od ostacoli alla Grazia che rendono il sacramento del matrimonio bloccato e non fruttuoso.

Oppure una coppia può essere “terreno sassoso”, che si traduce in una vita spirituale superficiale, mediocre, di modo che il rapporto con lo Sposo è epidermico e quindi le difficoltà, invece di rafforzare, indeboliscono il legame con Lui.

Infine, ci sono le coppie immerse tra i “rovi”. Se ci fate caso i rovi non crescono mai sulla strada e nemmeno tra i sassi (si seccherebbero con il sole) ma solo sulla buona terra. Forse questo è il caso più comune: coppie che si sforzano di vivere con Gesù e in Gesù la propria vita nuziale ma ecco che arrivano un sacco di distrazioni (siano il lavoro, il mutuo, i figli da crescere, la salute di papà e mamma…) ed esse finiscono col prendere il sopravvento. Per chi ha un minimo di dimestichezza con l’orto, sa che le erbacce (a cui possiamo accomunare tranquillamente i rovi) sono di fatto ineliminabili, o meglio, dobbiamo sempre sradicarle e toglierle al tempo stesso che coltiviamo le verdure e i frutti. Così è la vita di coppia con Gesù, è un continuo cercarLo, ascoltarLo, parlarGli e al tempo stesso coabitare pazientemente con ciò che vorrebbe allontanarcene.

Finisco con un accenno alla prima lettura che si coniuga molto bene con il Vangelo. Lo Sposo ha mandato in voi la Sua Parola e non cessa di agire ed operare in voi affinché Essa dia frutto. Questo vi basti per non scoraggiarvi mai per tutti gli ostacoli che ci sono sul cammino, certi di poter coronare il vostro sogno: crescere ogni giorno nell’amore e in una relazione vitale con lo Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il terreno buono non è questione di fortuna. Sant’Agostino diceva che i cristiani che sono terreno buono sono quelli che sono consapevoli di essere stati strada, sassi e rovi. Solo affrontando le proprie fragilità e i propri peccati si può diventare terreno buono. Una terra che in partenza non ha nulla più delle altre, ma che è stata preparata bene, che non è impermeabile. È una terra dove, con tanta fatica, sono stati tolti sassi e spine. Una terra quindi feconda. Dove non resta che dare il nostro poco e lasciare spazio a Lui, il seminatore che trasformerà il terreno del nostro matrimonio in un giardino meraviglioso.

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro su Amazon o direttamente da noi qui.